The Project Gutenberg eBook of Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

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Title: Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza

Author: Saint of Siena Catherine

Editor: Matilde Fiorilli

Release date: October 19, 2008 [eBook #26961]
Most recently updated: January 4, 2021

Language: Italian

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Emanuela Piasentini and the
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA: DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA ***

[i]

SCRITTORI D’ITALIA


SANTA CATERINA DA SIENA

LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA
VOLGARMENTE DETTO
DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA

[ii]


SANTA CATERINA DA SIENA

LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA
VOLGARMENTE DETTO
DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA

NUOVA EDIZIONE
SECONDO UN INEDITO CODICE SENESE
A CURA DI
MATILDE FIORILLI

Constanter et non trepide. GLF

BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1912

[iii]


PROPRIETÁ LETTERARIA


AGOSTO MCMXII—31955

[1]

AL NOME DI IESU CRISTO CROCIFIXO E DI MARIA DOLCE

Questo libro fece la venerabile vergine Caterina da Siena mantellata di sancto Domenico

Liber divine doctrine date per personam Dei Patris intellectui loquentis gloriose et sancte virgini Caterine de Senis predicatorum ordinis. Conscriptus ipsa dictante licet vulgariter et stante in raptu actualiter et audiente quid in ea loqueretur Dominus Deus et coram pluribus referente

[3]

CAPITOLO I

Come l’anima per orazione s’unisce con Dio, e come questa anima, de la quale qui si parla, essendo levata in contemplazione, faceva a Dio quatro petizioni.

Levandosi una anima ansietata di grandissimo desiderio verso l’onore di Dio e la salute de l’anime; exercitandosi per alcuno spazio di tempo nella virtú, abituata e abitata nella cella del cognoscimento di sé per meglio cognoscere la bontá di Dio in sé; perché al cognoscimento séguita l’amore, amando cerca di seguitare e vestirsi della veritá. E perché in veruno modo gusta tanto ed è illuminata d’essa veritá quanto col mezzo de l’orazione umile e continua fondata nel cognoscimento di sé e di Dio (però che l’orazione, exercitandola per lo modo decto, unisce l’anima in Dio, seguitando le vestigie di Cristo crocifixo), e cosí per desiderio e affecto e unione d’amore ne fa un altro sé.

Questo parbe che dicesse Cristo quando disse: «Chi m’amará e servará la parola mia Io manifestarò me medesimo a lui, e sará una cosa con meco e Io con lui». E in piú luoghi troviamo simili parole, per le quali potiamo vedere che egli è la veritá che per affecto d’amore l’anima diventa un altro lui. E per vederlo piú chiaramente, ricòrdomi d’avere udito d’alcuna serva di Dio che essendo in orazione, levata con grande elevazione di mente, Dio non nascondeva a l’occhio de l’intellecto suo l’amore che aveva a’ servi suoi: anco el manifestava, e tra l’altre cose diceva:—Apre l’occhio de l’intellecto e mira in me, e vedrai la dignitá e bellezza della mia creatura che ha in sé ragione. E tra la bellezza che io ho data a l’anima creandola a la imagine e similitudine mia, raguarda costoro che sono vestiti del vestimento nupziale, cioè della caritá, adornato di[4] molte vere e reali virtú, uniti sonno con meco per amore. E però ti dico che se tu mi dimandassi:—Chi sonno costoro?—Rispondarei—diceva il dolce e amoroso Verbo:—Sonno un altro me, perché hanno perduta e annegata la propria volontá, e vestitisi, unitisi e conformatisi con la mia.—

Bene è dunque vero che l’anima s’unisce per affecto d’amore. Sí che, volendo piú virilmente cognoscere e seguitare la veritá, levando il desiderio suo, prima per se medesima (considerando che l’anima non può fare vera utilitá di doctrina, d’exemplo e d’orazione al proximo suo se prima non fa utilitá a sé, cioè d’avere e acquistare la virtú in sé) domandava al sommo ed etterno Padre quattro petizioni. La prima era per se medesima; la seconda per la reformazione della sancta Chiesa; la terza generale per tucto quanto il mondo, e singularmente per la pace dei cristiani e’ quali sonno ribelli con molta irreverenzia e persecuzione alla sancta Chiesa. Nella quarta dimandava la divina providenzia che provedesse in comune, e in particulare in alcuno caso che era adivenuto.

CAPITOLO II

Come el desiderio di questa anima crebbe, essendole mostrato da Dio la necessitá del mondo.

Questo desiderio era grande ed era continuo; ma molto maggiormente crebbe essendo mostrato dalla prima Veritá la necessitá del mondo, e in quanta tempesta e offesa di Dio egli era. E intesa aveva ancora una lectera, la quale aveva ricevuta dal padre de l’anima sua, dove egli mostrava pena e dolore intollerabile de l’offesa di Dio e danno de l’anime e persecuzione della sancta Chiesa. Tucto questo l’accendeva il fuoco del sancto desiderio, con dolore de l’offesa e con allegrezza d’una speranza per la quale aspectava che Dio provedesse a tanti mali. E perché nella comunione l’anima pare che piú dolcemente si strenga fra sé e Dio e meglio cognosca la sua veritá (l’anima[5] allora è in Dio, e Dio ne l’anima, sí come il pesce che sta nel mare, e il mare nel pesce); e per questo le venne desiderio di giognere nella mactina per avere la messa; el quale dí era il dí di Maria. Venuta la mactina e l’ora della messa, si pose con ansietato desiderio e con grande cognoscimento di sé, vergognandosi della sua imperfeczione, parendole essere cagione del male che si faceva per tucto quanto el mondo, concipendo uno odio e uno dispiacimento di sé con una giustizia sancta; nel quale cognoscimento e odio e giustizia purificava le macchie che le pareva, ed era ne l’anima sua, di colpa, dicendo:—O Padre etterno, io mi richiamo di me a te, che tu punisca l’offese mie in questo tempo finito. E perché delle pene, che debba portare il proximo mio, io per li miei peccati ne so’ cagione, però ti prego benignamente che tu le punisca sopra di me.

CAPITOLO III

Come l’operazioni finite non sono sufficienti a punire né a remunerare senza l’affecto de la caritá continuo.

Alora la Veritá etterna, rapendo e tirando a sé piú forte il desiderio suo, facendo come faceva nel Testamento vecchio che quando facevano il sacrifizio a Dio veniva uno fuoco e tirava a sé il sacrifizio che era accepto a lui, cosí faceva la dolce Veritá a quella anima: che mandava il fuoco della clemenzia dello Spirito sancto e rapiva il sacrifizio del desiderio che ella faceva di sé a lui, dicendo:—Non sai tu, figliuola mia, che tucte le pene che sostiene o può sostenere l’anima in questa vita non sonno sufficienti a punire una minima colpa? però che l’offesa che è facta a me, che so’ Bene infinito, richiede satisfaczione infinita. E però Io voglio che tu sappi che non tucte le pene che sonno date in questa vita sonno date per punizione, ma per correczione, per gastigare il figliuolo quando egli offende. Ma è vero questo: che col desiderio de l’anima si satisfa, cioè con[6] la vera contrizione e dispiacimento del peccato. La vera contrizione satisfa a la colpa ed a la pena, non per pena finita che sostenga, ma per desiderio infinito. Perché Dio, che è infinito, infinito amore e infinito dolore vuole. Infinito dolore vuole in due modi: l’uno è della propria offesa la quale ha commessa contra ’l suo Creatore; l’altro è de l’offesa che vede fare al proximo suo. Di questi cotali, perché hanno desiderio infinito (cioè che sonno uniti per affecto d’amore in me, e però si dogliono quando offendono o veggono offendere), ogni loro pena che sostengono, spirituale o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito merito e satisfa a la colpa che meritava infinita pena: poniamo che sieno state operazioni finite, facte in tempo finito; ma perché fu adoperata la virtú e sostenuta la pena con desiderio e contrizione e dispiacimento della colpa infinito, però valse.

Questo dimostrò Paolo quando disse: «Se io avesse lingua angelica, sapesse le cose future, desse il mio a’ poveri, e dessi el corpo mio ad ardere, e non avesse caritá, nulla mi varrebbe». Mostra il glorioso apostolo che l’operazioni finite non sonno sufficienti né a punire né a remunerare senza il condimento dell’affecto della caritá.

CAPITOLO IV

Come el desiderio e la contriczione del cuore satisfa a la colpa e a la pena in sé e in altrui, e come tale volta satisfa a la colpa e none a la pena.

—Hotti mostrato, carissima figliuola, come la colpa non si punisce in questo tempo finito per veruna pena che si sostenga, puramente pur pena. E dico che si punisce con la pena che si sostiene col desiderio, amore e contrizione del cuore: non per virtú della pena, ma per la virtú del desiderio de l’anima. Sí come il desiderio e ogni virtú vale ed ha in sé vita per Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo in quanto l’anima ha tracto l’amore dallui e con virtú séguita le vestigie sue.[7]

Per questo modo vagliono, e non per altro; e cosí le pene satisfanno a la colpa col dolce e unitivo amore acquistato nel cognoscimento dolce della mia bontá, e amaritudine e contrizione di cuore, cognoscendo se medesimo e le proprie colpe sue. El quale cognoscimento genera odio e dispiacimento del peccato e della propria sensualitá. Unde egli si reputa degno delle pene e indegno del fructo. Sí che—diceva la dolce Veritá—vedi che, per la contrizione del cuore, con l’amore della vera pazienzia e con vera umilitá, reputandosi degni della pena e indegni del fructo, per umilitá portano con pazienzia. Sí che vedi che satisfa per lo modo decto.

Tu mi chiedi pene acciò che si satisfacci a l’offese che sonno facte a me dalle mie creature, e dimandi di volere cognoscere e amare me che so’ somma Veritá. Questa è la via a volere venire a perfecto cognoscimento e volere gustare me Veritá etterna: che tu non esca mai del cognoscimento di te; e abbassata che tu se’ nella valle de l’umilitá, e tu cognosce me in te. Del quale cognoscimento trarrai quello che t’è necessario. Neuna virtú può avere in sé vita se non dalla caritá. E l’umilitá è baglia e nutrice della caritá. Nel cognoscimento di te t’aumiliarai vedendo te per te non essere, e l’essere tuo cognoscerai da me che v’ho amati prima che voi fuste; e per l’amore ineffabile che Io v’ebbi, volendovi ricreare a grazia v’ho lavati e ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo sparto con tanto fuoco d’amore.

Questo sangue fa cognoscere la veritá a colui che s’ha levata la nuvila de l’amore proprio per lo cognoscimento di sé; ché in altro modo non la cognoscerebbe. Allora l’anima s’accenderá in questo cognoscimento di me con uno amore ineffabile; per lo quale amore sta in continua pena, non pena affliggitiva che affligga né disecchi l’anima, anco la ingrassa; ma perché ha cognosciuta la mia veritá e la propria colpa sua e la ingratitudine e ciechitá del proximo, ha pena intollerabile; e però si duole perché m’ama, ché se ella non m’amasse non si dorrebbe.

Subbito che tu e gli altri servi miei avarete, per lo modo decto, cognosciuta la mia veritá, vi converrá sostenere infine a[8] la morte le molte tribolazioni e ingiurie e rimprovèri in decto e in facto per gloria e loda del nome mio. Sí che tu portarai e patirai pene.

Tu dunque e gli altri miei servi, portate con vera pazienzia, con dolore della colpa e amore della virtú, per gloria e loda del nome mio. Facendo cosí, satisfarò le colpe tue e degli altri miei servi, sí che le pene che sosterrete saranno sufficienti, per la virtú della caritá, a satisfare e a remunerare in voi e in altrui. In voi ne ricevarete fructo di vita, spente le macchie delle vostre ignoranzie, e Io non mi ricordarò che voi m’offendeste mai. In altrui satisfarò per la caritá e affecto vostro, e donarò secondo la disposizione loro con la quale ricevaranno. In particulare a coloro che si dispongono umilemente e con reverenzia a ricevere la doctrina de’ servi miei, lo’ perdonarò la colpa e la pena. Come? che per questo verranno a questo vero cognoscimento e contrizione de’ peccati loro. Sí che con lo strumento de l’orazione e desiderio de’ servi miei riceveranno fructo di grazia, ricevendo essi umilemente, come decto è, e meno e piú, secondo che vorranno exercitare con virtú la grazia.

In generale, dico che per li desidèri vostri riceveranno remissione e donazione. Guarda giá che non sia tanta la loro obstinazione che eglino vogliano essere riprovati da me per disperazione, spregiando el Sangue che con tanta dolcezza gli ha ricomprati. Che fructo ricevono? el fructo è che Io gli aspecto, costrecto da l’orazioni de’ servi miei, e dollo’ lume, e follo’ destare il cane della coscienzia, e follo’ sentire l’odore della virtú, e dilectargli della conversazione de’ miei servi. E alcuna volta permecto che ’l mondo lo’ mostri quello che egli è, sentendo variate e diverse passioni acciò che cognoscano la poca fermezza del mondo e levino il desiderio a cercare la patria loro di vita etterna. E cosí per questi e molti altri modi, e’ quali l’occhio non è sufficiente a vedere né la lingua a narrare né il cuore a pensare quante sonno le vie e’ modi che Io tengo, solo per amore e per riducerli a grazia, acciò che la mia veritá sia compíta in loro.[9]

Costrecto so’ di farlo da la inextimabile caritá mia con la quale Io li creai, e da l’orazioni e desidèri e dolore de’ servi miei; perché non so’ spregiatore della lagrima, sudore e umile orazione loro, anco gli accepto, però che Io so’ colui che gli fo amare e dolere del danno de l’anime. Ma non lo’ dá satisfaczione di pena a questi cotali generali, ma sí di colpa, perché non sonno disposti dalla parte loro a pigliare con perfecto amore l’amore mio e de’ servi miei. Né non pigliano el loro dolore con amaritudine e perfecta contrizione della colpa commessa; ma con amore e contrizione imperfecta, e però non hanno né ricevono satisfaczione di pena come gli altri, ma sí di colpa; perché richiede disposizione da l’una parte e da l’altra, cioè da chi dá e da chi riceve. Perché sonno imperfecti, imperfectamente ricevono la perfeczione de’ desidèri di coloro che con pena gli offerano dinanzi da me per loro.

Perché ti dixi che ricevevano satisfaczione, e anco l’era donato. Cosí è la veritá, che per lo modo che Io t’ho decto, per li strumenti di quello che di sopra contiammo (del lume della coscienzia, e de l’altre cose), l’è satisfacto la colpa; cioè cominciandosi a ricognoscere, bomicano il fracidume de’ peccati loro, e cosí ne ricevono dono di grazia.

Questi sonno coloro che stanno nella caritá comune. Se essi hanno ricevuto per correczione quello che hanno avuto, e non hanno facta resistenzia alla clemenzia dello Spirito sancto, ricévonne vita di grazia escendo della colpa. Ma se essi, come ignoranti, sonno ingrati e scognoscenti verso di me e verso le fadighe de’ servi miei, esso facto lo’ torna in ruina e a giudicio quello che era dato per misericordia; non per difecto della misericordia né di colui che impetrava la misericordia per lo ingrato, ma solo per la miseria e durizia sua, il quale ha posto, con la mano del libero arbitrio, in sul cuore la pietra del diamante che, se non si rompe col Sangue, non si può rompere. Anco ti dico che, non obstante la durizia sua, mentre che egli ha il tempo che può usare il libero arbitrio, chiedendo il sangue del mio Figliuolo, con essa medesima mano e pongalo sopra la durizia del cuore suo, lo spezzará e riceverá il fructo del[10] Sangue che è pagato per lui. Ma se egli s’indugia, passato el tempo, non ha rimedio veruno, perché non ha riportata la dota che gli fu data da me: dandoli la memoria perché ritenesse i benefizi miei, e lo ’ntellecto perché vedesse e cognoscesse la veritá, e l’affecto perché egli amasse me, veritá etterna, la quale lo ’ntellecto cognobbe.

Questa è la dota che io vi diei, la quale debba ritornare a me Padre. Avendola venduta e sbaractata al demonio, el demonio con esso lui ne va e portane quello che in questa vita acquistò, empiendo la memoria delle delizie e ricordamento di disonestá, superbia, avarizia e amore proprio di sé; odio e dispiacimento del proximo, perseguitatore de’ miei servi. In queste miserie obfuscano lo ’ntellecto per la disordinata volontá; cosí ricevono, con le puzze loro, pena etternale, infinita pena, perché non satisfecero a la colpa con la contrizione e dispiacimento del peccato.

Sí che hai come la pena satisfa alla colpa per la perfecta contrizione del cuore, non per le pene finite. E non tanto la colpa, ma la pena che séguita doppo la colpa, a questi che hanno questa perfeczione. E a’ generali, come decto è, satisfa a la colpa, cioè che, privati del peccato mortale, ricevono la grazia; e non avendo sufficiente contrizione e amore a satisfare a la pena, vanno alle pene del purgatorio, passati dal secondo e ultimo mezzo.

Sí che vedi che satisfa per lo desiderio de l’anima unito in me, che so’ infinito Bene; poco e assai, secondo la misura del perfecto amore di colui che dá l’orazione e il desiderio e di colui che riceve. Con quella medesima misura che colui dá a me e l’altro riceve in sé, con quella l’è misurato dalla mia bontá. Sí che cresce il fuoco del desiderio tuo, e non lassare punto di tempo che tu non gridi con voce umile e con continua orazione dinanzi da me per loro. Cosí dico a te e al padre de l’anima tua che Io t’ho dato in terra, che virilmente portiate, e morta sia ogni propria sensualitá.[11]

CAPITOLO V

Come molto è piacevole a Dio el desiderio di volere portare per lui.

—Molto è piacevole a me il desiderio di volere portare ogni pena e fadiga infino a la morte in salute de l’anime. Quanto piú sostiene, piú dimostra che m’ami; amandomi, piú cognosce della mia veritá; e quanto piú cognosce, piú sente pena e dolore intollerabile de l’offesa mia.

Tu dimandavi di sostenere e di punire e’ difecti altrui sopra di te; e tu non t’avedevi che tu dimandavi amore, lume e cognoscimento della veritá. Perché giá ti dixi che quanto era maggiore l’amore, tanto cresce il dolore e la pena. A cui cresce amore, cresce dolore. Adunque Io vi dico che voi dimandiate, e egli vi sará dato. Io non denegarò a chi mi dimanderá in veritá. Pensa che egli è tanto unito l’amore della divina caritá, che è ne l’anima, con la perfecta pazienzia, che non si può partire l’una che non si parta l’altra. E però debba l’anima, come elegge d’amare me, cosí elegga di portare per me pene in qualunque modo, e di qualunque cosa Io le concedo. La pazienzia non si pruova se non nelle pene, e la pazienzia è unita con la caritá, come decto è. Adunque portate virilmente, altrimenti non sareste né dimostrareste d’essere sposi della mia veritá e figliuoli fedeli, né che voi fuste gustatori del mio onore né della salute de l’anime.

CAPITOLO VI

Come ogni virtú e ogni defecto si fa col mezzo del proximo.

—Ché io ti fo a sapere che ogni virtú si fa col mezzo del prossimo, e ogni difecto. Chi sta in odio di me fa danno al proximo e a se medesimo che è principale prossimo. Fagli[12] danno in generale e in particulare. In generale è perché sète tenuti d’amare il prossimo vostro come voi medesimi; amandolo dovete sovenirlo spiritualmente con l’orazione e con la parola, consigliandolo e aitandolo spiritualmente e temporalmente secondo che fa bisogno alla sua necessitá, almeno volontariamente, non avendo altro. Non amando me, non ama lui; non amandolo, non el soviene; offende innanzi se medesimo che si tolle la grazia, e offende il prossimo tollendoli, perché non gli dá l’orazione e i dolci desidèri che è tenuto d’offerire dinanzi a me per lui. Ogni sovenire che egli fa debba uscire della dileczione che egli gli ha per amore di me.

Cosí ogni male si fa per mezzo del prossimo, cioè che, non amando me, non è nella caritá sua. E tucti e’ mali dependono perché l’anima è privata della caritá di me e del prossimo suo. Non facendo bene, séguita che fa male; facendo male, verso cui el fa e dimostra? verso se medesimo in prima e del proximo; non verso di me, ché a me non può fare danno se none in quanto Io reputo facto a me quello che fa ad altrui. Fa danno a sé di colpa, la qual colpa el priva della grazia; peggio non si può fare. Al proximo fa danno non dandoli el debito che gli debba dare della dileczione e dell’amore, col quale amore il debba sovenire con l’orazione e sancto desiderio offerto a me per lui.

Questo è uno sovenimento generale che si debba fare a ogni creatura che ha in sé ragione. Utilitá particulari sonno quelle che si fanno a coloro che vi sonno piú da presso dinanzi agli occhi vostri, de’ quali sète tenuti di sovenire l’uno a l’altro con la parola e doctrina e exemplo di buone operazioni, e in tucte l’altre cose che si vede che egli abbi bisogno; consigliandolo schiectamente come se medesimo e senza passione di proprio amore. Egli non el fa, perché giá è privato della dileczione verso di lui. Sí che vedi che, non facendolo, gli fa danno particulare; e non tanto che gli facci danno non facendoli quel bene che egli può, ma e’ gli fa male e danno assiduamente. Come? Per questo modo: el peccato si fa actuale e mentale; mentale è giá facto, ché ha conceputo piacere del peccato e[13] odio della virtú, cioè del proprio amore sensitivo, il quale l’ha privato de l’affecto della caritá el quale debba avere a me e al proximo suo. E poi che egli ha conceputo, gli parturisce l’uno di po’ l’altro sopra del proximo, secondo che piace a la perversa volontá sensitiva, in diversi modi: alcuna volta vediamo che parturisce una crudeltá e in generale e in particulare. Generale è di vedere sé e le creature in dampnazione e in caso di morte per la privazione della grazia; ed è tanto crudele che non si soviene, sé né altrui, de l’amore della virtú e odio del vizio; anco come crudele distende actualmente piú la crudeltá sua, cioè che non tanto che egli dia exemplo di virtú, ma egli, come malvagio, piglia l’officio delle dimonia, traendo, giusta ’l suo potere, la creatura da la virtú e conducendola nel vizio. Questa è crudeltá verso l’anima che s’è facto strumento a tollarle la vita e darle la morte. Crudeltá corporale usa per cupiditá, ché non tanto che egli sovenga il proximo del suo, ma egli tolle l’altrui, robbando le poverelle, e alcuna volta per acto di signoria e alcuna volta con inganno e con frode facendo ricomprare le cose del proximo e spesse volte la propria persona. O crudeltá miserabile, la quale sarai privata della misericordia mia, se esso non torna a pietá e benivolenzia verso di lui!

E alcuna volta parturisce parole ingiuriose, doppo le quali parole spesse volte séguita l’omicidio. E alcuna volta parturisce disonestá nella persona del proximo, per la quale ne diventa animale bruto, pieno di puzza; e non atosca né uno né due, ma chi se gli appressima con amore e conversazione ne rimane atoscato.

In cui parturisce la superbia? solo nel proximo per propria reputazione di sé; unde ne traie dispiacere del proximo suo, reputandosi maggiore di lui, e per questo modo gli fa ingiuria. Se egli ha a tenere stato di signoria, parturisce ingiustizia e crudeltá ed è rivenditore delle carni degli uomini.

O carissima figliuola, duolti de l’offesa mia e piagne sopra questi morti, acciò che con l’orazione si distruga la morte loro! Or vedi che da qualunque lato, e di qualunque maniera di genti, tu vedi tucti parturire i peccati sopra del proximo, e farli col[14] suo mezzo. In altro modo non farebbe mai peccato neuno, né occulto né palese: occulto è quando non gli dá quello che gli debba dare; palese è quando parturisce e’ vizi, sí come Io ti dixi.

Adunque bene è la veritá che ogni offesa facta a me si fa col mezzo del proximo.

CAPITOLO VII

Come le virtú s’aoperano col mezzo del proximo, e perché le virtú sono poste tanto differenti ne le creature.

—Decto t’ho come tucti e’ peccati si fanno col mezzo del proximo per lo principio che ti posi, perché erano privati dell’affecto della caritá, la quale caritá dá vita a ogni virtú; e cosí l’amore proprio, il quale tolle la caritá e dileczione del proximo, è principio e fondamento d’ogni male. Tucti gli scandali, e odio e crudeltá e ogni inconveniente procede da questa perversa radice de l’amore proprio. Egli ha avelenato tucto quanto el mondo e infermato el corpo mistico della sancta Chiesa e l’universale corpo della religione cristiana, perché Io ti dixi che nel proximo si fondavano tucte le virtú, e cosí è la veritá.

Io sí ti dixi che la caritá dava vita a tucte le virtú, e cosí è: che veruna virtú si può avere senza la caritá, cioè che la virtú s’acquisti per puro amore di me. Ché poi che l’anima ha cognosciuta sé, come di sopra dicemmo, ha trovata umilitá e odio della propria passione sensitiva, cognoscendo la legge perversa che è legata nelle membra sue che sempre impugna contra lo spirito. E però s’è levata con odio e dispiacimento d’essa sensualitá, conculcandola socto la ragione con grande sollicitudine; e in sé ha trovata la larghezza della mia bontá per molti benefizi che ha ricevuti da me, e’ quali tucti ritruova in se medesima. E il cognoscimento che ha trovato di sé il retribuisce a me per umilitá, cognoscendo che per grazia Io l’abbi tracto della tenebre e recato a lume di vero cognoscimento.[15]

E poi che ha cognosciuta la mia bontá, l’ama senza mezzo ed amala con mezzo: cioè senza mezzo di sé e di sua propria utilitá; e amala col mezzo della virtú (la quale virtú ha conceputa per amor di me), perché vede che in altro modo non sarebbe grato né accepto a me se non concepesse l’odio del peccato e amore delle virtú. E poi che l’ha conceputa per affecto d’amore, subbito la parturisce al proximo suo, ché in altro modo non sarebbe veritá che egli l’avesse conceputa in sé. Ma come in veritá m’ama, cosí fa utilitá al proximo suo; e non può essere altrementi, perché l’amore di me e del proximo è una medesima cosa, e tanto quanto l’anima ama me, tanto ama lui, perché l’amore verso di lui esce di me.

Questo è quel mezzo che io v’ho posto acciò che exercitiate e proviate la virtú in voi: che, non potendo fare utilitá a me, dovetela fare al proximo. Questo manifesta che voi aviate me per grazia ne l’anima vostra; facendo fructo in lui di molte e sancte orazioni con dolce e amoroso desiderio, cercando l’onore di me e la salute de l’anime. Non si ristá mai l’anima inamorata della mia veritá di fare utilitá a tucto el mondo, in comune e in particulare, poco e assai, secondo la disposizione di colui che riceve e de l’ardente desiderio di colui che dá, sí come di sopra fu manifestato quando ti dichiarai che pura la pena, senza il desiderio, non era sufficiente a punire la colpa.

Poi che egli ha facto utilitá per l’amore unitivo che ha facto in me, per lo quale ama lui, disteso l’affecto alla salute di tucto quanto il mondo, sovenendo alla sua necessitá, ingegnasi (poi che ha facto bene a sé per lo concipere la virtú, unde ha tracta la vita della grazia) di ponere l’occhio a la necessitá del proximo in particulare. Poi che mostrato l’ha generalmente a ogni creatura che ha in sé ragione, per affecto di caritá, come decto è, ed egli soviene quelli da presso, secondo diverse grazie che Io gli ho date a ministrare: chi di doctrina, cioè con la parola consigliando schiectamente senza alcuno rispecto; chi con exemplo di vita. E questo debba fare ogniuno, e dare edificazione al proximo di sancta e onesta vita.[16]

Queste sonno le virtú, e molte altre, le quali non potresti narrare, che si parturiscono nella dileczione del proximo. Perché l’ho poste tanto differenti che Io non ho dato tucto a uno, anco a cui ne do una, e a cui ne do un’altra particulare? poniamo che una non ne possa avere che tucte non l’abbi, perché tucte le virtú sono legate insieme. Ma dolle molte, quasi come per capo di tucte l’altre virtú; cioè che a cui darò principalmente la caritá, e a cui la giustizia, e a cui l’umilitá, e a cui una fede viva; ad altri una prudenzia, una temperanzia, una pazienzia; ad altri una fortezza. Queste e molte altre darò ne l’anima differentemente a molte creature: poniamo che l’una di queste sia posta per uno principale obiecto di virtú ne l’anima, disponendosi piú a conversazione principale con essa che con l’altre; e per questo affecto di questa virtú trae a sé tucte l’altre virtú, ché (come decto è) elle sono tucte legate insieme ne l’affecto della caritá.

E cosí molti doni e grazie di virtú e d’altro, spiritualmente e corporalmente (corporalmente dico per le cose necessarie per la vita de l’uomo), tucte l’ho date in tanta differenzia che non l’ho poste tucte in uno, perché abbi materia, per forza, d’usare la caritá l’uno con l’altro. Ché ben potevo fare gli uomini dotati di ciò che bisogna e secondo il corpo e secondo l’anima; ma Io volsi che l’uno avesse bisogno de l’altro, e fussero miei ministri a ministrare le grazie e i doni che hanno ricevuti da me. Ché voglia l’uomo o no, non può fare che per forza non usi l’acto della caritá. È vero che, se ella non è facta e donata per amore di me, quello acto non gli vale quanto a grazia.

Sí che vedi che acciò che essi usassero la virtú della caritá, Io gli ho facti miei ministri e posti in diversi stati e variati gradi. Questo vi mostra che nella Casa mia ha molte mansioni, e che Io non voglio altro che amore. Però che ne l’amore di me compie l’amore del proximo; compíto l’amore del proximo, ha observata la legge: ciò che può fare d’utilitá, secondo lo stato suo, colui che è legato in questa dileczione, sí el fa.[17]

CAPITOLO VIII

Come le virtú si pruovano e fortificano per li loro contrari.

—Hotti decto come egli fa utilitá al proximo, nella quale utilitá mostra l’amore che ha a me. Ora ti dico che nel proximo pruova in se medesimo la virtú della pazienzia nel tempo della ingiuria che riceve da lui. E pruova l’umilitá nel superbo, e pruova la fede ne l’infedele, e pruova la vera speranza in colui che none spera, e la giustizia nello ingiusto, e la pietá nel crudele, e la mansuetudine e benignitá ne l’iracundo.

Tucte le virtú si pruovano e parturiscono nel proximo, sí come gl’iniqui parturiscono ogni vizio nel proximo loro. Se tu vedi bene, l’umilitá è provata nella superbia: cioè che l’umile spegne la superbia, però che ’l superbo non può fare danno a l’umile; né la infidelitá dello iniquo uomo, che non ama né spera in me, a colui che è fedele a me non diminuisce né la fede, né la speranza in colui che l’ha conceputa in sé per amore di me: anco la fortifica e la pruova nella dileczione de l’amore del proximo. Ché conciosiacosa che egli el vegga infedele e senza speranza in me e in lui (ché colui che non ama me non può avere fede né speranza in me, anco la pone nella propria sensualitá, la quale egli ama), el servo fedele mio non lassa però che fedelmente non l’ami e che sempre con esperanza non cerchi in me la salute sua. Sí che vedi che nella loro infidelitá e mancamento di speranza pruova la virtú della fede. In questo e ne l’altre cose nelle quali è bisogno di provarla, egli la pruova in sé e nel proximo suo.

E cosí la giustizia non diminuisce per le sue ingiustizie, anco dimostra di provare la giustizia, cioè che dimostra che egli è giusto per la virtú della pazienzia; come la benignitá e mansuetudine nel tempo de l’ira si manifesta con la dolce pazienzia; e la invidia, dispiacimento e odio con la dileczione della caritá, fame e desiderio della salute de l’anime.[18]

Anco ti dico che non tanto che si pruovi la virtú in coloro che rendono bene per male, ma Io ti dico che spesse volte gictará carboni accesi di fuoco di caritá, el quale dissolve e l’odio e il rancore del cuore e della mente de l’iracundo; e da odio torna spesse volte a benivolenzia. E questo è per la virtú della caritá e perfecta pazienzia che è in colui che sostiene l’ira de l’iniquo, portando e sopportando e’ difecti suoi.

Se tu raguardi la virtú della fortezza e perseveranzia, ella è provata nel molto sostenere, nelle ingiurie e detraczioni degli uomini, e’ quali spesse volte, quando per ingiuria e quando con lusinghe, il vogliono ritrare da seguitare la via e doctrina della veritá, in tucto è forte e perseverante se la virtú della fortezza è dentro conceputa; alora la pruova nel proximo, come decto t’ho. E se ella, al tempo che è provata con molti contrari, non facesse buona pruova, non sarebbe virtú in veritá fondata.[19]


[21]

TRACTATO DE LA DISCREZIONE

CAPITOLO IX

Qui comincia el tractato de la discrezione. E prima, come l’affecto non si die ponere principalmente ne la penitenzia ma ne le virtú. E come la discrezione riceve vita da l’umilitá, e come rende ad ciascuno el debito suo.

—Queste sonno le sancte e dolci operazioni che io richieggio da’ servi miei: ciò sonno queste virtú intrinseche de l’anima, provate come detto ho; non solamente quelle virtú che si fanno con lo strumento del corpo, cioè con acto di fuore o con diverse e varie penitenzie, le quali sonno strumento di virtú, ma non virtú. Ché se solo fusse questo, senza le virtú di sopra contiate, poco sarebbe piacevole a me: anco, spesse volte, se l’anima non facesse la penitenzia sua discretamente, cioè che l’affecto suo fusse principalmente posto nella penitenzia cominciata, impedirebbe la sua perfeczione. Ma debbalo ponere ne l’affecto de l’amore, con odio sancto di sé, e con vera umilitá e perfecta pazienzia, e ne l’altre virtú intrinseche de l’anima, con fame e desiderio del mio onore e salute de l’anime. Le quali virtú dimostrano che la volontá sia morta, e continuamente s’uccide sensualmente per affecto d’amore di virtú.

Con questa discrezione debba fare la penitenzia sua: cioè di pònare il principale affecto nelle virtú piú che nella penitenzia. La penitenzia die fare come strumento per augmentare la virtú, secondo che è bisogno e che si vede di potere fare secondo la misura della sua possibilitá. In altro modo, cioè facendo il fondamento sopra la penitenzia, impedirebbe la sua perfeczione, perché non sarebbe facta con lume di cognoscimento di sé e della mia bontá discretamente. E non pigliarebbe la veritá mia, ma indiscretamente farebbe, non amando quello[22] che Io piú amo e odiando quello che Io piú odio. Ché «discrezione» non è altro che uno vero cognoscimento che l’anima debba avere di sé e di me; in questo cognoscimento tiene le sue radici.

Ella è uno figliuolo che è innestato e unito con la caritá. È vero che ha molti figliuoli, sí come uno arbore che abbi molti rami; ma quello che dá vita a l’arbore e a’ rami è la radice se ella è piantata nella terra de l’umilitá (la quale è balia e nutrice della caritá), dove egli sta innestato questo figliuolo e arbore della discrezione. Ché altrementi non sarebbe virtú di discrezione e non producerebbe fructo di vita, se ella non fusse piantata nella virtú de l’umilitá, perché l’umilitá procede dal cognoscimento che l’anima ha di sé. E giá ti dixi che la radice della discrezione era uno vero cognoscimento di sé e della mia bontá; unde subbito rende a ogniuno discretamente il debito suo.

E principalmente il rende a me, rendendo gloria e loda al nome mio; e retribuisce a me le grazie e i doni che vede e cognosce avere ricevuti da me. E a sé rende quello che si vede avere meritato, cognoscendo sé non essere; e l’essere suo, el quale ha, cognosce avere avuto per grazia da me; e ogni altra grazia, che ha ricevuta sopra l’essere, la retribuisce a me e non a sé. Parle essere ingrata a tanti benefizi e negligente in non avere exercitato il tempo e le grazie ricevute, e però le pare essere degna delle pene. Alora si rende odio e dispiacimento nelle colpe sue.

E questo fa la virtú della discrezione, fondata nel cognoscimento di sé con vera umilitá. Ché se questa umilitá non fusse ne l’anima (come decto è), sarebbe indiscreta e non discreta. La quale indiscrezione sarebbe posta nella superbia, come la discrezione è posta ne l’umilitá. E però indiscretamente, sí come ladro, furarebbe l’onore a me e darebbelo a sé per propria reputazione; e quello che è suo porrebbe a me, lagnandosi e mormorando de’ misteri miei e’ quali Io adoperasse in lui o ne l’altre mie creature; d’ogni cosa si scandelizzarebbe in me e nel proximo suo.[23]

El contrario che fanno coloro che hanno la virtú della discrezione: che, poi che hanno renduto il debito che detto è a me e a loro, rendono poi al proximo il principale debito de l’affecto della caritá e de l’umile e continua orazione. El quale debba rendere ciascuno l’uno a l’altro; e rendeli debito di doctrina, di sancta e onesta vita per exemplo, consigliandolo e aitandolo secondo che gli è di bisogno a la salute sua, come di sopra ti dixi.

In ogni stato che l’uomo è, o signore o prelato o subdito, se egli ha questa virtú, ogni cosa che fa e rende al proximo suo fa discretamente e con affecto di caritá, perché elle sonno legate e innestate insieme e piantate nella terra della vera umilitá, la quale esce del cognoscimento di sé.

CAPITOLO X

Similitudine come la caritá, l’umilitá e la discrezione sono unite insieme; a la quale similitudine l’anima si debba conformare.

—Sai come stanno queste tre virtú? come se tu avessi uno cerchio tondo posto sopra la terra; e nel mezzo del cerchio escisse uno arbore con uno figliuolo dallato unito con lui. L’arbore si notrica nella terra che contiene la larghezza del cerchio, ché se egli fusse fuore della terra, l’arbore sarebbe morto e non darebbe fructo infino che non fusse piantato nella terra.

Or cosí ti pensa che l’anima è uno arbore facto per amore, e però non può vivere altro che d’amore. È vero che, se ella non ha amore divino di perfecta caritá, non produce fructo di vita ma di morte. Conviensi che la radice di questo arbore, cioè l’affecto de l’anima, stia e non esca del cerchio del vero cognoscimento di sé; el quale cognoscimento di sé è unito in me che non ho né principio né fine, sí come el cerchio che è tondo; ché quanto tu ti vai ravollendo dentro nel cerchio, non truovi né fine né principio; e pure dentro vi ti truovi. Questo cognoscimento di sé e di me in sé, truova e sta sopra[24] la terra della vera umilitá; la quale è tanto grande quanto la larghezza del cerchio, cioè il cognoscimento che ha avuto di sé, unito in me come decto è. Ché altrimenti non sarebbe cerchio senza fine né senza principio: anco avarebbe principio, avendo cominciato a cognoscere sé, e finirebbe nella confusione se questo cognoscimento non fusse unito in me.

Alora l’arbore della caritá si nutrica ne l’umilitá, mectendo il figliuolo dallato della vera discrezione per lo modo che decto t’ho. El mirollo de l’arbore, cioè de l’affecto della caritá che è ne l’anima, è la pazienzia; la quale è uno segno dimostrativo che dimostra me essere ne l’anima e l’anima unita in me. Questo arbore cosí dolcemente piantato gicta fiori odoriferi di virtú, con molti e divariati sapori; egli rende fructo di grazia a l’anima e fructo d’utilitá al proximo secondo la sollicitudine di chi vorrá ricevere de’ fructi de’ servi miei. A me rende odore di gloria e loda al nome mio; e cosí fa quello per che Io el creai, e da questo giogne al termine suo, cioè me, che so’ vita durabile che non gli posso essere tolto se egli non vuole.

Tucti quanti e’ fructi che escono de l’arbore sonno conditi con la discrezione, perché sonno uniti insieme, come detto t’ho.

CAPITOLO XI

Come la penitenzia e gli altri exercizi corporali si debbono prendere per strumento da venire a virtú e non per principale affecto. E del lume de la discrezione in diversi altri modi e operazioni.

—Questi sonno e’ fructi e l’operazioni che Io richieggio da l’anima: la pruova delle virtú al tempo del bisogno. E però ti dixi, se bene ti ricorda giá cotanto tempo, quando desideravi di fare grande penitenzia per me, dicendo:—Che potrei io fare che io sostenesse pena per te?—E Io ti risposi nella mente tua, dicendo:—Io so’ colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni;—per dimostrarti che non colui che solamente mi chiamará col suono della parola:—Signore, Signore, io vorrei fare[25] alcuna cosa per te;—né colui che per me desidera e vuole mortificare il corpo con le molte penitenzie, senza uccidere la propria volontá, m’era molto a grado. Ma Io volevo le molte operazioni del sostenere virilmente e con pazienzia, e l’altre virtú che contiate t’ho, intrinseche de l’anima, le quali tucte sonno operative, che aduoperano fructo di grazia.

Ogni altra operazione, posta in altro principio che questo, Io le reputo essere chiamare solo con la parola, perché elle sonno operazioni finite. E Io, che so’ infinito, richieggio infinite operazioni, cioè infinito affecto d’amore. Voglio che l’operazioni di penitenzia e d’altri exercizi, e’ quali sonno corporali, siano posti per strumento e non per principale affecto. Ché se fusse posto el principale affecto ine, mi sarebbe data cosa finita, e farebbe come la parola che, escita che è fuore della bocca, non è piú; se giá la parola non escisse con l’affecto de l’anima, il quale concipe e parturisce in veritá la virtú; cioè che l’operazione finita (la quale t’ho chiamata «parola») fusse unita con l’affecto della caritá. Alora sarebbe grata e piacevole a me, perché non sarebbe sola ma accompagnata con la vera discrezione, usando l’operazioni corporali per strumento e non per principale capo.

Non sarebbe convenevole che principio e capo si facesse solo nella penitenzia o in qualunque acto di fuore corporale, ché giá ti dixi che elle erano operazioni finite. E finite sonno: sí perché elle sonno facte in tempo finito, e sí perché alcuna volta si conviene che la creatura le lassi, o che elle gli sieno facte lassare. Quando le lassa per necessitá di non potere fare quello acto che ha cominciato, per diversi accidenti che gli vengono, o per obbedienzia che sará comandato dal prelato suo, che facendole, non tanto che egli meritasse, ma egli offendarebbe. Sí che vedi che elle sonno finite. Debba dunque pigliare per uso e non per principio; ché, pigliandole per principio, di bisogno è che in alcuno tempo le lassi, e l’anima alora rimane vòta.

E questo vi mostrò il glorioso Pavolo mio banditore quando dixe nella epistola sua che voi mortificaste il corpo e uccideste[26] la propria volontá: cioè sapere tenere a freno il corpo, macerando la carne, quando volesse inpugnare contra lo spirito; ma la volontá vuole essere in tucto morta e abnegata e sottoposta a la volontá mia. La quale volontá s’uccide con quello debito che Io ti dixi che la virtú della discrezione rendeva a l’anima: cioè odio e dispiacimento de l’offese e della propria sensualitá, il quale acquistò nel cognoscimento di sé.

Questo è quello coltello che uccide e taglia ogni proprio amore fondato nella propria volontá. Or costoro sonno quegli che non mi dánno solamente parole ma molte operazioni. Dicendo «molte» non ti pongo numero, perché l’affecto de l’anima fondato in caritá, che dá vita a tucte le virtú, debba giognere in infinito. E none schifo però la parola, ma dixi ch’Io volevo poche parole, mostrandoti che ogni operazione actuale era finita, e però le chiamai «poche»; ma pure mi piacciono quando sonno poste per strumento di virtú e non per principale virtú.

E però non debba veruno dare giudicio di ponere maggiore perfeczione nel grande penitente, che si dá molto a uccidere il corpo suo, che in colui che ne fa meno; però che, come Io t’ho decto, none sta ine la virtú né il merito loro; però che male ne starebbe chi non può fare, per legiptime cagioni, operazione e penitenzia actuale; ma sta solo nella virtú della caritá, condita col lume della vera discrezione, però che altrimenti non varrebbe. E questo amore la discrezione il dá senza fine e senza modo verso di me, però che so’ somma e etterna veritá; non pone legge né termine a l’amore col quale egli ama me, ma bene il pone con modo e con caritá ordinata verso el proximo suo.

El lume della discrezione, la quale esce della caritá, come decto t’ho, dá al proximo amore ordinato, cioè con ordinata caritá che non fa danno di colpa a sé per fare utilitá al proximo. Ché se uno solo peccato facesse per campare tucto il mondo de lo ’nferno, o per adoperare una grande virtú, non sarebbe caritá ordinata con discrezione: anco sarebbe indiscreta, perché licito non è di fare una grande virtú e utilitá al proximo con colpa di peccato. Ma la discrezione sancta è ordinata in questo[27] modo: che l’anima tucte le potenzie sue dirizza a servire me virilmente con ogni sollicitudine, e il proximo ama con affecto d’amore ponendo la vita del corpo per salute de l’anime, se fusse possibile, mille volte; sostenendo pene e tormenti perché abbi vita di grazia. E la substanzia sua temporale pone in utilitá ed in sovenimento del corpo del proximo suo.

Questo fa el lume della discrezione che esce della caritá. Sí che vedi che discretamente rende e debba rendere, ogni anima che vuole la grazia, a me amore infinito e senza modo, e al proximo (col mio amore infinito) amare lui con modo e caritá ordinata, come detto t’ho, non rendendo male di colpa a sé per utilitá altrui. E di questo v’amuní sancto Pavolo quando disse che la caritá si debba prima muovere da sé; altrimenti non sarebbe utilitá altrui d’utilitá perfecta. Ché quando la perfeczione non è ne l’anima, ogni cosa è imperfecta: e ciò che aduopera e in sé e in altrui. Non sarebbe cosa convenevole che per salvare le creature, che sonno finite e create da me, fussi offeso Io, che so’ Bene infinito; piú sarebbe grave solo quella colpa, e grande, che non sarebbe il fructo che farebbe per quella colpa.

Sí che colpa di peccato in veruno modo tu non debbi fare; la vera caritá il cognosce, perché ella porta seco el lume della sancta discrezione. Ella è quello lume che dissolve ogni tenebre, e tolle la ignoranzia, e ogni virtú condisce; e ogni strumento di virtú actuale è condito da lei. Ella ha una prudenzia che non può essere ingannata; ella ha una fortezza che non può essere venta; ella ha una perseveranzia grande infino al fine che tiene dal cielo a la terra, cioè dal cognoscimento di me al cognoscimento di sé; da la caritá mia a la caritá del proximo. Con vera umilitá campa e passa tucti e’ lacciuoli del dimonio e delle creature con la prudenzia sua. Con la mano disarmata, cioè col molto sostenere, ha sconficto el dimonio e la carne con questo dolce e glorioso lume, perché con esso cognobbe la sua fragilitá, e cognoscendola le rende il debito de l’odio. Ha conculcato el mondo e messoselo sotto e’ piei de l’affecto. Spregiandolo e tenendolo a vile n’è facto signore, facendosene beffe.[28]

E però gli uomini del mondo non possono tollere le virtú de l’anima; ma tucte le loro persecuzioni sonno acrescimento e provamento della virtú. La quale prima è conceputa per affecto d’amore, come decto è, e poi si pruova nel proximo e si parturisce sopra di lui. E cosí t’ho mostrato che, se ella non si vedesse e rendesse lume al tempo della pruova dinanzi da l’uomo, non sarebbe veritá che la virtú fusse conceputa. Perché giá ti dixi e hotti manifestato che virtú non può essere, che sia perfecta, che dia fructo, senza el mezzo del proximo. Se non come la donna che ha conceputo in sé il figliuolo, che se ella non il parturisce che venga dinanzi a l’occhio della creatura, non si reputa lo sposo d’avere figliuolo; cosí Io che so’ sposo de l’anima, se ella non parturisce il figliuolo della virtú nella caritá del proximo, mostrandolo, secondo che è di bisogno, in comune e in particulare, sí come Io ti dixi; dico che in veritá non avará conceputa la virtú in sé. E cosí dico el vizio che tucti si commectono col mezzo del proximo.

CAPITOLO XII

Repetizione d’alcune cose giá decte, e come Dio promecte refrigerio a’ servi suoi e la reformazione de la sancta Chiesa col mezzo del molto sostenere.

—Ora hai veduto che Io, Veritá, t’ho mostrata la veritá e la doctrina per la quale tu venga e conservi la grande perfeczione. E anco t’ho dichiarato in che modo si satisfa la colpa e la pena, in te e nel proximo tuo, dicendoti che la pena che sostiene la creatura mentre che è nel corpo mortale, non è sofficiente la pena in se sola a satisfare la colpa e la pena, se giá ella non fusse unita con l’affecto della caritá e con la vera contrizione e dispiacimento del peccato, come decto t’ho.

Ma la pena alora satisfa quando è unita la pena con la caritá: non per virtú di veruna pena actuale che si sobstenga, ma per virtú della caritá e dolore della colpa commessa. La quale[29] caritá è acquistata col lume de l’intellecto, con cuore schiecto e liberale raguardando in me, obiecto, che so’ essa caritá. Tucto questo t’ho mostrato perché tu mi dimandavi di volere portare. Hottelo mostrato acciò che tu e gli altri servi miei sappiate in che modo e come dovete fare sacrifizio di voi a me. Sacrifizio, dico, actuale e mentale unito insieme, sí come è unito el vasello con l’acqua che si presenta al Signore: ché l’acqua senza il vasello non si potrebbe presentare; el vaso senza l’acqua, portandolo, non sarebbe piacevole a lui. Cosí vi dico che voi dovete offerire a me il vasello delle molte fadighe actuali per qualunque modo Io ve le concedo; non eleggendo voi né luogo né tempo né fadighe a modo vostro, ma a mio. Ma questo vasello debba essere pieno, cioè portandole tucte con affecto d’amore e con vera pazienzia; portando e sopportando e’ difecti del proximo vostro con odio e dispiacimento del peccato. Alora si truovano queste fadighe (le quali t’ho poste per uno vasello) piene de l’acqua della grazia mia, la quale dá vita a l’anima; alora Io ricevo questo presente da le dolci spose mie, cioè da ogni anima che mi serve. Ricevo, dico, da loro gli anxietati desidèri, lagrime e sospiri loro, umili e continue orazioni; le quali cose sono tucte uno mezzo che, per l’amore che Io l’ho, placano l’ira mia sopra e’ nemici miei de gl’iniqui uomini che tanto m’offendono.

Sí che sostiene virilmente infino alla morte; e questo mi sará segno che voi in veritá m’amiate. E non dovete vòllere il capo indietro a mirare l’aratro per timore di veruna creatura né per tribolazioni: anco nelle tribolazioni godete. El mondo si rallegra facendovi molta ingiuria, e voi sète contristati nel mondo per le ingiurie e offese che mi vedete fare, per le quali offendendo me offendono voi; e offendendo voi offendono me, perché so’ facto una cosa con voi. Ben vedi tu che avendovi data la imagine e similitudine mia, e perdendo voi la grazia per lo peccato, per réndarvi la vita della grazia unii la mia natura in voi, velandola della vostra umanitá. E cosí, essendo voi imagine mia, presi la imagine vostra, prendendo forma umana.[30]

Sí che Io so’ una cosa con voi, se giá l’anima non si diparte da me per la colpa del peccato mortale. Ma chi m’ama sta in me, e Io in lui; e però el mondo il perseguita, perché ’l mondo non ha conformitá con meco; e però perseguitò l’unigenito mio Figliuolo infino a l’obrobriosa morte della croce. E cosí fa a voi: egli vi perseguita e perseguitará in fino a la morte perché me non ama; ché se ’l mondo avesse amato me, e voi amarebbe. Ma rallegratevi, ché l’allegrezza vostra sará piena in celo.

Anco ti dico che quanto ora abondará piú la tribolazione nel corpo mistico della sancta Chiesa, tanto abondará piú in dolcezza ed in consolazione. E questa sará la dolcezza sua: la reformazione de’ sancti e buoni pastori, e’ quali sonno fiori di gloria, cioè che rendono gloria e loda al nome mio, rendendomi odore di virtú fondate in veritá. E questa è la reformazione de’ fiori odoriferi dei miei ministri e pastori. Non che abbi bisogno il fructo di questa sposa d’essere riformato, perché non diminuisce né si guasta mai per li difecti de’ ministri. Sí che rallegratevi, tu e ’l padre de l’anima tua e gli altri miei servi, ne l’amaritudine; ché Io, Veritá etterna, v’ho promesso di darvi refrigerio, e doppo l’amaritudine vi darò consolazione (col molto sostenere) nella reformazione della sancta Chiesa.

CAPITOLO XIII

Come questa anima per la responsione divina crebbe insiememente e mancò in amaritudine; e come fa orazione a Dio per la Chiesa sancta sua e per lo popolo suo.

Alora l’anima anxietata e affocata di grandissimo desiderio, conceputo ineffabile amore nella grande bontá di Dio, cognoscendo e vedendo la larghezza della sua caritá che con tanta dolcezza aveva degnato di rispondere a la sua petizione, e di satisfare dandole speranza a l’amaritudine, la quale aveva conceputa per l’offesa di Dio e danno della sancta Chiesa e miseria[31] sua propria (la quale vedeva per cognoscimento di sé), mitigava l’amaritudine, e cresceva l’amaritudine; perché avendole il sommo ed etterno Padre manifestata la via della perfeczione e nuovamente le mostrava l’offesa sua e il danno de l’anime, sí come di socto dirò piú distesamente.

Perché nel cognoscimento che l’anima fa di sé, cognosce meglio Dio, cognoscendo la bontá di Dio in sé; e nello specchio dolce di Dio cognosce la dignitá e la indegnitá sua medesima: cioè la dignitá della creazione, vedendo sé essere imagine di Dio e datole per grazia e non per debito. E nello specchio della bontá di Dio dico che cognosce l’anima la sua indegnitá nella quale è venuta per la colpa sua. Però che come nello specchio meglio si vede la macula della faccia de l’uomo specchiandosi dentro nello specchio, cosí l’anima che, con vero cognoscimento di sé, si leva per desiderio con l’occhio de l’intellecto a raguardarsi nello specchio dolce di Dio, per la puritá, che vede in lui, meglio cognosce la macula della faccia sua.

E perché el lume e il cognoscimento era maggiore in quella anima per lo modo decto, era cresciuta una dolce amaritudine, ed era scemata l’amaritudine. Era scemata per la speranza che le die’ la prima Veritá; e sí come il fuoco cresce quando gli è data la materia, cosí crebbe il fuoco in quella anima per sí facto modo che possibile non era a corpo umano a potere sostenere che l’anima non si partisse dal corpo. Unde, se non che era cerchiata di fortezza da Colui che è somma fortezza, non l’era possibile di camparne mai.

Purificata l’anima dal fuoco della divina caritá, la quale trovò nel cognoscimento di sé e di Dio, e cresciuta la fame con la speranza della salute di tucto quanto el mondo e della reformazione della sancta Chiesa, si levò con una sicurtá dinanzi al sommo Padre, avendole mostrato la lebbra della sancta Chiesa e la miseria del mondo, quasi con la parola di Moisé dicendo:

—Signore mio, vòlle l’occhio della tua misericordia sopra el popolo tuo e sopra el corpo mistico della sancta Chiesa; però che piú sarai tu gloriato di perdonare a tante creature e dar lo’ lume di cognoscimento (ché tucte ti rendarebbero laude[32] vedendosi campare per la tua infinita bontá da la tenebre del peccato mortale e da l’etterna dampnazione) che tu non sarai solamente di me miserabile che tanto t’ho offeso e la quale so’ cagione e strumento d’ogni male. E però ti prego, divina etterna caritá, che tu facci vendecta di me e facci misericordia al popolo tuo. Mai dinanzi ala presenzia tua non mi partirò infino che io vedrò che tu lo’ facci misericordia.

E che sarebbe a me che io vedesse me avere vita e il popolo tuo la morte? e che la tenebre si levasse nella sposa tua, che è essa luce, principalmente per li miei difecti e de l’altre tue creature? Voglio dunque, e per grazia tel dimando, che abbi misericordia al popolo tuo per la caritá increata che mosse te medesimo a creare l’uomo a la imagine e similitudine tua dicendo: «Facciamo l’uomo a la imagine e similitudine nostra». E questo facesti volendo tu, Trinitá etterna, che l’uomo participasse tucto te, alta, etterna Trinitá. Unde gli desti la memoria perché ritenesse i benefizi tuoi, nella quale participa la potenzia di te, Padre etterno; e destili l’intellecto acciò che cognoscesse, vedendo, la tua bontá e participasse la sapienzia de l’unigenito tuo Figliuolo; e destili la volontá acciò che potesse amare quello che lo ’ntellecto vide e cognobbe de la tua veritá participando la clemenzia dello Spirito sancto.

Chi ne fu cagione che tu ponessi l’uomo in tanta dignitá? L’amore inextimabile col quale raguardasti in te medesimo la tua creatura e inamorastiti di lei, e però la creasti per amore e destile l’essere acciò che ella gustasse e godesse il tuo etterno bene. Vego che per lo peccato commesso perdecte la dignitá nella quale tu la ponesti; per la rebellione che fece a te cadde in guerra con la clemenzia tua, cioè che diventammo nemici tuoi. Tu, mosso da quel medesimo fuoco con che tu ci creasti, volesti ponere il mezzo a reconciliare l’umana generazione che era caduta nella grande guerra, acciò che della guerra si facesse la grande pace. E destici el Verbo de l’unigenito tuo Figliuolo, il quale fu tramezzatore fra noi e te.

Egli fu nostra giustizia che sopra di sé puní le nostre ingiustizie; e fece l’obbedienzia tua, Padre etterno, la quale gli[33] ponesti quando el vestisti della nostra umanitá, pigliando la natura e imagine nostra umana. Oh abisso di caritá! qual cuore si può difendere che non scoppi a vedere l’altezza discesa a tanta bassezza quanta è la nostra umanitá? Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra per l’unione che hai facta ne l’uomo, velando la Deitá etterna con la miserabile nuvila e massa corrocta d’Adam. Chi n’è cagione? L’amore. Tu, Dio, se’ facto uomo, e l’uomo è facto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo e prego che facci misericordia a le tue creature.

CAPITOLO XIV

Come Dio si lamenta del popolo cristiano, e singularmente de’ ministri suoi, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo e del benefizio de la Incarnazione.

Alora Dio, vollendo l’occhio della sua misericordia verso di lei, lassandosi costrignere a le lagrime e lassandosi legare a la fune del sancto desiderio suo, lagnandosi diceva:

—Figliuola dolcissima, la lagrima mi costrigne perché è unita con la mia caritá ed è gictata per amore di me; e léganomi e’ penosi desidèri vostri. Ma mira e vede come la sposa mia ha lordata la faccia sua; come è lebbrosa per immondizia e amore proprio e infiata superbia e avarizia di coloro che si pascono al pecto suo, cioè la religione cristiana, corpo universale; e anco il corpo mistico della sancta Chiesa; ciò dico de’ miei ministri, e’ quali sonno quelli che si pascono e stanno alle mamelle sue. E non tanto che essi si pascano, ma essi hanno a pascere e tenere a queste mamelle l’universale corpo del popolo cristiano e di qualunque altro volesse levarsi dalla tenebre della infidelitá e legarsi come membro nella Chiesa mia.

Vedi con quanta ignoranzia e con quanta tenebre e con quanta ingratitudine è ministrato, e con mani inmonde, questo glorioso lacte e Sangue di questa sposa? e con quanta presumpzione e inreverenzia è ricevuto? E però quella cosa che dá[34] vita, spesse volte, per loro difecto, loro dá morte, cioè il prezioso sangue de l’unigenito mio Figliuolo, el quale tolse la morte e la tènabre e donò la luce e la veritá, e confuse la bugia.

Ogni cosa donò questo sangue e adoperò intorno a la salute e a compire la perfeczione ne l’uomo, a chi si dispone a ricévare; ché, come dá vita e dota l’anima d’ogni grazia (poco e assai, secondo la disposizione e affecto di colui che riceve), cosí dá morte a colui che iniquamente vive. Sí che da la parte di colui che riceve, ricevendolo indegnamente con la tenebre del peccato mortale, a costui gli dá morte e non vita. Non per difecto del Sangue, né per difecto del ministro che fusse in quello medesimo male o maggiore: però che ’l suo male non guasta né lorda il Sangue, né diminuisce la grazia e virtú sua, e però non fa male a colui a cui egli el dá; ma a se medesimo fa male di colpa, alla quale gli séguita la pena se esso non si corregge con vera contrizione e dispiacimento della colpa sua.

Dico dunque che fa danno a colui che ’l riceve indegnamente, non per difecto del Sangue né del ministro (come decto è), ma per la sua mala disposizione e difecto suo, che con tanta miseria e immondizia ha lordata la mente e il corpo suo e tanta crudeltá ha avuta a sé e al proximo suo. A sé l’ebbe tollendosi la grazia, conculcando socto e’ piei de l’affecto suo el fructo del Sangue che trasse del sancto baptesmo, essendoli giá tolta per virtú del Sangue la macchia del peccato originale, la quale macchia trasse quando fu conceputo dal padre e dalla madre sua. E però donai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo perché la massa de l’umana generazione era corrocta per lo peccato del primo uomo Adam, e però tucti voi, vaselli facti di questa massa, eravate corrocti e non disposti ad avere vita etterna.

Unde per questo Io, altezza, unii me con la bassezza della vostra umanitá: per remediare a la corruczione e morte de l’umana generazione, e per restituirla a grazia, la quale per lo peccato perdé. Non potendo Io sostenere pena (e della colpa voleva la divina mia giustizia che n’escisse la pena) e non essendo sufficiente pure uomo a satisfare, che se egli avesse pure in alcuna[35] cosa satisfacto, non satisfaceva altro che per sé e non per l’altre creature che hanno in loro ragione (benché di questa colpa né per sé né per altrui poteva egli satisfare, perché la colpa era facta contra me che so’ infinita bontá); volendo Io pure restituire l’uomo, el quale era indebilito e non poteva satisfare per la cagione decta e perché era molto indebilito, mandai el Verbo del mio Figliuolo vestito di questa medesima natura che voi, massa corrocta d’Adam, acciò che sostenesse pena in quella natura medesima che aveva offeso e, sostenendo sopra del corpo suo infino a l’obrobriosa morte della croce, placasse l’ira mia.

E cosí satisfeci a la mia giustizia e saziai la divina mia misericordia, la quale misericordia volse satisfare a la colpa de l’uomo e disponerlo a quel bene per lo quale Io l’avevo creato. Sí che la natura umana, unita con la natura divina, fu sufficiente a satisfare per tucta l’umana generazione, non solo per la pena che sostenne nella natura finita, cioè della massa d’Adam, ma per la virtú della Deitá etterna, natura divina infinita. Unita l’una natura ne l’altra, ricevecti e acceptai el sacrifizio del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, intriso e impastato con la natura divina col fuoco della divina caritá, la quale fu quello legame che ’l tenne conficto e chiavellato in croce.

Or per questo modo fu sufficiente a satisfare la colpa la natura umana: solo per virtú della natura divina. Per questo modo fu tolta la marcia del peccato d’Adam, e rimase solo el segno, cioè inchinamento al peccato e ogni difecto corporale. Sí come la margine che rimane quando l’uomo è guarito della piaga, cosí la colpa d’Adam la quale menò marcia mortale. Venuto el grande medico de l’unigenito mio Figliuolo, curò questo infermo beiendo la medicina amara, la quale l’uomo bere non poteva perché era molto indebilito. Egli fece come la baglia che piglia la medicina in persona del figliuolo, perché ella è grande e forte, e il fanciullo non è forte a potere portare l’amaritudine. Sí che egli fu baglia, portando con la grandezza e fortezza della Deitá, unita con la natura vostra, l’amara medicina della penosa morte della croce per sanare e dare vita a voi, fanciulli indebiliti per la colpa.[36]

Solo il segno rimase del peccato originale, el quale peccato contraete dal padre e dalla madre quando sète conceputi da loro. Il quale segno si tolle da l’anima, benché non a tucto; e questo si fa nel sancto baptesmo, el quale baptesmo ha virtú e dá vita di grazia in virtú di questo glorioso e prezioso sangue. Subbito che l’anima ha ricevuto il sancto baptesmo, l’è tolto il peccato originale ed èlle infusa la grazia. E lo inchinamento al peccato (che è la margine che rimane del peccato originale, come decto è) indebilisce, e può l’anima rifrenarlo se ella vuole.

Alora el vasello de l’anima è disposto a ricévare e aumentare in sé la grazia, assai e poco, secondo che piacerà a lei di volere disponere se medesima con affecto e desiderio di volere amare e servire me. Cosí si può disponere al male come al bene, non obstante che egli abbi ricevuta la grazia nel sancto baptesmo. Unde venuto el tempo de la discrezione, per lo libero arbitrio può usare il bene e il male secondo che piace a la volontá sua. Ed è tanta la libertá che ha l’uomo, e tanto è facto forte per la virtú di questo glorioso sangue, che né dimonio né creatura il può costregnere a una minima colpa piú che egli si voglia. Tolta gli fu la servitudine e facto libero, acciò che signoreggiasse la sua propria sensualitá e avesse il fine per lo quale era stato creato.

Oh miserabile uomo che si dilecta nel loto come fa l’animale, e non ricognosce tanto benefizio quanto ha ricevuto da me; piú non poteva ricevere la miserabile creatura piena di tanta ignoranzia!

CAPITOLO XV

Come la colpa è piú gravemente punita doppo la passione di Cristo che prima, e come Dio promecte di fare misericordia al mondo e a la sancta Chiesa col mezzo dell’orazione e del patire de’ servi suoi.

—Voglio che tu sappi, figliuola mia, che per la grazia che hanno ricevuta avendoli ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, e restituita a grazia l’umana generazione (sí come decto t’ho), non ricognoscendola, ma andando sempre di male[37] in peggio e di colpa in colpa, sempre perseguitandomi con molte ingiurie e tenendo tanto a vile le grazie che Io l’ho facte e fo, che non tanto che essi se la rechino a grazia, ma e’ lo’ pare ricevere alcuna volta da me ingiuria, né piú né meno come se Io volesse altro che la loro sanctificazione; dico che lo’ sará piú duro, e degni saranno di maggiore punizione. E cosí saranno piú puniti ora, poi che hanno ricevuta la redempzione del sangue del mio Figliuolo, che innanzi la redempzione, cioè innanzi che fusse tolta via la marcia del peccato d’Adam. Cosa ragionevole è che chi piú riceve, piú renda e piú sia tenuto a colui da cui egli riceve.

Molto era tenuto l’uomo a me per l’essere che Io gli avevo dato, creandolo a la imagine e similitudine mia. Era tenuto di rendermi gloria, ed egli me la tolse e volsela dare a sé; per la qual cosa trapassò l’obedienzia mia imposta a lui e diventommi nemico. Ed Io con l’umilitá destruxi la superbia sua, umiliando la natura divina e pigliando la vostra umanitá; cavandovi dalla servitudine del dimonio, fecivi liberi; e non tanto che Io vi desse libertá, ma, se tu vedi bene, l’uomo è facto Dio, e Dio è facto uomo per l’unione della natura divina nella natura umana.

Questo è uno debito il quale hanno ricevuto, cioè il tesoro del Sangue, dove essi sonno recreati a grazia. Sí che vedi quanto essi sono piú obligati a rendere a me doppo la redempzione che inanzi la redempzione. Sonno tenuti di rendere gloria e loda a me, seguitando le vestigie della Parola incarnata de l’unigenito mio Figliuolo, e alora mi rendono debito d’amore di me e dileczione del proximo con vere e reali virtú, sí come di sopra ti dixi. Non facendolo (perché molto mi debbono amare), caggiono in maggiore offesa; e però Io per divina giustizia lo’ rendo piú gravezza di pena dando lo’ l’ecterna dampnazione. Unde molto ha piú pena uno falso cristiano che uno pagano; e piú el consuma el fuoco senza consumare, per divina giustizia, cioè affligge, e affliggendo si sentono consumare col vermine della coscienzia e nondimeno non consuma, perché i dampnati non perdono l’essere per veruno tormento che ricevano. Onde Io ti dico che essi dimandano la morte e non la[38] possono avere, perché non possono perdere l’essere. Perdêro l’essere della grazia per la colpa loro; ma l’essere no. Sí che la colpa è molto piú punita doppo la redempzione del Sangue che prima, perché hanno piú ricevuto; e non pare che se n’aveggano né si sentano de’ mali loro. Essi mi sonno facti nemici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio Figliuolo.

Uno rimedio ci ha, col quale Io placarò l’ira mia: cioè col mezzo de’ servi miei, se solliciti saranno di costrignermi con la lagrima e legarmi col legame del desiderio. Tu vedi che con questo legame tu m’hai legato; il quale legame Io ti diei perché volevo fare misericordia al mondo. E però do Io fame e desiderio ne’ servi miei verso l’onore di me e la salute de l’anime, acciò che, costrecto da le lagrime loro, mitighi el furore della divina mia giustizia.

Tolle dunque le lagrime e il sudore tuo e tra’ le della fontana della divina mia caritá tu e gli altri servi miei; e con esse lavate la faccia a la sposa mia, ché Io ti promecto che con questo mezzo le sará renduta la bellezza sua. Non con coltello né con guerra né con crudeltá riavará la bellezza sua; ma con la pace ed umili e continue orazioni, sudori e lagrime, gictate con anxietato desiderio de’ servi miei. E cosí adempirò el desiderio tuo con molto sostenere, gictando lume la pazienzia vostra nella tenebre degl’iniqui uomini del mondo. E non temete perché ’l mondo vi perseguiti, ché Io sarò per voi, e in veruna cosa vi mancará la mia providenzia.

CAPITOLO XVI

Come questa anima cognoscendo piú de la divina bontá, non rimaneva contenta di pregare solamente per lo popolo cristiano e per la sancta Chiesa, ma pregava per tucto quanto el mondo.

Alora quella anima levandosi con maggiore cognoscimento, e con grandissima allegrezza e conforto stando dinanzi a la divina Maestá, sí per la speranza che ella avea presa della divina[39] misericordia, e sí per l’amore ineffabile il quale gustava vedendo che, per amore e desiderio che Dio aveva di fare misericordia a l’uomo non obstante che fussero suoi nemici, avea dato il modo e la via a’ servi suoi come potessero costregnere la sua bontá e placare l’ira sua, si rallegrava, perdendo ogni timore nelle persecuzioni del mondo, vedendo che Dio fusse per lei. E cresceva forte il fuoco del sancto desiderio, in tanto che none stava contenta ma con sicurtá sancta dimandava per tucto quanto el mondo.

E poniamo che nella seconda petizione si conteneva el bene e l’utilitá de’ cristiani e degli infedeli, cioè nella reformazione della sancta Chiesa; nondimeno, come affamata, si stendea l’orazione sua a tucto quanto el mondo (sí come egli stesso la faceva dimandare), gridando:—Misericordia, Idio etterno, verso le tue pecorelle, sí come pastore buono che tu se’. Non indugiare a fare misericordia al mondo, però che giá quasi pare che egli non possa piú, perché al tucto pare privato de l’unione della caritá inverso di te, Veritá etterna, e verso di loro medesimi: cioè di non amarsi insieme d’amore fondato in te.

CAPITOLO XVII

Come Dio si lamenta de le sue creature razionali e maximamente per l’amore proprio che regna in loro, confortando la predecta anima ad orazione e lagrime.

Alora Dio, come ebbro d’amore verso la salute nostra, teneva modo d’accendere maggiore amore e dolore in quella anima in questo modo: mostrando con quanto amore aveva creato l’uomo, (sí come di sopra alcuna cosa dicemmo), e diceva:—Or non vedi tu che ogniuno mi percuote; e Io gli ho creati con tanto fuoco d’amore e dotatigli di grazia; e molti, quasi infiniti doni ho dati a loro per grazia e non per debito? Or vedi, figliuola, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e spezialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro medesimi, unde[40] procede ogni male. Con questo amore hanno avelenato tucto quanto il mondo, però che come l’amore di me tiene in sé ogni virtú parturita nel proximo (sí com’Io ti dimostrai), cosí l’amore proprio sensitivo, perché procede da la superbia (come il mio procede da caritá), contiene in sé ogni male. E questo male fanno col mezzo della creatura, separati e divisi da la caritá del proximo, perché me non hanno amato, né il proximo non amano, però che sonno uniti l’uno e l’altro insieme. E però ti dissi che ogni bene e ogni male era facto col mezzo del proximo, sí come Io, di sopra, questa parola ti spianai.

Molto mi posso lagnare de l’uomo che da me non ha ricevuto altro che bene, e a me dá odio facendo ogni male. Perché Io ti dissi che con le lagrime de’ servi miei mitigarei l’ira mia; e cosí ti ridico. Voi, servi miei, paratevi dinanzi con le molte orazioni e ansietati desidèri e dolore de l’offesa che è facta a me, e della dannazione loro; e cosí mitigarete l’ira mia del divino giudicio.

CAPITOLO XVIII

Come neuno può uscire de le mani di Dio, però che o egli vi sta per misericordia o elli vi sta per giustizia.

—Sappi che veruno può escire delle mie mani: però che Io so’ Colui che so’; e voi non sète per voi medesimi se non quanto sète facti da me, il quale so’ Creatore di tucte le cose che participano essere, excepto che del peccato che non è, e però non è facto da me e, perché non è in me, non è degno d’essere amato. E però offende la creatura: perché ama quel che non debba amare, cioè il peccato; e odia me che è tenuto e obligato d’amarmi, che so’ sommamente buono e hogli dato l’essere con tanto fuoco d’amore. Ma di me non possono escire: o eglino ci stanno per giustizia per le colpe loro, o essi ci stanno per misericordia. Apre dunque l’occhio de l’intellecto e mira nella mia mano, e vedrai che egli è la veritá quel ch’Io t’ho decto.[41]

Alora ella, levando l’occhio per obedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tucto l’universo mondo, dicendo Dio:—Figliuola mia, or vedi e sappi che veruno me ne può essere tolto, però che tucti ci stanno o per giustizia o per misericordia, come decto è, perché sonno miei e creati da me, e amoli ineffabilemente. E però, non obstanti le iniquitá loro, Io lo’ farò misericordia col mezzo de’ servi miei, e adempirò la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l’hai adimandata.

CAPITOLO XIX

Come questa anima crescendo nell’amoroso fuoco desiderava di sudare di sudore di sangue; e reprendendo se medesima faceva singulare orazione per lo padre dell’anima sua.

Alora quella anima come ebbra e quasi fuore di sé, crescendo el fuoco del sancto desiderio, stava quasi beata e dolorosa. Beata stava per l’unione che aveva facta in Dio, gustando la larghezza e bontá sua, tucta annegata nella sua misericordia: e dolorosa era vedendo offendere tanta bontá. E rendeva grazie a la divina Maiestá, quasi cognoscendo che Dio avesse manifestato e’ difecti delle creature perché fusse costrecta a levarsi con piú sollicitudine e maggiore desiderio.

Sentendosi rinnovare il sentimento de l’anima nella Deitá etterna, crebbe tanto el sancto e amoroso fuoco che il sudore de l’acqua, el quale ella gictava per la forza che l’anima faceva al corpo (perché era piú perfecta l’unione che quella anima aveva facta in Dio, che non era l’unione fra l’anima e il corpo, e però sudava per forza e caldo d’amore), ella lo spregiava per grande desiderio che aveva di vedere escire del corpo suo sudore di sangue; dicendo a se medesima:—O anima mia, oimè! tucto il tempo della vita tua hai perduto, e però sonno venuti tanti danni e mali nel mondo e nella sancta Chiesa; molti, in comune e in particulare. E però Io voglio che tu ora rimedisca col sudore del sangue.[42]

Veramente questa anima aveva bene tenuta a mente la doctrina che le die’ la Veritá: di sempre cognoscere sé e la bontá di Dio in sé; e il remedio che si voleva a rimediare tucto quanto el mondo, a placare l’ira e il divino giudicio, cioè con umili, continue e sancte orazioni.

Alora questa anima, speronata dal sancto desiderio, si levava molto maggiormente aprendo l’occhio de l’intellecto, e speculavasi nella divina caritá, dove vedeva e gustava quanto siamo tenuti d’amare e di cercare la gloria e loda del nome di Dio nella salute de l’anime. A questo vedeva chiamati e’ servi di Dio. E singularmente chiamava ed eleggeva la Veritá etterna el padre de l’anima sua, el quale ella portava dinanzi a la divina bontá, pregandola che infondesse in lui uno lume di grazia acciò che in veritá seguitasse essa Veritá.

CAPITOLO XX

Come senza tribolazioni portate con pazienzia non si può piacere a Dio; e però Dio conforta lei e il padre suo a portare con vera pazienzia.

Alora Dio, rispondendo a la terza petizione, cioè della fame della salute sua, diceva:

—Figliuola, questo voglio: che egli cerchi di piacere a me, Veritá, nella fame della salute de l’anime, con ogni sollicitudine. Ma questo non potrebbe né egli né tu né veruno altro avere senza le molte persecuzioni, sí come Io ti dixi di sopra, secondo ch’Io ve le concedarò.

Sí come voi desiderate di vedere il mio onore nella sancta Chiesa, cosí dovete concipere amore a volere sostenere con vera pazienzia. E a questo m’avedrò, che egli e tu e gli altri miei servi cercarete il mio onore in veritá. Alora sará egli el carissimo mio figliuolo, e riposarassi, egli e gli altri, sopra el pecto de l’unigenito mio Figliuolo, del quale Io ho facto ponte perché tucti potiate giognere al fine vostro e ricevere il fructo d’ogni vostra fadiga che avarete sostenuta per lo mio amore. Sí che portate virilemente.[43]

CAPITOLO XXI

Come, essendo rotta la strada d’andare al cielo per la disobedienzia d’Adam, Dio fece del suo Figliuolo ponte per lo quale si potesse passare.

—E perché Io ti dixi che del Verbo de l’unigenito mio Figliuolo avevo facto ponte, e cosí è la veritá, voglio che sappiate, figliuoli miei, che la strada si ruppe, per lo peccato e disobedienzia d’Adam, per sí facto modo che neuno potea giognere a vita durabile; e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per lo quale Io gli avevo creati a la imagine e similitudine mia. E non avendolo, non s’adempiva la mia veritá. Questa veritá è che Io l’avevo creato perché egli avesse vita etterna, e participasse me e gustasse la somma ed etterna dolcezza e bontá mia. Per lo peccato suo non giogneva a questo termine, e questa veritá non s’adempiva. E questo era però che la colpa aveva serrato el cielo e la porta della misericordia mia.

Questa colpa germinò spine e tribolazioni con molte molestie; la creatura trovò ribellione a se medesima subbito che ebbe ribellato a me; esso medesimo si fu ribello.

La carne impugnò subbito contra lo spirito, perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo. E tucte le cose create gli furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obedienti se egli si fusse conservato nello stato dove Io el posi. Non conservandosi, trapassò l’obedienzia mia, e meritò morte etternale ne l’anima e nel corpo.

E corse, disúbbito che ebbe peccato, uno fiume tempestoso che sempre el percuote con l’onde sue, portando fadighe e molestie da sé, e molestie dal dimonio e dal mondo. Tucti annegavate, perché veruno, con tucte le sue giustizie, non poteva giognere a vita etterna. E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, v’ho dato il ponte del mio Figliuolo, acciò che passando el fiume non annegaste. El quale fiume è il mare tempestoso di questa tenebrosa vita.[44]

Vedi quanto è tenuta la creatura a me! e quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il remedio ch’Io l’ho dato!

CAPITOLO XXII

Come Dio induce la predecta anima a raguardare la grandezza d’esso ponte, cioè per che modo tiene da la terra al cielo.

—Apre l’occhio de l’intellecto e vedrai gli acciecati e ignoranti. E vedrai gl’imperfecti e i perfecti che in veritá seguitano me, acciò che tu ti doglia della dannazione degl’ignoranti e rallegriti della perfeczione de’ dilecti figliuoli miei. Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre. Ma innanzi voglio che raguardi el ponte de l’unigenito mio Figliuolo, e vede la grandezza sua che tiene dal cielo a la terra, cioè raguarda che è unita con la grandezza della Deitá la terra della vostra umanitá. E però dico che tiene dal cielo a la terra, cioè per l’unione che Io ho facta ne l’uomo.

Questo fu di necessitá a volere rifare la via che era rocta, sí come Io ti dixi, acciò che giogneste a vita e passaste l’amaritudine del mondo. Pure, di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fusse sufficiente a passare il fiume e darvi vita etterna, cioè che pure la terra della natura de l’uomo non era sufficiente a satisfare la colpa e tollere via la marcia del peccato d’Adam, la quale marcia corruppe tucta l’umana generazione e trasse puzza da lei, sí come di sopra ti dixi. Convennesi dunque unire con l’altezza della natura mia, Deitá etterna, acciò che fusse sufficiente a satisfare a tucta l’umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa natura umana acceptasse il sacrifizio del mio Figliuolo, offerto a me per voi per tòllarvi la morte e darvi la vita.

Sí che l’altezza s’aumiliò a la terra, e della vostra umanitá unita l’una con l’altra se ne fece ponte, e rifece la strada. Perché si fece via? acciò che in veritá veniste a godere con[45] la natura angelica; e non bastarebbe a voi ad avere la vita perché ’l Figliuolo mio vi sia facto ponte, se voi non teneste per esso.

CAPITOLO XXIII

Come tutti siamo lavoratori messi da Dio a lavorare ne la vigna de la sancta Chiesa. E come ciascuno ha la vigna propria da se medesimo; e come noi tralci ci conviene essere uniti ne la vera vite del Figliuolo di Dio.

Qui mostrava la Veritá etterna che elli ci aveva creati senza noi, ma non ci salvará senza noi; ma vuole che noi ci mettiamo la volontá libera, col libero arbitrio exercitando el tempo con le vere virtú. E però subgionse a mano a mano dicendo:

—Tucti vi conviene tenere per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salute de l’anime, con pena sostenendo le molte fadighe, seguitando le vestigie di questo dolce ed amoroso Verbo. In altro modo non potreste venire a me.

Voi sète miei lavoratori che v’ho messi a lavorare nella vigna della sancta Chiesa. Voi lavorate nel corpo universale della religione cristiana; messi da me per grazia, avendovi Io dato el lume del sancto baptesmo. El quale baptesmo aveste nel corpo mistico della sancta Chiesa per le mani de’ ministri, e’ quali Io ho messi a lavorare con voi.

Voi sète nel corpo universale, ed essi sonno nel corpo mistico, posti a pascere l’anime vostre, ministrandovi el Sangue ne’ sacramenti che ricevete da lei, traendone essi le spine de’ peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sonno miei lavoratori nella vigna de l’anime vostre, legati nella vigna della sancta Chiesa.

Ogni creatura che ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna de l’anima sua; della quale la volontá col libero arbitrio nel tempo n’è facto lavoratore, cioè mentre che elli vive. Ma poi che è passato el tempo, neuno lavorío può fare, né buono né gattivo; ma mentre che elli vive può lavorare la vigna sua, nella quale Io l’ho messo. E ha ricevuta[46] tanta fortezza questo lavoratore de l’anima che né dimonio né altra creatura gli ’l può tollere se egli non vuole; però che ricevendo el sancto baptesmo si fortificò e fugli dato un coltello d’amore di virtú, e odio del peccato. El quale amore e odio truova nel Sangue, però che per amore di voi e odio del peccato morí l’unigenito mio Figliuolo, dandovi el Sangue, per lo quale Sangue aveste vita nel sancto baptesmo.

Sí che avete il coltello, el quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo, per divellere le spine de’ peccati mortali e piantare le virtú; però che in altro modo da essi lavoratori che Io ho messi nella sancta Chiesa (de’ quali ti dixi che tollevano el peccato mortale della vigna de l’anima e davanvi la grazia, ministrandovi el Sangue ne’ sacramenti che ordinati sonno nella sancta Chiesa) non ricevareste el fructo del Sangue.

Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore e dispiacimento del peccato e amore della virtú; e alora ricevarete il fructo d’esso Sangue. Ma in altro modo nol potreste ricevere, non disponendovi da la parte vostra come tralci uniti nella vite de l’unigenito mio Figliuolo, el quale dixe: «Io so’ vite vera; el Padre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci». E cosí è la veritá: che Io so’ il lavoratore, però che ogni cosa che ha essere è uscito ed esce di me. La potenzia mia è inextimabile, e con la mia potenzia e virtú governo tucto l’universo mondo. Veruna cosa è facta o governata senza me. Sí che Io so’ el lavoratore che piantai la vite vera de l’unigenito mio Figliuolo nella terra della vostra umanitá, acciò che voi, tralci uniti con la vite, faceste fructo.

E però chi non fará fructo di sancte e buone operazioni sará tagliato da questa vite, e seccarassi. Però che separato da essa vite perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco etternale, sí come il tralcio che non fa fructo, che è tagliato subbito dalla vite ed è messo nel fuoco perché non è buono ad altro. Or cosí questi cotali tagliati per l’offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia (non essendo buoni ad altro) gli mecte nel fuoco el quale dura etternalmente.[47]

Costoro non hanno lavorata la vigna loro; anco l’hanno disfacta, e la loro e l’altrui. Non solo che ci abbino messa alcuna pianta buona di virtú; ma essi n’hanno tracto il seme della grazia, el quale avevano ricevuto nel lume del sancto baptesmo, participando el sangue del mio Figliuolo, el quale fu el vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne l’hanno tracto, questo seme, e datolo a mangiare agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto e’ piei del disordinato affecto, col quale affecto hanno offeso me e facto danno a loro e al proximo.

Ma e’ servi miei non fanno cosí; e cosí dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in questa vite. E alora riportarete molto fructo, perché participarete de l’umore della vite. E stando nel Verbo del mio Figliuolo state in me, perché Io so’ una cosa con lui ed egli con meco; stando in lui seguitarete la doctrina sua; seguitando la sua doctrina participate della sustanzia di questo Verbo, cioè participate della Deitá etterna unita ne l’umanitá, traendone voi uno amore divino dove l’anima s’inebbria. E però ti dixi che participate della sustanzia della vite.

CAPITOLO XXIV

Per che modo Dio pota i tralci uniti con la predecta vite, cioè i servi suoi, e come la vigna di ciascuno è tanto unita con quella del proximo, che neuno può lavorare o guastare la sua che non lavori o guasti quella del proximo.

—Sai che modo Io tengo poi ch’e’ servi miei sonno uniti in seguitare la doctrina del dolce ed amoroso Verbo? Io gli poto, acciò che faccino molto fructo, e il fructo loro sia provato e non insalvatichisca. Sí come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore il pota perché facci migliore vino e piú; e quello che non fa fructo taglia e mecte nel fuoco. E cosí fo Io lavoratore vero: e’ servi miei che stanno in me Io gli poto con le molte tribolazioni, acciò che faccino piú fructo e migliore,[48] e sia provata in loro la virtú. E quegli che non fanno fructo sono tagliati e messi al fuoco, come decto t’ho.

Questi cotali sonno lavoratori veri, e lavorano bene l’anima loro, traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra de l’affecto loro in me. E nutricano e crescono el seme della grazia, el quale ebbero nel sancto baptesmo. Lavorando la loro, lavorano quella del proximo, e non possono lavorare l’una senza l’altra; e giá sai ch’Io ti dixi che ogni male si faceva col mezzo del proximo e ogni bene. Sí che voi sète miei lavoratori, esciti di me, sommo ed etterno lavoratore, il quale v’ho uniti e innestati nella vite per l’unione che Io ho facta con voi.

Tiene a mente che tucte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé. La quale è unita senza veruno mezzo col proximo loro, cioè l’uno con l’altro. E sonno tanto uniti che veruno può fare bene a sé che nol facci al proximo suo, né male che non il faccia a lui. Di tucti quanti voi è facta una vigna universale, cioè di tucta la congregazione cristiana, e’ quali sète uniti nella vigna del corpo mistico della sancta Chiesa, unde traete la vita.

Nella quale vigna è piantata questa vite de l’unigenito mio Figliuolo, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sète subito ribelli a la sancta Chiesa e sète come membri tagliati dal corpo che subito imputridisce. È vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare da la puzza del peccato col vero dispiacimento e ricórrire a’ miei ministri, e’ quali sonno lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del Sangue uscito di questa vite. El quale Sangue è sí facto e di tanta perfeczione che, per veruno difecto del ministro, non vi può essere tolto el fructo d’esso Sangue.

El legame della caritá è quello che gli lega con vera umilitá, acquistata nel vero cognoscimento di sé e di me. Sí che vedi che tucti v’ho messi per lavoratori. E ora di nuovo v’invito, perché ’l mondo giá viene meno, tanto sonno multiplicate le spine che hanno affogato el seme, in tanto che veruno fructo di grazia vogliono fare.[49]

Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aitiate a lavorare l’anime nel corpo mistico della sancta Chiesa. A questo v’eleggo, perch’Io voglio fare misericordia al mondo, per lo quale tu tanto mi preghi.

CAPITOLO XXV

Come la predecta anima, doppo alcune laude rendute a Dio, el prega che le mostri coloro che vanno per lo ponte predecto e quelli che non vi vanno.

Alora l’anima con ansietato amore diceva:—O inextimabile dolcissima caritá, chi non s’accende a tanto amore? Qual cuore si può difendere che non venga meno? Tu, abisso di caritá, pare che impazzi delle tue creature, come tu senza loro non potessi vivere, con ciò sia cosa che tu sia lo Dio nostro che non hai bisogno di noi. Del nostro bene a te non cresce grandezza, però che tu se’ immobile; del nostro male a te non è danno, però che tu se’ somma ed etterna bontá. Chi ti muove a fare tanta misericordia? L’amore; e non debito né bisogno che tu abbi di noi, però che noi siamo rei e malvagi debitori.

Se io veggo bene, somma ed etterna Veritá, io so’ el ladro e tu se’ lo ’npiccato per me; perché veggo el Verbo tuo Figliuolo conficto e chiavellato in croce, del quale m’hai facto ponte, secondo che hai manifestato a me, miserabile tua serva. Per la quale cosa el cuore scoppia, e non può scoppiare per la fame e desiderio che è conceputo in te. Ricordomi che tu volevi mostrare chi sono coloro che vanno per lo ponte, e chi non vi va. E però, se piacesse a la bontá tua di manifestarlo, volontieri el vedrei e l’udirei da te.[50]

CAPITOLO XXVI

Come questo benedecto ponte ha tre scaloni, per li quali si significano tre stati dell’anima. E come questo ponte, essendo levato in alto, non è però separato da la terra. E come s’intende quella parola che Cristo dixe: «Se Io sarò levato in alto, ogni cosa trarrò a me».

Alora Dio etterno per fare piú inamorare e inanimare quella anima verso la salute de l’anime, le rispose e dixe:—Prima ch’Io ti mostri quel ch’Io ti voglio mostrare e di che tu mi dimandi, ti voglio dire come il ponte sta.

Decto t’ho che egli tiene dal cielo a la terra: cioè per l’unione che Io ho facta ne l’uomo, el quale Io formai del limo della terra. Questo ponte, unigenito mio Figliuolo, ha in sé tre scaloni; delle quali le due furono fabricate in sul legno della sanctissima croce, e la terza anco sentí la grande amaritudine quando gli fu dato bere fiele ed aceto.

In questi tre scaloni cognoscerai tre stati de l’anima, e’ quali Io ti dichiararò di sotto.

El primo scalone sonno e’ piei, e’ quali significano l’affecto; però che come i piei portano el corpo, cosí l’affecto porta l’anima. E’ piei conficti ti sonno scalone acciò che tu possa giognere al costato, il quale ti manifesta el segreto del cuore. Però che salito in su’ piei de l’affecto, l’anima comincia a gustare l’affecto del cuore, ponendo l’occhio de l’intellecto nel cuore aperto del mio Figliuolo, dove truova consumato e ineffabile amore.

Consumato, dico, ché non v’ama per propria utilitá, però che utilitá a lui non potete fare, però che egli è una cosa con meco. Alora l’anima s’empie d’amore, vedendosi tanto amare. Salito el secondo, giogne al terzo, cioè a la bocca, dove truova la pace della grande guerra che prima aveva avuta per le colpe sue.

Per lo primo scalone, levando e’ piei de l’affecto dalla terra, si spoglia del vizio; nel secondo s’empí d’amore con virtú, e nel terzo gustò la pace.[51]

Sí che il ponte ha tre scaloni acciò che, salendo el primo e il secondo, potiate giognere a l’ultimo. Ed è levato in alto sí che, correndo l’acqua, non l’offende, però che in lui non fu veleno di peccato.

Questo ponte è levato in alto, e non è separato però dalla terra. Sai quando si levò in alto? Quando fu levato in sul legno della sanctissima croce, non separandosi però la natura divina dalla bassezza della terra della vostra umanitá; e però ti dixi che, essendo levato in alto, non era levato dalla terra, perché ella era unita e impastata con essa. Non era veruno che sopra el ponte potesse andare infino che egli non fu levato in alto; e però dixe egli: «Se Io sarò levato in alto, ogni cosa tirarò a me».

Vedendo la mia bontá che in altro modo non potavate essere tracti, manda’ lo perché fusse levato in alto in sul legno della croce, facendone una ancudine dove si fabricasse il figliuolo de l’umana generazione, per tollergli la morte e rivestirlo a la vita della grazia.

E però trasse ogni cosa a sé per questo modo, per dimostrare l’amore ineffabile che v’aveva, perché ’l cuore de l’uomo è sempre tracto per amore. Maggiore amore mostrare non vi poteva che dare la vita per voi. Per forza dunque è tracto da l’amore, se giá l’uomo ignorante non fa resistenzia in non lassarsi trare. Dixe dunque che, essendo levato in alto, ogni cosa trarrebbe a sé; e cosí è la veritá.

E questo s’intende in due modi. L’uno si è che, tracto il cuore de l’uomo per affecto d’amore, come decto t’ho, è tracto con tucte le potenzie de l’anima, cioè la memoria, l’intellecto e la volontá. Acordate queste tre potenzie e congregate nel nome mio, tucte l’altre operazioni che egli fa, actuali e mentali, sonno tracte piacevoli e unite in me per affecto d’amore, perché s’è levato in alto seguitando l’amore crociato. Sí che ben dixe veritá la mia Veritá dicendo: «Se Io sarò levato in alto ogni cosa trarrò a me», cioè che, tracto il cuore e le potenzie de l’anima, saranno tracte tucte le sue operazioni.

L’altro modo si è perché ogni cosa è creata in servigio dell’uomo. Le cose create sonno facte perché servano e sovengano[52] a la necessitá delle creature; e non la creatura, che ha in sé ragione, è facta per loro: anco per me, acciò che mi serva con tucto el cuore e con tucto l’affecto suo. Sí che vedi che, essendo tracto l’uomo, ogni cosa è tracta, perché ogni cosa è facta per lui.

Fu dunque di bisogno che ’l ponte fusse levato in alto, e abbi le scale, acciò che si possa salire con piú agevolezza.

CAPITOLO XXVII

Come questo ponte è murato di pietre, le quali significano le vere e reali virtú, e come in sul ponte è una bottiga, dove si dá el cibo a’ viandanti; e come chi tiene per lo ponte va ad vita, ma chi tiene di sotto per lo fiume, va ad perdizione e ad morte.

—Questo ponte si ha le pietre murate acciò che, venendo la piova, non impedisca l’andatore. Sai quali pietre sonno queste? sonno le pietre delle vere e reali virtú. Le quali pietre non erano murate innanzi alla passione di questo mio Figliuolo, e però erano impediti che neuno poteva giognere al termine suo, quantunque essi andassero per la via delle virtú. Non era ancora diserrato el cielo con la chiave del Sangue, e la piova della giustizia non gli lassava passare.

Ma, poi che le pietre furono facte e fabricate sopra el Corpo del Verbo del dolce mio Figliuolo (di cui Io t’ho decto che è ponte), egli le mura e intride la calcina, per murarle, col Sangue suo; cioè che ’l Sangue è intriso con la calcina della Deitá e con la forza e fuoco della caritá.

Con la potenzia mia murate sonno le pietre delle virtú sopra lui medesimo, però che neuna virtú è che non sia provata in lui, e da lui hanno vita tucte le virtú. E però veruno può avere virtú, che dia vita di grazia, se non da lui, cioè seguitando le vestigie e la doctrina sua. Egli ha maturate le virtú, ed egli l’ha piantate come pietre vive, murate col Sangue suo, acciò che ogni fedele possa andare expeditamente e senza veruno timore servile[53] di piova della divina giustizia, perché è ricoperto con misericordia. La quale misericordia discese di cielo nella Incarnazione di questo mio Figliuolo. Con che s’aperse? con la chiave del sangue suo.

Sí che vedi che ’l ponte è murato, ed è ricoperto con la misericordia, e su v’è la bottiga del giardino della sancta Chiesa, la quale tiene e ministra el Pane della vita, e dá bere il Sangue, acciò ch’e’ viandanti peregrini delle mie creature, stanchi, non vengano meno nella via. E per questo ha ordinato la mia caritá che vi sia ministrato el Sangue e ’l Corpo de l’unigenito mio Figliuolo tucto Dio e tucto uomo.

E passato el ponte, si giogne a la porta, la quale porta è esso ponte, per la quale tucti vi conviene intrare. E però disse Egli: «Io so’ via, veritá e vita. Chi va per me non va per la tenebre, ma per la luce». E in uno altro luogo disse la mia Veritá: che neuno poteva venire a me, se non per lui; e cosí è la veritá.

E, se bene ti ricorda, cosí ti dixi e mostrato te l’ho, volendoti fare vedere la via. Unde, se Egli dice che è via, egli è la veritá. E giá te l’ho mostrato che Egli è via in forma d’uno ponte. E dice che è veritá, e cosí è, perciò che Egli è unito con meco che so’ veritá, e chi el séguita va per la veritá. Ed è vita; e chi séguita questa vita riceve la vita della grazia e non può perire di fame, perché la Veritá vi s’è facto cibo.

Né può cadere in tenebre, perché Egli è luce, privato della bugia: anco con la veritá confuse e destrusse la bugia del dimonio, la quale elli dixe ad Eva. La quale bugia ruppe la strada del cielo; e la Veritá l’ha racconcia e murata col Sangue. Quegli che seguiranno questa via sonno figliuoli della Veritá, perché seguitano la Veritá, e passano per la porta della Veritá, e truovansi in me unito con la porta e via del mio Figliuolo, Veritá etterna, mare pacifico. Ma chi non tiene per questa via, tiene di sotto per lo fiume, la quale è via non posta con pietre, ma con acqua. E perché l’acqua non ha ritegno veruno, nessuno vi può andare che non annieghi. Cosí sonno facti e’ dilecti e gli stati del mondo. E perché l’affecto non è posto sopra[54] la pietra, ma è posto con disordinato amore nelle creature e nelle cose create, amandole e tenendole fuore di me, ed elle sonno facte come l’acqua che continuamente corre; cosí corre l’uomo come elleno, benché a lui pare che corrano le cose create che egli ama, ed egli è pur elli che continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere sé, cioè la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendoli meno o per la morte che egli lassi loro, o per mia dispensazione che le cose create sieno tolte dinanzi alle creature. Costoro seguitano la bugia tenendo per la via della bugia, e sonno figliuoli del dimonio, el quale è padre delle bugie. E perché passano per la porta della bugia, ricevono etterna dannazione.

Sí che vedi ch’Io t’ho mostrata la veritá e mostrata la bugia: cioè la via mia che è veritá e quella del dimonio che è bugia.

CAPITOLO XXVIII

Come per ciascuna di queste due strade si va con fadiga, cioè per lo ponte e per lo fiume. E del dilecto che l’anima sente in andare per lo ponte.

—Queste sonno due strade, e per ciascuna si passa con fadiga. Mira quanta è l’ignoranzia e ciechitá dell’uomo, che, essendoli facta la via, vuole tenere per l’acqua. La quale via è di tanto dilecto a coloro che vanno per essa, che ogni amaritudine lo’ diventa dolce e ogni grande peso lo’ diventa leggero. Essendo nella tenebre del corpo, truovano la luce; ed essendo mortali, truovano la vita immortale, gustando per affecto d’amore, col lume della fede, la veritá etterna che promecte di dare refrigerio a chi s’affadiga per me, che so’ grato e cognoscente, e so’ giusto, che a ogniuno rendo giustamente secondo che merita; unde ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.

El dilecto che ha colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua sufficiente a poterlo narrare, né l’orecchia a poterlo udire, né l’occhio a poterlo vedere; però che in questa vita gusta e participa di quel bene che gli è apparecchiato nella[55] vita durabile. Bene è dunque macto colui che schifa tanto bene, ed elegge, innanzi, di gustare in questa vita l’arra de l’inferno, tenendo per la via di socto, dove va con molte fadighe e senza neuno refrigerio e senza veruno bene; però che per lo peccato loro sonno privati di me che so’ sommo ed etterno Bene.

Bene hai dunque ragione di dolerti, e voglio che tu e gli altri servi miei stiate in continua amaritudine de l’offesa mia e compassione de l’ignoranzia e danno loro, con la quale ignoranzia m’offendono.

Or hai veduto e udito del ponte come egli sta; e questo ho decto per dichiarare quello ch’Io ti dissi, che era ponte l’unigenito mio Figliuolo (e cosí vedi che è la veritá), facto per lo modo che Io t’ho decto, cioè unita l’altezza con la bassezza.

CAPITOLO XXIX

Come questo ponte, essendo salito al cielo el dí de la Ascensione, non si partí però di terra.

—Poi che l’unigenito mio Figliuolo ritornò a me, doppo la resurrexione quaranta dí, questo ponte si levò da la terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e salse in cielo per la virtú della natura mia divina, e siede da la mano dricta di me, Padre etterno. Sí come disse l’angelo a’ discepoli el dí de l’Ascensione, stando quasi come morti perché i cuori loro erano levati in alto e saliti in celo con la sapienzia del mio Figliuolo. Disse: «Non state piú qui, ché elli siede da la mano dricta del Padre».

Levato in alto e tornato a me Padre, Io mandai el Maestro, cioè lo Spirito sancto, el quale venne con la potenzia mia e con la sapienzia del mio Figliuolo e con la clemenzia sua, d’esso Spirito sancto. Egli è una cosa con meco Padre e col Figliuolo mio, unde fortificò la via della doctrina che lassò la mia Veritá nel mondo; e però, partendosi la presenzia, non si partí[56] la doctrina né le virtú, vere pietre fondate sopra questa doctrina, la quale è la via che v’ha facto questo dolce e glorioso ponte. Prima adoparò Egli, e con le sue operazioni fece la via, dando la doctrina a voi per exemplo piú che per parole: anco prima fece che Egli dicesse.

Questa doctrina certificò la clemenzia dello Spirito sancto, fortificando le menti de’ discepoli a confessare la veritá ed annunziare questa via, cioè la doctrina di Cristo crocifixo, riprendendo per mezzo di loro el mondo delle ingiustizie e de’ falsi giudici. Delle quali ingiustizie e giudicio, di socto piú distesamente ti narrarò.

Hocti decto questo acciò che ne le menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che obfuscasse la mente; cioè che volessero dire che di questo Corpo di Cristo se ne fece ponte per l’unione della natura divina unita con la natura umana. Questo veggo che egli è la veritá. Ma questo ponte si partí da noi salendo in celo. Egli ci era una via che c’insegnava la veritá vedendo l’exemplo e i costumi suoi. Ora che ci è rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranzia.

La via della doctrina sua, la quale Io t’ho decta, confermata dagli appostoli e dichiarata nel sangue de’ martiri, illuminata con lume de’ doctori e confessata per li confessori, e tractane la carta per li evangelisti, e’ quali stanno tucti come testimoni a confessare la veritá nel corpo mistico della sancta Chiesa.

Egli sonno come lucerna posta in sul candelabro, per mostrare la via della veritá, la quale conduce a vita con perfecto lume, come decto t’ho. E come te la dicono? per pruova: perché l’hanno provata in loro medesimi. Sí che ogni persona è illuminata in conoscere la veritá, se egli vuole (cioè che egli non si voglia tollere il lume della ragione col proprio disordinato amore). Sí che egli è veritá che la doctrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a trare l’anima fuore del mare tempestoso e conducerla ad porto di salute.

Sí che in prima Io vi feci el ponte del mio Figliuolo, actuale, come decto ho, conversando con gli uomini; e levato el ponte[57] actuale, rimase il ponte e la via della doctrina, come decto è, essendo la doctrina unita con la potenzia mia, con la sapienzia del Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto. Questa potenzia dá virtú di fortezza a chi séguita questa via; la sapienzia gli dá lume che in essa via cognosce la veritá; lo Spirito sancto gli dá amore, el quale consuma e tolle ogni amore proprio sensitivo fuore de l’anima, e solo gli rimane l’amore delle virtú.

Sí che in ogni modo, o actuale o per doctrina, Egli è via e veritá e vita. La quale via è il ponte che vi conduce a l’altezza del cielo. Questo volse dire quando Egli dixe: «Io venni dal Padre, e ritorno al Padre, e tornarò ad voi». Cioè a dire:—El Padre mio mi mandò a voi, e hammi facto vostro ponte, acciò che esciate del fiume e potiate giognere a la vita.—Poi dice: «E tornarò a voi. Io non vi lassarò orfani, ma mandarovi el Paraclito». Quasi dicesse la mia Veritá:—Io n’andarò al Padre e tornarò; cioè che, venendo lo Spirito sancto, il quale è decto Paraclito, vi mostrará piú chiaramente e vi confermará me, via di veritá, cioè la doctrina che Io v’ho data.—

Dixe che tornarebbe, e Egli tornò, perché lo Spirito sancto non venne solo, ma venne con la potenzia di me Padre, con la sapienzia del Figliuolo e con essa clemenzia di Spirito sancto. Vedi dunque che torna: non actuale ma con la virtú, come decto è, fortificando la strada della doctrina; la quale via e strada non può venire meno né essere tolta a colui che la vuole seguitare, perché ella è ferma e stabile e procede da me che non mi muovo.

Adunque virilmente dovete seguitare la via, e senza alcuna nuvila ma col lume della fede, la quale v’è data per principale vestimento nel sancto baptesmo.

Ora t’ho mostrato apieno e dichiarato el ponte actuale e la doctrina, la quale è una cosa insieme col ponte. E ho mostrato a l’ignorante chi gli manifesta questa via che ella è veritá, e dove stanno coloro che la ’nsegnano; e dixi che erano gli appostoli, evangelisti, martiri e confessori e i sancti doctori, posti nel luogo della sancta Chiesa come lucerna.[58]

E hocti decto e mostrato come, venendo a me, egli tornò a voi, non presenzialmente ma con la virtú, come decto t’ho, cioè venendo lo Spirito sancto sopra e’ discepoli. Però che presenzialmente non tornará se non ne l’ultimo dí del giudicio, quando verrá con la mia maiestá e potenzia divina a giudicare il mondo e a rendere bene a’ buoni e remunerarli delle loro fadighe, l’anima e il corpo insieme, e rendere male di pena etternale a coloro che iniquamente sonno vissuti nel mondo.

Ora ti voglio dire quello che Io veritá ti promissi, cioè di mostrarti quegli che vanno imperfectamente, e quegli che vanno perfectamente, e altri con la grande perfeczione, e in che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquitá loro s’aniegano nel fiume, giognendo a’ crociati tormenti.

Ora dico a voi, carissimi figliuoli miei, che voi teniate sopra el ponte e non di socto, però che quella non è la via della veritá: anco è quella della bugia, dove vanno gl’iniqui peccatori, de’ quali Io ora ti dirò. Questi sonno quegli peccatori, per li quali Io vi prego che voi mi preghiate e per li quali Io vi richieggio lagrime e sudori acciò che da me ricevano misericordia.

CAPITOLO XXX

Come questa anima, maravigliandosi de la misericordia di Dio, raconta molti doni e grazie procedute da essa divina misericordia ad l’umana generazione.

Alora quella anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere; ma quasi stando nel cospecto di Dio, diceva:—O etterna misericordia, la quale ricuopri e’ difecti delle tue creature, non mi maraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: «Io non mi ricordarò che tu m’offendessi mai». O misericordia ineffabile, non mi maraviglio che tu dica questo a coloro che escono del peccato, quando tu dici di coloro che ti perseguitano: «Io voglio che mi preghiate per loro, acciò che Io lo’ facci misericordia».[59]

O misericordia la quale esce della Deitá tua, Padre etterno, la quale governa con la tua potenzia tucto quanto el mondo! Nella misericordia tua fummo creati: nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figliuolo. La misericordia tua ci conserva, la misericordia tua fece giocare in sul legno della croce el Figliuolo tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte. E alora la vita sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immaculato Agnello. Chi rimase vinto? la morte. Chi ne fu cagione? la misericordia tua.

La tua misericordia dá vita. Ella dá lume per lo quale si conosce la tua clemenzia in ogni creatura: ne’ giusti e ne’ peccatori. Ne l’altezza del cielo riluce la tua misericordia, cioè ne’ sancti tuoi. Se io mi vollo a la terra, ella abonda della tua misericordia. Nella tenebre de l’inferno riluce la tua misericordia, non dando tanta pena a’ dannati quanta meritano.

Con la misericordia tua mitighi la giustizia; per misericordia ci hai lavati nel Sangue; per misericordia volesti conversare con le tue creature. O pazzo d’amore! non ti bastò d’incarnare, che anco volesti morire? Non bastò la morte, che anco discendesti a lo ’nferno traendone i santi padri, per adempire la tua veritá e misericordia in loro? Però che la tua bontá promecte bene a coloro che ti servono in veritá. Imperò discendesti a limbo, per trare di pena chi t’aveva servito e rendar lo’ el fructo delle loro fadighe.

La misericordia tua vego che ti costrinse a dare anco piú a l’uomo, cioè lassandoti in cibo, acciò che noi, debili, avessimo conforto, e gl’ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza de’ benefizi tuoi. E però el dái ogni dí a l’uomo, rapresentandoti nel Sacramento de l’altare nel corpo mistico della sancta Chiesa. Questo chi l’ha facto? la misericordia tua.

O misericordia, el cuore ci s’affoga a pensare di te, ché dovunque io mi vollo a pensare, non truovo altro che misericordia, O Padre etterno, perdona a l’ignoranzia mia che ho presumpto di favellare innanzi a te; ma l’amore della tua misericordia me ne scusi dinanzi alla benignitá tua.[60]

CAPITOLO XXXI

De la indignitá di quelli che passano per lo fiume, di sotto al ponte decto; e come l’anima, che passa di sotto, Dio la chiama arbore di morte, el quale tiene le radici sue principalmente in quatro vizi.

Poi che quella anima col verbo della parola ebbe un poco dilatato el cuore nella misericordia di Dio, umilemente aspectava che la promessa le fusse actenuta. E ripigliando Dio le sue parole dicea:—Carissima figliuola, tu hai narrato dinanzi da me della misericordia mia, perché Io te la déi a gustare e a vedere nella parola ch’Io ti dissi, dicendo: «Costoro sonno coloro per li quali Io vi prego che mi preghiate». Ma sappi che, senza veruna comparazione, è piú la misericordia mia verso di voi che tu non vedi, però che ’l tuo vedere è imperfecto e finito, e la misericordia mia è perfecta e infinita. Sí che comparazione non ci si può ponere se non quella che è da la cosa finita a la infinita.

Ho voluto che l’abbi gustata questa misericordia, e anco la dignitá de l’uomo (la quale di sopra ti mostrai), acciò che tu meglio conosca la crudeltá e la indegnitá degl’iniqui uomini che tengono per la via di socto. Apre l’occhio de l’intellecto, e mira costoro che volontariamente s’anniegano, e mira in quanta indegnitá essi sonno caduti per le colpe loro.

Prima è che essi sonno diventati infermi: e questo si è quando conciepêro el peccato mortale nelle menti loro, poi el parturiscono e perdono la vita della grazia. E come il morto, che veruno sentimento può adoperare, né si muove da se medesimo se non quanto egli è levato da altrui, cosí costoro, che sonno annegati nel fiume de l’amore disordinato del mondo, sonno morti a grazia. E perché egli son morti, la memoria non ritiene il ricordamento della mia misericordia; l’occhio de l’intellecto non vede né cognosce la mia veritá, perché ’l sentimento è morto, cioè che lo ’ntellecto non s’ha posto dinanzi altro che sé, con[61] l’amore morto della propria sensualitá. E però la volontá ancora è morta a la volontá mia, perché non ama altro che cose morte. Essendo morte queste tre potenzie, tucte l’operazioni sue e actuali e mentali sonno morte quanto che a grazia, e giá non si può difendere da’ nemici suoi, né aitarsi per se medesimo se non quanto è aitato da me.

