The Project Gutenberg eBook of L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

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Title: L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Author: Paolo Prunas

Release date: August 23, 2014 [eBook #46663]

Language: Italian

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX ***

BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO

pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI (Serie IV — N. 11)


PAOLO PRUNAS

L'ANTOLOGIA
DI
GIAN PIETRO VIEUSSEUX


STORIA DI UNA RIVISTA ITALIANA


ROMA — MILANO
SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
DI
ALBRIGHI, SEGATI & C.
1906


PROPRIETÀ LETTERARIA
DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
DI
ALBRIGHI, SEGATI & C.

Città di Castello, Stabilimento S. Lapi, 1906.


INDICE GENERALE

A Isidoro Del Lungo pag. v
Al Lettore vii
 
Cap. I.
Le origini dell'Antologia.
 
Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814 — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21 — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana — Gino Capponi in Londra, e il suo Progetto di giornale — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suo Gabinetto scientifico-letterario — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux 1
 
Cap. II.
Lo sviluppo dell'Antologia.
 
Il primo gruppo toscano — I varî scrittori dell'Antologia — Le grandi e diverse difficoltà che il Vieusseux doveva via via superare — La censura [456] ne' varî Stati d'Italia, e la censura in Toscana — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori — Gian Pietro Vieusseux alla direzione del suo giornale 69
 
Cap. III.
Le conversazioni nel Gabinetto scientifico-letterario di Gian Pietro Vieusseux
  159
 
Cap. IV.
Il contenuto dell'Antologia.
Scritti d'erudizione — Le discussioni su la lingua — La questione del romanticismo — Cose d'arte — Materie scientifiche — Studî geografici e storici — Scritti su l'educazione — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali — Differenze d'opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia — Cose politiche — L'armonia del giornale 183
 
Cap. V.
La fine e la fortuna dell'Antologia.
 
Alcuni giudizi dati su l'Antologia — I propositi del Vieusseux dopo il 1830 — Nuovi scrittori — I primi attacchi all'Antologia — La Voce della Verità e gli altri giornali avversi — La soppressione dell'Antologia — Come piú volte il Vieusseux tenta farla risorgere — Nuove persecuzioni a lui e all'opera sua — Nuove speranze deluse — Ancora della fortuna dell'Antologia 269
 
Documenti 380
Spiegazione delle sigle 435
Correzioni e note 439
Indice alfabetico 443

A ISIDORO DEL LUNGO

Lavoro migliore, cioè piú degno di Lei, dovrebb'essere questo, perché potessi offrirlo senza rossore. Eppure ho la ferma speranza che l'avere io in esso discorso di quel Gian Pietro Vieusseux, dal quale come altri molti ancor Ella (e con animo grato Le piacque affermarlo) riconosce “la prima occasione e l'impulso ad avere pubblicamente esercitato nella critica storica le proprie forze„, Le renda cara l'offerta.

Firenze, 20 febbraio 1906.

PAOLO PRUNAS.

[vii]

AL LETTORE

In un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si asseriva che la storia dell'Antologia non piú fosse da scriversi. E l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto lavoro inutile in tutto.

Que' dodici anni di vita dell'Antologia ebbero nello svolgimento del pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne' quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come, giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo (dove spesso è discorso di una Casa d'Est, quasi [viii] avesse anche a esserci una Casa d'Ovest), d'altre cose parlando si tocca dell'Antologia; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„; il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo, amico carissimo suo, riconosceva[1] “non assai letteraria„; che da sé stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico il Gabinetto), scriveva al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di lettura„.

Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola dell'Antologia, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche epigramma, attinti all'Archivio di Firenze e altrove. Ma vegga il lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno spiritoso [ix] epigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre cose non male, nel fare menzione dell'Antologia i medesimi documenti si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso), perché quantunque si citi in esso non di rado l'Archivio, quel libro piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci. Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che nell'Antologia “si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi articoli„ diede il Mazzini all'Antologia; la quale il Vieusseux diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De Gubernatis afferma[2] che un articolo del Montani fu “involontaria cagione che l'Antologia fosse obbligata a cessare le sue pubblicazioni„!!

A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali, alla storia dell'Antologia.

[x] L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua, di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio) aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di concetti e di fatti.

Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'Antologia; la quale in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'Antologia tante cose pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano non restare) ignoti: di altri, affidandosi [xi] alla memoria, benché tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di lontano, spassionato, rimiri.

Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'Antologia non fosse da scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie parti, e le numerose carte del Vieusseux, e i suoi appunti non pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo, talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la vita di quegli uomini o di quegli anni.

Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'Indice generale che dell'Antologia nel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o segni diversi, [xii] o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de' numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti. Né mai si rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe Montani.

In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa, quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani; Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí via di séguito.

Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho potuto rintracciare l'autore, ora tra le carte del [xiii] Vieusseux, ora nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare dell'Antologia che insieme con le altre cose di lui si conserva nella “Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

P. P.


[xv]

L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX

[1]

Cap. I.[4]
Le origini dell'Antologia

Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in Londra, e il suo Progetto di giornale. — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suo Gabinetto scientifico-letterario. — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia. — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux.

“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi.... Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri di Nostra Signora: allora voi potrete mostrare con onore [2] le vostre cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de' troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso, promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza prometteva molto di piú. O paracarri che fuggite, se un poco di tempo vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia “non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa, sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminose [3] speranze, allucinati dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze, risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principi ristoratori dell'ordine, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de' secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de' giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare come [4] figli„[9]. Co' re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono spinti addietro di mezzo secolo.

Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano; a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco, da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel '15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva, senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia, opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero. Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria; confondevansi i mezzi di conquista [5] e di resistenza: gli uni parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo; molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del '12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati ingannati.

L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la “sorte felice„[11] di passare sotto la sua signoria; la regina di Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello; la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno che nasce ma come di giorno che muore.

Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere non [6] ci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que' polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14] alle gare che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati, e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„. Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima occasione a adoprarle co' fatti.

A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta che successe un giorno nella famosa bottega di Demetrio? Entra un incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino, lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta disinvoltura. — “È [7] dunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore, non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia, protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare co 'l nome di forestiere chi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria, accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta, alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie, in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima. Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava, ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].

[8]

***

Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario; ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano, e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in luce nella penisola[18], fondava il Saurau la Biblioteca, rivista che nelle idee come nel nome prometteva essere italiana. E ne facevano fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19] che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20] che se cosa desiderabile era che il giornale [9] combattesse le idee rivoluzionarie, già troppo accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione, confidava[21] a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo giudicava[22] “letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai — scriveva a un amico il Giordani[23] — crederai, che ogni volta che ho scritto l'Italia sfortunata, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso doveva essergli l'avere inneggiato[24] al “benigno imperio„ che reggeva la Lombardia e la Venezia.

In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26] che se avesse potuto trovare non un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé stesso di uscir dal giornale; e sebbene il [10] Monti tentava fargli mutar pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27] dell'Acerbi, si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„. Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire, nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome, quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi, che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per occupare degnamente l'officio di direttore: gli mancavano la sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi articoli erano “indegni di venire [11] in luce nella sua preclarissima Biblioteca[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo scritto gli elogi dell'Iliade del Monti, e lui renitente spronava a lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32]. Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli uomini che primi avevano scritto nella Biblioteca, e davano speranza di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.

Ritiratisi intanto dalla Biblioteca italiana, quelli che le avevano dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34] s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di pace, null'altro mostra, pur troppo, [12] se non la dolorosa verità di quelle accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel giornale che fosse “successore legittimo alla Biblioteca italiana„, e la continuasse migliorandola; e si vantavano[35] che già vi era “unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non voleva però concedere la licenza. Temeva[36] il Giordani, che l'uovo del loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente considerò[37] il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non permetteva il governo.

Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, lo Spettatore; e si poneva quasi di fronte alla Biblioteca. Vi comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai, e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto che parve[38] compromettere i buoni successi della Biblioteca italiana. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin l'arbitrio di “mutare [13] a beneplacito gli scritti altrui„[39], come è naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi, e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dalla Biblioteca, irato si proponeva[41] non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42] che lo Spettatore gli era sempre parso “un mucchio di letame„.

Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure, secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono il foglio azzurro. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal di Breme il manifesto, scriveva[43] all'amico Montani: “Quel giornale farà assai male alla Biblioteca italiana, ma non durerà piú di un anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che accrescere, la potenza de' dominatori: [14] era un attentato, al quale l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando affermava[44] che nella Biblioteca italiana avevano combattuto le nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora, perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.

Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare, e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena, morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'Amico d'Italia comparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola Bologna mensilmente dava una Nuova collezione di opuscoli scientifici e letterarî, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio nel dire[45] che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per di [15] piú studiavansi con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46] che in Roma, dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla (anco nel '23) chiamava il Leopardi[47] quella letteratura, ch'ei si pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi, con ripugnanza accettò e “per creanza„ la patente in cui era dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono il Giornale Arcadico. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso Perticari[49] — sapete perché ho scelto quel titolo di Arcadico? Per portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50] di natura “pacifica, avversaria de' litigi„; [16] e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo: “battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne' soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini affermava,[51] che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli scriveva, de' compilatori del Giornale Arcadico poteva dirsi con piú ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

***

Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in uno [17] Stato assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52] al Foscolo, dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha opere periodiche„, diceva la Biblioteca[53] di Milano; e diceva il vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e il nuovo di Pisa ancora non era sorto. [18] A un Giornale di letteratura e belle arti, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del '16. Nel '16 un Giornale di scienze ed arti, che doveva servire di “comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i compilatori annunciavano[55] al pubblico che “varie circostanze impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56] “frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58] forense “il piú classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per titolo al giornale Il Saggiatore, e fece il programma. Del tentativo, come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolini [19] gli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola, e dopo il pranzo. Cosí il nostro Saggiatore sarà mangiato e digerito: se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale intitolato il Parasito o l'Assaggia minestre. Io frequenterò poco questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a' letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60] che quel manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„; e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61] “orrendo e arcirettorico„; e quel che è peggio, la Biblioteca italiana pubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62] che non molto era da [20] sperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro giornale intitolato il Saggiatore: e il Collini, dolente[63] che la Biblioteca avesse fatto menzione del suo manifesto con qualche acerbità, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64] al Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga, consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato. Rispondeagli il Capponi[65], dolente che la Biblioteca italiana avesse già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel suo proposito di rinvoltarsi nella toga, senza aver fatto altro che incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.

Il suo manifesto però, che la Biblioteca italiana chiamava “ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro giornaletto; e i compilatori[67] fecero [21] al Collini il brutto servigio di pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava per nome il Raccoglitore; e il primo numero compariva nel 31 di marzo del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto dantesco: tutte le raccoglie. Non sarà male fermarci su queste cose, che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e insieme morali, della Toscana. I compilatori del Raccoglitore, in un Manifesto unico che voglio in parte riferire, annunciavano al pubblico: “Saranno inserite nel Raccoglitore tutte le notizie mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi, come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti.... Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione popolare„.

Incominciavano mordendo, in certo annuncio di libri nuovi, il Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi aveva [22] timore, ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68] se il Raccoglitore “avesse a che fare col Saggiatore„; e se per chi scriveva vi fosse “nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone, si diceva[69]: “Signor Raccoglitore, ho sentito dire che voi siate un vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali...., m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„. A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori del Raccoglitore non hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò del Raccoglitore sopra i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71] aver dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di compilare e di scrivere„!

Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione del Cioni il primo numero del Saggiatore venne al mondo con la data del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi; [23] e il motto: Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic animum perspicuis cedere: doveva escire una volta per settimana, e i compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„. E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio; come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro nazionale.

“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al cielo è nato il Saggiatore — strideva la granata[73] — Vero è che a chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue...., e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro il Saggiatore), e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. Il Raccoglitore era un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali privati„[74], senza risparmiare [24] neppur le donne[75]: ma con tutti i propositi buoni, il Saggiatore era anch'esso ben misera cosa. Ne sono usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76] al Capponi, “l'uno peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo aver letto tutti i numeri del Saggiatore, diceva[77] che vi era qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.

Vero è che il Saggiatore rifuggiva dagli scandali, tanto che quei del Raccoglitore dicevano[78] ch'esso non stimava di sua convenienza “abbassarsi a ribattere i colpi della granata„; ma in difesa del Saggiatore (com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali nascituri: il Vagliatore e il Volante. “Al primo — dicevano quei della granata[79] — daremo parte della nostra spazzatura....; al secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci mancherà una pertica per arrivarlo„. Il Volante moriva prima ancora che aprisse gli occhi alla luce: ma il Vagliatore [25] uscí nel 30 di giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “ti conviene schiarar„.

“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80] — di rispondere al Raccoglitore illustrandone il bello e il buono...., non senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità della sua spazzatura„. Quei della granata potevano tuttavia stimarsi felici; ché il Vagliatore si agitava, con intenzioni tutt'altro che buone pe 'l povero Saggiatore. “Ho letto il Saggiatore — diceva[81] — e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo cuoco. Ho una servicciuola....„[82].

Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'Uomo di paglia, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo: dare pondus idonea fumo. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva primo di vita il Raccoglitore, che non aveva raccolto se non cattive satire delle cose utili; e l'Uomo di paglia, facendogli esequie degne del merito, lo diceva[83] morto per “fortissima [26] gravezza di stomaco, e per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che, fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino ritrovato il Saggiatore, “tra i piú difficili a digerirsi„.

Co 'l ritirarsi del Niccolini, del Cioni e del Serristori era venuta, fin dal principio, a mancare al Collini quella cooperazione che piú d'ogni altra sarebbe stata efficace: e un po' per la pigrizia di chi avrebbe dovuto tirarlo innanzi, un po' pe 'l timore della censura che aveva cancellato qualche frase, il Saggiatore veniva fuori ogni volta piú stentato. Il cav. Lawley si ritirò pur egli, spinto dal pensiero di fondare un Club; e co 'l suo ritirarsi quasi interamente mancati i fondi, fu deciso sospendere la pubblicazione co 'l finire dell'anno. Sperava tuttavia il Collini,[84] che il pentimento del cavaliere inglese non uccidesse quel giornale, che aveva meritata “la protezione del signor Gino„, e potesse un'altra volta rinascere: ma non vedendolo già da qualche tempo comparire, quei dell'Uomo di paglia dicevano[85] il medico del Saggiatore essere lo stesso che aveva curato il Raccoglitore. “La di lui malattia — continuavano — presenta sintomi totalmente opposti a quelli che si manifestarono nel Raccoglitore, e secondo tutte le apparenze, ove quell'infelice crepò per troppa ripienezza, il povero Saggiatore sembra che voglia terminare i suoi giorni per mancanza di nutrimento„. E cosí fu difatti.

Dopo non molto finiva anche l'Uomo di paglia, senza maggior decoro; e con lui finivano i giornali, o piuttosto [27] libelli, che dava allora Firenze. Erano tutti tentativi falliti, che non avevano forme, né ali per elevarsi; giornali nati morti, perché nessuno sapeva loro soffiar per entro l'alito della vita. E il modo con che erano scritti e condotti, tra il molto male di cui era causa, non aveva se non sola una virtú, anch'essa negativa: quella cioè di mostrare che “non si sapeva fare un giornale„[86].

***

Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux, scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti, la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo, intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda e la Russia.

Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse tra [28] uomini diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di lavoro.

Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una “miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la speranza e la costanza sono frutto in germoglio.

Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione, ritenendo per sé la direzione[89]: e [29] per l'una cosa e per l'altra si strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R. concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suo gabinetto; co 'l patto però non lo chiamasse Ateneo: ma il Vieusseux, che piú che al nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti, tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al quale poneva nome di Gabinetto scientifico e letterario. E poco di poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto il Gabinetto; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e altri libri di consultazione.

Com'era stabilito, il Gabinetto nel giorno 25 di gennaio [30] fu aperto al pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni d'Austria e di Russia vi leggevano il Censore e la Minerva; ma Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75 associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo Gian Pietro Vieusseux.

Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause della morte del Saggiatore, com'ei diceva[93], non erano nell'infante ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene diceva[94] che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra la Biblioteca Italiana, egli non aveva piú voluto saper di giornali); anche il Monti assentiva [31] che nel Saggiatore, sotto quello del Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la distribuzione del secondo semestre del Saggiatore riunito al Gabinetto; pieno l'anima di speranza, scriveva[95] che il suo infante “nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„ avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini, doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e quell'attesa fu tanta che il Saggiatore non nacque mai piú.

Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: la Biblioteca Italiana. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in sostanza signore[97], un [32] governatore austriaco che all'Austria obbediva. Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98] che mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un giornale leggibile.

***

Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini? È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi, di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo giudicava[99] gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa, cosí egli per molti rispetti li trovò[100] ammirabili su tutte le nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101] “invasamento d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa, [33] stringeva relazioni co' piú grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano, tra l'altre, la Quarterly Review, e meglio ancora, l'Edinburgh Review, ch'ei giudicava[102] il piú bel giornale che fosse mai stato fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli, ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo plaudiva al disegno del suo fratello, e con la sua anima ardente attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe conosciuto il Foscolo.

“Mi diverto — scriveva[103] a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e m'impegna. [34] Ma deficiunt vires per molte parti„. Guardiamo un poco a questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire, “tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quel Parere sulla istituzione di un giornale letterario, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore fondasse la Biblioteca italiana: e lo studiò e fece suoi que' pensieri per modo, che chi legga il Progetto di giornale steso dal Capponi, e il Parere del Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza, nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A ogni modo, la raccolta dei materiali e la [35] corrispondenza dovevano essere in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster, [36] e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne' letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi ristoro.

Alla stampa del giornale doveva provvedere la [37] stamperia Fiesolana, diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suo Gabinetto era cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108] al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era: Archivio di letteratura. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti: Letteratura; Scienze Naturali; Appendice o Parte bibliografica: la prima, suddivisa in tre parti, comprendeva la letteratura estera, l'italiana antica, la contemporanea. Poco per vero stimava si dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero, dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani lasciandole nell'oscurità. L'antica voleva studiata senza pedanteria; mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia: soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo i parolai, e raccomandando [38] i filosofi„. Per la parte che toccava della letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parola Romanticismo dava “bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.

Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che “qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.

La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono il Parere, dato dal Foscolo: ma il Progetto del Capponi, non ostante la simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza; e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati, è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore: ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo, avvezzandoli a non riguardarsi piú come [39] individui isolati in mezzo alla società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a' piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da “consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suo Parere: “Ogni governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale capponiano: Patriae sit idoneus, bene indicava la natura e lo scopo dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva pensato.

Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co 'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto allora il Collini, promettendogli[109] sostenere, o almeno non abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la pubblicazione del Saggiatore.

***

Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110] con lacrime. Da Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che tu creda [40] che io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora il piccolo uomo nei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo) avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112] promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e qualche altro articolo.

Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113] che i provvedimenti di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra' letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili erano [41] i tempi, e bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di un signore patriota (cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa, scriveva[115] che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.

Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore, avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi, potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava. “Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117] in un istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo, degno degli uni e degli altri„. [42] E rimpiangendo l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.

Ciò che piú spaventava il Capponi era, a sua confessione[118], “il Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta “l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo vinse che gli parve[119] né anco poter piú pensare al giornale; tanto trovava mutata la situazion delle cose! Certo, la presidenza del Buon Governo aveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima: oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la politica, non erano davvero tali da spaventare un animo che meno del Capponi fosse stato dubitoso e sottile.

Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da far [43] dimenticare: un alberetto della libertà, presso la fonte della piazza non chiamata allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi: “Piccolo son, ma crescerò sull'Arno[120]: e di giacobino ardente convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie. Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, segretarii di Stato, erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando, spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo toscano dormiva il suo sonno tranquillo.

Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il toscano un governo [44] “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.

Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie, chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa, Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i muscoli tra rivi di sangue[124].

[45] Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di “legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza, non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî, si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori patiti e delle [46] amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel cielo d'Italia.

Sotto quel cielo era permesso pensare ed agire: vi si leggevano libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il Gabinetto del Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli spettacoli della Pergola, ma di politica. Bastava non gridar troppo forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.

Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un paradiso terrestre.

Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129] [47] ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare, e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa, per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse, si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci. Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine, comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„ che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„ di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone opere [48] straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„. “Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.

G. P. VIEUSSEUX
(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)

Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo — scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il vostro paese Italia...., e date mano a rendergli tutti quei servigi che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita; assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani, promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la pubblicazione, e lo incitava all'impresa.

Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo l'ostacolo che i professori dell'Università di [49] Pisa, co 'l titolo di Nuovo ridavano la vita al vecchio Giornale dei letterati: eppure, il conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io era volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma “venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore; e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una “pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.

Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è carattere piú proprio alle razze del [50] nord. Non aveva grandi studî su libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un tratto a sedere su 'l letto, e Lei vuol fare un giornale a Firenze?, esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa, giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.

Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche, creava la sua Rivista Enciclopedica, qualche difficoltà pure a lui senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il Vieusseux si accinse [51] all'opera sua, quante prevenzioni trovava da soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a tutto questo.

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Con una circolare[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux, ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani; raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo: Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in italiano. E pochi giorni dopo, un manifesto indicava la natura e lo scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del Cioni, che finanziariamente si [52] era, con un contratto[142], fatto socio al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto; che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.

Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux al suo giornale il titolo di Antologia; forse non gli era ignoto che, co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata. L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole traduzioni, senza accennare che neppur qualche volta avrebbe accolto articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel manifesto affermava, ch'ei non avesse mai avuta l'intenzione di [53] fare un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi, fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143] avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali stranieri.

L'Antologia, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un Proemio di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori, senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della Rivista enciclopedica. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro giornale[145], que' dell'Antologia dichiaravano preferire quelli scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale, per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, [54] paragonarle tra loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.

Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele Leoni, il Discorso all'Accademia francese, e le Riflessioni intorno all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier; alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla Rivista enciclopedica, traduceva[149] l'articolo su la Raccolta di elogi storici dal Cuvier detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il Discorso[150] del prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan: Ferdinando Orlandini le Lettere su l'economia[152] di S. James, e i ragguagli bibliografici[153] dalla Rivista enciclopedica. E dalla stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della Maria Stuarda dello Schiller.[154]

Come ben si vede, il fonte principale a cui l'Antologia attingeva, era la Rivista parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante nell'Antologia perché comprendeva gli articoli originali. Anche in questo dunque il Vieusseux avviava il giornale [55] per via diversa da quella tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi; quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua Rivista enciclopedica; questa, a sua volta venuta in fama, il Vieusseux tolse a modello per fondare la sua Antologia.

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Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il giudizio della Biblioteca italiana[156]. Dopo avere affermato che in Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente maligno, diceva bensí che il Gabinetto letterario era “il piú ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi, “veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma convien dire — subito [56] dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era “pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine proporzioni). In una nota poi biasimava il Proemio, “di 9 (sic) meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella Biblioteca: “l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno dormito questi ultimi cinque anni„.

Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'Antologia, sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.

Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano, di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per essere quello a cui mirava.

“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo onorevolmente per me, [57] io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura in que' due uomini profondamente diversa.

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Nel secondo quaderno, dal Giornale d'educazione di Francia l'Orlandini traduceva un discorso[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle Lettere normanne. Ma la parte maggiore era data alla Rivista enciclopedica: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una notizia[163] su 'l signor di Volney; il Giovannini, un ragguaglio[164] su la Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco Kunstblatt, di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo, composto [58] tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.

Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167] al Capponi dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti già noti: tanto piú essendo sua fonte principale la Rivista enciclopedica, giornale notissimo. E consigliava servirsi principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'Antologia venisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi scriveva[168] al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese, intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva un avvertimento[169] non firmato (scritto però dal Niccolini), nel quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la massima adottata in su 'l nascere dell'Antologia, e a dar luogo anche ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori: “incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima, pervenutaci da una città di questo granducato„.

La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto volume della [59] Proposta; e pur notando che il libro era “sparso di paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„. Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma “senza veleno„; e terminava con l'affermare[171] che se il sostenere la causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a ricambiarli„.

Cosí l'Antologia levava la prima voce in una controversia tanto agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti irrompenti, era voce dignitosa e serena.

Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le facevano bella compagnia un articolo del Benci[172] su 'l Viaggio in Italia di G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174] egli a' lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articoli [60] originali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.

L'Antologia pigliava ardire: simile in questo all'infante che già sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese Cosimo Ridolfi, con alcuni Pensieri intorno ai fenomeni elettromagnetici, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175] ch'era davvero, come disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177] su la musica del Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178] su la legislazione criminale: il Benci varie lettere[179] non senza grazia su le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo di Ellenofilo, alcune considerazioni[180] su la lingua de' greci moderni.

Né solo delle nostre produzioni l'Antologia giudicava, ma già delle straniere: in un articolo[181], il Niccolini [61] diceva franco il suo pensiero su' Rudimenti di filosofia morale dello Stewart, né favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura italiana[182] intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione alla Storia dei Francesi[183].

Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure l'Antologia s'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185] su la Proposta del Monti. “Io fui — scriveva[186] egli stesso — che volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'Antologia, tanto piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli argomenti„.

La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e diffusione de' lumi, prima che il suo giornale godesse generalmente di buona riputazione, [62] e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de' governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare, prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.

Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto, erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187] tra l'I e l'O, leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato due errata-corrige sopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli, si levava difensore[188] degli accademici della Crusca, che morti e vivi il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli imaginava, co 'l Monti.

Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal principio, essere quello che fu piú tardi; [63] ma aveva in sé tutte le promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.

Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni Rosini, tra gli altri, pregava[190] il Vieusseux accettasse la proposta. Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de' suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano, rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si serbasse il nome di Antologia, cui si aggiungerebbe quello di giornale italiano di lettere scienze ed arti, e a lui si serbasse piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di conciliazione; perché risposero[192] non voler essi “rinunciare al guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del Vieusseux.

[64] E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí innanzi venisse catturato, scriveva[193] facondo al direttore complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma Dio voglia — esclamava[194] — che possa proseguire„: e il Foscolo stesso, da Londra, sinceramente confessava[195] al Capponi: “La tua Antologia mi piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'Antologia non solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se nel mese di giugno del 1821 nella Rivista enciclopedica era scritto[196] che l'Antologia, traducendo e pubblicando articoli stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era detto[197] che l'Antologia conteneva articoli interessantissimi, e che dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.

[65] Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva, né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi sufficiente compenso. L'Antologia giungeva, è pur vero, in molti luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da Modena, prometteva[198] al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di libri, ed anche della sua Antologia, ove io pure sono associato„. E piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199] da Vicenza al Capponi: “.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di cento erano allora gli associati, e l'Antologia costava all'anno 36 lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux: e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli affari, in somma, andavano cosí [66] male, che il Vieusseux sentí in coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella pubblicazione dell'Antologia; non parendogli giusto che questi sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di ricavare un utile qualsiasi[200].

Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201] addolorato all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice, e tra le lacrime le sorride.

Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno un francese, Samadet de Holoré[202] — amico mio, [67] voi vi siete in tal modo identificato co' vostri affari, che siete l'Antologia personificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze il Direttore dell'Antologia„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il Vieusseux stesso confessava:[203] “io non vedo piú che l'Antologia, e posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole, meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta piú poesia che non in versi parecchi.

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Cap. II.
Lo sviluppo dell'Antologia

Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'Antologia. — Le grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. — G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.

Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi all'Antologia traduzioni da [70] giornali stranieri, poi scritti suoi originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria, poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima la Pulzella d'Orléans e presentare a' Georgofili un nuovo modello d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208] il cosmopolita. Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre Mauro, — scriveva[209] al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in numero da farne piú che un volume ha l'Antologia scritti suoi (benché assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e commedie, meglio che attendere [71] con tutto l'ardore agli studî di critica e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni. Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210] ancora: “.... vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....„.

Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede all'Antologia Michele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso; ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte: cosí che il Foscolo poteva dire[212] di lui, ch'ei traduceva un poeta in meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto. Non molto, invece, scrisse per l'Antologia il Niccolini[213]; ma fu tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne' primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande diceva[214] al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostra Antologia? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso su Michelangelo viverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l non [72] dare piú nulla[215]; a torto pensando[216] che poco egli fosse stimato dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto soffriva[217] del vedersi da lui trascurato.

Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de' lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi ragionamenti lodato[219] dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220] diligente compilatore del Bollettino scientifico, da lui fino al '31 continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale l'essere nato marchese e di [73] antica famiglia fu non freno ma sprone a farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi, che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222] in una sua lettera con l'amico Vieusseux.

Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il De Candolle parlava[223] al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„, diede anch'egli tra' primi all'Antologia la sua scienza. E ne' primi numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224] com'egli chiamato ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila ne aggiunse di nuove.

Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista Zannoni[225] scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226] di Castelsalvi; amico al Cuvier, che [74] gli concesse in Parigi aprire un corso di letteratura italiana; e morí povero.

Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne corregge[227] l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che desiderato, nell'Antologia non appare se non solo una volta[228]. Né a lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere: “manda una volta — scrivevagli[229] Gino Capponi — manda una volta qualche cosa per l'Antologia, che non è un cattivo giornale, e per certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una volta la sua; l'Antologia, che si pubblica qui, non è indegna che l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani, per stimolarlo, diceva[231] ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi, “obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232] al Capponi: “.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei, [75] e me ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.

Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233] già vecchio mandò al Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi della Proposta con que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo dell'Antologia ma del tempo.

Giovine invece, Enrico Mayer[234] su 'l finire del 1821 diede il primo suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'Antologia; e delle altrui [76] innovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne propose.

Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande: e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236] i toscani, che soli avevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto l'Antologia si levasse.

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Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237] aver egli speranza che in breve l'Antologia diverrebbe “tutta nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„; pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'Antologia come “una collezione nazionale„. Primo [77] rispose all'invito con un giudizio[238] su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che, fin dal gennaio del '22, diede all'Antologia Emmanuele Repetti[240]; ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto, tra le altre cose, racconta[241] ammontare a trenta milioni di lire il valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242]. Di pratiche agrarie scrisse nell'Antologia, anch'egli tra' primi, Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa, per cui, fin dal principio, fieramente si stizzí [78] co 'l Vieusseux, che pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per vero gran cosa.

Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'Antologia in Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una memoria diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere, rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava infaticabile la bellezza„.

Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi fu sempre non dirò il piú operoso, [79] certo però il piú gradito a' leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi, divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250], che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere, si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove scriverebbe per l'Antologia, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.

Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze. “Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare [80] dalle mani della polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui, sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'Antologia. Fin da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva a piene mani raccolto nel Conciliatore lombardo. “A' miei occhi — egli scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente — disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una [81] di quelle teste avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de' vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine l'Antologia„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli, che il Pieri diceva testa avventata, si dava interamente allo studio della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era che dell'Antologia il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi scritti[258], e che la fortuna dell'Antologia dovevasi a lui in buona parte.

Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In quelle sue riviste egli scorreva dieci, venti scritti per volta, venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante, indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano. Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel povero Paul Louis Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da [82] giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente: diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse. Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262], postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264] certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.

Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e scrivendo al Vieusseux [83] gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora mia sorella, la quale, ricevendo qui l'Antologia, è molto contenta ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto nell'Antologia, e vorrei che su le Passeggiate, senza complimenti, dicesse tutta la verità....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani, vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non so dove questo diavolo d'uomo (ce diable d'homme) vada a pescare tutto ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue riviste letterarie„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi all'Antologia alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.

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Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'Antologia Tommaso Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio, Federico Del Rosso[271], [84] professore di pandette e gius canonico in Pisa. Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui detta de' padri e delle madri di famiglia, meritamente lodata[272] dal Benci. E l'avvocato Giovanni Castinelli[273] di Pisa vi diede saggi non brevi di un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e avvertiva[275] come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra l'altre cose l'uso delle cambiali.

Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual cosa Luigi [85] Fornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il Lucchesini non a tutte assentisse[278] le massime dell'Antologia, e di talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279] al giornalista pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nel Saggio di una storia universale dice irregolare e scritta in versi sciolti la canzone Chiare fresche e dolci acque.

Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo scritto, la lettera soscriveva[281] co 'l titolo di “corrispondente in Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni di [86] lui, che il De Potter sinceramente lodava[282] per le sue “dotte fatiche„.

Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de' vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'Antologia il maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le conosceva senza neppur riguardarle[283].

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Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato, e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me — scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284] — per me, lo dico aperto, non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, la imboccatura degli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle differenze d'origine di condizioni e di [87] idee: se in altri scorgeva comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde nuove.

Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la sua Storia lodato[285] dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò le altre volte: ma il suo nome nell'Antologia rincontrasi raro. Piú operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu aiutato da lui: e operoso per l'Antologia, fin dal marzo, fu il dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288] trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.

Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse Raffaello.[289] Piú sollecito [88] l'altro ogni due o tre mesi diede notizie copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al Canova, la quale raccontava[290] come egli senza invidia notando un giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.

Ha l'Antologia nel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione rivendica[292] all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo volontario, Bartolommeo Borghesi[294] di fama europea.

Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati, i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché, senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295] che ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe nell'agosto il primo scritto [89] di Pietro Capei[296], che sempre trattò le cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per mezzo dell'Antologia fece conoscere all'Italia quanto di piú notevole per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando Paolini, che rese onore[297] a Girolamo Poggi, il quale non toccò la vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il Romagnosi nell'Antologia amicamente indirizza cinque lettere[299], ove espone le idee capitali della sua Introduzione allo studio del Diritto pubblico universale; idee ch'egli voleva[300] fossero riguardate come l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301] come “esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle cose umane„.

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Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare “all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei “dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, quando ego te aspiciam!„. E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare, vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro! Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe, si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'Antologia il decimo volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che lusingava la sua [91] vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente, anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del suo Pindemonte, e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non sanno, è che gratis usava de' libri del Gabinetto, e gratis riceveva l'Antologia. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era, forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli chiamava[313] complimento a Monsignor Toschi: e anch'egli come il Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ [92] di quel paese, e il principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia, “nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux lo pregò di onorare del suo nome l'Antologia, nel primo suo scritto pubblicamente chiamava[316] felice e fortunatissima la Toscana. Piú o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317] dell'Antologia e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta di prosatori italiani, e per l'Antologia molte cose prometteva di suo. “Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene — scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando [93] sull'Antologia. Vorrei che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per l'Antologia e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'Antologia di Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si conosce del ben dire e del buon pensare„.

Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani, discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322] miseramente. “Come [94] volete considerare per grande scrittore tra gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„, derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani, non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel “puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso, diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran peccato!„

Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece [95] e poco diede all'Antologia, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori. Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare l'imprimatur censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche altra cosa al Vieusseux: una memoria su lo Spasimo di Raffaello, che fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328] al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era “disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la Salve regina, non volle al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome nell'Antologia non comparve mai piú.

[96]

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Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte. Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de' tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano, trovava l'Antologia insieme con gli ostacoli da superare molti elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani, fu donato all'Antologia e al Vieusseux il generale Pietro Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333] com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'Antologia trattò da prima[334] di cose geografiche e di viaggi, poi di militari; [97] con uno stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le coste, avrebbe scritto[336] come il buon colonnello, che “non è un continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime isole„; né avrebbe scritto che “l'antropogonia fu l'opera piú momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338]. Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi “virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non negò[339] tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„ e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.

Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi: “ogni suo reddito — scrisse[340] di lui Giuseppe Ricciardi, che lo conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'Antologia, e però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„. Eppure, nobilmente respingeva[341] al Vieusseux la ricevuta di sessanta lire [98] per l'associazione di un anno al Gabinetto, che l'amico con gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta — scriveva[342] — “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le sole cicatrici„.

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Prima che scritti del Pepe, ebbe l'Antologia dall'ottobre del '24 scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo Salvagnoli[343], lodato[344] dal maestro suo Giovanni Carmignani. [99] E Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345] “povero facitore di mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346] all'Antologia che gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno scritto notevole prova[347] che l'Europa deve all'Italia non alla Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci il patrimonio dell'ingegno„.

Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti dell'Antologia notavasi certa servile docilità verso i potenti; come quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi, imagina[348] il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori dell'apoteosi.

Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi de' romantici Carlo Botta, che [100] pregatone dal Vieusseux prometteva[349] in quel tempo scrivere per l'Antologia. Prometteva “volentieri„, purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si levasse; tanto piú che l'Antologia, a parer suo, se ne andava “per certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350] [101] del rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue opinioni, quali che fossero, mandò varî [102] scritti, composti per un giornale inglese; uno de' quali,[351] su 'l carattere degli storici italiani, la censura vietò. E di lui nell'Antologia comparve quella famosa lettera[352] a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo contradisse[353] con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354] intorno al Salvator Rosa, opera di lady Morgan, a proposito della Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di “sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse stesse.

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Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza, scriveva[355] al suo adorato Giacomino per parlargli di uno de' piú bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. E voleva ch'egli desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui. “Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca.... [103] potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356] al Vieusseux, desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli proponeva[357] trattare in una specie di rivista trimestrale le novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al quale pareva[358] che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative, quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delle Operette morali, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscere [104] qualcuna su l'Antologia; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina (che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359] “moltissimo inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel fascicolo dell'Antologia, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.

Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio: avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di un hermite des apenins, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata, e la stessa Antologia: e poi un cittadino dell'Arno, lepido, epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino, il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti insieme i loro scritti avrebbero formato lo Spettatore italiano. Per queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degli [105] Appennini„ — scriveva[362] al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che l'Antologia sia letta con frutto da questa generazione, che va crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro fisso, non potette neppure questa volta assentire[363] all'idea dell'amico, benché la stimasse “opportunissima [106] in sé„. Anni dopo, ritornato nel suo deserto, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364] al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo, non fo cosa alcuna„. E cosí quell'Antologia, ch'egli stimava[365] tale da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.

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Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i lettori dell'Antologia trovarono per la prima volta in fondo a un articolo[366] le tre lettere K. X. Y. “Il mio nome nell'Antologia non appaia: — aveva raccomandato[367] al Vieusseux il Tommaséo — già vi scrissi la sigla K. X. Y.[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto dall'amore ch'io porto [107] all'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'Antologia, da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva profferto[370] i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia. “Il passaporto — scriveva[371] al Vieusseux — mi si nega da tutte le bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372] tuttavia di lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe, né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a sua confessione[373] — gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo — egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere, né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; molti [108] irritava quella sua, piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia, rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'onagro; e il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú preso d'amore per lui, lo dipingeva[374] “piú bue del Montani ed affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui, scriveva[375] al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava davvero.

E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'Antologia, ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376] non esser egli “né romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione; perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto, come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'Antologia„, scrisse[377] il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente, [109] che il Montani non si era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il Tommaséo„[379].

Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli argomenti morali e politici — scriveva[380] egli al Vieusseux — son quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro, arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomenti [110] piú disparati: e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche, politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e' trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi — scriveva[382] il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.

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Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'Antologia. E il professore famoso gli prometteva[383] che avrebbe fatto il possibile, tra le [111] non poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui. Capitategli infatti tra mano le Lettere su l'Inghilterra, di Augusto De Staël-Holstein, scriveva[384] al Vieusseux: “Il libro è invero piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne notizia. Gli rispose il Vieusseux[385] mostrandosi grato alla gentilezza usatagli, ma piú [112] che tutto, sollecito di far intendere che scopo dell'Antologia era non tanto il far risaltare i difetti di un libro, quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo comparve[386] primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387] diretto al Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva davvero: e scrivendo[388] al Vieusseux per chiedergli scusa del poco poter egli per le sue occupazioni giovare all'Antologia, che pur riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas point„.

G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI
(da un quadro ad olio anteriore al 1819)

Piú operoso del Carmignani fu per l'Antologia Silvestro Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha l'Antologia dal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria: scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi, [113] un articolo[390] su la Teoria delle leggi della sicurezza sociale, vólto a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391] procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu inteso da molti[392].

Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il Lambruschini[393] il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux indirizzò egli la lettera[394] su 'l Giornale dei contadini, piena di quella mite sapienza che è frutto della virtú illuminata dall'esperienza e dal senno. Poi nell'Antologia scrisse di cose agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395] — s'avanzano nella carriera che la Provvidenza [114] ha loro tracciata; e l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa. Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi, egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.

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Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini, che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396] di Francesco Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane. Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto meravigliare[398] suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399] la gloria, e il Giordani lo salutava[400] “una cara speranza d'Italia„. Gli scritti che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di argomenti storici e civili. Sensista in filosofia, voleva[401] “dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e pensando[402] che la scienza del [115] Diritto altro non fosse se non “una filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici, cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma questo ben so, che il Tommaséo loda[404] “la sobrietà, dote de' primi scritti suoi quasi meravigliosa„.

Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito: disse[405] piú volte egli stesso non voler entrare in dispute letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e perché si sentiva[406] “inetto a giudicare di tali questioni„. Pure, l'Antologia ha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura; quello famoso, tra gli altri, su' Dubbi ai romantici[407], che parve a torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero, non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi imitatori de' [116] gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili; e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse alla natura e a' bisogni del popolo italiano.

Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'Antologia però lo pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'Antologia; il Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delle Instituzioni civili provvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.

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Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se non uno spillatico che — al dire di lui[408] — “davvero s'affaceva molto al nome e bastava a poco piú che alle spille„. Costretto a campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per l'Antologia: e cosí a ventott'anni diede il primo suo [117] scritto[409], e de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora scriveva[410] ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú “religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare — com'egli diceva[411]il brutto traviamento, è l'elogio migliore che dell'Antologia e del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.

Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò nell'Antologia anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il quale vi parlò poi[414] di quel Nuovo dizionario militare, costato a lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte [118] della lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra gli scrittori dell'Antologia il professore Celso Marzucchi, cui dopo breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili; e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della Biblioteca italiana il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella scienza del diritto.

Nel marzo del 1829 diede all'Antologia il primo scritto[417] Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose ragiona della navigazione a vapore e de' velociferi.

Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta, che piacque, fu riprodotto[420] nell'Antologia, e all'Antologia il Mazzini inviò allora quell'articolo famoso D'una letteratura europea, scritto per combattere “i Monarchici delle lettere„[421]. Il Giordani e il Montani non volevano sentirne parlare[422]; ma il Vieusseux, al quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva dal suo proposito, [119] e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi l'universo concentrico; l'articolo vale meglio che non promette questo principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso, chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso nell'Antologia[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel “giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l Giornale Ligustico, che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427] “sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui parve[429] che il Mazzini onorasse l'Antologia; meglio Michele Leoni, il quale scriveva[430] [120] che i pensamenti di quell'articolo “grandi e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da lui ebbe ancora uno scritto su 'l Dramma storico[432]; e Urbano Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe' suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida parve, benché di sensi italiani, l'Antologia; e corse per altre vie al suo destino.

A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere [121] e dello svolgersi dell'Antologia. Che numero grande di scrittori, e quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne' primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano ancora dato risposta.

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Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'Antologia accoglieva in sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama. Già nel 1824 la Rivista Enciclopedica affermava[434] che per il senno e le sollecitudini del Vieusseux l'Antologia acquistava “ogni mese piú e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella Rivista Europea giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il Giornale Arcadico, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare [122] all'Antologia i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'Antologia avesse preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438] desideroso che nell'Antologia fossero giudicate con tutta la sincerità e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume [123] dell'Amore, “avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia nell'Antologia„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana l'Antologia; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di stampare egli solo per anni sei.... il giornale predetto„.

Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente sapesse dire, farebbe la storia dell'Antologia in modo degno.

Nel quinto anno di vita del suo giornale [124] lamentava[441] ancora il Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi: asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia, commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un anno[445].

Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E io qui non penso all'Edinburgh Review o alla Quarterly Review, ricche di [125] dodici mila associati; né al Blackwood's Edinburgh Magazine, del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla Biblioteca italiana, che nel primo suo anno di vita contava già millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748 lire: penso al Giornale arcadico, che già ne' primi tempi aveva 240 associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma l'Antologia ne' tempi suoi piú felici non raggiunse mai un'edizione di ottocento esemplari, non contò mai piú di 530 associati. “L'Antologia — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti — l'Antologia, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli copie 5!!„.

[126] Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale. Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per l'interesse, ma per amore della sua creazione, per amor della patria.

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Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux) per cui sempre pochi furono all'Antologia i soscrittori, era il doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere certi mai di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo — pur troppo è vero che l'Antologia, nell'Italia Austriaca, non prende. È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' fiori che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono, dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non vale? Basta [127] egli il nome di Giordani a far che in Milano l'Antologia s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non paga, è per voi come se leggere non sapesse„.

Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che l'Antologia è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere, i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni; ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'Antologia ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha fatto sequestrare il primo trimestre dell'Antologia — annunciava[454] al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto coraggio per andare avanti: le spese [128] mi sopraffanno„. E poco dopo, il censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo giornale....„.

Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova, il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra' quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà [129] e la dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi, parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua verga censoria io lo amo e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli riprodurlo nell'Indicatore Lombardo, la censura aveva creduto opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua mutilarglielo„: [130] e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia, liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a inganni[463].

Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili erano quelle che toccavano di politica e di diffusione dei lumi) il buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a troppi padroni usare riguardi.

Già nel primo anno dell'Antologia, ristampando il Piatti la Storia Civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo e quindi non permettersi. Io [131] non vo' dire degli scritti rifiutati a Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'imprimatur al Ditirambo del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí “morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo, prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux parlare con lode de' lavori per motuproprio del granduca intrapresi nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il Vieusseux [132] diceva che nell'Antologia si parlerebbe di quanto poteva giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'Antologia nel publico insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.

Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste) creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai sconsolante„.

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Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura (il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne' fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui); quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni, consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare, senza però lusingarle, le facilmente irritabili [133] vanità letterate; il tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti suoi non diede all'Antologia se non poche cose, ma non creò fastidî al Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti all'Antologia, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo, piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava “sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi d'indignazione e le fiere [134] proteste[474] che il giovine dalmata, per la eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui che a sé stesso.

Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo innanzi, pubblicare un articolo su 'l San Benedetto del Ricci; e sdegnato gli parlava[475] dell'indovinare le voglie di chi dirigeva il [135] giornale, o del mestiere buffo dell'indovino, e della servitú dell'intelletto. E il Benci stimava[476] giustissima la collera del professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere, innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato, era una imprudenza grandissima; facendo, tra l'altre cose, sapere che il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con gli articoli suoi non pagati peggiorato [136] il giornale: e accusava il Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi, e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832 voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete esiliato dall'Antologia come rinnovatore [137] di antichi pettegolezzi. In ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.

Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a' suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.

Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de' varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici latini; l'Antologia non ne parla con tanta sollecitudine quanta l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio, e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce i Discorsi sullo scrittore, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si lagna[482] che [138] l'Antologia “quantunque si occupi spesso con molta prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo di alcune inezie nostre, non abbia creduto di farne ancora parola né in bene né in male„. Il Montani discorre[483] brevemente dell'Anacreonte del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un grande scalpore in Bologna; e si pubblica nel Caffè di Petronio[484] un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'Antologia è il giornale “piú grosso d'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino. Il Cesari stampa i suoi Commentarî della vita di Tommaso Chersa (il buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485] che il Chersa visse in perpetua pace con tutti i suoi perch'era il cappio e il concio di tutti loro); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486] se veramente questi vivrebbe in aeternitate temporum fama rerum, il Cesari vuol preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale si scaglia[488] prima per lettera [139] contro quell'“opera scempiata d'un cotale che si sogna K. X. Y.„, e contro quel “giovine abbastanza istruito ma sventato, che aspira a clarescere magnis inimicitiis, e che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi dà lui risposta[489] a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto prudentemente sotto le tre lettere K. X. Y.„, che tanto sa di latino da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua “religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si vendicava anche delle osservazioni fattegli[490] dal solito K. X. Y. per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non leggere l'Antologia. “Voi avrete letto nell'Antologia — scriveva[491] ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io l'abbia lette (che non tantum abs re mea mihi est otii); ma e' mi fu detto„.

Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle poesie del Paradisi, affermato[492] che ne' tumulti del 1821 l'università di Modena era stata chiusa per sempre, Geminiano Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva protestare nell'Antologia: ma perché il Vieusseux gli rispose che stamperebbe la sua protesta, [140] accompagnandola però con quelle note che piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493], dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza dell'Antologia consisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„, e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge provvisioni di un ottimo principe„.

E perché nel dare notizia[494] del monumento ad Andrea Vaccà e del discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia, quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo Gabriele; anonimo annunciava[495] il Rosini che il Vieusseux “da un capo all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava “mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un opuscolo[496] avente per motto “non opus est verbis sed fustibus„, ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che calunnia “viene da calutum supino di calvo„; perché calvo era il Vieusseux. Tante in somma e sí gravi erano [141] le ingiurie, che il Corsini stesso confessava[497] al censore ch'egli non poteva non concedere al Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498] il Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “poema romantico[500] si fece poi bello miseramente.

Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente abbondevoli„ date dal Tommaséo[501] a' suoi versi e al Properzio, sdegnato il Pieri scriveva[502] al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nella Rivista un articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad uno, ma a tre giusti articoli.... [142] Voi sapevate che il mio libro combatte le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co 'l Grassi, che “per amicizia„ lo consolava, ma stimava[503] in cuor suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva cercato[504], ma inutilmente, qualche classicista [143] che degli scritti di lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e giunta la Pasqua lo invitò[505] in casa sua per mangiare con lui “il pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506] di novamente scrivere nell'Antologia, il Pieri rispose[507] con un rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî dell'Antologia, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri, suoi dottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso, “imbeccato da quei suoi illustri colleghi, accusati di soverchia lungheria quei suoi poveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'Antologia, che gratis aveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508] al Pieri brevi parole, con doloroso sconforto [144] diceva: “conserverò la vostra lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.

Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza: ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'Iliade del Mancini è stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'Iliade!„ — scriveva[509] a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale francese[510] si disse che quella versione “altera e snatura il suo modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511] il Mancini [145] stesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512] a quel critico della Biblioteca italiana che, al dire di lui, si era “gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di quelle stanze nell'Antologia pubblicasse saggi non brevi. E quando giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux gli mandò[513] innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto dell'Antologia. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto cortese? Eppure il Mancini rispose[514] che, pubblicando quell'articolo, “ben piú ingiuriosa della Biblioteca italiana con tutte le sue impertinenze„ l'Antologia sarebbe stata all'opera sua; “opera che già si leggeva (ne aveva notizia positiva) in qualche pubblica scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onorasse del suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio Aristarco [146] perché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne' crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de' Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo) anche il Niccolini, affermando[515] che all'Iliade del Mancini, “screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'Antologia era un “giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una specie di Massoneria„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che “non voleva piú ricevere„[516] l'Antologia, che il Vieusseux gli mandava in dono.

Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517] delle versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518] con lo scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non meritava che il suo disprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva “voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia dell'essere io stato uno dei [147] fautori e promotori del suo stabilimento, e dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse di tendenza, che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„

Tutte, in somma, le querimonie bizzose di superbiette insofferenti, tutte le intolleranti acrimonie di vanità insodisfatte, tutte le rabbie smaniose di orgogli feriti, venivano a ricadere su 'l direttore; il quale poteva bensí con pazienza magnanima sopportarle, non però freddamente incurante: e troppo infatti glie le rammentava il sentirne le traccie in certi spasimi al capo, che di tanto in tanto s'inacerbivan molesti. “Ho incominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo che, piú che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno — scriveva[519] al Leopardi — . Inutile è il dirvi che i signori collaboratori, colle loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi spasimi„.

Oh, que' suoi cari amici ponevano a lui sempre l'obbligo di essere tollerante fino al martirio, né mai a sé stessi quello di non essere insopportabili!

***

Giova qui rammentare quali gl'intendimenti del Vieusseux, quali le speranze e i desiderî, per poi vedere con che affabilità dignitosa, con che intelligente esperienza e con che fermo volere egli provvide per dodici anni al giornale; e come egli meriti veramente il titolo di Direttore piú che non se lo usurpino molti, non direttori, ma acciarpatori di giornali. Pieno di fede ne' destini futuri d'Italia, sapeva tuttavia [148] per la temperanza del suo carattere tenersi lontano dagli intrighi delle società segrete: “Io potrei dare — affermava[520] — la mia corrispondenza tutta nelle mani di tutte le Polizie del mondo, senza aver nulla da temere„. Egli infatti non da aggressioni rivoluzionarie sperava il risorgimento della patria, ma dal miglioramento delle sue condizioni economiche e morali, dalla diffusione dei lumi: non pensava eccitare il popolo alle armi per un'idea che non capiva, e alla quale non era per anco né maturo né preparato; ma senza bisogno di mascherarsi o di mettersi al sicuro da' pericoli delle Polizie, voleva di giorno in giorno renderlo piú sempre cosciente de' suoi interessi, de' suoi doveri, perché dopo intendesse i proprî diritti. Ponendo mente a' tempi, ma precorrendoli sempre, si contentava di non voler troppo in una volta per non perdere tutto, come successe all'atleta che soffocò la sua amica stringendola troppo forte: non potendo subito conquistare al popolo la libertà politica, voleva fare però in suo vantaggio tutto quello che consentivano i tempi; e senza sgomentarsi, seminava paziente per la futura raccolta. “Seguitate, ottimo Vieusseux, — gli diceva[521] nell'Antologia il Tommaséo — seguitate, quanto è da voi, a proteggere e propagare la mite cultura e le utili verità: e se l'Italia non sembra, né di fatto né di parole, alla buona vostr'opera corrispondere, vagliavi a mercede la speranza d'un tempo, né forse lontano, in cui fruttificheranno i gittati semi„.

Pieno dunque l'anima di questo pensiero, e fermo di non lo mutare, voleva[522] nel suo giornale evitate [149] “le questioni oziose, le dispute di parole„; voleva invece che si ripetessero certe verità, notissime agli oltramontani e agli abitanti culti delle città grandi, ma a quelli delle provincie e delle campagne, ignote poco meno che il sanscrito: che si spargessero nel suo giornale semi di concordia feconda tra' cittadini di una provincia e quelli di un'altra: che si cogliessero[523] in somma tutte le occasioni per “diffondere idee nuove e buone, e tutte italiane„. “Sarebbe tempo — egli scriveva[524] — che gli autori si persuadessero essere i giornali fatti pel pubblico e non per loro; essere il giornalismo una professione che conviene nobilitare con molta imparzialità e giustizia„: e qui è da cercare in gran parte la causa di que' tanti dolori, a' quali pur dianzi ho non brevemente accennato. Ma a lui, che in un modo o nell'altro mirò quasi sempre a giornali, con sempre un'altissima idea nella mente, a lui era lecito affermare[525] che in Italia a' suoi tempi “la stampa periodica era ancor nell'infanzia„.

Profondamente convinto che il giornale fosse un mezzo potente per diffondere le utili verità e la mite cultura fra le persone alle quali il libro non giunge, o raro; per la natura appunto e varietà di persone a cui voleva rivolgersi, e de' bisogni a' quali cercava provvedere, faceva luogo nel suo giornale a una proporzionata varietà di materie e a una conveniente varietà di trattazione. Pochi per questo i versi e gli scritti di frivola piacevolezza; non troppi quelli di erudizione o di scienza: agli argomenti stessi piú nuovi non dava la preferenza, se non veramente importanti o urgenti per le circostanze: [150] ritardava talora la pubblicazione di articoli belli o dotti per dare luogo ad altri men dotti e men belli sí, ma piú fecondi di utili applicazioni o piú efficacemente diretti a maggior numero di persone. Afferma[526] il Valeriani che la prima dimanda che al giungere di un nuovo scritto faceva il Vieusseux, era: “che prova egli? a che serve ciò?„. E in questa breve dimanda si rispecchia tutta l'intelligente esperienza del già negoziante, e tutta l'idealità pratica dell'opera sua.

Né egli tuttavia pretendeva dare arrogantemente giudizio su tutto: ché anzi, benché su molte cose avesse opinioni sue proprie e non a tutte quelle espresse dagli altri assentisse, pur era riverente e condiscendente alla libertà dell'ingegno, perché fornito d'ingegno. Della qual reverente condiscendenza è prova l'Antologia tuttaquanta, ov'egli piú volte dichiarava[527] accogliere scritti in diversa parte autorevoli, e dove infatti piú volte ne accolse alle opinioni de' collaboratori piú amati e alle sue proprie contrarî. Se qualche cosa trovasse all'indole o al fine del giornale non conveniente, pregava l'autore che la mutasse, senza parole però che punto sapessero di censorio: ma non egli certo, per dare agli scritti la stessa uniformità di colorito, osava a suo piacimento mutarli, come solevano invece il Murray, tra gli altri, e il Jeffrey: sistema tirannico odiosissimo a lui, e del quale piú volte il Foscolo e con ragione si dolse[528]. E quando il Botta ebbe qualche timore[529] che agli scritti suoi [151] potesse qualche cosa mutarsi, il Vieusseux se ne dolse[530] oltre l'usato severamente, come di grave onta a sé fatta. Ma per ciò che riguardava, per dirla con sue parole, lo spirito filosofico degli scritti, e il fine morale e civile del suo giornale, poteva bensí con animo grato non raramente assentire a' consigli di amici autorevoli, ma nessuno mai avrebbe potuto piegarlo a pubblicare un articolo, se avverso alle dottrine conformi a' lumi del secolo, e in ispecial modo a' bisogni dell'Italia; se nel difendere una particolare opinione non vi si fossero usati, com'egli voleva[531], “modi urbani e gentili„; e se non vi avesse veduto “religiosamente rispettati gli eterni principî d'ogni sana filosofia„. Per questa parte egli voleva ampia libertà nell'accettare gli articoli, e francamente lo confessava. Trattandosi di inserire uno scritto del professore Del Rosso, “è piú che probabile — diceva[532] a Gaetano Cioni — che mi piacerà; ma potrebbe anche darsi che contenesse qualche proposizione che contrasterebbe troppo col sistema dell'Antologia, colla sua indole, col suo scopo; ed io voglio poterlo dir francamente all'autore senza espormi a vedermi scrivere impertinenze, come quelle ch'egli mi scrisse quando si trattò del Benedetto: io voglio, infine, senza guastarmi coll'amico poter rigettare tutto l'articolo, o domandar delle modificazioni, se il caso facesse che io lo creda necessario„. Poteva cedere, qualche volta, come quando per le pressioni del Giordani, del Forti e del Montani, accolse gli articoli del Manuzzi[533] su 'l [152] Cesari, ch'egli “non voleva[534] ammettere nell'Antologia„: ma piú spesso e piú volentieri si lasciava guidare dalla sua esperienza, dal suo buon senso; e “in ultima analisi — scriveva[535] al Botta — io solo dirigo il mio giornale„. Cosí, contrastando con l'opinione di molti, rifiutava talvolta scritti di persone già note, e altri invece ne accettava o chiedeva di ignote, perché giovani ancora. Anzi, a questo proposito, con rara sincerità confessava[536] quanto a rendere piú degna dell'Italia l'Antologia si adoprassero non pochi giovani, alcuni scritti de' quali parevano a lui “lodevolissimi„: i quali giovani non sarebbero stati certo in su le prime come da lui altrettanto incorati e promossi da altri.

Come volentieri ricorreva e si affidava agli amici per le cose di erudizione e di gusto; come su certe parti del giornale non raramente sollecitava il loro franco giudizio, assicurandoli che non ne resterebbe offeso quello ch'egli diceva[537] “il suo amor proprio antologico„; cosí amava giudicare da sé ciò che era il sentimento e l'opportunità e il fine morale degli scritti: ne' quali giudizi l'animo sempre appariva spassionato e sereno perché non mosso da presunzione né da preoccupazioni o brighe di sette accademiche. “Una volta per sempre — scriveva[538] al Tommaséo — ricordatevi che quando vi farò un'osservazione, qualunque siasi, se non vi dirò essermi stata suggerita da altra persona, [153] potete contare ch'io solo ne sono l'autore. Non essendo io né dotto né letterato, non ci metto nessuna pretensione: ricorro molto al giudizio degli altri per le cose di erudizione e di gusto, che mi mancano; ma per le cose di sentimento e di certe convenienze, ho sperimentato che la prima impressione, in me, è sempre la migliore„. Rifiutando a Celso Marzucchi uno scritto su opera francese poco nota, candidamente riconosceva[539] doversi egli limitare a considerazioni generali, non essendo tanta la sua dottrina da poter fare una critica piú sottile; e diceva com'egli, per giudicare dell'opportunità di uno scritto, solesse porsi nelle condizioni morali e intellettuali di un lettore non dotto dell'Antologia; rileggendolo poi, se non ne restasse persuaso, piú attentamente una seconda volta, e da sé stesso facendo le parti dell'autore. Egli, non cupido e non turbato dalle smaniose prurigini della gloria, non aveva ostinazione né ostentazione: modestamente, anzi, esprimeva i concetti suoi, pur qua e là destando germi di cose nuove; e ringraziava[540] i suoi “cari amici„ [154] dell'indulgenza con che non isdegnavano porgere orecchio alle sue “ingenue osservazioni„: modestamente, e piú anche di quanto a volte dovesse, dimandava dell'opinione altrui, desideroso di apprendere in quell'età in cui i piú pretendono insegnare; e volentieri, quando ne rimanesse persuaso, assentiva perché in molte cose riconosceva la sua insufficienza. Ma voleva tuttavia egli solo dirigere il suo giornale; intimamente convinto che il suo buon senso molte volte valesse piú della scienza, piú di una illuminata fantasia; e che il complesso del giornale dipendesse non da sole circostanze letterarie e scientifiche, ma e dalle politiche, e da un'infinità di rapporti e contingenze locali, che l'esperienza di piú anni poteva sola far apprezzare.

Con questo buon senso che ho detto, e con la pratica della vita, e con l'esperienza sua grandissima delle cose, egli dirigeva il giornale, o per meglio dire, quelle forze del giornale, che pure abbiamo visto non sempre docili. E con l'autorità sua, data dalla fermezza e insieme dalla modestia, e con l'arte del persuadere, potente in lui perché commista con elementi d'amore, or tratteneva i troppo in sé fidenti, ora a' mal sicuri e di sé incerti dava animo e fiducioso ardire: ed egli solo bastava a tutti piú che ciascuno potesse bastare a sé stesso. Al Tommaséo, che lavorava troppo e troppo presto, e gli aveva mandato uno scritto su l'opuscolo di Baldassarre Poli intorno al necessario mutamento della letteratura, al Tommaséo il Vieusseux rispondeva[541]: “Per il mio giornale quest'opuscolo del Poli avrebbe dovuto essere argomento di un lungo articolo e complemento necessario di tutti quelli già pubblicati sul romanticismo, ed il vostro (scusate di grazia) non corrisponde all'importanza dell'argomento: [155] egli è buono, ma potrebbe essere migliore, ed ammetteva piú citazioni e maggiori sviluppi. Insomma, l'articolo è fatto un poco in fretta„. Osservazioni garbate, che stimolavano a fare meglio, e delle quali non si poteva lo scrittore adontare. E un'altra volta (perché meglio si veda quale rispetto il Vieusseux portasse agli autori e a' critici, al pubblico ed a sé stesso) un'altra volta diceva[542] al Tommaséo: “.... Per l'articolo sul Cicerone..., ve lo confesso sinceramente, non sono contento. Non solo ha i difetti di uno scritto fatto troppo in fretta, ma è piú da pedante che da filosofo; e ciò proviene anche molto perché volendo far presto è piú facile attaccarsi a certi confronti di traduzione, che a delle considerazioni di un genere piú elevato. Il vostro articolo non potrebbe soddisfare né lo Stella, né il Cesari, né il pubblico. Poco importa de' due primi, ai quali non dobbiamo che un imparziale giudizio; ma il pubblico merita piú, ed in simile argomento s'aspetta per parte dell'Antologia uno scritto piú elaborato. Mio caro amico, s'io non vi credessi capace di farlo questo scritto piú elaborato, piú filosofico, meno pedante, non ve ne parlerei con tanta franchezza, e m'ingegnerei per farvi inghiottire la pillola il meno male possibile; ma come credo di conoscervi, ed al punto ove ne siamo, sarebbe una viltà per parte mia il dissimularvi la impressione ricevuta dalla lettura di quell'articolo; sarebbe mancare all'amicizia, senza poter evitare di dovervi far sapere, un po' piú presto, un po' piú tardi, che il vostro articolo non può convenire all'Antologia. E, disgraziatamente, non vi si rimedia con cancellare qualche proposizione, né con aggiungerne alcune altre. È falsato l'andamento generale, ai miei occhi almeno. Mio caro Tommaséo, vi lasciate abbagliare [156] dalla facilità colla quale scrivete. Vi sarebbe poco male, si trattasse di riempire le colonne dell'Osservatore Veneziano, o di tutt'altra gazzetta quotidiana; ma per un giornale come l'Antologia, convien provvedere con piú lentezza. In pochi giorni avete scritto tre o quattro articoli piú o meno lunghi. Il Montani, per parlar di quel primo volume, mi avrebbe chiesto almeno un mese di tempo. Voi mi risponderete che per 30 franchi il foglio non si può stare piú settimane sopra 24 pagine; e voi avete ragione, fino ad un certo segno.... Del resto, questo articolo vi sarà portato in conto, come se lo avessi stampato; e voi dal canto vostro mi manderete sul medesimo primo volume un altro articolo, piú breve e meno dotto, ma piú filosofico e (forse giudicherete convenevol cosa) scritto in modo un poco piú rispettoso per la memoria di Marco Tullio, que vous avez traité un peu legérement....

Ammiratore non stupido dell'ingegno e non ombroso malignamente, benché non fornito di soda educazione letteraria, sapeva tuttavia, per una, direi quasi, luce serena d'intelligenza, conoscere gli errori; gli errori non solo, ma gli uomini e le armi adatte a combatterli. Indovinando, da un motto solo talvolta, la disposizione degli animi, e la forza, e la varia qualità degl'ingegni, a tale affidava lavori che certo non avrebbe ad altri commesso: e quando Giuseppe Salvagnoli pedantescamente assalse gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni, al Tommaséo, che pur voleva preparare[543] un articolo, non diede il suo assenso il Vieusseux. “Non ho voluto — scriveva[544] al Mayer — che il Tommaséo [157] gli rispondesse nell'Antologia perché sotto la sua penna la cosa sarebbe degenerata in polemica„: e la risposta affidò al Mayer, piú sereno, piú mite; né volle tuttavia, pubblicarla, innanzi che i due fratelli Salvagnoli ne fossero stati avvertiti[545].

In somma, il Vieusseux faceva anche in questo come il buon medico, che nella cura pon mente all'età, alla complessione de' suoi infermi. Egli, che aveva l'arte di trascegliere gli scrittori, aveva anche il buon senso di ripartire secondo le varie loro tendenze i lavori; l'intuito di ciò che i tempi permettevano manifestare o tacere. Pronto sempre a rendere, entro i limiti del possibile, giustizia a ciascuno, e tanto moderato tuttavia da non darsi intero a un'idea letteraria o politica; sapendo stare sapientemente in dimidio rerum, e portando sempre una parola di pace; con finissimo tatto riusciva, fra tante difficoltà create dalle pretese e vanità letterarie, a mantenere un meraviglioso equilibrio; e quel che è piú, a far concorrere a un'opera comune tanti ingegni per attitudini e per valore contrarî, piú che dissimili. Non pensando egli come l'Acerbi[546], che gli scrittori di un giornale non dovessero “mai riunirsi, anzi neppur conoscersi„, perché non come l'Acerbi stimava i letterati “sublime canaglia„, al suo giornale provvedeva non solo co 'l rispettarli fin nelle debolezze, ma piú e meglio con li adunare familiarmente dintorno a sé. In quel Gabinetto, in quella sala dove soleva ricevere, ei dava la vita all'Antologia: [158] ivi idee nuove destavansi e opinioni diverse venivano a riscontro; e quel rincontrarsi dissipava un gran numero di pregiudizi e di animosità, e se non sempre conciliava gli avversi, spesso però ne ammansiva piú d'uno o li rendeva tra loro tollerabili almeno.

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Cap. III.
Le conversazioni nel Gabinetto scientifico letterario di G. P. Vieusseux

Io non so quanti nel passare per la piazza di Santa Trinita, tra la vecchia chiesa da una parte e dall'altra il severamente leggiadro palazzo Spini e la colonna di granito che regge la Giustizia medicea di porfido, non so quanti sostino un poco meditando dinanzi alla casa che ha nome dai Buondelmonti; e (seppur ve n'ha, oltre quelli attràttivi ora da altre faccende) quanti ne salgano con trepida commozione le scale. Me un senso di tristezza pervade quando su la porta di quella casa in cui gran tempo visse Gian Pietro Vieusseux, e dalla quale tanta onda di pensiero e di luce si diffuse non a sola Toscana ma a tutta quanta l'Italia, vedo quella lapide di marmo modesta, segno di tante civili splendide benemerenze, come soffocata dalle grandi insegne di un venditore di mobili, e di una società di assicurazione. Provvide cose anche queste per certo: ma io amo meglio pensare quella casa da altre faccende animata, risonante di ben altre voci, in altri tempi men lieti [160] certo di questi, ma altresí piú fecondi di magnanimi sacrifici e di speranze animose.

Nel primo piano aveva il Vieusseux disposto il suo gabinetto di lettura, a simiglianza di quelli ch'egli aveva ne' suoi viaggi veduto in piú luoghi: ma piú importanza scientifica e letteraria ebbe il suo, e significazione civile e morale, di quanta e prima e poi ne ebbero que' molti Reading Rooms in Londra e quello del Galignani in Parigi. E quando altro merito non avesse per renderlo famoso, pur basterebbe l'aver esso dato il concetto in Italia di sí utile instituzione; per cui da Jacopo Balatresi in Lucca nel '26, e in Venezia nel '32 dal Missiaglia, e in Livorno dal professore Doveri, e in Pisa e in Siena e in Arezzo e in Pistoia e in Verona, altri gabinetti furono aperti a imitazione di quello, non simili certamente.

Una stanza accoglieva i giornali letterarî piú importanti, italiani e stranieri; un'altra, i politici di varie parti d'Europa e d'America: da sé restavano, in stanze diverse, i giornali inglesi e i nostri, non molti di numero. E poi, a disposizione de' leggenti, enciclopedie, dizionari, atlanti, e una ricca biblioteca, fatta con gli anni piú ricca, ove con dispendio affluivano da diverse parti le produzioni nostre e straniere migliori, di letteratura e di scienza, d'arte, di economia, di politica. Ma per il numero de' libri e de' fogli cotidiani divenuto via via sopragrande, salí il Vieusseux all'altro piano, e neppur questo bastando a contenerli, al terzo[547], edificato a sue spese. Nel secondo abitava, mobiliato da lui con semplicità decorosa; e l'ultima stanza, [161] sufficientemente grande ma non ampia, posta a destra di chi guardi la casa de' Buondelmonti, serviva a lui per il disbrigo puntuale della corrispondenza e delle molte e diverse faccende. Ne erano l'ornamento maggiore uno scaffale ampio di libri e qualche busto in gesso, il suo scrittoio presso la finestra, alcuni divani in giro ricoperti con stoffa di cotone a fiorami, e in mezzo una tavola grande con sopravi le piú recenti pubblicazioni.

In quella stanza ogni giovedí primo del mese, e in un altro giorno da stabilirsi, teneva le sue adunanze[548] la Società medica fiorentina fondata nel '22, a similitudine[549] di quella del Vieusseux letteraria, dal Magheri, dal Betti e dal Nespoli; dietro l'esempio della quale, un'altra Società medica si costituiva in Livorno, che si adunava anch'essa[550], come la fiorentina, nel gabinetto letterario del professore Doveri. Ma quando la rinomanza del gabinetto Vieusseux, uscendo fuor di Toscana, si affermò per l'Italia tutta e per molte parti d'Europa; e per il numero de' visitatori e degli ospiti accolti divenuto grande oltremodo, il Vieusseux non poté piú assegnare alle sue adunanze solo un giorno per settimana determinato; avvertí[551] egli la [162] Società de' medici, che i giorni di posta (martedí, giovedí, sabato e domenica) non poteva piú concedere la sua sala, e che anzi, terminato il 1824, le sue condizioni non gli avrebbero piú permesso di porla a loro disposizione.

Secondo i tempi e le stagioni, in giorni diversi (ora il lunedí, ora il sabato, ora il giovedí) soleva in quella sala raccogliere a crocchio scienziati e scrittori e cittadini illustri d'ogni parte d'Italia e del mondo: ma alle adunanze consuete, altre poi ne seguivano nel corso della settimana, straordinarie, per rendere onore a stranieri o Italiani capitati improvvisi in Firenze; molti de' quali attraeva la città con la fama de' suoi agi e vantaggi, molti ci facevano sosta da sé, per indi proseguire per Roma: cosí che raro accadeva che in quella sala non fossero frequentatori ogni sera. E quelli che là si recavano, accolti con festa grande ricevevano tanto dolci impressioni e gradite, che ritornati alle città loro, e ripensando con desiderio a Firenze, non tralasciavano raccomandare al Vieusseux nuovi ospiti e visitatori; desiderosi essi stessi d'intervenire a quelle riunioni ove era la parte piú eletta degli scrittori d'Italia, e dove erano certi di trovare accoglienza grata e giudici capaci di estimare l'altrui valore.

Ecco il poeta spagnolo Martinez de la Rosa, presentato[552] al Vieusseux da Marcantonio Jullien, direttore della Rivista Enciclopedica: ecco, tra i frequentatori piú assidui, il De Potter, che poi, lontano, rimpiangendo gli amici e le “belle riunioni settimanali„, gli raccomanda[553] l'amico Stendhal: ecco il Fauriel, [163] “uomo dotto, amabile, e bel parlatore, e gran conoscitore della letteratura tedesca„[554]. E poi, Casimiro Delavigne, che pieno di ammirazione pe' greci prometteva[555] scrivere su la caduta di Missolungi: e il Witte, giovine ancora, che onorato con una speciale adunanza[556] dottamente parlava de' codici e de' commenti danteschi studiati in Venezia: e il Savigny[557], che a lungo discorreva, a preferenza con Pietro Capei, della nuova scuola storica tedesca, e della sua Storia del Diritto Romano nel Medio Evo. Quarantadue persone fecero festa[558] al celebre fisiologo Edwards, e al [164] Ministro di Prussia barone Carlo de Martens, e al consigliere russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. E in quella sala echeggiò[559] la voce del celebre viaggiatore Guglielmo Ruppel, di ritorno allora dal suo grande viaggio; e quella del romanziere Cooper[560], che in que' suoi lunghi parlari soleva[561] fare del tavolino sedile; e quella[562] di Duvergier di Hauranne, e di St. Aignan, e del visconte Beugnot, e del conte Jaubert.

Rammentava[563] il Reumont, famoso per la sua bruttezza e per l'anima buona, rammentava, dopo piú che mezzo secolo, com'egli giungesse in Firenze la sera del 5 dicembre 1829, e smontasse nel palazzo Acciaioli, allora albergo tenuto da madama Hombert; e come[564] dal Vieusseux conoscesse primamente il Capponi, che cieco doveva egli anni dopo incitare alla stampa della sua Storia di Firenze. E in quella sala con grandi feste fu accolto[565] S. E. Falck, ambasciatore [165] d'Olanda in Londra; e il Michelet, raccomandato[566] al Vieusseux dall'Edwards perché gli facesse conoscere gli amici del gabinetto; e Augusto Platen, con molte lodi presentato[567] da Niccolò Puccini. I quali stranieri ho qui voluto rammentare per primi, come testimonianza piú autorevole e della fama e del valore che il Vieusseux seppe dare a quelle sue radunanze; le quali, siccome ottenute per merito solo di lui, furono e resteranno sempre splendido, ma non facilmente imitabile, esempio di cordiale ospitalità del pensiero.

E che solo da lui provenisse e dalle qualità sue singolari il valore di quelle adunanze, e la possibilità stessa del numerare a sé d'intorno i compagni suoi di lavoro e altri uomini molti di varî paesi, ne fa fede il ripensare che Saverio Baldacchini affermava[568], parlando del Progresso, che “solamente di rado poté ottenersi che i principali suoi compilatori convenissero insieme„; lo dimostra il paragone delle riunioni del Vieusseux con quelle e prima e poi tenute in altri paesi. Gentile senza affettazione (cosa ignorata dai piú del cosí detto mondo elegante), e sapendo secondo i casi prevenire ed essere riservato, a giovani e a vecchi, noti che fossero o ignoti, faceva accoglienza conveniente. Trattava con dignità affabile e con familiarità rispettosa; pareva che avesse l'istinto di ricevere, [166] di guidare la conversazione; e soprattutto si rivelava abilissimo nel saper mettere ogni nuovo venuto in grado di trovare ben presto nella sua sala un compagno di studî, di gusti, un concittadino, un amico. Parlava non eloquente, ma con urbanità dignitosa, con schiettezza rara a trovarsi in chi tratta molte e diverse persone e cose: e come sapeva avviare e tenere vivi i colloqui, sapeva altresí (pregio piú raro) “tacere; tacere e ascoltare: il silenzio e l'attenzione animando d'un sorriso, ch'era talvolta un giudizio eloquente„.[569] È quindi naturale che queste che erano virtú proprie a lui, e insieme i vantaggi e le comodità ch'egli liberalmente sapeva offrire nel suo gabinetto, non solo gli conciliassero la stima affettuosa di quanti lo conobbero, ma altri in gran numero invogliassero e a conoscere lui e a ritrovare con lui molti de' proprî amici. Frequente, per salutarlo, veniva da Pisa il Vaccà, che al dire[570] del Montani pareva “piú un distinto guerriero che un celebre professore„: e si era infatti trovato con la guardia nazionale di Parigi alla presa della Bastiglia, e poi a capo di quella di Pisa nella presa di Viareggio: e soleva, ridendo, contare come al professore Corvisart, non anche famoso, la signora Necker volesse vedere su 'l capo una parrucca a tre nodi, perché fosse degno del posto di direttore in uno spedale da lei fondato: ma che il giovine medico non volle accettare il patto, sembrandogli che il rimanere senza posto fosse minor male che il rendersi volontariamente ridicolo. E soventi veniva (finché non si stizzí del giudizio dato dall'Antologia su la sua Monaca) il ponderoso professore Giovanni Rosini, che il Pacchiani mordacemente [167] chiamava[571] “il monacone di Monza„; il Rosini che non nominava mai l'Alfieri senza chiamarlo conte, né il Monti senza chiamarlo cavaliere, né il Condorcet senza chiamarlo marchese; pieno di sé e delle sue mani bellissime[572]. A quelle adunanze intervennero il predicatore Giuseppe Barbieri, e Carlo Troya[573], che lavorava allora su 'l famoso Veltro dantesco, e il prof. Giacomo Tommasini di Bologna: intervennero il Guerrazzi, che vi apprendeva[574] “a pesare, comecchè giovine, ognuno„; e Alberto Nota[575], e il traduttore di Sofocle e d'Eschilo, Felice Bellotti[576].

E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in contemplazione„ [168] del quale fu fatta[578] un'adunanza che riuscí “numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo dell'arcadico — come lo definiva[581] il Vieusseux — il bello ideale di quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale confessava[582] che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non pubblicare “per rispetto al pudore„[583].

Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala, come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e divertente [169] degli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co' suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva vivacemente ripetere[586] che avrebbe assai di buon grado patteggiato co 'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo, “disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588], atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e adirarsi[589] con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in previsione della morte tribolare[590] il Niccolini perché nel fargli l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591] “il piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore Poerio, uscito or ora stanco da una casa da [170] giuoco. Vedo il Forti, che discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il toscano non c'è divario d'eleganza„[592].

Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città — scriveva[593] nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale, meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594] che Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro Manzoni?[595] La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe accolto da lui.

È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni compare in quella sala; tutti lo accolgono [171] con grandi ovazioni, e tutti gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda, ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de' principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.

[172]

***

Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio — diceva[596] il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede, tour à tour piacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna (non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„ Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598] “piú cara di qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o apparizioni fugaci, parve[599] in un certo tempo al Vieusseux che fosse divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze nel palazzo Buondelmonti preferiva talvolta [173] restarsene in casa “colla sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601] il Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone che noi amiamo e stimiamo!„. Egli però sapeva richiamare ben presto gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima, allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.

Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte; piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante: “ricordatevi — scriveva[602] agli amici il Giordani in una breve corsa alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux — sospirava[603] — non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli — scriveva[604] lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suo club dei sabati„: [174] e il Leopardi affermava[605] ch'egli non vedeva altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le lagrime agli occhi — scriveva[606] al Vieusseux — quando mi ricordo di voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito — egli diceva[607] — or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„. Rimpiangeva[608] Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove altre volte in lieta e scelta compagnia aveva passato alcune serate, le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu felice — scriveva[609] al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad entrambi. “Il buon [175] Vieusseux! — esclamava[610] — Quanto e con quanta gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.

Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611] a' suoi cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata, meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'Antologia è fatta parola[612] di una gita a Meleto, e di un'altra[613] al monte Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614] una visita co 'l Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615] il Pieri — “veramente [176] assai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa d'Albany che riceveva, adorna del suo “gran fichu di linon alla Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati, distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente paragonabile, devo, risalendo con la memoria [177] a una piú antica Firenze, ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera: devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera si adunavano nel Caffé Fiorio da prima, e poi nel Caffé di Piemonte, disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617]; ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una fucina, per breve tempo si preparò il Conciliatore, e tutte vi arsero le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e gl'intendimenti civili.

“In questa sera veramente invernale — scriveva[618] Mario Pieri — che bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini, ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de' libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica, si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la stampa gli articoli [178] suoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima della versione della Pulzella d'Orléans, “grazioso lavoro e tutto naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come latinamente dovesse dirsi Gonfaloniere, essendo l'ora già tarda il Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620] dell'Antologia. Racconta[621] il Capponi, che solo a porre in carta ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie del Colletta, e dell'Antologia, sarebbe stata la piú efficace delle sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva, Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli contro questo epigramma[623]:

In ogni opera sua vero ed espresso

Sempre il buon dipintor pinge sé stesso.

Vedete un poco il professor Rosini

Come dipinge i birri e i birichini.

[179] Né io già dico che in quelle riunioni tutto fosse utile quello che ciascuno diceva, né che in tutti i colloqui si trovasse materia da apprendere. Forse non altro che diletto poteva ritrarsi dal sentire Angelica Palli (la sola donna cui dal Vieusseux fu concesso una volta prendere parte a quelle adunanze, e che l'Antologia giudicò[624] “il piú bell'ornamento„ dell'accademia di Livorno), dal sentire, dico, la Palli improvvisare[625] prima in versi sciolti italiani una scena tra Ippolito e Fedra, e un'altra poi in alessandrini francesi tra Enea e Didone. Certo non utile grande potevasi ricavare dal sentire alcune terzine del Pacchiani in morte del granduca, o un discorso umoristico del Niccolini su la difesa di Erode, e uno del De Potter su San Francesco, e un altro del Cioni su San Domenico. E il conte Pagani Cesa che, non contento una sera di avere letto, incitatovi dal Mustoxidi, un suo scherzo poetico intitolato l'amore cappuccino, volle anche recitare un suo poema sopra un fatto scandaloso di una fanciulla veneta, che trovandosi in un monastero aveva a tutte le monacelle fatto un certo lavoro, che qui non posso ridire; fu a poco a poco abbandonato da tutti. Ed era in dodici canti quel poema: roba, dice[626] il Pieri, “da far morire di noia un povero cristiano„.

Tutto questo, che il Vieusseux doveva a malincuore bensí, ma pur qualche volta tollerare, tutto questo non [180] era granché bello, né molto istruttivo per certo. Pure, in un certo senso, giovava: giovava, non foss'altro, a disamorare da certe cose, e a far in tutti sentire il bisogno di altre civili e morali, dove potessero con maggiore utilità propria e comune piú degnamente esercitare l'ingegno. Vi fu un tempo, ad esempio, in cui ogni domenica molte ore spendevano nella lettura[627] di varî canti della Divina Commedia: e questo ritorno al Poeta italiano ha tale significazione civile e morale, che certo non può essere da storico non leggiero dimenticata.

Chi potrebbe ridire i discorsi gravi, animati, su 'l bonificamento delle maremme, su le scuole di mutuo insegnamento, su' metodi varî di educazione, su' varî progressi dell'agricoltura; chi le discussioni, e i propositi, e le speranze, quando dal Mayer ritornante dalla Germania, dal Benci ritornante dalle sponde della Senna e del Reno, o da qualche altro venuto di fresco da lontane regioni, si apprendevano assai cose nuove, e nuovi e dolorosi confronti sorgevano spontanei nel cuore di ognuno? Ragionavano — dice[628] il Pieri — “di cose piccole, e grandi, e grandissime, senza nessun timore della Polizia„: e certo da lontano erano vigilati, secondo il costume toscano. Si diceva bensí in un rapporto[629], che nel gabinetto Vieusseux era stato veduto un rame rappresentante tutti i sovrani principali d'Europa stretti insieme da un imbasamento su la testa, su cui pesava la statua della costituzione; del qual rame era padrone il Capponi, che lo aveva per vie segrete ricevuto dall'estero: ma i birri toscani giravano intorno a quel gabinetto come lupi a presepi, senza [181] avere l'ardire di entrare: né mai osarono imporre al Vieusseux, come in Venezia al Missiaglia, l'obbligo di “tener sempre aperta la porta d'ingresso nell'orario stabilito„[630]; né mai giunsero al punto che in Verona, dove il gabinetto era stato nel 1821 legalmente riconosciuto dal governo co 'l patto che le adunanze “fossero sempre sotto la presidenza di un delegato politico„[631].

In quella sala, senza nessun timore potevano liberamente parlare di tutte quelle cose di cui non era possibile nel giornale. Parlavano — un amico del Vieusseux lo assicura[632], che dell'ipocrita amicizia si valse per essere spia — parlavano di materie “politiche o letterarie, o di arti o di altre, ma sempre applicate alla promozione del liberalismo, e non di rado mettendosi a rigoroso scrutinio la condotta de' principi e loro ministri„: discutevano su “la necessità di eccitare in Italia lo spirito di associazione„; e si proponevano fare quanto era in loro potere per “illuminare il popolo, e prepararlo a gustare i benefici effetti di un regime costituzionale„. Cosí essi venivano fecondando nel suolo toscano i germi di quella nuova scuola del liberalismo, nemica alle congiure e alle rivoluzioni violente; meno splendida forse, ma piú costante e meglio assicurata; forte del sapere con prudenza aspettare, perseverantemente operando, e ferma nel credere che [182] la grande impresa dell'indipendenza italiana non era da tentare senza prima avere conseguito il miglioramento morale del popolo, e l'armonia de' propositi, e la fermezza de' voleri.

Ben disse quella spia nel giudicare il Vieusseux “centro del liberalismo di tutta Firenze„: ma non di sola Firenze. Nella sua casa — afferma[633] il Guerrazzi — “l'eletta degli uomini divini, i quali levarono in mezzo a tutti i popoli la fiaccola della libertà, si stringevano le mani e baciavansi in volto„. Lí essi pensavano a distruggere tanti errori, lí a creare tanti strumenti di civiltà: e vi crescevano i sogni generosi, e calde vi rinverdivano le speranze. Era un'oasi ridente tra i silenzi del deserto, una piccola Italia libera in mezzo alla schiavitú della grande Italia. E quegl'Italiani e stranieri di nome, ma di cuori e sensi italiani, che lí si accoglievano, mettendosi in corrispondenza co 'l Vieusseux portavano tutti, per ciò che concerne il giornale, il loro contributo d'informazioni[634]. Cosí il Vieusseux riusciva da tutte le parti d'Italia e di fuori ad avere notizie su lo stato intellettuale ed economico, su' varî progressi, su' desiderî fuor di Toscana: e tutto ciò era messe feconda che arricchiva l'Antologia. Ma ciò che è piú, e che piú importa, per questi contatti amichevoli, per queste relazioni intellettuali, si formava via via una catena di propositi e di speranze, che inanellandosi insieme diffondevano in parti lontane e comunicavano tra parti divise l'idea della patria.

[183]

Cap. IV.
Il contenuto dell'Antologia

Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche. — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. — Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.

Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo ora all'insieme dell'opera.

Secondo il desiderio[635] del Vieusseux, che gli articoli fossero rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse lo scopo dell'Antologia, alle cose d'erudizione questa non mirò di proposito. Deplorava[636] anzi il De Potter, scrivendo nell'Antologia, [184] “l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta animati„. E il Vieusseux concedeva[637] che una medaglia, un sonetto, un sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.

Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca del giornale pisano e dell'Arcadico di Roma; di cose d'erudizione l'Antologia è ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano l'Antologia gli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa operoso Giovan Battista Zannoni, nell'Antologia onorato piú volte dal Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639] all'Antologia: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale fiorentino rammenta[640] com'egli notasse che fino dal 1480 in luogo [185] acconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641] e sanscritiche[642] ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644] Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645] de' Greci Enrico Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647] e il Montani[648]; e della greca poesia, a proposito de' canti popolari[649] raccolti dal Fauriel, Luigi Ciampolini, lodato[650] pe 'l suo commentario delle guerre di Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte nell'Antologia Sebastiano Ciampi, che vi annunciò[651] la sua opera su le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso discopritore di testi inediti a sue spese stampati. [186] Né tacque l'Antologia, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657], uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron, lodato[658] dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal Valeri[659] per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di lui su' papiri greci, illustra[660] in tre lettere le leggi egiziane Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

***

Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologia le cose filologiche: anzi, le prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661] che il giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662] il Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi filosofica — senza [187] risalire ai principî ideologici, tutte le dispute intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa chiamata[664] “lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati disdegni invelenivano in odio; non poteva l'Antologia consentire. E ad abbattere l'edificio della Proposta scrisse[665] nell'Antologia Giuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„ che, spesso obliate nella Proposta, non dovrebbero mai disgiungersi nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri — diceva[666] — le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre la Biblioteca italiana con acri parole asseriva[667], che “il vanto de' Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da' ragionamenti e da' fatti, dalla [188] filosofia e dalla storia„; pacatamente Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669] “meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e dell'arte; affermava[671] che la nostra lingua dovevasi “nella massima parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'Antologia è da lui[672] contro le accuse del Monti, e dal Botta[673] contro quelle della Morgan, e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani avvertiva[675] che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„. Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del Montani, e piú spesso dell'accademico Francesco [189] Poggi[676], ampi resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero non impedí che nell'Antologia si riconoscessero[677] i pregi veri del Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nella Proposta, dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'Antologia definito le questioni su la lingua, può essere prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il Vieusseux esprimeva[680] il desiderio ben fermo che tali questioni non dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre una [190] sola famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'Antologia: “I nostri posteri — scriveva[681] il Niccolini — chiederanno quale utile abbia tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682] che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683] il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fra Monna Proposta e il vero Ser Frullone„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava le dispute su la lingua per affermare[685] ancora una volta, che “una e unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del vero e carità pia della patria, furono nell'Antologia trattate le questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo il Tommaséo voleva[686] che Italiana si chiamasse la lingua, perché tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti altri [191] toscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non altro nome potesse darsi se non d'Italiana.

Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità; l'Antologia (anche nelle cose di lingua come in tutte le altre aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de' puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688] meritate Prospero Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo, molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia, che in una orazione scriveva sempre lustri, quasi sdegnoso di adoperare il vocabolo anni; “lustri certamente è un illustre vocabolo — diceva[689] il Tommaséo — ma né anche anni, poi, non mi pare una parola oscena„. E se l'Antologia con rara imparzialità loda[690] nel Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691] di Giuseppe Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepe [192] nell'affermare[692] con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però l'Antologia fu tutta volta a propugnare[693] l'uso di una lingua non morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste parole[694] di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.

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Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo insieme, l'Antologia: romantica, non ostante i pochi scritti del Botta, non ostante gli sdegni[695] del Niccolini contro gli ammiratori del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che definiva[696] il romanticismo [193] “una novità di forma contraria al vero bello delle lettere, delle arti, della poesia„.

Ma se l'Antologia nella sua vita non breve ebbe difesa la libertà dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697] — da uomini che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si giudichino le opere da sé — diceva[698] il Tommaséo — senza badare a qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí l'Antologia poteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700] il Buondelmonte del Fores, come anni innanzi nel Conciliatore il Berchet la Narcisa. Affermava[701] infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il Forti[702] e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]: “vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„. Affermava[705] il Montani, [194] proscrivere bensí il romanticismo ogni servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora, avvertiva[706] al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il Benci, notando[707] come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose, sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.

Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708] che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “un ricettario tragico infallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il Montani, prendendo in esame[709] la non meno famosa lettera del Manzoni al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco, ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E rintuzzando[710] la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si compiaceva[711] che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti, avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico si potesse dire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegni [195] di giornale francese, il quale facendo notare[712] che il Montani credeva essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche dettaglio storico nuovo se non esatto„.

Come nell'Antologia fu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era detta[713] “un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714] nel giornale, recando in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715] di nuovo il Montani a difendere l'audace scuola assalita; affermando che neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era, di far notare[716] a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi di poeta sí grande non era prudente [196] consiglio. Sorse tuttavia lo Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718] a reggere il trono della mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli chiamava[719] “predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si stizzí[720] co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata “agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che il popolo manda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda, quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'Antologia, dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della letteratura. Non dissimile in questo dal milanese Conciliatore, il giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera l'Antologia rendeva[722] onore a quei “romantici screditati, che parlavano.... [197] nel Conciliatore di riforma del teatro..., della lirica e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'espressione della società„. Voleva[723] il Montani, che la letteratura significasse “non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724] che cosa di massima importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo, al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni offesa alla morale o civile o domestica„.

Non classica dunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire, volevano gli scrittori dell'Antologia la nuova letteratura; o come il Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendo tutta italiana, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo egli nell'Antologia si doleva[726] co 'l Benci, che troppo in Italia quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove avvertiva[727], che se lo [198] studio dell'arte greca e romana e italiana molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo studio vero dell'arte straniera.

A lungo parlò[728] egli delle memorie del Goethe; e in una serie di lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a' grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„, raccomandava[729] il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730] che l'Antologia rappresentasse all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere: e nell'Antologia infatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne recano[731] alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732] Michele Leoni delle tragedie di Byron: dà[733] saggi il Montani della traduzione del Prigioniero di Chillon, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734] l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio l'indagine profonda del cuore [199] umano: e altrove il Leoni reca[735] tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736] Camillo Ugoni all'Antologia ragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo: diede[737] Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e ampiamente il Montani discorre[738] del Villemain, udendo una lezione del quale il Lampredi confessava[739] che nell'antica Sorbona per piú di un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'Antologia dello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740] “una mirabile vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori del Journal des savants; e in nominarlo una volta, per commento aggiungevano[741] al nome: “intelligenti pauca„. Ha[742] l'Antologia notizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743] della russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse avvertire[744] “lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si diffonde da quelle gelide regioni„.

[200] Bene dunque può dirsi che l'Antologia, nel rendere onore a' grandi ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745] dell'Hernani, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746] che in Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nel Fausto fare un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.

Ma se l'Antologia fu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo degli imitatori servili fu sempre nemica l'Antologia: e quando (per citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli imitatori legge davvero; derise[747] il Tommaséo l'anonimo autore di un romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dalla Divina Commedia: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe: Non uomo, uomo già fui„; e cosí via di séguito, con finissima arguzia.

Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande arte straniera propugnava [201] l'Antologia: “Non imitiamo i Tedeschi — scriveva[748] il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria, ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.

Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse l'Antologia di correre dietro alle servilità forestiere, le lodi da essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori. Affermava[749] lo stesso Vieusseux essere vanto dell'Antologia dimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'Antologia reso[750] al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le lodi concesse[751] da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto rappigli il poco, dirò solo di Dante.

[202] Assentiva il Monti, che nell'Antologia vedesser la luce due lettere sue[752] intorno alla questione, dal Valeriani ben detta magra, sorta fra varî su l'intelligenza del verso: poscia piú che il dolor poté il digiuno: e di cose dantesche scrisse nell'Antologia Carlo Witte, il quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753] l'insufficienza di ciò che intorno alla Commedia e alle altre opere del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse il Cioni piú volte una rivista dantesca[754], promessa dal Giordani che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'Antologia, “abituale indolenza„: vi diede[755] il Tommaséo saggi di quel suo, quasi per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [Dante] non altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.

Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'Antologia, è da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studî [203] nuovi qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756] l'Antologia, che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757] che anco delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„. Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758] il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere della Divina Commedia„. E quando il Nuovo giornale dei letterati ebbe a dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi privatamente scrisse[760] al direttore di quel giornale, dichiarando cessata la sua associazione; ma nell'Antologia con una lettera al Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo studio delle opere di Dante — egli scriveva[761] — è sí necessario, che se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.

[204] Cosí appunto l'Antologia serbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe' nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera, voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti, nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.

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È dunque naturale che l'Antologia mirando nelle cose letterarie piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763] bensí il suo direttore, che volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori del Conciliatore, i quali pensavano[764] che piú che dilettare era necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe meditazioni.

Di scritti ameni infatti può l'Antologia numerare [205] solo una descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766] delle cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle Tiberina: una prosa[767] del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e due[768] del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769] del Borrini, in vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di Cristo: la cantica[770] del Niccolini, la Pietà, ch'egli diceva scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771] dell'epistola ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della sua Iliade italiana diede[772] Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773] di Teocrito e delle odi[774] di Pindaro; di non poche delle quali via via il Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha l'Antologia un sermone[776] e un'ode[777] di Giovanni Paradisi; un'ode[778] del Monti, e un carme[779] del Lamartine: nel recare i versi del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra. [206] E al Vieusseux il poeta francese mostravasi[780] grato di quella nota “letterariamente lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.

Altri versi non ha l'Antologia: e per le stesse ragioni dette riguardo a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781] le melodie di Paisello e di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo paragonato[782] al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete fece[783] al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784] il Franceschini; rispose[785] il Benci, riportando le lodi date al Rossini dallo Stendhal.

[207] Scritti migliori e piú frequenti ha l'Antologia, che toccano di pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786] a Gino Capponi una lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787] del distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788] su le arti belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789] “difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790] della pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791] in ridicolo dalla Biblioteca italiana, imaginando che Raffaello da Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792] il marchese Ridolfi intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.

Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che nell'Antologia Leopoldo Nobili espose[793] i suoi tentativi, dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i metalli, da lui chiamato metallocromia: e di certe pratiche nuove per dipingere ad olio, loda[794] Melchior Missirini Marianna [208] Pascoli Angeli. Prima l'Antologia agli studiosi additava[795] un dipinto di Giulio Romano; primo il Montani parlava[796] di una tavola di Leonardo, agli studiosi nota solo di nome. E l'Antologia fa[797] le lodi di Pietro Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco, morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799] l'animo buono di lui, dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.

Per ciò che riguarda la scultura, sono da rammentare soltanto le pagine[800] del Niccolini su Michelangelo, e due scritti del Giordani: l'uno[801] su la Psiche del Tenerani, l'altro[802] su la Carità del Bartolini: diretto quest'ultimo scritto all'amico Cicognara, il quale per la fusione in bronzo del gruppo della Pietà canoviano rende[803] onore a Bartolomeo Ferrari.

Di cose di architettura ha l'Antologia uno scritto[804] dell'ingegnere Rodolfo Castinelli intorno al restaurato palazzo Spini; a proposito del quale, discorre di [209] uno stile architettonico, da lui notato in Firenze, che egli chiama repubblicano. E nel parlare di varî generi d'architettura, non so chi nell'Antologia si sdegna[805] della “prosaica monotonia„, e della “gretta ed inelegante mondezza„ delle costruzioni moderne; sperando per opera di artisti valenti abbelliti i passeggi, le contrade, le piazze, le case. I quali scritti, da me fin qui ricordati, possono ben dimostrare, che se le cose spettanti l'arte non ebbero mai nell'Antologia il primo posto, non furono però trascurate del tutto, né svogliatamente trattate. Lo stesso Vieusseux, prima che iniziasse il giornale, poneva[806] a disposizione degli artisti il secondo piano della sua casa perché vi esponessero le loro opere d'arte: e delle esposizioni annuali tenute in Firenze e in altre parti d'Italia, piú volte nell'Antologia è data[807] notizia; e cosí pure delle varie accademie nostre e straniere di belle arti. Nel parlare delle quali, saggiamente il Cicognara avvertiva[808] che esse, piuttosto che utili, dannose sono allo scopo per cui si creano, e che senza [210] il loro concorso fiorirono gli artisti piú grandi. E discorrendo di certi artisti venuti fuori dalle accademie di second'ordine, “quante mediocrità — esclamava[809] un anonimo — destinate a patire nel mondo, ad avvilirsi per vivere; quanti ingegni rapiti ai mestieri utili!„.

Ma queste osservazioni non impedirono tuttavia che nel giornale fiorentino si lodasse[810] l'accademia di belle arti nel 1827 fondata in Ravenna dal conte Alessandro Cappi e da monsignore Lavinio de' Medici; non impedirono che nell'Antologia si ammirasse la grande arte e si lodassero, come si è visto, gli artisti veri. E in essa uno scrittore con animo “veramente amareggiato„ veniva notando[811] i guasti prodotti dagli anni, e piú dalla negligenza, in certi tabernacoli di Firenze: delle quali amarezze, se quello scrittore potesse oggi vedere l'Italia, non troverebbe per vero motivi da confortarsi di troppo.

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Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologia gli argomenti di scienza, secondo i desiderî del Direttore e lo scopo al quale in ogni cosa mirava, trattati non tanto in sé e per sé espressamente (ché altri giornali in Italia erano a ciò destinati), quanto rispetto alle utili applicazioni che ne' diversi rami dell'industria se ne potevano trarre in vantaggio del popolo, e in preparazione del suo morale e materiale progresso. E per dire anzi tutto delle scienze mediche, piú volte l'Antologia propugnava l'uso della vaccinazione; e in essa Cesare Lucchesini proponeva[812] non doversi ammettere nelle [211] scuole di mutuo insegnamento i fanciulli a' quali non fosse stato innestato il vaiuolo. Degli studî dell'Edwards su' caratteri fisiologici delle razze umane, e della scoperta di Girolamo Segato, di pietrificare i preparati anatomici, l'Antologia dà notizia[813]: e del magnetismo animale, e dell'opera del Puccinotti su le febbri intermittenti, discorre[814] il dottore Emmanuele Basevi, il quale proponeva[815] cosa che non so di quanti medici oggi troverebbe l'assenso: proponeva che di tanto in tanto subissero esami tendenti a rendere conto della loro cultura ne' progressi teorici della scienza, e del modo con che si comportano nel metterli in pratica. De' risultati dell'adunanze tenute dalla Società medica fiorentina, regolarmente l'Antologia ragguagliava i lettori: né mancano ad essa scritti[816] del Magheri né del professore Pietro Betti.

Per ciò che piú propriamente riguarda la storia della medicina, ha, pubblicato dal Capponi, uno scritto[817] inedito di Antonio Cocchi, decoro della medicina toscana, sopra Asclepiade; del quale è detto, tra l'altre cose, alcunché di simile concepisse alla stessa attrazione newtoniana. Ed ha un elogio[818] del grande anatomico Paolo Mascagni, nome caro a' Toscani ancor esso.

Di un altro grande nella scienza anatomica, di Antonio Scarpa, ammiratore intelligente dell'arte, il [212] nome è ricordato[819] a proposito di un elmo di ferro: ma non so quanto di vero sia in quella “fredda durezza del cuore„ rimproveratagli[820] dal Tommaséo: questo so, che Giovanni Bell nel passare da Pavia diceva[821] che mai non gli uscirebbe dall'anima quella tanta dolcezza che vi aveva instillata la conoscenza di lui. Parlando del quale, il Libri racconta[822] che nel momento dell'invasione francese non volle lo Scarpa giurare fedeltà al nuovo governo; per il che fu deposto dalla cattedra: e racconta come Napoleone, venuto qualch'anno dopo a incoronarsi in Milano, visitando l'università di Pavia e conosciutivi i professori, chiedesse dello Scarpa: gli dissero la cosa; “Eh, che importano, — rispose — il giuramento e le opinioni politiche? Scarpa onora l'Università ed il mio Stato„. Nel che il grandissimo despota mostravasi in verità assai meno illiberale di certi ministri dell'istruzione pubblica.

Nell'Antologia scrisse, tra gli altri, il dottore Luca Stulli, il quale in uno de' suoi scritti ragiona[823] di un modo singolarissimo con grande fiducia usato dagli abitanti del villaggio di Lastra, nell'Erzegovina, per guarire dalla pleurite: legano a un palo il malato, coperto di un panno inzuppato d'acqua diaccia, e il palo collocano tra due fuochi, girandolo a guisa di spiedo finché il panno sia asciutto; e la cura è finita. Ma senza andare tra' Turchi, nell'Antologia si assicura[824] che nel 1830, nell'ospedale di Genova amministrato da una giunta di nobili e di negozianti, a' giovani [213] chirurghi fosse vietato l'assistere a' parti per istruirsi nell'ostetricia: e al visitatore che dimandava come potessero essi istruirsi in quel ramo di scienza importante, un giovine assistente rispondesse: “imparano il tutto sulla macchina: e quando sono invocati, operano come sanno. Del rimanente le donne fanno loro„. Sistema cotesto non so quanto scientifico, e del quale non so quante donne potessero dirsi contente.

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Per dire ora di ciò che tocca le altre parti della scienza, prometteva[825] il Vieusseux, per meglio ragguagliarne i lettori, trattazione di queste piú ampia nel suo giornale: e nell'ottobre, infatti, del '23 cominciò[826] pubblicare un bullettino scientifico valentemente compilato dal Gazzeri, cui fornivano materia l'Antinori ed il Nesti, il Pagnozzi, il Raddi, il Repetti, e piú specialmente il Ridolfi, il Libri e il Tartini: bullettino dove gli studiosi trovavano sollecita e concisa notizia d'ogni cosa importante. Rammenta sempre l'Antologia i lavori dell'Accademia di scienze di Torino e quelli della Gioenia di Catania: e nell'Antologia Giuliano Frullani espose[827] una formula nuova per rappresentare le coordinate de' pianeti nel moto ellittico; formula che ebbe le lodi del celebre Poisson. Diede[828] l'Antologia a suo tempo notizia dell'avere il Padre Inghirami tra' primi in Europa osservata la cometa comparsa nel gennaio del '22, che fu “la prima regolarmente e con opportuni mezzi osservata in Firenze„: [214] e di comete parla[829] egli stesso, il Padre Inghirami, scrivendo lodi sentite di quel Luigi Pons, che, ignoto custode dell'osservatorio di Marsiglia, si rese poi celebre meritamente. Del Padre Inghirami comparve[830] anche un saggio notevole di livellazione geometrica della Toscana; e del Volta una lettera[831] su la tanto discussa invenzione de' paragrandini. Nell'Antologia si ragiona[832] delle ipotesi del conte Paoli di Pesaro su 'l moto molecolare de' solidi: Silvestro Gherardi vi parla[833] di alcune esperienze su le nuove correnti e le scintille magneto-elettriche; e delle sue esperienze[834] su l'elettricità de' raggi solari, Carlo Matteucci; come delle loro ricerche[835] sopra le forze elettro-magnetiche, il Nobili e l'Antinori, difesi[836] entrambi dal Gazzeri contro un giornale inglese, che negava loro la priorità di certe scoperte, tempo innanzi spontaneamente riconosciuta. Al quale Gazzeri, Luigi Napoleone Bonaparte indirizza due lettere[837] intorno alla direzione degli aereostati: e Carlo Luciano parla[838] di una nuova specie di uccello di Cuba, da lui chiamato Ramphocelus Passerinii, in onore al benemerito zoologo italiano; parla[839] delle variazioni a cui, come certi deputati, vanno soggette certe farfalle. Né all'Antologia manca il nome di Paolo Savi, di cui si [215] annunciava[840] aver egli scoperto un nuovo genere di salamandra e di talpa; né quello del Raddi, il quale discorre[841] di nuove specie di piante trovate da lui nel Brasile: e in essa il Repetti loda[842] il tipografo Marsigli dell'avere iniziato la pubblicazione degli Annali di Storia Naturale per maggiormente diffondere questa scienza.

Ma perché meglio si veda quanto in vantaggio della scienza, e insieme della concordia italiana, il Vieusseux si adoprasse, è qui da rammentare che essendo cessati il Giornale di chimica, fisica e storia naturale di Pavia, e la Corrispondenza astronomica del barone di Zach, progettava[843] egli nel 1828 una raccolta periodica trimestrale “eminentemente italiana„, e consacrata tutta alle scienze esatte e naturali: la quale, mutando aspetto all'Antologia, che si rivolgerebbe intera alla letteratura e alle scienze morali, filosofiche, storiche ed economiche, creasse in Firenze un centro scientifico, e fosse la vera espressione di ciò che in Italia si veniva facendo o si sperava di fare. Che se il progetto del Vieusseux non ebbe poi compimento, non fu certo colpa di sua negligenza. Con vero dolore annunciava[844] egli che “due soli associati fuor di Toscana.... e sei soli soscrittori„ avesse trovato alla nuova impresa: con dolore affermava dovere ricorrere a' giornali stranieri per annunciare i progressi da' dotti italiani fatti fare alle scienze.

Ma non negava egli stesso, piú tardi, le sue lodi[845] agli Annali delle Scienze del regno Lombardo-Veneto; né si doleva che al suo progetto da' compilatori di [216] quel giornale neppur si accennasse: avido egli non già di lode, ma solo di fare il bene, e pago egualmente che il suo pensiero fosse da altri mandato in parte ad esecuzione.

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Tra' varî rami della scienza, l'Antologia mirò piú di proposito agli studî d'agraria; i quali come che piú direttamente rivolti a maggior numero di persone, e di utile piú immediato, ebbero in essa trattazione piú ampia. Fin dai primordi del giornale chiedeva[846] il Vieusseux agli agricoltori toscani comunicassero i risultati delle loro esperienze; chiedeva all'accademia de' Georgofili e otteneva facoltà di rendere, con ragguagli compilati dal Gazzeri, mensilmente conto de' suoi lavori. Nell'Antologia il dottor Pietro Balbiani espose[847] le sue ricerche per allontanare con mezzi nuovi da' grandi oliveti gl'insetti dannosi: e primo il Montani con vero compiacimento annunciava[848] essersi fatto in Milano un progetto di società di assicurazione contro tutti i danni a cui possono accidentalmente andare soggette le campagne. Cosimo Ridolfi parlava[849] dell'utilità di introdurre nelle campagne il seminatore del Fellemberg; e Ferdinando Tartini Salvatici con diligenza descriveva[850] i varî strumenti da' contadini usati in Iscozia. Cose notevoli dice[851] Gino Capponi là dove, parlando dello stato economico della Toscana, dimostra le condizioni de' contadini in essa meno che altrove [217] infelici per l'uso della mezzeria: e il Del Rosso proponeva[852] che, a imitazione dell'Olanda, volgesse l'Italia all'agricoltura i suoi poveri; all'agricoltura, dal generale Colletta chiamata[853] “unica vena di ricchezza in Italia„.

Né solo allo sviluppo e al perfezionamento di questa mirava l'Antologia, ma altresí e piú ancora, al miglioramento morale de' proprietarî e de' coltivatori: del quale proposito il Forti loda[854] l'accademia agraria di Pesaro, fondata nel 1828 e diretta dal cardinale Bertazzoli. E a divulgare insieme con l'istruzione delle pratiche agrarie l'educazione negli abitanti della campagna, pensava il Vieusseux un giornale che de' contadini si intitolasse. Chiese[855] egli infatti nel '25 al granduca licenza di stamparlo, e insieme per tre anni un sussidio modesto: e il Bernardini, chiamato a darne il parere, giudicava[856] “utilissimo l'assunto del signor Vieusseux, e degno di essere incoraggiato„. Ma non è da tacere che forse la prima idea venne al Benci, il quale scrivendo al Mayer proponeva[857], in mancanza di libri, un giornale compilato per uso degli artigiani e de' contadini. Spetta a ogni modo al Vieusseux il merito d'avere creato il Giornale Agrario, del [218] quale il Lambruschini discorre[858] in due articoli che onorano l'Antologia e chi li scrisse. E al Lambruschini Cosimo Ridolfi e Lapo de' Ricci furono in quell'impresa colleghi degni e operosi. Mensilmente nella villa or dell'uno or dell'altro si adunavano essi per rivedere i materiali di ciascun fascicolo, per intendersi, illuminarsi a vicenda: e di una di queste adunanze, tenuta in Meleto, l'Antologia fa parola[859], recando versi inspirati a Giuseppe Barbieri.

Cosí l'Antologia veniva via via destando quell'amore alla terra feconda, pe 'l quale uomini di antiche e cospicue famiglie con l'esempio e con la parola si facevano maestri a' lavoratori de' campi; quell'amore che di lí a poco animava il conte di Cavour, e spingeva il barone Ricasoli a chiudere nella cerchia feudale del suo castello di Brolio non piú veltri e falconi, ma filugelli e macchine, e tutti i doni di una civiltà non corrotta né corruttrice.

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Come negli argomenti di scienza l'Antologia, meglio che alle aride discussioni utili a piccolo numero di persone, provvide a divulgare quelle verità e quelle cognizioni giovevoli a maggior numero di lettori; cosí, meglio che a' versi mediocri e alle inezie letterarie, si rivolse agli studî utili e alle severe meditazioni. Fin dal principio infatti il Vieusseux fece luogo nel suo giornale alle scienze geografiche, lamentando[860] che queste non facessero parte in Italia, come altrove, di un'educazione accurata: e tempo innanzi il Montani si [219] doleva[861] che cosí poco fossero da noi coltivate, che il Pagnozzi, esauriti i suoi mezzi pecuniari per dare alla luce il primo volume della sua Geografia moderna universale, non potette in Firenze trovare un editore che ne desse un'edizione a suo conto.

Per ridestare adunque l'amore di questo ramo di scienza importante, ha l'Antologia, specialmente ne' primi tempi, relazioni ampie di viaggi: e parecchie furono in essa le pagine consacrate a descrivere le faticose escursioni attraverso le sabbie ardenti dell'Africa, e alle ancora piú audaci spedizioni ne' ghiacci polari. Ha l'Antologia una lettera[862] di Giambattista Brocchi, diretta al fratello da Khartem nel Sennaar, poco innanzi morisse: ha notizie[863] diffuse de' viaggi e delle scoperte in Egitto di Giambattista Belzoni: e in essa è con lode ricordato[864] il Beltrami, ricercatore fortunato delle sorgenti del Missisipí. Pubblica il Ciampi, occupato in ricerche sarmatiche, un documento[865] comprovante doversi la scoperta delle isole Canarie non già agli Spagnuoli nel 1395, ma a navigatori fiorentini e genovesi cinquantaquattro anni innanzi. Loda[866] il Mamiani un giovinetto livornese, che solo e sprovveduto di mezzi, per bramosia di veder mondo penetrava nel Canadà, tra pericoli molti: e il Vieusseux stesso con grande compiacimento annunciava[867] avere un veliero italiano per la prima volta compiuto in novantatrè [220] giorni il tragitto dal Perú all'Italia. Discorre[868] il Pepe del “maritar l'uno oceano con l'altro„ co 'l taglio dell'istmo di Panama; e settant'anni innanzi che la guerra ispano-americana scoppiasse, con l'usato suo stile scriveva[869] “Cuba or ora si agglomererà anch'essa al novello ordine americano: il nuovo sistema planetario d'America l'avvolgerà nelle sue orbite; e rinunzia alla ragione chi spera che le forze centrali di Spagna possano ritenerla a satellite„.

Di cose geografiche frequente discorre nell'Antologia il console del re di Svezia Iacopo Gräberg di Hemso[870], amico al Vieusseux e all'Italia: il quale nel parlare[871] di Tripoli e della Barberia, dice cosa oggi degna che sia ricordata: dice che “la convenienza e la necessità delle relazioni fra l'Italia e la Barberia non possono per un sol momento essere rivocate in dubbio„. Ed esso Gräberg di Hemso fa[872] anche parola delle reggenze barbaresche, affermando dovere queste la vita soltanto alla politica illiberale e disonorevole dell'Europa. A proposito delle quali reggenze l'Antologia fa menzione[873] della proposta di un signore Drovetti, console di Francia in Egitto: di civilizzare l'interno dell'Africa con lo educare annualmente in Parigi un certo numero di giovani negri.

Ma se con grande larghezza il Vieusseux fece luogo nel suo giornale, fino da' primi tempi, a studî su le diverse regioni del mondo e a notizie sollecite di scoperte e di viaggi; piú di proposito intese allo studio della geografia dell'Italia, con rammarico grande notando[874] [221] che i pochi cultori in essa delle scienze geografiche, alle altre regioni piú che alla propria ponessero mente: nel che conveniva il Pagnozzi dolendosi[875] che poco agl'Italiani fosse nota l'Italia. Loda[876] l'Antologia, gli scritti su la Sardegna del Mannu, e quelli del La Marmora; e dice che la Sardegna è uno de' paesi d'Europa men conosciuti: e il Vieusseux stesso la chiama[877] “paese mal noto al resto d'Italia, e che merita d'essere un po' meglio osservato„. Ma altrove il Ciampi si rallegra[878] che anche da scrittori stranieri incominci a studiarsi: e il Cibrario afferma[879] che in essa il popolo è feroce “perché incolto, ma che non è punto corrotto„.

Parla l'Antologia della Corsica (oggi piú straniera all'Italia che settanta anni fa, quando nel suo seno boscoso consolava l'esilio del Benci, del Tommaséo, del Guerrazzi e d'altri molti); e parlando della Corsica, il Montani si duole[880] che poco sia conosciuta, e spera che facendo sua la lingua francese “non vorrà mai rinunciare..... alla bella lingua d'Italia„. Il quale Montani nel dare notizia della Società di geografia fondata in Parigi, già nel '22 proponeva[881] che si formasse in Italia “una società di geografia nazionale„, la quale attendesse alla compilazione di una dotta opera geografica su la Toscana: e nell'ottobre del '23 il Vieusseux presentava[882] al Puccini il progetto di una Società di geografia e storia naturale, che incominciando [222] dalla Toscana facesse oggetto de' suoi studî l'Italia. Del quale progetto il Bernardini chiamato a dare il parere, disapprovando il secondo articolo diceva[883] parergli “un'incongruenza„ che una società di Toscani cercasse “un ricovero nelle stanze di un estero..... che vive tra noi collo spaccio di altrui prodotti letterarî„. Ottenne tuttavia il Vieusseux la chiesta licenza; e nel 1826, creata per opera sua la Società toscana di geografia statistica e storia naturale patria, egli stesso ne dava notizia[884], affermando che la società aveva per iscopo “riunire tutti gli elementi d'una buona descrizione geografica statistica e fisica della Toscana„. Egli stesso del pari loda[885] la carta geometrica della Toscana, opera del Padre Inghirami, e quella del bellunese Girolamo Segato, plaudito altrove[886] da Gräberg di Hemso per quella dell'Africa settentrionale: e loda insieme l'Atlante geografico fisico storico della Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini, tempo innanzi annunciato[887] da Emmanuele Repetti; al Dizionario geografico del quale, nel medesimo scritto il Vieusseux rende onore. Né forse sarebbero, senza gli aiuti e gli incitamenti di lui, alcune di queste opere, in quel tempo e ancor oggi meritamente famose.

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Come gli studî geografici, altresí quelli storici ebbero nell'Antologia un grande sviluppo per opera del Vieusseux: il quale, sollecito di ogni novità buona e [223] feconda, primo rammentava[888] la necessità di far conoscere all'Italia la nuova direzione data in Francia e in Germania allo studio della storia. E al desiderio del Vieusseux sodisfaceva il Capei, primo additando[889] all'Italia gli studî di Niebuhr e quelli[890] del Savigny. E il Forti rende onore[891] al Guizot; e Giuliano Ricci al Michelet[892]; altri al Thierry[893]. Ha l'Antologia scritti frequenti di Luigi Cibrario[894], allora in verità ben lontano dal pensare che re Carlo Alberto lo invierebbe con Domenico Promis a viaggiare mezza Europa in cerca di rarità numismatiche. Allora il Montani gli consigliava[895] lasciare i versi, e volgersi a cose piú utili: e il Cibrario divenne illustratore della storia del Piemonte, cioè italiana, e fu lodato[896] dal Forti.

Ma a dimostrare l'importanza che l'Antologia ebbe negli studî storici, è da rammentare ciò che in essa fu fatto per ridestarne l'amore, e ciò che in loro vantaggio. Si doleva[897] il Forti che fosse in Italia venuto meno quell'ardore nell'investigare e far pubblici gli antichi documenti e le storie inedite, che fu decoro del secolo XVIII: ed egli tra' primi invogliava[898] allo studio delle [224] storie municipali, e come utili all'istruzione de' cittadini, e come documenti preziosi o per convalidare o per novamente discutere i principî delle scienze economiche. Nella quale sentenza conveniva il Montani, il quale non solo desiderava[899] che delle croniche antiche si dessero nuove e piú curate edizioni; ma nel lodare le memorie e i documenti per servire alla storia del ducato di Lucca, opera di varî letterati lucchesi, affermava[900] essere impossibile avere una storia esatta d'Italia se prima non fossero pubblicati i monumenti storici delle particolari provincie. Del che l'Antologia loda piú volte Emmanuele Cicogna: e il Tommaséo augura[901] a ogni città d'Italia raccoglitori o illustratori delle patrie memorie simili a lui.

E per toccare, tra le molte qua e là sparse, di alcune delle idee piú nuove che furono poi fecondissime, rammenterò che molt'anni innanzi che il Tommaséo nell'esilio sconsolato di Francia, per incarico del ministro Thiers ne pubblicasse la raccolta, molt'anni innanzi il Forti ragionava[902] di alcune relazioni d'ambasciatori veneti e toscani e romani; e molto si doleva che per ragioni di Stato, o per consuetudine antica, fosse agli studiosi interdetta tale miniera di documenti ricchissima. Ma a questo riguardo il Vieusseux non taceva, probo com'era, le debite lodi del Piemonte, scrivendo[903] in una noticina a un articolo del Cibrario, che in quella regione i pubblici archivi erano “liberissimamente aperti agli eruditi e agli studiosi di ogni specie„.

Come parte di storia e da' lavori storici, al dire del [225] Tommaséo[904], fatta omai inseparabile, trattazione ampia ebbero nell'Antologia anche gli studî della statistica, della quale il Pepe saluta[905] “inventore„ Giuseppe Maria Galanti. Piú volte, ed a lungo, è tenuto discorso dell'opere dello Smith, del Say, del Malthus, del Sismondi, del Bentham e del Gioia. E a diffondere in Italia l'amore di questa scienza considerata come un nuovo atteggiamento degli studî economici e storici, il Forti dà lode[906] a' compilatori degli Annali di statistica di Milano: e il Montani proponeva[907] per far conoscere i varî bisogni d'Italia e destare l'emulazione, le statistiche delle varie città rinnovate di tempo in tempo.

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La materia però dove piú parte aveva l'indirizzo del Vieusseux, e dove piú chiaro si vede lo scopo del giornale, era l'educazione. E nel dimostrare come il Vieusseux a divulgarla e farne sentire il bisogno mirò con ferma costanza, senza debolezza mai né incertezza; nel dimostrare come l'Antologia molte utili proposte facesse ancora non poste in atto e meditabili tuttavia; e mirando fuori d'Italia, agl'Italiani sollecita offrisse molti esempi di piú parti d'Europa imitabili; mi verrà fatto di dimostrare quanta importanza avesse per questa parte il giornale, e quanto alle intenzioni buone del suo direttore debba la Toscana e l'Italia.

Faceva il Capponi lodi[908] oneste dell'istituto famoso di Hofwil, diretto dal Fellemberg: dava notizia[909] l'Uzielli [226] delle scuole di New-Lanark in Iscozia, dirette dall'Owen: e Antonio Benci dell'istituto del Pestalozzi[910] nel castello d'Iverdun. Nell'Antologia il Renzi ribatteva[911] le opinioni del Bonald, contrarie alle scuole di mutuo insegnamento; e Vincenzo Antinori faceva sapere[912] a' nemici di novità il metodo di reciproco insegnamento trovarsi descritto nelle lettere del viaggiatore Pietro della Valle come praticato, fin dal 1623, nelle Indie. Ma il Vieusseux giustamente avvertiva[913] che anzi che disputare a far prevalere questo o quel metodo, era opportuno far sentire la necessità dell'istruzione per le classi piú povere, e i pericoli che seco porta l'ignoranza. Al quale proposito, il Montani diceva[914] al marchese Gargallo, che nel proemio agli Offici di Cicerone si mostrava pauroso delle conseguenze dell'istruzione da darsi al popolo: “lasci, di grazia — diceva — che diffidino le teste vuote, lasci che paventino coloro, che non trovano il loro conto se non nell'altrui ignoranza„.