Bene è vero che ogni volta che questo morto, nel quale è rimaso solo el libero arbitrio, mentre che egli è nel corpo mortale, dimanda l’aiutorio mio, el può avere; ma per sé non potrá mai. Egli è facto incomportabile a se medesimo e, volendo signoreggiare il mondo, egli è signoreggiato da quella cosa che non è, cioè dal peccato. El peccato è non cavelle, ed essi sonno facti servi e schiavi del peccato.

Io gli feci arbori d’amore con vita di grazia, la quale ebbero nel sancto baptesmo; ed essi sonno facti arbori di morte, perché sonno morti, come decto t’ho. Sai dove egli tiene la radice questo arbore? ne l’altezza della superbia, la quale l’amore sensitivo proprio di loro medesimi notrica; el suo merollo è la impazienzia, el suo figliuolo è la indiscrezione. Questi sonno quattro principali vizi, che uccidono l’anima di colui el quale ti dixi che era arbore di morte, perché non hanno tracta la vita della grazia. Dentro da l’arbore si notrica uno vermine di coscienzia; el quale, mentre che l’uomo vive in peccato mortale, è acciecato dal proprio amore, e però poco el sente.

E’ fructi di questo arbore sonno mortali, perché hanno tracto l’umore dalla radice della superbia; la tapinella anima è piena d’ingratitudine, unde le procede ogni male. E se ella fusse grata de’ benefizi ricevuti, cognoscerebbe me; e cognoscendo me, cognoscerebbe sé; e cosí starebbe nella mia dileczione. Ma ella, come cieca, si va attaccando pur per lo fiume, e non vede che l’acqua non l’aspecta.[62]

CAPITOLO XXXII

Come e’ fructi di questo arbore tanto sono diversi quanto sono diversi e’ peccati. E prima del peccato de la carnalitade.

—Tanto sonno diversi e’ fructi di questo arbore che dánno morte, quanto sonno diversi e’ peccati. Alcuni ne vedi che sonno cibo da bestie, e questi sonno quegli che immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s’involle nel loto: cosí s’invollono nel loto della carnalitá. O anima bructa, dove hai lassata la tua dignitá? Tu eri facta sorella degli angeli, ora se’ facta animale bruto, in tanta miseria che non tanto che sieno sostenuti da me, che so’ somma puritá, ma le dimonia, di cui essi sonno facti amici e servi, non possono vedere commectere tanta immondizia.

Veruno peccato è che tanto sia abominevole e tanto tolga el lume de l’intellecto, quanto questo. Questo cognobbero e’ filosofi, non per lume di grazia, perché non l’avevano; ma la natura lo’ porgeva quello lume: cioè che questo peccato obfuscava lo ’ntellecto; e però si conservavano nella continenzia per meglio studiare. E anco le ricchezze le gictavano da loro, acciò che ’l pensiere delle ricchezze non l’occupasse il cuore. Non fa cosí lo ignorante falso cristiano, el quale ha perduta la grazia per la colpa sua.

CAPITOLO XXXIII

Come el fructo d’alcuni altri è l’avarizia. E de’ mali che procedono da essa.

—Alcuni altri el fructo loro è di terra. Questi sonno e’ cupidi avari, e’ quali fanno come la talpa che sempre si notrica della terra infino a la morte; e gionti a la morte non hanno rimedio. Costoro con l’avarizia loro spregiano la mia larghezza, vendendo el tempo al proximo loro. Questi sonno gli usurai che diventano[63] crudeli e robbatori del proximo, perché nella memoria loro non hanno el ricordamento della mia misericordia. Ché se essi l’avessero avuto, non sarebbero crudeli né verso di loro né verso del proximo: anco usarebbero pietá e misericordia a se medesimi, operando le virtú, e al proximo, sovenendolo caritativamente.

Oh quanti sonno e’ mali che per questo maladecto peccato vengono! Quanti omicidii e furti e rapine, con molti guadagni inliciti e crudeltá di morte e ingiustizia del proximo! Uccide l’anima e falla diventare schiava delle ricchezze, unde non si cura d’ observare i comandamenti miei. Costui non ama persona se non per propria utilitá.

Questo vizio procede da la superbia e notrica la superbia. L’uno procede da l’altro, perché porta sempre seco la propria reputazione, sí che subbito giogne ne l’altro vizio, e cosí va di male in peggio per la miserabile superbia, la quale è piena di pareri, ed è uno fuoco che sempre germina fummo di vanagloria e di vanitá di cuore, gloriandosi di quello che non è loro; ed è una radice che ha molti rami. El principale è la propria reputazione, unde esce il volere essere maggiore che ’l proximo suo, e parturisce il cuore ficto e none schiecto né liberale, ma doppio che mostra una in lingua e un’altra ha in cuore; e occulta la veritá, e dice la bugia per utilitá sua propria; e germina una invidia, la quale è uno vermine che sempre rode e non gli lassa avere bene del suo bene proprio né de l’altrui.

Come daranno questi iniqui, posti in tanta miseria, della sustanzia loro a’ povarelli, quando essi tolgono l’altrui? Come traranno la immonda anima della immondizia, quando essi ve la mectono? che alcuna volta sonno tanto animali che le figliuole e i congionti loro non riguardano, ma con essi caggiono in molta miseria. E nondimeno la mia misericordia gli sostiene, e non comando a la terra che gl’inghioctisca, acciò che si ravegano delle colpe loro. Come dunque daranno la vita per la salute de l’anime, quando non dánno la substanzia? come daranno la dileczione, quando essi si rodono per invidia?

Oh miserabili vizi, e’ quali aterrano il cielo de l’anima! «Cielo» la chiamo, perch’Io la feci cielo, dove Io abitavo per[64] grazia celandomi dentro da lei, e facendo mansione per affecto d’amore. Ora s’è partita da me sí come adultera, amando sé e le creature e le cose create piú che me: anco di sé s’ha facto Dio, e me perseguita con molti e diversi peccati. E tucto questo fa perché non ripensa el benefizio del Sangue sparto con tanto fuoco d’amore.

CAPITOLO XXXIV

Come d’alcuni altri, e’ quali tengono stato di signoria, el loro fructo è ingiustizia.

—Altri sonno e’ quali tengono el capo alto per signoria; nella quale signoria portano la ’nsegna della ingiustizia, ingiustizia adoperando verso di me, Dio, e del proximo, e ingiustizia verso di loro. Verso di loro non si rendono el debito della virtú, e inverso di me non mi rendono el debito de l’onore, rendendo loda e gloria al nome mio, el quale sonno tenuti di rendere. Anco, come ladri, furano quello che è mio e dannolo a la serva della propria sensualitá, sí che commecte ingiustizia verso di me e verso di sé, come aciecato e ignorante, non cognoscendo me in sé. Tucto è per l’amore proprio, sí come fecero e’ giuderi e ministri della Legge, che per la invidia e amore proprio s’accecarono, e però non cognobbero la veritá de l’unigenito mio Figliuolo; e però non rendevano il debito di cognoscere vita etterna che era fra loro, come dixe la mia Veritá dicendo: «El regno di Dio è tra voi». Ma essi nol cognoscevano: perché? però che, per lo modo decto, aveano perduto el lume della ragione, e per questo modo non rendevano il debito di rendere onore e gloria a me e a lui che era una cosa con meco; e però, come ciechi, commissero la ingiustizia, perseguitandolo con molti obrobri infino a la morte della croce.

Cosí questi cotali rendono ingiustizia a loro e a me, e anco al proximo loro, ingiustamente rivendendo le carni de’ subditi loro e di qualunque altra persona a mano lo’ viene.[65]

CAPITOLO XXXV

Come per questi e per altri defecti si cade nel falso giudicio. E de la indignitá ne la quale perciò si viene.

—E per questo e altri difecti caggiono nel falso giudicio, sí come di sotto ti distendarò. Sempre si scandalizzano nelle mie operazioni, le quali tucte sonno giuste e in veritá tucte facte per amore e misericordia.

Con questo falso giudicio, col veleno della invidia e della superbia erano calunniate e giudicate ingiustamente l’operazioni del mio Figliuolo, con false bugie dicendo: «Costui el fa in virtú di Belzebub». Cosí costoro, iniqui, posti ne l’amore proprio, nella immondizia, nella superbia, ne l’avarizia, in una invidia, fondati nella perversa indiscrezione, con una impazienzia e con molti altri mali che si commectono, sempre si scandalizzano in me e ne’ servi miei, giudicando che fictivamente aduoparino la virtú. Perché ’l cuore loro è fracido e hanno guasto el gusto, però le cose buone lo’ paiono gactive, e le gactive, cioè el disordinato vivere, lo’ pare buono.

O ciechitá umana, che non guardi la tua dignitá! ché di grande se’ facto piccolo, di signore se’ facto servo della piú vile signoria che possa avere, però che tu se’ facto servo e schiavo del peccato, e tale diventi quale è quella cosa che tu servi. El peccato non è cavelle: adunque tu se’ tornato non cavelle. Hassi tolta la vita e data la morte.

Questa vita e questa signoria vi fu data per lo Verbo unigenito mio Figliuolo e glorioso ponte; essendo servi del dimonio, vi trasse della servitudine sua; feci lui servo per tollervi la servitudine, e posili l’obbedienzia per consumare la disobbedienzia d’Adam, umiliandosi esso a l’obbrobriosa morte della croce per confondere la superbia. Tucti e’ vizi destruxe con la morte sua, acciò che neuno potesse dire:—Il cotale vizio rimase che non fusse punito e fabricato con pene,—sí come ti[66] dixi di sopra, dicendo che del corpo suo aveva facto ancudine. Tucti e’ rimedi sonno posti per camparli della morte etternale, ed essi spregiano il Sangue e hannolo conculcato co’ piei del disordinato affecto.

E questa è la ingiustizia e il falso giudicio de’ quali è ripreso el mondo e sará ripreso ne l’ultimo dí del giudicio. E questo volse dire la mia Veritá quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprendará el mondo della ingiustizia e del falso giudicio». Alora fu ripreso quando mandai lo Spirito sancto sopra gli appostoli.

CAPITOLO XXXVI

Qui parla sopra quella parola che dixe Cristo quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprenderá el mondo de la ingiustizia e del falso giudicio». E qui dice come una di queste reprensioni è continua.

—Tre riprensioni sonno: l’una fu data quando lo Spirito sancto venne sopra e’ discepoli, come decto è; e’ quali, fortificati dalla potenzia mia, illuminati dalla sapienzia del Figliuolo mio dilecto, tucto ricevettero nella plenitudine dello Spirito sancto. Alora lo Spirito sancto, che è una cosa con meco e col Figliuolo mio, riprendecte il mondo per la bocca de’ discepoli con la doctrina della mia Veritá. Eglino e tucti gli altri che sonno discesi da loro seguitando la veritá, la quale intesero per mezzo di loro, riprendono el mondo. Questa è quella continua riprensione che Io fo al mondo col mezzo della sancta Scriptura e de’ servi miei, ponendosi lo Spirito sancto nelle lingue loro anunziando la mia veritá; sí come el dimonio si pone in su la lingua de’ servi suoi, cioè di coloro che passano per lo fiume iniquamente.

Questa è quella dolce reprensione posta continua, per lo modo decto, per grandissimo affecto d’amore che Io ho a la salute de l’anime. E non possono dire:—Io non ebbi chi mi riprendesse;—però che giá l’è mostrata la veritá, mostrando lo’ el vizio e la virtú, e facto lo’ vedere il fructo della virtú[67] e il danno del vizio, per dar lo’ amore e timore sancto con odio del vizio e amore della virtú. E giá non l’è stata mostrata questa doctrina e veritá per angelo, acciò che non possano dire:—L’angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della carne come noi, né la gravezza del corpo nostro.—Questo l’è tolto, che nol possono dire; perché ella è stata data dalla mia Veritá, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.

Chi sonno stati gli altri che hanno seguitato questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi, con la impugnazione della carne contra lo spirito, sí come ebbe il glorioso Pavolo mio banditore; e cosí di molti altri sancti e’ quali, chi da una cosa e chi da un’altra, sonno stati passionati. Le quali passioni Io permectevo e permecto per acrescimento di grazia e per aumentare la virtú ne l’anime loro: e cosí nacquero di peccato come voi, e notricati d’uno medesimo cibo; e cosí so’ Io Dio ora come alora; non è infermata né può infermare la mia potenzia. Sí che Io posso sovenire e voglio, e so sovenire a chi vuole essere sovenuto da me. Alora vuole essere sovenuto da me, quando esce del fiume e va per lo ponte seguitando la doctrina della mia Veritá.

Sí che non hanno scusa però che sonno ripresi, ed è llo’ mostrata la veritá continuamente. Unde, se essi non si correggeranno mentre che essi hanno el tempo, saranno condennati nella seconda reprensione, la quale si fará ne l’ultima extremitá della morte, dove grida la mia giustizia dicendo: «Surgite, mortui; venite ad iudicium»; cioè: tu che se’ morto a grazia e morto giogni a la morte corporale, lévati su, e viene dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume spento della fede. El quale lume traesti acceso del sancto baptesmo, e tu lo spegnesti col vento della superbia e vanitá del cuore, del quale facevi vela a’ venti che erano contrari a la salute tua; e ’l vento della propria reputazione notricavi con la vela de l’amore proprio. Unde corrivi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria volontá, seguitando la fragile carne e le molestie e temptazioni del dimonio. Il quale[68] dimonio con la vela della tua propria volontá t’ha menato per la via di socto, la quale è uno fiume corrente; unde t’ha condocto con lui insieme a l’etterna dannazione.

CAPITOLO XXXVII

De la seconda reprensione, ne la quale si riprende de la ingiustizia e del falso giudicio in generale e in particulare.

—Questa seconda reprensione, carissima figliuola, è in facto, perché è gionto a l’ultimo dove non può avere rimedio, perché s’è condocto a la extremitá della morte, dove il vermine della coscienzia (del quale Io ti dixi che era aciecato per lo proprio amore che egli aveva di sé), ora, nel tempo della morte, perché vede sé non potere escire delle mie mani, questo vermine comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difecto è condocto in tanto male. Se essa anima avesse lume che cognoscesse, e dolessesi della colpa sua non per la pena de l’inferno che ne le séguita, ma per me che m’ha offeso che so’ somma ed etterna bontá, anco trovarebbe misericordia. Ma se passa el ponto della morte senza lume, e solo col vermine della coscienzia, e senza la speranza del Sangue; o con propria passione, dolendosi del danno suo piú che de l’offesa mia; egli giogne a l’etterna dannazione.

E alora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e del falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tucte le sue operazioni; ma molto maggiormente sará ripreso della ingiustizia e giudicio particulare, il quale ha usato ne l’ultimo, cioè d’avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di lá, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia; però che piú m’è grave questo che tucti gli altri peccati che egli ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque piú e fu piú grave al mio[69] Figliuolo che non fu el tradimento che egli gli fece. Sí che sonno ripresi di questo falso giudicio: d’avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sonno puniti con le dimonia e crociati etternalmente con loro.

E sonno ripresi della ingiustizia: e questo è quando si dogliono piú del danno loro che de l’offesa mia. Alora commectono ingiustizia, perché non rendono a me quello che è mio ed a loro quello che è loro: a me debbono rendere amore e amaritudine con la contrizione del cuore, e offerirla dinanzi a me per l’offesa che m’hanno facta; ed egli fanno el contrario, ché dánno a loro amore compassionevole di loro medesimi e dolore della pena che per la colpa loro aspectano. Sí che vedi che commectono ingiustizia, e però sonno puniti dell’uno e de l’altro insieme, avendo essi dispregiata la misericordia mia. E Io, con giustizia, gli mando insieme con la serva loro crudele della sensualitá, col crudele tiranno del dimonio, di cui si fecero servi col mezzo d’essa serva della propria sensualitá loro, ché insieme siano puniti e tormentati, come insieme m’hanno offeso. Tormentati, dico, da’ miei ministri dimoni, e’ quali ha messi la mia giustizia a rendere tormento a chi ha facto male.

CAPITOLO XXXVIII

Di quattro principali tormenti de’ danpnati; a’ quali seguitano tucti gli altri e in singularitá della ladiezza del demonio.

—Figliuola, la lingua non è sufficiente a narrare la pena di queste tapinelle anime. Come sono tre principali vizi, cioè l’amore proprio di sé; unde esce il secondo, cioè la propria reputazione; e da la reputazione procede il terzo, cioè la superbia, con falsa ingiustizia e crudeltá e con altri immondi e iniqui peccati che doppo questi seguitano: cosí ti dico che ne lo ’nferno egli hanno quattro tormenti principali, a’ quali seguitano tucti gli altri tormenti.[70]

El primo si è che si vegono privati della mia visione; el quale l’è tanta pena che, se possibile lo’ fusse, eleggerebbero piuttosto el fuoco e i crociati tormenti e vedere me che stare fuore delle pene e non vedermi. Questa pena lo’ rinfresca la seconda del vermine della coscienzia, el quale sempre rode, vedendosi privato di me e della conversazione degli angeli per loro difecto, e factisi degni della conversazione delle dimonia e visione loro. El quale vedere del dimonio (che è la terza pena) gli raddoppia ogni sua fadiga.

Unde, come nella visione di me e’ sancti sempre exultano, rinfrescandosi con allegrezza il fructo delle loro fadighe che essi hanno portate per me, con tanta abondanza d’amore e dispiacimento di loro medesimi; cosí, in contrario, questi tapinelli si rinfrescano ne’ tormenti nella visione delle dimonia, però che nel vedere loro cognoscono piú sé, cioè cognoscono che per loro difecto se ne sonno facti degni. E per questo modo il vermine piú rode, e non ristá mai el fuoco di questa coscienzia d’ardere.

Ancora l’è piú pena, perché ’l vegono nella propria figura sua, la quale è tanto orribile che non è cuore d’uomo che ’l potesse imaginare. E, se ben ti ricorda, sai che, mostrandolo a te nella forma sua in piccolo spazio di tempo (che sai che quasi fu uno punto), tu eleggevi, poi che tornasti a te, prima di volere andare per una strada di fuoco, se dovesse durare infino a l’ultimo dí del giudicio, e andare sopra esso, innanzi che vederlo piú. Con tucto questo che tu vedesti, anco non sai bene quanto egli è orribile; però che si mostra, per divina giustizia, piú orribile ne l’anima che è privata di me, e piú e meno secondo la gravezza delle colpe loro.

El quarto tormento si è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, però che l’anima non si può consumare l’essere suo; e non è cosa materiale, la quale materia el fuoco la consumasse, però che ella è incorporea. Ma Io per divina giustizia ho permesso che ’l fuoco gli arda affliggitivamente, che gli affligge e non gli consuma. E affliggeli e ardeli con grandissime pene, in diversi modi, secondo la diversitá de’ peccati; chi piú e chi meno, secondo la gravezza della colpa.[71]

Sopra questi quattro tormenti escono tucti quanti gli altri: con freddo e caldo e stridore di denti. Or cosí miserabilemente, doppo la riprensione che lo’ fu facta del giudicio e della ingiustizia nella vita loro, e non si corressero in questa prima riprensione, come decto è di sopra; e nella seconda, cioè nella morte, non volsero sperare né dolersi de l’offesa mia ma sí della pena loro; hanno ricevuto morte etterna.

CAPITOLO XXXIX

De la terza reprensione, la quale si fará nel dí del giudicio.

—Ora ti resto a dire della terza riprensione, cioè de l’ultimo dí del giudicio. Giá t’ho decto delle due: ora, acciò che tu vegga bene quanto l’uomo s’inganna, ti dirò della terza, cioè del giudicio generale, nel quale a l’anima tapinella sará rinfrescata e cresciuta la pena, per l’unione che l’anima fará col corpo, con una riprensione intollerabile, la quale le genererá confusione e vergogna.

Sappi che ne l’ultimo dí del giudicio, quando verrá il Verbo mio Figliuolo con la divina mia Maiestá a riprendere il mondo con la potenzia divina, egli non verrá come povarello, sí come quando egli nacque venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni. Alora Io nascosi la potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata da la natura umana; ma lassa’ lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre.

Non verrá cosí ora in questo ultimo punto; ma verrá con potenzia a riprendere egli con la propria persona. E non sará alcuna creatura che non riceva tremore, e renderá a ogniuno il debito suo.

A’ dannati miserabili lo’ dará tanto tormento l’aspecto suo e tanto terrore che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo;[72] a’ giusti dará timore di reverenzia con grande giocunditá. Non che egli si muti la faccia sua, però che egli è immutabile, perché è una cosa con meco, secondo la natura divina. E secondo la natura umana, la faccia sua anco è immutabile, poi che prese la gloria della resurrexione. Ma a l’occhio del dannato se gli mostrarrá cotale, però che, con quello occhio terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el vedrá. Sí come l’occhio infermo che del sole, che è cosí lucido, non vede altro che tenebre; e l’occhio sano vede la luce. E questo non è per difecto della luce che si muti piú al cieco che a l’alluminato, ma è per difecto de l’occhio che è infermo. Cosí e’ dannati el veggono in tenebre, in confusione e in odio, non per difecto della divina mia Maiestá con la quale egli verrá a giudicare il mondo, ma per difecto loro.

CAPITOLO XL

Come i danpnati non possono desiderare alcuno bene.

—Egli è tanto l’odio che essi hanno, che non possono volere né desiderare veruno bene, ma sempre mi bastemmiano. E sai perché eglino non possono desiderare il bene? però che, finita la vita dell’uomo, è legato el libero arbitrio; per la qual cosa non possono meritare, perduto che essi hanno el tempo.

Se eglino finiscono in odio con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l’anima col legame de l’odio e sempre sta obstinata in quel male che ella ha, rodendosi in se medesima, e accrescele sempre pene, e spezialmente delle pene d’alcuni in particulare de’ quali ella fusse stata cagione della dannazione loro. Sí come vi dimostrò quello ricco dannato quando chiedeva di grazia che Lazzaro andasse a’ suoi frategli, e’ quali erano rimasi nel mondo, ad anunziare le pene sue. Questo giá non faceva per caritá né per compassione de’ frategli, però che egli era privato della caritá e non poteva desiderare bene né in onore di me né in salute loro; perché[73] giá t’ho decto che non possono fare alcuno bene nel proximo e me bastemmiano, perché la vita loro finí ne l’odio di me e della virtú. Ma perché dunque il faceva? però che egli era stato el maggiore e avevali notricati nelle miserie nelle quali egli era vissuto, sí che egli era cagione della dannazione loro. Per la quale cagione se ne vedeva seguitare pena, giognendo eglino al crociato tormento, con lui insieme, dove sempre in odio si rodono, perché ne l’odio finí la vita loro.

CAPITOLO XLI

De la gloria de’ beati.

—Cosí l’anima giusta, che finisce in affecto di caritá e legata in amore, non può crescere in virtú venuto meno el tempo, ma può sempre amare con quella dileczione che egli viene a me; e con quella misura gli è misurato. Sempre desidera me, e sempre m’ha; unde il suo desiderio non è votio, ma avendo fame è saziato; e saziato sí ha fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietá, e dilonga è la pena dalla fame.

Ne l’amore godono ne l’etterna mia visione, participando quel bene che Io ho in me medesimo, ognuno secondo la misura sua; cioè con quella misura de l’amore che essi sono venuti a me, con quella l’è misurato, perché sonno stati nella caritá mia e in quella del proximo, e uniti insieme con la caritá comune e con la particulare che esce pure d’una medesima caritá.

Godono ed exultano participando l’uno el bene de l’altro con l’affecto della caritá, oltre al bene universale che essi hanno tucti insieme. E con la natura angelica godono ed exultano, co’ quali e’ sancti sonno collocati, secondo le diverse e varie virtú le quali principalmente ebbero nel mondo, essendo legati tucti nel legame della caritá. Hanno una singulare participazione con coloro co’ quali strectamente d’amore singulare[74] s’amavano nel mondo. Col quale amore crescevano in grazia aumentando la virtú. L’uno era cagione a l’altro di manifestare la gloria e loda del nome mio in loro e nel proximo. Sí che poi nella vita durabile non l’hanno perduto; anco l’hanno, participando strectamente e con piú abondanzia l’uno con l’altro, aggiontolo a l’universale bene.

E non vorrei però che tu credessi che questo bene particulare, il quale Io t’ho decto che egli hanno, l’avessero solo per loro, però che non è cosí; ma è participato da tucti quanti e’ gustatori cittadini e dilecti miei figliuoli e da tucta la natura angelica. Unde, quando l’anima giogne a vita etterna, tucti participano el bene di quella anima, e l’anima del bene loro. Non che ’l vasello suo né il loro possa crescere, né che abbi bisogno d’empirsi, però che egli è pieno e però non può crescere; ma hanno una exultazione, una giocunditá, uno giubilo, una allegrezza, la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento il quale hanno trovato in quella anima. Vegono che per mia misericordia ella è levata dalla terra con la plenitudine della grazia, e cosí exultano in me nel bene di quella anima el quale ha ricevuto per la mia bontá.

E quella anima gode in me e ne l’anime e negli spiriti beati, vedendo in loro e gustando la bellezza e dolcezza della mia caritá. E’ loro desidèri sempre gridano dinanzi a me per la salvazione di tucto quanto el mondo. Perché la vita loro finí nella caritá del proximo, non l’hanno lassata; anco con essa passarono per la porta de l’unigenito mio Figliuolo per lo modo che Io di sotto ti contiarò. Sí che vedi che con quello legame de l’amore in che finí la vita loro, con quello permangono; e dura sempre etternalmente.

Essi sonno tanto conformati con la mia volontá che essi non possono volere se non quello ch’Io voglio; perché l’arbitrio loro è legato nel legame della caritá per sí facto modo che, venendo meno el tempo a la creatura che ha in sé ragione, morendo in stato di grazia, non può piú peccare. E in tanto è unita la sua volontá con la mia che, vedendo il padre o la madre il figliuolo ne l’inferno, o il figliuolo la madre, non se ne[75] curano; anco sonno contenti di vederli puniti come nemici miei. In neuna cosa si scordano da me: e’ desidèri loro sonno pieni.

El desiderio de’ beati è di vedere l’onore mio in voi viandanti, e’ quali sète peregrini che sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore desiderano la salute vostra, e però sempre mi pregano per voi. El quale desiderio è adempito da me da la parte mia, colá dove voi ignoranti non ricalcitraste a la mia misericordia. Hanno desiderio ancora di riavere la dota del corpo loro; e questo desiderio non gli affligge non avendolo actualmente, ma godono gustando per certezza che egli hanno d’avere il loro desiderio pieno; non gli affligge però che non avendolo non lo’ manca beatitudine, e però non lo’ dá pena.

E non ti pensare che la beatitudine del corpo doppo la resurrexione dia piú beatitudine a l’anima. Ché se questo fusse, seguitarebbe che infine che non avessero il corpo avarebbero beatitudine imperfecta; la qual cosa non può essere, però che in loro non manca alcuna perfeczione. Sí che non è il corpo che dia beatitudine a l’anima, ma l’anima dará beatitudine al corpo: dará de l’abondanzia sua, rivestita ne l’ultimo dí del giudicio del vestimento della propria carne la quale lassò.

Come l’anima è facta immortale, fermata e stabilita in me; cosí el corpo in quella unione diventa immortale, perduta la gravezza e facto soctile e leggiero. Unde sappi che ’l corpo glorificato passarebbe per lo mezzo del muro. Né il fuoco né l’acqua non l’offendarebbe, non per virtú sua ma per virtú de l’anima. La quale virtú è mia, data a lei per grazia e per amore ineffabile col quale Io la creai a la imagine e similitudine mia. L’occhio de l’intellecto tuo non è sufficiente a vedere, né l’orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare il bene loro.

Oh quanto dilecto hanno in vedere me che so’ ogni bene! oh quanto dilecto avaranno essendo col corpo glorificato! El quale bene ora non avendo, di qui al giudicio generale non hanno pena, perché non lo’ manca beatitudine, però che l’anima è piena in sé. La quale beatitudine participará col corpo, come decto[76] t’ho. Dicevoti del bene che avarebbe il corpo glorificato ne l’umanitá glorificata de l’unigenito mio Figliuolo, la quale vi dá certezza della vostra resurrexione. Ine exultano nelle piaghe sue, le quali sonno rimase fresche, riservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia per voi a me sommo ed etterno Padre. Tucti si conformaranno con lui in gaudio e in giocunditá; occhio con occhio e mano con mano e con tucto quanto el corpo del dolce Verbo mio Figliuolo tucti vi conformarete. Stando in me, starete in lui, perch’egli è una cosa con meco. Ma l’occhio del corpo vostro, come decto t’ho, si dilectará ne l’umanitá glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo. Questo perché? però che la vita loro finí nella dileczione della mia caritá, e però lo’ dura etternalmente.

Non che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quel che essi hanno portato, cioè che non possono fare veruno acto meritorio per lo quale essi possano meritare. Però che solo in questa vita si merita e pecca, secondo che piace a la propria volontá col libero arbitrio. Costoro none aspectano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza. E non lo’ parrá, la faccia del Figliuolo mio, terribile né piena d’odio, perché e’ sonno finiti in caritá e in dileczione di me e benivolenzia del proximo. Sí che vedi che la mutazione della faccia non sará in lui quando verrá a giudicare con la Maiestá mia, ma in coloro che saranno giudicati da lui. A’ dannati aparrá con odio e con giustizia; ne’ salvati con amore e misericordia.

CAPITOLO XLII

Come doppo el giudicio generale crescerá la pena de’ danpnati.

—Hotti narrato della dignitá de’ giusti, acciò che meglio cognosca la miseria de’ dannati. E questa è l’altra pena loro: vedere la beatitudine de’ giusti. La quale visione è a loro acrescimento di pena, come a’ giusti la dannazione de’ dannati è[77] acrescimento d’exultazione della mia bontá, perché meglio si cognosce la luce per la tenebre, e la tenebre per la luce. Sí che lo’ sará pena la visione de’ beati e con pena aspectano l’ultimo dí del giudicio, perché se ne vegono seguitare acrescimento di pena.

E cosí sará; però che in quella voce terribile quando sará decto a loro: «Surgite, mortui; venite ad iudicium», tornará l’anima col corpo. E ne’ giusti sará glorificato, e ne’ dannati sará crociato etternalmente. E grande vergogna e rimproverio ricevaranno ne l’aspecto della mia Veritá e di tucti e’ beati. El vermine della coscienzia alora rodará il mirollo de l’arbore, cioè l’anima, e la corteccia di fuore, cioè il corpo.

Rimprovarato lo’ sará el Sangue che per loro fu pagato, e l’uòpare della misericordia, le quali Io feci a loro col mezzo del mio Figliuolo, spirituali e temporali, e quello che essi dovevano fare nel proximo loro, sí come si contiene nel sancto Evangelio. Ripresi saranno della crudeltá che essi hanno avuta verso el proximo, della superbia e de l’amore proprio, della immondizia e avarizia loro.

Vedendo la misericordia che da me hanno ricevuta, rinfrescará duramente la loro riprensione. Nel ponto della morte la riceve solamente l’anima; ma nel giudicio generale la riceverá insiememente l’anima e ’l corpo, perché ’l corpo è stato compagno e strumento de l’anima a fare il bene e il male, secondo che è piaciuto a la propria volontá.

Ogni operazione buona e gactiva è facta col mezzo del corpo; e però giustamente, figliuola mia, è renduto a’ miei electi gloria e bene infinito col corpo loro glorificato, remunerandoli delle loro fadighe che per me insiememente con l’anima portò. E cosí agl’iniqui sará renduta pena etternale col mezzo del corpo loro, perché fu strumento del male.

Rinfrescarasse lo’ la pena e cresciará, riavendo el corpo loro, ne l’aspecto del mio Figliuolo. La miserabile sensualitá con la immondizia sua riceverá riprensione in vedere la natura sua, cioè l’umanitá di Cristo, unita con la puritá della Deitá mia; vedendo levata questa massa d’Adam, natura vostra, sopra tucti[78] e’ cori degli angeli, ed essi per loro difecti si veggono profondati nel profondo de l’inferno.

E vegono la larghezza e la misericordia relucere ne’ beati, ricevendo el fructo del sangue de l’Agnello; e vegono le pene che essi hanno portate, che tucte stanno per adornamento ne’ corpi loro, sí come la fregiatura sopra del panno, non per virtú del corpo, ma solo per la plenitudine de l’anima; la quale rapresenta al corpo el fructo della fadiga, perché fu compagno con lei ad adoperare la virtú, sí che apparisce di fuore. Sí come rapresenta lo specchio la faccia dell’uomo, cosí nel corpo si rapresenta el fructo delle fadighe, per lo modo che decto t’ho. Vedendo e’ tenebrosi tanta dignitá della quale essi sono privati, lo’ cresce la pena e la confusione, perché ne’ corpi loro apparisce il segno delle iniquitá, le quali commissero, con pena e crociato tormento. Unde in quella parola che essi udiranno terribile: «Andate maladecti nel fuoco etternale», egli andará l’anima e ’l corpo a conversare con le dimonia senza alcuno rimedio di speranza, aviluppandosi con tucta la puzza della terra, ogniuno per sé in diverso modo, sí come diverse sonno state le loro male operazioni: l’avaro con la puzza de l’avarizia, aviluppandosi insieme la substanzia del mondo e ardendo nel fuoco (la quale egli disordinatamente amò); el crudele con la crudeltá; lo immondo con la immondizia e miserabile concupiscenzia; lo ingiusto con le sue ingiustizie; lo invidioso con la invidia; e l’odio e rancore del proximo con l’odio. El disordinato amore proprio di loro, unde nacquero tucti e’ loro mali, ardará e dará pena intollerabile, sí come capo e principio d’ogni male, acompagnato dalla superbia. Sí che tucti in diversi modi saranno puniti, l’anima e ’l corpo insieme.

Or cosí miserabilmente giongono al fine loro questi che vanno per la via di socto, giú per lo fiume, non vollendosi a dietro a ricognoscere le colpe sue, né a dimandare la misericordia, sí come Io di sopra ti dixi. E giongono a la porta della bugia perché seguitano la doctrina del dimonio, el quale è padre delle bugie. Ed esso dimonio è porta loro, e per questa porta giongono a l’etterna dannazione, come detto è di sopra. Sí come gli electi[79] e figliuoli miei, tenendo per la via di sopra, cioè del ponte, seguitano e tengono per la via della veritá, ed essa veritá è porta. E però disse la mia Veritá: «Neuno può andare al Padre mio se non per me». Egli è la porta e la via, unde passano, a intrare in me, mare pacifico.

E cosí, in contrario, costoro sonno tenuti per la bugia, la quale lo’ dá acqua morta. E ad questo vi chiama el dimonio, ciechi e macti che non se n’avegono perché hanno perduto el lume della fede. Quasi lo’ dica el dimonio: «Chi ha sete de l’acqua morta venga a me, ché io ne gli darò».

CAPITOLO XLIII

De la utilitá de le temptazioni, e come ogni anima ne la extremitá de la morte vede e gusta el luogo suo, prima che essa anima sia separata dal corpo, cioè o pena o gloria che debba ricevere.

—Egli è facto giustiziere mio dalla mia giustizia per tormentare l’anime che miserabilmente hanno offeso me. E in questa vita gli ho posti a temptare molestando le mie creature; non perché le mie creature siano vente, ma perché esse vencano e ricevano da me la gloria della victoria, provando in loro le virtú.

E neuno in questo debba temere per veruna bactaglia né temptazione di dimonio che lo’ venga, però che Io gli ho facti forti, e dato lo’ la fortezza della volontá, fortificata nel sangue del mio Figliuolo. La quale volontá né dimonio né creatura ve la può mutare, però che ella è vostra e data da me.

Voi dunque col libero arbitrio la potete tenere e lassare, secondo che vi piace. Ella è l’arme la quale voi ponete nelle mani del dimonio, e drictamente è uno coltello col quale egli vi percuote e con esso v’ucide. Ma se l’uomo non dá questo coltello della volontá sua nelle mani del dimonio, cioè che egli consenta a le temptazioni e molestie sue, giamai non sará offeso di colpa di peccato per veruna temptazione. Anco el fortifica colá dove egli apra l’occhio de l’intellecto a vedere la[80] caritá mia. La quale caritá permecte che siate temptati solo per farvi venire a virtú e a provare la virtú.

A virtú non si viene se non per lo cognoscimento di se medesimo e per cognoscimento di me. El quale cognoscimento piú perfectamente s’acquista nel tempo della temptazione: perché alora cognosce sé non essere, non potendosi levare le pene e le molestie le quali vorrebbe fuggire; e me cognosce nella volontá (la quale è fortificata per la bontá mia) che non consente a esse cogitazioni: e perché ha veduto che la mia caritá le concede perché ’l dimonio è infermo e per sé non può cavelle se non quanto Io gli do; e Io el permecto per amore e non per odio, perché venciate e non siate venti, e perché veniate ad perfecto cognoscimento di voi e di me, e acciò che la virtú sia provata, però che ella non si pruova se non per lo suo contrario.

Dunque vedi che sonno miei ministri a crociare i dannati ne l’inferno, e in questa vita ad exercitare e provare la virtú ne l’anima. Non che la intenzione del dimonio sia per farli provare in virtú, perché egli non ha caritá, ma per privarli de la virtú, e questo non può fare se voi non volete.

Or vedi quanta è la stoltizia de l’uomo, che si fa debile colá dove Io l’ho facto forte, ed esso medesimo si mecte nelle mani delle dimonia. Unde Io voglio che tu sappi che nel punto della morte, essendo entrati nella vita loro socto la signoria del dimonio (none sforzati, però che non possono essere sforzati come decto t’ho, ma volontariamente si sonno messi nelle mani loro), giognendo poi a l’extremitá della morte con questa perversa signoria, essi non aspectano altro giudicio, ma essi medesimi ne sonno giudici con la coscienzia loro e come disperati giongono a l’etterna dannazione. Con l’odio strengono l’inferno in su la extremitá della morte; e prima che egli l’abbino, essi medesimi co’ loro signori dimoni pigliano per prezzo loro l’inferno.

Sí come e’ giusti vissuti in caritá morendo in dileczione, quando viene l’extremitá della morte, se egli è vissuto perfectamente in virtú illuminato del lume della fede, con l’occhio della fede, con perfecta speranza del sangue de l’Agnello, vegono[81] el bene il quale Io l’ho aparecchiato e con le braccia de l’amore l’abracciano, stregnendo con estrecte d’amore me, sommo e etterno Bene, ne l’ultima extremitá della morte. E cosí gustano vita etterna prima che abbino lassato el corpo mortale, cioè prima che sia separato dal corpo.

Altri che fussero passati nella vita loro con una caritá comune, che non fussero in quella grande perfeczione e giognessero a l’extremitá, costoro abracciano la misericordia mia con quello lume medesimo della fede e della speranza che ebbero quelli perfecti; ma hannola imperfecta. Ma perché costoro erano imperfecti, strinsero la misericordia mia, ponendo maggiore la misericordia mia che le colpe loro.

Gl’iniqui peccatori fanno el contrario, vedendo con la disperazione el luogo loro, e con l’odio l’abracciano, come decto t’ho. Sí che non aspectano d’essere giudicati né l’uno né l’altro; ma partonsi di questa vita, e riceve ogniuno el luogo suo, come decto t’ho. Gustanlo e possegonlo prima che si partano dal corpo nella extremitá della morte: e’ dannati co’ l’odio e disperazione, e i perfecti con l’amore e col lume della fede e con la speranza del Sangue. E gl’inperfecti con la misericordia e con quella medesima fede giongono al luogo del purgatorio.

CAPITOLO XLIV

Come el demonio sempre piglia l’anime sotto colore d’alcuno bene. E come quelli che tengono per lo fiume, e non per lo ponte predecto, sono ingannati, però che volendo fuggire le pene caggiono ne le pene; ponendo qui la visione d’uno arbore che questa anima ebbe una volta.

—Hotti decto che ’l dimonio invita gli uomini a l’acqua morta, cioè a quella che egli ha per sé, aciecando con le delicie e stati del mondo. Co’ l’amo del dilecto gli piglia socto colore di bene, però che in altro modo non gli potrebbe pigliare, però che non si lassarebbero pigliare se alcuno bene proprio o dilecto non vi trovassero, imperò che l’anima di sua natura sempre appetisce bene.[82]

Ma è vero che l’anima, aciecata da l’amore proprio, non cognosce né discerne quale sia vero bene e che gli dia utilitá a l’anima e al corpo. E però el dimonio, come iniquo, vedendo ch’egli è aciecato dal proprio amore sensitivo, gli pone e’ diversi e vari difecti e’ quali sonno colorati con colore d’alcuna utilitá e d’alcuno bene; e ad ogniuno dá secondo lo stato suo e secondo quegli vizi principali ne’ quali el vede piú disposto a ricevere. Altro dá al secolare, altro dá al religioso; altro a’ prelati, altro a’ signori; e a ciascuno secondo e’ diversi stati che essi hanno.

Questo t’ho decto perch’Io ora ti contio di costoro che s’anniegano giú per lo fiume, che neuno rispecto hanno altro che a loro, cioè d’amare loro medesimi con offesa di me; de’ quali Io t’ho contiato el fine loro. Ora ti voglio mostrare come essi s’ingannano, che volendo fuggire le pene caggiono nelle pene. Perché lo’ pare che a seguitare me, cioè tenere per la via del ponte del Verbo del mio Figliuolo, sia grande fadiga, e però si ritragono a dietro, temendo la spina. Questo è perché sonno aciecati e non vegono né cognoscono la veritá, sí come tu sai ch’Io ti mostrai nel principio della vita tua, pregandomi tu che Io facesse misericordia al mondo, traendoli della tenebre del peccato mortale.

Sai che Io alora ti mostrai me in figura d’uno arbore, del quale non vedevi né il principio né il fine, se non che vedevi che la radice era unita con la terra; e questa era la natura divina unita con la terra della vostra umanitá. A’ piei de l’arbore, se ben ti ricorda, era alcuna spina; dalla quale spina tucti coloro che amavano la propria sensualitá si dilongavano e corrivano a uno monte di lolla, nel quale ti figurai tucti e’ dilecti del mondo. Quella lolla pareva grano e non era; e però, come vedevi, molte anime dentro vi si perivano di fame, e molte, cognoscendo l’inganno del mondo, tornavano a l’arbore e passavano la spina, cioè la deliberazione della volontá.

La quale deliberazione, innanzi che ella sia facta, è una spina la quale gli pare trovare in seguitare la via della veritá. Sempre combacte da l’uno lato la coscienzia, da l’altro lato la[83] sensualitá; ma subito che, con odio e dispiacimento di sé, virilmente delibera dicendo:—Io voglio seguitare Cristo crocifixo,—rompe subbito la spina e truova dolcezza inextimabile, sí come Io alora ti mostrai, chi piú e chi meno, secondo la disposizione e sollicitudine loro.

Sai che alora Io ti dixi:—Io so’ lo Idio vostro immobile, che non mi muovo; Io non mi ritrago da veruna creatura che a me voglia venire; mostrato l’ho la veritá, facendomi visibile a loro, essendo Io invisibile; mostrato l’ho che cosa è amare alcuna cosa senza me.—Ma essi, come aciecati da la nuvila del disordinato amore, non cognoscono né me né loro. Vedi come sonno ingannati: che prima vogliono morire di fame che passare un poca di spina.

Non possono fuggire che non sostengano pena, però che in questa vita neuno ci passa senza croce, se non coloro che tengono per la via di sopra: non che essi passino senza pena, ma la pena a loro è refrigerio. E perché per lo peccato, sí come di sopra ti dixi, el mondo germinò spine e triboli, e corse questo fiume, mare tempestoso, però vi diei el ponte, acciò che voi non annegaste.

Hotti mostrato come costoro s’ingannano con uno disordinato timore, e come Io so’ lo Idio vostro che non mi muovo, e che Io non so’ acceptatore delle persone ma del sancto desiderio. E questo t’ho mostrato nella figura de l’arbore la quale Io t’ho decta.

CAPITOLO XLV

Come, avendo el mondo per lo peccato germinato spine e triboli, chi sono quelli ad cui queste spine non fanno male, bene che neuno passi questa vita senza pena.

—Ora ti voglio mostrare a cui le spine e triboli, che germinò la terra per lo peccato, fanno male e a cui no. E perché infine a ora t’ho mostrata la loro dannazione insiememente[84] con la mia bontá, e hotti decto come essi sonno ingannati dalla propria sensualitá, ora ti voglio dire come solo costoro son quegli che sonno offesi dalle spine.

Veruno che nasca in questa vita passa senza fadiga o corporale o mentale. Corporale le portano e’ servi miei, ma la mente loro è libera; cioè che non sente fadiga della fadiga, perché ha acordata la sua volontá con la mia, la quale volontá è quella cosa che dá pena a l’uomo. Pena di mente e di corpo portano costoro e’ quali Io t’ho contiati che in questa vita gustano l’arra de l’inferno; sí come i servi miei gustano l’arra di vita etterna.

Sai tu quale è il piú singulare bene che hanno e’ beati? È d’avere la volontá loro piena di quel che desiderano. Desiderano me, e desiderando me essi m’hanno e mi gustano senza alcuna rebellione, però che hanno lassata la gravezza del corpo, el quale era una legge che impugnava contra lo spirito. El corpo l’era uno mezzo che non lassava perfectamente cognoscere la veritá; né potevano vedermi a faccia a faccia, perché ’l corpo non lassava.

Ma, poi che l’anima ha lassato el peso del corpo, la volontá sua è piena, perché desiderando di vedere me ella mi vede: nella quale visione sta la vostra beatitudine. Vedendo cognosce, e cognoscendo ama, e amando gusta me sommo e etterno Bene; gustando sazia e empie la volontá sua, cioè il desiderio che egli ha di vedere e cognoscere me; desiderando ha, e avendo desidera, e, come Io ti dixi, di longa è la pena dal desiderio; e ’l fastidio dalla sazietá.

Sí che vedi ch’e’ servi miei ricevono beatitudine principalmente in vedere e conoscere me. La quale visione e cognoscimento lo’ riempie la volontá d’avere ciò che essa volontá desidera, e cosí è saziata. E però ti dixi che, singularmente, gustare vita etterna era d’avere quello che la volontá desidera. Ma sappi che ella si sazia nel vedere e cognoscere me, come decto t’ho.

In questa vita gustano l’arra di vita etterna, gustando questo medesimo del quale Io t’ho decto che essi sonno saziati. Come hanno questa arra in questa vita? Dicotelo: in vedere la mia[85] bontá in sé e in cognoscere la mia veritá; el quale cognoscimento ha l’intellecto illuminato in me, el quale è l’occhio de l’anima. Questo occhio ha la pupilla della sanctissima fede, el quale lume della fede fa discérnare e cognoscere e seguitare la via e doctrina della mia Veritá, Verbo incarnato. Senza questa pupilla della fede non vedrebbe, se non come l’uomo che ha la forma de l’occhio, ma el panno ha ricoperta la pupilla che fa vedere a l’occhio. Cosí l’occhio de l’intellecto la pupilla sua è la fede; la quale, essendovi posto dinanzi el panno della infidelitá, tracto da l’amore proprio di sé, non vede; ha la forma de l’occhio ma non el lume, perché esso se l’ha tolto.

Sí che vedi che nel vedere cognoscono, e cognoscendo amano, e amando anniegano e perdono la volontá loro propria. Perduta la loro, si vestono della mia che non voglio altro che la vostra sanctificazione. E subbito si dánno a vòllere il capo adietro da la via di socto, e cominciano a salire per lo ponte, e passano sopra le spine. E perché sonno calzati e’ piei de l’affecto loro con la mia volontá, non lo’ fa male. E però ti dixi che sostenevano corporalmente e non mentalmente, perché la volontá sensitiva è morta, la quale dá pena e affligge la mente della creatura. Tolta la volontá, è tolta la pena, e ogni cosa portano con reverenzia, reputandosi grazia d’essere tribolati per me, e non desiderano se non quel ch’Io voglio.

Se Io lo’ do pena da parte delle dimonia, permectendo lo’ le molte temptazioni per provarli nella virtú, sí come Io ti dixi di sopra, essi resistono con la volontá, la quale hanno fortificata in me, umiliandosi e reputandosi indegni della pace e quiete della mente e reputandosi degni della pena. E cosí passano con allegrezza e cognoscimento di loro senza pena affliggitiva.

Se ella è tribolazione dagli uomini, o infermitá, o povertá, o mutamento di stato nel mondo, o privazione di figliuoli o de l’altre creature le quali molto amasse (le quali tucte sonno spine che germinò la terra doppo el peccato), tucte le porta col lume della ragione e della fede sancta, raguardando me che so’ somma bontá e non posso volere altro che bene; e per bene le concedo: per amore e non per odio.[86]

E cognosciuto che hanno l’amore in me, ed essi raguardano loro, cognoscendo e’ loro difecti. E vegono col lume della fede che ’l bene debba essere remunerato e la colpa punita. Ogni piccola colpa vegono che meritarebbe pena infinita, perché è facta contra me che so’ infinito Bene; e recansi a grazia che Io in questa vita gli voglia punire e in questo tempo finito. E cosí insiememente scontiano el peccato con la contrizione del cuore, e con la perfecta pazienzia meritano, e le fadighe loro sonno remunerate di bene infinito.

Poi cognoscono che ogni fadiga di questa vita è piccola per la piccolezza del tempo. El tempo è quanto una punta d’aco e non piú; ché passato el tempo è passata la fadiga. Adunque vedi che è piccola. Essi portano con pazienzia e passano le spine actuali e non lo’ tocca el cuore, perché ’l cuore loro è tracto di loro per amore sensitivo e posto e unito in me per affecto d’amore.

Bene è dunque la veritá che costoro gustano vita etterna, ricevendo l’arra in questa vita. E stando ne l’acqua non s’immollano, passando sopra le spine non si pongono (come decto t’ho), perché hanno cognosciuto me, sommo Bene, e cercatolo colá dove egli si truova, cioè nel Verbo de l’unigenito mio Figliuolo.

CAPITOLO XLVI

De’ mali che procedono da la cechitá dell’occhio de l’intellecto. E come li beni che non sono facti in stato di grazia non vagliono ad vita etterna.

—Questo t’ho decto acciò che tu cognosca meglio e in che modo costoro gustano l’arra de l’inferno, de’ quali Io ti dixi lo inganno loro. Ora ti dirò unde procede lo inganno e come ricevono l’arra de l’inferno. Questo è perché hanno aciecato l’occhio de l’intellecto con la infedelitá tracta da l’amore proprio. Come ogni veritá s’acquista col lume della fede, cosí la bugia[87] e lo inganno s’acquista con la infidelitá. Della infedelitá, dico, di coloro che hanno ricevuto el sancto baptesmo, nel quale baptesmo fu messa la pupilla della fede ne l’occhio de l’intellecto. Venuto el tempo della discrezione, se essi s’exercitano in virtú, costoro hanno conservato el lume della fede e parturiscono le virtú vive, facendo fructo al proximo loro. Come la donna che fa el figliuolo vivo, e vivo el dá allo sposo suo; cosí costoro dánno le virtú vive a me, che so’ sposo de l’anima.

El contrario fanno questi miserabili che, venuto il tempo della discrezione, dove essi debbono exercitare el lume della fede e parturire con vita di grazia la virtú, ed essi le parturiscono morte. Morte sonno perché tucte l’operazioni loro sonno morte, essendo facte in peccato mortale, privati del lume della fede. Hanno bene la forma del sancto baptesmo ma none il lume, però che ne sonno privati per la nuvila della colpa commessa per amore proprio, la quale ha ricoperta la pupilla unde vedevano.

A costoro è decto, e’ quali hanno fede senza opera, che è morta la fede loro. Unde, come il morto non vede, cosí l’occhio, ricuperta la pupilla, come decto t’ho, non vede, né cognosce se medesimo non essere né i difecti suoi che egli ha commessi. Né cognosce la bontá mia in sé, donde ha avuto l’essere e ogni grazia che è posta sopra l’essere.

Non cognoscendo me né sé, non odia in sé la propria sensualitá; anco l’ama, cercando di satisfare a l’appetito suo: e cosí parturisce i figliuoli morti di molti peccati mortali. Né me non ama; non amando me, non ama quel ch’Io amo, cioè il proximo suo, né si dilecta d’adoperare quel che mi piace: ciò sonno le vere e reali virtú, le quali mi piacciono di vedere in voi, non per mia utilitá, però che a me non potete fare utilitá, però che Io so’ colui che so’, e veruna cosa è facta senza me, se non el peccato, che non è cavelle, perché priva l’anima di me che so’ ogni bene, privandola della grazia. Si che per vostra utilitá mi piacciono perché Io abbi di che remunerarvi in me, vita durabile.

Sí che vedi che la fede di costoro è morta, perché è senza opera; e quelle operazioni, le quali fanno, non vagliano a vita[88] etterna, perché non hanno vita di grazia. Nondimeno il bene adoperare o con grazia o senza la grazia non si debba però lassare, però che ogni bene è remunerato come ogni colpa punita. El bene che si fa in grazia, senza peccato mortale, vale a vita etterna; ma quello che si fa con la colpa del peccato mortale non vale a vita etterna: nondimeno è remunerato in diversi modi, sí come di sopra ti dixi.

Unde alcuna volta Io lo’ presto el tempo. O Io li mecto nel cuore de’ servi miei per continua orazione, per le quali orazioni escono della colpa e delle miserie loro. Alcuna volta, non ricevendo el tempo né l’orazioni per disposizione di grazia, a questi cotali l’è remunerato in cose temporali, facendo di loro come de l’animale che s’ingrassa per menarlo al macello. Cosí questi cotali che sempre hanno ricalcitrato in ogni modo a la mia bontá, pure fanno alcuno bene; none in stato di grazia, come decto t’ho, ma in peccato. Essi non hanno voluto ricevere in questa loro operazione il tempo né l’orazioni né gli altri diversi modi co’ quali Io gli ho chiamati; unde, essendo riprovati da me per li loro difecti, e la mia bontá vuole pure remunerare quella operazione, cioè quel poco del servizio che hanno facto, unde li remunero nelle cose temporali e ine s’ingrassano; e non correggendosi, giongono al supplicio etternale.

Sí che vedi che sonno ingannati. Chi gli ha ingannati? essi medesimi, perché s’hanno tolto el lume della fede viva, e vanno come aciecati palpando e actaccandosi a quel che toccano. E perché non veggono se non con l’occhio cieco, posto l’affecto loro nelle cose transitorie, però sonno ingannati e fanno come stolti che raguardano solamente l’oro e non el veleno. Unde sappi che le cose del mondo e tucti e’ dilecti e piaceri suoi se sonno presi e acquistati e posseduti senza me o con proprio e disordinato amore, essi portano drictamente la figura degli scarpioni, e’ quali al principio tuo, doppo la figura de l’arbore Io ti mostrai, dicendoti che portavano l’oro dinanzi e ’l veleno portavano dietro; e non era il veleno senza l’oro né l’oro senza el veleno, ma el primo aspecto era l’oro. E neuno si difendeva dal veleno, se non coloro che erano illuminati del lume della fede.[89]

CAPITOLO XLVII

Come non si possono observare i comandamenti che non si observino i consigli. E come in ogni stato che la persona vuole essere, avendo sancta e buona volontá, è piacevole a Dio.

—Costoro ti dixi che col coltello di due tagli (cioè con l’odio del vizio e amore delle virtú) per amore tagliavano el veleno della propria sensualitá, e col lume della ragione tenevano e possedevano. E acquistavano l’oro in queste cose mondane, chi le voleva tenere; ma chi voleva usare la grande perfeczione le spregiava actualmente e mentalmente. Questi ti dixi che observavano el consiglio actualmente, il quale lo’ fu dato e lassato da la mia Veritá. Costoro che possedevano sonno quelli che observano e’ comandamenti e i consigli mentalmente ma non actualmente. Ma però ch’e’ consigli sonno legati co’ comandamenti, neuno può observare i comandamenti che non observi e’ consigli: non actualmente ma mentalmente. Cioè che, possedendo le ricchezze del mondo, egli le possegga con umilitá e non con superbia, possedendole come cosa prestata e non come cosa sua, come elle sonno date a voi per uso da la mia bontá. Unde tanto l’avete quanto Io ve le do, e tanto le tenete quanto Io ve le lasso, e tanto ve le lasso e do quanto Io vego che faccino per la salute vostra. Per questo modo le dovete usare.

Usandole l’uomo cosí, observa el comandamento, amando me sopra ogni cosa e ’l proximo come se medesimo. Vive col cuore spogliato e gictale da sé per desiderio, cioè che non l’ama né tiene senza la mia volontá, poniamo che actualmente le possega. Observa el consiglio per desiderio, come decto t’ho, tagliandone il veleno del disordinato amore.

Questi cotali stanno nella caritá comune. Ma coloro, che observano e’ comandamenti e i consigli mentalmente e actualmente, sonno nella caritá perfecta. Con vera simplicitá observano el consiglio che dixe la mia Veritá, Verbo incarnato, a quel[90] giovano quando dimandò dicendo: «Che potrei io fare, Maestro, per avere vita etterna?» Egli disse: «Observa e’ comandamenti della Legge». Ed egli rispondendo dixe: «Io gli observo». Ed Egli dixe: «Bene, se tu vuogli essere perfecto, va’ e vende ciò che tu hai, e dállo a’ povari». El giovano alora si contristò, perché le ricchezze che egli aveva le teneva ancora con troppo amore, e però si contristò. Ma questi perfecti l’observano abandonando el mondo con tucte le delizie sue, macerando el corpo con la penitenzia e vigilia, umile e continua orazione.

Questi altri che stanno nella caritá comune, non levandosi actualmente, non ne perdono però vita etterna, perché non ne sonno tenuti; ma debbonle possedere, se eglino vogliono le cose del mondo, per lo modo che decto t’ho. Tenendole, non offendono, perché ogni cosa è buona e perfecta e creata da me, che so’ somma bontá, e facte perché servano alle mie creature che hanno in loro ragione, e non perché le creature si faccino servi e schiavi delle delizie del mondo; anco perché le tengano (se lo’ piace di tenere, non volendo andare alla grande perfeczione) non come signori ma come servi. E ’l desiderio loro debbono dare a me, e ogni altra cosa amare e tenere non come cosa loro ma come cosa prestata, come decto t’ho.

Io non so’ acceptatore delle creature né degli stati, ma de’ sancti desidèri. In ogni stato che la persona vuole stare, abbi buona e sancta volontá, ed è piacevole a me. Chi le terrá a questo modo? coloro che n’hanno mozzato el veleno con l’odio della propria sensualitá e con amore della virtú. Avendo mozzo el veleno della disordinata volontá e ordinatala con l’amore e sancto timore di me, egli può tenere ed eleggere ogni stato che egli vuole: e in ognuno sará acto ad avere vita etterna.

Poniamo che maggiore perfeczione, e piú piacevole a me, sia di levarsi mentalmente e actualmente da ogni cosa del mondo, chi non si sente di giognere ad questa perfeczione, ché la fragilitá sua non el patisse, può stare in questo stato comune, ogniuno secondo lo stato suo. E questo ha ordinato la mia bontá acciò che veruno abbi scusa di peccato in qualunque stato si sia.[91] E veramente non hanno scusa, però che Io so’ consceso alle passioni e debilezze loro per sifacto modo che, volendo stare nel mondo, possono e possedere le ricchezze e tenere stato di signoria e stare allo stato del matrimonio e notricare ed affadigarsi per li figliuoli. E qualunque stato si vuole essere, possono tenere, purché in veritá essi taglino el veleno della propria sensualitá, la quale dá morte etternale.

E drictamente ella è uno veleno che, come el veleno dá pena nel corpo, e ne l’ultimo ne muore se giá egli non s’argomenta di bomitarlo e di pigliare alcuna medicina, cosí questo scarpione del dilecto del mondo: non le cose temporali in loro, che giá t’ho decto che elle sonno buone e facte da me che so’ somma bontá, e però le può usare come gli piace con sancto amore e vero timore; ma dico del veleno della perversa volontá de l’uomo. Dico che ella avelena l’anima e dálle la morte se esso non el vomita per la confessione sancta, traendone il cuore e l’affecto. La quale è una medicina che ’l guarisce di questo veleno, poniamo che paia amara a la propria sensualitá.

Vedi dunque quanto sonno ingannati! ché possono possedere e avere me, e possono fuggire la tristizia e avere letizia e consolazione, ed essi vogliono pure male, socto colore di bene, e dánnosi a pigliare l’oro con disordinato amore. Ma perché essi sonno aciecati con molta infedelitá, non cognoscono el veleno; veggonsi avelenati e non pigliano el rimedio. Costoro portano la croce del dimonio, gustando l’arra de l’inferno.

CAPITOLO XLVIII

Come li mondani con ciò che posseggono non si possono saziare; e de la pena che dá loro la perversa volontá pur in questa vita.

—Io sí ti dixi di sopra che solo la volontá dava pena a l’uomo. E perché i servi miei sonno privati della loro e vestiti della mia, non sentono pena affliggitiva, ma sonno saziati sentendo me per grazia ne l’anime loro. Non avendo me, non possono[92] essere saziati, se essi possedessero tucto quanto el mondo; perché le cose create sonno minori che l’uomo, però che elle sonno facte per l’uomo e non l’uomo per loro: e però non può essere saziato da loro. Solo Io el posso saziare. E però questi miserabili, posti in tanta ciechitá, sempre s’affannano e mai non si saziano, e desiderano quel che non possono avere, perché non l’adimandano a me che li posso saziare.

Vuogli ti dica come essi stanno in pene? Tu sai che l’amore sempre dá pena, perdendo quella cosa con cui essi si son conformati. Costoro hanno facta conformitá per amore nella terra in diversi modi, e però terra sonno diventati. Chi fa conformitá con la ricchezza, chi nello stato, chi ne’ figliuoli, chi perde me per servire a le creature, chi fa del corpo suo uno animale bruto con molta immondizia. E cosí per diversi stati appetiscono e pasconsi di terra. Vorrebbero che fussero stabili, ed essi non sonno; anco passano come il vento, però che o essi vengono meno a loro col mezzo della morte, overo che di quello che essi amano ne sono privati per mia dispensazione. Essendone privati, sostengono pena intollerabile; e tanto la perdono con dolore quanto l’hanno posseduta con disordinato amore. Avesserle tenute come cosa prestata e non come cosa loro, lassavanle senza pena. Hanno pena perché non hanno quel che desiderano, però che, come Io ti dixi, el mondo non gli può saziare. Non essendo saziati, hanno pena.

Quante sonno le pene dello stimolo della coscienzia! quante sonno le pene di colui che appetisce vendecta! Continuamente si rode e prima ha morto sé, cioè l’anima sua, che egli ucida el nemico suo; el primo morto è egli, uccidendo sé col coltello de l’odio. Quanta pena sostiene l’avaro, che per avarizia strema la sua necessitá! quanto tormento ha lo invidioso, che sempre nel suo cuore si rode, e non gli lassa pigliare dilecto del bene del proximo suo! Di tucte quante le cose, che esso ama sensitivamente, ne trae pena con molti disordinati timori; hanno presa la croce del dimonio, gustando l’arra de l’inferno in questa vita, ne vivono infermi con molti diversi modi se essi non si corregono, e ricevonne poi morte etternale.[93]

Or costoro sonno quegli che sonno offesi dalle spine delle molte tribolazioni, crociandosi loro medesimi con la propria disordinata volontá. Costoro hanno croce di cuore e di corpo; cioè che con pena e tormento passa l’anima e’l corpo senza alcuno merito, perché non portano le fadighe con pazienzia, anco con impazienzia, perché hanno posseduto e acquistato l’oro e le delizie del mondo con disordinato amore; privati della vita della grazia e de l’affecto della caritá. Facti sonno arbori di morte, e però tucte le loro operazioni sonno morte, e con pena vanno per lo fiume annegandosi, e giongono a l’acqua morta, passando con odio per la porta del dimonio, e ricevono l’etterna dannazione.

Ora hai veduto come essi s’ingannano e con quanta pena essi vanno a l’inferno, facendosi martiri del dimonio; e quale è quella cosa che gli acieca, cioè la nuvila de l’amore proprio, posta sopra la pupilla del lume della fede. E veduto hai come le tribulazioni del mondo, da qualunque lato elle vengono, offendono e’ servi miei corporalmente, cioè che sonno perseguitati dal mondo, ma non mentalmente, perché sonno conformati con la mia volontá: però sonno contenti di sostenere pena per me.

Ma e’ servi del mondo sonno percossi dentro e di fuore: e singularmente dentro, dal timore che essi hanno di non pèrdare quello che possegono, e da l’amore, desiderando quel che non possono avere. Tucte l’altre fadighe, che seguitano doppo queste due che sonno le principali, la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarle. Vedi dunque che in questa vita medesima hanno migliore partito e’ giusti ch’e’ peccatori.

Ora hai veduto a pieno el loro andare e il termine loro.[94]

CAPITOLO XLIX

Come el timore servile non è sufficiente a dare vita eterna; e come exercitando questo timore si viene ad amore de le virtú.

—Ora ti dico che alquanti sonno che, sentendosi speronare dalle tribulazioni del mondo (le quali Io do acciò che l’anima cognosca che ’l suo fine non è questa vita e che queste cose sonno imperfecte e transitorie, e desideri me che so’ suo fine, e cosí le debba pigliare), questi cominciano a levarsi la nuvila con la propria pena che essi sentono, e con quella che veggono che lo’ debba seguitare doppo la colpa. Con questo timore servile cominciano a escire del fiume, bomicando el veleno el quale l’era stato gictato dallo scarpione in figura d’oro, e preso l’avevano senza modo e non con modo, e però ricevettero el veleno da lui. Cognoscendolo, el cominciano a levare e dirizzarsi verso la riva per actaccarsi al ponte.

Ma non è sufficiente d’andare solo col timore servile; però che spazzare la casa del peccato mortale, senza empirla di virtú fondate in amore e non pure in timore, non è sufficiente a dare vita etterna, se esso non pone amenduni e’ piei nel primo scalone del ponte, cioè l’affecto e il desiderio, e’ quali sonno e’ piei che portano l’anima ne l’affecto della mia veritá, della quale Io v’ho facto ponte.

Questo è il primo scalone del quale Io ti dissi che vi conveniva salire, dicendoti come Egli aveva facta scala del corpo suo. Bene è vero che questo è quasi uno levare generale che comunemente fanno e’ servi del mondo, levandosi prima per timore della pena. E perché le tribolazioni del mondo alcuna volta lo’ fa venire a tedio loro medesimi, però lo’ comincia a dispiacere. Se essi exercitano questo timore col lume della fede, passaranno a l'amore delle virtú.

Ma alquanti sonno che vanno con tanta tepidezza che spesse volte vi ritornano dentro, però che poi che sonno gionti a la[95] riva, giognendo e’ venti contrari, sonno percossi da l’onde del mare tempestoso di questa tenebrosa vita. Se giogne il vento della prosperitá, non essendo salito, per sua negligenzia, el primo scalone (cioè con l’affecto suo e con l’amore della virtú), egli vòlle il capo indietro a le delizie con disordinato dilecto. E se viene il vento d’aversitá, si vòlle per impazienzia, perché non ha odiata la colpa sua per l’offesa che ha facta a me, ma per timore della propria pena la quale se ne vede seguitare, col quale timore s’era levato dal vomito: perché ogni cosa di virtú vuole perseveranzia; e non perseverando, non viene in effecto del suo desiderio, cioè di giognere al fine per lo quale egli cominciò, al quale, non perseverando, non giogne mai. E però è bisogno la perseveranzia a volere compire il suo desiderio.

Hocti decto che costoro si vòllono secondo e’ diversi movimenti che lor vengono: o in loro medesimi, impugnando la loro propria sensualitá contra lo spirito; o dalle creature, vollendosi a loro o con disordinato amore fuore di me, o per impazienzia per ingiuria che ricevono da loro; o da le dimonia, con molte e diverse bactaglie. Alcuna volta con lo spregiare per farlo venire a confusione, dicendo:—Questo bene che tu hai cominciato non ti vale per li peccati e difecti tuoi.—E questo fa per farlo tornare indietro e farli lassare quello poco de l’exercizio che egli ha preso. Alcuna volta col dilecto, cioè con la speranza che egli piglia della misericordia mia, dicendo:—A che ti vuogli affadigare? Gòdeti questa vita, e nella extremitá della vita, cognoscendo te, riceverai misericordia.—E per questo modo el dimonio lo’ fa perdere il timore col quale avevano cominciato.

Per tucte queste e molte altre cose vòllono el capo indietro e non sonno constanti né perseveranti. E tucto l’adiviene perché la radice de l’amore proprio non è punto divelta in loro, e però non sonno perseveranti; ma ricevono con grande presumpzione la misericordia con la speranza, la quale pigliano ma non come la debbono pigliare, ma ignorantemente; e come presumptuosi sperano nella misericordia mia, la quale continuamente è offesa da loro.[96]

Non ho data né do la misericordia perché essi offendano con essa, ma perché con essa si difendano dalla malizia del dimonio e disordinata confusione della mente. Ma essi fanno tucto el contrario, ché col braccio della misericordia offendono; e questo l’adiviene perché non hanno exercitata la prima mutazione che essi fecero levandosi, con timore della pena e impugnati dalla spina delle molte tribulazioni, dalla miseria del peccato mortale. Unde, non mutandosi, non giongono a l’amore delle virtú; e però non hanno perseverato. L’anima non può fare che non si muti; unde, se ella non va innanzi, si torna indietro. Sí che questi cotali, non andando innanzi con la virtú (levandosi da la imperfeczione del timore e giognendo a l’amore), bisogno è che tornino adietro.

CAPITOLO L

Come questa anima venne in grande amaritudine per la cechitá di quelli che s’annegavano giú per lo fiume.

Alora quella anima ansietata di desiderio, considerando la sua e l’altrui imperfeczione, adolorata d’udire e vedere tanta ciechitá delle creature, e avendo veduto che tanta era la bontá di Dio che neuna cosa aveva posta in questa vita che fusse impedimento, in qualunque stato si fusse, a la sua salute, ma tucte ad exercitamento e a provazione della virtú, e nondimeno, con tucto questo, per lo proprio amore e disordinato affecto, n’andavano giú per lo fiume non correggendosi, vedevali giognere a l’etterna dannazione.

E molti di quelli che v’erano, che cominciavano, tornavano a dietro per la cagione che udita aveva da la dolce bontá di Dio, che aveva degnato di manifestare se medesimo a lei. E per questo stava in amaritudine. E fermando essa l’occhio de l’intellecto nel Padre etterno, diceva:—O amore inextimabile, grande è l’inganno delle tue creature! Vorrei che, quando piacesse a la tua bontá, tu piú distinctamente mi spianassi e’ tre scaloni[97] figurati nel corpo de l’unigenito tuo Figliuolo; e che modo essi debbono tenere per escire al tucto del pelago e tenere la via della Veritá tua, e chi sonno coloro che salgono la scala.

CAPITOLO LI

Come i tre scaloni figurati nel ponte giá decto, cioè nel Figliuolo di Dio, significano le tre potenzie dell’anima.

Alora, raguardando la divina bontá con l’occhio della sua misericordia el desiderio e la fame di quella anima, diceva:—Dilectissima figliuola mia, Io non so’ spregiatore del desiderio, anco so’ adempitore de’ sancti desidèri. E però Io ti voglio dichiarare e mostrare di quel che tu mi dimandi.

Tu mi dimandi ch’Io ti spiani la figura de’ tre scaloni e che Io ti dica che modo hanno a tenere a potere escire del fiume e salire il ponte. E poniamo che di sopra, contiandoti lo ’nganno e ciechitá de l’uomo e come in questa vita gustano l’arra de l’inferno, sí come martiri del dimonio, e ricevono l’etterna dannazione (de’ quali Io ti contiai el fructo loro che essi ricevono delle loro male operazioni); e narrandoti queste cose, ti mostrai e’ modi che dovevano tenere: nondimeno ora piú a pieno tel dichiararò, satisfacendo al tuo desiderio.

Tu sai che ogni male è fondato ne l’amore proprio di sé, el quale amore è una nuvila che tolle el lume della ragione; la quale ragione tiene in sé el lume della fede, e non si perde l’uno che non si perda l’altro.

L’anima creai Io a la imagine e similitudine mia, dandole la memoria, lo ’ntellecto e la volontá. L’intellecto è la piú nobile parte de l’anima: esso intellecto è mosso da l’affecto, e l’intellecto notrica l’affecto. E la mano de l’amore, cioè l’affecto, empie la memoria del ricordamento di me e de’ benefizi che ha ricevuti. El quale ricordamento el fa sollicito e non negligente; fallo grato e none scognoscente. Sí che l’una potenzia porge a l’altra, e cosí si notrica l’anima nella vita della grazia.[98]

L’anima non può vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa, perché ella è facta d’amore, però che per amore la creai. E però ti dixi che l’affecto moveva lo ’ntellecto, quasi dicendo:—Io voglio amare, però che ’l cibo di che io mi notrico si è l’amore.—Alora lo ’ntellecto, sentendosi svegliare da l’affecto, si leva, quasi dica:—Se tu vuoli amare, io ti darò bene quello che tu possa amare.—E subbito si leva, speculando la dignitá de l’anima, e la indegnitá nella quale è venuta per la colpa sua. Nella dignitá de l’essere gusta la inextimabile mia bontá e caritá increata con la quale Io la creai, e in vedere la sua miseria truova e gusta la misericordia mia, che per misericordia l’ho prestato el tempo e tracta della tenebre.

Alora l’affecto si notrica in amore, aprendo la bocca del sancto desiderio, con la quale mangia odio e dispiacimento della propria sensualitá, unta di vera umilitá, con perfecta pazienzia, la quale trasse de l’odio sancto. Concepute le virtú elle si parturiscono perfectamente e imperfectamente, secondo che l’anima exercita la perfeczione in sé, sí come di socto ti dirò.

Cosí per lo contrario, se l’affecto sensitivo si muove a volere amare cose sensitive, l’occhio de l’intellecto a quello si muove, e ponsi per obiecto solo cose transitorie, con amore proprio, con dispiacimento della virtú e amore del vizio; unde traie superbia e impazienzia. La memoria non s’empie d’altro che di quello che le porge l’affecto. Questo amore ha abbaccinato l’occhio, che non discerne né vede se non cotali chiarori. Questo è il chiarore suo: che lo ’ntellecto ogni cosa vede e l’affecto ama con alcuna chiarezza di bene e di dilecto; e se questo chiarore non avesse, non offendarebbe, perché l’uomo di sua natura non può desiderare altro che bene. Sí che il vizio è colorato col colore del proprio bene, e però offende l’anima. Ma perché l’occhio non discerne per la ciechitá sua, non cognosce la veritá; e però erra cercando el bene e i dilecti colá dove non sonno.

Giá t’ho detto ch’e’ dilecti del mondo senza me sonno tucti spine piene di veleno; sí che è ingannato l’intellecto nel suo vedere e la volontá ne l’amare (amando quel che non die) e[99] la memoria nel ritenere. Lo ’ntellecto fa come il ladro che imbola l’altrui; e cosí la memoria ritiene il ricordamento continuo di quelle cose che sonno fuore di me: e per questo modo l’anima si priva della grazia.

Tanta è l’unitá di queste tre potenzie de l’anima, che Io non posso essere offeso da l’una che tucte non m’offendano. Perché l’una porge a l’altra, sí com’Io t’ho decto, el bene e ’l male, secondo che piace al libero arbitrio. Questo libero arbitrio è legato con l’affecto, e però el muove secondo che gli piace, o con lume di ragione o senza ragione. Voi avete la ragione legata in me, colá dove el libero arbitrio con disordinato amore non vi tagli; e avete la legge perversa, che sempre impugna contra lo spirito. Avete dunque due parti in voi, cioè la sensualitá e la ragione. La sensualitá è serva, e però è posta perché ella serva a l’anima, cioè che con lo strumento del corpo proviate ed exercitiate le virtú.

L’anima è libera (liberata da la colpa nel sangue del mio Figliuolo), e non può essere signoreggiata se ella non vuole consentire con la volontá, la quale è legata col libero arbitrio; e esso libero arbitrio si fa una cosa con la volontá, acordandosi con lei. Egli è legato in mezzo fra la sensualitá e la ragione; e a qualunque egli si vuole vollere, si può. È vero che, quando l’anima si reca a congregare con la mano del libero arbitrio le potenzie sue nel nome mio, sí come decto t’ho, alora sonno congregate tucte l’operazioni che fa la creatura, temporali e spirituali. E il libero arbitrio alora si scioglie da la propria sensualitá e legasi con la ragione. Io alora, per grazia, mi riposo nel mezzo di loro. E questo è quello che dixe la mia Veritá, Verbo incarnato, dicendo: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro». E cosí è la veritá. E giá ti dixi che neuno poteva venire a me se non per lui, e però n’avevo facto ponte con tre scaloni; e’ quali tre scaloni figurano tre stati de l’anima, sí come di socto ti narrarò.[100]

CAPITOLO LII

Come, se le predecte tre potenzie dell’anima non sono unite insieme, non si può avere perseveranzia, senza la quale neuno giogne al termine suo.

—Hotti spianata la figura de’ tre scaloni in generale per le tre potenzie de l’anima, le quali sonno tre scale, e non si può salire l’una senza l’altra, a volere passare per la doctrina e ponte della mia Veritá. Né non può l’anima, se non ha unite queste tre potenzie insieme, avere perseveranzia. Della quale perseveranzia Io ti dixi di sopra, quando tu mi dimandasti del modo che dovessero tenere questi andatori a escire del fiume e che Io ti spianasse meglio e’ tre scaloni; e Io ti dixi che senza la perseveranzia neuno poteva giognere al termine suo.

Due termini sonno, e ogniuno richiede perseveranzia: cioè il vizio e la virtú. Se tu vuoli giognere a vita, ti conviene perseverare nella virtú; e chi vuole giognere a morte etternale persevera nel vizio. Sí che con perseveranzia si viene a me che so’ vita, e al dimonio a gustare l’acqua morta.

CAPITOLO LIII

Exposizione sopra quella parola che dixe Cristo: «Chi ha sete venga ad me e beia».

—Voi sète tucti invitati generalmente e particularmente da la mia Veritá, quando gridava nel Tempio per ansietato desiderio dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, però che Io so’ fonte d’acqua viva». Non dixe: «Vada al Padre e beia»; ma dixe: «Venga a me». Perché? però che in me, Padre, non può cadere pena; ma sí nel mio Figliuolo. E voi, mentre che sète peregrini e viandanti in questa vita mortale, non potete andare senza pena, perché per lo peccato la terra germinò spine, sí come decto è.[101]

E perché dixe: «Venga a me e beia»? Perché, seguitando la doctrina sua, o per la via de’ comandamenti co’ consigli mentali, o de’ comandamenti co’ consigli actuali (cioè d’andare o per la caritá perfecta, o per la caritá comune, sí come di sopra ti dixi), per qualunque modo che voi passiate per andare a lui, cioè seguitando la sua doctrina, voi trovate che bere, trovando e gustando el fructo del Sangue per l’unione della natura divina unita nella natura umana. E trovandovi in lui, vi trovate in me, che so’ mare pacifico; perché so’ una cosa con lui, e egli è una cosa con meco. Sí che voi sète invitati a la fonte de l’acqua viva della grazia.

Convienvi tenere per lui, che v’è facto ponte, con perseveranzia. Sí che neuna spina né vento contrario né prosperitá né adversitá né altra pena, che poteste sostenere, vi debba fare vòllere il capo a dietro; ma dovete perseverare infino che troviate me, che vi do acqua viva, che ve la do per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo.

Ma perché dixe: «Io so’ fonte d’acqua viva»? Però che egli fu la fonte la quale conteneva me, che do acqua viva, unendosi la natura divina con la natura umana. Perché dixe: «Venga a me e beia»? Però che non potete passare senza pena, e in me non cadde pena, ma sí in lui; e però che di lui Io vi feci ponte, neuno può venire a me se non per lui. E cosí dixe egli: «Neuno può andare al Padre se non per me». Cosí disse veritá la mia Veritá.

Ora hai veduto che via elli vi conviene tenere e che modo: cioè con perseveranzia. E altrimenti non bereste, però che ella è quella virtú che riceve gloria e corona di victoria in me, Vita durabile.[102]

CAPITOLO LIV

Che modo debba tenere generalmente ogni creatura razionale per potere escire del pelago del mondo e andare per lo predecto sancto ponte.

—Ora ti ritorno a’ tre scaloni per li quali vi conviene andare a volere uscire del fiume e non annegare, e giognere a l’acqua viva a la quale sète invitati, e a volere che Io sia in mezzo di voi. Però che alora, ne l’andare vostro, Io so’ nel mezzo, che per grazia mi riposo ne l’anime vostre.

Convienvi dunque, a volere andare, avere sete; però che solo coloro che hanno sete sonno invitati, dicendo: «Chi ha sete venga a me, e beia». Chi non ha sete non persevera ne l’andare: però che o egli si ristá per fadiga, o egli si ristá per dilecto, né non si cura di portare el vaso con che egli possa actègnare. Né non si cura d’avere la compagnia; e solo non può andare. E però vòlle il capo indietro quando vede giognere alcuna puntura di persecuzioni, perché se n’è facto nemico. Teme, perché egli è solo; ma, se egli fusse acompagnato, non temarebbe. Se avesse saliti e’ tre scaloni, sarebbe sicuro, perché non sarebbe solo.

Convienvi dunque avere sete e congregarvi insieme, sí come dixe: o due o tre o piú. Perché dixe «o due o tre»? perché non sono due senza tre, né tre senza due, né tre né due senza piú. Uno è schiuso che Io sia in mezzo di lui, perché non ha seco compagno sí che Io possa stare in mezzo, e non è cavelle; però che colui, che sta ne l’amore proprio di sé, è solo perché è separato dalla grazia mia e dalla caritá del proximo suo. Ed essendo privato di me per la colpa sua, torna a non cavelle, perché solo Io so’ Colui che so’. Sí che colui che è uno, cioè sta solo ne l’amore proprio di sé, non è contiato da la mia Veritá né accepto a me.

Dice dunque: «Se saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro». Díxiti che due non[103] erano senza tre, né tre senza due; e cosí è. Tu sai che i comandamenti della Legge stanno solamente in due, e senza questi due neuno se ne observa: cioè d’amare me sopra ogni cosa, e il proximo come te medesima. Questo è il principio e mezzo e fine de’ comandamenti della Legge.

Questi due non possono essere congregati nel nome mio senza tre, cioè senza la congregazione delle tre potenzie de l’anima, cioè la memoria, lo ’ntellecto e la volontá; sí che la memoria ritenga i benefizi miei, e la mia bontá in sé; e l’intellecto raguardi ne l’amore ineffabile, il quale Io ho mostrato a voi col mezzo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale ho posto per obiecto a l’occhio de l’intellecto vostro, acciò che in lui raguardi el fuoco della mia caritá; e la volontá alora sia congregata in loro, amando e desiderando me, che so’ suo fine.

Come queste tre virtú e potenzie de l’anima sonno congregate, Io so’ nel mezzo di loro per grazia. E perché alora l’uomo si truova pieno della caritá mia e del proximo suo, subbito si truova la compagnia delle molte e reali virtú. Alora l’apetito de l’anima si dispone ad avere sete. Sete, dico, della virtú, de l’onore di me e salute de l’anime; e ogni altra sete è spenta e morta in loro; e va sicuramente senza alcuno timore servile, salito lo scalone primo de l’affecto. Perché l’affecto, spogliatosi del proprio amore, saglie sopra di sé e sopra le cose transitorie, amandole e tenendole, se egli le vuole tenere, per me e non senza me, cioè con sancto e vero timore, e amore della virtú.

Alora si truova salito el secondo scalone, cioè al lume de l’intellecto, el quale si specula ne l’amore cordiale di me, in Cristo crocifixo in cui, come mezzo, Io ve l’ho mostrato. Alora truova la pace e la quiete, perché la memoria s’è impíta e non è vòtia della mia caritá. Tu sai che la cosa vòtia toccandola bussa, ma quando ella è piena non fa cosí. Cosí, quando è piena la memoria col lume de l’intellecto, e con l’affecto pieno d’amore, muovelo con tribulazioni o con delizie del mondo, egli non bussa con disordinata allegrezza; e non bussa per impazienzia, perché egli è pieno di me che so’ ogni bene.[104]

Poi che è salito, egli si truova congregato; ché, possedendo la ragione e’ tre scaloni delle tre potenzie de l’anima, come decto t’ho, l’ha congregate nel nome mio. Congregati e’ due, cioè l’amore di me e del proximo, e congregata la memoria a ritenere e lo ’ntellecto a vedere e la volontá ad amare, l’anima si truova acompagnata di me che so’ sua fortezza e sua securtá. Truova la compagnia delle virtú; e cosí va e sta secura, perché so’ nel mezzo di loro.

Alora si muove con ansietato desiderio, avendo sete di seguitare la via della Veritá, per la quale via truova la fonte de l’acqua viva. Per la sete che egli ha de l’onore di me e salute di sé e del proximo, ha desiderio della via, però che senza la via non si potrebe giognere. Alora va e porta el vaso del cuore vòtio d’ogni affecto e d’ogni amore disordinato del mondo. E subito che egli è vòtio, s’empie, perché neuna cosa può stare vòtia; unde, se ella non è piena di cosa materiale, ed ella s’empie d’aria. Cosí el cuore è uno vasello che non può stare vòtio; ma, subito che n’ha tracte le cose transitorie per disordinato amore, è pieno d’aria, cioè di celestiale e dolce amore divino, col quale giogne a l’acqua della grazia: unde gionto che è, passa per la porta di Cristo crocifixo e gusta l’acqua viva, trovandosi in me che so’ mare pacifico.

CAPITOLO LV

Repetizione in somma d’alcune cose giá decte.

—Ora t’ho mostrato che modo ha a tenere generalmente ogni creatura che ha in sé ragione, per potere escire del pelago del mondo e per non annegare e giognere a l’etterna dannazione. Anco t’ho mostrato e’ tre scaloni generali, ciò sonno le tre potenzie de l’anima, e che neuno ne può salire uno che non li salga tucti. E hotti decto sopra quella parola che disse la mia Veritá: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio», come questa è la congregazione di questi tre scaloni, cioè[105] delle tre potenzie de l’anima. Le quali tre potenzie acordate hanno seco e’ due principali comandamenti della Legge: cioè la caritá mia e del proximo tuo, cioè d’amare me sopra ogni cosa, e ’l proximo come te medesima.

Alora, salita la scala, cioè congregate nel nome mio, come decto t’ho, subito ha sete de l’acqua viva. E allora si muove e passa su per lo ponte, seguitando la doctrina della mia Veritá, che è esso ponte. Alora voi corrite doppo la voce sua che vi chiama, sí come di sopra ti dixi; che, gridando, nel tempio v’invitava, dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, che so’ fonte d’acqua viva». Hotti spianato quel che egli voleva dire e come si debba intendere, acciò che tu meglio abbi cognosciuta l’abondanzia della mia caritá, e la confusione di coloro che a dilecto pare che corrano per la via del dimonio che gl’invita a l’acqua morta.

Ora hai veduto e udito di quello che mi dimandavi, cioè del modo che si debba tenere per non annegare. E hotti decto che ’l modo è questo: cioè di salire per lo ponte. Nel quale salire sonno congregati e uniti insieme, stando nella dileczione del proximo, portando el cuore e l’affecto suo come vasello a me, che do bere a chi me l’adimanda, e tenendo per la via di Cristo crocifixo con perseveranzia infino a la morte.

Questo è quel modo che tucti dovete tenere in qualunque stato l’uomo si sia, però che neuno stato lo scusa che egli nol possa fare e che non il debba fare; anco el può fare e debbalo fare, ed ènne obligata ogni creatura che ha in sé ragione. E neuno si può ritrare, dicendo:—Io ho lo stato, ho’ figliuoli, ho altri impacci del mondo; e per questo mi ritrago ch’io non séguito questa via.—O per malagevolezza che vi truovino, non il possono dire; però che giá ti dixi che ogni stato era piacevole e accepto a me, purché fusse tenuto con buona e sancta volontá. Perché ogni cosa è buona e perfecta e facta da me, che so’ somma bontá: non sonno create né date da me perché con esse pigliate la morte, ma perché n’abbiate vita.

Agevole cosa è, però che neuna cosa è di tanta agevolezza e di tanto dilecto quanto è l’amore. E quello che Io vi richiego[106] non è altro che amore e dileczione di me e del proximo. Questo si può fare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni stato che l’uomo è, amando e tenendo ogni cosa ad laude e gloria del nome mio.

Sai che Io ti dixi che per lo inganno loro, non andando eglino col lume ma vestendosi de l’amore proprio di loro, amando e possedendo le creature e le cose create fuore di me, passano costoro questa vita crociati, essendo facti incomportabili a loro medesimi. E se essi non si levano per lo modo che decto è, giongono a l’ecterna dannazione.

Ora t’ho decto che modo debba tenere ogni uomo generalmente.

CAPITOLO LVI

Come Dio, volendo mostrare a questa devota anima che i tre scaloni del sancto ponte sono significati in particulare per li tre stati dell’anima, dice che ella levi sé sopra di sé a raguardare questa veritá.

—Perché di sopra ti dixi come debbono andare e vanno coloro che sonno nella caritá comune, ciò sonno quegli che observano i comandamenti e i consigli mentalmente; ora ti voglio dire di coloro che hanno cominciato a salire la scala e cominciano a volere andare per la via perfecta, cioè d’observare i comandamenti e i consigli actualmente in tre stati, e’ quali ti mostrarrò, spianandoti ora in particulare i tre gradi e stati de l’anima e tre scaloni, e’ quali ti posi in generale per le tre potenzie de l’anima. De’ quali l’uno è imperfecto, l’altro è piú perfecto, l’altro è perfectissimo. L’uno m’è servo mercennaio, l’altro m’è servo fedele, l’altro m’è figliuolo, cioè che ama me senza alcuno rispecto.

Questi sonno tre stati che possono essere e sonno in molte creature, e sonno in una creatura medesima. In una creatura sonno e possono essere quando con perfecta sollicitudine corre per la via predecta exercitando il tempo suo, che da lo stato servile giogne al liberale, e dal liberale al filiale.[107]

Leva te sopra di te e apre l’occhio de l’intellecto tuo, e mira questi perregrini viandanti come passano. Alcuni imperfectamente, e alcuni perfectamente per la via de’ comandamenti, e alquanti perfectissimamente tenendo ed exercitando la via de’ consigli. Vedrai unde viene la imperfeczione e unde viene la perfeczione, e quanto è l’inganno che l’anima riceve in se medesima perché la radice de l’amore proprio non è dibarbicata. In ogni stato che l’uomo è, gli è bisogno d’ucidere questo amore proprio in sé.

CAPITOLO LVII

Come questa devota anima, raguardando nel divino specchio, vedeva le creature andare in diversi modi.

Alora quella anima, ansietata d’affocato desiderio, specolandosi nello specchio dolce divino, vedeva le creature tenere in diversi modi e con diversi rispecti per giognere al fine loro. Molti vedeva che cominciavano a salire sentendosi impugnati dal timore servile, cioè temendo la propria pena. E molti, exercitando el primo chiamare, giognevano al secondo; ma pochi si vedevano giognere a la grandissima perfeczione.

CAPITOLO LVIII

Come el timore servile, senza l’amore de le virtú, non è sufficiente a dare vita eterna. E come la legge del timore e quella dell’amore sono unite insieme.

Alora la bontá di Dio, volendo satisfare al desiderio de l’anima, diceva:—Vedi tu: costoro si sonno levati con timore servile dal bòmico del peccato mortale; ma se essi non si levano con amore della virtú, non è sufficiente il timore servile a dar lo’ vita durabile. Ma l’amore col sancto timore è sufficiente, perché la legge è fondata in amore con timore sancto.[108]

La legge del timore era la legge vecchia che fu data da me a Moisé. La quale era fondata solamente in timore, perché, commessa la colpa, pativano la pena.

La legge de l’amore è la legge nuova, data dal Verbo de l’unigenito mio Figliuolo: la quale è fondata in amore. E per la legge nuova non si ruppe però la vecchia: anco s’adempi. E cosí dixe la mia Veritá: «Io non venni a dissolvere la legge, ma adempirla». E uní la legge del timore con quella de l’amore. Fulle tolto per l’amore la imperfeczione del timore della pena, e rimase la perfeczione del timore sancto, cioè temere solo di non offendere, non per danno proprio, ma per non offendere me che so’ somma bontá.

Sí che la legge imperfecta fu facta perfecta con la legge de l’amore. Poi che venne il carro del fuoco de l’unigenito mio Figliuolo, el quale recò el fuoco della mia caritá ne l’umanitá vostra, con l’abondanzia della misericordia, fu tolta via la pena delle colpe che si commectono: cioè di non punirle in questa vita di subbito che offende, sí come anticamente era dato e ordinato nella legge di Moisé di dare la pena subbito che la colpa era commessa. Ora non è cosí: non bisogna dunque timore servile. E non è però che la colpa non sia punita, ma è servata a punire (se la persona non la punisce con perfecta contrizione) ne l’altra vita, separata l’anima dal corpo. Mentre che vive egli, gli è tempo di misericordia; ma, morto, gli sará tempo di giustizia.

Debbasi dunque levare dal timore servile e giognere a l’amore e sancto timore di me. Altro rimedio non ci sarebbe che elli non ricadesse nel fiume, giognendoli l’onde delle tribolazioni e le spine delle consolazioni. Le quali sonno tucte spine che pongono l’anima che disordinatamente l’ama e possiede.[109]

CAPITOLO LIX

Come, exercitandosi nel timore servile, el quale è stato d’inperfeczione (per lo quale s’intende el primo scalone del sancto ponte), si viene al secondo, el quale è stato di perfeczione.

—Perché Io ti dixi che neuno poteva andare per lo ponte né escire del fiume che non salisse i tre scaloni, e cosí è la veritá: che salgono chi imperfectamente e chi perfectamente e chi con grande perfeczione.

Costoro e’ quali sonno mossi dal timore servile hanno salito e congregatisi insieme imperfectamente. Cioè che l’anima, avendo veduta la pena che séguita doppo la colpa, saglie e congrega insieme la memoria a trarne el ricordamento del vizio, lo intellecto a vedere la pena sua che per essa colpa aspecta d’avere; e però la volontá si muove ad odiarla.

E poniamo che questa sia la prima salita e la prima congregazione, conviensi exercitarla col lume de l’intellecto dentro nella pupilla della sanctissima fede, raguardando non solamente la pena ma el fructo delle virtú e l’amore che Io lo’ porto; acciò che salgano con amore co’ piei de l’affecto, spogliati del timore servile. E facendo cosí, diventaranno servi fedeli e non infedeli, servendomi per amore e non per timore. E se con odio s’ingegnaranno di dibarbicare la radice de l’amore proprio di loro, se sonno prudenti costanti e perseveranti, vi giongono.

Ma molti sonno che pigliano el loro cominciare e salire sí lentamente, e tanto per spizzicone rendono el debito loro a me, e con tanta negligenzia e ignoranzia, che subbito vengono meno. Ogni piccolo vento gli fa andare a vela e voltare il capo a dietro, perché imperfectamente hanno salito e preso el primo scalone di Cristo crocifixo; e però non giongono al secondo del cuore.[110]

CAPITOLO LX

De la inperfeczione di quelli che amano e servono Dio per propria utilitá e dilecto e consolazione.

Alquanti sonno che sonno facti servi fedeli, cioè che fedelmente mi servono, senza timore servile (servendo solo per timore della pena), ma servono con amore. Questo amore, cioè di servire per propria utilitá o per dilecto o piacere che truovino in me, è imperfecto. Sai chi lo’ ’l dimostra che l’amore loro è imperfecto? quando sonno privati della consolazione che trovavano in me. E con questo medesimo amore imperfecto amano el proximo loro. E però non basta né dura l’amore: anco allenta, e spesse volte viene meno. Allenta inverso di me quando alcuna volta Io, per exercitargli nella virtú e per levarli dalla imperfeczione, ritrago a me la consolazione della mente e permecto lo’ bactaglie e molestie. E questo fo perché vengano ad perfecto cognoscimento di loro, e conoscano loro non essere, e neuna grazia avere da loro. E nel tempo delle bactaglie rifuggano a me, cercandomi e cognoscendomi come loro benefactore, cercando solo me con vera umilitá. E per questo lo’ ’l do e ritrago da loro la consolazione, ma non la grazia.

Questi cotali alora allentano, voltandosi con impazienzia di mente. Alcuna volta lassano per molti modi e’ loro exercizi, e spesse volte socto colore di virtú, dicendo in loro medesimi:—Questa operazione non ti vale,—sentendosi privati della propria consolazione della mente. Questi fa come imperfecto che anco non ha bene levato el panno de l’amore proprio spirituale della pupilla de l’occhio della sanctissima fede. Però che, se egli l’avesse levato in veritá, vedrebbe che ogni cosa procede da me e che una foglia d’arbore non cade senza la mia providenzia; e che ciò che Io do e permecto, do per loro sanctificazione, cioè perché abbino el bene e il fine per lo quale Io vi creai.[111]

Questo debbono vedere e cognoscere, che Io non voglio altro che il loro bene, nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, nel quale sangue sonno lavati dalle iniquitá loro. In esso sangue possono cognoscere la mia veritá, che, per dar lo’ vita etterna, Io gli creai a la imagine e similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue del Figliuolo proprio, loro, figliuoli adoptivi. Ma perché essi sonno imperfecti, servono per propria utilitá e allentano l’amore del proximo.

E’ primi vi vengono meno per timore che hanno di non sostenere pena. Costoro, che sonno e’ secondi, allentano, privandosi de l’utilitá che facevano al proximo, e ritragono a dietro da la caritá loro, se si vegono privati della propria utilitá o d’alcuna consolazione che avessero trovata in loro. E questo l’adiviene perché l’amore loro non era schiecto; ma, con quella imperfeczione che amano me (cioè d’amarmi per propria utilitá), di quello amore amano loro.

Se essi non ricognoscono la loro imperfeczione col desiderio della perfeczione, impossibile sarebbe che non voltassero el capo indietro. Di bisogno l’è, a volere vita etterna, che essi amino senza rispecto: non basta fuggire il peccato per timore della pena né abracciare le virtú per rispecto della propria utilitá, però che non è sufficiente a dare vita etterna; ma conviensi che si levi del peccato perché esso dispiace a me, e ami la virtú per amore di me.

È vero che quasi el primo chiamare generale d’ogni persona è questo; però che prima è imperfecta l’anima che perfecta. E da la imperfeczione debba giognere a la perfeczione: o nella vita mentre che vive, vivendo in virtú col cuore schiecto e liberale d’amare me senza alcuno rispecto; o nella morte, riconoscendo la sua imperfeczione con proponimento che, se egli avesse tempo, servirebbe me senza rispecto di sé.

Di questo amore imperfecto amava sancto Pietro el dolce e buono Iesú, unigenito mio Figliuolo, molto dolcemente sentendo la dolcezza della conversazione sua. Ma, venendo el tempo della tribolazione, venne meno; tornando a tanto inconveniente che, non tanto che egli sostenesse pena in sé, ma, cadendo nel primo[112] timore della pena, el negò, dicendo che mai non l’aveva cognosciuto.

In molti inconvenienti cade l’anima che ha salita questa scala solo col timore servile e con l’amore mercennaio. Debbansi adunque levare ed essere figliuoli, e servire a me senza rispecto di loro. Benché Io, che so’ remuneratore d’ogni fadiga, rendo a ciascuno secondo lo stato ed exercizio suo. E se costoro non tassano l’exercizio de l’orazione sancta e de l’altre buone operazioni, ma con perseveranzia vadano aumentando la virtú, giogneranno a l’amore del figliuolo.

E Io amarò loro d’amore filiale, però che con quello amore che so’ amato Io, con quello vi rispondo: cioè che, amando me sí come fa el servo el signore, Io come signore ti rendo el debito tuo, secondo che tu hai meritato. Ma non manifesto me medesimo a te, perché le cose secrete si manifestano a l’amico che è facto una cosa con l’amico suo.

È vero che ’l servo può crescere per la virtú sua e amore che porta al signore, sí che diventará amico carissimo: cosí è e adiviene di questi cotali. Mentre che stanno nel mercennaio amore, Io non manifesto me medesimo a loro; ma se essi con dispiacimento della loro imperfeczione e amore delle virtú, con odio dibarbicando la radice de l’amore spirituale proprio di se medesimo, salendo sopra la sedia della coscienzia sua, tenendosi ragione, sí che non passino e’ movimenti, nel cuore, del timore servile e de l’amore mercennaio che non sieno correcti col lume della sanctissima fede; facendo cosí, sará tanto piacevole a me, che per questo giognaranno a l’amore de l’amico.

E cosí manifestarò me medesimo a loro, sí come dixe la mia Veritá quando disse: «Chi m’amará sará una cosa con meco e Io con loro, e manifestarò me medesimo, e faremo mansione insieme». Questa è la condiczione del carissimo amico, che sonno due corpi e una anima per affecto d’amore, perché l’amore si transforma nella cosa amata. Se elli è facto una anima, neuna cosa gli può essere segreta. E però dixe la mia Veritá: «Io verrò e faremo mansione insieme». E cosí è la veritá.[113]

CAPITOLO LXI

In che modo Dio manifesta se medesimo all’anima che l’ama.

—Sai in che modo manifesto me ne l’anima che m’ama in veritá, seguitando la doctrina di questo dolce ed amoroso Verbo? In molti modi manifesto la virtú mia ne l’anima, secondo el desiderio che ella ha.

Tre principali manifestazioni Io fo. La prima è che Io manifesto l’affecto e la caritá mia col mezzo del Verbo del mio Figliuolo; el quale affecto e la quale caritá si manifesta nel Sangue sparto con tanto fuoco d’amore. Questa caritá si manifesta in due modi: l’uno è generale comunemente a la gente comune, cioè a coloro che stanno nella caritá comune. Manifestasi, dico, in loro vedendo e provando la mia caritá in molti e diversi benefizi che ricevono da me. L’altro modo è particulare a quegli che sonno facti amici, aggionto alla manifestazione della comune caritá che egli gustano e cognoscono e pruovano e sentono per sentimento ne l’anime loro.

La seconda manifestazione della caritá è pure in loro medesimi, manifestandomi per affecto d’amore. None che Io sia acceptatore delle creature, ma del sancto desiderio; manifestandomi ne l’anima in quella perfeczione che ella mi cerca. Alcuna volta mi manifesto (e questa è pure la seconda) dando lo’ spirito di profezia, mostrando lo’ le cose future. E questo è in molti e in diversi modi, secondo el bisogno che Io vego ne l’anima propria e ne l’altre creature.

Alcuna volta (e questa è la terza) formarò nella mente loro la presenzia della mia Veritá, unigenito mio Figliuolo, in molti modi, secondo che l’anima appetisce e vuole. Alcuna volta mi cerca ne l’orazione, volendo cognoscere la potenzia mia; e Io le satisfo facendole gustare e sentire la mia virtú. Alcuna volta mi cerca nella sapienzia del mio Figliuolo, e Io le satisfo ponendolo per obiecto a l’occhio de l’intellecto suo. Alcuna volta[114] mi cerca nella clemenzia dello Spirito sancto; e alora la mia bontá le fa gustare il fuoco della divina caritá, concipendo le vere e reali virtú, fondate nella caritá pura del proximo suo.

CAPITOLO LXII

Perché Cristo non dixe: «Io manifestarò el Padre mio», ma dixe: «Io manifestarò me medesimo».

—Adunque vedi che la Veritá mia disse veritá, dicendo: «Chi m’amará sará una cosa con meco»; però che, seguitando la doctrina sua, per affecto d’amore sète uniti in lui. Ed essendo uniti in lui, sète uniti in me, perché siamo una cosa insieme; e cosí manifesto me medesimo a voi, perché siamo una medesima cosa. Unde, se la mia Veritá dixe: «Io manifestarò me a voi», dixe veritá; però che manifestando sé manifestava me, e manifestando me manifestava sé.

Ma perché non disse: «Io manifestarò el Padre mio a voi»? Per tre cose singulari. Una, perché egli volse manifestare che Io non so’ separato da lui, né egli da me; e però a sancto Filippo, quando gli dixe: «Mostraci el Padre e basta a noi», dixe: «Chi vede me vede il Padre, e chi vede el Padre vede me». Questo disse, però che era una cosa con meco, e quello che egli aveva l’aveva da me, e none Io da lui. E però dixe a’ giuderi: «La doctrina mia non è mia, ma è del Padre mio che mi mandò». Perché il Figliuolo mio procede da me, e non Io da lui. Ma ben so’ una cosa con lui ed egli con meco. Però adunque non dixe: «Io manifestarò el Padre», ma dixe: «Io manifestarò me», cioè: «però che so’ una cosa col Padre».

La seconda fu però che, manifestando sé a voi, non porgeva altro che quel che aveva avuto da me, Padre, quasi volesse elli dire: «El Padre ha manifestato sé a me, perch’Io so’ una cosa con lui. E Io, me e lui, per mezzo di me, manifestarò a voi».

La terza fu perché Io, invisibile, non posso essere veduto da voi, visibili, se non quando sarete separati da’ corpi vostri. Alora[115] vedrete me, Dio, a faccia a faccia, e il Verbo del mio Figliuolo intellectualmente di qui al tempo della resurreczione generale, quando l’umanitá vostra si conformará e dilectará ne l’umanitá del Verbo, sí come di sopra nel Tractato della resurreczione ti contiai.

Sí che me, come Io so’, non mi potete vedere. E però velai Io la divina natura col velame della vostra umanitá, acciò che mi poteste vedere. Io, invisibile, mi feci quasi visibile, dandovi el Verbo del mio Figliuolo, velato del velame della vostra umanitá. Egli manifesta me a voi; e però adunque non disse: «Io manifestarò el Padre», ma disse: «Io manifestarò me a voi», quasi dica: «secondo che m’ha dato el Padre mio, manifestarò me a voi».

Sí che vedi che in questa manifestazione, manifestando sé, manifesta me. Ed anco hai udito perché egli non disse: «Io manifestarò el Padre a voi», cioè perché a voi nel corpo mortale non è possibile di vedere me, come decto è, e perché egli è una cosa con meco.

CAPITOLO LXIII

Che modo tiene l’anima per salire lo scalone secondo del sancto ponte, essendo giá salita el primo.

—Ora hai veduto in quanta excellenzia sta colui che è gionto a l’amore de l’amico. Questo ha salito el piè de l’affecto ed è gionto al secreto del cuore, cioè al secondo de’ tre scaloni e’ quali sonno figurati nel corpo del mio Figliuolo. Díxiti che significati erano nelle tre potenzie de l’anima, e ora tel pongo significare e’ tre stati de l’anima. Ora, innanzi ch’Io ti gionga al terzo, ti voglio mostrare in che modo gionse ad essere amico (ed essendo facto amico, è facto figliuolo, giognendo a l’amore filiale), e quello che fa essendo facto amico, e in quello che si vede che egli è facto amico.[116]

El primo, cioè come egli è venuto ad essere amico, dicotelo. In prima era imperfecto, essendo nel timore servile: exercitandosi e perseverando, venne a l’amore del dilecto e della propria utilitá, trovando dilecto e utilitá in me. Questa è la via, e per questa passa colui che desidera di giognere a l’amore perfecto, cioè ad amore d’amico e di figliuolo.

Dico che l’amore filiale è perfecto, però che ne l’amore del figliuolo riceve la ereditá di me, Padre etterno. E perché amore di figliuolo non è senza l’amore de l’amico, però ti dixi che d’amico era facto figliuolo.

Ma che modo tiene a giógnarvi? Dicotelo. Ogni perfeczione ed ogni virtú procede da la caritá, e la caritá è notricata da l’umilitá, e l’umilitá esce del cognoscimento e odio sancto di se medesimo, cioè della propria sensualitá. Chi ci giogne, conviene che sia perseverante e stia nella cella del cognoscimento di sé; nel quale cognoscimento di sé cognoscerá la misericordia mia nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, tirando a sé con l’affecto suo la divina mia caritá, exercitandosi in extirpare ogni perversa volontá spirituale e temporale, nascondendosi nella casa sua. Sí come fece Pietro e gli altri discepoli, che, doppo la colpa della negazione che fece del mio Figliuolo, pianse. El suo pianto era ancora imperfecto: e imperfecto fu infino a doppo e’ quaranta dí, cioè doppo l’Ascensione, poi che la mia Veritá ritornò a me secondo l’umanitá sua. Alora si nascosero Pietro e gli altri nella casa aspectando l’avenimento dello Spirito sancto, sí come la mia Veritá aveva promesso a loro.

Essi stavano inserrati per paura, però che sempre l’anima, infino che non giogne al vero amore, teme: ma perseverando in vigilia, in umile e continua orazione infino che ebbero l’abondanzia dello Spirito sancto, alora, perduto el timore, seguitavano e predicavano Cristo crocifixo.

Cosí l’anima che ha voluto o vuole giognere a questa perfeczione, poi che doppo la colpa del peccato mortale s’è levata e ricognosciuta sé, comincia a piagnere per timore della pena. Poi si leva a la considerazione della misericordia mia, dove truova dilecto e sua utilitá. E questo è imperfecto. E però Io, per farla[117] venire ad perfeczione, doppo e’ quaranta dí (cioè doppo questi due stati), a ora a ora mi sottraggo da l’anima: non per grazia ma per sentimento.

Questo vi manifestò la mia Veritá, quando dixe a’ discepoli: «Io andarò e tornarò a voi». Ogni cosa che egli diceva era decta in particulare a’ discepoli, ed era decta in generale e comunemente a tucti e’ presenti e a’ futuri, cioè di quelli che dovevano venire. Disse: «Io andarò e tornarò a voi»; e cosí fu: ché, tornando lo Spirito sancto sopra e’ discepoli, tornò Egli, perché, come di sopra ti dixi, lo Spirito sancto non tornò solo, ma venne con la potenzia mia e con la sapienzia del Figliuolo (che è una cosa con meco), e con la clemenzia sua d’esso Spirito sancto, el quale procede da me, Padre, e dal Figliuolo.

Or cosí ti dico: che, per fare levare l’anima dalla imperfeczione, Io mi sottraggo, per sentimento, privandola della consolazione di prima. Quando ella era nella colpa del peccato mortale, ella si partí da me, ed Io sottraxi la grazia per la colpa sua, perché essa aveva serrata la porta del desiderio; unde il sole della grazia n’escí fuore, non per difecto del sole, ma per difecto della creatura, che serrò la porta del desiderio. Ricognoscendo sé e la tenebre sua, apre la finestra, vomitando el fracidume per la sancta confessione. Io alora per grazia so’ tornato ne l’anima, e ritraggomi da lei non per grazia ma per sentimento, come decto è. Questo fo per farla umiliare e per farla exercitare in cercare me in veritá, e per provarla nel lume della fede, perché ella venga a prudenzia. Alora, se ella ama senza rispecto, con viva fede e con odio di sé, gode nel tempo della fadiga, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E questa è la seconda cosa delle tre, delle quali Io ti dicevo, cioè di mostrare in che modo viene ad perfeczione, e che fa quando ella è gionta.

Questo è quel che fa: che, perché ella senta ch’Io sia ritracto a me, non volta el capo a dietro; anco persevera con umilitá ne l’exercizio suo, e sta serrata nella casa del cognoscimento di sé. E ine con fede viva aspecta l’avenimento dello Spirito sancto, cioè me, che so’ esso fuoco di caritá. Come aspecta? non oziosa, ma in vigilia e continua e sancta orazione. E non[118] solamente la vigilia corporale, ma la vigilia intellectuale, cioè che l’occhio de l’intellecto non si serra, ma col lume della fede veghia, extirpando con odio le cogitazioni del cuore; veghiando ne l’affecto della mia caritá, cognoscendo che Io non voglio altro che la sua sanctificazione. E questo n’è certificato nel sangue del mio Figliuolo.

Poi che l’occhio vegghia nel cognoscimento di me e di sé, òra continuamente con orazione di sancta e buona volontá: questa è orazione continua. E anco con l’orazione actuale, cioè, dico, facta ne l’actuale tempo ordinatamente, secondo l’ordine della sancta Chiesa.

Questo è quello che fa l’anima che s’è partita dalla imperfeczione e gionta alla perfeczione. E acciò che ella vi giognesse, mi partii da lei, non per grazia ma per sentimento.

Partiimi ancora perché ella vedesse e cognoscesse il difecto suo: però che, sentendosi privata della consolazione, se sente pena affliggitiva e sentesi debile e non stare ferma né perseverante, in questo truova la radice de l’amore spirituale proprio di sé. E però l’è materia di cognoscersi e di levarsi sé sopra di sé, salendo sopra la sedia della coscienzia sua; e non lassare passare quel sentimento che non sia correcto con rimproverio, dibarbicando la radice de l’amore proprio col coltello de l’odio d’esso amore e con l’amore della virtú.