Per divulgare l'istruzione e riparare alla scarsezza de' libri di lettura, piú che quaranta anni innanzi che il Tabarrini, presidente della Società italiana per l'educazione del popolo, proponesse[915] allestire una biblioteca con libri e giornali “volti a promuovere la coltura intellettuale e morale del popolo„; piú che quaranta anni innanzi, proponeva[916] il Vieusseux una [227] raccolta d'opere straniere tradotte, che fu poi la Biblioteca d'educazione: e in altro luogo rammentava[917] come in Iscozia tutti quasi sapessero leggere, e ogni famiglia avesse la sua piccola libreria. Volgeva il Del Rosso il pensiero all'educazione de' fanciulli de' poveri; e proponeva[918], a renderla utile, l'istruzione della mente alternata via via con l'esercizio del corpo in un'arte meccanica: proponeva che una società di privati, come in Inghilterra ed in Francia, a prevenire con l'educazione la miseria, si formasse in Italia; e che si facesse a' bisognosi elemosina non di denaro ma di lavoro. E al professore Del Rosso scriveva[919] delle fanciulle povere il Mayer, il quale in altro luogo rammenta[920] quanto in pro' dell'educazione si facesse in Germania. Rammenta l'Antologia[921] essere nel 1828 venticinque in Toscana le scuole di mutuo insegnamento, e mille in esse i fanciulli istruiti e centocinquanta le ragazze; augurando che crescano in numero. E sollecita essa confortava[922] di lode l'opera di Giulio del Taja, che primo in Italia, nella scuola a sue spese fondata in Siena, co 'l metodo del reciproco insegnamento istruiva le fanciulle povere: lodava[923] la pia casa instituita in Mantova a pro' degl'isdraeliti indigenti, e la scuola di geometria e meccanica[924] pe' manifattori, fondata dal marchese Luigi Tempi, possessore [228] intelligente di codici dal Montani illustrati.[925]

Né tacque l'Antologia, né poteva, dell'Istituto della SS. Annunziata[926]: ma nel farne le debite lodi, saggiamente l'Antinori avvertiva che gli istituti e i collegi “non si debbono riguardare se non come supplemento alla educazione domestica...; che non possono i figli aver migliori maestri dei genitori...; che l'esempio delle virtú domestiche è il miglior precetto per i figli„. Al quale proposito, curiosissima e arguta è l'osservazione del Centofanti: il quale, vedendo come troppo piú spesso si insegna ostentare che praticare la virtú, notava[927] che “noi formiamo due uomini nei nostri fanciulli: un uomo assai morale nelle parole, un altro non molto sano, e forse corrottissimo, nelle abitudini. Questi due uomini sono perpetuamente in discordia tra loro, e fanno a gara a rendere almeno ridicolo il terzo uomo, ch'è il vero, e che risulta dalla composizione di queste due parti„. Divulgava[928] il Tommaséo i principî di quella educazione che incomincia con la vita; e additava[929] la necessità degli esercizi ginnastici, lamentando che non ancora in Italia si ponesse mente a questi esercizi, utilissimi a' ragazzi non solo, ma a tutti, i letterati compresi; a' quali un po' di ginnastica risparmierebbe molti paradossi, molte baruffe in istampa, e molti versi cattivi.

Per ciò che riguarda piú propriamente l'istruzione, si può dire che dalle scuole prime alle Università non è problema che non sia stato ampiamente svolto dall'Antologia; la quale assai cose desiderò, tuttora degne [229] di nota, notabilissime in que' tempi in cui i gerundi si alternavano con gli scappellotti, i participî con le nerbate. Parlava[930] il Mayer delle Università, “monumenti gloriosi dell'umana ragione„, desideroso che in esse la morale filosofia si studiasse maggiormente: e il Lambruschini esponeva[931] un metodo nuovo per insegnare leggere a' fanciulli. Rammentava[932] Urbano Lampredi — discorrendo del barbaro modo d'insegnare — com'egli entrasse nella città delle lettere per quella Janua linguae latinae, quasi simile a quella per cui l'Alighieri entrò nella città dolente; con quelle parole di colore oscuro di declinazioni e di coniugazioni: e tribolasse la sua memoria per ritenere vocaboli non intesi dall'intelletto, e strane desinenze. Rammentava come, passando alla grammatica del De Colonia, ossia alla città di Dite, gli comparissero nella forma gigantesca dei Flegias e dei Nembrotti i precetti della grammatica: e come combattesse con que' giganti, per tre anni armeggiando con insignificanti concordanze, e poi co' latinucci o latinacci; e cosí camminando a tentone per una profonda oscurità d'idee.

Ma l'Antologia qua e là proponeva, per ovviare a tali difetti, modi d'insegnamento piú adatti all'intelligenza de' fanciulli, piú spediti, piú gai: senza che tutti però gli scrittori assentissero a quell'idea della signora Genlis, sostenuta[933] dal Tommaséo, la quale desiderava per insegnare la storia rappresentati su le pareti di varie stanze i fatti piú degni di nota. Gioverebbe però meditare tuttavia questo che il Forti, parlando dell'istruzione de' fanciulli, scriveva[934]: “Quello [230] che importa soprattutto nell'istruzione della gioventú non è già di fornire il maggior numero possibile di cognizioni positive, ma bensí di formare la capacità di ragionare dirittamente, di svegliare lo spirito di discussione e di esame, di suscitare l'amore del sapere e tanta fiducia nelle doti naturali che sproni a volerne usare come meglio la natura consente„. Cose queste alle quali sarebbe desiderabile che molti per vero degl'insegnanti ponessero mente.

Gioverebbe altresí meditare alcuna delle proposte sparse qua e là nel giornale: come quella del Tommaséo, il quale desiderava[935] che un'arte fosse da' ricchi coltivata per amore d'occupazione, per amore dell'arte stessa; creando cosí un vincolo nuovo di fratellanza tra' gradi differenti della scala sociale. Né a' ricchi soltanto ed a' poveri l'Antologia provvedeva, ma agl'infelici altresí. Cose sagge scriveva[936] il Del Rosso perché a' ciechi poveri si impedisse l'andare raminghi accattando: e rammentava come in Londra, in Liverpool, in Parigi, si aprissero case pe' ciechi, tenuti operosi in adatti lavori. Discuteva[937] il sacerdote Marcacci de' metodi varî per istruire i sordomuti, e ricondurli in seno alla società (dalla quale li esilia quasi la natura matrigna), insegnando loro gli eterni principî e le verità consolanti. Ne parlava piú tardi il Padre Tommaso Pendola con le dottrine apprese al Padre Assarotti, annunciando[938] fondata a spese di privati una scuola per i sordomuti in Siena: e non diceva egli, modesto, che per sua iniziativa sorgeva. Ma il Forti gli rende l'onore dovuto[939]; e insieme [231] rende onore a Siena, che chiama “città distinta tra le altre della Toscana per singolare amore de' cittadini al bene e all'onore della patria, e quella fra tutte che serbi piú viva la ricordanza dell'antica gloria„.

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Gioverebbe qui rammentare taluno di quegli scritti inediti antichi che prima l'Antologia diede in luce; taluna di quelle scoperte e di quelle opere di cui prima diede agli stranieri e all'Italia stessa notizia.

E, per tacere dello scritto di Antonio Cocchi intorno Asclepiade, del quale a suo luogo ho parlato, si potrebbe rammentare che di cose inedite ha un abbozzo di discorso[940] del Machiavelli a' signori di Badia; alcune lettere[941] di Voltaire, e una di Benedetto IV a Scipione Maffei su' teatri: ne ha una del Foscolo[942], indirizzata al Capponi nel '26, ove dice, tra l'altre cose, che su la lingua italiana vorrebbe fare un'opera diretta all'Accademia della Crusca, co 'l motto: battimi e ascolta: ed ha alcune pagine[943] del Commentario alla rivoluzione francese, da Lazzaro Papi date al Vieusseux avanti che l'opera uscisse alla luce.

Prima l'Antologia dava notizia[944] all'Italia di un nuovo cannocchiale iconantidiptico imaginato dal fisico Amici: primo il Libri annunciava[945] nell'Antologia le scoperte su' raggi calorifici dello spettro solare, del professore Macedonio Melloni, esule a Dole. Annunciava[946] il Montani il saggio dell'esule Bozzelli su i [232] rapporti tra la filosofia e la morale, come il piú ragguardevole intorno alla scienza morale: e di un altro esule napoletano, voglio dire di Pasquale Borelli, egli stesso il Montani discorre[947] per primo, e piú ampiamente, qualche anno dopo[948], Terenzio Mamiani. Primo il Capei faceva all'Italia conoscere[949] nell'Antologia l'opera grande del Savigny e quella del Niebuhr[950]: e il Tommaséo afferma[951] che il Gioberti confessava avere all'Antologia attinta dell'opere del Rosmini la prima notizia; e che Dionigi Solomos di lí coglieva il destro ad ampliare il suo concetto dell'arte.

Queste, e altre cose ancora, si potrebbero: ma è meglio di proposito rammentare taluna di quelle istituzioni utilmente proposte, nuove o esemplarmente innovate. Desiderava anzi tutto l'Antologia, modellati su quelli degli altri popoli d'Europa, codici criminali e civili, i quali consacrassero la pubblicità de' dibattimenti, la instituzione de' giurati e l'abolizione della confisca e della pena di morte. Al quale proposito il dottore Giuseppe Giusti, dopo annunciato[952] che Stefano Dumont preparava su' manoscritti del Bentham un'opera sull'organizzazione de' tribunali e delle prove giudiziarie, faceva conoscere[953] di quell'opera il capitolo su la pubblicità de' giudizi: argomento anni dopo trattato[954] dal Romagnosi per rispetto alla monarchia. E su la pubblicità de' giudizi criminali, cose [233] notevoli scrissero[955] l'avvocato Tommaso Tonelli e Celso Marzucchi[956]; e piú ampiamente Giuseppe Bianchetti[957]: il quale rammenta come Caterina II confessasse troppo i processi segreti sapere di prepotenza tiranna. Intorno a' giurati, Salvatore Viale scrisse[958] due lettere al Lambruschini: e Vincenzo Salvagnoli patrocinò[959] la libera difesa per gli accusati. A lungo, e piú volte, tratta l'Antologia dell'abolire la pena di morte[960]: e quando l'avvocato Tonelli con nuovi argomenti cercò mostrare[961] giusta in certi casi sí fatta pena, in questo solo modificata, nel rendere “private le esecuzioni„; il Lambruschini rispose[962] con uno scritto, che è tra le cose piú belle dell'Antologia. Rispose sinceramente accorato che tale opinione avesse potuto apparire giusta, e che l'esporla non fosse apparso intempestivo “ad un uomo d'ingegno e di cuore„.

Sosteneva l'Antologia, in luogo della pena di morte, quella della carcere: ma non a caso il Vieusseux riportava[963] dalla Gazzetta Piemontese la notizia del miglioramento delle carceri negli Stati del re di Sardegna; non a caso faceva tradurre dal Cioni un racconto[964] del Say, ove era affermato che l'ordinamento delle prigioni [234] dovrebbe “condurre insensibilmente i carcerati a dimenticare le loro antiche abitudini e a conoscere ed amare i proprî doveri„. Fino da' primordi del giornale, il conte Girolamo Bardi, in una memoria[965] su 'l modo di trattare i carcerati, poneva per iscopo della legislazione il miglioramento dell'uomo reo: e in questa sentenza pienamente conveniva[966] il Del Rosso, il quale poneva l'ignoranza “prima cagione della massima parte dei misfatti„. Richiestone dal Vieusseux, a lungo su la legislazione criminale espose i suoi pensamenti l'avvocato Massa di Mentone, autore di un codice criminale di procedura compilato per commissione del governo di Lucca: il quale avvocato saggiamente, tra l'altre cose, notava[967] come invece di correggere l'uomo colpevole con pene dedotte dalla natura stessa della colpa, si adoprassero castighi atti solo a renderlo peggiore, rinchiudendolo in ergastoli e galere; saggiamente augurava le pene, piú che corporali, morali. Al quale proposito è da rammentare l'affermazione[968] del Valeri, meditabile tuttavia: “Noi non ci stancheremo giammai dal dire e ridire che i delinquenti sono malati morali, e che quindi i luoghi di pena debbono essere ospedali morali, e morali medicine le pene, all'amministrazione delle quali medici debbono essere adoperati morali. Se ospedali si hanno per medicarsi il corpo, per curarsi la mente, perché non si dovranno anche avere ospedali per risanarvi il cuore?„. I quali scritti ben possono dimostrare come le cose piú rilevanti, che oggi passano per nuove, venissero dall'Antologia proposte o accennate, e certamente oltre a quanto è stato sin qui posto in atto.

[235] Come dell'abolire la pena di morte, piú volte tratta l'Antologia dell'abolire la schiavitú: e su la tratta de' negri il Vieusseux faceva dal Globe tradurre uno scritto[969], in cui si diceva che in quel mercato di carne obbrobrioso ben ottanta velieri venivano regolarmente impiegati. Ma ad altri schiavi non meno infelici pensava l'Antologia con pietosa sollecitudine: lodava[970] essa la pia Casa di lavoro, dalla beneficenza privata mantenuta in Siena; ove per impedire l'accattonaggio si accoglievano i poveri e quelli che non avevano lavoro. Meglio ancora, un dottore Gherardi, tra i soccorsi caritatevoli, proponeva[971] l'abolizione del giuoco del lotto (soccorso da attendersi ancora): e a tale proposta il Tommaséo consentiva, scrivendo[972] che “l'utile che da simile imposta volontaria viene al pubblico erario, è un vero danno, perché abituando il povero alla dissipazione, oltre all'aggravare la miseria, e al rendere di quando in quando necessarî i soccorsi del governo, scema quelle produzioni e quelle consumazioni, dalle quali il governo trae un profitto e maggiore, e piú durevole, e piú fecondo„.

A provvedere a' bisogni del povero, senza umiliarlo, può l'Antologia senza vanto immodesto gloriarsi che in essa il Lambruschini, il Ridolfi e Lapo de' Ricci, diedero l'idea prima di una cassa di risparmio[973]: e anni dopo, annunciando l'istituzione diffusa in San Marcello, in Prato e in Pistoia, il Tommaséo scriveva[974] che “il risparmio de' piccoli quattrini, porta seco il risparmio de' grandi disordini, delle gravi umiliazioni private e pubbliche„. Al qual proposito, tempo innanzi [236] il Forti aveva già detto[975] che “la previdenza e il risparmio possono riguardarsi come i punti cardinali della morale pratica del popolo„.

E per dire di altre proposte nuove utilissime, ma piú propriamente riguardanti le scienze e le lettere, rammenterò che primo il Vieusseux parlava[976] della utilità del formare un teatro nazionale permanente; e che l'Antologia pubblicava[977] di lí a poco un progetto per la formazione in Firenze di una stabile compagnia comica. Prima l'Antologia proponeva[978], per mezzo del Gazzeri, che a similitudine dell'Elvetica una società di scienze naturali si creasse in Italia, per descriverla fisicamente e geograficamente; rimproverando che di far conoscere i prodotti del nostro suolo, ai naturalisti stranieri si lasciasse la cura. E dall'avere il Vieusseux proposto[979] nell'Antologia e creato la Società toscana di geografia, ho già parlato a suo luogo. Prima l'Antologia reca saggi di poesia popolare, e tutta quanta la popolare letteratura il Tommaséo addita[980] come “prezioso documento de' costumi nazionali, delle opinioni, delle credenze, delle varietà molte che corrono e di favella e d'indole e d'ingegno fra gente e gente italiana„: e afferma che “avanzi di vecchie canzoni, e racconti popolari, e motti, e proverbi, tutto gioverebbe [237] raccogliere, a tutto dar ordine e luce„. Egli stesso poi, in vantaggio degli studiosi, proponeva[981] che una almeno delle pubbliche biblioteche fosse aperta in tutte le ore del giorno, e le feste, e la sera; lamentando la confusione con che nelle biblioteche d'Italia si dispongono i libri, la difficoltà nel trovarli, la negligenza con cui sono tenuti. Meglio però l'avvocato Tonelli proponeva[982] che nelle grandi città le varie biblioteche si ordinassero per generi; per modo che in una si accumulasse ciò che appartiene alle scienze, in un'altra ciò che alla giurisprudenza e agli argomenti morali: in una terza i manoscritti e le edizioni rare; in una quarta i libri di letteratura e di storia: e cosí via via, in modo che in ciascuna si trovasse qualche parte completa nel suo genere. Proposta questa che se ancor oggi, pur troppo, inattuabile, non è tuttavia da porre in dimenticanza.

Prima del pari l'Antologia lamentava[983] non avere l'Italia una legge che proteggesse la proprietà letteraria, per cui non ardivano i librai di Firenze cimentarsi a stampare la Geografia universale del Pagnozzi: e la proprietà letteraria difendeva[984] il Tommaséo, chiamandola “sacra al par d'ogni altra proprietà e molto piú„; non presago allora che il difenderla in altri tempi gli frutterebbe l'onore della carcere, e il plauso del popolo liberatore. Ma piú ampiamente, e con piú autorevoli parole, in risposta al dottore Perugini che scusava un libraio fiorentino dicendo tutti i popoli d'Europa l'uno all'altro rubarsi la proprietà letteraria, Lorenzo Collini affermava[985] esser tempo oramai di reprimere l'iniqua [238] licenza data dalle leggi, e di bandire l'ingorda pirateria degli stampatori arricchiti con le sostanze de' letterati. Né piccolo merito è questo per l'Antologia, quando si pensi che appunto in quel tempo Giuseppe Borghi, a cui un editore aveva bistrattato i suoi inni, si doleva[986] di essere “cittadino di una patria dove le leggi difendono il censo e la vigna, ma non la proprietà dell'ingegno„: quando si pensi che il Giordani si sdegnava[987] che in Rovigo disponessero delle cose sue senza pur fargliene motto; anzi, chiedendo ad altri un suo ritratto: lieto egli di sola una cosa: del poter almeno difendere la proprietà della sua faccia, e sicuro che questa resterebbe a lui sempre.

***

A questo punto, non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà come mai potessero tanti ingegni, dissimili in tante cose, in non poche contrarî, concorrere a un'opera sola senza che troppo vivi apparissero in essa i contrasti. Scrivevano infatti nell'Antologia lo Zannoni, segretario della Crusca, e il Ciampi che, per dispetto alla Crusca, soleva chiamarsi accademico valdarnese; il Botta ed il Pieri nemici a' romantici, quanto amici il Mazzini e il Montani; il Vieusseux, sinceramente convinto del progresso de' lumi, e affermante[988] che “di tutte le scienze... non ve n'è alcuna piú importante per gli uomini uniti in società... che quella sorta modernamente sotto il nome [239] di statistica„; e il Leopardi, che amaramente derideva[989] le scienze politiche ed economiche, e chiamava il XIX un secolo da ragazzi. Scrivevano nell'Antologia il pio Lambruschini e il Giordani non pio; il Forti sensista in filosofia, e il Tommaséo devoto allo spiritualismo cattolico del Manzoni e del Rosmini; il Colletta nemico alle sette, e il Pepe che si vantava di essere stato carbonaro e massone. E chi sperava un dominatore, che tutta di forza cavalcasse la cavalla dantesca, chi avrebbe tollerato anco i principi, quando che fatti mansueti e benigni; chi sperava nel papa capo di una nuova lega guelfa, e chi sognava l'Italia repubblica indivisibile.

Non potrebbero certo le differenze essere piú manifeste e piú grandi: e il Mazzini infatti avvertiva[990] che l'Antologia era un “giornale eccellente, e l'ottimo forse in Italia, se l'unità delle dottrine letterarie vi fosse maggiore„. Che importa però, se non tutti erano di un colore? Non era possibile, non sarebbe stato neppure utile. Infiniti sono i pregi e gli usi e gli aspetti del buono: prende ciascuno quello che piú gli si confà. Non è tuttavia da credere che il Vieusseux non sentisse questa disparità di opinioni: avrebbe, anzi, voluto rimediarvi, e si doleva co 'l Giordani dicendo, che quand'anche fosse stata concessa vera libertà di stampa, non avrebbe potuto trovare due scrittori del medesimo sentimento. Ma il Giordani pur confessando, nel rispondergli, che non tutto gli piaceva egualmente, e alcune cose poco, lo assicurava[991] che non era possibile a lui trovare nell'Antologia cose [240] le quali direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili: e saggiamente avvertiva che in quelle condizioni era piú bene che male accettare, come il Vieusseux faceva, una ragionevole differenza d'idee, acquistando giusto e util credito d'imparzialità: esempio non inutile alla povera Italia.

L'Antologia non era un giornale né di partito né di municipio: e in ciò appunto il suo pregio, in ciò l'origine delle voci diverse che si levavano da essa. Pur che fossero dettate da amore del vero e senza meschina acrimonia, concedeva il Vieusseux largo spazio nel suo giornale alla libertà delle opinioni, molte delle quali accoglieva e a quelle de' suoi amici e alle sue proprie contrarie. Basterà solo ricordare che in quel grande discutere, tra gli studiosi di scienze economiche, per stabilire se le macchine e i processi rapidi di fabbricazione fossero utili o dannosi al benessere universale; accolse l'Antologia uno scritto del Gazzeri, il quale sosteneva[992] “grande, inestimabile e perpetuo beneficio l'invenzione delle macchine„: ne accolse uno del Say, intento a mostrare[993] che “ovunque si lavora piú speditamente, e si produce piú abbondantemente, àvvi ricchezza piú che altrove, o almeno minore miseria„: ma diede luogo altresí a uno scritto del Sismondi, che riteneva[994] la scoperta di una macchina non già male per sé stessa, ma resa tale “per l'ingiusta divisione che vien fatta de' suoi frutti, di cui profitta uno solo a danno di molti„. Giungeva il Vieusseux perfino a stampare intorno alla maremma senese un articolo[995] di scrittore anonimo, il quale non solo combatteva le opinioni di lui e de' [241] suoi amici, ma accusava il direttore di pubblicare nel suo giornale “tutti e interi gli scritti soltanto di un partito, e di sopprimere o mutilare quelli dell'altro„. E il Vieusseux si limitava a scrivere in corsivo queste parole, che pur sonavano ingiuria a lui: condiscendenza questa non so quanto imitata da molti direttori di giornali, al dí d'oggi, perché non so quanti siano, al par di lui, generosi.

Voleva[996] il Vieusseux che l'Antologia rappresentasse “lo stato e i desiderii„ della nazione; che non avesse in sé “nulla di municipale„, e fosse “tutta italiana„: e appunto per questo, l'Antologia rifletteva da un lato le varie correnti del pensiero italiano, quand'anche fossero non conciliate tra loro e talvolta non conciliabili; e dall'altro si mostrava giudice spassionato e benevola incitatrice di ogni opera e di ogni cosa degne di lode: ponendo[997] essa per suo solo vanto “far conoscere agli stranieri l'Italia, e l'Italia a lei stessa: difendere le sue glorie, incoraggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri degl'Italiani uno scopo non mai municipale, ma nazionale; stimolarli con prudenti confronti..., dimostrare che l'Italia nel suo seno possiede gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria...„. Con vero compiacimento infatti, e come atto di dovere (noto a ben pochi giornali e giornalisti, non solo in quel tempo e non in Italia soltanto), lodava[998] l'Antologia la Società italiana delle scienze residente in Modena; il Giornale di scienze e lettere[999] delle provincie venete; e ricordava via via i lavori dell'Accademia di scienze e della Società agraria [242] di Torino. Sollecitava[1000] essa gli aiuti di quella di Napoli; chiamava[1001] l'Istituto di Milano “la prima società scientifica dell'Italia„; e confortava[1002] di lode la Nuova Società di scienze naturali in Catania iniziata. Lodò[1003] del pari l'Indicatore genovese e il Progresso[1004] di Napoli: e fondandosi in Roma un nuovo giornale, il Discernitore, certo alludendo alle parole con che dalla Biblioteca Italiana era stata accolta in su 'l nascere, asseriva[1005] che non poteva in essa destarsi invidioso timore di vedere diminuita la sua efficacia; né mai sí basso pensiero avrebbe fatto augurare una vita breve alle nuove pubblicazioni di genere simile. E a' compilatori dell'opera nuova desiderava “ogni miglior successo„.

In somma, mentre la Biblioteca Italiana cercava troppo sovente avvivare le stizze tra la Toscana e la Lombardia; mentre il Giornale Arcadico non usciva dal cerchio angusto delle moribonde accademie romane, e il Giornale de' letterati non era se non lo strumento di una combriccola di professori pisani; l'Antologia si levava non già come cosa toscana, ma nelle sue cento voci tutta nazionale, tutta italiana.

Piú che alle differenze, maggiori o minori, delle opinioni (le quali però in certi principî fondamentali si contemperavano, come vedremo, in felice armonia), mirava il Vieusseux al modo con che le questioni venivano nel suo giornale agitate e discusse: ponendo egli ogni cura perché verso i rivali, verso gli stessi nemici, fosse almeno temperata quell'acrimonia, che è vanto di assai letterati. E pubblicando [243] un articolo di Domenico Sestini non ristava dal confessare[1006] che non si sarebbe indotto a pubblicarlo se non costrettovi da' “rispettosi riguardi verso il Nestore de' numismatici„. Co' quali sentimenti del Vieusseux, tutti convenivano gli scrittori dell'Antologia: la quale, co 'l darne non rari esempi, a piú d'uno in Italia insegnò temperanza. Non voglio qui rammentare gli scritti di Urbano Lampredi e di altri su la Proposta del Monti, de' quali a suo luogo ho parlato: ma non è da tacere che a Michelangelo Lanci l'Orioli diceva[1007] ch'egli “buon orientalista e cultissimo scrittore„, faceva onta a sé stesso mordendo, com'egli usava, lo Champollion e gli altri scrittori di cose copte. E il Montani a un editore che (in un reclamo, per preghiera dello stesso Montani inserito nell'Antologia) lo chiamava “gran testa„ e “anima vile„, sa rispondere[1008] che quanto in quel reclamo è di piú aspro non può offenderlo punto, perché non tocca lui, ma un essere supposto e troppo diverso da lui. Bene Sebastiano Ciampi fingendosi forestiere, e de' forastieri con malizia ingegnosa imitando nel suo scritto gli errori, rimproverava[1009] che in Italia le critiche con tali villanie si facessero da parere “piú vituperato l'uomo che emendato lo errore„: e raro esempio di onestà letteraria dà il Valeriani quando, pentito d'avere in modo assai acre combattuto[1010] lo Champollion, pubblicamente disapprova[1011] il suo “tuono piccante, e qualunque frase disdicevole alla dignità delle lettere, e di quelli che le coltivano„.

[244] Non mirando mai alle persone, né apertamente né con insinuazioni velate che feriscono a sangue, e tenendosi sempre non pure lontana dalle meschine consorterie letterarie, ma molto piú su; accoglieva l'Antologia il bello ed il buono da qualunque parte venissero, cosí riscotendo in Italia e fuori giusto e util credito di imparzialità. E che al bene soltanto mirasse, si ha una prova esemplare nel vedere le opinioni di alcuni scrittori dell'Antologia da altri scrittori suoi contradette. Di altre cose parlando, dissi[1012] a suo luogo le dispute tra il Ridolfi ed il Gazzeri; o quelle[1013] tra il Franceschini e il Leoni, a proposito del Rossini: ma altri esempi fornisce l'Antologia numerosi. Parlando del Fantoni, contradisse[1014] alle idee del Montani l'avvocato Giovanni Castinelli: contradisse[1015] Giuseppe Bianchetti al Giordani, che al perfetto scrittore d'Italia desiderava la nobiltà e la ricchezza. Rispondeva[1016] il Tommaséo a Carlo Botta, che gridava[1017] l'Italia morta, morta davvero: al Mazzini, che sognava una letteratura europea, contradisse[1018] il Forti, e piú tardi[1019] Opprandino Arrivabene, al quale l'idea di una letteratura cosmopolita pareva “uno spregevole aborto di tutte le letterature„: e all'Arrivabene, con temperanza pacata, nel numero istesso il Tommaséo contradisse.[1020]

Certo all'Antologia non mancano errori[1021], fra tanti [245] giudizi su cose e persone: ma in essa non si rincontra un biasimo solo che dall'urbanità non sia temperato, e dalla benevolenza addolcito; non una lode adulatoria vilmente, di quelle che irritano le anime oneste piú del biasimo istesso. A molti giornali potrebbe l'Antologia fornire esempi preclari di costante imparzialità: quello, tra gli altri non pochi, che mai i suoi cooperatori non osarono offrire a sé stessi e agli amici proprî devotissime libazioni di lode. Scrupolo questo oggi smesso, pur troppo, da molti. Della traduzione di Dante (per ricordare anche qui qualche esempio), fatta dal re di Sassonia, giudicò[1022] Tommaso Tonelli con inusitata franchezza: allo Stendhal, amico al Vieusseux che lo accolse tra gli ospiti illustri, non tacque l'Antologia tra le debite lodi osservazioni parecchie[1023]: e Gräberg di Hemso onestamente ammirava[1024] “la molta e rara dottrina„, e fino i modi “gentili e ornatissimi„ dell'Acerbi; delle ingiurie del quale, scagliate contro la sua patria che l'aveva ospitato, ben poteva con ragione dolersi. L'essere nato toscano non impediva al Benci rammemorare[1025] nel giornale fiorentino i pregi veri del Perticari: né l'essere a capo di giornale fiorentino impediva al Vieusseux parlare con lode[1026] della Biblioteca di Milano. E splendida prova di onestà letteraria dava il Montani quando, per certi riguardi di amicizia, indeciso nel giudicare severamente la traduzione francese d'opera italiana famosa, scriveva[1027]: “la verità vada innanzi [246] a tutto„. Le quali parole ben potrebbe l'Antologia tuttaquanta prendere per proprio vessillo, senza vanto immodesto.

***

A dimostrare viepiú lo spirito nazionale del giornal fiorentino, e insieme l'onestà sua e del suo direttore, giova qui rammentare non già gli illustri meritamente in esso lodati, ma quanti ingegni d'ogni parte d'Italia, giovani ancora o maturi, ha messo in mostra, e quanti si sono in esso non senza loro e comune utilità esercitati. Affermava[1028] l'Antologia, che “il negare la debita lode ai primi sforzi di un ingegno nascente.... è un delitto„: ed essa prima rese onore[1029] a Girolamo Poggi, con varî scritti reputati[1030] “stupendi„; essa giudicò[1031] il Benedetti “giovine di non volgar fama ed ingegno„, incitando i parenti a pubblicarne le opere. Annunciava[1032] con lode gli studî su cose egizie di Ippolito Rosellini, e lo chiamava[1033] “giovine di belle speranze„: di soli 22 anni scrisse nell'Antologia Vincenzo Salvagnoli: di ventiquattro Angelo Brofferio era salutato[1034] giovine che dava a sperar bene di sé, avendo lode pe' versi: e lode pe' versi ebbe[1035] Cesare Betteloni. Arrise l'Antologia alle prime fatiche di Giuseppa Guacci, appena ventenne, [247] dicendo[1036] che dava di sé “liete speranze„; arrise[1037] a quelle di Luigi Carrer, al quale desiderava “quella popolarità, ch'egli è degno d'ambire„. Giovine di ventiquattro anni il Guerrazzi era annunciato[1038] all'Italia da un giovine di ventisei, che ne faceva conoscere il “forte ingegno„, per quella Battaglia di Benevento, squillo annunciatore di altre e non lontane battaglie. E Cesare Cantù[1039] per una novella e per la Storia di Como, e l'Alberi[1040] pe 'l Commentario delle guerre di Eugenio di Savoia, scrittori entrambi di appena vent'anni, ebbero dall'Antologia consolate le prime loro fatiche. In essa invece già innanzi negli anni si annunciarono scrittori il Lambruschini e il Colletta; ed ebbe da essa le prime lodi[1041] Cesare Balbo. Può il giornale fiorentino vantarsi d'avere indovinato l'ingegno di Silvestro Centofanti, accogliendo suoi scritti, e scrivendo[1042] di lui, che “moltissimo noi dobbiamo aspettare da questo giovine ingegno„: ed è tutto merito del Vieusseux l'avere giudicato[1043] il Mazzini “giovine di singolare ingegno„; e l'avere accolto il primo scritto[1044] di Giuseppe Montanelli, e il primo di Carlo Cattaneo.[1045] Né oggi per certo si trova chi l'ingegno de' giovani con tanta disinteressata giustizia [248] promuova e indovini; chi ne educhi le speranze: per questa ragione, tra l'altre, che il Vieusseux lasciò di essere mercante nel farsi editore, e i piú al dí d'oggi nel farsi editori diventano mercanti.

Ma né a' giornali presenti per certo né a' lor direttori serbano i giovani, né i già provetti, altrettanta gratitudine in cuore, quanta ne meritarono l'Antologia ed il Vieusseux. “Quantunque io non possa molto lodarmi della fortuna — scriveva[1046] nel '35 il Mamiani al Vieusseux — pure dirò ch'ella mi è stata favorevole sopramodo quel giorno che mi fece regalo della vostra amicizia. In nove anni ch'essa dura, io non saprei numerare quanto frutto di bene io ne abbia ricevuto; m'è dolce pensare a questo, e non mi pesa avere con voi un infinito obligo di gratitudine: solo mi pesa e affligge il non aver mai potuto mostrarvi segno della mia riconoscenza....„. Con gratitudine vera il Mayer rammentava[1047] come a lui giovinetto amorevolmente il Vieusseux aprisse le pagine dell'Antologia: godeva[1048] il Tommaséo nel confessarsi debitore al Vieusseux del suo venire in Firenze; godeva[1049] di avere, scrivendo nell'Antologia, educato sé stesso, e giudicando gli altri, appreso a “metter giudizio„. E il Mannu, sinceramente afflitto per la soppressione, “io in particolare — scriveva[1050] al Vieusseux — deggio sentire che questa perdita è la perdita di una mia benefattrice, dappoiché l'Antologia ha, infino da' miei [249] primi passi nella carriera delle lettere, confortato il mio buon volere, e contribuito grandemente a che il mio nome non fosse ignoto in Italia„. Ma la cosa piú commovente, giurerei la piú cara al Vieusseux, doveva essere il ripensare, ne' pochi istanti di riposo che a lui concedeva il lavoro, il ripensare queste parole[1051] della madre del Forti: “Je sens avec une juste reconnaissance que c'est à l'Antologie et à vos réunions que François a dû le developpement de ses talens: et mon plaisir séroit de le déclarer publiquement....„.

Cosí l'Antologia, senza amore meschino di parte, accoglieva tutte le voci della nazione: i provetti vi mostravano lo splendore della gloria loro, i piú giovani vi cimentavano le loro forze. E ognuno apprendeva dagli altri qualche cosa, qualche cosa agli altri insegnava; e tutti venivansi mutuamente educando.

***

Come altrove ho notato[1052], di cose politiche l'Antologia non trattò ne' primi suoi anni: non per difficoltà di convenientemente trattarne, ma per accorta prudenza. Né certo il suo direttore interdiva a sé stesso percorrere, quanto gli consentivano i tempi, liberamente quel campo: che, fin da' primi numeri del giornale, dopo avere affermato[1053] “a noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta„; subito aggiungeva: “ma se certi grandi avvenimenti.... possono direttamente influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull'agricoltura, sulle scienze,... allora [250] la politica diverrebbe di nostra pertinenza„. Qualche accenno via via anche in principio s'incontra: e il Niccolini infatti trovava modo, difendendo una sua traduzione, di fieramente assalire gli scrittori della Biblioteca italiana, in una nota[1054] non letteraria davvero. Ma letteraria in tutto e scientifica fu nelle sue origini l'Antologia, la quale, procedendo per gradi, si venne però co 'l tempo tanto discostando da quelle, che negli ultimi anni la letteratura e la scienza non furono se non un pretesto per trattare di cose politiche; un velo, talvolta tenuissimo, con cui si adombravano questioni di tutt'altra natura. Della qual cosa ben si mostrava avvertito il non pedante Censore: e quando infatti il Vieusseux nella prefazione all'annata del 1829 scrisse[1055], che l'Antologia era “particolarmente consacrata agli studî severi che si legano piú da vicino alla scienza dell'uomo e della società„; il Bernardini non ristette dal commentare[1056]: “Da questo tratto si rileva l'oggetto vero dell'Antologia. È scientifica quando non può essere politica; cessa subito di essere politica, quando ha mancanza di materia che tratti dell'uomo e della società, cioè dei governi concepiti a modo de' recenti pensatori„.

Non con intenti letterarî per certo l'Antologia pubblicava[1057] come “primizie di nuovi canti nazionali„ pe 'l fatto d'armi nella spedizione di Tripoli, i sonetti del Bertolotti e del marchese di Negro (per altra cosa che per i versi meritamente famoso), e l'ode del Borghi, il quale cantava:

[251]

Oh alfin la gloria nostra

torni a brillar qual era,

e i tiranni vedran l'ultima sera.

Né con intenti letterarî soltanto, al Guizot il quale scriveva essere stata la Francia il centro e il fomite dell'europea civiltà, il Forti rispondeva[1058] ricordando quanto alle altre nazioni, e all'Italia in particolare, debba la Francia; come, tra l'altre cose, nel diritto pubblico, e nel civile romano, e nel canonico per gran parte. Delle quali rivendicazioni, in tempi in cui opprimere in ogni modo l'Italia sembrava gloria a non pochi, potrei rammentarne piú d'una: né certo al lettore saranno fuggite di mente le fiere parole intorno a questo argomento proferite[1059] dal Libri. E mentre per un lato l'Antologia intendeva cosí dimostrare come l'Italia in sé possedesse gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria, coglieva dall'altro ogni occasione per difenderla dalle accuse ingiustamente lanciatele da certi stranieri: e senza adulare né in un modo né nell'altro la patria, esercitava sempre una missione italianamente civile.

Onorata difesa dell'Italia faceva,[1060] tra gli altri, Tommaso Tonelli: e il Capponi augura[1061] che sia meno esposta “alle false rappresentazioni di viaggiatori stranieri„, desiderando che gl'Italiani siano “gelosi nel rivendicar dalle ingiustizie degli stranieri que' fatti che importano alla gloria nazionale„: e altrove l'Antologia [252] con isdegno pacato rammenta[1062] le ingiurie di un viaggiatore, il quale asseriva essere necessario portare seco anche il pane a chi volesse viaggiando l'Italia non morire per fame.

Opera parimenti civile compieva l'Antologia nel rammentare sollecita e con rara costanza le cose onorevoli nelle varie parti d'Italia o fuori d'Italia da Italiani compiute, additandole come esempi imitabili. Al quale proposito, il Niccolini dà lode[1063] ad Angelo D'Elci, che alla sua città donava la preziosa collezione de' suoi libri con tanto dispendio per tutta Europa cercati: e il Montani dà lode[1064] a Lorenzo Da Ponte, che chiama “promulgatore della gloria italiana in America„: e non senza vivo compiacimento piú volte nell'Antologia si ragiona[1065] della spedizione scientifica toscana in Egitto. Ma al bene d'Italia piú efficacemente il Vieusseux provvedeva con l'ampia trattazione di ogni argomento morale ed economico, con le proposte di necessarie riforme, co 'l desiderio continuo della libertà, guarantigia di beni durevoli, e con l'ispirare l'amore fraterno di tutti quelli che, nati in Italia, avevano comuni bisogni e desiderî e onte e glorie comuni.

Già dissi a suo luogo le varie proposte di riforme di leggi; dissi come e quanto l'Antologia s'adoprasse in vantaggio dell'istruzione e dell'educazione del popolo: ma ogni altra cosa, che in qualche modo giovasse alla patria, sollecita proponeva o lodava. Non a caso ammoniva[1066] che “un governo che voglia conservare potenza e vita, deve di necessità spingersi nella via dell'innovazione, del progresso; e per non lasciarsi [253] mai menare non si lasciar precedere, mai„: ma di questa sentenza, troppo in ritardo, per nostra fortuna, i principi d'allora si mostraron convinti. Saggiamente del pari, il Vieusseux d'altra parte avvertiva[1067], che “l'amministrazione pubblica può far molto... ma è pur d'uopo che sia intesa e secondata dagli amministrati„, ai quali è lecito attendere “purché sappiano desiderare e operare„. Al quale proposito il Mayer lodava[1068] l'Inghilterra, dove il governo e i privati cooperano al pubblico bene, senza gelosie da una parte, e senza timori dall'altra. Piú volte discorre l'Antologia delle bonifiche nel territorio grossetano intraprese per motuproprio del granduca, al quale il Vieusseux assicura[1069] “l'applauso d'Europa„: e il medico militare Giovan Battista Thaon, di quasi trent'anni precorrendo l'opera del barone Ricasoli, discorre[1070] delle industrie nuove di oliveti, di vigne e di alveari, da incoraggiarsi in Maremma. Dà notizia[1071] l'Antologia del progetto di unire Ferrara all'Adriatico con un canale: a lungo ragiona[1072] degli studî di Pietro Ferrari su la costruzione di un canale navigabile che l'Adriatico unisse al Mediterraneo: e il Capponi discute[1073] della proposta di un signor Casarini, di unire Venezia alla terra ferma con una via ombreggiata da alberi.

Le quali proposte non erano senza grande significato, come bene dimostrano queste parole[1074]: “Per [254] affratellarsi conviene conoscersi: e... l'Italia mal conosce sé stessa;... mezzo potentissimo dunque della concordia italiana... sono i viaggi; elemento essenziale della italiana... unità sono i canali e le strade„. Fraternamente l'Antologia commiserava[1075] le triste condizioni economiche della Sicilia; fraternamente affermava che gli sforzi di quegl'isolani tornano in comun lode del nome italiano. E non senza ragione politica, con principî opposti a quelli dell'avvocato Aldobrando Paolini, il quale voleva[1076] limitata da imposizioni e da tasse l'entrata in Toscana de' prodotti non toscani, sosteneva[1077] il Capponi la libertà di commercio: e alle sue idee pienamente assentiva[1078] il Ridolfi con nuovi argomenti convalidandole. E della libera concorrenza trattava[1079] anche Ferdinando Tartini Salvatici, che la poneva fondamento della pubblica economia: tutti e tre però ben lontani dall'andare tant'oltre quanto il commendatore Lapo de' Ricci, il quale sperava[1080] non lontano un libero commercio coi cosacchi del Don, con gli Arabi dell'Egitto e co' selvaggi del Canadà.

In somma, il Vieusseux voleva[1081] che il suo giornale potesse dagli stranieri considerarsi come “la vera espressione della società italiana e de' bisogni morali e letterarii di essa nel secolo XIX„: e bene lo strumento rispondeva al sonatore, il sonatore allo strumento. Cosí che il Capponi ebbe a chiamarlo[1082] “giornale [255] inteso a raccogliere ogni bell'esempio per l'Italia e ogni buono insegnamento„. L'Antologia rappresentava non solo la vita letteraria e scientifica, ma le tendenze generali, le aspirazioni, i bisogni della nazione: e ben poté Niccolò Tommaséo, parlando dell'Antologia, riandare per intero la civiltà italiana in un quarto di secolo, perché essa fu come uno specchio che da ogni parte ne accoglieva i raggi, e tutto intorno e lontano piú potente ne rifletteva la luce.

Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo la Novissima guida dei viaggiatori in Italia: ma nell'investigare la varietà e le vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente, nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio, e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono a proteggere l'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano e di Napoli„. E si poteva, nel [256] rammentare le antiche vicende, parlar piú chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice — fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo. Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri: allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure ammaestrare le genti„.

Se non che, alla parola franca e spirante civile ardimento, anche nella mite Toscana difficili mostravansi i tempi non raramente. Come a un cavallo bizzarro, il quale si suole richiamare al dovere con una buona tirata di morso, di tanto in tanto il Corsini pregava[1084] al censore di “far sentire„ al Vieusseux, che era necessario “ricondurre al primitivo scopo il giornale, che deve trattare soltanto di scienze, lettere ed arti, e non già di materie politiche„. E [257] il Vieusseux, a tu per tu co 'l censore, discuteva, spiegava, rischiarava; e serbando a migliore occasione gli scritti piú vivi, cantava per un istante la nanna al dispotismo perché tornasse a dormire. E non potendosi intanto dare a tutti i pensieri la via, si andava innanzi con frasi velate, mezzo nascoste tra le parentisi e le citazioni erudite; con allusioni, come per cenni. Parlando, ad esempio, dell'Alfieri, l'avvocato Aldobrando Paolini dopo aver detto ch'egli “vivificò certe passioni che si volevano morte„, e queste risvegliò in un tempo in cui il loro sonno era “blandito da tutti coloro che ne temevano il risvegliamento„; “parlo ad uomini — soggiungeva[1085] — per i quali basta il segnale delle idee„. Né a poche cose alludeva il breve commento[1086] del Forti nel dare notizia del ritorno in Parma di Giacomo Tommasini: che cioè la civiltà moderna fa sí che gli uomini grandi, “molestati in un paese, possan subito trovare in un altro maggiori agi e tranquillità. Il che deve esser freno alle soverchierie de' potenti„. Una volta, nelle notizie epilogate, brevemente parlando dell'istruzione nella Lombardia, comparve questo periodo[1087]: “Quello che parrà molto piú singolare, e che è verissimo, si è che l'istruzione popolare negli Stati Austriaci è piú diffusa che in tutti quasi gli Stati d'Europa. Il rapporto tra gli alunni e gli abitanti nell'Austria superiore è di 1 a 20, nell'inferiore di 1 a 16, nella Moravia e nella Slesia e nella Lombardia (vedete ravvicinamento singolare), di 1 a 13„. Nel quale periodo innocentissimo, quella parentisi mezzo nascosta significava certo non poco. Altrove, nel parlare di certo Azzaloni condannato ad avere il coperchio della sua arca convertito [258] in abbeveratoio di pecore e d'asini, commentava[1088]: “tanto è vero che chi vuol soprastare, rimane al di sotto, e a Modena e in tutte le parti del mondo„. E poche pagine dopo, discorrendo di un metodo nuovo per insegnare a' fanciulli, “questo — diceva[1089] lo scrittore — richiederebbe una rivoluzione nell'arte dell'educare, lo so: ma son tante le rivoluzioni inevitabili ormai!„.

Queste, e altre cose ancora consimili, leggevansi nell'Antologia, la quale accoglieva in sé quanto potesse dirsi di piú ardito in Toscana, cioè in Italia. Tanto è vero che il censore veneto canonico Pianton giudicò[1090] quell'articolo del Tommaséo su la Novissima guida dei viaggiatori, pieno di “sensi sí franchi, arditi e pieni delle rivoltose massime della insubordinazione„, che non poté ristarsi dall'invocarne la classificazione (per diportarsi, com'egli diceva, “con distinta mitezza„) all'erga schedam. E all'erga schedam condannava del pari in quel fascicolo istesso lo scritto del Pepe su Federico il Grande, e quello del Montani su' canti del Leopardi. In Milano poi l'intero fascicolo passava col transeat, ciò che equivaleva ad una semi-proibizione[1091].

Ma non per la sola nostra patria infelice, con tanta franchezza quanta consentivano i tempi, l'Antologia combatteva: per tutti i popoli gementi sotto il giogo, e cospiranti per romperlo e rannodarsi sotto un solo vessillo; per tutti i popoli che le stesse grandi sventure [259] e le stesse grandi speranze affratellavano co 'l nostro; per tutte le patrie avaramente mercanteggiate, per tutti i diritti dell'umanità conculcati, l'Antologia aveva fremiti e lacrime. Non so chi diede in essa la traduzione[1092] di alcuni canti di Federica Brunn, che rampognano l'Europa vituperosamente neghittosa dinanzi allo sterminio de' Greci: ma so che Antonio Renzi fa voti[1093] per la loro “santa e nobile impresa„: e il Capponi chiama[1094] la Grecia “la terra del sapere e della libertà„, e spera che quella catena di monti, la quale si ricongiunge co 'l mare alle Termopili, ed ha il Parnaso nella sua estrema pendice a mezzogiorno, saranno “i limiti e la difesa di quel popolo che è destinato a risorgere„. Altrove il Pagnozzi scriveva[1095]: “non sapremmo indovinare su qual fondamento si creda fra noi, che sia utile il dominio dei Turchi in Europa„: al quale pensiero oggi i Turchi rispondono con le stragi in Armenia. E degli Armeni e degli Ebrei discorre Gabriello Pepe con pietà vera; e li chiama[1096] “miserande reliquie de' due popoli i piú vetusti e singolari fra tutti i popoli della terra: de' due popoli i piú contemplabili... dell'uman genere„. Piú volte, e con dolore, l'Antologia discorre della Polonia; e nel parlarne, avvertiva[1097] tra questa e l'Italia “una certa similitudine di vicende e di sventure„.

In somma, l'Antologia combattendo per la libertà della patria combatteva del pari per la libertà di tutti gli oppressi, abbracciando in uno solo affetto i lontani e i vicini, i noti e gli ignoti. E prima assai [260] che Giuseppe Mazzini con accese parole cantasse nella Giovine Italia la fratellanza de' popoli; prima assai il Tommaséo scriveva[1098] nell'Antologia: “... l'Europa sente ancora l'orgoglio di possedere milioni di soldati, pronti a spargere il sangue ad ogni occorrenza; e... passeranno ancora molti secoli prima che l'ammazzare uomini a migliaia, prender città, e riscuotere piú tributi del solito, cessi di parere una onorevolissima cosa„. E altrove scriveva[1099]: “l'amor di patria, quando cresceranno le idee o le sventure, speriamo, diventerà a poco a poco europeo„. Lo stesso colonnello Pepe esprimeva[1100] la sua fede in un ordine sociale, in cui le genti riconoscerebbero e rinuncierebbero al “fatale errore ereditato dallo stato selvaggio, di non potere cioè avere esistenza e sussistenza che a spese della vita e roba altrui„. E il Montani affermava[1101]: “l'incivilimento farà un giorno di tutti i popoli un popolo solo, distinto anzichè diviso in differenti famiglie, tutte egualmente avventurate, perché tutte egualmente illuminate„.

In una parola, l'Antologia sollevandosi dalla realtà presente al concetto che divina il futuro, intravedeva il popolo d'Italia e tutti i popoli della terra levarsi sublimi, affratellati in un solo pensiero di sviluppo progressivo, in una sola fede, in un solo patto di eguaglianza o d'amore.

***

Giova a questo punto considerare nel suo insieme il giornale: e nell'indagarne lo spirito e la significazione [261] morale, mi verrà fatto di dimostrare come e in che cosa le differenze (alle quali ho altrove accennato) tra i varî scrittori si conciliassero; e come la varietà delle opinioni fosse in esso, come in certe opere in musica, non già disarmonia ma ricchezza di accordi.

Se con due sole parole dovessi definire l'Antologia, la chiamerei giornale di conciliazione e di rivendicazione. Sorta in tempi difficili, come quelli che erano succeduti alle grandi disfatte della libertà, l'opera sua fu di riunire nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, gli avanzi delle falangi disperse, e cosí ricominciare l'opera rigeneratrice interrotta. Conciliare da prima, per indi apparecchiare, e in ultimo riconquistare.

Per questo, in ogni argomento trattato giudicava senza preconcetti di parte e senza esagerazioni ridicole. Nelle questioni di lingua, ad esempio, se tutti i suoi scrittori preferivano, come quelli del Caffé, le idee alle parole, se tutti concordemente ammiravano i grandi maestri della parola d'ogni parte d'Italia; nessuno di essi però giunse mai, come quelli del Caffé, a fare[1102] “solenne rinuncia alla pretesa purezza della Toscana favella„. E se i varî critici dell'Antologia piú volte combatterono il sistema di ammassare notizie e particolari minimi, meglio che indagare con ispirito filosofico la storia secreta delle anime, e l'anima universale del popolo; nessuno di essi però giunse mai a deridere, come gli scrittori del Conciliatore, gli eruditi e l'erudizione. Può bensí il Montani giudicare[1103] un'opera del Denina non composta con grandissima arte, ma non per questo la crede del tutto [262] inutile: e se al Padre Affò il Mamiani non concede[1104] il vanto d'essere filosofo né bello scrittore, pure lo chiama “cima d'erudito„, e dice che “non è da meravigliarsi se tanta vastità e esattezza d'erudizione è scompagnata dalla filosofia, e da quell'ingegno speculativo che analizza e approfonda le cose„. Parimenti, se piú pagine dell'Antologia furono scritte in difesa di una giudiziosa libertà nello svolgimento del dramma, piú volte però l'Antologia rammenta l'Alfieri con lode grande, e Vincenzo Salvagnoli lo difende[1105] da' biasimi ingiusti di censori pedanti. È bensí nell'Antologia un articolo[1106] in cui, a similitudine di certi articoli del Conciliatore, gridando contro l'educazione classica si afferma che lo studio del latino e del greco non ha altra utilità se non di impedire che per un certo numero d'ore i giovani facciano nessun male: e che è necessario liberarsi dal monopolio de' maestri di lingue classiche: ma quell'articolo è estratto dalla Rivista britannica, né il Vieusseux lo inserí senza prima temperarlo con note prudenti.

In somma, il Vieusseux, aborrente da ogni esagerazione, sapeva tenerle lontane dal suo giornale, e conciliando anche in questo principio gli amici suoi, sapeva su ogni questione ottenerne giudizî, se non sempre giusti sempre sereni, quant'era possibile da gente letterata ottenerli. Cosí che il Giordani poteva, come altrove ho notato, affermare senza mentire all'amico suo né a sé stesso, che non era possibile a lui trovare nell'Antologia cose che direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili.

[263] Eguale temperanza s'incontra, e non minore concordia tra gli scrittori, nel muovere guerra alle dispute meramente grammaticali, alle gare arcadiche, a quella letteratura delle nude parole, come la dicevano i critici del Conciliatore. Tutta quanta infatti l'Antologia propugnò sempre una letteratura intelligibile ai piú; che cercasse nel passato le ragioni e i rimedî del presente, le speranze e i successi dell'avvenire; una letteratura libera egualmente dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica; piena degli affetti vivi del cuore, degl'idoli vivi della fantasia, delle vive rimembranze de' tempi recenti. Essa, tenendosi lontana, quant'era possibile, dagli eccessi delle fazioni, restaurare voleva con acquisto d'idee e di forme; e conservare con decoro di ricchezza; e innovare con vantaggio d'aumento.

Per ciò che riguarda la politica, nessuno degli scrittori voleva rivoluzioni: cosí che “timidi„ li disse[1107] piú tardi il Mazzini, che se ne divise: e certo erano, in paragone di lui, agitatore infaticabile. Se non che, il biasimo è assai temperato dall'avere súbito soggiunto “ma d'animo italiano„: né egli certo ignorava che ne' tempi tristi pe' popoli, i campi di battaglia sono per ogni dove, e che ciascuno sceglie quello che piú gli si confà. La spada loro non avrebbe fatto per il bene d'Italia, quello che fece la loro penna. E opera patria infatti compiva l'Antologia, grande del pari e forse piú, co 'l patrocinare con somma costanza la necessità di liberare gli uomini dall'ignoranza, co 'l muovere guerra, quanto consentivano i tempi, implacata, agli oscurantisti; a quella che il Giordani chiamò[1108] “generazione pestifera che si sforzava (invano) ad assicurarsi [264] il dominio del mondo, col mantenerci il vaiolo e cacciarne l'alfabeto„. Primo fra tutti, il Vieusseux voleva che l'Antologia fosse scritta in modo intelligibile ai piú; che anche la scienza in essa fosse resa “popolare„[1109]; che abbracciasse, per cosí dire, tutte le parti del bene che poteva farsi al popolo. E il Valeriani affermava[1110] che gli scrittori tutti, assentendo al desiderio del Vieusseux, volevano “che potesse emergere da ogni pagina dell'Antologia qualche utile verità„. In essa infatti si imprendeva a far progredire le scienze industriali, agrarie ed economiche, le quali preparano e procurano al popolo il benessere materiale: in essa a far progredire le scienze morali e razionali in quanto, con le loro applicazioni, concorrono al suo perfezionamento. Forse per questo il Giornale Ligustico chiamava[1111] l'Antologia “giornale dei dilettanti„, e quello di Pisa “giornale dei dotti„: ma se men ricca di questo e di altri giornali d'Italia, di soda erudizione, fu però men pedante e piú gradevole a leggere, piú varia e piú largamente benefica.

L'opera dell'Antologia fu, come dissi, di conciliazione e di apparecchio: e appunto per questo, i suoi scrittori, concordi anche in ciò, propugnarono in essa una letteratura popolare, cioè utile all'Italia. Tale la voleva[1112] il Giordani; e il Tommaséo si doleva[1113] che la scarsa famiglia de' dotti fosse tra noi “una razza d'uomini segregata dalla umana, parlante un linguaggio che il volgo non ebbe mai la felicità di comprendere pienamente, ma che comprese abbastanza [265] per annoiarsene„. Nella quale sentenza conveniva[1114] il Capponi, notando che “i dotti formarono sempre un popolo segregato„, e che “le faticose investigazioni degli eruditi... si rendono famigliari a poco numero di persone„. Lamentava[1115] del pari Giuseppe Bianchetti, che il popolo italiano non avesse libri adatti da leggere; che le idee già prima concepite da noi apprendesse da' libri stranieri, e in questi le amasse solo perché gli stranieri mirabilmente posseggono l'arte di farsi leggere.

Al quale proposito, il Lambruschini, dolendosi della mancanza di buoni libri popolari, e prevedendo co 'l pensiero il momento in cui gli adulti e i fanciulli saprebbero leggere, con vero sconforto dimandava[1116]: “che servirà loro questo sapere? Quai libri leggeranno essi?„ E il Mayer affermava[1117] non potersi piú la letteratura separare dall'esistenza morale della nazione; e le parole dello scrittore essere semi che tosto o tardi verranno fecondati.

Ora, il bandire la guerra alle canzoni d'amore e alle inezie d'arcadia, incoraggiando invece le severe meditazioni e gli studî severi, necessaria preparazione alla pubblica vita, alla quale gl'Italiani sarebbero un dí o l'altro chiamati; il propugnare una letteratura popolare, e l'essere essa stessa l'Antologia rivolta, il piú che fosse possibile, al popolo, promovendone l'istruzione elementare, la diffusione del reciproco insegnamento, e tutte le scoperte utili della scienza; il rappresentare al popolo, con tutti que' modi che deludevano l'oculatezza censoria, le oppressioni presenti e i suoi fatti antichi e le antiche franchigie e [266] le memorie e le glorie; tutto questo poteva, se cosí si vuole, essere opera di scrittori e di uomini timidi, ma certo era veramente italiana, e tanto necessaria che forse senz'essa, che fu tutta preparazione, non si sarebbe avuta quella primavera sacra di Curtatone e di Montanara.

“L'Antologia — ben disse[1118] il Guerrazzi, — non fu scudo, non fu lancia, bensí una intera panoplia con la quale in tempi malvagi con senno e pertinacia meravigliosa ebbe difesa la patria libertà„. Oh gli sforzi mirabili del Vieusseux e di tutti i suoi amici, in ogni argomento scientifico e letterario, in ogni proposta, sempre, pur di cancellare ogni avanzo di gare antiche, ogni vestigio di quelle tante piccole patrie “seminate — al dire[1119] del Ciampi — in Italia come i cocomeri per i campi del Pistoiese„! Tutti concordi, in questo principalmente preparavano l'avvenire d'Italia; da tutte le pagine dell'Antologia esce l'espressione di un solo pensiero: conoscere i mali del vicino, e patirne come de' proprî; esce un augurio solo: l'oblio di tante discordie inveterate per lunga memoria di stragi, e l'amore non immiserito in quello della propria provincia, ma l'amore vero d'Italia.

Anche parlando del Giornale agrario, il Lambruschini affermava[1120] ch'esso doveva considerarsi come “un vincolo di famiglia... tra i campagnoli d'una provincia e quelli d'un'altra„. E non a caso il Tommaséo proponeva[1121] che i dotti italiani ora in una, ora in altra città si adunassero: egli scorgeva in quel riavvicinarsi un perfezionamento fecondo di quelle [267] idee “dalla nazionale divisione quasi lacerate„; un vincere, o almeno uno scemare, di pregiudizi e di odî municipali. Fin da' primi numeri del giornale, “io vorrei non essere nato — scriveva[1122] il Benci — piuttostoché ristringere l'amor di patria al solo lido toscano„. E il Vieusseux, felicemente compendiando il pensiero de' suoi amici e l'anima del giornale; “o Italiani — esclamava[1123] — vogliate bene esser certi che l'Antologia è affatto esente da quello che chiamasi spirito di municipio; che per lei ci possono essere Alpi, ma non vi sono Appennini„.

Che importa dunque, se ognuno si fingeva un'Italia futura in modo conforme a' suoi pensieri e a' suoi affetti? Potevano le aspirazioni essere non solo diverse ma contrarie, quanto alle forme di governo: tutti però si accordavano nel desiderare qualche cosa di meno umiliante delle condizioni imposte dal congresso di Vienna; nel desiderare la patria libera tutta, e signora di tutte le sue terre, di tutti i suoi mari. Che importa, se nelle idee scientifiche e letterarie non tutti si accordavano, e si contradicevano molti? Tutti però si trovavano uniti nel fine supremo: e questo bastava al Vieusseux. Essi con idee differenti svolgevano i principî delle scienze sociali, ma tutti ponevano intanto le basi del diritto nazionale: in guise diverse trattavano di pubblica economia, della libertà commerciale, ma in questo concetto inchiudevano tutti la libertà politica: variamente discorrevano di asili infantili, dell'educazione de' bimbi poveri e delle donne; pareva un'opera di semplice pedagogia, ed era invece tutta di civiltà vera e di vera italianità: discutevano con opposti criterî de' migliori e piú fruttuosi [268] avvicendamenti di cultura, di nuove seminagioni e di nuove macchine; ma i loro discorsi si levavano tutti ben piú alti dal suolo: pareva che discorressero di contadini, e invece parlavano d'uomini, cioè di menti da persuadere, di cuori da illuminare; pareva che limitassero il loro sguardo a' poderi, alle fattorie, e miravano invece all'Italia.

Cosí appunto il giornale acquistava non pure varietà di materie, ma di idee, di inspirazioni, di forme: e tutte queste differenti gradazioni non appaiono se non solo alla superficie, perché nella varietà, e spesso contrarietà, de' concetti, è l'unità del principio fondamentale. Cosí l'albero grande dà frutti al cittadino e dà legna, dà nidi agli uccelli, al passeggiero ombre grate e freschi susurri: ma il suo tronco è uno solo.

[269]

Cap. V.
La fine e la fortuna dell'Antologia

Alcuni giudizî dati su l'Antologia. — I propositi del Vieusseux dopo il 1830. — Nuovi scrittori. — I primi attacchi all'Antologia. — La Voce della Verità e gli altri giornali avversi. — La soppressione dell'Antologia. — Come piú volte il Vieusseux tenta farla risorgere. — Nuove persecuzioni a lui e all'opera sua. — Nuove speranze deluse. — Ancora della fortuna dell'Antologia.

Veduti gl'intendimenti e i pregi veri dell'Antologia, non potrà lo studioso stimare né esagerate né ingiuste le lodi, che da Italiani e da stranieri concordemente venivano ad essa tributate; né meravigliarsi che già grandi e numerose, come si è visto, fin da' primi suoi anni, si facessero in séguito piú numerose e piú grandi. Antonio Panizzi scriveva[1124] da Liverpool, che l'Antologia era il giornale “piú italiano degli altri e meno schiavo„: da Padova il Capponi assicurava[1125] al Vieusseux, che il suo giornale “faceva testo„ in quelle provincie: [270] il Leopardi asseriva[1126] che ricevendo un fascicolo dell'Antologia, gli pareva di ricevere “non un numero di giornale, ma un libro„; e tempo dopo, “vi giuro — scriveva[1127] al Vieusseux — che quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si pubblica in Italia, mi par di sognare! Vera e bella e maravigliosa creazione è questa vostra„. Molti quel giornale leggevano con gusto grande, citandolo spesso come libro autorevole; non pochi lo attendevano con impazienza. “Aspetto con gran desiderio l'Antologia — diceva[1128] il Giordani. — Quando mi arriva è festa per me„. Da Parigi il Tommaséo scriveva[1129] nel '35 al Capponi: “l'altro giorno provai due piaceri grandi. Un piemontese mi disse che l'Antologia gli aveva fatto passare piú notti insonni: e un napoletano mi disse che la lettura dell'Antologia gli era come una festa„. E Urbano Lampredi, tra la tristezza e la noia in cui lo gittava la sua salute disfatta, “già ve lo scrissi: — ripeteva[1130] ai Vieusseux — io sono afflitto per necessità fisica, cioè senza ch'io abbia motivi, e conosco chiaramente di non averne. Intanto per altro, che posso poco leggere, quel poco è da me impiegato nel leggere qualche articolo dell'Antologia. Questo è il solo libro che mi tiene qualche minuto piú meno distratto dalla mia ambascia, e perciò Dio [271] ve ne renda merito, e quando ve ne cadrà il destro, fate questa limosina a Lampredi, che vi ama e vi stima„.

Lodi non meno grandi l'Antologia riscoteva da scrittori stranieri[1131] e dai piú rinomati giornali d'oltr'alpe. In Francia la Rivista Enciclopedica, parca ne' primi tempi di elogi, non esitava piú tardi a chiamarla[1132] “il miglior giornale d'Italia, e il piú indipendente„. Tra gl'Inglesi, la Monthly Review affermava[1133] che “non solo essa è superiore a qualunque opera periodica italiana, ma non può temere il confronto con qualunque altra d'Europa„. E nella stessa Vienna imperiale e reale, un giornale austriaco affermava[1134] “eccellente„ l'Antologia.

Né di queste lodi, sincere perché non compre mai né sollecitate, il Vieusseux insuperbiva: modestamente, anzi, ed oh quanto diverso da' compilatori del Giornale Arcadico, i quali, al dire[1135] del Leopardi, ne andavano “pettoruti... come di un'opera Europea, di uno strumento della civilizzazione e del perfezionamento dell'uomo„; modestamente e con sincerità inusitata il [272] Vieusseux confessava[1136] alcuni articoli del suo giornale “mediocri„, alcuni argomenti “troppo superficialmente trattati„. Giungeva persino a dire[1137] non aver egli “altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare senza dubbio assai meglio...„. Nelle quali parole egli esprimeva il vero suo sentimento, uso com'era non già a innalzare sé stesso e l'impresa propria screditando le altrui, ma a trovar sempre in quelle degli altri qualche cosa di buono da imitare o emulare.

***

Nel 1830 (io vengo seguitando la storia, che per deliberato proposito ho lasciata interrotta quando giunsi al Mazzini), nel 1830 il Vieusseux si accingeva a compilare l'Antologia, mutandola però in qualche parte. Non era indirizzo diverso quel mutamento, anzi ne era lo svolgimento: infatti egli poteva in quel tempo tradurre in pratica un desiderio suo antico. Per quanto, fin dal principio, si fosse adoprato perché il suo giornale divenisse[1138] “essenzialmente italiano„, non aveva però mai potuto, benché via via limitandone il numero, escluderne affatto le traduzioni. Era sorto frattanto in Milano l'Indicatore lombardo, era sorta l'Antologia straniera in Torino: e per questa ragione il Vieusseux deliberava[1139] far sempre piú raccolta nel suo giornale di cose italiane, o applicate [273] ai bisogni dell'Italia; in modo — come diceva[1140] al Dragonetti — “da potere escludere... qualunque articolo straniero, o vertente sulle cose straniere„. In somma, l'Antologia d'ora innanzi doveva essere “esclusivamente l'espressione dell'attuale società italiana e de' suoi bisogni nel secolo XIX„.

Per raggiungere questo scopo, con insistenti premure sollecitò l'aiuto d'altri studiosi d'ogni parte di Italia; e molti di essi volentieri si unirono a' vecchi scrittori dell'Antologia, la quale in tal modo pareva, attempandosi, ringiovanire acquistando forze novelle. È del giugno del '30 uno scritto del Troya, nel quale egli ragiona[1141] del codice diplomatico longobardo, e del come si indusse a scrivere la Storia d'Italia avanti il dominio dei Longobardi. È posteriore a questo, di poco, uno scritto[1142] del Reumont su Andrea del Sarto.

Alle “gentili richieste„ del Vieusseux, nel maggio del '31 corrispose Alberto Nota, inviando una descrizione[1143] del terremoto nella provincia di S. Remo: e per consiglio[1144] del Giordani, che stimava il Bianchetti “degno dell'Antologia„, e desiderava che uno scrittore “sí lucido ed elegante e utile e di pratica utilità„ ne divenisse assiduo collaboratore; sollecito il Vieusseux [274] proponeva[1145] al Bianchetti la compilazione non solo di un bollettino economico, morale e statistico delle provincie Venete, ma delle Lettere di un Romito dell'Appennino, tempo innanzi inutilmente offerta, come si è visto, al Leopardi e al Brighenti.

Volentieri accoglieva[1146] la proposta il Bianchetti, e nell'ottobre infatti mandava[1147] co 'l titolo di Romito Patrofilo la prima lettera; nella quale, dopo discorso delle ragioni che avevano indotto il Romito a ritirarsi dal mondo, a lungo si fermava su 'l manifesto dell'Antologia del 1830. Ma questa prima lettera, benché piacesse al Censore, non tutta però fu approvata[1148]: e alla proposta del Vieusseux, che qualche cosa mutasse, “abbandoniamo — rispose[1149] il Bianchetti — abbandoniamo, mio caro Vieusseux, l'idea di queste lettere..... Non dispero di potervi mandare un giorno stampate nelle nostre provincie forse quelle stesse cose e parole, che nella vostra beata Toscana non si lasciano [275] stampare„. Invano il Vieusseux gli scriveva[1150] che il censore aveva detto: mandasse la seconda lettera, perché dal modo con cui vedesse fatta l'applicazione de' principî manifestati nella prima, si regolerebbe, e facilmente farebbe poche modificazioni; invano gli riscriveva[1151], dicendo tra le altre cose: “quando chiedo un favore per l'Antologia, non chiedo a nome de' miei interessi, bensí a nome dell'amore che tutti portiamo alle cose italiane„. Il Bianchetti rispose[1152] facendogli la raccomandazione, che era divieto, “di non fare alcun uso di quel manoscritto„.

A queste non brevi trattative ho qui con certa ampiezza accennato, perché si veda con che sollecitudine premurosa il Vieusseux cercasse in quel tempo adunare intorno a sé ogni buono scrittore italiano, e come se qualche volta fallisse in questo intento, non fosse certo sua colpa. Pregava[1153] intanto il marchese Dragonetti di mandargli “qualche articolo sullo stato attuale della sua provincia„: e di lí a poco sollecitava Cesare Alfieri perché volesse di qualche suo scritto su cose politiche ed economiche onorare l'Antologia. Alle quali cortesi premure, l'Alfieri rispondeva[1154] dichiarandosi disposto a fare ciò di che il Vieusseux [276] lo pregava, e assicurandolo essere tanta la sua buona volontà, che solo gravissime ragioni potrebbero distoglierlo dal suo proposito. Nel tempo stesso, il Vieusseux chiedeva a Cesare Balbo alcuna delle sue novelle: e a lui che se ne schermiva[1155] co 'l dirgli che non gli parevano esse “il genere dell'Antologia„, il Vieusseux replicava[1156]: “... l'Antologia non è circoscritta in un genere speciale; qualunque sia la forma d'uno scritto, sarà sempre gradito quando tratti argomento italiano, ed abbia per scopo il migliorare le condizioni dell'Italia.....„. Piú sollecito del Balbo rispose all'invito del Vieusseux il Montanelli, mandando su 'l corcirese Achille Delvinotti uno scritto[1157] dove, nel ragionare dell'arti belle, le chiama “vergini custodi delle fiamme del sentimento„; scritto che non è, per dire il vero, gran cosa. E del pari sollecito [277] rispondeva il Carrer, dicendo[1158] al Vieusseux, che associarsi in un'impresa tanto onorata, “era cosa ambita meglio che desiderata„.

A questi scrittori, che in parte avevano già mandato, in parte promesso all'Antologia loro scritti, si aggiunse il giovine Opprandino Arrivabene, presentato[1159] al Vieusseux da Ferdinando, come per compensarlo del non potere egli stesso corrispondere con qualche suo articolo all'invito cortese. E di lui comparvero[1160] que' pensieri su la letteratura cosmopolita, che piacquero[1161] molto al Giordani perché vedeva derisa, al dire di lui, “giustamente„, l'idea della letteratura universale “sognata da quella bella testa del Mazzini„.

Intanto il Vieusseux non solo andava via via chiamando a sé d'intorno altri scrittori o già provetti, o giovani, che il suo intúito felicemente discerneva capaci di diventare provetti; ma a rendere l'opera propria [278] piú utile e piú nazionale, cercava in ogni provincia d'Italia corrispondenti, i quali compendiosamente lo ragguagliassero di ogni cosa importante intorno alle scienze, alle lettere, alle condizioni morali, statistiche ed economiche d'ogni regione. E dal gennaio del '32 creava[1162] per questo scopo una parte nuova nel suo giornale, co 'l titolo di corrispondenze e notizie epilogate: parte che a Gino Capponi sembrò[1163] “un capo d'opera, un'ottima, una utilissima cosa.....„. E nella stessa lettera, “Le vostre idee di Direttore — esclamava — sono sempre bellissime. Cosí tutto il giornale potesse rispondervi sempre!„

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Non il giornale però, ma i tempi via via divenuti piú torbidi, non rispondevano a' sacrifici di Gian Pietro Vieusseux né alle intenzioni sue generose. Sin dal 1828 era successo al Puccini nella Presidenza del Buon Governo il Ciantelli: e con lui cominciarono veramente que' rigori e quelle persecuzioni, se non paragonabili ancora a quelli di altre regioni d'Italia, certo fino a quel tempo inusitati in Toscana. Mutato il maestro, la musica era peggiorata. Fu relegato a Montepulciano il Guerrazzi; soppresso nel febbraio del '30 l'Indicatore Livornese: e già si andava tant'oltre per questa via, che avendo il Cortesi fatto del Giovanni da Procida un ballo da darsi alla Pergola, ne fu interdetta[1164] la rappresentazione. Delle quali cose il popolo mite toscano ogni dí piú mostrava al granduca, con segni di ostilità punto dubbî, la sua scontentezza. [279] Alle ore 7½ del mattino del 12 di maggio 1829, l'agente di turno del quartiere di Santa Maria Novella, Pietro Pepi, staccava dalla colonna di Santa Trinita un cartello, in cui si leggeva[1165]: “Sotto l'apparente velo della giustizia si nasconde il tiranno Leopoldo II. Morte al medesimo„. Il 18 di maggio, prima delle ore cinque, fu trovato affisso a una colonna del R. Arcispedale di Santa Maria Nuova un altro cartello con sopra scrittovi: “L'infame Leopoldo II sia morto„: e all'inscrizione tenevano dietro alcuni versi[1166]. Tanto era grande il numero de' cartelli affissi, che si dovette creare un “nuovo sorvegliante incaricato del servizio straordinario dei cartelli„: e perché in Firenze, allora come ora, non mancava mai in ogni cosa, per quanto seria, lo scherzo, uno di questi cartelli fu trovato affisso al casino de' nobili, di faccia all'arco demolito, ove a stampatello era scritto: “Appigionasi primo piano nel Palazzo Reale Pitti con mobilia„.

Racconta[1167] il Pieri, che nella notte del 22 giugno un attentato al granduca si facesse, infruttuoso; e che opinione generale in Firenze era che quell'attentato [280] fosse instigato “dalla Corte di Vienna e particolarmente dal vicino duca di Modena per mettere paura al Gran duca, ond'egli mutasse nel rigore il suo mite ed umano reggimento„. Ma senz'andare tant'oltre nelle supposizioni, altri fatti non dubbi dimostrano per quali ragioni e pressioni la Toscana per la prima volta sperimentava i rigori di una politica nuova.

Fin dall'ottobre del 1828 Alfonso Lamartine scriveva[1168] da Parigi al Capponi: “io non ritrovo piú la Francia nelle stesse condizioni in cui l'avevo lasciata: tutto è sconvolto„. Due anni di poi, nel luglio, le idee, le speranze, le necessità degli altri popoli, sordamente accolte per via sotterranea scoppiavano in Francia quasi per aperto cratere, rovesciandosi su tutta Europa in fumo tetro e in minacciosa favilla. Parigi insorgeva gridando il sommesso sospiro di tutta l'Europa: e dopo Parigi si levavano i Sassoni chiedendo al loro re costituzione piú larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvichesi; il Belgio insorgeva; insorgevano di lí a poco Modena, Bologna e le Legazioni. Questi sconvolgimenti avvenuti in parte, in parte presentiti vicini, indussero l'Austria a inviare nel '30 in Firenze il Saurau, duro e sospettoso, per iscuotere la Polizia toscana, che nulla vedeva e sapeva, e per sostituirvi il conte di Bombelles, intento troppo a corteggiare Carlotta Grisi, cantatrice lombarda e sorella alla celebre Giulia ch'ebbe di grandi applausi in Parigi; e forse per questo, curante tanto della diplomazia e della sua legazione quanto della contessa sua moglie, leggiadra bionda perdutamente invaghita di un russo della famiglia degli Orloff, cui mancavano le gambe portategli via da una palla di cannone nella battaglia di [281] Dresda[1169]. Le vicende accadute in Francia ed altrove, facevano piú rapido scorrere il sangue nelle vene degl'Italiani[1170], non presaghi allora che di lí a poco la Francia bandirebbe il principio del non intervento, consecrando l'opera della Santa Alleanza, e soffocando la rivoluzione europea: e il Saurau giungeva in buon punto per reprimere non dico ogni moto, che non ce n'era di bisogno giacché il mormorio che pur si udiva in Toscana era dolce, come di ruscello, ma il pensiero e fin la speranza di libertà, e mettere cosí la Toscana alla pari di tutte l'altre provincie d'Italia.

Verso la metà di settembre del 1830, a Giovanni La Cecilia[1171], da poco ritornato in Firenze, gli ufficiali [282] del secondo reggimento offersero un pranzo nella sala della gran guardia: si fecero brindisi all'Italia, e fu cantata la Marsigliese. Que' canti e que' brindisi, che non scrollavano davvero le fondamenta né dell'Austria né del regno Lombardo-Veneto, provocarono “una nota molto aspra„ dell'ambasciatore d'Austria: e al La Cecilia, chiamato a Palazzo Nonfinito, fu imposto “lasciare Firenze e la Toscana nel termine di otto giorni„. “Non dovrei dirlo — soggiunse il Presidente del Buon Governo — ma la di lei permanenza tra noi è creduta pericolosa„. Oh come mutati apparivano i tempi, da quando il buon Ferdinando negava nel '21 Gino Capponi al fratello pedante, che instantemente lo richiedeva! L'esilio del La Cecilia fu l'inizio di altri esilî, cioè di altre e inusitate condiscendenze, sempre piú comprovanti la debolezza del Governo toscano ormai divenuto vassallo.

La sera del 13 novembre 1830 a Pietro Giordani, facile a parlare ardito e francamente, ma non cospirante tuttavia (aveva egli infatti preparata l'inscrizione da porsi nella base di una colonna da erigersi tre miglia vicino a Firenze, per festeggiare Leopoldo II ritornante da Vienna); a Pietro Giordani il commissario di Santa Croce intimò[1172] “partire da Firenze entro 24 ore, dalla Toscana in 3 giorni, sotto minaccia d'arresto e di carcere„. E la sera stessa fu del pari cacciata in esilio la famiglia Poerio, con otto giorni di tempo per lasciare la Toscana. Partito appena il Giordani, il Fossombroni scrisse[1173] al barone Werklein perché il fiero piacentino [283] fosse da lui “bene accolto, e ben trattato„: e non si accorgeva, nel compiere questo atto, non si accorgeva punto lo scaltro e faceto ministro toscano, di confessare l'apatica sua debolezza.

Non a torto Mario Pieri, nel prendere memoria dell'esilio del Giordani e de' Poerio, commentava[1174]: “ciascuno comincierà a vivere con qualche inquietudine, e specialmente noi forestieri„. Di lí a poco, infatti, a Pietro Colletta mortalmente malato, intimavano l'esilio; ond'egli rispose[1175]: “aspettassero un'ora, che sariasi tolto tale esilio egli stesso da non disturbare piú nessuna polizia del mondo„. Revocarono l'ordine: ma quando nel novembre del '31 morí, fu vietato[1176] parlare di lui nell'Antologia, fu vietato perfino dare alla luce un suo discorso su la storia de' Greci moderni. E avendo gli amici, per onorarne in Livorno la memoria, eretto nella chiesa un catafalco con certe statue raffiguranti la Costanza e il Silenzio, assai molestie patirono, e gravi: fu instruito processo, asserendo il Governo sapere di certa scienza quelle statue rappresentare l'una l'Italia, l'altra la Vendetta: e il Commissario conchiudeva il suo discorso dicendo[1177]: “Dopo l'abolizione della corda non può sapersi [284] piú una verità„. Dopo non molto, fu mandato in esilio Antonio Benci; tolta, senza motivo alcuno, a Celso Marzucchi la cattedra: e perché il consiglio municipale di Siena lo aveva eletto bibliotecario, non si peritava il granduca ad annullare la presa deliberazione[1178].

In una parola, co 'l piegarsi, benché con aria contrita e uggiti dell'essere forzati a disdire la mansuetudine antica, ma come che sia, co 'l piegarsi alle ingiunzioni mandate da Vienna, il Governo toscano era venuto via via distruggendo quel paradiso terrestre nel quale l'affetto e l'onorata accoglienza avevano a molti reso men duro l'esilio dalle patrie case. Non ripeterò co 'l Mazzini[1179], che la Toscana era divenuta una “colonia del Canosa e della sbirraglia modenese„: ma certo sembrava che in essa si corresse di furia a ricopiare tutta la sapienza del benigno governo di Francesco IV. Sarà stata un purgatorio, se cosí si vuole, in confronto all'inferno delle altre provincie: ma certo era anch'essa divenuta un luogo di pena.

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De' tempi mutati infatti Gian Pietro Vieusseux ben presto ebbe a sperimentare gli effetti e nella maggiore lentezza e ne' rigori piú acerbi della censura.

[285] Sí di frequente e in tal numero le pagine ritornavano a lui mutilate, che, per rendere quanto fosse possibile meno inutili le spese già grandi, non potè piú consegnare al censore l'intero quaderno già pronto[1180], ma di ogni articolo presentava innanzi le bozze in istampa. Nel fascicolo dell'aprile del 1831, ad esempio, ben cinquantasei pagine furono falcidiate dalla già mite censura: cosa che, co 'l ripetersi spesso, portava seco dispendi gravi, e, nell'allestire il giornale, ritardi forse piú gravi ancora al Vieusseux.

Ond'egli se ne scusava[1181] a' suoi associati: ma “essi intenderanno — aggiungeva — che i ritardi non dipendono sempre da cause volontarie„. E agli inciampi, di per sé soli già grandi, procurati dal Governo toscano, altri ne procurava maggiori la maggiore, e dopo il '30 accresciuta, barbarie d'altre censure d'altre parti d'Italia. Con la certezza di non riceverla mai, o di riceverla miseramente tarpata, molti, che volentieri si sarebbero fatti associati all'Antologia, ne smettevano il pensiero: de' già associati la disdivano molti. “Nessuno — scriveva[1182] nel '32 Gaetano Barbieri al Vieusseux — nessuno vuol dare il suo nome ad un'opera della quale in sul piú bello gli vengono trattenute le copie„. E se qualche fascicolo scampava (rarissimo caso) a sí triste destino, era però licenziato da que' censori tanto in ritardo, da renderne poco meno che inutile la lettura[1183]. A tal segno si giunse, che volendo il Vieusseux [286] pubblicare nella Gazzetta di Mantova una lettera con che sollecitava l'aiuto de' migliori scrittori di quella provincia, l'editore della gazzetta restituiva la lettera e l'introduzione a questa preposta da Ferdinando Arrivabene, adducendo[1184] a sua scusa che [287] egli “aveva di che temere pregiudicio politico facendosi a menzionare l'Antologia fiorentina„.

Le quali parole bene dimostrano quanto puerilmente maligne fossero le accuse de' compilatori del Nuovo Giornale Ligustico, quando, asserito che nell'Antologia anco la novella letteraria parla “di politica e di guerra„, aggiungevano[1185] che il principal difetto dell'Antologia si era questo, “di voler piacere a' promotori delle novità; non tanto perché le amassero i compilatori.... ma sí perché fosse maggiore il numero de' soci, e perciò il profitto dell'Editore„. Era il primo segnale di battaglia: al quale il Vieusseux, né timido né provocatore, rispose[1186] in termini dignitosi, ma temperati. “Non per piaggiare opinioni che pur troppo non sono dominanti.... — egli rispose — non per servire a indegne speranze od a vili interessi ritornano spesso sopra a certi argomenti i collaboratori [288] dell'Antologia; ma per un bisogno invincibile, per un sacro dovere; perché credono che le cose letterarie non si possano ormai dalle morali e dalle civili interamente disgiungere;.... perché giova ed è forza educare gl'ingegni e gli animi a considerare in ogni cosa la parte piú seria e piú importante alla privata e alla pubblica felicità; perché l'uomo che in mezzo a tanta lotta d'opinioni e di affetti, in mezzo a tante lagrime e a tanto sangue, potesse cosí bene involarsi alle cose che gli stanno d'intorno, da ragionare amena letteratura o scienze esatte, come se uscisse di sotto a una stuoia della Tebaide, o dalla caverna d'Epimenide, cotest'uomo sarebbe o un tristo o uno stolto. L'accusa.... mossaci dal Giornale Ligustico richiederebbe forse piú lunga risposta, se noi non parlassimo innanzi ad un pubblico il quale ci crederà facilmente, quando ci protesteremo disposti a rigettare non solo un vile guadagno, non solo un meschino risparmio, ma quante cose ha piú care la vita, per non mentire alle nostre opinioni, per non tradire la causa della verità e dell'onore„.

Brevemente, tra serî e stizzosi, ribatterono i compilatori del giornale genovese, ammonendo[1187] al Vieusseux essere il secolo XIX “annoiato e vergognoso„ di certi “abietti principî„ che all'intelletto si volevano imporre: ma il Vieusseux non li degnò di nuova risposta, e sempre meravigliosamente costante ne' suoi propositi seguitò la sua via.

Que' due scritti però furono come ne' giorni afosi d'estate il primo brontolio lontano del tuono, che annuncia la tempesta vicina: né questa infatti tardò molto a scoppiare. Il 20 febbraio del 1832 Celso Marzucchi parlando del Canosa, ch'egli chiamava [289] “feroce cannibale„, scriveva[1188] da Siena al Vieusseux: “Nell'articolo sulla pubblicità dei giudizî mi verrà forse opportuno di dir qualche cosa in proposito, e la dirò, salva sempre l'approvazione„. Un mese dopo, mandando l'articolo, continuava[1189]: “Voi mi scriveste che lasciassi correr libera la penna come il cuore mi avrebbe dettato, per combattere le teorie infernali di C[anosa] senza nominarlo. Ho fatto quanto mi autorizzaste a fare. Forse vi parrà ch'io abbia detto troppo, e a me pare di aver detto poco. Ma che dirà la Censura? Se non passerà, la colpa non sarà tutta mia„. Non so che cosa dicesse la censura; so che lo scritto fu lasciato passare. In esso, tra l'altre cose, il Marzucchi diceva[1190]: “è forza il riconoscere che bestemmiano contro la Providenza divina tutti coloro, i quali vorrebbero che si retrocedesse alle idee dei secoli di maggiore ignoranza, e che le società, le quali con lena tanto affannata giunsero ad esser civili, ridiventassero teocratiche; e poi fan voti perché il Tribunale del Sant'Uffizio, la feudalità, le primogeniture, i fidecommissi, ove abolironsi si ristabiliscano; e sono dolenti (inorridisco a dirlo) che non si ritorni da per tutto all'uso della tortura, alla pena del fuoco, della ruota, e di altri supplizî allungati e penosi, e che in fatto di teorie governative quelle per tutto il mondo non si professino di Filmer e di Hobbes. A questi scrittori, che si ostentano tutti compresi da una grande carità di patria e da un gran sentimento di religione, noi, che ci facciam gloria di esser nati e di vivere in Toscana, [290] e di essere governati dalle leggi di quel Grande che essi insultano, diremo francamente che Iddio pose loro il buio nel pensiero, e che vivono in stato abituale di delirio. Se cosí non fosse, oserebbe uno fra essi piú imprudente paragonarsi empiamente al Divino Salvatore, al Dio venuto in terra a fondare il regno della giustizia e della eguaglianza fra gli uomini? Una bocca che vomita sentenze infernali di terrore e di esterminio si vorrà confrontare con quella bocca divina, che dettava una legge di mansuetudine, di amore, e di fratellanza? E ardite chiamarvi annunziatori della verità? Mentite. La verità è sole che scorre placido e maestoso, e colora e scalda e vivifica e muove tutte le cose create. Le vostre parole non suonano che morte. Dunque la vostra parola è menzogna„.

Un giornale di Modena da poco fondato e già tristamente famoso, La Voce della Verità, figlia adottiva del grande bargello d'Italia Francesco IV, e nutrita della malvagità del Canosa (e della natura de' due riteneva non poco non solo negli scritti ma e nell'emblema, uno scoglio con scrittovi sopra non commovebitur); la Voce della Verità, uscito appena il fascicolo dell'Antologia, tra scherzosa e biliosa ribatteva[1191] in un articolo intitolato “All'“Antologia„ di Firenze„: “M'è stato detto che voi avete conciati pel dí delle feste i poveri redattori della Voce della Verità; e mi è stato detto da tanti, che l'ho dovuto credere, quantunque non mi sia riuscito di leggere nell'articolo del signor Marzucchi, Voce della Verità né in maiuscolo, né in minuscoletto, né in corsivo„. E fingendo rivolgersi a quelli che avevano “con evidente calunnia attribuito all'Antologia un animo sí cattivo„, dopo accennato che alcuni a torto volevano che quell'articolo [291] alludesse a un opuscolo del “dotto e profondo signore„ il principe di Canosa; terminava: “io aveva sempre creduto che voi foste un giornale liberale, ed ho scoperto che siete realista. Me ne rallegro di cuore, e voglio proclamare per tutta Italia questa consolante notizia: l'Antologia non è liberalesca: l'Antologia è realista. E se alcuno nol crede, ascolti. I liberali non sono mai contenti del loro governo, e fanno applauso a chi insulta i sovrani. Ma l'Antologia si fa gloria di vivere sotto le leggi dell'Augusto Gran Duca di Toscana, e per molto zelo lo difende dagli insulti persino di chi lo venera e lo rispetta per dovere e per inclinazione. Dunque l'Antologia non è liberalesca: dunque l'Antologia è realista..... È vero che anche quest'ultimo fascicolo è da capo a fondo pieno di proposizioni liberalesche, ma è questa un'arte finissima di coprire sotto il velo del liberalismo le buone massime per diffonderle piú agevolmente„.

Penso che alcuno degli amici al Vieusseux, forse egli stesso, il Vieusseux, privatamente si dolesse di quest'articolo co' redattori della Voce, perché qualche giorno dopo comparve[1192] in essa una Risposta ad una lettera pervenutaci da Firenze in data 4 settembre 1832, nella quale alludendo, senza però nominarlo, al Vieusseux, era detto, che quel “liberalissimo signore„ intendeva per dispotismo non quello che lasciarono definito i piú reputati maestri della politica, ma quello “chiamato tale degli odierni imbrattacarte„: e poi (con chiaro accenno al Capponi), che sapevano esservi de' liberali, specialmente nella nobiltà, della quale quel “liberalissimo signore„ si mostrava “assai tenero„. Indi, messili entrambi nel numero de' “nemici„, terminava con un “già c'intendete„, [292] che mi fa pensare a quel minaccioso lei c'intende del bravo a don Abbondio.

Ma se gli zelanti e pii redattori della Voce, in omaggio a sua A. I. e R. Francesco I e al Duca di Modena, esercitavano assai bene l'ufficio di bravi, non si adattavano però né il Vieusseux né gli amici suoi a fare la parte del timido curato. Uscita infatti la prima risposta della Voce, il Marzucchi scriveva[1193] al Vieusseux: “.... vi confesso che me la sono goduta, e mi ha fatto moltissimo piacere. Quella risposta è cosí miserabile, che dimostra anche ai meno intelligenti che quei signori han torto. Perché non sono scesi a rispondere alla sostanza del mio articolo? Perché hanno temuto la forza del vero. A me basta se il mio articolo ha caratterizzato tanto bene chi volevo colpire, da far nominare da tutti chi non ho nominato„.

Di lí a poco, l'Antologia pubblicava[1194] nel fascicolo del settembre il terzo articolo del Tommaséo su la Storia del Balbo: e fu questo occasione, o pretesto, di nuova e piú violenta guerra al Vieusseux. La schiera de' suoi nemici veniva ingrossando nel covo di Modena: e a' compilatori di un nuovo giornale (che al dire[1195] di un di costoro faceva “guadagnare mezzo il paradiso„ a chi s'adoprasse un poco per divulgarlo), quell'articolo parve[1196] “di uno scandalo cosí coraggioso e palese„, e di tale “assurdità di principî„ e “perversità delle dottrine„, che credettero non poterne tacere [293] “senza ripudiare i principî del retto raziocinio... e senza rinunziare all'impegno di pubblicare La Voce della Ragione„. Si proponevano essi farne l'analisi, congiungendo “alle gravi considerazioni..... lo scherzo„: e tra le considerazioni non gravi, e gli scherzi, ma volgari e qua e là confinanti co 'l pornografico, asserivano che nell'articolo incriminato volevasi persuadere agl'Italiani essere tutti malmenati traditi assassinati, perché da ciechi corressero sotto le bandiere della filosofia, la quale si assumeva l'impegno caritativo di operare la loro restaurazione: essere i sovrani servitori de' popoli, e che quando non servano bene possono licenziarsi, come il porcaio quando non guida bene la mandra: e quasi ciò non bastasse, essere necessaria “la strage e lo scannamento abbondante degli uomini„.

Per vincere co 'l dispregio tali accuse maligne non mancavano incitamenti al non feroce Vieusseux, quand'egli men saldo fosse stato ne' suoi principî: e giova rammentare che un degli amici suoi non feroci, Leopoldo Cicognara, avanti che la Voce della Ragione levasse tanto rumore, scriveva[1197] di quell'istesso fascicolo: “Per Dio, che il settembre è un capo d'opera. Quante cose di peso, quanta profondità, quanta filosofia, che bel numero di giornale! Ma chi ha steso quell'introduzione alla Storia del Balbo? È un uomo di grande criterio e di fine accorgimento„. Se non che, mentre i buoni plaudivano a' generosi ardimenti del Vieusseux, i partigiani del duca di Modena e del Canosa via via infittivano, come gli sterpi nel bosco: e la guerra diventava sempre piú viva e piú fosca.

Un altro giornale, l'Amico della Gioventú, di fresco [294] uscito alla luce, e che si gloriava[1198] di volgere le proprie forze al medesimo fine degli altri due, cioè a “salvare la società dalle insidie di un'iniqua setta„, aveva anch'esso, come dicevano[1199] i suoi compilatori, piú volte fin dal principio sentito “il prurito di trarre la maschera a quell'ipocrita [l'Antologia]„: se non che, trattenuto dalla riputazione di quel giornale, si era solo contentato di far voti perché qualche impugnatore sorgesse, degno della “meritoria impresa„. Ma quando i suoi compilatori videro “la non mai abbastanza applaudita Voce della Ragione„ sollevarsi contro quell'“ardita seminatrice di false e paradossastiche opinioni„, contro quella “nemica della società„, presero ardire, e vollero anch'essi scrivere “due parole sull'Antologia„.

Non erano proprio due le parole; ma le molte ch'essi scrivevano, tornavano per vero in lode grande di ciò cercavano vituperare. Asserivano infatti, che quel giornale “non piú sensibile di certi pazientissimi animali riceve le sferzate, e non altera il suo passo„: e che è “sí innanzi nell'impudenza, da degradarne i fogli rivoluzionari oltramontani, che già da lungo tempo ne subodoravano le intenzioni, e nel tributargli encomî lo proclamarono loro alleato„: e che viene ormai “grandissimo stomaco„ a leggere quelle “perfide e sinistre insinuazioni che sotto il velo delle lettere va continuamente spargendo„. Ma piú che tali sdegni intemperanti, meritano singolare attenzione alcune parole di questo scritto, che non furono, com'io credo, senza efficacia nelle sorti dell'Antologia. “Noi ci compiaciamo — dicevano — alla speranza che questa aperta pugna della Voce della Ragione ne fa concepire, che fiaccato alfine [295] possa essere l'orgoglio di quel foglio sí maligno e soppiattone, che noi non dubitiamo di metter nel novero degli aperti nemici dell'umanità, e che sarebbe ormai tempo che scendesse da quell'usurpato scranno da cui pretende dar legge alla società e ricostruirla su tutt'altre basi che le antiche„. Scagliatisi poi contro “il temerario promulgatore di quelle iniquissime massime infernali„, degno di essere consegnato “alla ben meritata esecrazione„, “... e qual privilegio — conchiudevano — avrebbe il foglio fiorentino da non toccare la sorte de' fogli rivoluzionari suoi confratelli? Guerra dunque ai traditori, guerra„.

È questo, come si vede, il primo consiglio o di far tacere la voce molesta dell'Antologia o di punire severamente il suo direttore. Io non so fino a qual segno si prestasse docile orecchio alla irragionevole Voce della Ragione e all'Amico della Gioventú: ma ben so che il 1º febbraio del 1833 l'ambasciatore austriaco in Firenze, il conte di Senfft Pilsach, sollecitato dalla corte di Vienna presentava[1200] al Fossombroni un reclamo nel quale, dopo affermato che l'Antologia già da qualche tempo manifestava “una notevole animosità contro il Governo Imperiale„, denunciava il fascicolo di settembre come in ispecial modo contenente “insinuazioni odiose e anche attacchi violenti, quantunque indiretti, contro l'Austria„. Avvertiva, come di passaggio, che quel fascicolo era stato proibito dalla censura austriaca: e in foglio a parte trascriveva al Fossombroni, “per ottemperare agli ordini giuntigli dal suo Governo„, i passi “piú notevoli„, a fine di [296] rendere il Governo toscano “attento alla tendenza pericolosa e rivoluzionaria dell'opera in questione„; sicuro che questo Governo, unito al suo da vincoli di una “stretta amicizia„, non mancherebbe di “far provare alla redazione l'effetto di una giusta animavversione su' torti suoi per il passato, e richiamarla per l'avvenire al rispetto delle convenienze e a un indirizzo non contrario all'ordine delle cose legittime„. Sollecitava intanto dalla gentilezza del Ministro, “la comunicazione delle misure che a questo riguardo si prenderebbero„.

De' passi addotti[1201] dall'ambasciatore nel foglio a parte, il primo, scritto da Celso Marzucchi, diceva che il Romagnosi, nel continuo avvicendarsi di speranze e di timori, di potenze e di sorti italiane, conservò l'anima intemerata, e con virtuosa rassegnazione sopportò le ingiustizie e la povertà: il secondo, di Luigi Leoni, che una immensa sciagura si era addensata su 'l capo del Pellico, e un lungo silenzio era succeduto a quel canto, che risonando sempre in ogni anima, risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta: il terzo, del Tommaséo, su la storia del Balbo: “Taccio di Carlo Magno, che lasciò sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per quindi legare la tutela al lontano tedesco; taccio del tedesco, per la lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e sospettosa e goffa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza„.

Le parole del Ministro austriaco, bench'egli parlasse di legami di “stretta amicizia„, erano di vero comando: e quell'avvertire, benché di sfuggita, che [297] l'intero fascicolo era stato proibito dall'Austria, era un rimprovero aspro al censore, cioè al Governo toscano: e quella sicurezza che si sarebbe punito il direttore del giornale, e quel dichiarare che attendeva comunicazione de' provvedimenti che si sarebbero presi, erano ordini che non ammettevano repliche. Rispose[1202] infatti sollecito il Fossombroni: e assicurando l'ambasciatore, ch'egli non aveva indugiato un istante a richiamare su questo proposito il Dipartimento, si riservava di fargli conoscere ciò che su tale affare verrebbe a lui stesso risposto.

Il giorno 9 di febbraio il Corsini scriveva[1203] al Fossombroni annunciando che, sebbene non potesse dubitarsi della “purità delle massime religiose e politiche„ de' censori tutti del granducato, e in ispecie della “distinta capacità„ del Bernardini, pure non aveva trascurato di “far sentire„ a quest'ultimo i “ragionati motivi„ per cui la censura di Milano aveva riprovato il fascicolo di settembre, né di richiamarlo a portare in avvenire “la piú scrupolosa attenzione„. E prometteva in fine che “ingiunzioni analoghe„ si farebbero al direttore dell'Antologia.

Ricevuta la memoria del Corsini, il Fossombroni ne dava comunicazione al Senfft Pilsach, aggiungendo[1204] essere stato necessario limitarsi a far solo notare al censore gli articoli incriminati (la cui inserzione dovevasi a una “semplice svista„), perché i principî [298] di lui politici e religiosi erano “al di sopra di ogni sospetto„. E assicurava poi al ministro austriaco, che “severi rimproveri„ si farebbero al Vieusseux, “con minaccia di sottometterlo a misure di rigore, in caso di nuove aberrazioni di simil specie„.

Non diede però il Governo toscano grandi noie al Vieusseux: bensí il Fossombroni, nemico d'ogni molestia e di ogni atto energico che molestia gli procurasse, si mostrò con l'ambasciatore austriaco sollecito in parole di compiacere a' desiderî di lui, lasciando invece ne' fatti correre il mondo da sé. Si limitarono, io penso, i due ministri toscani (e piú per prudenza e per non ne avere altre noie, che per altro motivo) si limitarono a proporsi di tenere un poco piú aperti gli occhi, senza darsi tuttavia troppa pena. E al censore Bernardini, che il 30 gennaio del '33 aveva chiesto se le discussioni politiche e amministrative, affatto estranee al giornale, dovessero limitarsi al nostro Paese o anche agli altri Stati ne' quali esisteva libertà di discussione; e se egli dovesse, in doppio caso negativo, prendere di mira soltanto gli articoli ne' quali ex professo o anche quelli ne' quali per incidenza riconosciuta non colposa, come di passaggio si trattasse delle materie inibite; al censore, il Corsini rispondeva[1205] il 9 febbraio (il giorno stesso che al Fossombroni) rispondeva: che nelle questioni di economia politica si poteva “continuare a permettere una modesta discussione„: che per ciò che riguardava la Toscana, era necessaria “una piú stretta censura„ in cose politiche: ma che per ciò che concerneva gli esteri Governi, ove era permessa libera discussione, poteasi procedere “con piú franchezza„, [299] purché non si discendesse “a una critica acerrima„ o non si lodasse “in termini trascendenti e tali da far scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi„. Caldamente però gli raccomandava di rendere “piú castigata„ l'Antologia; di “portare uno scrupoloso, e direi quasi sospettoso, esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di frasi, sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle materie trattate....„.

Comunicandogli poi nello stesso giorno con altra lettera[1206] que' “ragionati motivi„ di cui aveva parlato al Fossombroni, e che avevano indotto la Censura austriaca a interdire ne' suoi Stati la divulgazione del fascicolo di settembre, novamente richiamava il suo “ben conosciuto zelo„, e la sua “saviezza„ ad esercitare “la piú scrupolosa attenzione sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessava di manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a riflessioni politiche, le quali direttamente o indirettamente alludessero ad avvenimenti recenti, o alle opinioni, che in fatto di Governo si sarebber voluto promuovere dai partigiani di innovazioni„.

Pensavano il Fossombroni e il Corsini avere con tali avvertenze ottemperato a' desiderî dell'ambasciatore, lieti nel tempo stesso di avere, difendendo nelle lor repliche timidette la censura toscana, difeso il Governo, e salvata la sua dignità. Ma se il ministro d'Austria in Firenze restò contento alle ampie promesse ricevute, e se contenti i ministri toscani del [300] mantenerle fino ad un certo segno, non tacquero i giornali di Modena il loro dispetto al vedere che il Vieusseux poteva, senza molestie apparenti, continuare l'impresa propria. Già, poco innanzi, l'Amico della Gioventú, con chiara allusione all'Antologia, aveva pregato[1207] Dio perché tutti i Governi si impegnassero a “distruggere da per tutto le spelonche e gli ordigni di questi novelli assassini dell'umanità„: già si sono veduti a suo luogo i consigli pii della Voce della Ragione. Ma piú chiaramente e malignamente, a proposito di uno scritto del Libri su la Rivista Europea, la Voce della Verità sentenziava il 2 marzo del '33: “che direbbe l'Antologia... se molti fra' suoi collaboratori ritornassero alle loro case, e se il suo direttore, sig. Vieusseux (supponendolo un dotto), dovesse abbandonare una terra, che per lui è realmente straniera?„.

Ma il Vieusseux non rispondeva con ingiurie alle ingiurie: rispondeva perseverantemente operando. E spirito di sacrificio e amore vero d'Italia e della impresa propria, erano necessarî per sopportare tante molestie, non solo da que' di Modena, ma dalla censura Toscana, che, sebbene non pedantemente, fedelmente però poneva in pratica i ricevuti consigli. Il 10 di febbraio infatti del '33, scriveva[1208] il Vieusseux a S. E. Corsini rammentando a lui, senza ombra d'orgoglio, ma con dignità d'anima e di parole, come l'Antologia da dodici anni gli costasse “continui sacrifici di tempo, di quiete, di danaro,„: e come quest'opera, “decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in particolare„, che occupava varî letterati suoi amici e non poche famiglie di compositori e legatori, [301] oltre che di vivere per il bene degli altri, avesse bisogno, perché vivesse essa stessa, di essere stampata e dispensata ad epoche regolari. Lodava egli, probo com'era, “l'onesta libertà„ che fino a quel tempo gli era stata concessa: ma notava principalmente che ora aveva a dolersi degl'insoliti rigori da parte della censura, i quali potevano costringerlo a cessare la sua pubblicazione: giungendo essi a tal segno, che il fascicolo del novembre-dicembre 1832 solo ne' primi di febbraio del '33 fosse licenziato per la stampa, e con tali mutilazioni, da richiedere la spesa di trecento lire per ripararvi. Presentava egli intanto il proemio (ove era una digressione su 'l progresso) al primo fascicolo del 1833, che stava ancor preparando, e si lusingava che alla rettitudine delle sue intenzioni verrebbe resa giustizia.

Ricevuta la lettera, il Corsini chiamava a sé Gian Pietro Vieusseux, e fu cosí lontano dal fargli que' “severi rimproveri„ e quelle “minaccie„, dal Fossombroni annunciate all'ambasciatore d'Austria, che tempo dopo il Vieusseux poteva scrivergli[1209] che le risposte di lui lo consolarono e gli crebbero le piú care speranze.

Di quel colloquio infatti serbò notizia nelle sue carte il Vieusseux, scrivendo[1210] che S. E. Corsini “1º Non permetteva, benché buona, la digressione sul progresso; 2º M'impegnò caldamente a proseguire l'Antologia; 3º Mi domandò di scansare gli argomenti che possono dar luogo a discussioni di politica, e ad allusioni all'Austria; 4º Promise dal canto suo di essere piú andante sulle cose nostrali e di sollecitare la [302] revisione„. Le quali parole, mentre da un lato dimostrano come le promesse fatte al legato austriaco non furono mantenute, dall'altro però dimostrano come S. E. Corsini lodasse, e le cose lodate non permettesse tuttavia divulgare; non per timore della propria coscienza, che, se egli assentisse, lo pungerebbe di non degnamente servire al granduca, ma per timore degli altrui timori. Egli, in somma, concedeva che si parlasse, ma, per iscansare noie e imbarazzi, chiedeva che si parlasse senza però fare grande strepito intorno: concedeva che si pensasse, ma senza rendere a sé stessi ragione del proprio pensare; come in un dormiveglia.

L'avere egli infatti stimata buona la digressione con che nel proemio all'annata del '33 Gian Pietro Vieusseux esprimeva i principî suoi su 'l progresso, e il non ne avere tuttavia consentita la stampa, possono essere prova di quanto ho asserito. Diceva[1211] in essa il Vieusseux: “Noi lo professiamo altamente, siamo fautori della diffusione de' lumi... Il popolo non può piú essere sottomesso per istupidità: bisogna che egli lo sia per convincimento e per amore... Il popolo è avido di sapere? e noi apriamogli le fonti di un'istruzione che lo renda piú atto a' suoi lavori, che gli educhi il cuore mentre gli coltiva la mente; iniziamolo ad una scienza che sia la scienza del bene. Il popolo ci parla de' suoi diritti? e noi, senza negargli, parliamogli insieme de' suoi doveri, mostriamogli quanto importi a lui stesso la [303] tranquillità pubblica e la subordinazione. Il popolo chiede il pane e le comodità, ci domanda di sedere con noi al gran banchetto della vita? e noi assistiamolo a procacciarsi questi doni della provvidenza con quel mezzo ch'ella ha prescritto, cioè col sudore della propria fronte; avvezziamolo a conservare, ad accumulare gli avanzi di questi frutti del suo lavoro, e sforziamolo cosí, divenendo proprietario, a divenire docile e fedel cittadino... Stringiamoci, insomma, con un vero vincolo di famiglia tra maggiori e minori fratelli, costituiamo finalmente una vera società; cerchiamo a gara di diffondere nel maggior numero che si possa i beni della terra, e i beni molto piú stimabili della saviezza, delle virtú morali e civili, e d'una religione che sia convincimento ed affetto....„.

Nulla in verità di feroce aveva detto il Vieusseux, da dovergli interdire la stampa di queste idee: ma esse avevano il torto di esprimere tutto un programma civile e politico; e al Corsini omai dava ombra non il sentire, ma il franco manifestare ogni civil sentimento.

Dolse al Vieusseux pubblicare il suo proemio senza quel brano, che a lui bene serviva di difesa contro gli attacchi della colonia di Modena: e con gli amici ne mosse lamento. Appunto in quel tempo, “tenete forte finché potete — gli scriveva[1212] il Giordani — speriamo che una qualche volta i governi vengano al senso comune„. Ma il Vieusseux non consentiva con le idee dell'amico: a lui pareva che tra il silenzio e il poco dire, fosse maggiore distanza che tra il poco dire e il molto dire. Egli sapeva che vi sono cose le quali, anche accennate, si capiscono da' piú, e delle quali a destare il sentimento e il pensiero, [304] non fa d'uopo di molta ciarla. Per questo, non potendo fare e dire tutto quanto avrebbe voluto, si sforzava di fare e dire il bene quanto piú largamente gli fosse concesso. Ei si accordava co 'l Cicognara, il quale, pochi dí appresso la lettera del Giordani, parlando anch'egli della censura gli diceva[1213]: “meglio qualche cosa che nulla. Oh quel nulla è brutto — ed è falso, come voleva il Giordani, o tutto o niente; io in vece dico, se non tutto, almen qualche cosa„.

Attendeva infatti il Vieusseux alla compilazione del numero di gennaio del '33, il quale conteneva un articolo di Defendente Sacchi su l'industria lombarda, uno scritto del Pepe su la difesa della città e del porto di Brindisi, e uno del Cicognara su lo Spasimo inciso dal Toschi. Seguivano poi la prima delle cinque lettere promesse[1214] dal Romagnosi per indicare in che modo dovessero studiarsi le opere sue; un articolo del Montani già morto, su' documenti per servire alla storia d'Italia, e uno studio del Tommaséo su la versione, fatta da Tommaso Tonelli, delle epistole di Poggio. Preparava del pari il Vieusseux i primi quaderni del fascicolo di febbraio: e già le prove di stampa erano pronte della seconda lettera del Romagnosi e del Sacchi, di varî canti popolari toscani, della descrizione di una gita a Siena del Tommaséo, e di una lettera del Mannu su certe innovazioni fatte da Carlo Alberto.

Ne' primi dí del febbraio 1833 era intanto uscito alla luce il doppio fascicolo del novembre-dicembre 1832[1215]. Erano brevi assai que' fascicoli, perché la doppia [305] censura del Bernardini e del Corsini aveva spietatamente soppresso non frasi né pagine sole, ma articoli interi: e il Vieusseux, sebbene alla somma spesa aggiungesse trecento lire, non poté rimediare al barbaro sconcio. Dell'articolo del Pepe, ad esempio, intitolato Relazione di un viaggio fatto nell'Abruzzo Citeriore dal Cavalier M. Tenore, che doveva comparire alla pag. 57 del fascicolo di novembre, e tuttavia si legge annunciato nell'indice del volume; dell'articolo del Pepe, ben quindici pagine furono soppresse, cosí che solo qualche linea restava, su cui non avesse il censore tracciato il suo rigo nero. Nel fascicolo del dicembre il guasto era stato maggiore: e giova qui darne un'idea. Nella pag. 15 tolse il censore un breve periodo di Gräberg di Hemso, forse perché il rammentare il verso del Petrarca Il bel paese, con quel che segue, parve a lui pericolo grave. Nella pag. 11, parlando della consuetudine rinnovata nella repubblica veneta, di inviare un magistrato nelle provincie, che ne conoscesse i bisogni, il Tommaséo aveva scritto: “al sentirla di nuovo proporre, que' ladri governatori e la canaglia de' corrotti patrizi levarono gran rumore„: e il censore cancellò le parole che ho qui riprodotto in corsivo. Nella pag. 57, nota 5ª, dopo “senato„, fu tolta questa frase: “Gl'imbecilli al comando son peggio talvolta de' tristi„. Nella pag. 59, ove si parlava di una strada che nell'Elide nominavasi dal silenzio, perché in silenzio le spie vennero ad esplorare il nemico, fu tolto del pari questo periodo: “ed oh quante contrade di questo mondo potrebbero pigliare un tal nome! Ma la nostra è storia obliterata, impotente, e piú vieta che non la favola„. Alla pag. 138 doveva leggersi (e ne è rimasto l'annuncio nell'indice del volume) doveva leggersi un articolo su l'Educatore del povero: ma fu per intero [306] soppresso; e si cancellarono fino queste parole: “Tutti siam popolo — i piú ricchi, i piú nobili, i piú potenti, sempre son popolo: perché in questa parola è il complesso d'ogni ricchezza, d'ogni nobiltà, d'ogni potenza...„. Che piú? nella pag. 140, parlando del Murras, pittore in miniatura, era scritto: “che fu già al servizio del Granduca di Toscana„; e il censore fece correggere: “ben conosciuto in Toscana„.

Tali, in somma, e sí gravi apparivano le mutilazioni, che la Voce della Ragione qualche tempo dopo commentava[1216]: “Il fascicolo di novembre e dicembre quando uscí dall'utero materno doveva essere un bel capo d'opera, vedendosi che ha bisognato medicarlo e mutilarlo in piú luoghi affinché apparisse meno deforme. Nel novembre dalla pag. 57 si salta alla pag. 78, e con le pagine saltate è scomparso un articolo sul Viaggio del cavaliere Tenore nell'Abruzzo, il quale era già annunziato nell'indice; nel decembre manca pure un articolo intitolato L'Educazione del povero, annunziato nell'indice anch'esso; e chi sa che belle creaturine erano quei due articoletti, i quali si è creduto indispensabile di soffocare nella culla„.

Eppure, benché il fascicolo comparisse cosí mutilato visibilmente, trovò modo la Voce della Verità di fare i suoi commenti a quel poco che dalla doppia censura del Bernardini e del Corsini era stato risparmiato. Tra gli scrittori negli ultimi tempi dal Vieusseux procurati al giornale, era Luigi Leoni[1217], [307] impiegato granducale in Follonica con sessanta lire mensili, che nell'ottobre del '29 diede all'Antologia il primo scritto[1218], e fu ne' primi tempi di aiuto al Tommaséo nel compilare le riviste. Due anni innanzi, per alcune terzine sue su Colombo, il Montani diceva[1219] che l'Italia avrebbe tra poco sentito “parlar molto di lui„: e il Leopardi, al Vieusseux che gli dimandava[1220] che cosa pensasse di quel “nuovo e giovanissimo collaboratore„, rispondeva[1221] ch'egli credeva che riuscirebbe “buono ed utile„, e lodava le cose di lui come scritte “con molto calore di sentimenti e molta chiarezza d'espressione„.

Un articolo di lui, e uno del Tommaséo, destarono le ire della Voce della Verità, che spinsero l'ambasciatore d'Austria e di Russia a muovere nuove e piú severe lagnanze, e indussero il debole Governo toscano a sopprimere l'Antologia[1222]. Diceva[1223] il Tommaséo, nel parlare del volgarizzamento di Pausania fatto dal Ciampi: “i Romani sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo. Non lo chiamano pretore della Grecia ma dell'Acaja (il Regno Lombardo-Veneto)„. Aveva bensí il Corsini raccomandato, come si è visto, al Censore, uno scrupoloso, anzi sospettoso, esame di tutte le non appropriate [308] posizioni di termini e di frasi; aveva, ciò che piú monta, egli stesso, non si fidando del Bernardini, reso “piú castigata„ l'Antologia: ma quella parentesi, al dire del Tommaséo[1224] “greca insieme e italiana ed austriaca,„ non fermò l'attenzione di lui se non tardi, pe 'l chiasso grande che se ne fece, e non senza sua molta meraviglia stizzosa.

Parlando del poema di Angelo Curti su Pietro di Russia, il Leoni scriveva[1225]: “... farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona, non ode e non vede il sangue i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Fumava ancora di sangue la terra polacca, fumavano ancora le macerie delle città incendiate e distrutte da' russi; e S. E. Corsini non si accorse, se non in ritardo, del chiaro significato di quelle parole!

Ma ben se ne accorse l'autor del poema, e ne mosse lamento al Vieusseux con parole le quali meritano che siano conosciute, non tanto per l'asprezza loro, quanto perché si vegga come la morte dell'Antologia fosse da lui, non dico affrettata, certo però presentita. Dopo avere espresso il timore che in quell'articolo lo si fosse voluto deridere, “Deggio pensare — egli scriveva[1226] al Vieusseux — che la riputazione del suo giornale è a lei molto cara, e ch'ella v'ha il detto articolo inserito senza ponderarlo, e fors'anco senza leggerlo, poiché mi pare impossibile ch'ella v'abbia con animo deliberato ammesso un articolo, il quale contiene tanti errori di [309] lingua, e non corrisponde in niente alle mire, che debbe avere un giornale letterario; e tanto meno poi so persuadermi, ch'ella siasi volontariamente arrischiato di pungere cosí nel vivo l'Imperator delle Russie, il quale potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere„. Alla qual lettera, francamente il Vieusseux rispondeva[1227]: “di una cosa... potrei dolermi, ed è che Lei abbia voluto vedere un'offesa per la di Lei persona, o una mancanza di riguardo personale per l'imperatore delle Russie, in una delle tante semplici manifestazioni della pubblica opinione sopra uno dei piú grandi oltraggi fatti all'umanità nel secolo XIX. L'autore dell'articolo ha colto l'occasione di esprimere sentimenti generosi; ma lui scrivendo, ed io lasciando stampare, non abbiam mai avuto l'intenzione di offendere le persone — l'Antologia non mira che ai principî e alle cose„.

Non so quello che il Curti pensasse della replica del Vieusseux, né so s'egli fosse legato d'amicizia con que' di Modena: fare sospetto maligno non voglio, ma certo è che la frase l'Imperator delle Russie potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere, è significativa non poco. E ancor piú certo è che, nove giorni dopo, La Voce della Verità (o come la chiamavano i nostri, La tromba della bugia), pubblicava[1228] l'articolo sciaguratamente famoso: Ciò che ho appreso dall'ultimo fascicolo dell'Antologia.

Diceva in esso lo scrittore (il Parenti forse, forse lo stesso principe di Canosa?): “Di mano in mano ch'esce alla luce un fascicolo dell'Antologia io ho l'uso di scorrerlo qua e là, saltellando, secondo che piú [310] m'aggradiscono i titoli degli articoli, e le firme degli scrittori, e notando quelle cose che piú mi piacciono. Perché, parlando sinceramente, in quel Giornale v'è sempre qualche bella cosa da imparare„. E accingendosi a dare notizia di ciò che nell'ultimo fascicolo gli era parso di “piú bello, piú utile e piú degno della fama a cui era salita l'Antologia,„, commentava: “Ho imparato dal sig. L. un metodo facile per destar l'entusiasmo: Parlate di Pietro (questa ricetta trovasi in un articolo intorno al poema del signor cav. A. Curti, intitolato Pietro di Russia) parlate di Pietro, di Federico, di Bonaparte, narrate (per non uscir dalla moderna storia) le giornate di Parigi, di Brusselles, di Varsavia, e quale anima non è accesa, esaltata, compresa dal piú alto entusiasmo? Evidente l'agevolezza della transizione da Pietro di Russia alle giornate di Varsavia...„. “Anche un altro bel metodo ho imparato dal signor L. per giudicare del merito de' lavori specialmente poetici: “Farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona non ode e non vede il sangue, i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Se il signor L. non vuole consumare la sua collera, come il suo entusiasmo, rivolgerà per senno tutta l'ira sua, e a buon diritto, non contro le armi che hanno estinta l'insurrezione polacca, ma contro gli scellerati che spinsero in tanti errori quella sconsigliata ed infelice nazione, e che, se avesser potuto, volevano e vorrebbero regalare all'Italia una sorte simile„... “Vi sono poi due cose insegnate dal piú acuto fra gli scrittori dell'Antologia, che io non potrei passar sotto silenzio, senza che me ne rimanesse un lungo rimorso. Tanto piú che [311] la prima è tutta pratica, e potrebbe servire di regola a moltissimi altri scrittori. Supponiamo che voi viviate a Firenze sotto il regime di un Principe strettamente congiunto alla casa Austriaca, presso la cui corte risiede un ambasciatore Austriaco, ed il cui governo ha una censura. Supponiamo ancora che voi vogliate scrivere, o di vostro capo, o traducendo qualche diatriba del Costituzionale, o di altri hujuscemodi, che: L'Austria facendo sembiante di governare il Regno Lombardo Veneto, domina su tutta l'Italia. Questa è una falsità manifesta: ma non importa. Supponiamo che voi non vi curiate della verità o falsità del fatto, e che vogliate ad ogni modo lanciare il vostro motto contro l'Austria. Per quanto facile sia il Censore, non vi lascia per certo cavar questa voglia, se non altro per convenienza: e se anche il Censore si benda ambedue gli occhi, l'Ambasciatore Residente farebbe un ufficio diplomatico che potrebbe farvi perdere due ore di sonno. Sicché, come si fa? Se voi nol sapete, io non me ne stupisco; e confesso ch'io non avrei trovato altro rimedio che di tenermi in gola l'epigramma. Ora no, grazie all'Antologia, il problema è sciolto. Si prende una recente traduzione dal greco, per esempio quella di Pausania fatta dal ch. ab. Ciampi, si fa un articolo piuttosto lungo cominciando dai remotissimi tempi della Grecia, si aggiunge in nota delle citazioni assai, specialmente di etimologie greche ecc. in somma si fa in modo che l'articolo abbia l'aria d'essere scritto da un pazientissimo ed eruditissimo commentatore germanico. In mezzo all'articolo si riportano alcuni tratti di Pausania, e si è ottenuto l'intento. Ecco in qual maniera: “I Romani (scrive Pausania) sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia [312] a mio tempo... Non lo chiamano pretore della Grecia, ma dell'Acaja, (il regno lombardo-veneto)„. Questa breve parentisi in corsivo dice tutto. Perché poi l'epigramma non resti troppo secreto si susurra all'orecchio degli amici: Guardate a pag. 57 del fascicolo di Dicembre; e cosí dall'una bocca all'altra l'epigramma fa il giro che si voleva, senza che né il Censore se ne sia accorto; né l'Ambasciatore ne sia stato avvertito. Quod erat faciendum„.

Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229] a Giuliano Ricci: “ciò non mi spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'Antologia sarebbe soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi, piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.

Il giorno stesso in cui giunse in Firenze la Voce della Verità, l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come la Voce consigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore. Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza prove asserito: io no 'l credo, [313] e in séguito ne addurrò le ragioni. Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in Firenze della Voce della Verità, e i risentimenti de' due ambasciatori e il decreto granducale che soppresse l'Antologia (26 marzo), troppo bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da' loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'Archivio in Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano, che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.

Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230] al Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo l'unica sua guarentigia contro le imputazioni della Voce, nel caso che il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone “ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroni [314] aveva “assoluto bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e sottoporlo a un interrogatorio.

Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231] pregava il Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'Antologia, o ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali. Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„ avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le vie [315] della persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi, come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di Napoleone I in Parigi.

Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo sollecitava[1232] dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233] il Bologna, confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„, perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberasse [316] su 'l quid agendum, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere, anzi, provano che gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la soppressione dell'Antologia fu poi decretata da questo, quale pena all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].

Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari, Commissario di S. Croce, invitava[1235] il Vieusseux a recarsi alle ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con l'avvertimento salutare “... e non manchi„. Non mancò infatti il [317] Vieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236] co 'l solito rifiuto. Ed è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere, e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira, “non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini, ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura, la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io, Padre Mauro, e S. E. Corsini, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma il P. Mauro, ma S. E. Corsini, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato„.

[318] Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva i Promessi Sposi, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux, punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„, dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M. l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto, che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237] che i ministri di Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'Antologia.

Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238], deliberarono punire il [319] Vieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E. Corsini annunciava[1239] al presidente del Buon Governo, che essendo stato reso conto a S. A. I. e R., che l'Antologia aveva “deviato manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte dispositiva„ della sua lettera.

Diede[1240] il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241] al cancelliere Lorenzo Tosi; e finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di sera, ebbe da lui comunicazione[1242] del rescritto sovrano che sopprimeva l'Antologia.

[320] Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'Antologia per poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scritto da qualche tempo, ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene, perché la parentesi del Tommaséo era davvero un riavvicinamento: riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.

Ma il piú notevole si è che nella circolare, dopo avere affermato che nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo, quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore, maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Stato [321] esisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano, di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].