CAPITOLO LXIV

Come, amando Dio inperfectamente, inperfectamente s’ama el proximo. E de’ segni di questo amore inperfecto.

—E voglio che tu sappi che ogni inperfeczione e perfeczione si manifesta e s’acquista in me; e cosí s’acquista e manifesta nel mezzo del proximo. Bene il sanno e’ semplici, che spesse volte amano le creature di spirituale amore. Se l’amore di me ha ricevuto schiectamente senza alcuno rispecto, schiectamente beie l’amore del proximo suo, sí come il vasello che[119] s’empie nella fonte: che, se nel traie fuore, beiendo, el vasello rimane vòtio; ma se egli el beie stando el vasello nella fonte, non rimane vòto, ma sempre sta pieno. Cosí l’amore del proximo, spirituale e temporale, vuole essere beiuto in me, senza alcuno rispecto.

Io vi richiegio che voi m’amiate di quello amore che Io amo voi. Questo non potete fare a me, però che Io v’amai senza essere amato. Ogni amore, che voi avete a me, m’avete di debito e non di grazia, però che ’l dovete fare. E Io amo voi di grazia e non di debito. Adunque a me non potete rendere questo amore che Io vi richiego; e però v’ho posto el mezzo del proximo vostro, acciò che faciate a lui quello che non potete fare a me, cioè d’amarlo senza veruno respecto, di grazia e senza aspectarne alcuna utilitá. E io reputo che faciate a me quello che fate allui.

Questo mostrò la mia Veritá dicendo a Pavolo, quando mi perseguitava: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Questo diceva, reputando che Pavolo perseguitasse me perseguitando e’ miei fedeli.

Sí che vuole essere schiecto questo amore. E con quello amore, che voi amate me, dovete amare loro. Sai a che se n’avede che egli non è perfecto colui che ama di spirituale amore? Se si sente pena affliggitiva quando non gli pare che la creatura, che egli ama, satisfaccia a l’amore suo, non parendogli essere amato quanto gli pare amare. Ovvero che egli si vega sottrare la conversazione, o privare della consolazione, o vedendo amare un altro piú di lui.

A questo e a molte altre cose se ne potrá avedere che questo amore in me e nel proximo è ancora imperfecto, e che questo vasello è beiuto fuore della fonte: poniamo che l’amore abbi tracto da me. Ma perché in me l’aveva ancora imperfecto, però imperfecto el mostra in colui che ama di spirituale amore. Tucto procede perché la radice de l’amore proprio spirituale non era bene dibarbicata.

E però Io permecto spesse volte che ponga questo amore, perché cognosca sé e la sua imperfeczione per lo modo decto.[120] E sottragomi, per sentimento, da lei, perché essa si rinchiuda nella casa del cognoscimento di sé, dove acquistará ogni perfeczione. E poi Io torno in lei con piú lume e cognoscimento della mia veritá, in tanto che si reputa a grazia di potere uccidere la propria volontá per me. E non si ristá mai di potare la vigna de l’anima sua, e di divellere le spine delle cogitazioni, e ponere le pietre delle virtú fondate nel sangue di Cristo crocifixo, le quali ha trovate ne l’andare per lo ponte di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Sí com’Io ti dixi, se bene ti ricorda, che sopra del ponte, cioè della doctrina della mia Veritá, erano le pietre fondate in virtú del sangue suo, perché le virtú hanno dato vita a voi in virtú del Sangue.[122]


[123]

TRACTATO DELL’ORAZIONE

CAPITOLO LXV

Del modo che tiene l’anima per giognere ad l’amore schietto e liberale. E qui comincia el tractato dell’orazione.

—Poi che l’anima è intrata dentro passando per la doctrina di Cristo crocifixo, con vero amore della virtú e odio del vizio, con perfecta perseveranzia, gionta a la casa del cognoscimento di sé, sta serrata in vigilia e continua orazione, separata al tucto da la conversazione del secolo.

Perché si rinchiuse? Per timore, cognoscendo la sua imperfeczione, e per desiderio che ha di giognere a l’amore schiecto e liberale. E perché vede bene e cognosce che per altro modo non vi può giognere, però aspecta con fede viva l’avenimento di me per acrescimento di grazia in sé.

In che si cognosce la fede viva? Nella perseveranzia della virtú, non vollendo el capo a dietro per veruna cosa che sia, né levarsi da l’orazione sancta per veruna cosa che sia: guarda giá che non fusse per obbedienzia o per caritá; altrimenti non debba partirsi da l’orazione. Però che spesse volte, nel tempo ordinato de l’orazione, el dimonio giogne con le molte battaglie e molestie piú che quando si truova fuore de l’orazione. Questo fa per farle venire a tedio l’orazione sancta, dicendo spesse volte:—Questa orazione non ti vale, però che tu non debbi pensare altro né actendere ad altro che a quel che tu dici.—Questo le fa vedere il dimonio perché ella venga a tedio e a confusione di mente, e lassi l’exercizio de l’orazione. La quale è una arme con che l’anima si difende da ogni adversario, tenuta con la mano de l’amore e col braccio del libero arbitrio, difendendosi con essa arme col lume della sanctissima fede.[124]

CAPITOLO LXVI

Qui, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo, dá piena doctrina come l’anima venga da l’orazione vocale a la mentale; e narra qui una visione che questa devota anima ebbe una volta.

—Sappi, figliuola carissima, che ne l’orazione umile e continua e fedele, con vera perseveranzia acquista l’anima ogni virtú. E però debba perseverare e non lassarla mai, né per illusione di dimonio né per propria fragilitá (cioè per pensiero o movimento che venisse nella propria carne sua) né per decto di creatura, ché spesse volte si pone il dimonio sopra le lingue loro, facendo lo’ favellare parole che hanno a impedire la sua orazione. Tucte le debba passare con la virtú della perseveranzia. Oh! quanto è dolce a quella anima, e a me è piacevole la sancta orazione facta nella casa del cognoscimento di sé e nel cognoscimento di me, aprendo l’occhio de l’intellecto col lume della fede e con l’affecto ne l’abbondanzia della mia caritá!

La quale caritá v’è facta visibile per lo visibile unigenito mio Figliuolo, avendovela mostrata col sangue suo. El quale sangue inebbria l’anima e vestela del fuoco della divina caritá, e dálle il cibo del sacramento (el quale v’ho posto nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa) del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tucto Dio e tucto uomo, dandolo a ministrare per le mani del mio vicario, el quale tiene la chiave di questo sangue.

Questa è quella bottiga, della quale ti feci menzione, che stava in sul ponte per dare il cibo e confortare e’ viandanti e perregrini che passano per la doctrina della mia Veritá, acciò che per debilezza non vengano meno. Questo cibo conforta poco e assai, secondo el desiderio di colui che ’l piglia, in qualunque modo el piglia, o sacramentalmente o virtualmente. Sacramentalmente è quando si comunica del sancto Sacramento;[125] virtualmente è comunicandosi per sancto desiderio: sí per desiderio della comunione, e sí per considerazione del sangue di Cristo crocifixo, cioè comunicandosi sacramentalmente de l’affecto della caritá, la quale ha gustata e trovata nel Sangue, el quale vede che per amore fu sparto. E però vi s’inebria e vi s’accende per sancto desiderio, e vi si sazia trovandosi piena solo della caritá mia e del proximo suo.

Questo dove l’acquistò? Nella casa del cognoscimento di sé, con sancta orazione, dove perdé la imperfeczione. Sí come i discepoli e Pietro perdêro (stando dentro in vigilia e orazione) la imperfeczione loro e acquistâro la perfeczione. Con che? con la perseveranzia condita con la sanctissima fede.

Ma non pensare che riceva tanto ardore e nutrimento da questa orazione solamente con orazione vocale, sí come fanno molte anime, che la loro orazione è di parole piú che d’affecto. Le quali non pare che actendano ad altro se none in compire e’ molti salmi e dire i molti paternostri. E compíto el numero che si sonno proposti di dire, non pare che pensino piú oltre. Pare che pongano affecto e actenzione a l’orazione solo nel dire vocalmente: ed egli non si vuole fare cosí; però che, non facendo altro, poco fructo ne tragono, e poco è piacevole a me.

Ma se tu mi dici:—Debbasi lassare stare questa, ché tucti non pare che siano tracti a l’orazione mentale?—No, ma debba andare col modo, ché Io so bene che, come l’anima è prima imperfecta che perfecta, cosí è imperfecta la sua orazione. Debba bene, per non cadere ne l’ozio, quando è ancora imperfecta, andare con l’orazione vocale; ma non debba fare l’orazione vocale senza la mentale: cioè che, mentre che dice, s’ingegni di levare e dirizzare la mente sua ne l’affecto mio, con la considerazione comunemente de’ difecti suoi e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, dove truova la larghezza della mia caritá e la remissione de’ peccati suoi.

E questo debba fare acciò che ’l cognoscimento di sé e la considerazione de’ difecti suoi le faccia cognoscere la mia bontá in sé e continuare l’exercizio suo con vera umilitá.[126]

Non voglio che siano considerati e’ difecti in particulare, ma in comune, acciò che la mente non sia contaminata per lo ricordamento de’ particulari e ladi peccati. Dicevo che Io non voglio; e non debba avere solo la considerazione de’ peccati in comune né in particulare senza la considerazione e memoria del Sangue e larghezza della misericordia, acciò che non venga a confusione. Ché se ’l cognoscimento di sé e considerazione del peccato non fusse condito con la memoria del Sangue e speranza della misericordia, starebbe in essa confusione: e con essa, insieme col dimonio che l’ha guidato socto colore di contrizione e dispiacimento del peccato, giognerebbe a l’etterna dannazione; non solamente per questo, ma perché da questo, non pigliando el braccio della misericordia mia, verrebbe a disperazione.

Questo è uno de’ soctili inganni che ’l dimonio faccia a’ servi miei. E però conviene, per vostra utilitá e per campare l’inganno del dimonio e per essere piacevoli a me, che sempre vi dilarghiate il cuore e l’affecto nella smisurata misericordia mia con vera umilitá. Ché sai che la superbia del dimonio non può sostenere la mente umile; né la sua confusione la larghezza della mia bontá e misericordia, dove l’anima in veritá speri.

E però, se ben ti ricorda, quando el dimonio ti voleva aterrare per confusione, volendoti mostrare che la vita tua fusse stata inganno e non avere seguitata né facta la volontá mia, tu allora facesti quel che tu dovevi fare e che la mia bontá ti die’ di potere fare (la quale bontá non è nascosa a chi la vuole ricevere), cioè che t’innalzasti nella misericordia mia con umilitá, dicendo:—Io confesso al mio Creatore che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nascondarò nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo; e cosí avarò consumate le iniquitá mie e godarommi, per desiderio, nel mio Creatore.

Sai che alora el dimonio fuggí. E tornando poi con l’altra, cioè di volerti levare in alto per superbia, dicendo:—Tu se’ perfecta e piacevole a Dio; non bisogna piú che t’affliga né che pianga e’ difecti tuoi;—donandoti Io alora el lume, vedesti la via che ti conveniva fare, cioè d’umiliarti; e rispondesti al[127] dimonio, dicendo:—Miserabile a me! Giovanni Baptista non fece mai peccato e fu sanctificato nel ventre della madre, e nondimeno fece tanta penitenzia! E io ho commessi cotanti difecti, e non cominciai mai a cognoscerlo con pianto e vera contrizione, vedendo chi è Dio che è offeso da me, e chi so’ io che l’offendo!—

Allora el dimonio non potendo sostenere l’umilitá della mente né la speranza della mia bontá, disse a te:—Maladecta sia tu, ché modo non posso trovare con teco! Se io ti pongo abasso per confusione, e tu ti levi in alto a la misericordia. E se io ti pongo in alto, e tu ti poni abasso, venendo ne l’inferno per umilitá, e intro lo ’nferno mi perseguiti. Sí che io non tornarò piú a te, però che tu mi percuoti col bastone della caritá.—

Debba dunque l’anima condire col cognoscimento della mia bontá el cognoscimento di sé, e il cognoscimento di me col cognoscimento di sé. A questo modo l’orazione vocale sará utile a l’anima che la fará, e a me sará piacevole. E da l’orazione vocale imperfecta giognará, perseverando con l’exercizio, a l’orazione mentale perfecta. Ma se semplicemente mira di compire el numero suo, o se per la orazione vocale lassasse l’orazione mentale, non vi giogne mai.

Alcuna volta sará l’anima sí ignorante che, factosi el suo proponimento di dire cotanta orazione con la lingua (e io alcuna volta visitarò la mente sua, quando in uno modo e quando in uno altro: alcuna volta in uno lume di cognoscimento di sé con una contrizione del difecto suo; alcuna volta nella larghezza della mia caritá; alcuna volta ponendole dinanzi a la mente sua in diversi modi, secondo che piace a me, la presenzia della mia Veritá, e secondo che essa anima avesse desiderato), ed ella, per compire il suo numero, lassa la visitazione di me che sente nella mente, quasi per coscienzia che si fará di lassare quello che ha cominciato.

Non debba fare cosí, però che, facendolo, sarebbe inganno di dimonio; ma subbito che sente disponere la mente per mia visitazione (per molti modi, come detto è), debba abandonare l’orazione vocale. Poi, passata la mentale, se ha tempo, può[128] ripigliare quello che proposto s’aveva di dire; non avendo tenpo non se ne debba curare, né venirne a tedio né confusione di mente. Cosí debba fare. Guarda giá che non fusse l’offizio divino, el quale i cherici e religiosi sonno tenuti e obligati di dire; e non dicendolo, offendono. Essi debbono infino a la morte dire l’offizio suo. E se essi si sentissero, all’ora debita che si debba dire, la mente tracta e levata per desiderio, si debbano provedere di dirlo innanzi o dirlo poi, sí che non trapassi che il debito de l’offizio non sia renduto.

D’ogni altra cosa che l’anima cominciasse, la debba cominciare vocalmente per giognere a la mentale. E sentendosi la mente disposta, la debba lassare per la cagione decta. Questa orazione vocale, facta nel modo che decto t’ho, giognerá ad perfeczione; e però non debba lassare l’orazione vocale, per qualunque modo ella è facta, ma debba andare col modo che decto t’ho. E cosí con l’essercizio e perseveranzia gustará l’orazione in veritá e il cibo del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. E però ti dixi che alcuno si comunicava virtualmente del Corpo e del sangue di Cristo, benché non sacramentalmente, cioè comunicandosi de l’affecto della caritá, la quale gusta col mezzo della sancta orazione, poco e assai, secondo l’affecto di colui che òra.

Chi va con poca prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai, assai truova; perché quanto l’anima piú s’ingegna di sciogliere l’affecto suo e legarlo in me col lume de l’intellecto, piú cognosce: chi piú cognosce piú ama; piú amando, piú gusta.

Adunque vedi che l’orazione perfecta non s’acquista con molte parole, ma con affecto di desiderio, levandosi in me con cognoscimento di sé, condito insieme l’uno con l’altro. Cosí insiememente avará la vocale e la mentale, perché elle stanno insieme sí come la vita activa e la vita contemplativa.

Benché in molti e in diversi modi s’intenda orazione vocale o vuoli mentale: perché posto t’ho che ’l desiderio sancto è continua orazione, cioè d’avere buona e sancta volontá. La quale volontá e desiderio si leva al luogo e al tempo ordinato[129] actualmente, agionto a quella continua orazione del sancto desiderio. E cosí l’orazione vocale, stando l’anima nella sancta volontá, la fará al tempo ordinato; o alcuna volta fuore del tempo ordinato la fa continua, secondo che gli richiede la caritá in salute del proximo (sí come vede il bisogno e la necessitá) e secondo lo stato che Io l’ho posto.

Ogniuno, secondo lo stato suo, debba adoperare in salute de l’anime secondo el principio della sancta volontá. Ciò che aduopera vocalmente e actualmente nella salute del proximo è uno orare virtuale: poniamo che actualmente, a luogo debito, la facci per sé. E fuore della debita orazione sua, ciò che egli fa nella caritá del proximo suo, o in sé per exercizio che egli facesse actualmente di qualunque cosa si fusse, è uno orare. Sí come disse il glorioso mio banditore di Pavolo, cioè che «non cessa d’orare chi non cessa di bene adoperare». E però ti dixi che l’orazione si faceva in molti modi se si vede l’actuale unita con la mentale, perché l’actuale orazione facta per lo modo decto è facta con l’affecto della caritá. El quale affecto di caritá è la continua orazione.

Ora t’ho decto in che modo si giogne a l’orazione mentale, cioè con l’essercizio e perseveranzia e lassando la vocale per la mentale quando Io visito l’anima. E hotti decto quale è l’orazione comune e la vocale comunemente fuore del tempo ordinato, e l’orazione della buona e sancta volontá; e come ogni exercizio in sé e nel proximo, che fa con buona volontá, fuore de l’ordinato tempo, è orazione. Adunque virilmente l’anima debba speronare se medesima con questa madre de l’orazione. Questo è quello che fa l’anima che è rinchiusa in casa del cognoscimento di sé, gionta a l’amore de l’amico e filiale. E se essa anima non tiene i modi decti, sempre rimarrebbe nella tiepidezza e imperfeczione sua. E tanto amarebbe, quanto sentisse dilecto o utilitá in me o nel proximo suo.[130]

CAPITOLO LXVII

De lo inganno che ricevono gli uomini mondani, e’ quali amano e servono Dio per propria consolazione e dilecto.

—Del quale amore imperfecto ti voglio dire. E non ti voglio tacere uno inganno che in esso amore possono ricevere, nella parte d’amare me per propria consolazione. Unde voglio che tu sappi che il servo mio, che imperfectamente m’ama, cerca piú la consolazione, per la quale egli m’ama, che me. E a questo se ne può avedere: che, mancandoli la consolazione o spirituale, cioè di mente, o consolazione temporale, si turba.

Nelle temporali tocca agli uomini del mondo, che vivono con alcuno acto di virtú, mentre che hanno la prosperitá; e sopravenendo la tribulazione, la quale Io do per loro bene, si conturbano in quel poco del bene che adoperavano. E chi gli dimandasse:—Perché ti conturbi?—rispondarebbero:—Perché aviamo ricevuta tribolazione, e quel poco del bene ch’io facevo mel pare quasi perdere, perché non el fo con quel cuore e con quello animo che io facevo, mi pare a me. Questo è per la tribolazione che io ho ricevuta, però che mi pareva piú adoperare, e piú pacificamente col cuore riposato, innanzi che ora.—

Costoro sonno ingannati nel proprio dilecto. E non è la veritá che ne sia cagione la tribolazione: né che essi amino meno né aduoparino meno, cioè che l’operazione, che fanno nel tempo della tribolazione, tanto vale in sé quanto di prima, nel tempo della consolazione; anco lo’ potrebbe valere piú, se essi avessero pazienzia. Ma questo l’adiviene perché essi si dilectavano nella prosperitá: ine con un poco d’acto di virtú amavano me; ine pacificavano la mente loro con quella poca operazione. Essendo privati di quello dove si posavano, lo’ pare che lo’ sia tolto el riposo nel loro adoperare: ed egli non è cosí.

Ma a loro adiviene come de l’uomo che è in uno giardino: che in esso giardino, perché v’ha dilecto, si riposa con la sua operazione. Parli riposare ne l’operazione, ed egli si riposa nel[131] dilecto che egli ha preso nel giardino. E a questo se n’avede che egli è la veritá che egli si dilecta piú nel giardino che ne l’operazione: però che, toltoli el giardino, si sente privato del dilecto. Però che, se ’l principale dilecto avesse posto nella sua operazione, non l’avarebbe perduto, anco l’avarebbe seco; perché l’exercizio del bene adoperare non si può perdere (se egli non vuole) perché gli sia tolto el dilecto della prosperitá, sí come a colui el giardino.

Adunque s’ingannano nel loro adoperare per la propria passione. Unde hanno per uso di dire questi cotali:—Io so che io facevo meglio, e piú consolazione avevo innanzi che io fusse tribulato che ora, e giovavami di fare bene; ma ora non me ne giova né dilecto punto.—El loro vedere e il loro dire è falso, però che, se essi si fussero dilectati del bene per amore del bene della virtú, non l’avarebbero perduto né mancato in loro, anco cresciuto. Ma perché el loro bene adoperare era fondato nel proprio loro bene sensitivo, però lo’ manca e vien lo’ meno.

Questo è lo inganno che riceve la comune gente in alcuno loro bene adoperare. Questi sonno ingannati da loro medesimi, dal proprio dilecto sensitivo.

CAPITOLO LXVIII

De lo inganno che ricevono e’ servi di Dio, e’ quali ancora amano Dio di questo amore imperfecto predecto.

—Ma e’ servi miei che anco sonno ne l’amore imperfecto, cercando e amando me con affecto d’amore verso la consolazione e dilecto che truovano in me, qualche volta sono ingannati. Perch’Io so’ remuneratore d’ogni bene che si fa, poco e assai, secondo la misura de l’amore di colui che riceve; per questo do consolazione mentale, quando in uno modo e quando in un altro, nel tempo de l’orazione. Questo non fo perché ella ignorantemente riceva la consolazione, cioè che ella raguardi piú el presente della consolazione che è data da me che me, ma perché[132] ella raguardi piú l’affecto della mia caritá con che Io lel do e la indegnitá sua che riceve, che el dilecto della propria consolazione. Ma se ella, ignorante, piglia solo el dilecto senza la considerazione de l’affecto mio verso di lei, ne riceve il danno e lo inganno che Io ti dirò.

L’uno si è che, ingannata da la propria consolazione, cerca essa consolazione e ine si dilecta. E piú che, alcuna volta, sentendo in alcuno modo la consolazione e visitazione mia in sé, e poi partendosi, andará dietro per la via che tenne quando la trovò, per trovare quella medesima. E Io non le do a uno modo (ché cosí parrebbe ch’Io non avesse che dare); anco le do in diversi modi, secondo che piace a la mia bontá e secondo la necessitá e il bisogno suo. Essendo ella ignorante, cercará pure in quello modo come se ella volesse ponere legge allo Spirito sancto. Non debba fare cosí; ma debba passare virilmente per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, e ine ricevere in quel modo, in quello luogo e in quel tempo che piace a la mia bontá di dare. E se Io non do, anco quel non dare Io el fo per amore e non per odio, perché essa mi cerchi in veritá e non m’ami solamente per lo dilecto, ma riceva con umilitá piú la caritá mia che il dilecto che truova. Però che, se ella non fa cosí, e che ella vada solo al dilecto a suo modo e non a mio, riceverá pena e confusione intollerabile quando si vedrá tolto l’obiecto del dilecto, el quale si pose dinanzi a l’occhio de l’intellecto suo.

Questi sonno quegli che eleggono le consolazioni a loro modo, cioè che, trovando dilecto, in alcuno modo, di me nella mente loro, vorranno passare con quel medesimo. E alcuna volta sonno tanto ignoranti che, visitandogli Io in altro modo che in quello, faranno resistenzia e non riceveranno, anco vorranno pur quello che s’hanno imaginato. Questo è difecto della propria passione e dilecto spirituale il quale trovò in me: ella è ingannata, però che impossibile sarebbe di stare continuamente in uno modo. Perché, come l’anima non può stare ferma, ché o e’ si conviene che ella vada innanzi a le virtú, o ella torni a dietro; cosí la mente in me non può stare ferma solo in uno dilecto, che la mia bontá non ne dia piú. Molto differenti gli do: alcuna volta[133] do dilecto d’una allegrezza mentale; alcuna volta una contrizione e uno dispiacimento, che parrá che la mente sia conturbata in sé; alcuna volta sarò ne l’anima e non mi sentirá; alcuna volta formarò la mia Veritá, Verbo incarnato, in diversi modi dinanzi a l’occhio de l’intellecto suo, e nondimeno non parrá che essa, nel sentimento de l’anima, el senta con quello calore e dilecto che a quello vedere le pare che dovesse seguitare; e alcuna volta sentirá e non vedrá grandissimo dilecto.

Tucto questo fo per amore e per conservarla e acrescerla nella virtú de l’umilitá e nella perseveranzia, e per insegnarle che essa non voglia poner regola a me, né il fine suo nella consolazione, ma solo nella virtú fondata in me; ma con umilitá riceva l’uno tempo e l’altro, e con affecto d’amore l’affecto mio con che Io do; e con viva fede creda ch’Io do a necessitá o della salute sua, o a necessitá di farla venire a la grande perfeczione.

Debba dunque stare umile, facendo el principio e il fine ne l’affecto della mia caritá, e ricevere in essa caritá dilecto e non dilecto, secondo la mia volontá e non secondo la sua. Questo è il modo a non volere ricevere inganno, anco ogni cosa ricevere per amore da me che so’ loro fine, fondati nella dolce mia volontá.

CAPITOLO LXIX

Di quelli e’ quali, per non lassare la loro pace e consolazione, non sovengono al proximo ne le sue necessitadi.

—Hotti decto de l’inganno che ricevono coloro che a loro modo vogliono gustare e ricevare me nella mente loro.

Ora ti voglio dire il secondo inganno di coloro che tucto el loro dilecto è posto in ricevere la consolazione della mente loro; intanto che spesse volte vedranno el proximo loro in necessitá o spirituale o temporale e non li soverranno, socto colore di virtú dicendo:—Io ne perdo la pace e la quiete della mente, e non dico l’ore mie a l’ora né al tempo.—Unde, non[134] avendo la consolazione, ne lo’ pare offendere me: ed essi sonno ingannati dal proprio dilecto spirituale della mente loro; e offendonmi piú non sovenendo a la necessitá del proximo che lassando tucte le loro consolazioni. Perché ogni exercizio vocale e mentale è ordinato da me, che l’anima el facci per giognere a la caritá perfecta di me e del proximo, e di conservarla in essa caritá. Sí che egli m’offende piú lassando la caritá del proximo per lo suo exercizio actuale e quiete di mente, che lassando l’exercizio per lo proximo.

Perché nella caritá del proximo truovano me, e nel dilecto loro, dove cercano me, ne sarebbero privati. Però che, non sovenendo, ipso facto diminuiscono la caritá del proximo; diminuita la caritá del proximo, diminuisce l’affecto mio verso di loro; diminuito l’affecto, diminuita la consolazione. Sí che, volendo guadagnare, essi perdono; e volendo perdere, guadagnano; cioè che, volendo perdere le proprie consolazioni in salute del proximo, riceve e guadagna me e il proximo suo, sovenendolo e servendolo caritativamente.

E cosí gustarebbero in ogni tempo la dolcezza della caritá mia. E, non facendolo, stanno in pena: perché alcuna volta si converrá pur che ’l sovenga, o per forza o per amore, o per infermitá corporale o per infermitá spirituale che egli s’abbi; sovenendolo, el soviene con pena, con tedio di mente e stimolo di coscienzia, e diventa incomportabile a sé e ad altrui. E chi el dimandasse:—Perché senti questa pena?—rispondarebbe:—Perché mi pare avere perduta la pace e la quiete della mente, e molte cose, di quelle che io solevo fare, ho lassate, e credone offendere Dio.—Ed egli non è cosí; ma perché ’l suo vedere è posto nel proprio dilecto, però non sa discernere né cognoscere in veritá dove sta la sua offesa. Però che vedrebbe che l’offesa non sta in non avere la consolazione mentale, né in lassare l’essercizio de l’orazione nel tempo della necessitá del proximo suo; anco sta in essere trovato senza la caritá del proximo, el quale egli debba amare e servire per amore di me.

Sí che vedi come s’inganna solo col proprio amore spirituale verso di sé.[135]

CAPITOLO LXX

De lo inganno che ricevono quelli li quali hanno posto tucto el loro affecto ne le consolazioni e visioni mentali.

—E alcuna volta per questo cosí facto amore ne riceve anco piú danno. Ché se l’affecto suo solo si pone e cerca nella consolazione e visioni le quali spesse volte dono e do a’ servi miei, quando ella se ne vede privata cade in amaritudine e in tedio di mente, perché le pare essere privata della grazia quando alcuna volta mi sottrago della mente sua; sí come ti dixi che Io andavo e tornavo ne l’anima, partendomi non per grazia ma per sentimento, per fare venire l’anima ad perfeczione. Sí che ne cade in amaritudine, e parle essere intro lo ’nferno, sentendosi levata dal dilecto e sentendo le molestie delle molte temptazioni.

Non debba essere ignorante né lassarsi tanto ingannare al proprio amore spirituale che non cognosca la veritá; e cognoscere me in sé, che so’ Io colui, sommo Bene, che le conservo la buona volontá, nel tempo delle bactaglie, che non corre per dilecto dietro a loro. Debbasi dunque umiliare, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E però mi sottrago da lei, per questa cagione: per farla umiliare e per farle cognoscere la caritá mia in sé, trovandola nella buona volontá che Io le conservo nel tempo delle bactaglie; e perché essa non riceva solamente il lacte della dolcezza sprizzato da me nella faccia de l’anima sua, ma perché essa s’atacchi al pecto della mia Veritá, sí che riceva el lacte insieme con la carne, cioè di trare a sé il lacte della mia caritá col mezzo della Carne di Cristo crocifixo, cioè della doctrina sua, della quale v’ho facto ponte acciò che per lui giongano a me. Per questo mi ritrago da loro.

Andando elleno con prudenzia, e non con ignoranzia ricevendo solamente il lacte, ritorno a loro con piú dilecto e fortezza e lume e ardore di caritá. Ma se esse ricevono con[136] tedio e con tristizia e confusione di mente el partire del sentimento della dolcezza mentale, poco guadagnano e permangono nella tiepidezza loro.

CAPITOLO LXXI

Come i predecti, che si dilectano de le consolazioni e visioni mentali, possono essere ingannati ricevendo el demonio transfigurato in forma di luce. E de’ segni a’ quali si può cognoscere quando la visitazione è da Dio, o dal demonio.

—E doppo questo, ricevono spesse volte un altro inganno dal dimonio, cioè di trasformarsi in forma di luce. Perché ’l dimonio in quello che vede la mente disposta a ricevere e desiderare, in quello gli dá. Perché vede la mente inghiottornita e posto el suo desiderio solo nelle consolazioni e visioni mentali (a le quali l’anima non debba ponere il suo desiderio, ma solamente nelle virtú, e di quelle per umilitá reputarsene indegna ed in esse consolazioni ricevere l’affecto mio), dico che ’l dimonio alora si trasforma in quella mente in forma di luce, in diversi modi: quando in forma d’angelo, e quando in forma della mia Veritá, o in altra forma de’ sancti miei: E questo fa per pigliarla co’ l’amo del proprio dilecto spirituale che ha posto nelle visioni e dilecto della mente. E se essa anima non si leva con la vera umilitá, spregiando ogni dilecto, rimane presa con questo lamo nelle mani del dimonio. Ma se essa con umilitá, spregiando el dilecto, e con amore stregne l’affecto di me, che so’ donatore, e non del dono, el dimonio non la può sostenere, per la sua superbia, la mente umile.

E se tu mi dimandassi:—A che si può cognoscere che sia piú dal dimonio che da te?—io ti rispondo che questo è il segno: che se ella è dal dimonio, che egli sia venuto nella mente a visitare in forma di luce, come decto è, l’anima riceve subbito nel suo venire allegrezza; e quanto piú sta, piú perde l’allegrezza e rimane tedio e tenebre e stimolo nella mente,[137] obfuscandovisi dentro. Ma se in veritá è visitata da me, Veritá etterna, l’anima riceve timore sancto nel primo aspecto; e con esso timore riceve allegrezza e sicurtá con una dolce prudenzia, che, dubbitando, non dubbita; ma, per cognoscimento di sé reputandosi indegna, dirá:—Io non so’ degna di ricevere la tua visitazione; non essendone degna, come può essere?—Alora si vòlle a la larghezza della mia caritá, cognoscendo e vedendo che a me è possibile di dare; e non raguardo alla indegnitá sua, ma a la dignitá mia che la fo degna di ricevere me, per grazia e per sentimento, in sé, perché non dispregio il desiderio col quale ella mi chiama. E però riceve umilmente, dicendo:—Ecco l’ancilla tua: facta sia in me la tua volontá.—E alora esce del camino de l’orazione e visitazione mia con allegrezza e gaudio di mente, e con umilitá reputandosi indegna, e con caritá ricognoscendola da me.

Or questo è il segno che l’anima è visitata da me o dalle dimonia: trovando quando è da me, nel primo aspecto, el timore e, al fine e al mezzo, l’allegrezza e la fame delle virtú. E quando è dal dimonio, el primo aspecto è l’allegrezza, e poi rimane in confusione e in tenebre di mente. Sí che Io ho proveduto in darvi el segno, acciò che l’anima, se ella vuole andare umile e con prudenzia, non possa essere ingannata. El quale inganno riceve l’anima che vorrá navicare solo con l’amore imperfecto delle proprie consolazioni piú che de l’affecto mio, come decto t’ho.

CAPITOLO LXXII

Come l’anima, che in veritá cognosce se medesima, saviamente si guarda da tucti li predecti inganni.

—Non t’ho voluto tacere l’inganno che ricevono e’ comuni, ne l’amore sensitivo, nel loro poco bene adoperare, cioè di quella poca virtú che essi adoperavano nel tempo della consolazione; né de l’amore proprio spirituale delle proprie consolazioni de’ servi miei, come essi col proprio amore del dilecto s’ingannano[138] che non lo’ lassa cognoscere la veritá de l’affecto mio né discernere la colpa dove ella sta, e l’inganno che ’l dimonio usa con loro per loro colpa, se essi non tengono el modo che decto t’ho.

Hottelo decto, acciò che tu e gli altri servi miei andiate dietro a la virtú per amore di me, e none a veruna altra cosa. Tucti questi inganni e pericoli può ricevare e spesse volte ricevono coloro che sonno ne l’amore imperfecto, cioè d’amare me per rispecto del dono e non di me che do. Ma l’anima, che in veritá è intrata nella casa del cognoscimento di sé, exercitando l’orazione perfecta e levandosi da la imperfeczione de l’amore de l’orazione inperfecta (per quel modo che nel Tractato de l’orazione Io ti contiai), riceve me per affecto d’amore, cercando di trare a sé el lacte della dolcezza mia col pecto della doctrina di Cristo crocifixo.

Gionti al terzo stato, cioè de l’amore de l’amico e filiale, non hanno amore mercennaio, anco fanno come carissimi amici. Sí come fará l’uno amico con l’altro, che, essendo presentato da l’amico suo, l’occhio non si vòlle solamente al presente, anco nel cuore e ne l’affecto di colui che dá, e riceve e tiene caro el presente solo per amore de l’affecto de l’amico suo. Cosí l’anima, gionta al terzo stato de l’amore perfecto, quando riceve i doni e le grazie mie non raguarda solamente il dono, ma raguarda con l’occhio de l’intellecto l’affecto della caritá di me donatore.

E acciò che l’anima non abbi scusa di fare cosí, cioè di raguardare l’affecto mio, Io providi d’unire il dono e ’l donatore, cioè unendo la natura divina con la natura umana quando vi donai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale è una cosa con meco, e Io con lui. Sí che per questa unione non potete raguardare il dono che non raguardiate me donatore. Vedi dunque con quanto affecto d’amore dovete amare e desiderare il dono e il donatore! Facendo cosí, sarete in amore puro e schiecto e non mercennaio, sí come fanno questi che sempre stanno serrati nella casa del cognoscimento di loro.[139]

CAPITOLO LXXIII

Per che modi l’anima si parte da l’amore inperfecto e giogne ad l’amore perfecto dell’amico e filiale.

—In fino a ora Io t’ho mostrato per molti modi come l’anima si leva da la imperfeczione e giogne a l’amore perfecto, e quello che fa poi che ella è gionta a l’amore de l’amico e filiale.

Dixiti e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi nella casa del cognoscimento di sé. El quale cognoscimento di sé vuole essere condito col cognoscimento di me, acciò che non venga a confusione. Perché del cognoscimento di sé acquistará l’odio della propria passione sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni. E da l’odio fondato in umilitá trarrá la pazienzia, nella quale pazienzia diventará forte contra le bactaglie del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente sua. Tucte le portará con questa virtú.

E se la sensualitá propria, per malagevolezza, volesse alzare el capo contra la ragione, el giudice della coscienzia debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione, e non lassare passare i movimenti che non sieno correcti. Benché l’anima che stará ne l’odio sempre si corregge e riprende, d’ogni tempo: non tanto che quegli che sonno contra la ragione, ma quegli che, spesse volte, saranno da me.

Questo volse dire il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse che «la sancta e pura coscienzia faceva peccato dove non era peccato»: cioè che vedeva, per la puritá della coscienzia, la colpa dove non era la colpa.

Or cosí debba fare e fa l’anima che si vuole levare dalla imperfeczione, aspectando, nella casa del cognoscimento di sé, la providenzia mia col lume della fede, sí come fecero e’ discepoli che stectero in casa e non si mossero mai, ma con[140] perseveranzia in vigilia e umile e continua orazione perseverâro infino a l’avenimento dello Spirito sancto.

Questo è quello (sí come Io ti dixi) che l’anima fa, quando s’è levata dalla imperfeczione e rinchiusasi in casa per giognere a perfeczione. Ella sta in vigilia, vegghiando con l’occhio de l’intellecto nella doctrina della mia Veritá, umiliata perché ha cognosciuta sé in continua orazione, cioè di sancto e vero desiderio, perché in sé cognobbe l’affecto della mia caritá.

CAPITOLO LXXIV

De’ segni a’ quali si cognosce che l’anima sia venuta all’amore perfecto.

—Ora ti resto a dire in che si vede che essi sieno gionti a l’amore perfecto: per quello segno medesimo che fu dato a’ discepoli sancti poi che ebbero ricevuto lo Spirito sancto, che escîro fuore di casa e, perduto el timore, anunziavano la parola mia, predicando la doctrina del Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. E non temevano pene, anco si gloriavano nelle pene; non curavano d’andare dinanzi a’ tiranni del mondo ad anunziar lo’ e dir lo’ la veritá per gloria e loda del nome mio.

Cosí l’anima che ha aspectato per cognoscimento di sé, nel modo che decto t’ho, Io so’ tornato a lei col fuoco de la caritá mia. Nella quale caritá, mentre che stette in casa con perseveranzia, concepé le virtú per affecto d’amore, participando della potenzia mia, con la quale potenzia e virtú signoreggiò e vinse la propria passione sensitiva.

E in essa caritá participai in lei la sapienzia del Figliuolo mio, nella quale sapienzia vide e cognobbe con l’occhio de l’intellecto la mia Veritá e gl’inganni de l’amore sensitivo spirituale, cioè l’amore imperfecto della propria consolazione, come decto è. E cognobbe la malizia e l’inganno del dimonio, che dá a l’anima che è legata in quello amore imperfecto. E però si levò con odio d’essa imperfeczione e amore della perfeczione.[141]

In questa caritá, che è esso Spirito sancto, el participai nella volontá sua, fortificando la volontá a volere sostenere pena, ed escire fuore di casa per lo nome mio, e parturire le virtú sopra el proximo suo. Non che esca fuore della casa del cognoscimento di sé, ma escono della casa de l’anima le virtú concepute per affecto d’amore, e parturiscele, al tempo del bisogno del proximo suo, in molti e diversi modi; perché ’l timore è perduto, el quale teneva, che non manifestava per timore di non perdere le proprie consolazioni, sí come di sopra ti dixi. Ma poi che sonno venuti a l’amore perfecto e liberale, escono fuore per lo modo decto.

E questo gli unisce col quarto stato, cioè che dal terzo stato, el quale è stato perfecto (nel quale terzo stato gusta e parturisce la caritá nel proximo suo), riceve uno stato ultimo di perfecta unione in me. E’ quali due stati sonno uniti insieme, che non è l’uno senza l’altro, se non come la caritá mia senza la caritá del proximo, e quella del proximo senza la mia non può essere separata l’una da l’altra.

Cosí di questi due stati non è l’uno senza l’altro, sí come ti verrò dichiarando e mostrando per questo terzo.

CAPITOLO LXXV

Come gl’imperfecti vogliono seguitare solamente el Padre, ma i perfecti seguitano el Figliuolo. E d’una visione che ebbe questa devota anima, ne la quale si narra di diversi baptesmi e d’alcune altre belle e utili cose.

—Hotti decto che sonno esciti fuore. El quale è il segno che so’ levati da la imperfeczione e gionti a la perfeczione. Apre l’occhio de l’intellecto e miragli córrire per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, el quale fu regola e via e doctrina vostra. Dinanzi a l’occhio de l’intellecto loro essi non si pongono altro che Cristo crocifixo; non si pongono me, Padre, sí come fa colui che sta ne l’amore imperfecto, el quale non vuole sostenere pena. E perché in me non può cadere pena,[142] vuole seguitare solo el dilecto che truova in me, e però dico che séguita me: non me, ma el dilecto che truova in me.

Non fanno cosí costoro; ma, come ebbri e affocati d’amore, hanno congregati e saliti tre scaloni generali, e’ quali ti figurai nelle tre potenzie de l’anima, e i tre scaloni actuali che actualmente ti figurai nel Corpo di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Salito e’ piei, co’ piei de l’affecto de l’anima, gionse al costato, dove trovò il secreto del cuore; e cognobbe il baptesmo de l’acqua (el quale ha virtú nel Sangue) dove l’anima trovò la grazia nel sancto baptesmo, disposto el vasello de l’anima a ricevere la grazia unita e impastata nel Sangue.

Dove cognobbe questa dignitá di vedersi unita e impastata nel sangue de l’Agnello, ricevendo el sancto baptesmo in virtú del Sangue? Nel costato, dove cognobbe il fuoco della divina caritá. E cosí manifestoe, se bene ti ricorda, la mia Veritá, essendo dimandato da te, quando dicevi:—Doh! dolce ed immaculato Agnello, tu eri morto quando el costato ti fu aperto, perché volesti essere percosso e partito el cuore?—Ed egli rispose, se ben ti ricorda, che assai cagioni ci aveva; ma alcuna principale te ne dirò.

—Perché il desiderio mio verso l’umana generazione era infinito, e l’operazione actuale di sostenere pena e tormenti era finita: e per la cosa finita non potevo mostrare tanto amore quanto piú amavo, perché l’amore mio era infinito. E però volsi che vedeste il secreto del cuore, mostrandovelo aperto, acciò che vedeste che piú amavo che mostrare non vi potevo per la pena finita. Gictando sangue e acqua, vi mostrai el sancto baptesmo de l’acqua, el quale riceveste in virtú del Sangue: e però versava sangue e acqua. E anco mostravo el baptesmo del Sangue in due modi: l’uno è in coloro che sonno baptezzati nel sangue loro sparto per me; il quale ha virtú per lo sangue mio, non potendo essi avere il sancto baptesmo. Alcuni altri si baptezzano nel fuoco, desiderando el baptesmo con affecto d’amore e non poterlo avere: e non è baptesmo di fuoco senza Sangue, però che ’l Sangue è intriso e impastato col fuoco della divina caritá, perché per amore fu sparto.[143]

In un altro modo riceve l’anima questo baptesmo del Sangue, parlando per figura. E questo providde la divina caritá, perché, cognoscendo la infermitá e fragilitá de l’uomo, per la quale fragilitá offendendo (non che egli sia costrecto da fragilitá né da altro a commectere la colpa, se egli non vuole; ma, come fragile, cade in colpa di peccato mortale, per la quale colpa perde la grazia che trasse nel sancto baptesmo in virtú del Sangue), e però fu bisogno che la divina caritá prove desse a lassare il continuo baptesmo del Sangue, el quale si riceve con la contrizione del cuore e con la sancta confessione, confessando, quando può, a’ ministri miei, che tengono la chiave del Sangue. El quale Sangue gitta, ne l’absoluzione, sopra la faccia de l’anima.

E non potendo avere la confessione, basta la contrizione del cuore. Alora la mano della mia clemenzia vi dona el fructo di questo prezioso sangue; ma, potendo avere la confessione, voglio che l’abbiate; e chi la potrá avere e non la vorrá, sará privato del fructo del Sangue. È vero che ne l’ultima extremitá, volendola e non potendola avere, anco el riceverá. Ma non sia alcuno sí macto che si voglia però con questa speranza conducersi ad aconciare i facti suoi ne l’ultima extremitá della morte, perché non è sicuro che, per la sua obstinazione, Io con la divina mia giustizia non dicesse:—Tu non ti ricordasti di me nella vita, nel tempo che tu potesti: Io non mi ricordarò di te nella morte.—Sí che neuno debba pigliare lo indugio; e se pure per lo difecto suo l’ha preso, non debba lassare infino a l’ultimo di baptezzarsi per speranza nel Sangue.

Sí che vedi che questo baptesmo è continuo, dove l’anima si debba baptezzare infino a l’ultimo, per lo modo decto. In questo baptesmo cognosci che l’operazione mia (cioè de la pena della croce) fu finita; ma el fructo della pena, che avete ricevuto per me, è infinito. Questo è in virtú della natura divina infinita, unita con la natura umana finita, la quale natura umana sostenne pena in me. Verbo, vestito della vostra umanitá. Ma perché è intrisa e impastata l’una natura con l’altra, trasse a sé, la Deitá etterna, la pena ch’Io sostenni con tanto fuoco d’amore. E però si può chiamare infinita questa operazione; non[144] che infinita sia la pena, né l’actuale del corpo né la pena del desiderio che Io avevo di compire la vostra redempzione, però che ella terminò e finí in croce quando l’anima si partí dal corpo. Ma el fructo, che escí della pena e desiderio della vostra salute, è infinito: e però el ricevete infinitamente. Però che, se egli non fusse stato infinito, non sarebbe restituita tucta l’umana generazione, né ’ passati né i presenti né gli avenire. Neanco l’uomo che offende, doppo l’offesa, non si potrebbe rilevare, se questo baptesmo del Sangue non vi fusse dato infinito, cioè che ’l fructo del Sangue fusse infinito.

Questo vi manifestai ne l’apritura del lato mio, dove truovi el segreto del cuore: mostrando che Io v’amo piú che mostrare non posso con questa pena finita. Mòstrotelo infinito. Con che? col baptesmo del Sangue, unito col fuoco della mia caritá, che per amore fu sparto; e nel baptesmo generale (dato a’ cristiani e a chiunque il vuole ricèvare) de l’acqua unita col Sangue e col fuoco, dove l’anima s’inpasta nel sangue mio. E per mostrarvelo volsi che del costato escisse sangue e acqua.

Ora ho risposto a quello che tu mi dimandavi.

CAPITOLO LXXVI

Come l’anima, essendo salita el terzo scalone del sancto ponte, cioè pervenuta a la bocca, piglia incontenente l’offizio de la bocca. E come la propria volontá essendo morta è vero segno che ella v’è gionta.

—Ora ti dico che tucto questo ch’Io t’ho narrato, sai che narroe la mia Veritá. Hottelo narrato da capo, favellandoti Io in persona sua, acciò che tu cognosca l’excellenzia dove è l’anima ch’è salita questo secondo scalone, dove cognosce e acquista tanto fuoco d’amore. Dove subbito corrono al terzo, cioè a la bocca, dove manifesta essere venuto ad perfecto stato.

Unde passoe? per lo mezzo del cuore, cioè con la memoria del Sangue dove si ribaptezzò lassando l’amore imperfecto, per[145] lo cognoscimento che trasse del cordiale amore, vedendo, gustando e provando el fuoco della mia caritá. Gionti sonno costoro a la bocca, e però el dimostrano facendo l’officio della bocca. La bocca parla con la lingua che è ne la bocca; el gusto gusta. La bocca ritiene porgendolo a lo stomaco. I denti schiacciano, però che in altro modo nol potrebbe inghioctire.

Or cosí l’anima: prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del sancto desiderio, cioè la lingua della sancta e continua orazione. Questa lingua parla actuale e mentale: mentale, offerendo a me dolci e amorosi desidèri in salute de l’anime; e parla actuale, anunziando la doctrina della mia Veritá, amonendo, consigliando e confessando senza alcuno timore di propria pena che ’l mondo le volesse dare, ma arditamente confessa innanzi a ogni creatura, in diversi modi, e a ciascuno secondo lo stato suo.

Dico che mangia prendendo el cibo de l’anime, per onore di me, in su la mensa della sanctissima croce, però che in altro modo né in altra mensa nol potrebbe mangiare in veritá perfectamente. Dico che lo schiaccia co’ denti, però che in altro modo nol potrebbe inghioctire: cioè con l’odio e con l’amore, e’ quali sonno due filaia di denti nella bocca del sancto desiderio, che riceve il cibo schiacciando con odio di sé e con amore della virtú. In sé e nel proximo suo schiaccia ogni ingiuria, scherni, villanie, strazi e rimprovèri con le molte persecuzioni; sostenendo fame e sete, freddo e caldo e penosi desidèri, lagrime e sudori per salute de l’anime. Tucti gli schiaccia per onore di me, portando e sopportando el proximo suo. E poi che l’ha schiacciato, el gusto el gusta, asaporando el fructo della fadiga e il dilecto del cibo de l’anime, gustandolo nel fuoco della caritá mia e del proximo suo. E cosí giogne questo cibo nello stomaco, che per lo desiderio e fame de l’anime s’era disposto a volere ricevere (cioè lo stomaco del cuore), col cordiale amore, diletto e dileczione di caritá col proximo suo; dilectandosene e rugumando per sí facto modo, che perde la tenarezza della vita corporale, per potere mangiare questo cibo (preso in su la mensa della croce) della doctrina di Cristo crocifixo.[146]

Alora ingrassa l’anima nelle vere e reali virtú, e tanto rigonfia per l’abbondanzia del cibo, che ’l vestimento della propria sensualitá (cioè del corpo, che ricuopre l’anima), criepa quanto a l’appetito sensitivo. Colui che criepa, muore. Cosí la volontá sensitiva rimane morta. Questo è perché la volontá ordinata de l’anima è viva in me, vestita de l’etterna volontá mia, e però è morta la sensitiva.

Or questo fa l’anima che in veritá è gionta al terzo scalone della bocca, e il segno che ella v’è gionta è questo: che ella ha morta la propria volontá quando gustò l’affecto della caritá mia.

E però trovò pace e quiete ne l’anima sua nella bocca. Sai che nella bocca si dá la pace. Cosí in questo terzo stato truova la pace per sí facto modo che neuno è che la possa turbare, perché ha perduta e annegata la sua propria volontá, la quale volontá dá pace e quiete quando ella è morta.

Questi parturiscono le virtú senza pena sopra del proximo loro: non che le pene non siano pene in loro, ma non è pena a la volontá morta, però che volontariamente sostiene pena per lo nome mio. Questi corrono, senza negligenzia, per la doctrina di Cristo crocifixo, e non allentano l’andare per ingiuria che lo’ sia facta né per alcuna persecuzione né per dilecto che trovassero; cioè dilecto che il mondo lo’ volesse dare. Ma tucte queste cose trapassano con vera fortezza e perseveranzia, vestito l’affecto loro de l’affecto della caritá, gustando el cibo della salute de l’anime con vera e perfecta pazienzia. La quale pazienzia è uno segno demostrativo, che mostra che l’anima ami perfectissimamente e senza alcuno rispecto. Però che, se ella amasse me e il proximo per propria utilitá, sarebbe impaziente e allentarebbe ne l’andare. Ma perché essi amano me per me, in quanto Io so’ somma bontá e degno d’essere amato, e loro amano per me e ’l proximo per me, per rendere loda e gloria al nome mio, però sonno pazienti e forti a sostenere e perseveranti.[147]

CAPITOLO LXXVII

De le operazioni de l’anima poi che è salita el predecto sancto terzo scalone.

—Queste sonno quelle tre gloriose virtú fondate nella vera caritá, le quali stanno in cima de l’arbore d’essa caritá: cioè la pazienzia, la fortezza e la perseveranzia, che è coronata col lume della sanctissima fede, col quale lume corrono, senza tenebre, per la via della veritá. Ed è levata in alto per sancto desiderio, e però non è alcuno che la possa offendere: né il dimonio con le sue temptazioni (perché egli teme l’anima che arde nella fornace della caritá), né le detraczioni né le ingiurie degli uomini; anco, con tucto ciò che ’l mondo gli perseguiti, el mondo ha timore di loro.

Questo permette la mia bontá: di fortificarli e farli grandi dinanzi a me e nel mondo, perché essi si sonno facti piccoli per umilitá. Bene lo vedi tu nei sancti miei, e’ quali per me si fecero piccoli, e Io gli ho facti grandi in me, Vita durabile, e nel corpo mistico della sancta Chiesa, dove si fa sempre menzione di loro perché i nomi loro sonno scripti in me, libro di vita; sí che ’l mondo gli ha in reverenzia perché essi hanno spregiato el mondo. Questi non nascondono la virtú per timore ma per umilitá; e se egli è bisogno del servizio suo nel proximo, egli non la nasconde per timore della pena né per timore di perdere la propria consolazione, ma virilmente il serve perdendo se medesimo e non curando di sé.

E in qualunque modo egli exercita la vita e ’l tempo suo in onore di me, si gode e truovasi pace e quiete nella mente. Perché? perché non elegge di servire a me a suo modo ma a modo mio; e però gli pesa tanto el tempo della consolazione quanto quello della tribolazione, e tanto la prosperitá quanto l’aversitá. Tanto gli pesa l’una quanto l’altra, perché in ogni cosa truova la volontá mia, ed egli non pensa di fare altro se non di conformarsi, dovunque egli la truova, con essa volontá.[148]

Egli ha veduto che veruna cosa è facta senza me, e con misterio e con divina providenzia, se non il peccato che non è: e però odiano el peccato, e ogni altra cosa hanno in reverenzia; e però sonno tanto fermi e stabili nel loro volere andare per la via della veritá, e non allentano, ma fedelmente servono el proximo loro, non raguardando a l'ignoranzia e ingratitudine sua. Né perché alcuna volta el vizioso gli dica ingiuria e riprenda el suo bene adoperare, che egli non gridi, nel cospecto mio, per orazione per lui, dolendosi piú de l’offesa che egli fa a me e danno de l’anima sua che della ingiuria propria.

Costoro dicono col glorioso di Pavolo mio banditore: «El mondo ci maladice, e noi benediciamo; egli ci perseguita, e noi ringraziamo; cacciaci come immondizia e spazzatura del mondo, e noi pazientemente portiamo». Sí che vedi, figliuola dilectissima, e’ dolci segni; e singularmente, sopra ogni segno, la virtú della pazienzia, dove l’anima dimostra in veritá d’essere levata da l’amore imperfecto e venuta al perfecto, seguitando el dolce e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale, stando in su la croce tenuto da’ chiovi de l’amore, non ritrae adietro per decto dei giuderi che dicevano: «Discende della croce e credarenti». Né per ingratitudine vostra non ritrasse adietro che non perseverasse ne l’obbedienzia, che Io gli avevo posta, con tanta pazienzia che il grido suo non fu udito per alcuna mormorazione.

Cosí questi cotali dilectissimi figliuoli e fedeli servi miei seguitano la doctrina e l’exemplo della mia Veritá. E perché con lusinghe e minacce il mondo gli voglia ritrare, non vòllono però el capo adietro a mirare l’aratro, ma guardano solo ne l’obiecto della mia Veritá. Questi non si vogliono partire del campo della bactaglia per tornare a casa per la gonnella, cioè per la gonnella propria, che egli lassò, del piacere piú a le creature e temere piú loro che me Creatore suo; anco con dilecto sta nella bactaglia, pieno e inebriato del sangue di Cristo crocifixo. El quale Sangue v’è posto dinanzi nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa da la mia caritá, per fare[149] inanimare coloro che vogliono essere veri cavalieri, e combactere con la propria sensualitá e carne fragile, col mondo e col dimonio, col coltello de l’odio d’essi nemici suoi, con cui egli ha a combáctare, e con amore delle virtú. El quale amore è una arme che ripara da’ colpi che nol possono accanare se esso non si trae l’arme di dosso e ’l coltello di mano e dialo nelle mani de’ nemici suoi, cioè dando l’arme con la mano del libero arbitrio, arrendendosi volontariamente a’ nemici suoi. Non fanno cosí questi che sonno inebriati nel Sangue, anco virilmente perseverano infino a la morte, dove rimangono sconfitti tucti e’ nemici suoi.

O gloriosa virtú, quanto se’ piacevole a me e riluci nel mondo negli occhi tenebrosi degl’ignoranti, che non possono fare che non participino della luce de’ servi miei! Ne l’odio loro riluce la clemenzia ch’e’ servi miei hanno a la loro salute; nella invidia loro riluce la larghezza della caritá; nella crudeltá la pietá, però che essi sonno crudeli verso di loro, ed essi sonno pietosi; nella ingiuria riluce la pazienzia, reina che signoreggia e tiene la signoria di tucte le virtú, perché ella è il mirollo della caritá. Ella dimostra e rasegna le virtú ne l’anima; dimostra se elle sonno fondate in me in veritá, o no. Ella vince e non è mai vinta; ella è compagna della fortezza e perseveranzia, come decto è; ella torna a casa con la victoria, escita del campo della bactaglia, tornata a me, Padre etterno, remuneratore d’ogni loro fadiga, e ricevono da me la corona della gloria.

CAPITOLO LXXVIII

Del quarto stato, el quale non è però separato dal terzo; e de le operazioni de l’anima che è gionta a questo stato; e come Dio non si parte mai da essa per continuo sentimento.

—Ora t’ho decto come dimostrano d’essere gionti a la perfeczione de l’amore de l’amico e filiale.

Ora non ti voglio tacere in quanto dilecto gustano me, essendo ancora nel corpo mortale. Perché, gionti al terzo stato,[150] in esso stato, sí com’Io ti dixi, acquistano el quarto stato. Non che sia stato separato dal terzo, ma unito insieme con esso, e l’uno non può essere senza l’altro se non come la caritá mia e quella del proximo, sí com’Io ti dixi. Ma è uno fructo che esce di questo terzo stato d’una perfecta unione che l’anima fa in me, dove riceve fortezza sopra fortezza, intanto che non che porti con pazienzia, ma esso desidera, con ansietato desiderio, di potere sostenere pene per gloria e loda del nome mio.

Questi si gloriano negli obrobri de l’unigenito mio Figliuolo, sí come diceva el glorioso di Pavolo mio banditore: «Io mi glorio nelle tribulazioni e negli obrobri di Cristo crocifixo». E in un altro luogo: «Io non reputo di dovere gloriarmi altro che in Cristo crocifixo». Unde in un altro luogo dice: «Io porto le stímate di Cristo crocifixo nel corpo mio». Cosí questi cotali, come inamorati de l’onore mio e come affamati del cibo de l’anime, corrono a la mensa della sanctissima croce, volendo, con pena e con molto sostenere, fare utilitá al proximo, conservare e acquistare le virtú, portando le stímate di Cristo ne’ corpi loro. Cioè che ’l crociato amore, il quale hanno, riluce nel corpo, mostrandolo con dispregiare se medesimi e con dilectarsi d’obrobri, sostenendo molestie e pene da qualunque lato e in qualunque modo Io le concedo.

A questi cotali carissimi figliuoli la pena l’è dilecto, el dilecto l’è fadiga e ogni consolazione e dilecto che ’l mondo alcuna volta lo’ volesse dare. E non solamente quelle che ’l mondo lo’ dá per mia dispensazione (cioè ch’e’ servi del mondo alcuna volta sonno costrecti da la mia bontá ad averli in reverenzia e sovenirli ne’ loro bisogni e necessitá corporali), ma la consolazione che ricevono da me, Padre etterno, nella mente loro, la spregiano per umilitá e odio di loro medesimi. Non che spregino la consolazione e ’l dono e la grazia mia, ma el dilecto che truova el desiderio de l’anima in essa consolazione. Questo è per la virtú della vera umilitá acquistata da l’odio sancto, la quale umilitá è baglia e nutrice della caritá acquistata con vero cognoscimento di sé e di me.[151]

Sí che vedi che la virtú riluce, e le stímate di Cristo crocifixo, ne’ corpi e nelle menti loro. A questi cotali l’è tolto di non separarmi da loro per sentimento, sí come degli altri ti dixi che Io andavo e tornavo a loro, partendomi non per grazia ma per sentimento. Non fo cosí a questi perfectissimi che sonno gionti alla grande perfeczione, in tucto morti a ogni loro volontá, ma continuamente mi riposo per grazia e per sentimento ne l’anima loro; cioè che ogni otta che vogliono unirsi in me la mente per affecto d’amore, possono, perché ’l desiderio loro è venuto a tanta unione per affecto d’amore che per veruna cosa se ne può separare, ma ogni luogo l’è luogo e ogni tempo l’è tempo d’orazione; perché la loro conversazione è levata da la terra e salita in cèlo, cioè che ogni affecto terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi hanno tolto da sé. Levati si sonno sopra di loro ne l’altezza del cielo con la scala delle virtú, saliti e’ tre scaloni che Io ti figurai nel corpo del mio Figliuolo.

Nel primo spogliâro e’ piei de l’affecto de l’amore del vizio; nel secondo gustâro el secreto e l’affecto del cuore, unde concepettero amore nelle virtú; nel terzo (cioè della pace e quiete della mente) provarono in sé le virtú e, levandosi da l’amore imperfecto, gionsero a la grande perfeczione. Unde hanno trovato el riposo nella doctrina della mia Veritá; hanno trovata la mensa, el cibo e il servidore. El quale cibo gustano col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo; Io lo’ so’ letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo l’è cibo, sí perché gustano el cibo de l’anime in questo glorioso Verbo, e sí perché egli è cibo dato da me a voi: la carne e ’l sangue suo, tucto Dio e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento de l’altare, posto e dato a voi da la mia bontá, mentre che sète peregrini e viandanti, acciò che non veniate meno, ne l’andare, per debilezza, e perché non perdiate la memoria del benefizio del Sangue sparto per voi con tanto fuoco d’amore, ma perché sempre vi confortiate e dilectiate nel vostro andare. Lo Spirito sancto gli serve, cioè l’affecto della mia caritá, la quale caritá lo’ ministra e’ doni e le grazie. Questo dolce[152] servidore porta e arreca: arreca a me i penosi e dolci ed amorosi desidèri, e porta a loro el fructo della divina caritá delle loro fadighe ne l’anime loro, gustando e notricandosi della dolcezza della mia caritá. Sí che vedi che Io lo’ so’ mensa, el Figliuolo mio l’è cibo, e lo Spirito sancto gli serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.

Vedi dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nella loro mente. E quanto piú hanno spregiato el dilecto e voluta la pena, piú hanno perduta la pena e acquistato el dilecto. Perché? perché sonno arsi e affocati nella mia caritá, dove è consumata la volontá loro. Unde el dimonio teme il bastone della caritá loro, e però gicta le saecte sue da longa e non s’ardisce d’acostare. El mondo percuote nella corteccia de’ corpi loro credendo offendere, ed egli è offeso, perché la saecta, che non truova dove intrare, ritorna a colui che la gitta. Cosí el mondo con le saecte delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue, gictandole ne’ perfectissimi servi miei, non v’è luogo da veruna parte dove possa intrare, perché l’orto de l’anima loro è chiuso; e però ritorna la saecta a colui che la gicta, avelenata col veleno della colpa.

Vedi che da veruno lato la può percuotere, però che, percotendo el corpo, non percuote l’anima. Ma sta beata e dolorosa: dolorosa sta de l’offesa del proximo suo, e beata per l’unione e affecto della caritá che ha ricevuta in sé.

Questi seguitano lo immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso era, portando la croce del corpo, sostenendo pena, e la croce del desiderio per satisfare la colpa de l’umana generazione; e beato era, perché la natura divina, unita con la natura umana, non poteva sostenere pena, e sempre faceva l’anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però era beato e doloroso, perché la carne sosteneva, e la deitá pena non poteva patire; neanco l’anima quanto a la parte di sopra de l’intellecto.

Cosí questi dilecti figliuoli, gionti al terzo e al quarto stato, sonno dolorosi portando la croce actuale e mentale: cioè[153] actualmente, sostenendo pene ne’ corpi loro, secondo che Io permecto, e la croce del desiderio del crociato dolore de l’offesa mia e danno del proximo. Dico che sonno beati, però che ’l dilecto della caritá, la quale gli fa beati, non lo’ può essere tolto, unde eglino ricevono allegrezza e beatitudine. Unde si chiama questo dolore, non «dolore affliggitivo» che disecca l’anima, ma «ingrassativo», che ingrassa l’anima ne l’affecto della caritá, perché le pene aumentano la virtú e fortificano e crescono e pruovano la virtú.

Sí che è pena ingrassativa e non affliggitiva, perché veruno dolore né pena la può trare del fuoco, se non come il tizzone, che è tucto consumato nella fornace, che veruno è che ’l possa pigliare per spegnere, perché gli è facto fuoco. Cosí queste anime, gictate nella fornace della mia caritá, non rimanendo veruna cosa fuore di me, cioè veruna loro volontá, ma tucti affocati in me, veruno è che le possa pigliare né trarle fuore di me per grazia, perché sonno facte una cosa con meco ed Io con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento che la mente loro non mi senta in sé, sí come degli altri ti dixi che Io andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non per grazia; e questo facevo per farli venire a la perfeczione. Gionti a la perfeczione, lo’ tolgo el giuoco de l’amore d’andare e di tornare, el quale si chiama «giuoco d’amore», ché per amore mi parto e per amore torno: non propriamente Io (ché Io so’ lo Idio vostro immobile che non mi muovo), ma el sentimento che dá la mia caritá ne l’anima è quello che va e torna.

CAPITOLO LXXIX

Come Dio da’ predecti perfectissimi non si sottrae per sentimento né per grazia, ma sí per unione.

—Dicevo che a costoro l’è tolto che ’l sentimento non perdono mai. Ma in un altro modo mi parto: perché l’anima che è legata nel corpo non è sufficiente a ricevere continuamente[154] l’unione ch’Io fo ne l’anima; e perché non è sufficiente, mi sottrago non per sentimento né per grazia, ma per unione. Perché, levandosi l’anime con ansietato desiderio, corsero con virtú per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo; giongono a la porta levando la mente loro in me, bagnate, inebriate di Sangue, arse di fuoco d’amore; gustano in me la deitá etterna, el quale è a loro uno mare pacifico, dove l’anima ha facta tanta unione che veruno movimento quella mente non ha altro che in me.

Ed essendo mortale, gusta el bene degl’inmortali; ed essendo col peso del corpo, riceve la leggerezza dello spirito. Unde spesse volte il corpo è levato da la terra per la perfecta unione che l’anima ha facta in me, quasi come il corpo grave diventasse leggiero. Non è però che gli sia tolta la gravezza sua, ma perché l’unione che l’anima ha facta in me è piú perfecta che non è l’unione fra l’anima e ’l corpo; e però la fortezza dello spirito unita in me leva da tera la gravezza del corpo. El corpo sta come immobile, tucto stracciato da l’affecto de l’anima, intanto che (sí come ti ricorda d’avere udito da alcune creature) non sarebbe possibile di vivere se la mia bontá non el cerchiasse di fortezza.

Unde Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo è a vedere che l’anima non si parte dal corpo in questa unione, che vedere molti corpi resuscitati. E però Io, per alcuno spazio, sottrago l’unione, facendola tornare al vasello del corpo suo: cioè che ’l sentimento del corpo, che era tucto alienato per l’affecto de l’anima, torna al sentimento suo. Però che, non è che l’anima si parta dal corpo, ché ella non si parte se non col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e l’affecto de l’anima per amore unito in me. Unde la memoria non si truova piena d’altro che di me; lo intellecto è levato speculando ne l’obiecto della mia Veritá; l’affecto, che va dietro a l’intellecto, ama e uniscesi in quello che l’occhio de l’intellecto vide.

Congregate e unite tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate in me, perde il corpo el sentimento: ché l’occhio vedendo non vede, l’orecchia udendo non ode, la lingua parlando non parla (se non come alcuna volta, per l’abondanzia[155] del cuore, permectarò che ’l membro della lingua parli per sfogamento del cuore e per gloria e loda del nome mio; sí che parlando non parla, la mano toccando non tocca, e’ piei andando non vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal legame e sentimento de l’amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte a la ragione e uniti con l’affecto de l’anima, ché, quasi contra sua natura, a una voce tucte gridano a me, Padre etterno, di volere essere separate da l’anima, e l’anima dal corpo. E però grida, dinanzi da me, col glorioso di Pavolo: «O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Perch’io ho una legge perversa che impugna contra lo spirito».

Non tanto diceva Pavolo della impugnazione che fa el sentimento sensitivo contra lo spirito, ché per la parola mia era quasi certificato quando gli fu decto: «Pavolo, bastiti la grazia mia». Ma perché il diceva? perché, sentendosi Pavolo legato nel vasello del corpo, el quale gl’impediva per spazio di tempo la visione mia (cioè infino a l’ora de la morte), l’occhio era legato a non potere vedere me, Trinitá etterna, nella visione de’ beati immortali che sempre rendono gloria e loda al nome mio, ma trovavasi fra’ mortali che sempre offendono me, privato della mia visione, cioè di vedermi ne l’essenzia mia.

None che esso e gli altri servi miei non mi veggano e gustino, non in essenzia, ma in affecto di caritá in diversi modi, secondo che piace a la bontá mia di manifestare me medesimo a voi; ma ogni vedere, che l’anima riceve mentre che è nel corpo mortale, è una tenebre a rispecto del vedere che ha l’anima separata dal corpo. Sí che pareva a Pavolo che ’l sentimento del vedere impugnasse il vedere dello spirito, cioè che ’l sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l’occhio de l’intellecto, che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volontá gli pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto desiderava d’amare, perché ogni amore in questa vita è imperfecto infino che non giogne a la sua perfeczione.

None che l’amore di Pavolo o degli altri veri servi miei fusse imperfecto a grazia e a perfeczione di caritá (ché egli era perfecto), ma era imperfecto ché non aveva sazietá nel suo amore;[156] unde era con pena. Ché se fusse stato pieno el desiderio di quello che egli amava, non avarebbe avuta pena; ma perché l’amore perfectamente, mentre che egli è nel corpo mortale, non ha quel che egli ama, però ha pena. Ma, separata l’anima dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senza pena. È saziata, e di longa è il fastidio da la sazietá; essendo saziata, ha fame, ma di longa è la pena da la fame, perché, separata l’anima dal corpo, è ripieno el vasello suo in me in veritá, fermato e stabilito che non può desiderare cosa che non abbi. Desiderando di vedere me, egli mi vede a faccia a faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome mio ne’ sancti miei, egli la vede sí nella natura angelica e sí nella natura umana.

CAPITOLO LXXX

Come li mondani rendono gloria e loda a Dio, vogliano essi o no.

—E tanto è perfecto el suo vedere che non tanto ne’ cittadini che sonno a vita etterna ma nelle creature mortali vede la gloria e loda del nome mio; ché, o voglia el mondo o no, egli mi rende gloria. Vero è che non me la rende per lo modo che debba, amando me sopra ogni cosa. Ma da la parte mia Io trago di loro gloria e loda al nome mio, cioè che in loro riluce la misericordia mia e l’abbondanzia della mia caritá, prestando el tempo, non comandando a la terra che gl’inghioctisca per li difecti loro. Anco gli aspecto, e a la terra comando che lo’ doni de’ fructi suoi, al sole che gli scaldi e dia lo’ la luce e ’l caldo suo, al cielo che si muova; e in tucte quante le cose create facte per loro Io uso la mia misericordia e caritá, non sottraendole per li difecti loro. Anco le do al peccatore come al giusto, e spesse volte piú al peccatore che al giusto, perché il giusto, che è apto a portare, il privarò del bene della terra per darli piú abondantemente del bene del cielo. Sí che la misericordia mia e caritá riluce sopra di loro.[157]

Alcuna volta, nelle persecuzioni ch’e’ servi del mondo faranno a’ servi miei, provando in loro la virtú della pazienzia e della caritá, offerendo il servo mio, che sostiene, umili e continue orazioni, me ne torna gloria e loda al nome mio. Sí che, o voglia quello iniquo o no, me ne torna gloria; poniamo che ’l suo rispecto non fusse per ciò, ma per farmi vituperio.

CAPITOLO LXXXI

Come eziandio li demòni rendono gloria e loda a Dio.

—Questi stanno in questa vita ad aumentare la virtú ne’ servi miei, sí come le dimonia stanno ne l’inferno come miei giustizieri e aumentatori: cioè facendo giustizia de’ dannati, e aumentatori a le creature mie che sonno viandanti e peregrine in questa vita, facte per giognere a me termine loro. Essi gli aumentano exercitandoli in virtú con molte molestie e temptazioni in diversi modi: facendo fare ingiuria l’uno a l’altro, e tòllare le cose l’uno dell’altro non solamente per le cose o per la ingiuria, ma per privarli della caritá. Credendo privare i servi miei, ed essi gli fortificano, provando in loro la virtú della pazienzia, fortezza e perseveranzia.

Per questo modo rendono gloria e loda al nome mio, e cosí s’adempie la mia veritá in loro, che gli avevo creati per gloria e loda di me Padre etterno e perché participassero la bellezza mia; ma, ribellando a me per la superbia sua, cadde e fu privato della mia visione: onde non mi rendono gloria in dileczione d’amore. Ma Io, Veritá etterna, gli ho messi per strumento ad exercitare e’ servi miei nella virtú, e come giustizieri di coloro che per li loro difecti vanno a l’ecterna dannazione, e cosí di coloro che vanno a le pene del purgatorio. Sí che vedi che egli è la veritá che la veritá mia è adempita in loro, cioè che mi rendono gloria non come cittadini di vita etterna (ché ne sonno privati per li loro difecti) ma come miei giustizieri, manifestando per loro la giustizia mia sopra e’ dannati e sopra quegli del purgatorio.[158]

CAPITOLO LXXXII

Come l’anima, poi che è passata di questa vita, vede pienamente la gloria e loda del nome di Dio in ogni creatura. E come in essa è finita la pena del desiderio, ma non el desiderio.

—Questo chi el vede e gusta: che in ogni cosa creata, e nelle creature che hanno in loro ragione, e nelle dimonia si vega la gloria e loda del nome mio? L’anima che è denudata dal corpo e gionta a me, fine suo, vede schiectamente, e nel suo vedere cognosce la veritá. Vedendo me, Padre etterno, ama; amando, è saziato; saziato, cognosce la veritá; cognoscendo la veritá, è fermata la volontá sua nella volontá mia e legata e stabilita per modo che in veruna cosa può sostenere pena, perché egli ha quello che desiderava d’avere prima di vedere me, e di vedere la gloria e loda del nome mio.

Egli la vede a pieno in veritá ne’ sancti miei e negli spiriti beati e in tucte l’altre creature e nelle dimonia, come decto t’ho. E poniamo che anco vega l’offesa che è facta a me, della quale in prima aveva dolore: ora non ne può avere dolore, ma compassione senza pena, amandoli e sempre pregando me con affecto di caritá ch’Io facci misericordia al mondo.

È terminata in loro la pena ma non la caritá: sí come al Verbo del mio Figliuolo in su la croce, nella penosa morte, terminò la pena del crociato desiderio che egli aveva portato dal principio che Io el mandai nel mondo infino a l’ultimo della morte per la salute vostra; ma non terminò l’affecto della vostra salute, ma sí la pena. Ché se l’affecto della mia caritá, la quale per mezzo di lui vi mostrai, fusse alora terminata e finita in voi, voi non sareste, perché sète facti per amore: se l’amore fusse ritracto a me, che Io non amasse l’essere vostro, voi non sareste. Ma l’amore mio vi creò, e l’amore mio vi conserva. E perché Io so’ una cosa con la mia Veritá, ed egli, Verbo incarnato, con meco, finí la pena del desiderio e non l’amore del desiderio.[159]

Vedi dunque che i santi e ogni anima che è ad vita ecterna hanno desiderio della salute dell’anime senza pena, però che la pena terminò nella morte loro, ma none l’affecto della caritá. Anche, come ebbri nel sangue dello inmaculato Agnello, vestiti della caritá del proximo, passarono per la porta strecta, bagnati nel sangue di Cristo crucifixo, e trovaronsi in me, mare pacifico, levati dalla imperfeczione, cioè dalla insazietá, e giunti alla perfeczione saziati d’ogni bene.

CAPITOLO LXXXIII

Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto a vedere la gloria de’ beati, desiderava d’essere sciolto dal corpo; la qual cosa fanno anche quelli che sono giunti al terzo e al quarto santo stato predecto.

—Paulo dunque aveva veduto e gustato questo bene quando Io el trassi al terzo cielo, cioè nell’altezza della Trinitá, gustando e cognoscendo la veritá mia, dove egli ricevette ad pieno lo Spirito santo e imparò la doctrina della mia Veritá, Verbo incarnato. Vestitasi l’anima di Paulo, per sentimento e unione, di me Padre ecterno, come i beati della vita durabile, excepto che l’anima non era separata dal corpo, ma per sentimento e unione; e piacendo alla mia bontá di farlo vasello d’elleczione nell’abisso di me Trinitá ecterna, lo spogliai di me, perché in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome mio; e però gli posi per obiecto Cristo crucifixo dinanzi ad l’occhio dell’intellecto suo, vestendoli el vestimento della doctrina sua, legato e incatenato con la clemenzia dello Spirito santo, fuoco di caritá. Egli, come vasello disposto e reformato dalla bontá mia, perché non fece resistenzia quando fu percosso, anche dixe: «Signore mio, che vuogli tu che io faccia? Dimi quello che tue vuogli che io faccia, e io el farò»; Io gliel’insegnai, quando gli posi Cristo crucifixo dinanzi ad l’occhio suo, vestendolo della doctrina della mia Veritá. Illuminato perfectiximamente col lume della vera contrizione (colla quale spense el difecto suo), fondato[160] nella mia caritá, si vestí della dottrina di Cristo crucifixo. E strinselo per sí facto modo, siccome esso ti manifestò, che giamai no gli fu tracto di dosso: né per tentazione di demonia, né per lo stimolo della carne che spesse volte lo impugnava (lassato ad lui dalla mia bontá per crescerlo in grazia e in merito, e per umiliazione, però che egli avea gustata l’altezza della Trinitá); neanche per tribolazioni, né per veruna cosa che gli avenisse, allentava el vestimento di Cristo crucifixo, cioè la perserveranzia della doctrina sua, anche, piú strectamente se lo incarnava. E tanto sello strinse, che egli ne die’ la vita, e con esso vestimento ritornò ad me, Dio ecterno.

Sicché Paulo avea provato che cosa era gustare me senza la gravezza del corpo, facendogliele Io gustare per sentimento d’unione, ma non per separazione.

Adunque, poi che fu ritornato ad sé, vestito del vestimento di Cristo crocifixo, alla perfeczione dell’amore che in me aveva gustata e veduta e che i santi gustano separati dal corpo, gli pareva, el suo, imperfecto. E però gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse, cioè che gl’impedisse la grande perfeczione della sazietá del desiderio, che riceve l’anima doppo la morte. Onde la memoria gli pareva imperfecta e debole, come ella è, per la quale debilezza e imperfeczione gl’impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me in veritá con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E però gli pareva che ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo, gli fuxe una legge perversa che impugnasse e ribellasse contro allo spirito. Non di impugnazione di peccato, però che giá ti dixi che Io el certificai dicendo: «Paulo, bastiti la grazia mia»; ma di impugnazione che faceva di impedire la perfeczione dello spirito, cioè di vedere me nell’essenzia mia, el quale vedere era impedito dalla legge e gravezza del corpo. E però gridava: «Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle menbra mie, che impugna contro allo spirito». E cosí è la veritá: però che la memoria è impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intellecto è impedito e legato, per questa grossezza del corpo, di non vedere me come[161] Io sono nell’essenzia mia; e la volontá è legata, cioè che non può giugnere col peso del corpo a gustare me, senza pena, Dio ecterno, per lo modo che decto t’ho. Sicché Paulo diceva la veritá: che egli aveva una legge perversa legata nel corpo che impugnava contro allo spirito. E cosí questi miei servi, de’ quali Io ti dicevo che erano giunti al terzo e al quarto stato della perfecta unione che fanno in me, gridano con lui volendo essere sciolti dal corpo e separati.

CAPITOLO LXXXIV

Per quali cagioni l’anima desidera d’essere sciolta dal corpo. La quale cosa non potendo essere, non discorda però dalla volontá di Dio; ma piú tosto si gloria in questa e in ogni altra pena per onore di Dio.

—Questi non sentono malagevolezza della morte, però che n’hanno desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che naturalmente è fra l’anima e ’l corpo: sicché, dato el bocto all’amore naturale, con odio della vita del corpo suo e con amore di me, desidera la morte. E però dice: «Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d’essere sciolta dal corpo ed essere con Cristo». E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo: «La morte m’è in dexiderio e la vita impazienzia». Però che l’anima levata in questa perfecta unione desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando, dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tracto in me per affecto d’amore, siccome Io ti dixi, cioè che tucti e’ sentimenti del corpo erano tratti per la forza dell’affecto dell’anima, unita in me piú perfectamente che non è l’unione tra l’anima e ’l corpo); traendo dunque ad me questa unione (però che giá ti dixi che il corpo non era sufficiente a portare la continua unione), Io mi parto per unione, ma non per grazia né per sentimento, come nel secondo e terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con piú acrescimento di grazia e[162] con piú perfecta unione. Onde, sempre di nuovo e con piú altezza e cognoscimento della mia veritá, torno, manifestando me medeximo a loro. E quando Io mi parto, per lo modo decto, perché il corpo torni un poco al sentimento suo, dico che per l’unione che Io avevo facta nell’anima, e l’anima in me, tornando ad sé, cioè al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere, vedendosi levata da l’unione di me, levandosi da la conversazione degl’inmortali e trovandosi con la conversazione de’ mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.

Questo è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da le mie creature. Per questo e per lo desiderio di vedermi, l’è incomportabile la vita loro; e nondimeno, perché la volontá loro non è loro, anco è facta una cosa con meco per amore, non possono volere né desiderare altro che quello ch’Io voglio. Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano con loro pena, per piú gloria e loda del nome mio e salute de l’anime. Sí che in veruna cosa si scordano da la mia volontá, ma corrono con espasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della doctrina sua, gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilectano quanto si veggono sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo desiderio e volontá del sostenere mitiga la pena che essi hanno d’essere sciolti dal corpo.

Costoro non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte tribolazioni. Portando, hanno dilecto; non portando, hanno pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrifizio de’ loro desidèri: ma sostenendo, permectendo lo’ le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo’ fusse possibile d’avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero, ché piú tosto si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtú, che per altro modo avere vita etterna.[163]

Perché? perché sonno affogati e annegati nel Sangue, dove truovano l’affocata mia caritá; la quale caritá è uno fuoco, che procede da me, che rapisce il cuore e la mente loro, acceptando el sacrificio de’ loro desidèri. Unde si leva l’occhio de l’intellecto specolandosi nella mia Deitá, dove l’affetto si notrica e si unisce, tenendo dietro a l’intellecto. Questo è uno vedere per grazia infusa che Io fo ne l’anima che in veritá ama e serve me.

CAPITOLO LXXXV

Come quelli che sono gionti al predecto stato unitivo, sono illuminati nell’occhio dell’intellecto loro di lume sopranaturale infuso per grazia; e come è meglio andare per consiglio de la salute dell’anima ad uno umile con sancta coscienzia, che a uno superbo licterato.

—Con questo lume, il quale è posto ne l’occhio de l’intellecto, mi vidde Tomaso, unde acquistò el lume della molta scienzia. Agustino, Ieronimo e gli altri doctori e sancti miei, illuminati dalla mia veritá, intendevano e cognoscevano nelle tenebre la mia veritá; cioè che la sancta Scriptura, che pareva tenebrosa perché non era intesa, non per difecto della Scriptura ma dello intenditore che non intendeva. E però Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi intendimenti. Levavano l’occhio de l’intellecto per cognoscere la veritá nella tenebre, come decto è. E Io, fuoco acceptatore del sacrificio loro, gli rapivo, dando lo’ lume non per natura ma sopra ogni natura, e nella tenebre ricevevano el lume cognoscendo la veritá per questo modo.

Unde, quella che alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo lume a’ grossi e a’ soctili di qualunque maniera gente si sia. Ogniuno riceve secondo la sua capacitá e secondo che esso si vuole disponere a cognoscere me, perch’Io none spregio le loro disposizioni. Sí che vedi che l’occhio de l’intellecto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra del lume naturale, nel quale i doctori e gli altri sancti cognobbero la luce[164] nella tenebre, e di tenebre si fece luce, però che lo ’ntellecto fu prima che fusse formata la Scriptura; unde da l’intellecto venne la scienzia, perché nel vedere discerse.

Per questo modo discersero e intesero e’ sancti padri e profeti che profetavano de l’avenimento e morte del mio Figliuolo. Per questo modo ebbero gli apostoli doppo l’avenimento dello Spirito sancto, che lo’ donòe questo lume sopra el lume naturale. Questo ebbero evangelisti, doctori, confessori, vergini e martiri; e tucti sono stati illuminati da questo perfecto lume; e ogniuno avutolo in diversi modi, secondo la necessitá della salute sua e della salute de le creature, e a dichiarazione della sancta Scriptura. Sí come fecero e’ sancti doctori, nella scienzia dichiarando la doctrina della mia Veritá, la predicazione degli appostoli, le sposizioni sopra e’ vangeli de’ vangelisti; e’ martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima fede, el fructo e il tesoro del sangue de l’Agnello; le vergini, ne l’affecto della caritá e puritá; negli obedienti è dichiarata l’obedienzia del Verbo, cioè mostrando la perfeczione de l’obedienzia, la quale riluce nella mia Veritá, che, per l’obedienzia ch’Io gl’imposi, corse a l’obrobriosa morte della croce.

Tucto questo lume e’ si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento. Nel vecchio, le profezie de’ sancti profeti, fu veduto e cognosciuto da l’occhio de l’intellecto col lume infuso per grazia da me sopra el lume naturale, come decto t’ho. Nel nuovo Testamento della vita evangelica, con che è dichiarata a’ fedeli cristiani? con questo lume medesimo. E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe la legge nuova la legge vechia, anco si legò insieme; ma tolsele la imperfeczione, perché ella era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, con la legge de l’amore la compí, dandole l’amore, levando el timore della pena e rimanendo el timore sancto. E però dixe la mia Veritá a’ discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della legge: «Io non so’ venuto a dissolvere la legge, ma adempirla». Quasi dicesse la mia Veritá a loro:—La legge è ora imperfecta, ma col sangue mio la farò perfecta, e cosí la riempirò di quello che[165] ora le manca, tollendo via el timore della pena e fondandola in amore e in timore sancto.

Chi la dichiarò che questa fusse la veritá? El lume che fu dato ed è dato a chi el vuole ricevere per grazia sopra el lume naturale, come decto è. Sí che ogni lume che esce della sancta Scriptura è uscito ed esce da questo lume. E però gl’ignoranti superbi scienziati aciecano nel lume, perché la superbia e la nuvila de l’amore proprio ha ricoperta e tolta questa luce: però intendono piú la Scriptura licteralmente che con intendimento; e però ne gustano la lectera rivollendo molti libri, e non gustano il merollo della Scriptura, perché s’hanno tolto el lume con che è formata e dichiarata la Scriptura. Unde questi cotali si maravigliano e cadranno nella mormorazione vedendo molti grossi e idioti nel sapere la Scriptura sancta, e nondimeno sonno tanto illuminati nel cognoscere la veritá come se longo tempo l’avessero studiata. Questa non è maraviglia neuna, perché egli hanno la principale cagione del lume unde venne la scienzia. Ma perché essi superbi hanno perduto el lume, non veggono né cognoscono la bontá mia, né el lume della grazia infusa sopra de’ servi miei.

Unde Io ti dico che molto è meglio andare per consiglio della salute de l’anima a uno umile con sancta e dricta coscienzia, che a uno superbo lecterato studiante nella molta scienzia, perché colui non porge se non di quello che elli ha in sé, unde, per la tenebrosa vita, spesse volte el lume della sancta Scriptura porgerá in tenebre. El contrario trovará ne’ servi miei, ché el lume che hanno in loro, quello porgono con fame e desiderio de la salute sua.

Questo t’ho decto, dolcissima figliuola mia, per farti cognoscere la perfeczione di questo unitivo stato, dove l’occhio de l’intellecto è rapito dal fuoco della caritá mia, nella quale caritá ricevono el lume sopranaturale. Con esso lume amano me, perché l’amore va dietro a l’intellecto, e quanto piú cognosce, piú ama, e quanto piú ama, piú cognosce. Cosí l’uno nutrica l’altro.

Con questo lume giongono a l’etterna mia visione, dove veggono e gustano me in veritá, separata l’anima dal corpo, sí[166] come Io ti dixi quando ti contiai della beatitudine che l’anima riceveva in me. Questo è quello stato excellentissimo che, essendo anco mortale, gusta tra gl’inmortali. Unde spesse volte viene a tanta unione, che a pena che egli sappi se egli è nel corpo o fuore del corpo, e gusta l’arra di vita etterna sí per l’unione che ha facta in me e sí perché la volontá è morta in sé, per la quale morte fece unione in me, che in altro modo perfectamente non la poteva fare. Adunque gustano vita etterna, privati de lo ’nferno della propria volontá, la quale dá una arra d’inferno a l’uomo che vive a la volontá sensitiva, sí come Io ti dixi.

CAPITOLO LXXXVI

Repetizione utile di molte cose giá decte; e come Dio induce questa devota anima a pregarlo per ogni creatura e per la sancta Chiesa.

—Ora hai veduto con l’occhio de l’intellecto tuo ed hai udito con l’orecchia del sentimento da me, Veritá etterna, che modo ti conviene tenere a fare utilitá, a te e al proximo tuo, di doctrina e di cognoscere la mia veritá, sí come nel principio ti dixi che a cognoscimento della veritá si viene per lo cognoscimento di te: non puro cognoscimento di te, ma condito e unito col cognoscimento di me in te. Unde hai trovato umilitá, odio e dispiacimento di te, e il fuoco della mia caritá per lo cognoscimento che trovasti di me in te; unde venisti ad amore e dileczione del proximo, facendo a lui utilitá di doctrina e di sancta e onesta vita.

Anco t’ho mostrato el ponte come egli sta, ed hotti mostrato e’ tre scaloni generali posti per le tre potenzie de l’anima; e come veruno può avere la vita della grazia se non gli saglie tucti e tre, cioè che sieno congregati nel nome mio. E anco te gli ho manifestati in particulare per li tre stati de l’anima figurati nel Corpo de l’unigenito mio Figliuolo, del quale ti dixi che egli aveva facto scala del Corpo suo, mostrandolo ne’[167] piei confitti, e ne l’apritura del lato, e nella bocca dove gusta l’anima la pace e la quiete, per lo modo che decto è.

E hotti mostrata la imperfeczione del timore servile e la imperfeczione de l’amore, amando me per dolcezza; e la perfeczione del terzo stato di coloro che sonno gionti a la pace della bocca, essendo corsi con ansietato desiderio per lo ponte di Cristo crocifixo, salendo e’ tre scaloni generali, cioè d’avere congregate le tre potenzie de l’anima, dove congrega tucte le sue operazioni nel nome mio, sí come di sopra ti spianai piú chiaramente; e de’ tre scaloni particulari e’ quali ha saliti, passato dallo stato imperfecto al perfecto. E cosí gli hai veduti córrire in veritá, e factati gustare la perfeczione de l’anima con l’adornamento delle virtú, e gl’inganni che riceve prima che gionga a la sua perfeczione, se essa non essercita el tempo suo nel cognoscimento di sé e di me.

Anco t’ho dichiarata la miseria di coloro che vanno annegandosi per lo fiume, non tenendo per lo ponte della doctrina della mia Veritá, el quale Io vi posi perché voi none annegaste; ma eglino, come matti, sono voluti annegare nella miseria e puzza del mondo.

Tucto questo t’ho dichiarato per farti crescere il fuoco del sancto desiderio e la compassione e dolore della dannazione de l’anime, acciò che ’l dolore e l’amore ti costringa a strignere me con lagrime e sudori: con lagrime de l’umile e continua orazione offerta a me con fuoco d’ardentissimo desiderio. E non solamente per te, ma per molte altre creature e servi miei che l’udiranno. Saranno costrecti da la mia caritá (cosí insiememente tu e gli altri servi miei) di pregare e strignere me a fare misericordia al mondo e al corpo mistico della sancta Chiesa per cui tu tanto mi preghi.

Perché giá ti dixi, se ben ti ricorda, che Io adempirei e’ desidèri vostri dandovi refrigerio nelle vostre fadighe, cioè satisfacendo a’ penosi vostri desidèri, donando la reformazione della sancta Chiesa di buoni e sancti pastori: non con guerra, come Io ti dixi, né con coltello né crudeltá, ma con pace e quiete, lagrime e sudori de’ servi miei, e’ quali v’ho messi[168] come lavoratori de l’anime vostre e di quelle del proximo, e nel corpo mistico della sancta Chiesa. In voi, lavorare in virtú: nel proximo e nella sancta Chiesa, in exemplo e in doctrina, e continua orazione offerire a me per lei e per ogni creatura; parturendo le virtú sopra del proximo vostro per lo modo che decto t’ho. Perché giá ti dixi che ogni virtú e difecto si faceva e aumentavasi sopra del proximo.

E però voglio che facciate utilitá al proximo vostro; e per questo modo darete de’ fructi della vigna vostra. Non vi ristate di gittarmi oncenso d’odorifere orazioni per salute de l’anime e perch’Io voglio fare misericordia al mondo, e con esse orazioni e sudori e lagrime lavare la faccia della sposa mia, cioè della sancta Chiesa, perché giá te la mostrai in forma d’una donzella lordata tucta la faccia sua, quasi come lebbrosa. Questo era per lo difecto de’ ministri, e di tucta la religione cristiana, che al pecto di questa sposa si notricano. De’ quali difecti Io in un altro luogo ti narrarò.

CAPITOLO LXXXVII

Come questa devota anima fa petizione a Dio di volere sapere de li stati e fructi de le lagrime.

Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio, levandosi come ebbra sí per l’unione che era facta in Dio e sí per quello che aveva udito e gustato da la prima dolce Veritá, e ansietata di dolore della ignoranzia delle creature di non cognoscere il loro benefactore e l’affecto della caritá di Dio (e nondimeno aveva una allegrezza d’una speranza della promessa che la veritá di Dio aveva facta a lei, insegnandole el modo che ella dovesse tenere, ed ella e gli altri servi di Dio, per volere che egli faccia misericordia al mondo); levando l’occhio de l’intellecto nella dolce Veritá dove stava unita, volendo alcuna cosa sapere sopra de’ decti stati de l’anima che Dio aveva a lei narrati, vedendo che l’anima passa agli stati con lagrime;[169] e però voleva sapere da la Veritá la differenzia delle lagrime, e come erano facte, e unde procedevano, e il fructo che seguitava doppo el pianto.

Volendo adunque saperlo da la prima dolce Veritá unde procedevano le decte lagrime, e di quante fussero ragioni lagrime, perché la veritá non si può cognoscere altro che da essa Veritá, però dimanda la Veritá. E nulla cosa si cognosce nella Veritá che non si vegga con l’occhio de l’intellecto, unde è bisogno, a chi vuole cognoscere, che si levi con desiderio di volere cognoscere col lume della fede nella Veritá, aprendo l’occhio de l’intellecto con la pupilla della fede ne l’obbiecto della Veritá.

Poi che ebbe cognosciuto, perché non l’era escito di mente la doctrina che le die’ la Veritá, cioè Dio, che per altra via non poteva sapere quello che desiderava di sapere degli stati e fructi delle lagrime, levò sé sopra di sé con grandissimo desiderio oltre a ogni modo, e col lume della fede viva upriva l’occhio de l’intellecto suo nella Veritá etterna, nella quale vide e cognobbe la veritá di quello che dimandava. Manifestandole Dio se medesimo, cioè la benignitá sua, conscendendo a l’affocato desiderio, adempiva la sua petizione.

CAPITOLO LXXXVIII

Come sono cinque maniere di lagrime.

Alora diceva la Veritá prima dolce di Dio:—O dilectissima e carissima figliuola, tu m’adimandi di volere sapere delle ragioni delle lagrime e de’ fructi loro; e Io non ho spregiato el desiderio tuo. Apre bene l’occhio de l’intellecto, e mostrarocti, per li decti stati de l’anima che contiati t’ho, le lagrime imperfecte fondate nel timore.

Ma prima, delle lagrime degl’iniqui uomini del mondo. Queste sonno lagrime di dannazione.

Le seconde sonno quelle del timore, di coloro che si levano dal peccato per timore della pena, e per timore piangono.[170]

El terzo è di coloro che, levati dal peccato, cominciano a gustare me, e con dolcezza piangono, e comincianmi a servire; ma, perché è imperfecto l’amore, è imperfecto el pianto, sí come Io ti narrarò.

El quarto è di coloro che gionti sonno a perfeczione nella caritá del proximo, amando me senza rispecto veruno di sé. Costoro piangono, e il pianto loro è perfecto.

El quinto è unito col quarto: sonno lagrime di dolcezza gictate con grande suavitá, sí come di socto distesamente ti dirò.

Anco ti narrarò delle lagrime del fuoco, senza lagrima d’occhio, per satisfare a coloro che spesse volte desiderano el pianto e non el possono avere. E voglio che tu sappi che tucti questi diversi stati possono essere in una anima levandosi dal timore e da l’amore imperfecto e giognendo a la caritá perfecta e a l’unitivo stato.

Ora ti comincio a narrare delle dette lagrime per questo modo.

CAPITOLO LXXXIX

De la differenzia d’esse lagrime, discorrendo per li predecti stati dell’anima.

—Io voglio che tu sappi che ogni lagrima procede dal cuore, perché neuno membro è nel corpo che voglia tanto satisfare al cuore quanto l’occhio. Se egli ha dolore, l’occhio el manifesta; e se egli è dolore sensitivo, gicta lagrime cordiali che generano morte, perché procedevano dal cuore, perché l’amore era disordinato fuore di me; e perché egli è disordinato, però è con offesa di me e riceve mortale dolore e lagrime. È vero che la gravezza della colpa e pianto è piú grave e meno, secondo la misura del disordinato amore. Questi sonno quelli primi che hanno lagrime di morte, de’ quali Io t’ho decto e dirò.

Ora comincia a vedere le lagrime che cominciano a dare vita, cioè di coloro che, cognoscendo le colpe loro, per timore della pena cominciano a piangere. Queste sonno lagrime cordiali e[171] sensitive, cioè che, non essendo ancora al perfectissimo odio della colpa commessa per l’offesa facta a me, levansi con uno cordiale dolore per la pena che lo’ séguita doppo el peccato commesso; e però l’occhio piagne perché vuole satisfare al dolore del cuore.

Ed exercitandosi l’anima a la virtú, comincia a perdere il timore, perché cognosce che solo el timore non è sufficiente a darli vita etterna, sí come nel secondo stato dell’anima Io ti narrai. E però si leva con amore a cognoscere se medesima e la mia bontá in sé, e comincia a pigliare speranza della misericordia mia, nella quale il cuore sente allegrezza. Mescolato el dolore della colpa con allegrezza della speranza della divina mia misericordia, l’occhio alora comincia a piangere: la quale lagrima esce della fontana del cuore. Ma perché ancora non è gionta a la grande perfeczione, spesse volte gitta lagrime sensuali. Se tu mi dimandi:—Per che modo?—rispondoti: Perché la radice de l’amore proprio di sé non è d’amore sensitivo (che giá v’è levato per lo modo decto), ma è uno amore spirituale quando l’anima appetisce le spirituali consolazioni, delle quali distesamente ti dixi la imperfeczione loro, o mentali o con mezzo d’alcuna creatura amata di spirituale amore. Quando è privata di quella cosa che ama, cioè delle consolazioni o dentro o di fuore (dentro, per consolazione che abbi tracta da me; o di fuore, della consolazione che aveva dalla creatura), e sopravenendo le temptazioni o persecuzioni dagli uomini, el cuore ha dolore: e subbito l’occhio, che sente il dolore e la pena del cuore, comincia a piangere d’uno pianto tenero e compassionevole a se medesima, d’una compassione spirituale di proprio amore, perché non è ancora conculcata e annegata la propria volontá in tucto. Per questo modo gicta lagrime sensuali, cioè di spirituale passione.

Ma, crescendo ed exercitandosi nel lume del cognoscimento di sé, concipe uno dispiacimento in se medesima e odio perfecto di se medesima, unde traie uno cognoscimento vero della mia bontá con uno fuoco d’amore, e comincia a unirsi e conformare la volontá sua con la mia. E cosí comincia a sentire[172] gaudio e compassione: gaudio in sé per l’affecto de l’amore, e compassione al proximo, sí come nel terzo stato Io ti narrai. Subbito l’occhio, che vuole satisfare al cuore, geme nella caritá mia e del proximo suo con cordiale amore, dolendosi solo de l’offesa mia e del dapno del proximo e non di pena né danno proprio di sé, perché non pensa di sé, ma solo pensa di potere rendere gloria e loda al nome mio; e con espasimato desiderio si dilecta di prendere il cibo in su la mensa della sanctissima croce, cioè conformandosi con l’umile, paziente e inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, del quale feci ponte, come decto è.

Poi che cosí dolcemente è ita per lo ponte, seguitando la doctrina della dolce mia Veritá, e passata per questo Verbo, sostenendo con vera e dolce pazienzia ogni pena e molestia, secondo che Io ho permesso per la salute sua, ella virilmente l’ha ricevute, none eleggendole a suo modo ma a mio; e non tanto che porti con pazienzia, come Io ti dixi, ma con allegrezza sostiene. E recasi in una gloria d’essere perseguitata per lo nome mio, pure che abbia di che patire. Alora viene l’anima a tanto dilecto e tranquillitá di mente, che non è lingua sufficiente a poterlo narrare.

Passata col mezzo di questo Verbo (cioè per la doctrina de l’unigenito mio Figliuolo), fermato l’occhio de l’intellecto in me, dolce prima Veritá, veduta la cognosce, e cognoscendo l’ama. Tracto l’affecto dietro a l’intellecto, gusta la Deitá mia etterna, la quale cognosce, e vede essa natura divina unita con la vostra umanitá. Riposasi alora in me, mare pacifico. El cuore è unito per affecto d’amore in me, sí come nel quarto unitivo stato ti dixi. Nel sentimento di me, Deitá etterna, l’occhio comincia a versare lagrime di dolcezza, che drictamente sonno uno lacte che nutrica l’anima in vera pazienzia. Queste lagrime sonno uno unguento odorifero che gicta odore di grande soavitá.

O dilectissima figliuola mia, quanto è gloriosa quella anima che cosí realmente ha saputo trapassare dal mare tempestoso a me, mare pacifico, e impíto el vaso del cuore suo nel mare di me, somma ed etterna Deitá! E però l’occhio, ch’è uno[173] condocto, s’ingegna, come egli ha tracto del cuore, di satisfarli; e cosí versa lagrime.

Questo è quello ultimo stato dove l’anima sta beata e dolorosa: beata sta per l’unione che ha facta meco per sentimento, gustando l’amore divino; dolorosa sta per l’offesa che vede fare a me, bontá e grandezza mia, la quale ha veduta e gustata nel cognoscimento di sé e di me, per lo quale cognoscimento di sé e di me gionse a l’ultimo stato. E non è però impedito lo stato unitivo (che dá lagrime di grande dolcezza), per lo conoscimento di sé, nella caritá del proximo, nella quale trovò pianto d’amore della divina mia misericordia e dolore de l’offesa del proximo: piangendo con coloro che piangono e godendo con coloro che godono (ciò sonno coloro che vivono in caritá, de’ quali l’anima gode vedendo rendere gloria e loda a me da’ servi miei). Sí che ’l pianto secondo (cioè il terzo) non impedisce l’ultimo, (cioè il quarto), l’unitivo secondo; anco condisce l’uno l’altro. Ché se l’ultimo pianto, dove l’anima ha trovata tanta unione, non avesse tracto dal secondo (cioè dal terzo stato della caritá del proximo), non sarebbe perfecto. Sí che è di bisogno che si condisca l’uno con l’altro, altrementi verrebbe a presumpzione, nella quale intrarrebbe uno vento sottile d’una propria reputazione, e cadrebbe da l’altezza infino a la bassezza del primo vomito. E però è bisogno di portare e tenere continuo la caritá del proximo suo con vero cognoscimento di sé.

Per questo modo nutricará el fuoco della mia caritá in sé, perché la caritá del proximo è tracta da la caritá mia, cioè da quello cognoscimento che l’anima ebbe conoscendo sé e la bontá mia in sé, unde ella si vidde amare da me ineffabilemente. E però con questo medesimo amore che vide in sé essere amata, ama ogni creatura che ha in sé ragione; e questa è la ragione che l’anima si distende, subbito che conosce me, ad amare il proximo suo. Unde, perché vidde, l’ama ineffabilemente, sí che ama quella cosa che vidde che Io piú amavo.

Poi cognobbe che a me non poteva fare utilitá né rendermi quel puro amore con che si sente essere amata da me; e però si pone a rendermi amore con quello mezzo che Io v’ho posto,[174] cioè il proximo suo, che è quel mezzo a cui dovete fare utilitá (sí come Io ti dixi che ogni virtú si faceva col mezzo del proximo a ogni creatura in comune e in particulare), secondo le diverse grazie ricevute da me, dandovele a ministrare. Amare dovete di quel puro amore che Io ho amati voi: questo non si può fare verso di me, perch’Io v’amai senza essere amato e senza veruno rispecto. E però che v’ho amati senza essere amato da voi, prima che voi fuste (anco l’amore mi mosse a crearvi a la imagine e similitudine mia), non el potete rendere a me, ma dovetelo rendere alla creatura che ha in sé ragione, amandoli senza essere amato da loro; e amare senza alcuno rispecto di propria utilitá o spirituale o temporale, ma solo amare a gloria e loda del nome mio, perché è amata da me. Cosí adempirete il comandamento della legge: d’amare me sopra ogni cosa e il proximo come voi medesimi.

Bene è dunque vero che a quella altezza non si può giognere senza questo secondo stato, cioè che viene el terzo stato e il secondo a l’unione. Né, poi che è gionto, si può conservare se si partisse da quello affecto unde pervenne a le seconde lagrime decte; sí come non si può adempire la legge di me, Dio etterno, senza quella del proximo vostro, perché sonno due piei de l’affecto per cui s’observano e’ comandamenti e i consigli (sí com’Io ti dixi) che vi die’ la mia Veritá, Cristo crocifixo.

Cosí questi due stati, de’ quali è facto uno, notricano l’anima nelle virtú, crescendola nella perfeczione delle virtú e de l’unitivo stato. Non che muti altro stato, poi che è gionto a questo; ma questo medesimo cresce la ricchezza della grazia in nuovi e in diversi doni e amirabili elevazioni di mente, sí come Io ti dixi, con uno cognoscimento di veritá che quasi, essendo mortale, pare immortale: perché ’l sentimento della propria sensualitá è mortificato, e la volontá è morta per l’unione che ha facta in me.

Oh, quanto è dolce questa unione a l’anima che la gusta! che, gustandola, vede le segrete cose mie, onde spesse volte riceverá spirito di profezia in sapere le cose future. Questo fa la mia bontá, benché l’anima umile sempre le debba spregiare:[175] none l’affecto della mia caritá che do, ma l’appetito delle proprie consolazioni, reputandosi indegna della pace e quiete della mente, per notricare la virtú dentro ne l’anima sua. E none sta nel secondo stato, ma torna a la valle del conoscimento di sé.

Questo le permecto, per grazia, di darle questo lume acciò che sempre cresca, perché l’anima non è tanto perfecta in questa vita che non possa crescere a maggiore perfeczione, cioè a perfeczione d’amore. Solo el dilecto unigenito mio Figliuolo, capo vostro, fue quello a cui non poté crescere alcuna perfeczione perché Egli era una cosa con meco e Io con lui; l’anima sua era beata per l’unione della natura mia divina. Ma voi, perregrini membri, sempre sète apti a crescere in maggiore perfeczione. Non però ad altro stato, come decto è, poi che sète gionti a l’ultimo; ma potete crescere quello ultimo medesimo con quella perfeczione che sará di vostro piacere, mediante la grazia mia.

CAPITOLO XC

Repetizione breve del precedente capitolo. E come el demonio fugge da quelli che sono gionti a le quinte lagrime. E come le molestie del dimonio sono verace via da giognere a questo stato.

—Ora hai veduto gli stati delle lagrime e la differenzia loro, secondo che è piaciuto a la mia veritá di satisfare al desiderio tuo. Delle prime, di coloro che sonno in stato di morte (di colpa di peccato mortale), vedesti che ’l pianto loro procede dal cuore generalmente, perché ’l principio de l’affecto, unde venne la lagrima, era corrocto, e però n’esce corrocto e miserabile pianto e ogni loro operazione.

El secondo stato è di coloro che cominciano a conoscere i loro mali per la propria pena che lo’ séguita doppo la colpa. Questo è uno comincio generale buonamente dato da me a’ fragili, che, come ignoranti, s’anniegano giú per lo fiume, schifando la doctrina della mia veritá; ma molti e molti sonno quegli che conoscono loro senza timore servile, cioè di propria pena, e vannosene chi, di subbito, con uno grande odio di sé, per lo quale[176] odio si reputa degno della pena; alcuni con una buona simplicitá si dánno servire me, loro Creatore, dolendosi de l’offesa che hanno facta a me. È vero che egli è piú apto a giognere a lo stato perfecto colui che va con grandissimo odio che gli altri, bene che, exercitandosi, l’uno e l’altro giogne; ma questo giogne prima. Debba guardare l’uno di non rimanere nel timore servile, e l’altro nella tiepidezza sua, cioè che in quella simplicitá, non exercitandola, non vi s’intepidisse dentro. Sí che questo è uno chiamare comune.

El terzo e il quarto è di coloro che, levati dal timore, sono gionti a l’amore e a speranza, gustando la divina mia misericordia, ricevendo molti doni e consolazioni da me, per le quali l’occhio, che satisfa al sentimento del cuore, piagne; ma perché ancora è imperfecto, mescolato col pianto sensitivo spirituale, come decto è, giogne, exercitandosi in virtú, al quarto, dove l’anima, cresciuta in desiderio, uniscesi e conformasi con la mia volontá, in tanto che non può volere né desiderare se non quel ch’Io voglio, vestito della caritá del proximo, unde traie uno pianto d’amore in sé e dolore de l’offesa mia e danno del proximo suo. Questo è unito con la quinta e ultima perfeczione, dove egli si unisce in veritá, dove è cresciuto el fuoco del sancto desiderio, dal quale desiderio el dimonio fugge e non può percuotere l’anima, né per ingiuria che le fusse facta, perché ella è facta paziente nella caritá del proximo, non per consolazione né spirituale né temporale, però che per odio e vera umilitá le spregia.

Egli è ben vero che ’l dimonio da la parte sua non dorme mai, ma insegna a voi negligenti che nel tempo del guadagno state a dormire. Ma la sua vigilia a questi cotali non può nuocere, perché non può sostenere il calore della caritá loro né l’odore de l’unione che ha facta in me, mare pacifico, dove l’anima non può essere ingannata mentre che stará unita in me. Sí che fugge come fa la mosca da la pignacta che bolle, per paura che ha del fuoco: se fusse tiepida, non temarebbe, ma andarebbevi dentro, benché spesse volte egli vi perisce, trovandovi piú caldo che non si imaginava. E cosí diviene de l’anima prima[177] che venga a lo stato perfecto: el dimonio, perché gli pare tiepida, v’entra dentro con molte diverse temptazioni; ma, essendovi ponto di cognoscimento e di calore e dispiacimento della colpa, resiste, legando la volontá, che non consenta, col legame de l’odio del peccato e amore della virtú.

Rallegrisi ogni anima che sente le molte molestie, perché quella è la via da giognere a questo dolce e glorioso stato. Perché giá ti dixi che per lo conoscimento e odio di voi e per conoscimento della mia bontá voi venivate a perfeczione. Veruno tempo è che si conosca tanto bene l’anima se Io so’ in lei, quanto nel tempo delle molte bactaglie. In che modo? Dicotelo: sé conosce bene, vedendosi nelle bactaglie e non si può liberare né resistere che non l’abbia; può bene resistere a la volontá a non consentire, ma in altro no. Alora può conoscere sé non essere: ché se ella fusse alcuna cosa per se medesima, si levarebbe quelle che ella non vuole. Cosí per questo modo s’aumilia con vero conoscimento di sé, e col lume della sanctissima fede corre a me, Dio etterno, per la cui bontá si truova conservare la buona e sancta volontá che non consente, al tempo delle molte bactaglie, ad andare dietro a le miserie nelle quali si sente molestare.

Bene avete dunque ragione di confortarvi con la doctrina del dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, nel tempo delle molte molestie e pene, adversitá e temptazioni dagli uomini e dal demonio, poi che aumentano la virtú e fanvi giognere a la grande perfeczione.

CAPITOLO XCI

Come quelli, che desiderano le lagrime degli occhi e non le possono avere, hanno quelle del fuoco. E per che cagione Dio sottrae le lagrime corporali.

—Decto t’ho delle lagrime perfecte e imperfecte, e come tucte escono del cuore. Di questo vasello esce ogni lagrima di qualunque ragione si sia, e però tucte si possono chiamare «lagrime[178] cordiali»: solo la differenzia sta ne l’ordinato o disordinato amore e ne l’amore perfecto o imperfecto, secondo che decto è di sopra.

Restoti ora a dire, a satisfaczione del desiderio tuo che m’hai domandato, d’alcuni che vorrebbero la perfeczione delle lagrime e non pare che le possino avere. Hacci altro modo che lagrima d’occhio? Sí: ècci un pianto di fuoco, cioè di vero e sancto desiderio, el quale si consuma per affecto d’amore: vorrebbe dissolvere la vita sua in pianto per odio di sé e salute de l'anime, e non pare che possa. Dico che costoro hanno lagrima di fuoco, in cui piagne lo Spirito sancto dinanzi a me per loro e per lo proximo loro. Cioè dico che la divina mia caritá accende con la sua fiamma l’anima che offera ansietati desidèri dinanzi da me, senza lagrima d’occhio. Dico che queste sono lagrime di fuoco: per questo modo dicevo che lo Spirito sancto piagneva. Questo non potendo fare con lagrime, offera desidèri di volontá che ha di pianto, per amore di me. Benché, se aprono l’occhio de l’intellecto, vedranno che ogni servo mio che gitta odore di sancto desiderio ed umili e continue orazioni dinanzi da me, piagne lo Spirito sancto per mezzo di lui. A questo modo parbe che volesse dire il glorioso apostolo Pavolo, quando dixe che lo Spirito sancto piagneva dinanzi a me, Padre, con gemito inenarrabile per voi.

Adunque vedi che non è di meno el fructo della lagrima del fuoco che di quella de l’acqua: anco spesse volte è di maggiore, secondo la misura de l’amore. E però non debba venire a confusione di mente, né debbale parere essere privata di me quella anima che desidera lagrime e non le può avere per lo modo che desidera; ma debbale desiderare con la volontá acordata con la mia e umiliata al sí e al no, secondo che piace a la divina mia bontá. Alcuna volta Io permecto di non dare lagrime corporalmente, per fare l’anima continuamente stare dinanzi da me umiliata e con continua orazione e desiderio gustando me; ché avere da me quello che essa dimanda non le sarebbe di quella utilitá che essa si crede, ma starebbesi contenta ad avere quello che ha desiderato, e allentarebbe l’affecto e il desiderio con che ella me l’adimandava. Sí che Io per acrescimento, e non perché diminuisca, sottrago a me[179] di non darle actuali lagrime d’occhio, ma dolle le mentali solamente di cuore, piene di fuoco della divina mia caritá. Sí che in ogni stato e in ogni tempo saranno piacevoli a me, pure che l’occhio de l’intellecto non si serri mai col lume della fede da l’obiecto della mia veritá etterna con affecto d’amore. Però ch’Io so’ medico, e voi infermi; e do a tucti quello che è di necessitá e di bisogno a la vostra salute e a crescere la perfeczione ne l’anima vostra.

Questa è la veritá, e la dichiarazione degli stati delle decte lagrime dichiarate da me, Veritá etterna, a te dolcissima mia figliuola. Anniègati dunque nel sangue di Cristo crocifixo, umile, crociato, inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, crescendo in continua virtú, acciò che si nutrichi el fuoco della divina mia caritá in te.

CAPITOLO XCII

Come li quatro stati di questi predecti cinque stati de le lagrime dánno infinite varietadi di lagrime. E come Dio vuole essere servito con cosa infinita e non con cosa finita.

—Questi cinque stati predecti sonno come cinque principali canali de’ quali e’ quattro dánno abondanzia e infinite varietá di lagrime, che tucte dánno vita, se sonno exercitate in virtú, come detto t’ho. Come infinite? Non dico che in questa vita siate infiniti in pianto, ma «infinite» le chiamo per lo infinito desiderio de l’anima.

Ora t’ho decto come la lagrima procede dal cuore, e il cuore la porge a l’occhio, avendola ricolta ne l’affocato desiderio: sí come el legno verde che sta nel fuoco, che per lo caldo geme l’acqua, perché egli è verde (ché, se fusse secco, giá non gemarebbe); cosí el cuore, rinverdito per la rinnovazione della grazia, tráctane la secchezza de l’amore proprio che disecca l’anima. Sí che sonno unite fuoco e lagrime, cioè desiderio affocato. E perché il desiderio non finisce mai, non si sazia[180] in questa vita, ma quanto piú ama meno gli pare amare; e cosí exercita el desiderio sancto che è fondato in caritá, col quale desiderio l’occhio piagne.

Ma, separata che l’anima è dal corpo e gionta a me, fine suo, non abandona però el desiderio che non desideri me e la caritá del proximo suo; inperò che la caritá è intrata dentro come donna, portandosene il fructo di tucte l’altre virtú. È vero che termina e finisce la pena, sí com’Io ti dissi; però che, se egli desidera me, esso m’ha in veritá senza alcuno timore di potere perdere quello che ha tanto tempo desiderato. E in questo modo si notrica la fame: cioè che avendo fame sonno saziati, e saziati hanno fame, e di longa è il fastidio dalla sazietá, e di longa è la pena da la fame, perché ine non manca alcuna perfeczione.

Sí che il desiderio vostro è infinito: ché altrementi non varrebbe né avarebbe vita alcuna virtú se fussi solamente servito con cosa finita, perché Io, che so’ Dio infinito, voglio essere servito da voi con cosa infinita; e infinito altro non avete se non l’affecto e il desiderio vostro de l’anima. E per questo modo dicevo che erano infinite varietá di lagrime, e cosí è la veritá per lo modo che decto ho: per lo infinito desiderio che era unito con la lagrima. La lagrima, partita che l’anima è dal corpo, rimane di fuore; ma l’affecto della caritá ha tracto a sé el fructo della lagrima e consumatala, sí come l’acqua nella fornace: non è che l’acqua sia fuore della fornace, ma el calore del fuoco l’ha consumata e tracta in sé. Cosí l’anima, gionta a gustare il fuoco de la divina mia caritá, è passata di questa vita con l’affecto della caritá di me e del prossimo suo, e con l’amore unitivo col quale gictava la lagrima. E non restano mai di continuamente offerire loro desidèri beati e lagrimosi senza pena: non con lagrima d’occhio, ché ella è diseccata nella fornace, come decto è; ma lagrima di fuoco di Spirito sancto.

Veduto hai dunque come sonno infinite, che pure in questa vita medesima non è lingua sufficiente a narrare quanti diversi pianti si fanno in questo stato decto. Ma hocti decta la differenzia de’ quattro stati delle lagrime.[181]

CAPITOLO XCIII

Del fructo de le lagrime degli uomini mondani.

—Restoti a dire del fructo che dá la lagrima gictata con desiderio, e quello che adopera ne l’anima. Ma prima ti cominciarò della quinta, della quale al principio ti feci menzione, cioè di coloro che miserabilmente vivono nel mondo, facendosi Dio delle creature e delle cose create e della loro propria sensualitá, unde vi viene ogni danno de l’anima e del corpo. Io ti dixi che ogni lagrima procedeva dal cuore, e cosí è la veritá, perché tanto si duole il cuore quanto egli ama. Gli uomini del mondo piangono quando el cuore sente dolore, cioè quando è privato di quella cosa che egli amava. Ma molto sonno diversi e’ pianti loro: sai quanto? quanto è differente e diverso l’amore. E perché la radice è corrocta del proprio amore sensitivo, ogni cosa n’esce corrocta. Egli è uno arbore che non germina altro che fructi di morte, fiori putridi, foglie macchiate, rami inchinati infino a terra, percossi da diversi venti: questo è l’arbore de l’anima. Perché tucti sète arbori d’amore, e però senza amore non potete vivere, perché sète facti da me per amore. L’anima che virtuosamente vive pone la radice de l’arbore suo nella valle della vera umilitá: ma questi che miserabilmente vivono l’hanno posta nel monte della superbia; unde, perché egli è mal piantato, non produce fructo di vita, ma di morte. E’ fructi sonno le loro operazioni, e’ quali sonno tucti avelenati di molti e diversi peccati: e se veruno fructo di buona operazione essi fanno, perché è corrocta la radice, ogni cosa n’esce guasto; cioè che l’anima che è in peccato mortale, neuna buona operazione che faccia, le vale a vita etterna, perché non sonno facte in grazia. Benché non debba lassare però la buona operazione, perché ogni bene è remunerato e ogni colpa punita. El bene che è facto fuore della grazia non è sufficiente né gli vale a vita etterna, come decto[182] è; ma la divina bontá e mia giustizia dá remunerazione imperfecta, come ella è data a me l’operazione imperfecta: alcuna volta l’è remunerato in cose temporali, alcuna volta ne gli presto el tempo, sí come in un altro luogo, sopra questa materia, di sopra ti narrai, dandoli spazio pure perché egli si possa correggere. Questo anco alcuna volta gli farò: che gli darò vita di grazia con alcuno mezzo de’ servi miei e’ quali sono piacevoli e accepti a me; sí come feci al glorioso apostolo Pavolo, che, per l’orazioni di sancto Stefano, si levò da la sua infidelitá e persecuzioni che faceva a’ cristiani. Sí che vedi bene che, in qualunque stato l’uomo si sia, non debba mai lassare di ben fare.

Dicevoti che i fiori erano putridi; e cosí è la veritá. E’ fiori sonno le puzzolenti cogitazioni del cuore (le quali sonno spiacevoli a me), e odio e dispiacimento verso el proximo suo. Sí come ladro, l’onore ha furato di me, suo Creatore, e datolo a sé. Questo fiore mena puzza di falso e miserabile giudicio, el quale giudicio è in due modi: l’uno verso di me, giudicando gli occulti miei giudici e ogni mio misterio iniquamente, e in odio quello che Io gli ho facto per amore, e in bugia quello che Io gli ho facto per veritá, e in morte quello che Io do per vita. Ogni cosa condannano e giudicano secondo el loro infermo parere, perché si sonno aciecati, col proprio amore sensitivo, l’occhio de l’intellecto e ricoperta la pupilla della sanctissima fede che non lo’ lassa vedere né cognoscere la veritá.

L’altro giudicio ultimo è inverso del proximo suo, unde spesse volte n’esce molto male; ché il misero uomo non cognosce sé, e vuolsi ponere a cognoscere il cuore e l’affecto della creatura che ha in sé ragione, e, per una operazione che vedrá o parola che oda, vorrá giudicare l’affecto del cuore. Ma e’ servi miei sempre giudicano in bene, perché sonno fondati in me, sommo Bene. Ma questi cotali sempre giudicano in male, perché sonno fondati nel miserabile male. De’ quali giudici molte volte ne viene odio, omicidii e dispiacimento verso del proximo suo, e dilungamento da l’amore della virtú de’ servi miei.[183]

Cosí a mano a mano seguitano le foglie, le quali sonno le parole che escono della bocca in vitoperio di me e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo e in danno del proximo suo. E non si curano d’altro che di maledire e condepnare l’operazioni mie, o di bastemmiare e dire male d’ogni creatura che ha in sé ragione, come facto lo’ viene, secondo che il loro giudicio porta. E non tengono a mente (disaventurati a loro!) che la lingua è facta solo per rendere onore a me e per confessare i difecti loro, e adoperare per amore della virtú e in salute del proximo. Queste sonno le foglie macchiate della miserabile colpa, perché ’l cuore, unde sonno procedute, non era schiecto, ma molto maculato di doppiezza e di molta miseria. Quanto pericolo (oltre al danpno spirituale della privazione della grazia che ha facta ne l’anima) esce in danno temporale! Ché per le parole avete udito e veduto venire mutazioni di Stati, disfacimento di cittá e molti omicidii e altri mali: perché la parola intrò nel mezzo del cuore a colui a cui ella fu decta; introe dove non sarebbe passato el coltello colá dove passò e introe la parola.

Dico che l’arbore ha sette rami che chinano infino a terra, de’ quali escono e’ fiori e le foglie per lo modo che decto t’ho. Questi sonno e’ septe peccati mortali, e’ quali sono pieni di diversi e molti peccati, legati nella radice e gambone de l’amore proprio di sé e della superbia. La quale ha facto prima e’ rami e i fiori delle molte cogitazioni; poi procede la foglia delle parole e il fructo di gattive operazioni. Stanno chinati infino a terra, cioè che i rami de’ peccati mortali non si voltano altro che a la terra d’ogni fragile e disordinata sustanzia del mondo, e in altro modo non mira se none in che modo si possa nutricare della terra insaziabilmente, che mai non si sazia. Insaziabili sonno e incomportabili a loro medesimi; e cosa convenevole è che egli sieno sempre inquieti, ponendosi a desiderare e volere quella cosa che lo’ dá sempre insazietá, sí come Io ti dixi. Questa è la cagione perché essi non si possono saziare: perché sempre apetiscono cosa finita, ed eglino sonno infiniti quanto ad essere, ché l’essere loro non finisce mai (perché finisca a[184] grazia per la colpa del peccato mortale) e perché l’uomo è posto sopra tucte le cose create, e non le cose create sopra lui; e però non si può saziare né stare quieto se none in cosa maggiore di sé. Maggiore di sé non ci è altro che Io, Dio etterno; e però solo Io gli posso saziare. E perché egli n’è privato per la colpa commessa, sta in continuo tormento e pena. Dipo’ la pena gli séguita el pianto; e giognendoli e’ venti, percuotono l’arbore de l’amore della propria sensualitá dove egli ha facto ogni suo principio.

CAPITOLO XCIV

Come li predecti piangitori mondani sono percossi da quatro diversi venti.

—O egli è vento di prosperitá, o egli è vento d’aversitá, o di timore, o di coscienzia, che sonno quattro venti.

El vento della prosperitá notrica la superbia con molta presumpzione, con grandezza di sé e avilimento del proximo suo. Se egli è signore, va con molta ingiustizia e con vanitá di cuore, e con immondizia di corpo e di mente, e con propria reputazione e con molte altre cose che seguitano doppo queste, le quali la lingua tua non potrebbe narrare. Questo vento della prosperitá è egli corrocto in sé? No; né questo né veruno; ma è corrocta la principale radice de l’arbore, unde ogni cosa corrompe. Perché Io, che mando e dono ogni cosa che ha essere, so’ somamente buono; e però è buono ciò che è in questo vento prospero. Unde ne gli séguita pianto, perché ’l suo cuore non è saziato, ché desidera quello che non può avere; e non potendolo avere, ha pena, e nella pena piagne. Giá ti dixi che l’occhio vuole satisfare al cuore.

Dipo’ questo viene uno vento di timore servile, nel quale gli fa paura l’ombra sua, temendo di perdere la cosa che egli ama. O egli teme di perdere la vita sua medesima, o quella de’ figliuoli o d’altre creature; o teme di perdere lo stato suo o d’altre per amore proprio di sé, o onore o ricchezza. Questo[185] timore non gli lassa possedere il dilecto suo in pace, perché ordinatamente, secondo la mia volontá, non le possiede; e però gli séguita timore servile e pauroso, facto servo miserabile del peccato, e tale si può reputare quale è quella cosa a cui egli serve. El peccato è non cavelle: adunque egli è venuto a non cavelle.

Mentre che il vento del timore l’ha percosso, ed elli giogne quello della tribulazione e aversitá della quale egli temeva, e privalo di quello che egli aveva, alcuna volta in particulare e alcuna volta in generale. Generale è quando è privato della vita, che per forza della morte è privato d’ogni cosa. Alcuna volta è particulare, ché quando levo una cosa e quando un’altra: o della sanitá, o de’ figliuoli, o ricchezze, o stati, o onori, secondo che Io, dolce medico, vego che è di necessitá a la vostra salute, e però ve l’ho date. Ma, perché la fragilitá vostra è tucta corrocta, e senza veruno cognoscimento guasta el fructo della pazienzia; e però germina impazienzia, scandalo e mormorazione, odio e dispiacimento verso di me e delle mie creature, e quello che Io ho dato per vita l’ha ricevuto in morte con quella misura del dolore che egli aveva l’amore.

Ora è condocto a pianto affliggitivo d’impazienzia che disecca l’anima e ucidela tollendole la vita della grazia; e disecca e consuma el corpo, e acciecalo spiritualmente e corporalmente, e privalo d’ogni dilecto e tollegli la speranza, perché è privato di quella cosa nella quale aveva dilecto, dove aveva posto l’affecto e la speranza e la fede sua: sí che piagne. E non solamente la lagrima fa venire tanti inconvenienti, ma el disordinato affecto e dolore del cuore, unde è proceduta la lagrima. Ché non la lagrima de l’occhio in sé dá morte e pena, ma la radice unde ella procede, cioè l’amore proprio disordinato del cuore. Ché, se ’l cuore fusse ordinato e avesse vita di grazia, la lagrima sarebbe ordinata e costrignerebbe me, Dio etterno, a farli misericordia. Ma perché dicevo che questa lagrima dá morte? perché ella è il messo che vi manifesta la vita o morte che fusse nel cuore.

Dicevo che veniva uno vento di coscienzia; e questo fa la divina mia Bontá, che, avendo provato con la prosperitá per[186] trarli per amore e col timore, ché per importunitá dirizzassero el cuore ad amare con virtú e non senza virtú; provato con la tribolazione, data perché cognoscano la fragilitá e poca fermezza del mondo; ad alcuni altri, poi che questo non giova, perché v’amo ineffabilemente, do uno stimolo di coscienzia, perché si levino ad aprire la bocca bomicando el fracidume de’ peccati per la sancta confessione. Ma essi, come obstinati, e drictamente riprovati da me per le iniquitá loro (che non hanno voluto ricevere la grazia mia in veruno modo), fugono lo stimolo della coscienzia, e vannolo spassando con miserabili dilecti e dispiacere mio e del proximo loro. Tucto l’adiviene perché è corrocta la radice con tucto l’arbore, e ogni cosa l’è in morte, e stanno in continue pene, pianti e amaritudine, come decto è. E se non si correggono mentre che hanno el tempo di potere usare el libero arbitrio, passano da questo pianto dato in tempo finito, e con esso giongono al pianto infinito. Sí che il finito lo’ torna ad infinito, perché la lagrima fu gictata con infinito odio della virtú, cioè col desiderio de l’anima, fondato in odio, che è infinito.

Vero è che, se avessero voluto, ne sarebbero esciti mediante la mia divina grazia nel tempo che essi erano liberi, non obstante ch’Io dicesse essere infinito: infinito è in quanto l’affecto è essere de l’anima, ma none l’odio e l’amore che fusse ne l’anima; ché, mentre che sète in questa vita, potete amare e odiare, secondo che è di vostro piacere. Ma se finisce in amore di virtú, riceve infinito bene, e se finisce in odio, sta in infinito odio ricevendo l’ecterna dannazione, sí come Io ti dixi quando ti contiai che s’annegavano per lo fiume; intanto che non possono desiderare bene, privati della misericordia mia e della caritá fraterna, la quale gustano e’ sancti l’uno con l’altro, cioè della caritá di voi, perregrini viandanti in questa vita, posti qui da me per giognere al termine vostro, di me, vita etterna.

Né orazioni né limosine né verun’altra operazione lor vale: essi sono membri tagliati dal corpo della divina mia caritá, perché, mentre che vissero, non volsero essere uniti a l’obbedienzia de’ sancti miei comandamenti nel corpo mistico della[187] sancta Chiesa e nella dolce sua obbedienzia, unde traete il sangue dello immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo. E però ricevono el fructo de l’ecterna dannazione con pianto e stridore di denti.

Questi sonno quelli martiri del dimonio, de’ quali Io ti dixi; sí che ’l dimonio lo’ dá quello fructo che ha per sé. Adunque vedi che questo pianto dá fructo di pene in questo tempo finito, e ne l’ultimo lo’ dá la infinita conversazione delle dimonia.

CAPITOLO XCV

De’ fructi de le seconde e de le terze lagrime.

—Ora ti resto a dire de’ fructi che ricevono coloro che si cominciano a levare da la colpa per timore della pena, ad acquistare la grazia. Alquanti sonno che escono della morte del peccato mortale per timore della pena. Questo è il generale chiamare, come detto è.

Che fructo riceve questo? che egli comincia a votiare la casa de l’anima sua della immondizia, mandando el libero arbitrio el messo del timore della pena. Poi che egli ha purificata l’anima da la colpa, riceve pace di coscienzia, comincia a disponere l’affecto de l’anima e aprire l’occhio de l’intellecto a vedere il luogo suo, che, prima che fusse vòto, non il vedeva né vedeva altro che puzza di molti e diversi peccati. Comincia a ricevere consolazioni, perché ’l vermine della coscienzia sta in pace, quasi aspectando di prendere il cibo della virtú. Sí come fa l’uomo, che, poi che ha sanato lo stomaco e tractone fuore gli umori, dirizza l’appetito a prendere il cibo; cosí questi cotali aspectano pure che la mano del libero arbitrio con l’amore del cibo delle virtú gli apparecchi, ché doppo l’apparecchiare aspecta di mangiare. E cosí è veramente: che, exercitando l’anima el primo timore, votiato de’ peccati l’affecto suo, ne riceve il secondo fructo, cioè il secondo stato delle lagrime, dove l’anima, per affecto d’amore, comincia a fornire la casa di virtú. Benché[188] imperfecta sia ancora, poniamo che sia levata dal timore, riceve consolazione e dilecto perché l’amore de l’anima sua ha ricevuto dilecto da la mia veritá che so’ esso amore; e, per lo dilecto e consolazione che truova in me, comincia ad amare molto dolcemente, sentendo la dolcezza della consolazione mia o dalle creature per me.

Exercitando l’amore nella casa de l’anima sua, che è intrato dentro poi che ’l timore l’ebbe purificata, comincia a ricevere i fructi della divina mia bontá, unde ebbe la casa de l’anima sua. Poi che egli è intrato l’amore a possedere, comincia a gustare ricevendo molti vari e diversi fructi di consolazione; e ne l’ultimo, perseverando, riceve fructo di ponere la mensa: cioè, poi che l’anima è trapassata dal timore a l’amore delle virtú, si pone la mensa sua. Gionto a le terze lagrime, egli pone la mensa della sanctissima croce nel cuore e ne l’anima sua; poi che l’ha posta, trovandovi el cibo del dolce e amoroso Verbo (el quale dimostra l’onore di me Padre e la salute vostra per la quale fu aperto el Corpo de l’unigenito mio Figliuolo dandosi a voi in cibo), alora comincia a mangiare l’onore di me e la salute de l’anime con odio e dispiacimento del peccato.

Che fructo riceve l’anima di questo terzo stato delle lagrime? Dicotelo: riceve una fortezza fondata in odio sancto della propria sensualitá, con uno fructo piacevole di vera umilitá, con una pazienzia che tolle ogni scandalo, e priva l’anima d’ogni pena, perché col coltello de l’odio ucise la propria volontá, dove sta ogni pena: ché solo la volontá sensitiva si scandalizza delle ingiurie, delle persecuzioni e delle consolazioni temporali o spirituali, come di sopra ti dixi, e cosí viene ad impazienzia. Ma, perché la volontá è morta, con lagrimoso e dolce desiderio comincia a gustare il fructo della lagrima della dolce pazienzia.

O fructo di grande soavitá, quanto se’ dolce a chi ti gusta, e piacevole a me, che stando ne l’amaritudine gusta la dolcezza! Nel tempo de l’ingiuria ricevi la pace; nel tempo che se’ nel mare tempestoso che i venti pericolosi percuotono con le grandi onde la navicella de l’anima, tu se’ pacifica e tranquilla senza veruno male, ricoperta la navicella con la dolce, etterna mia[189] volontá divina. Unde hai ricevuto vestimento di vera e ardentissima caritá, perché acqua non vi possa intrare. O dilectissima figliuola, questa pazienzia è reina, posta nella ròcca della fortezza: ella vince e non è mai vinta; essa non è sola, ma è acompagnata con la perseveranzia; ella è il mirollo della caritá; ella è colei che manifesta il vestimento d’essa caritá se egli è vestimento nupziale o no; se egli è rocto d’imperfeczione, ella el manifesta, sentendo subbito el contrario della inpazienzia. Tucte le virtú si possono alcuna volta occultare, mostrandosi perfecte essendo imperfecte, excepto che a te non si possono nascondere: ché, se ella è ne l’anima questa dolce pazienzia, mirollo di caritá, ella dimostra che tucte le virtú sonno vive e perfecte; e se ella non v’è, manifesta che tucte le virtú sonno imperfecte e non sonno gionte ancora alla mensa della sanctissima croce, dove essa pazienzia fu conceputa nel cognoscimento di sé e nel cognoscimento della mia bontá in sé, e parturita da l’odio sancto e unta di vera umilitá. A questa pazienzia non è denegato el cibo de l’onore di me e salute de l’anime: anco essa è quella che ’l mangia continuamente, e cosí è la veritá.

Raguarda, carissima figliuola, ne’ dolci e gloriosi martiri, che col sostenere mangiavano el cibo de l’anime. La morte loro dava vita: resuscitavano e’ morti e cacciavano le tenebre de’ peccati mortali. El mondo con tucte le sue grandezze e i signori con la loro potenzia non si potevano difendere da loro, per la virtú di questa reina, dolce pazienzia. Questa virtú sta come lucerna in sul candelabro. Questo è il glorioso fructo che die’ la lagrima gionta nella caritá del proximo suo, mangiando con lo svenato e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, con crociato e ansietato desiderio e con pena intollerabile de l’offesa di me, Creatore suo: non pena afliggitiva, ché l’amore con la vera pazienzia ucise ogni timore e amore proprio che dá pena; ma pena consolativa, solo de l’offesa mia e danno del proximo, fondata in caritá, la quale pena ingrassa l’anima. Godene in sé, perché ella è uno segno dimostrativo che dimostra me essere per grazia ne l’anima.[190]

CAPITOLO XCVI

Del fructo de le quarte e unitive lagrime.

—Decto t’ho del fructo delle terze lagrime. Séguita el quarto e ultimo stato della lagrima unitiva, lo quale non è separato dal terzo, come decto è, ma uniti insieme, sí come la caritá mia con quella del proximo l’una condisce l’altra. Ma è in tanto cresciuto, gionto al quarto, che, non tanto che porti con pazienzia (sí come di sopra ti dissi), ma con allegrezza le desidera; in tanto che spregia ogni recreazione, da qualunque lato le viene, pure che si possa conformare con la mia Veritá, Cristo crocifixo.

Questa riceve uno fructo di quiete di mente, una unione, facta per sentimento, nella natura mia dolce divina, dove gusta el lacte. Sí come il fanciullo, che pacificato si riposa al pecto della madre, traie a sé il lacte col mezzo della carne; cosí l’anima, gionta a questo ultimo stato, si riposa al pecto della divina mia caritá, tenendo nella bocca del sancto desiderio la carne di Cristo crocifixo, cioè seguitando le vestigie e la doctrina sua, perché cognobbe bene nel terzo stato che non gli conveniva andare per me, Padre, perché in me, Padre etterno, non può cadere pena: ma sí nel dilecto mio Figliuolo, dolce e amoroso Verbo. E voi non potete andare senza pena, ma con molto sostenere giognerete a le virtú provate. Sí che si pose al pecto di Cristo crocifixo, che è essa veritá; e cosí trasse a sé il lacte della virtú, nella quale virtú ebbe vita di grazia, gustando in sé la natura mia divina che dava dolcezza a le virtú. E cosí è la veritá: che le virtú in loro non erano dolci, ma perché furono facte e unite in me, amore divino: cioè che l’anima non ebbe alcuno rispecto a sua propria utilitá, altro che a l’onore di me e salute de l’anime.

Or raguarda, dolce figliuola, quanto è dolce e glorioso questo stato, nel quale l’anima ha facta tanta unione al pecto della[191] caritá che non si truova la bocca senza el pecto, né il pecto senza el lacte. Cosí questa anima non si truova senza Cristo crociato, né senza me, Padre etterno, el quale truova gustando la somma e etterna Deitá. Oh! chi vedesse come s’empiono le potenzie di quella anima! La memoria s’empie di continuo ricordamento di me, tracto a sé, per amore, i benefizi miei: non tanto l’acto de’ benefizi, ma l’affecto della caritá mia con che Io gli l’ho donati; e singularmente il benefizio della creazione, vedendosi creato a la imagine e similitudine mia. Nel quale benefizio, nel primo stato decto, cognobbe la pena della ingratitudine che ne gli seguitava; e però si levò da le miserie nel benefizio del sangue di Cristo, dove Io el ricreai a grazia, lavandovi la faccia de l’anime vostre da la lebra del peccato, dove l’anima trovò nel secondo stato una dolcezza, gustando la dolcezza de l’amore e dispiacere della colpa, nella quale egli vidde che tanto era spiaciuta a me, che Io l’avevo punita sopra el corpo de l’unigenito mio Figliuolo.

Dipo’ questo ha trovato l’avenimento dello Spirito sancto, el quale dichiarò e dichiara l’anima della veritá. Quando riceve l’anima questo lume? poi che ha cognosciuto, per lo primo e secondo stato, el benefizio mio in sé. Riceve alora lume perfecto, cognoscendo la veritá di me, Padre etterno, cioè che per amore l’avevo creata per darle vita etterna. Questa era la veritá: hovelo manifestato col sangue di Cristo crocifixo. Poi che l’ha cognosciuta l’ama: amandola, el dimostra amando schiectamente quello ch’Io amo e odiando quel ch’Io odio.

Cosí si truova nel terzo stato della caritá del prossimo. Sí che la memoria a questo pecto s’empie, passata ogni imperfeczione, perché s’è ricordata e ha tenuto in sé i benefizi miei. Lo intellecto ha ricevuto el lume: mirando dentro nella memoria, cognobbe la veritá; perdendo la ciechitá de l’amore proprio, rimase nel sole de l’obiecto di Cristo crocifixo, dove cognobbe Dio e uomo. Oltre a questo cognoscimento, per l’unione che ha facta, si leva ad uno lume acquistato non per natura, sí come Io ti dixi, né per sua propria virtú adoperata, ma per grazia data da la mia dolce Veritá, la quale none spregia gli[192] ansietati desidèri né fadighe le quali ha offerte dinanzi da me. Alora l’affecto, che va dietro a lo ’ntellecto, s’unisce con perfectissimo e ardentissimo amore. E chi mi dimandasse:—Chi è questa anima?—direi:—È uno altro me, facta per unione d’amore.—

Quale sarebbe quella lingua che potesse narrare l’excellenzia di questo ultimo stato unitivo, e i fructi diversi e divariati che riceve essendo piene le tre potenzie de l’anima? Questa è quella dolce congregazione della quale, ne’ tre scaloni generali, ti feci menzione, dichiarandoti, di sopra, la parola della mia Veritá. Non è sufficiente la lingua a poterlo narrare, ma ben vel dimostrano e’ sancti doctori illuminati da questo glorioso lume che con esso spianavano la sancta Scriptura. Unde avete del glorioso Tomaso d’Aquino (che la scienzia sua egli ebbe piú per studio d’orazione ed elevazione di mente e lume d’intellecto, che per studio umano), el quale fu uno lume che Io ho messo nel corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l’errore. E se ti vòlli al glorioso Giovanni evangelista, quanto lume egli acquistò sopra el prezioso pecto di Cristo, mia Veritá, col quale lume acquistato evangelizzò me, ha cotanto tempo.

E, cosí discorrendo, tucti ve l’hanno manifestata, chi per uno modo e chi per un altro. Ma lo intrinseco sentimento, ineffabile dolcezza e perfecta unione, non el potresti narrare con la lingua tua, perché è cosa finita. Questo parbe che volesse dire Pavolo, dicendo: «Occhio non può vedere, né orecchia udire, né cuore pensare quanto è il dilecto e ’l bene che riceve, e ne l’ultimo è apparecchiato a quelli che in veritá m’amano». Oh quanto è dolce la mansione, dolce sopra ogni dolcezza, con perfecta unione che l’anima ha facta in me, che non ci è in mezzo la volontá de l’anima medesima, perché ella è facta una cosa con meco! Ella gicta odore per tucto quanto el mondo, fructo di continue e umili orazioni: l’odore del desiderio, grido della salute de l’anime con voce senza voce umana, gridando nel conspecto della mia divina maiestá.

Questi sonno e’ fructi unitivi che mangia l’anima in questa vita ne l’ultimo stato, acquistato con molte fadighe, lagrime e sudori. E cosí passa con vera perseveranzia dalla vita della[193] grazia, da questa unione che è anco imperfecta, ed è perfecta in grazia. Ma mentre che è legata nel corpo, perché in questa vita non si può saziare di quello che desidera, e anco perché è legata con la legge perversa (che s’è adormentata per l’affecto della virtú, ma non è morta, e però si può destare se levassi lo istrumento della virtú che la fa dormire), e però è decta «imperfecta unione». Ma questa imperfecta unione el conduce a ricevere la perfeczione durabile, la quale non gli può essere tolta per veruna cosa che sia, sí come Io ti dixi narrandoti de’ beati. Ine gusta co’ gustatori veri in me vita etterna, sommo ed etterno Bene, che mai non finisco. Costoro hanno ricevuto vita etterna incontrario di coloro che ricevettero el fructo del pianto loro, morte etternale. Costoro dal pianto son gionti a l’allegrezza, ricevendo vita sempiterna. Col fructo della lagrima e con l’affocata caritá gridano e offerano lagrima di fuoco, per lo modo decto di sopra, dinanzi a me per voi.

Compíto ho di narrarti e’ gradi delle lagrime e la loro perfeczione, e il fructo che riceve l’anima d’esse lagrime: che i perfecti ricevono me vita etterna, e gl’iniqui l’etterna dannazione.

CAPITOLO XCVII

Come questa devota anima, ringraziando Dio de la dechiarazione de’ predecti stati de le lagrime, gli fa tre petizioni.

Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio per la dolce dichiarazione e satisfaczione che ebbe da la Veritá sopra e’ decti stati, diceva come inamorata:

—Grazia, grazia sia a te, sommo ed etterno Padre, satisfacitore de’ sancti desidèri e amatore della salute nostra, che per amore ci hai dato l’amore nel tempo che eravamo in guerra con teco, col mezzo de l’unigenito tuo Figliuolo. Per questo abisso de l’affocata tua caritá t’adimando, di grazia e di misericordia, che, acciò che schiectamente possa venire a te e con lume e non con tenebre corra per la doctrina della tua Veritá, della[194] quale tu chiaramente m’hai dimostrata la veritá, e acciò ch’io possa vedere due altri inganni de’ quali io temo che non ci sieno o possano essere, vorrei, Padre etterno, che, prima che io escisse di questi stati, tu mel dichiarassi.

L’uno si è che, se alcuna volta o a me o ad alcuno altro servo tuo fusse venuto per consiglio di volere servire a te, che doctrina io gli debbo dare. Benché di sopra so, dolce Dio etterno, che tu me ne dichiarasti sopra quella parola che tu dicesti:—Io so’ colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni;—nondimeno, se piace a la tua bontá toccarne alcuna parola ancora, sarammi di grande piacere.

E anco, se alcuna volta, pregando io per le tue creature e singularmente per li servi tuoi, io trovasse, ne l’orazione, ne l’uno la mente disposta, parendomelo vedere che esso si goda di te; e ne l’altro mi paresse che fusse la mente tenebrosa, debbo io, Padre etterno, o posso giudicare l’uno in luce e l’altro in tenebre? O che io vedesse l’uno andare con grande penitenzia e l’altro no: debbo io giudicare che maggiore perfeczione abbi colui che fa penitenzia maggiore, che colui che non la fa? Pregoti che acciò ch’io non sia ingannata dal mio poco vedere, che tu mi dichiari in particulare quello che tu m’hai decto in generale.

La seconda cosa della quale io ti dimando, si è che tu mi dichiari meglio, sopra del segno che tu mi dicesti che riceve l’anima quando è visitata da te, se egli è da te, Dio etterno, o no. Se bene mi ricorda tu mi dicesti, Veritá etterna, che la mente rimaneva in allegrezza e inanimata a la virtú. Vorrei sapere se questa allegrezza può essere con inganno della propria passione spirituale; ché, se ci fusse, io m’aterrei solamente al segno della virtú.

Queste sonno quelle cose le quali io t’adimando, acciò che in veritá io possa servire a te e al proximo mio e non cadere in neuno falso giudicio verso le tue creature e de’ servi tuoi, perché mi pare che ’l giudicio, cioè il giudicare, dilonghi l’anima da te: e però non vorrei cadere in questo inconveniente.[195]

CAPITOLO XCVIII

Come el lume de la ragione è necessario ad ogni anima che vuole a Dio in veritá servire. E prima, del lume generale.

Alora Dio etterno, dilectandosi della sete e fame di quella anima e della schiectezza del cuore e del desiderio suo con che ella dimandava di volerli servire, volse l’occhio della pietá e misericordia sua verso di lei, dicendo:

—O dilectissima, o carissima, o dolce figliuola e sposa mia, leva te sopra di te e apre l’occhio de l’intellecto a vedere me, bontá infinita, e l’amore ineffabile che Io ho a te e agli altri servi miei. Ed apre l’orecchia del sentimento del desiderio tuo, però che altrementi, se tu non vedessi, non potresti udire: cioè che l’anima, che non vede con l’occhio de l’intellecto suo ne l’obiecto della mia Veritá, non può udire né cognoscere la mia veritá. E però voglio, acciò che meglio la cognosca, che ti levi sopra el sentimento tuo, cioè sopra el sentimento sensitivo; ed Io, che mi dilecto della tua domanda e desiderio, ti satisfarò. Non che dilecto possa crescere a me di voi, però che Io so’ colui che so’ e che fo crescere voi, e non voi me; ma dilectomi nel mio dilecto medesimo della factura mia.—

Alora quella anima obbedí, levando sé sopra di sé per cognoscere la veritá di quello che dimandava. Alora Dio etterno disse a lei:—Acciò che tu meglio possa intendere quello ch’Io ti dirò, Io mi farò al principio di quello che mi dimandi, sopra tre lumi che escono di me, vero lume.

L’uno è uno lume generale in coloro che sonno nella caritá comune: bene che decto te l’abbi de l’uno e de l’altro, e molte cose di quelle che Io t’ho decte ti dirò, perché ’l tuo basso intendimento meglio intenda quello che tu vuoli sapere. E due altri lumi sonno di coloro che sono levati dal mondo e vogliono la perfeczione. Sopra di questo ti dichiararò di quello che m’hai adimandato, dicendoti piú in particulare quello che ti toccai in comune.[196]

Tu sai, sí come Io ti dixi, che senza el lume neuno può andare per la via della veritá, cioè senza el lume della ragione. El quale lume di ragione traete da me, vero lume, con l’occhio de l’intellecto e col lume della fede che Io v’ho dato nel sancto baptesmo, se voi non vel tollete per li vostri difecti. Nel quale baptesmo, mediante e in virtú del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, riceveste la forma della fede. La quale fede, exercitata in virtú col lume della ragione (la quale ragione è illuminata da questo lume), vi dá vita e favi andare per la via della veritá, e con esso giognete a me, vero lume; e senza esso giognereste a la tenebre.

Due lumi, tracti da questo lume, vi sonno necessari d’avere, ed anco a’ due ti porrò el terzo. El primo è che voi tucti siate illuminati in cognoscere le cose transitorie del mondo, le quali passano tucte come il vento. Ma non le potete bene cognoscere se prima non cognoscete la propria vostra fragilitá quanto ella è inchinevole, con una legge perversa che è legata nelle membra vostre, a ribellare a me, vostro Creatore. Non che per questa legge neuno possa essere costrecto a commectere uno minimo peccato, se egli non vuole; ma bene impugna contra lo spirito. E non diei questa legge perché la mia creatura, che ha in sé ragione, fusse venta, ma perché ella aumentasse e provasse la virtú ne l’anima, però che la virtú non si pruova se non per lo suo contrario. La sensualitá è contraria a lo spirito, e però in essa sensualitá pruova l’anima l’amore che ha in me, Creatore suo. Quando si pruova? quando con odio e dispiacimento si leva contra di lei.

E anco le diei questa legge per conservarla nella vera umilitá. Unde tu vedi che, creando l’anima a la imagine e similitudine mia posta in tanta dignitá e bellezza, Io l’acompagnai con la piú vile cosa che sia, dandole la legge perversa, cioè legandola col corpo formato del piú vile della terra, acciò che, vedendo la bellezza sua, non levasse il capo per superbia contra di me. Unde il fragile corpo, a chi ha questo lume, è cagione di fare umiliare l’anima, e non ha alcuna materia d’insuperbire: anco di vera e perfecta umilitá. Sí che questa legge non costrigne ad[197] alcuna colpa di peccato per alcuna sua impugnazione, ma è cagione di farvi cognoscere voi medesimi e cognoscere la poca fermezza del mondo.

Questo debba vedere l’occhio de l’intellecto col lume della sanctissima fede, della quale ti dixi che era la pupilla de l’occhio. Questo è quello lume necessario, che generalmente è di bisogno a ogni creatura che ha in sé ragione, a volere participare la vita della grazia in qualunque stato si sia, se vuole participare il fructo del sangue dello inmaculato Agnello. Questo è il lume comune, cioè che comunemente ogni persona el debba avere, come decto è; e chi non l’avesse, starebbe in stato di dannazione. E questa è la ragione che essi non sonno in stato di grazia non avendo el lume: però che chi non ha el lume, non cognosce il male della colpa e chi n’è cagione, e però non può schifare né odiare la cagione sua. E cosí chi non cognosce il bene e la cagione del bene, cioè la virtú, non può amare né desiderare me, che so’ esso Bene, e la virtú che Io v’ho data come strumento e mezzo a darvi la grazia mia, me, vero Bene.

Sí che vedi di quanto bisogno v’è questo lume, ché in altro none stanno le colpe vostre se none in amare quel che Io odio o in odiare quel che Io amo. Io amo la virtú e odio el vizio; chi ama el vizio e odia la virtú offende me ed è privato della grazia mia. Questi va come cieco che, non cognoscendo la cagione del vizio, cioè il proprio amore sensitivo, non odia se medesimo né cognosce il vizio né il male che gli séguita dipo’ el vizio. Né cognosce la virtú, né me che so’ cagione di darli la virtú che gli dá vita, né la dignitá nella quale egli si conserva e viene a grazia col mezzo della virtú.

Sí che vedi che ’l non cognoscere gli è cagione del suo male. Èvi dunque di bisogno d’avere questo lume, come decto è.[198]

CAPITOLO XCIX

Di quelli e’ quali hanno posto piú el loro desiderio in mortificare el corpo che in uccidere la propria volontá; el quale è uno lume perfecto piú che il generale, ed è questo el secondo lume.

—E poi che l’anima è venuta ed ha acquistato el lume generale, del quale Io t’ho decto, non debba stare contenta; perché, mentre che sète perregrini in questa vita, sète apti a crescere e dovete crescere: e chi non cresce, ipso facto torna adietro. O debba crescere nel comune lume che egli ha acquistato mediante la grazia mia, o egli debba con sollicitudine ingegnarsi d’andare al secondo lume perfecto, e da l’imperfecto giognere al perfecto, però che con lume si vuole andare alla perfeczione.

In questo secondo lume perfecto sonno due maniere di perfecti: perfecti sonno che si sonno levati dal comune vivere del mondo. In questa perfeczione ci sonno due. L’uno che sonno alcuni che perfectamente si dánno a gastigare il corpo loro, facendo aspra e grandissima penitenzia: e acciò che la sensualitá loro non ribelli a la ragione, tucto hanno posto il desiderio loro piú in mortificare il corpo che in ucidere la loro propria volontá, sí come in un altro luogo ti dixi. Costoro si pascono a la mensa della penitenzia, e sonno buoni e perfecti se ella è fondata in me col lume di discrezione, cioè con vero cognoscimento di loro e di me, e con grande umilitá, tucti conformati ad essere giudici della volontá mia e non di quella degli uomini.

Ma se non fussero cosí, cioè con vera umilitá vestiti della volontá mia, spesse volte offendarebbero la loro perfeczione, facendosi giudicatori di coloro che non vanno per quella medesima via che vanno eglino. Sai tu perché a questi cotali l’adiverrebbe? Perché hanno posto piú studio e desiderio in mortificare il corpo che in ucidere la propria volontá. Questi cotali sempre vogliono eleggere i tempi e i luoghi e le consolazioni della mente a loro modo, e anco le tribulazioni del mondo e[199] le bactaglie del dimonio, sí come nel secondo stato imperfecto Io ti narrai. Costoro dicono, per inganno di loro medesimi, ingannati da la propria volontá, la quale ti chiamai «volontá spirituale»:—Io vorrei questa consolazione e non queste bactaglie né molestie del dimonio; e giá non el dico per me, ma per piú piacere a Dio e averlo piú per grazia ne l’anima mia, perché meglio mel pare avere e servirlo in questo modo che in quello.—

E cosí per questo modo spesse volte cade in pena e in tedio, e diventane incomportabile a se medesimo; e cosí offende il suo stato perfecto e non se n’avvede, né che vi caggia dentro la puzza della superbia; ed ella vi giace, però che, se ella non vi fusse, ma fusse veramente umile e non presumptuoso, vedrebbe col lume che Io, dolce e prima Veritá, do stato e tempo e luogo e consolazioni e tribulazioni secondo che è necessitá a la salute vostra ed a compire la perfeczione ne l’anima a la quale Io l’ho electe. E vedrebbe che ogni cosa do per amore; e però con amore e riverenzia debba ricevere ogni cosa. Sí come fanno e’ secondi (cioè che viene il terzo), de’ quali Io ti dirò, che sonno questi due stati che stanno in questo perfectissimo lume.

CAPITOLO C

Del terzo e perfectissimo lume de la ragione. E dell’opere che fa l’anima quando è venuta a esso lume. E d’una bella visione che questa devota anima ebbe una volta, ne la quale si tracta pienamente del modo da venire ad perfecta puritá, e dove anco si parla del non giudicare.

—Questi cotali (ciò sonno e’ terzi, che viene secondo a questo), gionti a questo glorioso lume, sonno perfecti in ogni stato che essi sonno. E ciò che Io permecto a loro, ogni cosa hanno in debita reverenzia, sí come nel terzo stato de l’anima e unitivo Io ti feci menzione. Questi si reputano degni delle pene e scandali del mondo, e d’essere privati delle loro consolazioni proprie di qualunque cosa si sia. E come si reputano degni delle pene, cosí si reputano indegni del fructo che séguita a loro doppo[200] la pena. Costoro nel lume hanno cognosciuta e gustata l’etterna volontá mia, la quale non vuole altro che ’l vostro bene; e perché siate sanctificati in me, però ve lo do e permecto.

Poi che l’anima l’ha cognosciuta, sí se ne è vestita e non actende ad altro se none a vedere in che modo possa conservare e crescere lo stato suo perfecto per gloria e loda del nome mio, aprendo l’occhio de l’intellecto col lume della fede ne l’obiecto di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo, amando e seguitando la doctrina sua, la quale è regola e via a’ perfecti e agl’imperfecti. E vede che lo inamorato Agnello, mia Veritá, gli dá doctrina di perfeczione, e vedendola se ne inamora. La perfeczione è questa che cognobbe vedendo questo dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, che si notricò a la mensa del sancto desiderio, cercando l’onore di me, Padre etterno e salute vostra; e con questo desiderio corse, con grande sollicitudine, a l’obrobriosa morte della croce e compí l’obbedienzia che gli fu imposta da me Padre, none schifando fadiga né obbrobri, non ritraendosi per vostra ingratitudine o ignoranzia di non cognoscere tanto benefizio dato a voi, né per persecuzione de’ giudei, né per scherni, villania e mormorazioni e grida del popolo. Ma tucte le trapassò come vero capitano e vero cavaliere, il quale Io avevo posto in sul campo della bactaglia a combactere per trarvi delle mani delle dimonia e perché fuste liberi e tracti della piú perversa servitudine che voi poteste avere, e perché esso v’insegnasse la via, la doctrina e regola sua e poteste giognere a la porta di me, vita etterna, con la chiave del suo prezioso Sangue sparto con tanto fuoco d’amore, con odio e dispiacimento delle colpe vostre. Quasi vi dica questo dolce e amoroso Verbo mio Figliuolo:—Ecco che Io v’ho facta la via e aperta la porta col Sangue mio: non siate dunque voi negligenti a seguitarla, ponendovi a sedere con amore proprio di voi e con ignoranzia di non cognoscere la via, e con presumpzione di volere eleggere il servire a me a vostro modo e non di me, che ho facta a voi la via dricta col mezzo della mia Veritá, Verbo incarnato, e bactuta col Sangue.—Levatevi dunque suso e seguitatelo, però che neuno può venire[201] a me Padre se non per lui. Egli è la via e la porta unde vi conviene intrare in me, mare pacifico.

Alora quando l’anima è gionta a gustare questo lume, perché dolcemente l’ha veduto e cognosciuto, però el gustoe, e corre come inamorata e ansietata d’amore a la mensa del sancto desiderio. E non vede sé per sé, cercando la propria consolazione né spirituale né temporale, ma come persona che al tucto in questo lume e cognoscimento ha annegata la propria volontá; non schifa alcuna fadiga da qualunque lato ella si viene: anco, con pena sostenendo obrobrio e molestie dal dimonio e mormorazioni dagli uomini, mangia in su la mensa della sanctissima croce il cibo de l’onore di me, Dio etterno, e della salute de l’anime. E none cerca alcuna remunerazione né da me né dalle creature, perché elli è spogliato de l’amore mercennaio, cioè d’amare me per rispecto di sé, ed è vestito del lume perfecto, amando me schiectamente e senza alcuno rispecto, altro che a gloria e loda del nome mio, non servendo me per proprio dilecto né al proximo per propria utilitá, ma per puro amore.

Costoro hanno perduti loro medesimi, e spogliatisi de l’uomo vecchio, cioè della propria sensualitá, e vestiti de l’uomo nuovo, Cristo dolce Iesú, mia Veritá, seguitandolo virilmente. Questi sonno quelli che si pongono a la mensa del sancto desiderio: che hanno posta piú la sollicitudine loro in ucidere la propria volontá che in ucidere e mortificare il corpo. Essi hanno bene mortificato el corpo, ma non per principale affecto, ma come strumento che egli è ad aitare ad ucidere la propria volontá, sí come Io ti dixi dichiarandoti sopra quella parola «ch’Io volevo poche parole e molte operazioni». E cosí dovete fare, però che ’l principale affecto debba essere d’ucidere la volontá, che non cerchi né voglia altro che seguitare la mia dolce Veritá, Cristo crocifixo, cercando l’onore e gloria del nome mio e salute de l’anime.

Questi che sonno in questo dolce lume il fanno; e però stanno sempre in pace e in quiete, e non hanno chi gli scandalizzi, perché hanno tolta via quella cosa che lo’ dá scandalo, cioè la propria volontá. E tucte le persecuzioni che ’l mondo[202] può dare e il dimonio, tucte corrono sotto e’ piedi loro. Stanno ne l’acqua delle molte tribolazioni e temptazioni, e non lo’ nuoce perché stanno ataccati al tralcio de l’affocato desiderio. Questo gode d’ogni cosa, e non è facto giudice de’ servi miei né di veruna creatura che abbi in sé ragione; anco gode d’ogni stato e d’ogni modo che vede, dicendo:—Grazia sia a te Padre etterno, che nella Casa tua ha molte mansioni.—E piú gode de’ diversi modi che vede, che se gli vedesse andare tucti per una via, perché vede manifestare piú la grandezza della mia bontá. D’ogni cosa gode e traie l’odore della rosa. E non tanto che del bene, ma di quella cosa che vede che expressamente è peccato, non piglia giudicio, ma piú tosto una vera e sancta compassione, pregando me per loro; e con umilitá perfecta dicono:—Oggi tocca a te, e domane a me se non fusse la divina grazia che mi conserva.—

O carissima figliuola, inamórati di questo dolce ed excellente stato, e raguarda costoro che corrono in questo glorioso lume e la excellenzia loro, però che hanno menti sancte e mangiano a la mensa del sancto desiderio; e con lume sonno gionti a notricarsi del cibo de l’anime per onore di me, Padre etterno, vestiti del vestimento dolce de l’Agnello, unigenito mio Figliuolo, cioè della doctrina sua, con affocata caritá. Questi non perdono el tempo a dare i falsi giudici né verso de’ servi miei né verso de’ servi del mondo, e non si scandalizzano per veruna mormorazione né per loro né per altrui: cioè che verso di loro sono contenti di sostenere per lo nome mio; e quando ella è facta in altrui, la portano con compassione del proximo e non con mormorazione verso colui che dá e verso colui che riceve, perché l’amore loro è ordinato in me, Dio etterno, e nel proximo, e non disordinato. E perché egli è ordinato, questi cotali, carissima figliuola, non pigliano mai scandalo verso coloro che essi amano né in alcuna creatura che ha in sé ragione, perché il loro parere è morto e non vivo, e però non pigliano giudicio di giudicare la volontá degli uomini, ma solo la volontá della clemenzia mia.

Questi observano la doctrina, la quale tu sai che al principio della vita tua ti fu data da la Veritá mia, dimandando tu con[203] grande desiderio di volere venire a perfecta puritá. Pensando tu in che modo vi potessi venire, sai che ti fu risposto, essendo tu adormentata, sopra questo desiderio: non tanto che nella mente, ma nel suono de l’orecchia tua rinsonò la voce, in tanto che, se bene ti ricorda, tu ritornasti al sentimento del corpo tuo, dicendoti la mia Veritá:—Vuoli tu venire a perfecta puritá ed essere privata degli scandali, e che la mente tua non sará scandalizzata per veruna cosa? Or fa’ che tu sempre ti unisca in me per affecto d’amore, però che Io so’ somma ed etterna puritá, e so’ quel fuoco che purifico l’anima: e però quanto piú s’acosta a me, tanto diventa piú pura; e quanto piú se ne parte, tanto piú è immonda. E però caggiono in tante nequizie gli uomini del mondo, perché sonno separati da me; ma l’anima, che senza mezzo si unisce in me, participa della mia puritá.

Un’altra cosa ti conviene fare a giognere a questa unione e puritá: che tu non giudichi mai, in alcuna cosa che tu vedessi fare o dire, da qualunque creatura si fusse, o verso di te o verso d’altrui, la volontá de l’uomo, ma la volontá mia in loro e in te. E se tu vedessi peccato o difecto expresso, trae di quella spina la rosa, cioè che tu gli offeri dinanzi a me per sancta compassione. E nelle ingiurie che fussero facte a te, giudica che la volontá mia el permecte per provare in te e negli altri servi miei la virtú, giudicando che colui come strumento messo da me faccia quello; vedendo che spesse volte avaranno buona intenzione, però che neuno è che possa giudicare l’occulto cuore de l’uomo. Quello che tu non vedi che sia expresso e palese peccato mortale non il debbi giudicare nella mente tua altro che la volontá mia in loro; e vedendolo, non el pigliare per giudicio, ma per sancta compassione, come decto è. A questo modo verrai a perfecta puritá, però che, facendo cosí, la mente tua non sará scandalizzata né in me né nel proximo tuo; però che lo sdegno cade verso del proximo quando giudicaste la mala volontá loro verso di voi, e non la mia in loro. El quale sdegno e scandalo discosta l’anima da me e impedisce la perfeczione, e in alcuno tolle la grazia, piú e meno secondo la gravezza dello sdegno e de l’odio conceputo nel proximo per lo suo giudicio.[204]

In contrario riceve l’anima che giudicará la volontá mia, come decto t’ho. La quale non vuole altro che ’l vostro bene, e ciò ch’Io do e permecto, do perché aviate il fine vostro per lo quale Io vi creai. E perché sta sempre nella dileczione del proximo, sta sempre nella mia; e stando nella mia, sta unita in me. E però t’è di necessitá, a volere venire a la puritá che tu m’adimandi, di fare queste tre cose principali, cioè: di unirti in me per affecto d’amore, portando nella memoria tua e’ benefizi ricevuti da me; e con l’occhio de l’intellecto vedere l’affecto della mia caritá che v’amò inestimabilemente; e nella volontá de l’uomo giudicare la volontá mia e non la mala volontá loro, però che Io ne so’ giudice, Io e non voi. E da questo ti verrá ogni perfeczione.—

Questa fu la doctrina data a te da la mia Veritá, se ben ti ricorda. Ora ti dico, carissima figliuola, che questi cotali, de’ quali Io ti dixi che pareva che avessero imparata questa doctrina, gustano l’arra di vita etterna in questa vita. Se tu avarai tenuta a mente questa doctrina, non cadrai negl’inganni del dimonio perché gli cognoscerai, né in quello del quale tu m’hai adimandato. Ma nondimeno, per satisfare al desiderio tuo, piú distinctamente tel dirò e manifestarocti che neuno giudicio voi potete dare per giudicio, ma per sancta compassione.

CAPITOLO CI

Per che modo ricevono l’arra di vita eterna in questa vita quelli che stanno nel predecto terzo perfectissimo lume.

—E perché ti dixi che ricevevano l’arra di vita etterna? Dico che ricevono l’arra, ma none il pagamento perché aspectano di riceverlo in me, vita durabile, dove ha vita senza morte, e sazietá senza fastidio, e fame senza pena; perché di lunga è la pena da la fame, però che essi hanno quel che desiderano, e di longa è il fastidio dalla sazietá, perché Io lo’ so’ cibo di vita senza alcuno difecto.[205]

È vero che in questa vita ricevono l’arra e gustanla in questo modo, cioè che l’anima comincia a essere afamata de l’onore di me, Dio etterno, e del cibo della salute de l’anime; e come ella ha fame, cosí se ne pasce, cioè che l’anima si notrica della caritá del proximo, del quale ha fame e desiderio (che gli è uno cibo che, notricandosene, non se ne sazia mai), però che è insaziabile, e però rimane la continua fame. E sí come l’arra è uno comincio di sicurtá che si dá a l’uomo, per la quale aspecta di ricevere il pagamento (non che l’arra sia perfecta in sé, ma per fede dá certezza di giognere al compimento di ricevere il pagamento suo), cosí questa anima inamorata e vestita della doctrina della mia Veritá, che giá ha ricevuta l’arra, in questa vita, della caritá mia e del proximo suo in se medesima, non è perfecta; ma aspecta la perfeczione della vita immortale.

Dico che non è perfecta questa arra: cioè che l’anima che la gusta non ha ancora la perfeczione che non senta le pene in sé e in altrui. In sé, per l’offesa che fa a me per la legge perversa che è legata nelle membra sue quando vuole impugnare contra lo spirito: in altrui, per l’offesa del proximo. È ben perfecto a grazia; ma none a questa perfeczione de’ sancti miei, che sonno gionti a me, vita durabile, sí come decto è; ché i desidèri loro sonno senza pena, e i vostri sonno con pena. Stanno questi servi miei (sí come Io ti dixi in un altro luogo, che si notricano a la mensa di questo sancto desiderio) che stanno beati e dolorosi, sí come stava l’unigenito mio Figliuolo in sul legno della croce sanctissima. Però che la carne sua era dolorosa e tormentata, e l’anima era beata per l’unione della natura divina. Cosí questi cotali sonno beati per l’unione del sancto desiderio loro in me, sí come decto è, vestiti della dolce mia volontá; e dolorosi sonno per la compassione del proximo e per tollersi delizie e consolazioni sensuali, affliggendo la propria sensualitá.[206]

CAPITOLO CII

Per che modo si debba reprendere el proximo, a ciò che la persona non caggia in falso giudizio.

—Ora actende, carissima figliuola; ed acciò che tu meglio sia dichiarata di quello che m’adimandasti, t’ho decto del lume comune il quale tucti dovete avere in qualunque stato voi sète: ciò dico di coloro che stanno nella caritá comune.

E hocti decto di coloro che sonno nel lume perfecto, el quale lume ti distinsi in due, cioè di coloro che erano levati dal mondo e studiavano di mortificare il corpo loro, e degli altri che in tucto ucidevano la propria volontá, e questi erano quegli perfecti che si notricavano a la mensa del sancto desiderio.

Ora ti favellarò in particulare a te: e, parlando a te, parlarò ed agli altri e satisfarò al tuo desiderio. Io voglio che tre cose singulari tu faccia, acciò che l’ignoranzia non impedisca la tua perfeczione a la quale Io ti chiamo, e acciò che ’l dimonio, col mantello della virtú della caritá del proximo, non notricasse dentro ne l’anima la radice della presumpzione. Però che da questo cadresti ne’ falsi giudíci, e’ quali Io t’ho vetati, parendoti giudicare a dricto e tu giudicaresti a torto andando dietro al tuo vedere. E spesse volte il dimonio ti farebbe vedere molte veritá per conducerti nella bugia. E questo farebbe per farti essere giudice delle menti e delle intenzioni delle creature che hanno in loro ragione, la quale cosa, sí come Io ti dixi, solo Io ho a giudicare.

Questa è una di quelle tre cose che Io voglio che tu abbi e servi in te: cioè che tu giudicio non dia alcuno senza modo, ma voglio che il dia col modo. El modo suo è questo: che, se giá Io expressamente, non pure una volta né due ma piú, non manifestasse el difecto del proximo tuo nella mente tua, non il debbi mai dire in particulare, cioè a colui in cui ti paresse vedere il difecto; ma debbi in comune correggere i vizi di chi ti venisse a visitare, e piantare la virtú caritativamente[207] e con benignitá, e nella benignitá l’asprezza, quando vedi che bisogni. E se ti paresse che Io ti manifestasse spesse volte i difecti altrui, se tu non vedi che ella sia expressa revelazione, come decto t’ho, none il dire in particulare, ma actienti a la parte piú sicura, acciò che fuga lo inganno e la malizia del dimonio. Però che con questo lamo del desiderio ti pigliarebbe, facendoti spesse volte giudicare nel prossimo tuo quello che non sarebbe, e spesse volte lo scandalizzaresti.

Unde nella bocca tua stia el silenzio o uno sancto ragionamento della virtú, spregiando el vizio. E il vizio, che ti paresse cognoscere in altrui, ponlo insiememente a loro ed a te, usando sempre una vera umilitá. E se in veritá quello vizio sará in quella cotale persona, egli si correggerá meglio vedendosi compreso cosí dolcemente, e costrecto sará da quella piacevole reprensione di correggersi, e dirá a te quello che tu volevi dire a lui; e tu ne starai sicura, e avarai tagliata la via al dimonio, che non ti potrá ingannare né impedire la perfeczione de l’anima tua.

E voglio che tu sappi che d’ogni vedere tu non ti debbi fidare, ma debbiteli ponere doppo le spalle e non volere vederlo; ma solo debbi rimanere nel vedere e nel cognoscimento di te medesima, e in te cognoscere la larghezza e bontá mia. Cosí fanno coloro che sonno gionti a l’ultimo stato, di cui Io ti dixi che sempre tornavano a la valle del cognoscimento di loro, e non impediva però l’altezza e l’unione che avevano facta in me. E questa è l’una delle tre cose le quali Io ti dissi ch’Io volevo che tu facessi, acciò che in veritá servissi me.

CAPITOLO CIII

Come, se, pregando per alcuna persona, Dio la manifestasse, ne la mente di chi prega, piena di tenebre, non si debba però giudicare in colpa.

—Che se alcuna volta ti venisse caso, sí come tu mi dimandasti la dichiarazione, che tu pregassi particularmente per alcune creature, e nel pregare tu vedessi in colui per cui tu preghi[208] alcuno lume di grazia e in un altro no (e ambedue sonno pure servi miei), ma paressetelo vedere con la mente aviluppata e tenebrosa, none il debbi né puoi pigliare però in giudicio di difecto di grave colpa in lui, però che spesse volte il tuo giudicio sarebbe falso. E voglio che tu sappi che alcuna volta, pregandomi per una medesima persona, adiviene che l’una volta el trovarai con uno lume e con uno desiderio sancto dinanzi a me, in tanto che del suo bene parrá che l’anima tua ingrassi, sí come vuole l’affecto della caritá che participiate il bene l’uno de l’altro; e un’altra volta el trovarai che parrá che la mente sua sia di longa da me e tucta piena di tenebre e di molestie, che parrá che a te medesima sia fadiga a pregare per lui tenendolo dinanzi a me.

Questo adiviene alcuna solta che potrá essere per difecto che sará in colui per cui tu hai pregato; ma el piú delle volte non sará per difecto, ma avrá per sottraimento che Io, Dio etterno, avarò facto di me in quella anima, sí come spesse volte Io fo, per fare venire l’anima a perfeczione, secondo che negli stati de l’anima Io ti narrai. Sarommi ritracto per sentimento, ma non per grazia; ma per sentimento di dolcezza e di consolazione. E però rimane la mente sterile, asciucta e penosa. La quale pena Io fo sentire a quella anima che per lui prega. E questo fo per grazia e per amore che Io ho a quella anima che riceve l’orazione, acciò che chi prega insiememente con lui aiti a dissolvere la nuvila che è nella mente sua.

Sí che vedi, carissima e dolcissima figliuola, quanto sarebbe ignorante e degno di grande reprensione questo giudicio, che tu o alcuno altro per questo semplice vedere giudicassi che vizio fusse in quella anima, perché Io te la manifestasse cosí tenebrosa; dove giá hai veduto che egli non è privato della grazia, ma del sentimento della dolcezza che Io, per sentimento, gli davo di me.

Voglio dunque, e debbi volere tu e gli altri servi miei, che vi diate a cognoscere perfectamente voi, acciò che piú perfectamente cognosciate la bontá mia in voi. E questo e ogni altro giudicio lassate a me, però che egli è mio e non vostro;[209] ma abandonate il giudicio, che è mio, e pigliate la compassione con fame de l’onore mio e salute de l’anime; e con ansietato desiderio anunziate la virtú e riprendete il vizio in voi e in loro per lo modo che decto t’ho di sopra. Per questo modo verrai a me in veritá e mostrarrai d’avere tenuto a mente e observata la doctrina che ti fu data dalla mia Veritá, cioè di giudicare la volontá mia e non quella degli uomini; e cosí debbi fare se vuoli avere la virtú schiectamente e stare ne l’ultimo perfectissimo e glorioso lume, pascendoti a la mensa del sancto desiderio del cibo de l’anime, per gloria e loda del nome mio.

CAPITOLO CIV

Come la penitenzia non si die pigliare per fondamento né per principale affecto, ma l’affecto e l’amore de le virtú.

—Decto t’ho, carissima figliuola, delle due: ora ti dirò della terza, a la quale Io voglio che tu abbi avertenzia, e riprenda te medesima se alcuna volta el dimonio o el tuo basso vedere ti molestasse di volere mandare e vedere andare tucti e’ servi miei per quella via che tu andassi tu; però che questo sarebbe contra la doctrina data a te da la mia Veritá.

Perché spesse volte adiviene che, vedendo andare molte creature per la via della molta penitenzia, tucti gli vorrebbe mandare per quella medesima via; e se vede che non vi vadano, ne piglia dispiacimento e scandalo in se medesimo, parendoli che non faccian bene. Or vedi quanto è ingannato, però che spesse volte adiverrá che fará meglio colui di cui gli pare male perché fa meno penitenzia, e piú virtuoso sará (poniamo che non facci tanta penitenzia) che colui che ne mormora. E però ti dixi di sopra che coloro che si pascono a la mensa della penitenzia, se non vanno con vera umilitá e che la penitenzia loro non sia posta per principale affecto ma per strumento di virtú, spesse volte per questa mormorazione offendaranno la perfeczione loro. E però non debbono essere ignoranti, ma[210] debbono vedere che la perfeczione non sta solamente in macerare né in ucidere il corpo, ma in ucidere la propria e perversa volontá. E per questa via della volontá, annegata e sottoposta a la dolce volontá mia, dovete desiderare, e voglio che tu desideri, che tucti vadano.

Questa è la doctrina della luce di quello glorioso lume, dove l’anima corre inamorata e vestita della mia Veritá. E non dispregio però la penitenzia: perché la penitenzia è buona a macerare il corpo quando vuole impugnare contra lo spirito. Ma non voglio però, carissima figliuola, che tu mel ponga per regola a ogniuno. Però che tucti e’ corpi non sonno aguagliati né d’una medesima forte complessione, però che ha piú forte natura uno che un altro; e anco perché spesse volte, sí com’Io ti dixi, adiviene che la penitenzia che si comincia, per molti accidenti che possono adivenire, si conviene lassare. E se ’l fondamento dunque fusse in te, o che tu el dessi altrui, facessi o facessi fare sopra la penitenzia, verrebbe meno e sarebbe imperfecto; e mancarebbevi la consolazione e la virtú ne l’anima. Essendo poi privati di quella cosa che amavate e dove avavate facto el vostro principio, vi parrebbe essere privati di me, e, parendovi essere privati della mia bontá, verreste a tedio e a grandissima tristizia, amaritudine e confusione. Per questo modo perdareste l’exercizio e la fervente orazione, la quale solevate fare quando faciavate la vostra penitenzia. La quale lassata per molti accidenti che vengono, non vi sa l’orazione di quello sapore che vi sapeva prima. Questo adiverrebbe, perché il fondamento sarebbe facto ne l’affecto della penitenzia e non ne l’ansietato desiderio: desiderio, dico, delle vere e reali virtú.

Sí che vedi quanto male ne seguitarebbe per fare solo el principio nella penitenzia. E però sareste ignoranti e cadreste nella mormorazione verso de’ servi miei, come decto è, e verrestene a tedio e a molta amaritudine, e studiareste di fare solo operazioni finite a me che so’ Bene infinito, e però Io vi richiego infinito desiderio.

Convienvi dunque fare il fondamento in uccidere e annegare la propria volontá, e con essa volontá, sottoposta a la volontá mia, mi darete dolce e afamato e infinito desiderio, cercando[211] l’onore di me e la salute de l’anime. E cosí vi pascerete a la mensa del sancto desiderio; el quale desiderio non è mai scandalizzato né in sé né nel proximo suo, ma d’ogni cosa gode e trae fructo di tanti diversi e variati modi che Io do ne l’anima. Non fanno cosí e’ miserabili che non seguitano questa doctrina, dolce e dricta via data da la mia Veritá: anco fanno el contrario, giudicando secondo la cechitá e infermo vedere loro; e però vanno come farnetichi, e privansi del bene della terra e del bene del cielo. E in questa vita, sí come Io ti dixi in un altro luogo, gustano l’arra de l’inferno.

CAPITOLO CV

Repetizione in somma de le predecte cose, con una agiunta sopra la reprensione del proximo.

—Ora t’ho decto, carissima figliuola, satisfacendo al desiderio tuo e dichiaratati di quello che mi dimandasti, cioè in che modo tu debbi riprendere il proximo tuo, acciò che tu non sia ingannata dal dimonio né dal tuo basso vedere. Cioè che tu debbi riprendere in generale e non in particulare (se giá per expressa revelazione tu non l’avessi da me), ma con umilitá, per lo modo che decto t’ho, riprendere te e loro.

Anco t’ho decto e dico che in veruno modo del mondo t’è licito el giudicare in alcuna creatura, né in comune né in particulare, ne le menti dei servi miei, né trovandola disposta né non disposta. E decta t’ho la cagione per la quale tu non puoi giudicare, e giudicando rimarresti ingannata nel tuo giudicio; ma compassione debbi avere tu e gli altri, e il giudicio lassare a me.

E anco t’ho decta la doctrina e il principale fondamento che tu debbi dare a coloro che venissero a te per consiglio e che volessero escire delle tenebre del peccato mortale e seguitare la via delle virtú: cioè che tu lo’ dia per principio e fondamento l’affecto e l’amore delle virtú nel cognoscimento di loro e della[212] mia bontá in loro; e ucidano e annieghino la loro propria volontá, acciò che in neuna cosa ribellino a me. E la penitenzia lo’ dá come strumento e non per principale affecto, come decto è, non a ogniuno equalmente, ma secondo che sonno apti a portare e secondo la loro possibilitá e stato suo, chi poco e chi assai, secondo che può di questi strumenti di fuore.

E perch’Io ti dixi che la riprensione non t’era licito di farla altro che in generale per lo modo che decto t’ho (e cosí è la veritá), non vorrei però che tu credessi che, vedendo tu actualmente uno expresso difecto, tu nol possa correggere fra te e lui: anco puoi, e anco, se egli fusse obstinato che non si correggesse, el puoi fare manifesto a due o a tre; e se questo non giuova, farlo manifesto al corpo mistico della sancta Chiesa. Ma hotti decto che licito non è per tuo vedere o sentire dentro nella mente tua: né anco, per ogni vedere di fuore, non ti debbi cosí tosto mutare: se tu non vedessi expressamente la veritá o che nella mente tua l’avessi per expressa mia revelazione, non debbi usare la reprensione se non per lo modo che Io ti dissi. Quella è piú sicura per te, da non potere il dimonio ingannarti col mantello della caritá del proximo.

Compíto t’ho ora, carissima figliuola, di dichiararti sopra questa parte quello che bisogna a conservare e crescere la perfeczione ne l’anima tua.

CAPITOLO CVI

De’ segni da cognoscere quando le visitazioni e visioni mentali sono da Dio o dal demonio.

—Ora ti dichiararò di quello che tu mi dimandasti sopra el segno che Io ti dixi che Io davo ne l’anima a cognoscere la visitazione che riceve l’anima o per visioni o altre consolazioni che le paia ricevere. E dissiti el segno per lo quale ella si potesse cognoscere quando fusse da me o no. El suo segno era l’allegrezza che rimaneva ne l’anima doppo la visitazione,[213] e la fame delle virtú, e spezialmente unta della virtú della vera umilitá, e arsa nel fuoco della divina caritá.

Ma perché tu m’adimandi se ne l’allegrezza si potesse ricevere inganno alcuno (però che, cognoscendolo, ti vorresti attenere a la parte piú sicura, cioè al segno della virtú che non può essere ingannata), Io ti dirò lo inganno che si può ricevere, e a quello che tu cognoscerai che l’allegrezza sia in veritá o no. Lo inganno si può ricevere in questo modo: Io voglio che tu sappi che di ciò che la creatura, che ha in sé ragione, ama o desidera d’avere, avendola n’ha allegrezza. E tanto quanto piú ama quella cosa che egli ha, tanto meno vede e si dá a cognoscere con prudenzia unde ella viene, per lo dilecto che ha preso in essa consolazione; però che l’allegrezza nel ricevere la cosa che ama non gli li lassa vedere, né si cura di discernerla. Cosí coloro, che molto si dilectano e amano la consolazione mentale, cercano le visioni, e piú hanno posto el principale affecto nel dilecto della consolazione che propriamente in me; sí come Io ti dixi di coloro che anco erano nello stato imperfecto, che raguardavano piú al dono delle consolazioni che ricevevano da me donatore, che a l’affecto della mia caritá con che Io lo’ do.

Qui possono ricevere inganno questi cotali, cioè ne l’allegrezza loro, oltre agli altri inganni ch’Io ti contai distinctamente in un altro luogo. In che modo el ricevono? Dicotelo: che poi che essi hanno conceputo l’amore grande a la consolazione, come decto è, ricevendo poi la consolazione o visione, in qualunque modo l’avesse, sente allegrezza perché si vede quello che ama e desiderava d’avere; e spesse volte potrebbe essere dal dimonio, e sentirebbe pure questa allegrezza: della quale allegrezza Io ti dixi che, quando ella era dal dimonio, questa visitazione della mente veniva con allegrezza e rimaneva con pena e stimolo di coscienzia e vòtia del desiderio della virtú. Ora ti dico che alcuna volta potrá avere questa allegrezza, e con essa allegrezza si levará da l’orazione: se questa allegrezza si trova senza l’affocato desiderio della virtú, unta d’umilitá e arsa nella fornace della divina mia caritá, quella visitazione e consolazione e visione, che ella ha ricevuta, è dal demonio e non[214] da me, non obstante che si senta el segno de l’allegrezza. Ma perché l’allegrezza non è unita con l’affecto della virtú per lo modo che decto t’ho, puoi vedere manifestamente che quella è allegrezza tracta da l’amore che aveva a la propria consolazione mentale, e però gode ed ha allegrezza perché si vede avere quello che desiderava; perché gli è condiczione de l’amore di qualunque cosa si sia, sentire allegrezza quando riceve quella cosa che egli ama.

Sí che per pura allegrezza non te ne potresti fidare: poniamo che l’allegrezza ti durasse mentre che tu hai la consolazione, e anco piú. L’amore ignorante in essa allegrezza non cognosciarebbe l’inganno del dimonio, non andando con altra prudenzia; ma, se con prudenzia andará, vederá se l’allegrezza andará con l’affecto della virtú, o sí o no, e cognoscerá in questo modo se ella sará da me o dal dimonio la visitazione che riceve nella mente sua.

Questo è quello segno che Io ti dixi in che modo tu potessi cognoscere che l’allegrezza ti fusse segno quando fusse visitata da me, se ella fusse unita con la virtú, sí com’Io t’ho decto. Veramente questo è segno dimostrativo, che ti dimostra quello che è inganno e quello che non è inganno: cioè de l’allegrezza che ricevi nella mente tua da me in veritá, da l’allegrezza che ricevessi per proprio amore spirituale, cioè da l’amore ed affecto che avessi posto a la propria consolazione: quella che è da me è unita l’allegrezza con l’affecto della virtú, e quella che è dal dimonio sente solamente allegrezza, e, quando viene a vedere, tanta virtú si truova quanto prima. Questa allegrezza lo’ procede da l’amore della propria consolazione, come detto è.

E voglio che tu sappi che ogniuno non riceve però inganno da questa allegrezza, se non solamente questi imperfecti che pigliano dilecto e consolazione, e piú raguardano al dono che a me donatore. Ma quegli, che, schiectamente e senza rispecto alcuno di loro, raguardano come affocati a l’affecto solamente di me che dono e non al dono, e il dono amano per me che dono e non per propria loro consolazione, non possono essere ingannati da questa allegrezza.[215]

E però l’è a loro subito questo el segno, quando el dimonio alcuna volta volesse per suo inganno trasformarsi in forma di luce e mostrarsi nella mente loro, giognendo subito con grande allegrezza. Ma essi, che non sono passionati da l’amore della consolazione nella mente loro, con prudenzia in veritá cognoscono lo inganno suo: passando tosto l’allegrezza, vegonsi rimanere in tenebre. E però s’aumiliano con vero cognoscimento di loro, e spregiano ogni consolazione e abracciano e stringono la doctrina della mia Veritá. El dimonio, come confuso, rade volte o non mai in questa forma vi torna.

Ma quelli, che sonno amatori della propria consolazione, spesse volte ne riceveranno; ma conosceranno l’inganno loro per lo modo che decto t’ho, cioè trovando l’allegrezza senza la virtú, cioè che non si vega escire di quello camino con umilitá e vera caritá, fame de l’onore di me, Dio etterno, e della salute de l’anime.

Questo ha facto la mia bontá: d’avere proveduto verso di voi, a’ perfecti e agl’imperfecti, in qualunque stato voi sète, perché neuno inganno voi potiate ricevere, se vorrete conservarvi el lume de l’intellecto che Io v’ho dato con la pupilla della sanctissima fede, che voi non vel lassiate obumbrare dal dimonio e nol veliate con l’amore proprio di voi. Perché, se non vel tollete voi, non è alcuno che vel possa tollere.

CAPITOLO CVII

Come Dio è adempitore de’ sancti desidèri de’ servi suoi, e come molto gli piace chi dimanda e bussa a la porta de la sua Veritá con perseveranzia.

—Ora t’ho decto, carissima figliuola, e in tucto dichiarato e illuminatone l’occhio de l’intellecto tuo verso gl’inganni che ’l dimonio ti potesse fare. E ho satisfacto al desiderio tuo in quello che tu mi dimandasti, perché Io non so’ spregiatore del desiderio de’ servi miei. Anco do a chi mi dimanda, e invitovi a dimandare; e molto mi spiace colui che in veritá non bussa a[216] la porta della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo, seguitando la doctrina sua; la quale doctrina, seguitandola, è uno bussare chiamando a me, Padre etterno, con la voce del sancto desiderio, con umili e continue orazioni. E Io so’ quel Padre che vi do el pane della grazia col mezzo di questa porta, dolce mia Veritá. E alcuna volta, per provare i desidèri vostri e la vostra perseveranzia, fo vista di non intendervi; ma Io v’intendo, e dòvi, mentre, quello che bisogna, perché vi do la fame e la voce con che chiamate a me; e Io, vedendo la costanzia vostra, compio e’ vostri desidèri, quando sonno ordinati e dirizzati in me.

A questo chiamare v’invitoe la mia Veritá quando dixe: «Chiamate e saravi risposto; bussate e saravi aperto; chiedete e saravi dato». E cosí ti dico che Io voglio che tu facci: che tu non allenti mai el desiderio tuo di chiedere l’aiutorio mio; né abbassi la voce tua di chiamare a me, ch’Io facci misericordia al mondo; né ti ristare di bussare a la porta della mia Veritá, seguitando le vestigie sue; e dilèctati in croce con Lui, mangiando el cibo de l’anime per gloria e loda del nome mio. E con ansietá di cuore mughiare sopra el morto de l’umana generazione, el quale vedi condocto a tanta miseria che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. Con questo mughio e grido vorrò fare misericordia al mondo. E questo è quello che Io richiego da’ servi miei, e questo mi sará segno che in veritá m’amino. E Io non sarò spregiatore de’ loro desidèri, sí come Io t’ho decto.

CAPITOLO CVIII

Come questa devota anima, rendendo grazie a Dio, s’umilia. Poi fa orazione per tucto el mondo e singularmente per lo corpo mistico de la sancta Chiesa e per li figliuoli suoi spirituali e per li due padri de l’anima sua. E, doppo queste cose, dimanda d’udire parlare de’ defecti de’ ministri de la sancta Chiesa.

Alora quella anima, come ebbra veramente, pareva fuore di sé, e, alienati e’ sentimenti del corpo suo, per l’unione de l’amore che facta aveva nel Creatore suo, levata la mente e specolando[217] nella Veritá etterna con l’occhio de l’intellecto suo, avendo cognosciuta la veritá, s’era innamorata della veritá, e diceva:

—O somma ed etterna bontá di Dio, e chi so’ io, miserabile, che tu, sommo ed etterno Padre, hai manifestata a me la veritá tua e gli occulti inganni del dimonio; e lo ’nganno del proprio sentimento, che io e gli altri potiamo ricevere in questa vita della perregrinazione, acciò che io non sia ingannata né dal dimonio né da me medesima? Chi t’ha mosso? L’amore. Però che tu m’amasti senza essere amato da me. O fuoco d’amore, grazia, grazia sia a te, Padre etterno. Io, imperfecta, piena di tenebre; e tu, perfecto e luce, hai mostrato a me la perfeczione e la via lucida della doctrina de l’unigenito tuo Figliuolo. Io ero morta, e tu m’hai risuscitata; io ero inferma, e tu m’hai data la medicina: e non tanto la medicina del Sangue che tu desti allo ’nfermo de l’umana generazione col mezzo del tuo Figliuolo, ma tu m’hai data una medicina contra una infermitá occulta, la quale io non cognoscevo, dandomi tu la doctrina che in neuno modo io posso giudicare alcuna creatura che abbi in sé ragione, e singularmente verso de’ servi tuoi, de’ quali spesse volte, come cieca e inferma di questa infermitá, sotto spezie e colore de l’onore tuo e salute de l’anime, davo giudicio. E però io ti ringrazio, somma ed etterna bontá, che, nel manifestare la tua veritá e lo inganno del dimonio e la propria passione, m’hai facto conoscere la infermitá mia. Unde io t’adimando per grazia e misericordia che oggi sia posto termine e fine che io mai non esca della doctrina tua, data a me da la tua bontá e a chiunque la vorrá seguitare, però che senza te neuna cosa è facta.

A te dunque ricorro e rifugo, Padre etterno, e non te l’adimando per me sola, Padre, ma per tucto quanto el mondo, e singularmente per lo corpo mistico della sancta Chiesa: che questa veritá e doctrina riluca ne’ ministri tuoi, data da te, Veritá etterna, a me miserabile. Ed anco t’adimando spezialmente per tucti coloro e’ quali m’hai dati che io ami di singulare amore, e’ quali hai facti una cosa con meco; però che essi saranno el mio refrigerio per gloria e loda del nome tuo, vedendoli còrrire per questa dolce e dricta via schiecti e morti ad ogni loro[218] volontá e pareri, e senza alcuno giudicio o scandalo o mormorazione del proximo loro. E pregoti, dolcissimo amore, che neuno me ne sia tolto delle mani dal dimonio infernale, sí che ne l’ultimo giongano a te, Padre etterno, fine loro.

Anco ti fo un’altra petizione per le due colonne de’ padri che m’hai posti in terra a guardia e doctrina di me, inferma, miserabile, dal principio della mia conversione infino a ora: che tu gli unisca e di due corpi facci una anima, e che neuno actenda ad altro che a compire in loro, e nei misterii che tu l’hai posti nelle mani, la gloria e loda del nome tuo in salute de l’anime. E io, indegna e miserabile, schiava e non figliuola, tenga quel modo, con debita reverenzia e sancto timore verso di loro, per amore di te, che sia tuo onore, pace e quiete loro ed edificazione del proximo.

So’ certa, Veritá etterna, che tu non dispregiarai el desiderio mio né le petizioni che Io t’ho adimandate, però che io cognosco per veduta, secondo che t’è piaciuto di manifestare, e molto maggiormente per pruova, che tu se’ acceptatore de’ sancti desidèri. Io, indegna tua serva, m’ingegnarò, secondo che mi darai la grazia, d’observare il comandamento e la doctrina tua.

O Padre etterno, ricordato m’è d’una parola che tu dicesti quando mi narravi alcuna cosa de’ ministri della sancta Chiesa, dicendo tu che piú distinctamente in un altro luogo me ne parlaresti: de’ difecti che al dí d’oggi essi commectono. Unde, se piacesse a la tua bontá di dirne alcuna cosa, acciò che io avesse materia di crescere il dolore e la compassione e l’ansietato desiderio per la salute loro (ché mi ricordo che giá tu dicesti che, col sostenere e lagrime, dolori, sudori e orazioni de’ servi tuoi, ci daresti refrigerio, riformandola di sancti e buoni pastori); sí che, acciò che questo cresca in me, però te l’adimando.[219]

CAPITOLO CIX

Come Dio rende sollicita la predecta anima all’orazione, rispondendo ad alcuna de le predecte petizioni.

Alora Dio etterno, vollendo l’occhio della sua misericordia e non spregiando el suo desiderio, ma acceptando le sue petizioni, volendo satisfare a l’ultima petizione che ella aveva facta sopra la promessa sua, diceva:—O dilectissima e carissima figliuola, Io adempirò in quello che m’hai adimandato el desiderio tuo, purché da la tua parte non commecta ignoranzia né negligenzia. Però che molto ti sarebbe piú grave e degna di maggiore reprensione ora che prima, perché piú hai cognosciuto della mia veritá. E però sia dunque sollicita di dare orazioni per tucte le creature che hanno in loro ragione, e per lo corpo mistico della sancta Chiesa, e per quegli che Io t’ho dati che tu ami di singulare amore. E non commectere negligenzia in dare orazioni ed exemplo di vita e la doctrina della parola, riprendendo il vizio e commendando la virtú giusta ’l tuo potere. Delle colonne le quali Io ho date a te, delle quali tu mi dicesti, e cosí è la veritá, fa’ che tu sia uno mezzo di dare a ciascuno quello che gli bisogna, secondo l’aptitudine loro e come Io, tuo Creatore, ti ministrarò, però che senza me neuna cosa potresti fare; ed Io adempiroe i desidèri tuoi. Ma non mancare tu né eglino nello sperare in me, però che la providenzia mia non mancará in voi; e ogniuno umilemente riceva quello che esso è apto a ricevere, e ogniuno ministri quello che Io gli darò a ministrare, ogniuno nel modo suo, secondo che hanno ricevuto e riceveranno da la mia bontá.[220]

CAPITOLO CX

De la dignitá de’ sacerdoti, e del sacramento del Corpo di Cristo. E di quelli che comunicano degnamente e indegnamente.

—Ora ti rispondo di quello che m’hai adimandato sopra e’ ministri della sancta Chiesa. E acciò che tu meglio possa cognoscer la veritá, apre l’occhio de l’intellecto tuo e raguarda l’excellenzia loro, in quanta dignitá Io gli ho posti. E perché meglio si cognosce l’uno contrario per l’altro, voglioti mostrare la dignitá di coloro che exercitano in virtú el tesoro che Io lo’ missi fra le mani; e per questo, meglio vedrai la miseria di coloro che oggi si pascono al pecto di questa sposa.—

Alora quella anima, per obbedire, si specolava nella veritá, dove vedeva rilucere le virtú ne’ veri gustatori. Alora Dio etterno diceva:—Carissima figliuola, prima ti voglio dire la dignitá loro dove Io gli ho posti per la mia bontá; oltre a l’amore generale che Io ho avuto a le mie creature creandovi a la imagine e similitudine mia, e ricreativi tucti a grazia nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo; unde veniste in tanta excellenzia, per l’unione ch’Io feci della Deitá mia nella natura umana, che in questo avete maggiore excellenzia e dignitá voi che l’angelo, perch’Io presi la natura vostra e non quella de l’angelo. Unde, sí come Io dixi, Io Dio so’ facto uomo e l’uomo è facto Dio per l’unione della natura mia divina nella natura vostra umana.

Questa grandezza è data in generale ad ogni creatura che ha in sé ragione; ma tra questi ho electi e’ miei ministri per la salute vostra, acciò che per loro vi sia ministrato el sangue de l’umile e immaculato Agnello unigenito mio Figliuolo. A costoro ho dato a ministrare il Sole, dando lo’ el lume della scienzia e il caldo della divina caritá e il colore unito col caldo e col lume, cioè il Sangue e il Corpo del mio Figliuolo. El quale Corpo è uno sole, perché è una cosa con meco, vero Sole. E tanto è unito, che l’uno non si può separare da l’altro né tagliare, se non come il sole, che non si può dividere né il caldo[221] suo da la luce né la luce dal suo colore, per la sua perfeczione de l’unione.

Questo sole, non partendosi da la ruota sua, cioè che non si divide, dá lume a tucto quanto el mondo e scalda a chiunque da lui vuole essere scaldato; e per alcuna immondizia questo sole non si lorda, e il lume suo è unito, come detto t’ho. Cosí questo Verbo mio Figliuolo, con el sangue dolcissimo suo, è uno sole, tucto Dio e tucto uomo, perché egli è una medesima cosa con meco e Io con lui. La potenzia mia non è separata da la sapienzia sua, né il calore, fuoco di Spirito sancto, non è separato da me Padre, né da lui Figliuolo, però che egli è una medesima cosa con Noi, perché lo Spirito sancto procede da me Padre e dal Figliuolo, e siamo uno medesimo Sole.

Io so’ quel Sole, Dio etterno, unde è proceduto el Figliuolo e lo Spirito sancto. Allo Spirito sancto è appropriato el fuoco; al Figliuolo la sapienzia, nella quale sapienzia e’ ministri miei ricevono uno lume di grazia, perché hanno ministrato questo lume con lume e con gratitudine del benefizio ricevuto da me Padre etterno, seguitando la doctrina di questa sapienzia, unigenito mio Figliuolo.

Questo è quello lume che ha in sé il colore della vostra umanitá, unito l’uno con l’altro. Unde il lume della Deitá mia fu quello lume unito col colore de l’umanitá vostra. El quale colore diventò lucido, quando fu inpassibile in virtú della Deitá, natura divina. E per questo mezzo, cioè de l’obiecto di questo Verbo incarnato, intriso e impastato col lume della mia Deitá, natura divina, e col caldo e fuoco dello Spirto sancto, avete ricevuto el lume. A cui l’ho dato a ministrare? A’ ministri miei nel corpo mistico della sancta Chiesa, acciò che aviate vita, dandovi el Corpo suo in cibo e il Sangue in beveraggio.

Decto t’ho che questo Corpo è sole. Unde non vi può essere dato el Corpo che non vi sia dato el Sangue, né il Sangue né il Corpo senza l’anima di questo Verbo, né l’anima né il Corpo senza la Deitá di me Dio etterno, perché l’una non si può separare da l’altra; sí come in un altro luogo ti dixi che la natura divina non si partí mai da la natura umana, né per morte[222] né per verun’altra cosa non si poteva né può separare. Sí che tucta l’essenzia divina ricevete in quello dolcissimo sacramento socto quella bianchezza del pane. E sí come il sole non si può dividere, cosí non si divide tucto Dio ed uomo in questa bianchezza dell’ostia. Poniamo che l’ostia si dividesse: se mille migliaia di minuzzoli fusse possibile di fame, in ciascuno so’ tucto Dio e tucto uomo, come decto ho. Sí come lo specchio che si divide, e non si divide però la imagine che si vede dentro nello specchio; cosí, dividendo questa ostia, non si divide tucto Dio e tucto uomo, ma in ciascuna parte è tucto. Né non diminuisce però in se medesimo se non come il fuoco, cioè in questo exemplo.

Se tu avessi uno lume, e tucto el mondo venisse per questo lume; per quello tollere, el lume non diminuisce, e nondimeno ciascuno l’ha tucto. È vero che chi piú o meno participa di questo lume: secondo la materia che colui, che riceve, porta, cosí riceve il fuoco. E acciò che meglio m’intenda, pongoti questo exemplo. Se fussero molti che portassero candele, e l’una avesse materia d’una oncia e l’altra di due o di sei, o chi di libra e chi piú, e andassero al lume e accendessero le candele loro; poniamo che in ciascuno, ne l’assai e nel poco, vede tucto el lume, cioè il caldo e il colore ed esso lume; nondimeno tu giudicarai che meno n’abbi colui che la porta d’una oncia che quelli di libra. Or cosí adiviene di quegli che ricevono questo sacramento: chi porta la candela sua, cioè il sancto desiderio con che si riceve e piglia questo Sacramento; la quale candela in sé è spenta, e accendesi ricevendo questo Sacramento. «Spenta» dico, perché da voi non sète alcuna cosa. È vero che Io v’ho data la materia con che voi potiate notricare in voi questo lume e riceverlo. La materia vostra è l’amore, perch’Io vi creai per amore, e però non potete vivere senza amore.

Questo essere dato a voi per amore ha ricevuta la disposizione nel sancto baptesmo, che ricevete in virtú del sangue di questo Verbo; ché in altro modo non potreste participare di questo lume, anco sareste come candela senza el papeio dentrovi, che non può ardere né ricevere in sé questo lume. Cosí[223] voi, se ne l’anima vostra non aveste ricevuto el papeio che riceve questo lume, cioè la sanctissima fede, ed unita la grazia che ricevete nel baptesmo con l’affecto de l’anima vostra creata da me, apta ad amare; sí come decto t’ho che tanto è apta ad amare che senza amore non può vivere, anco el suo cibo è l’amore.

Dove s’accende questa anima unita per lo modo che detto t’ho? Al fuoco della divina mia caritá, amando e temendo me e seguitando la doctrina della mia Veritá. È vero che s’accende piú e meno, sí com’Io ti dixi, secondo che portará e dará materia a questo fuoco; però che, bene che tucti abbiate una medesima materia, cioè che tucti siate creati a la imagine e similitudine mia e abbiate el lume del sancto baptesmo voi cristiani, nondimeno ogniuno può crescere in amore e in virtú, secondo che piace a voi, mediante la grazia mia. Non che voi mutiate altra forma che quella che Io v’ho data, ma crescete e aumentate ne l’amore le virtú, usando in virtú e in affecto di caritá el libero arbitrio, mentre che avete il tempo; però che, passato el tempo, non il potreste fare. Sí che potete crescere in amore, come decto t’ho. El quale amore, venendo con esso a ricevere questo dolce e glorioso lume (del quale Io v’ho dato a ministrare col mezzo dei ministri miei, e dato ve l’hoe in cibo, e tanto ricevete di questo lume quanto portarete de l’amore e affocato desiderio), poniamo che tucto el ricevete (sí com’Io dixi ponendoti l’exemplo di coloro che portavano candele, e’ quali secondo la quantitá del peso cosí ricevevano), poniamo che in ogniuno el vedessi tucto intero e non diviso, però che dividere non si può, come decto è, per veruna vostra imperfeczione, né di voi che ’l ricevete né di chi el ministra; ma tanto participate in voi di questo lume, cioè della grazia che ricevete in questo sacramento, quanto vi disponete a ricevere con sancto desiderio. E chi andasse a questo dolce sacramento con colpa di peccato mortale, da questo sacramento non riceve grazia, poniamo che egli riceva actualmente tucto Dio ed uomo, sí come decto t’ho.

Ma sai come sta questa anima che ’l riceve indegnamente? Sta sí come la candela che v’è caduta l’acqua, che non fa altro[224] che stridare quando è acostata al fuoco: che, subbito che ’l fuoco v’è intrato, è spento in quella candela, e non vi rimane altro che ’l fummo. Cosí questa anima porta sé, candela, la quale ricevette il sancto baptesmo e poi gittoe l’acqua della colpa dentro ne l’anima sua, la quale fue una acqua che inacquoe il papeio del lume della grazia del baptesmo. Non essendosi scaldata al fuoco della vera contrizione, confessandosi della colpa sua, andò alla mensa de l’altare a ricevere questo lume actualmente. Questo vero lume, non essendo disposta quella anima come si debba disponere a tanto misterio, non rimane per grazia in quella anima, ma partesi, e ne l’anima rimane maggiore confusione, spenta con tenebre e aggravata la colpa sua. Di questo sacramento non sente altro che strido di rimorso della coscienzia, non per difecto del lume, però che non può ricevere alcuna lesione, ma per difecto de l’acqua che trovò ne l’anima; la quale acqua impedí l’affecto de l’anima, che non poté ricevere questo lume.

Sí che vedi che in neuno modo questo lume, unito el caldo e il colore a esso lume, si può dividere: né per piccolo desiderio che porti l’anima ricevendo questo Sacramento, né per difecto che fusse ne l’anima che ’l riceve né di colui che ’l ministra; sí come Io ti dixi del sole, el quale, stando in su la cosa immonda, non si lorda però. Cosí questo dolce lume in questo sacramento per neuna cosa si lorda, né si divide, né diminuisce il lume suo, né non si stacca da la ruota: poniamo che tucto el mondo si comunichi del lume e del caldo di questo sole. Cosí non si stacca questo Verbo Sole, unigenito mio Figliuolo, da me Sole, Padre etterno, perché nel corpo mistico della sancta Chiesa sia ministrato a chiunque il vuole ricevere; ma tucto rimane, e tucto l’avete, Dio e uomo, sí come ti diei exemplo del lume: che se tucto el mondo mandasse per esso lume, tucti l’hanno tucto, e tucto si rimane.[225]

CAPITOLO CXI

Come i sentimenti corporali tucti sono ingannati del predecto sacramento, ma non quelli dell’anima; e però con quelli si debba vedere, gustare e toccare. E d’una bella visione che questa anima ebbe sopra questa materia.

—O carissima figliuola, apre bene l’occhio dell’intellecto a raguardare l’abisso della mia caritá, ché non è alcuna creatura che abbi in sé ragione che non si dovesse dissolvere il cuore suo per affecto d’amore a raguardare fra gli altri benefizi che avete ricevuti da me, vedere il benefizio che ricevete di questo sacramento. E con che occhio, carissima figliuola, debbi tu e gli altri vederlo e raguardare questo misterio e toccarlo? Non solamente con toccamento e vedere di corpo, però che tucti e’ sentimenti del corpo ci vengono meno. Tu vedi che l’occhio non vede altro che quella bianchezza di quel pane, la mano altro non tocca, el gusto altro non gusta che il sapore del pane; sí che i grossi sentimenti del corpo sonno ingannati: ma el sentimento de l’anima non può essere ingannato, se ella vorrá, cioè che ella non si voglia tollere il lume della sanctissima fede con la infidelitá.

Chi gusta e vede e tocca questo sacramento? el sentimento de l’anima. Con che occhio el vede? con l’occhio de l’intellecto, se dentro ne l’occhio è la pupilla della sanctissima fede. Questo occhio vede in quella bianchezza tucto Dio e tucto uomo, la natura divina unita con la natura umana. El corpo, l’anima e il sangue di Cristo; l’anima unita nel corpo. El corpo e l’anima uniti con la natura mia divina, non staccandosi da me. Sí come ben ti ricorda che, quasi nel principio della vita tua, Io ti manifestai. E non tanto con l’occhio de l’intellecto, ma con l’occhio del corpo, bene che, per lo lume grande, l’occhio del corpo tuo perdé il vedere e rimase solo il vedere a l’occhio de l’intellecto.

Mostra’ telo a tua dichiarazione contra la bactaglia che ’l dimonio in esso sacramento t’aveva data, e per farti crescere in[226] amore e nel lume della sanctissima fede. Unde tu sai che andando tu la mactina, a l’aurora, a la chiesa per udire la messa, essendo stata dinanzi passionata dal dimonio, tu ti ponesti ricta a l’altare del Crocifixo. El sacerdote era venuto a l’altare di Maria; e stando ine a considerare il difecto tuo, temendo di non avere offeso me per la molestia che ’l dimonio t’aveva data, e a considerare l’affecto della mia caritá che t’avevo facta degna d’udire la messa (conciosiacosaché tu ti reputavi indegna d’entrare nel sancto tempio mio), venendo el ministro a consegrare, a la consacrazione tu alzasti gli occhi sopra del ministro; e nel dire le parole della consacrazione, Io manifestai me a te, vedendo tu escire del pecto mio uno lume come il raggio del sole che esce della ruota del sole, non partendosi da essa ruota. Nel quale lume veniva una colomba, uniti insieme l’uno con l’altro, e percoteva sopra de l’ostia in virtú delle parole della consecrazione che ’l ministro diceva; perché l’occhio tuo corporale non fu sufficiente a sostenere il lume, ma rimaseti el vedere solo ne l’occhio intellectuale, e ine vedesti e gustasti l’abisso della Trinitá, tucto Dio e uomo, nascoso e velato socto quella bianchezza. Né il lume né la presenzia del Verbo, che tu in essa bianchezza vedesti intellectualmente, non tolleva però la bianchezza del pane: l’uno non impediva l’altro, né il vedere Dio e uomo in quello pane, né quel pane era impedito da me, cioè che non gli era tolto né la bianchezza né il toccare né il sapore.

Questo fu mostrato a te da la mia bontá, come decto t’ho. A cui rimase il vedere? A l’occhio de l’intellecto con la pupilla della sanctissima fede; sí che nell’occhio de l’intellecto debba essere il principale vedere, però che egli non può essere ingannato. Adunque con esso dovete raguardare questo sacramento. Chi el tocca? la mano de l’amore. Con questa mano si tocca quello che l’occhio ha veduto e cognosciuto in questo sacramento. Per fede il tocca con la mano de l’amore, quasi certificandosi di quello che per fede vide e cognobbe intellectualmente. Chi el gusta? el gusto del sancto desiderio. El gusto del corpo gusta el sapore del pane; ed il gusto de l’anima, cioè il sancto desiderio, gusta Dio e uomo. Sí che vedi che ’ sentimenti del[227] corpo sonno ingannati, ma none il sentimento de l’anima: anco n’è chiarificata e certificata in se medesima, perché l’occhio de l’intellecto l’ha veduto con la pupilla del lume della sanctissima fede. Perché ’l vidde e il cognobbe, però el tocca con la mano de l’amore, però che quello che vide il tocca per amore con fede. E col gusto de l’anima, con l’affocato desiderio el gusta, cioè l’affocata mia caritá, amore ineffabile. Col quale amore l’ho facta degna di ricevere tanto misterio di questo sacramento, e la grazia che in esso sacramento si vede ricevere. Sí che vedi che non solamente col sentimento corporale dovete ricevere e vedere questo sacramento, ma col sentimento spirituale, disponendo e’ sentimenti de l’anima con affecto d’amore a vedere, ricevere e gustare questo sacramento, come decto t’ho.

CAPITOLO CXII

De la excellenzia dove l’anima sta, la quale piglia el predecto sacramento in grazia.

—Raguarda, carissima figliuola, in quanta excellenzia sta l’anima ricevendo, come debba ricevere, questo pane della vita, cibo degli angeli. Ricevendo questo sacramento, sta in me e Io in lei; sí come il pesce sta nel mare e il mare nel pesce, cosí Io sto ne l’anima e l’anima in me, mare pacifico. In essa anima rimane la grazia, perché, avendo ricevuto questo pane della vita in grazia, rimane la grazia, consumato quello accidente del pane. Io vi lasso la imprompta della grazia mia sí come il suggello che si pone sopra la cera calda: partendosi e levando el suggello, vi rimane la imprompta d’esso suggello. Cosí la virtú di questo sacramento vi rimane ne l’anima, cioè che vi rimane il caldo della divina caritá, clemenzia di Spirito sancto. Rimanvi el lume della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo, illuminato l’occhio de l’intellecto in essa sapienzia a cognoscere e a vedere la doctrina della mia Veritá ed essa sapienzia. Rimane forte, participando della fortezza mia e potenzia, facendola forte e potente[228] contra la propria passione sua sensitiva, contra le dimonia e contra ’l mondo. Sí che vedi che le rimane la imprompta, levato che ’l suggello s’è; cioè che, consumata quella materia, cioè gli accidenti del pane, questo vero Sole si ritorna a la ruota sua; non che fusse staccato, come decto t’ho, ma unito insieme con meco. Ma l’abisso della mia caritá, per vostra salute e per darvi cibo in questa vita, dove sète perregrini e viandanti, acciò che aviate refrigerio e non perdiate la memoria del benefizio del Sangue, ve l’ha dato in cibo per mia dispensazione e divina providenzia, sovenendo a’ vostri bisogni dandovelo in cibo questa mia dolce Veritá, come decto t’ho.

Sí che mira quanto sète tenuti e obligati a me a rendarmi amore, poi che Io tanto v’amo, e perché Io so’ somma ed etterna bontá, degno d’essere amato da voi.

CAPITOLO CXIII

Come le predecte cose, che sono decte intorno a la excellenzia del sacramento, sono decte per meglio cognoscere la dignitá de’ sacerdoti. E come Dio richiede in essi maggiore puritá che nell’altre creature.

—O carissima figliuola, tucto questo t’ho decto acciò che tu meglio cognosca la dignitá dove Io ho posti e’ miei ministri, acciò che piú ti doglia delle miserie loro. Se essi medesimi raguardassero la loro dignitá, non giacerebbero nella tenebre del peccato mortale né lordarebbero la faccia de l’anima loro. E non tanto che essi offendessero me e la loro dignitá, ma, se dessero el corpo loro ad ardere, non lo’ parrebbe potere satisfare a tanta grazia e a tanto benefizio quanto hanno ricevuto, però che a maggiore dignitá in questa vita non possono venire.

Essi sonno e’ miei unti, e chiámoli e’ miei «cristi», perché l’ho dato a ministrare me a voi. Questa dignitá non ha l’angelo, ed holla data agli uomini: a quelli che Io ho electi per miei ministri, e’ quali ho posti come angeli, e debbono essere angeli terrestri in questa vita, però che debbono essere come angeli. In ogni[229] anima richieggio puritá e caritá, amando me e il proximo suo, e sovenendo il proximo di quello che può, ministrandoli l’orazione e stando nella dileczione della caritá, sí come in un altro luogo sopra questa materia Io ti narrai. Ma molto maggiormente Io richieggio puritá ne’ miei ministri e amore verso di me e del proximo loro, ministrando lo’ el Corpo e ’l Sangue de l’unigenito mio Figliuolo con fuoco di caritá e fame della salute de l’anime, per gloria e loda del nome mio.

Sí come essi ministri vogliono la nectezza del calice dove si fa questo sacrifizio, cosí richeggio Io la puritá e nectezza del cuore, de l’anima e della mente loro. E il corpo, sí come strumento de l’anima, voglio che si conservi in perfecta puritá; e non voglio che si notrichino né involgano nel loto della immondizia, né siano infiati per superbia cercando le grandi prelazioni, né crudeli verso di loro e del proximo, però che la crudeltá loro non possono usarla senza el proximo loro. Perché, se essi sonno crudeli a loro di colpa, sonno crudeli a l’anime de’ proximi loro, perché non lo’ dánno exemplo di vita né si curano di trare l’anime delle mani del dimonio, né di ministrar lo’ el Corpo e ’l Sangue de l’unigenito mio Figliuolo, e me vera luce, come decto t’ho, negli altri sacramenti della sancta Chiesa. Sí che, se essi sonno crudeli a loro, sonno crudeli in altrui.

CAPITOLO CXIV

Come li sacramenti non si debbono vendere né comprare, e come quelli che el ricevono debbono sovenire li ministri de le cose temporali, quali essi ministri debbono dispensare in tre parti.

—Voglio che siano larghi e non avari, cioè che per cupiditá e avarizia vendano la grazia mia dello Spirito sancto. Non debbono fare, né Io voglio che faccino cosí: anco, come di dono e larghezza di caritá hanno ricevuto da la bontá mia, cosí in dono e in cuore largo, per affecto d’amore verso l’onore mio e salute de l’anime, debbono donare caritativamente a ogni creatura che ha in sé ragione, che umilemente l’adimandi. E non[230] debbono tollere alcuna cosa per prezzo, però che non l’hanno comprata, ma ricevuta per grazia da me perché ministrino a voi; ma ben possono e debbono tollere per limosina. E cosí debba fare il subdito che riceve: che debba da la parte sua, quando egli può, dare per limosina; però che essi debbono essere pasciuti da voi delle cose temporali, sovenendo alla necessitá loro. E voi dovete essere pasciuti e notricati da loro della grazia e doni spirituali, cioè de’ sancti sacramenti che Io ho posti nella sancta Chiesa, perché ve li ministrino in vostra salute.

E fovi a sapere che, senza veruna comparazione, donano piú a voi che voi a loro; però che comparazione non si può ponere da le cose finite e transitorie, delle quali sovenite loro, a me, Dio, che so’ infinito, el quale per mia providenzia e divina caritá ho posti loro che il ministrino a voi. E non tanto di questo misterio, ma di qualunque cosa si sia, e da qualunque creatura vi fusse ministrato grazie spirituali, o per orazione o per alcuna altra cosa; con tucte le vostre substanzie temporali non agiongono né potrebbero agiognere a quello che ricevete spiritualmente, senza veruna comparazione.

Ora ti dico che la substanzia, che essi ricevono da voi, essi sonno tenuti di distribuirla in tre modi, cioè farne tre parti: l’una per la vita loro, l’altra a’ poveri e l’altra mectere nella Chiesa nelle cose che sonno necessarie; e per altro modo no. Facendone altrementi, offenderebbero me.

CAPITOLO CXV

De la dignitá de’ sacerdoti, e come la virtú de’ sacramenti non diminuisce per le colpe di chi gli ministra o riceve. E come Dio non vuole che li secolari s’inpaccino di corrèggiarli.

—Questo facevano e’ dolci e gloriosi ministri, de’ quali Io ti dixi che volevo che vedessi l’excellenzia loro, oltre a la dignitá che Io l’avevo data avendoli facti miei cristi, sí come Io ti dixi. Exercitando in virtú questa dignitá, sonno vestiti di questo dolce e glorioso Sole el quale Io lo’ diei a ministrare. Raguarda[231] Gregorio dolce, Silvestro e gli altri antecessori e subcessori che sonno seguitati doppo el principale pontefice Pietro, a cui furono date le chiavi del regno del cielo da la mia Veritá, dicendo: «Pietro, Io ti do le chiavi del regno del cielo; e cui tu scioglierai in terra sará sciolto in cielo, e cui tu legarai in terra sará legato in cielo».