***

Soppressa l'Antologia (ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246] al granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e non lieve, ancora [322] del cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia ringraziato il cielo — esclamava[1247] un suo nemico, Mario Pieri, poi che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'Archivio (né motivo nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale sapeva[1248] la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo, e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto è sempre mirabile.

Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'Antologia era stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro che se ne fece. In un rapporto segreto del 28 marzo, l'ispettore di polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249] al Presidente del Buon Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per prorompere [323] in voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Era incendiario davvero quel bollettino[1250]: vi si diceva che il granduca aveva avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che sopprimendo l'Antologia, approvata dal ministro Corsini, non conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e il suo grido non è piú di lamento, ma di Vendetta„.

L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa, subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famoso bollettino, e insieme i suoi complici: e da un rapporto di lui, riservatissimo,[1251] si [324] rileva che una tal “donna Sabina, druda di Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo, nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'Antologia„; e aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini — L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28 detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini — “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla primitiva ed organizzata compagnia„.

L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252] al Bologna, che il [325] bollettino ere stato stampato “nella stamperia dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca, e prossima al caffé Elvetico„. “Mi si accerta — continuava — che nel ridotto dell'Elvetico il cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„ fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di altri sette od otto giovinastri„.

È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253] al Bologna, che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano “contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo stata trovata al primo di questi, soltanto la canzone La Parisienne. Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia, Giuseppe Fabroni, annunciava[1254] che segretamente erano stati letti in casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però è una lettera[1255] di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia, il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia grande [326] rumore per la soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti. “Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e parlando della soppressione dell'Antologia, benché ammettesse che la tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa estremità„.

Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato S. E. Corsini?

Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia, i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il Chiarini li mandava[1256] al Bologna; e uno di essi diceva:

Evviva! Evviva! Oh gioia!

Il Toscano Granduca

è diventato il Boia

del Modenese Duca.

Un altro:[1257]

Alla mente Sovrana

del sapiente Granduca di Toscana

è piaciuto vietar l'Antologia.

E la ragion qual'è?

[327]

Perché, contraria ai Re,

trattò con poco onore

d'Austria e di Russia il sommo Imperatore.

Non so chi nella testa

gli ha messo questi grilli.

Doveva ben riflettere

che mai l'Antologia

non ha preso a curar degl'Imbecilli.

E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258] al Bologna: “Si è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione dell'Elvetico quei giovani fanatici si sono tutti dati premura di copiare simile composizione. Eccone il testo:

Il nuovo Teatro Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti.

Avviso.

Si annunzia ai Fiorentini

la nuova compagnia dei burattini.

D'Austria l'Imperatore

[328]

è il capo direttore;

Francesco, l'Assistente.

I ministri, il Granduca, e la sua gente

sono le piú perfette

care marionette.

Il Pubblico a gradire

si prega, e intervenire,

certo che si daran tutto l'impegno

di mostrarsi, quai son, teste di legno.

E perché sul teatro

sia comun l'allegria,

daran per prima recita

la soppressione dell'Antologia.

L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche disordine...„.[1259]

Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi, in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni “fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261] “piú specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucci [329] egli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su l'Antologia riportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti, cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.

Poco dopo soppressa l'Antologia, una sottoscrizione fu fatta in Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al Vieusseux “gli orfani dell'Antologia„ scrissero[1262] una lettera di affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva sostenuta la vita; mentre con segni [330] chiari, ma a lui poco accetti perché nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per l'ordine del granduca; in un articolo intitolato Quousque tandem, sgangheratamente la Voce della Verità plaudiva[1263] al principe, che aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva “sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che, allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione: Omnes gentes, plaudite manibus„.

Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro' de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264] tra' soscrittori “Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la soppressa Antologia, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano, Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio n. 260 combinando nella mia testa le idee di Madri cinesi, di Cani, di Bambini, e quelle dei sinonimi Antologia, Collaboratori e Lettori inavveduti, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere, anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensiero [331] e nella materiale disposizione delle parole, corrispondere alle madri Cinesi l'Antologia, la quale accogliva in sé i cani de' collaboratori, traendo in inganno i lettori inavveduti come bambini.

Non meno implacabile, la Voce della Ragione, temendo che per un pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti degli Amaleciti. Percute Amalec, et demolire universa eius„. E giorni dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266] che gli articoli dell'Antologia, originali, sembravano “un intrigo, un labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli occhi e imbriacavano il cervello„; che la rivista letteraria era “sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i libri dei quali davano ragione„; e che l'Antologia “serviva mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il che (e riprendevano una frase del bollettino) non pareva [332] che fosse “sostenere il lustro della letteratura italiana„. “Fortunatamente — continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la questione presente si può accomodarla con le buone. L'Antologia, faccia il suo fagotto, e vada a sostenere il lustro in qualche altra contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente, e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; la Voce della Verità anderà superba del suo trionfo„.

***

Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267] “la colonia degli Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia della soppressione dell'Antologia.

Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati una circolare[1268] con che li informava del [333] non potere egli piú mandare il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269] che lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo — scriveva[1270] Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che, cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno. L'Antologia non era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.

“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera — scriveva[1271] il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le transazioni, approvazioni [334] ed emende. Si voleva morta l'Antologia, che rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„. Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “povera Antologia — esclamava[1272] il Giordani — povera Antologia, ch'era pur cosí mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273] a Carlo Verga: “mi pesa che il duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe compensato il danno prodotto sopprimendo l'Antologia, co 'l provare che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, — chiedeva[1274] al Capponi — che il giornale dell'Antologia di Firenze è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275] al Vieusseux, che letta la sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„. Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando, [335] afflitto per la perdita dell'Antologia, diceva[1276] al Vieusseux: “non in questo tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti, perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277] Urbano Lampredi, che la soppressione dell'Antologia gli aveva fatto provare lo stesso effetto che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In Torino il Mannu si dolse[1278] di quella perdita, come della perdita di una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279] al Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della soppressione dell'Antologia — egli scriveva — mi dolgo e affliggo non tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'Antologia aveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno piú chiaramente nella vostra Antologia un principio di letteratura nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quanto [336] tristo sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la gratitudine di tutti i suoi„.

Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi dell'Austria, la Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica di Verona, pubblicava[1280] due lettere, e le diceva “stampate nella infelice Antologia di Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma valgono un grande discorso. Con lode il Poligrafo di Verona rammentava[1281] l'Antologia; e nella stessa Milano, il Nuovo Ricoglitore scriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de' malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra letteratura„.

piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero motto. “Sapendo che [337] tali erano le vostre intenzioni, — gli scriveva[1283] il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della soppressione dell'Antologia. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo avvenimento doloroso„. La Revue des deux mondes infatti affermava[1284] che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena, e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello. “Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole; destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la Toscana. L'Antologia, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo, gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia fecondissima d'insegnamenti!„. Il National giudicava[1285] “arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de' sanfedisti (du parti-prètre), de' quali il duca di Modena si era fatto capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286] il rescritto granducale il Semaphor di Marsiglia (da que' di Modena definito[1287] “tipografia di tutte le cartocchie dei fuorusciti Italiani„); e giudicava l'Antologia “il solo giornale che potesse tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del dispotismo austriaco [338] e locale„. L'Europe Littéraire e Le Temps parlarono[1288] anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare l'Antologia “uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e la Revue enciclopédique[1289] notando del pari che l'Antologia era “il miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione, il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su loro„.

Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto: brevemente narratolo, il Times[1290] non ristette dal chiamare il Vieusseux “l'ottimo direttore dell'Antologia„, e dal giudicarlo “un uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'Antologia, dopo ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe, diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe essere una iniquità atroce: eppure l'Antologia è stata soppressa„,

***

Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure desiderati, erano tuttavia di grande [339] conforto al Vieusseux: ma 998 fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291] egli dunque al Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la facoltà di continuare la pubblicazione dell'Antologia, ma solo per reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui, in quanto que' due fascicoli avevano il visto del censore; fiducioso che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita del giornale di sua proprietà, non gli lascierebbe sostenere la perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per l'Antologia, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'Antologia), egli lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a tutti, anche all'I. e R. Governo.

Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292] ad udienza il Vieusseux; e dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda in quella forma, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseux [340] che volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò che dice di aver perduto una proprietà: che proprietà! che proprietà! Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso, poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice espressione, com'egli aveva promesso.

Accolse il granduca la dimanda del Vieusseux, e a Luigi Pezzati fu tosto dal commissario di Santo Spirito Gaetano Landi comunicato l'ordine[1294] di depositare negli archivi della presidenza del Buon Governo tutti i fascicoli del gennaio e febbraio, con la promessa che dalla cassa fiscale verrebbe pagato il costo, secondo i prezzi di associazione; verificato però che avessero l'imprimatur censorio. Il giorno 14 di maggio il Pezzati depositava nell'ufficio del Commissariato di Santo Spirito 40 pacchi, contenenti 998 fascicoli del [341] gennaio, e mille copie del primo, quarto, e quinto foglio del fascicolo di febbraio; valutandone il costo complessivo in lire 3746, che poi ridusse a 3376. Vollero però tenere conto fin della “cucitura dei fascicoli di gennaio non eseguita, e della stampa della coperta di ciascun esemplare„; cosí che il ragioniere fiscale scriveva al Presidente del Buon Governo, che, portate le sue “considerazioni sull'affare„, credeva la somma da darsi essere di lire 3369,12 soldi.

Il 22 di maggio ebbe infatti questa somma il Vieusseux, della quale lasciò regolare ricevuta[1295]: ma benché dovesse tutti consegnare i fascicoli, non volle però privarsi delle bozze di stampa del fascicolo di febbraio, né di un esemplare del numero di gennaio[1296]; il quale, salvato esso solo al naufragio, gli pareva[1297] per la sua estrema rarità “uno de' libri piú preziosi che esistano„.

Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo misteriosamente scriveva[1298] al commissario di Santo Spirito: [342] “In questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto, in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari, per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a striscie di carta turchina...„.

Cosí finiva l'Antologia.

Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel tempo stesso la vita La Rivista Enciclopedica, ch'era stata ne' primi anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè l'Antologia nacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.

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Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove in altri [343] tempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della sua Antologia, che era, quale egli la voleva, tutta nazionale, tale da adempiere il voto unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi, ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a' loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.

Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e il Giornale Agrario; aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano la Polizia attendesse[1300] il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gli [344] atti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e il Vicario Regio scriveva[1301] sollecito, ch'egli, “conoscendo le massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto era dalla Polizia ritenuto[1302] sempre “assai pericoloso„; e si doleva l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte, non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303] gli scrivessero con l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini gli dicesse[1304] “Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che, nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe manifestazioni imprudenti.

Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto l'Antologia, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305] ancora “il grande pensiero della [345] sua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli che sentiva[1306] pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio datogli dall'amico Sismondi. Meglio che fare il morto, andava ripensando come potesse ridare la vita alla sua Antologia, come novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo stesso coraggio di prima.

Soppressa l'Antologia, il suo primo pensiero — confessava[1307] anni dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse il cuore di sacrificare [346] il suo gabinetto, ch'egli credeva[1309] “sempre utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310] far rinascere in Piemonte l'Antologia, e con articoli e con tutti i mezzi possibili, sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo, persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro Pomba, l'Antologia, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo, della stima universale„.

Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux — sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa l'Antologia, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un giornale letterario ora che mancava all'Italia l'Antologia; eppure ad onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi ho [347] detto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa onorevole, ma che pure il nome di Antologia faceva troppa paura.

Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto, dell'Indicatore bibliografico italiano[1313]. “Impresa — diceva in esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto dell'Antologia, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314] al censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315] il Capponi, saputa questa notizia — allegri! [348] Atene d'Italia! Ci rimane il Giornale di Pisa (dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.

Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux ridare in Milano la vita alla sua Antologia: e a ciò anche il Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in lode del Governo toscano. Certo[1317] però il Vieusseux, che co 'l titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto giornale quello di Fenice, co 'l motto significativo:

Cosí per li gran savi si confessa

che la fenice muore e poi rinasce.

E si proponeva[1318] creare un giornale “come mai era stato fatto in Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato. Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.

Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti. Anche dopo soppressa l'Antologia, anche dopo dileguati i timori che potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo chiamava[1319] il bali Sanminiatelli), non ristette la [349] colonia di Modena dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320] intorno all'amico poche parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera, non mancarono i compilatori della Voce della Verità dal fare i loro commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„), dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un cattolico, per esser la sua religione dichiarata purissima da un ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa, il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per compimento dei funerali„.

A sí goffa calunnia rispose[1322] il Vieusseux una breve e dignitosa risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro giornale. La inserirono[1324] essi, non senza però dire innanzi, che troppo [350] strano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325] che il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur confessando la sua molta stima per la Voce della Verità, ch'egli non era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora, pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326] scritta, com'essi dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„, dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.

***

Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicare l'Indicatore bibliografico, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327] il Giordani — se c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoro [351] per tale; ché sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parola giornale impauriva di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò allora il Vieusseux compilare una raccolta di Opuscoli scientifici e letterarî, ridando cosí la vita alla collezione[1328] nel 1807 intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini il manifesto[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi, scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non facilmente e non di frequente conciliabili„.

Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il divieto poteva, al dire[1330] del Padre Mauro, apparire fondato “sopra motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare alla luce molte materie della natura [352] stessa di quelle solite inserirsi nella cessata Antologia„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua collezione, innanzi di approvare il Manifesto presentato.

Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente consentissero), si rivolse[1331] al Corsini, con la speranza di ottenere da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co 'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese deliberazioni, tra le quali era questa,[1332] notevolissima, con che si interdiva comprendere nella divisata raccolta, le corrispondenze, che troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessata Antologia, e potevano farlo considerare come una continuazione di questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplice manifesto comparisse alla luce.

Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 una circolare a' varî [353] corrispondenti[1333], nella quale rammentando i propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie, vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e del Giornale agrario.

Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettare tempi migliori; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al solo Giornale agrario e al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.

Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per la Toscana. Gli avevano tolta l'Antologia, gli avevano tutto negato; ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il fermo volere.

Il progresso delle scienze lettere ed arti, fondato[1334] nel '32 dal Ricciardi co 'l proposito[1335] (non nuovo per vero a chi abbia seguito la storia che dell'Antologia sono venuto facendo) di “esporre all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte racchiudeva„, [354] e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; il Progresso traeva stentata la vita. Modesto confessava[1336] il Ricciardi mancare a lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché fosse opera, se non da reggere il confronto con l'Antologia, certo non disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337] che in esso valevano le sole notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338] composto di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.

Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile — scriveva[1339] al Tommaséo — perché il Progresso acquisti riputazione; bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che prova, tra le altre cose, [355] come il Vieusseux, non potendo per sé, senza invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di aiutare perché altri facesse.

Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e divulgatore del Progresso, il vedere la guerra che que' di Modena gli avevano già mosso contro. Caduta l'Antologia, la Voce della Verità aveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti il Constitutionel asserito[1340] che, pubblicandosi in Napoli un giornale letterario, il Progresso, “compilato con molto ingegno da giovani scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa la tendenza; la Voce della Verità, co 'l sistema felicemente adottato per l'Antologia, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo, e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito, Giuseppe Ricciardi assicurava[1342] al Vieusseux, “essersi riportate al Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolata Il Progresso, altro non è che una succursale della Giovine Italia„„.

Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività al Giornale Agrario e al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi pubblicamente, non solo divulgando il Progresso e facendosi, com'egli diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio, [356] sentí rinascere in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344] infatti al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'Antologia. E vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento una Rassegna trimestrale, con gli articoli migliori attinti agli altri giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345] il progetto al padre Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio, il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui, piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini, fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo di Rassegna, “rifletta — soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.

Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovo Progetto e la [357] Supplica[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza portarono la soppressione dell'Antologia! oso lusingarmi però non mi fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R. obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito onorevole e felice...„.

Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al granduca, era di una Rassegna italiana: diceva in esso, che il piano e l'andamento dell'Antologia potevano bensí migliorarsi, ma che il titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale, non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e preoccupazione municipale, fosse tanto franca e indipendente [358] da potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente importanti... e fosse, quanto piú sarebbe possibile, lo specchio veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.

Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347] il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„. Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo di Antologia„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo: “Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene intendeva che l'ex direttore dell'Antologia avrebbe considerato le scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicato [359] al progresso, un giornale piú dedicato all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva proprio nel segno, quando affermava che “la Rassegna non sarebbe altro che l'Antologia perfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un giornale filosofico, dedicato al progresso, chiedere licenza di restare sempre lo stesso Vieusseux di prima, coerente con i suoi antecedenti; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No, no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.

Vedendo il Vieusseux che nulla avrebbe potuto ottenere dal Corsini, francamente dichiarò che da sé stesso porterebbe a Pitti il suo progetto e la sua supplica; e li portò difatti. Ma a nulla valse anche quest'ultimo tentativo. Il 27 di giugno, il Vieusseux con vero dolore scriveva tra' suoi appunti queste brevi parole: “credo dover smettere qualunque passo su questo riguardo„.

***

Nulla ormai restava al Vieusseux da tentare: tutte le vie gli erano state impedite. Ora l'Amico della Gioventú, la Voce della Ragione e la Voce della Verità, tutta in somma la camarilla modenese, ben poteva a gran voce gridare: Vittoria! Il Governo toscano aveva ridotto all'impotenza il Vieusseux.

Ma non per questo il vincitore Canosa e i seguaci suoi risparmiarono al vinto nuove persecuzioni e tormenti nuovi. Come a compire l'architettura del processo nel '33 fatto da loro all'Antologia e al suo direttore, due anni di poi in certi loro pensieri, che con la usata eleganza chiamavano di circostanza, e via [360] via comparvero su 'l foglio modenese, dopo parlato[1348] di guerra, di sommosse, di governi stabiliti e di religione, come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di sommosse e di guerre, accusavano i proclami di Gian Pietro Vieusseux.

A tale accusa non poteva questi non rispondere: e il giorno stesso in cui gli giunse la Voce della Verità, si recò[1349] dal presidente del Buon Governo per dimandare una giustificazione pubblica o un processo. “Io non posso — gli disse — non posso tacere, dopo essere stato in tal modo accusato; e voi, per parte vostra, voi ministro della Polizia toscana, non potete restare spettatore indifferente dinanzi al Vieusseux accusato di fare proclami. Riconoscete dunque la mia innocenza lasciandomi stampare una protesta, oppure fatemi un processo„. Non esitò il Governo toscano (e di ciò il Vieusseux, probo com'era, gli rendeva giustizia) ad approvare la protesta[1350] che il Vieusseux presentava: e il giorno 5 di marzo del '35, mille e cinquecento copie di essa corsero per l'Italia, e molti giornali, anche non importanti, la riprodussero.[1351]

Chi fosse l'autor de' pensieri, non è difficile imaginare: era il Canosa. E il Vieusseux scriveva infatti[1352] al Capponi: “sento da Napoli, che autor de' pensieri è il Canosa, motivo per cui Napoli non osò lasciar ristampare la mia protesta sul Progresso„. [361] Ma se al Progresso non fu consentito inserire lo scritto del Vieusseux, questi però ebbe il plauso de' buoni, e di non lieve conforto gli fu il sapere[1353] che la stessa censura austriaca aveva licenziato la sua protesta. Se non che, il principe di Canosa, non sazio ancora del suo trionfo, nel ripubblicare pochi dí appresso in opuscolo que' suoi Pensieri, aggiungeva una nota[1354] “in risposta alla protesta pubblicata in data di Firenze 5 marzo dal Sig. G. P. Vieusseux contro l'uso che qui si è fatto della parola Proclami„: nella qual nota, dopo rammentato che il Maroncelli aveva definita l'Antologia sorella del Conciliatore, e il Conciliatore una congiura, affermava che l'Antologia “ha proclamato cogli elogi dell'illegittimità, colle apologie dei repubblicani e i panegirici di Masaniello e di Bonaparte; ha proclamato colle lezioni del gius penale Benthamico, e coi corrucci contro i pretoriani, i volontarj, i satelliti del dispotismo, ecc. ecc.; ha proclamato prestando i suoi tipi al famoso bollettino del 28 marzo 1833; proclama tuttavia, facendosi propagatrice, per l'Italia superiore, [362] del Progresso di Napoli, il di cui fondatore guarda ora il sole a scacchi in Castel Sant'Elmo; proclama coi manifesti d'uffizio centrale per la diffusione delle letture popolari e dei manuali d'educazione...; e cosí, per fino la soppracarta stampata della protesta contro l'uso ingiusto della parola proclami, è un vero e real proclama dell'Antologia, espresso colla lista dei manifesti di opere quasi tutte coordinate alle mire dell'Antologia stessa. Mi accorgo di essere stato troppo mite; invece della parola proclami, dovevo mettere congiure....„.

Oh esempio inaudito di malignità! Il principe di Canosa stimava una congiura la diffusione del Giornale agrario, de' manuali dell'Aporti, degli scritti del Tommaséo su l'educazione e del dizionario geografico del Repetti![1355] E non contento di asserire falsità manifeste pur di nuocere al Vieusseux, accusandolo editore del famoso bollettino del 28 marzo, non contento di accennare con modi da boia al Ricciardi carcerato, falsava fin le parole del Maroncelli; il quale diceva[1356] invece, che il Conciliatore fu dagli Austriaci detto una congiura, e che è verissimo che, in certo senso, ogni onesto sforzo di miglioramento sociale è congiura: congiura de' buoni contro i cattivi.

***

Da Parigi allora fieramente si levò il Tommaséo, e per difendere l'amico perseguitato, e “per amor di giustizia„. E rispose con un opuscolo[1357] nel quale dopo [363] affermato che al foglio di Modena era serbato “superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione, e ad ogni piú venerabile autorità„; dopo affermato che di quel foglio “fu inspiratore degno l'autore dei Pifferi di montagna, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto„; diceva a' compilatori: “voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi.... voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi.... voi siete empi perché rinnegate la carità... e voi, se siete cristiani, fate eccheggiare questa mia parola alla Voce vostra, eccheggiar tutta dal primo all'ultimo accento. Poi rispondete; e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio„.

Stampata questa risposta, co 'l cuore in ansia il Tommaséo scriveva[1358] al Capponi: “Attendo con viva sollecitudine l'esito della risposta alla Voce. Male non può fare, io credo: e se l'avessi pur sospettato, non l'avrei fatta. Vedere quel pover'uomo cosí vilmente provocato e vessato mi fece ira, e mi fa. La Voce né stamperà la risposta né tacerà; ben lo so: ma giova averle dato un buono avvertimento, e uno basta per molti. La lessi prima allo Scalvini e all'Ugoni: approvarono„. E il Capponi rispondeva[1359] dicendogli, [364] che la replica alla Voce gli era “strapiaciuta„, che non poteva certo far male, e che dinotava tanto bel movimento d'animo, da doversene compiacere. Meglio ancora, scriveva[1360] al Vieusseux: “egli ha fatto opera bellissima, di nessun danno per voi, di grande onore per lui, e in sé stessa di gran pregio. Scritta, pensata e misurata, che non si poteva meglio. Bravo e caro uomo!„.

Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne ringraziò[1361] il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi: e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni, avutane conoscenza, aveva esclamato: a questo scritto non si risponde.

Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre Mauro, facendo in una nota[1362] le sue “osservazioni rispettose„ allo scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia„. Considerato [365] anche, essere il nome istesso del Tommaséo tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e “affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.

Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando che la Voce non tacerebbe. I redattori stamparono[1363] infatti, com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„. Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364] nel '41 al Vieusseux, riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365] una fierissima lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese. Se non che, il principe [366] di Canosa affermò[1366] che “chi pettinò cosí bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che “non si mescolò in quella contesa„, ma [367] “un giovine redattore del foglio, il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.

Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa, che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367] al Tommaséo. “Dunque — incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo, villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc. è un villano, cacciato di Napoli e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto? Cosí voi, volgo non dei pensanti ma della canaglia settaria, sentina non del Cristianesimo ma del sansimonianismo, e feccia non del fiele ma delle cloache tutte dell'universo mondo, lo qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal gazzetta dell'Italia Centrale La Voce della Verità„. E di questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo, aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„. Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséo bestialissimo„ o “piú che bestialissimo„, perch'egli si era dichiarato “protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella [368] Antologia, che attraverso la sua innocenza battesimale pretesa, non poté non eccitare per la soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano, sebbene indulgentissimo„.

Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille della Voce della Verità, rispose con un secondo opuscolo[1368] il Tommaséo; non per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva: “chi loro non garba, paragonano al ladro, al tagliaborse, all'assassino; e gli danno lo stilo, il coltello, il pugnale, il nappo del tossico.... e lo chiamano a partecipanza (nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) a partecipanza lo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere vituperato, e parla di pantano, e di sozzura e di mondezzaio, ha nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.

Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú oltre a risposta: ma que' della Voce, tenacemente fedeli al proposito di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davano impaccio al Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella delle dita„; replicavano[1369] ancora per dire che, viaggiando il Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad educare i suoi figli secondo le sue [369] “capziose norme„, promettendo a quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora che gli antologisti con le loro dottrine sovvertivano i popoli, congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben indiavolati e disperatissimi„.

Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova risposta.[1371] Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua “piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetida Antologia„, e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo, [370] tutto scritto per glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'Antologia e il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti: il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia, traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse, anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372] alla presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo della Voce della Verità, firmato Imparzialità, che serviva di “confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso autore di quel libello„.[1373]

[371] Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come mai, pur dopo soppressa l'Antologia, cosí brutale durasse la guerra contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera potenza, un secondo granduca.

Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e ben chiaro i compilatori della Voce lo dissero. Dissero[1374]: “se al cadere dell'Antologia il suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi grideremo, e grideremo senza cessare„.

Senza la sua Antologia, e senza speranza di poter ridare la vita a questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375] “a tutti i mezzi di materiale coercizione„; [372] per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la sua Antologia; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri, quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per mantenere l'equilibrio!„.

Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux ben potè senza superbia affermare[1377] che la guerra mossagli contro, era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben potè con grande compiacimento vedere che la sua Antologia non aveva invano vissuto per dodici anni.

Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi in Abruzzo [373] fondare un giornale co 'l titolo di Antologia abruzzese, il ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e volle che si chiamasse Filologia Abruzzese[1378]. E dieci anni dopo soppressa l'Antologia, mentre la Voce della Verità aveva da poco miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379] la traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto si compiaceva, scrivendo[1380] che un monumento [374] elevato in Francia al giornale che era stato la grande impresa della sua vita, sarebbe una cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli articoli da stampare.

L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è senza grande significato.

Nel 1846, quando i cuori degl'Italiani cominciarono a palpitare piú forte, tentò il Vieusseux con le risorte speranze della patria far risorgere la sua Antologia: ma perché appunto in quell'anno il Pomba e il Predari, rendendo onore al giornale fiorentino, avevano creato in Torino l'Antologia italiana, il Vieusseux ripensò al titolo di Fenice; e con gli stessi sentimenti generosi di un tempo, chiedeva[1381] al Gioberti pe 'l nuovo giornale uno scritto a fine di far cessare con la sua voce autorevole tante “assurde persecuzioni„ contro gli ebrei. Con tanto amore si era accinto all'impresa, che non volle neppur assentire alle preghiere del Capponi, del Ridolfi e del Digny, e poi del Ricasoli, del Salvagnoli e del Lambruschini, che meditavano due giornali [375] diversi. E persuase a' primi a offrire i loro scritti alla Patria; e si scusò[1382] co' secondi di non potere, quanto avrebbe voluto, aiutarli, dicendo che la “Fenice, come terreno neutro, in mezzo alle gare che potessero nascere tra le varie intraprese di fogli volanti, doveva cercare, bene inteso quanto comportassero i suoi principî, di attirare a sé i migliori fra gli scrittori dei detti giornali„.

Viepiú incoraggiato dalla legge granducale su la stampa, il 12 giugno del 1847 divulgò il Manifesto,[1383] nel quale tra l'altre cose ripeteva lo stesso pensiero costantemente espresso nell'Antologia: “la Fenice sarà un giornale italiano per ogni rispetto, cioè tale da comprendere, per quanto sarà possibile, gl'interessi di tutta la penisola„. Ma chiesta e avuta licenza[1384] dal consigliere Giuseppe Pauer, e già ottenuto buon numero di soscrittori e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, nuove e non prevedute difficoltà fecero fallire anche questa volta l'impresa. Appena nel regno Lombardo-Veneto fu conosciuto il manifesto del Vieusseux, bandirono contro la Fenice non nata ancora, decreto di proibizione: ciò che indicava sicura proibizione anche in Napoli, in Modena e in Parma. D'altra parte, l'importanza a cui salí la stampa politica e giornaliera, e l'essere da questa quasi interamente assorbita tutta la vita della nazione, fecero certo [376] il Vieusseux, che il suo giornale, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non avrebbe potuto sostenersi se non con gravissimi sacrifici. Per la qual cosa, il 20 gennaio del 1848 il Vieusseux mandò a' suoi amici una circolare[1385] con la quale, esprimendo il suo dolore vivissimo di rinunciare a tradurre in atto il suo disegno, diceva attendere “tempi piú propizî a imprese siffatte„.

Eppure, dopo tanta acerbità di dolori, dopo tanta amarezza di delusioni, il Vieusseux non rinunciava ancora alla speranza di ridare, quando che fosse, la vita al suo antico giornale: e anche in quella circolare, pur confessando che con vivissimo dispiacere doveva rinunciare a mandare ad effetto il suo disegno, diceva: “debbo rinunciare (almeno per ora)...„. Era però destino che il Vieusseux non potesse piú mai tradurre in atto la sua speranza!

Ma quando nel 1866, nella nuova capitale dell'Italia rinnovellata, si pensò a diffondere nuove cognizioni e principî, de' quali tutte le menti in vario grado partecipassero, scelse il Protonotari come lieto auspicio al suo giornale il titolo di Nuova Antologia; sentendo[1386] egli “l'obbligo di rannodare le tradizioni illustri ed intemerate dell'Antologia, e ravvivare altresí con tal nome gli onori e la gratitudine sempre dovuta alla memoria carissima de' suoi fondatori„.

Tale è la storia, e insieme la fortuna, del giornale fiorentino. Io quando penso che della vita di Gian Pietro Vieusseux buona parte è la vita dell'Antologia, e che la vita dell'Antologia è gran parte della vita intellettuale [377] non solo toscana ma italiana in que' dodici anni; quando penso le laboriose non interrotte battaglie che il Vieusseux ebbe da sostenere, e le continue sue aspirazioni al bene; e considero il molto che in tanta avversità di tempi volle e seppe fare co 'l suo giornale per questa terra da lui con elezione pensata scelta per patria; non so trovare elogio migliore di questo, che gli faceva[1387] Pietro Giordani: “oh buon Vieusseux, quanta gratitudine meritate da tutta Italia!„

[379]

DOCUMENTI

[381]

Appendice I (pag. 52).

Contratto stipulato tra G. P. Vieusseux e il dott. Gaetano Cioni per la pubblicazione dell'“Antologia„.

“Nous soussignés sommes convenus de former une société pour la publication du nouveau journal intitulé Antologia, au clauses et conditions suivantes;

Art. 1. M.r Vieusseux fournira le local et les élements du journal: il fera toutes les avances nécessaires et aura toute la direction financière de l'affaire — il se concertera avec M.r Cioni pour le choix et la classification des materiaux, pour le choix des traducteurs employés, et pour l'imprimerie.

Art. 2. M.r Cioni se charge spécialement de la revue des traductions provenants de traducteurs qui n'inspireroient pas assez de confiance: il se charge également de la sourveillance de tout le détail de l'imprimerie et de la correction des épreuves; il se charge enfin de la correspondance italienne relative à la propagation du journal. A cet effet M.r Vieusseux lui menagera dans sa maison un local convenable où il pourra travailler tranquillement.

Art. 3. MM.rs Cioni et Vieusseux feront conjointement les demandes nécessaires auprès de censeur. Ils se reuniront au reste une ou plusieurs fois la semaine à jours et heures déterminés pour discuter sur les objets essentiels, indépendamment des communications journalières qui auront lieu par suite de la proximité des doux cabinets de travail.

[382] Art. 4. M.r Cioni, ayant le temps de traduire, sera considéré comme traducteur, et comme tel recevra l'indemnité accordée aux autres personnes employées par la société.

Art. 5. Les bénéfices nets, déduction faite de tous les frais et de l'intérêt de 6% des avances réelles de M.r Vieusseux, seront reparties comme suite: Un tiers pour M.r Cioni; deux tiers pour M.r Vieusseux. Si avant le 31 décembre de chaque année M.r Vieusseux se trouvera avoir encaissé outre ses déboursés de quoi faire une répartition a M.r Cioni, il s'y prêtera avec plaisir, mais seulement dans ce cas.

Art. 6. Le premier numero du journal devant paroitre dans le courant de janvier prochain, toute la comptabilité de cette société datera de cette époque. M.r Vieusseux dressera le premier bilan le 31 septembre 1821.

Art. 7. La presente société durera au moins pendant tout le 1821, et ensuite aussi long-temps que MM.rs Cioni et Vieusseux trouveront leurs convenances réciproques. Le cas de mort de l'un d'eux la dissout de fait pour Cioni et de droit pour ses ayant cause. La convenance cessant pour les parties contractantes, la dissolution de la société sera décidée par écrit en se prévenant réciproquement six mois à l'avance.

Art. 8. Toute difficulté qui pourroit s'élever sera applainée par le moyen d'arbitres.

Florence, 15 novembre 1820

G. P. Vieusseux — G. Cioni

Appendice II (pag. 138).

Da Il Caffè di Petronio, n. 3, 15 gennaio 1825, pag. 10.

Interlocutori:

Petr. Sior Eusebio, cosa gh'avemio de niovo? Somio alle solite?

[383] Eus. Eh lasciatemi in pace....

Petr. Come la crede; ma voleva dirghe, che xè arrivà el fascicolo de dicembre de l'Antologia.... Conoscela ela sto giornal?

Eus. Sí: è il piú grosso d'Italia.

Petr. Ma ghe xè qualche articoletto che ghe despiaserà....

Eus. Vediamolo: già questa è giornata climaterica per me.... (legge).

Lim. Sio' patron, u z'è e' cuntaden, ch'è vgnu' con la bestia, a cargar el butelli....

Petr. Diseghe che l'aspetta un poco.

Eus. Ho veduto, signor Petronio. Col tempo e con la paglia si maturano le nespole. Può darsi che il signor Rivistatore abbia a trovare chi gli dia pane per focaccia. Già è qualche tempo che l'Antologia abusa un po' troppo della facoltà che abbiam tutti, di giudicare a capriccio le opere altrui. Nel particolare da voi accennatomi, questo giornale ha mancato insieme alla verità e alla....

Lim. Sio' patron, e' cuntaden dis ch'e' vegna a sbrigall, che l'à frezza.

Petr. Aspetti un poco. Un momento de riposo me piase anca a mi. Sior Eusebio: cossa vorla che ghe diga? No' bisogna riscaldarse de gnente: La botte la dà el vino che la ghà. Tutto el mondo ne rimprovera che in Italia nò se studia abastanza; che nò se dà piú in luse delle opere: e po' guai a colù che se mette in testa de pubblicar un libretto che sia bon, che tenda a un ottimo fin, castigà, e che non gh'abbia ombra de mire.... non sò se mè capissa.... Quello xè rovinà. La senta in proposito che felice arietta aveva abuo la fortuna dé combinar in un dei mi drammi per musica, che giera intitolà: La Morte di Seneca:

Egli è pure il felice mestiere

il mestier di scrittore in Italia:

un mestier d'infinito piacere;

un mestiero a cui pari non è.

Dopo stenti e travagli inumani,

dopo studî e fatiche diaboliche,

una turba di critici insani

beffe, insulti ne reca in mercè.

[384]

Che se poche ti sembrin tai scene,

son talvolta, per colmo d'infamia,

pronti sgherri, prigioni, e catene

alle braccia, alle mani ed ai piè.

Eus. L'arietta, a dir vero, non è felice come potete supporre, caro signor Petronio: tuttavolta, avete ragione a dire che contiene una buona morale al proposito nostro. Infatto ella è una cosa da non credere; che alcuni giornalisti fra noi facciano il mestiere di andare a caccia tutto giorno dei nomi di nuovi scrittori per l'utilissimo scopo di denigrarne i più meritevoli. Del rimanente, quanto all'Antologia avrò luogo a parlarne fra non molto. Spero di mostrare che ella si è già allontanata del tutto dalla fama a cui la voleva innalzare il ben intenzionato Direttore, e a cui lodatamente la volgeva il chiarissimo Benci. Spero inoltre di provare al compilatore (di cui taccio il nome) ch'ei mostra saper tanto di poesia, quanto dell'arte di ordinare una battaglia: e quindi che il farsi giudice di ciò che non si conosce, è l'eccesso della....

Lim. Siò patron, e' cuntaden dis ch'anch l'asen s'impazienta....

Petr. Vegno subito — Con sò licenza.... Carico sto aseno impazientissimo....

Eus. Sta a vedere che l'anima di un qualche giornalista ha fatta la metempsicosi.

[Anche un'altra volta, di lí a qualche tempo, il Caffè di Petronio si stizzí con l'Antologia e co 'l Montani. Del “Discorso„ detto dal professore Michele Medici nella pontificia Università di Bologna, ricominciando il corso delle sue lezioni l'anno 1823-24 (presso Turchi e Veroli, 1824), il Giordani (asserivano i compilatori del giornale bolognese) aveva detto ad alcuni amici, che “oltre d'essere pregevole per le cose trattate, era poi VERAMENTE SCRITTO BENISSIMO„; e i compilatori inviarono quel discorso all'Antologia, “persuasi ch'ella si sarebbe onorata di far eco al giudizio del signor Giordani e de' migliori dotti della città di Bologna„. Ma perché il Montani notò (1824, tomo XVI, n. 48 dicembre, pag. 47) nello stile di quel discorso un po' di ricercatezza, il Caffè di Petronio se ne stizzí, chiamando (n. 14, 2 aprile, 1825, pag. 54) l'Antologia “molto piú dotta e molto miglior gustosa (sic) dei Giordani e dei dotti bolognesi„].

[385]

Appendice III, N. 1 (pag. 295).

Lettera dell'ambasciatore austriaco il conte di Senfft Pilsach a S. E. il conte Vittorio Fossombroni.

“Florence, 1 février 1833.

A son Excellence
monsieur le Comte de Fossombroni.

Monsieur le Comte, le journal litéraire paraissant chez G. P. Vieusseux à Florence sous le titre d'Antologia, manifeste depuis quelque tems une animosité marquée contre le Gouvernement Impérial. Le n. 21 de cet ouvrage, qui a paru au mois de Septembre dernier, renferme particuliérement des insinuations odieuses et même des sorties violentes quoique indirectes contre l'Autriche, qui ont motivé la prohibition formelle de la dite production de la part de la Censure Autrichienne.

Votre Excellence trouverà dans l'annèxe les passages les plus frappans sous ce rapport, et il suffira sans doute de les mettre sous vos yeux, Monsieur le Comte, pour remplir l'objet de la commission don je suis chargé pour ma Cour, de rendre le Ministère Toscan attentif à la tendance dangereuse et revolutionnaire de l'ouvrage en question, dans l'attente qu'un Gouvernement uni au nôtre par des liens d'une étroite amitiée et d'un commun interêt, ne manquera pas de faire éprouver à la redaction l'effect d'une juste animadversion à l'égard de ses torts pour le passée, et de la rappeler pour l'avenir au respect des convenances et à une marche qui ne soit pas en opposition avec l'ordre de choses legitimes.

Je sollicite de l'obligence (sic) de Votre Excellence la communication des mesures qu'auront été prises à cet égard, et je saisis cette occasion pour avoir l'honneur de lui renouveler l'assurance de ma très haute considération.

Senfft Pilsach„.

[Nel foglio annesso alla lettera, è scritto:]

Nell'Antologia giornale di scienze ecc., Firenze, settembre 1832: Pag. 52. Parlando delle opere del Romagnosi si dice: “che nel continuo avvicendarsi di speranze e [386] timori, di potenze e di sorti italiane, conservò l'anima intemerata e con virtuosa rassegnazione sopportò le ingiustizie e la povertà„.

Pag. 103. Sulle opere di Silvio Pellico: “ma una immensa sciagura si addensò su quel capo, ed un lungo silenzio successe a quel canto (cioè alla Francesca da Rimini) che risonando sempre in ogni anima, risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta!!„.

Pag. 90. Sulla storia d'Italia del conte Cesare Balbo si trovano le seguenti parole: “Taccio di Carlo magno che lasciò sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per quindi legare la tutela al lontano tedesco: taccio del tedesco per la lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e sospettosa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza ecc. ecc.„.

[Si noti che le parole qui scritte in corsivo, furono sottolineate dall'ambasciatore].

Appendice III, N. 2 (pag. 297).

Minuta di risposta del Fossombroni al conte di Senfft Pilsach — (Si avverta che il Fossombroni erra nel citare la data della lettera dell'ambasciatore).

“Florence, le 4 février 1833.

Mr le Comte, en reponse à la lettre que V. E. m'a fait l'honneur de m'adresser en date du 2 de ce mois, au sujet de quelques passages inconvenantes et blamables contenues dans un article de l'un des numeros du journal literaire que l'on publie à Florence sous le titre d'Antologia, je me fais un devoir de vous prevenir, Mr le Comte, que je n'ai pas differé un instant à appeler le Departement que cela concerne à s'occuper sérieusement et sans le moindre delai, d'un tel objet. En me reservant à vous faire en suite connaitre ce qui on aura été à même de faire sur l'affaire en question, je saisis.....„.

[387]

Appendice III, N. 3 (pag. 297).

Minuta di una memoria di S. E. don Neri Corsini a S. E. Vittorio Fossombroni.

Memoria per il Dipartimento estero.

“Il Dipartimento di Stato in sfogo dei reclami che dalla legazione Imperiale d'Austria sono stati avanzati a quello degli affari esteri intorno a varj articoli inseriti nel n. 21 del 2º decennio del Giornale l'Antologia per il decorso mese di settembre, si fa un dovere di prevenirlo che sebbene non possa dubitarsi della purità delle massime religiose e politiche dei censori tutti del Granducato, ed in ispecie della distinta capacità del soggetto, che esercita un tale ufficio nella capitale, tuttavia non si è mancato di far sentire a quest'ultimo i ragionati motivi per i quali la Censura di Milano aveva trovato riprovevoli [alcune frasi trascorse in detti articoli, richiamando la piú scrupolosa attenzione del suddetto censore][1389] alcuni articoli inseriti nel n. 21 del secondo decennio del giornale l'Antologia, richiamando il Censore stesso a portare in avvenire la piú scrupolosa attenzione sopra il giornale medesimo, onde prevenire qualunque ulteriore aberrazione dei suoi redattori, tanto nella scelta delle materie che vi si trattano, quanto nel modo ed espressioni usate nel trattarle. Ingiunzioni analoghe saranno altresí rinnovate al Direttore di detto giornale, colle debite comminazioni in caso di nuove mancanze.

Il Dipartimento di Stato si affretta di portare tutto ciò a notizia di quello degli affari esteri per ogni uso che stimasse dovesse fare nelle sue diplomatiche comunicazioni.

9 febbraio 1833.

N. Corsini„.

Appendice III, N. 4 (pag. 297).

Minuta di lettera di S. E. Vittorio Fossombroni all'ambasciatore austriaco il conte di Senfft Pilsach.

“Florence, 11 février 1833.

Mr le comte, Je m'empresse de remettre ci joint à V. E. un extrait de la réponse qui vient de m'être faite au sujet [388] des passages inconvenans inserés dernièrement dans le journal litéraire sous le titre d'Antologia. Cette insertion n'étant imputable qu'à simple inadvertence (car ses principes politiques et religieux sont absolument au dessus de tout soupçon) on a dû se borner à la lui contester, et à appeller toute son attention sur les futures publications du dit journal. Quant au directeur G. P. Vieusseux, des sevères reprimandes vont lui être faites par l'Autorité, avec la menace de le soumettre à des mesures de rigueur dans le cas de nouvelles aberrations de cette espèce.

Veuillez bien agréer, Mr le Comte, les assurances réiterées de ma haute...„.

Appendice III, N. 5 (pag. 298).

Lettera di S. E. Don Neri Corsini al R. Censore P. Mauro Bernardini.

“Molto Reverendo Padre,

Con biglietto dei 30 gennaio decorso V. S. Molto Rev.da si diresse a questo I. e R. dipartimento onde fossero risoluti i due seguenti quesiti;

1º Se le discussioni Politiche, e di Amministrazione Governativa, che debbono essere affatto estranee all'Antologia, debbano essere limitate a quelle che possono riguardare il nostro Paese, e Governo, o anche a quelle relative ad altri stati Italiani, o Esteri, specialmente poi se in questi ultimi, attesa una particolar forma governativa, sia permessa libertà di discussione sopra le dette materie.

2º Se nel doppio caso negativo, si abbiano in mira gli articoli, che non solamente trattino ex professo sulle inibite materie, o anche quelli nei quali per incidenza riconosciuta non colposa, si tratti come di passaggio, e senza discussione, di Politica o di Amministrazione Governativa.

Sebbene tali quesiti risolvere non si possano collo stabilire delle massime normali da applicarsi a tutti i singoli casi, tuttavolta a me pare, che per ciò che concerne gli Esteri governi, e particolarmente quelli presso i quali è permessa libertà di discussione sopra le dette materie, possa procedersi con piú franchezza, semprechè non si discenda ad una critica acerrima, o all'opposto non si commendi in [389] termini trascendenti, e tali, da far scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi.

Per quello poi che concerne la Toscana, ove non è permessa libertà di simili discussioni per mezzo della stampa, sarà d'uopo adibire una piú stretta Censura, ed assicurarsi che quello che stampar si volesse in genere di statistica, sia in qualche modo desunto da atti autentici pubblicati dal Governo, o colle debite approvazioni superiori.

Quanto alle questioni di Economia Politica, sulle quali spesso si trattiene il rammentato giornale, potrá continuare a permettersi una moderata discussione, purché i relativi dibattimenti siano condotti colla riverenza che debbesi alle Leggi e sistemi del Paese, e i Redattori di simili articoli non assumano un tuono inconveniente.

A rendere altresí piú castigata l'Antologia, credo che potrà molto giovare il portare uno scrupoloso, e quasi direi sospettoso esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di frasi; sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle materie trattate; motteggi, o sarcasmi contro i sovrani, i governi, il sacerdozio, il patriziato, ed in special modo su ciò che potesse contribuire all'indebolimento della Cattolica Religione.

Attenendosi a queste norme, che fermamente ritengo esser coerenti alla purezza dei di Lei principî, e che soltanto ho rammentato perché portavalo la circostanza di sciogliere i quesiti da Lei promossi, mi auguro che piú agevole potrà rimanerle la revisione del rammentato giornale, lasciandole però aperto adito a consultare questo Dipartimento tutte le volte, che nella sua saviezza lo credesse conveniente.

E col piú distinto ossequio passo a confermarmi

Di V. S. Molto Rev.da

Dall'I. e R. Segreteria di Stato, li 9 febbraio 1833.

Dev.mo Obb.mo Servitore
N. Corsini„.

[390]

Appendice III, N. 6 (pag. 299).

Lettera di S. E. Don Neri Corsini al R. Censore P. Mauro Bernardini.

“Molto Rev.do Padre,

È pervenuto al Governo sicuro riscontro che la Censura di Milano abbia impedito lo smercio, e circolazione del N. 21 del secondo decennio del nostro giornale l'Antologia per il decorso settembre, e che questa misura sia stata motivata da alcuni passi che si leggono nelle pagine 52, 90, e 103, degli articoli di detto Giornale; e relativi:

Il primo all'edizione che qui si va facendo dal Piatti delle Opere dei Romagnosi;

Il secondo alla Istoria d'Italia del conte Cesare Balbo;

Il terzo alle tre nuove tragedie di Silvio Pellico impresse in Torino.

Sembra pure, che i passi dei quali la Censura di Milano ha biasimato il concetto, o le espressioni, siano quelli nei quali del Romagnosi si dice che sopportò le ingiustizie e la povertà, lo che si è creduto un rimprovero diretto al governo sotto cui visse; e l'altro riguardante l'opera sulla storia d'Italia, ove parlandosi di Carlomagno e quindi degli Imperatori di Germania della casa di Svevia, si trascende ad espressioni generiche sui pretesi danni, che o dalla tutela, o dal dominio di dinastie straniere erano avvenuti alla Italia.

E finalmente riguardo al terzo, la frase, ove si designa sotto il nome d'immensa sciagura, la condanna legale pronunziata per delitti politici, contro il Pellico autore delle tragedie.

Nel comunicare tutto ciò a V. S. Molto Rev.da non ha questa Direzione generale altro oggetto che di richiamare il di Lei ben conosciuto zelo e saviezza ad esercitare la piú scrupolosa attenzione sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessa di manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a riflessioni politiche che direttamente, o indirettamente, alludano ad avvenimenti recenti o alle opinioni, che in fatto di Governo si vorrebbero promuovere dai partigiani di innovazioni.

E col piú distinto ossequio passo a confermarmi di V. S. Molto Rev.da

Dall'I. e R. Segreteria di Stato li 9 febbraio 1833.

dev. obb.mo Servitore
N. Corsini„.

[391]

Appendice IV (pag. 300).

Lettera di G. P. Vieusseux a S. E. don Neri Corsini.

10 febbraio 1833.

Eccellenza. Chiedo perdono a Vostra Eccellenza se vengo ad importunarla per parlarle del mio giornale.

L'Antologia che ho l'onore di dirigere non è, e non poteva diventare ancora per me oggetto di grata speculazione; ché anzi l'intrapresa di quest'opera periodica mi è costata da dodici anni a questa parte continui sagrifizi di tempo, di quiete, di denaro.

Ma l'Antologia è mia creazione, le porto un amor paterno, e l'amo in ragione dei sacrifizi e delle fatiche cui mi ha sottoposto.

L'Antologia è un'opera che oso chiamar utile e decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in particolare. L'Antologia occupa utilmente varii letterati miei amici, i quali non sono in situazione da poter disprezzare il debol prezzo che io posso pagare per un foglio di stampa; alcuni di loro vi si sono interamente dedicati, e la loro esistenza dipende da quella di questo giornale; infine l'Antologia fa campare sette o otto famiglie di compositori, torcolieri, legatori.

Questi sono i motivi tutti per cui devo tenere immediatamente al proseguimento della mia intrapresa. Eppure potrei vedermi nella necessità di dovere abbandonare la pubblicazione dell'Antologia. Un'opera periodica non è come un altro libro. Essa dev'essere stampata e dispensata ad epoche regolari. Non corrispondendo a questa condizione essenzialissima dell'esistenza sua, ella perderebbe ben presto parte del suo credito, e gli associati si ritirerebbero. Per scansare quest'inconveniente, conviene che la censura dalla quale dipende il permesso di stampare un giornale, sia sempre pronta a corrispondere ai bisogni quotidiani di esso.

A dire il vero, per alcuni anni a questa parte non ho avuto generalmente parlando che da lodarmi del contegno dell'I. e R. Censura a mio riguardo, e dell'onesta libertà che mi si lasciava; ma ora nell'occasione di dover pubblicare il mio doppio fascicolo di novembre e di dicembre, mi [392] trovo vittima di un rigore insolito per parte della medesima, e mi vedo rigettati articoli dei quali, dietro l'esperienza del passato, io non dovevo mettere in dubbio l'ammissione.

Il mio doppio fascicolo di novembre e dicembre non ha potuto essere pubblicato che in questi ultimi giorni, e con tale mutilazione, che io ho dovuto spendere lire 300 per ripararvi. Siamo inoltrati nel mese di febbraio, e non ho potuto ancora tirare che pochi foglietti del fascicolo di gennaio. Superfluo è il fare osservare quanto questo sistema di cose mi sarebbe dannoso se dovesse durare e diventasse sistema.

Io mi prendo la libertà di presentare a V. E. le bozze di stampa di una mia lettera che penso di premettere al primo fascicolo del 1833. Io supplico V. E. di leggerla. Se, come ardisco lusingarmi, Ella renderà giustizia alla rettitudine delle mie intenzioni, ed approverà la manifestazione franca e leale dei miei sentimenti, questa lettera servirà di norma per il futuro a me, ai miei collaboratori, e alla Censura medesima.

Ho l'onore di rassegnarmi coi sentimenti di profondo rispetto

G. P. Vieusseux„.

Appendice V, N. 1 (pag. 313).

Appunti di Gian Pietro Vieusseux.

Sabato, 23 marzo 1833. — Questa mattina è arrivato il N. 254 della Voce della Verità.

Ore 5. — Un biglietto urgentissimo del Padre Mauro Bernardini richiama a sé il fascicolo approvato del dicembre 1832. Sono andato in persona dal detto Padre Mauro portando meco il fascicolo, ma negandone la consegna per essere questo fascicolo l'unica guarentigia contro le imputazioni della Voce nel caso che il Governo volesse inquietarmi a questo titolo. Sentendo però che il sig. Consigliere Fossombroni aveva assoluto bisogno di detto fascicolo, dopo lungo diverbio l'ho rilasciato, bene inteso, contro ricevuta motivata.

(In seguito il fascicolo mi è stato restituito)„.

[393]

Appendice V, N. 2 (pag. 314).

Appunti di Gian Pietro Vieusseux.

Domenica 24 detto, alle ore sei pom. il Presidente del Buongoverno mi ha fatto pregare di passare da lui. — Ecco il colloquio:

P. Signor Vieusseux, ho da farle una commissione a nome del Governo.

V. Io sono qui per ascoltarla.

P. Il Governo vorrebbe sapere i nomi di quelle persone che scrivono nell'Antologia, che sono anonime, oppure non pongono che semplici lettere o segni di convenzione sotto i loro articoli.

V. Io mancherei all'onore e alla delicatezza nel palesarle i nomi di persone le quali amano di rimanersene anonime, e confidano nella mia discretezza e lealtà.

P. Ma si tratta di un desiderio dell'I. e R. Governo.

V. Quando si tratta dell'onore non si cede a veruna considerazione.

P. Ma rifletta che lei nega al Governo, e ci pensi meglio.

V. Quando si tratta dell'onore, il primo movimento è sempre il migliore.

P. Ma non si tratta che d'una comunicazione confidenziale.

(Sempre avevo parlato con calma, qui principiò a montarmi il sangue al capo).

V. Io sono dolentissimo nella necessità di negare qualche cosa al Governo. Se si trattasse di divertire S. A. I. e R. con un racconto di un semplice pettegolezzo letterario, e che S. A. fosse curiosa di sapere il nome di un tal poeta, o d'un tal pedante, posto in ridicolo da una polemica letteraria, io non crederei di commettere un delitto dicendolo all'orecchio di S. A. Ma dopo aver veduto l'infame libello vomitato in Toscana da quella canaglia della combriccola di Modena, quando non posso ignorare che l'intenzione di quella gente è di render me ed i miei amici sospetti al Governo, non sarei io l'uomo il piú vile nel mondo palesando i nomi de' galantuomini che si fidano di me? Io mai e poi mai gli nominerò. Di due cose una: o il Governo toscano [394] disprezza come vanno disprezzati i vili intrighi di quella scuola modenese, e non deve curarsi di sapere chi ha scritto; o pure il Governo intende di voler entrare nelle intenzioni di Modena, ed è un motivo di piú di non nominare nessuno o di conservare io solo tutta la responsabilità di ciò che vorrebbesi far considerare come una colpa. Io non so se il Governo m'ami quanto vorrei essere da tutti amato; ma ho la coscienza che egli mi deve stimare. Io non voglio perdere la sua stima facendomi delatore.

P. Badi, sig. V., il Governo potrebbe adoperare per ottenere il suo intento, dei modi che a lei saranno poco piacevoli.

V. Le ripeto che determinato a non far nulla di contrario all'onore ed alla delicatezza, io non sono nel caso di dipartirmi dalle prime mie determinazioni.

(Qui seguí ancora un discorso piuttosto lungo nel quale mi lamentai del sistema del Governo riguardo all'Antologia, esponendo al sig. Presidente che se il Governo m'avesse lasciato interessare ii pubblico con parlargli nel mio giornale di quelle tante cose che sono importanti per lui senza dar noia alla casa d'Austria, piú facilmente avrei potuto scansare di trattare certi argomenti nei quali piú facilmente che altrove i maligni possono pretendere di trovare delle allusioni poco convenienti; ed aggiunsi: Pare che il Governo non sappia apprezzare quanto sia nobile e degna di riguardo nel secolo 19 la professione del giornalista coscienzioso. I Governi italiani di Piemonte e di Napoli la valutano assai piú, e ne hanno date prove recenti: il Re di Sardegna permettendo che il cavalier Manno dirigesse all'Antologia una lettera sull'amministrazione del Piemonte; ed il Re di Napoli con avere ordinato la fondazione degli Annali Civili del Regno, opera periodica che equivale ad un continuo rendimento di conti dello stato economico ed amministrativo di esso)„.

Appendice V, N. 3 (pag. 317 e 319).

Appunti di Gian Pietro Vieusseux.

Lunedí 25 marzo. Alle ore 6 p. m. sono stato chiamato dal sig. Tassinari Commissario del quartiere Santa Croce per recarmi da lui alle 8. — Lí trovatomi in presenza del sig. Tassinari fui ricercato, come lo era stato dal sig. [395] Presidente, riguardo ai nomi dei collaboratori anonimi dell'Antologia. Risposi non potere né voler nominare i collaboratori anonimi perché mancherei a qualunque dovere dell'onore e della delicatezza. Interrogato se non temevo le conseguenze del mio rifiuto, risposi che non potevo né dovevo temere: 1º perché non ho mai stampato cosa che non fosse approvata dalla R. Censura; 2º perché le leggi e le consuetudini toscane non ammettono altra responsabilità per le cose stampate che quella dello stampatore tipografo, il quale non deve curarsi che di ricevere i manoscritti leggibili ed approvati; 3º perché il fascicolo di dicembre che pare piú particolarmente preso di mira, non solo era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni, e m'obbligò a tante castrazioni, mutilazioni e numerosi carticini, che dovetti spendere circa L. 300 per metterlo in stato di comparire alla luce.

Domandatomi piú volte replicatamente se persistevo nel volere assumere qualunque responsabilità per il contenuto del fascicolo di dicembre, risposi che sí.

Com. Quando alla Censura fosse sfuggita e quindi fosse stata approvata un'ingiuria, non perde per questo il Governo la facoltà di averne soddisfazione dal giornalista o dallo scrittore.

Io. Protesto contro tale ingiusta e falsissima opinione; ma ad ogni modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io, Padre Mauro, e S. E. Corsini, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre ero trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma il P. Mauro, ma S. E. Corsini che esercitando la Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato.

(Tutte queste interrogazioni del Commissario, e le mie risposte, erano da lui trascritte sopra un quaderno di carta, ed il numero delle pagine scritte fu, se non m'inganno, di 9 o 10. Io non potei non avvedermi che le interrogazioni a me dirette erano state trasmesse a lui in un foglio che egli aveva sotto gli occhi).

Com. Dunque lei persiste ecc. ecc. Badi bene che il Governo dovrà far pesare sopra di lei il suo braccio volendo [396] soddisfazione, ecc. ecc. (ad ogni mezza pagina il Commissario reiterava le sue premure e mezze minaccie per impegnarmi a palesare i nomi in questione).

Io. Ripeto che avendo assunto sopra di me qualunque responsabilità, sono pronto a subirne tutte le conseguenze.

Com. Sappia dunque che lei si è reso colpevole d'ingiurie nefande riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie per l'allusioni fatte alle cose di Polonia in un articolo firmato L. sopra il poema del cav. Curti.

Io. Protesto altamente contro simile falsa, sinistra ed ingiusta interpretazione; dichiaro che non fu mia intenzione né di quello che scrisse l'articolo, di mancare di rispetto a S. M. l'Imperatore delle Russie; bensí è stata colta l'occasione naturalissima che mi si presentava di manifestare un sentimento generoso di compassione per la nazione Polacca.

Com. Lei è colpevole d'ingiurie verso S. M. l'Imperator d'Austria, per avere in un articolo firmato K. X. Y. sopra la traduzione di Pausania fatta dal cav. Ciampi stabilito un confronto fra la Grecia e l'Italia, fra l'Acaia e il Regno Lombardo Veneto; e dato ad intendere che gli Austriaci trattano l'Italia come i Romani trattavano la Grecia.

Io. Protesto contro questa sinistra e falsa interpretazione.

Com. Ha ingiuriato inoltre le varie potenze d'Italia facendo supporre col suddetto articolo, che esse sono nella dipendenza e sotto l'influenza dell'Austria.

Io. Protesto contro tale falsa e non giusta interpretazione.

Com. Lei poi è colpevole immensamente verso il Governo della Toscana per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle potenze d'Austria e di Russia.

Io. Protesto contro tutte queste conseguenze e simili interpretazioni.

Com. Ella si prepari dunque ad una pena proporzionata al delitto commesso, e a vedere il Governo farle sentire la forza del suo braccio, cose tutte che potrebbe risparmia e se volesse palesare i nomi degli autori anonimi, ecc.

Io. Resisto nelle conclusioni da me prese.

(Questo processo a me fatto dal sig. Tassinari mi trattenne presso di lui dalle 7½ di sera fino alle 12; firmai ogni cartella del processo scritto, e mi ritirai)„.

[397]Martedí 26 marzo. Sono stato richiamato al Commissariato per l'ore 7 di sera; trasferitomi sono stato introdotto presso il sig. Canc. Tosi, il quale mi ha dato partecipazione dell'annesso rescritto sovrano che sopprime l'Antologia„.

Appendice VI, N. 1 (pag. 315).

Lettera di S. E. don Neri Corsini al Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna.

“Il Consigliere D. Neri Corsini prega il degnissimo sig. Presidente del Buon Governo a fargli sapere se si presentò al suo dipartimento il Vieusseux nella scorsa sera, e quale fosse il resultato delle fattegli interpellazioni. Occorre allo scrivente di conoscere il resultato per renderne conto a S. A. I. e R. e comunicarne coi suoi Colleghi per le misure da prendersi ulteriormente. E con tutto l'ossequio e stima si professa

25 marzo 1833.

dev.mo obb.mo Servitore
N. Corsini„.

Appendice VI, N. 2 (pag. 315).

Lettera del Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna a S. E. Don Neri Corsini.

25 marzo 1833.

“Ieri sera richiamai avanti di me il Vieusseux, per eseguire la commissione datami da V. E. nella scorsa mattina. Alla prima fattagli domanda d'indicarmi i nomi e cognomi degli autori degli articoli contenuti nell'ultimo fascicolo dell'Antologia pubblicato il 31 gennaio ultimo, e piú precisamente di quelli aventi in fondo la lettera K. X. Y. e L. mi replicò senza punto esitare che ciò era impossibile perché il direttore di un giornale non poteva mancare alla buona fede verso i suoi collaboratori; e mentre era giusto che esso direttore restasse esposto dirimpetto al Governo [398] a tutta la responsabilità relativa, non poteva né doveva, senza macchiarsi d'un tradimento, portare in verun caso questa responsabilità sopra coloro che vivono nella fiducia di non rimanere per di lui mezzo compromessi. Ci espose che erano questi articoli come un affare di confessione, e che il sigillo non poteva essere da lui violato, né lo sarà giammai, qualunque cosa disgustosa che fosse per avvenirgliene, non esclusa la soppressione del Giornale, a cui con tutta rassegnazione e anche di buona voglia si sarebbe sottomesso.

In una lunga esortazione non disgiunta dalla minaccia che il Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente agli ordini che per mio mezzo li venivano ingiunti, non omisi verun mezzo per indurlo a manifestare i suenunciati nomi; ma tutto fu inutile, ripetendo sempre che il Governo doveva riguardare a tutti gli effetti come suoi gli articoli del suo Giornale, che sopra di lui soltanto doveva e poteva prendere quella soddisfazione che nella sua giustizia e saviezza credesse esserli dovuta e che esso non vi si ricusava, ma che non si poteva esigere di piú da lui; ed avrebbe sempre detto e sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli erano suoi.

Da questo stato di cose credei che fosse inutile il trattenerlo, persuaso che esso avrebbe persistito e che persisterà fermamente sino in fondo nel suo proposito, e credei di licenziarlo e dichiarargli autorevolmente che la cosa non sarebbe piú sí tranquilla e che avrebbe dovuto render buon conto del suo irregolarissimo rifiuto. Credei di non dovere spingere piú oltre senza la debita formalità la cosa, onde l'I. e R. Governo potesse bene esaminarla e statuire convenientemente sul quid agendum ultimamente. E se mi fosse permesso di esprimere sinceramente il mio sentimento direi che Vieusseux dovrebbe essere inviato davanti un commissario di quartiere per ricevervi nuove formali ingiunzioni, e persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la pubblicazione del giornale finché non avesse corrisposto a ciò che il governo esige da esso„.

[399]

Appendice VI, N. 3 (pag. 315).

Lettera del Commissario del Quartiere di Santa Croce Matteo Tassinari a Gian Pietro Vieusseux.

“Ill.mo Signore,

V. S. è invitata a recarsi personalmente nel Commissariato di S. Croce alle ore una di notte del dí 25 marzo 1833 presso il sottoscritto, che ha necessità di vederlo con tutta sollecitudine, e non manchi.

Dal R. Commissariato di S. Croce, li 25 marzo 1833

Tassinari„.

Appendice VII, N. 1 (pag. 319).

Lettera di S. E. Don Neri Corsini al Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna.

“Ill.mo signor Presidente colendissimo,

Essendo stato reso conto a S. A. I. e Reale che il giornale che si pubblica in Firenze sotto il titolo di Antologia, ha deviato manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio, e dalle condizioni colle quali fu permesso, cioè di trattare di materie di scienze, letteratura ed arti, e che sistematicamente trascorre in discussioni politiche ed anche parlando di materie scientifiche e letterarie vi associa allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti politici, è venuta l'I. e R. A. S. nelle determinazioni di ordinare la soppressione del detto giornale, fino da questo giorno.

Farà V. S. Ill.ma comunicare la semplice parte dispositiva della presente risoluzione al Direttore ed Editore del Giornale stesso, come da questo Dipartimento si fa al Regio Censore.

E col piú distinto ossequio mi confermo di V. S. Ill.ma

Dalla R. Segreteria di Stato, li 26 marzo 1833.

Dev.mo obb.mo Servitore
N. Corsini„.

[400]

Appendice VII, N. 2 (pag. 319).

Lettera del Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna al Commissario del Quartiere di Santa Croce Matteo Tassinari.

Incarico V. S. Ill.ma correntemente ad un dispaccio della I. R. Segreteria di Stato di questo giorno, di notificare al Direttore ed Editore del giornale che si pubblica in Firenze sotto il titolo di Antologia, che S. A. I. e Reale ha ordinato la soppressione del giornale medesimo fino da questo giorno.

26 marzo 1833.

Appendice VII, N. 3 (pag. 319).

Lettera del Cancelliere del Commissariato di Santa Croce Lorenzo Tosi a Gian Pietro Vieusseux.

“L'Ill.mo sig. Commissario del Quartiere S. Croce fa notificare in seguito di ordini superiori al sig. Gio. Pietro Vieusseux direttore ed editore del Giornale che si pubblica in Firenze sotto il titolo di Antologia, che S. A. Imperiale e Reale ha fino da questo giorno ordinata la soppressione del giornale medesimo.

Dal Comm. S. Croce, Firenze, li 26 marzo 1883.

il cancelliere L. Tosi„.

Appendice VIII (pag. 320).

Minuta di Circolare da comunicarsi alle varie Legazioni, preparata da S. E. Don Neri Corsini, e riveduta da S. E. il conte Vittorio Fossombroni.

“Une misure qu'on vient ici d'adopter, quoique bien simple en elle même et n'ayant d'autre bût que d'empêcher que dans quelque branche, où de quelque manière que ce soit, l'on ne puisse pas s'écarter des limites de cette régularité qui caractérise l'administration du Pays, pouvant [401] peut-être d'après les habitudes du tems former pour quelque moment le sujet des propos du public, j'ai cru que Votre Excellence pourrait probablement agréer d'en savoir quelque chose de ma part.

Il existait depuis quelque tems à Florence un journal litéraire et scientifique portant le nom d'Antologia, et paraissant périodiquement par cahiers. Quelques articles de ce journal qui avaient été favorablement accueillis par le public, lui avaient valu quelque réputation, et il avait acquis un certain nombre d'associés même à l'étranger.

Toutefois l'on avait depuis quelque mois [Il Corsini, si noti, aveva scritto TEMS, che il Fossombroni mutò in MOIS] eu lieu de remarquer dans ce journal une certaine tendance à dépasser les bornes de son institution purement scientifique et litéraire, et à se mêler d'objets qu'y devaient rester étrangers, soit par des allusions, soit par des rapprochements entre ce qui paraissait être le sujet de ses écrits et les affaires politiques du jour.

Il est vrai que ce journal ainsi que toute autre espèce d'écrit ne peut ici être imprimé et publié que d'après l'approbation de la Censure: mais comme à l'egard surtout d'un ouvrage periodique il est difficile que quelque fois l'attention du Censeur naturellement surchargé d'occupations ne se trouve pas en défaut, lorsque l'Editeur ou le Directeur du dit ouvrage cherche trop suvent le moyen de l'induire en erreur en voilant si adroitement sa pensée qu'il ne soit pas aisé d'en saisir le veritable sens au premier coup d'oeil, l'on eut soin de rappeller plus spécialement le soin du Reviseur sur ce journal, et surtout de faire entendre à l'Editeur que s'il aimait que sa compilation pût continuer à voir le jour, il devait strictement se renfermer dans les limites qui étaient les conditions naturelles de son existence.

Cet avis n'ayant pas porté l'effet qu'on était en droit d'en attendre, et des écartes bien graves ayant été remarqués dans les derniers numeros qui ont paru du dit journal, l'on a dû sentir qu'il était essentiel de faire cesser un abus qui se trouvait en contradiction avec l'exactitude qui distingue ici, soit les publications periodiques, soit tout ce qui sort des Imprimeries du Pays.

Un ordre qui a été émané depuis quelques jours vient par consequent de supprimer le dit journal de l'Antologia.

Je saisis....„.

[402]

Appendice IX (pag. 321).

Supplica di Niccolò Tommaséo a S. A. I. e R. il Granduca di Toscana.

“A. I. e R.

Le amichevoli preghiere del Sig. Vieusseux, Direttore dell'Antologia, gl'istanti consigli di altri amici che affermavano la mia dichiarazione inutile, e forse dannosa al giornale; il pensare che a tutti i lettori di quello essendo ben noto di chi fossero gli articoli segnati K. X. Y. ripeterlo da me sarebbe potuta sembrare boriosa provocazione; la speranza che trattandosi di scritti approvati da un rispettabile censore e da uno zelante Ministro le cose avrebbero sortita altra fine; la speranza ancora piú ferma che procedendosi per vie ordinarie e legali io avrei avuto il tempo di sodisfare alle mie convenienze senza nuocere altrui; queste, ed altre ragioni mi tennero dal dir cosa che l'onor mio comandava professassi altamente. Ora il bisogno di rigettare da me ogni sospetto di fiacca timidità, il bisogno di far noto che la persistenza a negare del sig. Vieusseux non era atto indocile ma generoso, la speranza la quale pure mi resta nella giustizia di V. A. R. che conoscendo l'incolpato, sopra di lui solo Ella vorrà portare il giudizio inflitto sull'intera Antologia, m'impongono di protestare che non solamente gli articoli segnati K. X. Y. sono miei, ma che io soglio per capriccio segnare d'altre sigle i miei scritti; onde se nell'articolo intorno al Poema del Curti è cosa imputabile, io di buon grado ne chiamo sul mio capo la pena, e per guarentigia dell'avvenire prometto e giuro, se è necessario, di non piú scrivere in un giornale a cui desidero continuata la vita, perché la sua vita è sussistenza di piú che quaranta persone, perché il suo giudizio era invocato e rispettato dai dotti d'Italia, perché le sue parole erano amorevolmente ripetute dai giornali di Lombardia, di Francia, d'Inghilterra e d'Austria, perché non arrossivano di scrivere in esso i piú chiari uomini della Nazione, e non pochi dei piú quietamente pensanti, Cesare Lucchesini, e fino all'ultima malattia G. B. Zannoni, e il Cibrario e il Cav. Manno, Ministri del Re di Sardegna, perché la sua lode era ambita dagli stessi Governi. Il quale onore [403] quanto meno ridonda in me, il piú insufficiente dei suoi collaboratori, tanto piú volentieri debbo in me solo accogliere le conseguenze che ad esso dalle mie parole provennero.

28 marzo 1833.

N. Tommaséo„.

Appendice X (pag. 322).

Lettera dell'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini al Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna.

“28 marzo 1833.

La misura stata presa della soppressione dell'Antologia fino dal di 26 corrente, ha sparso il mal umore, e la rabbia fra i liberali. Lo scorso giorno nel contestarsi a vicenda il loro rammarico per la soppressione di un Giornale dicevano essi tanto utile alle vedute dello loro Setta, si permettevano anche dei progetti, come sarebbe di portarsi in gran numero sulla Piazza de' Pitti, mescolando con pretesti delle persone volgari per prorompere in voci sussurranti, e fischiate. Alcuni di costoro, come Alessandro da Barberino, dott. Luigi Beyer ed altri, dissuasero la prularità (sic) dicendo che quel sussurro avrebbe potuto nuocere alla causa della Setta, in un momento in cui sono prosperissime le sue condizioni, da doversene toccare di giorno in giorno i risultati. Si diedero anzi premura la stessa sera di minorare la massa delle loro riunioni ai soliti caffé distribuendosi in maggior numero di luoghi pubblici. Questa mattina è sortito un Bullettino incendiario in stampa, copia del quale in stampa unisco al presente Rapporto, mentre che non trascuro le debite ulteriori indagini in questo articolo.

Gio. Chiarini„.

Appendice XI (pag. 323).

Bollettino del 28 marzo 1833.

Sabbato 23 marzo ogni sensata persona s'indispettí leggendo nella Voce della Verità un nuovo articolo di calunnia o di accusa contro l'Antologia. Questo giornale che da dodici anni sostiene il lustro della letteratura italiana è [404] una proprietà della nazione. Il Duca di Modena volle toglierla. Il Gran Duca di Toscana ha avuto la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria. Il fascicolo preso di mira, di novembre e dicembre, era stato esaminato ed approvato dal ministro Corsini, ma il Gran Duca, o impaurito dall'ira del Duca di Modena, o dividendo con esso la rabbia contro la diffusione dei lumi in Italia non conserva neppur l'aspetto della coerenza. Il 26 del corrente mese, tre giorni dopo l'articolo della Voce della Verità, ABOLISCE l'Antologia. Questa impudenza di dispotismo è già nota a tutti.

Toscani!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un Duca di Modena. Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e il suo suo grido non è piú di lamento, ma di Vendetta„.

Appendice XII, N. 1 (pag. 339 e 301).

Lettera di Gian Pietro Vieusseux a S. E. don Neri Corsini.

“S. E, il Signor
Consigliere Corsini Ministro dell'Interno,

Non è mia intenzione di venire ad importunare, e forse inutilmente, l'I. e R. Governo chiedendo che mi sia restituita la facoltà di continuare la pubblicazione dell'Antologia. Ma dopo la soppressione fatta del giornale di mia proprietà e della grave perdita che in conseguenza di quella io sono venuto a soffrire, mi confido di non comparire impronto all'E. V. se mi faccio a reclamare soltanto contro l'effetto retroattivo che potrebbe avere la misura presa a mio riguardo.

Alla E. V. è noto come i ritardi da me sperimentati per la pubblicazione dei fascicoli di novembre e dicembre, e le tante correzioni, mutilazioni e soppressioni a che andarono soggetti, mi furono causa di scrivere alla E. V. nel dí 10 di febbraio; e di significarle a voce pochi giorni dopo, che dove l'I. e R. Governo fosse mai venuto nella inclinazione di vedermi cessare dalla pubblicazione del mio giornale, tosto mi si dicesse, e francamente, poiché se mi sarebbe costato molta pena lo abbandonare il giornale di mia proprietà, io non avrei peraltro sostenuto allora altri sacrifizi [405] bursali tostoché era già terminato l'impegno da me preso per l'anno 1832 co' miei associati, e non incominciato ancora quello dell'anno 1833.

Ma la risposta che la E. V. si compiacque darmi, ben lungi dal farmi credere che dall'I. e R. Governo potesse mai desiderarsi la cessazione del mio giornale, molto invece mi consolò e mi crebbe le piú liete speranze. Imperocché Ella non solo si degnò di confortarmi a non desistere dalla mia letteraria intrapresa, e a non lasciarmi scoraggiare dai sinistri che accader sogliono ai giornalisti, ma si degnò persino assicurarmi che ogni mia diversa risoluzione avrebbe dispiaciuto a tutti, ed anche all'I. e R. Governo. Anzi l'E. V. mi fece promessa che dove io mi fossi trattenuto dal toccare alcune materie troppo ai giorni nostri gelose e tenere, sarebbesi dimostrata facile e corrente sopra ogni altro letterario e civile argomento, e avrebbe sopratutto sollecitato l'approvazione e la revisione degli articoli da inserirsi nei fascicoli di gennaio e febbraio 1833, acciocché io potessi rimettermi in giorno al piú presto possibile. E quanto disse attenne; poiché ben presto vidi tornare al mio Gabinetto rivisti ed approvati parecchi degli articoli da me presentati all'I. e R. Censura.

Conseguenza di queste promesse e di questi fatti fu che io mi applicassi tutto a sollecitare l'impresa, a ricevere dai redattori del giornale non pochi articoli da me pagati a denari suonanti, ed a mandarli ai torchi perché vi fossero, siccome furono, stampati; dimodochè il mio fascicolo di gennaio 1833 era tutto approvato dall'I. e R. Censura, e quello di febbraio era composto per piú della metà, quando l'Antologia restò soppressa pei venerati ordini abbassati da S. A. I. e R., nel dí 26 di marzo p. p. Due pertanto sono le perniciose conseguenze a me derivate dai suddetti Reali ordini di soppressione. Primieramente la perdita del giornale di mia proprietà. E in secondo luogo i sacrifizi bursali a che (se non vi si ripari) mi assoggetterebbe l'effetto retroattivo della anzidetta soppressione. Perché dietro la medesima non essendomi permesso di mandare in luce nemmeno il fascicolo di gennaio 1833, quantunque i varii articoli che lo compongono fossero stati tutti rivisti approvati dalla I. e R. Censura, io non ho modo di rimborsarmi delle spese da me commesse sopra gli associati al mio Giornale, e cosí mi trovo esposto ad una seconda e per me gravissima perdita di L. 3180 in denari effettivi, come rilevasi dalla Nota che ho l'onore di presentarle unita a questa Memoria. Come per altro io confidava [406] che l'I. e R. Governo non avrebbe ordinato la soppressione del Giornale di mia proprietà, laddove mi avesse richiamato ad escludere con le mie aperte dichiarazioni intorno a' due luoghi incriminati del fascicolo di decembre quelle sinistre interpretazioni, che l'occhio vigile sí ma benigno e retto della I. e R. Censura non seppe al dovuto tempo immaginarsi o indagare; cosí io mi confido adesso che la giustizia dell'I. e R. Governo non vorrà lasciarmi sostener la perdita delle spese vive da me incontrate per l'intero fascicolo di gennaio 1833 già riveduto e approvato, e per la composizione di otto fogli di stampa dell'altro fascicolo di febbraio, postochè a riguardo dei medesimi la soppressione ordinata dai venerati Reali comandi del dí 26 marzo p. p., verrebbe ad avere un effetto retroattivo certamente non desiderato né voluto dalla R. mente sovrana, che di ciò non fa punto parola o cenno ne' prefati suoi Reali comandi.

E però rivolgendomi alla E. V. siccome a quella che, degnamente presiedendo al Ministero dell'Interno e alla I. e R. Censura, è competente a udire i miei reclami in proposito, ossequiosamente domando che voglia abbassar gli ordini opportuni per farmi conseguire il rimborso delle sopradette L. 3180 onde si scansi l'effetto retroattivo che con mio troppo gran danno verrebbono altrimenti ad avere i Reali ordini dei 26 marzo 1833.

Ho l'onore di rassegnarmi con rispetto,

di V. Eccellenza dev.mo servitore
G. P. Vieusseux.

[3 aprile 1833]

Spese già fatte o da pagarsi per l'Antologia 1833.

Carta e stampa del fascicolo di Gennaio già terminato L. 1025
Legatura del medesimo 80
Riscontro al compositore e al torcoliere 13
Carta e stampa di ciò ch'era già composto ed in parte tirato per il fascicolo di Febbraio 33
Per le tavole metereologiche 70
Revisione tipografica letteraria 60
Collaboratori, fogli 15 circa a 50 750
Altri articoli fatti fare od ordinati e che devo pagare, fogli 15 circa 750
  L. 3180

NB. Non vengono contemplate in questa nota le spese d'impiegati o di corrispondenze, che non sono oggetto indifferente; ma che difficil sarebbe determinare con precisione„.

[407]

Appendice XII, N. 2 (pag. 339 e 344).

Appunti di Gian Pietro Vieusseux.

“6 aprile, sabato.

Mercoledí passato mandai a S. E. Corsini la mia lettera di reclamo. Ieri una sua ambasciata mi chiamò per oggi a Palazzo Vecchio.

A mezzo giorno mi sono trovato in presenza del Ministro.

Min. Non posso ricevere questa domanda in questa forma — faccia in poche righe una supplica a S. A. per dirli che mente sua non può essere stata di farle perdere la valuta di due fascicoli stampati di buona fede, e che prega per il risarcimento dei danni di L. 3180 — ; ma non entri in tanti particolari, e sarà cura mia di presentare la supplica.

Io. Ben volentieri mi adatterò a far ciò che mi suggerisce V. E. e ridurrò la mia domanda alla piú semplice espressione; mi permetta però di farle osservare che non mi pare la mia lettera contenga nulla di contrario al vero.

Min. La sua lettera contiene proposizioni ch'io dovrei combattere e... e... particolarmente in ciò che dice di aver perduto una proprietà: che proprietà! che proprietà! Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso, poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è come se si trattasse di un pezzo di campo preso per fare una strada, e che bisognerebbe pagare.

Io. Chiedo perdono a V. E. Un giornale, frutto di 12 anni di fatiche e di angustie d'ogni genere, dopo tanti anni d'esistenza, costituisce una vera proprietà — non è territoriale, ma proprietà letteraria, ed ammette il diritto di proprietà, ed è tanto sacrosanto per un lato come per l'altro. Del resto farò ciò che mi dice V. E, raccomandandomi a Lei perché dica a S. A. ciò che crederà per giustificare sempre piú la mia domanda. Ma prima di lasciarla, mi permetto di parlarle della Voce della Verità.[1390] Il foglio di quell'infame giornale arrivato questa mattina insolentisce sempre piú. Non è permesso di poter mantenere impunemente [408] una tal calunnia. Io non posso piú tacere. Dovrò rispondere. Purtroppo non potrò farlo coi torchi toscani: ma troverò qualche angolo di Europa dove potrò smascherare quella canaglia. Le calunnie sono continuate non solo per me, ma per il Governo Toscano.

Min. Vanno disprezzati, si fanno torto a loro medesimi.

Io. Purtroppo ci sono quelli che gli danno retta. Mi permetta di ripetere a V. E. ciò che dissi al Presidente del Buon Governo: Io non so se sono amato dal Governo quanto vorrei essere amato da tutti; ma ho la coscienza di meritare la sua stima; e non voglio perderla questa stima né in questa né in qualunque altra occasione. Non mi abbasserò poi a combattere certe prevenzioni ed attacchi in confronto tra la mia condotta sempre franca, leale ed aperta, e certe manifestazioni imprudenti che si devono deplorare, e che ho altamente biasimate.[1391]

Min. Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace... ma lo vede che subito quei monelli si sono giovati dell'occasione ecc. per...

Io. Eccellenza; ho l'onore d'inchinarmi...„.

Appendice XII, N. 3 (pag. 340).

Minuta di supplica di Gian Pietro Vieusseux a S. A. I. e R. il Granduca di Toscana.

“G. P. Vieusseux umilissimo servo e suddito dell'A. V. I. e R. reverentemente espone:

Come i Reali ordini del dí 26 marzo p. p. con che venne soppresso il giornale l'Antologia pubblicato dall'oratore, lo colpirono quando aveva già nelle mani stampati ed approvati dall'I. Censura i varii articoli componenti il fascicolo del gennaio 1833 e fogli 8 del successivo fascicolo del febbraio; essi lo colpirono quando per causa del proseguimento allora non vietato del suo giornale era in disborso di L. 3180, come si rileva dalla Nota che devotamente Le viene rassegnata in un colla presente supplica. E perciò l'oratore spera che mente dell'A. V. non sia stata quella che i venerati ordini di Lei potessero produrre anche un effetto retroattivo che tanto gli riuscirebbe dannoso.

[409] E però inchinato al Regio trono fa vivamente istanza onde l'A.ª V. I. R. voglia benignamente degnarsi di ordinare che il Regio Censore[1392] debba rifare all'oratore le L. 3180 di che è in disborso per la suddetta cagione.

(Mandata a S. E. Corsini il dí 8 di aprile)„.

Appendice XIII (pag. 344).

Lettera del Vicario Regio di Pescia Epifanio Manetti al Presidente del Buon Governo Giovanni Bologna.

Provenienti dalla Capitale giunsero ieri mattina in questa città Pietro Vieusseux direttore del Gabinetto Letterario di Firenze, e l'abate Lambruschini, addetto anch'esso allo stesso Gabinetto: si trattennero tutta la giornata in Pescia, e questa mattina alle ore 4 ne sono partiti alla volta di Lucca, Pisa e Livorno. Conoscendo le massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione io ho fatto tener dietro alle loro mosse durante il breve soggiorno che hanno fatto in questa città, ma non si è potuto vedere né conoscere che siansi trattenuti a colloquio con persone del paese, specialmente sospette in materie politiche; e solo si è osservato che si sono varie volte ritrovati ed hanno parlato insieme. Vieusseux ha alloggiato presso il gonfaloniere d'Uzzano ambasc. Cosimo Forti, a cui fu diretto dal proprio figlio avvocato Francesco Forti secondo sostituto dell'avvocato generale Fiscale, e l'abate Lambruschini è stato ricevuto in casa di Enrico Puccinelli, con cui si vuole in antica relazione, e dal quale non è stato finora denunziato.

Epifanio Manetti„.

Appendice XIV, N. 1 (pag. 351 e 352).

Lettera di S. E. Don Neri Corsini al R. Censore P. Mauro Bernardini.

“Molto Reverendo Padrone Colendissimo.

Questa Direzione centrale della Censura, dopo aver preso nel piú accurato esame il Programma di associazione ad [410] una Raccolta di Opuscoli, memorie, e Corrispondenze di Scienze Lettere ed Arti che repartita in quattro volumi divisa pubblicare Giovanni Pietro Vieusseux, ha dovuto ritenere il concetto, che siccome (almeno per quanto oggi ne consta) non trattasi di opera periodica, non vi è perciò luogo ad una rejezione, la quale, come V. S. molto Reverenda saviamente rileva, potrebbe comparire fondata sopra motivi personali.

Non ha altresí questa Direzione stessa potuto disconvenire dal dubbio affacciato da V. Reverenza che la nuova collezione di opuscoli, della quale si tratta, possa servire di veicolo per dare alla luce molte materie della natura stessa di quelle solite inserirsi nella cessata Antologia. Su tale stato di cose convenendo agire con somma cautela, V. E. Molto Reverenda farà sin d'ora intendere al Vieusseux, che non potrà mai essergli permesso di comprendere nella divisata collezione le Corrispondenze, le quali troppo assimilerebbero il nuovo lavoro alla cessata Antologia, e potrebbero farlo considerare come la di lei continuazione; e frattanto lo intimerà a presentare tutti gli opuscoli che pensa d'inserire nel primo volume, onde formarsi una chiara idea del piano e spirito di questa collezione, prima di approvare in alcun modo il Programma, che annesso le ritorno.

E col piú distinto ossequio mi confermo di V. E. molto Reverenda

Dalla R. Segreteria di Stato, li 15 giugno 1833

dev.mo aff.mo servitore
N. Corsini„.

[Si noti che nell'archivio, insieme con questa lettera è bensí un foglio stampato; ma questo è il semplice annuncio della Raccolta di opuscoli, non già il Manifesto, di cui io ho parlato, e al quale si riferisce il Corsini; manifesto che trovasi invece tra le carte del Vieusseux].

Appendice XIV, n. 2 (pag. 352).

Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a S. E. Don Neri Corsini.

“28 giugno 1833.

Eccellenza: Io mi prendo di nuovo la libertà di venire ad importunare V. E. con inchiesta che non può non essere [411] accolta con quella fiducia, della quale ho ricevuto da lei onorevoli prove.

Il letterario decoro della Toscana non indegnamente sostenuto da que' molti che si compiacquero di corrispondere alle passate mie cure; i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato, come tanti altri librarii stabilimenti di questo paese; le abitudini mie stesse, alle quali io non potrei senza dolore e senza danno rinunziare dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro; tutto si congiunge a rendere non immeritevole dell'attenzione di Lei la proposta ch'io fo d'una impresa, la quale, com'Ella ben vedrà, non somiglia a giornale veruno. La mia raccolta liberata dagl'intoppi delle opere periodiche, oltre all'essere innocua in sé, riescirebbe proficua agli scrittori, a molti libraj: e se col permetterla V. E. gioverebbe a me, io col promuoverla gioverei forse a non pochi, e, oso dirlo, anche alla Toscana letteratura.

Ma il P. Mauro Bernardini, R. Censore, dice ed è nell'intenzione di non approvare il Manifesto, se prima non esamina gli scritti tutti che debbono comporre il mio primo volume. Se si trattasse di un opuscolo solo sarebbe ben facile il soddisfarlo; ma trenta fogli di stampa, per potergli ottenere dagli scrittori, per raccoglierli, per trascriverli solamente, chieggono spese di tempo e di denaro che antecipare io non posso.

La mia impresa ha bisogno prima di tutto di assicurarsi di molti associati, e a ciò richiedesi un manifesto; e ogni dilazione diventa nello stato mio penosissima. Del resto, il manifesto già dice su quali materie verseranno gli opuscoli, ed io prometto che il modo di trattarle, o piuttosto di evitarne alcune, sarà quale permettono e vogliono i tempi. Poi a nulla gioverebbe un precetto atto solo a inceppare l'esercizio della mia industria, quando io non potrò mai stampar cosa che la Censura non rivegga ed approvi. Se qualche scritto verrà rigettato, se d'altri differita la stampa, mio sarà il danno, e mio sarà l'interesse che tali cose non seguano. In tale raccolta ciascuno scritto fa corpo da sé; ciascuno scritto può dunque essere separatamente approvato: il loro ravvicinamento non è che un atto materiale, di cui sarebbe alla Censura stessa, del pari che a me, tediosissimo il prendersi antecipatamente pensiero. Considerata dunque la comodità del Censore stesso, considerato il vero scopo della revisione censoria, considerata la [412] evidente semplicità dell'impresa, e i miei deliberati propositi, e le mie circostanze, e il mio stesso interesse, io spero che V. E. non troverà inconveniente alcuno a permettere la pubblicazione dell'annesso progettato manifesto, e che la raccolta si faccia senza la necessità di presentar intera la materia del primo volume.

Ho l'onore

G. P. Vieusseux„.

Appendice XV (pag. 353).

Circolare ai varî corrispondenti.

Firenze a dí 5 luglio 1833.

G. P. Vieusseux, Proprietario e Direttore del Gabinetto Scientifico e Letterario.

La soppressione dell'Antologia non mi aveva avvilito. Io confidava che il Governo, riconoscendo che in tutto questo disgraziatissimo affare io era vittima di un basso e maligno intrigo, non solo non mi avrebbe impedito di creare qualche altro mezzo di pubblicazione, atto a corrispondere ai bisogni letterari della Toscana, ma ben anche avrebbe veduto con piacere le mie premure per ottenere tale intento.

Io m'ingannava.

Progettai, in primo luogo un Indicatore Bibliografico Italiano, giornale di cui manca l'Italia, ad uso dei Tipografi, Librai e Bibliotecari, da pubblicarsi ogni 15 giorni. Mi fu risposto che non mi si poteva permettere di fare un giornale. Eppure non si trattava che di un catalogo sistematico dei titoli, del prezzo e delle condizioni di associazione dell'opere che producono i torchi italiani! Vedendo chiaro che non si voleva cosa che avesse forma, e fosse nelle condizioni di un'opera periodica, pensai in ultimo luogo, dopo mature riflessioni, di proporre la pubblicazione di alcune serie di Opuscoli Scientifici-Letterarii, senza titolo, periodicità o vincolo di giornale, disposti in grossi volumi di 5 e 600 pagine, ed atti, per conseguente, ad ammettere non solo memorie che per loro natura non possono aver luogo nei giornali, ma anche operette di piú fogli e stampe; ed io avevo già, ed avrei raccolto in seguito, numerosi ed importanti materiali. Il qual progetto potendo ricevere pronta [413] e diligente esecuzione, io veniva a creare un deposito utilissimo per gli scrittori Italiani in particolare, prezioso per le scienze e le lettere in generale.

Ma contro ogni mia aspettativa, e quella del pubblico fiorentino, anche questa impresa mi è vietata sotto pretesto che da taluni potrebbero venir considerati i miei volumi di Opuscoli come un succedaneo all'Antologia!

Dopo tali due inutili ed infelici tentativi, il pubblico non mi accuserà, voglio sperarlo, di pigrizia e d'indifferenza per le cose patrie, se mi vedrà limitare le mie premure al miglior andamento del mio Gabinetto, e del Giornale Agrario, del quale ho conservato l'Amministrazione.

Conviene ora rassegnarci d'aspettar tempi migliori. Frattanto non posso che rinnovare a tutti i miei amici i miei piú fervidi ringraziamenti per la fiducia dimostratami pel passato, e pregarli d'essere certi che quando il Governo Toscano tornasse a sentimenti piú benevoli a mio riguardo, e quando mi fosse concesso di occuparmi nuovamente in modo attivo di ciò che può interessare le Scienze e le Lettere Italiane, io mi vi dedicherei senza indugio, purché le mie forze corrispondessero al mio zelo; ed allora tornerei a pregare i miei buoni e rispettabili amici e corrispondenti di assistermi co' loro scritti, e co' loro consigli, e mi presenterei a loro con tale piano da conciliare sempre piú il decoro delle lettere col vantaggio degli scrittori Italiani„.

Appendice XVI, N. 1 (pag. 356).

Appunti di Gian Pietro Vieusseux.

Aprile 1834 e maggio. — Il progetto di Rassegna trimestrale fu presentato da me al Censore Padre Mauro Bernardini, ed ho la certezza ch'egli ne fece un rapporto favorevole. Portatomi il dí 8 di maggio a Palazzo Vecchio, il Corsini mi disse essere il mio progetto buono in sé; ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale. Replicai che la Rassegna trimestrale, benché modestissima, sarebbe sempre stata cosa utilissima; ma che quando il Governo volesse permettermi di ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per me, piú utile per la Toscana, e nel tempo [414] stesso piú decorosa. Che dopo 18 mesi d'interruzione, durerei fatica a poter riannodare le mie antiche relazioni, ma che però mi dedicherei con energia alla creazione di un nuovo giornale. Mi fece, ma leggermente, qualche obiezione sul titolo di Rassegna; ed aggiunse: “Rifletta, ponderi, veda ciò che potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola Censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una Memoria al Gran Duca„. Ed io, ringraziando il Corsini per il suggerimento che mi dava liete speranze, promisi di occuparmi subito di un progetto e di una supplica„.

Appendice XVI, N. 2 (pag. 358).

Appunti di Gian Pietro Vieusseux.

10 giugno 1834. — Il dí 22 di maggio portai a S. E. Corsini la mia supplica per l'A. R. col progetto di giornale Rassegna italiana. Questa mattina sono andato all'udienza dal Corsini, chiedendogli nuove del mio affare.

Il Ministro: Io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce.

Io: Ma ho rinunziato al titolo di Antologia.

Ministro: Ma lo spirito del nuovo giornale sarebbe l'istesso. Lo scopo della Rassegna è anche piú chiaramente annunziato. Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia, e ciò non si può permettere.

Io: Chiedo perdono a V. E., ma non mi pare di aver manifestato l'intenzione di trattare politica e amministrazione.

Ministro. Ma lei vuole considerare le scienze e le lettere principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità dei popoli, sulla loro amministrazione; e lei si spiega, a questo riguardo, con molta chiarezza.

Io. Torno a domandare perdono a V. E.; il mio manifesto non allude punto alla politica ed all'amministrazione; ma rinunziando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad essere coerente con i miei antecedenti ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato all'universale [415] che ai soli pedanti; ma tutto ciò può farsi decorosamente, senza entrare nella.....[1393] di governo o di pubblica amministrazione, senza dir nulla che possa offendere il Governo ed i suoi amici ed alleati.

Ministro. Il Governo non è nemico delle scienze e delle lettere — anzi, presto si farà a Pisa un nuovo giornale di medicina, e poi un altro giornale.....[1394] ma il suo sembra occuparsi di troppe cose.

Io. Dunque Firenze dovrà continuare ad essere priva di un giornale, e mentre ogni paese d'Italia va acquistando ogni giorno per questo verso, noi soli non potremo far nulla.

Ministro. Non si può fare come ella intende. Non posso biasimare la schiettezza, anzi devo lodare il modo con cui ella si esprime, ma non posso proporre il risorgimento dell'Antologia, e la Rassegna non sarebbe altro che l'Antologia perfezionata.

Io. Dunque S. A. non sa nulla del mio progetto, non ha letto nulla.

Ministro. Certo io non voglio si possa proporre simil cosa al Granduca.

Io. Ma V. E. non si avrà per male se porto direttamente a Pitti il mio progetto e la mia supplica.

Ministro. Lei è padrone di far ciò che vuole a questo riguardo.

Io. Ma lei poi mi darà contro.

(qui un semplice movimento di testa, che non dice, né sí né no).

Io. Io dunque anderò a Pitti„.

Appendice XVII (pag. 360).

Alla Voce della Verità.

Protesta.

I Redattori della Voce della Verità, nel n. 552 del loro giornale hanno inserito un articolo intitolato Pensieri di circostanza, che termina colle seguenti parole:

“Un popolo veramente religioso non resterà mai preso nella sua totalità dalle illusioni politiche; egli non intenderà [416] mai come la guerra e le sommosse sieno preferibili all'ordine e alla pace. Presso questo popolo vi avranno sempre piú savj politici, perché la prudenza, l'avvedutezza, l'imparzialità dei giudizi sono doti che la religione procaccia. Un libretto o un giornale, che difendano la Religione e i governi stabiliti, godranno maggiore popolarità, e faranno piú effetto sulla parte migliore di questo popolo, che tutti i Proclami del Sig. Vieusseux, e le usate lamentazioni patriottiche sulla parte deteriore di lui. Una voce di religione può sollevare migliaia di braccia in questo popolo, mentre il liberalismo non ne troverebbe due per sé, essendogli necessaria la guerra per sostenersi, e impossibile questa senza una leva antipatica a tutti. Dopo tutto questo è chiaro perché il liberalismo faccia fortuna fra le classi immorali. Ci vuol altro per essere talenti politici che inventare o usare parole nuove, e saper gridare: progresso, indipendenza, diritti dell'uomo, eguaglianza, nei crocchi e in mezzo ai bagordi di quattro o cinque città ultra-civili! E poi venitemi a dire che i talenti sono alleati della rivoluzione; sí, lo sono, come i pesci bruti sono alleati del pescatore che li piglia all'amo„.

Sino a tanto che la Voce della Verità si limitava a pubblicare le sue critiche ed i suoi dubbj intorno a ciò che da me veniva e vien pubblicato, come editore, o diffuso e raccomandato per conto di altri editori, poco me ne curava, e non rispondeva che col silenzio del disprezzo, eziandio alle sue piú maligne e calunniose insinuazioni, perché facile era per tutte le persone di senno riscontrare in quelle istesse pubblicazioni, quegli articoli o quei passi da essa presi di mira. Ma allorquando la Voce della Verità, senza citar nulla che possa somministrar mezzi di riscontro, si fa lecito di supporre fatti che, se esistessero, diventerebbero un'accusa terribile contro di me, io devo a me medesimo di protestare, come altamente protesto, contro questa supposizione ch'io mandi fuori Proclami contrarj alla religione, al buon vivere e alla morale; e la dichiaro Menzognera e Calunniosa sotto tutti gli aspetti.

Dichiaro inoltre, che non ho mai adoperato, né mai adoprerò mezzi simili di pubblicazioni; e confido che ognuno riconoscerà che il Progresso come l'intendo, non è quello che può essere ambito dagli uomini immorali ed irreligiosi, a qualsiasi partito appartengano. Dichiaro infine che dopo la presente solenne Protesta, io non prenderò piú la penna [417] per difendermi contro gli attacchi di chi mi vuol del male, appellandomi fin d'ora, di ogni nuova accusa calunniosa, al buon senso del pubblico, ed alla giustizia degli uomini dabbene.

Firenze, 5 marzo 1835

G. P. Vieusseux
Proprietario e Direttore
del “Gabinetto scientifico-letterario„.

Dalla tipografia Galileiana„.

Appendice XVIII (pag. 362).

Difesa del Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo.

La Voce della Verità.

Una gazzetta alla quale era serbato superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione e ad ogni piú venerabile autorità; una gazzetta alla quale fu inspiratore degno l'autore dei Pifferi di Montagna, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; una gazzetta il cui nome è nome di scherno, le cui dottrine meritarono la riprovazione del governo austriaco il quale ne interdisse la pubblica lettura nelle provincie lombarde, in quelle provincie dove l'Antologia di Firenze aveva liberi soscrittori e lettori moltissimi, e lodi solenni, fiorente e caduta, ne' giornali e ne' libri; la Voce della Verità, dopo aver toccato in certi suoi pensieri, come Ella con l'eleganza usata li chiama di circostanza, toccato di guerra, di sommosse, di governi stabiliti e di religione, accennava quasi come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di guerre e di sommosse i proclami di Gian Pietro Vieusseux; e soggiungeva non so che della parte deteriore del popolo italiano, delle classi immorali, o dei bagordi delle città ultra-civili: né a confermazione della accusa recava ella, la Voce della Verità, cosiffatti proclami; né dimostrava perché G. P. Vieusseux dovesse essere relegato nella parte deteriore del popolo italiano, e come entrass'egli ne' bagordi delle città piú che civili, né quali vincoli [418] stringessero lui alle classi immorali, né come si possano senza menzogna servile chiamare immorali le intere classi di un popolo per depravato ch'e' sia. E perché G. P. Vieusseux con l'assenso del governo toscano chiamava bugiarda e calunniatrice la Voce della Verità, già colpevole d'altre calunnie e d'altre bugie, (delle quali profanò fino i sacrarii delle tombe, crudele agli uomini, ed empia contro la misericordia di Dio) in difesa della sua stoltizia quella Voce medesima rispondeva nuove stoltizie e menzogne; doversi l'Antologia giudicare secondo i giudizî di chi non ne fu mai parte, e mal la conobbe; secondo l'autore di certe addizioni ad un libro di Silvio Pellico, al quale la censura d'un principe amico al duca di Modena concesse l'uscire nella pubblica luce: essere quell'autore squarciator dei veli carbonici; e, perch'egli disse l'Antologia di Firenze sorella al Conciliator di Milano, e congiura il Conciliatore, essere l'Antologia pretta congiura, carboneria pretta, e non proclami ma congiure doversi chiamare gli scritti dal Vieusseux pubblicati. E perché l'Antologia non credette necessario confutare un libro stampato fuori d'Italia, e da pochi italiani letto, e da nessuno tenuto per autorevole; tanto piú che sufficiente confutazione a quel detto era l'Antologia stessa; di qui la Voce della Verità con ingegnosa carità di cristiano conchiude che l'Antologia non è proclama, è congiura. E ciò vuol dire che contro la religione erano congiurati tanti uomini virtuosi e dotti che nell'Antologia scrissero, e non sola una volta, l'Ab. Zannoni, l'Ab. Follini, l'Ab. Rigoli, l'Ab. Missirini, il Padre Inghirami, Cesare Lucchesini e tanti onorevoli magistrati e scrittori di tutte le parti d'Italia e d'oltremonte, il Cibrario, il Nota, lo Sclopis, il Manno, il Balbo, il Grassi, il Rosellini, il Carmignani, e l'Hammer ed il Mustoxidi. E ciò vuol dire che contro i governi stabiliti congiurarono il governo Toscano che l'Antologia permetteva, il governo papale che tanti esemplari ne riceveva nelle sue città: e ciò vuol dire che eccitatori di guerre e di sommosse, e collegati alle parti deteriori sono Ferdinando e Francesco e Ferdinando di Napoli, Carlo Alberto e Carlo Felice di Sardegna, Francesco d'Austria, il duca di Modena. E notate che l'ultimo quaderno stesso dell'Antologia, nel quale la censura toscana non trovò alcun delitto, nel quale non trovò alcun delitto il ministro di stato che co' suoi proprî occhi lo esaminò lungamente, e dal quale trasse la Voce di Modena avvelenatrice, occasione di scandalo, (onde, non già [419] per colpa commessa, ma per evitare delazioni tediose e querele, il toscano governo credette dovere all'Antologia troncare la vita), quello stesso quaderno, io dicevo, in altre parti d'Italia fu accolto, senza che i governi stabiliti vedessero ivi entro sommosse. E se taluno degli scritti nell'Antologia contenuti accennava a dottrine che alla Voce di Modena fanno paura, basti che non facessero paura al duca di Modena, al Papa, e alla toscana censura.

Or di che mai la Voce di Modena non sente terrore o nol finge? Chi venisse, e dicesse: non temete, o povero gregge, che al padre vostro è piaciuto dotarvi del regno[1395]: ogni valle innalzata e sarà umiliato ogni monte[1396]: noi aspettiamo la consolazione d'Israello[1397]: la Voce della Verità griderebbe che cotesti sono proclami e congiure. Non già ch'io voglia porre comparazioni tra le umane cose e le divine: ma intendo accennare quanto antico vezzo sia questo zelo calunnioso, che crea coll'interpretazione i delitti, ch'esaspera le ire, che sull'innocente indifeso vilmente s'avventa, e un colpo solo non basta alla paurosa sua rabbia, e una feroce necessità gli comanda sopraggiungere all'ingiustizia l'oltraggio, e mescere all'impudenza del bugiardo la viltà dell'ipocrita. Or che disse alla donna convinta di fallo il re mansueto? S'altri non ti condanna, né io vorrò condannarti[1398]. E questi zelanti, a colui che da nessuno è accusato, a colui che da' principi vigilanti ed amici dell'autorità propria ha protezione e rispetto, che dicono? Se nessuno ti condanna, e io ad accusare son pronto, pronto ad imaginare la colpa, a provocare la pena, ad aggravarla di nuove provocazioni e di scherni. E costoro di religione ci parlano! E vogliono pace! E tacciano d'immoralità ordini interi di cittadini! E sprezzano la parte deteriore del popolo; essi, volgo dei pensanti, e sentina del cristianesimo, e feccia di fiele!

Questa Voce che a Dio s'immedesima, perché Dio solo è verità[1399], rinnovella le calunnie dei nemici al nome cristiano che dicevano concitatori della città[1400] gli uomini al [420] vero devoti, e vociferavano, e gettavan polvere in aria[1401] gridando vendetta. Questa Voce di Verità osa asseverare che G. Pietro Vieusseux prestava i suoi tipi ad uno sciocco, come lo chiamarono, bullettino escito nel marzo dell'anno che l'Antologia fu soppressa: e non sa che G. P. Vieusseux non ebbe mai tipi suoi, non sa che le indagini in Toscana fatte a scoprire l'autore di quella stupida impertinenza non osarono pur rivolgersi al direttore dell'Antologia; non vede che tra quel bullettino e la Voce della Verità la fratellanza della goffaggine è tanta da dovere ogni uomo di senno sospettar piuttosto essere cotesto scritto modenese fattura che fiorentina.

Nessuna cosa è nascosta che non debba essere rivelata[1402]: e verrà giorno che le mene segrete, e le sozze vie per le quali ai vostri fini v'ingegnate di giungere, saranno palesi al mondo, o bugiardi: e sarà chiaro allora quali sono i nemici veri de' governi, quali le illusioni politiche, e quali coloro che a sostenersi credono necessaria la guerra.

Ora ecco nuove congiure tramate da G. P. Vieusseux.

Egli diffonde per Italia il Progresso, giornale di Napoli, dalla censura napoletana approvato; lo diffonde in paesi soggetti a censura; diffonde un giornale al quale il nuovo direttore fu scelto dal governo di Napoli stesso; diffonde un giornale in cui scrivono il Liberatore, direttor d'altri annali, cosa in tutto regia, e il Iannelli e il Tenore e il Galluppi e l'Avellino e il Capocci e il Delle Chiaje e il Galanti e il Gräberg e l'Ab. Iorio ed il Muzzarelli prelato romano. Egli diffonde (e le sue lettere, spaventevole audacia! lo dicono in istampa) diffonde un giornale agrario, un dizionario geografico, e alcuni libri d'educazione che sono già nel commercio di tutta Italia: tra' quali è un manuale di Ferrante Aporti, sacerdote, che primo in Italia fondò le scuole infantili, e al santo ministero consacrò l'ingegno e la vita; e n'ebbe dal governo austriaco lode e ringraziamenti e sussidî. Ma il governo austriaco, secondo la Voce di Modena, è nemico de' governi stabiliti, amico alle leve antipatiche. E perché il sacerdote Aporti istituí certe scuole della Domenica nelle quali non insegnare opera servile (come sarebbe le magnifiche imbandigioni de' ricchi cui molti servi lavorano nelle feste solenni; o quale l'opera del cocchiere [421] che nei dí delle feste solenni conduce i ricchi alla chiesa di Dio), ma ad insegnare i principî teorici di certe arti ai giovanetti che, dopo le pratiche della religione, rimangono il resto della giornata oziosi; per questo un altro giornale s'arma contro il buon sacerdote di zelo farisaico, e parla come scriba non com'uomo che di ciò fare abbia potestà[1403], e mentisce alla parola di Cristo: non l'uomo per il sabbato, ma il sabbato è fatto per l'uomo[1404]. Chi è della terra, parla linguaggio di terra[1405]: chi d'odio si pasce odio riceve. Cristo comanda: non dite falsa testimonianza: e costoro mentono. Cristo: amate i nemici, e costoro le inimicizie fomentano, accattano, creano. Cristo e i suoi promettono parole di vita[1406], e costoro gioire nelle imagini di prigioni e di morte; e il pensiero d'un uomo che soffre, rasserena la torba anima loro, li fa faceti. Pieni di malizia, di contenzione, di dolo, di malignità, sussurroni, detrattori, lanciatori di contumelie, superbi, inventori del male, senza misericordia, senz'affetto.

E a costoro io volgo sí dure parole, perché costoro dello scandalo esultano, e gridano col preside iniquo: non sai tu ch'io ho potestà di farti del male?[1407] A costoro io volgo dure parole, perché il servo spietato al conservo suo, Dio punisce d'inesorabile pena; perché Gesú non contr'altri che contro i falsi zelatori alzò sdegnoso la voce.[1408] Io parlo con indegno e senz'ira, con fiducia e senza terrore la parola del vero: e dico a quei della Voce che in sí misero modo infamaron se stessi: voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi. Dico: voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi. Dico: siete empi perché rinnegate la carità. Sia permesso a G. P. Vieusseux (e sarà, spero, dalla equità del governo Toscano) dichiarare nel suo rinato giornale le opinioni proprie e degli amici suoi, dire i suoi desiderî, come onesti, come sacri ad ogni innocua verità; sia permesso smentire co' fatti le vostre fallacie. Allora parlate, allora fatevi censori della censura italiana, insultatori di tutti i governi italici, allora infangatevi di delazione, e di bile abbeveratevi a piacer vostro.

[422] E queste cose io scrivo lontano da G. P. Vieusseux, e di mio libero moto, professando apertamente ch'io l'amo; ma che non l'affetto, sí l'amore della giustizia mi fa parlare. E la mia parola è credibile; perch'ha in sé il suggello della sua verità. E voi, se siete cristiani, fate echeggiare questa mia parola alla Voce vostra, echeggiar tutta del primo all'ultimo accento. Poi rispondete: e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio.

Parigi, nell'aprile del 1835.

N. Tommaséo.

Dai tipi di Pihan Delaforest (Morinval)„.

Appendice XIX (pag. 364).

Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a Niccolò Tommaséo.

“13 maggio 1835.

Ricevo le copie del vostro scritto alla Voce della Verità. Mio buon amico, io vi ringrazio quanto piú so e posso per il sentimento di vera amicizia e di dignità che ha dettato quell'eloquente discorso. A pena l'ho avuto letto sono andato alla Presidenza del Buon Governo ove ne ho lasciata una copia pel Presidente Bologna. Un'altra ho portata al P. Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare colla stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi, e come semplice ristampa. Egli la trasmetterà a Palazzo Vecchio. Il va sans dire che la mia domanda non sarà accolta con favore, ma pure è opportuna perché prova ch'io sono sempre coerente con me medesimo, ed il medesimo Segretario Fabbroni m'ha detto: a questo scritto non si risponde. Un'altra copia assicurata in una stecca, resta in lettura al Gabinetto. Suppongo che a Modena l'avete mandata direttamente. Ora sentiremo ciò che diranno quei furfanti: immensa sarà la loro rabbia, ma impotente. Del resto, tutto considerato, il Governo toscano vi fa buona figura: voglio sperare che questo scritto verrà letto da S. A.; ma non mi lusingo che possa impegnarlo a lasciarmi ricominciare un giornale — anzi, ho molte cose che mi provano che piú che mai non si vuole ch'io ne faccia uno; tra le altre cose so positivamente che si cerca uno che voglia intraprenderlo; potrei [423] anche nominar la persona che dovrebbe dirigerlo. Brav'uomo, ma senza energia, senza quella cognizione e sopra tutto quell'esperienza degli uomini e delle cose, senza della quale non si fa un giornale in nessun paese del mondo, e particolarmente in Italia„.

Appendice XX (pag. 364).

Giudizio del R. Censore Padre Mauro Bernardini su l'opuscolo di Niccolò Tommaséo.

Nota. 19 maggio 1835.
Osservazioni rispettose dettatami dalla lettura.

G. P. Vieusseux si è presentato al Dipartimento per rassegnare al Signor Presidente l'inserto esemplare, uno dei pochi che ha detto essergli pervenuti da Parigi, di uno scritto del Tommaséo stampato in quella Capitale. È questa una filippica contro la gazzetta di Modena La Voce della Verità, che morse già acremente l'editore della soppressa Antologia, ed è per lui l'orazione pro domo sua. Vieusseux mi è parso, e si è tale mostrato, vago assai di questo scritto, col quale sente propugnata e difesa la sua causa dagli attacchi della Voce della Verità, e nel sentimento della sodisfazione, che ne prova, ha espresso il desiderio e l'idea di farne fare una ristampa con data estera, cioè coll'istessa data di Parigi. Ma se la Voce della Verità ha (ed è pur troppo vero) cosí pochi riguardi per gli individui e per i Governi talvolta, se a mano rovescia taglia e fiede, è vero ancora che qualche volta dà nel segno, e impreca contro reputazioni e contro nomi già in discredito presso la massa dei buoni, e dei non malignanti, ed il suo scopo è quello in sostanza di disingannare i sedotti, e di preservare dall'inganno delle dominanti avvelenatrici dottrine gli innocenti, e i meno accorti. Lo scritto che cade sott'occhio, è foggiato con modi di prestigio e di seduzione, e mentre con esso vuole sostenersi la rettitudine delle intenzioni del già editore della Antologia e mettersi nel medesimo disprezzo la Gazzetta Modenese, parmi (almeno per l'impressione che ora ne provo se la meschinità del mio giudizio non mi fa travedere) che indirettamente si trova la difesa del Vieusseux ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia. Per [424] questo si citano dei nomi rispettabili, e parte dei quali invulnerati presso qualunque opinione, i cui scritti figurano già nel Giornale. Può essere che io erri, ma lo scritto del Tommaséo, nome da inspirare gran diffidenza per le conosciute sue massime novatrici in fatto di politica e di Religione, è da tenersi per periglioso, e quindi da vietarne la circolazione. È un abuso poi insopportabile quello che egli si permette delle Dottrine Evangeliche e dei tratti presi dai libri santi, e il vedersi citati gli Apostoli, e gli Evangelisti al pari degli scrittori profani, lo che spiega se non altro la minore venerazione religiosa dei banditori della Rivelazione Divina presi alla pari delli scrittori di politica, e dei filosofi. Come entrano le Verità auguste del Vangelo e degli Atti Apostolici in queste diatribe pseudo-morali fatte a sfogo di bile liberalesca, in uno scritto di domma ridondante di contumelie e di sarcasmi? La cosa è indegna, come è indegno non meno l'abuso che vi si fa dei nomi di molti dai sovrani Regnanti ed alcuni defunti. Lo scritto mi pare perciò affatto riprovevole.

Bernardini„.

Appendice XXI (pag. 365).

Lettera di Niccolò Tommaséo a Marcantonio Parenti.

“A Lei, moderato e onest'uomo, invio questo scritto nel quale s'accennano le menzogne di gente divorata da zelo crudele; e non tutte. Di chi sieno i vituperî, gli uomini probi diranno. Ella, prego, dica a costoro come chiamare infernale ogni cosa che loro non paia lodevole, sia peggio che farisaica arroganza; come ripetere menzogna smentita, sia stoltezza ancor piú che fallo: dica che la certa scienza e pazienza (come goffamente il Galvani dice) del Vieusseux nelle ciancie del Maroncelli è bugia: dica che i modi usati da costui per accennare ad un uom carcerato, foss'ancora parricida, son modi di boia e non di cristiano: dica che chiamare congiura l'Antologia, foss'anco rea delle colpe appostele, è abuso di nomi ridicolo: dica che il puzzo, il fetore, la sozzura, modi in cui quel Galvani s'avvoltola, mostrano chi egli sia: dica che piú illustri nomi e piú gravi onorarono l'Antologia che la Voce: dica che non curarsi di sapere de' fatti che possono scolpare l'uom piú reo della [425] terra, è indegno d'accusatori, proprio di delatori: dica che gridare perché altri diffonde scritti in Italia permessi, e denunziarlo, e tremare di lui, è imbecillità, inumanità, codardia: dica che a quel miserabile io non ho dato diritto di stimar falsa la mia fede in Dio e in G. Cristo: dica che a parte alcuna i' non servo, alcuna parte non temo; che per la religione e per la verità saprò vincere e patire e morire: ch'io cito il Galvani non al giudizio di Dio (non sono tanto santo né tanto malvagio da invocare sul capo d'uomo nessuno la divina vendetta), lo cito innanzi alla sua coscienza: dica da ultimo che se la Voce nella sua rabbia persiste avrà in me non un nemico ma un giudice che in capo all'anno, al semestre, al trimestre, saprà mostrare all'Italia chi son costoro che portan l'odio nel nome di Dio.[1409]

Queste parole a lei rivolgo, Signore, perché la stimo; perché credo l'autorità sua valevole a mettere vergogna in costoro; perché il loro stato mi fa non paura e non ira, ma compassione e ribrezzo.

Parigi, 4 giugno 1835.

Tommaséo„.

Appendice XXII (pag. 367).

“Addì 20 maggio 1835.

Il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli
Al Signor Niccolò Tommaséo
dimorante in Parigi, o altrove.

Dunque, bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa etc. etc. etc. è un villano, cacciato da Napoli e dalla Toscana come uomo stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto? Cosí voi, volgo non dei pensanti ma della canaglia settaria, sentina non del Cristianesimo ma del Sansimonianismo, e feccia non del fiele ma delle cloache tutte dell'universo mondo, la qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal Gazzetta dell'Italia centrale — La Voce della Verità — di [426] di cui avete rimessi a Modena alcuni esemplari, nel corrente mese, al meritissimo e zelantissimo Direttore della medesima. E piú, con un'impudenza e sfacciataggine consentanea all'indole degli epiteti, con cui ci gloriamo di segnalarvi nella presente lettera, avete domandato al detto ottimo Direttore di pubblicare il vostro infamissimo libello nell'onorato energico foglio che esso dirige, e che voi sí bestialmente ed assurdamente attaccate di fronte, e di cui tentate inoltre, (politicamente sacrilego) di profanarne l'intitolazione, quando avete denominato il vostro pazzo libello — La Voce della Verità!!!

In quanto alla gazzetta adunque da voi lacerata e vilipesa (se pure le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere) noi non abbiamo che ad applaudire, e di tutto cuore dividere le note responsive che ha apposte nel numero 591 della ridetta Gazzetta del sabato 16 maggio 1835 sotto la vostra stampa imbecille, con sua firma a faccia scoperta, il prelodato Direttore Cesare Carlo Galvani nostro pregiatissimo padrone, ed intrinseco amico. Il difetto che riscontriamo in queste sapienti note consiste nell'estrema moderazione e riserva che usa seco voi, virtú che se è pregiabile in sé stessa, e degna della cortesia, urbanità e gentilezza che lo distinguono, diviene a senso nostro, non lieve difetto praticata con un' (sic) automa qual siete voi stesso. Difatti se voi, o altri vostri complici e compagni ci domandassero con qual giustizia noi azzardiamo segnalarvi con epiteti sí espressivi e caratteristici, noi che godiamo la fortuna di non avervi mai conosciuto personalmente, risponderemmo che non può non essere che un uomo di tal calibro quello che ha ardito qualificare il Principe di Canosa per un villano, e per un uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; quello che di piú, senza provocazione ha osato lacerare la fama ed i principî della Gazzetta — La Voce della Verità — unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni; quello che si dichiara il protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella Antologia, che attraverso la sua innocenza battesimale pretesa, non poté non eccitare per la soppressione, le provvide illuminate determinazioni del Governo Toscano, sebbene indulgentissimo.

Esposta dunque la congruità dei nostri epiteti, ed i motivi pei quali (sebbene insultati di persona pure nelle villanie [427] vomitate contro La Voce della Verità, essendo noi, da anni della medesima, continui, dichiarati con firma, e zelanti collaboratori) ci asteniamo nondimeno da aggiungere e da rincarare sulla difesa fattane dall'ottimo Direttore, dichiariamo, Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo, che l'oggetto speciale della presente lettera, che soffriamo il vituperio di dirigervi, riguarda la persona eccelsa del Principe di Canosa che da quindici anni conosciamo con intrinsichezza, e veneriamo come l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni, l'unico e degno esemplare dei difensori dell'Altare e del Trono, dell'ordine e della giustizia, del grande e dell'utile, del giusto del vero e dell'onesto. Verissimo, come ha osservato nelle sue citate note l'ottimo Direttore della Voce della Verità, che non importerebbe prendere le difese di un esimio Personaggio, il quale sa abbastanza difendersi da se medesimo, ed alle di cui molteplici luminose opere non si è trovato dalla malignità piú diabolica altro argomento di confutazione che dell'ingiurie villane e sconnesse; nonostante, seguendo noi l'esempio del nostro eccelso amico il Principe di Canosa stesso, che ha sempre ribattuti, colla sua penna maestra, i libelli imbecillissimi contro di lui comparsi dei tartufi liberaleschi settarî, noi caldissimi d'attaccamento per lui, non resteremo in silenzio, ed il poco che diremo sarà il lampo del molto e del fortissimo che egli da se stesso scriverà appena verrà in cognizione delle brutali villanie di voi signor Tommaséo bestialissimo. Noi adunque mostreremo alcuni dei suoi insigni pregi e meriti consacrati nel santuario della verità, e tanto piú insigni e chiari, se esso non ne ha goduto la ricompensa, e se i soli posteri saranno quelli che gliene tributeranno omaggio e gratitudine. Nell'esporre simili pregi e meriti, noi intendiamo di ribattere, con arme proporzionata, le villanie del Tommaséo contenute nella sua recente orridissima stampa.

I Pifferi di Montagna grandi e piccoli dovrebbero in primo luogo avervi dimostrato, signor Tommaséo bestialissimo, quanto voi siate bugiardo e somaro nello scrivere ed asserire che il Principe di Canosa sia stato cacciato da Napoli, e dalla Toscana. Ecco in qual senso voi dovevate apprezzare e considerare per inspiratore della Gazzetta — La Voce della Verità — l'autore dei Pifferi di Montagna. Ciò premesso, noi esclameremo, che le gesta del Principe di Canosa sono note all'Italia ed all'Europa, e l'istoria imparziale le registrerà nei fatti sacri all'onore patrizio e cavalleresco, negli annali della vera scienza politica e governativa; le di lui opere molteplici [428] ne costituiranno le prove, e collocandolo a lato degli uomini insigni che ammiriamo, lo vendicheranno delle amarezze ed ingratitudini pregnanti che soffre ed ha sofferte. Infatti, Signor Tommaséo bestialissimo, voi avreste dovuto sapere che la prepotente onnipotenza di Napoleone non potè scuotere l'imperturbabile fermezza, coraggio e vigore di Canosa, e che i di lui satelliti intronizzati a Napoli trovarono nel medesimo un avversario che sconcertò e piú volte distrusse le inique loro manovre vilissime. Avreste dovuto sapere che quando la reale dinastia dei Borboni trovavasi vincolata in Sicilia, ove piú vegetativa che governativa la vita menava sotto le coazioni del gravoso protettorato inglese, i buoni sudditi e cittadini fisse teneano le pupille sopra Canosa; lui solo riputavano capace di parlare la verità al suo re, di non transigere cogli stranieri dominanti; e di fatti sempre degno di mantenere, anzi ogni dí meritò maggiormente simile lusinghiera immacolata opinione. In tal modo il partito legittimista per Lui aumentavasi ed invigorivasi, di guisaché molteplici sforzi operare dovevano i ministri settarî, che il regno di Napoli e Sicilia dopo la restaurazione diressero per menomarlo ed avvilirlo, né mai però coi loro diabolici conati pervennero ad onninamente distruggerlo. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che il Principe di Canosa nelle sue prolungate militari fazioni di Ponsa etc., e nei suoi due periodi di ministro d'alta polizia in Napoli, non ha errato in un solo vaticinio, né altro caldo agitava né agita la sua testa che quello di realizzare il vero segreto e specifico per deprimere in eterno i bollori delle rivoluzioni e dei rivoluzionarî: che sempre propose ed indicò soggetti da impiegarsi con tatto pronto e sicuro: che se i di lui consigli fossero stati seguiti, la giustizia distributiva e commutativa non avrebbe sofferto tante enormi lesioni, ed i governi non si troverebbero nella posizione umiliante difficilissima e spaventevole di non scorgere altro scampo e rifugio che le baionette ed i cannoni. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che i meriti del Principe di Canosa andarono aumentando dopo le gloriose giornate francesi Lugliatiche. Lo spirito pubblico legittimista languiva maggiormente nell'Italia centrale nel 1831 prostrato dai parosismi della rivoluzione. Tanti e tanti ottimi sudditi della legittimità avviliti, timidi, in ispecie in Romagna, soffrivano le rampogne i motteggi e le oltraggianti calunnie che i settarî e i giornali venduti alla Propaganda ed alla esiziale, cosí detta, giovine Italia lanciavano frequentemente, con audacia demagogica [429] furibonda, contro i migliori Sovrani della nostra penisola, contro il Clero secolare e regolare, ed in particolar modo, contro la celebre e benemerita Compagnia gesuitica, e persino oh! raccapriccio! contro lo stesso Vicario di Gesú Cristo!!! In questa crisi di apatia, di paura, di scoraggiamento nei buoni, chi si alzò animoso a difendere i depressi, a confortare gli spiriti avviliti, a porre un argine, in una parola, al torrente rivoluzionario straripato e impetuoso? Fu il Principe di Canosa, Signor Tommaséo bestialissimo. Chi se non il Principe di Canosa imperterrito, mentre altri legittimisti palpitavano del pugnale liberalesco e delle future minacciate vendette dalla diabolica Propaganda, impugnò il brando, uscí solo avanti a tutti per porsi alla testa della nuova crociata dei difensori dell'Altare e del Trono? Chi infuse il novello coraggio al legittimismo italiano, onde osarono i buoni dichiararsi, a visiera alzata, per veri ed intrepidi legittimisti? Questo vigore legittimista, quest'unico, sovrabbondante riparo alle devastazioni liberalesche settarie, tutto è dovuto al Principe di Canosa; è dovuto al diluvio dei suoi opuscoli che disingannarono infiniti sedotti, ed arrossire fecero e ricredere i Liberali in buona fede; è dovuto al giornale della Voce della Verità, suscitato a di lui pensiero, premure ed istanze, giornale che esso illustrò con intrepidissimi e dottissimi articoli, giornale che altri ne svegliò d'eguale spirito e dottrina, come La Voce della Ragione etc. etc., giornale che esaltò i vantaggi religiosi e politici delle missioni Apostoliche, quali riportarono e riportano frutti ubertissimi che fanno e fecero schiantare di rabbia i corifei balbuzienti delle odierne infernali dottrine e teorie, giornale infine che presagí, consolidò e commendò l'istituzione preziosissima in Italia dei Militi volontarî etc. etc. etc., giornale che suscita ed ogni dí aumenta la vostra bile rivoluzionaria.

Ed un Personaggio di questa portata, martire, quasi diremo, della legittimità e della fedeltà, deve qualificarsi di villano, di stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?!!! Di Villano, un Personaggio che, anche per chiarezza ed antichità di natali, per gesta gloriose e celebri di antenati, non la cede che alle dinastie regnanti d'Europa?!!! Ah! Signor Niccolò Tommaséo, voi siete piú che bestialissimo, e noi siamo assai discreti a caratterizzarvi come vi abbiamo epitetato!!! Sí, voi piú che bestialissimo, e noi piú che discretissimi! Senonché, questi meriti sommi del Principe di Canosa (appena in parte annunziati e nemmeno esornati, se consideriamo la [430] importanza dei medesimi, e l'intero corso della sua vita non giovine ripieno di classiche gesta) per Voi, signor Tommaséo bestialissimo, non sono meriti, ma colpe e delitti enormissimi. Se, diretti dal semplice senso comune, non si può essere nemici politicamente del Principe di Canosa (come abbiamo asserito in altro nostro scritto) o senza una completa aberrazione di idee, o sivvero senza esserlo al tempo stesso della causa augusta della religiosa e politica legittimità; Voi al certo, Signor Tommaséo, o siete un matto frenetico da esser subito rinchiuso, o il nemico piú acerrimo, sebbene miserabile ed impotente, di Iddio e degli uomini. Talché noi nel terminare la presente lettera, alla quale desideriamo da voi pronta risposta ed ogni maggiore pubblicità, non sapremmo rinvenire frase piú opportuna e categorica di complimento da dirigersi a voi ed ai vostri complici e compagni, che quella citata nella sua prima nota del predetto ottimo Direttore della Gazzetta — La Voce della Verità — per cui lo scrittore romano nel Ponto doveva concedere — Barbarus his ego sum.

Di Voi Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo etc. etc. etc.

Senza timore né di veleni né di stili
Il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli„.

Appendice XXIII (pag. 368).

Seconda difesa di Gian Pietro Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo.

La Voce della Verità.

II.

Alle prime menzogne il giornale di Modena sopraggiunge menzogne nuove: né io le degnerei di risposta se alla pace d'un onest'uomo e caro a me non fosse insidiato da costoro, e fatto oltraggio alla equità del governo toscano.

Io li chiamai mentitori perché di sommosse parlando accennarono a G. P. Vieusseux. Mentitori, perché alle parti deteriori del popolo italiano lo aggregarono e alle classi immorali. Mentitori, perché lo immischiavano a non so che sognati bagordi. Ed eglino, per rispondere a tali accuse, domandano tempo. Mentitori li chiamai perché profanarono con calunnia i sacrarii delle tombe, e dissero che certe [431] esequie riescirono in profani sollazzi: ed eglino afferman ora che le lor parole non furono mai potute smentire. Mentitori li chiamai perché l'Antologia denunziarono come congiura, l'Antologia alla qual tanti uomini onorati da' governi italiani ebbero parte. Ed eglino danno in risposta un frammento di lettera inedita (smentito dai fatti, poiché se il Lucchesini credeva pericoloso quel giornale, l'avrebbe dimostrato altrimenti); citano la sentenza d'un dotto archeologo, dalla qual si conchiude che lo Zannoni, uomo avveduto del par che buono, nell'Antologia non volle mai né seppe discernere quella congiura tanto evidentemente scellerata: e degli altri da me nominati, uomini non men pii e non men probi, si tacciono. Mentitori li chiamai perché da' tipi di G. P. Vieusseux dissero escito uno scritto ancor piú stolto che reo: intanto che G. P. Vieusseux non ebbe mai tipi suoi. Ed eglino stupidamente ripetono la menzogna confessando l'inganno. Mentitori perché tacciarono di menzognero il governo toscano la cui censura permise al Vieusseux di chiamarli calunniatori e bugiardi. Mentitori perché, di zelo ammantati, la carità del Vangelo rinnegano, spargon l'odio, il sospetto, lo scherno. Ed eglino confessano la loro esser voce di scherno.

Ed ora mentitori li chiamo perché nelle menzogne invereconde persistono. Mentitori perché sull'autorità di libro non autorevole fondan le loro diffamazioni, e scusan poi non so chi d'allungare quel libro; e allungare nel lor cosacco linguaggio vale diffondere. Mentitori perché non solo a G. P. Vieusseux recano dello scritto accennato la stampa, ma gli antologisti ne fanno affissori ai canti delle pubbliche vie. Mentitori perché ad un fatto da me rammentato e solo valevole a dileguare ogni accusa (non aver mai il governo toscano volte le indagini contro il Vieusseux) rispondono: non ne sappiam nulla, e non ce n'importa. E a loro la verità non importa, e in cose che non sanno fondano la delazione, i delatori abiettissimi; e il governo toscano che le sa, vengono provocando e alla sua giustizia insultando. Mentitori perché s'ingegnano versar la calunnia sul buon prete e caro al governo austriaco, l'Aporti. Mentitori perché d'un giornale approvato dal governo di Napoli voglion fare un delitto, e spargere sul nuovo direttore il velen de' sospetti. Mentitori perché negano collaboratori a quel giornale uomini probi e credenti, e dall'autorità rispettati: dico rispettati, e sappia La Voce di Modena [432] che i buoni governi rispettano gli uomini rispettabili; e s'ella non intende il senso di questa parola lo cerchi in quel dizionario dov'è registrato il verbo allungare. Mentitori perché del gabinetto di G. P. Vieusseux fanno un centro di tenebrose mene; e tali chiamano le opere da lui diffuse, il dizionario geografico dal Granduca di Toscana generosamente premiato; e le altre che già noverai.

Stoltamente mentitori li chiamo, perché con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto mio, pur uno de' miei argomenti ribattere davvero non sanno. Stoltamente mentitori, perché mentre si fingono alla potestà devoti, incolpano i principi tutti d'imbecille o colpevole connivenza. Stoltamente mentitori, perché citano a danno dell'Antologia le parole del Journal des Savants che le rimprovera les doctrines philosophiques et littéraires des derniers temps: e chi conosce quel giornale ben sa che le dottrine a lui piú care son le dottrine dell'età di Voltaire, lo sa nemico ai romantici che religione cantarono e a que' del Globo che la spiritual natura dell'anima difendevano. Stoltamente mentitori perché, da me tacciati di falso zelo ed ipocrita, tacciano l'interna malvagità degli avversarî loro, e le teorie degne del capestro e le malizie lambiccate in inferno: ed eglino che si confessan voce di scherno, ch'esultano negli scandali e nelle pene, eglin trovano nella mia risposta soggetto di pianto; e vogliono forzare all'ozio (all'ozio, intendete?) chi loro non garba; e chi loro non garba paragonano al ladro, al tagliaborse, all'assassino; e gli danno lo stilo, il coltello, il pugnale, il nappo del tossico, e lo assomigliano ai crocifissori di Cristo; e gli veggono in fronte macchie di sangue; e lo chiamano a partecipanza (nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) a partecipanza lo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere vituperato, e parla di pantano e di sozzura e di mondezzaio, ha nome Cesare Carlo Galvani.

I' lo compiango, non l'odio. Né (dimostrato una volta chi sien costoro, e condannatili a ristampare la propria sentenza) scenderò piú, se non mosso da dovere urgente, a risposta. Mel vieta e l'animo da altre cure oppresso, e carità dell'Italia.

N. Tommaséo.

29 maggio 1835, Parigi.

Dai tipi di Pihan Delaforest (Morinval)

[433]

Appendice XXIV (pag. 376).

Circolare del Vieusseux, del 20 gennaio 1848.

“..... Allorché, dando ascolto a un sentimento mio proprio e agli amorevoli incitamenti de' miei amici, io mandai in pubblico il manifesto della Fenice, sperava che l'annuncio della resurrezione dell'Antologia sarebbe giunto gradito all'universale. Né m'ingannai; imperciocchè buon numero di sottoscrittori, e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, vennero subito a confortarmi nel nuovo disegno. Ma allora io non poteva misurare per quanto spazio si sarebbe esteso il magnifico movimento politico, del quale Pio IX e Leopoldo II, colla legge sulla stampa, avevano dato il segnale; ed ancor meno poteva prevedere i gagliardi effetti che ne sarebbero con sí mirabile sollecitudine seguitati.

Ma non sí tosto nel regno Lombardo Veneto fu conosciuto il mio Manifesto, che contro la Fenice fu bandito il decreto di proibizione. Da ciò presi certezza che il mio giornale non sarebbe stato ammesso neppure a Napoli, a Parma, a Modena. D'altronde, la stampa politica, e soprattutto la quotidiana, prese in poco tempo tale importanza, e attrasse talmente l'attenzione del pubblico, che ogni giorno s'affacciavano a me nuovi ostacoli da superare. Quindi mi nacquero dubbi sulla opportunità del mio progetto: e anzi che metter subito mano all'opera, stimai prudente consiglio aspettare il mese d'ottobre. Venuto l'ottobre, i miei dubbi invece di scemare s'accrebbero. Mi restava però qualche speranza che la Fenice avrebbe potuto aver principio col gennaio del 1848. Ma erano illusioni... Ognor piú gli spiriti van rivolgendosi alla politica; ed un giornale mensile, come dovrebb'essere la Fenice, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non troverebbe che scarso numero d'associati, e non potrebbe sostenersi che mediante rilevanti sacrifizi pecuniari.

Per tali ragioni, non senza provar vivissimo dispiacere, debbo rinunziare (almeno per ora) a mandare ad effetto il mio disegno, ed aspettare a riprenderlo tempi piú propizî ad imprese siffatte.....„.

[435]

SPIEGAZIONE DELLE SIGLE[1410]

“*„ Gino Capponi.
** Salvatore Viale.
****** Raffaello Uzielli.
A. B. Antonio Benci.
A. G. C. Avv. Giovanni Castinelli.
A. R. Antonio Renzi.
C. C. Carlo Cattaneo.
D. Gaetano Cioni.
D. E. B. Dottor Emmanuele Basevi.
D. P. De Potter.
D. S. Defendente Sacchi.
D. V. Domenico Valeriani.
E. Enrico Mayer.
E. B. Dottor Emmanuele Basevi.
Ellenofilo Enrico Mayer.
E. M. Enrico Mayer.
Em. B. Dottor Emmanuele Basevi.
E. R. Emmanuele Repetti.
φιλαλήθης Costantino Golyeroniades.
Filandro Federico Del Rosso.
Filogine Enrico Mayer.
Flourens G. B. Niccolini
F. P. Francesco Poggi.
F. S. Francesco Forti.
F. S. T. Ferdinando Tartini Salvatici.
F. T. S. Ferdinando Tartini Salvatici.
G. Dottore Giuseppe Giusti (una volta, nella prefazione all'annata del 1821).
G. B. Z. Giovan Battista Zannoni.
G. C. Gino Capponi.
G. G. Giuseppe Gazzeri.
[436]
Gl. C. Pietro Colletta.
G. M. Giuseppe Melchiorri.
G. P. Gabriele Pepe.
Γ. Π. Gaetano Cioni.
G. P. V. Gian Pietro Vieusseux.
G. R. P. Giuseppe Pagnozzi.
Il cieco Patrizio Federico del Rosso.
J. G. H. Jacopo Gräberg di Hemso.
K. X. Y. Niccolò Tommaséo.
L. Michele Leoni, fino a tutto il 1827 compreso. Dal '29 in poi, Luigi Leoni.
Λ Giovanni Valeri.
Lettera di un viaggiatore al direttore dell'Antologia. Giovanni Valeri (1827, tomo XXV, n. 74, febbraio, pag. 100).
L. C. Luigi Cibrario.
Lettere di un socio ordinario dell'accademia archeologica di Roma. Giuseppe Melchiorri.
M. Giuseppe Montani.
M. G. Giuseppe Montanelli.
M. P. Mario Pieri.
N. Giovan Battista Niccolini.
N. J. Niccolò Tommaséo.
N. L. B. Napoleone Luigi Bonaparte.
N. T. Niccolò Tommaséo.
O. Gaetano Cioni.
ω Prof. Gaetano Giorgini.
P. Francesco Poggi — e una volta Gaetano Cioni (nella prefaz. all'annata del 1821).
Patrofilo Giuseppe Bianchetti.
P. C. Pietro Capei.
R. Antonio Renzi.
R. C. Rodolfo Castinelli.
R. Z. Pietro Petrini. (Degli onori parentali renduti alla memoria del Tasso, 1822, aprile, pag. 331).
S. Domenico Valeriani (Saggio su l'uomo di A. Pope ecc., traduzioni di L. Mancini, 1825, dicembre, pag. 52).
  Vincenzo Salvagnoli (Lettera al Direttore dell'Antologia su una memoria dell'avv. Mugnai, 1825, luglio, pag. 145; Della libera difesa degli accusati, 1824, giugno, pag. 177).
S. C. Sebastiano Ciampi.
S. U. Salomone Uzielli.
T. Stefano Ticozzi fino al 1824; dal 1826 N. Tommaséo.
[437]
T. M. Terenzio Mamiani.
T. Q. Z. Vincenzo Antinori.
T. T. Tommaso Tonelli.
Un italiano Giuseppe Mazzini.
U. L. Urbano Lampredi.
Uno (sic) vostro associato. Sebastiano Ciampi. (finge in quell'articolo essere uno straniero)
V. A. Vincenzo Antinori.
V. S. Vincenzo Salvagnoli.
V. S. M. Vincenzo Salvagnoli.
X[1411] Antonio Renzi (D'alcune obiezioni del sig. di Bonald contro l'insegnamento reciproco, 1822, ottobre, pag 3.
I ragguagli su le esposizioni del 1822-23.
Relazione su l'adunanza dell'Accademia della Crusca, 1822, ottobre).
  Gino Capponi (Su la tragedia del Niccolini, Edipo nel bosco delle Eumenidi, 1823, marzo, pagina 186.
— Su la tragedia del Niccolini, Ino e Temisto, 1824, febbraio, pag. 142).
  Leopoldo Cicognara (Dell'istituzione delle accademie in Europa, 1826, gennaio, pag. 92.
Sopra due sale recentemente dipinte nel palazzo Pitti, 1827, gennaio, pag. 3).
  G. B. Niccolini (Necrologia di A. Renzi, 1823, maggio, pag. 204.
Necrologia di P. Belli Blanes, 1823, ottobre, pag. 187).
  Lorenzo Mancini (Sull'Iliade di Omero, volgarizzata da Lorenzo, 1821, agosto, pag. 212).
X. X. Silvestro Centofanti.
Y. Gino Capponi.
Z. Giovan Battista Zannoni.

[439]

CORREZIONI E NOTE

Correggerà da sé il lettore alcune inesattezze sfuggitemi nella stampa, come ad esempio:

Pag. 3 stati per Stati

Pag. 6 e 8 italiani per Italiani

Pag. 11 e 15 escire-esciva per uscire-usciva

Pag. 181, nota 2ª La diminuzione austriaca per La dominazione austriaca.

Pag. 189 e quei materiali per a quei materiali

Pag. 218 argomenti di scienza, l'Antologia per argomenti di scienza l'Antologia,

Pag. 241 dall'altra per dall'altro

Pag. 231 Scipione Mattei per Scipione Maffei

E vorrà, spero, perdonarmi l'avere scritto (pag. 96) paterno regime toscano.

Altri errori però, piú gravi, mi preme correggere:

Pag. 124, nota 5ª: del 28 ottobre 1823 per 28 ottobre 1828.

E a torto ho affermato che il Vieusseux inutilmente scriveva al Ministro: Per mezzo del cav. Francesco Branda, al quale con lettera del 28 ottobre, si era il Vieusseux raccomandato, e del cav. Nicola Nicolini, otteneva egli piú tardi un ribasso. Vero è ch'egli l'otteneva per essere un “affare di poco momento„, ma tuttavia l'otteneva: come rilevasi da questa lettera diretta al cav. Nicola Nicolini, e gentilmente comunicatami dall'avv. Fausto Nicolini. [440] “Stimatissimo signor cav. Non prima di questa mattina il Ministro delle Finanze ha decretato la petizione dell'editore dell'Antologia di Firenze con scriversi al direttore Generale De Turris che si accordava la dimanda per essere un affare di poco momento. Ve lo passo a notizia, affinché con questa data possiate scrivere in Firenze. Vi bacio la mano. Napoli li 13 agosto 1829. devotiss.: ser.re e discepolo M. Svone.

Pag. 144: La lettera del Montani su l'Iliade del Mancini, non è diretta a Francesco Torti, bensí a un amico, F. L.; e nella nota 1ª corrispondente, si deve leggere non dell'8 ottobre, ma del 24 gennaio.

Pag. 130, nota 3ª. Ho fatto ricerca, e ho ritrovato il documento. Non proprio il Puccini, ma Giovanni Fabrini (e ciò si vede dal confronto con altri suoi scritti) appose in margine alla lettera del Vieusseux del 17 agosto 1821 queste parole: “Nota bene. Il sig. cav. Presidente ha detto non convenire l'inserzione sull'Antologia dell'articolo riguardante la ristampa dell'opera del Giannone, e quindi non permettersi. Il signor Vieusseux ne è stato notificato. 31 agosto 1821„. Non ho quindi errato un gran che nel dire: “il Puccini scriveva„. L'impiegato scriveva ciò che il superiore aveva detto. Mi dichiaro invece in colpa d'avere asserito che il Grottanelli dà errata la segnatura d'Archivio, che è giusta (Archivio del Buon Governo, 1821, filza 68, num. interno 3497). Resta però sempre vero ch'egli riporta quelle parole e parte dalla lettera del Vieusseux, in modo non già “notevolmente diverso„, ma diverso del tutto.

Pag. 244, nota 10ª. Tra i giudizî errati, mi piace qui ricordare quello dato dal Tommaséo su' Promessi Sposi, cosí singolare e, a parer mio, cosí contrario a quanto egli ne aveva prima scritto al Vieusseux, che il prof. Michele Barbi pensa (Miscellanea di Studî critici edita in onore di A. Graf. — Bergamo, 1903, pag. 256), che “l'intendimento apologetico non appaia chiaro„, e dubita che l'articolo sia stato preso “proprio per il suo verso„; notando che “ciò che ai critici odierni sembra malevolenza pareva allora al Leopardi divinizzazione„. Ecco: nel 1827, veleggiando per l'Adriatico, il Tommaséo postillava un esemplare de' Promessi Sposi donatogli dal Manzoni: e se gran parte di quelle postille (come, ad esempio: — È da buffone: tuono che l'autore assume talvolta — Non va — Quanta roba! — È goffo — Pare [441] un dialogo del Goldoni — È vecchiume — Lungherie misere — ) se gran parte, dico, di quelle postille suonino lode, lascio agl'intendenti giudicare; e lascio altresí giudicare se in quell'articolo famoso fosse divinizzare il Manzoni il dire, che non è naturale venire attaccando il destino di tante migliaia d'uomini al destino di “due villanucci„; e che il Manzoni ha composto il romanzo “col solo fine di comporre un romanzo„; e che “il tutto non ha un'intenzione„ e che “dall'ingegno e dall'animo di Manzoni si deve pretender di piú„. Io, per me, penso che al Tommaséo stesso non dovettero piú tardi sembrare lodi, s'egli mutò, o tolse, o temperò nell'edizioni seguenti, molte asserzioni di quel primo suo scritto. E, in questo caso, al giudizio del Leopardi potrebbe contrapporsi quello del Pieri, il quale, non tenero del Manzoni, dell'articolo del Tommaséo scriveva: “supera qualunque noia l'insuperabile e ridicolissimo articolo d'un signor Tommaséo sopra il romanzo del Manzoni.... Egli è una vera turpitudine, e fa vergogna che tali articoli trovino luogo in un giornale riputato per lo migliore d'Italia. E pure questo signor Tommaséo, che ha tutto il caosse nel capo, passa per un'ingegno peregrino....„ (Memorie inedite, “Riccardiana„ tomo IV, 7 dicembre 1827).

Né giusta mi sembra l'opinione dello Sforza, il quale pensa (Brani inediti, seconda ediz., parte II, pag. CIX) che la sincera ammirazione del Tommaséo fosse “come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sé stesso„; e che le sue censure significano: “Avrei fatto meglio io!„. Direi piuttosto, che altro è scrivere a un amico le proprie impressioni, altro è scrivere per il pubblico: e poiché troppo sono discordi i giudizi dati nelle lettere al Vieusseux da quelli nell'Antologia, nella quale, se ben si osservi, il critico loda non l'opera ma l'uomo, (uomo divino„, “ingegno divino„, “genio e e cuore apertissimo„, che si è “abbassato a donarci un romanzo„) con lodi tali da rendere, in questo senso, giustificato il rimprovero di divinizzazione, fatto dal Leopardi; e poiché il Tommaséo non pensava nel 1827 a romanzi, né fa di bisogno accusarlo di tanta superbia da ritenerlo capace di pensare ch'egli avrebbe fatto meglio del Manzoni; io credo che ne' giudizi di lui privati e in quelli espressi di poi pubblicamente, rimutati da ultimo migliorandoli, si deva scorgere solo una di quelle tante contradizioni di giudizio, [442] non ignote a chi abbia pratica del Tommaséo, e direi anche una delle tante prove del suo spirito di contradizione. Perché nello scrivere al Vieusseux, cui riferisce le impressioni varie del pubblico, non è difficile ch'egli si sentisse spinto alle piú grandi lodi per contradire allo Zaiotti, all'Ambrosoli, e agli altri giudici e lettori severi, ch'egli chiama “bestiuccie letterarie„; e nello scrivere invece l'articolo per l'Antologia, quando l'opera del Manzoni riscoteva in Firenze le lodi piú concordi, si sentisse spinto a correre all'opposita parte, pur mantenendo immutata per l'uomo la sua ammirazione.

[443]

INDICE ALFABETICO

I numeri in corsivo indicano i nomi citati in nota

A.

Acerbi Giuseppe, 9, 10, 11, 12, 19, 32, 56, 125, 245.

Affò Ireneo, 262.

Albany (D') Luisa, 176.

Albéri Eugenio, 247.

Alfieri Carlo, 177.

Alfieri Cesare, 275.

Alfieri Vittorio, 74, 142, 167, 193, 205, 257, 262.

Alighieri Dante, 25, 180, 201, 203, 204, 229, 245.

Allart Ortensia, 271.

Ambrosoli Francesco, 88.

Amici Giov. Batt., 65, 231.

Amico (L') della gioventú, 293, 294, 295, 300.

Amico (L') d'Italia, 14, 101.

Anacreonte, 138.

Ancona (D') Alessandro, 281, 366.

Annali delle scienze, 215.

Annali universali di statistica, 349.

Antinori Vincenzo, 88, 213, 214, 226, 228.

Antologia italiana, 374.

Antologia (Nuova), 13, 119, 376.

Antologia straniera, 272.

Aporti Ferrante, 362, 365.

Armand Eugenio, 334, 373.

Arrivabene Ferdinando, 277, 286, 287, 334.

Arrivabene Giovanni, 48.

Arrivabene Opprandino, 244, 277, 334.

Asclepiade, 211, 231.

Assarotti Ottavio Giambattista, 230.

Avòli Alessandro, 350.

Azeglio (D') Massimo, 2, 14, 176.

B.

Balatresi Jacopo, 160.

Balbiani Pietro, 216.

Balbo Cesare, 177, 247, 276, 292, 293, 296, 345, 386, 390, 418.

Balbo Prospero, 191.

Baldacchini Saverio, 165.

Baldini Lodovico, 325.

Baraldi Giuseppe, 85.

Barbi Michele, 440.

Barbieri Gaetano, 285.

Barbieri Giuseppe, 167, 218.

Bardi Girolamo, 234.

Barellai Giuseppe, 161.

Bartolini Lorenzo, 208.

[444] Basevi Emmanuele, 87, 211.

Battaglia Giacinto, 129.

Beccaria Cesare, 199.

Bell Giovanni, 112.

Bellegarde Einrich, 4, 5.

Bellotti Felice, 167.

Beltrami Costantino, 219.

Belzoni Giambattista, 219.

Benci Antonio, 54, 57, 59, 60, 62, 70, 75, 84, 122, 123, 135, 170, 173, 174, 180, 190, 194, 197, 198, 205, 206, 221, 226, 245, 267, 284.

Benedetti Francesco, 54, 246.

Benedetto IV, papa, 231.

Bentham Geremia, 225, 232.

Bentinck, 4.

Benvenuti Pietro, 208.

Berchet Giovanni, 193.

Bernardini P. Mauro, 23, 70, 119, 128, 129, 130, 132, 217, 222, 250, 256, 297, 298, 305, 306, 307, 308, 313, 316, 317, 351, 352, 356, 364, 388, 390, 392, 395, 409, 411, 413, 423, 424.

Bernstorff Albrecht von, 128.

Bertazzoli cardinale, 217.

Bertoldi Alfonso, 6, 107, 365, 425.

Bertolotti Davide, 12, 167.

Besini, 44.

Betteloni Cesare, 246.

Betti Pietro, 161, 211.

Betti Salvatore, 15, 24.

Beugnot, visconte, 164.

Beyle Henry (vedi Stendhal).

Biadego Giuseppe, 130, 181.

Bianchetti Giuseppe, 94, 137, 233, 244, 258, 265, 273, 274, 275.

Bianchi Carlo, 325

Bianchi Nicomede, 321.

Bianchini Lodovico, 354.

Bibliofilo (Il), 151.

Biblioteca italiana, 8, 11, 12, 13, 14, 17, 19, 20, 31, 34, 55, 56, 118, 125, 145, 187, 207, 242, 245, 250.

Biondi Luigi, 16.

Blackwood's Edinburgh Magazine, 125.

Boccacci Giovanni, 201.

Boccardi Pietro, 325.

Bolivar Simone, 97.

Bologna Giovanni, 314, 315, 316, 319, 322, 324, 325, 327, 341, 393, 397, 399, 400, 403, 422.

Bombelles (conte di) Carlo, 79, 128, 280.

Bonald Louis visconte di, 226.

Bonaparte Carlo Luciano, 214.

Bonaparte Elisa, 2, 84.

Bonaparte Luigi Napoleone, 116, 214.

Borelli Pasquale, 117, 232.

Borghesi Bartolommeo, 15, 88, 122, 184.

Borghi Giuseppe, 131, 146, 205, 238, 250.

Borrini Luigi, 205.

Borromini Francesco, 206.

Bossuet Benigno, 46.

Botta Carlo, 99, 100, 101, 118, 131, 150, 152, 188, 192, 201, 238, 244.

Boucheron Carlo, 137, 167, 168, 177.

Bozzelli Fr. Paolo, 231.

Brancia Francesco, 439.

Breislack Scipione, 9.

Breme (di) Ludovico, 13, 102.

Brewster David, 35.

Brighenti Pietro, 104, 169, 181, 274, 281.

Brocchi Giambattista, 219.

Brofferio Angelo, 246.

Brunn Federica, 38, 259.

Brunn Ida, 128.

Bufalini Maurizio, 93, 122.

Buonarroti Michelangelo, 208.

Buondelmonti (case de'), 146, 161, 173.

Buzzi Gaetano, 161.

Byron Giorgio, 54, 198, 204.

C.

Caffé (Il), 7, 261.

Caffé (Il) di Petronio, 138, 382.

Campbell Thomas, 199.

[445] Canosa (principe di) Antonio Capece Minutolo, 44, 137, 284, 288, 289, 290, 291, 309, 335, 359, 360, 361, 363, 366, 367, 369, 370, 372, 425, 427, 428, 429.

Canova Antonio, 78, 88, 128.

Cantù Cesare, 8, 12, 49, 181, 247, 281, 343.

Capei Pietro, 89, 163, 168, 223, 232.

Cappi Alessandro, 210.

Capponi Gino, VIII, X, 17, 18, 20, 22, 24, 26, 27, 28, 30, 31, 32, 33, 34, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 45, 46, 47, 48, 49, 52, 55, 56, 57, 58, 60, 61, 64, 65, 70, 73, 74, 77, 78, 91, 93, 94, 104, 110, 115, 133, 164, 167, 169, 170, 171, 174, 178, 179, 180, 184, 188, 189, 203, 207, 208, 209, 211, 216, 225, 231, 251, 253, 254, 259, 265, 269, 270, 277, 280, 283, 291, 334, 346, 347, 348, 354, 360, 363, 364, 374.

Carducci Giosuè, 167, 217.

Carlo Alberto, 223, 418.

Carlo Felice, 418.

Carlo Lodovico di Borbone, 44.

Carlo Magno, 296.

Carmignani Giovanni, 18, 83, 98, 110, 112, 113, 115, 418.

Carpani Giuseppe, 9.

Carraresi Alessandro, 20, 34, 348.

Carrer Luigi, 247, 277.

Casarini, 253.

Cassi Francesco, 15.

Castellan A., 54.

Castinelli Giovanni, 84, 244.

Castinelli Rodolfo, 208.

Caterina II di Russia, 233.

Cattaneo Carlo, 247.

Catullo, 129.

Cempini Francesco, 319.

Cennini Cennino, 207.

Censeur (Le), 30.

Centofanti Silvestro, 112, 113, 128, 247, 348.

Cesari Antonio, 138, 139, 152, 155, 191.

Cesari Giovanni, 372.

Cesarotti Melchiorre, 5, 91.

Champollion Jean François, 243.

Châteaubriand Fr. Renato, 57, 199.

Chersa Antonio, 139.

Chersa Tommaso, 138, 139.

Chiarini Giovanni, 322, 323, 324, 326, 327, 328, 403.

Chiarini Giuseppe, 6, 34.

Ciampi Sebastiano, 85, 133, 167, 173, 178, 185, 188, 219, 221, 238, 243, 266, 307, 311.

Ciampolini Luigi, 185.

Ciantelli Torello, 278, 314.

Cibrario, Luigi, 124, 177, 221, 223, 224, 321, 402, 418.

Cicerone, 139, 155, 156, 186.

Cicogna Emanuele, 186, 224.

Cicognani Filippo, 57.

Cicognara Leopoldo, 64, 78, 92, 95, 167, 170, 172, 193, 207, 208, 209, 293, 304, 333.

Cimarosa Domenico, 206.

Cioni Gaetano, 18, 22, 24, 50, 51, 52, 53, 54, 66, 69, 108, 119, 139, 140, 151, 168, 178, 179, 202, 209, 233, 381, 382, 384.

Cioni Girolamo, 180.

Cironi Piero, 119.

Cocchi Antonio, 211, 231.

Colletta Pietro, 44, 96, 104, 178, 217, 239, 247, 283, 370.

Collini Lorenzo, 6, 18, 19, 20, 21, 23, 24, 27, 28, 30, 31, 32, 37, 39, 86, 237.

Compagnoni Giuseppe, 93, 94.

Conciliatore (Il), 13, 177, 196, 197, 204, 261, 262, 263, 361, 362, 374, 418.

Condorcet, 167.

Confalonieri Federico, 46, 64.

Constitutionel (Le), 355.

Cooper Fenimore, 164.

Coray Adamanzio, 199.

[446] Corsini don Neri (seniore), 43, 130, 141, 256, 297, 298, 299, 300, 301, 302, 303, 305, 306, 308, 314, 316, 317, 319, 320, 323, 326, 339, 340, 344, 347, 351, 352, 356, 357, 358, 359, 387, 388, 390, 391, 395, 397, 399, 400, 401, 404, 407, 409, 410, 413, 414.

Cortesi Antonio, 278.

Corvisart Jean. Nic., 166.

Costa Paolo, 138.

Courier Paolo, 81.

Cousin Vittorio, 117.

Curti Angelo, 308, 309, 310.

Cuvier, 54, 56, 73.

D.

Daddi Francesco, 351.

De Candolle, 73.

De Gubernatis Angelo, IX, 12, 81, 119, 246, 307.

Delavigne Casimiro, 163.

Del Cerro Emilio, 180, 313, 315, 317, 319, 321, 326, 339, 344.

Del Lungo Isidoro, 91, 175, 178, 209, 270, 354, 363.

Del Rosso Federico, 83, 87, 134, 135, 151, 217, 227, 230, 234.

Del Rosso Ferdinando, 84.

Del Sarto Andrea, 273.

Del Taja Giulio, 227.

Della Pergola Ada, 248, 335.

Della Valle Pietro, 226.

Delvinotti Achille, 276.

De Martens Carlo, 164.

Denina Carlo, 261.

De Potter Luigi Giuseppe, 83, 86, 122, 124, 162, 163, 179, 182, 183.

De St. Aignan, 164.

Diderot Dionigi, 373.

Digny Cambray (De) Guglielmo, 374.

Doudeauville duca di, 57.

Doveri Giuseppe, 160, 161.

Dragonetti Giulio 125, 273, 275.

Dragonetti Luigi, 125, 273, 275.

Drovetti, console, 220.

Dumont Stefano, 232.

Dupin Carlo, 98.

Duvergier di Hauranne, 164.

E.

Edinburgh Review, 33, 124.

Edwards William Frédéric, 163, 165, 211.

Elci (D') Angelo, 252.

Eschilo, 167.

Europe (L') Litéraire, 338.

F.

Fabrini Giovanni, 440.

Fabroni Giuseppe, 325.

Fabroni, monsignore, 17.

Falch, ambasciatore d'Olanda, 164.

Fancelli Vincenzo, 324.

Fantoni Agostino, 325.

Fantoni Giovanni, 244.

Fauriel Claudio, 162, 185, 194.

Federico Guglielmo III, re di Prussia, 84.

Fellemberg F. Emanuele, 216, 225.

Fenice (La), 348, 374, 375.

Fenzi Emmanuele, 77.

Ferdinando I, re di Napoli, 4.

Ferdinando II, re di Napoli, 99.

Ferdinando III, granduca di Toscana, 16, 42, 44, 45, 131.

Feroni, marchesa, 29.

Ferrari Bartolommeo, 208.

Ferrari G., 86.

Ferrari Pietro, 208, 253.

Ferroni Pietro, 77.

Ficquelmont, generale, 34, 45.

Filippis (De) Delfico Gregorio, 373.

Filmer sir Robert, 289.

Follini Vincenzo, 185.

Fornaciari Luigi, 85, 117, 192.

Forti Francesco, 114, 115, 116, 151, 170, 172, 178, 187, 193, 197, 217, 223, 224, 225, 229, 230, 236, 239, 244, 251, 257.

Forti Sara, 249.

[447] Foscolo Ugo, 4, 5, 6, 9, 17, 18, 32, 33, 34, 38, 39, 40, 41, 47, 61, 64, 71, 74, 121, 150, 231.

Fossombroni Vittorio, 18, 43, 99, 282, 295, 297, 298, 299, 312, 314, 320, 385, 386, 387, 392, 400, 401.

Franceschini H., 60, 206, 244.

Francesco Borbone principe, poi Francesco I, re di Napoli, 98.

Francesco I d'Austria, 292.

Francesco II d'Austria e Lorena, 18.

Francesco IV, duca di Modena, 284, 290, 292, 321, 323, 326, 334, 337, 404.

Franchi Giuseppe, 177.

Frénes A., 27, 28, 30, 57, 58, 66, 132, 281, 335, 341, 345, 355, 360, 372.

Friddani Michele Chiarandà (barone di), 48, 100.

Frosini Francesco, 20.

Frullani Giuliano, 88, 213.

Frullani Leonardo, 43.

G.

Galanti Giuseppe Maria, 225.

Galignani, fratelli, 160, 175.

Galiffe Giacomo Augusto, 59.

Galilei Galileo, 18.

Galvani Cesare Carlo, 365, 368, 369, 424, 425, 426, 432.

Gargallo Annunziata, XI, 168.

Gargallo Tommaso, 168, 191, 194, 226.

Gaspari Domenico, 117.

Gazzera Costanzo, 177.

Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica, 336.

Gazzeri Giuseppe, 59, 60, 61, 72, 187, 213, 214, 216, 236, 240, 244.

Genlis Stephanie Felicite, 229.

Gherardi Silvestro, 214.

Gherardi, dottore, 235.

Gherardini Giovanni, 332.

Giannone Pietro, 130, 440.

Gioberti Vincenzo, 232, 334, 338.

Gioia Melchiorre, 112, 225.

Giordani Pietro, 9, 12, 13, 31, 32, 46, 64, 78, 82, 91, 92, 93, 94, 102, 103, 104, 113, 114, 118, 125, 127, 130, 131, 133, 151, 163, 167, 168, 169, 171, 172, 173, 174, 175, 178, 179, 193, 202, 207, 208, 219, 238, 239, 244, 262, 263, 264, 270, 273, 277, 282, 283, 304, 334, 377.

Giorgi Paolo, 119.

Giornale agrario, 128, 217, 266, 343, 353, 355, 362, 413.

Giornale Arcadico, 15, 16, 62, 121, 122, 125, 139, 242, 271.

Giornale di chimica, fisica e storia naturale, 215.

Giornale dei letterati (Nuovo), 49, 140, 203, 242, 348.

Giornale di letteratura e belle arti, 18.

Giornale di scienze ed arti, 18.

Giornale di scienze e lettere, 241.

Giornale Ligustico (Nuovo), 119, 264, 287, 288.

Giovanni, arciduca d'Austria, 4.

Giovannini, 57.

Giovine Italia (La), 260, 355.

Gironi Robustiano, 125.

Giusti Giuseppe (dottore), 53, 60, 75, 130, 232.

Giusti Giuseppe (poeta), 44, 328, 329.

Giustiniano imperatore, 114.

Globe (Le), 235.

Godard Luigi, 15.

Goethe Wolfango, 128, 198, 204.

Golyeroniades Costantino, 199.

Gommi Flaminj, 198.

Gortschakoff Alessandro, 312.

Gozzi Gaspare, 95.

Gräberg di Hemso Jacopo, 182, 220, 222, 245, 305, 420.

Graf Arturo, 440.

Grassi Giuseppe, 86, 117, 127, 142, 177, 188, 418.

[448] Grisi Carlotta, 280.

Grossi Tommaso, 80.

Grottanelli Luigi, 130, 313, 319, 321, 322, 332, 360.

Guacci Giuseppa, 246.

Guasti Cesare, 164.

Guerrazzi Francesco Domenico, 2, 71, 86, 94, 119, 167, 182, 221, 247, 266, 278, 283, 354.

Guicciardini Luigi, 329.

Guichard Jean François, 212.

Guizot Pier Francesco Guglielmo, 223, 251.

Gussalli Antonio, 9.

H.

Hammer (De) Giuseppe, 418.

Hardy Alexandre, 195.

Haydn Franz Joseph, 123.

Hegel Federico, 89.

Herder Joan Gottfried, 117.

Hobbes Tommaso, 289.

Hombert mad.me, 164.

Hugo Victor, 200.

I.

Indicatore (L') bibliografico italiano, 347, 412.

Indicatore (L') genovese, 242.

Indicatore (L') livornese, 278.

Indicatore (L') lombardo, 129, 272.

Indicatore (L') Senese e grossetano, 349.

Inghirami Francesco, 37.

Inghirami Giovanni, 73, 213, 214, 222, 418.

J.

James S., 54.

Jaubert, 164.

Jeffrey Francesco, 150.

Jodelle Etienne, 195.

Journal des savants, 195, 199, 432.

Jullien Marcantonio, 50, 55, 162, 342.

K.

Klopstok Friederich, 128, 201.

L.

Labus Giovanni, 184.

La Cecilia Giovanni, 44, 281, 282.

La Marmora Alberto, 221.

La Martine (De) Alfonso, 54, 131, 205, 206, 280.

Lambruschini Raffaello, 113, 114, 218, 229, 233, 235, 239, 247, 265, 266, 344, 349, 365, 374, 409.

Lamennais (De) Francesco, 87.

Lami Giovanni, 136.

Lampredi Urbano, 15, 62, 70, 75, 80, 90, 120, 129, 136, 138, 139, 174, 187, 190, 196, 199, 203, 229, 243, 270, 335.

Lanci Michelangelo, 243.

Landi Gaetano, 128, 324, 328, 341, 342.

Landoni Jacopo, 94.

Lanzi Luigi, 184.

Lastri Marco, 136.

Lawley Roberto, 18, 19, 22.

Lenzoni Carlotta, 172, 201.

Leoni Luigi, 296, 306, 308.

Leoni Michele, 13, 54, 56, 58, 59, 60, 71, 79, 119, 198, 199, 206, 244.

Leopardi Giacomo, 10, 11, 13, 15, 46, 72, 82, 102, 103, 104, 105, 106, 108, 114, 118, 127, 137, 147, 149, 152, 163, 164, 168, 169, 171, 172, 173, 174, 179, 196, 202, 239, 258, 270, 271, 274, 281, 283, 307, 440, 441.

Leopardi Monaldo, 350.

Leopoldo II, granduca di Toscana, 118, 123, 279, 282, 291, 306, 315, 321, 323, 326, 330, 337, 341, 356, 358, 402, 418, 431.

Liberatore Filippo, 420.

Libri Guglielmo, 73, 99, 100, 125, 133, 212, 213, 231, 251, 337, 345, 354.

[449] Linaker Arturo, 75, 131, 156, 174, 248, 315, 321.

Longhena Francesco, 148, 245, 365.

Lotti Antonio, 324.

Lozzi C., 151.

Lucchesini Cesare, 84, 85, 125, 185, 186, 205, 210.

Lucchesini Girolamo, 84.

Lucrezio, 129.

Luzio Alessandro, 9, 125, 157.

M.

Mabil Luigi, 107.

Maddalena Edgardo, 271.

Maffei Scipione, 231.

Magheri Luigi, 161, 211.

Magini Caterina, 100, 131, 151.

Mai Angelo, 186.

Malamani Vittorio, 128, 129, 181, 258.

Malthus Tommaso Roberto, 225.

Mamiani Gianfrancesco, 117.

Mamiani Terenzio, 15, 116, 170, 171, 219, 232, 248, 262, 335, 354.

Mancini Lorenzo, 77, 144, 145, 205.

Manetti Epifanio, 409.

Mangiagalli Ambrogio 195.

Mannu Giuseppe, 221, 248, 304, 335, 402, 418.

Manuzzi Giuseppe, 138, 139, 151, 191.

Manzoni Alessandro, 142, 156, 170, 171, 194, 239, 314, 440, 441, 442.

Marcacci M., 230.

Marchetti Giovanni, 138.

Marco Aurelio, imperatore, 131.

Marcotti G., 18, 43.

Marietti Giacinto, 238.

Marini Giambattista, 206.

Mariotti Filippo, 93, 122.

Maroncelli Pietro, 362, 424.

Martinez De la Rosa, 162.

Martini Ferdinando, 94, 119, 180, 354.

Marzucchi Celso, 118, 153, 233, 284, 288, 289, 290, 292, 296.

Mascagni Paolo, 211.

Mason Guglielmo, 82.

Massa avvocato, 234.

Massari Giuseppe, 334.

Matteucci Carlo, 214.

Mayer Enrico, 60, 75, 131, 156, 157, 161, 170, 174, 180, 185, 197, 198, 205, 217, 227, 229, 248, 253, 265.

Mazzatinti Giuseppe, 6.

Mazzini Giuseppe, IX, 118, 119, 120, 129, 193, 198, 239, 244, 247, 260, 263, 272, 284, 370.

Mazzoni Guido, 196, 271, 329.

Medici Michele, 384.

Medici (De') monsignor Lavinio, 210.

Melchiorri Giuseppe, 185.

Melloni Macedonio, 231.

Menghini Mario, 283.

Merighi Vittorio, 130.

Mestica Giovanni, 170.

Metastasio Pietro, 123.

Metternich (principe di), 4, 8, 12, 44.

Micali Giuseppe, 87, 167.

Michelet Giulio, 165, 223.

Missiaglia Giambattista, 160.

Missirini Melchiorre, 168, 207, 418.

Molini Giuseppe, 20, 74.

Mondolfo Lodovico, 324.

Montanelli Giuseppe, 43, 44, 247, 276.

Montani Giuseppe, 74, 77, 79, 80, 81, 82, 83, 108, 109, 118, 119, 124, 133, 138, 144, 151, 156, 166, 167, 169, 175, 178, 185, 188, 191, 193, 194, 195, 196, 197, 198, 199, 201, 203, 208, 216, 218, 221, 223, 224, 225, 226, 228, 231, 232, 237, 243, 244, 245, 252, 258, 260, 261, 287, 304, 307, 327, 349, 373, 384, 440.

Monti Vincenzo, 5, 6, 10, 11, 12, 15, 19, 30, 61, 62, 75, 125, 142, 167, 187, 188, 190, 193, 195, 196, 202, 205, 243.

[450] Monthly Review, 271.

Moore Thomas, 199.

Moreni Domenico, 185.

Morgan lady Sidney, 41, 102, 170, 188.

Mozart, 123.

Murat Gioacchino, 4.

Muravieff, 164.

Murras, 306.

Murray di Henderland, 150.

Mustoxidi Andrea, 99, 177, 179, 185, 418.

N.

Nannei, 18.

Napione Galeani Gianfrancesco, 24.

Napoleone I, 2, 3, 4, 16, 18, 212, 315, 424.

National (Le), 337.

Negro (Di) Gian Carlo, 250.

Nespoli Angelo, 87, 161.

Nesti Filippo, 213.

Neues Archiw für Geschichte, ecc., 271.

Niccolini Giambattista, VIII, 7, 16, 17, 18, 20, 21, 24, 27, 30, 31, 36, 40, 48, 54, 58, 59, 60, 71, 72, 81, 90, 92, 101, 119, 125, 146, 167, 169, 171, 172, 179, 186, 190, 192, 200, 205, 208, 250, 252, 287.

Nicolini Fausto, 439.

Nicolini Nicola, 439.

Niebuhr Barthold Georg, 223, 232.

Nobili Leopoldo, 84, 207, 214.

Nodier Carlo, 176.

Nugent, 4.

O.

Odescalchi Pietro, 121, 122.

Oderici F., 177.

Oersted Anders-Sandöe, 99.

Opuscoli scientifici e letterarii (Collezione d'), 351.

Opuscoli scientifici e letterarii (Nuova collezione d'), 14.

Opuscoli scientifici e letterarii (Raccolta d'), 351, 412.

Orazio Flacco, 191.

Orioli Francesco, 99, 105, 167, 175, 184, 243, 354.

Orlandini Ferdinando, 54, 57.

Orlando Francesco, 12, 93, 95, 113, 163, 173, 239, 270, 273, 276, 277, 303, 345, 350, 374, 377.

Osservatore veneto (L'), 156.

Owen Robert, 226.

P.

Pacchiani Francesco, 166, 168, 179.

Pacini Marco (pseudonimo del Rosini), 141.

Pagani Cesa G. M., 169, 194.

Pagnozzi G. R., 87, 213, 219, 221, 237, 259.

Paisello Giovanni, 206.

Palli Angelica, 179.

Panizzi Antonio, 269.

Paoli Domenico, 214.

Paolini Aldobrando, 89, 254, 257.

Papadopoli Antonio, 95, 238, 334.

Papi Lazzaro, 234.

Paradisi Giovanni, 139, 205.

Paravia Pier Alessandro, 191.

Parenti Marcantonio, 309, 365, 424.

Parini Giuseppe, 142.

Pascoli Angeli Marianna, 208.

Passerini Carlo, 214.

Patria (La), 375.

Pauer Giuseppe, 375.

Pausania, 307, 311, 321.

Pelagonio, 70.

Pellico Silvio, 5, 7, 19, 296, 333, 386, 390, 418.

Pendola Tommaso, 230.

Pepe Gabriello, 86, 96, 97, 98, 136, 170, 177, 191, 192, 200, 202, 206, 220, 225, 239, 258, 259, 260, 304, 305.

Pepi Pietro, 279.

Perticari Giulio, 15, 58, 187, 189, 190, 245.

Perugini, 237.

[451] Pestalozzi Heinrich, 226.

Petrarca Francesco, 85, 305.

Petrignani Vincenzo, 20.

Petrini Pietro, 201, 207.

Petroni Francesco, 334.

Peyron Amedeo, 186.

Pezzati Luigi, 53, 128, 129, 340.

Philippson Abramo, 324.

Pianton Pietro, canonico, 128, 258.

Piatti Guglielmo, 130.

Pictet Carlo di Rochemont, 54, 72.

Piergili G., 92, 181.

Pieri Mario, 15, 70, 80, 81, 82, 90, 91, 108, 109, 119, 133, 141, 142, 143, 144, 146, 163, 164, 167, 168, 169, 170, 171, 175, 177, 179, 180, 238, 279, 283, 322, 441.

Pietro Leopoldo, 16.

Pindaro, 146, 205.

Pindemonte Ippolito, 91, 142.

Pinelli Alessandro, 177.

Pio VII, 3.

Pio IX, 433.

Platen Augusto, 165.

Platone, 177.

Poerio Giuseppe, 169, 282.

Poggi Enrico, 246, 295, 366, 370.

Poggi Francesco, 189.

Poggi Girolamo, 89, 246.

Poisson Simeon-Denis, 213.

Poli Baldassare, 154.

Poli Lodovico, 325.

Poligrafo di Verona (Il), 336, 349.

Pomba Giuseppe, 137, 346, 374.

Pons Luigi, 214.

Ponte (Da) Lorenzo, 252.

Pope Alexander, 198.

Porro Luigi, 170, 177.

Porta Carlo, 3.

Pragmalogia Cattolica, 140.

Promis Domenico, 223.

Progresso (Il) delle scienze ecc., 165, 242, 353, 354, 355, 361, 362, 420.

Properzio, 141.

Protonotari Francesco, 376.

Provana Luigi, 177.

Pucci Giuseppe, 39, 42, 48, 74.

Puccini Aurelio, 23, 42, 51, 130, 221, 278, 440.

Puccini Niccolò, 165.

Puccinotti Francesco, 98, 122, 211.

Q.

Quarterly Review, 33, 124.

Quatremére de Quinci, 207.

R.

Raccoglitore (Il), 21, 22, 23, 24.

Raddi Giuseppe, 73, 213, 215.

Raffaello d'Urbino, 95, 207.

Ranieri Antonio, 196.

Rassegna italiana, 357.

Rassegna Nazionale (La), 107, 125.

Rassegna trimestrale, 356.

Renzi Antonio, 20, 57, 61, 73, 188, 226, 259.

Renzi Pietro, 319.

Repetti Emmanuele, 77, 170, 213, 215, 222, 362.

Reumont Alfredo, 164, 169, 182, 273.

Revue des deux mondes, 87, 337.

Revue Enciclopédique, 53, 54, 55, 57, 64, 121, 144, 162, 271, 338, 342.

Revue (La) Européenne, 121.

Ricasoli Bettino, 161, 218, 253, 318, 374, 375.

Ricasoli Giuliana, XI, 161, 375.

Riccardi Geminiano, 139, 140.

Ricci Angelo Maria, 106, 134.

Ricci Giuliano, 117, 223, 312, 325.

Ricci Lapo, 98, 218, 235, 254.

Ricciardi Giuseppe, 97, 353, 354, 362.

Riccini Girolamo, 370.

Ricoglitore (Nuovo), 94, 104, 109, 336.

Ridolfi Carlo, XI, 24, 33, 36.

[452] Ridolfi Cosimo, 24, 33, 36, 60, 72, 73, 207, 213, 216, 218, 235, 244, 254, 329, 374.

Rigoli Luigi, 62, 418.

Rinieri Ilario, 19.

Rivista storica del Risorgimento, 125, 128, 129, 157.

Romagnosi Gian Domenico, 89, 99, 118, 122, 232, 247, 296, 304, 385, 390.

Romano Giulio, 208.

Rosa Salvatore, 102.

Rosellini Ippolito, 99, 184, 185, 201, 246, 418.

Rosini Giovanni, 5, 63, 140, 141, 166, 167, 178.

Rosmini Antonio, 232, 239.

Rospigliosi don Giuseppe, 45.

Rossini Gioacchino, 60, 206, 244.

Rossi Pellegrino, 47, 58.

Rumohr (De) barone Cristiano, 61, 182.

Ruppel Guglielmo, 164.

Rusconi, 44.

S.

Sabatelli Francesco, 208.

Sabatelli Luigi, 208.

Sacchi Defendente, 118, 304, 348, 349.

Sacchi Giuseppe, 170.

Saffo, 295.

Saggiatore (Il), 18, 19, 20, 22, 23, 24, 25, 26, 30, 31, 39.

Salfi Francesco, 48, 90, 203.

Salvadori Jacopo, 117.

Salvagnoli Giuseppe, 156, 157.

Salvagnoli Vincenzo, 98, 112, 157, 168, 178, 233, 246, 262, 329, 374.

Salvotti Antonio, 44.

Samadet de Holoré, 66.

Sanminiatelli Cosimo Andrea, 348, 366, 367, 368, 369, 425, 430.

Sanseverino, 44.

Sardagna barone, 157.

Sauli Lodovico, 177, 383.

Saurau, 8, 12, 31, 32, 280.

Say Giov. Batt., 225, 233, 240.

Savi Paolo, 63, 214.

Savigny (De) Federico Carlo, 163, 223, 232.

Scalvini Giovita, 6, 11, 48, 363.

Scarpa Antonio, 211, 212.

Schlegel Aug. Guglielmo, 195.

Schiller Federico, 195, 198, 201.

Schorn, 57.

Sclopis Federico, 177, 186, 418.

Scott Walter, 198, 200.

Scuderi Salvatore, 11.

Segato Girolamo, 211, 222.

Semaphor de Marseille, 337.

Senfft Pilsach, 295, 297, 299, 312, 385, 386, 387.

Senn Francesco, 27.

Serragli P. Commissario, 123.

Serristori Luigi, 18, 21, 24.

Sestini Domenico, 86, 184, 243.

Sforza Giovanni, 441.

Sismondi (De) J. C. L., 27, 28, 39, 57, 58, 61, 66, 67, 132, 195, 225, 281, 334, 341, 345, 355, 356, 360, 372.

Smith Adamo, 225.

Sofocle, 167.

Solomos Dionigi, 232.

Spettatore (Lo), 12, 13.

Spettatore Zancleo (Lo), 360.

Staël-Holstein (De) Augusto, 111.

Stella Ant. Fortunato, 12, 155.

Stendhal, 43, 83, 122, 123, 162, 163, 174, 193, 199, 206, 245.

Sterne Lorenzo, 18.

Stewart Dugald, 61.

Stolberg, 128.

Stulli Luca, 212.

Strassoldo governatore, 14.

T.

Tabarrini Marco, 104, 226, 376.

Tachini, 44.

Tempi Luigi, 227.

Thaon Giambattista, 253.

Tamburini, ab. Pietro, 122.

Targioni Tozzetti Ottaviano, 84.

[453] Tartini Salvatici Ferdinando, 73, 77, 213, 216, 254.

Tassinari Matteo, commissario, 282, 316, 319, 324, 399, 400.

Tasso Torquato, 201.

Tedaldi Fores Carlo, 193, 195.

Tempesti Ranieri (pseudonimo del Rosini), 140.

Temps (Le), 338.

Tenerani Pietro, 208.

Tenore Marco, 305, 306, 420.

Teocrito, 205.

Testi Venanzio, 366.

Thierry Agostino, 223.

Thiers Adolphe, 224.

Thorwaldsen, 88.

Times (The), 338.

Toci Ettore, 123.

Tommaséo Niccolò, VIII, IX, X, 50, 71, 72, 78, 79, 86, 88, 91, 94, 97, 102, 103, 104, 106, 107, 108, 109, 110, 115, 125, 126, 133, 134, 137, 138, 141, 148, 152, 154, 155, 156, 160, 164, 166, 168, 169, 170, 174, 175, 178, 188, 190, 191, 193, 194, 196, 199, 200, 202, 205, 208, 209, 212, 221, 224, 225, 228, 229, 230, 232, 235, 236, 237, 239, 244, 248, 255, 258, 260, 264, 270, 287, 292, 296, 304, 305, 307, 308, 318, 321, 322, 342, 343, 354, 362, 363, 364, 365, 366, 367, 368, 369, 370, 402, 403, 417, 422, 423, 425, 427, 428, 429, 430, 432, 440, 441, 442.

Tommasini Giacomo, 167, 257.

Tonelli Tommaso, 83, 233, 237, 245, 251, 304.

Torri Alessandro, 149, 285.

Torti Francesco, 72, 81.

Toschi Paolo, 304.

Toschi, monsignore, 91.

Tosi Lorenzo, cancelliere, 319, 397, 400.

Tracy (De) Destutt, 117.

Tribolati F., 167.

Troya Carlo, 167, 273.

Turris (De), generale, 439.

U.

Ugoni Camillo, 199, 363.

Uomo di Paglia (L'), 25.

Uzielli Raffaello, 87.

Uzielli Salvatore, 88, 135, 198, 225.

V.

Vaccà Andrea, 63, 140, 166.

Vagliatore (Il), 24, 25.

Valeri Giovanni, 89, 170, 174, 186, 234.

Valeriani Domenico, 78, 136, 146, 150, 184, 185, 202, 243.

Vannucci Atto, 7, 16, 19, 20, 24, 27, 30, 40, 48, 72, 81, 144, 146, 328.

Velo Girolamo Egidio, 65, 121.

Veratti Bartolomeo, 367.

Verga Carlo, 334.

Verga Ettore, 366.

Vermiglioli Giambattista, 114.

Viale Salvatore, 233.

Viani Prospero, 10.

Villemain Abel François, 199.

Villeneuve Giulietta, 172.

Vinci (Da) Leonardo, 208.

Visconti, 194.

Viterbo Ettore, 15, 116.

Vittorio Emanuele I, 3.

Voce della Ragione, 292, 293, 294, 295, 300, 306, 331, 359, 429.

Voce della Verità (La), 85, 290, 300, 306, 307, 309, 312, 313, 330, 332, 337, 347, 348, 349, 350, 355, 359, 360, 361, 363, 364, 365, 366, 367, 368, 369, 370, 371, 373, 403, 404, 407, 415, 416, 417, 418, 419, 420, 421, 423, 424, 425, 426, 429, 430.

Volta Alessandro, 214.

Voltaire, 85, 112, 231.

[454]

W.

Werklein barone, 282.

Witte Carlo, 163, 182, 202.

Z.

Zach barone, 215.

Zaiotti Paride, 14, 55, 196, 442.

Zannetti Ferdinando, 329.

Zannoni Giambattista, 33, 73, 133, 167, 184, 238, 402, 418, 431.

Zaydler Bernardo, 182, 199.

Zobi Antonio, 45, 131.

Zuccagni Orlandini Attilio, 222.

NOTE:

1. Di Gian Pietro Vieusseux, Firenze, Cellini, 1864, pag. 11.

2. Nuova Antologia, tomo XXII, 1 agosto 1880, pag. 425.

3. Mi è caro qui ringraziare la marchesa Nunziata Gargallo, e il Marchese Carlo Ridolfi, e specialmente la baronessa Giuliana Ricasoli, la quale con liberalità vera mi concesse valermi di varî documenti del suo archivio prezioso.

4. Questo primo capitolo, pubblicato nella Rassegna Nazionale del 1º luglio 1903, qui ricompare con mutamenti non lievi di sostanza e di forma.

5. Proclama all'esercito francese del 1º marzo 1815.

6. Paracar che scappee de Lombardia.

7. D'Azeglio, I miei ricordi. — Firenze, Barbéra, 1899, vol. I, pag. 175.

8. Guerrazzi, Note autobiografiche. — Firenze, Le Monnier, 1899, pag. 95.

9. Controproclama del maresciallo Bellegarde agli italiani. — Milano, 5 aprile 1815.

10. Lettera del 25 maggio 1814, Epistolario. — Firenze, Le Monnier, 1854, vol. II, pag. 19.

11. Bando del conte di Bellegarde del 12 giugno 1814.

12. Tolgo questa notizia da G. Rosini, Cenni di Storia contemporanea; Epistolario del Cesarotti e del Monti. — Pisa, Capurro 1851, pag. 20.

13. Scritti di G. Scalvini, ordinati per cura di N. Tommaséo. — Firenze, Le Monnier, 1860, pag. 36.

14. Lettera a L. Collini. — Milano, 26 gennaio 1819; Epistolario edito da G. Mazzatinti e A. Bertoldi. — Roma, 1896, vol. II, pag. 287.

15. 30 settembre 1818, Appendice alle opere di U. Foscolo, per cura di G. Chiarini. — Firenze, Le Monnier, 1890, pag. 210. Cito quest'edizione perché la lettera vi è completa.

16. Il Caffé, Brescia MDCCLXVI, tomo II, foglio 2º, pag. 9.

17. Lettera di G. B. Niccolini, in Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci. — Firenze, Le Monnier, 1866, vol. I, pag. 404.

18. Lettera del Saurau al Principe di Metternich, 25 febbraio 1816, inviandogli il primo fascicolo. Cantù, in Monti e l'età che fu sua. — Milano, Treves, 1879, pag. 247.

19. Biblioteca italiana, tomo I; Proemio, pag. VI.

20. Con lettera dell'11 marzo 1816. Cantù, op. cit., pag. cit.

21. Al Carpani, Lettera pubblicata da A. Luzio in Rivista storica del Risorgimento, 1896 fasc. 7-8, vol. I, pag. 655.

22. Lettera del 12 aprile 1815; Epistolario cit., vol. III, pag. 342.

23. Lettera del 12 aprile 1816; Epistolario edito da A. Gussalli. — Milano, Borroni e Scotti, 1854, vol. III, pag. 308.

24. Biblioteca italiana, Proemio cit., pag. cit.

25. Giordani, Lettera del 15 febbraio 1818; Epistolario cit., vol. IV, pag. 162.

26. Lettera del 15 gennaio 1817; Epistolario cit., vol. III, pag. 404.

27. Lettera del Monti, del 6 febbraio 1817; Epistolario cit., vol. I, pag. 211.

28. Lettera del 5 febbraio 1817; Epistolario cit., vol. IV, pag. 10.

29. Lettera del Monti, Milano, 15 febbraio 1817; Epistolario cit., vol. II, pag. 213.

30. Vedi che cosa dice il Leopardi nell'Epistolario edito da P. Viani. — Firenze, Le Monnier, 1892, vol. I, pag. 115 e seg.

31. Epistolario cit. del Leopardi, vol. I, pag. 28. Lettera del 17 novembre 1816.

32. Scritti cit. di G. Scalvini, pag. 121.

33. Epistolario cit., vol. II, pag. 201.

34. Monti, lettera del 9 aprile 1817; Epistolario cit., vol. II, pag. 220.

35. Giordani, lettera del 21 marzo 1817; Epistolario cit., vol. IV, pag. 30.

36. Lettera del 9 aprile 1817; Epistolario cit., vol. IV, pag. 37.

37. Lettera dell'Acerbi, Milano 19 dicembre 1817; F. Orlando, Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, 1902, serie 1ª vol. IV, pag. 28.

38. Lettera del Saurau a Metternich, 7 luglio 1816; Cantù, Monti e l'età che fu sua. — Treves, 1879, pag. 249.

39. Lettera del Leopardi, 26 settembre 1817; Epistolario cit., vol. I, pag. 95.

40. Lettera del 10 gennaio 1818; Epistolario cit., vol. IV, pag. 138.

41. Lettera del 20 dicembre 1816; Epistolario cit., vol. I, pag. 564.

42. Lettera del 16 gennaio 1818; Epistolario cit., vol. I, pag. 121.

43. Lettera del 21 luglio 1818, publicata da A. De Gubernatis, in Nuova Antologia, 15 luglio 1880, tomo XXII, pag. 196, in nota.

44. Biblioteca italiana, 1822, tomo XXV, pag. 156.

45. I miei ricordi. — Firenze, Barbéra, 1899, vol. I, pag. 191.

46. Lettere dall'esilio, pubblicato da E. Viterbo, — Roma, 1899, pag. 43 e seg.

47. Lettera del 1º febbraio; Epistolario cit., vol. I, pag. 404.

48. Vita scritta da lui medesimo. — Firenze, Le Monnier, 1850, vol. I, pag. 238.

49. Opere. — Bologna, G. Veroli, 1823, tomo III, pag. 587.

50. Opere cit., pag. 545: lettera al Biondi.

51. Lettera del settembre 1820, in Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci. — Firenze, Le Monnier, 1866, vol. I, pag. 454.

52. Lettera del 3 novembre 1818; Epistolario cit. del Foscolo, vol. III, pag. 443.

53. 1819, tomo XIII, Proemio, pag. XL.

54. Avviso, tomo I, pag. 3.

55. N. XVII, maggio 1817, pag. 184.

56. Epistolario cit., vol. I, pag. 479.

57. Raccontano che una sera, nel palco della Ricci, il Fossombroni gli dicesse: “Siete un uomo di merito, ma sareste piú stimabile se non foste tanto napoleonista„ — “Non mai — rispose il Collini — quanto V. E. quando fu fatto senatore, e molto piú quando Francesco II diede a Napoleone sua figlia„, G. Marcotti, in Cronache segrete della Polizia Toscana. — Firenze, Barbéra, 1898, pag. 93.

58. Cause celebri. — Pisa, Nistri, 1843, pag. 6.

59. Lettera del 30 dicembre 1818, in Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci, vol. I, pag. 432.

60. Lettera del 26 gennaio 1819; Epistolario cit., vol. II, pag. 287.

61. Lettera al fratello, in I. Rinieri, Della vita e delle opere di S. Pellico. — Torino, Streglio, 1898-99, vol. I, pag. 315.

62. 1819, tomo XIII; Proemio, pag. XLI. Per dire il vero, sebbene il Monti lo diceva “scritto con prudenza da savio, e cuore di leone„, [lettera cit., loc. cit.] vi si leggevano cose come queste: “si dissetano le frodi dell'ipocrisia, si ammutiscono le male persuasioni dell'adulazione, i costumi si avanzano concordi ai tempi, volando sul medesimo carro; il carro del sole, condottiero della luce, profligatore delle tenebre„.

63. Lettera a G. Capponi, 15 febbraio 1819; Lettere di G. C., ordinate da A. Carraresi. — Firenze, Le Monnier, 1867, vol. I, pag. 22.

64. Lettera del 19 febbraio 1819, vol. cit., pag. cit.

65. Lettera del 27 marzo 1819, vol. cit., pag. 24.

66. Lettera al Capponi, del 31 luglio 1819, in Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci, vol. I, pag. 436.

67. Il biografo del Molini dice che erano il Molini stesso, l'abate Renzi e Francesco Frosini (Operette Bibliografiche del cav. G. Molini. — Firenze, Cellini, 1858, pag. LX). Si noti però che dal luglio 1819 passava in proprietà di Vincenzo Petrignani, libraio e cartolaio; come rilevasi da una sua lettera del 26 giugno al Presidente del Buon Governo. (Archivio del Buon Governo: 1819, filza 34, Negozio 1415).

68. Pag. 4.

69. 15 aprile 1819, pag. 2.

70. Numero cit., pag. 3.

71. N. 10, 15 agosto 1819, pag. 5.

72. N. 1, 3 aprile 1819, pag. 3.

73. Raccoglitore, n. 8, 15 luglio 1819, pag. 2.

74. Lettera inedita del Bernardini al Puccini, del 6 gennaio 1820. (Archivio del Buon Governo 1820, filza 9, affare n. 247).

75. Vi si legge, tra le altre cose, anche questa confessione: “mi è stato riferito all'orecchio che alcune signore galanti si sono associate al mio giornale, per non essere prese di mira ne' miei articoli„. N. 4, pag. 6.

76. Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci, lettera del 31 luglio 1819, vol. I, pag. 436.

77. Lettera inedita a Cosimo Ridolfi 15 gennaio 1820, Parigi. Lettera favoritami dal marchese Carlo Ridolfi, della quale, e dell'altre che mi diede agio di studiare, qui lo ringrazio. Tra il poco di buono, in quel giornale potrebbe notarsi un Discorso sulla necessità di un teatro nazionale (n. III, 15 maggio 1819, pag. 41); qualche lettera di S. Betti (n. V, 29 maggio 1819, pag. 74, e n. XII, 17 luglio pag. 198), o di G. Napione (n. X, 3 luglio, pag. 350); e un lungo articolo su le Scuole di mutuo insegnamento (n. VII, 12 giugno, pag. 97).

78. N. 5, 30 maggio 1819, pag. 2.

79. Loc. cit., pag. cit.

80. N. 1, pag. 1.

81. N. 2, 15 luglio 1819, pag. 6.

82. Numero cit., pag. 7.

83. Pag. 4.

84. Lettera a G. Capponi del 7 dicembre 1819; Epistolario cit. del Capponi vol. I, pag. 43.

85. N. 14, 4 marzo 1820, pag. 4.

86. Lettera di G. B. Niccolini a G. Capponi, 31 luglio 1819, in Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci, vol. I, pag. 436.

87. A. Frènes, Jean Pierre Vieusseux d'aprés sa correspondance avec J. C. L. De Sismondi. — Rome, Forzani, 1888, pag. 19. Traduco (lo dico una volta per sempre) questa lettera e — meno in certi casi — ogni altra cosa, per evitare uno spiacevole miscuglio di lingue. Ma delle cose tradotte farò avvertito il lettore.

88. Lettera al Sismondi del 1º aprile 1814. A. Frènes, opusc. cit., pag. 23. (Tradotta dal francese).

89. Lettera al Capponi, 7 dicembre 1819; Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 46.

90. Questo, e gli altri che citerò, trovansi uniti al primo volume dell'Antologia nell'esemplare del Vieusseux, che conservasi nella “Nazionale„ di Firenze; e in essi è scritto, di pugno del Vieusseux, il nome degli autori.

91. Vedi la lettera al Sismondi del 1º febbraio 1820 in A. Frènes, opusc. cit., pag. 29.

92. Lo stesso Niccolini, scrivendo nell'aprile al Capponi, freddamente diceva: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un Gabinetto di lettura, ove sono i piú accreditati giornali d'Europa„. Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci. — Firenze, Le Monnier, 1866, vol, I, pag. 446.

93. Lettera a G. Capponi del 18, 1820; vol. I, pag. 49. Questa lettera, che non ha indicazione di mese, è senza dubbio del gennaio.

94. Lettera del 26 febbraio 1820; Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 59.

95. Lettera cit. del 18, 1820, loc. cit.

96. Lettera del 22, del 1820; Epistolario cit., vol. I, pag. 50.

97. Il Giordani dice che “totalmente dipendeva„ dal Saurau; (Opere, Scritti editi e postumi, vol. X, pag. 250): cosa che il Saurau stesso conferma con le sue Istruzioni all'Acerbi. Vedile in Rivista Storica del Risorgimento, 1896, anno I, fasc. 7-8, pag. 656.

98. Lettera del 23 ottobre 1819; Epistolario cit., vol. IV, pag. 319.

99. Lettera del 12 maggio 1819; Epistolario cit., vol. III, pag. 12.

100. Lettera del 5 novembre 1819; Epistolario cit., vol. I, pag. 37.

101. Lettera del 21 dicembre 1875; Epistolario cit., vol. IV, pag. 442.

102. Lettera inedita a Cosimo Ridolfi, dell'8 settembre 1819, Edimburgo. Dovuta alla cortesia del marchese Carlo Ridolfi.

103. Lettera del 5 novembre 1819; Epistolario cit., vol. I, pag. 38.

104. Parole del Capponi, fatte scrivere nell'ultima pagina del Parere del Foscolo. Vedi Epistolario cit. del Capponi, vol. III, pag. 499.

105. Non sarà discaro al lettore che qui l'uno e l'altro ponga a confronto:

Parere sulla istituzione di un giornale letterario. (Appendice alle Opere di U. F. pubblicata da G. Chiarini — Firenze, Le Monnier, 1890).

Progetto di un giornale (Lettere di G. C. raccolte da A. Carraresi. — Firenze, Le Monnier, 1867, vol. V).

“Stamperai a tutte tue spese il giornale: non ti assumerai soci d'interessi lo stampatore o i librai....

“La spesa del Giornale sarà tutta a carico di uno solo. Perciò chi l'intraprende non vuole obbligarsi a dividerne con chicchessia la direzione... (pag. 93).

“Comproverai al pubblico di avere per collaboratori i letterati piú dotti; e per conseguenza solleciterai che ti vengano aiuti da tutte le città d'Italia.... (pag. 180). Proscrivi dal tuo giornale le ingiurie che irritano villanamente, e gli encomj letterarj che hanno ormai nauseato l'Italia (pag. 131).

“Cooperazione di buoni scrittori italiani.... Non saranno mai pubblicati articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella nobile urbanità, la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le personalità, cosí d'ingiuria come lode (pag. 94).

Letteratura antica, cosí terrai vivo lo studio degli ottimi classici....; ma importa che lo stile del giornale.... non sia pedantesco né cattedratico (pag. 132).

Letteratura antica, la quale si consideri in grande e in opposizione eterna alla pedanteria, e si abbia per oggetto di farne conoscere lo spirito e non la grammatica.

Letteratura estera....

Letteratura estera... (pag. 96).

Letteratura italiana. — Dividi questo articolo in due specie, antica e contemporanea; comporrai l'antica di nuove osservazioni sul merito, i mezzi, il carattere, i tempi dei nostri migliori scrittori dal 1100 al 1800: ti procaccerai opuscoli inediti, che abbondano inosservati nelle biblioteche di Roma, di Firenze, di Venezia, di Milano, di Torino: le notizie, colle quali tu dovrai accompagnare la pubblicazione di quei Mss., ti apriranno adito a.... screditare molti pregiudizi tradizionali. All'epoca contemporanea assegnerai l'estratto de' libri degni di critica, pubblicati dal principio del secolo.

Letteratura antica italiana. — Non so che vi sia molto del buono sconosciuto nella nostra antica poesia; e solo rimarrebbe di far conoscere meglio alcuni degli Autori, e la loro vita, ed il loro carattere, e le circostanze che hanno influito sui loro scritti, (pag. 97) opuscoli inediti.... da estrarsi dalle Biblioteche d'Italia.... specialmente quando.... possano dare adito a rischiarare il giudizio, che spesso abbiamo formato cosí stravolto, delle cose nostre (pag. 94).

Letteratura italiana contemporanea cioè dal principio del secolo (pag. 97).

Scienze.... non toccar le scienze che abusano di cifre e di gergo, malagevole all'ingegno di chi vuol ammaestrarsi senza fatica. Alla tua opera periodica, dovendo essere nazionale, conviene la lingua elegantemente e intelligibilmente scritta dalla nazione. Tratterai di scienze soltanto dove la utilità del soggetto può combinarsi colla intelligenza e il diletto della maggior parte dei lettori (pag. 133).

Scienze naturali.... ci limiteremo a dar conto di quelle scoperte.... le quali potranno essere applicate utilmente alle manifatture e alle arti.... Ma soprattutto saremo solleciti di adoprar sempre un linguaggio piano ed universale, evitando quel gergo scientifico ed illiberale il quale.... impedisce che si propaghino le utili cognizioni.... Un giornale come il nostro deve essere, prima di tutto, opera popolare (pag. 103).

Opinioni. — Sotto questa modesta rubrica.... piglierai segnatamente di mira i costumi e i caratteri ridicoli non tanto degli individui, quanto delle classi della nazione. Ribatti il chiodo contro le abitudini pedantesche della educazione letteraria, e sulla riforma della educazione femminile.

“Non parlar mai dei costumi italiani direttamente.... Ma lanciar dei tratti di ridicolo, per esempio, sui cavalier serventi, e nominar con dispregio siffatte usanze o attaccarle di passaggio.... Ma siccome poi è necessaria in fatto una mutazione specialmente nei costumi delle donne..., cosí si cerchi di raccomandar dei libri i quali possano servire a loro di lettura piacevole ed istruttiva (p. 102).

Bibliografia. — Addenserai estratti e giudizî sommarj dei libri e delle traduzioni di minor rilievo; indizi e prezzo delle edizioni vendibili di opere sotto al torchio, di scritti recentemente preparati, intrapresi; Atti compendiati da Accademie; promozioni di Professori alle cattedre; nomi di studenti segnalatisi in una Università; viaggi accidenti e funerali di autori contemporanei; quadri, statue, incisioni e merito di artisti viventi. Lavori antichi di arte dissotterrati; musica, teatro, aneddoti ecc. (pag. 134).

“La Parte Bibliografica conterrà gli annunzi di libri nuovi, ed estratto sommario di alcuni. Le opere sotto il torchio italiane ed estere, ed anche i lavori grandi intrapresi da autori celebri; gli atti compendiati di Accademie.... Promozioni dei Professori, nomi degli studenti che si saran segnalati nelle scuole italiane. Viaggi, aneddoti di uomini celebri.... Necrologia accurata.... notizia degli scavi fatti.... poco di musica.... molto di teatri.... (pag. 104).

“Quest'opera periodica.... potrebbe essere intitolata: “Documenti di letteratura„ (pag. 135).

“Il Giornale sarà intitolato: Archivio di letteratura„ (pag. 95).

106. “Io, per me, penso sempre al giornale — scriveva al Ridolfi — ma se voi non mi aiuterete, non si farà davvero. Se negate di aiutarmi per mancanza di fiducia, ho io da dolermi di voi. Nel piano di esso già fatto e stabilito, è scritto: che voi dirigiate tutta quella parte la quale si vorrà dare alle scienze, della quale si determineranno fra noi i limiti e il metodo....„ Londra 3 dicembre 1819. — Lettera inedita, dovuta alla cortesia del marchese Carlo Ridolfi.

107. Tolgo questa notizia da una lettera che fa parte del Carteggio Vieusseux, conservato nella “Nazionale„ di Firenze.

108. Lettera del 25 marzo 1820. Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 29.

109. Lettera del 22, 1820, Epistolario cit., vol. I, pag. 50.

110. Epistolario cit. del Foscolo, vol. III, pag. 9.

111. Lettera del 21 marzo 1820, Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 57.

112. Lettera del 29 marzo 1820, Epistolario cit. del Foscolo, vol. III, pag. 8.

113. Lettera del 5 gennaio 1820, Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 48.

114. Lettera del dicembre 1819. Ricordi della vita ecc. di G. B. N. di A. Vannucci, vol. I, pag. 441.

115. Non avendo il testo inglese, cito la traduzione: L'Italie. — Paris, Dufart, 1821, vol. III, pag. 149.

116. Lettera del 12 maggio 1820; Epistolario cit. del Foscolo, vol. III, pag. 10.

117. Lettera dall'Olanda senza data. Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 73.

118. Lettera del 14 giugno 1820; Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 77.

119. Lettera del 19 settembre 1820; Epistolario cit. vol. I, pag. 87.

120. G. Marcotti, Cronache segrete della Polizia Toscana, Firenze, Barbéra, 1898, pag. 4.

121. G. Montanelli, Memorie sull'Italia. — Torino, Società edit., 1853, vol. I, pag. 106.

122. Rome, Naples, Florence. — Paris, Levy, 1872, pag. 222.

123. Questa frase fu, piú tardi, nel 13 dicembre del 1846, ricordata dal Giusti in un giornaletto, Notizie italiane, che pubblicavasi in Pisa. E l'articolo intero riporta il Montanelli in Memorie sull'Italia. — Torino, Società edit., 1853, vol. I, pag. 209.

124. Vedi come questo fatto descrivono il Colletta (Storia del Reame di Napoli. — Capolago, 1845, vol. IV, pag. 240), e G. La Cecilia (Memorie storico politiche dal 1829 al 1876. — Roma, Artero 1876, vol. I, pag. 41 e seg.).

125. Vedi il documento CVIII delle Memorie economico-politiche sulla Toscana di A. Zobi. — Firenze, 1860.

126. G. Capponi, Scritti editi e inediti. — Firenze, Barbéra, 1877. Ne' Ricordi, pag. 11.

127. Vedi la lettera del Giordani del 15 febbraio 1820, nell'Epistolario cit., del Leopardi vol. III, pag. 175.

128. Scritti editi e inediti cit., tomo II, pag. 106.

129. Vedi la lettera del Confalonieri, 15 marzo 1820. Epistolario cit. del Capponi, vol. V, pag. 223.

130. Vedi la lettera al Foscolo, 19 settembre 1820, Epistolario cit., vol. I, pag. 87.

131. Lettera del 27 luglio 1820, Epistolario cit., vol. V, pagine 204.

132. Lettera del 15 novembre 1820, Epistolario cit., vol. V. pag. 223 e seg.

133. Lettera dell'aprile del 1820, in Ricordi della vita ecc. di A. Vannucci, vol. I, pag. 445.

134. Lettera del 4 dicembre 1820, Londra; Epistolario cit. del Capponi, vol. V, pag. 232.

135. Lettera del 26 novembre 1820, Mantova; Epistolario cit., vol. V, pag. 230.

136. Lettera del 12 febbraio 1821, Epistolario cit., vol. V, pag. 251.

137. Lettera a C. Cantù, 21 dicembre 1875; Epistolario cit., vol. IV, pag. 442.

138. Antologia, tomo V, n. 13, gennaio 1822, Ai lettori l'editore, pag. IV.

139. N. Tommaséo, Di G. P. Vieusseux ecc. — Firenze, M. Cellini, 1864, pag. 16. Cito sempre questa edizione perché ha piú cose che mancano in quella del 1863.

140. Questa, e il Manifesto che cito piú sotto, trovansi uniti al primo volume dell'Antologia (copia del Vieusseux, conservata nella “Nazionale„ di Firenze); ed egli, di suo pugno, vi scrisse sotto il nome del Cioni. Il manifesto fu anche ripubblicato nella copertina del primo fascicolo.

141. Con lettera del 4 settembre 1820, Aurelio Puccini comunicava a' commissari di Santa Croce e Santa Maria Novella il permesso accordato al Vieusseux di pubblicare l'Antologia. (Archivio del Buon Governo 1820, filza 72, affare 3598).

142. Vedi appendice I (Documento inedito; trovasi tra le carte del Vieusseux, “Biblioteca Nazionale„, Firenze.)

143. Antologia, 1822 tomo V, n. 13, gennaio: Ai lettori l'editore, pag. IV.

144. Come il Vieusseux scrisse nella sua copia, con la lettera G. nascondevasi il dottore Giusti, co 'l P. Gaetano Cioni.

145. Dal Cioni stesso fu poco dopo pubblicata tradotta. Antologia, 1821, tomo I, n. 2, febbraio, pag. 161.

146. 1821, tomo I, n. 1, gennaio, pag. 13 e 31.

147. Pag. 78 e seg.

148. Pag. 129.

149. Pag. 50.

150. Pag. 58.

151. Pag. 96.

152. Pag. 70.

153. Pag. 140.

154. Pag. 110.

155. Antologia, 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. Agli associati e collaboratori, pag. II.

156. 1821, tomo XXI dalla pag. 439 alla 443 passim.

157. Tomo III, pag. 147 e 813.

158. Lettera del 12 aprile 1821; Epistolario cit., vol. I, pag. 99.

159. Lettera al Sismondi del 25 novembre 1819; A. Frènes opuscolo cit., pag. 25.

160. Antologia 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. Agli associati e collaboratori, pag. II.

161. 1821, tomo I, n. 2, febbraio, pag. 169.

162. Pag. 271.

163. Pag. 259.

164. Pag. 232.

165. Pag. 284.

166. Pag. 193.

167. Lettera del 4 marzo 1821. Epistolario cit. del Capponi, vol. IV, pag. 255.

168. Lettera del 13 novembre 1820. A. Frènes, opusc. cit., pag. 34 e seg.

169. 1821, tomo I, n. 3, marzo, pag. 821.

170. Pag. 380.

171. Pag. 384.

172. Pag. 385.

173. Pag. 471.

174. Avviso ai lettori, 1821, tomo II, n. 4, aprile, in principio.

175. 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 86; n. 8, agosto, pag. 327; n. 9, settembre, pag. 500; e tomo IV, n. 11, novembre, pag. 328.

176. Lettera del 22 settembre 1821; Epistolario cit., vol. I, pag. 126.

177. 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 40 — Le idee del Leoni combatteva poco dopo H. Franceschini, 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 123.

178. 1821 tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 381.

179. 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 66, e n. 11, novembre, pag. 201.

180. 1821, tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 438.

181. 1821, tomo II, n. 4, aprile, pag. 3.

182. 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 117.

183. Tomo cit., pag. 131.

184. 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 3.

185. 1821 tomo II, n. 6, giugno, pag. 416.

186. Lettera del 22 settembre 1821; Epistolario cit., vol. I, pag. 126.

187. 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 153.

188. 1821, tomo IV, n. 11, novembre, pag. 344. — Si noti che il Giornale Arcadico giudicava la Proposta del Monti libro “non solo de' piú dotti..., ma anche, in fatto di controversia, il piú gentilmente scritto„; agosto 1821, pag. 249.

189. 1821, tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 488; e 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 118.

190. Lettera inedita del 15 giugno 1821, Pisa; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

191. Lettera inedita del Vieusseux al Rosini, 8 giugno 1821. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

192. Lettera inedita di A. Vaccà al Vieusseux, 19 dicembre 1823, Pisa; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

193. Cosí gli scriveva il 1º dicembre 1821: “Le faccio sincero complimento di alcuni numeri della sua Antologia, e poiché ella sa che caro sovramodo mi è tuttociò che può contribuire al lustro ed all'istituzione Italiana, ella non potrà dubitare ch'io prenda un vivissimo interesse alla prosperità delle sue utilissime intraprese. Se esse per avventura non prosperassero, quanto esse e ella merita, non ad altra colpa è certamente d'ascriversi che all'avversità de' tempi e delle circostanze che affliggono questa nostra povera Italia. Alle medesime cagioni voglia attribuire la poca efficacia de' miei sforzi per propagare il di lei giornale in Lombardia„. Lettera inedita del Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

194. Lettera a L. Cicognara, Piacenza 15 gennaio 1822, Epistolario cit., vol. V. pag. 133.

195. Lettera del luglio 1822, Epistolario cit. del Capponi, vol. III, pag. 70.

196. Tomo X, pag. 647.

197. Tomo XIII, pag. 475.

198. Lettera inedita del 7 febbraio 1822; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

199. Lettera del 24 dicembre 1822. Epistolario cit. del Capponi, vol. V, pag. 286.

200. Lettera inedita del Vieusseux al Cioni, del 5 marzo 1822; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

201. Lettera del 23 luglio 1823, in A. Frènes, opusc. cit., pag. 38. (Tradotta dal francese).

202. Lettera inedita del 25 dicembre 1823; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. (Tradotta dal francese).

203. Lettera cit. al Sismondi del 23 luglio 1823; opusc. cit., pag. 39. (Tradotta dal francese).

204. Gli articoli suoi soleva firmare ora con la lettera D, ora con la lettera O, talvolta con la sigla Γ. Π.: quindi non appaiono sotto il suo nome nell'Indice che dell'Antologia fu fatto nel '63. Di lui mi piace ricordare questo epigramma che, poco tempo avanti morisse, mandava agli amici:

Ai miei benevoli.

Mi volgo indietro, e presso ai novant'anni

vedo che ancor finita

la favola non è della mia vita!

Soffrii sventure, affanni,

molestie, tirannie, frodi ed inganni,

con una cifra sol posti ad Uscita;

e ogni men tristo evento

posi ad Entrata, e valutai per cento.

Quindi al chiuder dei Conti,

dell'Uscita trovai maggior l'Entrata;

cosí vita viss'io sempre beata.

Il 1º di gennaio 1849.

Ne resta una copia, tra le carte numerose del Vieusseux, nella “Nazionale„ di Firenze.

205. Ne discorre in una lettera a G. Capponi (1827, tomo XXVI, n. 78, giugno, pag, 24), e in un'altra a M. Pieri (1828, tomo XXXI, n. 93, settembre, pag. 55).

206. Del quale l'Antologia fa parola: (1824, tomo XVI, n. 47, novembre, pag. 113).

207. Non pochi degli articoli suoi segnava con le iniziali A. B., né tutti l'Indice li ricorda sotto il suo nome.

208. Lettera inedita, Parigi, 1º maggio 1824; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

209. Lettera inedita; Venezia, ottobre 1825. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

210. Vedi Scritti di F. D. Guerrazzi. — Firenze, Le Monnier, 1847, pag. 255.

211. Suoi sono gli scritti (né l'Indice li ricorda) dal 1821 al 1827 compreso, segnati con la sigla L; gli altri, dal 1829 in poi, no: son d'altri, come a suo tempo vedremo.

212. Epistolario cit., vol. II, pag. 179. Lettera del 12 maggio 1816.

213. Non tutti nell'Indice compaiono gli scritti suoi, ch'egli talvolta segnava con la lettera N, tal altra con X. Vedi, in fondo al volume, la spiegazione delle sigle alla lettera X.

214. Lettera inedita; Milano, 26 aprile 1826; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

215. Prometteva tuttavia, qualche volta; non però che la promessa fatta mantenesse. Né su l'Antologia comparve in fatti il discorso, di cui al Vieusseux in questa lettera fa parola: “Il discorso ch'io recitai all'Accademia per debito di ufficio è cosa nata dall'occasione, e che meriterebbe di morire con essa. Ma poiché io ve lo promisi, e voi lo desiderate, lasciate che io tornato a Firenze lo faccia meno indegno della pubblica luce„. Tracolle, 10 ottobre 1828. (Lettera inedita del Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze).

216. Vedi la lettera a F. Torti, 8 ottobre 1825, in Vita e Ricordi di G. B. N., di A. Vannucci, vol. II, pag. 8 e seg.

217. Vedi la lettera al Leopardi, del 7 gennaio 1830; Epistolario cit., vol. III, pag. 272.

218. Talora gli scritti suoi segnava con le iniziali G. G., né tutti compaiono nell'Indice.

219. Vedi Antologia 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 124.

220. Pag. 167. — Erra il Tommaséo nell'affermare (Di G. P. Vieusseux ecc., ediz. cit., pag. 17) che alle scienze corporee il Vieusseux destinasse sin dal 1824 una rassegna.

221. Alcuni degli scritti suoi sono segnati con le iniziali C. R.; né questi si leggono sotto il suo nome nell'Indice.

222. 1824, tomo XIII, n. 38, febbraio, pag. 181.

223. 1829, tomo XXXVI, n. 106, ottobre, pag. 195.

224. 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 144.

225. Gli scritti suoi, specie se recensioni, segnava con la lettera Z, talvolta con le iniziali G. B. Z., né questi appaiono sotto il suo nome nell'Indice.

226. Piú assai che nell'Indice non appaiono sono gli scritti suoi, ch'egli segnava con la sigla A. R.; talvolta con R., tal altra con X. Vedi, in fondo al volume, la spiegazione delle sigle, alla lettera X.

227. 1821, tomo III, n. 9, settembre, pag. 533.

228. Alla versione d'Omero, a cui doveva unirsi la prosa promessa, ma non mandata, il Capponi premise un avvertimento. Vedi la lettera sua al Vieusseux del 12 settembre 1821; Epistolario cit., vol. I, pag. 128.

229. Epistolario cit., vol. I, pag. 143, lettera del 10 maggio 1822.

230. Epistolario cit., vol. I, pag. 155, lettera del 22 aprile 1823.

231. 1825, tomo XVII, marzo, n. 51, pag. 91.

232. Epistolario cit. del Foscolo, vol. I, pag. 8.

233. Non pochi degli scritti suoi, specie se recensioni, firmava con le iniziali U. L.; né sono ricordati nell'Indice.

234. Le prime cose firmò con lo pseudonimo di Ellenofilo e di Filogine: ma altre molte, non comprese nell'Indice sotto il suo nome, con le iniziali E. M., oppure con la lettera E.

235. Vedi, ad esempio, le lettere di A. Benci in A. Linaker, La vita e i tempi di E. Mayer. — Firenze, Barbéra, 1898, vol. I, pag. 28 e 43.

236. 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, Agli associati e collaboratori, pag. III.

237. 1822, tomo V, n. 13, gennaio, Ai lettori l'editore, pag. V e VI.

238. 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 17.

239. Nell'Indice dell'Antologia e negli Scritti editi e inediti, pochi compaiono degli articoli suoi, ch'egli soleva segnare ora con le iniziali G. C., ora con la lettera Y, alcune volte con X (ma quelli cosí segnati non son tutti suoi), cert'altre con l'asterisco “*„. Vedi in fondo al volume la spiegazione delle sigle, alla lettera X.

240. Molti degli articoli suoi firmava con le iniziali E. R., per cui non tutti sono ricordati nell'Indice.

241. 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 363. Alcuni degli articoli suoi numerosi segnava talvolta con le iniziali F. T. S., tal altra, F. S. T. Né l'Indice li ricorda.

242. 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 387. Il Tommaséo, che tocca di questo fatto (Di G. P. Vieusseux ecc., ediz. cit., pag. 33), lo altera, in vero, parecchio. Tra quelli che dubitarono dell'esattezza di quella cifra, fu il Montani, 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 24.

243. Dal febbraio del 1822. Gli articoli suoi segnava con le iniziali D. V.; talvolta con la lettera S. Né sono compresi nell'Indice sotto il suo nome. Vedi in fondo al volume la spiegazione delle sigle, alla lettera S.

244. Qualche articolo segnò con la lettera X. — Vedi, in fondo al volume, la spiegazione delle sigle alla lettera X.

245. 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 567.

246. “Vorrei — gli scriveva il dí 27 di gennaio del 1825 — vorrei che.... ogni cosa tua desse vigore ed onore all'Antologia, che è il miglior giornale d'Italia, senza paragone„. Epistolario cit. del Giordani, vol. V, pag. 376.

247. Lettera inedita da Vicenza, 8 dicembre 1822; Carteggio Vieusseux; “Nazionale„, Firenze.

248. Nuovo Ricoglitore, Milano 1826, n. 19 pag. 519. — Rendendo conto di un fascicolo dell'Antologia.

249. Di G P. Vieusseux ecc., ediz. cit., pag. 81.

250. Rispondendo al Vieusseux: “L'amico Leoni mi comunica il paragrafo della sua lettera, che mi riguarda. Mi piace la sua schiettezza, prova sicura di onestà; e le son grato per le sue favorevoli disposizioni. È giusto ch'ella conosca l'uomo prima d'impegnarsi con lui. Io non confido troppo che quest'uomo sarà il piú opportuno pel suo giornale; ma sono quasi certo ch'ella il troverà tale da volersene fare un amico. Intanto mi abbia per suo aff.mo servitore G. Montani.„ — Lettera inedita del 23 novembre 1821. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

251. 1822, tomo V, n. 14 febbraio, pag. 220. Erra, per vero, il Tommaséo nell'affermare (Di G. P. Vieusseux ecc., ediz. cit., pag. 48) che “cominciò nel 1824.... mandare a Firenze suoi scritti„.

252. Frammenti sull'Italia nel 1822 e progetto di confederazione, “Galileiana„, Firenze, 1848, pag. 4.

253. Memorie inedite, “Riccardiana„, tomo IV, 27 marzo 1824.

254. 1823, tomo IX, n. 25, gennaio, pag. 73; a proposito dell'Ildegonda del Grossi.

255. 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 121.

256. 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 91. — E altrove (1826, tomo XXIII, n. 67 luglio, pag. 4) lo chiama “l'Achille ed il Rinaldo de' romantici„.

257. Vita scritta da lui medesimo. — Firenze, le Monnier, 1850, vol. II, pag. 20.

258. Il Niccolini diceva (lettera a F. Torti, del 27 agosto 1825, in Vita e Ricordi di G. B. N. di A. Vannucci, vol. II, pag. 7) ch'egli era “la colonna dell'Antologia„.

259. Atto Vannucci le raccolse in Memorie di G. M. — Capolago, 1843, pag. 145. Altre ne aggiunse il De Gubernatis in Nuova Antologia, tomo XXII, 15 luglio 1880.

260. 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 143.

261. 1826, tomo XXXIII, n. 68, agosto, pag. 105.

262. Quello su 'l Carattaco, tragedia del Mason, 1824, tomo XIV, n. 41, maggio, pag. 49.

263. Memorie inedite; “Riccardiana„, tomo IV, 16 giugno 1824.

264. Memorie inedite; “Riccardiana„, tomo I, Roma, 3 ottobre 1811.

265. Voleva egli che lasciasse “quell'enigma di M„, e si facesse conoscere. Mi duole avere dimenticato il luogo dove il Giordani lo dice. Si noti che il nome del Montani non è nell'Indice neppur rammentato.

266. Lettera al Vieusseux del 16 febbraio 1829; Epistolario cit., vol. II, pag. 354.

267. Lettera del 12 aprile 1829; Epistolario cit., vol. II, pag. 364.

268. Paris, 22 Juillet 1830. Lettera inedita tra le carte del Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. (Tradotta dal francese).

269. Al Vieusseux, Août 1826. Lettera inedita del Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. (Tradotta dal francese).

270. Molti de' suoi scritti segnava con le iniziali T. T.; né tutti sono ricordati nell'Indice.

271. Gli articoli suoi soscriveva Filandro; una volta, Il cieco Patrizio. Nell'Indice però non appaiono sotto il suo nome.

272. 1821, tomo II, n. 4 aprile, pag. 64. Errano i compilatori dell'Indice che, senza leggere l'articolo, dissero quella scuola instituita “dal sig. Ferdinando del Rosso„. (Vedi nell'Indice sotto Benci alla pag. 21).

273. Sono suoi quelli scritti che portano le lettere A. G. C. Né tutti l'Indice li ricorda.

274. Incominciò nel settembre del 1822, tomo VII, n. 21, pag. 469. Ma quell'opera, già tutta pensata, non ebbe compimento da lui, che la morte colse di soli 37 anni. È però da notare che il primo suo scritto è su le tragedie della Palli. 1822, tomo V, n. 15 marzo, pag. 484.

275. 1822, tomo VIII, n. 22 ottobre, pag. 183.

276. Gli articoli suoi segnava con le iniziali O. T. T. né appaiono nell'Indice.

277. Vedi la Prefazione di L. Fornaciari alle Olimpiche ecc. di Pindaro, tradotte da C. Lucchesini. — Lucca, Bertini, 1826, pag. 7.

278. Nel maggio del 1825 al prof. Baraldi scriveva: “L'Antologia da qualche tempo non mi piace per le massime antireligiose e antipolitiche che vi sono. È qualche tempo che ne sono disgustato„. Lettera riportata dalla Voce della Verità, n. 591, 16 maggio 1835, nota 10.

279. 1822, tomo VIII, n. 23 novembre, pag. 351.

280. Molte delle cose sue segnava con le iniziali S. C.; una volta firmò, fingendosi straniero. Uno (sic) vostro associato. Né tutti sono gli scritti suoi ricordati nell'Indice.

281. 1822, tomo VIII, n. 22 ottobre, pag. 169.

282. 1823, tomo IX, n. 27 marzo, pag. 125. L'articolo è segnato D. P. E il Vieusseux, nell'esemplare dell'Antologia che conservasi nella “Nazionale„, di suo pugno vi scrisse il nome di lui. Nel giornale però non appare altra volta.

283. Questo particolare racconta il Tommaséo in G. P. Vieusseux ecc., ediz, cit., pag. 50.

284. La figlia di Curzio Picchena. — Milano, Sonzogno, 1874, pag. 63.

285. Revue des deux mondes, tomo II, deuxième série, pag. 353.

286. Molti degli articoli suoi segnava con le iniziali G. R. P. Né tutti appaiono sotto il suo nome nell'Indice. Il primo suo scritto è del marzo.

287. Gli articoli suoi segnava con le iniziali E. B.; tal altra Em. B.; né tutti sono ricordati nell'Indice.

288. Il primo suo scritto è dell'aprile.

289. La prima volta, nel febbraio del '23, trattò degli Indiani d'America, e firmò co 'l suo nome; la seconda, in una lettera al Vieusseux discorre dell'insegnamento pubblico in Parigi. E porta questa sigla: ****** (1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 173).

290. 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 118. — A questo aneddoto accenna, mutandolo un po', anche il Tommaséo (Di G. P. Vieusseux, ediz cit., pag. 105) ma non cita l'Antologia.

291. Gli articoli suoi firmava talvolta V. A.; tal altra T. Q. Z.: né tutti sono ricordati nell'Indice.

292. 1823, tomo X, n. 29 maggio, pag. 117.

293. Dal giugno.

294. Dal luglio.

295. 1822, tomo V, n. 13 gennaio; Ai lettori l'editore, pag. v.

296. Gli articoli suoi firmava con le iniziali P. C. né tutti l'Indice li ricorda.

297. 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag. 57. — Per il Trattato sul sistema livellare, secondo la legislazione e giurisprudenza Toscana.

298. Gli articoli suoi, che dal marzo del 1824 rincontransi numerosi, sono tutti segnati con la sigla A. Ma nell'Indice uno solo ne appare, che fu sottoscritto da lui co 'l suo nome.

299. 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 147, e numeri seguenti. E questo è il primo scritto di lui.

300. 1826, tomo XXIV, n. 71 e 72, novembre e dicembre, pag. 17.

301. 1832, tomo XLVI, n. 136, aprile, pag. 32.

302. Memorie inedite, “Riccardiana„, tomo IV, 22 agosto 1823.

303. Memorie cit., tomo IV, 28 agosto 1823.

304. Memorie cit., tomo IV, 6 settembre 1823.

305. Lettera inedita, Parigi, 14 febbraio. (Manca l'anno, ma è certo del 1824, non del 1823, come suppose chi le ordinò. L'articolo del Pieri è infatti del 1824; ed essendo questi venuto in Firenze nell'agosto del 1823, il Lampredi non poteva in suo nome farlo salutare dal Vieusseux nel febbraio). Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

306. 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 19. Piú assai che nell'Indice non appaiano sono gli scritti del Pieri, ch'egli segnava con le iniziali M. P.

307. Memorie cit., tomo IV, 19 ottobre 1823.

308. 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 1.

309. Vedi le Lettere di illustri Italiani a Mario Pieri, raccolte da D. Montuori. — Firenze, Le Monnier, 1863, pag. 150 e 257.

310. Vita scritta da lui medesimo. — Firenze, Le Monnier, 1850, vol. II, pag. 49.

311. Da lettera inedita del Capponi al Tommaséo, del 1854; tra quelle alla cui pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo co 'l mio aiuto modesto.

312. Lettera del 4 agosto 1824; Epistolario cit. del Giordani, vol. V, pag. 278.

313. Lettera del 6 giugno 1824; Epistolario cit., vol. V, pag. 263.

314. Lettera del 26 luglio 1824; Epistolario cit., vol. V, pag. 275.

315. Lettera del 12 dicembre 1824; Epistolario cit., vol. V, pag. 369.

316. 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 91, 92.

317. Non so con che prove il Piergili afferma (Epistolario del Leopardi, vol. III, pag. 279) che il Giordani avrebbe voluto “molestarlo, e anche cacciarlo in bando„. A me, quand'anche il Niccolini non dicesse (Lettera dell'8 ottobre 1825, in Vita e Ricordi di G. B. N. ecc., vol. II pag. 8) ch'egli era “legato d'amicizia grandissima col direttore„, basterebbero per mostrarmi il contrario le lettere di lui, anche dopo l'esilio, affettuosissime.

318. Lettera del 16 dicembre 1824; Epistolario cit., vol. V, pag. 371.

319. Lettera del 22 ottobre 1825; F. Orlando, Carteggi Italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, 1892, serie 1ª, vol. II, pag. 116.

320. Lettera del 22 ottobre 1824. In Ricordi di M. Bufalini pubblicati da F. Mariotti. — Firenze, Successori Le Monnier, 1875, pag. 509.

321. 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio, pag. V.

322. “Niun nome — egli scrisse (Vita letteraria del cav. Compagnoni scritta da lui medesimo. — Milano, A. F. Stella, 1834, pag. 47) — parmi avere le Lettere di tre Faentini a Pietro Giordani su quella sua matta idea dell'uomo letterato, che diretta al Marchese Capponi fu dal signor Vieusseux premessa per capo d'anno ad uno de' suoi quaderni dell'Antologia fiorentina. Mirabil cosa! tutti quegli sciolotti, i quali scrivevano nel giornale del sig. Vieusseux, si fecero solleciti a confortare quel buon uomo contra le Lettere Faentine, come se fossero state una mazzata caduta sul loro caporione„.

323. Nuovo Ricoglitore, n. 13, gennaio, 1826, pag. 22 e seg. — Contro il Giordani scrisse un Discorso anche Jacopo Landoni. — Pesaro, Nobili, 1825. — Del Bianchetti, che al Giordani nell'Antologia contradisse, dirò altrove.

324. 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 147.

325. Lettera inedita al Tommaséo: senza data, ed è unita con la lettera del Tommaséo del 29 aprile 1826; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

326. Nella Lettera cit. al Capponi, pag. XV.

327. Lettera del 29 gennaio 1829; Lettere di F. D. Guerrazzi per cura di F. Martini. — Torino, Roux, 1891, pag. 16.

328. “.... Uno scrittore magistrale siccome egli è, debbe servire ai tempi e malgrado la loro perversità vincere gli ostacoli, farsi intendere, ché ciò si ottiene alla barba di tutti i censori di questo mondo. E di qualche cosa detta con finezza di accorgimento, piú che con veemenza di scrittore, gli sarà fatto piú merito che non crede, poiché li contemporanei sanno di che si tratta, e la posterità conoscerà per certo l'indole de' tempi e la condizione degli scrittori. Perché dunque privar noi di leggere un articolo stupendo, che onora l'arte l'artista e l'autore, per lo sdegno che lo irrita contro lo spigolismo d'una censura?....„. Venezia, 3 novembre 1832, Lettera inedita; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

329. Lettera del 4 novembre 1832, in Lettere di illustri Italiani ad A. Papadopoli, scelte e annotate da G. Gozzi — Venezia, Antonelli, 1886, pag. 129.

330. Parma, 23 ottobre 1832; F. Orlando, Carteggi Italiani inediti o rari, serie 1ª, vol. IV, pagg. 59, 60.

331. Il suo primo scritto è del gennaio del 1825; e gli articoli suoi segnava con le lettere Gl. C., come quello, ad esempio, su le carte topografiche del generale Haxo. (1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag. 192). Discorre di agraria e, tra l'altre cose, degl'Italiani morti in Ispagna, opera del maggiore Camillo Vacani.

332. Gli articoli suoi numerosi segnava con le iniziali G. P. Si noti che il nome di lui non una volta compare nell'Indice.

333. 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 129.

334. Dal novembre del 1826.

335. Lettera del 25 dicembre 1827; Epistolario cit., vol. VI, pag. 14.

336. 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 29.

337. 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 97.

338. 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 57.

339. Di G. P. Vieusseux ecc., ediz. cit., pag. 35 e 39.

340. Memorie autografe di un ribelle. — Milano, N. Battezzati, 1873, pag. 123.

341. Scrivendogli: “Non vogliate ascrivere ad ingratitudine o inciviltà il rinvio del biglietto di associazione, da voi generosamente favoritomi, e che troverete qui incluso. È ne' miei principj di nulla volere o prendere di tutto ciò che non mi si deve. Mi martorierebbe inoltre il pensiero d'essere io il solo ad entrar gratis in un luogo, ove altri non entra che mediante la giusta e debita retribuzione a chi fondò e sorregge un utilissimo e piacevolissimo istituto„. Lettera inedita del 20 dicembre 1826; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

342. Queste parole nobilissime scriveva il Pepe in un articolo intitolato: Relazione di un viaggio fatto nell'Apruzzo Citeriore dal Cavalier M. Tenore; articolo che doveva comparire nel fascicolo del novembre del 1832 alla pag. 57, e poi fu soppresso dalla Censura, benché in fondo al volume fosse stato annunciato. Si conserva nella “Nazionale„, tra le carte del Vieusseux, con le inconcepibili castrazioni fattevi dal censore. Anche altrove però il Pepe diceva (1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 129): “dei patiti sudori e perigli non rimasero se non cicatrici con legato di sventure e miserie iniquissime„.

343. Gli articoli suoi segnava ora V. S., ora V. S. M.; talvolta S. Né tutti l'Indice li ricorda. Il primo suo scritto importante è del novembre del 1824, su la libera difesa degli accusati. Ma su lo stesso argomento aveva già scritto brevemente nel giugno, annunciando l'opera del Dupin. Vedi in fondo al volume la spiegazione delle sigle, alla lettera S.

344. 1829, tomo XXXIX, n. 100, aprile, pag. 64.

345. Lettera inedita a G. P. Vieusseux del 28 novembre 1825. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

346. Lettera inedita a G. P. Vieusseux, del 28 marzo 1825. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

347. 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 135.

348. 1825, tomo XX, n. 59, novembre, pag. 75.

349. Lettera al Friddani del 2 ottobre 1825, in Lettere inedite di C. Botta pubblicate da Caterina Magini. — Firenze, Le Monnier, 1900, pag. 66.

350. Questa lettera fu con tali mutilazioni pubblicata dalla Magini (op. cit., pag. 68) che non sarà discaro al lettore conoscerla qui per intero. “Firenze, 20 ottobre 1825. — Io vi ringrazio, mio caro Libri, della comunicazione fattami della lettera del sig. Botta al sig. Friddani. Con mio sommo piacere sento ch'egli acconsente di scrivere qualche articolo per l'Antologia. Giuste, giustissime sono le osservazioni del sig. Botta, riguardo alle condizioni da stabilirsi: ma egli mi fa torto supponendo che mi potesse venire in mente di aggiungere, o di levare, senza la sua approvazione, qualche cosa dai suoi scritti. Io so quali sono i riguardi dovuti ad uno scrittore come il sig. Botta; che se accadesse, ciò che non credo probabile, che una qualunque siasi proposizione mi sembrasse poco idonea all'indole ed alle condizioni del giornale, gli parteciperei direttamente i miei dubbi, ma sicuramente non mi arbitrerei, né ricorrerei ad altro giudicio che al suo. Ma qui non posso fare a meno di rilevare un passo della lettera del sig. Botta. Egli dice che gli pare che l'Antologia vada per certe attorterie e servilità forestiere.... e che le sue (del sig. Botta) opinioni faran mal suono agli autori dell'Antologia. Mi rincresce che il sig. Botta abbia quest'opinione, e voglio lusingarmi che s'egli mi conoscesse meglio, e s'egli sapesse quanto sudo e fatico per rendere l'Antologia degna del secolo, quanto è possibile di esserlo a giornale presentemente in Italia, egli penserebbe diversamente. Voi, mio caro Libri, che sapete quali sono i miei sentimenti, quanto poco temo di manifestarli, quanto ho l'animo indipendente, quanto io ami l'Italia, mi potete rendere la dovuta giustizia. Noi siamo, è vero, in Toscana, in questa beata Terra, questa Oasis ove molto si concede allo spirito ed ai bisogni del secolo! ma nondimeno siamo sottoposti ad una censura, ci troviamo tra il feu croisé di Milano e di Roma; tra il giornale ecclesiastico di Roma e il non meno ultra-fanatico l'Amico d'Italia, che si pubblica in Torino;.... e questa censura, piú per prudenza che per tutt'altro motivo, deve sé malgrado frequentemente rigettare o castrare. L'Antologia ha dunque alcune volte dovuto tacere o non dire tutto il suo pensiero; ma parlare contro le proprie dottrine, mai; a questa censura ho dovuto promettere, s'intende, di non stampare ciò che viene da essa rigettato; ma gli ho dichiarato nel tempo medesimo che mai e poi mai nessuna potenza al mondo potrebbe farmi inserire nell'Antologia cose contrarie alle dottrine ch'io tengo ad onore di professare, dottrine conformi ai lumi ed ai bisogni del secolo, ed in particolare modo ai bisogni dell'Italia. Questa dichiarazione, ch'io amo di qui ripetere, basterà, lo spero, al sig. Botta per fargli capire quale fu ed è il mio divisamento, e ciò che io aspetto da lui per il maggior lustro dell'Antologia; ma d'altronde quale il freno ch'egli medesimo dovrà imporre in certe occasioni al giusto e nobile suo sdegno. Il discorso del nostro Niccolini, che viene inserito nel fascicolo di ottobre, gli darà la misura dei limiti ove possiamo giungere, e di quelli che non possiamo azzardare di oltrepassare.

“La Storia d'Italia v. g. meritava nell'Antologia uno o piú articoli. Ma tale era l'argomento, che le lodi o le critiche che fossero state fatte, partite da penna veramente italiana, certamente non sarebbero passate alla censura. E poiché l'Antologia non avrebbe potuto parlare dignitosamente e risolutamente del libro del sig. Botta, era meglio tacere: ho avuto piú volte occasione di dirlo al censore.

“Del resto voi potete asserire al sig. Botta che se il non essere né dotto, né letterato, mi mette nel caso di dovere frequentemente ricorrere all'assistenza di chi in tante materie ne sa piú di me; io non mi lascio però influenzare da nessuno, e che, in ultima analisi, io solo dirigo il mio giornale.

“Venghiamo ora a ciò che concerne la ricompensa. Il sig. Botta conosce lo stato della misera Italia riguardo al commercio letterario. L'Italia non è la Francia, e ancor meno l'Inghilterra. Offrendogli 60 franchi per ogni foglio di 16 pagine dell'Antologia, carattere garamone, offro piú di quello che non ho mai dato a nessuno; e quando egli saprà che ancora non copro le mie spese, non troverà meschina la mia proposizione„.

351. Su questo ritornerò altrove, parlando della censura in Toscana.

352. 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 73.

353. 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 147.

354. 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 42.

355. Epistolario cit. del Leopardi, vol. III, pag. 200.

356. Lettera del 5 gennaio 1824; Epistolario cit., vol. I, pag. 489. — Altri penserà forse ch'io troppo, in proporzione di quello che diede all'Antologia, discorro del Leopardi (che il Tommaséo nell'edizione del 1863 dell'opera sua non ricorda neppure, e in quella del 1864 rammenta (pag. 135) a proposito de' pirati Barbareschi): a me discorrere di lui con certa ampiezza pare opportuno, e perché tocco di alcuni desiderî del Vieusseux riguardanti il giornale, e perché il Leopardi e vicino e lontano sempre guardò con piacere allo svolgersi dell'Antologia.

357. Lettera del 15 gennaio 1824; Epistolario cit. del Leopardi, vol. III, pag. 233.

358. Lettera del 2 febbraio 1824; Epistolario cit., vol. I, pag. 496.

359. M. Tabarrini, in Gino Capponi ecc. — Firenze, Barbéra, 1879, pag. 144.

360. Nuovo Ricoglitore. — Milano 1826, n. 19, pag. 519. — Non trovo da altri ricordato questo giudizio, notabile perché fu il primo espresso pubblicamente.

361. Al Brighenti scriveva: “.... Di che si tratta infine? di mettere in ridicolo le nostre coglionerie, di sferzare i nostri vizi, di avvilire i cattivi, d'incoraggiare i buoni, di stimolare tutti, e sempre con energia ed urbanità, con coraggio e con spirito conciliante, con fermezza e dolcezza tutto ad un tempo. Leopardi, piú grave, piú austero, piú misantropo di voi, potrebbe prendersela coll'egoismo e la immoralità, col fanatismo e l'irreligione, coi nostri sistemi di educazione pubblica e privata, coll'assenza assoluta di vincoli domestici, colla depravazione delle donne, colla mancanza di tutto ciò che piú costituisce il vero cittadino. Voi piú lepido, piú epigrammatico, piú focoso, vi attacchereste ai ridicoli, all'avarizia, al sonettino, all'arcadico, al furfante, al zerbinotto, al pedante, al trecentista. Leopardi sarebbe il vero solitario dell'Appennino, voi l'osservatore cittadino. Le vostre cose riunite formerebbero lo Spettatore italiano. L'Eremita vi risponderebbe. Piú ci penso, piú mi sembra che questi articoli farebbero molto bene al pubblico ed al giornale. Ciascuno di voi mi darebbe un articolo per trimestre, di maniera che in ogni fascicolo ne verrebbe uno che richiamerebbe il precedente e farebbe aspettare con impazienza i seguenti. E chi sa se da Napoli, da Roma, Milano, Genova, Torino, Venezia, non verrebbero fuori altri Osservatori morali. L'Orioli, purché volesse smorzare la sua qualche volta troppo pungente penna, sarebbe ottimo per il nostro proposito — . Ma rammentiamoci tutti che per giovare e farci dar retta, conviene scansare ogni personalità, esser sempre urbani, imparziali, giusti, e scrivere in coscienza.

“Ben inteso però che la morale non vi farebbe perder di vista l'industria tipografica libraria, la proprietà letteraria, la ristampa, e la fiera progettata nel centro dell'Italia....„. 15 aprile 1826, Lettera inedita; Carteggio Vieusseux cit., “Nazionale„, Firenze.

362. Lettera del 1º marzo 1826; Epistolario cit. del Leopardi, vol. III, 239.

363. Lettera del 4 marzo 1826. Epistolario cit., vol. II, pag. 106.

364. Lettera del 16 febbraio 1829. Epistolario cit., vol. II, pag. 355.

365. Lettera del 4 marzo 1826. Epistolario cit., vol. II, pag. 105.

366. Su 'l San Benedetto, poema di A. M. Ricci; pag. 71.

367. Lettera inedita, Rovereto, 24 febbraio 1826 (della quale una frase trascrissi nel mio volume La critica, l'arte, ecc. di N. T. — Firenze, Seeber, 1901, pag. 96; ma una parola vi mutai per distrazione). Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. — Non sembri errato confrontando la lettera del febbraio e il fascicolo del gennaio, il dire “aveva raccomandato„: quando il Tommaséo scriveva, non ancora era stampato il fascicolo del gennaio.

368. Ma altri articoli soscriveva talvolta N. J., tal'altra N. T., tal'altra T. Egli stesso affermò (Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 113): “Sottoscrivevo alle cose mie K. X. Y. ma talvolta.... altri segni, o segno nessuno: onde non può essere, quanto a me, esatto in tutto l'Indice....„.

369. Memorie poetiche e poesie. — Venezia, Gondoliere, 1838, pag. 46.

370. Lettera del 10 settembre 1825. Pubblicata da A. Bertoldi in Rassegna Nazionale, 1901.

371. Lettera inedita, Rovereto, 24 febbraio 1826; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

372. Con questi patti: L. 30 al mese per aiutare al Vieusseux nel correggere le bozze dell'Antologia: L. 50 per le riviste: L. 40 per articoli originali; uno al mese.

373. Memorie poetiche, ecc., pag. 183.

374. Lettera del 1º settembre 1829 al Leopardi; Epistolario cit., vol. III, pag. 264.

375. Lettera inedita, Pisa, 13 dicembre 1827; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

376. 1826, tomo XXIII, n. 67 luglio, pag. 22.

377. Memorie inedite, “Riccardiana„, tomo V, 4 ottobre 1828.

378. Memorie inedite cit., “Riccardiana„, tomo V, 19 febbraio, 1833.

379. Con che gusto il Tommaséo dovette una volta far credere al Pieri ch'egli fosse per esser convertito da lui al classicismo! Perché il Pieri racconta (Memorie inedite cit., tomo V, 9 luglio 1830): “Ho tentato di convenirlo sul classicismo e sul romanticismo, e su i danni che può recare quest'ultimo alla inesperta e incauta gioventú; ma in quello ch'egli veniva consentendo alle mie proposizioni, è venuto il Valeriani a interrompermi„.

380. Lettera inedita, Milano, 6 novembre, 1825; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

381. È curioso il modo con che il Tommaséo, fingendo giudicare altrui, giudicava sé stesso nel rendere conto di un fascicolo dell'Antologia: “No, cosí non si scrive, mio caro K. X. Y. Piú naturalezza ci vuole: ve l'hanno detto anche altri uomini che ne sapevano piú di me, e sia detto con vostra permissione, anche un po' piú di voi. Naturalezza, signor K. X. Y. Il numero, l'eleganza, la forza, la rapidità sono belle parole, ma la naturalezza è qualcosa di piú„. (Nuovo Ricoglitore, Milano, n. 20, agosto 1826 pag. 578).

382. Lettera inedita, senza data, ma non di molto posteriore alla venuta del Tommaséo in Firenze; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. (È scritta in francese).

383. Lettera inedita, Pisa, 25 novembre 1825; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. Cosí gli scriveva: “Farò ogni mio sforzo possibile, tra le occupazioni mie, che poche non sono, di sodisfare al suo desiderio di qualche articolo per l'Antologia. Ma converrebbe che ella mi dicesse su che vorrebbe esser servita. Io ho tarda notizia de' libri che compariscono. Se ella mi dà qualche cenno, la servirò come so e posso....„.

384. Lettera inedita, Pisa, 2 gennaio 1826; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.

385. Lettera inedita, Pisa, 3 gennaio 1826 (Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze). Cosí gli rispose: “Lo scopo dell'Antologia non deve esser tanto quello di far risaltare qualche difetto di un libro, quanto di far conoscere, meglio che non lo siano state fino adesso, quelle verità che da molti sostenitori dell'oscurantismo e dell'assolutismo vorrebbero esser tenute occulte; e certo è che l'opera del De Staël è molto interessante per chi desidera di meglio conoscere quella macchina maravigliosa di cui l'Inghilterra va superba, e con ragione, ad onta di tanti difetti. Del resto, se le lettere del signor Staël abondano di anfibologie e di contradizioni, giustizia vuole che chi ragiona di esse ne faccia avvertito il pubblico ed il signor Staël medesimo. Non ho bisogno di dirle, stimatissimo signor professore, che il signor Staël, essendo uno scrittore stimatissimo per le sue ottime intenzioni, il suo amore del vero, l'indipendenza del suo carattere ed i suoi principî liberali, egli meriti tutti i riguardi dell'Antologia e di chi si trova costretto di criticarlo. Tenutissimo le sono poi per la gentilezza usatami nello scrivermi la di lei lettera di ieri. Superflua era questa precauzione: quando mi prendo e mi prenderò la libertà di chiederle un articolo per l'Antologia, non intenderò mai che per motivi particolari ella debba non dire tutta la sua opinione. Giustizia, imparzialità, libertà, ecco la mia divisa; ma se nell'interesse de' principî ch'io tengo ad onore e a dovere di far sostenere e difendere, conviene di dare a uno scritto e ad una critica una certa direzione, confido troppo ne' suoi lumi e nella sua sagacità, per non essere perfettamente tranquillo a questo riguardo„.

386. 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 1.

387. 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 64.