Attende, carissima figliuola, che, manifestandoti l’excellenzia delle virtú di costoro, Io piú pienamente ti mostrarrò la dignitá nella quale Io ho posti questi miei ministri. Questa è la chiave del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. La quale chiave diserrò vita etterna, che grande tempo era stata serrata per lo peccato d’Adam; ma poi che Io vi donai la Veritá mia, cioè il Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, sostenendo morte e passione, con la morte sua destrusse la morte vostra, facendovi bagno del sangue suo. Sí che ’l sangue e morte sua, ed in virtú della natura mia divina unita con la natura umana, diserroe vita etterna. A cui ne lassoe le chiavi di questo Sangue? Al glorioso apostolo Pietro e a tucti gli altri, che so’ venuti o verranno di qui a l’ultimo dí del giudicio; sí che tutti hanno e avaranno quella medesima auctoritá che ebbe Pietro. E per neuno loro difecto non diminuisce questa auctoritá, né tolle la perfeczione al Sangue né ad alcuno sacramento, perché giá ti dixi che questo Sole per neuna immondizia si lordava, e non perde la luce sua per tenebre di peccato mortale che fusse in colui che ’l ministra o in colui che ’l riceve: però che la colpa sua neuna lesione a’ sacramenti della sancta Chiesa può fare, né diminuire la virtú in loro; ma ben diminuisce la grazia, e cresce la colpa in colui che ’l ministra e in colui che ’l riceve indegnamente.

Sí che Cristo in terra tiene le chiavi del Sangue, sí come, se ben ti ricorda, Io tel manifestai in questa figura, volendoti mostrare quanta reverenzia e’ secolari debbono avere a questi ministri, o buoni o gattivi che siano, e quanto mi spiaceva la inreverenzia. Sai che Io ti posi el corpo mistico della sancta Chiesa quasi in forma d’uno cellaio, nel quale cellaio era il sangue de l’unigenito mio Figliuolo; nel quale sangue vagliono tucti e’ sacramenti, e hanno vita in virtú di questo sangue. A la[232] porta di questo cellaio era Cristo in terra, a cui era commesso a ministrare el Sangue, e a lui stava di mectere i ministratori che l’aitassero a ministrare per tucto l’universale corpo della religione cristiana. Chi era acceptato e unto da lui n’era facto ministro, e altri no. Da costui esce tucto l’ordine chericato, e messili, ciascuno ne l’offizio suo, a ministrare questo glorioso Sangue. E come egli gli ha messi per suoi aitatori, cosí a lui tocca el correggerli de’ difecti loro; e cosí voglio che sia, che, per l’excellenzia ed auctoritá che Io l’ho data, Io gli ho tracti della servitudine, cioè subieczione della signoria de’ signori temporali. La legge civile non ha a fare cavelle con la legge loro in punizione; ma solo in colui che è posto a signoreggiare e a ministrare nella legge divina. Questi sono e’ miei unti, e però dixi per la Scriptura: «Non vogliate toccare e’ cristi miei». Unde a maggiore ruina non può venire l’uomo che se ne fa punitore.

CAPITOLO CXVI

Come la persecuzione, che si fa a la sancta Chiesa o vero a’ ministri, Dio la reputa facta a sé, e come questa colpa piú è grave che neuna altra.

—E se tu mi dimandassi per che cagione Io ti mostrai che piú era grave la colpa di coloro che perseguitavano la sancta Chiesa che tucte l’altre colpe commesse, e perché per li loro difecti Io non volevo che la reverenzia verso di loro diminuisse, Io ti rispondarei e rispondo: perché ogni reverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtú del Sangue che Io l’ho dato a ministrare. Unde, se non fusse questo, tanta reverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non piú. E per questo ministerio sète costrecti a far lo’ reverenzia; e a le loro mani vi conviene venire, non a loro per loro, ma per la virtú che Io ho data a loro, se volete ricevere i sancti sacramenti della Chiesa; però che, potendoli avere e non volendogli, sareste e morreste in stato di dannazione.

Sí che la reverenzia è mia e di questo glorioso Sangue (che siamo una medesima cosa per l’unione della natura divina con[233] la natura umana, come decto è), e non loro. E sí come la reverenzia è mia, cosí la inreverenzia: ché giá t’ho decto che la reverenzia non dovete fare a loro per loro, ma per l’auctoritá che Io ho data a loro. E cosí non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E giá l’ho vetato, e decto che i miei cristi non voglio che sieno toccati per le loro mani; e per questo neuno si può scusare dicendo:—Io non fo ingiuria né so’ ribello a la sancta Chiesa, ma follo a’ difecti de’ gactivi pastori.—Questi mente sopra el capo suo e, come aciecato dal proprio amore, non vede; ma elli vede bene, ma fa vista di non vedere per ricoprire lo stimolo della coscienzia sua. Vedrebbe, e vede, che egli perseguita el Sangue e non loro. Mia è l’ingiuria, sí come mia era la reverenzia. E cosí è mio ogni danno: scherni, villanie, obrobrio e vitoperio, che fanno a loro; cioè che reputo facto a me quel che fanno a loro, perché Io lo’ dixi e dico che i miei cristi non voglio che sieno toccati da loro. Io gli ho a punire, e non eglino. Ma eglino dimostrano, gl’iniqui, la inreverenzia che essi hanno al Sangue, e che poco tengono caro el tesoro che Io l’ho dato in salute e in vita de l’anime loro.

Piú non potavate ricevere che darmivi tucto Dio e uomo in cibo, sí come Io t’ho decto. Ma perché la reverenzia non era facta a me per mezzo di loro, però l’hanno diminuita perseguitandoli, vedendo in loro molti peccati e difecti, sí come, in un altro luogo, de’ difecti loro Io ti narraroe. Se in veritá avessero avuta questa reverenzia in loro per me, non sarebbe levata per ne uno difecto loro, perché non diminuisce, come decto è, la virtú di questo sacramento per neuno difecto. E però non debba diminuire la reverenzia; e quando diminuisce, n’offendono me.

E però m’è piú grave questa colpa che tucte l’altre, per molte ragioni: ma tre principali te ne dirò. L’una si è perché quello che fanno a loro fanno a me. L’altra si è perché trapassano el comandamento: perché giá l’ho vetato che non gli tocchino; unde spregiano la virtú del Sangue che trassero del sancto baptesmo, perché essi disobediscono facendo quel che l’è vetato. E so’ ribelli a questo Sangue, perché hanno levata[234] la reverenzia, e levatisi con la grande persecuzione. Essi sonno come membri putridi, tagliati dal corpo mistico della sancta Chiesa; unde, mentre che stessero obstinati in questa rebellione e inreverenzia, morendo con essa, giongono a l’etterna dapnazione. È vero che, giognendo a l’extremitá, umiliandosi e cognoscendo la colpa loro, volendosi reconciliare col loro capo e non potendo actualmente, riceve misericordia: poniamo che non debba però aspectare il tempo, perché non è securo d’averlo. L’altra si è perché la loro colpa è piú aggravata che tucte l’altre, perché egli è peccato facto per propria malizia e con deliberazione, e cognoscono che con buona coscienzia essi nol possono fare; e, facendolo, offendono. Ed è offesa con una perversa superbia, senza dilecto corporale; anco si consumano l’anima e ’l corpo: l’anima si consuma privata della grazia, e spesse volte lo’ rode il vermine della coscienzia; la sustanzia temporale si consuma in servigio del dimonio, e i corpi ne sonno morti come animali.

Sí che questo peccato è facto propriamente a me, ed è facto senza colore di propria utilitá o dilecto alcuno, se non con malizia e fummo di superbia, la quale superbia nacque dal proprio amore sensitivo, e da quello timore perverso che ebbe Pilato che, per timore di non perdere la signoria, uccise Cristo unigenito mio Figliuolo. Cosí hanno facto e fanno costoro.

Tucti gli altri peccati sonno facti o per simplicitá o per ignoranzia di non cognoscere, o per malizia, cioè che cognosce il male che egli fa, ma per lo disordinato dilecto e piacere che ha in esso peccato, o per alcuna utilitá che vi trovasse, offende, e, offendendo, fa dapno e offende l’anima sua, e offende me e il proximo suo. Me, perché non rende gloria e loda al nome mio; el proximo, perché non gli rende la dileczione della caritá. Ma egli non mi percuote actualmente che la faccia propriamente a me, ma offende sé; la quale offesa mi dispiace per lo dapno suo. Ma questa è offesa facta a me proprio, senza mezzo. Gli altri peccati hanno alcuno colore e sonno facti con alcuno colore e sonno facti con mezzo, perché Io ti dixi che ogni peccato si faceva col mezzo del proximo, e ogni virtú: el peccato si fa per[235] la privazione della caritá di me, Dio, e del proximo; e la virtú con la dileczione della caritá: offendendo il proximo, offendono me col mezzo di loro. Ma perché tra le mie creature che hanno in loro ragione Io ho electi questi miei ministri, e’ quali sonno e’ miei unti, sí come Io ti dixi, ministratori del corpo e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, carne vostra umana unita con la natura mia divina, unde, consecrando, stanno in persona di Cristo mio Figliuolo; sí che vedi che questa offesa è facta a questo Verbo; ed essendo facta a lui, è facta a me, perché siamo una medesima cosa.

Questi miserabili perseguitano el Sangue e privansi del tesoro e del fructo del Sangue. Unde ella m’è piú grave questa offesa, facta a me e non a’ ministri, perché loro non reputo ne debba essere né l’onore né la persecuzione; anco a me, cioè a questo glorioso sangue del mio Figliuolo, che siamo una medesima cosa, come decto t’ho. Unde Io ti dico che, se tucti gli altri peccati che essi hanno commessi fussero da l’uno lato, e questo solo da l’altro, mi pesa piú questo uno che gli altri, per lo modo che decto t’ho, sí come Io tel manifestai, acciò che tu avessi piú materia di dolerti de l’offesa mia e della dapnazione di questi miserabili, acciò che col dolore e con l’amaritudine tua e degli altri servi miei, per mia bontá e misericordia, si dissolvesse tanta tenebre quanta è venuta in questi membri putridi, tagliati dal corpo mistico della sancta Chiesa.

Ma Io non truovo quasi chi si doglia della persecuzione che è facta a questo glorioso e prezioso Sangue: ma truovo bene chi mi percuote continuamente con le saecte del disordinato amore e timore servile, e con la propria reputazione, come aciecati, recandosi a onore quello che l’è a vitoperio, e a vitoperio quello che l’è onore, cioè d’aumiliarsi al capo loro. Per questi difecti si sonno levati e levano a perseguitare il Sangue.[236]

CAPITOLO CXVII

Qui si parla contra li persecutori de la sancta Chiesa e de’ ministri, in diversi modi.

—Perché ti dixi che mi percotevano, e cosí è la veritá. In quanto la intenzione loro mi percuotono con quello che possono: none che Io in me possa ricevere alcuna lesione né essere percosso da loro; ma Io fo come la pietra che, gictandole il colpo, nol riceve, ma torna verso colui che ’l gicta. Cosí le percosse de l’offese loro, le quali gictano puzza, a me non possono nuocere, ma ritorna a loro la saecta avelenata della colpa. La quale colpa in questa vita gli priva della grazia, perdendo el fructo del Sangue; e ne l’ultimo, se essi non si correggono con la sancta confessione e contrizione del cuore, giongono a l’etterna dapnazione, tagliati da me e legati col dimonio. E hanno facta lega insieme, perché, subbito che l’anima è privata della grazia, è legata nel peccato d’odio della virtú e amore del vizio. El quale legame hanno posto col libero arbitrio nelle mani delle dimonia, e con esso gli lega, però che in altro modo non potrebbero essere legati.

Con questo legame si sonno legati e’ persecutori del Sangue l’uno con l’altro, e’ come membri legati col dimonio, hanno preso l’offizio delle dimonia. Le dimonia s’ingegnano di pervertire le mie creature e trarle della grazia e riducerle a la colpa del peccato mortale, acciò che di quel male che essi hanno in loro medesimi, di quello abbino le creature. Cosí fanno questi cotali, né piú né meno: però che, sí come membri del dimonio, vanno subvertendo e’ figliuoli della Sposa di Cristo unigenito mio Figliuolo, e sciogliendoli dal legame della caritá e legandoli nel miserabile legame, privati del fructo del Sangue con loro insieme. Legame annodato col nodo della superbia e con la propria reputazione, col nodo del timore servile; che, per timore di non perdere le signorie temporali, perdono la grazia e caggiono nella maggiore confusione che venire possino, essendo privati della dignitá del Sangue. Questo legame è suggellato col[237] suggello della tenebre, però che essi non cognoscono in quanti inconvenienti e miserie essi sonno caduti e fanno cadere altrui, e però non si correggono, perché non el cognoscono, ma come aciecati si gloriano della loro destruczione de l’anima e del corpo.

O carissima figliuola, duolti inextimabilmente di vedere tanta ciechitá e miseria in coloro che sono lavati nel Sangue come tu, e nutricatisi e allevatisi d’esso Sangue al pecto della sancta Chiesa; e ora, come ribelli, per timore e socto colore di correggere e’ difecti de’ ministri miei (de’ quali Io ho vetato ch’Io non voglio che siano toccati da loro), sí si sonno partiti da questo pecto. Unde terrore ti debba venire, a te e agli altri servi miei, quando odi ricordare questo cosí facto miserabile legame. La lingua tua non sarebbe sufficiente a potere narrare quanto m’è abominevole: e peggio è che col mantello del difecto de’ ministri miei si vogliono amantellare e ricoprire i difecti loro; e non pensano che con neuno mantello si possono riparare a l’occhio mio ch’Io nol vegga. Potrebbersi bene nascondere a l’occhio della creatura, ma none a me, che non tanto che sieno nascoste a me le cose presenti, ma neuna cosa a me è nascosa. Io v’amai e vi cognobbi prima che voi fuste.

E questa è una delle cagioni ch’e’ miserabili uomini del mondo non si correggono, perché in veritá col lume della fede viva non credono ch’Io li vegga. Però che, se essi credessero in veritá che Io veggo e’ difecti loro, e che ogni difecto è punito, come ogni bene è remunerato, sí come in un altro luogo ti dixi, non farebbero tanto male, ma correggerebbersi di quello che hanno facto e dimandarebbero umilemente la misericordia mia. E Io, col mezzo del sangue del mio Figliuolo, lo’ farei misericordia. Ma essi sono come obstinati e riprovatisi da la mia bontá per li difecti loro, e caduti ne l’ultima ruina, per li loro difecti, d’essere privati del lume, e come ciechi sono facti persecutori del Sangue. La quale persecuzione non debba essere facta per alcuno difecto che si vedesse ne’ ministri del Sangue.[238]

CAPITOLO CXVIII

Repetizione breve sopra le predecte cose de la sancta Chiesa e de’ ministri.

—Hotti narrato, carissima figliuola, alcuna cosa della reverenzia che si debba fare a’ miei unti, non obstante i difecti loro; perché la reverenzia non è facta né debba essere facta a loro per loro, ma per l’auctoritá che Io ho data a loro. E perché per li difecti loro el misterio del sacramento non può diminuire né essere diviso, non debba venire meno la reverenzia verso di loro: non per loro, come decto è, ma per lo tesoro del Sangue.

Facendo el contrario, hotti mostrato alcuna piccola cosa (per rispecto che ella è) quanto egli è grave e spiacevole a me e dapno a loro la inreverenzia e persecuzione del Sangue, e il legame facto contra a me, che essi hanno facto e fanno insieme, legati in servizio del dimonio; acciò che tu piú ti doglia.

Questo è uno difecto el quale particularmente Io t’ho narrato per la persecuzione della sancta Chiesa. E cosí ti dico generalmente della religione cristiana: che, stando in peccato mortale, spregiano el Sangue privandosi della vita della grazia. Questo mi dispiace, ed è grave colpa la loro, di quelli che narrato t’ho particularmente, sí come decto è.

CAPITOLO CXIX

De la excellenzia e de le virtú e de le operazioni sancte de’ virtuosi e sancti ministri. E come essi hanno la condiczione del sole. E de la correczione loro verso de’ subditi.

—Ora, per dare un poco di refrigerio a l’anima tua, mitigarò el dolore della tenebre di questi miserabili subditi con la vita sancta de’ miei ministri, de’ quali Io ti dixi che aveano la condiczione del sole; sí che con l’odore delle loro virtú mitiga la puzza, e con la luce loro la tenebre. E anco con questa luce[239] meglio vorrò che tu cognosca la tenebre e il difecto de’ ministri miei, de’ quali Io ti dixi.

Apre l’occhio de l’intellecto tuo, e raguarda in me, sole di giustizia; e vedrai e’ gloriosi ministri e’ quali, avendo ministrato el Sole, hanno presa la condiczione del Sole, sí come Io ti contai di Pietro, el principe degli appostoli, el quale ricevette le chiavi del reame del cielo. Cosí ti dico degli altri che in questo giardino della sancta Chiesa hanno ministrato el Lume, cioè il Corpo e il Sangue de l’unigenito mio Figliuolo (Sole unito e non diviso come decto è), e tucti e’ sacramenti della sancta Chiesa, e’ quali tucti vagliono e dánno vita in virtú del Sangue; ogniuno posto in diversi gradi, secondo lo stato suo, a ministrare la grazia dello Spirito sancto. Con che l’hanno ministrata? col lume della grazia che hanno tracta da questo vero lume.

Questo lume è egli solo? No, però che egli non può essere solo el lume della grazia, né può essere diviso: anco si conviene o che egli l’abbi tucto o nonne mica. Chi sta in peccato mortale, esso facto, è privato del lume della grazia; e chi ha la grazia ha illuminato l’occhio de l’intellecto suo in cognoscere me, che gli ho data la grazia e la virtú che conserva la grazia. E cognosce in esso lume la miseria del peccato e la cagione del peccato, cioè il proprio amore sensitivo, e però e’ l’odia, e odiandolo riceve il caldo della divina caritá ne l’affecto suo, perché l’affecto va dietro a l’intellecto. Riceve il colore di questo glorioso lume, seguitando la doctrina della dolce mia Veritá; unde la memoria sua s’è impita nel ricordamento del benefizio del Sangue.

Sí che vedi che non può ricevere il lume che non riceva el caldo e il colore, perché sonno uniti insieme e sono una medesima cosa. E cosí non può, sí com’Io ti dixi, avere una potenzia de l’anima ordinata a ricevere me, vero Sole, che tucte e tre non siano ordinate e congregate nel nome mio. Però che subbito che l’occhio de l’intellecto col lume della fede si leva sopra el vedere sensitivo speculandosi in me, l’affecto gli va dietro amando quello che l’intellecto vidde e cognobbe, e la memoria s’empie di quello che l’affecto ama. E subbito che elle sonno disposte, participa me, Sole, illuminandolo nella[240] potenzia mia e nella sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo, e nella clemenzia del fuoco dello Spirito sancto.

Sí che vedi che essi hanno presa la condiczione del sole, cioè che, essendo vestiti e piene le potenzie de l’anima loro di me, vero Sole, come decto t’ho, fanno come il sole. El sole scalda e illumina, e col caldo suo fa germinare la terra: cosí questi miei dolci ministri, electi e unti e messi nel corpo mistico della sancta Chiesa a ministrare me, Sole, cioè il Corpo e il Sangue de l’unigenito mio Figliuolo con gli altri sacramenti e’ quali hanno vita da questo Sangue, essi el ministrano actualmente e ministranlo mentalmente, cioè rendendo lume nel corpo mistico della sancta Chiesa. Lume di scienzia sopranaturale col colore d’onesta e sancta vita, cioè seguitando la doctrina della mia Veritá, e ministrano el caldo de l’ardentissima caritá. Unde col caldo loro facevano germinare l’anime sterili, illuminandole col lume della scienzia, e con la vita loro sancta e ordinata cacciavano la tenebre de’ peccati mortali e di molta infidelitá, e ordinavano la vita di coloro che disordenatamente vivevano in tenebre di peccato e in freddezza per la privazione della caritá. Sí che vedi che essi sonno sole, perché hanno presa la condiczione del sole da me, vero Sole, perché per affecto d’amore son facti una cosa con meco e Io con loro, sí come Io in un altro luogo ti narrai.

Ogniuno ha dato, secondo lo stato suo che Io l’ho electo, lume nella sancta Chiesa. Pietro con la predicazione e doctrina e ne l’ultimo col sangue; Gregorio con la scienzia e sancta Scriptura e con especchio di vita; Silvestro contra gl’infedeli e maximamente con la disputazione e provazione che fece della sanctissima fede in parole e in facti, ricevendo la virtú da me. Se tu ti vòlli ad Agustino e al glorioso Tomaso, Ieronimo e gli altri, vedrai quanto lume hanno gictato in questa Sposa, extirpando gli errori, sí come lucerne poste in sul candelabro, con vera e perfecta umilitá. E, come affamati de l’onore mio e salute de l’anime, questo cibo mangiavano con dilecto in su la mensa della sanctissima croce: e’ martiri col sangue, el quale sangue gictava odore nel cospecto mio e con l’odore del sangue e delle virtú e col lume della scienzia facevano fructo in questa[241] Sposa, dilatavano la fede; e’ tenebrosi venivano al lume, e riluceva in loro el lume della fede; e’ prelati, posti nello stato della prelazione da Cristo in terra, mi facevano sacrifizio di giustizia con sancta e onesta vita; la margarita della giustizia, con vera umilitá e ardentissima caritá, col lume della discrezione, riluceva in loro e ne’ loro subditi: in loro principalmente, però che giustamente rendevano a me il debito mio, cioè rendendo gloria e loda al nome mio; a sé rendevano odio e dispiacimento della propria sensualitá, spregiando e’ vizi e abbracciando le virtú con la caritá mia e del proximo loro. Con umilitá conculcavano la superbia, e andavano come angeli a la mensa de l’altare; con puritá di cuore e di corpo e con sinceritá di mente celebravano, arsi nella fornace della caritá. E perché prima avevano facta giustizia di loro, però facevano giustizia de’ subditi, volendoli veder vivere virtuosamente, e correggevangli senza veruno timore servile, perché non actendevano a loro medesimi, ma solo a l’onore mio e a la salute de l’anime, sí come pastori buoni, seguitatori del buono Pastore, mia Veritá, el quale Io vi diei a governare voi pecorelle e volsi che ponesse la vita per voi. Costoro hanno seguitato le vestigie sue, e però corressero e non lassâro imputridire e’ membri per non corregere; ma caritativamente correggevano con l’unguento della benignitá, e con l’asprezza del fuoco incendendo la piaga del difecto con la riprensione e penitenzia, poco e assai secondo la gravezza del peccato. E per lo correggere e dire la veritá non curavano la morte.

Questi erano veri ortolani, che con sollicitudine e sancto timore divellevano le spine de’ peccati mortali e piantavano piante odorifere di virtú. Unde i subditi vivevano in sancto e vero timore, e allevavansi come fiori odoriferi nel corpo mistico della sancta Chiesa, perché correggevano senza timore servile, perché n’erano privati. E perché in loro non era colpa di peccato, però tenevano la sancta giustizia, riprendendo virilmente e senza veruno timore. Questa era ed è quella margarita, in cui ella riluce, che dava pace e lume nelle menti delle creature e faceale stare in sancto timore, ed e’ cuori erano uniti. Unde Io voglio che tu[242] sappi che per neuna cosa è venuta tanta tenebre e divisione nel mondo tra secolari e religiosi, cherici e pastori della sancta Chiesa, se non solo perché il lume della giustizia è mancato ed è venuta la tenebre della ingiustizia.

Neuno Stato si può conservare nella legge civile e nella legge divina in stato di grazia senza la sancta giustizia, però che colui che non è correcto e non corregge fa come il membro che è cominciato a infracidare, che, se ’l gattivo medico vi pone subbitamente l’unguento solamente e non incuoce la piaga, tucto il corpo imputridisce e corrompe. Cosí el prelato, o altri signori che hanno subditi, vedendo il membro del subdito loro essere infracidato per la puzza del peccato mortale, se esso vi pone solo l’unguento della lusinga senza la reprensione, non guarisce mai, ma guastará l’altre membra, che gli sonno d’intorno legate in uno medesimo corpo, cioè a uno medesimo pastore. Ma se elli sará vero e buono medico di quelle anime, sí come erano questi gloriosi pastori, egli non dará unguento senza fuoco della reprensione. E se il membro fusse pure obstinato nel suo mal fare, el tagliará dalla congregazione, acciò che non imputridisca gli altri con la puzza del peccato mortale.

Ma essi non fanno oggi cosí: anco fanno vista di non vedere. E sai tu perché? perché la radice de l’amore proprio vive in loro, unde essi traggono il perverso timore servile; però che, per timore di non perder lo Stato o le cose temporali o prelazione, non correggono; ma e’ fanno come aciecati, e però non cognoscono in che modo si conserva lo Stato. Che se essi vedessero come egli si conserva per la sancta giustizia, la manterrebbero. Ma perché essi sonno privati del lume, nol cognoscono; ma, credendolo conservare con la ingiustizia, non riprendono e’ difecti de’ subditi loro; ma ingannati sonno da la propria passione sensitiva e da l’appetito della signoria o della prelazione.

E anco non correggono, perché essi sonno in quelli medesimi difecti o maggiori. Sentonsi compresi nella colpa, e però perdono l’ardire e la sicurtá; e, legati dal timore servile, fanno vista di non vedere. E se pure veggono, non correggono; anco[243] si lassano legare con le parole lusinghevoli e con molti presenti, e essi medesimi truovano le scuse per non punirli. In costoro si compie la parola che dixe la mia Veritá, dicendo: «Costoro sono ciechi e guide de’ ciechi; e se l’uno cieco guida l’altro, ambedue caggiono nella fossa».

Non hanno facto né fanno cosí quegli che sonno stati (o se alcuno ne fusse) miei dolci ministri, de’ quali Io ti dixi che avevano la proprietá e condiczione del sole. E veramente sonno sole, come decto t’ho, però che in loro non è tenebre di peccato né ignoranzia, perché seguitano la doctrina della mia Veritá; né sonno tiepidi, però che essi ardono nella fornace della mia caritá, e sonno spregiatori delle grandezze e stati e delizie del mondo: e però non temono di correggere. Ché chi non appetisce la signoria o la prelazione, non temono di perderla, ma riprendono virilmente; ché chi non si sente ripresa la coscienzia da la colpa, non teme.

E però non era tenebrosa questa margarita negli unti e cristi miei, de’ quali Io t’ho narrato; anco era lucida, ed erano abbracciatori della povertá voluntaria e cercavano la viltá con umilitá profonda. E però non curavano né scherni né villanie né detraczioni degli uomini né ingiuria né obrobri né pena né tormento. Essi erano bastemmiati, e eglino benedicevano, e con vera pazienzia portavano sí come angeli terrestri e piú che angeli: non per natura, ma per lo misterio e grazia data a loro, sopranaturale, di ministrare il Corpo e ’l Sangue de l’unigenito mio Figliuolo.

E veramente sonno angeli, però che, come l’angelo che Io do a vostra guardia vi ministra le sancte e buone spirazioni, cosí questi ministri erano angeli, e cosí dovarebbero essere: dati a voi da la mia bontá a vostra guardia. E però essi continuamente tenevano l’occhio sopra e’ subditi loro sí come veri guardiani, spirando ne’ cuori loro sancte e buone spirazioni: cioè che per loro offerivano dolci e amorosi desidèri dinanzi a me con continua orazione, con la doctrina della parola e con l’exemplo della vita. Sí che vedi che essi sonno angeli posti da l’affocata mia caritá come lucerne nel corpo mistico della[244] sancta Chiesa per vostra guardia, acciò che voi, ciechi, abbiate guida che vi dirizzi nella via della veritá, dandovi le buone spirazioni, con orazioni ed exemplo di vita e doctrina, come decto è.

Con quanta umilitá governavano e conversavano co’ subditi loro! Con quanta speranza e fede viva che non curavano né temevano che a loro né a’ subditi loro venisse meno la substanzia temporale; e però con larghezza distribuivano a’ poveri la substanzia della sancta Chiesa! Unde essi observavano a pieno quello che erano tenuti e obligati di fare, cioè di distribuire la substanzia temporale, a la loro necessitá, a’ poveri e nella sancta Chiesa. Essi non facevano diposito, e doppo la morte loro non rimaneva la molta pecunia: anco erano alcuni che, per li poveri, lassavano la Chiesa in debito. Questo era per la larghezza della loro caritá e della speranza che avevano posta nella providenzia mia. Erano privati del timore servile, e però non temevano che alcuna cosa lo’ venisse meno, né spirituale né temporale.

Questo è il segno che la creatura spera in me e non in sé: cioè quando ella non teme di timore servile. Ma coloro che sperano in loro medesimi sonno quegli che temono e hanno paura de l’ombra loro, e dubbitano che non lo’ venga meno el cielo e la terra. Con questo timore e perversa speranza che pongono nel loro poco sapere, pigliano tanta miserabile sollicitudine in acquistare e in conservare le cose temporali, che pare che le spirituali si pongano doppo le spalle, e non si truova chi se ne curi.

Ma e’ non pensano, e’ miserabili, infedeli e superbi, che Io so’ solo Colui che proveggo in tucte quante le cose che sono di necessitá a l’anima e al corpo; benché con quella misura che voi sperate in me, con quella vi sará misurata la providenzia mia. E’ miserabili presumptuosi non raguardano che Io so’ Colui che so’, ed essi sonno quegli che non sono: l’essere loro hanno ricevuto da la mia bontá e ogni grazia che è posta sopra l’essere. E però invano si può colui reputare affadigarsi che guarda la cittá, se ella non è guardata da me. Vana sará ogni sua fadiga, se egli per sua fadiga la crede guardare o per sua sollicitudine: però che solo Io la guardo. È vero che l’essere e le[245] grazie che Io ho poste sopra l’essere vostro voglio che nel tempo l’exercitiate in virtú, usando el libero arbitrio, che Io v’ho dato, col lume della ragione. Però che Io vi creai senza voi, ma senza voi non vi salvarò.

Io v’amai prima che voi fuste; e questo videro e cognobbero questi miei dilecti. E però m’amavano ineffabilemente e, per l’amore che essi avevano, speravano con tanta larghezza in me e in neuna cosa temevano. Non temeva Silvestro, quando stava dinanzi a l’imperadore Gostantino disputando con quegli dodici giuderi dinanzi a tucta la turba; ma con fede viva credeva che, essendo Io per lui, neuno sarebbe contra lui. E cosí tucti gli altri perdevano ogni timore, perché non erano soli, ma acompagnati; però che, stando nella dileczione della caritá, stavano in me, e da me acquistavano el lume della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo; da me ricevevano la potenzia, essendo forti e potenti contra e’ principi e tiranni del mondo; e da me avevano el fuoco dello Spirito sancto, participando la clemenzia e l’affocato amore d’esso Spirito sancto. Questo amore era ed è acompagnato, a chi el vuole participare, col lume della fede, con la speranza, con la fortezza, con pazienzia vera e con longa perseveranzia infino a l’ultimo della morte. Sí che vedi che non erano soli, ma erano acompagnati; e però non temevano. Solamente colui che si sente solo, che spera in sé, privato della dileczione della caritá, teme: e ogni piccola cosa gli fa paura, perché è solo, privato di me, che do somma sicurtá a l’anima che mi possiede per affecto d’amore. Bene il provavano, questi gloriosi e dilecti miei, che neuna cosa a l’anime loro poteva nuocere: anco essi nocevano agli uomini e a le dimonia, e spesse volte ne rimanevano legate per la virtú e potenzia che Io l’avevo data sopra di loro. Questo era perch’Io rispondevo a l’amore, fede e speranza che avevano posta in me.

La lingua tua non sarebbe sufficiente a narrare le virtú di costoro, né l’occhio de l’intellecto tuo a vedere il fructo che essi ricevono nella vita durabile, e riceverá chiunque seguitará le vestigie loro. Essi sonno come pietre preziose, e cosí stanno nel cospecto mio, perch’Io ho ricevute le fadighe loro e il lume[246] che essi gictarono e missero con l’odore della virtú nel corpo mistico della sancta Chiesa. E però gli ho collocati nella vita durabile in grandissima dignitá, e ricevono beatitudine e gloria nella mia visione, perché diêro exemplo d’onesta e sancta vita e con lume ministrâro el Lume del Corpo e del Sangue de l’unigenito mio Figliuolo e tucti gli altri sacramenti. E però sonno molto singularmente amati da me, sí per la dignitá nella quale Io gli ho posti, che sonno miei unti e ministri, e sí perché il tesoro che Io lor missi nelle mani non l’hanno sotterrato per negligenzia e ignoranzia: anco l’hanno riconosciuto da me, e exercitatolo con sollicitudine e profonda umilitá, con vere e reali virtú. E perché Io in salute de l’anime gli avevo posti in tanta excellenzia, non si ristavano mai, sí come pastori buoni, di rimectere le pecorelle ne l’ovile della sancta Chiesa. Unde essi per affecto d’amore e fame de l’anime si mectevano a la morte per trarle delle mani delle dimonia.

Eglino infermavano, cioè facendosi infermi con quegli che erano infermi; cioè che spesse volte per non confóndare loro di disperazione, e per dar lo’ piú larghezza di manifestare la loro infermitá, davano vista, dicendo:—Io so’ infermo con teco insieme.—Essi piangevano co’ piangenti e godevano co’ godenti, e cosí dolcemente sapevano dare a ciascuno el cibo suo: i buoni conservando, e godendo delle loro virtú, perché non si rodevano per invidia, ma erano dilatati nella larghezza della caritá del proximo e de’ subditi loro; e quegli che erano defectuosi traevano del difecto, facendosi defectuosi e infermi con loro insieme (come decto è), con vera e sancta compassione, e con la correczione e penitenzia de’ difecti loro commessi, facendo eglino per caritá la penitenzia con loro insieme. Cioè che, per l’amore che essi avevano, portavano maggiore pena essi che la davano, che coloro che la ricevevano. E alcuna volta erano di quelli che actualmente la facevano, e spezialmente quando avessero veduto che al subdito fusse paruto molto malagevole. Unde per quello acto la malagevolezza lo’ tornava in dolcezza.

O dilecti miei! essi si facevano subditi, essendo prelati; essi si facevano servi, essendo signori; essi si facevano infermi, essendo[247] sani e privati della infermitá e lebbra del peccato mortale; essendo forti, si facevano debili; coi macti e semplici si mostravano semplici, e co’ piccoli, piccoli. E cosí con ogni maniera di gente, per umilitá e caritá, sapevano essere, e a ciascuno davano el cibo suo. Questo chi el faceva? la fame e il desiderio, che avevano conceputo in me, de l’onore mio e salute de l’anime. Essi corrivano a mangiarlo in su la mensa della sanctissima croce, non rifiutando labore né fuggivano alcuna fadiga; ma, come zelanti de l’anime e bene della sancta Chiesa e dilatazione della sancta fede, si mectevano tra le spine delle molte tribulazioni, e mectevansi a ogni pericolo con vera pazienzia, gictando incensi odoriferi d’ansietati desidèri e d’umile e continua orazione. Con le lagrime e sudori ugnevano le piaghe de’ proximi loro, cioè le piaghe della colpa de’ peccati mortali, unde ricevevano perfecta sanitá, se essi umilemente ricevevano cosí facto unguento.

CAPITOLO CXX

Repetizione in somma del precedente capitolo; e de la reverenzia che si debba rendere a’ sacerdoti, o buoni o rei che siano.

—Ora t’ho mostrato, carissima figliuola, una sprizza de l’excellenzia loro: una sprizza, dico, per rispecto di quello che ella è; e narrato della dignitá nella quale Io gli ho posti, perché gli ho electi e facti miei ministri. E per questa auctoritá e dignitá che Io ho dato a loro, Io non voleva né voglio che sieno toccati, per veruno loro difecto, per mano di secolari; e, toccandoli, offendono me miserabilemente. Ma voglio che gli abbino in debita reverenzia: non loro per loro, come decto t’ho, ma per me, cioè per l’autoritá che Io l’ho data. Unde questa reverenzia non debba diminuire mai perché in loro diminuisca la virtú, né nei virtuosi de’ quali Io t’ho narrato delle virtú loro e postiteli ministratori del Sole, cioè del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo e degli altri sacramenti, però che questa dignitá[248] tocca a’ buoni e a’ gattivi: ogniuno l’ha a ministrare, come decto è.

Dixiti che questi perfecti avevano la condiczione del sole; e cosí è, illuminando e scaldando, per la dileczione della caritá, e’ proximi loro, e con questo caldo facevano fructo e germinare le virtú ne l’anime de’ subditi loro. Hocteli posti che essi sono angeli; e cosí è la veritá: dati da me a voi per vostra guardia, perché vi guardino e spirino le buone spirazioni ne’ cuori vostri per sancte orazioni e doctrina con specchio di vita, e che vi servano ministrandovi e’ sancti sacramenti, sí come fa l’angelo che vi serve e guardavi e spira le buone e sancte spirazioni in voi.

Sí che vedi che, oltre alla dignitá nella quale Io gli ho posti, essendovi l’adornamento delle virtú (sí come di questi cotali Io t’ho narrato, e come tucti sonno tenuti e obligati d’essere), quanto essi sonno degni d’essere amati! E doveteli avere in grande reverenzia questi, che sonno dilecti figliuoli ed uno sole messo nel corpo mistico della sancta Chiesa per le loro virtú. Però che ogni uomo virtuoso è degno d’amore, e molto maggiormente costoro per lo ministerio che Io l’ho dato in mano. Sí che, per virtú e per la dignitá del sacramento, gli dovete amare: e odiare dovete e’ difecti di quegli che vivono miserabilmente; ma non però farvene giudici, ché Io non voglio, perché sonno e’ miei cristi, e dovete amare e reverire l’auctoritá che Io ho data a loro.

Voi sapete bene che, se uno immondo e male vestito vi recasse uno grande tesoro del quale traeste la vita, che per amore del tesoro e del signore che vel mandasse voi non odiareste però el portatore, non obstante che egli fusse stracciato e inmondo. Dispiacerebbevi bene, e ingegnarestevi, per amore del signore, che si levasse la immondizia e si rivestisse. Cosí dunque dovete fare per debito, secondo l’ordine della caritá, e voglio che voi el facciate, di questi cotali miei ministri poco ordinati, che con inmondizia e col vestimento de’ vizi, stracciati per la separazione della caritá, vi recano e’ grandi tesori, cioè i sacramenti della sancta Chiesa; da’ quali sacramenti ricevete la vita[249] della grazia, ricevendoli degnamente (non obstante che essi siano in tanto difecto) per amore di me, Dio etterno, che ve li mando, e per amore della vita della grazia che ricevete dal grande tesoro ministrandovi tucto Dio e uomo, cioè il Corpo e ’l Sangue del mio Figliuolo, unito con la natura mia divina. Debbanvi dispiacere e dovete odiare i difecti loro e ingegnarvi, con affecto di caritá e con l’orazione sancta, di rivestirli, e con lagrime lavare la immondizia loro, cioè offerirli dinanzi a me con lagrime e grande desiderio che Io gli rivesta, per la mia bontá, del vestimento della caritá.

Voi sapete bene che lo’ voglio fare grazia, pure che essi si dispongano a ricevere e voi a pregarmi. Però che di mia volontá non è che essi vi ministrino el Sole in tenebre, né che sieno dinudati del vestimento della virtú, né immondi, vivendo disonestamente: anco gli ho posti e dati a voi perché siano angeli terrestri e sole, come decto t’ho. Non essendo, mi dovete pregare per loro e non giudicarli, e il giudicio lassate a me. E Io, con le vostre orazioni, volendo eglino ricevere, lo’ farò misericordia; e, non correggendosi la vita loro, la dignitá, che essi hanno, lo’ sará in ruina. E con grande rimproverio da me, sommo giudice, ne l’ultima extremitá della morte non correggendosi né pigliando la larghezza della mia misericordia, saranno mandati al fuoco etternale.

CAPITOLO CXXI

De’ defecti e de la mala vita degl’iniqui sacerdoti e ministri.

—Ora actende, carissima figliuola, che, acciò che tu e gli altri servi miei aviate piú materia d’offerire a me, per loro, umili e continue orazioni, ti voglio mostrare e dire la scellerata vita loro. Benché da qualunque lato tu ti vòlli, e secolari e religiosi, cherici e prelati, piccoli e grandi, giovani e vecchi e d’ogni altra maniera gente, non vedi altro che offesa; e tucti mi gictano puzza di peccato mortale. La quale puzza a me non fa danno veruno né nuoce, ma a loro medesimi.[250]

Io t’ho contiato infino a qui de l’excellenzia de’ miei ministri e della virtú de’ buoni, sí per dare refrigerio a l’anima tua, e sí perché tu meglio cognosca la miseria di questi miserabili, e vegga quanto sonno degni di maggiore riprensione e di sostenere piú intollerabili pene; sí come gli electi e dilecti miei, perché hanno exercitato in virtú el tesoro dato a loro, sonno degni di maggiore premio e d’essere posti come margarite nel cospecto mio. El contrario questi miserabili, però che riceveranno crudele pena.

Sai tu, carissima figliuola (e actende con dolore e amaritudine di cuore), dove essi hanno facto el principio e il fondamento loro? Ne l’amore proprio di loro medesimi, unde è nato l’arbore della superbia col figliuolo della indiscrezione; ché, come indiscreti, pongono a loro l’onore e la gloria, cercando le grandi prelazioni, con adornamenti e delicatezza del corpo loro, e a me rendono vitoperio e offesa, e retribuiscono a loro quello che non è loro, e a me dánno quello che non è mio. A me debba essere dato gloria e loda al nome mio, e a loro debbono rendere odio della propria sensualitá con vero cognoscimento di loro, reputandosi indegni di tanto ministerio quanto essi hanno ricevuto da me.

Ed essi fanno el contrario, però che, come infiati di superbia, non si saziano di rodere la terra delle ricchezze e delizie del mondo, strecti, cupidi e avari verso e’ poveri. Unde per questa miserabile superbia e avarizia, la quale è nata dal proprio amore sensitivo, hanno abandonata la cura de l’anime; e solo si dánno a guardare e avere cura delle cose temporali, e lassano le mie pecorelle, ch’Io l’ho messe nelle mani, come pecore senza pastore. E non le pascono né le notricano né spiritualmente né temporalmente. Spiritualmente ministrano e’ sacramenti della sancta Chiesa (e’ quali sacramenti per veruno loro difecto vi possono essere tolti, né diminuisce la virtú loro); ma non vi pascono d’orazioni cordiali, di fame e desiderio della salute vostra con sancta e onesta vita. E non pascono e’ subditi delle cose temporali (ciò sonno e’ poverelli), della quale substanzia Io ti dixi che se ne die fare tre parti: l’una a la loro necessitá, l’altra a’ povarelli e l’altra in utilitá della Chiesa.[251]

Ed essi fanno el contrario: ché non tanto che diano quella substanzia che sonno tenuti ed obligati di dare a’ poveri, ma essi tolgono l’altrui per simonia e appetito di pecunia, e vendono la grazia dello Spirito sancto. Però che spesse volte sonno di quelli, che sonno tanto sciagurati che non vorranno dare a chi n’ha bisogno quello ch’Io l’ho dato per grazia e perché ’l diano a voi, che non lo’ sia piena la mano, o proveduti con molti presenti. E tanto amano e’ subditi loro quanto ne ritraggono, e piú no. Tucto el bene della Chiesa non spendono in altro che in vestimenti corporali e in andare vestiti delicatamente, non come cherici e religiosi, ma come signori o donzelli di corte. E studiansi d’avere i grossi cavagli e molti vaselli d’oro e d’argento con adornamento di casa, tenendo e possedendo quello che non possono tenere, con molta vanitá di cuore. El cuore loro favella con disordinata vanitá. E tucto il desiderio loro è in vivande, facendosi del ventre loro dio, mangiando e beiendo disordinatamente. E però caggiono subbito nella immondizia, vivendo lascivamente.

Guai, guai a la loro misera vita: ché quello che il dolce Verbo, unigenito mio Figliuolo, acquistò con tanta pena in sul legno della sanctissima croce, essi lo spendono con le publiche meretrici. Sonno devoratori de l’anime ricomprate del sangue di Cristo, divorandole con molta miseria, in molti e in diversi modi; e di quello de’ poveri ne pascono e’ figliuoli loro. O templi del diavolo, Io v’ho posti perché voi siate angeli terrestri in questa vita, e voi sète dimòni e preso avete l’officio delle dimonia. Le dimonia dánno tenebre di quelle che hanno per loro, e ministrano crociati tormenti; sottraggono l’anime dalla grazia con molte molestie e temptazioni, per reducerle a la colpa del peccato mortale, ingegnandosi di farne quello che essi possono: bene che neuno peccato possa cadere ne l’anima piú che essa voglia; ma essi ne fanno quel che possono. Cosí questi miserabili, non degni d’essere chiamati ministri, sonno dimòni incarnati, perché per loro difecto si sonno conformati con la volontá delle dimonia, e però fanno l’officio loro ministrando me, vero Sole, con la tenebre del peccato mortale, e ministrano la tenebre della disordinata e scellerata vita loro ne’ subditi e ne[252] l’altre creature che hanno in loro ragione. E dánno confusione, e ministrano pene nelle menti delle creature che disordinatamente gli veggono vivere: anco sonno cagione di ministrare pene e confusione di coscienzia in coloro che spesse volte sottraggono dallo stato della grazia e via della veritá, e, conducendoli a la colpa, gli fanno andare per la via della bugia.

Benché, colui che gli séguita non è però scusato dalla colpa sua, perché non può essere costrecto a colpa di peccato mortale né da questi dimòni visibili né dagl’invisibili, però che neuno debba guardare a la vita loro né seguitare quello che fanno; ma, come v’amuní la mia Veritá nel sancto Evangelio, dovete fare quello che essi vi dicono (cioè la doctrina che v’è data nel corpo mistico della sancta Chiesa pòrta per la sancta Scriptura, per lo mezzo de’ banditori, ciò sonno i predicatori, che vanno ad anunziare la parola mia), e i loro guai che meritano, e la mala vita loro non seguitare, né punirli voi, però che offendareste me. Ma lassate la mala vita a loro, e voi pigliate la doctrina, e la punizione lassate a me; però che Io so’ il dolce Dio etterno, che ogni bene remunero e ogni colpa punisco.

Non lo’ sará risparmiata da me la punizione per la dignitá che egli hanno d’essere miei ministri: anco saranno puniti, se non si correggeranno, piú miserabilmente che tucti gli altri, perché piú hanno ricevuto da la mia bontá. Offendendo tanto miserabilmente, sonno degni di maggiore punizione. Sí che vedi che essi sonno dimòni, sí come degli electi miei ti dixi che egli erano angeli terrestri e però facevano l’officio degli angeli.

CAPITOLO CXXII

Come ne’ predecti iniqui ministri regna la ingiustizia, e singularmente non correggendo i subditi.

—Io ti dissi che in questi miei dilecti riluceva la margarita della giustizia. Ora ti dico che questi miserabili tapinelli portano nel pecto loro per fibbiale la ingiustizia. La quale ingiustizia procede[253] ed è affibbiata con l’amore proprio di loro medesimi, però che per lo proprio amore commectono ingiustizia verso de l’anime loro e verso me, con la tenebre della indiscrezione. A me non rendono gloria, e a loro non rendono onesta e sancta vita né desiderio della salute de l’anime né fame delle virtú. E per questo commectono ingiustizia verso e’ subditi e proximi loro, e non correggono e’ vizi: anco, come ciechi che non cognoscono, per lo disordinato timore di non dispiacere alle creature, li lassano dormire e giacere nelle loro infermitá. Ma essi non s’aveggono che, volendo piacere alle creature, dispiacciono a loro e a me, Creatore vostro. E alcuna volta correggeranno, per mantellarsi con quella poca della giustizia: e non si faranno al maggiore, che sará in maggiore difecto che ’l minore, per timore che essi avaranno che non lo’ impedisca lo stato o la vita loro; ma farannosi al minore, perché veggono che non lo’ può nuocere né toller lo’ lo stato loro.

Questo commecte la ingiustizia col miserabile amore proprio di loro medesimi. El quale amore proprio ha atoscato tucto quanto el mondo e il corpo mistico della sancta Chiesa, e ha insalvatichito el giardino di questa Sposa e adornato di fiori putridi. El quale giardino fu dimesticato al tempo che ci stavano e’ veri lavoratori, cioè i ministri sancti miei; adornato di molti odoriferi fiori, perché la vita de’ subditi, per li buoni pastori, non era scellerata, anco erano virtuosi con onesta e sancta vita.

Oggi non è cosí: anco è il contrario, però che per li gattivi pastori sonno gattivi e’ subditi. Piena è questa Sposa di diverse spine, di molti e variati peccati. Non che in sé possa ricever puzza di peccato, cioè che la virtú de’ sancti sacramenti possa ricevere alcuna lesione; ma quegli che si pascono al pecto di questa Sposa ricevono puzza ne l’anima loro, tollendosi la dignitá nella quale Io gli ho posti: none che la dignitá in sé diminuisca, ma in verso di loro medesimi. Unde per li loro difecti n’è avilito el Sangue, cioè perdendo e’ secolari la debita reverenzia che debbono fare a loro per lo Sangue. Benché essi non el debbano fare, e, se la perdono, non è però di minore la[254] colpa loro per li difecti de’ pastori; ma pure e’ miserabili sonno specchio di miseria, dove Io gli ho posti perché siano specchio di virtú.

CAPITOLO CXXIII

Di molti altri defecti de’ predecti ministri, e singularmente dell’andare per le taverne e del giocare e del tenere le concubine.

—Unde riceve l’anima loro tanta puzza? da la propria loro sensualitá. La quale sensualitá con amore proprio hanno facta donna, e la tapinella anima hanno facta serva; dove Io gli feci liberi, col sangue del mio Figliuolo, della liberazione generale, quando tucta l’umana generazione fu tracta della servitudine del dimonio e della sua signoria. Questa grazia ricevette ogni creatura che ha in sé ragione; ma questi miei unti gli ho liberati dalla servitudine del mondo e postigli a servire solo me, Dio etterno, a ministrare i sacramenti della sancta Chiesa. E hogli facti tanto liberi, che non ho voluto né voglio che neuno signore temporale di loro si faccia giudice. E sai che merito, dilectissima figliuola, essi mi rendono di tanto benefizio quanto hanno ricevuto da me? El merito loro è questo: che continuamente mi perseguitano in tanti diversi e scellerati peccati, che la lingua tua non gli potrebbe narrare e a udirlo ci verresti meno. Ma pure alcuna cosa te ne voglio dire, oltre a quel ch’Io t’ho decto, per darti piú materia di pianto e di compassione.

Eglino debbono stare in su la mensa della croce per sancto desiderio, e ine notricarsi del cibo de l’anime per onore di me. E benché ogni creatura che ha in sé ragione questo debba fare, molto maggiormente el debbano fare costoro che Io ho electi perché vi ministrino el Corpo e ’l Sangue di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, e perché vi diano exemplo di sancta e buona vita, e, con pena loro e con sancto e grande desiderio seguitando la mia Veritá, prendano el cibo de l’anime vostre. Ed essi hanno presa per mensa loro le taverne: ine, giurando e spergiurando, con molti miserabili difecti, pubblicamente, come[255] uomini aciecati e senza lume di ragione, sonno facti animali per li loro difecti e stanno in acti, in facti e in parole lascivamente.

E non sanno che si sia Officio; e se alcuna volta el dicono, el dicono con la lingua, e ’l cuore loro è dilunga da me! Essi stanno come ribaldi e barattieri; e poi che hanno giocata l’anima loro e messala nelle mani delle dimonia, ed essi giuocano e’ beni de la Chiesa, e la sustanzia temporale, la quale ricevono in virtú del Sangue, giuocano e sbaractano. Unde i poveri non hanno el debito loro; e la Chiesa n’è sfornita, e non con quelli fornimenti che le sonno necessari. Unde, perché essi sonno facti templo del diavolo, non si curano del templo mio. Ma quello adornamento, che debbono fare nel templo e nella Chiesa per riverenzia del Sangue, egli el fanno nelle case loro dove essi abitano. E peggio è però che essi fanno come lo sposo che adorna la sposa sua; cosí questi dimòni incarnati, del bene della Chiesa adornano la diavola sua, con la quale egli sta iniquamente e immondamente. E senza veruna vergogna le faranno andare, stare e venire, mentre ch’e’ miseri dimòni saranno a celebrare a l’altare. E non si curaranno che questa miserabile diavola vada, co’ figliuoli a mano, a fare l’offerta con l’altro popolo.

O dimòni sopra dimòni! Almeno le iniquitá vostre fussero piú nascoste negli occhi de’ vostri subditi; ché, facendole nascoste, offendete me e fate danno a voi, ma non fate danno al proximo, ponendo actualmente la vita vostra scellerata dinanzi a loro, però che per lo vostro exemplo gli sète materia e cagione, non che egli esca de’ peccati suoi, ma che egli caggia in quegli simili e maggiori che avete voi. È questa la puritá che Io richeggio al mio ministro quando egli va a celebrare a l’altare? Questa è la puritá che egli porta: che la mactina si levará con la mente contaminata e col corpo suo corrocto, stato e giaciuto nello immondo peccato mortale, e andará a celebrare. O tabernacolo del dimonio, dove è la vigilia della nocte col solenne e devoto Offizio? dove è la continua e devota orazione? Nel quale tempo della nocte tu ti debbi disponere al misterio che[256] hai a fare la mactina, con uno cognoscimento di te, cognoscendoti e reputandoti indegno a tanto misterio, e con uno cognoscimento di me che per la mia bontá te n’hoe facto degno e non per li tuoi meriti, e factoti mio ministro, acciò che ’l ministri a l’altre mie creature.

CAPITOLO CXXIV

Come ne’ predecti ministri regna el peccato contra natura, e d’una bella visione che questa anima ebbe sopra questa materia.

—Io ti fo a sapere, carissima figliuola, che tanta puritá Io richeggio a voi e a loro in questo sacramento, quanta è possibile a uomo in questa vita; in quanto da la parte vostra e loro ve ne dovete ingegnare d’acquistarla continuamente. Voi dovete pensare che, se possibile fusse che la natura angelica si purificasse, a questo misterio sarebbe bisogno che ella si purificasse; ma non è possibile, perché non ha bisogno d’essere purificata, perché in loro non può cadere veleno di peccato. Questo ti dico perché tu vega quanta puritá Io richeggio da voi e da loro in questo sacramento, e singularmente da loro. Ma el contrario mi fanno, però che tucti inmondi vanno a questo misterio; e non tanto della immondizia e fragilitá, a la quale sète inchinevoli naturalmente per fragile natura vostra (benché la ragione, quando el libero arbitrio vuole, fa stare queta la sua rebellione); ma e’ miseri non tanto che raffrenino questa fragilitá, ma essi fanno peggio, commectendo quel maledecto peccato contra natura. E come ciechi e stolti, obfuscato el lume de l’intellecto loro, non cognoscono la puzza e la miseria nella quale eglino sonno: che non tanto che ella puta a me, che so’ somma e etterna puritá (ed emmi tanto abominevole che per questo solo peccato profondâro cinque cittá per divino mio giudicio, non volendo piú sostener la divina giustizia, tanto mi dispiacque questo abominevole peccato); ma non tanto a me, come decto t’ho, ma a le demonia (le quali dimonia e’ miseri s’hanno facto[257] signori) lo’ dispiace. Non che lo’ dispiaccia el male perché lo’ piaccia alcuno bene, ma perché la natura loro fu natura angelica, e però la natura loro schifa di vedere o di stare a vedere commectere quello enorme peccato actualmente. Hagli bene inanzi gictata la saecta avelenata del veleno della concupiscenzia, ma, giognendo a l’acto del peccato, egli si va via per la cagione e per lo modo che decto t’ho.

Sí come tu sai, se bene ti ricorda innanzi la mortalitá, che Io el manifestai a te quanto m’era spiacevole, e quanto el mondo di questo peccato era corrocto. Unde, levando Io te sopra di te per sancto desiderio ed elevazione di mente, ti mostrai tucto quanto el mondo, e quasi in ogni maniera di gente tu vedevi questo miserabile peccato. E vedevi e’ dimòni, sí come Io ti mostrai, che fuggivano come decto è. E sai che fu tanta la pena che tu ricevesti nella mente tua e la puzza, che quasi ti pareva essere in su la morte. Tu non vedevi luogo dove tu e gli altri servi miei vi poteste ponere, acciò che questa lebbra non vi si ataccasse. E non vedevi di potere stare né tra piccoli né tra grandi, né vecchi né giovani, né religiosi né cherici, né prelati né subditi, né signori né servi, che di questa malediczione non fussero contaminati le menti e i corpi loro. Mostra’telo in generale, non ti dico, ne mostrai de’ particulari, se alcuno ce n’ha a cui non tocchi, ché pure tra’ gactivi ho riserbato alcuno de’ miei, de’ quali per le loro giustizie Io ritengo la mia giustizia che non comando a le pietre che si rivolgano contra di loro, né alla terra che gl’inghioctisca, né agli animali che gli devorino, né alle dimonia che ne portino l’anime e i corpi. Anco vo trovando le vie e i modi per poter lo’ fare misericordia, cioè perché correggano la vita loro; e mecto per mezzo e’ servi miei che sonno sani e non lebbrosi, perché per loro mi preghino.

E alcuna volta lo’ mostraròe questi miserabili peccati acciò che sieno piú solliciti a cercare la salute loro, offerendoli a me con maggiore compassione; e con dolore de’ loro difecti e de l’offesa mia pregare me per loro, sí come Io feci a te per lo modo che tu sai e decto t’ho. E se bene ti ricorda, facendoti sentire una sprizza di questa puzza, tu eri venuta a tanto che[258] tu non potevi piú, sí come tu dicesti a me:—O Padre etterno, abbi misericordia di me e delle tue creature! O tu mi traie l’anima del corpo, però che non pare che io possa piú; o tu mi dá refrigerio e mostrami in che luogo io e gli altri servi tuoi ci possiamo riposare, acciò che questa lebbra non ci possa nuocere né tollere la puritá de l’anime e de’ corpi nostri.—

Io ti risposi vollendomi verso di te con l’occhio della pietá, e dixi, e dico:—Figliuola mia, el vostro riposo sia di render gloria e loda al nome mio, e gittarmi oncenso di continua orazione per questi tapinelli che si sonno posti in tanta miseria, facendosi degni del divino giudicio per li loro peccati. El vostro luogo, dove voi stiate, sia Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, abitando e nascondendovi nella caverna del costato suo, dove voi gustarete, per affecto d’amore, in quella natura umana la natura mia divina. In quello cuore aperto trovarete la caritá mia e del proximo vostro, però che per onore di me, Padre etterno, e per compire l’obbedienzia ch’Io posi a lui per la salute vostra, corse a l’obbrobriosa morte della sanctissima croce. Vedendo voi e gustando questo amore, seguitarete la doctrina sua, notricandovi in su la mensa della croce, cioè portando per caritá, con vera pazienzia, el proximo vostro, pena, tormento e fadiga, da qualunque lato elle si vengano. A questo modo camparete e fuggirete la lebbra.—

Questo è il modo che Io diei e do a te e agli altri. Ma per tucto questo, da l’anima tua non si levava però el sentimento della puzza, né a l’occhio de l’intellecto la tenebre. Ma la mia providenzia providde; però che, comunicandoti del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tucto Dio e tucto uomo, sí come ricevete nel sacramento de l’altare, in segno che questo era veritá, levossi la puzza per l’odore che ricevesti nel sacramento, e la tenebre si levò per la luce che in esso sacramento ricevesti. E rimaseti, per admirabile modo, sí come piacque a la mia bontá, l’odore del Sangue nella bocca e nel gusto del corpo tuo per piú dí, sí come tu sai.

Sí che vedi, carissima figliuola, quanto m’è abominevole in ogni creatura: or ti pensa che molto maggiormente in questi[259] che Io ho tracti che vivano nello stato della continenzia. E fra questi continenti che sonno levati dal mondo, chi per religione e chi come pianta piantata nel corpo mistico della sancta Chiesa, tra’ quali sonno e’ ministri, non potresti tanto udire quanto piú mi dispiace questo peccato in loro; oltre al dispiacere che Io ricevo dagli uomini generali del mondo, e de’ particulari continenti, de’ quali Io t’ho decto; perché costoro sono lucerne poste in sul candelabro, ministratori di me, vero Sole, in lume di virtú, di sancta e onesta vita; ed essi ministrano in tenebre. E tanto sonno tenebrosi, che la sancta Scriptura, che in sé è illuminata, perché la trassero e’ miei electi col lume sopranaturale da me, vero lume (sí come in un altro luogo Io ti narrai), per la enfiata loro superbia, e perché sonno immondi e lascivi, non ne veggono né intendono altro che la corteccia, licteralmente, e quella ricevono senza alcuno sapore, perché ’l gusto de l’anima non è ordinato: anco è corrocto da l’amore proprio e da la superbia, ripieno lo stomaco della immondizia, desiderando di conpire i disordenati dilecti loro; ripieni di cupiditá e d’avarizia, e senza vergogna publicamente commectono e’ difecti loro. E l’usura, che è vetata da me, saranno molti miserabili che la commectaranno.

CAPITOLO CXXV

Come per gli predecti defecti li subditi non si correggono. E de’ defecti de’ religiosi. E come, per lo non correggere li predecti mali, molti altri ne seguitano.

—In che modo possono questi, pieni di tanti difecti, correggere e fare giustizia e riprendere i difecti de’ subditi loro? Non possono, perché i loro difecti lo’ tolgono l’ardire e ’l zelo della sancta giustizia. E se alcuna volta la facessero, sanno dire i subditi scellerati con loro insieme:—Medico, medica innanzi te medesimo, e poi medica me; e io pigliarò la medicina che tu mi darai. Egli è in maggiore difecto che non so’ io, e dice[260] male a me!—Male fa colui la cui reprensione è solo con la parola e non con buona e ordinata vita: non che egli non debba però riprendere il male (o buono o gattivo che egli si sia) nel suo subdito; ma male fa che egli non corregge con sancta e onesta vita. E molto peggio fa colui che, per qualunque modo gli è facta la reprensione, o da buono o da gattivo pastore che sia, che egli non la riceve umilemente, correggendo la vita sua scellerata; però che egli fa male pure a sé e non altrui, ed egli è quello che sosterrá le pene de’ difecti suoi.

Tucti questi mali, carissima figliuola, adivengono per non correggere con buona e sancta vita. Perché non correggono? Perché sonno acciecati da l’amore proprio di loro medesimi, nel quale amore proprio sonno fondate tucte le loro iniquitá, e non mirano se none in che modo possano compire i loro disordinati dilecti e piaceri, e subditi e pastori, e cherici e religiosi. Doh! figliuola mia dolce, dove è l’obbedienzia de’ religiosi, e’ quali sonno posti nella sancta religione come angeli, ed eglino sonno peggio che dimòni; posti perché adnunzino la parola mia in doctrina e in vita, e essi gridano solo col suono della parola, e però non fanno fructo nel cuore de l’uditore? Le loro predicazioni sonno facte piú a piacere degli uomini e per dilectare l’orecchie loro che ad onore di me; e però studiano non in buona vita, ma in favellare molto pulito.

Questi cotali non seminano el seme mio in veritá, perché non actendono a divellere i vizi e piantare le virtú. Onde, perché non hanno tracte le spine de l’orto loro, non si curano di trarle de l’orto del loro proximo. Tucti e’ loro dilecti sonno d’adornare i corpi e le celle loro e d’andare discorrendo per le cittá. E adiviene di loro come del pesce, el quale, stando fuore de l’acqua, muore. Cosí questi cotali religiosi con vana e disonesta vita, stando fuore della cella, muoiono. Partonsi dalla cella, della quale si debba fare un cielo, e vanno per le contrade cercando le case de’ parenti e d’altre genti secolari, secondo che piace a’ loro miseri subditi e a’ gattivi prelati, che gli hanno legati longhi e none corti. E come miserabili pastori non si curano di vedere il loro frate subdito nelle mani delle[261] dimonia, anco spesse volte essi stessi ve ne mectono; e alcuna volta, cognoscendo che essi sonno dimòni incarnati, gli mandaranno per li monasterii a quelle che sonno dimonie incarnate con loro insieme, e cosí l’uno guasta l’altro con molti e sottili ingegni ed inganni. E il loro principio porrá el dimonio socto colore di devozione; ma perché la vita loro è lasciva e miserabile, non sta molto colorato col colore della devozione: anco subbito appariscono e’ fructi delle loro devozioni: prima si veggono e’ fiori puzzolenti de’ disonesti pensieri con le foglie corrocte delle parole, e con miserabili modi compiono e’ desidèri loro. E’ fructi che se ne vegono, bene lo sai tu che n’hai veduti, che sonno e’ figliuoli. E spesse volte si conducono a tanto che l’uno e l’altra esce della sancta religione. Egli è facto uno ribaldo, ed ella una publica meretrice.

Di tucti questi mali e di molti altri sono cagione i prelati, perché non ebbero l’occhio sopra el loro subdito, anco gli davano largo, ed esso medesimo el mandava e faceva vista di non vedere le miserie sue. E perché il subdito non si dilectòe della cella, cosí per difecto dell’uno e de l’altro n’è rimaso morto. La lingua tua non potrebbe narrare tanti difecti, né per quanti miserabili modi essi m’offendono. Facti sonno arme del diavolo, e con le puzze loro avelenano dentro e di fuore. Di fuore ne’ secolari, e dentro nella religione. Privati sonno della caritá fraterna, e ogniuno vuole essere il maggiore e ogniuno mira di possedere. Unde essi fanno contra el comandamento e contra el voto che hanno facto. Essi hanno facta promessa d’observare l’ordine, ed eglino il trappassano: ché non tanto che l’observino eglino, ma essi faranno come lupi affamati sopra gli agnelli che vorranno essere observatori de l’ordine, beffandoli e schernendoli. E credono, e’ miserabili, con le persecuzioni, beffe e scherni che fanno a’ buoni religiosi e observatori de l’ordine, ricoprire i difecti loro: ed essi gli scuoprono molto piú. E tanto male è venuto ne’ giardini delle sancte religioni, però che sancte sonno in loro, perché sonno facte e fondate dallo Spirito sancto; e però l’ordine, in sé, non può essere guasto né corrocto per lo difecto del subdito né del prelato. E però[262] colui che vuole intrare ne l’ordine non debba mirare a quegli che sonno gattivi, ma debba navigare sopra le braccia de l’ordine, che non è infermo né può infermare, observandolo infino alla morte. Dicevoti che a tanto erano venuti per li mali correggitori e per li gattivi subditi, che quelli, che tengono l’ordine schiectamente, lo’ pare che trapassino l’ordine, non tenendo i loro costumi e non observando le loro cerimonie, le quali hanno ordinate e observanole negli occhi de’ secolari, volendo compiacere, per mantellare i difecti loro.

Sí che vedi che il primo voto de l’obbedienzia, d’observare l’ordine, non l’adempiono; della quale obbedienzia in un altro luogo ti parlarò. Fanno voto ancora d’observare volontaria povertá e d’essere continenti. Questo come essi l’observano, mira le possessioni e la molta pecunia che essi tengono in particulare, separati dalla caritá comune di comunicare co’ frati suoi le substanzie temporali e le spirituali, sí come vuole l’ordine della caritá e l’ordine suo. Ed essi non vogliono ingrassare altro che loro e gli animali; e l’una bestia nutrica l’altra, e il suo povero frate muore di freddo e di fame. E poi che è bene foderato egli e ha le buone vivande, di lui non pensa, né con lui si vuole ritrovare a la povera mensa del refectorio. El suo dilecto è di potere stare dove egli si possa empire di carne e saziare la gola sua. Impossibile gli è a questo cotale di observare il terzo voto della continenzia, però che ’l ventre pieno non fa la mente casta, anco diventano lascivi con disordinati riscaldamenti. E cosí vanno di male in male, e molto ne l’adiviene del male per lo possedere; perché, se essi non avessero che spendere, non viverebbero tanto disordinatamente e non avarebbero le curiose amistá, però che, non avendo che donare, non si tiene l’amore né l’amistá, che è fondata per amore del dono e per alcuno dilecto e piacere che l’uno traie de l’altro, e non in perfecta caritá.

Oh miseri, posti in tanta miseria per li loro difecti, e da me sonno posti in tanta dignitá! Essi fuggono dal coro, come se fusse uno veleno. E se essi vi stanno, gridano con la voce, e il cuore loro è dilonga da me. A la mensa de l’altare se[263] l’hanno presa per una consuetudine d’andarvi senza veruna disposizione, sí come a la mensa corporale. Tucti questi mali e molti altri, de’ quali Io non ti voglio piú dire per non appuzzare l’orecchie tue, seguitano per difecto de’ gattivi pastori, che non correggono né puniscono e’ difecti de’ subditi e non si curano né sonno zelanti che l’ordine sia observato, perché essi non sonno observatori de l’ordine. Porranno bene le pietre in capo, delle grandi obbedienzie, a coloro che ’l vogliono observare, punendoli delle colpe che non hanno commesse. E tucto questo fanno, perché in loro non riluce la margarita della giustizia, ma della ingiustizia. E però ingiustamente dánno, a colui che merita grazia e benivolenzia, penitenzia e odio: a quegli che sonno membri del diavolo, come eglino, dánno amore dilecto e stato, commectendo in loro gli offizi de l’ordine. Come aciecati vivono, e come aciecati dánno gli offizi e governano e’ subditi. E se essi non si correggono, con questa ciechitá giongono a la tenebre de l’etterna danazione, e convie’ lo’ rendere ragione a me, sommo giudice, de l’anime de’ subditi loro: male e gattivamente me la possono rendere, e però ricevono da me, giustamente, quello che hanno meritato.

CAPITOLO CXXVI

Come ne’ predecti iniqui ministri regna el peccato de la luxuria.

—Decto t’ho, carissima figliuola, alcuna sprizzarella della vita di coloro che vivono nella sancta religione, con quanta miseria egli stanno ne l’ordine col vestimento della pecora, ed essi sonno lupi rapaci. Ora ti ritorno a’ cherici e ministri della sancta Chiesa, lamentandomi con teco de’ loro difecti, oltre a quegli che Io t’ho narrati, sopra tre colonne di vizi, de’ quali un’altra volta ti mostrai, lagnandomi con teco di loro: cioè della immondizia e della infiata superbia e della cupiditá, ché per cupiditá vendevano la grazia dello Spirito sancto, sí come Io t’ho decto.[264]

Di questi tre vizi l’uno dipende da l’altro, e il loro fondamento di queste tre colonne è l’amore proprio di loro medesimi. Queste tre colonne, mentre che elle stanno ricte, che per forza de l’amore delle virtú elle non diano a terra, sonno sufficienti a tenere l’anima ferma e obstinata in ogni altro vizio. Però che tucti e’ vizi, come decto t’ho, nascono da l’amore proprio, perché da l’amore proprio nasce il principale vizio della superbia; e l’uomo superbo è privato della dileczione della caritá, e da la superbia viene alla immondizia e a l’avarizia. E cosí s’incatenano essi medesimi con la catena del diavolo.

Ora ti dico, carissima figliuola, guarda con quanta miseria d’inmondizia essi lordano el corpo e la mente loro, sí come decto Io te n’ho alcuna cosa. Ma un’altra te ne voglio dire, perché tu cognosca meglio la fontana della mia misericordia e abbi maggiore compassione a’ miserabili a cui tocca. E’ sonno alcuni che tanto sonno dimòni, che, non che essi abbino in reverenzia el sacramento e tengano cara la excellenzia loro nella quale Io gli ho posti per la mia bontá, ma essi, come al tucto fuore della memoria, per l’amore che avaranno posto ad alcune creature, e non potendo avere di loro quello che desiderano, faranno con incantagioni di dimonia e col sacramento che v’è dato in cibo di vita, faranno malie per volere compire i loro miserabili e disonesti pensieri e volontá loro mandarle in effecto. E quelle pecorelle, delle quali essi debbono avere cura e pascere l’anime e i corpi loro, essi le tormentano in questi cotali modi e in molti altri, e’ quali Io trapassarò per non darti piú pena. Sí come tu hai veduto, le fanno andare sciarrate fuore della memoria, venendo lo’ in volontá, per quello che quel dimonio incarnato l’ha facto, di fare quello che elle non vogliono; e per la resistenzia che elle fanno a loro medesime, e’ corpi loro ne ricevono gravissime pene. Questo e molti altri miserabili mali e’ quali tu sai, e non bisogna che Io te li narri, chi l’ha facto? la disonesta e miserabile vita sua.

O carissima figliuola, la Carne che è levata sopra tucti e’ cori degli angeli, per la natura mia divina unita con la natura vostra umana, questi la dánno a tanta miseria. O abominevole[265] e miserabile uomo, non uomo, ma animale, che la carne tua, unta e consacrata a me, tu la dái alle meritrici e anco peggio! A la carne tua e di tucta l’umana generazione fu tolta la piaga, che Adam l’aveva facta per lo peccato suo, in sul legno della sanctissima croce col Corpo piagato de l’unigenito mio Figliuolo. O misero! Egli ha facto a te onore; e tu gli fai vergogna! Egli t’ha sanate le piaghe col sangue suo, e piú, ché ne se’ facto ministro; e tu el percuoti con lascivi e disonesti peccati! Il pastore buono ha lavate le pecorelle nel sangue suo; e tu gli lordi quelle che sonno pure, tu ne fai la tua possibilitá di mecterle nel letame. Tu debbi essere specchio d’onestá; e tu se’ specchio di disonestá. Tucte le membra del corpo tuo hai dirizzate in adoperarle miserabilemente, e fai el contrario di quello che per te ha facto la mia Veritá. Io sostenni che li fussero fasciati gli occhi per te illuminare; e tu con gli occhi tuoi lascivi gitti saette avelenate ne l’anima tua e nel cuore di coloro in cui con tanta miseria raguardi. Io sostenni che Elli fusse abeverato di fiele e d’aceto; e tu, come animale disordinato, ti dilecti in cibi delicati, facendoti del ventre tuo Dio. Nella lingua tua stanno disoneste e vane parole; con la quale lingua tu se’ tenuto d’amonire il proximo tuo e d’anunziare la parola mia e dire l’Offizio col cuore e con la lingua tua, e Io non ne sento altro che puzza, giurando e spergiurando come se tu fussi uno baractiere, e spesse volte bastemiandomi. Io sostenni che li fussero legate le mani per sciogliere te e tucta l’umana generazione dal legame della colpa, e le mani tue unte e consacrate ministrando el sanctissimo Sacramento; e tu laidamente le exerciti in miserabili toccamenti. Tucte le tue operazioni, le quali s’intendono per le mani, sonno corrocte e di rizzate nel servizio del dimonio. Oh! misero, e Io t’ho posto in tanta dignitá perché tu serva solamente a me, te ed ogni creatura che ha in sé ragione!

Io volsi che gli fussero conficti e’ piei, facendoti scala del Corpo suo; e il costato aperto, acciò che tu vedessi el secreto del cuore, Io ve l’ho posto per una bottiga aperta dove voi potiate vedere e gustare l’amore ineffabile che Io v’ho, trovando e vedendo la natura mia divina unita nella natura vostra umana:[266] ine vedi che ’l Sangue, il quale tu ministri, Io te n’hoe facto bagno per lavare le vostre iniquitá. E tu del tuo cuore hai facto tempio del dimonio. E l’affecto tuo, il quale è significato per li piei, non tiene né offera a me altro che puzza e vitoperio; e’ piei de l’affecto tuo non portano l’anima altro che ne’ luoghi del dimonio. Sí che con tucto el corpo tuo tu percuoti el Corpo del Figliuolo mio, facendo tu el contrario di quello che ha facto Egli e di quello che tu e ogni creatura sète tenuti e obligati di fare. Questi strumenti del corpo tuo hanno ricevuto in male il suono, perché le tre potenzie de l’anima tua sonno congregate nel nome del dimonio; colá dove tu le debbi congregare nel nome mio.

La memoria tua debba essere piena de’ benefizi miei, e’ quali tu hai ricevuti da me; ed ella è piena di disonestá e di molti altri mali. L’occhio de l’intellecto el debbi ponere col lume della fede ne l’obiecto di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, di cui tu se’ facto ministro; e tu gli hai posto dinanzi delizie, stati e ricchezza del mondo con misera vanitá. L’affecto tuo debba solamente amare me senza alcuno mezzo; e tu l’hai posto miseramente in amare le creature e nel corpo tuo, e i tuoi animali amarai piú che me. E chi mel dimostra? la tua impazienzia che tu hai verso di me quando Io ti tollesse la cosa che tu molto ami, e il dispiacimento che tu hai al proximo tuo quando ti paresse ricevere alcuno danno temporale da lui, e odiandolo e bastemmiandolo ti parti dalla caritá mia e sua. Oh! disaventurato te! se’ facto ministro del fuoco della divina mia caritá; e tu, per li tuoi propri e disordinati dilecti e per picciolo danno che ricevi dal proximo tuo, la perdi.

O figliuola carissima, questa è una di quelle tre miserabili colonne che Io ti narrai.[267]

CAPITOLO CXXVII

Come ne’ predecti ministri regna l’avarizia, prestando ad usura; ma singularmente vendendo e comprando li benefizi e le prelazioni. E de’ mali che per questa cupiditá sono advenuti ne la sancta Chiesa.

—Ora ti dirò della seconda, cioè de l’avarizia; ché quello che il mio Figliuolo ha dato in tanta larghezza (unde tu el vedi tucto aperto il Corpo suo in sul legno della croce che da ogni parte versa), e non l’ha ricomprato d’oro né d’argento, anco di sangue; per larghezza d’amore non ci capie solo una metá del mondo, ma tucta l’umana generazione, e’ passati, e’ presenti e i futuri. Non v’è ministrato Sangue che non v’abbi ministrato e dato fuoco, perché per fuoco d’amore egli ve l’ha dato; né fuoco né Sangue senza la natura mia divina, perché perfectamente si uní la natura divina nella natura umana; e di questo Sangue unito per larghezza d’amore, te misero Io n’ho facto ministro: e tu, con tanta avarizia e cupiditá, quello che il mio Figliuolo ha acquistato in su la croce (ciò sonno l’anime ricomprate con tanto amore), e quello che Elli t’ha dato essendo facto ministro del Sangue, e tu ne se’ facto, misero, in tanta strectezza che per avarizia ti poni a vendere la grazia dello Spirito sancto, volendo che i tuoi subditi si ricomprino da te, quando ti chieggono, quello che tu hai ricevuto in dono.

La tua gola non hai disposta a mangiare anime per onore di me, ma a devorare pecunia. E tanto se’ facto strecto in caritá di quel che tu hai ricevuto in tanta larghezza, che Io non cappio in te per grazia, né il proximo tuo per amore. La substanzia che tu ricevi temporale in virtú di questo Sangue, la ricevi largamente; e tu, misero avaro, non se’ buono altro che per te, e come ladro e furo, degno della morte etternale, imboli quel de’ poveri e della sancta Chiesa, e spendilo luxuriosamente con femmine e uomini disonesti e co’ parenti tuoi, e spendilo in delizie e règgine i tuoi figliuoli.[268]

O miserabili, dove sonno e’ figliuoli delle reali e dolci virtú, le quali tu debbi avere? dove è l’affocata caritá con che tu debbi ministrare? dove è l’ansietato desiderio de l’onore di me e salute de l’anime? dove è il crociato dolore che tu debbi portare di vedere il lupo infernale che ne porta le tue pecorelle? Non ci è, perché nel tuo cuore strecto non v’è né amore di me né di loro: tu ami solamente te medesimo d’amore proprio sensitivo, col quale amore aveleni te e altrui. Tu se’ quel dimonio infernale che le inghioctisci con disordinato amore; altro non appetisce la gola tua, e però non ti curi perché ’l dimonio invisibile ne le porti: tu, esso dimonio visibile, ne se’ facto istrumento a mandarle a l’inferno. Cui ne vesti e ne ingrassi di quel della Chiesa? te e gli altri dimòni con teco insieme e gli animali, cioè i grossi cavagli che tu tieni per tuo dilecto disordinato e non per necessitá. E tu debbi tenere per necessitá e non per dilecto; questi dilecti sonno degli uomini del mondo, e i tuoi dilecti debbono essere i poveri e il visitare gl’infermi, sovenendoli ne’ loro bisogni spiritualmente e tenporalmente, però che per altro non t’ho Io facto ministro né dátati tanta dignitá. Ma, perché tu se’ facto animale bruto, però ti dilecti in essi animali. Tu non vedi, ché, se tu vedessi e’ supplíci che ti sonno apparecchiati se tu non ti correggi, tu non faresti cosí: anco ti dorresti di quello che tu hai facto nel tempo passato e correggeresti el presente.

Vedi quanto, carissima figliuola, Io ho ragione di lagnarmi di questi miseri, e quanta larghezza Io ho usata in loro; ed essi verso me tanta strectezza. Che piú? Come Io ti dixi, saranno alcuni che prestaranno a usura; non che tengano la tenda come i publichi usurai, ma con molto soctili modi vendaranno el tempo al proximo loro per la loro cupiditá; la qual cosa non è licita per veruno modo del mondo. Se egli fusse uno presente d’una piccola cosa, e con la sua intenzione egli el ricevesse per prezzo sopra el servizio che egli ha facto a colui prestandoli el suo, quello è usura, e ogni altra cosa che ricevesse per quel tempo, come decto è. E Io ho posto il misero che le vieti a’ secolari, e egli fa quel medesimo e piú; ché, andandoli uno a chiedere[269] consiglio sopra questa materia, perché egli è in quello simile difecto e perché egli ha perduto il lume della ragione, el consiglio che egli li dae è tenebroso e passionato, per quella passione che è dentro ne l’anima sua.

Questo e molti altri difecti nascono dal cuore suo strecto, cupido e avaro. E’ si può dire quella parola che dixe la mia Veritá quando entrò nel tempio, che egli vi trovò coloro che vendevano e compravano, cacciandoli fuore con la ferza della fune, dicendo:—«Della casa del Padre mio, che è casa d’orazione, n’avete facta spilonca di ladroni».—

Tu vedi bene, dolcissima figliuola, che egli è cosí che della Chiesa mia, che è luogo d’orazione, n’è facto spilonca di ladroni: eglino vendono e comprano, e hanno facta mercanzia della grazia dello Spirito sancto. Unde tu vedi che chi vuole le prelazioni e i benefizi della sancta Chiesa, gli comprano con molti presenti, presentando quegli che sonno d’atorno di derrate e di denari; e i miserabili non raguardano che elli sia buono piú che gattivo, ma, per compiacerli e per amore del dono che hanno ricevuto, s’ingegnano di mectere questa pianta putrida nel giardino della sancta Chiesa, e faranno per questo, e’ miseri, buona relazione di lui a Cristo in terra. E cosí l’uno e l’altro usano la falsitá e l’inganno verso Cristo in terra, colá dove essi debbono andare schiecti e con ogni veritá. Ma se il vicario del mio Figliuolo s’avede de’ difecti dell’uno e de l’altro, li debba punire: e a colui tollere l’offizio suo, se non si corregge e non amenda la sua mala vita; e a colui che compra gli starebbe bene che egli li desse, in quello scambio, la pregione, sí che egli sia correcto del suo difecto, e gli altri ne prendano exemplo e temano, acciò che neuno si levi piú a farlo. Se Cristo in terra el fa, fa el debito suo; e se non el fa, non sará impunito questo peccato, quando li converrá rendere ragione dinanzi a me delle sue pecorelle.

Credemi, figliuola mia, che oggi egli non si fa, e però è venuta la Chiesa mia in tanti difecti e abominazioni. Essi non cercano né vanno investigando de la vita loro, quando dánno le prelazioni, se essi sono buoni o gattivi; e se alcuna cosa[270] ne cercano, ne dimandano e cercano da coloro che sonno gattivi con loro insieme, e’ quali non renderebbero altro che buona testimonianza, perché quegli simili difecti sonno in loro medesimi. E non raguardano ad altro se non a grandezza di stato e a gentilezza e a ricchezza e che sappiano parlare molto polito. E peggio, ché alcuna volta allegará el concestoro che egli abbi bella persona. Odi cose di dimòni! ché dove essi debbono cercare l’adornamento e bellezza delle virtú, ed essi raguardano a la bellezza del corpo! Debbono cercare gli umili poverelli che per umilitá fuggano le prelazioni, ed essi tolgono coloro che vanamente e con infiata superbia le cercano.

Mirano a la scienzia. La scienzia in sé è buona e perfecta, quando lo scienziato ha insiememente la scienzia e la buona e onesta vita e con vera umilitá. Ma se la scienzia è nel superbo, disonesto e scellerato nella vita sua, ella è uno veleno, e della Scriptura non intende se non secondo la lectera: in tenebre l’intende perché ha perduto el lume della ragione e ha obfuscato l’occhio de l’intellecto suo. Nel quale lume, col lume sopranaturale, fu dichiarata e intesa la sancta Scriptura, sí come in un altro luogo piú chiaramente ti dixi. Sí che vedi che la scienzia è buona in sé, ma none in colui che non l’usa come egli la debba usare: anco gli sará fuoco pennace se egli non correggerá la vita sua. E però debbono piú tosto raguardare a la sancta e buona vita che allo scienziato che gattivamente guidi la vita sua. Ed eglino ne fanno el contrario: anco e’ buoni e virtuosi, che siano grossi in scienzia, reputano macti e sonno spregiati da loro; e i povaregli schifano, perché non hanno che donare.

Sí che vedi che nella casa mia, che debba essere casa d’orazione, e dove debba rilucere la margarita della giustizia e il lume della scienzia con onesta e sancta vita, e debbavi essere l’odore della veritá, ed egli v’abbonda la menzogna. Debbono possedere povertá volontaria, e con vera sollicitudine conservare l’anime e trarle delle mani delle dimonia; ed essi appetiscono ricchezze. E tanto hanno presa la cura delle cose temporali che al tucto hanno abandonata la cura delle spirituali, e non actendono ad altro che a giuoco e a riso e a crescere[271] e multiplicare le substanzie temporali. E’ miseri non s’avegono che questo è il modo da perderle, però che, se eglino abondassero in virtú e pigliassero la cura delle spirituali, sí come debbono, abbondarebbero nelle temporali. E molte rebellioni ha avute la sposa mia di quelle che ella non avarebbe avute. Eglino debbono lassare i morti sepellire a’ morti, ed essi debbono seguitare la doctrina della mia Veritá e compire in loro la volontá mia, cioè fare quello per che Io gli ho posti. Ed essi fanno tucto el contrario, ché le cose morte e transitorie si pongono a sepellire con disordinato affecto e sollicitudine, e tragono l’officio di mano agli uomini del mondo. Questo è spiacevole a me e danno a la sancta Chiesa. Debbonle lassare a loro, e l’uno morto sepellisca l’altro, cioè che coloro, che sonno posti a governare le cose temporali, le governino.

E perché ti dixi «l’uno morto sepellisca l’altro»? Dico che «morto» s’intende in due modi: l’uno è quando ministra e governa le cose corporali con colpa di peccato mortale per disordinato affecto e sollicitudine; l’altro modo è perché egli è offizio del corpo che sonno cose manuali, e il corpo è cosa morta, che non ha vita in sé se non quanto l’ha tracta da l’anima, e participa della vita mentre che l’anima sta nel corpo, e piú no.

Debbano dunque questi miei unti, che debbono vivere come angeli, lassare le cose morte a’ morti ed essi governare l’anime, che sonno cosa viva e non muoiono mai quanto che ad essere, governandole e ministrando lo’ e’ sacramenti e i doni e le grazie dello Spirito sancto, e pascerle del cibo spirituale con buona e sancta vita. A questo modo sarebbe la casa mia casa d’orazione, abondando delle grazie e virtú loro. E perché essi nol fanno, ma fanno el contrario, posso dire che ella sia facta spilonca di ladroni, perché son facti mercatanti per avarizia, vendendo e comprando, come decto è. Ed è facta receptacolo d’animali, perché vivono come animali bruti disonestamente; unde per questo n’hanno facta stalla, perché ine giacciono nel loto della disonestá, e cosí tengono le dimonia loro nella Chiesa, come lo sposo tiene la sposa nella casa sua.[272]

Sí che vedi quanto male, e molto piú, e quasi senza comparazione che quello che Io t’ho narrato, el quale nasce da queste due colonne fetide e puzzolenti, cioè la immondizia e la cupiditá e avarizia.

CAPITOLO CXXVIII

Come ne’ predecti ministri regna la superbia, per la quale si perde el cognoscimento; e come, avendo perduto el cognoscimento, caggiono in questo defecto, cioè che fanno vista di consecrare e non consacrano.

—Ora ti voglio dire della terza, cioè della superbia, che, perché Io te l’abbi posta per l’ultima, ella è ultima e prima, perché tucti e’ vizi sonno conditi dalla superbia, sí come le virtú sonno condite e ricevono vita dalla caritá.

E la superbia nasce ed è nutricata da l’amore proprio sensitivo, del quale Io ti dixi che era fondamento di queste tre colonne e di tucti quanti e’ mali che commectono le creature: però che chi ama sé di disordinato amore, è privato de l’amore di me perché non m’ama; e, non amandomi, m’offende, perché non observa el comandamento della legge, cioè d’amare me sopra ogni cosa e il prossimo come se medesimo. Questa è la cagione che, amandosi d’amore sensitivo, essi non servono né amano me, ma servono e amano el mondo: perché l’amore sensitivo né il mondo non hanno conformitá con meco. Non avendo conformitá insieme, di bisogno è che chi ama el mondo d’amore sensitivo e servelo sensitivamente, odii me; e chi ama me in veritá, odii el mondo. E però dixe la mia Veritá che neuno può servire a due signori contrari, però che, se egli serve a l’uno, sará incontempto a l’altro. Sí che vedi che l’amore proprio priva l’anima della mia caritá e vestela del vizio della superbia, unde nasce ogni difecto per lo principio de l’amore proprio.

D’ogni creatura la quale ha in sé ragione mi doglio e mi lamento, ma singularmente degli unti miei, e’ quali debbono essere umili sí perché ogniuno debba avere la virtú de l’umilitá, la quale nutrica la caritá, e sí perché sonno facti ministri[273] de l’umile e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo. E non si vergognano essi e tucta l’umana generazione d’insuperbire vedendo me, Dio, umiliato a l’uomo, dandovi el Verbo del mio Figliuolo nella carne vostra? E questo Verbo veggono, per l’obbedienzia ch’Io li posi, corrire e umiliarsi a l’obrobriosa morte della croce. Egli ha el capo chinato per te salutare, la corona in capo per te ornare, le braccia stese per te abracciare e i piei conficti per teco stare. E tu, misero uomo, che se’ facto ministro di questa larghezza e di tanta umilitá, debbi abbracciare la croce; e tu la fuggi ed abracciti con le inique e inmonde creature. Tu debbi stare fermo e stabile, seguitando la doctrina della mia Veritá, conficcando il cuore e la mente tua in Lui; e tu ti vòlli come la foglia al vento, e per ogni cosa vai a vela. Se ella è prosperitá, ti muovi con disordinata allegrezza; e se ella è adversitá, ti muovi per impazienzia, e cosí trai fuore il mirollo della superbia, cioè la impazienzia; però che come la caritá ha per suo merollo la pazienzia, cosí la impazienzia è il merollo della superbia. Unde d’ogni cosa si turbano e si scandalizzano coloro che sonno superbi e iracundi.

E tanto m’è spiacevole la superbia, che ella cadde di cielo quando l’angelo volse insuperbire. La superbia non saglie in cielo, ma vanne nel profondo de l’inferno; e però dixe la mia Veritá: «Chi si exaltará, cioè per superbia, sará umiliato; e chi se umilia, sará exaltato». In ogni generazione di gente mi dispiace la superbia, ma molto piú in questi ministri, sí come Io t’ho decto, perché Io gli ho posti nello stato umile a ministrare l’umile Agnello; ma essi fanno tucto el contrario. E come non si vergogna el misero sacerdote d’insuperbire, vedendo me umiliato a voi dandovi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo? E loro n’ho facti ministri, e il Verbo per l’obbedienzia mia s’è umiliato a l’obrobriosa morte della croce! Egli ha el capo spinato; e questo misero leva el capo contra me e contra el proximo suo, e d’agnello umile, che egli debba essere, è facto montone con le corna della superbia, e chiunque se gli accosta, percuote.

O disaventurato uomo! Tu non pensi che tu non puoi escire di me. È questo l’officio che Io t’ho dato, che tu percuota me[274] con le corna della superbia tua, facendo ingiuria a me e al proximo tuo, e con ingiuria e con ignoranzia conversi con lui? È questa la mansuetudine con che tu debbi andare a celebrare il Corpo e ’l Sangue di Cristo mio Figliuolo? Tu se’ facto come uno animale feroce, senza veruno timore di me. Tu devori el proximo tuo e stai in divisione, e facto se’ acceptatore delle creature, acceptando quelli che ti servono e che ti fanno utilitá, o altri che ti piaccino che siano di quella medesima vita che tu; e’ quali tu debbi correggere e dispregiare i difecti loro. E tu fai el contrario, dando lo’ exemplo che faccino quello, e peggio. Ma se tu fussi buono, el faresti; ma, perché tu se’ gattivo, non sai riprendere né ti dispiace il difecto altrui.

Tu dispregi gli umili e virtuosi poveregli. Tu li fuggi: ma tu hai ragione di fuggirli, poniamo che tu nol debba fare; tu li fuggi perché la puzza del vizio tuo non può sostenere l’odore della virtú. Tu ti rechi a vile di vederti a l’uscio e’ miei poveregli. Tu schifi ne’ loro bisogni d’andare a visitarli: vedili morire di fame e non li sovieni. E tucto questo fanno le corna della superbia, che non si vogliono inchinare a usare uno poco d’acto d’umilitá. Perché non s’inchina? perché l’amore proprio, che notrica la superbia, non l’ha punto tolto da sé; e però non vuole conscendere né ministrare a’ poveregli né substanzia temporale né la spirituale senza rivendaría.

O maladecta superbia, fondata ne l’amore proprio, come hai acciecato l’occhio de l’intellecto loro per sí facto modo, che, parendo lo’ amare e essere teneri di loro medesimi, essi ne sonno facti crudeli; e parendo lo’ guadagnare, pérdono; parendo lo’ stare in delizie e in ricchezze e in grande altezza, essi stanno in grande povertá e miseria, perché sonno privati della ricchezza della virtú; sonno discesi da l’altezza della grazia alla bassezza del peccato mortale. Par lo’ vedere; ed e’ sonno ciechi, perché non conoscono loro né me. Non conoscono lo stato loro né la dignitá dove Io gli ho posti, né conoscono la fragilitá del mondo e la poca fermezza sua; però che, se ’l cognoscessero, non se ne farebbero Dio. Chi l’ha tolto il[275] cognoscimento? la superbia. E a questo modo sonno diventati dimòni, avendoli Io electi per angeli e perché siano angeli terrestri in questa vita; ed essi caggiono da l’altezza del cielo alla bassezza della tenabre. E tanta è multiplicata la tenebre e la loro iniquitá, che alcuna volta caggiono nel difecto che Io ti dirò.

Sono alcuni che sonno tanto dimòni incarnati, che spesse volte faranno vista di consecrare, e non consecraranno, per timore del mio giudicio, e per tollersi ogni freno e timore del loro mal fare. Sarannosi levati la mactina dalla immondizia, e la sera dal disordinato mangiare e bere. Saragli bisogno di satisfare al popolo, e egli, considerando le sue iniquitá, vede che con buona conscienzia egli non debba né può celebrare. Unde gli viene un poco di timore del mio giudicio; non per odio del vizio, ma per amore proprio che egli ha a se medesimo. Vedi, carissima figliuola, quanto egli è cieco! Non ricorre egli a la contrizione del cuore e al dispiacimento del difecto suo con proponimento di correggersi; anco piglia questo remedio: che non consecrará. E, come cieco, non vede che l’errore e il difecto di poi è maggiore che quello di prima, perché fa el popolo idolatro, facendo lo’ adorare quella ostia, non consecrata, per lo Corpo e Sangue di Cristo, mio unigenito Figliuolo tucto Dio e tucto Uomo, sí come Egli è quando è consecrato: ed egli è solamente pane.

Or vedi quanta è questa abominazione e quanta è la pazienzia mia che gli sostengo! Ma se essi non si correggeranno, ogni grazia lo’ tornerá a giudicio. Ma che dovarebbe fare il popolo acciò che non venisse in quello inconveniente? Debba orare con condiczione: se questo ministro ha decto quel che debba dire, credo veramente che tu sia Cristo Figliuolo di Dio vivo, dato a me in cibo dal fuoco della tua inextimabile caritá, e in memoria della tua dolcissima passione e del grande benefizio del Sangue, il quale spandesti con tanto fuoco d’amore per lavare le nostre iniquitá. Facendo cosí, la ciechitá di colui non lo’ dará tenebre, adorando una cosa per un’altra: benché la colpa di peccato è solo del miserabile ministro, ma eglino pure ne l’acto farebbero quello che non si debba fare.[276]

O dolcissima figliuola, chi tiene la terra che non gl’inghioctisce? chi tiene la mia potenzia che non gli fa essere immobili e statue ferme innanzi a tucto el popolo per loro confusione? La misericordia mia. E tengo me medesimo, cioè che con la misericordia tengo la divina mia giustizia per vincerli per forza di misericordia. Ma essi, come obstinati dimòni, non cognoscono né veggono la misericordia mia; ma, quasi come se credessero avere per debito ciò che egli hanno da me, perché la superbia gli ha aciecati, non veggono che l’hanno solo per grazia e non per debito.

CAPITOLO CXXIX

Di molti altri defecti e’ quali per superbia e per l’amore proprio si comectono.

—Tucto questo t’ho decto per darti piú materia di pianto e d’amaritudine della ciechitá loro, cioè di vederli stare in stato di dannazione, e perché tu cognosca meglio la misericordia mia, acciò che tu in questa misericordia pigli fiducia e grandissima sicurtá, offerendo loro ministri della sancta Chiesa e tucto quanto el mondo dinanzi a me, chiedendo a me, per loro, misericordia. E quanto piú per loro m’offerirai dolorosi e amorosi desidèri, tanto piú mi mostrarrai l’amore che tu hai a me. Però che quella utilitá che tu a me none puoi fare, né tu né gli altri servi miei, dovete farla e mostrarla col mezzo di loro. E Io allora mi lassarò costrignere al desiderio, alle lagrime e a l’orazioni de’ servi miei, e farò misericordia alla sposa mia, riformandola di buoni e sancti pastori.

Riformatala di buoni pastori, per forza si correggeranno e’ subditi, però che, quasi, de’ mali che si fanno per li subditi sonno colpa e’ gattivi pastori; però che, se essi correggessero, e rilucesse in loro la margarita della giustizia, con onesta e sancta vita, non farebbero cosí. E sai che n’adiviene di questi cotali perversi modi? che l’uno séguita le vestigie de l’altro;[277] però che i subditi non sonno obbedienti, perché, quando el prelato era subdito, non fu obbediente al prelato suo. Unde riceve da’ subditi suoi quel che die’ egli; e perché fu gattivo subdito, è gattivo pastore.

Di tucto questo, e d’ogni altro difecto, è cagione la superbia fondata in amore proprio. Ignorante e superbo era subdito, e molto piú è ignorante e superbo ora che è prelato. E tanta è la sua ignoranzia che, come cieco, dará l’offizio del sacerdote a uomo idiota, il quale a pena saprá pure leggere e non saprá l’officio suo. E spesse volte, per la sua ignoranzia, non sapendo bene le parole sacramentali, non consacrará. Unde, per questo, commecte quello medesimo difecto di non consecrare, che quegli hanno facto per malizia, non consecrando ma facendo vista di consecrare. Colá dove egli debba scegliere uomini experti e fondati in virtú che sappino e intendano quello che dicono. Ed essi fanno tucto il contrario, perché non mirano che egli sappi e non mirano a tempo ma a dilecto: pare che scelgano fanciulli e non uomini maturi. E non mirano che essi siano di sancta e onesta vita, né che cognoscano la dignitá alla quale essi vengono, né il grande misterio che essi hanno a fare; ma mirano pure di moltiplicare gente, ma non virtú. Essi sonno ciechi e ragunatori di ciechi, e non veggono che Io di questo e de l’altre cose lo’ richiedarò ragione ne l’ultima extremitá della morte. E poi che egli hanno facti e’ sacerdoti cosí tenebrosi come decto è, ed essi lo’ danno ad avere cura d’anime, e veggono che di loro medesimi non sanno avere cura.

Or come potranno costoro, che non cognoscono el difecto loro, correggerlo e cognoscerlo in altrui? Non può né vuole fare contra se medesimo. E le pecorelle, che non hanno pastore che curi di loro né che le sappi guidare, agevolemente si smarriscono e spesse volte sonno devorate e sbranate da’ lupi. E perché è gattivo pastore, non si cura di tenere il cane che abbai vedendo venire il lupo; ma tale il tiene quale è egli. E cosí questi ministri e pastori perché non hanno sollicitudine né hanno el cane della coscienzia, né il bastone della sancta giustizia, né la verga per correggere, e la conscienzia non abbaia riprendendo se medexima, né[278] reprendendo le pecorelle vedendole smarrite e non tenere per la via della veritá, cioè non observando e’ comandamenti miei, el lupo infernale le divora. Abbaiando questo cane, ponendo e’ difecti loro sopra di sé con la verga della sancta giustizia, come decto è, camparebbe le pecorelle sue e tornarebbero a l’ovile. Ma perché egli è pastore senza verga e senza cane di conscienzia, periscono le sue pecorelle, e non se ne cura, perché il cane della coscienzia sua è indebilito, e però non abbaia, perché non gli ha dato el cibo. Però che il cibo che si debba dare a questo cane è il cibo de l’Agnello mio Figliuolo; però che piena che la memoria è del Sangue, sí come vasello de l’anima, la coscienzia se ne notrica; cioè che per la memoria del Sangue l’anima s’accende ad odio del vizio e amore della virtú. El quale odio e amore purificano l’anima dalla macchia del peccato mortale, e dá tanto vigore a la conscienzia che la guarda, che subbito che veruno nemico de l’anima, cioè il peccato, volesse intrare dentro (non tanto l’affecto, ma el pensiero), subbito la coscienzia come cane abbaia con stimolo, tanto che desta la ragione. E però non commecte ingiustizia, però che colui che ha coscienzia ha giustizia. E però questi cotali iniqui, non degni d’essere chiamati non tanto ministri ma creature ragionevoli, perché sonno facti animali per li loro difecti, non hanno cane (perché si può dire per la debilezza sua che essi non l’abbino), e però non hanno la verga della sancta giustizia. E tanto gli hanno facti timidi e’ difecti loro, che l’ombra lo’ fa paura, non di timore sancto, ma di timore servile. Eglino si debbono dispónare a la morte per trare l’anime delle mani delle dimonia, ed essi ve le mectono, non dando lo’ doctrina di buona e sancta vita, né volendo sostenere una parola ingiuriosa per la salute loro.

E spesse volte sará l’anima del subdito inviluppata in gravissimi peccati, e avará a satisfare ad altrui; e per l’amore disordinato che egli avará a la sua fameglia, per none spropriarli, non renderá il debito suo. La vita sua sará nota a grande quantitá di gente e anco al misero sacerdote; e nondimeno anco gli sará facto sapere, acciò che, come medico che egli debba essere, curi quella anima. El misero ministro andará per fare quello che[279] debba fare; e una parola che gli sia decta ingiuriosa o una mala miratura che gli sia facta, per timore non se ne impacciará piú. E alcuna volta gli sará donato; unde, fra el dono e il timore servile, lassará stare quella anima nelle mani delle dimonia, e daragli el sacramento del Corpo di Cristo, unigenito mio Figliuolo. E vede e sa che quella anima non è sviluppata dalla tenebre del peccato mortale; e nondimeno, per compiacere agli uomini del mondo e per lo disordinato timore e dono che ha ricevuto da loro, gli ha ministrato e’ sacramenti e sepellitolo a grande onore nella sancta Chiesa, colá dove, come animale e membro tagliato dal corpo, el dovarebbe gictare fuore. Chi n’è cagione di questo? l’amore proprio e le corna della superbia. Però che, se egli avesse amato me sopra ogni cosa e l’anima di quel tapinello, e fusse stato umile e senza timore, avarebbe cercata la salute di quella anima.

Vedi dunque quanto male séguita di questi tre vizi, e’ quali Io t’ho posti per tre colonne unde procedono tucti gli altri peccati: la superbia, avarizia e inmondizia delle menti e corpi loro. L’orecchie tue non sarebbero sufficienti a udirli, quanti sonno e’ mali che di costoro escono sí come membri del dimonio. E per la superbia, disonestá e cupiditá loro fanno che alcuna volta (e tu hai veduto coloro a cui egli toccò) saranno cotali semplicelle di buona fede che si sentiranno cotali difecti di paura nelle menti loro. Temendo di non avere il dimonio, vannosene al misero sacerdote, credendo che egli le possa liberare; e vanno perché l’uno diavolo cacci l’altro. E egli, come cupido, riceve il dono, e, come disonesto, bructo, lascivo e miserabile, dirá a quelle tapinelle:—Questo difecto che voi avete non si può levare se non per lo tale modo;—e cosí, miserabilemente, lo’ fará fiaccare il collo con lui insieme.

O dimonio sopra dimonio! in tucto se’ facto peggio che il dimonio. Molti dimòni sonno che hanno a schifo questo peccato; e tu, che se’ facto peggio di lui, vi t’involli dentro come il porco nel loto. O immondo animale, è questo quel ch’Io ti richiego, che tu con la virtú del Sangue, del quale Io t’ho facto ministro, cacci le dimonia da l’anime e da’ corpi; e tu ve li mecti dentro? Non[280] vedi che la scure della divina giustizia è giá posta a la radice de l’arbore tuo? E dicoti che elle ti stanno a usura e a l’ora e al tempo suo, se tu non punisci le tue iniquitá con la penitenzia e contrizione del cuore: tu non sarai riguardato perché tu sia sacerdote, anco sarai punito miserabilemente e portarai le pene per te e per loro. E piú crudelmente sarai cruciato che gli altri: staracti a mente alora di cacciare il dimonio col dimonio della concupiscenzia. E l’altro misero, che andará la creatura a lui che l’absolva perché sará legata in peccato mortale, e egli la legará in cotale e maggiore, e per nuove vie e modi cadrá in peccato con lei. E se ben ti ricorda, tu vedesti la creatura con gli occhi tuoi, a cui egli toccò. Bene è dunque pastore senza cane di coscienzia: anco affoga la coscienzia altrui non tanto che la sua.

Io gli ho posti perché cantino e psalmeggino la nocte, dicendo l’officio divino; e essi hanno imparato a fare malie e incantare le dimonia, facendosi venire per incanto di demonio, di mezza nocte, quelle creature che miseramente amano. Parrá che vengano, ma non sará. Or hotti Io posto perché la vigilia della nocte tu la spenda in questo? Certo no, ma perché tu la spenda in vigilia ed orazione, acciò che la mactina, disposto, tu vada a celebrare, e dia odore di virtú al popolo e non puzza di vizio. Se’ posto nello stato angelico, acciò che tu possa conversare con gli angeli per sancta meditazione in questa vita, e poi ne l’ultimo gustare me con loro insieme; e tu ti dilecti d’essere dimonio, e di conversare con loro prima che venga el punto della morte. Ma le corna della tua superbia t’hanno percosso dentro ne l’occhio de l’intellecto la pupilla della sanctissima fede, e hai perduto el lume, e però non vedi in quanta miseria tu stai. E non credi in veritá che ogni colpa è punita e ogni bene è remunerato: ché, se in veritá tu el credessi, non faresti cosí, e non cercaresti né vorresti sí facta conversazione, anco ti verrebbe in terrore pure d’udire mentovare il nome suo. Ma perché tu séguiti la volontá sua, di lui e delle sue operazioni pigli dilecto. Cieco sopra cieco, Io vorrei che tu dimandassi el dimonio che merito egli ti può rendere del servizio che tu li fai. Esso ti[281] risponderebbe, dicendo che ti dará quel fructo che ha per sé. Però che altro non ti può dare se non quelli crociati tormenti e fuoco nel quale arde continuamente, dove esso cadde, per la superbia sua, da l’altezza del cielo.

E tu, angelo terrestre, cadi da l’altezza (per la superbia tua) della dignitá del sacerdote e dal tesoro delle virtú nella povertá di molte miserie e, se tu non ti correggerai, nel profondo de l’inferno. Tu t’hai facto dio e signore il mondo e te medesimo: or di’ al mondo con tucte le sue delizie che tu hai prese in questa vita, e a la propria tua sensualitá con che tu hai usate le cose del mondo (colá dove Io ti posi nello stato del sacerdozio perché tu le spregiassi, e te e il mondo sensualmente); di’ che rendano ragione per te dinanzi a me, sommo giudice. Rispondarannoti che non ti possono aitare e farannosi beffe di te, dicendo:—Per te conviene che riesca.—E tu rimani confuso e vitoperato dinanzi a me e dinanzi al mondo. Tucto questo tuo danno tu nol vedi, però che, come decto è, le corna della superbia tua t’hanno aciecato. Ma tu el vedrai ne l’ultima extremitá della morte, dove tu non potrai pigliare rimedio in alcuna tua virtú, però che non l’hai se non solo nella misericordia mia, sperando in quello dolce Sangue del quale fusti facto ministro. Questo né a te né ad alcuno sará mai tolto, mentre che vorrai sperare nel Sangue e nella misericordia mia; benché neuno debba essere sí matto né tu sí cieco che tu ti conduca a l’extremitá.

Pensa che in su quella extremitá l’uomo che iniquamente è vissuto le dimonia l’accusano, el mondo e la propria fragilitá; e none il lusenga né li mostra il dilecto colá dove era l’amaro, né la cosa perfetta colá dove era imperfeczione, né il lume per la tenebre, sí come fare solevano nella vita sua: anco mostrano la veritá di quello che è. El cane della coscienzia, che era debile, comincia ad abbaiare tanto velocemente che quasi conduce l’anima a la disperazione. Benché neuna ve ne debba giognere, ma debba pigliare con esperanza il Sangue, non obstante i difecti che abbi commessi; però che senza veruna comparazione è maggiore la misericordia mia, la quale ricevete nel Sangue,[282] che tucti e’ peccati che si commectono nel mondo. Ma neuno s’indugi, come decto è; ché forte cosa è a l’uomo trovarsi disarmato nel campo della bactaglia tra molti nemici.

CAPITOLO CXXX

Di molti altri defecti e’ quali comectono li predecti iniqui ministri.

—O carissima figliuola, questi miseri, de’ quali Io t’ho narrato, non ci hanno alcuna considerazione; però che, se essi l’avessero, non verrebbero a tanti difecti né eglino né gli altri, ma farebbero come gli altri che virtuosamente vivevano. E’ quali prima eleggevano la morte che volessero offender me e sozzare la faccia de l’anima loro e diminuire la dignitá nella quale Io gli avevo posti, ma crescevano la dignitá e la bellezza de l’anime loro. Non che la dignitá del sacerdote, puramente la dignitá, possa crescere per virtú né minuire per difecto, come decto t’ho; ma le virtú sonno uno adornamento e una dignitá che dánno a l’anima, oltre a la pura bellezza de l’anima che ella ha dal suo principio quando Io la creai a la imagine e similitudine mia. Questi cognobbero la veritá della bontá mia e la bellezza e dignitá loro, perché la superbia e amore proprio non l’aveva obfuscato né tolto el lume della ragione, però che n’erano privati e amavano me e la salute de l’anime.

Ma questi tapinelli, perché al tucto sonno privati del lume, non si curano d’andare di vizio in vizio, in fine che giongono a la fossa. E del tempio de l’anima loro e della sancta Chiesa, che è uno giardino, ne fanno riceptacolo d’animali. O carissima figliuola, quanto m’è abominevole che le case loro che debbono essere riceptacolo de’ servi miei e de’ poverelli, e debbono tenere per sposa el breviario, e i libri della sancta Scriptura per figliuoli, e ine dilectarsi per dare doctrina al proximo loro in prendere sancta vita; e esse sono riceptacolo d’inmondizie e d’inique persone. La sposa sua non è il breviario, anco tracta la decta sposa del breviario come adultera, ma è una[283] miserabile dimonia che immondamente vive con lui; e’ libri suoi sonno la brigata de’ figliuoli; e co’ figliuoli, che egli ha acquistati in tanta bructura e miseria, si dilecta senza vergogna alcuna. Le pasque e i dí solempni, ne’ quali egli debba rendere gloria e loda al nome mio col divino officio e gictarmi oncenso d’umili e devote orazioni, e egli sta in giuoco e in sollazzo con le sue dimonie e va brigatando co’ secolari, cacciando e ucellando come se fusse uno secolare e uno signore di corte.

O misero uomo, a che se’ venuto? Tu debbi cacciare e ucellare ad anime per gloria e loda del nome mio, e stare nel giardino della sancta Chiesa; e tu vai per li boschi. Ma perché tu se’ facto bestia, tieni dentro ne l’anima tua gli animali de’ molti peccati mortali; e però se’ facto cacciatore e ucellatore di bestie, perché l’orto de l’anima tua è insalvatichito e pieno di spine: però hai preso dilecto d’andare per li luoghi deserti cercando le bestie salvatiche. Vergògnati, uomo, e raguarda e’ tuoi difecti, però che hai materia di vergognarti da qualunque lato tu ti vòlli. Ma tu non ti vergogni, perché hai perduto el sancto e vero timore di me. Ma, come la meretrice che è senza vergogna, ti vantarai di tenere il grande stato nel mondo e d’aver la bella fameglia e la brigata de’ molti figliuoli. E se tu non gli hai, cerchi d’averli, perché rimangano eredi del tuo. Ma tu se’ ladro e furo, però che tu sai bene che tu non el puoi lassare, perché le tue erede sonno e’ poveri e la sancta Chiesa. O dimonio incarnato, senza lume, tu cerchi quel che tu non debbi cercare; loditi e vantiti di quello che tu debbi venire a grande confusione e vergognarti dinanzi a me, che veggo lo intrinsico del cuore tuo, e dinanzi a le creature. Tu se’ confuso, e le corna della tua superbia non ti lassano vedere la tua confusione.

O carissima figliuola, Io l’ho posto in sul ponte della doctrina della mia Veritá a ministrare a voi perregrini e’ sacramenti della sancta Chiesa; ed egli sta nel miserabile fiume di socto al ponte, e nel fiume delle delizie e miserie del mondo ve li ministra, e non se n’avede che li giogne l’onda della morte, e vanne insieme co’ suoi signori dimòni, a’ quali esso ha servito e lassatosi guidare per la via del fiume senza alcuno ritegno.[284] E se egli non si corregge, giogne a l’etterna danpnazione con tanta reprensione e rimproverio, che la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarlo. E molto piú egli che un altro, secolare: unde una medesima colpa è piú punita in lui che in un altro che fusse nello stato del mondo; e con piú rimproverio si levano e’ nemici suoi nel ponto della morte ad accusarlo, sí come Io ti dixi.

CAPITOLO CXXXI

De la differenzia de la morte de’ giusti ad quella de’ peccatori. E prima, de la morte de’ giusti.

—E perché Io ti narrai come il mondo, le dimonia e la propria sensualitá l’accusavano, e cosí è la veritá, ora tel voglio dire in questo ponto sopra questi miseri piú distesamente (perché tu l’abbi maggiore compassione) quante sonno differenti le bactaglie che riceve l’anima del giusto da quelle del peccatore, e quanto è differente la morte loro, e in quanta pace è la morte del giusto, piú e meno, secondo la perfeczione de l’anima.

Unde Io voglio che tu sappi che tucte quante le pene, che le creature che hanno in loro ragione hanno, stanno nella volontá; però che, se la volontá fusse ordinata e accordata con la volontá mia, non sosterrebbe pena. Non che fussero però tolte le fadighe; ma a quella volontá, che volontariamente porta per lo mio amore, non le sarebbe pena, perché questi cotali volontieri portano, vedendo che è la volontá mia. E per l’odio sancto, che hanno di loro medesimi, hanno facto guerra col mondo, col dimonio e con la propria loro sensualitá. Unde, venendo el punto della morte, la morte loro è in pace, perché i nemici suoi nella vita sua sonno stati sconficti da lui. El mondo nol può accusare, però che egli cognobbe i suoi inganni, e però renunziò al mondo e a tucte le delizie sue. La fragile sensualitá e corpo suo non l’accusa, però che egli la tenne come serva col freno della ragione, macerando la carne con la penitenzia, con la vigilia e umile e continua orazione. La volontá[285] sensitiva ucise con odio e dispiacimento del vizio e amore della virtú, in tucto perduta la tenerezza del corpo suo; la quale tenerezza e amore, che è tra l’anima e ’l corpo, naturalmente fa parere la morte malagevole, e però naturalmente l’uomo teme la morte.

Ma perché la virtú nel giusto perfecto passa la natura, cioè che ’l timore, che gli è naturale, lo spegne e trapassa con odio sancto e col desiderio di tornare al fine suo, sí che la tenerezza naturale non gli può fare guerra, la coscienzia sta queta, perché nella vita sua fece buona guardia, abbaiando quando e’ nemici passavano per volere tollere la cittá de l’anima. Sí come il cane che sta a la porta, il quale, vedendo e’ nemici, abbaia, e abbaiando desta le guardie; cosí questo cane della coscienzia destòe la guardia della ragione, e la ragione insieme col libero arbitrio cognobbero, col lume de l’intellecto, se era amico o nemico. A l’amico, cioè le virtú e i sancti pensieri del cuore, diêro dileczione e affecto d’amore, exercitandole con grande sollicitudine; e al nemico, cioè al vizio e alle perverse cogitazioni, diêro odio e dispiacimento; e col coltello de l’odio e de l’amore, e col lume della ragione, e con la mano del libero arbitrio percossero e’ nemici suoi; sí che poi, al ponto della morte, la coscienzia non si rode, perché ella fece buona guardia, ma stassi in pace.

È vero che l’anima per umilitá e perché meglio nel tempo della morte cognosce il tesoro del tempo e le pietre preziose delle virtú, riprende se medesima, parendole poco aver exercitato questo tempo; ma questa non è pena affliggitiva, anco è pena ingrassativa, però che fa ricogliere l’anima tucta in se medesima, ponendosi inanzi el sangue de l’umile e immaculato Agnello mio Figliuolo. E non si vòlle adietro a mirare le virtú sue passate, perché non vuole né può sperare in sue virtú, ma solo nel Sangue, dove ha trovata la misericordia mia. E come è vissuta con la memoria del Sangue, cosí nella morte s’innebria e anniegasi nel Sangue. Le dimonia perché non la possono riprendere di peccato? perché ella nella vita sua con sapienzia vinse la loro malizia; ma giongono per volere vedere se potessero[286] acquistare alcuna cosa. Unde giongono orribili, per farle paura con laidissimo aspecto e con molte e diverse fantasie; ma, perché ne l’anima non è veleno di peccato, l’aspecto loro non le dá quel timore né mecte paura come a uno altro el quale iniquamente sia vissuto nel mondo. Vedendo le dimonia che l’anima è intrata nel Sangue con ardentissima caritá, non la possono sostenere, ma stanno da la longa a gittare le saette loro. E però la loro guerra e le loro grida a quella anima non nocciono, però che ella giá comincia a gustare vita etterna, sí come in un altro luogo ti dixi; però che con l’occhio de l’intellecto, che ha la pupilla del lume della sanctissima fede, vede me, suo infinito ed etterno Bene, el quale aspecta d’avere per grazia e non per debito nella virtú di Iesu Cristo mio Figliuolo. Unde distende le braccia della speranza e con le mani de l’amore lo strigne, intrando in possessione prima che vi sia, come decto t’ho el modo in un altro luogo. Subbito passando (annegata nel Sangue) per la porta strecta del Verbo, giogne in me, mare pacifico, che siamo insieme uniti Io, mare, e la porta: perché Io e la mia Veritá, unigenito mio Figliuolo, siamo una medesima cosa.

Quanta allegrezza riceve l’anima che tanto dolcemente si vede gionta a questo passo, però che gusta el bene della natura angelica! Questo ricevono coloro che passano cosí dolcemente; ma e’ ministri miei, de’ quali Io ti dixi che erano vissuti come angeli, molto maggiormente, perché in questa vita vissero con piú cognoscimento e con piú fame de l’onore di me e salute de l’anime. Non dico puramente del lume della virtú, che generalmente ogniuno può avere, ma perché questi, aggionto al lume del vivere virtuosamente, che è lume sopranaturale, ebbero el lume della sancta scienzia, per la quale scienzia cognobbero piú della mia Veritá. E chi piú cognosce, piú ama: e chi piú ama, piú riceve. El merito vostro v’è misurato secondo la misura de l’amore. E se tu mi dimandassi:—Un altro, che non abbi scienzia, può giognere a questo amore?—sí bene che egli è possibile che egli vi gionga; ma veruna cosa particulare non fa legge comunemente per ogniuno, e Io ti favello[287] in generale. E anco ricevono maggiore dignitá per lo stato del sacerdote, perché propriamente lo’ fu dato l’officio del mangiare anime per onore di me. E poniamo che a ciascuno sia dato che tucti doviate stare nella dileczione del proximo vostro, a costoro è dato a ministrare il Sangue e a governare l’anime; unde, facendolo sollicitamente e con affecto di virtú, come decto è, ricevono costoro piú che gli altri.

Oh, quanto è beata l’anima loro quando vengono a l’extremitá della morte, perché sonno stati annunziatori e difenditori della fede al proximo loro. Eglino se l’hanno incarnata intro le mirolla de l’anima, con la quale fede veggono el luogo loro in me. La speranza con la quale sonno vissuti, sperando nella providenzia mia, perdendo ogni speranza di loro medesimi (cioè di none sperare nel loro proprio sapere); e perché essi perdêro la speranza di loro, non posero affecto disordinato in veruna creatura né in veruna cosa creata, perché vissero poveri volontariamente; e però con grande dilecto distendono la speranza loro in me. El cuore loro (che fu uno vasello di dileczione che portava el nome mio con ardentissima caritá, l’annunziavano con exemplo di buona e sancta vita e con la doctrina della parola al proximo loro) levasi adunque con amore ineffabile e strigne me per affecto d’amore, che so’ suo fine, recandomi la margarita della giustizia, perché la portò sempre dinanzi da sé, facendo giustizia a ogniuno e rendendo discretamente il debito suo. E però rende a me giustizia con vera umilitá e rende gloria e loda al nome mio, perché retribuisce aver avuto da me grazia d’avere corso el tempo suo con pura e sancta conscienzia; e a sé rende indegnazione, reputandosi indegno d’avere ricevuta e ricevere tanta grazia.

La coscienzia sua mi rende buona testimonianza, e Io a lui giustamente rendo la corona della giustizia adornata delle margarite delle virtú, cioè del fructo che la caritá ha tracto delle virtú. O angelo terrestre! beato te che non se’ stato ingrato de’ benefizi ricevuti da me e non hai conmessa negligenzia né ignoranzia; ma sollicito, con vero lume, tenesti l’occhio tuo aperto sopra e’ subditi tuoi, e come fedele e virile pastore hai seguitata[288] la doctrina del vero e buono Pastore Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. E però realmente tu passi per lui bagnato e annegato nel Sangue suo con la torma delle tue pecorelle, delle quali, con la sancta doctrina e vita tua, molte n’hai condocte a la vita durabile, e molte n’hai lassate in stato di grazia.

O figliuola carissima, a costoro non nuoce la visione delle dimonia, però che per la visione di me (la quale per fede veggono e per amore tengono, perché in loro non è veleno di peccato) la obscuritá e terribilezza loro non lo’ dá noia né alcuno timore, perché in loro non hanno timore servile, anco timore sancto. Unde non temono e’ loro inganni, perché col lume sopranaturale e col lume della sancta Scriptura cognoscono gl’inganni suoi, sí che non ricevono tenebre né turbazione di mente. Or cosí gloriosamente passano bagnati nel Sangue, con la fame della salute de l’anime, tucti affocati nella caritá del proximo, passati per la porta del Verbo e intrati in me. E dalla mia bontá sonno conlocati ciascuno nello stato suo, e misurato lo’ secondo la misura che hanno recata a me de l’affecto della caritá.

CAPITOLO CXXXII

De la morte de’ peccatori e de le pene loro nel punto de la morte.

—O carissima figliuola, non è tanta l’excellenzia di costoro, che e’ non abbino molta piú miseria e’ miseri tapinelli de’ quali Io t’ho narrato. Quanto è terribile e obscura la morte loro! Però che nel punto della morte, sí come Io ti dixi, le dimonia gli accusano con tanto terrore e obscuritá, mostrando la figura loro, che sai che è tanto orribile che ogni pena che in questa vita si potesse sostenere eleggerebbe la creatura, inanzi che vederlo nella visione sua. E anco se li rinfresca lo stimolo della coscienzia, che miserabilemente il rode nella coscienzia sua. Le disordinate delizie e la propria sensualitá (la quale si fece signora, e la ragione fece serva), l’acusano miserabilmente,[289] perché alora cognosce la veritá di quello che in prima non cognosceva. Unde viene a grande confusione de l’errore suo, perché nella vita sua vixe come infedele e non fedele a me, perché l’amore proprio gli velò la pupilla del lume della sanctissima fede. El dimonio el molesta d’infedelitá, per farlo venire a disperazione.

Oh! quanto gli è dura questa bactaglia, perché ’l truova disarmato e non gli truova l’arme de l’affecto della caritá, perché in tucto, come membri del diavolo, ne sonno stati privati. Unde non hanno lume sopranaturale né quel della scienzia, perché non l’intesero, però che le corna della superbia non lo’ lassano intendere la dolcezza del suo merollo; unde ora nelle grandi bactaglie non sanno che si fare. Nella speranza essi non sonno notricati, però che non hanno sperato in me né nel Sangue, del quale Io gli feci ministri, ma solo in loro medesimi e negli stati e delizie del mondo. E non vedeva il misero dimonio incarnato che ogni cosa gli stava ad usura, e come debitore gli conveniva rendere ragione dinanzi a me? Ora si truova innudo e senza alcuna virtú, e, da qualunque lato egli si vòlle, non ode altro che rimproverio con grande confusione.

La ingiustizia sua, la quale egli ha usata nella vita, l’accusa a la coscienzia, unde non s’ardisce di dimandare altro che giustizia. E dicoti che tanta è quella vergogna e confusione, che, se non che essi s’hanno preso nella vita loro per uno uso di sperare nella misericordia mia, bene che per li loro difecti ella è grande presumpzione (perché colui che offende col braccio della misericordia, in effecto non si può dire che questa sia speranza di misericordia, ma è piú tosto presumpzione), ma pure ha preso l’acto della misericordia; unde, venendo a l’extremitá della morte e cognoscendo il difecto suo e scaricando la coscienzia per la sancta confessione, è levata la presumpzione, che non offende piú, e rimane la misericordia. E con questa misericordia possono pigliare atacco di speranza, se essi vogliono. Che se non fusse questo, neuno sarebbe che non si disperasse, e con la disperazione giognarebbe con le dimonia a l’etterna dannazione.[290]

Questo fa la mia misericordia: di farli sperare, nella vita loro, nella misericordia, bene che Io non lo’ ’l do perché essi offendano con la misericordia, ma perché si dilatino in caritá e in considerazione della bontá mia. Ma essi l’usano tucta in contrario, però che con la speranza, che essi hanno presa della mia misericordia, m’offendono. E nondimeno Io gli pure conservo nella speranza della misericordia, perché ne l’ultimo della morte egli abbino a che ataccarsi e al tucto non vengano meno nella reprensione e non giongano a disperazione. Però che molto piú è spiacevole a me e danno a loro questo ultimo peccato del disperarsi, che tucti gli altri peccati che egli hanno commessi. E questa è la cagione perché egli è piú danno a loro e spiacevole a me: perché gli altri peccati essi gli fanno con alcuno dilecto della propria sensualitá, e alcuna volta se ne dolgono, unde se ne possono dolere per modo che per quello dolere ricevono misericordia. Ma al peccato della disperazione non ve li muove fragilitá, però che non vi truovano alcuno dilecto né altro che pena intollerabile; e nella disperazione spregia la misericordia mia, facendo maggiore il difecto suo che la misericordia e bontá mia. Unde, caduto che egli è in questo peccato, non si pente né ha dolore de l’offesa mia in veritá come si debba dolere: duolsi bene del danno suo, ma non si duole de l’offesa che ha facta a me; e cosí riceve la etterna dannazione.

Sí che vedi che solo questo peccato el conduce a l’inferno, e ne l’inferno è crociato di questo e di tucti gli altri difecti che egli ha commessi. E se egli si fusse doluto e pentutosi de l’offesa che aveva facta a me e avesse sperato nella misericordia, avarebbe trovato misericordia. Però che senza alcuna comparazione, sí come io ti dixi, è maggiore la misericordia mia che tucti e’ peccati che potesse commectere neuna creatura. E però molto mi dispiace che essi pongano maggiori e’ difecti loro; e questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di lá. E perché nel punto della morte (poi che la vita loro è passata disordinatamente e scelleratamente), perché molto mi dispiace la disperazione, vorrei che pigliassero speranza nella misericordia mia, e però nella vita loro Io uso questo[291] dolce inganno, cioè di farli sperare largamente nella misericordia mia; però che, quando vi sonno nutricati dentro in questa speranza, giognendo a la morte non sonno cosí inchinevoli a lassarla per le dure reprensioni che odono, sí come farebbero non essendovisi nutricati dentro.

Tucto questo lo’ dá el fuoco e l’abisso della inextimabile caritá mia. Ma, perché essi l’hanno usata con la tenebre de l’amore proprio, unde l’è proceduto ogni difecto, non l’hanno cognosciuta in veritá; e però l’è reputato a grande presumpzione, quanto che ne l’affecto loro, la dolcezza della misericordia. E questa è un’altra reprensione che lo’ dá la coscienzia ne l’aspecto delle dimonia, rimproverando che ’l tempo e la larghezza della misericordia, nella quale egli sperava, si doveva dilatare in caritá e in amore delle virtú e con virtú spendere il tempo che Io per amore lo’ diei; e eglino, col tempo e con la larga speranza della misericordia, m’offendevano miserabilemente. O cieco, sopra cieco! Tu sotterravi la margarita e il talento che Io ti missi nelle mani perché tu guadagnassi con esso; e tu, come presumptuoso, non volesti fare la volontá mia, anco el sotterrasti socto la terra del disordinato amore proprio di te medesimo, il quale ora ti rende fructo di morte. Oh, misero te! quanta è grande la pena tua, la quale tu ora ne l’extremitá ricevi. Elle non ti sonno occulte le tue miserie, però che ’l vermine della coscienzia ora non dorme, anco rode. Le dimonia ti gridano e rendonti el merito che egli usano di rendere a’ servi loro: confusione e rimproverio. Acciò che nel punto della morte tu non l’esca delle mani, vogliono che tu gionga a la disperazione, e però ti dánno la confusione, acciò che poi, con loro insieme, ti rendano di quello che egli hanno per loro.

Oh, misero! la dignitá, nella quale Io ti posi, ti si rapresenta lucida come ella è. E per tua vergogna, cognoscendo che tu l’hai tenuta e usata in tanta tenebre di colpa la substanzia della sancta Chiesa, ti pone innanzi che tu se’ ladro e debitore, el quale dovevi rendere il debito a’ poveri e a la sancta Chiesa. Alora la coscienzia tua tel rapresenta che tu l’hai speso e dato a le publiche meritrici, e notricati e’ figliuoli e aricchiti e’ parenti[292] tuoi, e haitelo cacciato giú per la gola con adornamento di casa e con molti vasi de l’argento, colá dove tue dovevi vivere con povertá volontaria.

L’officio divino ti rapresenta la tua coscienzia, ché tu el lassavi, e non ti curavi perché cadessi nella colpa del peccato mortale; e, se tu el dicevi con la bocca, el cuore tuo era di longa da me. E’ subditi tuoi, cioè la caritá e la fame, che verso di loro dovevi avere di notricarli in virtú, dando lo’ exemplo di vita e bacterli con la mano della misericordia e con la verga della giustizia; e, perché tu facesti el contrario, la coscienzia ne l’orribile aspecto delle dimonia ti riprende. E se tu, prelato, hai date le prelazioni o cura d’anime a veruno tuo subdito ingiustamente, cioè che tu non abbi veduto a cui e come tu l’hai dato, ti si pone dinanzi a la coscienzia, perché tu le dovevi dare non per parole lusinghevoli né per piacere alle creature né per doni, ma solo per rispecto di virtú, per onore di me e salute de l’anime. E perché tu non l’hai facto, ne se’ ripreso; e per maggiore tua pena e confusione hai dinanzi a la coscienzia e al lume de l’intellecto quello che tu hai facto, che non dovevi fare, e quello che tu dovevi fare, che tu non hai facto.

E voglio che tu sappi, carissima figliuola, che piú perfectamente si cognosce la bianchezza allato al nero e il nero allato a la bianchezza, che separati l’uno da l’altro. Cosí adiviene a questi miseri, a costoro in particulare e a tucti gli altri generalmente, che nella morte (dove l’anima comincia piú a vedere i guai suoi, e il giusto la beatitudine sua) ella è rapresentata al misero la vita sua scellerata. E non bisogna che alcuno l’il ponga dinanzi, però che la coscienzia sua si pone innanzi e’ difecti che egli ha commessi e le virtú che doveva adoperare. Perché la virtú? per maggiore sua vergogna: perché, essendo allato il vizio e la virtú, per la virtú cognosce meglio el difecto, e quanto piú el cognosce, maggiore vergogna n’ha. E per lo difecto suo cognosce meglio la perfeczione della virtú, unde ha maggiore dolore, perché si vede nella vita sua essere stato fuore d’ogni virtú. E voglio che tu sappi che nel cognoscimento, che essi hanno della virtú e del vizio, veggono troppo bene el bene[293] che séguita doppo la virtú a l’uomo virtuoso, e la pena che séguita a quel che è giaciuto nella tenebre del peccato mortale.

Questo cognoscimento do non perché venga a disperazione, ma perché venga a perfecto cognoscimento di sé e a vergogna del difecto suo con esperanza; acciò che con la vergogna e cognoscimento sconti de’ difecti suoi e plachi l’ira mia, dimandando umilmente misericordia. El virtuoso ne cresce in gaudio e in cognoscimento della mia caritá, perché retribuisce la grazia d’avere seguitate le virtú e d’essere ito per la dottrina della mia Veritá, da me e non da sé, e però exulta in me. Con questo vero lume e cognoscimento gusta e riceve il dolce fine suo per lo modo che Io in un altro luogo ti dixi. Sí che l’uno exulta in gaudio, cioè il giusto che è vissuto con ardentissima caritá, e lo iniquo tenebroso si confonde in pena. Al giusto la tenebre e visione delle dimonia non gli nuoce, e non teme, però che solo el peccato è quel che teme e riceve nocimento. Ma quegli, che lascivamente e con molte miserie hanno guidata la vita loro, ricevono nocimento e timore ne l’aspecto delle dimonia. Non è nocimento di disperazione, se essi non vorranno, ma di pena di riprensione, di rinfrescamento di coscienzia e di paura e timore ne l’orribile aspecto loro.

Ora vedi quanto è differente, carissima figliuola, la pena della morte e la bactaglia che ricevono nella morte, quella del giusto da quella del peccatore, e quanto è differente il fine loro. Una piccola, piccola particella te n’ho narrato e mostrato a l’occhio de l’intellecto tuo: ed è sí piccola per rispecto di quel che ella è, cioè della pena che riceve l’uno e del bene che riceve l’altro, che è quasi non cavelle. Or vedi quanta è la ciechitá dell’uomo, e spezialmente di questi miserabili, però che tanto quanto hanno ricevuto piú da me e piú sonno illuminati della sancta Scriptura, piú sonno obligati e ricevono piú intollerabile confusione. E perché piú cognobbero della sancta Scriptura nella vita loro, piú cognoscono nella morte loro e’ grandi difecti che hanno commessi, e sonno conlocati in maggiori tormenti che gli altri, sí come e’ buoni sonno posti in maggiore excellenzia. A costoro adiviene come del falso cristiano, che ne[294] l’inferno è posto in maggiore tormento che uno pagano, perché esso ebbe il lume della fede e renunziò al lume della fede, e colui non l’ebbe. Cosí questi miseri avaranno piú pena d’una medesima colpa che gli altri cristiani, per lo misterio che Io lo’ diei dando lo’ a ministrare il Sole del sancto Sacramento, e perché ebbero el lume della scienzia a potere discernere la veritá e per loro e per altrui, se essi avessero voluto. E però giustamente ricevono maggiori pene.

Ma e’ miseri nol cognoscono; ché, se essi avessero punto di considerazione dello stato loro, non verrebbero in tanti mali, ma sarebbero quel che debbono essere e non sonno. Anco tucto el mondo è corrocto, facendo molto peggio essi che i secolari nel grado loro. Unde con le loro puzze lordano la faccia de l’anime loro e corrompono e’ subditi e succhiano il sangue a la sposa mia, cioè alla sancta Chiesa. Unde per li loro difecti essi la impalidiscono, cioè che l’amore e l’affecto della caritá, che debbono avere a questa sposa, l’hanno posto a loro medesimi, e non actendono ad altro che a piluccarla e a trarne le prelazioni e le grandi rendite, dove essi debbono cercare anime. Unde per la loro mala vita vengono e’ secolari ad inreverenzia e a disobbedienzia alla sancta Chiesa, benché essi nol debbano fare. E non è scusato il difecto loro per lo difecto de’ ministri.

CAPITOLO CXXXIII

Repetizione breve sopra molte cose giá decte, e come Dio in tucto vieta che i sacerdoti non siano toccati per le mani de’ secolari, e come invita la predecta anima a piangere sopra essi miseri sacerdoti.

—Molti difecti t’avarei a dire; ma non voglio piú apuzzare l’orecchie tue. Hotti narrato questo per satisfare al desiderio tuo, e perché tu sia piú sollicita a offerire dolci, amorosi e amari desidèri dinanzi a me per loro. E hotti contata della excellenzia nella quale Io gli ho posti, e del tesoro che v’è ministrato per[295] le mani loro, cioè del sancto Sacramento tucto Dio e tutto uomo, dandoti la similitudine del sole, acciò che tu vedessi che per li loro difecti non diminuisce la virtú di questo Sacramento: e però non voglio che diminuisca la reverenzia verso di loro. E hotti mostrata la excellenzia de’ virtuosi ministri miei, in cui riluceva la margarita delle virtú e della sancta giustizia. E hotti mostrato quanto m’è spiacevole l’offesa che fanno e’ persecutori della sancta Chiesa, e la inreverenzia che essi hanno al Sangue; però che, perseguitando loro, el reputo facto al Sangue e non a loro, però che Io l’ho vetato che non tocchino e’ cristi miei.

Ora t’ho contiato della vitoperosa vita loro, e quanto miseramente vivono, e quanta pena e confusione hanno nella morte, e quanto crudelmente, piú che gli altri, sonno cruciati doppo la morte. Ora t’ho atenuto quel ch’Io ti promissi, cioè di narrarti della vita loro alcuna cosa; e hotti satisfacto di quel che mi dimandasti, volendo tu che Io t’actenesse quel che promesso t’aveva.

Ora ti dico da capo che, con tucti quanti e’ loro difecti, e se fussero ancora piú, Io non voglio che neuno secolare s’impacci di punirli. E se essi el faranno, non rimarrá impunita la colpa loro, se giá non la puniscono con la contrizione del cuore, ammendandosi de’ difecti loro. Ma l’uno e gli altri sonno dimòni incarnati, e per divina giustizia l’uno dimonio punisce l’altro; e l’uno e l’altro offende. El secolare non è scusato per lo peccato del prelato, né il prelato per lo peccato del secolare. Ora invito te, carissima figliuola, e tucti gli altri servi miei a piagnere sopra questi morti, e a stare come pecorelle nel giardino della sancta Chiesa a pascere per sancto desiderio e continue orazioni, offerendole dinanzi a me per loro, però che Io voglio fare misericordia al mondo. E non vi ritraete da questo pascere né per ingiuria né per alcuna prosperitá, cioè che non voglio che alziate il capo né per impazienzia né per disordinata allegrezza, ma umilmente actendete a l’onore di me e alla salute de l’anime e alla reformazione della sancta Chiesa. E questo mi sará segno che tu e gli altri m’amiate in veritá. Tu sai bene che Io ti manifestai che volevo che tu e gli altri fuste pecorelle,[296] le quali sempre pasceste nel giardino della sancta Chiesa, sostenendo con fadiga, infino a l’ultimo della morte. E, cosí facendo, adempirò e’ desidèri tuoi.

CAPITOLO CXXXIV

Come questa devota anima, laudando e ringraziando Dio, fa orazione per la sancta Chiesa.

Alora quella anima, come ebbra, ansietata e affocata d’amore, ferito el cuore di molta amaritudine, si vòlleva alla somma ed etterna bontá, dicendo:—O Dio etterno, o luce sopra ogni altra luce, ché da te esce ogni luce! o fuoco sopra ogni fuoco, però che tu se’ solo quello fuoco che ardi e non consumi; e consumi ogni peccato e amore proprio che trovassi ne l’anima; e non la consumi affliggitivamente, ma ingrassila d’amore insaziabile, però che, saziandola, non si sazia, ma sempre ti desidera, e quanto piú t’ha piú ti cerca, e quanto piú ti desidera piú truova e gusta di te, sommo ed etterno fuoco, abisso di caritá! O sommo ed etterno Bene, chi t’ha mosso te, Dio infinito, d’aluminare me, tua creatura finita, del lume della tua veritá? Tu, esso medesimo fuoco d’amore, ne se’ cagione. Però che sempre l’amore è quello che ha costrecto e costrigne te a crearci a la imagine e similitudine tua, e a farci misericordia donando smisurate e infinite grazie alle tue creature che hanno in loro ragione. O Bontá sopra ogni bontá! tu solo se’ colui che se’ sommamente buono, e nondimeno tu donasti el Verbo de l’unigenito tuo Figliuolo a conversare con noi, puzza e pieni di tenebre. Di questo chi ne fu cagione? L’amore, però che ci amasti prima che noi fussimo. O buono, o etterna grandezza, facestiti basso e piccolo per fare l’uomo grande. Da qualunque lato Io mi vòllo, non truovo altro che abisso e fuoco della tua caritá.

E sarò io quella misera che possa restituire alle grazie e a l’affocata caritá che tu hai mostrata, e mostri tanto affocato amore in particulare, oltre a la caritá comune e amore che[297] tu mostri a le tue creature? No: ma solo tu, dolcissimo e amoroso Padre, sarai quello che sarai grato e cognoscente per me, cioè che l’affecto della tua caritá medesima ti renderá grazie; però che io so’ colei che non so’. E se io dicesse alcuna cosa per me, io mentirei sopra el capo mio e sarei mendace figliuola del dimonio, che è padre delle bugie. Però che tu se’ solo colui che se’; e l’essere e ogni grazia, che hai posta sopra l’essere, ho da te, che mel desti e dái per amore e non per debito. O dolcissimo Padre, quando l’umana generazione giaceva inferma per lo peccato di Adam, e tu le mandasti el medico del dolce e amoroso Verbo, tuo Figliuolo. Ora, quando Io giacevo inferma della infermitá della negligenzia e di molta ignoranzia, e tu, soavissimo e dolcissimo medico, Dio etterno, m’hai data una soave, dolce e amara medicina, acciò che io guarisca e mi levi da la mia infermitá. Soave m’è, però che con la soavitá e caritá tua hai manifestato te a me: dolce sopra ogni dolce m’è, però che hai illuminato l’occhio de l’intellecto mio col lume della sanctissima fede. Nel quale lume, secondo che t’è piaciuto di manifestare, cognobbi la excellenzia e la grazia che hai data a l’umana generazione, ministrando tucto Dio e tucto uomo nel corpo mistico della sancta Chiesa, e la dignitá de’ tuoi ministri, e’ quali hai posti che ministrino te a noi.

Io desideravo che tu satisfacessi a la promessa la quale facesti a me; e tu desti molto piú, dando quello che io non sapevo adomandare. Unde io cognosco veramente in veritá che ’l cuore dell’uomo non sa tanto adimandare né desiderare quanto tu piú dái; e cosí veggo che tu se’ colui che se’, infinito e etterno Bene, e noi siamo coloro che non siamo. E perché tu se’ infinito e noi finiti, però dái tu quello che la tua creatura, che ha in sé ragione, non può né sa tanto desiderare: né per quel modo che tu sai, puoi e vuogli satisfare a l’anima e saziarla di quelle cose che ella non t’adimanda, né per quel modo tanto dolce e piacevole quanto tu le dái. E però ho ricevuto lume nella grandezza e caritá tua per l’amore, che hai manifestato che tu hai a tucta l’umana generazione, e singularmente agli unti tuoi, e’ quali debbono essere angeli terrestri in questa[298] vita. Mostrato hai la virtú e beatitudine di questi tuoi unti, e’ quali sonno vissuti come lucerne ardenti con la margarita della giustizia nella sancta Chiesa. E, per questo, meglio ho cognosciuto el difecto di coloro che miserabilemente vivono. Unde ho conceputo grandissimo dolore de l’offesa tua e danno di tucto quanto el mondo: perché fanno danno al mondo, essendo specchio di miseria, dove essi debbono essere specchio di virtú. E perché tu a me, misera, cagione e strumento di molti difecti, hai manifestate e lamentatoti delle iniquitá loro, ho trovato dolore intollerabile.

Tu, amore inextimabile, l’hai manifestato dandomi la medicina dolce e amara, perché io mi levi in tucto da la infermitá della ignoranzia e negligenzia, e con sollicitudine e anxietato desiderio ricorra a te, cognoscendo me e la bontá tua, e l’offese che sonno facte a te da ogni maniera di gente e spezialmente da’ ministri tuoi, acciò che io distilli uno fiume di lagrime sopra me miserabile, traendole del cognoscimento della tua infinita bontá, e sopra questi morti, e’ quali tanto miserabilmente vivono. Unde io non voglio, ineffabile fuoco e dileczione di caritá, Padre etterno, che ’l desiderio mio si stanchi mai di desiderare il tuo onore e la salute de l’anime, e gli occhi miei non si ristiano; ma dimandoti per grazia che sieno facti due fiumi d’acqua, che esca di te, mare pacifico. Grazia, grazia sia a te, Padre, che, satisfacendo a me di quel che io ti dimandai e di quello che io non cognoscevo e non ti dimandai, tu m’hai invitata, dandomi la materia del pianto, e d’offerire dolci e amorosi e anxietati desidèri dinanzi da te con umile e continua orazione. Ora t’adimando che tu facci misericordia al mondo e alla sancta Chiesa tua. Pregoti che tu adempia quello che tu mi fai adimandare. Oimè, misera, dolorosa l’anima mia, cagione d’ogni male! Non indugiare piú a fare misericordia al mondo: conscende e adempie il desiderio de’ servi tuoi. Oimè! tu se’ colui che gli fai gridare: adunque ode la voce loro. La tua Veritá disse che noi chiamassimo e sarebbeci risposto, bussassimo e sarebbeci aperto, chiedessimo e sarebbeci dato. O Padre etterno, e’ servi tuoi chiamano a te misericordia: risponde lo’[299] dunque. Io so bene che la misericordia t’è propria, e però non la puoi stollere che tue non la dia a chi te l’adomanda. Essi bussano a la porta della tua Veritá, però che nella Veritá tua, unigenito tuo Figliuolo, cognoscono l’amore ineffabile che tu hai a l’uomo, sí che bussano a la porta. Unde il fuoco della tua caritá non si debba né può tenere che tu non apra a chi bussa con perseveranzia.

Adunque apre, diserra e spezza e’ cuori indurati delle tue creature: non per loro che non bussano, ma fallo per la tua infinita bontá e per amore de’ servi tuoi, che bussano a te per loro. Dá lo’, Padre etterno, ché vedi che stanno a la porta della Veritá tua e chiegono. E che chiegono? il Sangue di questa porta, Veritá tua. E nel sangue tu hai lavate le iniquitá, e tracta la marcia del peccato d’Adam. El Sangue è nostro, però che ce n’hai facto bagno: nol puoi né vuogli disdire a chi te l’adimanda in veritá. Dá’ dunque il fructo del Sangue a le tue creature: pone nella bilancia el prezzo del sangue del tuo Figliuolo, acciò che le dimonia infernali non ne portino le tue pecorelle. Oh! tu se’ pastore buono, che ci desti el Pastore vero de l’unigenito tuo Figliuolo, el quale, per l’obbedienzia tua, pose la vita per le tue pecorelle e del Sangue ci fece bagno. Questo è quel Sangue che t’adimandano come affamati e’ servi tuoi a questa porta: per lo quale Sangue adimandano che tu facci misericordia al mondo, e rifiorisca la sancta Chiesa di fiori odoriferi di buoni e sancti pastori, e con l’odore spenga la puzza degl’iniqui fiori e putridi. Tu dicesti, Padre etterno, che per l’amore che tu hai alle tue creature, che hanno in loro ragione, che con l’orazioni dei servi tuoi e col molto loro sostenere fadighe senza colpa, faresti misericordia al mondo e riformaresti la Chiesa tua, e cosí ci daresti refrigerio. Adunque non indugiare a vòllere l’occhio della tua misericordia, ma risponde, però che vuoli rispondere prima che noi chiamiamo, con la voce della tua misericordia.

Apre la porta della tua inextimabile caritá, la quale ci donasti per la porta del Verbo. Sí, so io che tu apri prima che noi bussiamo, però che con l’affecto e amore, che hai dato[300] a’ servi tuoi, bussano e chiamano a te, cercando l’onore tuo e la salute de l’anime. Dona lo’ dunque il pane della vita, cioè il fructo del sangue de l’unigenito tuo Figliuolo, el quale t’adimandiamo per gloria e loda del nome tuo e per salute de l’anime. Però che piú gloria e loda pare che torni a te a salvare tante creature, che a lassarle obstinate permanere nella durizia loro. A te, Padre etterno, ogni cosa è possibile: poniamo che tu ci creasti senza noi, ma salvare senza noi questo non vuogli fare; ma pregoti che sforzi la volontá loro e dispongali a volere quello che essi non vogliono. Questo t’adimando per la tua infinita misericordia. Tu ci creasti di non cavelle; adunque, ora che noi siamo, facci misericordia e rifa’ e’ vaselli che tu hai creati e formati a la imagine e similitudine tua. Riformagli a grazia nella misericordia e nel sangue del tuo Figliuolo, Cristo dolce Iesú.[301]


[303]

TRACTATO DE LA PROVIDENZIA

CAPITOLO CXXXV

Qui comincia el tractato de la providenzia di Dio. E prima de la providenzia in generale, cioè come providde creando l’uomo a la imagine e similitudine sua. E come provide con la incarnazione del Figliuolo suo, essendo serrata la porta del paradiso per lo peccato d’Adam. E come providde dandocisi in cibo continuamente nell’altare.

Alora el sommo ed etterno Padre con benignitá ineffabile volleva l’occhio della sua clemenzia inverso di lei, quasi volendo mostrare che in tucte le cose la providenza sua non mancava mai a l’uomo, pure che egli la voglia ricevere, manifestandolo con uno dolce lagnarsi dell’uomo in questo modo, dicendo:

—O carissima figliuola mia, sí come in piú luoghi Io t’ho decto, Io voglio fare misericordia al mondo e in ogni necessitá provedere a la mia creatura che ha in sé ragione. Ma lo ignorante uomo piglia in morte quello che Io do in vita, e cosí si fa crudele a se medesimo. Io sempre proveggo; e sí ti fo sapere che ciò che Io ho dato a l’uomo è somma providenzia. Unde con providenzia el creai: quando raguardai in me medesimo, inamora’mi della mia creatura; piacquemi di crearla a la imagine e similitudine mia con molta providenzia. Unde providdi di darle la memoria perché ritenesse i benefizi miei, facendole participare della potenzia di me Padre etterno. Die’ le l’intellecto acciò che nella sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo ella intendesse e cognoscesse la volontá di me Padre etterno, donatore delle grazie a lei con tanto fuoco d’amore. Die’ le la volontá ad amare, participando la clemenzia dello Spirito sancto, acciò che potesse amare quello che lo ’ntellecto vide e cognobbe.

Questo fece la dolce mia providenzia solo perché ella fusse capace ad intendere e gustare me, e godere de l’etterna mia[304] bontá ne l’etterna mia visione. E, sí come in molti luoghi Io t’ho narrato, perché giognesse a questo fine, essendo serrato el cielo per la colpa d’Adam, il quale non cognobbe la sua dignitá, raguardando con quanta providenzia e amore ineffabile Io l’avevo creato; unde, perché egli non la conobbe, però cadde nella disobbedienzia, e dalla disobbedienzia a la immondizia, con superbia e piacere feminile, volendo piú tosto conscendere e piacere a la compagna sua (poniamo che non credesse però a lei quello che ella diceva), consenti piú tosto di trapassare l’obbedienzia mia che contristarla; cosí per questa disobbedienzia vennero e sonno venuti poi tucti quanti e’ mali; tucti contraeste di questo veleno (della quale disobbedienzia in uno altro luogo ti narrarò come ella è pericolosa, ad commendazione de l’obbedienzia); unde, per tollere via questa morte, Io providi a l’uomo dandovi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo con grande prudenzia e providenzia per provedere a la vostra necessitá. Dico «con prudenzia», però che con l’esca della vostra umanitá e l’amo della mia Deitá Io presi el dimonio, el quale non poté cognoscere la mia Veritá. La quale Veritá, Verbo incarnato, venne a consumare e a distruggere la sua bugia con la quale aveva ingannato l’uomo.

Sí che usai grande providenzia e prudenzia. Pensa, carissima figliuola, che maggiore non la poteva usare che darvi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. A lui posi la grande obbedienzia per trare il veleno, che per la disobbedienzia era caduto ne l’umana generazione. Unde egli, come inamorato vero obbediente, corse a l’obrobriosa morte della sanctissima croce, e con la morte vi die’ la vita. None in virtú de l’umanitá, ma in virtú della mia Deitá; la quale, per mia providenzia, unii con la natura umana per satisfare a la colpa che era facta contra a me, Bene infinito, la quale richiedeva satisfaczione infinita, cioè che la natura umana, che aveva offeso (che era finita), fusse unita con cosa infinita, acciò che infinitamente satisfacesse a me infinito, e a la natura umana, a’ passati, a’ presenti e a’ futuri, e tanto quanto offendesse l’uomo, volendo ritornare a me nella vita sua, trovasse perfecta satisfaczione. E però unii la natura divina con[305] la natura umana, per la quale unione avete ricevuta satisfaczione perfecta. Questo ha facto la mia providenzia: che, con l’operazione finita (ché finita fu la pena della croce nel Verbo), avete ricevuto fructo infinito in virtú della Deitá, come decto è.

Questa infinita ed etterna providenzia di me Dio, Padre vostro, Trinitá etterna, provide di rivestire l’uomo. El quale, avendo perduto el vestimento della innocenzia e dinudato d’ogni virtú, periva di fame e moriva di freddo in questa vita della perregrinazione. Soctoposto era ad ogni miseria, serrata era la porta del cielo e perduta n’aveva ogni speranza; la quale speranza, se l’avesse potuta pigliare, gli sarebbe stato uno refrigerio in questa vita. None l’aveva, e però stava in grande affliczione. Ma Io, somma providenzia, providi a questa necessitá: unde, non costrecto dalle vostre giustizie né virtú, ma dalla mia bontá, vi diei el vestimento per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo. El quale, spogliando sé della vita, rivestí voi di innocenzia e di grazia; la quale innocenzia e grazia ricevete nel sancto baptesmo in virtú del Sangue, lavando la macchia del peccato originale, nel quale sète conceputi, contraendolo dal padre e dalla madre vostra. E però la mia providenzia provide non con pena di corpo, sí come era usanza nel Testamento vecchio, quando erano circuncisi, ma con la dolcezza del sancto baptesmo.

Sí che egli è rivestito. Anco l’ho scaldato, manifestandovi l’unigenito mio Figliuolo, per l’apriture del Corpo suo, el fuoco della mia caritá, el quale era velato sotto questa cennere de l’umanitá vostra. E non díe questo riscaldare l’affreddato cuore de l’uomo, se egli non è giá obstinato, aciecato dal proprio amore, che egli non si vegga amare da me tanto ineffabilemente? La mia providenzia gli ha dato el cibo per confortarlo mentre che egli è perregrino e viandante in questa vita, sí come in un altro luogo ti dixi. Facto ho indebilire i nemici suoi, che veruno gli può nocere se non esso medesimo. La strada è battuta nel Sangue della mia Veritá, acciò che possa giognere al termine suo, a quello fine per lo quale Io el creai. E che cibo è questo? Sí come in un altro luogo Io ti narrai, è il Corpo[306] e ’l Sangue di Cristo crocifixo tucto Dio e tucto uomo, cibo degli angeli e cibo di vita. Cibo che sazia ogni affamato che di questo pane si dilecta, ma none colui che non ha fame; però che egli è uno cibo che vuole essere preso con la bocca del sancto desiderio e gustato per amore. Sí che vedi che la mia providenzia ha proveduto di darli conforto.

CAPITOLO CXXXVI

Come Dio providde dando la speranza ne le sue creature. E come chi piú perfectamente spera, piú perfectamente gusta la providenzia sua.

—Anco gli ho dato el refrigerio della speranza, se col lume della sanctissima fede raguarda el prezzo del Sangue che è pagato per lui, el quale gli dá ferma speranza e certezza della salute sua. Negli obrobri di Cristo crocifixo gli è renduto l’onore; ché se con tucte le membra del corpo suo egli offende me, e Cristo benedecto, dolcissimo mio Figliuolo, in tucto el Corpo suo ha sostenuti grandissimi tormenti, e con la sua obbedienzia ha levata la vostra disobbedienzia. Dalla quale obbedienzia tucti avete contracto la grazia, sí come per la disobbedienzia tucti contraeste la colpa.

Questo v’ha conceduto la mia providenzia, la quale, dal principio del mondo infino al dí d’oggi, ha proveduto e provederá, infino a l’ultimo, a la necessitá e salute dell’uomo in molti e diversi modi (secondo che Io, giusto e vero medico, veggo che vi bisogna a le vostre infermitá), secondo che n’ha bisogno per renderli sanitá perfecta o per conservarlo nella sanitá. La mia providenzia non mancará mai, a chi la vorrá ricevere, in quegli che perfectamente sperano in me. E chi spera in me, bussa e chiama in veritá, non solamente con la parola, ma con affecto e col lume della sanctissima fede, gustaranno me nella providenzia mia; ma non coloro che solamente bussano e suonano col suono della parola, chiamandomi:—Signore, Signore!—Dicoti che, se essi con altra virtú non m’adimandano, non saranno[307] conosciuti da me per misericordia, ma per giustizia. Sí che Io ti dico che la mia providenzia non mancará a chi in veritá spera in me, ma in chi si dispera di me e spera in sé.

Sai che speranza in due cose contrarie non si può ponere. Questo volse dire a voi la mia Veritá nel sancto Evangelio, quando dixe: «Veruno può servire a due signori»; ché, se serve a l’uno, è incontempto a l’altro. Servire non è senza speranza, però che ’l servo, che serve, serve con esperanza che ha nel prezzo e utilitá che se ne vede trare, o con esperanza che egli ha di piacere al signore suo. Onde al nemico del suo signore punto non servirebbe; el quale servizio fare non potrebbe senza alcuna speranza. Onde, servendo e sperando, si vederebbe privare di quello che aspectava dal signore suo. Or cosí pensa, carissima figliuola, che adiviene a l’anima: o egli si conviene che ella serva e speri in me, o serva e speri nel mondo e in se medesima: però che tanto serve al mondo, fuore di me, di servizio sensuale, quanto serve e ama la propria sensualitá; del quale amore e servizio spera d’avere dilecto, piacere e utilitá sensitiva. Ma, perché la speranza sua è posta in cosa finita, vana e transitoria, però gli viene meno, e non giogne in effecto di quel che desiderava. Mentre che egli spera in sé e nel mondo, none spera in me: perché ’l mondo, cioè i desidèri mondani dell’uomo sono a me in odio, e in tanta abominazione mi furono che Io diei l’unigenito mio Figliuolo a l’obrobriosa morte della croce; onde il mondo non ha conformitá meco, né Io con lui. Ma l’anima, che perfectamente spera in me e serve con tucto el cuore e con tucto l’affecto suo, subbito per necessitá, per la cagione decta, si conviene che si disperi di sé e del mondo, di speranza posta con propria fragilitá.

Questa vera e perfecta speranza è meno e piú perfecta, secondo la perfeczione de l’amore che l’anima ha in me. E cosí, perfecta e imperfecta, gusta della providenzia mia: piú perfectamente la gustano e la ricevono quegli che servono e sperano di piacere solamente a me, che quegli che servono con esperanza del fructo e per dilecto che trovassero in me. Questi primi sonno quegli che, ne l’ultimo stato de l’anima, Io ti narrai della[308] loro perfeczione. E questi, che Io ora ti conto, sonno e’ secondi e i terzi, che vanno con esperanza del dilecto e del fructo, e sonno quegli imperfecti de’ quali Io ti contai narrandoti degli stati de l’anima.

Ma, in veruno modo, a’ perfecti e agli imperfecti non mancará la mia providenzia, purché l’uomo non presummi né speri in sé. El quale presummere e sperare in sé, perché esce da l’amore proprio, obfusca l’occhio de l’intellecto, traendone el lume della sanctissima fede. Unde non va con lume di ragione, e però non cognosce la mia providenzia, non che egli non ne pruovi. Però che neuno è, né giusto né peccatore, che non sia proveduto da me, perché ogni cosa è facta e creata da la mia bontá, però che Io so’ Colui che so’, e senza me veruna cosa è facta, se non solo el peccato che non è. Sí che essi ricevono bene della mia providenzia, ma non la intendono, perché non la cognoscono: non cognoscendola, non l’amano: e però non ne ricevono fructo di grazia. Ogni cosa veggono torta, dove ogni cosa è dricta. E, sí come ciechi, ogni cosa vegono in tenebre, e la tenebre in luce, perché hanno posta la speranza e il servizio loro nella tenebre, unde caggiono in mormorazione e vengono ad impazienzia.

E come sonno tanto macti? Doh, carissima figliuola, come possono essi credere che Io, somma ed etterna bontá, possa volere altro che il loro bene nelle cose piccole che tucto dí Io permecto per salute loro, quando pruovano che Io non voglio altro che la loro sanctificazione nelle cose grandi? Ché, con tucta la loro ciechitá, non possono fare che almeno con uno poco di lume naturale non veggano la bontá mia e il benefizio della mia providenzia, la quale truovano (e non la possono dinegare) nella prima creazione e nella ricreazione che ha ricevuto l’uomo nel Sangue, ricreandolo a grazia, sí come decto t’ho. Questa è cosa sí chiara e manifesta che non possono dire di no. Poi mancano e vengono meno a l’ombra loro, perché questo lume naturale non è stato exercitato in virtú. El macto uomo non vede che di tempo in tempo Io ho proveduto generalmente al mondo, e in particulare a ogniuno secondo el suo[309] stato. E perché veruno è che in questa vita stia fermo, ma sempre si muta di tempo in tempo in sino che egli è gionto a lo stato suo fermo, sempre il provego di quel che gli bisogna nel tempo che egli è.

CAPITOLO CXXXVII

Come Dio provide nel Testamento vecchio con la legge e co’ profeti; e poi con mandare el Verbo; poi con gli apostoli, co’ martiri e con gli altri sancti uomini. Come nulla adiviene a le creature, che tucto non sia providenzia di Dio.

—Generalmente Io providi con la legge, che Io diei a Moisé nel Testamento vecchio, e con molti altri sancti profeti. Anco ti fo sapere che, innanzi l’avenimento del Verbo mio Figliuolo, poco stecte il popolo giudaico senza profeta, per confortare il popolo con le profezie, dando lo’ speranza che la mia Veritá, profeta de’ profeti, li traesse della servitú e facesseli liberi e diserrasse lo’ el cielo col sangue suo, che tanto tempo era stato serrato. Ma, poi che venne il dolce e amoroso Verbo, neuno profeta si levò tra loro: per certificarli che quello, che egli aspectavano, l’avevano avuto, unde non bisognava che piú profeti l’annunziassero: benché essi nol cognobbero né cognoscono per la ciechitá loro. Doppo costoro, providi venendo el Verbo, sí come decto è, il quale fu vostro tramezzatore tra me, Dio etterno, e voi. Doppo lui, gli appostoli, martiri, doctori e confessori, sí come in un altro luogo Io ti dixi. Ogni cosa ha facto la mia providenzia, e cosí ti dico che infino a l’ultimo provederá. Questa è generale, data a ogni creatura che ha in sé ragione, che di questa providenzia vorrá ricevere el fructo. In particulare lo’ do ogni cosa per mia providenzia: e vita e morte (per qualunque modo Io la dia), fame, sete, perdimento di stato nel mondo, nuditá, freddo, caldo, ingiurie, scherni e villanie. Tucte queste cose permecto che lo’ siano facte o decte dagli uomini. Non che Io faccia la malizia della mala volontá di colui che fa el male e la ingiuria, ma el tempo e l’essere che egli ha avuto da[310] me. El quale essere gli diei non perché offendesse me né il prossimo suo, ma perché servisse me e lui con dileczione di caritá. Unde Io permecto quello acto o per provare la virtú della pazienzia in quella anima di colui che riceve, o per farlo ricognoscere.

Alcuna volta permectarò che al giusto tucto el mondo gli sará contrario, e ne l’ultimo fará morte la quale dará grande admirazione agli uomini del mondo. Parrá a loro una cosa ingiusta di vedere perire uno giusto quando in acqua, quando in fuoco, quando strangolato da l’animale e quando per cadimento di casa sopra di lui, nel quale perderá la vita corporale. Oh, quanto paiono fuore di modo queste cose a quello occhio che non v’è dentro el lume della sanctissima fede! Ma none al fedele: però che ’l fedele ha trovato e gustato, per affecto d’amore, nelle cose grandi sopradecte la mia providenzia; e cosí vede e tiene che con providenzia Io fo ciò ch’Io fo, solo per procurare a la salute dell’uomo. E però ha ogni cosa in reverenzia: non si scandalizza in sé, né ne l’operazioni mie, né nel proximo suo; ma ogni cosa trapassa con vera pazienzia. La providenzia mia non è tolta a veruna creatura, perché tucte le cose sonno condite con essa. Alcuna volta parrá a l’uomo, o grandine o tempesta o saecta che Io mandi sopra el corpo della creatura, che ella sia crudeltá, quasi giudicando che Io non abbi proveduto a la salute di colui. E Io l’ho facto per camparlo della morte etternale; ed egli tiene il contrario. E cosí gli uomini del mondo in ogni cosa vogliono contaminare le mie operazioni e intenderle secondo el loro basso intendimento.

CAPITOLO CXXXVIII

Come ciò che Dio ci permecte è solamente per nostro bene e per nostra salute. E come sono ciechi e ingannati quelli che giudicano el contrario.

—E voglio che tu vegga, dilectissima figliuola, con quanta pazienzia a me conviene portare le mie creature, le quali Io ho create, come decto è, a la imagine e similitudine mia con tanta[311] dolcezza d’amore. Apre l’occhio de l’intellecto e raguarda in me; e ponendoti Io uno caso particulare avenuto, del quale se ben ti ricorda, tu mi pregasti ch’Io provedesse, e io providi, sí come tu sai, che senza pericolo di morte riebbe lo stato suo. E come egli è questo particulare, cosí è generalmente in ogni cosa.—

Alora quella anima, aprendo l’occhio de l’intellecto col lume della sanctissima fede nella divina sua maestá con anxietato desiderio (perché per le parole decte piú conosceva della sua veritá nella dolce providenzia sua) per obbedire al comandamento suo, specolandosi ne l’abisso della sua caritá, vedeva come egli era somma e etterna Bontá, e come per solo amore ci aveva creati e ricomprati del sangue del suo Figliuolo, e che con questo amore medesimo dava ciò che egli dava e permecteva: tribulazioni e consolazioni; ogni cosa era dato per amore e per provedere a la salute de l’uomo, e non per verun altro fine.

El Sangue sparto con tanto fuoco d’amore vedeva che manifestava che questa era la veritá. Alora diceva el sommo ed etterno Padre:—Questi sono come aciecati per lo proprio amore che hanno di loro medesimi, scandalizzandosi con molta impazienzia. Io ti parlo ora in particulare e in generale, ripigliando quel ch’Io dicevo. Essi giudicano in male, in loro danno, in ruina e in odio quello che Io fo per amore e per loro bene, per privarli dalle pene etternali, per guadagno e per dar lo’ vita etterna. E perché dunque si lagnano di me? perché none sperano in me, ma in loro medesimi; e giá t’ho decto che per questo vengono a tenebre, sí che non cognoscono. Unde odiano quel che debbono avere in reverenzia, e, come superbi, vogliono giudicare gli occulti miei giudizi, e’ quali sonno tucti dricti. Ma essi fanno come il cieco, che col tacto della mano, o alcuna volta col sapore del gusto, e quando col suono della voce, vorrá giudicare in bene e in male, secondo el suo basso, infermo e picciolo sapere. E non si vorranno actenere a me, che so’ vero lume e so’ Colui che gli nutrico spiritualmente e corporalmente, e senza me veruna cosa possono avere. E se alcuna volta sonno serviti da la creatura, Io so’ Colui che l’ho data la volontá, l’aptitudine, el sapere, el potere a poterlo fare. Ma, come macto,[312] egli andare vuole col sentimento della mano, che è ingannata nel suo toccare perché non ha lume per discernere il colore: e cosí el gusto s’inganna, perché non vede l’animale immondo che si pone alcuna volta in sul cibo; l’orecchia è ingannata nel dilecto del suono, perché non vede colui che canta; se non si guardasse da lui, per lo diletto egli li può dare la morte.

Cosí fanno costoro e’ quagli, come aciecati, perduto el lume della ragione, toccano con la mano del sentimento sensitivo. E’ diletti del mondo lo’ paiono buoni; ma, perché essi non veggono, non si guardano che egli è uno panno meschiato di molte spine, con molta miseria e grandi affanni, in tanto che il cuore, che le possiede fuore di me, è incomportabile a se medesimo. Cosí la bocca del desiderio, che disordinatamente l’ama, gli paiono dolci e soavi a prendere, ed egli v’è su l’animale immondo di molti peccati mortali, e’ quali fanno immonda l’anima e dilonganla dalla similitudine mia e tolgonla della vita della grazia. Unde, se egli non va col lume della sanctissima fede a purificarla nel Sangue, n’ha morte etternale. L’udire è l’amore proprio di sé, che gli pare che facci uno dolce suono. Perché gli pare? perché l’anima corre dietro a l’amore della propria sensualitá; ma, perché non vede, è ingannato dal suono, e, perché gli andò dietro con disordinato dilecto, truovasi condocto nella fossa, legato col legame della colpa, menato nelle mani de’ nemici suoi, però che, come aciecato dal proprio amore e confidanza che hanno posta a loro medesimi e al loro proprio sapere, non s’attengono a me, che so’ guida e via loro.

Facta v’è questa via dal Verbo mio Figliuolo, el quale dixe che era «via, veritá e vita», ed è lume. Unde chi va per lui non può essere ingannato né andare in tenebre; e neuno può venire a me se non per lui, perché egli è una cosa con meco; e giá ti dixi che Io ve n’avevo facto ponte, acciò che tucti poteste venire al termine vostro. E nondimeno, con tucto questo, non si fidano di me, che non voglio altro che la loro sanctificazione. Per questo fine, e con grande amore lo’ do e permecto ogni cosa, ed essi sempre si scandalizzano in me; e Io con pazienzia gli porto e gli sostengo, perché Io gli amai senza essere[313] amato da loro. Ed essi sempre mi perseguitano con molta impazienzia, odio e mormorazioni e con molta infidelitá, volendosi ponere ad investigare, secondo el loro cieco vedere, gli occulti miei giudici, e’ quali sonno fatti tucti giustamente e per amore. E non cognoscono ancora loro medesimi, e però vegono falsamente, però che chi non cognosce se medesimo non può cognoscere me né le giustizie mie in veritá.

CAPITOLO CXXXIX

Come Dio providde in alcuno caso particulare a la salute di quella anima ad cui adivenne el caso.

—Vuogli ti mostri, figliuola, quanto el mondo è ingannato de’ misteri miei? Or apre l’occhio de l’intellecto, e raguarda in me; e, mirando, vedrai nel caso particulare del quale Io ti dixi che ti narrarei. E come egli è questo, cosí generalmente ti potrei contare degli altri.—

Alora quella anima, per obbedire al sommo etterno Padre, raguardava in lui con ansietato desiderio. Alora Dio etterno dimostrava la dannazione di colui per cui era adivenuto el caso, dicendo:—Io voglio che tu sappia che, per camparlo di questa etterna dapnazione nella quale tu vedi che egli era, Io permissi questo caso, acciò che col sangue suo nel Sangue della mia Veritá unigenito mio Figliuolo avesse vita. Però che non avevo dimenticato la reverenzia e amore che egli aveva a la dolcissima madre, Maria, dell’unigenito mio Figliuolo. A la quale è dato questo, per reverenzia del Verbo, da la mia bontá: cioè che qualunque sará colui, o giusto o peccatore, che l’abbi in debita reverenzia, non sará tolto né devorato dal demonio infernale. Ella è come una esca posta da la mia bontá a pigliare le creature che hanno in loro ragione. Sí che per misericordia ho facto quello, cioè permessolo, none facta la mala volontá degl’iniqui, che gli uomini tengono crudeltá. E tucto questo l’adiviene per l’amore proprio di loro medesimi, che l’ha tolto[314] el lume, e però non cognoscono la veritá mia. Ma, se essi si volessero levare la nuvila, la cognoscerebbero e amarebbero, e cosí avarebbero ogni cosa in reverenzia, e nel tempo della ricolta riceverebbero el fructo delle loro fadighe. Ma non dubbitare, figliuola mia, ché di quello che tu mi preghi Io adempirò e’ desidèri tuoi e de’ servi miei. Io so’ lo Dio vostro remuneratore d’ogni fadiga e adempitore de’ sancti desidèri, purché Io trovasse chi in veritá bussasse a la porta de la mia misericordia con lume, acciò che non errassero né mancassero in speranza della mia providenzia.

CAPITOLO CXL

Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue creature in diversi altri modi, si lagna de la infedelitá d’esse sue creature. Ed exponendo una figura del vecchio Testamento, dá una utile doctrina.

—Hotti narrato di questo caso particulare: ora ti ritorno al generale. Tu non potresti mai vedere quanta è la ignoranzia dell’uomo. Egli è senza veruno senno o cognoscimento, avendoselo tolto per sperare in sé e confidarsi nel suo proprio sapere. O stolto uomo, e non vedi tu che il sapere tuo tu non l’hai da te, ma la mia bontá, che provide al tuo bisogno, te l’ha dato? Chi tel mostra? Quel che tu in te medesimo pruovi: che tale ora vuoli tu fare una cosa, che tu non la puoi fare né saprai fare. Alcuna volta non avarai el tempo, e, se avarai el tempo, ti mancará el volere. Tucto questo t’è dato da me per provedere a la salute tua, perché tu cognosca te non essere e abbi materia d’umiliarti e non d’insuperbire. Unde in ogni cosa truovi mutazione e privazione, però che non stanno in tua libertá: solo la grazia mia è quella che è ferma e stabile, che non ti può essere tolta né mutata (cioè di farti partire da essa grazia e tornare a la colpa), se tu medesimo non te la muti.

Dunque, come puoi levare il capo contra la mia bontá? Non puoi, se tu vuoli seguitare la ragione, né puoi sperare in te[315] né confidarti del tuo sapere. Ma, perché se’ facto animale senza ragione, non vedi che ogni cosa si muta, excepto la grazia mia. E perché non ti confidi di me, che so’ el tuo Creatore? perché ti confidi in te. E non so’ Io fedele e leale a te? Certo sí: e questo non t’è nascosto, però che continuamente l’hai per pruova.

O dolcissima e carissima figliuola, l’uomo non fu leale né fedele a me, trapassando l’obbedienzia che Io gli avevo imposta, per la quale cadde nella morte. E Io fui fedele a lui, actenendoli quello per che Io l’avevo creato, volendogli dare il sommo ed etterno Bene. E, per compire questa mia veritá, unii la Deitá mia, somma altezza, con la bassezza della sua umanitá, essendo ricomprato e restituito a grazia col mezzo del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. Sí che egli l’ha provato. Ma e’ pare che essi non credano che Io sia potente a poterli sovenire, forte a poterli aitare e difendere da’ nemici loro, e sapiente per illuminarli l’occhio de l’intellecto loro, né che Io abbi clemenzia a voler lo’ dare quello che è di necessitá a la salute loro, né sia ricco per poterli aricchire, né sia bello per poter lo’ dare bellezza, né abbi cibo per dar lo’ mangiare, né vestimento per rivestirli. L’operazioni loro mi manifestano che essi nol credono: però che, se il credessero in veritá, sarebbe con opera di sancte e buone operazioni.

E nondimeno essi pruovano continuamente che Io so’ forte, perché li conservo ne l’essere e difendoli da’ nemici loro. E veggono che neuno può ricalcitrare contra la potenzia e fortezza mia; ma essi nol veggono, ché nol vogliono vedere. Con la mia sapienza Io ho ordinato e governo tucto quanto el mondo con tanto ordine, che veruna cosa vi manca e veruno ci può apponere. Ne l’anima e nel corpo, in tucto ho proveduto; non costrecto a farlo da la volontá vostra, però che voi non eravate, ma solo da la mia clemenzia, costrecto da me medesimo, facendo el cielo e la terra e il mare e il fermamento; cioè il cielo, perché si movesse sopra di voi; l’aere, perché respiraste; el fuoco e l’acqua, per temperare contrario con contrario; el sole, perché non steste in tenebre; tucti facti e ordinati, perché sovengano a la necessitá dell’uomo. El cielo adornato degli[316] ucelli; la terra germina e’ fructi, con molti animali, per la vita dell’uomo; el mare, adornato di pesci. Ogni cosa ho facto con grandissimo ordine e providenzia.

Poi che Io ebbi facta ogni cosa buona e perfecta, Io creai la creatura razionale a la imagine e similitudine mia, e missila in questo giardino. El quale giardino, per lo peccato di Adam, germinoe spine, dove in prima ci erano fiori odoriferi di innocenzia e di grandissima soavitá. Ogni cosa era obbediente a l’uomo; ma, per la colpa e disobbedienzia commessa, trovò ribellione in sé e in tucte le creature. Insalvatichí el mondo e l’uomo, el quale uomo è un altro mondo. Ma io providi che, mandando nel mondo la mia Veritá, Verbo incarnato, gli tolse il salvaticume, trassene le spine del peccato originale e fecilo uno giardino inaffiato del sangue di Cristo crocifixo, piantandovi le piante de’ septe doni dello Spirito sancto e traendone il peccato mortale. E questo fu doppo la morte de l’unigenito mio Figliuolo, ché inanzi no.

Sí come fu figurato nel vecchio Testamento, quando fu pregato Eliseo che risuscitasse quel giovano che era morto. Eliseo non andò, ma mandò Giezzi col bastone suo, dicendo che egli el ponesse sopra ’l dosso del garzone. Andando Giezzi e facendo quello che Eliseo gli disse, non el risuscitò però. Vedendo Eliseo che egli non era risuscitato, andò egli con la propria persona e conformossi tucto col garzone con tucte le membra sue, e spirò aciando septe volte nella bocca sua. E il garzone respirò septe volte, in segno che egli era resuscitato. Questo fu figurato per Moisé, che Io mandai col bastone della legge sopra el morto de l’umana generazione, el quale per questa legge non aveva vita. Mandai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo (el quale fu figurato per Eliseo), che si conformò con questo figliuolo morto, per l’unione della natura divina unita con la natura vostra umana. Con tucte le membra si uní questa natura divina, cioè con la potenzia mia, con la sapienzia del mio Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto, tucto me, Dio, abisso di Trinitá, conformato e unito con la natura vostra umana.[317]

Doppo questa unione fece l’altra il dolce e amoroso Verbo, correndo come inamorato a l’obrobriosa morte della croce. Ine si distese. E doppo questa unione donò e’ septe doni dello Spirito sancto a questo figliuolo morto, aciando nella bocca del desiderio de l’anima, tollendole la morte nel sancto baptesmo. Egli spira in segno che egli ha vita, gittando fuore di sé e’ septe peccati mortali. Sí che egli è facto giardino adornato di dolci e soavi fructi. È vero che l’ortolano di questo giardino, cioè il libero arbitrio, el può insalvatichire e dimesticare secondo che li piace. Se egli ci semina il veleno de l’amore proprio di sé, unde nascono e’ septe principali peccati e tucti gli altri che procedono da questi, esso facto ne caccia e’ septe doni dello Spirito sancto e privasi d’ogni virtú. Ine non è fortezza, ché egli è indebilito; non v’è temperanzia né prudenzia, ché egli ha perduto el lume col quale usava la ragione; non v’è fede né speranza né giustizia, però che egli è facto ingiusto, spera in sé e crede con fede morta a se medesimo, fidasi delle creature e non di me suo Creatore; non v’è caritá né pietá veruna, perché se l’ha tolta con l’amore della propria fragilitá: è facto crudele a sé, unde non può essere pietoso al proximo suo. Privato è d’ogni bene e caduto in sommo male. E unde riavará la vita? da questo medesimo Eliseo, Verbo incarnato, unigenito mio Figliuolo. In che modo? che questo ortolano divella queste spine della colpa con odio (ché, se non si odiasse, non ne le trarrebbe mai), e con amore corra a conformarsi con la doctrina della mia Veritá, innaffiandola col Sangue. El quale Sangue gli è gictato sopra el capo suo dal ministro, andando a la confessione con contrizione di cuore e dispiacimento della colpa, e con satisfaczione e con proponimento di none offendere piú.

Per questo modo può dimesticare questo giardino de l’anima mentre che vive: ché, passata questa vita, non ha piú rimedio veruno, sí come in piú altri luoghi Io t’ho narrato.[318]

CAPITOLO CXLI

Come Dio provede verso di noi, che noi siamo tribolati per la nostra salute. E de la miseria di quelli che si confidano in sé e non ne la providenzia sua. E de la excellenzia di quelli che si confidano in essa providenzia.

—Vedi dunque che con la mia providenzia Io raconciai el secondo mondo de l’uomo. Al primo non fu tolto, che non germinasse spine di molte tribolazioni e che in ogni cosa l’uomo non trovasse ribellione. Questo non è facto senza providenzia né senza vostro bene, ma con molta providenzia e vostra utilitá, per tòllere la speranza del mondo all’uomo e farlo córrire e dirizzare a me che so’ suo fine, sí che almeno, per importunitá di molestie, egli ne levi el cuore e l’affecto suo. E tanto ignorante è l’uomo a non cognoscere la veritá, ed è tanto fragile a dilatarsi nel mondo, che, con tucte queste fadighe e spine che egli ci truova, non pare che egli se ne voglia levare, né curi di tornare a la patria sua. Or sappi dunque, figliuola, quel che farebbe se nel mondo trovasse perfecto dilecto e riposo senza veruna pena.

E però con providenzia lo’ permecto e do che ’l mondo lo’ germini le molte tribulazioni: e per provare in loro la virtú, e della pena, forza e violenzia che fanno a loro medesimi abbi di che remunerarli. Sí che in ogni cosa ha ordinato e proveduto con grande sapienzia la providenzia mia. Ho lo’ dato, sí come decto è, perché Io so’ ricco e potevolo e posso dare, e la ricchezza mia è infinita; anco ogni cosa è facta da me, e senza me veruna cosa può essere. Unde, se esso vuole bellezza, Io so’ bellezza; se vuole bontá, Io so’ bontá, perché so’ sommamente buono; Io so’ sapienzia; Io benigno, Io giusto e misericordioso Dio; Io largo e none avaro; Io so’ Colui che do a chi m’adimanda, apro a chi bussa in veritá e rispondo a chi mi chiama. Non so’ ingrato, ma grato e conoscente a remunerare chi per me s’afadigará, cioè per gloria e loda del nome[319] mio. Io so’ giocondo, che tengo l’anima, che si veste della mia volontá, in sommo dilecto. Io so’ quella somma providenzia, che non manco mai a’ servi miei, che sperano in me, né ne l’anima né nel corpo.

E come può credere l’uomo, che mi vede pascere e nutricare il vermine intro el legno secco, pascere gli animali bruti e i pesci del mare, tucti gli animali della terra e gli ucelli de l’aria; sopra le piante mando el sole e la rugiada che ingrassi la terra: e non crederá che Io nutrichi lui, el quale è mia creatura, creata a l’imagine e similitudine mia? Conciossiacosaché tucto questo è facto da la mia bontá in servizio suo. Da qualunque lato egli si vòlle, e spiritualmente e temporalmente, non truova altro che ’l fuoco e l’abisso della mia caritá con maxima, dolce e perfecta providenzia. Ma egli non vede, perché s’ha tolto el lume e non si dá a vederlo, e però si scandelizza. Ristrigne la caritá verso el proximo suo, e con avarizia pensa el dí di domane: el quale li fu vetato da la mia Veritá, dicendo: «Non voliate pensare del dí di domane; basti al dí la sollicitudine sua», riprendendovi della vostra infedelitá e mostrandovi la mia providenzia e la brevitá del tempo, dicendo: «Non voliate pensare il dí di domane». Quasi dica la mia Veritá:—Non pensate di quello che non sète sicuri d’avere; basta il presente dí.—E insegnavi a di mandare prima el regno del cielo (cioè la buona e sancta vita), ché di queste cose minime ben so Io, Padre vostro di cielo, che elle vi bisognano, e però l’ho facte e comandato a la terra che vi doni de’ fructi suoi.

Questo miserabile, perché la sconfidenzia sua ha ristrecto el cuore e le mani nella caritá del prossimo, non ha lecta questa doctrina che gli ha data el Verbo mia Veritá. Perché non séguita le vestigie sue, esso diventa incomportabile a se medesimo; èscene, di questo fidarsi in sé e none sperare in me, ogni male: essi si fanno giudici della volontá degli uomini, non veggono che Io gli ho a giudicare: Io e non eglino. La volontá mia non intendono né giudicano in bene, se non quando si veggono alcuna prosperitá, dilecto o piacer del mondo. E, venendo lo’ meno questo, perché l’affecto loro con esperanza era tucto posto[320] ine, non lo’ pare sentire né ricevere né providenzia mia né bontá veruna: par lo’ essere privati d’ogni bene. E, perché sonno aciecati dalla propria passione, non vi cognoscono la ricchezza che v’è dentro, né il fructo della vera pazienzia: anco ne tragono morte, e gustano in questa vita l’arra de l’inferno. E Io, con tucto questo, non lasso per la mia bontá che Io non lo’ provegga. Cosí, comando a la terra che dia de’ fructi al peccatore come al giusto, e cosí mando el sole e la piova sopra el campo suo come sopra quello del giusto, e piú n’avará spesse volte il peccatore che ’l giusto.

Questo fa la mia bontá per dare piú a pieno delle ricchezze spirituali ne l’anima del giusto che per mio amore s’è spogliato delle temporali, renunziando al mondo, con tucte le sue delizie, e a la propria volontá. Questi sonno quegli che ingrassano l’anima loro, dilatandosi ne l’abisso della mia caritá: pèrdono in tucto la cura di loro medesimi, che non tanto delle mondane ricchezze, ma di loro non possono avere cura. Alora Io so’ facto el loro governatore spiritualmente e temporalmente: uso una providenzia particulare, oltre a la generale; ché la clemenzia mia, Spirito sancto, se lo’ fa servo che gli serve. Questo sai, se ben ti ricorda d’avere lecto nella vita de’ sancti padri, che, essendo infermato quello solitario, sanctissimo uomo che tucto aveva lassato sé per gloria e loda del nome mio, la clemenzia mia providde e mandò uno angelo perché ’l governasse e provedesse a la sua necessitá. El corpo era sovenuto nel suo bisogno, e l’anima stava in admirabile allegrezza e dolcezza per la conversazione de l’angelo.

Lo Spirito sancto gli è madre che ’l nutrica al pecto della divina mia caritá. Egli l’ha facto libero, sí come signore, tollendoli la servitudine de l’amore proprio; ché dove è il fuoco della mia caritá non vi può essere l’acqua di questo amore, che spegne questo dolce fuoco ne l’anima. Questo servidore dello Spirito sancto, che io l’ho dato per mia providenzia, la veste, nutrica e inebbria di dolcezza e dálle somma ricchezza. Perché tucto lassoe, tucto truova; perché si spogliò tucto di sé, si truova vestito di me; fecesi in tucto servo per umilitá, e però è facto[321] signore signoreggiando el mondo e la propria sensualitá. Perché tucto s’aciecò nel suo vedere, sta in perfectissimo lume: disperandosi di sé, è coronato di fede viva e di perfecta e compíta speranza; gusta vita etterna, privato d’ogni pena e amaritudine affliggitiva. Ogni cosa giudica in bene, perché in tucte giudica la volontá mia, quale vide col lume della fede che Io non volevo altro che la sua sanctificazione, e però è facto paziente.

Oh, quanto è beata questa anima, la quale, essendo anco nel corpo mortale, gusta il bene immortale! Ogni cosa ha in reverenzia; tanto gli pesa la mano manca quanto la ricta, tanto la tribolazione quanto la consolazione, tanto la fame e la sete quanto el mangiare e il bere, tanto el freddo, el caldo e la nuditá quanto el vestimento, tanto la vita quanto la morte, tanto l’onore quanto el vitoperio e tanto l’affliczione quanto la recreazione. In ogni cosa sta solido, fermo e stabile, perché è fondato sopra la viva pietra. Ha cognosciuto e veduto, col lume della fede e con ferma speranza, che ogni cosa do con uno medesimo amore e per uno medesimo rispecto, cioè per la salute vostra, e che in ogni cosa Io proveggo. Però che nella grande fadiga Io do la grande fortezza, e non pongo maggiore peso che si possa portare, pure che si disponga a volere portare per lo mio amore. Nel Sangue v’è facto manifesto che Io non voglio la morte del peccatore, ma voglio che si converta e viva; e per sua vita gli do ciò ch’Io gli do.

Questo ha veduto l’anima spogliata di sé, e però gode in ciò che ella vede o sente in sé o in altrui. Non dubbita che le vengano meno le cose minime, perché col lume della fede è certificata nelle cose grandi, delle quali nel principio di questo tractato Io ti narrai. Oh! quanto è glorioso questo lume della sanctissima fede, col quale vide e cognobbe, e cognosce la mia veritá; el quale lume ha dal servidore dello Spirito sancto, el quale è uno lume sopranaturale, che l’anima acquista per la mia bontá, exercitando el lume naturale che Io l’ho dato.[322]

CAPITOLO CXLII

Come Dio providde verso de l’anime dando i sacramenti, e come provede a’ servi suoi affamati del sacramento del Corpo di Cristo; narrando come providde piú volte, per mirabile modo, verso d’una anima affamata d’esso sacramento.

—Sai tu, carissima figliuola, come Io provego questi miei servi che sperano in me? In due modi: cioè che tucta la providenzia, che Io uso a le mie creature che hanno in loro ragione, è sopra l’anima e sopra ’l corpo. E ciò, che Io adopero di providenzia nel corpo, è facto in servizio de l’anima, per farla crescere nel lume della fede, farla sperare in me e perdere la speranza di sé, e perché vega e cognosca che Io so’ Colui che so’, che posso, voglio e so sovenire al suo bisogno e salute. Tu vedi che ne l’anima, per la vita sua, Io l’ho dati e’ sacramenti della sancta Chiesa, perché sonno suo cibo: none il pane, che è cibo grosso corporale, e però è dato al corpo; ma, perché ella è incorporea, vive della parola mia. Però disse la mia Veritá nel sancto Evangelio che di solo pane non viveva l’uomo, ma d’ogni parola che procede da me, cioè di seguitare con spirituale intenzione la doctrina di questa mia Parola incarnata, la quale parola in virtú del Sangue suo e’ sacramenti vi dánno vita.

Sí che i sacramenti spirituali sonno dati a l’anima: poniamo che si pongano e si diano con lo strumento del corpo; non darebbe a l’anima vita di grazia solamente quello acto, se essa anima non si disponesse a riceverli con espirituale, sancto e vero desiderio. E però ti dixi che egli erano spirituali, che si dánno a l’anima perché è cosa incorporea: non obstante che sieno pórti per lo mezzo del corpo, come decto è, al desiderio de l’anima è dato che ’l riceva. Alcuna volta, per crescerla in fame e sancto desiderio, gli le farò desiderare e non potrá averli; non potendoli avere, cresce la fame, e nella fame il cognoscimento di sé, reputandosene indegna per umilitá. E Io alora la fo degna, provedendo spesse volte in diversi modi sopra questo sacramento. E tu sai che egli è cosí, se ben ti ricorda d’averlo[323] udito e provato in te medesima. Perché la clemenzia mia dello Spirito sancto, che gli ha presi a servire (dato lo’ da me per la mia bontá), spirará la mente d’alcuno ministro che l’ha a dare questo cibo, che, costrecto dal fuoco della mia caritá d’esso Spirito sancto, el quale gli dá stimolo di coscienzia, unde per coscienzia si muove a pascere la fame e compire il desiderio di quella anima. Farò indugiare alcuna volta in su l’extremitá e, quando in tucto ella n’avará perduta la speranza, ed ella avará quel che desidera.

E non poteva Io cosí provedere nel principio come ne l’ultimo? Sí bene: ma follo per crescerla nel lume della fede, acciò che mai non manchi che ella none speri nella mia bontá; e per farla cauta e prudente, ché imprudentemente non volti el capo a dietro, allentando la fame del sancto desiderio: e però la indugio. Sí come ti ricorda di quella anima, che, giognendo nella sancta chiesa con grande fame della comunione, e giognendo el ministro a l’altare, ella dimandò el Corpo di Cristo tucto Dio e uomo: egli rispose che non volea darlele. In lei crebbe il pianto e il desiderio: e in lui, quando venne ad offerire il calice, crebbe lo stimolo della coscienzia, costrecto dal servidore dello Spirito sancto che provedeva a quella anima. E come provedeva e lavorava in quel cuore dentro, cosí el mostroe di fuore, dicendo a quel che ’l serviva:—Dimanda se ella si vuole comunicare, ché Io lel darò volontieri.—E se ella aveva una sprizza di fede e d’amore, crebbe in grandissima abondanzia il desiderio; intantoché pareva che la vita si volesse partire dal corpo. E però l’avevo Io permesso: per farla crescere e farle diseccare ogni amore proprio, infidelitá e speranza che avesse in sé. Alora providi col mezzo della creatura. Un’altra volta provedará el servidore dello Spirito sancto solo, senza questo mezzo, sí come piú volte a molte persone è adivenuto e adiviene tucto dí a’ servi miei. Ma, tra l’altre, due admirabili, sí come tu sai, te ne narrarò per farti dilatare in fede e a commendazione della mia providenzia.

Ricordati e rammentati in te medesima d’avere udito di quella anima, che, stando nel tempio mio della sancta chiesa, el dí della conversione del glorioso appostolo Pavolo mio dolce banditore,[324] con tanto desiderio di giognere a questo sacramento, pane di vita, cibo degli angeli dato a voi uomini, che ella provò quasi a quanti ministri vennero a celebrare; e da tucti le fu denegato per mia dispensazione, perché volsi che ella cognoscesse che, mancandole gli uomini, non le mancavo Io, suo Creatore. E però a l’ultima messa Io tenni questo modo che Io ti dirò, e usai uno dolce inganno per farla inebbriare della providenzia mia. Lo inganno fu questo: che, avendo ella detto di volersi comunicare, quel che serviva nol volse dire al ministro. Vedendo ella che egli non rispondeva del no, aspectava con grande desiderio di potersi comunicare. Decta la messa e trovandosi di no, crebbe in tanta fame e in tanto desiderio, con vera umilitá reputandosene indegna e riprendendo la sua presumpzione, parendole avere presumpto di giognere a tanto misterio. Io, che exalto gli umili, trassi a me il desiderio e l’affecto di quella anima, dandole cognoscimento ne l’abisso della Trinitá di me, Dio etterno, illuminando l’occhio de l’intellecto suo nella potenzia di me, Padre etterno, nella sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo e nella clemenzia dello Spirito sancto, e’ quali siamo una medesima cosa. E in tanta perfeczione si uní quella anima, che ’l corpo si sospendeva da la terra, perché, come nello stato unitivo de l’anima Io ti narrai, era piú perfecta l’unione che l’anima aveva facta per affecto d’amore in me che nel corpo suo. E in questo abisso grande, per satisfare al desiderio suo, ricevecte da me la sancta comunione. E in segno di ciò che Io in veritá l’avevo satisfacto, per piú dí sentí per admirabile modo nel gusto corporale il sapore e odore del Sangue e del Corpo di Cristo crocifixo, mia Veritá. Unde ella si rinnovellò nel lume della mia providenzia, avendola gustata cosí dolcemente.

Tucto questo fu visibile a lei, ma invisibile agli occhi delle creature. Ma el secondo fu visibile agli occhi del ministro a cui adivenne il caso: ché, essendo quella anima con grande desiderio d’udire la messa e della comunione, per passione corporale non era potuta andare alla chiesa a quella ora che bisognava. Pur gionse, essendo l’ora tardi, a la consecrazione, cioè che gionse in su quella ora che ’l ministro consecrava. Ed essendo egli da[325] l’uno capo della chiesa, ella si pose da l’altro, però che l’obbedienzia non le concedeva che ella stesse ine. Ella si pose con grandissimo pianto, dicendo:—O miserabile anima mia! e non vedi tu quanto di grazia tu hai ricevuto, che tu se’ nel tempio sancto di Dio e hai veduto il ministro, che se’ degna d’abitare ne l’inferno per li tuoi peccati?—El desiderio però non si quietava, ma quanto piú si profondava nella valle de l’umilitá, tanto piú era levata in su, dandole a cognoscere con fede e speranza la mia bontá, confidandosi che ’l servitore dello Spirito sancto notricasse la fame sua. Io alora le diei quello che ella in quello modo non sapeva desiderare. El modo fu questo: che, venendo el sacerdote per comunicarsi, nel dividere ne cadde uno pezzuolo, el quale per mia dispensazione e virtú (il moccolino de l’ostia, cioè quella particella che se n’era levata) si partí da l’altare e andò ne l’altro capo della chiesa, dove ella era. E, credendosi ella che non fusse cosa visibile ma invisibile, sentendosi comunicata, pensossi con grande e affocato desiderio che, come piú volte l’era adivenuto, Io l’avesse satisfacto invisibilmente. Ma egli non parbe cosí al ministro, che, non trovandola, sentiva intollerabile dolore. Se non che ’l servidore della mia clemenzia gli manifestò nella mente sua chi l’aveva avuta, sempre però dubitando infino che dichiarato si fu con lei. E non potevo Io tollerle lo impedimento del difecto corporale e farla andare ad ora, dacciò che ella avesse potuto ricevere il sacramento dal ministro? Sí; ma volevo farle provare che, col mezzo della creatura e senza il mezzo della creatura, in qualunque stato e in qualunque tempo si sia, in qualunque modo sa desiderare e piú che non sa desiderare, Io la posso, so e voglio satisfare, come decto è, con maravigliosi modi.

Questo ti basti, carissima figliuola, averti narrato della providenzia mia, la quale Io uso con l’anime affamate di questo dolce sacramento. E cosí in tucti gli altri, secondo che lo’ bisogna, uso questa dolce providenzia. Ora ti dirò alcuna cosellina come Io l’uso dentro ne l’anima, la quale uso senza il mezzo del corpo, cioè con estrumento di fuore. Benché parlandoti degli stati de l’anima Io te ne dicesse, nondimeno anco te ne dirò.[326]

CAPITOLO CXLIII

De la providenzia di Dio verso di coloro che sono in peccato mortale.

—L’anima o ella è in stato di peccato mortale, o ella è imperfecta in grazia, o ella è perfecta. In ogniuno uso, dilargo e do la mia providenzia; ma in diversi modi, con grande sapienzia, secondo che Io veggo che gli bisogna. Agli uomini del mondo, che giacciono nella morte del peccato mortale, provego destandoli con lo stimolo della coscienzia, o con fadiga che sentiranno nel mezzo del cuore per nuovi e diversi modi. E sonno tanti questi modi, che la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarli. Unde spesse volte si partono, per questa importunitá delle pene e stimolo di coscienzia che è dentro ne l’anima, da la colpa del peccato mortale. E alcuna volta (perché Io delle spine vostre sempre traggo la rosa), concependo el cuore de l’uomo amore al peccato mortale o alla creatura fuore della mia volontá, Io gli tollarò el luogo e il tempo che non potrá compire le volontá sue, intantoché con la stanchezza della pena del cuore, la quale egli ha acquistata per suo difecto, non potendo compire le sue disordinate volontá, torna a se medesimo con compunzione di cuore e stimolo di coscienzia, e con esse gicta a terra il farnetico suo. El quale drictamente si può chiamare «farnetico», ché, credendosi ponere l’affecto suo in alcuna cosa, quando viene a vedere, non era cavelle. Era bene ed è alcuna cosa la creatura cui egli amava di miserabile amore; ma quello, che egli ne pigliava, era non cavelle, però che ’l peccato non è cavelle. Di questo non cavelle della colpa, che è una spina che pugne l’anima, Io ne traggo questa rosa, come decto è, per provedere a la salute sua.

Chi mi costrigne a farlo? Non egli, che non mi cerca né adimanda l’aiutorio e providenzia mia se none in colpa di peccato, in delizie, ricchezze e stati del mondo: ma l’amore mi costrigne, perché v’amai prima che voi fuste; senza essere amato[327] da voi, Io v’amai ineffabilemente. Questo mi costrigne a farlo, e l’orazioni de’ servi miei, e’ quali (el servidore dello Spirito sancto, clemenzia mia, ministrando lo’ l’onore di me e la dileczione del proximo loro) cercano con inextimabile caritá la salute loro, studiandosi di placare l’ira mia e di legare le mani della divina mia giustizia, la quale merita lo iniquo uomo che Io usi contra di lui. Essi mi strengono con le lagrime, umili e continue orazioni. Chi gli fa gridare? La mia providenzia, che proveggo a la necessitá di quel morto, perché decto è ch’Io non voglio la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva.

Inamórati, figliuola, della mia providenzia. Se tu apri l’occhio della mente tua e del corpo, tu vedi che gli scellerati uomini che giacciono in tanta miseria, e’ quali so’ facti puzza di morte, obscuri e tenebrosi per la privazione del lume, essi vanno cantando e ridendo, spendendo il tempo loro in vanitá, in delizie e grandi disonestá: tucti lascivi, mangiatori e bevitori, intantoché del ventre loro si fanno dio, con odio, con rancore, con superbia e con ogni miseria (delle quali miserie piú distintamente sai ch’Io te ne narrai), e non cognoscono lo stato loro. Vanno per la via a giognere alla morte etternale, se non si correggono nella vita loro, e vanno cantando! E non sarebbe reputata grande stoltizia e pazzia se quelli, che è condannato a la morte e va a la giustizia, andasse cantando e ballando, mostrando segni d’allegrezza? Certo sí. In questa stoltizia stanno questi miseri, e tanto piú senza comparazione veruna, quanto essi ricevono, quegli pena finita, e costoro pena infinita, morendo in stato di danpnazione. E vanno cantando! Ciechi sopra ciechi! stolti e macti sopra ogni stoltizia!

E i servi miei stanno in pianto, in affliczione di corpo e in contrizione di cuore, in vigilia e continua orazione, con sospiri e lamenti, macerando la carne loro per procurare a la loro salute; ed essi si fanno beffe di loro! Ma elle caggiono sopra e’ loro capi, tornando la pena della colpa in cui ella debba tornare, e i fructi delle fadighe portate per amore di me si dánno in cui la bontá mia gli ha facti meritare, però che io so’ lo Idio[328] vostro giusto, che a ogniuno rendo secondo che averá meritato. Ma e’ veri servi miei non allentano e’ passi per le beffe, persecuzioni e ingratitudine loro; anco crescono in maggiore sollicitudine e desiderio. Questo chi el fa, che con tanta fame bussino alla porta della mia misericordia? La providenzia mia, che proveggo e procuro insiememente la salute di questi miseri, e augmento la virtú e cresco il fuoco della dileczione della caritá ne’ servi miei.

Infiniti sonno questi modi di providenzia, ch’Io uso ne l’anima del peccatore per trarlo della colpa del peccato mortale. Ora ti parlaró di quello che fa la mia providenzia in coloro che sonno levati dalla colpa, e sonno ancora inperfecti; non ricapitolando gli stati de l’anima, perché giá ordinatamente te gli ho narrati, ma breve breve alcuna cosa ti dirò.

CAPITOLO CXLIV

De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ancora nell’amore inperfecto.

—Sai tu, carissima figliuola, che modo Io tengo per levare l’anima inperfecta dalla sua inperfeczione? Che alcuna volta Io la proveggo con molestie di molte e diverse cogitazioni, e con la mente sterile. Parrá che sia tucto abandonata da me, senza veruno sentimento: né nel mondo gli pare essere, ché non v’è; né in me gli pare essere, ché non ha sentimento veruno, fuore che sente che la volontá sua non vuole offendere.

Questa porta della volontá, che è libera, non do Io licenzia a’ nemici che l’aprano. Ma do bene licenzia alle dimonia e agli altri nemici de l’uomo che percuotano l’altre porte; ma questa, che è la principale, no, ché conserva la cittá de l’anima. È vero che ha la guardia del libero arbitrio, che sta a questa porta: hogliele dato libero, che dica sí e no, secondo che gli piace. Molte sonno le porte che ha questa cittá. Le principali sonno tre (ché l’una è quella che sempre si tiene, se ella vuole, ed è guardia de l’altre): ciò sonno la memoria, lo ’ntellecto e la volontá. Unde, se la volontá consente, v’entra il nemico de l’amore proprio e tucti gli[329] altri nemici che seguitano doppo lui. Subbito lo ’ntellecto riceve la tenebre, che è nemica della luce; e la memoria riceve el odio per ricordamento della ingiuria (el quale odio è nemico della dileczione della caritá del proximo suo); ritiene e’ dilecti e piaceri del mondo in diversi modi, come sonno diversi e’ peccati e’ quali sonno contrari alle virtú.

Subito che sonno aperte le porte, s’aprono li sportegli de’ sentimenti del corpo, e’ quali sonno tucti strumenti che rispondono a l’anima. Unde tu vedi che l’affecto disordenato de l’uomo, che ha uperte le porte sue, risponde con questi organi; unde tucti e’ suoni sonno guasti e contaminati, cioè le sue operazioni. L’occhio non porge altro che morte, perché è posto a vedere cosa morta con disordenato guardare colá dove non debba; con vanitá di cuore, con leggerezza, con modi e guardature disoneste è cagione di dare morte a sé e ad altrui. Oh misero te! quel ch’Io t’ho dato perché tu raguardi el cielo e tucte l’altre cose e la bellezza della creatura per me e perché tu raguardi e’ misteri miei; e tu raguardi in loto e in miseria, e cosí n’acquisti la morte.

Cosí l’orecchia si dilecta in cose disoneste, o in udire e’ facti del proximo suo per giudicio; dove Io gli li diei perché udisse la parola mia e la necessitá del proximo suo. La lingua ho data perché annunzi la parola mia e confessi e’ difecti suoi, e perché l’aduopari in salute de l’anime; ed egli l’aduopera in bastemmiare me, che so’ suo Creatore, e in ruina del proximo, nutricandosi delle carni sue, mormorando e giudicando l’operazioni buone in male e le gattive in bene; bastemiando, dando falsa testimonanza; con parole lascive pericola sé e altrui; gitta parole d’ingiuria, che trapassano ne’ cuori de’ proximi come coltella, le quali parole li provocano ad ira. Oh, quanti sonno e’ mali e omicidii, quanta disonestá, quanta ira, odio e perdimento di tempo che escono per questo menbro!

Se egli è l’odorato, né piú né meno offende ne l’essere suo con disordenato piacere nel suo odorare. E, se egli è il gusto, con golositá insaziabile, con disordenato appetito volendo le molte e varie vivande, non mira se non d’empire il ventre suo,[330] non raguardando la misera anima, che aperse la porta, che per lo disordenato prendere de’ cibi viene a riscaldamento la fragile carne sua, con disordenato desiderio di corrómpare se medesimo. Le mani, in tòllere le cose del proximo suo, e con laidi e miserabili toccamenti, le quali sonno facte per servire il proximo quando il vede nella infermitá, sovenendo con la elemosina nella necessitá sua. E’ piei, gli sono dati perché servino e portino il corpo in luogo sancto e utile a sé e al proximo suo per gloria e loda del nome mio; ed egli spende e porta el corpo in luoghi vitoperosi in molti e diversi modi, novellando e spiacevoleggiando, corrompendo con le loro miserie l’altre creature in molti modi, secondo che piace alla disordenata volontá.

Tucto questo t’ho decto, carissima figliuola, per darti materia di pianto di vedere gionta a tanta miseria la nobile cittá de l’anima, e perché tu vegga quanto male esce della principale porta della volontá. Alla quale Io non do licenzia che i nimici de l’anima entrino, come decto è; ma, come Io ti dicevo, do bene licenzia ne l’altre che i nimici le percuotano. Unde lo ’ntellecto sostengo che sia percosso da una tenebre di mente; e la memoria pare molte volte che sia privata del ricordamento di me. E alcuna volta tucti gli altri sentimenti del corpo parrá che siano in diverse bactaglie. Nel guardare le cose sancte e toccandole e udendole e odorandole e andandovi, ogni cosa parrá che gli dia mutazione, disonestá e corrompimento. Ma tucto questo non è a morte, però che Io non voglio la morte sua (guarda che egli non fusse sí stolto che egli aprisse la porta della volontá): Io permecto che eglino stiano di fuore, ma non che entrino dentro. Dentro non possono intrare se non quando la propria volontá vuole.

E perché tengo Io in tanta pena e affliczione questa anima atorniata da tanti nemici? Non perché ella sia presa e perda la ricchezza della grazia; ma follo per mostrarle la mia providenzia, acciò che ella si fidi di me e non in sé, levisi dalla negligenzia e con sollicitudine rifugga a me, che so’ suo difenditore, so’ Padre benigno, che procuro la salute sua; acciò che ella stia umile e vegga sé non essere, ma l’essere e ogni grazia[331] che è posta sopra l’essere ricognosca da me, che so’ sua vita. Come ella cognosce questa vita e providenzie mie in queste bactaglie? Ricevendo la grande liberazione, ché non la lasso permanere continuamente in questo tempo; ma vanno e vengono, secondo ch’Io veggo che le bisognino. Talora gli parrá essere ne lo ’nferno, che, senza veruno suo exercizio che allora faccia, ne sará privata e gustará vita etterna. L’anima rimane serena: ciò che vede le pare che gridi Dio, tucta infiammata d’amoroso fuoco per la considerazione che fa allora l’anima nella mia providenzia, perché si vede essere uscita di sí grande pelago non con suo exercizio, ché il lume venne inproviso, non exercitandosi, ma solo per la mia inextimabile caritá, che volsi provedere alla sua necessitá nel tempo del bisogno, che quasi non poteva piú.

Perché ne l’exercizio, quando s’exercitava a l’orazione e a l’altre cose che bisognano, non le risposi col lume, tollendole la tenebre? Perché, essendo ancora inperfecta, non reputasse in suo exercizio quello che non era suo. Sí che vedi che lo inperfecto nelle bactaglie, exercitandosi, viene a perfeczione, perché in esse bactaglie pruova la divina mia providenzia, unde egli s’è levato da l’amore inperfecto.

Anco uso uno sancto inganno, solo per levarli dalla inperfeczione: ch’Io lo’ farò concipere amore ad alcuna creatura spiritualmente e in particulare, oltre a l’amore generale. Unde con questo mezzo s’exercita alla virtú, leva la sua inperfeczione, fallo spogliare il cuore d’ogni altra creatura che egli amasse sensualmente, di padre, madre, suoro, frategli: ne trae ogni propria passione, e amali per me, Dio. E, con questo amore ordinato del mezzo ch’Io gli ho posto, caccia il disordinato, col quale in prima amava le creature. Adunque vedi che tolle questa inperfeczione. Ma actende che un’altra cosa fa questo amore di questo mezzo: che egli fa provare se perfectamente egli ama me e il mezzo che Io gli ho dato, o no. E però gli li diei Io, perché egli el provasse, acciò che avesse materia di cognoscerlo; ché, non cognoscendolo, né a se medesimo dispiacerebbe, né piacerebbe quello che avesse in sé che fusse mio. Per questo[332] modo el cognosce: e giá t’ho decto che ella è ancora inperfecta. E non è dubbio che, essendo inperfecto l’amore che ha a me, è inperfecto quello che ha alla creatura che ha in sé ragione, però che la caritá perfecta del proximo dipende dalla perfecta caritá mia. Sí che con quella misura perfecta e inperfecta che ama me, con quella ama la creatura. Come el cognosce per questo mezzo? In molte cose. Anco, quasi, se voi aprite l’occhio de l’intellecto, non passará tempo che egli nol vegga e pruovi. Ma, perché in un altro luogo Io tel manifestai, poco te ne narrarò.

Quando della creatura cui egli ama di singulare amore, come decto è, egli si vede diminuire il dilecto, la consolazione o conversazioni usate, dove trovava grandissima consolazione, o di molte altre cose, o che vedesse che ella avesse piú conversazioni con altrui che con lui, sente pena; la quale pena el fa intrare a cognoscimento di sé. Se vuole andare con lume e con prudenzia, come debba, con piú perfecto amore amerá quel mezzo, perché, col cognoscimento di se medesimo e odio che averá conceputo al proprio sentimento, si tolle la inperfeczione e viene ad perfeczione. Essendo poi perfecto, séguita piú perfecto e maggiore amore nella creatura generale, e nel particulare mezzo posto dalla mia bontá, che ho proveduto a farla spronare con odio di sé e amore delle virtú in questa vita della perregrinazione, pure che ella non sia ignorante a recarsi, nel tempo delle pene, a confusione e tedio di mente, a tristizia di cuore e senza exercizio. Questa sarebbe cosa pericolosa: verrebbeli a ruina e a morte quello che Io gli ho dato per vita. Non die fare cosí; ma con buona sollicitudine e con umilitá reputandosi indegno di quel che desidera (cioè non avendo la consolazione la quale egli voleva), e con lume vegga che la virtú, per la quale principalmente la debba amare, non è diminuita in lui con fame e desiderio di volere portare ogni pena, da qualunque lato ella venga, per gloria e loda del nome mio. Per questo modo adempirá la volontá mia in sé, ricevendo il fructo della perfeczione, per la quale Io ho permesso le bactaglie, el mezzo e ogni altra cosa perché ella venga a lume di perfeczione.[333]

In questo modo negl’imperfecti uso la providenzia mia, e in tanti altri modi che lingua non sarebbe sufficiente a narrarli.

CAPITOLO CXLV

De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ne la caritá perfecta.

—Ora ti dico de’ perfecti, che Io gli proveggo per conservarli e provare la loro perfeczione e per farli crescere continuamente. Però che neuno è in questa vita, sia perfecto quanto vuole, che non possa crescere a magiore perfeczione. E però tengo questo modo tra gli altri, sí come disse la mia Veritá quando dixe: «Io so’ vite vera, el Padre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci». Chi sta in Lui, che è vite vera, perché procede da me Padre, seguitando la doctrina sua, fa fructo. E, acciò che ’l fructo vostro cresca e sia perfecto, Io vi poto con le molte tribulazioni, infamie, ingiurie, scherni e villanie e rimproverio; con fame e sete, in decti e in facti, secondo che piace alla mia bontá di concederle a ogniuno, secondo ch’egli è acto a portare. Però che la tribulazione è uno segno dimostrativo, che dimostra la perfecta caritá de l’anima e la inperfeczione colá dove ella è. Nelle ingiurie e fadighe, che Io permecto a’ servi miei, si pruova la pazienzia, e cresce il fuoco della caritá in quella anima per compassione che ha a l’anima di colui che gli fa ingiuria; ché piú si duole de l’offesa che fa a me e dapno suo, che della sua ingiuria. Questo fanno quelli che sonno nella grande perfeczione; sí che crescono, e però Io lo’ permecto questo e ogni altra cosa. Io lo’ lasso uno stimolo di fame della salute de l’anime, che dí e nocte bussano alla porta della mia misericordia, intanto che dimenticano loro medesimi, sí come nello stato de’ perfecti Io ti narrai. E quanto piú abandonano loro, piú truovano me. E dove mi cercano? Nella mia Veritá, andando con perfeczione per la dolce doctrina sua. Hanno lecto in questo dolce e glorioso[334] libro, e, leggendo, hanno trovato che, volendo compire l’obbedienzia mia e mostrare quanto amava il mio onore e l’umana generazione, corse con pena e obrobrio alla mensa della sanctissima croce, dove, con sua pena, mangiò il cibo de l’umana generazione. Sí che, col sostenere e col mezzo de l’uomo, mostrò a me quanto amasse il mio onore.

Dico che questi dilecti figliuoli, e’ quali sonno gionti a perfectissimo stato con perseveranzia, con vigilie, umili e continue orazioni, mi dimostrano che in veritá amino me e che essi hanno bene studiato, seguitando questa sancta doctrina della mia Veritá, con loro pena e fadiga che portano per la salute del proximo loro, perché altro mezzo non hanno trovato, in cui dimostrare l’amore che hanno a me, che questo. Anco ogni altro mezzo, che ci fusse a potere dimostrare che amano, si è posto sopra questo principale mezzo della creatura che ha in sé ragione, sí come in un altro luogo io ti dixi che ogni bene si faceva col mezzo del proximo tuo e ogni operazione. Perché neuno bene può essere facto se non nella caritá mia e del proximo; e, se non è facto in questa caritá, non può essere veruno bene, poniamo che gli acti suoi fussero virtuosi. E cosí el male anco si fa con questo mezzo per la privazione della caritá. Sí che vedi che in questo mezzo, che Io v’ho posto, dimostrano la loro perfeczione e l’amore schiecto che hanno a me, procurando sempre la salute de’ proximi col molto sostenere. Adunque Io gli purgo, perché facciano maggiore e piú soave fructo, con le molte tribulazioni. Grande odore gicta a me la pazienzia loro.

Quanto è soave e dolce questo fructo e di quanta utilitá a l’anima che sostiene senza colpa! Ché, se ella el vedesse, non sarebbe veruna che con grande sollicitudine e allegrezza non cercasse di portare. Io, per dar lo’ questo grande tesoro, gli proveggo di poner lo’ il peso delle molte fadighe, acciò che la virtú della pazienzia non irrugginisca in loro; sí che, venendo poi el tempo che ella bisogna provare, non la trovassero ruginosa, trovandovi, per non averla abituata, la ruggine della inpazienzia, la quale rode l’anima.[335]

Alcuna volta uso uno piacevole inganno con loro per conservarli nella virtú de l’umilitá: ch’io lo’ farò adormentare il sentimento loro, che non parrá che nella volontá né nel sentimento essi sentano veruna cosa adversa, se non come persone adormentate, non dico morte. Però che ’l sentimento sensitivo dorme ne l’anima perfecta, ma non muore; però che, subbito ch’egli allentasse l’exercizio e il fuoco del sancto desiderio, si destarebbe piú forte che mai. E però non sia veruno che se ne fidi, sia perfecto quanto si vuole: egli gli bisogna stare nel sancto timore di me; ché molti per lo fidarsi caggiono miserabilemente, ché altrementi non cadrebbero eglino. Sí che dico che in loro pare che dormano i sentimenti, e, sostenendo e portando i grandi pesi, non pare che sentano. A mano a mano, in una picciola cosellina che sará non cavelle, che essi medesimi se ne faranno beffe poi, si sentiranno per sí facto modo in loro medesimi, che vi diventaranno stupefacti. Questo fa la providenzia mia perché l’anima cresca e vada nella valle de l’umilitá: però che ella allora, come prudente, si leva sé sopra di sé, non perdonandosi; ma coll’odio e rimproverio gastiga il sentimento; el quale gastigare è uno farlo adormentare piú fortemente.

Alcuna volta proveggo ne’ grandi servi miei di dar lo’ uno stimolo, sí com’Io feci al dolce appostolo Pavolo, vasello d’eleczione. Avendo ricevuta la doctrina della mia Veritá ne l’abisso di me, Padre etterno; e nondimeno gli lassai lo stimolo e inpugnazione della carne sua. E non potevo Io fare, e posso, a Pavolo e agli altri in cui Io lasso lo stimolo in diversi modi, che essi non l’avessero? Sí. Perché il fa la mia providenzia? Per farli meritare, per conservarli nel cognoscimento di loro, unde traggono la vera umilitá, e per farli pietosi e non crudeli verso de’ proximi loro, che siano conpassionevoli a le loro fadighe. Però che molta piú conpassione hanno a’ tribolati e passionati, sentendo eglino passione, che se non l’avessero. Crescono in maggiore amore, e corrono a me tucti unti di vera umilitá e arsi nella fornace della divina caritá. E con questi mezzi e con infiniti altri giongono ad perfecta unione, sí come Io ti dixi. In tanta unione e cognoscimento della mia bontá che, essendo nel[336] corpo mortale, gustano il bene degl’inmortagli; stando nella carcere del corpo, ne lo’ pare essere di fuore; e, perché molto hanno cognosciuto di me, molto m’amano. E chi molto ama, molto si duole; unde a cui cresce amore, cresce dolore.

In su che dolore e pene rimangono? Non in ingiurie che lo’ fussero facte, né per pene corporali, né per molestie di dimonio, né per veruna altra cosa che lo’ potesse avenire, propriamente a loro, che l’avesse a dare pena; ma solo si dolgono de l’offese facte a me (vedendo e cognoscendo ch’Io so’ degno d’essere amato e servito) e del danno de l’anime, vedendoli andare per la tenebre del mondo e stare in tanta ciechitá. Perché ne l’unione, che l’anima ha facta in me per affecto d’amore, raguardò e cognobbe in me quanto Io amo la mia creatura ineffabilemente. E, vedendola rappresentare la imagine mia, s’inamorò di lei per amore di me. Unde sente intollerabile dolore quando gli vede dilongare dalla mia bontá; e so’ sí grandi queste pene, che ogni altra pena fanno diminuire e venire meno in lei, che niente l’apprezza se non come non fusse egli che ricevesse.

Io gli proveggo. Con che? Con la manifestazione di me medesimo a loro, facendo lo’ in me vedere, con grande amaritudine, le iniquitá e miserie del mondo, la danpnazione de l’anime in comune e in particulare, secondo che piace alla mia bontá, per farli crèsciare in amore e in pena; acciò che, stimolati dal fuoco del desiderio, gridino a me, con speranza ferma e col lume della sanctissima fede, a chiedere l’aiutorio mio che sovenga a tante loro necessitá. Sí che insiememente proveggo con divina providenzia per sovenire al mondo, lassandomi costringere da’ penosi, dolci e anxietati desidèri de’ servi miei, e a loro notricandoli e crescendoli, per questo, in maggiore e piú perfecto cognoscimento e unione di me.

Adunque vedi che Io proveggo questi perfecti per molte vie e diversi modi, perché, mentre che voi vivete, sempre sète acti a crèsciare lo stato della perfeczione e a meritare. E però Io gli purgo d’ogni proprio e disordenato amore spirituale e temporale; e potogli con le molte tribulazioni, acciò che faccino maggiore e piú perfecto fructo, come decto è. E con la grande[337] tribulazione che sostengono, vedendo offendere me e privare l’anima della grazia, si spegne ogni sentimento di questa minore. Intantoché tucte le fadighe loro, che in questa vita possino sostenere, le reputano meno che non cavelle. E per questo, sí com’Io ti dixi, si curano tanto della tribulazione quanto della consolazione, perché non cercano le loro consolazioni, e non m’amano d’amore mercennaio per proprio dilecto, ma cercano la gloria e loda del nome mio.

Adunque vedi, carissima figliuola, che in ogni creatura che ha in sé ragione Io distendo e uso la providenzia mia in molti e infiniti luoghi, con modi admirabili non cognosciuti dagli uomini tenebrosi, perché la tenebre non può conprendere la luce. Solo da quegli che hanno lume sonno cognosciuti perfectamente e inperfectamente, secondo la perfeczione del lume ch’egli hanno. El quale lume s’acquista nel cognoscimento che l’anima ha di sé, unde si leva con perfectissimo odio della tenebre.

CAPITOLO CXLVI

Repetizione breve de le predecte cose. Poi parla sopra quella parola che dixe Cristo a sancto Pietro, quando dixe: «Mecte la rete da la parte dextra de la nave».

—Hotti narrato e hai veduto, meno che l’odore d’una sprizza che è non cavelle a comparazione del mare, come Io proveggo le mie creature, avendoti parlato in generale e in particulare. E ora per questi stati, contandoti prima del Sagramento, come Io proveggo e per che modo a fare crèsciare la fame ne l’anima, e come Io procuro dentro nel sentimento de l’anime, ministrando lo’ la grazia col mezzo del servidore dello Spirito sancto: allo iniquo per riducerlo in stato di grazia, allo inperfecto per farlo giognere a perfeczione, al perfecto per augmentare e crescere la perfeczione in lui, perché sète acti a crescere, e per farli buoni e perfecti mezzi tra l’uomo, che è caduto in guerra, e me. Perché giá ti dixi, se ben ti ricorda, che col[338] mezzo de’ servi miei Io farei misericordia al mondo e col molto sostenere riformarei la sposa mia.

Veramente questi cotali si possono chiamare un altro Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, perché hanno preso a fare l’offizio suo. Egli venne come tramezzatore, per levare la guerra e reconciliare in pace con meco l’uomo, col molto sostenere infino a l’obbrobriosa morte della croce. Cosí questi cotali vanno crociati, facendosi mezzo con l’orazione, con la parola e con la buona e sancta vita, ponendola per exempro dinanzi a loro. Rilucono le pietre preziose delle virtú con pazienzia, portando e sopportando i loro difecti. Questi sonno e’ lami con che essi pigliano l’anime. Essi gictano la rete da la mano dricta e non da la manca, come dixe la mia Veritá a Pietro e agli altri discepoli doppo la resurreczione; però che la mano manca del proprio amore è morta in loro, e la mano dricta è viva d’uno vero e schiecto, dolce e divino amore, col quale gictano la rete del sancto desiderio in me, mare pacifico. E giugnendo la storia che fu inanzi a la resurreczione con quella che fu doppo, sappi che, tirando a loro la rete, richiudendola nel cognoscimento di loro, pigliano tanta abondanzia di pesci d’anime, che si conviene che chiamino il compagno perché gli aiti a trarli della rete, però che solo non può. Perché nello strignere e nel gittare gli conveniva la compagnia della vera umilitá, chiamando il proximo per dileczione, chiedendo che gli aiti a trare questi pesci de l’anime.

E che questo sia vero, tu il vedi ne’ servi miei e pruovi: ché sí grande peso lo’ pare a tirare queste anime che sonno prese nel sancto desiderio loro, che chiamano compagnia, e vorrebero che ogni creatura che ha in sé ragione gli aitasse, con umilitá reputandosi insufficienti. E però ti dixi che chiamavano l’umilitá e la caritá del proximo, ché gli aitasse a trare questi pesci. Tirando, ne trae in grandissima abondanzia: poniamo che molti per li loro difecti n’escono, che non stanno rinchiusi nella rete. La rete del desiderio gli ha ben tucti presi, perché l’anima, affamata de l’onore mio, non si chiama contenta a una particella, ma tucti gli vuole: e’ buoni di manda perché gli aitino[339] a mectere e’ pesci nella rete sua, acciò che si conservino e crescano la perfeczione. Gl’imperfecti vorrebbe che fussero perfecti, e’ gattivi vorrebbe che fussero buoni, gl’infedeli tenebrosi vorrebbe che tornassero al lume del sancto baptesimo. Tucti gli vuole: di qualunque stato o condizione si siano, perché tucti gli vede in me, creati dalla mia bontá in tanto fuoco d’amore e ricomprati del sangue di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo. Sí che tucti gli ha presi nella rete del sancto desiderio suo. Ma molti n’escono, come decto è, che si partono dalla grazia per li difecti loro: e gl’infedeli e gli altri che stanno in peccato mortale. Non è però che essi non siano in quello desiderio per continua orazione: però che, quantunque l’anima si parta da me per le colpe sue, e da l’amore e conversazione che debbono avere a’ servi miei, e debita reverenzia; non è però diminuito, né debba diminuire, l’affecto della caritá in loro. Sí che essi gictano questa dolce rete dalla mano dricta.

O figliuola carissima, se tu considerrai punto l’acto che fece il glorioso appostolo Pietro, il quale si conta nel sancto Evangelio, che gli fece fare la mia Veritá quando gli comandò che gittasse la rete nel mare, Pietro rispose che tucta nocte s’era afadigato e neuno n’aveva potuto avere, dicendo:—«Ma nel comandamento e alla parola tua, io la gittarò»;—gittandola, ne prese in tanta abondanzia, che solo non poté tirarla fuore, e chiamò e’ discepoli che l’aitassero. Dico che in questa figura, la quale fu in veritá cosí (ma figura te per quello che decto Io t’ho), tu la troverai che ella t’è propria. E fotti sapere che tucti e’ misteri e modi che tenne la mia Veritá nel mondo, e co’ discepoli e senza e’ discepoli, erano figurativi dentro ne l’anima de’ servi miei, e in ogni maniera di genti; acciò che in ogni cosa poteste avere regola e doctrina, speculandovi col lume della ragione: e a’ grossi e a’ sottili, a quegli che hanno basso intendimento e alto; ogniuno può pigliare la parte sua, pure che voglia.

Dixiti che Pietro al comandamento del Verbo gittò la rete. Sí che fu obbediente, credendo con fede viva poterli pigliare;[340] e però ne prese assai, ma non nel tempo della nocte. Sai tu qual è il tempo della nocte? È la scura nocte del peccato mortale, quando l’anima è privata del lume della grazia. In questa nocte veruna cosa prende, però che gitta l’affecto suo non nel mare vivo, ma nel morto, dove truova la colpa, che è non cavelle. Indarno s’affadiga con grandi e intollerabili pene, senza veruna utilitá: fannosi márteri del dimonio e non di Cristo crocifixo. Ma, apparendo el dí, che egli esce della colpa e torna a lo stato della grazia, gli appariscono nella mente sua e’ comandamenti della Legge, e’ quali li comandano che gitti questa rete nella parola del mio Verbo, amando me sopra ogni cosa e il proximo come se medesimo. Allora con obbedienzia e col lume della fede, con ferma speranza, la gitta nella parola sua, seguitando la doctrina e le vestigie di questo dolce e amoroso Verbo, e discepoli. E come gli piglia, e cui egli chiama, giá te l’ho decto di sopra, e però non te gli ricapitolo piú.

CAPITOLO CXLVII

Come la predecta rete la gitta piú perfectamente uno che un altro, unde piglia piú pesci. E de la excellenzia di questi perfecti.

—Questo t’ho decto, acciò che col lume de l’intellecto cognosca con quanta providenzia questa mia Veritá, nel tempo che conversò con voi, egli adoperò e’ ministeri suoi e tucti e’ suoi acti; perché tu cognosca quello che vi conviene fare, e quello che fa l’anima che sta in questo perfectissimo stato. E pensa che piú perfecto il fa uno che un altro, secondo che va ad obbedire a questa parola piú promptamente e con piú perfecto lume, perduta ogni speranza di sé, ma solo ricolta in me, suo Creatore. Piú perfectamente la gitta colui che obedisce, observando e’ comandamenti e consigli mentalmente e actualmente, che colui che observa solo i comandamenti, e i consigli mentalmente. Ché chi non osservasse i consigli mentalmente, giá non observarebbe e’ comandamenti actualmente, perché sonno legati insieme,[341] sí come in un altro luogo piú pienamente Io ti narrai. Sí che perfectamente piglia, secondo che perfectamente gitta. Ma e’ perfecti, de’ quali Io t’ho narrato, pigliano in abbondanzia e in grande perfeczione.

Oh! come hanno ordinati gli organi loro per la buona e dolce guardia che fece la guardia del libero arbitrio alla porta della volontá. Tucti e’ sentimenti loro fanno un suono soavissimo, el quale esce dentro della cittá de l’anima, perché le porte sonno tucte chiuse e aperte. Chiusa è la volontá all’amore proprio; ed è aperta a desiderare e amare il mio onore e la dileczione del proximo. Lo intellecto è chiuso a raguardare le delizie, vanitá e miserie del mondo, le quali sonno tucte una nocte che dánno tenebre allo ’ntellecto che disordenatamente le guarda; ed è aperto col lume posto ne l’obiecto del lume della mia Veritá. La memoria è serrata nel ricordamento del mondo e di sé sensitivamente; ed è aperta a ricevere e reducersi a memoria el ricordamento de’ benefizi miei. L’affecto de l’anima fa allora uno giubilo e uno suono, temparate e acordate le corde con prudenzia e lume; accordate tucte a uno suono, cioè a gloria e loda del nome mio.

In questo medesimo suono, che sonno acordate le corde grandi delle potenzie de l’anima, sonno acordate le piccole de’ sentimenti e strumenti del corpo. Sí com’Io ti dixi, parlandoti degl’iniqui uomini, che tucti sonavano morte, ricevendo e’ loro nemici; cosí questi suonano vita, ricevendo gli amici delle vere e reali virtú, stormentano con sancte e buone operazioni. Ogni menbro lavora el lavorio che gli è dato a lavorare, ogniuno perfectamente nel grado suo: l’occhio nel suo vedere, l’orecchia nel suo udire, l’odorato nel suo odorare, il gusto nel suo gustare, la mano nel toccare e adoperare, e’ piei ne l’andare. Tucti s’accordano in uno medesimo suono: a servire il proximo per gloria e loda del nome mio, e servire l’anima con buone e sancte e virtuose operazioni, obbedienti a l’anima a rispondere come organi. Piacevoli sonno a me, piacevoli a la natura angelica, e piacevoli a’ veri gustatori, che gli aspectano con grande gaudio e allegrezza dove participará il bene l’uno de[342] l’altro, e piacevoli al mondo. Voglia il mondo o no, non possono fare gl’iniqui uomini che non sentano de la piacevolezza di questo suono. Anco, molti e molti con questo lamo e stormento ne rimangono presi: partonsi dalla morte e vengono alla vita.

Tucti e’ sancti hanno preso con questo organo. El primo che sonasse in suono di vita fu il dolce e amoroso Verbo, pigliando la vostra umanitá. E con questa umanitá unita con la Deitá, facendo uno dolce suono in su la croce, prese il figliuolo de l’umana generazione, e prese il dimonio, che ne li tolse la signoria che tanto tempo l’aveva posseduto per la colpa sua. Tucti voi altri sonate inparando da questo Maestro. Con questo imparare da lui presero gli appostoli, seminando la parola sua per tucto il mondo; e’ márteri e confessori e doctori e le vergini, tucti pigliavano l’anime col suono loro. Raguarda la gloriosa vergine Orsina, che tanto dolcemente sonò il suo stormento, che solo di vergini n’ebbe undici migliaia, e piú d’altretanti d’altra gente ne prese con questo medesimo suono. E cosí tucti gli altri, chi in uno modo e chi in un altro. Chi n’è cagione? La mia infinita providenzia, che ho proveduto in dar lo’ gli strumenti, e dato l’ho la via e ’l modo con che possino sonare. E ciò ch’Io do e permetto in questa vita l’è via ad augmentare questi stormenti, se essi la vogliono cognoscere, e che non si voglino tollere il lume, con che e’ veggono, con la nuvila de l’amore proprio, piacere e parere di loro medesimi.

CAPITOLO CXLVIII

De la providenzia di Dio in generale, la quale usa verso le sue creature in questa vita e nell’altra.

—Dilarghisi, figliuola, el cuore tuo, e apre l’occhio de l’intellecto col lume della fede a vedere con quanto amore e providenzia Io ho creato e ordinato l’uomo acciò che goda nel mio sommo, etterno bene. E in tucto ho proveduto, come decto[343] t’ho, ne l’anima e nel corpo, negl’imperfecti e ne’ perfecti, a’ buoni e a’ gattivi, spiritualmente e temporalmente, nel cielo e nella terra, in questa vita mortale e nella inmortale.

In questa vita mortale, mentre che sète viandanti, Io v’ho legati nel legame della caritá: voglia l’uomo o no, egli ci è legato. Se egli si scioglie per affecto che non sia nella caritá del proximo, egli ci è legato per necessitá. Unde, acciò che in acto e in affecto usasse la caritá (e se la perdete in affecto per le iniquitá vostre, almeno sète constrecti per vostro bisogno d’usare l’acto), providdi di non dare a uno uomo, né a ogniuno a se medesimo, el sapere fare quello che bisogna fare in tucto alla vita de l’uomo; ma chi n’ha una parte, e chi n’ha un’altra, acciò che l’uno abbi materia, per suo bisogno, di ricòrrire a l’altro. Unde tu vedi che l’artefice ricorre al lavoratore, e il lavoratore a l’artefice: l’uno ha bisogno de l’altro, perché non sa fare l’uno quello che l’altro. Cosí el cherico e il religioso ha bisogno del secolare, e il secolare del religioso; e l’uno non può fare senza l’altro. E cosí d’ogni altra cosa.

E non potevo Io dare a ogniuno tucto? Sí bene; ma volsi, con providenzia, che s’aumiliasse l’uno a l’altro, e costrecti fussero d’usare l’acto e l’affecto della caritá insieme. Mostrato ho la magnificenzia, bontá e providenzia mia in loro, e essi si lassano guidare alla tenebre della propria fragilitá. Le menbra del corpo vostro vi fanno vergogna, perché usano caritá insieme, e non voi: unde, quando il capo ha male, la mano il soviene; e se il dito, che è cosí piccolo menbro, ha male, il capo non si reca a schifo perché sia maggiore e piú nobile che tucta l’altra parte del corpo, anco il soviene con l’udire, col vedere, col parlare e con ciò ch’egli ha. E cosí tucte l’altre menbra. Non fa cosí l’uomo superbo, che, vedendo il povero membro suo infermo e in necessitá, non el soviene, non tanto con ciò che egli ha, ma con una minima parola; ma con rimproverio e schifezza volta la faccia adietro. Abbonda in ricchezze, e lassa lui morire di fame; ma egli non vede che la sua miseria e crudeltá gitta puzza a me, e infino al profondo de lo ’nferno ne va la puzza sua.[344]

Io proveggo quel povarello, e per la povertá gli sará data somma ricchezza. E a lui, con grande rimproverio, gli sará rimproverato dalla mia Veritá, se egli non si corregge, per lo modo che conta nel sancto Evangelio, dicendo: «Io ebbi fame e non mi desti mangiare; ebbi sete, e non mi desti bere; nudo fui, e non mi vestisti; infermo e in carcere, e non mi visitasti». E non gli varrá in quello ultimo di scusarsi, dicendo:—Io non ti viddi mai, ché, se io t’avesse veduto, io l’arei facto.—El misero sa bene (e cosí dixe Egli) che quello che fa a’ suoi povaregli, fa a lui. E però giustamente gli sará dato etterno supplicio con le demonia.

Sí che vedi che nella terra Io ho proveduto perché non vadano all’etternale dolore.

Se tu raguardi di sopra, in me vita durabile, nella natura angelica e ne’ cittadini che sonno in essa vita durabile, che in virtú del sangue dell’Agnello hanno avuta vita etterna, Io ho ordinato con ordine la caritá loro, cioè che Io non ho posto che l’uno gusti pure il bene suo proprio, nella beata vita che egli ha da me, e non sia participato dagli altri. Non ho voluto cosí: anco è tanto ordinata e perfecta la caritá loro, che il grande gusta el bene del piccolo, e il piccolo quello del grande. Piccolo, dico, quanto a misura, non che ’l piccolo non sia pieno come il grande, ognuno nel grado suo, sí come in un altro luogo Io ti narrai. Oh! quanto è fraterna questa caritá, e quanto è unitiva in me, e l’uno con l’altro, perché da me l’hanno e da me la ricognoscono, con quello timore sancto e debita reverenzia, che rendono loro, s’affogano in me, e in me veggono e cognoscono la loro dignitá nella quale Io gli ho posti. L’angelo si comunica con l’uomo, cioè con l’anime de’ beati, e i beati con gli angeli. Sí che ognuno in questa dileczione della caritá, godendo el bene l’uno de l'altro, exultano in me con giubilo e allegrezza senza alcuna tristizia, dolce senza alcuna amaritudine, perché, mentre che vissero e nella morte loro, gustâro me per affecto d’amore nella caritá del proximo.

Chi l’ha ordinato? La sapienzia mia con admirabile e dolce providenzia. E se tu ti vòlli al purgatorio, vi trovarrai la mia[345] dolce e inextimabile providenzia in quelle tapinelle anime che per ignoranzia perdêro il tempo, e perché sonno separate dal corpo, non hanno piú el tempo di potere meritare: unde Io l’ho provedute col mezzo di voi, che anco sète nella vita mortale, che avete il tempo per loro; cioè che con le limosine e divino offizio che facciate dire a’ ministri miei, con digiuni e con orazioni facte in istato di grazia, abbreviate a loro il tempo della pena mediante la mia misericordia. Odi dolce providenzia!

Tucto questo ho decto a te che s’appartiene, dentro ne l’anima, alla salute vostra, per farti inamorare e vestire col lume della fede, con ferma speranza nella providenzia mia, e perché tu gitti te fuore di te, e in ciò che tu hai a fare speri in me senza veruno timore servile.

CAPITOLO CXLIX

De la providenzia che Dio usa verso de’ poveri servi suoi, sovenendoli ne le cose temporali.

—Ora ti voglio dire una picciola particella de’ modi ch’Io tengo a sovenire i servi miei, che sperano in me, nella necessitá corporale. E tanto la ricevono perfectamente e inperfectamente, quanto essi sonno perfecti e inperfecti, spogliati di loro e del mondo: ma ogniuno proveggo. Unde i povaregli miei, povari per spirito e di volontá, cioè per spirituale intenzione, non semplicemente dico povari, però che molti sonno povari e non vorrebbero essere: questi sonno ricchi quanto alla volontá e sonno mendíchi, perché non sperano in me né portano volontariamente la povertá che Io l’ho data per medicina de l’anima loro, perché la ricchezza l’arebbe facto male e sarebbe stata loro dannazione; ma e’ servi miei sonno poveri e non mendíchi. El mendíco spesse volte non ha quello che gli bisogna e pate grande necessitá; ma el povaro non abonda, ma ha apieno la sua necessitá. Io non gli manco mai mentre ch’egli spera in me: conducoli bene alcuna volta[346] in su la extremitá, perché meglio cognoscano e veggano che Io gli posso e voglio provedere, inamorinsi della providenzia mia e abbraccino la sposa della vera povertá. Unde il servo loro dello Spirito sancto, clemenzia mia, vedendo che non abbino quello che lo’ bisogna alla necessitá del corpo, accenderá uno desiderio con uno stimolo nel cuore di coloro che possono sovenire, che essi andaranno e soverrannoli de’ loro bisogni. Tucta la vita de’ dolci miei povaregli si governa per questo modo: con sollicitudine che Io do di loro a’ servi del mondo. È vero che, per provarli in pazienzia, in fede e perseveranzia, Io sosterrò che lo’ sia decto rimproverio ingiuria e villania; e nondimeno quel medesimo che lo’ dice e fa ingiuria è costretto dalla mia clemenzia di dar lo’ l’elimosina e sovenire ne’ loro bisogni.

Questa è providenzia generale data a’ miei povarelli. Ma alcuna volta l’usarò ne’ grandi servi miei senza il mezzo della creatura, solo per me medesimo, sí come tu sai d’avere provato. E hai udito del glorioso padre tuo Domenico che, nel principio dell’ordine, essendo e’ frati in necessitá, intantoché essendo venuta l’ora del mangiare e non avendo che, il dilecto mio servo Domenico, col lume della fede sperando che Io provedesse, dixe:—Figliuoli, ponetevi a mensa.—Obbediendolo e’ frati, alla parola sua si posero a mensa. Allora Io, che proveggo chi spera in me, mandai due angeli con pane bianchissimo, intantoché n’ebbero in grandissima abondanzia per piú volte. Questa fu providenzia non con mezzo d’uomini, ma facta dalla clemenzia mia dello Spirito sancto.

Alcuna volta proveggo multiplicando una piccola quantitá, la quale non era bastevole a loro, sí come tu sai di quella dolce vergine sancta Agnesa. La quale, dalla sua puerizia infino a l’ultimo, serví a me con vera umilitá, con esperanza ferma, intantoché non pensava di sé né della sua famiglia con dubbitazione. Unde ella con viva fede, per comandamento di Maria, si mosse, poverella e senza alcuna substanzia temporale, a fare il monasterio. Sai che era luogo di peccatrici. Ella non pensò:—Come potrò io fare questo?—Ma sollicitamente, con la mia providenzia,[347] ne fece luogo sancto, monasterio ordinato a religiose. Ine congregò nel principio circa diciotto fanciulle vergini senza avere cavelle, se non come Io la provedevo: tra l’altre volte, avendo Io sostenuto che tre dí erano state senza pane, solo con l’erba. E se tu mi dimandassi:—Perché le tenesti a quel modo, conciosiacosaché di sopra mi dicesti che tu non manchi mai a’ servi tuoi che sperano in te, e che essi hanno la loro necessitá? In questo mi pare che lo’ mancasse il loro bisogno, perché pure de l’erba non vive il corpo della creatura, parlando comunemente e in generale di chi non è perfecto: ché, se Agnesa era perfecta ella, non erano l’altre in quella perfeczione;—Io ti risponderei ch’Io el feci e permissi per farla inebriare della providenzia mia; e quelle, che anco erano inperfecte, per lo miracolo che poi seguitò, avessero materia di fare il principio e fondamento loro nel lume della sanctissima fede. In quella erba o in altro a cui divenisse simile caso, o per verun altro modo, davo e do una disposizione a quel corpo umano, intantoché meglio stará con quella poca dell’erba, o alcuna volta senza cibo, che inanzi non faceva col pane e con l’altre cose che si dánno e sonno ordinate per la vita de l’uomo. E tu sai che egli è cosí, che l’hai provato in te medesima.

Dico che Io proveggo col moltiplicare. Ché, essendo ella stata in questo spazio del tempo, che Io t’ho decto, senza pane, vollendo ella l’occhio della mente sua col lume della fede a me, disse:—Padre e Signore mio, sposo etterno, ed ha’ mi tu facte trare queste figliuole delle case de’ padri loro perché elle periscano di fame? Provede, Signore, alla loro necessitá.—Io ero Colui che la facevo adimandare: piacevami di provare la fede sua, e l’umile sua orazione era a me piacevole. Distesi la mia providenzia in quello che con la mente sua stava dinanzi a me, e costrinsi per spirazione una creatura, nella sua mente, che le portasse cinque panuccioli. E, manifestandolo a lei nella sua mente, dixe, vollendosi a le suore:—Andate, figliuole mie, rispondete alla ruota, e tollete quel pane.—Arrecandolo elle, si posero a mensa. Io le diei tanta virtú, nello spezzare el pane che ella fece, che tucte se ne saziarono apieno, e tanto ne levarono[348] di su la mensa, che pienamente un’altra volta n’ebbero abondantemente alla necessitá del corpo loro.

Queste sonno delle providenzie che Io uso co’ servi miei a quelli che son povari volontariamente; e non pure volontariamente, ma per spirito. Però che senza spirituale intenzione nulla lo’ varrebbe. Sí come divenne a’ filosofi, che, per amore che avevano alla scienzia e volontá d’impararla, spregiavano le ricchezze e facevansi povari volontariamente; cognoscendo, di cognoscimento naturale, che la sollicitudine delle mondane ricchezze gli aveva ad inpedire di non lassarli giognere al termine loro della scienzia, el quale ponevano, per uno loro fine, dinanzi all’occhio de l’intellecto loro. Ma, perché questa volontá de la povertá non era spirituale, facta per gloria e loda del nome mio, però non avevano vita di grazia né perfeczione, ma morte etternale.

CAPITOLO CL

Dei mali che procedono dal tenere o desiderare disordinatamente le ricchezze temporali.

—Doh! raguarda, carissima figliuola, quanta vergogna a’ miseri uomini amatori delle ricchezze, che non seguitano il cognoscimento che lo’ porge la natura per acquistare il sommo ed etterno Bene! Lo fanno questi filosofi, che, per amore della scienzia, cognoscendo che e’ l’era inpedimento, le gittavano da loro. E questi de le ricchezze si vogliono fare uno idio. E questo manifesta ch’egli è cosí: che essi si dogliono piú quando perdono la ricchezza e substanzia temporale che quando perdono me, che so’ somma ed etterna ricchezza. Se tu raguardi bene, ogni male n’esce di questo disordenato desiderio e volontá della ricchezza.

Egli n’esce la superbia, volendo essere il maggiore; la ingiustizia in sé e in altrui; l’avarizia, che per l’appetito della pecunia non si cura di robbare il fratello suo, né di tollere quello della sancta Chiesa, che è acquistato col sangue del Verbo unigenito[349] mio Figliuolo. Èscene rivendarìa delle carni del proximo suo e del tempo: come sonno gli usurai, che, come ladri, vendono quel che non è loro. Èscene golositá per li molti cibi e disordenatamente prenderli, e disonestá. Ché, se non avesse che spendere, spesse volte non starebbe in conversazioni di tanta miseria. Quanti omicidii, odio e rancore verso il suo proximo, e crudeltá con infidelitá verso di me, presumendo di loro medesimi, come se per loro virtú l’avessero acquistate! Non vedendo che per loro virtú non le tengono né l’acquistano, ma solo per mia, perdono la speranza di me, sperando solo nelle loro ricchezze. Ma la speranza loro è vana, ché, non avedendosene, elle vengono meno: o essi le perdono in questa vita per mia dispensazione e loro utilitá, o essi le perdono col mezzo della morte. Allora cognoscono che vane e none stabili elle erano. Elle inpoveriscono e uccidono l’anima: fanno l’uomo crudele a se medesimo, tolgonli la dignitá dello infinito e fannolo finito, cioè che ’l desiderio suo, che debba essere unito in me che so’ bene infinito, egli l’ha posto e unito per affecto d’amore in cosa finita. Egli perde il gusto del sapore della virtú e de l’odore della povertá, perde la signoria di sé, facendosi servo delle ricchezze. È insaziabile, perché ama cosa meno di sé; però che tucte le cose che sonno create sonno facte per l’uomo perché il servissero e non perché egli se ne faccia servo, e l’uomo die servire a me che so’ suo fine.

A quanti pericoli e a quante pene si mecte l’uomo, per mare e per terra, per acquistare la grande ricchezza, per tornare poi nella cittá sua con delizie e stati; e non si cura d’acquistare le virtú né di sostenere un poca di pena per averle, che sonno la ricchezza de l’anima. Essi sonno tucti ammersi il cuore, e l’affecto, che debba servire a me, egli l’hanno posto nelle ricchezze, e con molti guadagni inliciti carica la conscienza loro. Vedi a quanta miseria egli si recano e di cui e’ si sonno facti servi: non di cosa ferma né stabile, ma mutabile, ché oggi son ricchi e domane povari; ora sonno in alto, ora sonno a basso; ora sono temuti e avuti in reverenzia dal mondo per la loro ricchezza, e ora è facto beffe di loro avendola perduta, con[350] rimproverio e vergogna e senza conpassione eglino son tractati, perché si facevano amare e erano amati per le ricchezze e non per virtú che fussero in loro. Ché, se fussero stati amati e fussersi facti amare per le virtú che fussero state in loro, non sarebbe levata la reverenzia né l’amore, perché la sustanzia temporale fuxe perduta e non la ricchezza delle virtú.

Oh, come è grave loro a portare nella coscienzia loro questi pesi! E l’è sí grave, che in questo camino della perregrinazione non può còrrire né passare per la porta strecta. Nel sancto Evangelio vi disse cosí la mia Veritá: che «egli è piú inpossibile ad intrare uno ricco a vita etterna che uno camello per una cruna d’aco». Ciò sonno coloro che con disordenato e miserabile affecto posseggono o desiderano la ricchezza. Però che molti sonno quelli che sonno povari, sí com’Io ti dixi, e per affecto d’amore disordenato posseggono tucto il mondo con la loro volontá, se essi el potessero avere. Questi non possono passare per la porta, però che ella è strecta e bassa; unde, se non gittano il carico a terra e non ristrengono l’affecto loro nel mondo e chinano il capo per umilitá, non ci potranno passare. E non ci è altra porta che gli conduca ad vita se non questa. Ècci la porta larga che gli mena a l’etterna dannazione; e, come ciechi, non pare che veggano la loro ruina, che in questa vita gustano l’arra de l’inferno. Però che in ogni modo ricevono pena, desiderando quello che non possono avere. Non avendo, hanno pena, e se e’ perdono, perdono con dolore. Con quella misura hanno il dolore, che essi la possedevano con amore. Perdono la dileczione del proximo, non si curano d’acquistare veruna virtú. Oh, fracidume del mondo! non le cose del mondo in loro, però che ogni cosa creai buona e perfecta, ma fracido è colui che con disordenato amore le tiene e cerca. Mai non potresti con la tua lingua narrare, figliuola mia, quanti sonno e’ mali che n’escono e veggonne e pruovanne tucto dí; e non vogliono vedere né cognoscere il danno loro.[351]

CAPITOLO CLI

De la excellenzia de’ poveri per spirituale intenzione. E come Cristo ci amaestrò di questa povertá non solamente per parole, ma per exemplo. E de la providenzia di Dio verso di quelli che questa povertá pigliano.

—Hottene toccato alcuna cosa perché meglio cognosca il tesoro della povertá volontaria per spirito. Chi la cognosce? I dilecti povaregli servi miei, che, per potere passare questo camino e intrare per la porta strecta, hanno gittato a terra il peso delle ricchezze. Alcuno le gitta actualmente e mentalmente; e questi sonno quegli che observano e’ comandamenti e consigli actualmente e mentalmente. E gli altri observano i consigli solo mentalmente, spogliatosi l’affecto della ricchezza, ché non la possiede con disordenato amore, ma con ordine e timore sancto; fattone non posessore, ma dispensatore a’ povari. Questo è buono; ma el primo è perfecto, con piú fructo e meno inpaccio, in cui si vede piú rilucere la providenzia mia actualmente. Della quale, insiememente commendando la vera povertá, Io ti compirò di narrare. L’uno e l’altro hanno chinato il capo, facendosi piccoli per vera umilitá. E perché in un altro luogo, se ben ti ricorda, di questo secondo alcuna cosa ti parlai, però ti dirò solo di questo primo.

Io t’ho mostrato e decto che ogni male, danno e pena in questa vita e ne l’altra esce da l’amore delle ricchezze. Ora ti dico, per contrario, che ogni bene, pace e riposo e quiete esce della vera povertá. Mirami pure l’aspecto de’ veri povaregli: con quanta allegrezza e giocunditá stanno; mai non si contristano se non de l’offesa mia, la quale tristizia non affligge ma ingrassa l’anima. Per la povertá, hanno acquistata la somma ricchezza; per lassare la tenebre, truovansi perfectissima luce; per lassare la tristizia del mondo, posseggono allegrezza; per li beni mortali, truovano gl’inmortali e ricevono maxima consolazione. Le fadighe e ’l sostenere l’è uno rifrigerio, con giustizia e caritá fraterna con ogni[352] creatura che ha in sé ragione. Non sono acceptatori delle creature in cui riluce la virtú della sanctissima fede e vera speranza, dove arde il fuoco della divina caritá in loro: ché, col lume della fede che ebbero in me, somma e etterna ricchezza, levarono la speranza loro dal mondo e da ogni vana ricchezza, e abbracciarono la sposa della vera povertá con le serve sue. E sai quali sonno le serve della povertá? La viltá e dispiacimento di sé e la vera umilitá, che servono e notricano l’affecto della povertá ne l’anima. Con questa fede e speranza, accesi di fuoco di caritá, saltavano e saltano e’ veri servi miei fuore delle ricchezze e del proprio sentimento. Sí come il glorioso Matteo appostolo lassò le grandi ricchezze saltando il banco, e seguitò la mia Veritá, che v’insegnò il modo e regola, insegnandovi amare e seguitare questa povertá. E non ve la insegnò solamente con parole, ma con exemplo; unde, dal principio della sua nativitá infino a l’ultimo della vita sua, in exemplo v’insegnò questa doctrina.

Egli la sposò per voi questa sposa della vera povertá, conciosiacosaché egli fusse somma ricchezza per l’unione della natura divina, unde egli è una cosa con meco e Io con lui, che so’ etterna ricchezza. E se tu il vuoli vedere umiliato in grande povertade, raguarda Dio essere facto uomo, vestito della viltá e umanitá vostra. Tu vedi questo dolce e amoroso Verbo nascere in una stalla, essendo Maria in camino, per mostrare a voi viandanti che voi dovete sempre rinascere nella stalla del cognoscimento di voi, dove trovarrete nato me, per grazia, dentro ne l’anima vostra.

Tu il vedi stare ine in mezzo degli animali in tanta povertá, che Maria non ha con che ricoprirlo. Ma, essendo tempo di freddo, col fiato de l’animale e col fieno, sí el riscaldava. Essendo fuoco di caritá, vuole sostenere freddo ne l’umanitá sua in tucta la vita. Mentre che visse nel mondo volse sostenere, e senza e’ discepoli e co’ discepoli: unde alcuna volta, per la fame, sgranellavano i discepoli le spighe e mangiavano le granella. E, ne l’ultimo della vita sua, nudo fu spogliato e fragellato alla colonna, e assetato sta in sul legno della croce, in tanta povertá,[353] che la terra e il legno gli venne meno, non avendo luogo dove riposare il capo suo; ma convennesi che sopra la spalla sua riposasse il capo, e, come ebbro d’amore, vi fa bagno del sangue suo, aperto il Corpo di questo Agnello, che da ogni parte versa.

Essendo in miseria, dona a voi la grande ricchezza; stando in sul legno strecto della croce, egli spande la larghezza sua a ogni creatura che ha in sé ragione; assaggiando l’amaritudine del fiele, egli dá a voi perfectissima dolcezza; stando in tristizia, vi dá consolazione; stando confitto e chiavellato in croce, vi scioglie dal legame del peccato mortale; essendosi facto servo, ha facti voi liberi e tracti de la servitudine del dimonio; essendo venduto, v’ha ricomperati di Sangue; dando a sé morte, ha dato a voi vita.

Bene v’ha dato dunque regola d’amore, mostrandovi maggiore amore che mostrare vi potesse, dando la vita per voi, che eravate facti nemici a lui e a me, sommo ed etterno Padre. Questo non cognosce lo ignorante uomo, che tanto m’offende e tiene a vile sí facto prezzo. Havi data regola di vera umilitá, umiliandosi a l’obrobriosa morte della croce; e di viltá, sostenendo gli obrobri e i grandi rimprovèri; e di vera povertá, unde parla di lui la Scrittura, lamentandosi in sua persona: «Le volpi hanno tana e gli uccelli hanno il nido, e ’l Figliuolo della Vergine non ha dove riposare il capo suo». Chi el cognosce questo? Quello che ha il lume della sanctissima fede. In cui truovi questa fede? Ne’ povaregli per spirito, che hanno presa per sposa la reina della povertá, perché hanno gittato da loro le ricchezze che dánno tenebre d’infidelitá.

Questa reina ha il reame suo che non v’è mai guerra, ma sempre ha pace e tranquilitá. Ella abbonda di giustizia, perché quella cosa che commecte ingiustizia è separata da lei; le mura della cittá sua son forti, perché ’l fondamento non è facto sopra la terra, ma sopra la viva pietra: Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. Dentro v’è luce senza tenebre, perché la madre di questa reina è l’abisso della divina caritá. L’addornamento di questa cittá è la pietá e misericordia, perché[354] n’ha tracto il tiranno della ricchezza che usava crudeltá. Ine v’è una benivolenzia con tucti i cittadini, cioè la dileczione del proximo. Èvi la longa perseveranzia con la prudenzia, che non va né governa la cittá sua imprudentemente, ma con molta prudenzia e solicita guardia. Unde l’anima, che piglia questa dolce reina della povertá per sposa, si fa signore di tucte queste ricchezze, e non può essere de l’uno che ella non sia de l’altro.

Guarda giá che la morte de l’appetito delle ricchezze non cadesse in quella anima: allora sarebbe divisa da quello bene, e trovarebbesi di fuore della cittá in somma miseria. Ma, se ella è leale e fedele a questa sposa, sempre in etterno le dona la ricchezza sua. Chi vede tanta excellenzia? in cui riluce il lume della fede. Questa sposa riveste lo sposo suo di puritá, tollendo via la ricchezza che ’l faceva inmondo; privalo delle gattive conversazioni e dágli le buone; tra’ne la marcia della negligenzia, gittando fuore la sollicitudine del mondo e delle ricchezze; tra’ne l’amaritudine e rimane la dolcezza; taglia le spine e rimanvi la rosa; vòta lo stomaco de l’anima d’umori corrocti del disordenato amore, e fallo leggiero; e, poi che egli è vòto, l’empie del cibo delle virtú, che dánno grandissima soavitá. Ella gli pone il servo de l’odio e de l’amore, acciò che purifichi il luogo suo: unde el odio del vizio e della propria sensualitá spazza l’anima, e l’amore delle virtú l’addorna; tra’ne ogni dubbitazione, privandola del timore servile e dálle sicurtá con timore sancto.

Tucte le virtú, tucte le grazie, piaceri e dilecti che sa desiderare truova l’anima che piglia per sposa la reina della povertá. Non teme briga, ché non è chi le facci guerra; non teme di fame né di caro, perché la fede vide e sperò in me, suo Creatore, unde procede ogni ricchezza e providenzia, che sempre gli pasco e gli notrico. E trovossi mai uno vero mio servo, sposo della povertá, che perisse di fame? No, ché si sonno trovati di quelli che sonno abondati nelle grandi ricchezze, confidandosi nelle lore ricchezze e non in me, e però perivano; ma a questi non manco Io mai, perché non mancano in speranza, e però gli proveggo come benigno e pietoso padre. E con quanta allegrezza e larghezza sonno venuti a me, avendo cognosciuto col[355] lume della fede che, dal principio infino a l’ultimo del mondo, ho usato e uso e usarò in ogni cosa la providenzia mia spiritualmente e temporalmente, come decto è. Fogli Io bene sostenere, sí com’Io ti dixi, per farli crescere in fede e in speranza e per rimunerarli delle lore fadighe; ma non lo’ manco mai in veruna cosa che lo’ bisogni. In tucto hanno provato l’abisso della mia providenzia, gustandovi el lacte della divina dolcezza, e però non temono l’amaritudine della morte: ma con ansietato desiderio corrono, come morti al proprio sentimento di loro e delle ricchezze, abbracciati con la sposa della povertá come inamorati, e vivi nella volontá mia, a sostenere freddo, nuditá, caldo, fame, sete, strazi e villanie; e a la morte, con desiderio di dare la vita per amore della Vita (cioè di me, che so’ loro vita) e il sangue per amore del Sangue.

Raguarda gli appostoli povarelli e gli altri gloriosi márteri, Pietro, Pavolo, Stefano e Lorenzo, che non pareva che stesse sopra ’l fuoco, ma sopra fiori di grandissimo dilecto, quasi stando in mocti col tiranno, dicendo:—Questo lato è cocto: vòllelo e comincialo a mangiare.—Col fuoco grande della divina caritá spegneva il piccolo nel sentimento de l’anima sua. Le pietre a Stefano parevano rose: chi n’era cagione? L’amore, col quale aveva preso per sposa la vera povertá, avendo lassato il mondo per gloria e loda del nome mio, e presala per sposa col lume della fede, con ferma speranza e prompta obbedienzia: fattisi obbedienti a’ comandamenti e a’ consigli che lo’ die’ la mia Veritá actualmente e mentalmente, come decto è.

La morte hanno in desiderio e la vita in dispiacere e ad inpazienzia, non per fuggire labore né fadiga, ma per unirsi in me, che so’ loro fine. E perché non temono la morte che naturalmente l’uomo teme? Perché la sposa, la quale egli hanno presa della povertá, gli ha facti sicuri, tollendo lo’ l’amore di sé e delle ricchezze. Unde con la virtú hanno conculcato l’amore naturale e ricevuto quello lume e amore divino che è sopra naturale. E come potrá l’uomo che è in questo stato dolersi della morte sua, che desidera di lassare la vita, e pena gli è di portarla quando la vede tanto prolongare? Potrassi dolere di lassare[356] le ricchezze del mondo, che l’ha spregiate con tanto desiderio? Non è grande facto ponto, ché chi non ama non si duole, anco si dilecta quando lassa la cosa che odia. Sí che, da qualunque lato tu ti vòlli, truovi in loro perfecta pace e quiete e ogni bene; e ne’ miseri, che posseggono con tanto disordenato amore, sommo male e intollerabili pene: poniamo che all’aspecto di fuore paresse il contrario; ma in veritá egli è pure cosí.

E chi non avarebbe giudicato che Lazzaro povero fusse stato in somma miseria, e il ricco danpnato in grande allegrezza e riposo? E nondimeno non era né fu cosí: ché sosteneva maggiore pena quello ricco con le sue ricchezze, che Lazzaro povarello crociato di lebbra; perché in lui era viva la volontá unde procede ogni pena, e in Lazzaro era morta, e viva in me, che nella pena aveva rifrigerio e consolazione. Essendo cacciato dagli uomini, e maximamente dal ricco danpnato, non forbito né governato da loro, Io provedevo che l’animale, che non ha ragione, leccasse le piaghe sue; e ne l’ultimo della loro vita vedete, col lume della fede, Lazzaro a vita etterna e il ricco ne l’inferno.

Sí che i ricchi stanno in tristizia e i dolci miei povarelli in allegrezza. Io me gli tengo al pecto mio, dando lo’ del lacte delle molte consolazioni: perché tucto lassarono, però tucto mi posseggono; lo Spirito sancto si fa baglia de l’anime e de’ corpicelli loro in qualunque stato e’ sieno. Agli animali li fo provedere in diversi modi, secondo che hanno bisogno: agl’infermi solitari farò escire l’altro solitario della cella per andare a sovenirlo; e tu sai che molte volte t’adivenne ch’Io ti trassi di cella per satisfare alla necessitá delle povarelle che avevano bisogno. Alcuna volta te la feci provare in te questa medesima providenzia, facendoti sovenire alla tua necessitá, e, quando mancava la creatura, non mancavo Io, tuo Creatore. In ogni modo Io gli proveggo. E unde verrá che l’uomo, stando nelle ricchezze e in tanta cura del corpo suo e con molti panni, e sempre stará infermiccio; e spregiando poi sé e abbracciando la povertá per amore di me, el vestimento terrá solo per ricoprire il corpo suo, e diventará forte e sano, e veruna cosa parrá che gli sia nociva, che a quello corpo non pare che gli faccia danno piú[357] né freddo né caldo né grossi cibi? Dalla mia providenzia gli venne, che providdi e tolsi ad avere cura di lui, perché tucto si lassò.

Adunque vedi, dilectissima figliuola, in quanto riposo e dilecto stanno questi dilecti miei povaregli.

CAPITOLO CLII

Repetizione in somma de la predecta divina providenzia.

—Ora t’ho narrato alcuna picciola particella della providenzia mia in ogni creatura e in ogni maniera di gente, come decto è; mostrandoti che, dal principio ch’Io creai el mondo primo, e il secondo mondo della mia creatura, dandole l’essere alla imagine e similitudine mia, infino a l’ultimo, Io ho usato, facto e fo ciò che Io fo con providenzia per procurare alla salute vostra, perché Io voglio la vostra sanctificazione; e ogni cosa data a voi, che abbia essere, vi do per questo fine. Questo non veggono gl’iniqui uomini del mondo che s’hanno tolto il lume; e decto t’ho che, però che non cognoscono, si scandelizzano in me. Nondimeno Io con pazienzia gli porto, aspectandogli infine a l’ultimo, procurando sempre al loro bisogno, sí com’Io ti dissi, a loro che sonno peccatori, come de’ giusti, in queste cose temporali e nelle spirituali. Anco t’ho contata la inperfeczione delle ricchezze, una sprizza della miseria nella quale conducono colui che le possiede con disordinato affecto, e della excellenzia della povertá: della ricchezza che dá nell’anima che la elegge per sua sposa, aconpagnata con la sorella della viltá. Della quale viltá insieme con l’obbedienzia ti narrarò.

Anco t’ho mostrato quanto è piacevole a me e come Io la tengo cara e come Io la proveggo con la providenzia mia. Tucto l’ho decto a comendazione di questa virtú e della sanctissima fede, con la quale gionse a questo perfectissimo stato ed excellentissimo, per farti crescere in fede e in speranza, e perché bussi alla porta della mia misericordia. Con fede viva tiene[358] che il desiderio tuo e de’ servi miei Io l’adempirò col molto sostenere infino alla morte. Ma confortati ed exulta in me, che so’ tuo difenditore e consolatore.

Ora ho satisfacto al parlare della providenzia, della quale tu mi pregasti che Io provedesse alla necessitá delle mie creature, e hai veduto che Io non so’ dispregiatore de’ sancti e veri desidèri.

CAPITOLO CLIII

Come questa anima, laudando e ringraziando Dio, el prega che esso le parli de la virtú de la obedienzia.

Allora quella anima, come ebbra, innamorata della vera e sancta povertá, dilatata nella somma, etterna grandezza, e transformata ne l’abisso della somma e inextimabile providenzia (intantoché, stando nel vassello del corpo, si vedeva fuore del corpo per la obunbrazione e rapire che facto aveva il fuoco della sua caritá in lei), teneva l’occhio de l’intellecto suo fixo nella divina maiestá, dicendo al sommo e etterno Padre:

—O Padre etterno! O fuoco e abisso di caritá! O etterna bellezza, o etterna sapienzia, o etterna bontá, o etterna clemenzia, o speranza, o refugio de’ peccatori, o larghezza inextimabile, o etterno e infinito bene, o pazzo d’amore! E hai tu bisogno della tua creatura? Sí, pare a me; ché tu tieni modi come se senza lei tu non potessi vivere, conciosiacosaché tu sia vita, dal quale ogni cosa ha vita e senza te neuna cosa vive. Perché dunque se’ cosí inpazzato? Perché tu t’innamorasti della tua factura, piacestiti e dilectastiti in te medesimo di lei, e, come ebbro della sua salute, ella ti fugge, e tu la vai cercando; ella si dilonga, e tu t’appressimi: piú presso non potevi venire che vestirti della sua umanitá. E che dicerò? Farò come Troglio che dicerò:—A, a,—perché non so che mi dire altro, però che la lingua finita non può exprimere l’affecto de l’anima che infinitamente desidera te. Parmi ch’io possa dire la parola di Pavolo, quando disse: «Né lingua[359] può parlare, né urecchia udire, né occhio vedere, né cuore pensare quello che io viddi». Che vedesti? Vidde «arcana Dei». E io che dico? Non ci aggiongo con questi sentimenti grossi; ma tanto ti dico che hai gustato e veduto, anima mia, l’abisso della somma, etterna providenzia. Ora rendo grazie a te, sommo etterno Padre, della smisurata tua bontá mostrata a me, miserabile, indegna d’ogni grazia. Ma perch’io veggo che tu se’ adempitore de’ sancti desidèri, e la tua Veritá non può mentire, e perché io desidero che ora un poco tu mi parlassi della virtú de l’obbedienzia e della excellenzia sua, sí come tu, Padre etterno, mi promectesti che mi narraresti, acciò che io d’essa virtú m’inamori, e mai non mi parta da l’obbedienzia tua; piacciati, per la tua infinita bontá, di dirmi della sua perfeczione, e dove io la posso trovare, e quale è la cagione che me la tolle, e chi me la dá, e il segno che io l’abbi o non l’abbi.[361]


[363]

TRACTATO DELL’OBEDIENZIA

CAPITOLO CLIV

Qui comincia el tractato dell’obedienzia. E prima, dove l’obedienzia si truova, e che è quello che ce la tolle, e quale è il segno che l’uomo l’abbi o no, e chi è la sua compagna e da cui è notricata.

Allora el sommo ed etterno Padre, e pietoso, volse l’occhio della misericordia e clemenzia sua inverso di lei, dicendo:—O carissima e dolcissima figliuola, el sancto desiderio e giuste petizioni debbono essere exauditi; e però Io, somma veritá, adempirò la veritá mia, satisfacendo alla promessa che Io ti feci e al desiderio tuo. E se tu mi dimandi: dove la truovi, e quale è la cagione che te la tolle, e il segno che tu l’abbi o no, Io ti rispondo: che tu la truovi conpitamente nel dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo. Fu tanto pronpta in lui questa virtú che, per conpirla, corse all’obrobriosa morte della croce. Chi te la tolle? Raguarda nel primo uomo, e vedrai la cagione che gli tolse l’obbedienzia inposta a lui da me, Padre etterno: la superbia che esci e fu producta da l’amore proprio e piacimento della compagna sua. Questa fu quella cagione che gli tolse la perfeczione de l’obbedienzia e diègli la disobbedienzia; unde gli tolse la vita della grazia e diègli la morte, perdette la innocenzia e cadde in inmondizia e in grande miseria. E non tanto egli, ma e’ v’incorse tucta l’umana generazione, sí come Io ti dixi.

El segno che tu abbi questa virtú è la pazienzia; e, non avendola, ti dimostra che tu non l’hai, la inpazienzia. Unde contiandoti di questa virtú, trovarrai che egli è cosí. Ma actende: ché in due modi s’observa obbedienzia. L’una è piú perfecta che l’altra; e non so’ però separate, ma unite, sí com’Io ti dixi de’[364] comandamenti e de’ consigli. L’uno è buono e perfecto, l’altro è perfectissimo; e neuno è che possa giognere a vita etterna se non l’obbediente, però che senza l’obbedienzia veruno è che vi possa intrare, perché ella fu diserrata con la chiave de l’obbedienzia, e con la disobbedienzia di Adam si serrò.

Essendo poi Io costrecto dalla mia infinita bontá, vedendo che l’uomo, cui Io tanto amavo, non tornava a me, fine suo, tolsi le chiavi de l’obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Veritá; ed egli, come portonaio, diserrò questa porta del cielo. E senza questa chiave e portonaio, mia Veritá, veruno ci può andare. E però dixe egli nel sancto evangelio che veruno poteva venire a me, Padre, se non per lui. Egli vi lassò questa dolce chiave de l’obbedienzia, quando egli ritornò a me, exultando, in cielo, e levandosi dalla conversazione degli uomini per l’ascensione. Sí come tu sai, egli lassò il vicario suo, Cristo in terra, a cui sète tucti obligati d’obbedire infino alla morte. E chi è fuore de l’obbedienzia sua, sta in stato di danpnazione, sí come in un altro luogo Io ti dixi.

Ora Io voglio che tu vegga e cognosca questa excellentissima virtú ne l’umile e inmaculato Agnello, e unde ella procede. Unde venne che tanto fu obbediente questo Verbo? Da l’amore ch’egli ebbe a l’onore mio e alla salute vostra.

Unde procedecte l’amore? Dal lume della chiara visione con la quale vedeva, l’anima sua, chiaramente la divina Essenzia e la Trinitá etterna; e cosí sempre vedeva me, Dio etterno. Questa visione adoperava perfectissimamente in lui quella fedeltá, la quale inperfectamente adopera in voi el lume della sanctissima fede. Ché fu fedele a me, suo Padre etterno, e però corse col lume glorioso, come innamorato, per la via de l’obbedienzia. E perché l’amore non è solo, ma è aconpagnato di tucte le vere e reali virtú, però che tucte le virtú hanno vita da l’amore della caritá (benché altrementi fussero le virtú in lui e altrementi in voi); ma tra l’altre ha la pazienzia, che è il mirollo suo, uno segno dimostrativo che ella fa ne l’anima se ella è in grazia e ama in veritá o no; e però la madre della caritá l’ha data per sorella alla virtú de l’obbedienzia, e halle sí unite insieme, che[365] mai non si perde l’una senza l’altra: o tu l’hai amendune, o tu non hai veruna.

Questa virtú ha una nutrice che la notrica, cioè la vera umilitá; unde tanto è obbediente quanto umile, e umile quanto obbediente. Questa umilitá è baglia e nutrice della caritá, e però el lacte suo medesimo notrica la virtú de l’obbedienzia. El vestimento suo, che questa nutrice le dá, è l’avilire se medesimo, vestirsi d’obrobri, dispiacere a sé e piacere a me. In cui el truovi? In Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. E chi s’avilí piú di lui? Egli si satollò d’obrobri, di scherni e di villanie; dispiacque a sé, cioè la vita sua corporale, per piacere a me. E chi fu piú paziente di lui, che non fu udito el grido suo per alcuna mormorazione, ma con pazienzia abbracciando le ingiurie, come inamorato compí l’obbedienzia mia, inposta a lui da me, suo Padre etterno?

Addunque in lui la trovarrete compitamente. Egli vi lassò la regola e questa doctrina, e prima l’osservò in sé; ella vi dá vita, perché ella è via dricta. Egli è la via, e però dixe egli che era via, veritá e vita; e chi va per essa va per la luce, e colui che va per la luce non può offendere né essere offeso che egli non s’avegga, perché ha tolto da sé la tenebre de l’amore proprio unde cadeva nella disobbedienzia: che, com’Io ti dixi, la conpagna, e unde procedeva l’obbedienzia, è l’umilitá. Cosí ti dixi e dico che la disobbedienzia viene dalla superbia, che esce da l’amore proprio di sé, privandosi de l’umilitá. La sorella, che è data da l’amore proprio alla disobbedienzia, è la inpazienzia, e la superbia la notrica; con tenebre d’infidelitá corre per la via tenebrosa, che gli dá morte etternale.

Tucti vi conviene leggere in questo glorioso libro, dove trovate scripta questa e ogni altra virtú.[366]

CAPITOLO CLV

Come l’obedienzia è una chiave con la quale si disera el cielo, e come debba avere el funicello e debbasi portare attaccata a la cintura. E de le excellenzie sue.

—Poi che Io t’ho mostrato dove tu la truovi, e unde ella viene, e chi è la sua compagna, e da cui è nutricata; ora ti parlarò degli obbedienti insieme co’ disobbedienti, e de l’obbedienzia generale e della particulare, cioè di quella de’ comandamenti e di quella de’ consigli.

Tucta la fede vostra è fondata sopra l’obbedienzia, ché ne l’obbedienzia mostrate d’essere fedeli. Posti vi so’ dalla mia Veritá, a tucti generalmente, i comandamenti della legge. El principale si è d’amare me sopra ogni cosa e ’l proximo come voi medesimi; e sonno legati questi insieme con gli altri, che non si può observare l’uno che tucti non si observino, né lassarne uno che tucti non si lassino. Chi observa questo observa tucti gli altri, è fedele a me e al proximo suo, ama me e sta nella dileczione della mia creatura; e però è obbediente, fassi subdito a’ comandamenti della legge e alle creature per me, con umiltá e pazienzia porta ogni fadiga e detrazione dal proximo.

Questa obbedienzia fu ed è di tanta excellenzia, che tucti ne contraeste la grazia, sí come per la disobbedienzia tucti avavate tracta la morte. Ma e’ non bastarebbe, se ella fusse stata solo nel Verbo, e ora non l’usaste voi. Giá ti dixi che ella era una chiave che diserrò il cielo, la quale chiave pose nelle mani del vicario suo. Questo vicario la pone in mano d’ogniuno, ricevendo il sancto baptesmo, dove egli promecte di renunziare al dimonio, al mondo e alle ponpe e delizie sue. Promectendo d’obbedire, riceve la chiave de l’obbedienzia; sí che ogniuno l’ha in particulare, ed è la medesima chiave del Verbo. E se l’uomo non va col lume della fede e con la mano de l’amore a diserrare con questa chiave la porta del cielo, giá mai dentro non vi entrarrá, non obstante che ella sia aperta[367] per lo Verbo; però che Io vi creai senza voi, ma non vi salvarò senza voi.

Addunque vi conviene portare in mano la chiave, e convienvi andare e non sedere: andare per la doctrina della mia Veritá e non sedere, cioè ponendo l’affecto suo in cosa finita, sí come fanno gli uomini stolti che seguitano l’uomo vecchio, il primo padre loro, facendo quello che fece egli, che gittò la chiave de l’obbedienzia nel loto della immondizia; schiacciandola col martello della superbia, arrugginilla con l’amore proprio. Se non poi che venne il Verbo, unigenito mio Figliuolo, che si recò questa chiave de l’obbedienzia in mano e purificolla nel fuoco della divina caritá; trassela del loto, lavandola col Sangue suo; dirizzolla col coltello della giustizia, fabricando le iniquitá vostre in su l’ancudine del corpo suo. Egli la racconciò sí perfectamente che, tanto quanto l’uomo guastasse la chiave sua per lo libero arbitrio, con questo medesimo libero arbitrio, mediante la grazia mia, con questi medesimi strumenti la può racconciare. O cieco sopra cieco uomo, che, poi che tu hai guasta la chiave de l’obbedienzia, tu anco non ti curi di raconciarla! E credi tu che la disobbedienzia, che serrò el cielo, te l’apra? Credi che la superbia, che ne cadde, vi salga? Credi col vestimento stracciato e bructo andare alle nozze? Credi, sedendo e legandoti nel legame del peccato mortale, potere andare? o senza chiave potere aprire l’uscio? Non te lo imaginare di potere, ché ingannata sarebbe la tua imaginazione. E’ ti conviene essere sciolto. Esce del peccato mortale per la sancta confessione e contrizione di cuore e satisfazione, e con proponimento di non offendere piú. Gittarai allora a terra el bructo e laido vestimento, e corrirai, col vestimento nunpziale, con lume e con la chiave de l’obbedienzia in mano, a diserrare la porta. Lega, lega questa chiave col funicello della viltá e dispiacimento di te e del mondo; actaccala al piacere di me tuo Creatore: del quale debbi fare uno cingolo e cignerti, acciò che tu non la perda.

Sappi, figliuola mia, che molti sonno quegli che hanno presa questa chiave de l’obbedienzia, perché hanno veduto col lume[368] della fede che in altro modo non possono campare dall’etterna danpnazione. Ma tengonla in mano senza el cingolo cinto e senza el funicello dentrovi: cioè che non si vestono perfectamente del piacere di me, ma anco piacciono a loro medesimi. E non v’hanno posto el funicello della viltá, desiderando d’essere tenuti vili, ma piú tosto dilectatisi della loda degli uomini. Questi sonno acti a smarrire la chiave, pure che lo’ soprabondi un poca di fadiga o tribulazione mentale o corporale; e, se non s’hanno ben cura, spesse volte, allentando la mano del sancto desiderio, la perdarebbero. El qual perdere è uno smarrire, ché, volendola ritrovare, possono, mentre che vivono; e non volendo, non la truovano mai. E chi gli li manifestará che l’abbino smarrita? La inpazienzia: perché la pazienzia era unita con l’obbedienzia; non essendo paziente, si dimostra che l’obbedienzia non è ne l’anima.

Oh, quanto è dolce e gloriosa questa virtú, in cui sonno tucte l’altre virtú! Perché ella è conceputa e partorita dalla caritá; in lei è fondata la pietra della sanctissima fede; ella è una reina che, di cui ella è sposa, non sente veruno male: sente pace e quiete. L’onde del mare tempestoso non gli possono nuocere, che l’offendano per alcuna sua tempesta il mirollo de l’anima. Non sente l’odio nel tempo della ingiuria, però che vuole obbedire, ché sa che gli è comandato che perdoni; non ha pena che l’appetito suo non sia pieno, perché l’obbedienzia l’ha facto ordinare a desiderare solamente me, che posso, so e voglio conpire i desidèri suoi, e hallo spogliato delle mondane ricchezze. E cosí in tucte le cose (le quali sarebbero troppo lunghe a narrare) truova pace e quiete, avendo questa reina de l’obbedienzia presa per sposa, la quale t’ho posta come chiave.

O obbedienzia, che navighi senza fadiga, e senza pericolo giogni a porto di salute! Tu ti conformi col Verbo, unigenito mio Figliuolo; tu sali nella navicella della sanctissima croce, recandoti a sostenere per non trapassare l’obbedienzia del Verbo, né escire della doctrina sua; tu te ne fai una mensa, dove tu mangi el cibo de l’anime, stando nella dileczione del proximo![369] Tu se’ unta di vera umilitá, e però non appetisci le cose del proximo fuore della volontá mia. Tu se’ dricta senza veruna tortura, ché fai el cuore dricto e non ficto, amando liberalmente e non fictivamente la mia creatura. Tu se’ una aurora, che meni teco la luce della divina grazia. Tu se’ uno sole che scaldi, perché non se’ senza el calore della caritá. Tu fai germinare la terra, cioè che gli strumenti de l’anima e del corpo tucti producono fructo, che dá vita in sé e nel proximo suo. Tu se’ tucta gioconda, perché non hai turbata la faccia per inpazienzia, ma ha’ la piacevole con la piacevolezza della pazienzia, tucta serena di fortezza. Se’ grande con longa perseveranzia, sí grande che tieni dal cielo alla terra, perché con essa si diserra il cielo. Tu se’ una margarita nascosta e non cognosciuta, calpestata dal mondo, avilendo te medesima, sottoponendoti alle creature. Egli è sí grande la tua signoria, che veruno è che ti possa signoreggiare, perché se’ escita della mortale servitudine della propria sensualitá, la quale ti tolleva la dignitá tua. Morto questo nemico, con l’odio e dispiacimento del proprio piacere, hai riavuta la tua libertá.

CAPITOLO CLVI

Qui insiememente si parla de la miseria de li inobedienti e de la excellenzia de li obedienti.

—Ma Io ti dico, carissima figliuola, tucto questo ha facto la bontá e providenzia mia, che providdi che ’l Verbo racconciasse la chiave, come decto è, di questa obbedienzia; ma gli uomini del mondo, privati d’ogni virtú, fanno tucto il contrario. Essi, sí come animali sfrenati, perché non hanno il freno de l’obbedienzia, corrono, andando di male in peggio, di peccato in peccato, di miseria in miseria, di tenebre in tenebre e di morte in morte; tanto che si conducono in su la fossa della extremitá della morte col vermine della conscienzia che sempre gli rode. E poniamo che anco possano ripigliare l’obbedienzia di volere[370] obbedire a’ comandamenti della legge, avendo il tempo e dolendosi di quello che hanno disobbedito, nondimeno è molto malagevole per la longa consuetudine del peccato. E però non sia veruno che se ne fidi, indugiando a pigliare la chiave de l’obbedienzia ne l’ultima extremitá della morte, benché ogniuno possa e debba sperare infine che egli ha il tempo; ma non se ne debba fidare, che per questo pigli indugio a corrèggiare la vita sua. E chi è cagione di tanto loro male e di tanta ciechitá, che non cognoscono questo tesoro? La nuvila de l’amore proprio con la miserabile superbia, unde sonno partiti da l’obbedienzia e caduti nella disobbedienzia. Non essendo obbedienti, non sonno pazienti, come decto è, e nella inpazienzia sostengono intollerabili pene. Halli tracti della via della veritá e menali per la via della bugia, facendosi servi e amici delle dimonia, e con loro insieme, se non si correggono con l’obbedienzia, vanno co’ loro signori dimòni a l’etterno supplicio; sí come i dilecti figliuoli observatori della legge e obbedienti godono ed exultano nella etterna mia visione con lo inmaculato e umile Agnello, facitore, adempitore e donatore della legge. In questa vita, observandola, hanno gustata la pace, e nella beata vita ricevono e vestonsi della perfectissima pace, dove è pace senza veruna guerra, e ogni bene senza veruno male, sicurtá senza veruno timore, ricchezza senza povertá, sazietá senza fastidio, fame senza pena, luce senza tenebre, uno sommo bene infinito e non finito, e uno bene participato con tucti e’ veri gustatori.

Chi l’ha messo in tanto bene? Il sangue de l’Agnello, nella virtú del quale sangue la chiave de l’obbedienzia perde la ruggine, acciò che con essa potesse di serrare la porta. Sí che l’obbedienzia, in virtú del sangue, te l’ha diserrata. O stolti e macti, non tardate piú a escire del loto delle inmondizie, che pare che faciate come il porco che s’involle nel loto, cosí voi nel loto della carnalitá.

Lassate le ingiustizie, omicidii, odio e rancore, le detrazioni, mormorazioni, giudici e crudeltá, e’ quali usate verso il proximo vostro, furti e tradimenti, col disordenato piacere e dilecti del mondo. Tagliate le corna della superbia, col quale tagliare[371] spegnerete l’odio che avete nel cuore verso di chi vi fa ingiuria. Misurate le ingiurie che fate a me e al proximo vostro con quelle che sonno facte a voi, e trovarrete che, a rispecto di quelle che fate a me e a loro, le vostre non sonno cavelle. Voi vedete bene che, stando ne l’odio, voi fate ingiuria a me, perché trapassate il comandamento mio, e fate ingiuria a lui, privandovi della dileczione della caritá. E giá v’è stato comandato che voi amiate me sopra ogni cosa e ’l proximo come voi medesimi. Non vi fu messa chiosa veruna, che vi fusse decto:—Se egli vi fa ingiuria, non l’amate:—no; ma libero e schiecto, perché fu dato a voi dalla mia Veritá, che con schiectezza l’osservò e fece. Con questa schiectezza il dovete observare voi, e, se non l’osservate, fate danno a voi e ingiuria a l’anima vostra, privandola della vita della grazia.

Tollete, dunque, tollete la chiave de l’obbedienzia col lume della fede; non andate piú con tanta ciechitá né freddo; ma con fuoco d’amore tenete questa obbedienzia, acciò che, insiememente con gli observatori della legge, gustiate vita etterna.

CAPITOLO CLVII

Di quelli e’ quali pongono tanto amore all’obedienzia che non rimangono contenti de la obedienzia generale de’ comandamenti, ma pigliano l’obedienzia particulare.

—Alcuni sonno, dilectissima figliuola mia, che tanto crescerá in loro el dolce e amoroso fuoco d’amore verso questa obbedienzia; e, perché fuoco d’amore non è senza odio della propria sensualitá, crescendo el fuoco, cresce l’odio; unde, per odio e per amore, non si chiamano contenti a l’obbedienzia generale de’ comandamenti della legge (a’ quali, come decto è, tucti sète tenuti e obligati d’obbedire, se volete avere la vita: se non che, avareste la morte), ma pigliano la particulare, cioè l’obbedienzia particulare che va dietro alla grande perfeczione, unde si fanno observatori de’ consigli actualmente e mentalmente.[372]

Voglionsi questi cotali, per odio di loro e per uccidere in tucto la loro volontá, legarsi piú corti. O essi si legano al giogo de l’obbedienzia nella sancta religione; o egli si legano fuore della religione ad alcuna creatura, sottomectendo la loro volontá in lei, per andare piú expediti a diserrare il cielo. Questi son quegli, de’ quali Io ti dixi che eleggevano l’obbedienzia perfectissima.

Decto t’ho della generale obbedienzia; e, perché Io so che la tua volontá è che Io ti parli de l’obbedienzia piú particulare, perfectissima, però ti narrarò ora di questa seconda, la quale non esce però della prima, ma è piú perfecta: perché giá ti dixi che elle erano unite insieme per sí facto modo, che separare non si possono.

Hotti decto unde procede e dove si truova l’obbedienzia generale, e quale è quella cosa che ve la tolle. Ora ti dirò della particulare, non traendoti di questo principio.

CAPITOLO CLVIII

Per che modo si viene da l’obedienzia generale a la particulare. E de la excellenzia de le religioni.

—L’anima che con amore ha preso il giogo de l’obbedienzia de’ comandamenti, seguitando la doctrina della mia Veritá, per lo modo che decto t’ho, con l’exercizio exercitandosi in virtú in questa generale obbedienzia, verrá alla seconda con quello lume medesimo che venne alla prima. Perché col lume della sanctissima fede avará cognosciuto nel sangue de l’umile Agnello la mia veritá, l’amore ineffabile che Io gli ho e la fragilitá sua, che non risponde, con quella perfeczione che debba, a me.

Va cercando con questo lume in che luogo e in che modo possa rendermi il debito, e conculcare la propria fragilitá e uccidere la volontá sua. Raguardando, ha trovato il luogo col lume della fede, cioè la sancta religione. La quale è fatta dallo Spirito sancto, posta come navicella per ricevere l’anime che[373] vogliono còrrire a questa perfeczione, e conducerle a porto di salute. El padrone di questa navicella è lo Spirito sancto, che in sé non manca mai per difecto di veruno subdito religioso che trapassasse l’ordine suo: non può offendere questa navicella, ma offende se medesimo. È vero che, per difecto di colui che tenesse il timone, la fa andare a onde; e questi sonno e’ gattivi e miserabili pastori, prelati posti dal padrone di questa navicella. Ella è di tanto dilecto in se medesima, che la lingua tua nol potrebbe narrare.

Dico che questa anima, cresciuto il fuoco del desiderio, con odio sancto di sé avendo trovato il luogo, col lume della fede v’entra dentro morta, se egli è vero obbediente, cioè che perfectamente abbi observata l’obbedienzia generale. E se egli v’entra inperfecto, non è però che non possa giognere alla perfeczione: anco vi giogne, volendo exercitare in sé la virtú de l’obbedienzia. Anco la maggiore parte di quegli che v’entrano sonno inperfecti: chi v’entra con perfeczione, chi v’entra per fanciullezza, chi v’entra per timore, chi per pena e chi per lusinghe. Ogni cosa sta poi in exercitarsi nella virtú e in perseverare infino alla morte; ché per l’entrare veruno giudicio non si può ponere, ma solo nella perseveranzia. Però che molti sonno paruti che sieno andati perfecti, che hanno poi voltato el capo adietro, o stati ne l’ordine con molta inperfeczione. Sí che il modo e l’acto, con che entrano nella navicella (che sono tucti ordinati da me, chiamandoli in diversi modi), non si può giudicare; ma solo l’affecto di colui che dentro vi persevera con vera obbedienzia.

Questa navicella è ricca, che non bisogna al subdito che abbi pensiero veruno di quello che gli bisogni né spiritualmente né temporalmente; però che, se egli è vero obbediente e observatore de l’ordine, egli è proveduto dal padrone dello Spirito sancto, come tu sai ch’Io ti dixi, quando ti parlai della providenzia mia, che i servi miei, se essi erano povari, non erano mendíchi: cosí costoro; sí che trovavano la loro necessitá. Bene la provavano e pruovano quegli che sonno observatori de l’ordine. Unde vedi che, ne’ tempi che gli ordini si reggevano in fiore[374] di virtú con vera povertá e con caritá fraterna, non lo’ venne mai meno la substanzia temporale, ma avevanne piú che non richiedeva il loro bisogno. Ma, perché e’ ci è intrata la puzza de l’amore proprio in vivere in particulare, ed è mancata l’obbedienzia, lo’ viene meno la sustanzia temporale. E quanta piú ne posseggono, in maggiore mendicaggine si truovano. Giusta cosa è che, infino alle cose minime, pruovino che fructo lo’ dá la disobbedienzia; ché, se fussero obbedienti, observarebbero il voto della povertá e non terrebbero proprio, né vivarebbero in particulare.

Truovaci la ricchezza delle sancte ordinazioni, poste con tanto ordine e con tanto lume da coloro che erano facti tempio di Spirito sancto. Raguarda Benedecto con quanto ordine ordinò la navicella sua. Raguarda Francesco con quanta perfeczione e odore di povertá, con le margarite delle virtú, egli ordinò la navicella de l’ordine suo, dirizzandoli nella via dell’alta perfeczione; ed egli fu il primo che la fece, dando lo’ per sposa la vera e sancta povertá, la quale aveva presa per se medesimo, abbracciando le viltá. Spiacendo a se medesimo, non disiderava di piacere a veruna creatura fuore della volontá mia; anco desiderava d’essere avilito nel mondo, macerando il corpo suo e uccidendo la volontá, vestitosi degli obrobri, pene e vitopèri per amore de l’umile Agnello, col quale egli s’era conficto e chiavellato per affecto d’amore in su la croce: intantoché, per singulare grazia, nel corpo suo apárbero le piaghe della mia Veritá, mostrando nel vasello del corpo quello che era ne l’affecto de l’anima sua. Sí che egli lo’ fece la via.

Ma tu mi dirai:—E non sonno fondate in questo medesimo l’altre?—Sí; ma in ogniuno non è principale (poniamo che tucte sieno fondate in questo), ma adiviene come delle virtú: tucte le virtú hanno vita dalla caritá; e nondimeno, come in altri luoghi t’ho decto, a cui è propria l’una, e a cui è propria l’altra, e nondimeno tucti stanno in caritá. Cosí questi: a Francesco povarello gli fu propria la vera povertá, facendo il suo principio della navicella, per affecto d’amore, in essa povertá, con molto ordine strecto, da gente perfecta e non comune, da pochi e[375] buoni. «Pochi» dico, perché non sonno molti quelli che eleggono questa perfeczione; ma per li difecti loro sonno moltiplicati in gente e venuti meno in virtú: non per difecto della navicella, ma per li disobbedienti subditi e gattivi governatori.

E se tu raguardi la navicella del padre tuo Domenico, dilecto mio figliuolo, egli l’ordinò con ordine perfecto, ché volse che attendessero solo a l’onore di me e salute de l’anime col lume della scienzia. Sopra questo lume volse fare il principio suo, non essendo però privato della povertá vera e volontaria. Anco l’ebbe, e, in segno ch’egli l’aveva e dispiacevali il contrario, lassa per testamento a’ figliuoli suoi per ereditá la maladiczione sua e la mia, se essi posseggono o tengono possessione veruna in particulare o in generale, in segno ch’egli aveva electa per sua sposa la reina della povertá. Ma per piú proprio suo obiecto prese il lume della scienzia, per stirpare gli errori che a quello tempo erano levati. Egli prese l’officio del Verbo, unigenito mio Figliuolo. Drictamente nel mondo pareva uno apostolo: con tanta veritá e lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la luce. Egli fu uno lume, che Io porsi al mondo col mezzo di Maria, messo nel corpo mistico della sancta Chiesa come stirpatore de l’eresie.

Perché dixi «col mezzo di Maria»? Perché Maria gli die’ l’abito: commesso fu l’officio a lei dalla mia bontá. In su che mensa fa mangiare e’ figliuoli suoi col lume della scienzia? Alla mensa della croce, in su la quale croce è posta la mensa del sancto desiderio, dove si mangia anime per onore di me. Egli non vuole ch’e’ figliuoli suoi attendano ad altro se non a stare in su questa mensa col lume della scienzia, a cercare solo la gloria e loda del nome mio e la salute de l’anime. E, acciò che non attendano ad altro, tolle la cura delle cose temporali, ché vuole che sieno poveri. Vero è che egli mancava in fede, temendo che non fussero proveduti? Non mancava, ché egli era vestito delle fede, ma con ferma speranza sperava nella providenzia mia.

Vuole che observino l’obbedienzia, sieno obbedienti a fare quello che sonno posti. E perché il vivere inmondamente obfusca l’occhio de l’intellecto; e non tanto de l’intellecto, ma per[376] questo miserabile vizio ne manca il vedere corporale; unde egli non vuole che lo’ sia inpedito questo lume, col quale lume meglio e piú perfectamente acquistano el lume della scienzia: però pone il terzo voto della continenzia, e in tucti vuole che l’observino con vera e perfecta obbedienzia. Bene che al dí d’oggi male s’observi; anco la luce della scienzia pervertono in tenebre con la tenebre della superbia: non che questa luce in sé riceva tenebre, ma quanto a l’anime loro. Dove è superbia non può essere obbedienzia; e giá ti dixi che tanto era umile quanto obbediente, e tanto obbediente quanto umile. E, trapassando il voto de l’obbedienzia, rade volte è che non trapassi quel della continenzia, o mentalmente o actualmente.

Sí che egli ha ordinata la navicella sua legata con questi tre funicelli: con obbedienzia, continenzia e vera povertá. Egli la fece tucta reale, non strignendola ad colpa di peccato mortale. Alluminato da me, vero lume, con providenzia providde a quegli che fussero meno perfecti; ché, benché tucti quegli che observano l’ordine sieno perfecti, nondimeno anco in vita è piú perfecto uno che un altro; e, perfecti e non perfecti, tucti ci stanno bene in questa navicella. Egli s’acostò con la mia Veritá, mostrando di non volere la morte del peccatore, ma che si convertisse e vivesse. Tucta larga, tucta gioconda, tucta odorifera, uno giardino dilectosissimo in sé; ma e’ miseri non observatori de l’ordine, ma trapassatori, l’hanno tucto insalvatichito, tucto ingrossato con poco odore di virtú e lume di scienzia in quegli che si notricano al pecto de l’ordine. Non dico «ne l’ordine», che in sé, com’Io ti dixi, ha ogni dilecto; ma non era cosí nel principio suo, che egli era uno fiore: anco c’erano uomini di grande perfeczione: parevano uno sancto Pavolo, con tanto lume, che a l’occhio loro non si parava tenebre d’errore che non si dissolvesse.

Raguarda il glorioso Tommasso, che con l’occhio de l’intellecto suo tucto gentile si specolava nella mia Veritá, dove acquistò lume sopranaturale e scienzia infusa per grazia; unde egli l’ebbe piú col mezzo de l’orazione che per studio umano. Questi fu una luce ardentissima, che rende lume ne l’ordine suo[377] e del corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l’eresie.

Raguardami Pietro vergine e martire, che col sangue suo die’ lume nelle tenebre delle molte eresie; che tanto l’ebbe in odio, che se ne dispose a lassarvi la vita. E, mentre che visse, l’exercizio suo non er’altro che orare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la veritá e dilatando la fede senza veruno timore. Ché non tanto ch’egli la confessasse nella vita sua, ma infine a l’ultimo della vita. Unde, nella extremitá della morte, venendoli meno la voce e lo ’nchiostro, avendo ricevuto il colpo, egli intinse il dito nel sangue suo: non ha carta questo glorioso martire, e però s’inchina e scrive in terra confessando la fede, cioè il «Credo in Deum». El cuore suo ardeva nella fornace della mia caritá, e però non allentò e’ passi voltando il capo adietro, sapendo che doveva morire (però che, prima che egli morisse, gli revelai la morte sua); ma, come vero cavaliere, senza timore servile, egli esce fuore in sul campo della bactaglia.

E cosí molti te ne potrei contiare, e’ quali, perché non avessero il martirio actualmente, l’avevano mentalmente, sí come ebbe Domenico. Odi lavoratori, che questo padre misse nella vigna sua a lavorare, extirpando le spine de’ vizi e piantando le virtú! Veramente Domenico e Francesco sonno stati due colonne nella sancta Chiesa: Francesco con la povertá, che principalmente gli fu propria, come decto è; e Domenico con la scienzia.

CAPITOLO CLIX

De la excellenzia de li obedienti e de la miseria de li inobedienti, li quali vivono ne lo stato de la religione.

—Poi che i luoghi sonno trovati, cioè queste navicelle ordinate dallo Spirito sancto per lo mezzo di questi padroni, e però ti dixi che lo Spirito sancto era padrone di queste navicelle[378] fondate col lume della sanctissima fede, cognoscendo con questo lume che la clemenzia mia (esso Spirito sancto) ne sarebbe governatore, hotti mostrato il luogo, dicendoti della sua perfeczione. Ora ti parlarò de l’obbedienzia e disobbedienzia di quegli che sono in questa navicella, parlandoti insieme di tucti, e non in particulare: cioè non parlandoti piú d’uno ordine che d’un altro, mostrando insiememente il difecto del disobbediente con la virtú de l’obbediente, acciò che meglio cognosca l’uno per l’altro, e come debba andare, cioè in che modo, colui che va ad intrare nella navicella de l’ordine.

Come debba andare colui che vuole intrare alla perfecta obbedienzia particulare? Col lume della sanctissima fede, col quale lume cognosca che gli conviene uccidere la propria volontá col coltello de l’odio d’ogni propria passione sensitiva, pigliando la sposa che gli dará la caritá e la sorella. La sposa, dico, della vera e prompta obbedienzia con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l’umilitá; ché, se egli non avesse questa nutrice, l’obbedienzia perirebbe di fame, perché ne l’anima, dove non è questa virtú piccola de l’umilitá, l’obbedienzia vi muore di subbito.

La umilitá non è sola, ma ha la serva della viltá e spregio del mondo e di sé, che fa l’anima tenere vile: non appetisce onori, ma vergogne. Cosí morto debba andare alla navicella de l’ordine quello che è in etá da ciò; ma, per qualunque modo egli v’entra (perché ti dixi che in diversi modi Io gli chiamavo), egli debba acquistare e conservare in sé questa perfeczione: pigliare largamente e festinamente la chiave de l’obbedienzia de l’ordine. La quale chiave diserra lo sportello che è nella porta del cielo, sí come la porta che ha lo sportello. Cosí questi cotali hanno preso a diserrare lo sportello, passando dalla chiave grossa de l’obbedienzia generale che diserra la porta del cielo, sí com’Io ti dixi. In questa porta hanno presa una chiave sottile, passando per lo sportello basso e strecto. Non è separato però dalla porta: anco è nella porta, sí come materialmente tu vedi. Questa chiave la debbono tenere, poi che essi l’hanno presa, e non gictarla da loro.[379]

E perché i veri obbedienti hanno veduto, col lume della fede, che col carico delle ricchezze e col peso della loro volontá essi non possono passare per questo sportello senza grande loro fadiga e che non vi lassi la vita, né andare col capo alto che non sel rompano, chinandolo, vogliano essi o no, con loro pena; però gittano via el carico delle ricchezze e della propria loro volontá, observando il voto della povertá volontaria, e non vogliono possedere, perché veggono, col lume della fede, in quanta ruina essi ne verrebbero. Egli trapassarebbero l’obbedienzia, ché non observarebbero il voto promesso della povertá. Essi ne vengono nella superbia, portando il capo ricto della volontá loro; e, convenendo lo’ alcuna volta pure obbedire, essi non il chinano per umilitá, ma passanla con superbia, chinando il capo per forza. La quale forza rompe il capo a la volontá, facendo quella obbedienzia con dispiacimento de l’ordine e del prelato loro. A mano a mano essi si vedrebbero ruinare ne l’altro, trapassando il voto della continenzia; però che colui, che non ha ordinato l’appetito suo, né spogliatosi della substanzia temporale, piglia le molte conversazioni e truova degli amici assai, che l’amano per propria utilitá. Dalle conversazioni vengono alle strecte amistá. Il corpo loro tengono in delizie, perché non hanno la baglia de l’umilitá, non hanno la sorella sua della viltá; e però stanno nel piacere di loro medesimi, stando agiatamente e dilicatamente, non come religiosi, ma come signori; non con la vigilia e orazione. Per queste e molte altre cose, le quali l’adivengono e fanno perché hanno che spendere (ché, se non avessero che spendere, non l’adiverrebbe), caggiono nella inmondizia corporale o mentale: ché, se alcuna volta, per vergogna o per non avere il modo, essi se n’astengono corporalmente, non si asterranno mentalmente. Ché inpossibile sarebbe a quegli che sta in molta conversazione, in dilicatezza di corpo, in prendere disordenatamente i cibi e senza la vigilia e orazione, conservare la mente sua pura.

E però il perfecto obbediente vede dalla longa, col lume della sanctissima fede, il male e il danno che ne gli verrebbe del possedere la substanzia temporale, e l’andare col peso della propria volontá. E vede bene che pure passare gli conviene[380] per questo sportello, e che egli el passarebbe con morte e non con vita, perché non l’avarebbe diserrato con la chiave de l’obbedienzia. Perché ti dixi che pure passare gli conveniva, e cosí è: cioè che, non partendosi dalla navicella de l’ordine, pure, voglia egli o no, gli conviene passare per la strectezza de l’obbedienzia del prelato suo. E però il perfecto obbediente leva sé sopra di sé e signoreggia la propria sensualitá. Levandosi sopra e’ sentimenti suoi con fede viva, ha messo l’odio nella casa de l’anima sua, come servo perché cacci il nemico de l’amore proprio, perché non vuole che la sposa sua de l’obbedienzia (la quale gli fu data dalla madre della caritá, sposata col lume della fede) sia offesa. E però ne caccia il nemico, e mectevi la compagna e la nutrice della sposa sua, e l’odio ha cacciato il nemico. L’amore de l’obbedienzia vi mecte dentro gli amatori della sposa sua, che amano la sposa de l’obbedienzia: ciò sonno le vere e reali virtú e costumi e l’observanzie de l’ordine. Unde questa dolce sposa entra dentro ne l’anima con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l’umilitá, acompagnata con la viltá e dispiacere di sé. Poi che ella è intrata dentro, ella possiede la pace e la quiete, perché ha messi di fuore i nemici suoi. Sta nel giardino della vera continenzia col sole del lume de l’intellecto dentrovi la pupilla della fede, ponendosi per obiecto la mia Veritá, perché l’obiecto suo è veritá. Èvi el fuoco che rende caldo a tucti e’ servi e compagni suoi, perché observa l’observanzie de l’ordine con fuoco d’amore.

Quali sonno e’ nemici suoi che stanno di fuore? El principale è l’amore proprio, che produce superbia, nemico della caritá e umilitá, la inpazienzia contra la pazienzia, la disobbedienzia contra la vera obbedienzia. La infidelitá è contraria alla fede, il presummere e sperare in sé non s’acorda con la speranza vera, che l’anima debba avere in me. La ingiustizia non si conforma con la giustizia, né la inprudenzia con la prudenzia, né la intemperanzia con la temperanzia, né il trapassare e’ comandamenti de l’ordine con l’observanzia de l’ordine, né le gattive conversazioni di coloro che scelleratamente vivono con la buona conversazione (anco so’ nemici), né escire de’[381] costumi e delle buone consuetudini de l’ordine. Questi sonno i nemici crudeli suoi: èvi l’ira contra la benivolenzia, la crudeltá contra la pietá, l’iracundia contra la benignitá, l’odio delle virtú contra l’amore d’esse virtú, la inmondizia contra la puritá, la negligenzia contra la sollicitudine, la ingnoranzia contra al cognoscimento, e il dormire contra la vigilia e continua orazione.

E perché col lume della fede cognobbe che questi erano tucti nemici, che avevano a contaminare la sposa sua della sancta obbedienzia, però mandò l’odio che gli cacciasse, e l’amore che mectesse dentro gli amici suoi. Unde l’odio col coltello suo uccise la propria perversa volontá; la quale volontá, notricata da l’amore proprio, dava vita a tucti questi nemici della vera obbedienzia. Mozzo il capo al principale, per cui si conservano tucti gli altri, rimane libero e in pace, senza veruna guerra. Non ha chi li li faccia, perché l’anima ha tolto da sé quello che la tenea in amaritudine ed in tristizia.

E che guerra ha l’obbediente? Fagli guerra la ingiuria? No, ché egli è paziente; la quale pazienzia è sorella de l’obbedienzia. Sonnoli gravi e’ pesi de l’ordine? No, ché l’obbedienzia nel fa observatore. Dágli pena la grave obbedienzia? No, ché egli ha conculcata la sua volontá e non vuole investigare la volontá del prelato suo né giudicarla, ma col lume della fede giudica la volontá mia in lui, credendo in veritá che la clemenzia mia gli fa comandare e non comandare, secondo che è di necessitá alla salute sua. Recasi egli a schifezza e dispiacere di fare le cose vili de l’ordine? o sostenere le beffe e rimprovèri e gli scherni e villanie, che spesse volte gli sonno facti e decti? e l’essere tenuto vile? No, perch’egli ha conceputo amore a la viltá e dispiacimento a se medesimo, con perfectissimo odio: anco gode con pazienzia, exultando con gaudio e giocunditá con la sposa sua della vera obbedienzia.

Egli non si contrista se non de l’offesa che vede fare a me, suo Creatore; la sua conversazione è con quegli che temono me in veritá. E se pure conversa con quelli che sono separati dalla volontá mia, non il fa per conformarsi co’ difecti loro, ma per sottrarli dalla loro miseria, perché, con caritá fraterna,[382] quel bene che egli ha in sé vorrebbe porgere a loro, vedendo che piú loda e gloria tornarebbe al nome mio avere di molti di quelli che observassero l’ordine, che pure di lui. E però s’ingegna di chiamare e religiosi e secolari con la parola e con l’orazione: per qualunque modo egli può, s’ingegna di trarli della tenebre del peccato mortale.

Sí che le conversazioni del vero obbediente sonno buone e perfecte, o con giusti o con peccatori che sieno, per l’ordinato affecto e larghezza di caritá. Della cella si fa uno cielo, dilectandosi di parlare e conversare in me, sommo e etterno Padre, con affecto d’amore, fuggendo l’ozio con l’umile e continua orazione. E quando e’ pensieri, per illusione del dimonio, gli abbondano in cella, non si pone a sedere nel lecto della negligenzia, abbracciando l’ozio, né vuole investigare per ragione le cogitazioni del cuore, né i suoi pareri: ma fugge l’ozio, levando sé sopra di sé con odio sopra el sentimento sensitivo, e con vera umilitá e pazienzia a portare le fadighe che sente nella mente sua; resiste con la vigilia e umile orazione, veghiando l’occhio de l’intellecto suo in me, vedendo col lume della fede che Io so’ suo subvenitore, e che Io posso, so e voglio subvenirlo; apro le braccia della mia benignitá, e però gli li permecto perché sia piú sollicito a fugire da sé e venire a me. E se l’orazione mentale, per la grande fadiga e tenebre della mente, paresse che gli venisse meno, egli piglia la vocale o l’exercizio corporale, acciò che con la vocale ed exercizio corporale fugga l’ozio. Con lume raguarda in me, che per amore gli li do, unde traie fuore il capo della vera umilitá, reputandosi indegno della pace e quiete della mente, come gli altri servi miei, e degno delle pene. Perché giá ha avilito nella mente sua se medesimo con odio e rimproverio di sé, non pare che si possa saziare delle pene, non mancandoli la speranza né la providenzia mia, ma con fede e con la chiave de l’obbedienzia passa per questo mare tempestoso nella navicella de l’ordine; e cosí è abitatore della cella, fuggendovi l’ozio, come decto è.

L’obbediente vuole essere il primo che entri in coro e l’ultimo che n’esca. E quando vede il frate piú obbediente e[383] sollicito di lui, egli piglia una sancta invidia, furandoli quella virtú: non volendo però che ella diminuisca in colui. Ché, se egli volesse, sarebbe separato dalla caritá del proximo suo. L’obbediente non abandona il refectorio, anco il visita continuamente, e dilectasene di stare alla mensa co’ povarelli. E in segno che egli se ne dilectava, per non avere materia di stare di fuore, ha tolta da sé la substanzia temporale, observando perfectamente il voto della povertá; e tanto perfectamente, che la necessitá del corpo tiene con rimproverio. La cella sua è piena de l’odore della povertá, e non di panni: non ha pensiero ch’e’ ladri vengano per inbolarli, né che la ruggine o tigniuole li rodino e’ vestimenti suoi. E se gli è donato alcuna cosa, non ha pensiero di riponerla, ma liberamente la comunica co’ fratelli suoi, non pensando el dí di domane; ma nel dí presente tolle la sua necessitá, pensando solo del reame del cielo, e della vera obbedienzia in che modo meglio la possino observare. E perché per la via de l’umilitá meglio si conserva, egli si soctomecte al piccolo come al grande e al povaro come al ricco; di tucti si fa servo: non rifiutando mai labore, ogniuno serve caritativamente. L’obbediente non vuole fare l’obbedienzia a suo modo, né eleggere tempo né luogo, ma a modo de l’ordine e del prelato suo.

Tucto questo fa senza pena o tedio di mente il vero obbediente e perfecto. Egli passa, con questa chiave in mano, per lo sportello strecto de l’ordine agiatamente e senza violenzia, perché ha observato e observa il voto della povertá, de l’obbedienzia vera e della continenzia, levata l’altezza della superbia e chinato il capo a l’obbedienzia per umilitá. E però non rompe il capo per inpazienzia, ma è paziente con fortezza e longa perseveranzia, che sonno amici de l’obbedienzia. Passa l’assedio delle dimonia, mortificando e macerando la carne sua, spogliandola delle delizie e dilecti, e vestela delle fadighe de l’ordine con fede e senza sdegno. Come parvolo, che non tiene a mente la bactitura del padre né ingiuria che gli fusse facta, cosí questo parvolo non tiene a mente né ingiurie né fadighe né bactiture che ricevesse ne l’ordine dal prelato suo; ma, chiamandolo,[384] umilemente torna a lui, non passionato d’odio, d’ira né di rancore, ma con mansuetudine e benivolenzia.

Questi sonno quelli parvoli che contòe la mia Veritá, quando dixe a’ discepoli, che contendevano insieme qual di loro fusse il maggiore, facendosi venire uno fanciullo, dicendo:—«Lassate li parvoli venire a me, ché di questi cotali è il reame del cielo; e chi non si umiliará come questo fanciullo, cioè che egli abbi la condizione sua, non intrarrá nel reame del cielo».—Però che chi s’aumiliará, carissima figliuola, sará exaltato, e chi sé exalta sará umiliato: anco questo medesimo dixe la mia Veritá. Dunque, giustamente, questi parvoli umili, che per amore si sonno umiliati e facti subditi con vera e sancta obbedienzia, non ricalcitrando a l’ordine e al loro prelato, sonno exaltati da me, sommo ed etterno Padre, co’ veri cittadini della vita beata, dove sonno remunerati d’ogni loro fadiga, e in questa vita gustano vita etterna.

CAPITOLO CLX

Come li veri obedienti ricevono per uno cento e vita eterna. E che s’intende per quello uno e per quello cento.

—Conpiesi in loro la parola che dixe nel sancto Evangelio il dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, quando rispose a Pietro, che l’aveva dimandato:—«Maestro, noi aviamo lassato ogni cosa per lo tuo amore e noi medesimi, e aviamo seguitato te: che ci darai?»—La Veritá mia rispose:—«Daròvi per uno cento, e vita etterna possederete».—Quasi volesse dire la mia Veritá:—Ben hai facto Pietro, ché in altro modo non mi potevi seguitare; ma Io in questa vita te ne darò, per uno, cento.—E quale è questo cento, dilectissima figliuola, che, di po’ questo, séguita vita etterna? Di quale intese e dixe la mia Veritá? Di substanzia temporale? No, propriamente (poniamo che alcuna volta ne l’elimosiniere Io facci multiplicare i beni temporali); ma di quali? Di quello che dá la propria sua volontá, che è una[385] volontá, Io ne gli rendo cento per questa una. Perché ti pongo numero di cento? Perché cento è numero perfecto, e non puoi agiognervi piú, se tu non ti ricominci al primo. Cosí la caritá è perfectissima sopra tucte l’altre virtú, ché non si può salire ad virtú piú perfecta. Ricominciti bene al cognoscimento di te, e cresci numero di centonaia in merito, ma tu giogni pure al numero del cento. Questo è quello cento, che è dato a quelli che hanno dato l’uno della loro volontá e ne l’obbedienzia generale e in questa particulare; e con questo cento avete vita etterna, però che solo la caritá è quella che entra dentro come donna, menandosene seco il fructo di tucte l’altre virtú (ed esse rimangono di fuore), in me, vita durabile, in cui essi gustano vita etterna, però che Io so’ essa vita etterna. Non ci saglie la fede, perché essi hanno quello, per pruova e in essenzia, che hanno creduto per fede; né la speranza, ché essi sonno in possessione di quello che hanno sperato; e cosí tucte l’altre virtú. Solo la caritá entra come reina e possiede me, suo possessore. Vedi dunque che questi parvoli ricevono per uno cento, e vita etterna con esso, ricevendo qui el fuoco della divina caritá, posto per lo numero del cento, come decto è. E perché da me hanno ricevuto questo cento, stanno in admirabile allegrezza cordiale. Perché nella caritá non cade tristizia, ma allegrezza: fa el cuore largo e liberale, e non doppio né strecto. L’anima, che è ferita di questa dolce saetta, non mostra una in faccia e in lingua, e un’altra abbi nel cuore; non serve, né fa fictivamente e con ambizione al proximo suo, però che la caritá è aperta a ogni creatura. E però l’anima, che la possiede, non cade in pena né in tristizia afflictiva, né si scorda de l’obbedienzia, ma è obbediente infino a la morte.[386]

CAPITOLO CLXI

De la perversitá, miserie e fadighe de lo inobediente. E de’ miserabili fructi che procedono da la inobedienzia.

—El contrario fa il miserabile disobbediente, che sta nella navicella de l’ordine con tanta pena a sé e ad altrui, che in questa vita gusta l’arra de l’inferno. Egli sta sempre in tristizia, confusione e stimolo di conscienzia, con dispiacimento de l’ordine e del prelato suo; incomportabile è a se medesimo. Or che è a vedere, figliuola mia, quello che ha presa la chiave de l’obbedienzia de l’ordine con la disobbedienzia, alla quale egli s’è facto schiavo, e la disobbedienzia ha facta donna, con la compagna della inpazienzia, nutricata dalla superbia col proprio piacere. La quale superbia decto è che esce dall’amore proprio di sé. Tucto si rivolle in contrario ad quello che decto t’ho della vera obbedienzia; e come può questo misero stare altro che in pena, che è privato della caritá? Conviengli chinare il capo della volontá sua per forza; e la superbia gli li tiene ritto. Tucte le sue volontá si discordano dalla volontá de l’ordine. Egli li comanda l’obbedienzia, ed egli ama la disobbedienzia; la povertá volontaria, ed egli la fugge, possedendo e desiderando la ricchezza; vuole continenzia e puritá, ed egli inmondizia. Trapassando questi tre voti, figliuola mia, il religioso cade in ruina e in tanti miserabili difecti, che l’aspecto suo non pare religioso, ma uno dimonio incarnato, sí come in un altro luogo Io ti narrai piú distesamente. Non lassarò però che alcuna cosa non te ne conti dello inganno loro e del fructo che traggono della disobbedienzia, a comendazione ed exaltazione de l’obbedienzia.

Questo misero è ingannato dal proprio amore, perché l’occhio de l’intellecto suo s’è posto, con fede morta, nel piacere della propria volontá e nelle cose del mondo. Ha saltato il mondo col corpo e rimastovi con l’affecto. E perché gli pare fadiga l’obbedienzia, vuole disobbedire per fuggire fadiga; e egli cade in maxima fadiga, ché pure obbedire gli conviene o per forza[387] o per amore. Meglio gli era, e meno fadiga, a fare l’obbedienzia per amore che senza amore.

Oh! come è ingannato! E neuno è che lo inganni, se non egli medesimo. Volendo piacersi, egli si dispiace, dispiacendoli le sue operazioni stesse, che fará per l’obbedienzia che gli è posta. Volendo stare in grande dilecto e farsi vita etterna in questa vita, e l’ordine vuole che egli sia perregrino, e continuamente glil dimostra, ché, quando egli s’è posto in uno luogo a sedere, dove vorrebbe stare per piacere e dilecto che egli vi truova, egli è mutato. Nella mutazione ha pena, perché la volontá sua era viva a non volere. E, se egli non obbedisce, e egli è suggecto a convenirli portare la disciplina e fadiga de l’ordine; e cosí sta in continuo tormento.

Vedi dunque che s’inganna: volendo fuggire le pene, cade intro le pene, perché la ciechitá sua non el lassa cognoscere la via della vera obbedienzia, che è una via di veritá, fondata ne l’obbediente Agnello, unigenito mio Figliuolo, che gli tolle la pena. E però va per la via della bugia, credendovi trovare dilecto, e egli vi truova pena e amaritudine. Chi vel guida? L’amore, che egli ha, per la propria passione, al disobbedire. Questi, come stolto, vuole navicare in questo mare tempestoso sopra le braccia sue, fidandosi nel suo misero sapere; e non vuole navigare sopra le braccia de l’ordine e del prelato suo. Questi sta bene nella navicella de l’ordine corporalmente, ma non mentalmente: anco n’è escito per desiderio, non observando l’ordinazioni né i costumi de l’ordine né i tre voti promessi, che egli promisse, nella sua professione, d’observare. Egli sta nel mare della tempesta percosso dai venti molto contrari alla navicella. Sta actaccato solo per li panni, portando l’abito in sul corpo, ma non in cuore.

Questo non è frate, ma uno uomo vestito: uomo in forma, ma in effecto e nel vivere suo è peggio che animale. E non vede egli che piú fadiga gli è a navicare con le sue braccia che con l’altrui? E non vede egli ch’egli sta a pericolo di morte etternale, come il panno si staccasse dalla navicella, che, subbito che fusse staccato col mezzo della morte, non avarebbe[388] piú rimedio? No, che egli nol vede: perché con la nuvila de l’amore proprio, unde gli è venuta la disobbedienzia, s’è privato del lume che non el lassa vedere e’ guai suoi. Adunque miserabilemente s’inganna.

Che fructo produce l’arbore di questo misero? Fructo di morte, perché ha piantata la radice de l’affecto suo nella superbia, che egli ha tracta del piacere e amore proprio di sé. E però ogni cosa n’esce corrocto. E’ fiori, le foglie e il fructo e i rami de l’arbore tucti sono guasti. E’ tre rami, che ha questo arbore, sonno guasti, cioè il ramo de l’obbedienzia, povertá e continenzia, che sonno tre rami che si contengono nel pedone de l’affecto, el quale è male piantato, come decto è. Le foglie che produce questo arbore, che sono le parole, sonno corrocte per sí facto modo che nella bocca d’uno ribaldo secolare non starebbero. E, s’egli avará ad anunziare la parola mia, egli la gitta con parlare polito, none schiecto ch’egli actenda a pásciare l’anime di questo seme della mia parola, ma parlare molto politamente.

Se tu raguardi e’ fiori di questo arbore, essi gittano puzza: ciò sonno le varie e diverse cogitazioni, le quali voluntariamente riceve con dilecto e piacimento, non fuggendo el luogo né le vie che vel fanno venire; anco le cerca per potere venire a compimento del peccato, el quale è uno fructo che l’uccide, tollegli la vita della grazia e dágli morte etternale. E che puzza gitta questo fructo generato col fiore de l’arbore? Gitta puzza di disobbedienzia; col pensiero del cuore vuole investigare e giudicare in male la volontá del prelato suo: gitta inmondizia, dilectandosi con molte conversazioni col miserabile vocabolo delle divote.

O misero, tu non t’avedi che, socto il colore della devozione, riescirai con la brigata de’ figliuoli! Questo ti dá la disobbedienzia tua. Non hai presi e’ figliuoli delle virtú, sí come fa il vero obbediente. Egli cerca d’ingannare il prelato suo, quando vede che gli diniega quello che la perversa sua volontá vorrebbe, usando le foglie delle parole lusinghevoli o aspre, parlando inreverentemente e con rimproverio. Egli non conporta il fratello[389] suo, né può sostenere una piccola parola né riprensione che gli fusse facta; ma subbito traie fuore il fructo avelenato della inpazienzia, ira e odio verso il fratello suo, giudicando in suo male quello che egli ha facto in suo bene; e, cosí scandalizzato, vive in pena l’anima e ’l corpo.

Perché è dispiaciuto al fratello suo? Perché piacque a sé sensitivamente. Egli fugge la cella come fusse uno veleno, perché egli è escito della cella del cognoscimento di sé, per la qual cosa egli venne a disobbedienzia: però non può stare nella cella actuale. Nel refectorio non vuole apparire, se non come a suo nemico, mentre che egli ha che spendere: non avendo che, la necessitá vel mena. Bene fecero dunque gli obbedienti, che volsero observare il voto della povertá per non avere che spendere, acciò che non gli traesse della soave mensa del refectorio, dove l’obbediente notrica in pace e in quiete l’anima e ’l corpo. Non ha pensiere d’apparechiare né provedersi come il misero; el quale misero, al gusto suo, il visitare il refectorio gli pare amaro, e però il fugge.

Al coro sempre vuole essere l’ultimo a intrare e il primo che n’esca. Con le labbra sue s’appressima a me, e col cuore se ne dilunga. Il capitolo, per timore della penitenzia, il fugge volontieri quando egli può: lo starvi fa come se fusse suo nemico mortale, con vergogna e confusione nella mente sua (quello che nel commectere le colpe non ebbe, non vergognandosi di commectere la colpa de’ peccati mortali). Chi ne gli è cagione? La disobbedienzia. Egli, non vigilia né orazione, e non tanto l’orazione mentale, ma spesse volte l’officio, ad che egli è obligato, non il dirá; non caritá fraterna, ché egli non ama altro che sé, non d’amore ragionevole, ma d’amore bestiale. Tanti sonno e’ mali che gli caggiono in capo al disobbediente, tanti sono i dolorosi fructi suoi, che la lingua tua non gli potrebbe narrare!

Oh disobbedienzia, che spogli l’anima d’ogni virtú e vestila d’ogni vizio! Oh disobbedienzia, che privi l’anima del lume de l’obbedienzia, tollile la pace e da’le la guerra, tollile la vita e da’le la morte, traendola della navicella de l’observanzie de[390] l’ordine, affoghila nel mare, facendola notare sopra le braccia sue e non sopra quelle de l’ordine. Tu la vesti d’ogni miseria, fa’la morire di fame, tollendole il cibo del merito de l’obbedienzia. Tu le dái continua amaritudine, e privila d’ogni dilecto di dolcezza e d’ogni bene, e fa’la stare in ogni male. In questa vita le fai portare l’arra de’ crociati tormenti; e, se egli non si corregge inanzi ch’e’ panni si stacchino dalla navicella col mezzo della morte, tu, disobbedienzia, conduci l’anima a l’etterna danpnazione con le demonia, che caddero di cielo perché furono ribelli a me e andarono nel profondo. Cosí tu, disobbediente, perché se’ stato ribello a l’obbedienzia; e questa chiave, con che dovevi aprire la porta del cielo, tu l’hai gittata da te, e con la chiave della disobbedienzia hai aperto lo ’nferno.

CAPITOLO CLXII

De la inperfeczione di quelli che tiepidamente vivono ne la religione, avengaché si guardino da peccato mortale. E del remedio da uscire de la loro tiepiditade.

—O carissima figliuola, e quanti sonno questi cotali che al dí d’oggi si pascono in questa navicella? Molti: unde pochi sonno e’ contrari, cioè i veri obbedienti. È vero che tra e’ perfecti e questi miserabili ci ha assai di quegli che si vivono ne l’ordine comunemente, che né perfecti sonno, come essi debbono essere, né gattivi sonno, cioè che pure conservano la conscienzia loro che non peccano mortalmente, stanno in tiepidezza e freddezza di cuore. E se essi non exercitano un poco la vita loro con l’observanzie de l’ordine, stanno a grande pericolo; e però l’è bisogno molta sollicitudine, e non dormire, e levarsi dalla tiepidezza loro. Ché, se essi vi permangono, sonno acti a cadere. E se pure non cadessero, staranno con uno loro parere e piacere umano, colorato col colore de l’ordine, studiandosi piú d’observare le cirimonie de l’ordine che propriamente l’ordine. E spesse volte, per poco lume, saranno acti a cadere in[391] giudicio in quegli che piú perfectamente di loro observano l’ordine, e in meno perfeczione le cirimonie, delle quali e’ si fanno observatori.

Sí che, in ogni modo, è loro nocivo a permanere ne l’obbedienzia comune, cioè che freddamente passano l’obbedienzia loro, con molta fadiga e con molta pena. Però che al cuore freddo pare fadigoso a portare: portano fadiga assai, con poco fructo; offendono la loro perfeczione, nella quale essi sonno intrati e sonno tenuti d’observarla; e, poniamo che faccino meno male che gli altri de’ quali Io t’ho contato, pure male fanno: ché essi non si partirono dal secolo per stare con la chiave generale de l’obedienzia, ma per diserrare il cielo con la chiavicella de l’obbedienzia de l’ordine, la quale chiavicella debba essere col funicello della viltá, avilendo se medesimo, e col cingolo de l’umilitá, come decto è, tenerla strecta nella mano de l’affocato amore.

Sappi, carissima figliuola, che essi sono bene acti a giognere alla grande perfeczione, se essi vogliono, perché vi sonno piú presso che gli altri miseri. Ma in un altro modo sonno piú malagevoli questi, nel grado loro, a levarli dalla loro inperfeczione, che lo iniquo, nel suo grado, della sua miseria. E sai tu perché? Perché questo si vede manifestamente che egli fa male, e la conscienzia glil manifesta; unde per l’amore proprio di sé, che l’ha indebilito, non si sforza ad escire di quella colpa che egli vede, con uno lume naturale, che egli fa male quel che fa. Unde chi el dimandasse:—E non fai tu male di fare questo?—Direbbe:—Sí, ma è tanta la mia fragilitá, che non pare ch’io ne possa escire.—Benché egli non dice il vero, ché con l’aiutorio mio ne può escire, se vuole; nondimeno pur cognosce che fa male: col quale cognoscimento gli è agevole a potern’escire, se vuole.

Ma questi tiepidi, che né un grande male fanno né uno grande bene, non cognoscono la freddezza dello stato loro, né in quanto dubbio stanno. Non cognoscendola, non si curano di levarsene né curano che lo’ sia mostrato; essendo lo’ mostrato, per la freddezza del cuore loro, si rimangono legati nella loro longa consuetudine e usanza.[392]

Che modo ci sará in costoro di farli levare? Che tolgano le legna del cognoscimento di sé, con odio del proprio piacimento e reputazione, e mettanle nel fuoco della divina mia caritá; sposando di nuovo, come se allora allora intrassero ne l’ordine, la sposa della vera obbedienzia con l’anello della sanctissima fede, e non dormano piú in questo stato, ch’egli è molto spiacevole a me e danno a loro. Drictamente si potrebbe dire a loro quella parola: «Maladecti tiepidi! che almen fuste voi pur ghiacci. Se voi non vi correggete, sarete vomicati dalla bocca mia», per quello modo che decto t’ho. Ché, non levandosi, sonno acti a cadere; e, cadendo, sarebbono reprovati da me. Innanzi vorrei che fuste ghiacci: cioè che inanzi vi fuste stati nel secolo con l’obbedienzia generale, la quale, a rispecto del fuoco de’ veri obbedienti, si mostra quasi uno ghiaccio; e però dixi: «almeno fuste voi pure ghiacci». Hotti dichiarata questa parola, acciò che in te non cadesse errore di credere ch’Io el volesse piú tosto nel ghiaccio del peccato mortale che nella tiepidezza della inperfeczione. No, ché io non posso volere colpa di peccato, ché in me non è questo veneno: anco mi dispiacque tanto ne l’uomo, che Io non volsi che passasse senza punizione, ché, non essendo l’uomo sufficiente a portare la pena che gli seguitava doppo la colpa, mandai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. Egli con l’obbedienzia la fabricò sopra el Corpo suo.

Levinsi dunque con exercizio, con vigilia, con umile e continua orazione; specchinsi ne l’ordine loro e ne’ padroni di questa navicella, che sonno stati uomini come eglino, nutricati d’un medesimo cibo, nati in uno medesimo modo. E quello Dio so’ ora, che allocta. La potenzia mia non è infermata, la mia volontá non è diminuita in volere la salute vostra, né la sapienzia mia in darvi lume, acciò che cognosciate la mia veritá. Adunque possono, se egli vogliono, pure che se l’arrechino dinanzi a l’occhio de l’intellecto, privandosi della nuvila de l’amore proprio, e col lume corrano co’ perfecti obbedienti. Con questo ci giogneranno; in altro modo, no: sí che il remedio ci è.[393]

CAPITOLO CLXIII

De la excellenzia de la obedienzia, e de’ beni che dá a chi in veritá la piglia.

—Questo è quello vero remedio che tiene il vero obbediente; e ogni dí di nuovo il tiene, augmentando la virtú de l’obbedienzia col lume della fede, desiderando scherni e villanie e che gli sieno imposti e’ grandi pesi dal prelato suo, perché la virtú de l’obbedienzia e la pazienzia sua sorella non irrugginiscano, acciò che, nel tempo che le bisognano adoperare, elle non venissero meno o desserli molta malagevolezza; e però continuamente suona lo stormento del desiderio e non lassa passare il tempo, perché n’ha fame. È una sposa sollicita, che non vuole stare oziosa. Oh obbedienzia dilectevole, oh obbedienzia piacevole, obbedienzia soave; obbedienzia illuminativa, perché hai levata la tenebre del proprio amore; obbedienzia che vivifichi, dando, ne l’anima, la vita de la grazia, che te ha electa per sposa, toltole la morte della volontá propria, che dá guerra e morte ne l’anima! Tu se’ larga, ché d’ogni creatura che ha in sé ragione ti fai subdita. Tu se’ benigna e pietosa: con benignitá e mansuetudine porti ogni grande peso, perché se’ acompagnata con la fortezza e vera pazienzia. Tu se’ coronata della corona della perseveranzia; tu non vieni meno per la inportunitá del prelato né per grandi pesi che egli ti ponesse senza discrezione, ma col lume della fede ogni cosa porti. Tu se’ sí legata con la umilitá, che neuna creatura la può trare della mano del sancto desiderio de l’anima che ti possiede.

E che diremo, dilectissima e carissima figliuola, di questa excellentissima virtú? Diremo che ella è uno bene senza veruno male; sta nella nave, nascosta, che neuno vento contrario le può nuocere; fa navicare l’anima sopra le braccia de l’ordine e del prelato, e non sopra le sue, perché il vero obbediente non ha a rendare ragione di sé a me, ma il prelato di cui egli è stato subdito.

Inamòrati, dilectissima figliuola, di questa gloriosa virtú. Vuogli tu essere grata de’ benefizi ricevuti da me, Padre etterno?[394] Sia obbediente, però che l’obbedienzia ti mostra se tu se’ grata, perché procede dalla caritá. Ella ti mostra se tu non se’ ignorante, perché procede dal cognoscimento della mia veritá. Unde ella è uno bene cognosciuto nel Verbo, el quale v’insegnò la via de l’obbedienzia come vostra regola, facendosi obbediente infino all’obrobriosa morte della croce, nella cui obbedienzia (che fu la chiave che diserrò il cielo) è fondata l’obbedienzia, data a voi, generale e questa particulare, sí come nel principio del tractato di questa obbedienzia Io ti narrai.

Questa obbedienzia dá uno lume ne l’anima: mostra che ella è fedele a me ed è fedele a l’ordine e al prelato suo. Nel quale lume della sanctissima fede ha dimenticato sé, non cercando sé per sé, perché ne l’obbedienzia, acquistata col lume della fede, ha mostrato che nella volontá sua egli è morto a ogni proprio sentimento. Il quale sentimento sensitivo cerca le cose altrui e non le sue, come fa il disobbediente, che vuole investigare la volontá di chi li comanda e giudicarla secondo il suo basso parere e vedere tenebroso, ma non la sua perversa volontá che gli dá morte. Il vero obbediente, col lume della fede, ha giudicata la volontá del suo prelato in bene, e però non cerca la volontá sua, ma china il capo, e con l’odore della vera e sancta obbedienzia notrica l’anima sua. E tanto cresce ne l’anima questa virtú, quanto si dilata nel lume della sanctissima fede: ché con quello lume della fede col quale l’anima cognosce sé e me, con quello m’ama e s’aumilia. E quanto piú ama ed è umiliata, tanto piú è obbediente; e l’obbedienzia con la pazienzia sua sorella dimostrano se l’anima in veritá è vestita del vestimento nupziale della caritá, col quale vestimento intrate in vita etterna.

Unde l’obbedienzia diserra il cielo e rimane di fuore; e la caritá, che diede questa chiave, entra dentro col fructo de l’obbedienzia. Ogni virtú, sí com’Io ti dixi, rimane di fuore, e questa entra dentro; ma all’obbedienzia l’è apropriato che ella è chiave che v’opre, perché con la disobbedienzia del primo uomo fu serrato il cielo, e con l’obbedienzia dell’umile e fedele e inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, fu diserrata vita etterna, che tanto tempo era stata serrata.[395]

CAPITOLO CLXIV

Distinczione di due obedienzie, cioè di quella de’ religiosi e di quella che si rende ad alcuna persona fuore de la religione.

—Sí come decto t’ho, egli ve la lassòe per regola e per doctrina, dandovela come chiave con che poteste aprire per giognere al fine vostro. Egli ve la lassò per comandamento nella generale obbedienzia. Egli ve ne consiglia, consigliandovi se voi volete andare alla grande perfeczione e passare per lo sportello strecto, come decto è, de l’ordine. E anco di quegli che non hanno ordine e nondimeno sonno nella navicella della perfeczione (ciò sonno quelli che observano la perfeczione de’ consigli fuore de l’ordine) hanno rifiutato le ricchezze e le pompe del mondo actuali e mentali e observano la continenzia: chi sta in stato virginale e chi ne l’odore della continenzia, essendo privati della virginitá. Essi observano l’obbedienzia sottomectendosi, sí come in un altro luogo Io ti dixi, ad alcuna creatura, alla quale s’ingegnano, con perfecta obbedienzia, obbedirle infino alla morte. E se tu mi dimandassi quale è di maggiore merito, o quegli che sta ne l’ordine o questi, Io ti rispondo che ’l merito de l’obbedienzia non è misurato ne l’acto né nel luogo né in cui, piú in buono che in gattivo, piú in secolare che in religioso; ma, secondo la misura de l’amore che ha l’obbediente, con questa misura gli è misurato. Ché al vero obbediente la inperfeczione del prelato gattivo non gli nuoce: anco alcuna volta gli giuova, perché con la persecuzione e con pesi indiscreti della grave obbedienzia acquista la virtú de l’obbedienzia e la pazienzia sua sorella. Né il luogo inperfecto non gli nuoce. Inperfecto, dico, ché piú perfecta e piú ferma e stabile cosa è la religione che veruno altro stato: e però ti pongo inperfecto il luogo di questi che hanno la chiave piccola de l’obbedienzia, observando i consigli fuore de l’ordine; ma non ti pongo inperfecta né di meno merito la loro obbedienzia, perché ogni obbedienzia, come decto è, e ogni altra virtú è misurata con la virtú de l’amore.[396]

È ben vero che in molte altre cose, sí per lo voto che egli fa nelle mani del prelato suo e sí perché sostiene piú, piú e meglio gli è provata la obbedienzia ne l’ordine che fuore de l’ordine; però che ogni acto corporale gli è legato a questo giogo e non si può sciogliere, quando egli vuole, senza colpa di peccato mortale, perché è approvato dalla sancta Chiesa e facto voto. Ma questi non è cosí: egli s’è legato volontariamente, per amore che egli ha all’obbedienzia, ma non con voto solempne; unde, senza colpa di peccato mortale, si potrebbe partire dall’obbedienzia di quella creatura, avendo legiptime cagioni che per lo suo difecto egli non si partisse. Ma, se si partisse per suo difetto, non sarebbe senza gravissima colpa: non però obligato a peccato mortale, propriamente, per quello partire. Sai tu quanto ha da l’uno a l’altro? Quanto da colui che tolle l’altrui, a quello che ha prestato e poi ritolle quello che per amore aveva donato, con intenzione però di non richiederlo, ma carta non ne fa affermativamente. Ma quelli ha donato e tractane la carta nella professione, unde nelle mani del prelato renunzia a se medesimo e promecte d’observare obbedienzia e continenzia e povertá volontaria. E il prelato promecte a lui, se egli observa infino alla morte, di darli vita etterna.

Sí che in observanzia, in luogo e in modo, quella è piú perfecta, e questa è meno perfecta: quella è piú sicura, e, cadendo, è piú acto a rilevarsi perché ha piú aiuto; e questa è piú dubbiosa e meno sicura, e piú acto, s’egli viene caduto, a voltare il capo a dietro, perché non si sente legato per voto facto in professione, come sta il relegioso prima che sia professo, che infino alla professione si può partire, ma poi no. Ma il merito, t’ho decto e dico, che egli è dato secondo la misura de l’amore del vero obbediente, acciò che ogniuno, in qualunque stato egli si sia, possa perfectamente avere il merito, avendolo posto solo ne l’amore.

Cui chiamo in uno stato e cui in uno altro, secondo che ciascuno è acto a ricevare; ma ogniuno s’empie con questa misura decta de l’amore. Se il secolare ama piú che il religioso, piú riceve; e cosí il religioso piú che ’l secolare, e cosí tucti gli altri.[397]

CAPITOLO CLXV

Come Dio non merita secondo la fadiga de l’obedienzia né secondo longhezza di tempo, ma secondo la grandezza de la caritá. E de la prontitudine de’ veri obedienti, e de’ miracoli che Dio ha mostrati per questa virtú. E de la discrezione nell’obedire, e dell’opere e del premio del vero obediente.

—Tucti v’ho messi nella vigna de l’obbedienzia a lavorare in diversi modi. A ogniuno gli sará dato il prezzo secondo la misura de l’amore e non secondo l’operazione né misura del tempo; cioè che piú abbi colui che viene per tempo, che quello che viene tardi, sí come si contiene nel sancto Evangelio. Ponendovi la mia Veritá l’exemplo di quelli che stavano oziosi e furono messi dal Signore a lavorare nella vigna sua: e tanto die’ a quelli che andarono all’aurora quanto a quelli della prima, e tanto a quelli della terza e a quegli che andâro a sexta, a nona e a vesparo quanto a’ primi; mostrandovi la mia Veritá che voi sète remunerati non secondo il tempo né opera, ma secondo la misura de l’amore. Molti sonno messi nella puerizia loro a lavorare in questa vigna: chi v’entra piú tardi, e chi nella sua vecchiezza. Questi anderá alcuna volta con tanto fuoco d’amore, perché si vedrá la brevitá del tempo, che ringiugne quegli che intrarono nella loro puerizia, perché sonno andati co’ passi lenti. Adunque ne l’amore de l’obbedienzia riceve l’anima il merito suo: ine empie il suo vasello in me, mare pacifico.

Molti sonno che tanto hanno pronpta questa obbedienzia e tanto l’hanno incarnata dentro ne l’anima loro, che, non tanto che si pongano a volere vedere il perché è loro comandato da colui che lo’ comanda, ma a pena che essi aspectino tanto che la parola gli esca della bocca, col lume della fede intendono la intenzione del prelato loro. Unde il vero obbediente obbedisce piú a la intenzione che a la parola, giudicando che la volontá del prelato sia nella volontá mia, e per mia dispensazione e[398] volontá comandi a lui; e però ti dixi che obbediva piú alla intenzione che alla parola. Però obbedisce egli alla parola, perché prima obbediva con l’affecto alla volontá sua, vedendo col lume della fede e giudicando la volontá sua in me.

Bene il mostrò quello di cui si legge in Vita Patrum, che prima obbediva con l’affecto; ché, essendoli comandato dal prelato suo una obbedienzia, avendo cominciato uno «O», che è cosí piccola cosa, non die’ tanto spazio a se medesimo che egli el volesse compire, ma subbito fu pronpto a l’obbedienzia. Unde, per mostrare quanto m’era piacevole, vi feci il segno, e compí l’altra metá, scripto d’oro, la clemenzia mia.

Questa gloriosa virtú è tanto piacevole a me che in neuna virtú è in che tanti segni e testimoni di miracoli siano dati da me quanti a lei, perché ella procede dal lume della fede.

Per dimostrare quanto ella m’è piacevole, la terra è obbediente a questa virtú, gli animali le sonno obbedienti, l’acqua sostiene l’obbediente. E se tu ti vòlli alla terra, a l’obbediente obbedisce, sí come vedesti, se bene ti ricorda d’avere lecto di quello discepolo, che, essendoli dato uno legno secco dal suo abbate, ponendoli per obbedienzia che ’l dovesse piantare nella terra e inaffiarlo ogni dí, egli, obbediente, col lume della fede, non si pose a dire:—Come sarebbe possibile?—ma, senza volere sapere la possibilitá, compiè l’obbedienzia sua, intantoché, in virtú de l’obbedienzia e della fede, il legno secco rinverdí e fece fructo, in segno che quella anima era levata dalla secchezza della disobbedienzia, e, rinverdita, germinava il fructo de l’obbedienzia. Unde il pomo di quello legno era chiamato per li sancti padri «el fructo de l’obbedienzia».

E se tu raguardi negli animali, medesimamente. Unde quello discepolo, mandato da l’obbedienzia, per la puritá e obbedienzia sua prese uno dragone e menollo a l’abbate suo. Ma l’abbate, come vero medico, perché egli non venisse ad vento di vanagloria e per provarlo nella pazienzia, il cacciò da sé con rimproverio, dicendo:—Tu, bestia, hai menata legata la bestia.—

E se tu raguardi il fuoco, medesimamente. Unde tu hai nella sancta Scriptura che molti, per non trapassare l’obbedienzia mia[399] o per obbedire a me promptamente, essendo messi nel fuoco, el fuoco non lo’ noceva, sí come quelli tre fanciulli che stavano nella fornace, e di molti altri e’ quali si potrebbe contiare.

L’acqua sostenne Mauro, essendo mandato da l’obbedienzia a campare quello discepolo che se n’andava giú per l’acqua. Egli non pensò di sé; ma pensò, col lume della fede, di compire l’obbedienzia del prelato suo. Vassene su per l’acqua come andasse su per la terra, e campa il discepolo.

In tucte quante le cose, se tu apri l’occhio de l’intellecto, trovarrai che t’è mostrata l’excellenzia di questa virtú. Ogni altra cosa si debba lassare per l’obbedienzia. Se fussi levata in tanta contemplazione e unione di mente in me, che ’l corpo tuo fusse sospeso dalla terra, essendoti inposta l’obbedienzia (parlandoti generalmente e non cosa particulare, che non pone legge), potendo, tu ti debbi sforzare di levarti per compire l’obbedienzia imposta. Pensa che da l’orazione tu non ti debbi levare, quando egli è l’ora, se non per necessitá o per caritá e obbedienzia. Questo ti dico, perché tu vegga quanto Io voglio che la sia prompta ne’ servi miei e quanto ella m’è piacevole.

Ciò che fa, l’obbediente si merita: se egli mangia, mangia l’obbedienzia; se dorme, l’obbedienzia; se va, se sta, se digiuna e se veghia, tucto fa l’obbedienzia; se egli serve il proximo, l’obbedienzia; se egli è in coro o in refectorio o sta in cella, chi vel guida o fa stare? L’obbedienzia, col lume della sanctissima fede, col quale lume si gittò, morto a ogni sua propria volontá, umiliato e con odio, nelle braccia de l’ordine e del prelato suo. Con questa obbedienzia, riposandosi nella nave, lassatosi guidare al prelato suo, ha navigato nel mare tempestoso di questa vita con grande bonaccia, con mente serena e tranquilitá di cuore, perché l’obbedienzia, con la fede, ne trasse ogni tenebre. Egli sta forte e sicuro, perché s’ha tolta la debilezza e timore tollendosi la propria volontá, dalla quale viene ogni debilezza e disordenato timore.

E che mangia e beie questa sposa de l’obbedienzia? Mangia cognoscimento di sé e di me, cognoscendo sé non essere, e il difecto suo, e me che so’ Colui che so’, in cui gusta e mangia[400] la mia veritá, cognosciutala nella mia Veritá, Verbo incarnato. E che beie? Sangue: nel quale Sangue el Verbo gli ha mostrata la veritá mia e l’amore ineffabile che Io gli ho. In esso Sangue mostra la obbedienzia sua posta a lui, per voi, da me, suo Padre etterno, e però si innebria; e poi che è ebbra del Sangue e de l’obbedienzia del Verbo, perde sé e ogni suo parere e sapere, e possiede me per grazia, gustandomi per affecto d’amore col lume della fede nella sancta obbedienzia.

Tucta la vita sua grida pace; e nella morte riceve quello che nella professione gli fu promesso dal prelato suo, cioè vita etterna, visione di pace e di somma ed etterna tranquilitá e riposo: uno bene inextimabile, che neuno è che ’l possa stimare né comprendere quanto egli è. Perché egli è infinito, da cosa minore non può essere compreso questo bene infinito, se non come il vasello che è messo nel mare, che non comprende tucto il mare, ma quella quantitá che egli ha in se medesimo. El mare è quello che si comprende; e cosí Io, mare pacifico, so’ solo Colui che mi comprendo e mi stimo, e del mio stimare e comprendare godo in me medesimo. Il quale godere e bene, che Io ho in me, participo a voi, a ogniuno secondo la misura sua. Io l’empio e non la tengo vòta. Dandole perfecta beatitudine, comprende e cognosce dalla mia bontá tanto quanto ne l’è dato a cognoscere da me.

L’obbediente, dunque, col lume della fede nella veritá, arso nella fornace della caritá, unto d’umilitá, inebriato di Sangue, con la sorella della pazienzia, e con la viltá avilendo se medesimo, con fortezza e longa perseveranzia e con tucte l’altre virtú, cioè col fructo delle virtú, ha ricevuto il fine suo da me, suo Creatore.[401]

CAPITOLO CLXVI

Questa è una repetizione in somma quasi di tucto questo presente libro.

—Ora t’ho, dilectissima e carissima figliuola, satisfacto al desiderio tuo dal principio in fino a l’ultimo de l’obbedienzia. Se bene ti ricorda, dal principio mi dimandasti con ansietato desiderio (sí come Io ti feci dimandare per farti crescere il fuoco della mia caritá ne l’anima tua), tu mi dimandasti quatro petizioni. L’una per te, a la quale Io ho satisfacto, alluminandoti della mia veritá, mostrandoti in che modo tu cognosca questa veritá, la quale desideravi di cognoscere; cioè che col cognoscimento di te e di me, col lume della fede, ti spianai in che modo tu venivi a cognoscimento della veritá.

La seconda, che tu dimandasti, fu che Io facessi misericordia al mondo.

La terza, per lo corpo mistico della sancta Chiesa; pregandomi che Io tollesse la tenebre e la persecuzione, volendo tu che Io punisse le iniquitá loro sopra di te. In questo ti dichiarai che neuna pena, che sia data in tempo finito, può satisfare alla colpa commessa contro a me, bene infinito, puramente pur pena. Satisfa, se la pena è unita col desiderio dell’anima e contrizione del cuore: il modo dichiarato te l’ho. Anco t’ho risposto ch’Io voglio fare misericordia al mondo, mostrandoti che la misericordia m’è propria. Unde, per misericordia e amore inextimabile ch’Io ebbi all’uomo, mandai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale, per mostrartelo ben chiaramente, tel posi in similitudine d’uno ponte che tiene dal cielo a la terra, per l’unione della natura mia divina nella natura vostra umana.

Anco ti mostrai, per illuminarti piú della mia veritá, come il ponte si saliva con tre scaloni, cioè con le tre potenzie de l’anima. E di questo Verbo, ponte, mostrato a te, anco questi tre scaloni figurai nel corpo suo, sí come tu sai, per li piei, per lo costato e per la bocca; ne’ quali posi tre stati de l’anima: lo[402] stato inperfecto, e lo stato perfecto, e lo stato perfectissimo, dove l’anima giogne alla excellenzia de l’unitivo amore. In ogniuno t’ho mostrato chiaramente quella cosa che le tolle la inperfeczione e falla giognere alla perfeczione, e per che via si va; e degli occulti inganni del dimonio, e del proprio amore spirituale; e parlatoti, in questi stati, di tre reprensioni che fa la mia clemenzia: l’una ti posi facta nella vita, l’altra nella morte in quelli che senza speranza muoiono in peccato mortale (de’ quali Io ti posi che andavano socto al ponte per la via del dimonio, contandoti delle miserie loro), e la terza de l’ultimo giudicio generale. E parla’ti alcuna cosa della pena de’ danpnati, e della gloria de’ beati, quando avará riavuto ogniuno la dota del corpo suo.

Anco ti promissi e promecto che col molto sostenere de’ servi miei riformarò la sposa mia. Invitandovi a sostenere, lamentandomi teco delle iniquitá loro, e mostrandoti l’excellenzia de’ ministri nella quale Io gli ho posti, e la reverenzia ch’Io richieggo che i secolari abbino a loro, mostrandoti la cagione perché, per loro difetto, non debba diminuire la reverenzia in loro; e quanto m’è spiacevale il contrario. E della virtú di quelli che vivevano come angeli, toccandoti, insieme con questo, de l’excellenzia del sacramento.

Anco sopra i decti stati, volendo tu sapere degli stati delle lagrime e unde elle procedono, tel narrai, e acorda’teli con questi. E decto t’ho che tucte le lagrime escono della fontana del cuore, e ordinatamente t’ho assegnato perché. Di quatro stati di lagrime, e della quinta che germina morte, anco ti contai.

Hotti risposto alla quarta petizione di quello che mi pregasti: ch’Io provedesse al caso particulare advenuto. Io providdi, sí come tu sai. Sopra questo t’ho dichiarata la providenzia mia in generale e in particulare, facendomi dal principio della creazione del mondo infino a l’ultimo, come ogni cosa ho facta e fo con divina providenzia, dando e permectendo ciò ch’Io do, e tribulazioni e consolazioni temporali e spirituali. E ogni cosa è data per vostro bene, perché siate sanctificati in me e la veritá mia si compia in voi. Perché la mia veritá fu questa: che Io[403] vi creai perché aveste vita etterna, la quale veritá v’è facta manifesta col sangue del Verbo, unigenito mio Figliuolo.

Anco t’ho, ne l’ultimo, satisfacto al desiderio tuo e a quello ch’Io ti promissi di narrare della perfeczione de l’obbedienzia e della inperfeczione della disobbedienzia, e unde ella viene, e che ve la tolle. Hottela posta per una chiave generale, e cosí è. E decto t’ho della particulare, e de’ perfecti e degl’imperfecti, di quegli de l’ordine e di quelli fuore de l’ordine, d’ogniuno distintamente; della pace che dá l’obbedienzia e della guerra che dá la disobbedienzia, e quanto s’inganna il disobbediente, ponendoti che la morte venne nel mondo per la disobbedienzia di Adam.

Ora Io, Padre etterno, somma ed etterna veritá, ti conchiudo che ne l’obbedienzia del Verbo, unigenito mio Figliuolo, avete la vita. E come tucti dal primo uomo vecchio contraeste la morte, cosí tucti, chi vuole portare la chiave de l’obbedienzia, avete contracta la vita da l’uomo nuovo, Cristo dolce Iesú, di cui Io v’ho fatto ponte, perché era rocta la strada del cielo.

Ora Io t’invito ad pianto te e gli altri servi miei; e, col pianto, con l’umile e continua orazione, voglio fare misericordia al mondo. Corre per questa strada della veritá, morta, acciò che non sia poi ripresa andando tu lentamente; ché piú ti sará richiesto da me ora, che prima, perché ho manifestato me medesimo a te nella veritá mia. Guarda che tu non esca mai della cella del cognoscimento di te; ma in questa cella conserva e spende il tesoro che Io t’ho dato. Il quale è una doctrina di veritá, fondata in su la viva pietra, Cristo dolce Iesú, vestita di luce che discerne la tenebre. Di questa ti veste, dilectissima e dolcissima figliuola, in veritá.[404]

CAPITOLO CLXVII

Come questa devotissima anima, ringraziando e laudando Dio, fa orazione per tucto el mondo e per la Chiesa sancta. E, comendando la virtú de la fede, fa fine a questa opera.

Alora quella anima, avendo veduto con l’occhio de l’intellecto, e col lume della sanctissima fede cognosciuta la veritá e la excellenzia de l’obbedienzia, uditala con sentimento e gustatala per affecto, con spasimato desiderio, speculandosi nella divina maestá, rendeva grazie a lui, dicendo:

—Grazia, grazia sia a te, Padre etterno, che tu non hai spregiata me, factura tua, né voltata la faccia tua da me, né spregiati e’ miei desidèri. Tu, luce, non hai raguardato alla mia tenebre; tu, vita, non hai raguardato a me, che so’ morte; né tu, medico, alle gravi mie infermitá; tu, puritá etterna, a me, che so’ piena di loto di molte miserie; tu, che se’ infinito, a me, che so’ finita; tu, sapienzia, a me, che so’ stoltizia.

Per tucti quanti questi ed altri infiniti mali e difecti che sonno in me, la tua sapienzia, la tua bontá, la tua clemenzia e il tuo infinito bene non m’ha spregiata. Ho cognosciuta la veritá nella tua clemenzia, ho trovato la caritá tua e dileczione del proximo. Chi t’ha costretto? Non le mie virtú, ma solo la caritá tua. Quello medesimo amore ti costringa ad illuminare l’occhio de l’intellecto mio nel lume della fede, a ciò che io cognosca e intenda la veritá tua, manifestata a me. Dammi che la memoria sia capace a ritenere i benefizi tuoi, la volontá arda nel fuoco della tua caritá; el quale fuoco facci germinare e gittare al corpo mio sangue, e con esso sangue, dato per amore del Sangue, e con la chiave de l’obbedienzia io diserri la porta del cielo. Questo medesimo t’adimando cordialmente per ogni creatura che ha in sé ragione, e in comune e in particulare e per lo corpo mistico della sancta Chiesa. Io confesso, e non lo niego, che tu m’amasti prima che io fusse, e che tu m’ami ineffabilemente come pazzo della tua creatura.[405]

O Trinitá etterna! O Deitá, la quale Deitá, natura tua divina, fece valere el prezzo del sangue del tuo Figliuolo! Tu, Trinitá etterna, se’ uno mare profondo, che quanto piú c’entro tanto piú truovo, e quanto piú truovo piú cerco di te. Tu se’ insaziabile, ché, saziandosi l’anima ne l’abisso tuo, non si sazia, perché sempre rimane nella fame di te, Trinitá etterna, desiderando di vederti col lume nel tuo lume. Sí come desidera il cervio la fonte de l’acqua viva, cosí desidera l’anima mia d’escire della carcere del corpo tenebroso e vedere te in veritá. Oh quanto tempo sará nascosta la faccia tua agli occhi miei! O Trinitá etterna, fuoco e abisso di caritá, dissolve oggimai la nuvila del corpo mio! Il cognoscimento, che tu hai dato di te a me nella veritá tua, mi costrigne a desiderare di lassare la gravezza del corpo mio e dare la vita per gloria e loda del nome tuo. Però che io ho gustato e veduto, col lume dello intelletto nel lume tuo, l’abisso tuo, Trinitá etterna, e la bellezza della creatura tua. Unde, raguardando me in te, vidi me essere imagine tua, donandomi la potenzia di te, Padre etterno, e della sapienzia tua ne l’intellecto, la quale sapienzia è apropriata a l’unigenito tuo Figliuolo. Lo Spirito sancto, che procede da te e dal Figliuolo tuo, m’ha data la volontá, ché so’ acta ad amare. Tu, Trinitá etterna, se’ factore; e io, tua factura, ho cognosciuto, nella recreazione che mi facesti nel sangue del tuo Figliuolo, che tu se’ innamorato della bellezza della tua factura.

O abisso, o Deitá etterna, o mare profondo! E che piú potevi dare a me che dare te medesimo? Tu se’ fuoco che sempre ardi e non consumi; tu se’ fuoco che consumi nel calore tuo ogni amore proprio de l’anima; tu se’ fuoco che tolli ogni freddezza; tu allumini; col lume tuo m’hai facta cognoscere la tua veritá; tu se’ quello lume sopra ogni lume, col quale lume dái a l’occhio de l’intellecto lume sopranaturale, in tanta abondanzia e perfeczione che tu chiarifichi el lume della fede, nella quale fede veggo che l’anima mia ha vita, e in questo lume riceve te, lume. Nel lume della fede acquisto la sapienzia nella sapienzia del Verbo del tuo Figliuolo; nel lume della fede so’ forte, costante e perseverante; nel lume della fede spero:[406] non mi lassa venire meno nel camino. Questo lume m’insegna la via, e senza questo lume andarei in tenebre; e però ti dixi, Padre etterno, che tu m’alluminassi del lume della sanctissima fede.

Veramente questo lume è uno mare, perché notrica l’anima in te, mare pacifico, Trinitá etterna. L’acqua non è turbida, e però non ha timore, perché cognosce la veritá; ella è stillata, ché manifesta le cose occulte; unde, dove abbonda l’abondantissimo lume della fede tua quasi certifica l’anima di quello che crede. Ella è uno specchio, secondo che tu, Trinitá etterna, mi fai cognoscere; ché, raguardando in questo specchio, tenendolo con la mano de l’amore, mi rapresenta me in te, che so’ creatura tua, e te in me, per l’unione che facesti della Deitá ne l’umanitá nostra. In questo lume cognosco e rapresentami te, sommo e infinito Bene: Bene sopra ogni bene, Bene felice, Bene incomprensibile e Bene inextimabile. Bellezza sopra ogni bellezza; sapienzia sopra ogni sapienzia, anco tu se’ essa sapienzia. Tu, cibo degli angeli, con fuoco d’amore ti se’ dato agli uomini. Tu, vestimento che ricuopri ogni nuditá, pasci gli affamati nella dolcezza tua. Dolce se’ senza alcuno amaro. O Trinitá etterna, nel lume tuo il quale desti a me, ricevendolo col lume della sanctissima fede, ho cognosciuto, per molte e admirabili dichiarazioni spianandomi, la via della grande perfeczione, acciò che con lume e non con tenebre io serva te, sia specchio di buona e sancta vita, e levimi dalla miserabile vita mia; ché sempre, per lo mio difecto, t’ho servito in tenebre. Non ho cognosciuta la tua veritá, e però non l’ho amata.

Perché non ti conobbi? Perché io non ti viddi col glorioso lume della sanctissima fede, però che la nuvila de l’amore proprio obfuscò l’occhio de l’intellecto mio. E tu, Trinitá etterna, col lume tuo dissolvesti la tenebre. E chi potrá agiognere a l’altezza tua a rendarti grazie di tanto smisurato dono e larghi benefizi quanto tu hai dati a me, della doctrina della veritá che tu m’hai data? che è una grazia particulare, oltre alla generale, che tu dái a l’altre creature. Volesti conscendere alla mia necessitá e de l’altre creature, che dentro ci si[407] specchiaranno. Tu risponde, Signore: tu medesimo hai dato, e tu medesimo risponde e satisfa, infondendo uno lume di grazia in me, a ciò che con esso lume io ti renda grazie. Veste, veste me di te, Veritá etterna, sí che io corra questa vita mortale con vera obbedienzia e col lume della sanctissima fede, del quale lume pare che di nuovo inebbri l’anima mia.

Deo gratias. Amen.

Qui finisce el libro facto e compilato per la venerandissima vergine, fidelissima serva e sposa di Iesu Cristo crocifixo, Caterina da Siena, de l’abito di Sancto Domenico, socto gli anni Domini MCCCLXXVIII del mese d'octobre. Amen.

Prega Dio per lo tuo inutile fratello.


[409]

NOTA

[411]

I

È noto che Gregorio decimoprimo, dopo aver restituita da Avignone a Roma la sede pontificale nel 1377, avvenimento al quale santa Caterina aveva molto contribuito, mandò a Firenze la vergine senese per indurre a sottomissione i fiorentini, da piú che due anni ribelli alla Santa Sede. Questa missione, adempiuta da lei in mezzo a gravi tumulti della cittá e col pericolo della sua vita, si protrasse lungamente invano; fin tanto che, morto Gregorio e succedutogli Urbano sesto, questi si pacificò coi fiorentini.

Proclamata dunque la pace, sappiamo dal beato Raimondo[1], confessore della santa, che ella «tornò ai propri lari, ed attese con grandissima diligenza alla composizione di un certo libro, che, ispirata dal superno Spirito, dettò nel suo volgare. Imperocché aveva ella pregato i suoi scrittori, i quali solevano scrivere le lettere ch’ella mandava in diverse parti, che stessero attenti ed osservassero ogni cosa, quando, secondo la sua consuetudine, era rapita dai sensi corporei, ed allora ciò ch’ella dettava, diligentemente scrivessero...

«E cosí in breve tempo fu composto un certo libro, che contiene un dialogo tra un’anima, che fa quattro petizioni a Dio, e Dio, che risponde a lei, informandola di molte e utilissime veritá»[2]. [412]

Ma, poiché la pace avvenne sul finire del luglio 1378, Caterina non poté trovarsi a Siena prima di quel tempo[3]; ed, essendo stato quel suo libro condotto a termine nell’ottobre del medesimo anno, come rilevasi da alcuni codici, se ne dovrebbe concludere che fosse stato scritto in tre mesi.

Altri particolari circa il modo di comporlo abbiamo nelle Memorie di un notaio senese, ser Cristofano di Gano Guidini, discepolo di Caterina ed uno dei suoi segretari[4]. Ecco il suo ingenuo racconto.

Anco la detta serva di Cristo fece una notabile cosa, cioè uno libro, el quale è di volume d’uno messale; e questo fece tutto essendo ella in astrazione, perduti tutti e’ sentimenti, salvo che la lengua. Dio Padre parlava in liei, ed ella rispondeva e dimandava, ed ella medesima recitava le parole di Dio Padre dette a liei, e anco le sue medesime, che ella diceva e dimandava a lui; e tutte queste parole erano per volgare... Questo libro fu poi intitolato cosí: «Libro de la divina dottrina, data per la persona di Dio Padre parlando allo intelletto de la gloriosa e santa vergine Caterina da Siena, dell’abito de la penitenzia, dell’ordine de’ predicatori, e scritto essa dettando in volgare, essendo essa in ratto, e udendo attualmente, dinanzi da piú e piú, quello che in liei Dio parlava», ecc. Ella diceva e uno scriveva: quando ser Barduccio[5], quando el detto donno Stefano[6], e quando Neri di Landoccio[7]. Questo a udire pare che sia cosa da non crédare; ma a coloro, che lo scrissero e udîro, nollo pare cosí; e io so’ uno di quegli. Poi, perché el dicto libro era ed è per volgare, e chi sa gramatica o ha scienzia non legge tanto volontieri le cose che sono per volgare quanto fa quelle per léttara; per me medesimo, e anco per utilitá del prossimo, mossimi, e fecilo per léttara puramente secondo el testo, non agiognendovi cavelle; e ine m’ingegnai di farlo el meglio ch’io seppi, e pugnai parecchie anni a mio diletto, quando uno pezzo quando uno altro. Poiché co’ la grazia di Dio l’ebbi fatto, el mandai a Pontignano a donno Stefano di Currado, ché el correggesse, perciocché[413] la maggior parte n’aveva scritto egli, quando Caterina el fece. Poiché fu corretto, e io el feci riscrivare a uno buono scrittore; e, legato e compíto che fu, uno venerabile vescovo de le parti di Francia..., el quale ne le parti di lá d’Avignone aveva veduta la decta serva di Cristo Caterina e parlato con liei..., come l’ebbe veduto e tenuto alcuno dí, tanto li piaque che mai non gliel potei trarre di mano: pregommi e fecemi pregare che io gliel donasse, e cosí feci. Diceva che trovava cose in quello libro che n’era meglio dichiarato che da niuno dottore, e che noi nol conosciavamo; ma ch’el predicarebbe la dottrina del decto libro in suo paese, e che molto piú frutto n’arebbe el prossimo di lá, se ’l portava, che se rimanesse qua; e nientemeno noi n’avavamo lo exemplo. Udendo questo, anco piú volontieri gliel lassai... E pure, volendo averne uno dei detti libri per utilitá del prossimo, ne fo scrivare uno altro a colui medesimo che scrisse quello di prima, cioè a uno prete che ha nome ser Stefano di Giovanni d’Asciano, sta a Siena presso a San Vilio.

Che Stefano Maconi scrivesse parte di questo libro, dettante Caterina, lo dice egli stesso nel processo della canonizzazione, parlando delle estasi di lei:

Qualiter ita fieri possit, scribitur in libro, quem ipsa virgo sacra composuit; quem ego pro parte scripsi, dum ore virgineo dictabat illum mirabili modo[8].

E il Maconi lo tradusse anche in latino, come rilevasi da alcune parole scritte di sua mano dietro ad un codice, che appartenne giá alla certosa di Pavia[9] e che era stato dato a lui da fra Tommaso Caffarini[10], in cambio del quale il Maconi gli donò la sua versione latina:

Iste liber pertinet ad domum Sancte Marie de Gratia prope Papiam, ordinis carthusiensis, quem ego frater Stephanus monachus habui a venerabili patre frate Thoma Antonii de Senis, qui nunc est prior Sancti Dominici de Venetiis; loco cuius exhibui prefato fratri Thomae dialogum quem sancta mater Catharina composuit, licet in vulgari, sed ego latinizavi[11].

[414]

Lo voltò in latino anche il beato Raimondo, e vi accenna egli stesso nel prologo primo della sua Leggenda[12]:

Altissimo è certamente lo stile di questo libro, sí che a mala pena trovasi una maniera di parlar latino che possa corrispondere all’altezza di quello stile, com’io stesso ne faccio esperimento, ora che m’affatico a trasportarlo in quell’idioma.

Si ha conferma di questa sua versione nel codice latino CCLXXII del monastero di Subiaco, e nella stampa latina fatta in Brescia nel 1496 dal De Misintis, che dicesi essere appunto la versione del beato Raimondo.

Il titolo di questo libro non rimase sempre lo stesso; ma, come abbiam veduto dalle parole del Maconi, fin da quel tempo cominciava, a cagione della sua forma, ad esser chiamato Dialogo. In séguito poi il titolo variò in piú modi: Libro o Dialogo o Trattato della divina providenza; Libro della divina rivelazione; Rivelazioni; Libro o Dialogo della divina dottrina, ecc., ma piú spesso: Dialogo della divina providenza.

E crebbe tanto la fama di Caterina, e cosí grande era la reverenza alla sua alta mente e alle sue sublimi virtú, che del Libro furon fatte molte copie manoscritte.

Con l’introduzione della stampa in Italia cominciarono le edizioni del Libro prima ancora che cessasse l’uso di farne copie manoscritte, delle quali si trovano alcune di data posteriore a quella che è ritenuta edizione principe, 1472. Da quest’anno fino al 1496 il Libro fu ristampato altre sette volte; undici nel secolo XVI, e nove nei tre secoli successivi. Ma, pur avendo certezza che non vi sono altri incunaboli oltre quelli appresso notati, non si può essere egualmente sicuri che non sia sfuggita qualcuna delle edizioni posteriori, per quanta diligenza siasi posta nelle ricerche.

Veramente, e le copie manoscritte e anche piú le antiche stampe non riprodussero fedelmente il Libro; ma nelle une e nelle altre si riscontrano alterazioni di vocaboli e di modi di dire, anche a seconda degli usi dialettali del luogo e del tempo in cui furono scritte o stampate. Furon di quelli i quali, oltre alla continua intromissione di «onde», «adunque», «sicché», ecc. sostituirono[415] costantemente il verbo «congiungere» al verbo «unire» usato dalla santa; e dove ella chiama Dio «Veritá eterna», essi hanno qualche volta «Virtude eterna»: altri giunse perfino a fare del «glorioso Paolo mio banditore» il «glorioso Paolo mio trombetta»!

La piú nota edizione del Libro è quella pubblicata a cura di Girolamo Gigli; il quale dal 1707 in poi pubblicò in quattro volumi le opere della vergine senese. Nel primo è la Leggenda di santa Caterina del beato Raimondo da Capua nel volgarizzamento del canonico Bernardino Pecci; nel secondo e terzo le Lettere; nel quarto, oltre al Libro sono: il Trattato della consumata perfezione[13], ventisette orazioni della santa, la relazione di una dottrina spirituale di santa Caterina (scritta[14] da un frate inglese, Guglielmo Flete, degli eremitani di Sant’Agostino in Lecceto, discepolo di lei), e alcuni brani del discorso che la santa fece ai suoi discepoli pochi momenti prima di morire.

L’edizione del Gigli è importante specialmente per le copiose notizie ch’egli raccolse intorno a Caterina ed alle persone del suo tempo che ebbero relazione con lei; in guisa che tutti coloro i quali posteriormente ne scrissero, attinsero da lui. Inoltre questa edizione ha il pregio di essere stata fatta sopra uno dei migliori e piú antichi codici, che il Gigli suppone essere di mano di Stefano Maconi, perché in fine del Libro vi si leggono le parole: «Prega per lo tuo inutile fratello», le quali il Maconi soleva porre a piè delle lettere dettategli da Caterina.

E il Gigli non solo scelse con avvedutezza il testo della sua edizione, ma fece anche diligenti confronti con altri antichi mss., sí da non meritare la taccia, che gli è stata fatta recentemente[15], di non aver riprodotto quel codice. Egli adottò, è vero, alcune[416] varianti; ma, per la maggior parte, le tolse dal codice laurenziano gaddiano, e qualcuna di esse trova riscontro negli incunaboli. Ebbe soltanto il torto di non renderne conto, ma gli è di scusa l’usanza del suo tempo.

Un’omissione inesplicabile si riscontra però nella sua edizione. Il capitolo LXXXIII è mutilo piú che della metá, e l’LXXXIV manca, in principio, di un lungo brano, sí che non collegano tra di loro; e quindi fu messa al capitolo LXXXIV una rubrica diversa da quella che leggesi nei manoscritti.

Ma ciò che rende l’edizione del Gigli d’impossibile lettura, sono le troppe e mal disposte virgole, le quali fanno continuo intoppo, senza riuscire a distrigare i lunghi periodi; i quali appariscono anche piú interminabili a causa della soverchia distanza fra un capoverso e l’altro, per la quale a chi legge non si concede riposo.

Era dunque necessaria una nuova edizione, non solo perché quella del Gigli naturalmente non si trova se non nelle pubbliche biblioteche, ma anche per dare il Libro nella sua vera lezione e con punteggiatura che ne agevolasse la comprensione. A conseguire siffatto intento, esso non poteva venir meglio allogato che in questa collezione degli Scrittori d’Italia.

Questa nuova edizione, dunque, è stata fedelmente condotta sullo stesso codice di cui si serví Girolamo Gigli, e che trovasi nella Comunale di Siena con la segnatura T. II. 9. E con vera soddisfazione posso dire che l’autorevole parere del Gigli, che mi fu prima guida nella scelta, è stato confermato dalle osservazioni che ho fatte io stessa, confrontando questo ms. con altri. È vero che non ho potuto avere a mia disposizione tutti i codici del Libro; ma, avendone tenuti sott’occhio quattro laurenziani, tre riccardiani, due della Nazionale di Firenze e uno della biblioteca Landau, non che la versione latina del Maconi, ho potuto raccogliere elementi sufficienti per un retto giudizio. Ho notato, dunque, che questo codice T. II. 9, solo fra gli altri sopra nominati, serba intatte tutte le ingenuitá delle espressioni, certe incongruenze nei periodi, i pleonasmi e gli idiotismi delle voci e specialmente dei modi che sono propri del parlare dei popolani. Perché Caterina, com’è noto, era di nascita popolana, e, con tutto il suo straordinario ingegno, sapeva appena leggere e meno ancora scrivere; sí che le mirabili sue lettere, che il Tommaseo chiamò «monumento di sapienza» furono da lei dettate ai suoi[417] discepoli[16]. E questo libro, poi, fu dettato nelle sue estasi, sí da non poter dar luogo a pentimenti né a correzioni. Cosí, mentr’ella serba nei suoi lunghi periodi un nesso continuo di pensiero, nonostante le digressioni e gl’incisi che a volte s’incalzano e si succedono senza respiro; pure, finiti questi, quand’ella ritorna all’interrotto pensiero e lo vuol compire, la memoria, non aiutata dai «fedeli occhi» (perché ella dètta, non scrive) le fallisce, e allora per una parola o anche per una particella, raramente per una frase, che non colleghi con la sospesa proposizione, il costrutto rimane sconnesso. Ora, queste sconnessioni, queste piccole mende, che negli altri mss. si trovano per la maggior parte corrette, costituiscono per l’appunto il pregio del codice senese. Parrebbe quasi che la riverenza a Caterina abbia vietato all’amanuense di apportare al dettato di lei la menoma alterazione, anche quando per chiarezza e correttezza gli sarebbe potuto sembrar necessario. E questa può ritenersi una prova che il nostro codice sia stato scritto di mano dei suoi discepoli[17]. E dico «dei suoi discepoli», perché è evidente che la scrittura non è tutta di una sola mano, come risulta dalle osservazioni notate piú oltre nella descrizione del codice. Può darsi che la seconda parte, quella ove cápitano le parole scritte in fine del Libro: «Prega per lo tuo inutile fratello», sia appunto di mano del Maconi, anche perché, graficamente, è piú corretta.

Che poi questo codice sia piú antico degli altri, come afferma anche il Gigli (senza però darne le ragioni), credo possa dedursi dall’essere il solo (certamente il solo tra gli undici codici da me esaminati) che non ha avuto originariamente la partizione in trattati e in capitoli, la quale è stata fatta, in tempo posteriore, al[418] margine, con le rubriche in rosso, di scrittura diversa da quella del testo; né vi è la tavola dei capitoli, che trovasi, invece, in tutti gli altri.

Venendo ai criteri seguíti nel riprodurre questo ms., essi, per quanto concerne l’ortografia, sono conformi alle norme comuni a tutti i volumi degli Scrittori d’Italia. E affinché la scrupolosa fedeltá al testo non venga scambiata per errore, debbo avvertire che, essendo stata rispettata la doppia forma grafica di una medesima parola, si legge «dixi» e «dissi», «proximo» e «prossimo», «decto» e «detto», «dannati» e «dapnati» e «danpnati», «correggere» e «corregere», «veggo» e «vego», ecc. secondo che nel codice trovasi l’uno o l’altro modo. È anche da notare che dalla pagina 160 al principio della pagina 162 si riscontra una certa differenza di ortografia, avendo io trascritto quel brano dal codice laurenziano gaddiano, perché nel codice senese la carta 49, che lo contiene, non è piú la originale[18].

Quanto ai periodi sospesi che generano oscuritá o anche a quelli troppo sconnessi e a qualche evidente lacuna, sono stata autorizzata ad integrarli con le varianti di altri codici[19]. Ma a queste io son ricorsa piú raramente che ho potuto, cercando, invece, con diligente studio, di analizzare i periodi e distrigarli con opportune parentesi, le quali, separando gl’incisi, rendono men difficile il ricollegare le proposizioni da essi interrotte o sospese. E per qualche passo piú intricato mi è stata utile la versione latina del Maconi, il quale, soltanto col dare ai periodi una costruzione piú regolare, agevola l’interpetrazione del pensiero della santa; e perciò mi ha fatto piú volte ricusar come superflue le varianti di altri codici. Restano, è vero, alcuni punti un po’ oscuri: dei pensieri non compiutamente resi, ma che si completano con altri brani sparsi qua e lá nel libro. A questo ho cercato di rimediare in parte, raggruppando quelle sparse membra nell’indice delle cose notevoli, il quale, perciò, potrá non inutilmente consultarsi, quando s’incontri qualche oscuritá.

Prima di chiudere questa Nota, compio il gradito dovere di rendere pubbliche e vivissime grazie al ch. prof. Fortunato Donati, bibliotecario della Comunale di Siena, che, non contento,[419] nella sua grande benevolenza, di aver consentito che il cod. T. II. 9 fosse tenuto per lungo tempo a mia disposizione prima nella Nazionale di Firenze e poi nella Laurenziana, volle anche darmi degli altri tre codici del Libro che si conservano nella biblioteca di Siena una particolareggiata descrizione, la quale, un po’ abbreviata, vien riprodotta qui appresso.

Sono pure molto obbligata agli illustri bibliotecari Guido Biagi e Salomone Morpurgo non solo per la gentile ospitalitá concedutami, ma altresí per i loro suggerimenti e per le agevolezze che mi hanno procurate.

Ringrazio poi il ch. prof. Enrico Rostagno, conservatore dei manoscritti nella Laurenziana, che, con cortesia pari alla sua dottrina, mi è stato largo di ammaestramenti e consigli. E sono riconoscente al ch. dott. Curzio Mazzi, della Laurenziana, al cui sapere ed alla cui instancabile cortesia non sono mai ricorsa invano.

Anche debbo ringraziare don Leone Allodi, dotto abate del monastero di San Benedetto in Subiaco, per la descrizione dei tre codd. delle Revelationes ivi custoditi.

NOTE:

[1] Il beato Raimondo delle Vigne, da Capua, discendente da Pier delle Vigne, maestro generale dell’ordine dei predicatori, scrisse in latino la vita della santa. Essendo andata perduta quella che prima di lui aveva scritta fra Tommaso della Fonte, la Leggenda (cosí fu chiamata) del beato Raimondo è il piú autorevole documento antico intorno a Caterina da Siena.

[2] In Acta sanctorum, die XXX aprilis, pars III, capp. I e II.

[3] Nelle annotazioni ad alcune lettere inedite dei discepoli di Caterina, pubblicate, insieme con la Leggenda minore della santa, da Francesco Grottanelli, Bologna G. Romagnoli, 1868, si legge: «Solo nel 1378 pare che da Firenze (Caterina) si restituisse in patria nel mese di luglio, ma non è certo».

[4] Furon pubblicate nell’Arch. stor. ital., IV (1843), 29-48.

[5] Barduccio di Piero Canigiani, uno dei suoi discepoli.

[6] Stefano di Currado Maconi, uno dei piú insigni discepoli della santa, vestí, a consiglio di lei, l’abito di certosino, fu priore della certosa di Pavia e poi superiore generale dell’ordine.

[7] Ranieri, o Neri di Landoccio Pagliaresi, nobile senese, anch’egli segretario di Caterina, la quale gli affidò missioni per Gregorio XI, Urbano VI e per la regina Giovanna di Napoli.

[8] Citato dal Gigli nella prefazione al t. IV delle Opere di s. Caterina, p. II.

[9] Trovasi ora nella Braidense di Milano, AE. IX. 35.

[10] Fra Tommaso d’Antonio di Naccio, o Nacci, Caffarini da Siena, dell’ordine de’ predicatori, ebbe la parte maggiore nel processo della canonizzazione fatto a Venezia, e dopo il beato Raimondo da Capua è la fonte piú copiosa di notizie intorno a Caterina.

[11] C. Magenta, La certosa di Pavia (Torino, Bocca, 1897), p. 436. Il Magenta dice che il Libro fu tra i primi codici di quella biblioteca, la quale in séguito si arricchí di numerosi manoscritti.

[12] Prologus primus, 8.

[13] Si trova in un piccolo codice latino della Vaticana. Fu pubblicato in Venezia nel 1543 in un piccolo volume, che contiene altre pie operette, del quale la Casanatense possiede un esemplare. Fu stampato separatamente a Lovanio nel 1554, e ve n’è una copia nella biblioteca Barberina. Il Gigli l’ha dato nella versione italiana dell’ab. Piccolomini; ve ne sono però altre traduzioni italiane, ed anche una inglese stampata a Londra nel 1895.

[14] Fu scritta in latino l’anno 1376. Se ne conserva un antico ms. nella Comunale di Siena, con la segnatura T. II, 7 c. 29 v. e 30 v. Il Gigli la pubblicò in italiano.

[15] Ieanne Anziani, Pour le texte du Dialogue de sainte Cathérine de Sienne, nel Bulletin italien, luglio-settembre 1911.

[16] Come Caterina imparasse a leggere è raccontato dal beato Raimondo nella Leggenda (cap. XL, 7). Quanto allo scrivere lo accenna la santa da sé, scrivendo al beato Raimondo (lett. 272, ed. Tommaseo) che le fu insegnato in un’estasi. Ciò fu nell’ottobre del 1377, essendo alla ròcca di Tentennano presso la famiglia Salimbeni. Di suo pugno si dicono scritti: 1o) l’orazione «O spirito santo vieni nel mio cuore»; 2o) un biglietto (litterulam) a Stefano Maconi, che finiva cosí: «Sappi, o mio carissimo figliuolo, che questa è la prima lettera che io abbia scritta»; 3o) alcune carte del Libro; 4o) due lettere al beato Raimondo. Tutti questi autografi deploransi come smarriti.

[17] Forse non è superfluo avvertire che lo scritto originale, quello vergato dai discepoli mentre Caterina «ore virgineo dictabat», non esiste piú. Ciò però non toglie né diminuisce valore a questo codice, che anche il Grottanelli (op. cit., p. 198, nota 19) dice essere la «copia autentica».

[18] Si veda piú oltre, p. 422.

[19] Sono tutte notate in fine del vol.

[420]

II

I
CODICI

1

CODICE SENESE T. II. 9
PRESO A FONDAMENTO DI QUESTA EDIZIONE.

Membr., sec. XIV, mm. 260 x 190, cc. 148 e due guardie bianche, una in principio e l’altra in fine, sulle quali è impresso il bollo «Biblioteca pubblica di Siena». Sul verso della prima vi sono cinque righe abrase, di cui appena si distinguono una o due parole; 43 righe per faccia; a c. 10b la scrittura si divide in due coll. e va cosí sino all’ultimo del codice. Il quale fino a c. 137 contiene il Libro della divina dottrina, comunemente detto Dialogo di santa Caterina. Le ultime undici cc. contengono altri scritti. A c. 137 termina il Libro della divina dottrina con queste parole: «Qui finisce el libro facto et compilato per la venerandissima vergine fidelissima serva et sposa di Yhux̊ crocifixo Caterina da Siena de l’abito di sancto Domenico socto gli anni Domini MCCCLXXVIII del mese d’octobre. Amen. «Prega Dio per lo tuo inutile fratello. Amen» (in grosse maiuscole gotiche, rosse e nere).

Legatura del sec. XVII in assi e pelle con fermagli e puntali di bronzo; fregi a freddo e dorati nella costola e sui piatti, dov’è, pure in oro, uno scudo nobiliare, vuoto.

Non vi è la tav. dei capitoli, come in altri codici dello stesso Libro, ma comincia il testo alla prima carta. Nel margine superiore, in rosso, di scrittura gotica italiana simile a quella del testo, è la seguente invocazione: «Al nome di Yhux̊ crocifixo e di Maria dolce». Segue: «Questo libro fece la venerabile[421] Caterina da Siena mantellata di sancto Domenico». Poi, sempre in rosso, ma con scrittura semigotica, questa didascalia: «Liber divine doctrine, date per personam Dei patris intellectui loquentis gloriose et sancte virginis Caterine de Senis, predicatorum ordinis, conscriptus, ipsa dictante, licet vulgariter, et stante in raptu actualiter et audiente quid in ea loqueretur Dominus Deus, et coram pluribus referente». Indi, nel margine laterale destro, con la stessa scrittura semigotica in rosso, l’argomento del capitolo. Segue il testo, disteso in scrittura gotica italiana, con frequenti segni di paragrafi in rosso e turchino, alternati. Vi sono poi, di tanto in tanto, capoversi con iniziali gotiche, alternate anch’esse in rosso e turchino, ed ornate rispettivamente di rabeschi turchini e rossi. Una maggiore iniziale alla prima carta distingue il principio del testo. La regolare divisione in capitoli numerati e con argomenti fu fatta però posteriormente; e colui che la fece non tenne conto di questi capoversi originari, ma con giusto criterio fece i capitoli piú brevi, in modo che il dettato avesse piú frequenti soste, che riposassero il lettore. Quindi, se i capoversi sono 101, i capitoli sono 167, e, mancando originariamente lo spazio per tutto l’argomento, questo a volte continua nel margine, a volte è scritto per intero nel margine, sempre in rosso, con scrittura semigotica della stessa mano che scrisse la prima didascalia.

Oltre alla divisione in capitoli, è indicata, dalla stessa mano e con la medesima scrittura in rosso, la partizione in quattro trattati: e cioè, al cap. IX comincia il Trattato della discrezione, formando i primi otto capitoli come una specie di prologo; al cap. LIV il Trattato della orazione; al cap. CXXXV quello della Providenza, e al cap. CLIV il Trattato dell’obbedienza, senza che questa partizione interrompa la numerazione dei capitoli, la quale è continua dal principio alla fine. Si nota però un accenno di altra partizione in cinque libri. Infatti, nel margine laterale della prima facciata, sotto all’argomento del primo capitolo, c’è in inchiostro nero: «libro jo», e sotto all’argomento del cap. LI c’è: «libro ijo», e libro iijo al cap. LXXXVI. Fin qui questa partizione non corrisponde ai trattati, ma il libro iiijo e il vo corrispondono l’uno al Trattato della providenza, l’altro a quello dell’Obbedienza[20]. [422]

Il testo ha alcune correzioni marginali, e qualche volta aggiunte di frasi mancanti, per errore, le quali a volte sono di mano dello stesso copista, a volte di altra mano posteriore. Vi sono anche rare correzioni interlineari, e varie parole, o soltanto lettere, espunte: non mancano però, qua e lá, mende non corrette, come ad es.:

a c. 65a col. 1a, in princ.: «dicosta» per «discosta».

a c. 99a col. 1a: «contata» per «contato».

a c. 107a col. 1a, verso la fine: «contritrione» per «contritione».

a c. 127a col. 2a, poco dopo la metá: «sensiva» per «sensitiva».

a c. 133a col. 1a, in principio: «exellentissima» per «excellentissima».

a c. 133a col. 1a, in principio: «velassò» per «ve la lassò», ecc.

Frequentissimi nel margine, in tutto il testo, sono i segni per additare passi degni di attenzione. Piú frequente è la sigla «nô» o anche semplicemente «N», ovvero «nota» per esteso; spesso vi è disegnata una mano che indica il passo, ovvero uno di quei soliti graffi che servono ad indicare tutto un periodo che si vuole porre in rilievo. Quando nel dettato occorre qualche esempio o similitudine, nel margine è notato con un «exo» o «sili». Non mancano altresí postille latine, quando di mano antica, quando di scrittura posteriore; ad esempio alla c. 77b: «Nota hic de contemplatione mentali pulchre».

Macchie d’umido nelle prime carte, e la c. 3 è molto sbiadita. Le macchie vanno scemando sino alla c. 20. La c. 49, sostituita all’antica da una molto posteriore, reca a tergo, nel margine inferiore, queste parole: «Nota come in congiuntura di fare il confronto e correggere il libro stampato de’ Dialogi (sic) di santa Caterina col presente libro esistente appo il nobile signor Silvio Gori, per ridurre in miglior uso l’opere della santa, si trovò da me, Giulio Donati, che feci la detta fatica, rasato il presente foglio, quale fu di poi l’anno 1704 trascritto da me da altro libro che è una buona copia del sopradetto, che si ritrova il nobile signor Flavio Petrucci».

Le cc. 78b e 79a sono scarabocchiate nei margini. Come pure prove di penna sono nel recto della guardia bianca posteriore, e vi è anche scritto con scrittura moderna: «Catherinae virginis senensis vita».[423]

In questo codice è un foglio volante, senza data né firma, recante la seguente notizia: «Questo libro, che fu donato al signor Silvio Gori Pannellini[21] dal medico Girolamo Bandiera, contiene li Dialoghi di santa Caterina da Siena da lei dettati in tempo che stava in estasi, e fu scritto dal beato Stefano Maconi, compagno diletto della santa, che fu poi generale della Certosa»; e segue citando l’autoritá di Girolamo Gigli a conferma di quest’ultima asserzione; della quale, come ho accennato piú sopra, è lecito dubitare, perché, sebbene la scrittura del codice sia tutta in gotico italiano, evidentemente non è tutta di una sola mano. Infatti, dalla c. 111a fino a c. 137, ove termina il Libro, la scrittura cambia notevolmente. In primo luogo è assai piú minuta; poi, a differenza delle carte anteriori, vi si nota: 1o lo scarso uso delle abbreviature; 2o la «e» congiunzione quasi sempre senza il «t», e la «è» verbo in mezzo ai noti segni; 3o il punto sugli «i» è assai marcato; 4o «figliuola», «meglio», «voglio» e simili sono scritti regolarmente, e non giá «figluola», «meglo», «voglo», come era scritto prima; 5o finalmente, vi si osserva l’uso di alcune lettere di forma diversa da quella usata nelle precedenti carte.

Finito il Libro della divina dottrina c’è la c. 138 bianca e, ritornando il cod. alla scrittura della prima mano, seguono:

1o c. 139a: «La venerandissima vergine Caterina da Siena, mantellata et vera figliuola di sancto Domenico, essendo a Roma, mandò questa lettera al maestro Raimondo da Capua del decto ordine, singularissimo padre de l’anima sua, avendolo papa Urbano sexto mandato a Genova, nella quale di chiaro gli notifica la sua morte, benché onestamente».

2o c. 141a: «Certi nuovi misteri che Dio adoperò ne l’anima della decta sua sposa Caterina la domenica della sexuagesima, come di sopra si fa menzione; e’ quali essa significò al decto maestro Raimondo».

3o c. 142b: «Certe parole, le quali essa benedecta vergine orando dixe doppo el terribile caso che ella ebbe el lunedí a notte doppo la sexagesima, quando da la fameglia fu pianta amaramente come morta. Doppo el quale caso, ella mai non fu sana del corpo, ma continuamente agravòe infino al fine».[424]

4o c. 143 a: «Certi ponti del sermone che ella ci fece, sentendosi agravare», ecc.

5o c. 144 b: «Appresso scrivarò parte de l’ordine del glorioso et felice fine di questa dolce vergine, secondo ch’e’ nostri bassi intellecti poterono comprendere, preoccupati di grandissimo dolore».

6o c. 146 b: «Una notabile et bella visione che ebbe una matrona romana serva di Dio el dí et l’ora che la decta sposa di Iesu Cristo passòe di questa vita (questa narrazione è in latino; e in ultimo «Orate pro scriptore»).

7o c. 148 b: Chiude il volume quella lauda di santa Caterina che ricorre talora nei codd. di Laude, e che ad es. nel palatino 13 della Nazionale di Firenze (v. Indici e cataloghi, n. IV) leggesi a cc. 252a—254a attribuita a fra Tommaso (Caffarini), e che comincia: «Sí forte di parlare io son costrecto...». Ma qui è mutilo, terminando col verso: «Ch’ha di suo desidèr sanct’adenpire».

2

CODICI MINORI[A]

a)

Nella Biblioteca comunale di Siena[22].

2) Cod. I. VI. 13 cart.; in f.o; mm. 281 x 212; sec. XV incip.; ff. numer. 2-144; mancante il 1o f.; numer. antica in cifre arabiche; cinque ff. di riguardo in princ. e due in fine; scrittura d’una sola mano sino al f. 140, e a 2 coll.; l. 37 per col. intera, dal f. 41a a 140b; rubriche e iniziali dei capitoli in rosso; postille marginali e interlineari; scrittura d’altra mano, sec. XVI, pei ff. 141-144;[425] bianchi i ff. 7-10; capitoli 167. Sul recto del 1o f. di guardia Gaetano Milanesi notò: «Si dubita che questo libro sia stato scritto di mano di maestro Andrea di Vanni pittore, amico della santa». Ma il ch. bibliotecario della Comunale di Siena avverte: «Io non lo credo, perché, confrontata la scrittura del cod. con un autografo del Vanni, non mi pare che abbiano rassomiglianze caratteristiche».

Dal f. 1a al f. 6a cinque lettere della santa, non sei, come è segnato sul dorso del cod., perché una lettera è ripetuta. A f. 11a comincia il Dialogo: «Al nome di Yhu xpo crociefiso e di Maria dolcie. Questo libro fecie la venerabile vergine Katerina da Siena....». A f. 140b: «Qui finiscie illibro fatto e conpilato per la venerandissima vergine..... sotto gli anni domini mille treciento setanta otto del mese d’ottobre Amene».

A ff. 143a-144a: «Repertorio de dialogi di s. Chaterina». Leg. in pelle del sec. XVI inoltrato.

3) Cod. T. II. 4 membr.; in f.o; mm. 300 X 220; sec. XV incip.; ff. 142; numer. recente; il f. tra il 71 e il 72 non num.; due ff. di riguardo in princ. e due in fine; scrittura semigotica, a 2 coll.; l. 36 per ogni col. intera; rubriche in rosso; capitoli 167 con le iniziali filigranate, alternatamente in rosso e azzurro; richiami in fine d’ogni quaderno. Nell’iniziale a f. 5b una miniatura raffigura santa Caterina col Crocifisso nella destra e un libro nella sinistra. Nell’iniziale a f. 6b altra miniatura rappresenta la santa in estasi dinanzi al Signore apparsole dall’alto, mentr’essa dètta a due segretari. Nel verso del 1o f. di guardia, gli stemmi delle famiglie senesi Gori-Pannilini e Bichi dipinti nel sec. XVIII, e, in lettere dorate, il nome: «Porzia de’ marchesi Bichi ne’ Gori-Pannilini». Nel recto del f. 2, in lettere pure dorate, la seguente didascalia: «Questo volume contiene i Dialogi di s. Caterina da Siena dettati da lei nel suo volgare a suoi scrittori... E detto volgare fu latinizato da ser Cristofano di Gano Guidini, uno dei suoi segretari e discepoli; et in parte latinizato ancora dal b. Raimondo». Leg. del sec. XVIII in assi coperte di velluto cremisi, con borchie di metallo argentato. Provenienza: ex-convento di San Domenico in Siena.

A f. 1a: «Incipit ordo capitulorum in latino libri divina revelacione compositi in suo vulgari nativo...». A f. 5a: «Incipit prologus in libro supradicto... Iste liber, qui hic infra sequitur,[426] translatus fuit per quemdam scribam ser Xpoforum de Senis... et hoc circa annos domini MoCCCoLXXXXo. Est eciam quedam porcio huius libri in latinum translati per supradictum magistrum Raymundum in Venetiis apud locum predicatorum. Et quidam alius translatus in latinum per quendam monacum ordinis cartusiensis est apud generalem dicti ordinis». A f. 6b, col. 1: «Hic incipit supradictus liber...». A f.o 141, col. 2: «... de quo lumine videtur...».

4) Cod. T. II. 5 membr. in f.o picc. mm. 266 x 192; ff. 183; numer. recente; mutilo di un f. tra il 177 e 178; due ff. di riguardo in principio e due in fine; scrittura semigotica di una sola mano, eccetto il 1o f.; a 2 coll.; l. 31 per col. intera; rubriche in rosso; capitoli 167 con le iniziali in rosso e azzurro, filigranate in violetto e rosso; richiami in fine d’ogni quaderno. Una miniatura sulla iniziale a f. 7b rappresenta santa Caterina in estasi dinanzi al Signore che le appare dall’alto. Nel verso del 1o f. di guardia, gli stemmi gentilizi Borghesi e Petrucci-Palleschi dipinti nel XVIII sec., e, in lettere dorate, il nome: «Flavia Petrucci-Palleschi ne’ Borghesi»; nel recto del 2o f., in lettere pure dorate, la seguente didascalia: «Questo volume contiene i Dialoghi di santa Caterina da Siena, o sia il Libro della divina dottrina...». Leg. e provenienza come del cod. precedente.

I due codd. T. II. 4 e 5 contengono la medesima versione latina del Libro, e sono sostanzialmente identici.

b)

Nella Mediceo-laurenziana di Firenze[23].

5) Cod. Gadd. pluteo LXXXIX Sup. C. membr.; in 4o gr.; sec. XIV; a 2 coll.; ff. scritti 184; titoli in rosso; iniziali colorate; scritto accuratamente; macchiato nelle ultime carte. «Il libro facto e compilato per la venerandissima vergine fedelissima serva e sposa di Geso Christo crucifixo Catarina da Siena... sotto gli anni del Signore 1378 del mese d’octobre al tempo del sanctissimo in Christo padre e signore papa Gregorio XI (sic)...». Precede la tav. dei[427] 167 capitoli. Inc. «Levandosi una anima...». Fin.: «Del quale lume...». Segue: orazione a santa Caterina «O spem miram quam dedisti» ecc.

6) Cod. XXI, Biscioniano, parte cart. e parte membr.; in 4o picc.; sec. XV; benissimo conservato; ff. scritti 226. Precede la tav. dei capitoli, i quali, per una differente divisione, sono 165. «Il libro della divina doctrina data per la persona di Dio Padre parlando allo ’ntellecto della gloriosa vergine beata Catherina da Siena...» Inc. «Levandosi una anima...». Fin. «del quale lume...». Si chiude con questa nota: «... il quale [libro] è del monasterio di Sancto Lorenzo decto Monte Aguto dell’ordine della Certosa d’appresso ad Firenze, il quale iscripse don Francesco da Pisa monacho et professo di decto monasterio a dí XI di giugno 1473, e finissi a dí VII di novembre in decto millesimo».

7) Cod. XXII, Biscioniano, cart.; in 4o picc.; sec. XV; ff. scritti 192. È mutilo: contiene i primi 108 capitoli. Precede l’indice. In fine, una nota in latino, di scrittura identica a quella del cod., avverte ch’esso fu copiato l’anno 1454 per mano del presbitero Andrea Lorenzo de Buonganellis di Firenze, sotto il pontificato di Niccolò IV, essendo arcivescovo di Firenze Antonino dell’ordine de’ predicatori.

8) Cod. XXXI, Strozziano, membr.; in 4o gr.; fine sec. XIV; a 2 coll.; benissimo conservato; capitoli 167 con titoli in rosso; ff. scritti 189. In 1a pag. si legge: «Libro del senatore Carlo di Tommaso Strozzi n. 49». Oltre il Libro, contiene: 1o Miracoli, cioè breve Vita di santa Caterina; 2o Epistola anonymi (di Tommaso Buonconti da Pisa (?) discepolo della santa) sul «transito» di Caterina; 3o Versi di Pio II in onore di lei.

c)

Nella Riccardiana di Firenze[24].

9) 1267, cart.; sec. XV; mm. 340 x 235; cc. 205, piú due guardie membr., una in princ., l’altra in fine, le quali sono due fogli di un antifonario del sec. XI con note musicali; bianche le[428] cc. 6 e 202-205; le altre scritte molto regolarmente, a 2 coll. da l. 35, con iniziali e titoli di rubrica. Dialogo della divina providenza, cc. 1a-190a. Tav. dei 167 capitoli, cc. 1a-5a. Finito il Libro detto Dialogo di s. Caterina da Siena, questa nota: «Fu finito di scrivere a dí ventidue dicembre, correndo gli anni del nostro Ihesu Christo mille quatrocento ottantacinque; et è il detto libro de monasterio di Santa Brigida, chiamato il Paradiso, di presso a Firence». Da cc. 190a-201b Miracoli e Transito di santa Caterina. Leg. antica in assi coperte di cuoio, con fermagli.

10) 1391, P. II 19 cart.; sec. XV; mm. 290 x 210; cc. 203; bianche le cc. 7, 202, 203; le altre scritte assai regolarmente, a 2 coll., da l. 35; iniziali e rubriche colorate. In princ. c. 8a una maggiore iniziale dorata. In fine 201b, di mano del copista: «Anno domini Mcccclxxiiij, die x mensis octubris». Leg. moderna. La tav. dei capitoli cc. 1a-6b. A c. 8a com.: il Liber divine doctrine... «Levandosi una anima ansietata...». Fin.: «pare che di nuovo si innebbrij l’anima mia». Segue l’orazione: «O spem miram quam dedisti».

11) 1392, P. II 18 membr.; sec. XV; mm. 270 x 180; cc. 155; a coll. di circa 40-45 l.; iniziali e rubriche colorate; una maggiore iniziale, con fregi marginali, a c. 6a, distingue il principio del testo. A c. 5b una vignetta rappresenta santa Caterina in cielo, in atto di adorare la Trinitá, e in terra un cardinale inginocchiato. A c. 155b una nota, di scrittura identica a quella del cod., avverte: «Fu scritto da me Pietro Niccola di Iacopo Aiuti di Reggiolo, notaio fiorentino, l’anno 1445, e finito il giorno 17 di giugno». Leg. moderna.

d)

Nella Magliabechiana della Nazionale di Firenze.

12) D. 76. classe XXXV. Cod. LXXVI. Cat. Gad. 291. cart.; mm. 300 x 220; fine del sec. XV. Le Rivelazioni di santa Caterina da Siena. Mutilo; la scrittura dell’ultima carta termina con le parole «alle tue creature» del capitolo CXXXV. Postille marginali; non a coll.; 30 l. per cart.; ff. non numer.; rubriche in rosso sbiadito; spazio lasciato in bianco per le iniziali; ultimi ff.[429] rosicchiati al margine inferiore. Leg. povera in cartone, con la costola in pelle.

13) D. 77. classe XXXV. Cod. LXXVII. Cat. Gad. 148. cart.; mm. 300 x 220; scrittura semigotica sec. XV. Libro della divina providenzia, o le Rivelazioni. Guardie membr. una in principio, l’altra in fine; ff. numero 152, e 7 ff. bianchi in fine. Il Libro ff. 1-132; capitoli 167. Rubriche in rosso pallido; iniziali colorate; a 2 coll.; senza postille. Segue: 1o lettera di Barduccio di Piero (Canigiani) a suor Caterina de Pieroboni, nel munistero di Monticegli appresso a Firenze, sul transito della beata Caterina; 2o Libro della vita contemplativa del glorioso dottore messer santo Agostino; 3o Divote meditazioni e opera ispirituale di quatro iscaglioni e gradi che ordinò e conpose sancto Aghostino a una sua figliuola ispirituale. Leg. in assi coperte da pelle nera con fregi stampati, e avanzi di puntali.

e)

Inventario ms. dei mss. scelti nelle biblioteche dei soppressi conventi del dipartimento dell’Arno (1808) dalla commissione degli oggetti d’arti e scienze, e rilasciati dalla medesima alla pubblica Libreria magliabechiana.

14) F. 5. 300. sec. XV; mm. 280 x 190. Le Rivelazioni di santa Caterina da Siena. Precede la tav. dei capitoli, di scrittura del sec. XVIII; per una differente divisione, i capitoli sono 165; ff. non numer. e non a coll. Il Libro, con scrittura di grosso gotico, comincia a f. 1a. Rubriche e iniziali in rosso. Richiami a piè di ciascun f. Postille marginali e interlineari di mano diversa da quella del cod. Leg. in assi coperte di pelle solo nella costola e nei margini di essa. Provenienza: convento dei Camaldoli presso Poppi. Nell’ultimo fb, questa nota, di epoca posteriore a quella del cod.: «A xxv de nouyembre, dia di sancta Catarina martire anyo 1568 comence yo fray Francisco Casal daguila la prouacion de nouicio in iste sacro hermo di Camalduli. Dios me dexe perseverar hasta la muerte.

Amr. Ihs

dia segudo de marzo del anyo 1569 comece las misas de paracuellos...».[430]

f)

Nella Palatina della Nazionale-centrale di Firenze[25].

15) Palat. 55. (637. E, 5, 10, 1); cart.; di due diverse scritture; sec. XV; mm. 199 x 144; cc. numero 308; bianche le ultime cinque. Fino a c. 189 la numer. è parte antica, parte moderna; sempre moderna per le rimanenti. Ma la numer. è errata, perché, mancando le cc. 123 e 144, si supplí con due altre carte che furon lasciate non numer.; anche non numer. è un’altra fra le cc. 230 e 231. Le cc. 50 e 51, comprese però nella numer., furono messe in sostituzione di altra c. mancata. Dalla c. 127 si salta alla 129, ma senza lacuna nel testo. Dopo la c. 184 dovrebbe esser posta la c. 185, che ora è dopo la 188. Nel tergo della guardia membr. anteriore è una nota ms. di Pier Del Nero. Appiè della c. 122b, d’inchiostro rosso, è il nome Nofri. Nei margini super. delle cc. 66b, 67a e 71a leggesi: «Lo scorticato sta | in prigione per li peccati | dela madre e del padre». Appartenne alla libreria dei Guadagni. Leg. in cart., cop. di tela.

g)

Nella biblioteca Landau presso Firenze[26].

16) Membr.; sec. XV; 294 ff. in 8o; scrittura minusc. gotica; ad 1 col.: titolo in rosso, con una miniatura in 1a c. La tav. delle materie (1a-10) sta innanzi al Dialogo della divina providentia. Leg. moderna in pergamena.

h)

Nella Vaticana[27].

17) Cod. Barber. 4063, segno prec. XLVI. 5; membro in f.o; sec. XV; cc. 174; 2 coll. «Questi sono e’ capitoli de lo libro facto per divina revelatione de la venerabile e ammirabile vergine beata Caterina[431] da Siena...». Segue la tav. dei 167 capitoli nelle cc. 1-5. A c. 6: «Qui comincia lo libro sopradetto De la divina doctrina data da Dio a la sopradetta vergine beata Katerina da Siena... E questo fu nel 1377 (sic)». Dopo questa didascalia con scrittura in rosso, comincia il Trattato con la iniziale «L» miniata: «Levandosi una anima anxietata di grandissimo desiderio...». Finisce a c. 174b: «... del quale lume pare che di nuovo inebrii l’anima mia». «Conventus sancti Dominici de Senis». La miniatura nella iniziale «L» rappresenta santa Caterina in estasi, con le mani incrociate sul petto, che guarda l’immagine dell’eterno Padre, e presso di lei, seduta, una suora domenicana che scrive in un libro. Davanti alle due suore seggono in un banco tre uomini, che scrivono sotto dettatura.

i)

Nella Marciana di Venezia[28].

18) No 4790. membr.; in f.o; mm. 198 x 276; sec. XV; ff. 127; in princ. un f. di riguardo non numer.; bianchi i due ultimi; a 2 coll.; 43 l. per col.; rubriche in rosso; iniziali alternatamente rosse e azzurre; capitoli 167. Nel verso del f. di riguardo anter. l’ex-libris di Iacopo Contarini, col motto: «Fatiget non rapiat». A f. 5a comincia il Dialogo della divina providenzia: «Leuandose una anima anxiatata de grandissimo desiderio». L’iniziale «L» è miniata, con fregi a fiorami nei margini. A f. 115a, con scrittura antica, ma diversa da quella del cod., la data: 1459. Leg. marciana.

l)

Nel monastero di San Michele presso Murano[29].

19) N. 246. membr., in 4o; sec. XV; scrittura nitida: in princ. l’effigie della santa; tit. del cod.: Dialoghi. Comincia e finisce come gli altri codd. scritti in volgare. Il Mittarelli nota: «Non spernenda diversitas in lingua dignoscitur inter codicem hunc et edita exemplaria».[432]

m)

Nel monastero dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia[30].

20) No DCXXXII. membr.; in f.o; sec. XIV; ff. 143. Precede la Leggenda minore di santa Caterina, scritta in latino e poi voltata in italiano da fra Tommaso Nacci Caffarini. Segue: il Dialogo o Libro della divina dottrina, nella versione latina di ser Cristofano di Gano Guidini. In fine, si accenna che il Libro dal volgare senese fu latinizzato «quasi de verbo ad verbum..., et hoc est ut in ipso libro legant libentius literati...». Di scrittura antica, ma diversa da quella del cod., è questa nota: Il Libro fu trascritto col danaro di Antonio Ravagnini di Venezia, per la libreria del monastero dei Santi Giovanni e Paolo, e «non inde tollendus, nisi reparationis causa».

n)

Nel monastero di San Benedetto e Santa Scolastica in Subiaco[31].

21) No CCLXXII. Invent. 277. cart.; mm. 200 x 140; sec. XIV; integro e ben conservato; ff. numero 142; non a coll.; 41 l. per ciascuna c.; scrittura semigotica quasi rotonda; iniziali in rosso e turchino. Tit. del cod.: Beate Catharinae senensis Revelationes. Nel prologo, che comincia «Dixit David filius ysay...» si legge: «Hinc igitur et ego frater Raymundus de Capua, in seculo dictus de vineis...». Don Leone Allodi comunicò, in data 3 febbraio 1912, che il detto cod., perché creduto autografo del beato Raimondo da Capua, era stato chiuso in una cassetta di legno dorato, coperta da cristalli, munita di cinque suggelli, e tenuta per molti anni nel reliquiario della chiesa del Sacro Speco; ma, dopo diligente esame, essendo risultata non vera quella credenza, il cod. fu rimesso nella biblioteca. Leg. con cartoni coperti da pergamena.

22) CCXXVII. Invent. 230; cart.; mm. 205 x 140; sec. XV; integro e ben conservato; ff. numer. 220; miscellanea; scrittura di piú mani:[433] carat. semigotico quasi rotondo; iniziali in rosso, senza ornati; tav. dei 167 capitoli nei primi cinque ff. non numer. Nelle due facce del f. 3 (membr.) un inno di 92 versi, che comincia: «Gaudeat Ytalia florescens flore recenti, Plaudeat et ecclesia de sponsa convenienti». A f. 4 il prologo di fra Raimondo da Capua al Libro doctrine divine revelate beate Katherine. Nei f. 5b-152a il Liber divine doctrine date per personam Dei patris intellectui loquentis gloriose et sancte virginis Katherine.... Da f. 154 a 190, scritti vari. Leg. come il cod. precedente.

23) CCXXX; Invent. 233; cart.; mm. 205 x 140; sec. XV; integro e ben conservato; ff. non numer.; non a col.; 20 a 30 l. per c.; scrittura semigotica di non facile lettura; iniziali in rosso; tit. come i due codd. precedenti; mancano il prologo e la tav. dei capitoli. In fine: «1467, 23 novembris de sancto gallo». Leg. come i precedenti.

o)

Nella Braidense di Milano.

24) AD. IX. 36. membr.; mm. 230 x 165; sec. XIV. È la versione latina del Libro della divina dottrina fatta da frate Stefano Maconi. Mutilo de’ primi ff., che contenevano il capitolo 1o e gran parte del 2o; ff. 149, esclusi i mancanti; numer. recente; per una differente divisione i capitoli sono 146; l. 35 per faccia; scrittura gotica; rubriche in rosso; iniziali pure in rosso; dalla seconda metá del cod. alcune iniziali con fregi in nero, e la piú notevole è a c. 117b. Poche postille marginali, e qualche volta i segni: «exo», «no», una mano o altro. Ben conservato, tranne gli ultimi ff. che hanno dei piccoli fori. Leg. moderna in cartoni e dorso in pelle. In fine a c. 148a, con scrittura identica a quella del testo, ma con inchiostro rosso: «Explicit liber divine doctrine date per personam Dei patris intellectui loquentis alme virginis Katerine de Senis... ore virgineo ipsa dictante, licet in vulgari sermone, dum esset in raptu sue felicissime mentis....»: poi due righe abrase. Segue l’orazione: «O spem miram...» A tergo della c. 148, nella parte inferiore, si legge, con scrittura diversa da quella del testo: «Iste liber est domus Sancte Marie de Gratia prope Papiam ordinis carthusiensis». E segue: «Questo libro si è della certosa di Pavia; e, se alchuna[434] persona, de quale conditione e stato voglia se sia, che in permudará questo libro, el quale á nome Dialogo, per... retegnirlo con tuta intentione piutosto de occultarlo che de renderlo, sia certa quella persona che ela sará in peccato mortale de arrobaria, del qual peccato la sancta Scriptura ne parla cosí», ecc. All’ultima c. 149a un principio d’indice.

p)

Nella Casa generalizia dei frati predicatori a Roma[32].

25) membr.; mm. 281 X 207; sec. XIV; ff. 205; carat. rom.; a 2 coll.; 38-40 l.; miniature di stile ital.; ritratti miniati di due domenicani, che il Luchaire ritiene essere probabilmente quelli di fra Raimondo da Capua e di fra Tommaso Caffarini. La prima parte del cod. (ff. 18-172) comprende la Leggenda maggiore di fra Raimondo. Nei ff. 173-189, orazioni di s. Caterina. Nei ff. 189-195 un frammento del Liber de providentia Dei per modum dialogi, nella versione latina di fra Raimondo, come attesta anche l’explicit, nel quale altresí è detto che il testo completo della versione latina del Libro si trova a Siena, fatta da un tale «qui usque nunc superest et appellatur ser Cristoforus de Senis, ibidem scriba sive notarius ac vita et fama precipuus. Usque nunc dico anno Domini 1398». Segue, ff. 195-204, il sermone detto da fra Guglielmo Flete d’Inghilterra appena avvenuta la morte della santa. Nei margini del ms. molte note storiche, biografiche, geografiche. La scrittura delle note, del sermone e di tutta la parte del ms. che segue alla Leggenda è della stessa mano, cioè di fra Tommaso Nacci Caffarini, il quale a f. 202 nota: «Quando ego frater Thomas hic scripsi..., recepi litteras de Bononia, continentes qualiter rex Franciae et collegium parisiense substraxerant se ab obedientia antipapae et quod obsessus erat antipapa. Quod fuit anno Domini 1398 circa finem mensis novembris».[435]

q)

Nella Bodleiana di Oxford[33].

26) N. 283. cart.; in f.o; sec. XV; a 2 coll.; titoli rubricati; cc. scritte 118. Precede la tav. dei capitoli del Libro della beata Chatharina da Siena, come se ciò che segue fosse il libro intero; e non è, perché contiene solo gli ultimi 81 capitoli.

Il I capitolo comincia: «alhora quella anima ansietata digrandissimo desiderio...». E finisce a f. 118: «del quale lume pare che dinouo inhebri lanima mia».

r)

Nella biblioteca della Universitá di Utrecht[34].

27) membr.; in f.o; ff. 212; sec. XV; ff. 1-6 tav. dei 167 capitoli; f. 7a «Incipit liber diuine doctrine...» A f. 212a: «Explicit liber... Katherine de Senis... Et est domus Sancti Saluatoris ordinis carthusiensis prope Trajectum inferius. Scriptus et comptetus decima die mensis maij anno Domini 1438 per manus cuiusdam fratris dicte domus». D’altra mano, questa nota: «Henrici Bor de Trajecto, qui multis annis fuit vicarius».

II
STAMPE

Quella che è reputata edizione principe fu impressa a Bologna circa il 1472, e dai piú recenti e insigni bibliografi dei paleotipi (Hain-Copinger, 4689; Copinger, II, 2, p. 253; Pellechet, 3389; Proctor, 6521; Reichling, fasc. IV, p. 177) viene attribuita a Baldassarre Azzoguidi, il quale, pel primo, introdusse ed esercitò nella sua cittá natale l’arte tipografica. Egli stampò, senza nome, luogo ed[436] anno, il Libro de la diuina providentia composto in uolgare da la seraphica uergene sancta Chatherina da Siena... Segue Lettera ne laquale se contene el transito de la beata Chaterina da Siena scripse Barducio de Pero Canigani (Barduccio Canigiani) a sor Chaterina de Perobon (Pieroboni) nel monasterio de Sancto Piero amonticelli a presso a Fiorenza. L’Azzoguidi stampò in Bologna dal 1471 al 1481. Si conoscono 17 opere impresse da lui col nome, luogo ed anno; altre 6, senza n. l. a., gli sono attribuite; e fra queste ultime, oltre il predetto Libro, anche le Revelazioni di santa Caterina da Bologna, c. 1475. Il Fossi (Cat. codd. saec. XV impressorum qui in publ. Bibl. Magliabechiana Flor. adservantur, Firenze 1793-94) avverte che in queste due stampe i caratteri tipografici sono gli stessi. Due bibliografi bolognesi P. A. Orlandi (Origini e progressi della stampa, Bologna, 1722) e L. Frati (Opere della bibliografia bolognese, Bologna, 1888-89) non citano l’ed. Azzoguidi. Lo Zambrini (Opere volgari a stampa de’ sec. XIII e XIV, Bologna 1884) ne tocca appena, dicendola «quasi irreperibile». Ve ne sono, invece, esemplari: 1 nella Bibl. universitaria di Bologna; 1 nella Comunale di Siena; 1 nella Palatina della Nazionale di Firenze; 1 nella Magliabechiana; 1 nella Bibl. Landau; 2 nella Vaticana; 1 nella Casanatense di Roma; 2 nella Nazionale di Parigi; 3 nel British Museum; 1 nella Walters’ library a Baltimore.

In ordine di tempo vengono le edizioni con la data 28 aprile 1478 e coi nomi di quattro tipografi: Franciscus N. fiorentinus, Bernardus de Dacia, Wernerus Raptor e Conradus Bonebach. Si ignorava chi fosse il primo dei quattro, che firmava il suo cognome con la sola iniziale, ma Konrad Burger (The printers and publishers of the XV century, London, 1902) riconobbe che Franciscus N. fiorentinus o Franc. florentinus è Francesco Di Dino, Dini, di Iacopo di Rigaletto, cartolaio fiorentino, vocato «il conte B. Z.». E il Burger gli assegna altre 25 stampe, impresse alcune a Napoli, altre a Firenze. L’ed. di Franc. N. (Hain, 4696, cfr. Proctor, p. 450) è in f.o; 115 ff.; 2 coll.; 41 o 42 l.; s. num. rich., segn.; carat. rom. Il colofono dice: «Anno MCCCCLXXVIII die vero vicesima octava mensis aprilis impressum in ciuitate neapolitana per discretum virum Franciscum N. fiorentinum». Oltre le Revelazioni contiene la Lettera di Barduccio de Pero Canigani. Il Brunet (dal cat. Boutourlin n. 678) e il Graesse (Trésor de livres rares et précieux, Dresde, 1861 e seg.) affermano che questa ed. è essenzialmente[437] differente da quella dell’Azzoguidi e sembra eseguita sopra altro testo. Un esempl. trovasi nella Spenceriana di Londra; un altro è descritto nel cat. Boutourlin, n. 197.

L’ed. del De Dacia, Hain, 4694 (cfr. Proctor, p. 450) è in f.o; s. l.; ff. 117 (Reichling, ff. 120) non num., né segn.; 2 coll.; 41-42 l.; carat. rom.; s. lett. iniz. Revelazioni. A f. 2a comincia: «Como per virtú de sante oratione se unisce la anima con Dio, et como questa anima de la quale se parla qui, essendo elevata in contemplacione, adomandava quactro petecione al summo Dio». Il colofono: «Anno M.CCCC.LXXVIII., die vero vicesima octaua mensis aprilis, impressum per discretum virum Bernardum de Dacia». Il Brunet (Man. du libr.) dice:... «la souscription est tellement identique avec celle que porte l’édition de Naples (per Fr. N.) qu’il paraît que l’une des deux a été copiée sur l’autre, en changeant seulement le nom de l’imprimeur. Ce dernier, Bernardin de Dacia, ne figure dans aucune autre édition connue jusqu’ici, et l’on ignore même le lieu où il a exercé sa presse». Il Panzer (Annales typ., IV, p. 18, n. 115): «De typographo hoc Bernardo de Dacia ubique est silentium». Il Giustiniani (Saggio stor.-crit. sulla tipografia del Regno di Napoli, Napoli, 1793), ritenendo anch’egli unica ed. quella di Franc. N. e del De Dacia, supponeva che i due tipografi se la fossero divisa, ponendo ciascuno il proprio nome sulle copie di particolare proprietá. L’Olschki (A proposito di un documento per la storia della tip. napol. nel sec. XV, in La bibliofilia, 3,1901-02) non accetta l’ipotesi del Giustiniani perché, egli dice, confrontando le note bibliografiche del Dibdin alle due edizioni (n. 47 e 48 del cat. della Cassano-Serra nella Iohn Rylands library di Manchester) vi si trovano differenze. Un esempl. del De Dacia è nella Riccardiana di Firenze; un altro era posseduto dal bibliofilo napoletano Francesco Antonio Casella.

Tammaro de Marinis (Per la storia della tip. napol., Napoli 15 maggio 1901) fu il primo a pubblicare un contratto da lui rinvenuto nell’Arch. notarile di Napoli, nel quale figurano Giovanni Stanigamer di Landsberg e Werner Raptor di Marburg come tipografi in Napoli. L’ed. firmata «Raptor» è cosí descritta dal Reichling (Appendices ad Hainii-Copingeri Repert. bibliogr., additiones et emendationes, fasc. II, p. 27, Monachi 1905-11): Libro della diuina doctrina... [Neapoli] Wernerus Raptor de Hassia, 1478, 28 apr. In 4o; carat. rom. ff. 118 non num., né segn.; 2 coll.; 42 l.; s. lett. iniz. Il colofono: Anno MCCCCLXXVIII[438] die vero vicesima octaua mensis aprilis conpositum per discretum Vuernerum Raptor de Almania alta de Hassea de terra che chiama «In dem gulden Troghe». E soggiunge: «Werneri Raptoris, typographi antea prorsus ignoti, primus mentionem fecit Tamarus de Marinis». Si conoscono due esemplari di questa ed., l’uno nella Nazionale di Napoli, l’altro nella Universitaria di Genova.

Il quarto è Conradus Bonebach (Copinger, II, 1503; Proctor, An index to the early printed books in the Brit. Mus. n. 6723): Libro dela divina doctrina revuellata... In f.o, senza front.; carat. rom.; s. segn. né numer.; s. l. (Neapoli) 1478, apr.; ff. 119; 2 coll.; 40-42 l. Il colofono: «Impressum per discretum Conradum Bonebach de Almania alta de Hassea terra che chiama «In dem gulden Troghe». Un esempl. nel British Museum; un altro, posseduto da Carlo Negroni (cfr. Il bibliofilo, an. VI, n. 4), appartenne giá ai Medici, come dallo stemma miniato nella 2a carta.

Il De Marinis e il Dziatzko (in Beiträge zur Kenntnis des Schrift- Buch- und Bibliothekswesens herausgegeben, VI, 13-23) ritengono unica ed. quella sottoscritta dai quattro sopra nominati, e che le copie, divise fra gli operai, sarebbero state messe in commercio con nomi diversi. Una supposizione presso a poco simile fa il Walters (A descriptive cat. of the books printed in the 15th century, Baltimore, 1906).

C’è discordanza tra i bibliografi quanto al conteggio dei ff., che vanno da un minimo di 114 ad un massimo di 120, secondo che essi calcolano o no i ff. bianchi e le cc. non numerate.

Il Reichling (op. cit., vol. edito nel 1911), a sciogliere l’enigma che avvolgeva queste ed., dice: «Huius libri sine dubio Henrici Alding typo 1o exscripti varia exemplaria eodem anno ac die emissa, titulo quidem paulum inter se differentia, in fine nomina quatuor diversorum typographorum prae se ferunt: Werneri Raptoris, Bernardi de Dacia, Conradi Bonebach, Francisci Dini. Ad hos igitur viros officina Henrici Alding, qui paulo ante Messanam discesserat, transisse videtur».

Seguono le edizioni fatte in Venezia da Matheo di Codeca da Parma, altrimenti detto Capcasa. Hain, 4690: «17 marzo 1482»; il Reichling (fasc. IV, p. 177) emenda: «17 mazo, i. e. maggio 1483».

Ed. 1483 (Hain, 4691; Reichling, fasc. II, pp. 143-44): in 4o, carat. rom.; 180 ff. non num.; segno AA, a-x8, y4; 2 coll.; 38 l.; iniz. xilogr. A f. 1b fig. xilogr. rappresentante santa Caterina. A[439] f. 2a «Epistola prophemiale (sic) nel profondissimo et altissimo libro del Dyalogo de la seraphica.... Catherina de Sena....: Ale illustrissime et excellentissime madame et duchesse, madonna Ysabella consorte del illustrissimo signore Lodouico Sforza... frate N. del predicto ordine de obseruantia...» A f. 9a: «Al nome di Iesu Christo crucifixo... Libro della diuina prouidentia composto in uulgare dala seraphica uergine....» A f. 180b: «Impressa in Venetia per Mathio di Codeca da Parma ad instantia de mestro Lucantonio de Zonta fiorentino de lanno Mcccc Lxxxiii adi XVII de mazo.» Segue il giglio dei Giunti, c. lett. L. A. Il Reichling, fasc. IV pp. 177-78, nota: «Haec editio (H., 4690) et illa, quam fasc. II s. H., 4691 recensuimus, ab eodem typographo eodem anno ac die emissae sunt; attamen inter se differunt». Esemplari: 1 nella Bibl. alessandrina di Roma; 1 nella Casanatense di Roma; 1 nella Palatina della Nazionale di Firenze; 1 nella Magliabechiana; 1 nella Comunale di Siena.

Mathio di Codeca ristampò il Dialogo nel 1494 a dí 17 de mazo (Hain-Copinger, 4692; Proctor, 4998; Reichling, fasc. II, pp. 143-44). Note bibliografiche quasi le stesse della precedente ed. Il Gamba (Serie dei testi di lingua, Venezia, 1839) e l’Ilari (op. cit.) avvertono che le due ed. sono simili. Esempl.: 1 nella Palatina della Nazionale di Firenze; 1 nella Comunale di Siena; 1 nella Vitt. Eman. di Roma; 1 nella Vaticana, fondo Barberini; 1 nella Nazionale di Parigi; 2 nel British Museum.

Ultima ed. del periodo paleotipico è quella fatta a Brescia da Bernardino de Misintis di Pavia (Hain-Copinger, 4693; Proctor 7034; Lechi, Della tip. bresciana nel sec. XV, Brescia, 1854). In 8o gr.; 191 ff. s. num.; 2 coll.; 40 l.; segno a-z, r8. È l’ed. principe della versione latina del Dialogo attribuita a fra Raimondo da Capua, confessore della santa. A f. 1a: Dialogus seraphice ac diue Catharine de Senis cum nonnullis aliis orationibus. A f. 2a dedicatoria di «Marcus Civilis brixian. (cui, secondo l’Audiffredi, si deve l’ed.) fratri Paulo Sancheo aragonensi, sacri observantis predicatorum ordinis». In fine: «Accuratissime impressus ac emendatus in alma civitate Brixiae per Bernardinum de Misintis da Papia die quinto decimo mensis aprilis MccccLxxxxvi. Esempl.: 1 nella Comunale di Siena; 1 nella Bibl. universitaria di Bologna; 1 nella Bibl. del monastero di Subiaco; 1 nella Magliabechiana della Nazionale di Firenze; 1 nella Nazionale di Palermo;[440] 2 nella Nazionale di Parigi; 1 nel British Museum; 1 nella Walters’ library a Baltimore.

Nel sec. XVI si contano undici edizioni del Libro di santa Caterina, in italiano o in altra lingua. Eccone l’elenco in ordine cronologico:

1511, Ferrara, L. de Rubei da Valentia: Fioreti utilissimi extracti dal divoto Dyalogo vulgare de la seraphica sposa di Cristo sancta Catherina da Siena, ecc. In 8o. Nel British Museum.

1517, Venetia, C. Ariuabeno: Dialogo a la seraphica uergine sancta catherina da Siena.... con la sua uita: et canonizatione.... Nouameute reuisto et... castigato (con poesie di papa Pio II e di altri in lode della santa). In 8o. Nel British Museum; 2 esempl. nella Nazionale di Parigi; nella Palatina della Nazionale di Firenze.

1519, Londra, Wynkyn de Worde: Here begynneth the orcarde of Syon, in the whiche is conteyned the revelacyons of seynt Katheryne of Sene, with ghostly fruytes and precyous plantes for the helthe of mannes soule (translated by D. Iames). In f.o; 2 coll., senza num. di pp. Nel British Museum.

1540, Venetia, Marchio Sessa: Dialogo de la seraphica vergine... el quale profondissimamente tratta de la divina providentia... et de molte altre stupende et maravigliose cose.... Nel frontespizio una fig. xilogr. rappresenta la santa in ginocchio davanti al Crocifisso, e in lontananza Siena. Adi XXIX aprile. Regnante lo inclito principe messer Pietro Lando. ff. num. 224.

1547, Venetia, P. Nicolini da Sabio, ad instantia de Marchio Sessa: Dialogo della divina providenza. Nella Nazionale di Firenze, fondo Nencini.

1553, Colonia, I. Gennepaeus: Theologiae mysticae mirabilium scilicet et inscrutabilium operum Dei lucida demonstratio... per dominum Raymundum a Vineis capuanum.... conscripta partim, partimque e idiomate italico in latinum... ac iam tandem post multos labores exhibita (a fr. Theodorico Loher a Stratis). In f.o di 185 ff. Il cat. della Nazionale di Parigi nota che il vol. contiene la vita, il Dialogo e alcune orazioni di santa Caterina.

1569, Colonia, apud T. Baumium. La stessa op. preced. In f.o di 185 ff. Nella Nazionale di Parigi.

1579, Venezia, Farri: Dialogo. In fine è il poemetto di Anastasio da Monte Altino (contemporaneo della santa) che celebra il ritorno del papa da Avignone per opera di Caterina. Il[441] poemetto è preceduto da queste parole: «Nastagio da ser Guido da Montalcino, essendo prima molto incredolo de’ facti della venerandissima vergine Catharina..., fece l’infrascritto poema doppo la pratica et la experientia che ebbe di lei».

1580, Parigi, G. Mallot: Le Dialogue et oraisons de l’excellente vierge saincte Catherine de Siene, dicté par elle sortant d’extase et ravissement d’esprit etc. traduict d’ital. en franç. (par le p. E. Bourgoing), 8o.

1583, Ingolstadt, Sartorius: Dialogo. Versione latina attribuita a fra Raimondo da Capua. 8o. È nella Braidense di Milano; nella Nazionale di Firenze, ecc.

1589, Venezia, G. Cornetti: Dialogo. 8o.

Nei tre secoli seguenti, tranne l’ed. veneta del Sarzina [Giacomo Scaglia], 1611, e quella del Gigli, della quale si è giá discorso, tutte le altre sono versioni.

1601, Colonia Agrippina, Birckmann: D. Catharinae senensis... Dialogi in sex tractatus distributi... a domino Raimondo a Vineis... ex italico in latinum conversi, nunc accuratius typis excusi... sumptibus A. Mylii. 8o.

1602, Parigi, R. Chaudière: La doctrine spirituelle, escrite par forme de dialogue, de l’excellente vierge sainte Catherine de Siene, qu’elle a dicté en vulgaire italien sortant de son ordinaire extase... augmenté en ceste dernière édition de deux petits traictez..... Le tout traduict d’italien en franç. (par le p. Ed. Bourgoing). 8o.

1648, Parigi, S. Huré: La doctrine de Dieu enseignée à sainte Catherine de Siene... en forme de dialogue, donné en notre langue par le p. F. L. Cardon. 8o.

1875, Parigi, Poussielgue-Rusand: Dialogue de sainte Catherine de Sienne, suivi de ses prières recueillies par ses disciples et de son traité de la perfection, d’aprés le manuscrit du Vatican, traduit de l’italien par E. Cartier. 2 voll. 8o.

1884, Parigi, Poussielgue fr. 2a ed. della versione del Cartier. 1 vol. 8o.

1896, Londra, Kegan Paul and C.o: The dialogue of the seraphic virgin Catherine of Siena...., translated from the original italian, with an introduction on the study of mysticism by A. Thorold. 8o.

1906, 2a ed. della precedente versione inglese, a cura dello stesso Thorold, ed. Kegan.

NOTE:

[A] Le notizie relative a questi codici e alle stampe furono raccolte, per la maggior parte, dal comm. Carlo Fiorilli, che vivamente ringraziamo [Nota della direzione].

[20] Nel cod. laurenziano strozziano (si veda p. 427) i capitoli dove Caterina parla dei buoni e dei cattivi sacerdoti, formano un trattato distinto da quello dell’Orazione, del quale fanno parte negli altri codici.

[21] Nel 1882 fu poi donato dal sig. Gregorio Gori Pannellini alla Comunale di Siena.

[22] Cfr. L. Ilari, La bibl. pubbl. di Siena. Cat. di tutti i mss. e libri stampati che vi si conservano (Siena, 1846-48); La bibliografia inedita degli scrittori sanesi, compilata dal conte Scipione Bichi-Borghesi, il quale per la parte concernente santa Caterina ebbe a diligente collaboratore il dott. Francesco Grottanelli.

[23] Cfr. Bandini, Cat. codd. mss. Bibl. mediceae laurentianae tom. quintus, italicos scriptores exhibens, col. 334 pel 1 cod.; e Suppl., t. II, coll. 253, 254 e 333 per i successivi tre codici.

[24] Cfr. S. Morpurgo, I mss. della r. Bibl. Riccard. di Firenze (Roma 1895-96).

[25] Cfr. F. Palermo, I mss. palatini di Firenze (Firenze 1853); Ad. Bartoli, I codd. palatini della r. bibl. naz. centr. di Fir. (Roma 1885).

[26] Cfr. Fr. Roediger, Cat. des livres manuscrits et imprimès composant la bibl. de M. Horace de Landau (Firenze, 1885-90).

[27] Dal dr. B. Nogara, direttore del museo etrusco Vaticano, al quale si rendono grazie per la cortese comunicazione.

[28] Cfr. C. Frati e A. Segarizzi, Cat. dei codd. Marciani italiani (Modena, 1909-1911).

[29] Cfr. Ioh. Bened. Mittarelli, Bibl. codicum manuscriptorum monasterii Sancti Michaelis Venetiarum prope Muranum, ecc. (Venetiis, MDCCLXXIX).

[30] Cfr. D. M. Berardelli, Codicum omnium latinorum et italicorum qui manuscripti in Bibl. SS. Ioannis et Pauli Venetiarum apud pp. praedicatores asservantur catalogus, in Calogerá, Nuova raccolta di opuscoli, XL (Venezia, 1784).

[31] Cfr. don Leone Allodi, Inventario dei mss. della Bibl. della badia di Subiaco, in Mazzatinti, Inventari dei mss. delle bibl. d’Italia, t. 1 (Forlí, 1890).

[32] Cfr. I. Luchaire, in Mélanges d’archéol. et d’hist., fasc. avril-juin 1899.

[33] Cfr. A. Mortara, Cat. dei mss. italiani che sotto la denominazione di codd. canoniciani italici si conservano nella bibl. Bodleiana di Oxford (Oxonii, MDCCCLXIV).

[34] Cfr. P. A. Thiele, Cat. codicum manuscriptorum Bibl. universitatis rheno-traiectinae (Traiecti ad Rhenum, 1887).

[443]

VARIANTI

Pag.
di
questa
edizione
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VARIANTI ADOTTATE
dal codice laurenziano gaddiano
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Codice Senese T. II. 9. C
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12 10 ...debba uscire della dileczione... 4 v. 2 ...debba essere della dileczione... 3 v.
21 24 ...indiscretamente farebbe, non amando... 7 v. 1 manca 5 v.
2324 ...stia e non esca del cerchio... 8 r. 2 manca 6 v.
32 2 ...che tu non sarai solamente di me... 11 v. 1 mancano 9 r.
34 1 ...spesse volte, per loro difecto, loro dá morte... 12 v. 1 mancano 9 v.
34 2 ...il prezioso sangue del mio Figliuolo, el quale tolse... 12 v. 1 ...il prezioso sangue del mio figliuolo e tolse... 9 v.
34 35 ...e non essendo sufficiente pure uomo... 12 v. 2 manca 10 r.
60 17 ...sonno caduti per le colpe loro... 23 v. 1 ...sonno caduti per li defecti loro... 17 v. 2
106 27 ...per la via predecta... 43 r. 1 manca 32 v. 1
119 24 ...non parendogli essere amato quanto gli pare amare. Ovvero che egli... 48 r. 1 ...non amando quanto gli pare amare. O che egli... 36 v. 1
128 18 ...alcuno si comunicava virtualmente... 50 v. 2 ...alcuno si comunicava actualmente... 38 v. 1
129 11 ...ciò che egli fa nella caritá del proximo... è uno orare... 51 r. 1 ...ciò che egli fa è uno orare nella caritá del proximo... 38 v. 2
132 9 ...e poi partendosi... 52 r. 2 mancano 39 v. 2
134 23 ...con tedio di mente e stimolo di coscienzia... 53 r. 2 manca 40 v. 2
137 17 ...trovando quando è da me... 54 v. 1 mancano 41 v. 1
137 18 E quando è dal dimonio... 54 v. 1 mancano 41 v. 1
157 22 ...onde non mi rendono gloria... 63 r. 2 manca 48 v. 1
172 5 ...dolendosi solo de l’offesa mia e del dapno del proximo... 69 v. 1 mancano 53 r. 2
172 36 ...l’occhio, ch’è uno condocto... 69 v. 2 manca 53 v. 1[444]
173 7 ...veduta e gustata nel cognoscimento di sé e di me... 70 r. 1 manca 53 v. 2
174 16 Bene è dunque vero... 70 v. 1 manca 54 r. 2
175 19 ...vedesti che ’l pianto loro procede... 71 r. 2 manca 54 v. 2
177 22 Bene avete dunque ragione di confortarvi... 72 r. 2 Bene avete dunque ed a ragione di confortarvi... 55 r. 2
184 14 Se egli è signore, va con molta ingiustizia... 75 r. 2 manca 57 v. 2
186 30 ...l’uno con l’altro, cioè della caritá... 76 v. 1 manca 58 v. 2
191 27 Cosí si truova nel terzo stato della caritá... 78 v. 2 manca 60 v. 1
193 28 ...possa venire a te e con lume... 79 v. 2 manca 61 r. 2
194 1 ...e acciò ch’io possa vedere... 79 v. 2 manca 61 r. 2
200 24 ...e perchè fuste liberi... 82 v. 2 manca 63 v. 1
201 26 ...aitare ad ucidere... 83 r. 2 ...aitare ed ucidere... 64 r. 1
215 22 ...e nol veliate... 89 r. 2 manca 69 r. 1
228 27 ...debbono essere angeli terrestri in questa vita... 95 v. 1 mancano 73 v. 2
231 19 ...sicché tutti hanno e avaranno... 96 v. 2 mancano 74 v. 1
239 28 ...e sono una medesima cosa... 100 v. 2 mancano 77 v. 1
241 22 ...caritativamente correggevano... 101 v. 2 manca 78 r. 2
241 36 ...ed e’ cuori erano uniti... 101 v. 2 manca 78 v. 1
246 23 ...i buoni conservando, e godendo... 104 r. 2 manca 80 r. 2
247 27 ...né nei virtuosi... 104 v. 2 manca 80 v. 2
247 29 ...però che questa dignitá... 104 v. 2 mancano 80 v. 2
250 19 ...indegni di tanto ministerio... 106 r. 1 ...indegni di tanto misterio... 81 v. 2
255 20 E non si curaranno che questa 108 v. 1 manca 83 v. 1
267 21 ...che Io non cappio in te per grazia 114 r. 1 manca 88 r. 1
277 35 ...né il bastone della giustizia, né la verga per correggere, e la coscienzia non abbaia riprendendo sé medesimi, né riprendendo le pecorelle vedendole smarrite e non tenere per la via della della veritá... 119 r. 1 ...né il bastone della sancta giustizia e con la verga correggere e la coscienzia abbai riprendendo sé medesimo, che non riprendendo vedendo le pecorelle smarrite non tenendo per la via della veritá... 92 r. 1[445]
293 9 ...e d’esser ito per la dottrina... 126 v. 2 manca 98 r. 2
304 29 ...unii con la natura umana per satisfare... 131 v. 1 mancano 102 r. 1
307 10 Onde al nemico del suo signore punto non servirebbe; el quale servizio fare non potrebbe senza alcuna speranza, onde servendo e sperando si vederebbe privare di quello che aspectava dal signore suo... 132 v. 2 mancano 103 r. 1
307 25 ...onde il mondo non ha conformitá meco... 133 r. 1 mancano 103 r. 1
318 12 Or sappi dunque, figliuola... 138 v. 2 mancano 107 r. 2
320 9 ...sopra el campo suo come sopra quello del giusto... 139 v. 2 mancano 108 r. 1
329 18 ...e tu raguardi in loto ed in miseria... 144 v. 2 ...e tu raguardi el loto ed in miseria... 111 v. 2
332 10 Quando della creatura cui egli ama di singulare amore, come decto è, egli ecc.... 146 v. 1 ...Quando la creatura cui egli ama di singulare amore, come decto è, ed egli ecc.... 112 v. 2
332 20 ...nella creatura generale e nel particulare... 184 r. [B] ...nella creatura generale e in particulare... 112 v. 2
332 29 ...la consolazione la quale egli voleva, e col lume... 146 v. 1 ...la consolazione la quale egli voleva, ma con lume... 112 v. 2
333 2 ...tanti altri modi che lingua non sarebbe sufficiente... 146 v. 1 ...tanti altri modi che lingua tua non sarebbe sufficiente... 113 r. 1
343 29 ...con l’udire, col vedere, col parlare... 152 r. 2 ...con l’udire, col vedere, col palpare... 116 v. 2[446]
347 23 ...essendo ella stata in questo spazio del tempo, che Io t’ho decto, senza pane... 154 r. 2 mancano 118 r. 1
352 10 ...saltano e’ veri servi miei fuore delle ricchezze... 156 v. 1 manca 119 v. 1
359 9 ...non può mentire, e perché io desidero... 160 r. 2 ...non può mentire, unde io desidero.... 122 r. 1
364 27 ...la quale inperfettamente adopera... 161 r. 2 ...la quale inperfectamente adoperava... 122 v. 1
393 8 ...suona lo stormento del desiderio e non lassa passare... 176 v. 1 manca 132 v. 2
394 16 ...come fa el disobbediente... 177 r. 1 ...come _è_ il disobbediente... 133 r. 2
395 10 ...actuali e mentali e observano... 177 v. 1 manca 133 v. 1
398 5 Bene il mostrò quello di cui si legge... 179 r. 1 Bene il mostrò quello chi legge... 134 v. 1
401 8 ...desideravi di cognoscere, cioè che col cognoscimento di te e di me col lume della fede ti spianai in che modo... 180 v. 1 ...desideravi di cognoscere, mostrandoli che ’l cognoscimento di te e di me col lume della fede spianandoti in che modo... 135 v. 1
402 31 ...facendomi dal principio... 181 v. 1 ...facendo ti dal principio... 136 r. 2
404 10 ...né tu, medico, alle gravi mie... 182 r. 1 ...né tu, medico, _per_ le gravi mie... 136 v. 2
dal codice Senese I. VI. 13
154 5 ...levando la mente loro in me, bagnate inebbriate di Sangue... ...levando la mente loro in me, passate inebbriate di Sangue... 47 r. 2
dal codice Braidense AD. IX, 36 (Versione latina di Stefano Maconi)
41 22 ...aquae sudorem abundanter effusum... ipsa contempnebat... 13 v. ...il sudore de l’acqua, el quale ella gictava... ma ella lo spregiava... 12 r. 1
238 19 Nunc, ut impendam aliquantulum refrigeriumanimae tuae, mitigabo dolorem 83 v. Ora, per dare un poco di refrigerio a l’anima tua, mitigando il dolore... 77 r. 2[447]
363 16 ...perdidit vitam gratiae et mortem invenit. Ammissit innocentiam... 131 r. ...gli tolse la vita della grazia e diegli la morte la innocenzia... 122 r. 2
dall’ed. Azzoguidi
32 12 Voglio dunque e per grazia tel dimando che abbi misericordia al popolo tuo per la caritá increata che mosse te medesimo, ecc.... Voglio dunque e per grazia tel dimando che la caritá increata che mosse te medesimo, ecc.... 9 r.

NOTE:

[B] Trovasi all’ultima carta del codice, in un brano che vi è trascritto perché mancante alla carta 146.

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INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI