The Project Gutenberg eBook of La figlia d'un ghibellino vol. 1/2

This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: La figlia d'un ghibellino vol. 1/2

Romanzo storico risguardante Milano al cominciare del secolo XV

Author: Giovanni Campiglio


Release date: April 8, 2026 [eBook #78396]

Language: Italian

Original publication: Milano: Gaspare Truffi, 1830

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78396

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FIGLIA D'UN GHIBELLINO VOL. 1/2 ***

LA FIGLIA D’UN GHIBELLINO VOLUME I


Il trovatore cominciò un preludio sul suo strumento e poscia con una voce soavissima la sua dolente istoria si die’ a cantare.Vol. I Cap. IX

LA FIGLIA
D’UN
GHIBELLINO

ROMANZO STORICO

RISGUARDANTE MILANO
AL COMINCIARE DEL SECOLO XV

DI

GIOVANNI CAMPIGLIO

VOLUME I

Milano
PER GASPARE TRUFFI
Cont.ª del Cappuccio N.º 5433
M.DCCC.XXX


INDICE


[iii]

L’AUTORE A CHI LEGGE

Che che ne dicano in contrario alcuni, che non vedono sulla terra se non se la ristretta classe de’ scienziati, dediti a’ studi astrusi, e qualche volta inutili, i Romanzi, le Commedie, i Drammi, le Novelle, tutte queste composizioni leggiere della letteratura sono preziose in un tempo [iv] in cui una popolazione laboriosa il più delle volte non prende un libro in mano che per ricrearsi da fatiche già troppo lungamente sostenute. Quindi un libro che in sè non ha che il merito di ricreare, è utile perchè procura sollievo a classi stimabilissime della società. Mancano forse libri pei letterati? Entrino in alcuna delle nostre Biblioteche: la copia prodigiosa delle opere ivi ammassate spaventa ogni più laborioso indagatore fra d’essi. Ma libri che veramente ricreino lo spirito, occupandolo leggermente e recandogli piacevoli sensazioni, sono pochi; tanto più se escludere da essi si vogliano tutti quelli che portano seco alcun principio di veleno! L’Italia ricorre oggidì avidamente alle scozzesi fonti per gustare di questo diletto; ma queste fonti non sono sempre le più pure, se abbiasi [v] riguardo alla diversa condizione dei Culti‍[1].

Che se al diletto si unisca alcuna istruzione, se lo spettacolo che presentasi al lettore non è senza frutto, sia per la morale di che è condita l’azione, sia per la erudizione storica e la fedeltà del quadro che si prende a rappresentare, crescerà senza dubbio [vi] il merito di siffatto genere di utili componimenti: e veramente è a desiderarsi, che fino al maggior punto possibile al diletto l’utile sia congiunto‍[2]. In questo caso chi potrà disprezzare il Romanzo, che sarebbe appunto una medicina riposta in un vase di cui gli orli vennero cospersi di mele? Poichè non so chi potrebbe tacciar di futile un libro che una sola ottima massima validamente persuadesse.

Ma, per venire alla conclusione, eccoti, Lettore benevolo, un nuovo Romanzo. Esso avrà i suoi difetti; ma ciò non isgomenta l’autore, che [vii] spera far anche meglio in nuovi lavori. D’altra parte, anche

Il ministro maggior della natura

non è senza le sue macchie, e quindi quale ridicola pretensione esigere un’opera senza difetti da un giovine del tutto nuovo in letteratura, e che inoltre non intende cavalcare il Pegaso per andare a rompersi il collo sulle più alte vette dell’Elicona? — Se nella lettura dell’operetta che io ti presento, amico Lettore, tu passerai piacevolmente due ore, perchè non mi perdonerai se qualche altra avrai spesa con essa meno piacevolmente? È forse la noia così estranea al mondo che non trovisi, in piccola dose almeno, talora anche nelle stanze dell’uomo più laborioso? In ogni modo mi saranno, io spero, più indulgenti quelle classi che, per essere più agiate, più sono soggette a [viii] questo male: e forse mi sarà più propizio quell’amabil sesso, le cui fibre più dilicate, i cui nervi più sensitivi, fanno sì che più atto sia a sentire anche le meno forti commozioni. Ora, se anche questo solo scopo io raggiungessi, perchè non sarò pago?


[1]

CAPITOLO I. LE ANTICHE MEMORIE

Sugli estremi confini della antica Martesana, terra non ignobile nella storia Milanese per le ricordanze di antichissime città che ivi sorgevano, e di cui già da tanti secoli più non rimane che il nome; terra in cui visse un popolo guerriero che prese più volte parte alle fazioni che desolarono la nostra cara patria; terra finalmente che quel paese racchiude sì delizioso che la meraviglia forma dello straniero, e le delizie del nazionale, voglio dire l’impareggiabile Brianza; sugli estremi confini della antica Martesana giace il fertile territorio detto il [2] Piano d’Erba, di cui è capo luogo il borgo ragguardevole dello stesso nome.

Celebri sono questi ed i vicini luoghi per grandi fatti nella storia Milanese. Qui Federico I, quel barbaro distruttore della città nostra con una grande caterva di popoli nostri vicini, avidi di portare coi loro ferri ferite a chi nemici chiamavano ed eran loro fratelli, qui Federico accorreva nella state dell’anno 1160 in soccorso del castello di Carcano in cui teneva sua guarnigione, tutto speranzoso di mettere in fuga i Milanesi che quello aveano cinto d’assedio. Ma in questi luoghi l’orgogliosa possanza di quel superbo monarca venne fiaccata dall’eroico coraggio de’ nostri concittadini. Ben egli combattendo ferocemente aveva disordinate le schiere a lui opposte, era giunto al Carroccio portante il sacro vessillo della città, l’aveva abbattuto, e certo tenevasi della vittoria; ma d’altra parte le restanti sue genti erano state fugate; ed egli, pure dovette mostrar le spalle a coloro che già vinti e dispersi irreparabilmente reputava. E perchè fosse compiuto il nostro trionfo, il giorno appresso furono da noi sconfitti all’Acqua Nera i Lodigiani e i Cremonesi, che viveri conducevano al campo imperiale. Nei quali nobili fatti le popolazioni di Erba, di Bucinigo, di [3] Parravicino avendo presa attiva parte in favore de’ vincitori, egli è perciò che riconoscente in appresso la Repubblica loro concesse molte esenzioni e privilegi che non poco contribuirono a far fiorire quelle regioni.

Quindi è che assai di buon ora questi paesi presentavano quell’incantevole aspetto che, ove natura con sue ridenti bellezze all’industria si unisce, non manca mai di rallegrare gli animi ispirando i più dolci pensieri. Quivi diffatti l’aere puro e sereno maravigliosamente si accorda colla giocondità di un suolo tutto di acque limpide, quali mobili quali in riposo, intersecato. Infatti due piccioletti laghi colle onde loro tranquille o da lievi zefiri increspate fanno vivo specchio ai vaghi colli che stanno intorno, altri di viti altri di ombrose selve coperti; e sono questi i due laghi di Alserio e di Pusiano, che uniti forse ad un terzo formarono anticamente quel Eupili che Plinio ricorda. Guardando a settentrione, monti alti e dirupi innalzano le loro selvose spalle, e le nude teste scheggiose; fra i quali inoltrandoti una opposta scena ti si presenta aspra ed orrida di nude balze; e di fianchi recentemente rovinati delle montagne. Egli è sovra di uno di questi monti che, oggetto [4] di congetture per lo studioso della natura apresi nel marnoso sasso una caverna assai profonda, detta il Buco del Piombo, nella quale l’uomo avaro ricercò con assidua cura quel metallo per ottocento piedi entro la montagna; se pure quel lungo andito non si formarono da sè le acque, che, dai sovrapposti piani trapelate nelle viscere della montagna, quivi per forza e con gran rovina si dischiusero un passaggio.

Ma se ameni e di bellezze particolari adorni sono questi luoghi ne’ tempi in che scriviamo, che sparsi di liete ville mostrano come la tranquillità de’ campi è cara ancora al cittadino che fra il fasto e il rumore della città passa la parte maggiore della sua vita, non meno singolare e maestoso aspetto offrir doveano nel principio del secolo a cui la nostra istoria si riferisce, io voglio dire il secolo decimoquinto. Vedevansi allora, invece de’ piccoli e ridenti palazzi de’ pacifici cittadini sorgere sull’erto de’ colli e alle radici delle montagne le annerite mura dei feudali castelli, altri restaurati, altri in rovina; castelli che raccolsero i più ricchi cittadini dopo che il feroce Uraja ebbe distrutta la nostra patria, gli uomini uccidendo, schiave concedendo le donne ai Borgognoni; i castelli abbandonati allorchè, tornata [5] florida Milano, divenne fra le città della Insubria la più forte e prepotente; ma che ristaurarono poscia a gara i nobili duranti le intestine discordie fra d’essi e il popolo; che cacciati dalla città, risorta dopo la distruzione di Federico, speranzosi ivi fortificavansi per tentare colla forza di ricuperare il poter loro. Nel tempo di che parliamo adunque questi luoghi, pur ameni, presentavano ovunque un aspetto severo di guerra: fortificati erano i villaggi di mura alzate quando gli Ungheri, irrompendo sull’Italia, tutta di stragi la empivano e di rapine; muniti di fortezze erano i borghi, che bene spesso mostravano recenti tracce della guerra; Incino, per esempio, di recente era caduto dall’antica sua grandezza, e mostrava le rovine portatevi nel decimoterzo secolo dai Comaschi; fra i luoghi dei dintorni il più forte era Erba, notabile per un ampio castello; e fra i castelli feudali de’ signori o Guelfi o Ghibellini che sorgevano all’intorno, sul colle di Parravicino notavi quello di Giovanni Pusterla feroce Ghibellino, e presso la montagna ove il Buco del Piombo si sprofonda quello, ancora più forte, detto il Castello del Monte, che apparteneva a un signore della parte Guelfa.

[6]

Antonio Bianchi che nell’ultima metà del secolo XIV posseduto aveva questo castello era stato testimonio di vicende ben importanti. Nato sotto il governo mite e tranquillo dell’arcivescovo Giovanni Visconti, avea veduta la città spogliarsi notevolmente dell’antica rozzezza lasciata in eredità ai loro discendenti dai Goti e dai Longobardi; dacchè, cominciata con Azzone una sì felice Rivoluzione, andava progredendo per studio del buono arcivescovo, amico de’ dotti, fra i quali ognuno sa che trovavasi lo stesso Francesco Petrarca che Giovanni con ogni sorta di onori o preghiere trattenne presso di sè assegnandoli una appartata abitazione. Ma egli è duro spettacolo vedere una ben composta ajuola di un piccol giardino, piantata per mano industriosa, guasta ad un tratto per la malvagità di un tristo fanciullo fatalmente operoso; e questo è quello che accadde succedendo a Giovanni i tre nipoti, Matteo, Bernabò e Galeazzo: ogni studio di lettere, ogni bell’arte andò in obblio; il barbaro non amava che le armi, non spirava che lascivia, non apprezzava che la caccia; ed i nobili non ancora dirozzati (mentre è questa l’opera di lungo tempo) ben presto tornarono ad una vita solo operosa in consimili occupazioni. Quindi, come molti [7] altri, ignorante e superstizioso, ma valoroso, crebbe il nostro Antonio Bianchi; e perchè, tolta moglie, gli dava ombra la insaziabil libidine di Bernabò, lasciata la città, venne a questo suo Castello del Monte, e qui fra gli agi visse la miglior parte della sua vita.

Diffatti il rigore di Bernabò teneva in freno le furiose sette de’ Guelfi e de’ Ghibellini, che in altri tempi di molto sangue contaminato aveano la Martesana; e il Bianchi, avendo al fianco una diletta moglie, Agnese Bigli, che a bellezza non ordinaria candidissimi univa i costumi, in un paese ridente, fra la piccola schiera di lieti amici, fra i quali i più insigni erano il Castellano di Erba ed il Podestà, e venivano appresso il Parroco di quel borgo ed il Guardiano del vicino convento di S. Francesco, in cacce, in giuochi, in passeggi menando la propria vita, da principio egli stesso la trovava felice. Ma l’uomo, sempre poco conto facendo dei beni che possede corre a invidiar quelli che ancora gli mancano forse pel suo migliore; e ciò avvenne anche del nostro Antonio. Egli nel suo segreto si affliggea per non avere un erede di sue ricchezze, un figliuolo in cui rivivere vedesse sè medesimo; ma quando otto anni appresso egli l’ebbe se ne dovette rammaricare, perchè [8] la nascita di quel sospirato bambino a cui il padre volle il nome imporre di Fortunato, la morte fu della dolcissima Agnese e la cagione della più fiera afflizione pel superstite suo genitore. — Misero bambinello! egli sclamava, fissando con dolore sul figlioletto gli occhi di lagrime impregnati, la cagione infelice, tu fosti, o povero innocente, che io perdessi una compagna che solo fra gli angeli può avere sua eguale; tu del latte mancherai di quel casto seno che per te cessò di palpitare; ahi meschino, tu per sempre mancherai delle carezze della più tenera fra le madri!

Pure il tempo, che sana ogni maggior piaga, portò alcun balsamo anche nell’animo del desolato padre. Già il fanciullino snodava l’infantil lingua a formare quel dolce nome di babbo che tanto è possente sul cuore ancora più rozzo; e il padre in vedendolo crescere tutto vezzi dimenticava a poco a poco il profondo dolore che il cuore gli consumava: gli anni già trascorrono per lui con volo assai rapido; il garzoncello cresce destro nel trattar le armi, nel cacciare fra le selve; l’età delle illusioni e degli amori per lui è giunta; la prepotente natura a congiungersi il traeva con una fanciulla di amabili costumi da lui [9] veduta in una delle gite che frequenti faceva a Milano; ma approvato il genial nodo dal genitore, di repente ecco lo spezza colei che ad ogni affetto è sorda e inesorabile: cade infermo l’infelice per ardente febbre, e in pochi giorni viene tronca quella preziosa vita a cui quella si atteneva del genitore.

Privo di ogni persona che strettamente gli appartenga, in una età che declina verso la vecchiezza, un uomo ancora può fornire al cuor suo piaceri ineffabili colla beneficenza che assomiglia le creature al creatore. Ma queste delizie delle anime più nobili e gentili non le sapea immaginare il nostro rozzo Antonio, che, avendo un cuore fatto per sentir fortemente, ora altro non facea che darsi in preda alla più cupa misantropia. Dopo quell’ultimo colpo fatale che di ogni oggetto per lui cambiava in negro l’aspetto, egli, ogni consorzio ricusando, solitario se ne vivea accumulando i prodotti delle sue ricchezze, e non distribuendone che alle chiese ed ai conventi, perchè pregassero pace a quelle anime alle quali solo volgevansi tutte le sue ricordanze, i suoi pensieri. Fu ancora tentato di vestir rozza tunica ed entrare in un convento; ma l’idea di dover con altri [10] uomini convivere ne lo distolse; appena permetteva che di quando in quando un unico suo fratello lo visitasse, Guglielmo Bianchi; il figliuolo di questo però, il giovine Arrigo, giammai non compariva agli occhi suoi; perchè enorme allora si sarebbe fatto il dolore di Antonio alla rimembranza, in vedendo lui, dell’infelice suo figlio.

Frattanto nel 1402, terminava la sua vita Giovanni Galeazzo primo duca di Milano, che succeduto allo zio Bernabò, da lui imprigionato, illustrava il suo regno proteggendo le arti e le lettere, dilatando colle armi e coll’astuzia il proprio stato, ma opprimeva i suoi sudditi con enormi gabelle. Il suo successore Giovanni Maria essendo ancora in fanciullesca età, sotto una Reggenza composta di membri fra di loro discordi, risorgevano le antiche sette de’ Guelfi e de’ Ghibellini, ed i disordini e le sanguinose risse così in Milano ricominciavano che nelle città da essa dipendenti, ove erigevansi varj tiranni; ed anche la Martesana ferocemente partecipava a que’ furori. Il prepotente Giovanni Pusterla, alzando il capo, molte soverchierie commetteva contro i suoi vicini; molti altri ancora ingiurie commettevano che con altre erano vendicate; e per sopraggiunta venne [11] il furore della guerra e armate squadre si videro contendere ai ducali Erba e il suo forte castello. Per colmo de’ mali poi una banda di fuorusciti si stabiliva nel Buco del Piombo, e, guidata da un capo terribile, ai già desolati paesi portava nuovo flagello. Ogni traccia di buon governo fra tanto disordine dispariva: del castello di Erba erano signori i Rusconi, nè si curavan del resto, perchè solo attendevano a fortificarsi.

Allora un lampo dell’antica energia nel Bianchi si sviluppò: assoldò un capitano Boemo, di cui non ci rimase il nome, e quindici altri soldati in difesa propria e del suo castello: nessuno offendeva; ma ai male intenzionati ispirava timore; egli per altro per schivare contrasti, lasciava che impunemente il prepotente Pusterla cacciasse ne’ proprj boschi; ed ancora dava qualche somma ai banditi del Buco del Piombo che gliene facevano richiesta. Ma questo ultimo atto della antica sua energia era lo splendore di una lampada che sta per ispegnersi, poichè difatti due anni dopo egli morì, lasciando i proprj beni all’unico suo nipote Arrigo Bianchi, di cui a lungo noi dovremo parlare in questo racconto.

[12]

CAPITOLO II. LA SORPRESA

Gridi ciascuno a sua posta: per me non trovo nulla di sconveniente sul bel principio del mio racconto, condurre il mio lettore in una taverna. Oltrechè quest’è uno degli asili della gioja (e così scarsa è la gioja nella vita che ovunque essa si trovi può meritare buon viso), poichè infra i bicchieri il buon umore nasce, il cuore si rallegra, e siccome i corpi coll’urto, così gli animi, contrastando colle parole, che il vino cresce, piacevolmente si riscaldano; oltre questi grandi vantaggi, l’osteria è luogo opportuno per istudiare il carattere degli uomini, cui il poter di Bacco spoglia di [13] ogni veste che i difetti ne ricopra; ed anche ponnosi in essa scoprire importanti segreti, che quivi fra la gioja ispirata dal vino vengono a galla, siccome appunto accade della spuma di quello spiritoso liquore. Quindi venga, venga pur meco ove non sdegna porre il piede il filosofo indagatore, venga meco il benevol mio lettore, ancora la bella e schifa giovane sposa o fanciulla che questo racconto avesse per le mani, vengano, dico, nel tempio ove si rende festosamente ragione al merito del buon Noè, che scampato dalle acque volle pure scamparne le generazioni venture.

Egli è nell’osteria di Parravicino che ci conviene entrare. Noi udirem quivi i discorsi e alcune gesta di certi personaggi che avranno qualche parte nella nostra istoria, e che sarà bene far conoscere fin da principio. L’oste, padrone della taverna, era un uomo di umore giulivo verso tutti coloro de’ suoi avventori che aveano buona borsa, burbero con coloro che avessero voluto dare delle promesse; egli soleva dire che un soldo non valutava tutte le parole del mondo: e perchè il paese, siccome abbiamo detto, assai prosperava pei privilegi che da tanto tempo godeva, il buon uomo avea di assai accresciuto il suo [14] patrimonio, che di già pingue gli era pervenuto dal padre, rammentato ancora dai bevitori ottuagenari del paese. Vivea per altro il nostro Antonio Trivella (tale era il nome dell’oste) sul piede de’ suoi antenati, e sottilmente. Ma egli non avea che un sol figlio, ed era appunto per festeggiare le prossime nozze di costui che ad alcuni de’ suoi futuri parenti e loro amici, contro il suo uso, avea imbandita, la sera in cui noi lo visitiamo, una abbondante cena. Ad essa partecipava Giorgio Tanaglia, falconiere nel castello di Giovanni Pusterla, e futuro zio dello sposo, con altri tre o quattro famigliari dello stesso Castello.

Ma lo zio futuro di Carlotto (quest’era il figlio dell’oste) era quello che più meritava l’attenzione. Esso era un uomo che potea avere cinquant’anni, grande e ben fatto della persona, e che non offeriva in sè l’esempio di quella pinguezza che attesta un carattere inattivo e poco energico. Due occhi assai vivaci e nerissimi, capegli pur neri, ed una certa barba ricciuta, davano spicco a’ suoi lineamenti, duri sì, ma che peraltro nulla teneano di fierezza. Egli era non pure il falconiere, ma ancora il canattiere e il primario personaggio della famiglia del già menzionato Giovanni Pusterla; [15] ma non sempre era stato occupato nella cura de’ falchi e degli astori, o de’ cani e delle altre cose risguardanti la caccia; egli avea in varie occasioni impugnato anche la spada, e, tenendo dietro al suo signore, aveva avuto parte in scene assai sanguinose.

Fu appunto dopo che si furono vuotati alquanti fiaschi che l’umore guerriero del nostro Giorgio Tanaglia si manifestò: «Carlotto, figliuol mio, egli diceva allora al futuro suo nipote, io ti do una figliuola che è una colomba, sebbene in custodia di un falco che seppe un giorno drizzar ben alto le sue penne. Oh se mi avessi veduto nel 1403, allorchè sul principio del governo dell’attuale duca, cominciarono in Milano ad alzar la testa i Ghibellini: tu avresti allora conosciuto Giorgio il falconiere. Di que’ giorni io era vestito tutto da capo a piè di una maglia lucente, e guidava, sotto gli ordini del signor Giovanni, le genti del Castello. Si era vuotata l’armeria: tutti coloro che poteano portar le armi le aveano indossate.»

«Allora la duchessa madre proteggeva il Barbavara, suo amante e primo ministro; e questo era in odio a tutti gli altri membri della reggenza: egli era Guelfo; i Ghibellini non potevano soffrirlo.»

[16]

«Adunque concertati fra di loro questi grandi vestirono la divisa del loro partito, voglio dire la croce rossa, e messisi in arme, dopo aver mandati alcuni per la città armati gridando Abbasso il Barbavara, e ciò per alcuni giorni, e la duchessa non cedendo, una bella mattina che tutta di armi risuonava la Porta Ticinese, ove è il nerbo del partito, ci avanziamo (eravamo forse diecimila) verso il castello di Porta Giovia, ove era la duchessa col Barbavara. Quivi con grida spaventose si chiedeva che fosse bandito il ministro odiato: e la duchessa, dopo aver resistito un poco, dovette pur cedere a licenziare quel ribaldo.»

— Voi dunque vi siete impadronito del castello? — domandò Carlotto che era il più giovine della brigata.

— No, figliuol mio, per allora non si menarono le mani; ma si menarono poco appresso. I Guelfi si credettero più che mai offesi nella persona del Barbavara, che era del lor partito: deboli però assai come erano, e paurosi, non ardirono allora mostrare la fronte; ma si prepararono a covare il fuoco sotto la cenere. Fecero delle leghe, si accordarono coi Guelfi di fuori della città: come furono grossi cominciarono a mostrarsi armati per le strade e ad insultare [17] i Ghibellini, cominciarono sanguinose zuffe, nè passava giorno che non si menassero le mani. Il duca non si contava per niente: la duchessa non pensava più che al suo Barbavara, che più non le stava al fianco: tutto era una confusione orribile. Di quei dì noi saccheggiammo molte case, e vorrei non fosse più finito quel buon tempo, che ho fatto de’ buoni danari.»

«Pur i Guelfi pensavano a fare un ultimo sforzo. Ben vedevano che se con un colpo ardito non riuscivano a trionfare, stati sarebbero da noi consumati alla spicciolata. A forza di intrighi essi mettono infine nel lor partito i Rusconi, che allora stavano in Desio, ancora il signor di Vignate, che si era fatto padrone di Lodi — giacchè di già le città principali del ducato si erano tolte dal dominio della Reggenza. Primo a entrar in Milano fu il Rusconi ed avea seco una forte mano di genti: il signor di Vignate dovea venire nello stesso giorno, ma non compariva: i Guelfi che voleano trar vantaggio da una sorpresa, poichè la cosa era stata fino allora maneggiata con grande segretezza, non credettero bene indugiare per aspettar i Lodigiani; alzando dunque all’arrivo del Rusconi il lor grido, Guelfi, Guelfi, Croce Bianca! vengono avanti [18] pieni di ardimento e confidenza verso la Porta Ticinese, a cercare le Croci Rosse, così chiamavansi i Ghibellini. Ma un sentore ne era fra noi trapelato. I Ghibellini furono tosto in armi; e vennero fuori grossi ed in gran furia: il furore che ci animava in quel giorno non è possibile esprimerlo con parole. Al Malcantone fu che si incontrarono i Guelfi. Questo nome ora assai bene è conosciuto, prima di allora però quel luogo non avea nessun nome: quivi ebbe luogo una mischia spaventosa: e fu perciò che venne così denominato. Bisognava vedere il signor Giovanni Pusterla, che demonio in quella circostanza! Ma nemmen io non mi mostrai una gallina; più di cinque ne mandai all’inferno. Oh che furia fu quella mai! I Guelfi infine dovettero partire colla testa rotta, e rotta in modo che più non la poterono accomodare: arrivò finalmente il signor di Vignate, ma non fu più in tempo: sentì il fatto, crollò il capo, e per la stessa strada per cui era giunto partì. I Guelfi, dopo quel giorno, sfrattarono ancora quasi tutti da Milano. Non ve ne sarebbe restato un solo, se il duca non li avesse sempre protetti. — Ma la corte è tutta per essi. — Da quel giorno in poi però non vi fu più pace pei Guelfi. Dappertutto [19] furono più o meno perseguitati dai Ghibellini; e non è già qui solo in Erba che sieno succedute delle scene sanguinose. Fu allora che venne composto il brindisi che ora voglio che ripetiamo.»

Il buon falconiere nel narrare le sue passate avventure si era andato sempre più riscaldando, ma pure non lo avea fatto tutto di un fiato; di quando in quando aveva anzi avuta cura, quasi per premio della sua bravura, di inalbarsi la gola del vino che, sebbene senza interesse di scotto, non avea per altro in quell’occasione lasciato mancare il futuro suo parente; i colori del suo viso si erano maravigliosamente ravvivati in ragion diretta del numero delle sue libazioni. Ora empiuta nuovamente la enorme sua tazza, alzossi in piedi, ed in tuono metà declamatorio metà di canto, così solennemente spacciò il suo brindisi ghibellino:

Sovra ogni altro liquore

Oh quanto il vin più vale

Esso rallegra il cuore

Del misero mortale!

È d’ogni idea vivace

Esso l’autor più esperto,

E rende l’uom loquace,

E ne fa il cuore aperto.

[20]

Dunque fra amiche schiere

Giammai non abbia bando.

Qual v’è maggior piacere

Che viver tracannando?

Ma quanto in pregio eccede

A ogni bevanda il vino,

Tanto di valor cede

Il Guelfo al Ghibellino.

Non aveva però terminato di proferire queste parole, quando di tratto i battenti della stanza si spalancarono, e sulla porta apparve un personaggio tutto di una nera armatura coperto: avea calata la visiera, sull’elmo per cimiero un contorto dragone spiegava le sue ali membranose, in mano tenea un’arme d’ignoto lavoro.

A quella vista, quasi colpiti da una fatale apparizione tutti coloro che trovavansi assisi alla tavola, impallidirono, e lo stesso falconiere perdette la porpora che il viso in quell’istante gli coloriva: alle armi, agli altri distintivi, da tutti fu conosciuto il personaggio che immobile e silenzioso, ma in atto minaccevole, si offrì loro, seguito da due altri armati sulla soglia di quella porta.

— È il Re della rupe, il Guerrier Nero, — sclamò il falconiere riavutosi un poco del primo spavento o stupore: — Antonio Trivella chiedetegli che cosa voglia.

[21]

Antonio Trivella, l’oste, uomo non del tutto pusillanime, ma che però per elezione cercava a schivare i pericoli, parve avesse tanto di freddezza conservato da intendere l’esortazione del falconiere. Egli cavossi la berretta, si alzò, e, vôlto all’incognito personaggio così gli disse: — Signore, se voi siete, come non vi è dubbio, il capo di coloro che abitano nella caverna del Piombo, io sono qui per fare il voler vostro, ove vi piaccia di comandarmi. Ma non vogliate rovinarmi; io sono un pover’uomo, e sebbene alcuni mi credan ghibellino, pure son Guelfo fino a’ capegli: lo dico perchè so che ai Guelfi non volete male. Non già che io mi rifiuti di darvi quello che potrò. Non dico niente di ciò...! Vi sono tanti signori ghib...

— Basta!... Meno ciarle, che io vi conosco: sborsatemi ventiquattro fiorini d’oro: e badate bene, il rifiuto vi costerebbe la vita.

— Il cielo mi salvi! Ma ventiquattro fiorini d’oro... un povero diavolo..., dove prenderli?...

— Io manderò un tal diavolo a prenderli all’inferno, — replicò con adirata voce il Guerrier Nero; e così dicendo impugnava l’arme sua terribile alla quale in gran parte attribuir dovessi il terrore straordinario che [22] di sè incuteva: era una arme da fuoco che potea maneggiarsi; ed a que’ tempi non ancora conosciuto era il perfezionamento di queste armi, ed appena usavansi negli assedj delle pesantissime bombarde.

— Fermate, signore, — disse il Falconiere; — e voi, a che fate resistenza, Antonio? non sapete che contro quelle armi non vale la forza.

L’oste parve persuaso; partì dalla sala, tornò, numerò sovra il banco le monete richieste, e che col cuore lacerato dovea da sè partire; e porgendole ad uno de’ due armati che stavano dietro al Guerrier Nero che stese una mano, disse: «Vergine santa... ecco fatto a vostro modo.»

Lo sconosciuto nulla replicò; ma alzando il capo in modo imperioso: — Nessuno di voi ardisca uscire, — disse alla brigata che trovavasi nella camera, — finchè non sia trascorsa mezz’ora. Poco valuterebbe la vita chi si attentasse di rompere un tal divieto. — Ciò detto, diede un passo indietro; e i due che lo seguivano chiusero i battenti della porta. Un silenzio di confusione per un istante regnò nella sala.

Ma questo venne ben tosto interrotto. — Poffare il mondo! — sclamò il falconiere, in cui gli spiriti che poc’anzi lo animavano [23] per le sue frequenti libazioni, rimontarono al cerebro un istante dopo, e vi richiamarono in tutta luce le ricordanze de’ suoi antichi fatti, rianimandovi quel valore che veramente in lui non era spento; — Poter del mondo, in mia presenza una tal scena! Ma io non avea le armi in pronto, ed anche non so nemmen io come tanto stupido m’abbia reso colui. Ma non son uomo se non lo inseguo. Accada ciò che accader vuole, non voglio che si dica esser io un poltrone. Animo, figliuoli, chi vien meco? Sono tre; noi siamo sette che possiamo maneggiar bene come essi le nostre armi. Or via, mano alle balestre ed usciamo: chi sa che non la liberiamo noi la Pieve‍[3] di questo flagello? Carlotto, figliuol mio, un giovine che prende moglie, ai nostri tempi non deve essere un poltrone; altrimenti la prenderà per gli altri; ed avrà una corona tremenda. E voi Andrea non è la prima volta che ponete mano alle armi. Sotto il padron nostro tutti sanno bene un tal mestiere. Via, Antonio, venite con noi: si sa che ai tempi vostri sapeste fare delle belle smargiasserie. Orsù, chi mi seguirà?

[24]

— Per me sono qua, — disse il giovine Carlotto, che era un bravo, — e non ho paura.

— Anch’io non dico di no: voler ventiquattro fiorini d’oro, tanto quasi ne bastavano per l’acquisto del vino per una stagione! — soggiunse l’oste.

— E io son qui anch’io, — dissero un terzo, un quarto e un quinto. Andrea il giardiniere del castello Pusterla si alzò, crollò la testa in modo goffo, ma ponendo mano alla sua balestra che era in un canto con quella de’ suoi compagni (mentre in quel tempo di anarchia preferivasi sempre l’andare armati), mostrò di essere pronto anch’egli, e tutti si raggrupparono come sotto gli ordini del falconiere ed uscirono alla campagna.

Taciturni e in buon ordine, e solo tanto distanti l’uno dall’altro da potersi agevolmente all’uopo recar soccorso, si avanzavano a lungo passo e spesso verso di una boscaglia che dall’albergo non era distante più di un mezzo miglio, e per la quale si andava al monte ove aprivasi lo speco, asilo de’ fuorusciti, il cui capo ora intrecciavano. — Se lo troviamo, — diceva il falconiere, — l’arma sua tremenda da fuoco colpirà indarno, e prima ch’egli scagli un altro colpo, noi gli saremo addosso; e con armi pari non temo [25] di azzuffarmi con Satanasso. — Io per altro, — disse l’oste qualche tempo dopo, comincio a pensare che sono un pazzo in pormi in quest’impegno. Alla fine ventiquattro fiorini si possono ancor riguadagnare: ma se io ci lascio la pelle, questa nessuno me la ridonerà. Giorgio, fate a modo mio, torniamo all’albergo.

— Voi non mi conoscete, Antonio: io non torno mai indietro: S. Giorgio era un santo guerriero. Ma voi siete il padrone di voi stesso, fate ciò che vi aggrada: ancora poco ajuto ci potete dare colla paura che or vi nasce; fate dunque quello che il cuor v’ispira.

— Non è paura, non è paura, è prudenza, è prudenza! Che del resto sa il cielo se non sarei capace, anche vecchio... Ma è pur meglio che io ritorni nell’albergo; sonvi molte cose ancora a fare; va a fidarti de’ tuoi garzoni! Addio: nel ritorno tornate dentro, che vi disporrò un fiaschetto che vi scacci d’addosso l’umidità. Già non farete niente, ma, se uccidete il Guerrier Nero, voglio che facciamo una bella festa... Ventiquattro fiorini!

Nel mentre così, come sempre succede, l’interesse parziale cominciava a smembrare quella lega, ed ecco che sembra [26] al falconiere scorgere alcuno degli aggressori di già vicinissimo ad entrar nella foresta, che più non era lontana che un tiro di balestra. Egli scarica la sua balestra, e nel tempo stesso sono scaricate quelle del giovine Carlo e di Andrea che gli stavano, l’uno a destra, l’altro a sinistra; a qualche distanza. Ma non parve che alcuna freccia colpisse a segno, e non comparve alcun colpo di rimando.

— Dio mi salvi, — disse Andrea; — è forse l’anima di Mariano che va a trovare la Femina, come dicono. Falconiere, per me non muovo più un passo in là; io contro i morti non combatto.

I tre altri villani del castello di Pusterla, che udirono il ragionamento di Andrea, giurarono essi pure che nè essi intendevano di più altro seguirlo. — Falconiere, — dissero, — contro gli uomini siamo qui, ma contro gli spiriti, il ciel ne salvi, non vogliamo combattere. Se fosse stato un uomo di carne, le vostre frecce lo avrebbero colpito: esse andarono troppo dritte verso di lui.

— Vili poltroni! — sclamò il Falconiere: — sciocchi, ignoranti! Io fui bene una bestia credendo col vostro aiuto poter tentare qualche onorata impresa: ma è fiato perduto il rampognarvi: la volpe cangia il pelo [27] ma non il mal vezzo! Fate pure quello che vi ispira la vostra codarda paura, bestie malnate; che per me non mi resterò finchè non abbia perduto ogni speranza di scaricar un’altra volta più utilmente la mia balestra.

— Ed io pure vi accompagnerò, — disse il giovine Carlotto. Essi si avanzarono diffatti uniti e taciturni, si misero nel bosco, e penetrarono nel più profondo di esso, sperando sempre, siccome la foga sconsigliata della loro ardita natura li consigliava, di trovare alcuno de’ loro nemici. Se un consiglio di giusta prudenza sorgeva nel loro petto a rimproverarli della loro soverchia audacia, la tema di mostrar l’uno all’altro viltà tacer facealo. Così molti sono sembrati inaccessibili alla paura. Essi fecero un lungo giro; giunsero ancora ad una piazzetta e ad una cappella che erano oggetto di terrore per quasi tutti gli abitanti de’ contorni, e dove era voce ricomparissero degli spiriti a cui si era alluso da Andrea e da’ suoi colleghi: nulla videro. La luna, che allora era uscita da una nube che ne velava poco prima il disco luminoso, percotendo col suo candido raggio quell’ermo luogo e quella cappella ne rendeva l’aspetto melanconico, ma pieno di novella bellezza. Il silenzio che [28] ivi regnava, il fremere di un venticello fra le frondi, le pareti rovinose di quel piccolo gotico edifizio che riflettevano il raggio del notturno astro, tutto spirava una simpatica melanconia, assai conforme alle idee che la storia di quel luogo era atta a risvegliare. Ma i nostri due personaggi ad altro pensavano. Si fermarono un istante sulla piazzetta; guardarono intorno; ed il falconiere disse: — Or che si fa? Essi di già si sono dilungati e noi buttiamo il tempo e la fatica volendoli inseguire.

— Torniamo adunque, — disse Carlo, che pensava alla sua bella Lucia, e non avea voglia di lasciare l’immaginata sua felicità per dar la vita combattendo un demonio così terribile qual era reputato comunemente il Guerrier Nero. Lentamente quindi, di ritorno, incamminaronsi all’albergo; e quivi narrarono agli altri l’infruttuosa loro spedizione.

[29]

CAPITOLO III. IL SEGRETO

Arrigo Bianchi, il possessore del Castello del Monte dopo la subitanea morte di Antonio Bianchi, di cui abbiamo da principio esposto la dolente istoria, Arrigo già da alcuni giorni facea dimora nel forte castello ereditato dallo zio; e la mattina che tenne dietro agli avvenimenti da noi riferiti nel capitolo antecedente, con tre suoi compagni, usciva per fare un giro cacciando ne’ suoi boschi, ove le lepri e i caprioli ben di rado erano stati per l’addietro disturbati dal signore di quelle terre.

Era la caccia uno de’ divertimenti più favoriti de’ nobili di que’ tempi, ed in essa [30] la gioventù passava le ore allorchè le civili guerre o le esterne non la tenevano occupata sotto le armi. Arrigo per altro, in ciò discostandosi dall’usanza comune, a questa non avea volte esclusivamente le sue cure. L’anima sua elevata più gradevoli ancora rendeva agli occhi suoi altre occupazioni: la sua mano con una maestria impareggiabile scorreva sulle corde di un liuto; la sua voce al canto soavemente modulavasi; i suoi immaginosi pensieri dettavangli d’improvviso carmi al labbro, e questo al suono gli accordava delle scosse corde. Bello della persona, di statura alta, di lineamenti gentili e pieni di nobiltà, con due splendenti occhi azzurri ed una bionda chioma innanellata, allorchè sedendo sotto un albero a qualche immaginoso concetto la mente e il canto egli apriva, bene rassomigliar lo avrebbe potuto uno de’ nostri classici poeti allo stesso fratello di Diana che de’ suoi dolci accenti fa risuonare le vette dell’Elicona.

Non egli per altro ad alcuno de’ suoi coetanei cedea nel pregio del trattar le armi. Venti volte avea riportati i primi premii in solenni giostre ed in tornei, la sua destrezza ne’ giuochi allora in uso era stata notata da molte belle che segretamente riscaldare [31] par lui sentironsi di onesta fiamma il cuore sensitivo e con applausi gli dieder lode. Caro a tutti, avea anche vissuto durante la sua prima gioventù alla corte del duca di Milano, e quivi la stima si era guadagnata de’ più distinti personaggi. Ma egli avea di poi lasciata la corte, aborrendo i delitti che la contaminavano, e le malvage inclinazioni del duca Giovanni Maria; egli avea preferito una vita oscura, confuso fra tutti gli altri del suo partito allora caduto in grande avvilimento, a uno splendore o sconvenevole o obbrobrioso. Rimasto privo del padre, siccome perduto avea assai di buon’ora una madre diletta, egli, lasciata la città, era passato a Como presso ai Rusconi, che quivi dominavano, ed ai quali la sua famiglia per antica amicizia era assai stretta.

Più tardi avendo Facino Cane, condottiero delle armi ducali e protettore de’ ghibellini, conquistato Canturio su Giovanni Carlo Visconti; e mirando a più alte imprese essendo divenuto più mite verso i Guelfi oppressi, mentre nella riunione sola dei partiti egli sembrava voler porre le fondamenta di quelle nuove glorie cui aspirava, grandi feste essendosi date in Milano nell’occasione di quell’acquisto, fuochi, tornei, e giuochi [32] di ogni sorta, Arrigo fu tentato di tornare fra le mura della sua patria per prender parte egli pure a que’ nobili esercizi, e vi tornò difatti; nè fu senza sua gran lode che scese a giostrar coi più prodi cavalieri, che in quell’aringo ai presentarono. Ma dopo quel giorno egli parve cadere in una profonda mestizia. Quel leggiadro giovine giostratore che nell’ultimo torneo meritato si era l’attenzione e gli applausi di più di una bella, dopo quel giorno non parte più che un uomo consunto da un affanno quanto più secreto, tanto più pungente. Di quel tempo poi, essendogli morto lo zio, egli risolvette abbandonando la città, con due de’ suoi amici portarsi al Castello di recente ereditato, forse per cercare colà distrazione alle sue cure segrete ed angosciose, forse per tornare a menar la vita in terra posta sotto la giurisdizione dei Rusconi, mentre questi signori dominavano allora, come si è detto, in Erba, di cui coll’armi acquistato aveano il castello.

Dei due compagni che l’aveano accompagnato, Azzo Trivulzio il più attempato era giovine di matura età, avea fattezze dure e risentite, ma animo bravo e generoso; sembrava il tipo dei prodi di quel tempo, ma un cuore avea forte nell’amicizia. Questa [33] virtù sorge vigorosa ne’ tempi calamitosi ponendo radice negli animi virtuosi, e grande s’era fatta in quelli di Azzo e di Arrigo. Ma più impetuoso Azzo, più prontamente l’animo suo correva alla vendetta a que’ tempi reputata l’immediata conseguenza dell’offesa, la sua mano alla spada che era stimata il sommo dei diritti. Ancora assai più rozzo e duro egli era ne’ suoi modi, schietti però e sinceri. — Antonio Carcano, al contrario, il secondo de’ compagni di Arrigo, e di recente postosegli al fianco, era bel giovine, ed avea lineamenti piuttosto femminili, avea nell’abito una ricercatezza che negli altri non notavasi, era spiritoso, ma vile; ed avea mille altri difettuzzi, dei quali parte hanno con lui comune tutti i parassiti alla cui classe apparteneva: era cioè adulatore, millantatore, dotato di grande volubilità; era inoltre tanto poco leale, quanto lieto e festivo; il suo carattere meglio ci faranno conoscere le azioni che di lui avremo a riferire.

Ora questi tre compagni, deposti i ricchi abiti che allora erano in uso, giustacuori di drappo serico guerniti di ricchi ricami, calzoni a due colori, e berretti da piume sormontati, e muniti invece di giacco soppanno siccome la condizione de’ tempi bellicosi [34] richiedeva, e di sopra vestito uno schietto abito verde da caccia, colle loro spade al fianco ed in ispalla le loro balestre, preceduti dal boemo Capitano capo della guarnigione del castello, che tuttavia continuava a restarvi, moveano la mattina di cui parliamo pei boschi che distendevansi sulla montagna, così per riconoscere il paese come nel tempo stesso, se l’occasione si presentasse, per dare la morte a qualche capriolo od a qualche altro quadrupede o alato abitatore della foresta.

Ma Arrigo, taciturno procedendo, dava chiaro indizio che nè il mutamento dell’aria, nè i nuovi oggetti circostanti, dissipato avea la sua profonda mestizia. Egli di quando in quando in sè rinveniva, e trattenevasi coi due suoi compagni; ma poi ricadeva nel primiero silenzio, e muto procedeva per lungo tratto. Fu appunto rompendo uno di questi mesti intervalli che il Carcano a lui vôlto così gli disse.

— Via Arrigo, se io indovino qual diavolo la lingua vi annodi, avrete voi la generosità di confessarmi che ho colpito nel segno? Voi sapete che io sono un abile tiratore: volete che io mi provi?

— Un abile tiratore! questo è ciò che ancora non ho imparato a conoscere, e [35] che oggi si potrà vedere. Ma la tua curiosità, Antonio, un giorno ti farà schiantare. Or via, di’ su, sentiamo gli oracoli del tuo cervello balzano; e se indovini, chi sa ch’io non ne convenga.

— Ebbene, giacchè parlate di oracoli, sentite bene questo; che, come un oracolo, in una sola parola io ve la dirò la cagione che vi fa camminare così distratto, sicchè sembra non abbiate più lingua che un gallo di montagna. Voi siete IN-NA MO-RA-TO!!!

Ad Arrigo di repente si imporporarono le gote, e veramente, quel restringimento del cuore, che tanto sangue mandava al viso parve annunziare che il nostro indovino côlto avesse, come egli avea promesso, nel segno. Pur egli nulla disse.

— Eh via convenitene, Arrigo, — riprese il Carcano, — Azzo che da tanti anni vi sta al fianco, detto avrebbe che voi state meditando una vendetta; io m’ho migliori occhi in questi affari, e conosco i sintomi della malattia. Io vi ho udito più d’una volta sospirare nella vostra camera....

— Corpo di Satanasso! Antonio, verresti tu ad origliare alle portiere! — sclamò Arrigo con impazienza.

— Ecco come fate voi altri! Subito prendete fuoco. No no, solo per caso io vi ho [36] udito mettere de’ sospiri che un mantice non ne avrebbe mandati fuori di più sonori; ed ho sentito qualche tronca parola che non sembrava dettata dallo sdegno; e che so... Inoltre voi, tempo fa, eravate sempre pronto a tributar omaggio alla bellezza, sotto qual siasi panni la incontraste: ora vi passano innanzi le più belle contadine, senza che neppure mi diciate: «Carcano, ti piace quella?» Ergo, io conchiudo e stringo l’argomento che quell’amore malizioso che voi cantando sì di sovente nominate crudo e onnipossente, ora a voi pure provato abbia la sua onnipotenza, e forse anche la sua crudeltà; sebbene a dir il vero, non saprei indovinare chi sia la dama de’ vostri pensieri, mentre conviene bene che sia cosa del tutto celeste, se non si vede, se non si sente, se, come l’aria, non cade sotto i nostri sensi.

— Eh via, Carcano, voi siete un pazzo! Ma no; io vi promisi di convenire se colpivate nel segno, ed io non ho motivo per tacere a due amici la stranezza di un amore che mi ha conquiso. Sappiate dunque che durante le ultime feste tenute in Milano, ed a cui io presi parte, una rara beltà che io vidi presso l’illustre Beatrice Tenda colpimmi sì fattamente i sensi de l’intelletto che [37] da quel punto l’immagine di lei non ho saputo più spiccarmi dalla mente. Esser deve quella una qualche ghibellina, ma il di lei nome non ho potuto rilevarlo; nè più io la rividi. Ed io sperava che questa mia strana fiamma a poco a poco avesse a scemare col tempo e fra i sollazzi della campagna; ma io confessar lo deggio, sin ora anzi più andò crescendo nel mio petto, e di giorno in giorno, alimentata da’ miei pensieri vi si fa grande.

— Eh! via Arrigo, — disse Azzo; — voi ci corbellate: di queste avventure potete narrarcene nelle vostre canzoni, ma non darci a credere, vi abbiate voi parte con animo riposato. Tanto sarebbe far all’amore colla luna, che il voler amare chi non si conosce, peggio assai poi la figlia di un Ghibellino.

— Io mi proposi, già ve lo dissi io stesso, di risanare il mio cuore da questa piaga. È un pazzo chi si consuma dietro un amore allorquando questo non può avere esito felice; ma sì presto dalla amorosa piaga l’uom non guarisce. Or via di ciò più non parliamone. Ecco il nostro bravo capitano che si è fermato ad aspettarci! — soggiunse con una forzata ilarità. — Domandiamogli delle particolarità intorno a questi [38] banditi, che si fortificarono nella caverna che sta sopra di questo monte.

Il personaggio di cui egli parlava diffatti si era fermato per aspettarli; ed a loro rivolto mostrava le sue fattezze che lo rendevano assai rimarchevole. Era egli uomo di avanzata età; avea mezzana statura; e i suoi lineamenti, piuttosto duri, non si mostravano animati che da un colore vermiglio che colorivali, e che dava spicco a due occhi grigi e vivaci, che sprofondati sotto due folti sopraccigli spesso si moveano. I suoi capegli già cospersi si mostravano di neve; la fronte sua tappezzata di porpora, il suo naso pavonazzo davano indizio non incerto del molto culto ch’egli professava al lieto dio dell’ebrezza. Avea corporatura muscolosa, breve collo, piuttosto grossa la testa; mostrava gran forza, e sembrava un uomo risoluto ed avvezzo alla fatica. Ma farà conoscere un po’ meglio questo importante personaggio un breve sunto che daremo della sua vita.

Era il nostro bravo capitano, di cui disgraziatamente andò perduto il nome, di nazione Boemo; ed era vissuto un tempo alla voluttuosa corte dell’Imperator Venceslao. Quivi, siccome per lo più avviene, i costumi del monarca aveano tratto nel [39] loro esempio quelli di tutti i grandi e delle altre persone che gli stavano vicine, e bandita la moderazione, si passavano i giorni interi ne’ conviti e ne’ stempramenti de’ piaceri, soprattutto nell’ebrezza. Diffatti l’imperatore Venceslao per tutti questi vizj era diventato odioso ai principi della Germania, che due volte lo imprigionarono, e finalmente ne lo deposero nel 1400. Il nostro Capitano adunque, dopo di essersi distinto nelle armate del suo sovrano per la sua intrepidezza, ed averne guadagnato l’affetto, sicchè gli venne dato un comando nelle guardie destinate a custodire la sacra sua persona, secondando una passione di cui già il seme era posto in lui da gran tempo, si era abbandonato all’eccesso del vino e della crapola, e come nelle armi così distinguevasi fra coloro che col bicchiere alla mano rendevano ragione al lor signore, che in tali prodezze pur tutti li superava. La fama delle quali sue qualità giunta essendo all’orecchio dell’imperatore Venceslao, costui più di una volta lo volle alla sua mensa, e con esso venne a gare strepitose. A questo modo il nostro bravo capitano crebbe assai in grazia presso l’imperatore; sicchè quando nel 1395 questi dovette spedire in Italia [40] Benesio di Cumsich per investire Giovanni Galeazzo del titolo di duca, titolo che il Visconti pagato avea oltre centomila fiorini d’oro, il nostro capitano fu prescelto ad accompagnare il Luogotenente imperiale nella sua spedizione; e con esso venne in Milano alla corte dell’ambizioso Visconti che gli fece le più liete accoglienze. È registrata nei volumi della storia la comparsa che il capitano fece in occasione della solenne cerimonia che ebbe luogo per l’incoronazione del nuovo duca. Mentre sulla piazza di Sant’Ambrogio, ove erasi eretto per tal oggetto un gran palco circondato da steccato, e tutto ornato di scarlatto, sul qual palco, sotto un baldacchino di broccato d’oro e porpora, era un trono; mentre su quel palco, intorno al quale splendenti in arme stavano le più scelte milizie ducali, il luogotenente imperiale conferiva al Signor di Milano il manto ducale ed il berretto emblemi della novella sua dignità; il nostro bravo capitano alla destra portava la bandiera imperiale, e quella del Visconti era portata dalla banda sinistra da Ottone da Mandello. Ma fuvvi più d’uno in quella circostanza, che, sottraendo una parte della propria attenzione alla solennissima cerimonia, non potè non notare il viso [41] vermiglio del milite Boemo, il quale, andando in lungo la funzione trasse un sospiro, forse perchè da troppo tempo, siccome egli parve esprimersi poi, trovavasi di esser stato senza dare un abbraccio al suo fiaschetto.

E la bravura ch’egli mostrò in un torneo il dì seguente, parimenti dagli storici venne notata, e lo mise assai in grazia del nuovo duca; il quale giudicandolo buon soldato, ed avendo bisogno di bravi condottieri per guidare a termine i suoi ambiziosi disegni, con larghe proferte lo impegnò a restarsene alla sua corte. Piaceva assai al nostro capitano il bel cielo dell’Italia; e più gli piacquero le promesse di Giovan Galeazzo ed al suo servizio si accomodò. Ma in progresso di tempo il duca meglio lo conobbe, siccome uomo, cioè, bravo sì ed intrepido sotto le armi, ma di assai ristrette cognizioni in fatto di tattica; quindi nessun comando importante mai gli affidò, e solo mandollo con un comando secondario nella Toscana. Ma alla morte del duca suo protettore, cangiarono le cose; molte delle truppe vennero licenziate, ed il nostro capitano lo fu con esse. Egli determinavasi di prender soldo sotto di Facino Cane, quando gli venne offerto di comandar la guarnigione [42] che in difesa del suo castello armar volea Antonio Bianchi. Venuto adunque al Castello del Monte, quivi viveva del tutto a suo modo, ubriacandosi sei giorni della settimana, di quando in quando un giro ne’ boschi facendo per uccidere qualche capriolo; nè mai snudando la sua spada, giacchè gli ordini del suo signore a questo riguardo erano stati troppo chiari e precisi: non volea che difendersi. Arrigo, succeduto allo zio, avea trovato che il capitano era uomo di buona compagnia, ed abbondando di ricchezze non pensava a disfarsi di questo povero diavolo che risguardava siccome una passività inerente alla stessa sua eredità.

A lui Arrigo domandava adunque notizie sullo stabilimento de’ banditi, che abitavano la caverna detta il Buco del Piombo; ed il capitano in un gergo poco intelligibile gliene diede alcuni rassegnamenti.

— Mein herr Arrigo, — gli disse il Boemo, — nessuno sapere chi essere quest’uomo. Mein herr Antonio stare sempre in castello come Venceslao prigioniero stato in Praga. Mandare quello uomo domandare danaro, messere Antonio lui dare. Essere quell’uomo di grande coraggio: lui aver armi date per demonio.

— Io però non ho intenzione di passarmela [43] così amichevolmente come mio zio con costui per poco che mi molesti, — disse Arrigo.

— Bene! aver gusto. Io aver voglia lui provare: aver combattuto per Venceslao, aver combattuto per Giovanni Galeazzo: vedere cosa poter fare questo diabolo. Aver gente brava in castello; voi essere omo ti coraggio; mein herr Azzo combattere con gusto. Noi dare vain a nostra gente: vain accrescere in omo grande valore.

— Questa è la vostra massima; ma io crederei che le nostre forze non avrebbero bisogno di aumento, se Carcano sapesse mettere in effetto la metà solo delle sue millanterie, e adoperare la spada come sa adoperare la lingua.

— Io adoperare la spada! Lo porreste voi in dubbio? Io vi avrei voluto presente alla battaglia di Rovagnate...

— E che avete fatto alla battaglia di Rovagnate? — domandò Arrigo: — Apparecchiamoci, Azzo, a sentirne una delle sue.

— Una delle mie! Corpo di satanasso! Che mi credete, un vile? Udite. Era la vigilia di Pasqua quando Facino Cane colle sue genti e con quelle di Estore Visconti e del marchese di Monferrato, comparvero innanzi al nostro esercito.

[44]

— All’esercito di Antonio Carcano!!! — replicò Azzo, dando in uno scroscio di risa.

— Ridete, ridete, tristo motteggiatore; ma non è men vero perciò che Pandolfo Malatesta, contro cui moveva Facino, non fosse di que’ tempi con me carne ed ugna. Io veramente aveva consigliato a Pandolfo di non arrischiare una battaglia, e di tentare piuttosto le vie degli accordi. Milano è grande, io diceva, ce n’è per voi e ce n’è per Facino. Anche Bernabò e Galeazzo lo divisero per metà. Ma Malatesti Malatesta allora soffiava nel fuoco, ed aveva delle ingiurie private da vendicare; ed il giorno seguente si dovette venire alle mani.

— E voi, dove eravate? — domandò Azzo.

— Nella retroguardia io era, — rispose il Carcano.

— Benissimo! quello era il vostro vero posto.

— Or bene, — proseguì il Carcano fingendo di non intendere a che mirasse l’osservazione di Azzo. — Sentite, di grazia, ora il restante e non m’interrompete. Comincia l’azione: Facino attacca i nostri, arrovellato come un demonio. Estore menava de’ grandi colpi e giustificava il suo soprannome di Soldato senza paura. I soldati dì Pandolfo fanno ogni sforzo per respingerlo; Malatesti Malatesta [45] combatteva anche egli con coraggio, e l’azzuffamento si facea sanguinoso: pure caricate da sì risoluti nemici le nostre schiere già cedevano. Allora io dissi fra me: qui non c’è a perder tempo. Avanti soldati, grido, e con tanta forza mi muovo verso la schiera condotta da Estore Visconti a cui era unito Giovan Carlo, che quasi tutta la prima fila fu rovesciata da cavallo, e molti furono uccisi. Estore poichè mi vide contrastargli a questo modo la vittoria, contro di me si volse...

— Il nostr’uomo si riscalda, — disse Arrigo ad Azzo.

— Egli è già diventato un mongibello, — rispose Azzo ad Arrigo. Ma il Carcano ad essi non badando proseguiva: — Io allora di piè fermo lo aspetto. Fosse maraviglia, fosse rispetto, i soldati ci fanno un cerchio intorno e sospendono il combattimento. Ma io d’un colpo getto a terra ad Estore l’elmetto, e poichè egli volea pur combattere, imprudente come è, io gli dico: «Signor Estore, a che combattiamo noi qui?»

— Aspetta, aspetta, — l’interruppe Arrigo, — ci conterai il restante del tuo sogno dopo che avrem preso quel gallo di montagna.

Erano allora in una parte assai solitaria e selvaggia del monte, e fra di un [46] bosco maestoso di castani antichissimi le cui cime erano state danneggiate e scavezzate spesse volte dai fulmini dei quali molte mostravano i recenti danni. Enormi sassi, che in più remote età per la furia delle pioggie smossi dalla vetta scoscesa erano giù rovinati, seminavano a quando a quando quell’erto terreno alzando le annerite loro masse fra il verde fosco del muschio e quello più vivace delle piante verdeggianti, e dei ginepri in ispecie e de’ fiori che in quelle parti volte a mezzogiorno crescono tuttavia nell’autunno.

Ma il gallo di montagna non sì tosto si avvide di essere osservato che prese il volo. — Carcano, — disse Arrigo, — a te a raggiungerlo. — Il Carcano tosto spiccandosi da’ compagni si diede a seguire quel grosso volatile. Ma tutt’a un tratto egli si ferma come il viaggiatore, di cui dice il poeta che incautamente premuto un serpe,

Risalta indietro; e tosto il piè rifugge

Da lui che s’alza di furor si strugge.

Non altrimenti il Carcano arrestossi, e da poi, con sollecitudine sì ma con ogni precauzione per evitare ogni romore, e facendo col dito sulle labbra segno a’ suoi [47] compagni che non si movessero, tornando ad essi si ricongiunse.

— Che è, Carcano? — dissegli Azzo, — abbiamo noi innanzi un esercito di Facino?

— Indietro, — rispose il Carcano, — indietro, — replicò con voce così bassa che appena poterono intenderlo; ed in pari tempo il colore del suo viso, i suoi lineamenti dinotarono evidentemente lo spavento.

— E che, più in là sta forse la bocca dell’inferno come la descrive Dante, ed è questa la selva selvosa di cui egli favella? — disse Arrigo sorridendo.

— Che Dante? che inferno? Non avanzate di un passo, se avete cara la vita.

— La vita, sì, ci è cara, Carcano, ma al nostro fianco sta questa che ce la difende, — disse Arrigo ponendo la mano sulla spada. — E d’altronde io nulla veggo che mi indichi periglio; io non mi veggo intorno che una tranquilla solitudine.

— Solitudine! sì, voi credereste che io vi consiglierei di ritirarvi se non vi fosse che una tranquilla solitudine? Via, siate prudente, seguitemi: per istrada vi dirò il resto.

— Non si dirà mai che io volga le spalle ad un pericolo che non conosco, Carcano! Vedi tu Azzo che ti fa tal viso che indica insieme il dispregio e la pietà?

[48]

— Ebbene vada egli, avanti, vada, e vegga chi sta nascosto dietro di quel macigno. Ma noi torniamo, il più presto che ci sia possibile, al castello.

— Su via chi vi si cela che non possiamo in tre combattere?

— Ah Arrigo! ai contrassegni, di certo dietro quel sasso si cela il Guerrier Nero, che abita il Buco del Piombo.

— Ed è egli solo?

— Ancora lo vorreste accompagnato? Non avete sentito che la sua mano scaglia il fuoco e la morte?

— Sì, ma s’egli è uomo, egli potrà ancora esser vinto ed ucciso, — disse Arrigo. — Poco omai stimo la vita, e la tua stessa paura mi sprona a tentare un’impresa contro di quel bandito, se pure non è già un qualche tronco che tu scangiasti col Guerrier Nero, di che non sarebbe a fare gran meraviglia. Ebbene, amici, — disse poi volto, ad Azzo, ed al Capitano: — dobbiamo noi dare la caccia a quest’orso che fa da re su questo monte; dobbiamo noi assalirlo fuori della sua grotta?

— Per me altro non bramava che di provarmi con questo spauracchio del paese, — disse Azzo; egli è già un pezzo che non mi si presenta occasione di mettere la bontà della mia lama alla prova.

[49]

— Mein gott! foler vedere chi stare questo grante diabolo, — disse il bravo Capitano.

— E voi, Carcano, ci seguirete? — chiese Arrigo al terzo de’ suoi compagni.

— Per me, se gli altri vogliono tentare una sì arrischiata impresa, non mi ritiro. Io non dico mai di no; io non ho paura.

— Ebbene avanti, — disse Arrigo, ed essendosegli posti alla sua destra Azzo, alla sinistra il boemo Capitano, avanzò non badando al Carcano se lo seguisse oppur no. Il Carcano fece due passi per andare avanti; ma ben tosto, come se un muro fra lui ed i compagni suoi si frapponesse, non potè più muovere un passo. Si arrestò adunque, ed ancora sembrava da una superior forza a poco a poco per parte opposta trascinato.

Frattanto i tre arditi compagni avanzando, e fra le loro mani tenendo le loro balestre, si avvicinavano al luogo da cui tanta paura era venuta in corpo al bravo nostro Carcano. E di già erano poco distanti dall’enorme macigno che, al dir dello atterrito nunzio, nascondeva un oggetto di tanto terrore; ed, accortisi che il Carcano non li seguiva, dubitavano che di loro si fosse beffato, o che il suo terrore gli avesse fatto travedere, quando ebbero a convincersi del contrario. [50] Non appena furono in grado di vedere gli oggetti che prima il masso nascondeva che videro diffatti al suolo giacente, ma in sedere ed in atto di persona che sta sulle difese, un guerriero tutto di nera armatura ricoperto, e sospettarono veramente essere potesse il personaggio dal Carcano disegnato.

Non appena colui vide a sè lontani un trar d’arco i tre sconosciuti che verso di lui si volgevano, che assumendo un’aria minacciosa, e contro di loro volgendo la bocca dell’arme sua sconosciuta, così in voce di tuono loro gridò.

— Di un passo non vi avanzate, o voi che verso di me sembrate volgervi; date le spalle a questi luoghi. Nuocervi io non voglio, ma l’andar oltre non vi è concesso.

— E chi a noi lo contende? — disse il Bianchi; — noi non siamo usi a lasciarci intimorire da minacce.

— Arrigo Bianchi, — replicò lo sconosciuto; — la vostra voce finisce di svelarmi che voi siete veramente quel desso. Io vi conosco, e a male in cuore mi costringereste ricorrere alla forza.

Stupì Arrigo nel sentirsi a quel modo chiamar per nome. — Fermatevi, — disse poscia a’ suoi compagni; ed egli stesso arrestò [51] il passo. Indi con attento occhio contemplando lo sconosciuto, si avvide che il terreno intorno a lui era tinto di sangue.

— E chi dunque siete voi che per nome mi chiamate, e che siete lordo del vostro sangue? Se un tempo foste de’ miei amici, voi non avete nulla a temere da parte mia. Ma, o confidatemi il secreto del vostro nome, o dovete rendermi ragione delle vostre minaccie ed essere mio prigioniero.

— Prigioniero! La vita costata sarebbe tale parola a chiunque la proferisse, di voi in fuori. Ma io troppo bene vi conosco; e troppo grave mi sarebbe contro di voi adoperare la forza. Or bene, io acconsento che solo a me vi accostiate; e voi saprete chi son io, e mi ajuterete, ferito qual io sono, a salir l’erto monte.

Arrigo disse agli amici che si scostassero e da lungi lo seguissero; e senza sospetto, pieno di una incerta confusa idea destata in lui dal suono della voce dello sconosciuto che nuova infatti a lui non giungeva, al giacente si avvicinò.

— Voi siete ferito in una gamba, — gli disse, poichè gli fu vicino; — volete voi che io mandi per un chirurgo o per chi vi rechi a braccia ove avete dimora? Ma prima ditemi a chi sono io per prestar il mio ajuto?

[52]

— Il vostro ajuto! Di nulla, io ho bisogno, e nulla voi mi potete offrire che mi appaghi; la mia stessa ferita io la sprezzo, ed ora il sangue è omai del tutto stagnato. E non per tanto io non accuso la sorte che mi condusse ad incontrarvi. Sì, vostro amico io fui un giorno; e a voi si svelino i lineamenti di questo volto sconosciuto in queste regioni: mille ricordanze si affolleranno alla sua vista nella vostra fantasia. Sì, noi fummo compagni alla corte dello scellerato Giovanni Maria, che ora tanto avido aspira a beversi il mio sangue! E fu la perfidia sua, la sua scelleratezza che spinse un guerriero che grande da tutti si chiamava a vivere in mezzo a nudi scogli, in un cavernoso speco, e fra i disagi, finchè giunga il giorno desiderato di sua vendetta!

Proferendo queste parole lo sconosciuto, alzatosi, avea alzata la bruna visiera. Un viso virile e pieno di fierezza erasi presentato ad Arrigo. I suoi lineamenti dinotar poteano presso a quaranta anni; grosse ciocche di neri capelli scappavano di sotto l’elmo, ed adombravano la fronte ottenebrata. Due occhi vivaci come bragie splendevano sotto due folti e del paro nerissimi sopraccigli; una spessa e incolta barba il [53] mento e le gote avvolgeva, ed accresceva la durezza dell’espressione di que’ lineamenti feroci. Nel mentre egli ad Arrigo, in voce tronca e che indicava qual foga dì affetti il petto gli premesse, venia volgendo le espressioni del suo sdegno e del suo dolore, tutto il suo corpo si animava; le sue mani stringevano i pugni per l’indegnazione; il suo labbro tremava, le sue pupille lanciavano vive fiamme; e il suo capo, rizzandosi, sembrava minacciare il tiranno da cui traean origine le sue disgrazie. Egli stette quindi un istante in silenzio; e poscia, a poco a poco deponendo le minacce ed assumendo l’espressione dell’abbattimento, si percosse la fronte, e movendo gli occhi in giro, in modo da lasciar intravvedere che la sua mente, dalla sciagura scossa, era alquanto disordinata, soggiunse: — Ma è forse sogno; tutto forse è perduto, ed invano io questo giorno l’attendo; e forse prima, incanutite le mie nere chiome, rovescerannosi i forti ripari del mio speco, anzi che questi miei occhi veggano rosseggiar la terra del sangue di quello scellerato. — Oh quanto io sono infelice! — Ma no, di che mi lagno? — soggiunse poi riaccendendosi della prima fermezza. — Non sono io sovrano fra questi [54] monti; non è qui rispettato dalle genti intimidite il poter mio? Tanto ne ha forse Giovanni Maria sul suo scosso trono! E se la base del mio potere è la forza, tutto in natura non è forse il retaggio del forte? Se molte terre io disertai per favorire chi un tempo era mio sovrano, disertarne non potrò per la mia propria esistenza? Ma ora porgetemi il braccio, Arrigo, — in tuono più rimesso soggiunse, — e nel muovere verso la mia caverna, grandi cose io vi voglio far palesi.

Arrigo, volgendo a quell’infelice alcune parole di conforto, gli porse il braccio, e con lui proseguiva il cammino verso la sommità della montagna, quando il suo misterioso compagno così a favellar cominciò:

— Niuno più di voi a fondo conosce quale e quanto fosse il favore che a me compartiva un tempo il perfido Giovanni Maria; e la mia sorte si mantenne a me propizia fino al giorno 18 di agosto del 1404. Fu in quel giorno fatale che, sospettando il duca di Pandolfo Malatesta, il quale a Monza trovavasi, non desse mano a rilevare la fortuna della Duchessa, che ivi pure avea sua stanza, risolvette dell’uno e dell’altra la perdita. Egli per altro sotto opposti colori celando il suo disegno, me incaricò [55] e l’infelice Pusterla di sorprendere il Malatesta e la madre sua, e condurli a lui in Milano. Egli ci ingiunse non fosse operata colla madre la violenza; nel caso resistesse, in custodia venisse data ad una persona a noi sconosciuta, e che egli allora ci presentò; disse a questi aver affidata la cura di custodirla. Noi ubbidiamo a’ suoi comandi; il giorno stesso noi partiamo: giunti in Monza, il Pusterla assalta le schiere del Malatesta, nel mentre che io collo sconosciuto mio compagno al palazzo mi reco della Duchessa, per eseguire del figliuolo la commissione. Le genti di Pandolfo, che non erano più che trecento uomini, tutte furono fatte prigioniere; Pandolfo però salvossi, e potè giungere fuggendo mezzo ignudo in luogo di sicurezza. Frattanto io mi era recato dalla Duchessa, ed espostole quale fosse la volontà del figliuol suo, la esortava a sottomettervisi. Ma quella, del suo male presaga, guardandomi con occhi torvi, entrò invece in tal furore che, le più aspre invettive scagliando contro di quel mostro ch’ella avea generato, per la forza della commossione sua cadde in un profondo svenimento, ed io la credetti morta. — È morta! — sclamai allora, compreso di orrore e compassione. — Ebbene [56] ciò risparmierà una droga! — disse il compagno mio. Allora io gli fissai gli occhi in viso; la sua cera sinistra mi parve animata da un’espressione infernale! — E che dir pretendete? — io replicai, in tuono sdegnoso. — Nulla, — mi rispose quegli sogghignando: — se essa è morta non vi vorranno odorose essenze per richiamarla alla vita. — Non voglia il cielo che ciò sia, — soggiunsi io, gli occhi sempre rivolti su quel dubbio mio compagno. — Nol voglia pure, — disse il malvagio; ed il dialogo qui terminò.

Frattanto in sè tornando poco dopo la Principessa, giurò che viva nessuno da Monza l’avrebbe strappata; e noi la assicurammo che alcuna violenza non le verrebbe fatta. Solo venne infatti nel suo palazzo custodita; e la sovraintendenza di esso ne fu lasciata alla persona che il Duca avea designato per l’uffizio di carceriere. Pochi mesi dopo, si udì che era morta; nessuno conobbe della morte la cagione, e molti sospettarono che fossero i malvagi trattamenti che le avessero accorciata la vita. Io i miei sospetti, assai più fondati, in me serbai per qualche tempo; ma mi allontanai dalla corte pel grande orrore che l’azion rea del principe in me destava. Finalmente ne feci parola al Pusterla, e [57] quegli giurò che certamente la Duchessa era stata dal figlio avvelenata, che però era il fatto a celarsi ad ogni persona che vivea. Ma egli ebbe, più tardi, l’imprudenza, per assicurare il Duca di sua fedeltà, di lasciargli intravedere ch’ei conosceva le particolarità del fatto; e io da lui stesso ciò seppi: ma non passarono due giorni ch’egli fu messo a morte nel modo orribile che tutti sanno; e allora, non a torto, io sospettai per la mia stessa vita, avendomi alcuno de’ miei amici assicurato che il Pusterla era stato posto dal Duca alla tortura, e che lo Squarcia avea ucciso colui che lo avea torturato. Più non dubitai che il possesso del mio secreto a me non fosse per essere fatale, e lasciai la città. Venni diffatto per ogni parte cercato colle più squisite diligenze, ed a prezzo d’oro fu messa la mia testa: la conoscenza del misfatto del tiranno è una colpa di morte per quello che la possiede!

— Che intendo! A tanto dunque veramente giunse l’inumanità del Duca? Ma voi avete forse bisogno dell’altrui soccorso per ritirarvi e vivere in uno stato straniero? Parlate; io non vi lascerò senza ajuto.

— No! errando io fuori della città senza [58] sapere ove rivolgermi, conoscendo quanto periglioso fosse essere scopo delle ricerche di vili che non bilanciano nel troncare un capo quando loro è pagato a peso d’oro, io feci il più tremendo de’ giuramenti, che vendicato mi sarei di Giovanni Maria. Questo giuramento è quello che qui mi lega; per questo io mi cinsi di compagni pronti a seguirmi ad ogni mio cenno; e solo per questo, colla forza provvedendo a’ miei bisogni e a quelli de’ compagni miei, io traggo una vita concitata fra questi monti.

In questo mezzo essi erano giunti di già innanzi all’apertura del vasto speco che servivagli di asilo sicuro. Larga è questa da forse cento passi, ed è sospesa sovra uno scoglio a cui a stento si accosterebbero le stesse selvagge capre, tanto ella è erta la strada che vi conduce. Lungo tutta l’apertura estendevasi un grosso muro di pietre con due porte, entrambe da pesanti ferree saracinesche difese.

Altre aperture vedevansi praticate nel sodo muro ad uso di balestriere; e la sommità di esso coronata scorgevasi di merli e munita di due bertesche o torricelle. Nel resto, la vasta abitazione di cui il muro stesso facea parte, ricevere dovea la sua maggiore luce dalla parte interna riflessa [59] dalle gigantesche pareti della immensa grotta biancheggiante. Un ruscelletto, a rendere più forte ancora quel luogo già dalla natura tanto fortificato ed a provvederlo di uno degli elementi più necessarii alla vita, scendeva disotto un arco quasi nel mezzo appunto della caverna, e fra enormi sassi frangendo le grosse onde vi formava una cateratta. Del resto, non erano, come si disse, soltanto allora state innalzate quelle fortificazioni; e solo esse erano state riparate per opera di que’ banditi che presentemente le occupavano.

Dopo di aver un istante contemplato sì l’uno che l’altro in silenzio il maestoso spettacolo di quella grotta, il Guerriero dalla nera armatura animando lo sguardo suo come di orgoglio e di compiacenza, con quell’enfasi che gli era propria negli istanti in cui la disordinata sua fantasia prendeva fuoco così sclamò:

— Ecco la casa mia; ecco il mio castello; quale mai fu più maestosa abitazione? Ove sono le torri che più si innalzino di questi scogli giganteschi? Vedi queste colonne cinericce che fiancheggiano e sormontano il vasto speco: non sorgon esse tanto orgogliose quanto quelle che pose Ercole in fine al mondo? Ma tu, Arrigo, veder potrai [60] ancora l’ampiezza dell’interno mio palazzo; vedrai quanto addentro si inoltri la caverna tenebrosa, ed il numero de’ miei soggetti che ivi securi in me soggiornano. Credimi; allorchè la mia mente, ogni idea del passato obbliando, tutta piena si giace delle sensazioni istantanee del presente, io pieno di guerriera gioja passo molte ore in quel forte antro che è come la mia reggia. Tutto abbonda nella caverna; nè la gioja vi è bandita fra miei compagni. Ma allorquando, solitario la notte a lunghi passi mi aggiro nella muta mia stanza, e penso al tempo in cui numerose schiere ubbidivano al mio comando, quante imprecazioni non scaglio contro di colui per cui sono costretto a vivere fra queste balze!

Arrigo si ingegnò a porgergli dei conforti; e gli rinovò l’offerta sua, che qualora, tranquilla vita riprendendo, passar volesse in altro stato, al che esortavalo, egli gli avrebbe somministrato quanto gli fosse abbisognato.

— Non già, non già: la mia sorte è stabilita, — replicò l’altro; — se così non fosse, la forza del mio braccio a me provvederebbe, e pure ai miei provvederebbe il mestiere della guerra. Ma eccoci allo speco: seguitemi per quest’erta strada; benchè la mia ferita [61] mi tormenti, io per altro col vostro ajuto potrò salirvi. Giunti su quel masso, i miei compagni giojosi accoglieranci. — Ei gittò un fischio, e ìmmantinenti apparvero alla saracinesca molti strani visi, che riconosciuto il loro capo si ritirarono; la cateratta si alzò; fu fuori spinta una scala per agevolare ai due l’entrata. Salì il primo lo sconosciuto capo di quella banda, e dopo lui saliva Arrigo Bianchi.

— Voi siete lordo di sangue! — sclamò la schiera de’ banditi che con gioja rispettosa si era messa intorno al suo capo.

— Sì, — rispose questi, — allorchè jeri noi tornavamo verso il monte, ed a’ miei due compagni avea ingiunto che mi precedessero, io ritirandomi fui ferito leggermente in una gamba, tanto però che il dolore mi vinse, e dovetti passar la notte in una parte riposta del monte. Ivi trovai questo mio amico, e col suo ajuto a stento qui finalmente io mi ricondussi.

Allora tutti rivolsero la attenzione loro ad Arrigo; ma nessuno ebbe l’animo di fare una domanda curiosa al loro capo.

Costui licenziò i compagni suoi con aria di comando, ma amichevole; e quindi conducendo il giovine suo conoscente fra le varie stanze, nude di ogni ornamento, che [62] componevano quello strano palazzo, e mostrandogli quanto nel monte l’umida grotta si sprofondasse, così tornò a dar sfogo al rammarico che nell’animo suo allora si accumulava.

— E chi detto l’avrebbe, allora che sotto armi lucenti io mi avvolgeva fra le giostre e i tornei, chi detto avrebbe che io sarei un giorno diventato il selvaggio abitatore di questa caverna? Ma ancora chi detto m’avrebbe che, qui vivendo, io vi avrei stretta la destra di uno dei nobili miei amici? Ma addio. Non lasciate traspirare nemmeno all’aria il segreto di che vi misi al possesso; esso formar potrebbe la vostra rovina. Tornatene a’ vostri compagni; da me, nè da’ miei, nulla temete. Oh se quell’esecrato capo cadrà un giorno, noi torneremo ancora compagni!

Arrigo fu commosso a tale commiato; e stringendo la destra nerboruta del terribile suo amico, lasciò la caverna, dalla quale venne ajutato a discendere dai satelliti di quell’uomo tremendo: scese egli, e tutto pieno della triste idea di quella vittima della tirannia, non ebbe fatti più che trecento passi, che incontrò i suoi compagni, io voglio dire Azzo ed il capitano, i soli che da lungi lo avessero seguito.

[63]

CAPITOLO IV. IL LUSINGHIERO

Il nostro Antonio Carcano difatti non avea fatto lo stesso. Vista la mala parata, il poveretto, queto queto, si era ritirato, e posciachè fu ad una ragionevole distanza, e sicuro omai di non essere più veduto, a gambe si pose a correre verso del castello. La sua paura però lo trasse fuori di strada; e dopo di aver percorso da circa un miglio, tutto ansante si fermò, dubitando di ciò che era, voglio dire di essersi smarrito.

Egli allora, con un po’ più di tranquillità dando ordine a’ suoi pensieri, così fra sè cominciò a discorrere:

[64]

— Che dirà Arrigo di me? egli dirà che sono un poltrone; ma io potrò ribattere l’accusa, scusarmi, non importa in qual modo. Sì, sì, cento idee mi suggeriscono a tal proposito; nè mai a me vennero meno pretesti. Frattanto, pensiamo al più: pensiamo a trovare la strada di questo maledetto Castello. Ove diavolo se ne è andato? Lo si vedrà da quell’eminenza. Per dire il vero sono stanco; ma saliamola. Ancora, solo non ho tanto gusto a trovarmi in questi paesi. Con questi banditi, e con questi ghibellini, preveggo che io qui non sono nel mio elemento.

Così ragionando, ed anelante, si ingegnava di salire la altura da cui sperava scoprire il desiderato Castello del Monte. — Benedette le contrade di Milano, — fra sè diceva, — al tempo di Giovanni Galeazzo e prima che queste guerre de’ Guelfi e de’ Ghibellini vi portassero l’inferno, e l’uso infame di scannarsi a vicenda. Che bel passeggiare fra di esse, vivendo alle spalle di un amico, a cui non si pagava che un poco di adulazione! Ora quel maledetto Facino ha data la fuga ai Guelfi; e non si può più vivere nemmeno colà. E quell’imbecille di Duca lo ebbe nelle sue mani, e lo lasciò fuggire! Oh se foss’io il Duca non vorrei lasciarmi [65] venire coi piè sul collo a questo modo, no da parte di Sant’Ambrogio! Ma così va il mondo. Al tempo di Giovanni Galeazzo nessuno contava un soldo, il Duca era tutto; ora il Duca è nulla, e chi comanda sono coloro che gli hanno giurato di ubbidirgli. Ma eccomi finalmente su questa erta! Mo’, vedi, ancora non si vede il castello! Fuggisse egli, siccome l’Italia ad Enea? non ci mancherebbe che questa! Ma oimè! che accade? sento strepito: fosse un lupo? no, pare una pedata d’uomo. Che sarà mai? è meglio che mi nasconda fra questo cespuglio.

Così dicendo, egli con gran diligenza si appiattava fra di una folta macchia che ingombrava una parte del bosco, il quale estendevasi quasi continuamente su quella ampia montagna. Il povero parassito per la paura era veramente divenuto tale da far pietà. Il color suo naturale lo abbandonava; a pena si arrischiava a respirare; e forse egli non avrebbe sfuggito i funesti effetti di quello stato angoscioso, se a rassicurarlo non si fosse agli occhi suoi in breve mostrata una scena assai diversa da quella che forse alla sua immaginazione egli si dipingeva. Fu adunque, invece di essere terribile, la scena che a lui si offrì la più gioconda, e quella che più egli avrebbe potuto desiderare.

[66]

Infatti, poichè per qualche minuto si fu sempre più fatto maggiore lo scrosciar dei cespugli e dei rami rimossi che formavano ostacolo al piede di chi si avvicinava, che dal passo misurato altro essere non poteva che un individuo della specie a cui egli stesso apparteneva; che, con sua grande soddisfazione, egli vide finalmente spuntare una figura umana, e tale da assicurarlo pienamente dal suo terrore. Poichè prima un bel volto giovenile avvolto in un fazzoletto a strisce di più colori, poscia un seno turgidetto e gentile, sebbene l’alabastro avesse alquanto di sua candidezza perduto sotto la sferza del sole di Luglio, quindi una azzurra gonnella, ed una persona piena di rusticane grazie, e leggiadria. Arrossì allora, forse per la prima volta, il vile della sua paura, e balzando fuori dal suo nascondiglio:

— Bella giovine, — disse portandosi verso la contadina; — quale pena vi infliggerò io dell’avermi rotto un cheto sonno, nell’istante medesimo che stanco di un lungo passeggio ne cominciava a gustare le dolcezze? Ma per voi parlano quelle vostre labbra coralline; ebbene sia su queste che cada la vendetta. — Ciò detto a lei con modi cavallereschi ed affettati avvicinandosi, [67] e prendendola per le braccia, stava per accostare le sue labbra ai rubicondi coralli della contadina; quando questa, non ismarrendosi a quell’assalto, e liberata la destra dalla mano dell’impudente damerino, al passionato suo ammiratore applicò uno schiaffo sì sonoro che l’impronta della forte mano restò rosseggiando sulla decorata guancia.

— Signor cavaliere, — poi soggiunse la robusta Driade, ponendosi in atto di difesa, — si guardi, perchè io cercherò di difendermi; e non andrà molto che alcuno giungerà in mio soccorso. Ma in nome de’ santi, non voglia tormentare una povera fanciulla che di recente ha schivato per miracolo una gran disgrazia!

All’udire l’annunzio, arriverà alcuno, che in tuono profetico e misterioso, non meno del Battista, la giovane contadina pronunziava, il Carcano, suo malgrado, impallidì; e cangiando di tratto modi, diè indietro due passi, e disse: — Il cielo mi guardi, bella ninfa, dal recarvi disgusto; nè io credeva offendervi, mostrandovi la mia ammirazione. Adunque voi siete una beltà dolente! Via in me confidate, narratemi le vostre avventure, e voi avrete da me fido patrocinio e difesa.

[68]

— Io non capisco bene il vostro linguaggio; ma mi pare siate, sebbene un poco licenzioso, un buon signore. Voi forse siete milanese. Tutti cotesti giovani di Milano sono un gran tormento per le povere fanciulle da villaggio: anche il signor Estore Visconti, sebbene sia quel gran signore che è, e già vecchio, ci fa arrossire quando capita a Parravicino. Or bene, sappiate che jeri per poco non successe la maggiore delle disgrazie.

— E sì che voi meritereste che la fortuna fermasse a’ vostri piedi la volubile sua ruota, mia villereccia dea!

— Già ve l’ho detto, io non capisco di questo linguaggio; e, se parlerete così, io non saprò più che rispondervi. Ma conoscete voi Giorgio Tanaglia, il falconiere del signor Giovanni Pusterla?... Come non lo conoscereste, che è il primo nei contorni che sappia allevare bene un falcone ed un astore!

— Giammai di lui, io ebbi udito parlare, la mia fanciulla; ma del suo padrone udii dire che sia un Ghibellino assai feroce.

— Per noi il signor Giovan Pusterla è della miglior pasta del mondo. Ebbene, mio zio, il falconiere, jeri ha corso pericolo di essere ammazzato dal Guerriero Nero della [69] caverna; ed anche,... anche il povero Carlotto!

— Il Guerrier Nero della caverna! — disse Antonio impallidendo.

— Sì, egli stesso. Ma voi siete di Milano e non ne avete forse inteso parlare. Sappiate adunque che in quella caverna che sospesa si vede in cima a questo monte abitano de’ fuorusciti che impongono taglie a tutto il paese, e spesso rubano le bestie che pascolano sui monti; ma fanno più male ai Ghibellini; e lasciano stare d’ordinario i Guelfi e la povera gente. Dicesi che il loro capo sia figliuolo di una strega, perchè ha un fulmine nelle mani. Mio zio jeri corse gran pericolo, con quel poveretto giovine di Carlotto...

— Carlotto... E chi è questo Carlotto?

— Carlotto? egli è... Ma ecco qua Andrea che giunge. Bravo, così voi mi custodite; bella scorta che mi fate! Via spicciatevi, che l’ora si fa tarda.

Mentre ella così parlava, compariva fuori da que’ densi cespugli che l’avean prima celata, la persona a cui queste parole erano volte. Era costui un villano di statura piuttosto bassa, ma quadrato e muscoloso quant’altri mai, e pieno di robustezza. Portava in una mano quattro polli [70] di cui stringeva le gambe in un fascetto, nell’altra un grosso e noderoso bastone, ed avea un grande coltellaccio alla cintura. Avea ispida barba, che raddoppiava la durezza dell’espressione de’ suoi lineamenti; e le fattezze del suo viso indicavano un ingegno torpido e goffo. — Ho trovato compare Luca la giù, Lucia, ed abbiamo discorso un poco della vendemmia.

— Noi andiamo al convento di S. Francesco, signore, per portar delle offerte ai buoni padri, e questi fiori (e mostrava un canestro che sostenea col sinistro braccio) all’immagine miracolosa della Madonna, che forse è stata essa che ci ha salvati.

— E colui è l’onorevolissimo vostro zio, mia bella ninfa?

— Mio zio! — sclamò la giovine in tuono di chi come offeso si sente nell’amor proprio e nell’onore; — mio zio, signore, è ben altra cosa che Andrea il giardiniere!

— Ah sì, io stesso l’avrei giurato: dal duro tronco della quercia nascer non potevano lo rose dilicate, nè coi fieri lupi aver parentela i teneri agnelli. E il vostro nome, mia bella, è forse Lucia Tanaglia?

— Sì, ma ciò che deve importare ad un signore, come voi esser dovete?

[71]

— Ah, mia dea, il nume cieco non conosce distinzione di grado. Sì, io sono un signore. Pochi in Milano vantano eguali ricchezze di quelle di Antonio Carcano; mille belle mi assediano; ma il mio cuore... ho da dirvelo? non mai fu tanto scosso quant’oggi alla vostra vista. Ditemi, potrò io visitarvi nel tugurio del padre vostro? io potrei anche farvi mia sposa...

— Ah signore, che cosa dite? io sono già promessa a Carlotto il figliuolo dell’oste.

— Ora capisco chi è questo Carlotto che vi sta sempre sulle labbra. E voi preferireste un gaglioffo alla mano del più nobile, del più ricco, del più possente cavaliere di Milano, s’ei ve la offre? Eh via, voi non sarete sì stolta, bellissima Lucia, io nol posso credere.

— Signore, non incalzate una povera fanciulla. Ed inoltre, ecco il convento de’ Francescani; noi ci siamo giunti, non vogliate seguirmi. Che direbbero di me i buoni padri, e frate Paolo specialmente, che sa che io sono promessa? Piuttosto, se volete, siete padrone di sedervi colà, ed aspettare il mio ritorno...

In altra occasione non si sarebbe il nostro lascivo damerino accontentato di un semplice commiato ad una bella di questa [72] fatta; ma la faccia tetra e sinistra e lo sguardo attento e stupido di Andrea lo tennero in rispetto. Egli adunque si limitò a rispondere con queste parole alle esortazioni della giovine contadina: — Ebbene, voi lo volete, ed io non saprei contrariarvi: qui il vostro ritorno aspetterò. Ma termini presto questa fosca notte che del bel sole de’ vostri rai così mi priva. — S’assise allora sovra di un sasso che stava sotto un salice piangente, e che forse era uso servire di tranquillo scranno a qualcuno de’ solitarj abitatori del vicino convento assorto in sante meditazioni; e volgendo fra sè idee ben diverse di quelle che oggetto saranno state de’ casti pensieri di que’ santi romiti, così fra sè stesso diceva.

— Vedi, non falla mai: gran secreto per rendersi propizie le beltà di bassa condizione... una promessa di matrimonio... Vedi come cascano dalle nubi, — proseguiva l’infame libertino, — a queste parole incantatrici! Costa così poco: Si dà: ecco la mia massima; ma quando ho côlto un frutto prematuro, io mi ritiro. Pianti, schiamazzi, desolazioni; a me che importa? tutto poi finisce: qualcuna va all’altro mondo pel dolore; ma io non ci perdo, e con altra bella me la godo. Cadrà [73] anche questa con quattro parole ricercate e una promessa... Ma ha già lo sposo: povero tanghero, sta fresco! Il figlio dell’oste! Eh gliel dirò io il proverbio, se nol sa: «Sono sempre gli stracci che vanno in aria». Ma, e se fosse un giovine risoluto? Se avesse compagni? Non vorrei farmi una seria briga! Ci vorrà prudenza: ci vorrà raggiro. Suo zio è falconiere di Giovanni Pusterla; ora costui, dicono, è un demonio. Amo le belle; bramo i loro favori; ma la pelle mi è più cara; e se non è al sicuro, al diavolo le donne e gli amori. E’ converrà questa fiata, pensarci due volte prima. Ma intanto? Intanto però non parmi tempo di battere la ritirata. È troppo bella costei, e mi ha colpito veramente. Ha due occhi che mi incantano; e quelle guance; e quella fronte; e quel bel seno? A batter la ritirata sarò sempre in tempo; mancano a me astuzie, scuse, stratagemmi? Un altro potrebbe far dare allo sposo una coltellata; ma io di tali eccessi non sono capace... Oh Vergine Santa; soccorso! La vita in dono per pietà!

Quest’ultima esclamazione, così poco consentanea al rimanente dei ragionamenti del nostro Antonio, fu fatta a forte voce e fugli strappata dal labbro da due compagni [74] a lui indivisibili, voglio dire il sospetto e il terrore. Difatti, mentre egli era assorto nelle sue macchine scellerate, e ne’ suoi desiderii contrari al nono de’ comandamenti, e pur tanto consentanei alle usanze allora propagate in Milano per gli esempi de’ cortigiani e del malvagio duca Giovanni Maria; tre persone a lui pianamente si erano accostate dietro le spalle; e poichè egli non se ne avvide, malgrado la squisitezza del suo orecchio accostumato a star in guardia per dar tempo ai piedi di provvedere alla sua salvezza, uno dei tre colla mano pesantemente la spalla gli percosse. Il Carcano, trasalendo, assalito tanto più bruscamente dal terrore in quanto che più inaspettatamente, a un tratto manifestossi per quello che era, un poltrone e un codardo, chiamando ad alta voce a un tempo dal cielo che tanto co’ suoi infami disegni pur oltraggiava, e dagli uomini da cui più non ne meritava, pietà.

Uno scroscio concorde di risa fu tutta la risposta che egli dai tre ottenne. Il povero tapino, di già fatto pallido come un cadavere, allora, o che tanto di forza e di coraggio in sè raccogliesse o che l’istinto vel traesse, indietro volse un po’ la testa, e con quel leggerissimo movimento si rassicurò; [75] poichè dopo un istante da lui conceduto alla sorpresa: — Oh! — sclamò, ripreso cuore, — siete dunque voi! Affè che io conosciuti vi avea, e veduti assai tempo prima; e per sollazzarvi ho finto di essere sbigottito. Ma, bravi, io sono ben contento che mi abbiate raggiunto: io spero che non lontani sarem molto dal castello.

— Anzi noi andavamo di te in traccia da questa banda, nel mentre che alcuno dei nostri era incaricato di cercarti altrove; noi abbiamo sentito da alcuni de’ nostri paesani che tu non eri nel castello tornato, — disse Arrigo. — Ma via sii sincero, Carcano; tu credesti di essere côlto questa volta almeno da tuo padre l’arcidiavolo.

— Diamine! che sognate mai? E credete voi che io avrei paura di sua maestà delle tenebre, fosse anche seguito da una legione siccome quella che si gittò presso Gerasa nella mandria de’ porci?...

— Molto onori te stesso, assomigliandoti a quegli immondi animali! Ma via, noi non ti possiamo credere. Ma l’ora è tarda, torniamo al castello, il pranzo colà ci attenderà.

— Buon annunzio è questo! buon annunzio! Affè che io cominciava a sentir l’appetito. Assiso sotto questo salice, io [76] contemplava il magnifico paesaggio: quante gravi meditazioni si succedevano nella mia mente! Quando il ventre è leggero la fantasia serve a maraviglia. Che paese! che cielo! quale incanto! io esclamava. Ma ora sento che il mio ventre tenea altro ragionamento; e la vista del tuo pranzo, Arrigo, non è a questa da posporsi. Noi avremo della selvaggina, spero; avremo del vino di Monte Orobio. Sono due gusti diversi il meditare e il mangiare; ma non meno perciò l’un dell’altro pregevoli. Sono come due bravi cavalieri che con forze e ardor pari vengano a giostra, come sarebbe Antonio Carcano, e Arrigo Bianchi...

— Vi ringrazio del paragone, che a me non fa più onore che a voi ne faccia il confronto da voi testè fatto delle mandrie de’ porci di Gerasa. Ma ditemi adunque, prode cavaliere da giostre; perchè fuggiste questa mattina innanzi a quello sconosciuto in cui ci abbattemmo?

— Fuggire! io! No in nome del cielo, io non fuggo sì di leggeri. Ma, se aveste avuto voi tre meno paura in corpo, avreste meglio veduto ove io mi movea.

— Ah! ah! ah! — ridendo, disse Azzo. — Verso il castello, non è vero?

— Verso il castello? L’ho io veduto [77] forse il castello? No, no, sentite che tutto vi narrerò strada facendo. Non appena voi vi foste avvicinati a quel macigno dietro cui si ascondeva il Guerrier Nero, se pure egli era desso, che non l’ho ben veduto, che ecco che alle spalle io veggo a noi avvicinarsi quattro uomini armati, che sicuramente essere dovevano compagni di quel bandito arrischiato. Or che si fa? Se vi avviso, io vi spavento: adunque io dico fra me, contro costoro basterò solo. Fatta tale risoluzione, cavo la spada e loro mi faccio incontro. Essi mi opponevano da principio la più vigorosa resistenza; ma i miei colpi erano di ben altro peso che i loro. A me canaglia! gridava io, a me! Ad uno diedi una stoccata nel collo che forse ne morì. Come gli altri quattro malandrini se ne avvedono, a gambe a fuggire, e...

— Basta così, — disse Azzo, interrompendolo: — solite anomalie! Da quattro ora sono già divenuti cinque, e se proseguite, diventeranno otto o dieci. Non vorrei che popolaste a questo modo il mondo di ladroni e di nemici.

— Dite ciò che vi piace, ma gli assassini erano cinque, ed io tutti li ho posti in fuga: tre sono andati da una parte; e uno solo da un’altra. Uno solo restava a combattere [78] con me, ma io che non li avea temuti tutti e cinque....

— Bravissimo!

— Sì veramente, — proseguì Antonio, — io non mi lasciai intimorire da quell’arrischiato birbante... Ma che vuol dire questo corno che sentesi a noi vicino nel bosco? — disse il Carcano interrompendosi; ed al colore infocato delle sue guance successe la più smorta pallidezza.

Il Capitano disse che non potea essere che Giovanni Pusterla, venuto a cacciar nel bosco, come di solito ve lo spingea la sua prepotenza.

— Me ebbe egli forse da mio zio l’assenso? — chiese Arrigo.

Il Capitano nel suo gergo disse di no; e che lo facea solo perchè lo zio di Arrigo non avea mai fatto provare a colui che non ne avea il diritto.

— Ebbene, — soggiunse Arrigo, — se è lui, chiediamogli ragione di questo suo arbitrario operare.

[79]

CAPITOLO V. LA PREPOTENZA

Non a torto il Capitano aveva presentito che essere il Pusterla quegli doveva che a suo diletto andava cacciando pel bosco.

Giovanni Pusterla, nato di una famiglia principalissima fra le ghibelline di Milano, era cugino di quel Pusterla dello stesso nome che, dopo di aver per ordine del Duca dato passaggio ai Ghibellini in Monza, ove era castellano, il giorno in cui vi erano andati per assalire il Malatesta e la Duchessa, era stato dal Duca stesso a’ suoi sospetti sagrificato.

[80]

Siccome poi l’odio del Duca non si era limitato a sfogare il suo corruccio contra il castellano di Monza, ma vi aveva sottoposta ancora tutta la sua famiglia, e ciò a malgrado dell’alta considerazione che questa godeva fra’ Ghibellini, Giovanni Pusterla, cugino dell’infelice vittima, credette opportuno sottrarsi ai pericoli che continuamente lo minacciavano lasciando la città, e ritirossi nel suo castello presso di Parravicino. E tale risoluzione egli avea presa non tanto perchè egli di sè temesse, quanto per amore di un’unica sua figliuola che teneramente amava, e per la quale, giudicando dall’indole del Duca che perdonato non l’aveva nemmeno a un fanciullino dell’infelice suo cugino figliuolo, egli doveva del pari che per sè stesso temere.

Ben è vero che questo Pusterla godeva della valida amicizia del possente Facino che a questo tempo signoreggiava il Duca stesso; ma oltrechè Facino era di sovente assente dalla città, il Duca pure odiava quel capitano, e ne avea date prove non era gran tempo tendendogli delle insidie; per la qual cosa il maggior vantaggio che ritraesse il Pusterla da quell’amicizia si era quello di poter sicuro tornare un istante di quando in quando, trovandovisi quel generale, [81] nella città a visitarvi gli antichi amici per poi lasciarla il più presto, al suo sicuro asilo tornando in Parravicino.

Siccome poi era il carattere del Pusterla focoso e facinoroso, così egli annojavasi della sua quiete, e tentava ingannare la noja coll’esercizio della caccia, tanto analogo al mestiere delle armi. Egli non si era poco distinto nelle turbolenze di Milano; ed a capo de’ Ghibellini avea menato assai colpi nella giornata memorabile del Malcantone; egli vi aveva anche riportata una ferita o per meglio dire uno sfregio di cui nel volto gli si vedeva la cicatrice. Ora egli a mal in cuore si accontentava di turbare la quiete degli abitatori delle selve che a lui appartenevano, e come la sua prepotenza il portava non lasciava di invadere i diritti de’ Guelfi allora oppressi cacciando sul loro territorio; e così facea spesso nelle foreste appartenenti al possessore del Castello del Monte. Era a que’ tempi Erba dipendente dai Rusconi, ma questi intesi solo a sostenervisi non vi aveano introdotto quasi nessun governo; e l’anarchia vi dominava. Quindi noi abbiamo veduto il vecchio Bianchi pensare alla propria difesa armando una piccola schiera nel suo Castello. Ma egli, come si è detto, non pensava a respingere [82] gli assalti del Pusterla: e gli altri Guelfi, di lui più deboli, non osavano alzar la testa. Quindi questo vecchio Ghibellino di giorno in giorno cresceva in prepotenza.

Ma il suo carattere ammetteva non pertanto ancora molte buone qualità. Avea della generosità; era benefico verso i suoi dipendenti, e buon amico cogli amici. Bravo nel maneggiare la spada, era altrettanto gioviale ne’ conviti; e la sua casa, aperta all’amicizia, diventava spesso il ricetto di grandi personaggi con cui era in lega. Egli procurava allora ogni mezzo per trattenerli piacevolmente, e la cordialità sua in questa occasione spiccava in modo sì bello che nessuno dal Castello suo si partiva senza essere divenuto l’amico vero del suo possessore. Di questo modo egli avea fatti grandi progressi nell’amicizia di Facino Cane e di Beatrice Tenda di lui moglie, di Estore Visconti allora signore di Monza; e, nel momento di cui parliamo, ancora di Giovan Carlo Visconti figlio abbiatico di Barnabò che, privato di Canturo per opera di Facino, avea trovato asilo in Monza presso di Estore suo parente. Ivi, in occasione che v’era andato, il Pusterla avea stretta con lui una amichevole relazione, e i suoi cordiali eccitamenti lo aveano indotto a passare [83] qualche settimana seco a Parravicino.

Egli era adunque per rallegrare il suo illustre ospite che questa volta il Pusterla si era condotto fuori alla caccia, e secondo l’uso era venuto, per ottenerla più abbondante, nei vasti boschi che formavano parte dei dominj dipendenti dal Castello del Monte. Or egli era riuscito ad uccidere un capriolo, quando dando fiato al corno avea intorno a sè chiamato i suoi compagni per dar loro parte del lieto suo successo.

Questi suoi compagni erano il già nominato Gian Carlo, detto il Piccinino per la sua piccola statura, due suoi scudieri, il falconiere Giorgio Tanaglia, che il lettore di già conosce, ed uno o due altri famigli del castello. Ora stavano essi esaminando la bella preda, e lodandone la pinguezza e il bel colpo che l’avea messa a morte, quando, dalla parte opposta del bosco da cui i compagni del Pusterla erano quivi giunti, comparve Arrigo coi tre suoi colleghi, ed alla schiera de’ cacciatori improvviso mostrassi. Un istante di stupore parve rendesse attonito il Pusterla a quella vista. Egli non aprì labbro, nè alcuno de’ suoi compagni proferì parola. Tutti si limitavano ad imitare più o meno il Pusterla che alzando la testa e dando alla [84] sua persona l’aria più altera, altro non fece che fissare sui sopraggiunti uno sguardo che parea loro dicesse: «Ora che pretendete?»

Arrigo Bianchi non si lasciò intimidire da quell’atto altero del suo rivale e disse: — Signori, questi boschi a me ora appartengono, nè io altrui cedetti il diritto di venirvi a cacciare. So che alcuno lo usurpò durante la vita di mio zio; ma il tempo or è cangiato, e chi li possiede intende mantenersi in tutta la loro integrità i suoi dritti. — Così dicendo, il suo volto si infiammava di una vampa di sdegno. Il bravo Azzo gli si era posto al fianco e tenea la mano sull’impugnatura della spada.

— Signore, — disse il Pusterla; — per la vostra età e per la fazione a cui appartenete, voi mostrate avere più orgoglio che non vi si convenga. Sappiate adunque che io cento volte ho cacciato in questi luoghi, e che non saranno le vostre smargiasserie quelle che dissuaderanno dal più tornarvi Giovanni Pusterla. Si sa che i Guelfi hanno più presta la lingua che la mano; sono più forti di parole che nel trattare la spada.

— Eppure voi non aveste tal arra il giorno del Malcantone, — replicò Arrigo. — Mio padre vi impresse in volto un cotal segno che tuttavia non appare cancellato dagli anni agli occhi del figliuolo.

[85]

— Ah fu dunque un Bianchi che mi portò lo sfregio che ho in viso? Ebbene in questo caso guardatevi che desiderio non mi prema di pareggiar le partite, e che per una graffiatura io non vi paghi con qualche ferita più profonda. Ma via ritiratevi.

— Giammai, se tu non parti il primo, — venne in mezzo a dir Azzo, e trasse fuori la spada.

— Ebbene, cane, vediamo, — disse il Pusterla, — e fece lo stesso, e con lui diessi a combattere.

— Teufel... sappremant! — gridò il Capitano ed egli pure fe’ veder la luce alla propria lama.

— Che pretendi orso d’oltramonte! — sclamò il falconiere, e messo mano ad una lunga spadaccia che avea al fianco gli si pose incontro a combatterlo.

Ma Arrigo con voce severa: — Via, Azzo, — gridò, — fermatevi; via, Capitano, non veniamo a questi passi.

— Via Pusterla, via Falconiere, cessate, — gridava pure dal suo canto Giovan Carlo, vedendo con ripugnanza che per cagione sì frivola si ponessero a rischio le vite. Ma non aveano appena i due che far cessare voleano quel combattimento terminato di proferire queste parole, che il falconiere [86] con tal destrezza assestò cotal colpo al suo antagonista che coltolo lo stese esanime sul terreno. Cessò allora quasi per un muto consenso il conflitto fra Azzo ed il Pusterla; Carlo Visconti si pose in mezzo in tuono autorevole e pieno di maestà, dicendo che in nome del cielo non si rendesse ancora più funesta quella triste scena.

Il Pusterla disse: — Non io darò il primo le spalle a questo luogo. Giammai non dirassi che Giovanni Pusterla un indizio solo altrui abbia dato di viltà.

— Via, — proseguì il Visconti, — ritiratevi voi, o giovani bravi e coraggiosi, che un diritto sostener volete per convalidar il quale la maggior forza ora non è dalla vostra parte. Che volete? Che pretendete? Non vedete voi quanto superiori siamo in numero? Voi siete due contro sei: or che sperate dal vostro ardore, o dalla vostra imprudenza?

— Pur troppo è il vero, — disse Azzo con voce rauca e piena di rancore.

— Ma noi non partiremo però di qui, — soggiunse il Bianchi. — In questa terra giace l’esanime spoglia di un nostro compagno, nè noi l’abbandoneremo agli oltraggi di un nemico prepotente.

— Ebbene, se è per questo, non temete — soggiunse [87] il Pusterla. — Sull’onor mio vi giuro che nessuno toccherà un capello a questo bravo che combattendo restò ucciso. Inoltre, lo conosco, egli non è nè Guelfo, nè Ghibellino; è uno straniero che non si è battuto che per conto terzo. E d’altra parte noi abbiamo un altro morto che ci preme di vantaggio, un capriuolo che val bene la carogna di questo Boemo.

— Or bene, noi siamo costretti cedere alla necessità: ma ci rivedremo Pusterla, — disse Arrigo.

— Quando voi vorrete; — replicò il vecchio ghibellino. Azzo ed Arrigo dispettosamente si ritirarono.

— Parmi fossero quattro, — disse un istante dopo che furon partiti il Pusterla a Giovan Carlo: — ora soli due si sono ritirati.

— Il terzo, — disse uno degli scudieri di Giovan Carlo, — si è tratto in disparte e nascosto fra quella macchia.

— Ebbene, — disse il vecchio Pusterla, — egli non è dunque compreso nel trattato di tregua: Falconiere, va e snida quel codardo che lo veggiamo in viso.

Il falconiere ubbidì, andò, ritornò, fu sopra al povero Carcano a cui gelò il sangue nelle vene in vedersi afferrato a quel modo da una persona di sinistro aspetto e lorda in parte [88] di sangue: tremante non oppose resistenza alcuna; e si lasciò con una passiva rassegnazione condurre innanzi a Giovanni Pusterla, per ordine del quale egli era stato afferrato.

Ma poichè fu giunto in presenza di quel personaggio il cui aspetto severo era atto ad incutergli il maggiore spavento, l’anima troppo abbattuta di quel tapino ebbe bisogno di uno sfogo e così esclamò. — In nome di tutti i santi, non vogliate farmi del male. Che? vorreste uccidermi? che ho mai fatto io? Credetemi, io non ho mai snudata la spada contro persona vivente. Non mi sono io ritirato fin dal principio di questa zuffa? Via, come ci entro io? Quale colpa ne ha il povero Antonio Carcano?

— Antonio Carcano! — disse Giovan Carlo Visconti. — Ah, lo conosco! Egli fu fatto mio prigioniero nella battaglia di Rovagnate, ove vi so dir io che veramente non ferì un colpo solo. Eh via, è un codardo, un parasito, uno che vive di scrocco. Lasciatelo stare, lasciatelo subito andare, che altrimenti morirà di paura, ed avremo allora due omicidj a rimproverarci.

— Ebbene ha dunque de’ buoni compagni il Bianchi! E con questi pretendeva egli cozzare con Giovanni Pusterla? Ma tale [89] l’altro non era che meco combattè. A costui somiglierà forse Arrigo! Ebbene, è meglio per lui: altrimenti a quest’ora sarebbe andato al padre suo nell’inferno. — Ciò detto il Pusterla fe’ cenno al Falconiere che lasciasse andare il Carcano; e con sè portando la fatta preda tutti volsersi silenziosi verso di Parravicino. Il Carcano tra la paura e lo stupore sembrava non potersi movere, non altrimenti che se fosse stato di sasso.

Ma ritiratosi il Pusterla il Carcano con ribrezzo si diede a fissare lo sguardo sul cadavere dello spirato capitano. L’atto estremo in cui la morte côlto lo aveva era ben degno del suo valore. Egli stringeva tuttavia nella destra la spada, ed il suo volto era pieno ancora di minacce. Ma la pallidezza della morte era succeduta alla vivace porpora che prima lo aveva colorito. Fremè il Carcano a quella vista; ma poi le sue idee, presero ben tosto un altro corso. — Che dirà di me Arrigo? che dirà Azzo? Io debbo pensare a nuove scuse. Farò così: lorderò la mia spada nel sangue del Capitano, e dirò che mi portai alle spalle dei nemici, e che incontratili nel ritirarsi ne uccisi alcuno. Va benissimo. Povero Capitano, permetti che mi giovi di una piccola [90] parte del tuo sangue, di cui sei liberale al terreno, per un uffizio che mi è necessario: eri tanto buono vivendo che di certo non mel rifiuterai ora che sebbene faccia spavento, pure più non sei capace di muovere un dito solo. — Così dicendo egli immerse nella ferita del Capitano la spada, e si diede poscia a raggiugnere i suoi compagni.

Nè egli stette molto tempo a rinvenirli; poichè costoro cangiato sentimento, temendo non qualche fiera nel frattempo lo insultasse, tornavano per caricarsi essi stessi del cadavere sanguinoso del loro collega. Al vedere il Carcano Arrigo con mal umore gli disse: — Ove fuggiste voi, cuore di gallina?

— Fuggire? Possibile che sempre così abbiate a pensare di me? Vedete voi questa spada? È sangue questo, od è fango? Io mi era mosso per assaltare alle spalle quel branco dei Ghibellini, e poichè non giunsi che partiti voi, ne ho ferito uno che si era sbrancato e mi diedi a intracciarvi.

— Eh via; — disse Azzo. — Parvi egli questo il tempo di spacciare questa grossolana menzogna?

— Credete quello che volete: questo sangue parla chiaro; — e snudando la spada ne mostrò la lama rosseggiante.

[91]

— Foss’egli vero che voi stato foste da tanto di battervi, fosse pure con uno staffiere! — disse Arrigo. — Ma via, ecco il cadavere del capitano: Carcano, ajutaci a trasportarlo al Castello.

Così dicendo, Azzo ed Arrigo si caricavano di quella esanime salma; ma il Carcano si tenne da loro lontano, scusandosi che s’era slogato un piede; e nel mentre che si avvicinavano al Castello del Monte, il vile superstizioso così fra sè invece discorreva.

— Mi guardi il cielo di avvicinarmi a quella carogna. Vedi come alla mia presenza quel sangue ribolle e sgocciola; che se lo tocco, zampillerà a rivi. Possibile mo che sia vero, che un corpo morto si accorga della presenza di chi si tinse del suo sangue? E costui ha da pigliarsela con me perchè con un innocente stratagemma lordai il mio ferro nel suo sangue? Oh non mi piacerebbe che si sapesse ch’io ho ricorso a tal ripiego per salvare la mia riputazione! Basta, si potevano dare più strani casi in un giorno! Se le cose così procedono, io cangerò padrone, e me ne tornerò certamente a Milano, a rischio ancora di dover vivere co’ scarsi miei quattrini.

[92]

CAPITOLO VI. UN AVVISO DEL CIELO

Il giorno appresso la salma esanime del povero capitano antico guerriero di Venceslao, e che sì bene di quell’imperatore avea fin qui imitate le prodezze, venne con solenne pompa trasportata al luogo di sua estrema dimora; e non fu senza qualche lagrima di dolore e rancore che Arrigo vide partire il funebre convoglio.

— Ora ad altro non si pensi che a vendicarlo, — disse Azzo ad Arrigo; e poichè sul modo ebbero alquanto fra loro discusso, convennero metter le armi in mano alla [93] piccola guarnigione del Castello, armare anche i più risoluti de’ contadini da esso dipendenti, e per soprappiù cercare ai Rusconi, signori del Castello di Erba e come si è visto assai d’amicizia stretti al Bianchi, altri sei od otto uomini d’arme, per portare la schiera destinata ad effettuare i disegni dei due animosi giovani a trenta o quaranta combattenti. Il Rusconi non esitò a compiacere il Bianchi, pregiando assai l’amicizia di lui; tanto più che avea timore, per le viste ambiziose di Facino Cane, non avesse egli stesso ad aver bisogno in breve dell’ajuto di tutti i suoi aderenti.

Peraltro la piccola schiera che alle armi si preparava non venne informata del motivo che ad essa le avesse fatte distribuire; soltanto da alcuni si sospettava: il secreto dovea essere l’anima di quell’operazione, nè sapeasi se quel giorno stesso, o nel seguente, o più tardi si avesse ad uscire; se pure non trattavasi semplicemente di stare sulla difesa.

Si era proibito a ciascuno di uscire dal Castello; il Carcano ancora non sapea che volesse dire tutto quel militare apparecchio; ed Arrigo ed Azzo nell’antica sala del Castello, antico avanzo di gotica architettura, ed i cui fregi, consistenti in rozze [94] sculture e trofei ed armi, assai bene dimostravano l’indole fiera de’ primi suoi possessori, il cui sangue ribolliva nelle vene del giovine Arrigo, costoro dico, con viso annuvolato e pensieroso a gran passi passeggiando per la sala, disputavano tra di loro il modo di mettere a compimento il già ideato disegno.

Così si trattenevano, e non era di molto lontana la sera quando Anselmo, un vecchio servo di Arrigo, entrò ad annunziar loro che un frate rispettabile di S. Francesco facea umile istanza per essere ammesso al loro cospetto.

Era allora appunto l’Ordine de’ Minori di S. Francesco come la colonna della Chiesa. Nato nel tempo in cui la corruzione si era gettata fra gli ordini monastici, e la mollezza si era introdotta a corrompere la nobile austerità delle primitive loro istituzioni, quest’ordine, per la austerità della sua regola, avea riscosso dal loro sonno letargico ancora gli altri, ai quali serviva di tacito rimprovero col suo esempio. E non pertanto, siccome è proprio di tutte le umane istituzioni, che, ottime e sante da principio, il tempo insensibilmente le guasta, così ancora fra i zelanti discepoli di Francesco alcun poco rilasciato si era [95] col volgere di più d’un secolo il primitivo fervore. Ma di recente un personaggio distintissimo, e di santissima vita, era stato mandato dal cielo a richiamarli alla strada primitiva, in tempi in cui per il disordine in che giaceva la Chiesa a cagione dello scisma, tanto bisogno aveasi di ottimi esempj; e San Bernardino, visitando molti e molti conventi dell’Italia, e soprattutto della Lombardia, vi avea portata la riforma non solo, ma sembrava aver in molti individui infuso quasi il suo forte spirito, le pure sue vedute, il suo zelo eloquente, l’illuminata sua carità. Persone rispettabilissime adunque trovavansi a que’ tempi in più de’ conventi della Lombardia; ed il personaggio ora ammesso alla presenza dei due giovani ardenti e feroci, era appunto di questo eletto numero uno dei più distinti.

E ben ne avea grande bisogno il paese al tempo di cui parliamo; perocchè ove la voce autorevole di un ministro della religione agli uomini pervertiti severamente il loro dovere non annunciasse, nessun freno più era omai che al dovere li tenesse, e la loro tracotante audacia imbrigliasse. Quasi ombra di governo più non rimaneva in que’ momenti di anarchia in molti de’ villaggi [96] del Milanese, e principalmente da queste parti. Il Duca vi avea perduto ogni autorità, e i suoi potestà aveano desistito dalle loro incombenze. La casa Rusconi dall’altro canto vivendo nel sospetto che Facino contro di essa muover volesse, non pensava che a star in guardia contro di lui e, come le tante volte di già si è detto, per nulla si dava pensiero della conservazione del buon ordine. Di qui i molti disordini cagionati dalle prepotenze de’ signorotti abitanti i dintorni, di qui il sorgere delle private ostilità e delle sette che così mal compresse erano state nella stessa capitale. Era dunque veramente un grandissimo benefizio della Provvidenza che personaggi venerabili col freno della religione i già troppo indocili animi tentassero di continuo richiamare coll’esempio e col precetto alla smarrita strada della giustizia e della pietà.

All’entrare che fece nella antica sala Frate Paolo, che tale era il nome del santo personaggio a cui ora volger dobbiamo la nostra attenzione, Azzo ed Arrigo si inchinarono rispettosamente verso di lui, però con quella fierezza che animava due giovani facinorosi, principalmente nell’istante che tutto pieno aveano il pensiero dell’idea [97] di loro vendette. — Reverendo padre, — disse Arrigo al venerabile francescano che a lui si presentava inchinandosi, — voi forse venite ad invitarmi, siccome erede recente di questo castello, a proteggere e sovvenire il vostro convento: non ne dubitate, lo farò. Amici sono i Guelfi della Chiesa, e la mia famiglia fu sempre assai favorevole al venerando ordine di San Francesco. Inoltre sono uomo, ho la mia parte delle colpe che sono inevitabili nella vita, e con larghe beneficenze alla Chiesa mi corre l’obbligo di riscattarle.

Il personaggio a cui Arrigo volgeva queste parole, in cui compiangere ci è forza la cecità di que’ tempi ne’ quali commettevansi le più nefande scelleratezze e si credevano espiate coll’erezione di un convento o con una largizione al clero, era un uomo di mezzana statura e ben complesso della persona. Natura ancora avrebbe colla pinguezza reso maggiore il volume di quelle membra robuste, ma una austerità rigorosa che nel viso ben gli si vedeva scolpita, ne rendeva le forme più nobili, l’aspetto più maestoso. Due occhi cerulei e vivaci splendevangli pieni di penetrazione, sebbene coll’impronta dell’umiltà, incavati sotto due sopracciglia ben arcate, e dalle quali [98] appariva l’abituale serenità del suo animo; le guance pallide e scarne accusavano lunghi digiuni sostenuti; la fronte dimostrava una imperturbata calma, e i capegli biancheggianti le accrescevano dignità, come anche la folta barba meno canuta che sul petto gli scendeva. Ma nell’espressione del volto questa volta, più che la tranquillità e la pace, vedevasi impressa la malinconia e la costernazione.

— No figliuolo, — rispose egli al Bianchi in atto della più profonda umiltà, — non sono le gemme, la materia di che Dio volle costrutto il suo altare. Sacrifizio di salute è il custodire i comandamenti, allontanarsi dalla iniquità. Migliore è l’ubbidienza, delle vittime di que’ ciechi che non conoscono il male che essi fanno. Tu mio Dio non hai voluto sacrifizio nè oblazione, ma mi hai fatto le orecchie per udir la tua voce: ed a che servono al peccatore e le offerte e le vittime, se noi sappiamo che Dio i voti del peccatore non esaudisce? Ah no, non è l’oro che i servi del Signore cercar denno di adunare, non è l’acquisto di ricchezze mondane a cui aspirar denno i discepoli di S. Francesco; e noi ne facemmo un pieno getto fino dal primo dì che vestimmo questa rozza tunica, cingemmo il cilicio ed [99] una corda, abbracciando la povertà. Lungi stia il demonio di tal tentazione dalle nostre povere mura: lo spirito di Bernardino non venga mai meno fra i rigenerati suoi fratelli. Ma io sono, benchè indegno, un pastore della afflitta Chiesa: io curar deggio il gregge; e poichè veggo le mie pecorelle smarrirsi, io debbo loro correre appresso, e ritornarle all’ovile. Altri doni io vengo a chiedervi; altri sacrifizi a domandarvi in nome del Signore.

— Padre, voi mi parlate un linguaggio molto oscuro. Guardimi il cielo che io ve ne faccia rimprovero; ma spiegatevi meglio: e se l’onore o le facoltà mie lo permettano, di certo troverete in me un uomo disposto ad assecondarvi. — Il Francescano, alzando al cielo gli occhi, di una lagrima gli bagnò e così rispose.

— L’onore dite voi? Ah! è appunto contro quest’idolo profano e perverso, questo nome venerando a vile sozzura attribuito, questo turpe vitello d’oro che lo zelo mio debbe divampare! Intorno a questo profano idolo danzar io veggo ora i figliuoli e le figlie di Israele fra il suon de’ cembali ed i canti dell’allegrezza, scordando che sulla vetta del monte a lor benefizio siede la maestà del sommo Iddio. Ma levati o [100] Signore: perchè ti addormenti? ajutaci, liberaci per amor del tuo nome dal nemico: impugna l’arco e le saette, arma d’ira il tuo braccio: liberaci dal malvagio! Sì, ai leviti si spetta denudare le spade, riparare all’onore del tuo santo nome! Nè questi sien lenti in compiere la tua santa volontà.

— Padre, io veggo che un santo zelo si infiamma; ma io non so perchè. Volgendo a me tali parole, voi sembrate riprendere un assassino. Ma sappiate che io del mal fare non mi compiaccio; e che lungi dal commettere altrui ingiurie od oppressioni, io sempre adoprerò le forze mie a respingere le violenze. Ed anche ora mi sto apparecchiando per punire un assassino che alza la sua testa malefica e superba fino alle nubi, e che io spero, prima che il nuovo dì tramonti, sarà curvata fino a terra, ed avvilita nel fango.

— Ah voi lo diceste: e questo appunto è quello che io temeva. Appunto, dissi fra me, il sangue è stato sparso su questa terra; e fra i superbi nascon sempre dissidii. Ah figliuoli degli uomini, e fino a quando avrete voi cuore insensato, e correrete appresso la menzogna? Io lo dissi: La bocca di costoro è ripiena di amarezza; [101] e le loro mani sono veloci a spargere il sangue. Io però esser non dovea indolente nell’opera del mio ministero. Va, annuncia la parola, insta opportuno, insisti importuno; riprendi, scongiura, sgrida, usa pazienza e dottrina: parla loro le parole dell’eterna verità: annunzia loro la dottrina del Signore: così il dover mio me lo impone. Sappiano essi adunque che chiunque contro il fratel suo si adira, verrà giudicato e trovato reo: temete Dio nè contro il vostro prossimo vi adirate: la strada degli empi finisce nella perdizione. E perchè non hansi a tollerare le ingiurie? perchè non sostenere le frodi? A voi istà bene recar ingiurie e frodare: sostenerne, perchè vi grava? forse che non sapete che per gli iniqui non è il regno de’ cieli? La vendetta al Signore si aspetta, ed ei faralla: se il nemico è affamato, sostentare noi lo dobbiamo; se ha sete, dargli bere: È così che carboni ardenti aduneransi sovra il suo capo. Solo perdonando agli uomini i loro peccati, il padre nostro celeste a noi le nostre colpe rimetterà: non perdonando, il padre nostro non perdonerà. — E in pronunciando queste parole la fronte del buon religioso da principio piana, umile e dimessa, sfavillava siccome quella di un profeta piena di maestà.

[102]

— Ma che, padre; voi stesso questa mattina mirato avete la sanguinosa piaga dell’assassinato mio compagno, e voi persuader mi vorreste a lasciar invendicato un sangue che pur ci chiama vendetta. Occhio per occhio, mano per mano, vita per vita, questa non è giustizia? No no, non istate ad insinuarmi altri consigli: questi sono pei vili; ma la mia anima troppo vi ripugna.

— Occhio per occhio, mano per mano, vita per vita; quest’era la legge antica imperfetta e adatta solo a gente rozza a popol duro: ma tale non è la legge di Gesù Cristo, — proseguì a dire l’ispirato ministro della verità. — Egli altrimenti ci ammonisce: se coloro che vi amano voi amate, dice egli, quale merito? non fanno altrettanto i pubblicani? i peccatori ancora fra loro amici di amore si ricambiano. Io adunque dico a voi: Amate gli inimici vostri, perchè figli voi siete del padre vostro celeste; il quale il sole fa nascere ed aggirarsi e sovra i buoni e sovra i malvagi, e le piogge ai campi de’ buoni come de’ malvagi dispensa: di amore ricambiate il vostro nemico e sarete figli di Dio. Ah no, il sole non tramonti sull’ira vostra: che ognuno che odia il fratel suo è reo di omicidio.

— Azzo, che risponderete voi al buon [103] padre? — disse Arrigo dopo un istante di silenzio che ebbe luogo dopo le ultime parole del fervoroso banditore degli oracoli dell’evangelio. — Parvi buona questa dottrina?

— Signore.... Cosa fatta capo ha. Chi troppo medita, nulla imprende. Non so che dire. Fate voi: in quanto a me non chiederò a voi nè al frate consiglio.

— Padre, — replicò Arrigo: — io ora ben capisco che cosa veniste per insinuarmi. Voi vorreste che come un giumento io mi lasciassi caricare di percosse senza recalcitrare. Vera stimo la vostra dottrina, ma è fuori di moda. Ora però non posso cosa alcuna promettervi: ci penserò: la porta del Castello non vi sarà chiusa domani: pregovi ritornare: nulla per ora posso risolvere.

Abbassò il capo il santo francescano tutto pensieroso e mandò un sospiro: dopo un istante di silenzio, così dolorosamente sclamò:

— Ahi pur troppo è vero. Si sono alienati da Dio fin dalla loro nascita i peccatori; fin dal seno della madre han deviato dai retti sentieri, hanno parlato con falsità. Ma quanto sono a compiangersi costoro: hanno succhiato i bambini col latte della [104] nutrice l’iniquità, e dense tenebre hanno ingombrata la terra. Indurato si è il lor cuore; e il loro furore è simile a quello del serpente; simile a quello dell’aspide sorda che si chiude le orecchie per non udire la voce dell’incantatore. Ma sappiatelo: di ben corta durata egli è il trionfo dell’iniquo. Io vidi l’empio a grande altezza, siccome i cedri del Libano, passai e più non era, nè il luogo si scopriva ove egli era. Abbracciate la dottrina retta affinchè non abbia il Signore con voi a sdegnarsi, e così perdiate la giusta via; ed uditemi: L’empio si aprì una fossa ed in quella stessa fossa è caduto. Sì andate, vendicatevi, date sfogo al furor vostro: nel laccio stesso che voi tendete nascosto, in quel laccio sarà côlto il vostro piede.

— Buon padre, il mio cuore non è insensibile alle vostre parole, — riprese Arrigo in tuono dolce e rimesso, — ma, già ve l’ho detto, ora non so rispondervi: tornate domani. Ringraziovi per altro della vostra premura per il bene della mia anima. E se posso offrirvi alcun ristoro pel corpo, tutto il mio castello è a vostra disposizione.

— No: solo col digiuno e colla preghiera si scacciano questi demonj, — replicò il Francescano mestamente: — io umilierò nel [105] digiuno l’anima mia; e la orazione mia rivolgerassi nel mio seno. Solo allora io esulterò che avrà il Signore esaudita l’umil mia prece. Con voi sia la pace. — Ciò detto abbassò il capo venerando e si ritirò.

Un perfetto silenzio succedette alla sua partenza nella camera. Arrigo a lento passo e col capo chino pensieroso ivi passeggiava. Azzo facea lo stesso, fermandosi di quando in quando a fissare gli occhi sdegnosi sull’amico. Egli ruppe finalmente il silenzio e disse: — Or che ne pensate voi?

— Nulla per ora, — rispose Arrigo; — lasciatemi solo, chè troppo contrastano fra di loro le mie idee: quando vi avrò posto più di ordine ci parleremo.

Azzo indispettito voltògli le spalle, nè più lasciossi vedere dall’amico durante il restante di quella giornata.

[106]

CAPITOLO VII. IL CATTIVO CONSIGLIO

Da varj pensieri agitato, Arrigo solitario passò buona parte della notte, e stanco poi gittossi senza spogliarsi sul suo letto per gustare alcune ore di riposo.

La nostra fantasia che di idee sì sconnesse, si compiace illudere il nostro spirito durante l’imperfetta vita che nel sonno godiamo; quella vita in cui della volontà cessa l’imperio, in cui noi siamo, quasi per incanto, sotto un nuovo orizzonte trasportati, la nostra fantasia ci va con le sue visioni sempre più travagliando quanto più [107] l’animo di chi in braccio al sonno restauratore si abbandona è commosso ed i suoi nervi sono nell’irritazione. E fu appunto di questo modo che nuove scosse, ancora nel riposo, trovò Arrigo sul suo letto, e mille contrarie visioni incerte a lui dinanzi si appresentarono.

Ma in mezzo alle fantasime odiose che l’animo suo commossero già turbato, una angelica, e scesa forse da quella porta d’oro da cui i fortunati sogni vollero gli antichi movessero il volo, a lui dinanzi finalmente si appresentava; la dea de’ suoi pensieri. Essa parea dargli de’ precetti; e quindi fra altre visioni meno distinte a lui dinanzi scompariva.

I primi raggi rifratti del debole sole di autunno, offuscati ancora da una legger nebbia che ingombrava il firmamento, ebbero appena dissipate le tenebre e rischiarato l’aere pingendo di un rossiccio colore l’oriente, che il sonno del giovine troncossi, ed egli balzò in piedi. Pieno ancora la mente delle ricordanze del giorno antecedente e di quelle più confuse della notte, dato di piglio al ferro agitavasi nella sua stanza conturbato, e così finalmente egli sclamava.

— Oh quale mai destino sta attaccato [108] a questo fatto! Quelle parole di quel vecchio venerabile mi stanno fitte profondamente nel cuore, siccome oracoli mi rintronano gravemente negli orecchi; ed ora una idea nuova, più incantevole, più possente, misteriosamente a quelle si accompagna; e tu pure sembri dissuadermi dal por mano alle armi, o bel angelo che il cuore mi conquidesti. Ma perchè io non rivedrotti più che ne’ sogni! Pur queste idee che mi distornano dallo snudare la spada, sarebbero essi consigli della viltà? E se veri sono i precetti dell’uom pio, perchè il mondo non li adotta, e riconosce? Che se io solo mi soffrirò un insulto nè correrò a vendicarlo, da quante parti io non mi vedrò da baldanzosi nemici assalito? Come respingerò io le loro violenze, se colla spada non mostrerò ch’io non li temo?

Egli accostossi ad una finestra, chiamò un servo, e gli ingiunse di dire ad Azzo che a lui venisse. Si diede quindi di bel nuovo a passeggiare silenzioso e conturbato per la sua stanza.

In capo a pochi minuti la porta si aprì ed armato di tutto punto e pieno il volto di un’espressione di altera fierezza comparve sulla soglia Azzo.

— Azzo, che vuol dir ciò, che cinto sei dell’armi? — gli disse l’amico.

[109]

— Sì, io sono cinto dell’armi e del pari lo sono tutti i soldati del Castello e gli altri che raccogliemmo e che i Rusconi ci han mandato. Se voi vi determinate all’impresa già disegnata, tutto è pronto, e sarà questo un bel giorno per far mordere le labbra al Ghibellino superbo. Che se voi siete tramutato da un frate, ebbene io nol sono già, e so ancora che il valoroso cerca sue ragioni nella spada: io solo mi porterò dinanzi il Castello di quel superbo, e solo lo sfiderò a rendermi conto del sangue ch’egli ha versato. Or che volete da me? il tempo stringe: che risolvete?

— Azzo, io sono dubbioso: una voce segreta mi dice che io non corra a vendicarmi.

— Ebbene, restate. Io non resterò già. Di voi dica il mondo che vuole; non sarà detto di me, che io sono un codardo; nè di me rideranno i miei nemici. Cerchi la lepre salute nella fuga e nel silenzio; chi ha cuore ribatta i colpi, e rintuzzi le offese. Restatevene col Carcano, io combatterò, e vinto o vincitore, più non rivedrammi il vostro Castello. Date in esso albergo a questi frati che vi travolgono a lor piacere: essi inpingueransi delle vostre ricchezze: temono forse non il Pusterla se [110] ne impossessi; da colui nulla sperar potranno. Ma, per dio, non vi sono altri frati che vi assolveranno da un omicidio mettendo a loro disposizione una buona borsa!

— Azzo, non frammettete oltraggi contro la pietà vera di un santo, a parole più sensate e che più gradite suonano al mio orecchio.

— Sì il suono della tromba guerriera gradito suona all’orecchio del buon destriero uso alle battaglie. Voi nella pace coltivate gli ameni studi e liberali, ma vile non siete fra le armi. Pur che dirassi di voi se ora non rintuzzate gli oltraggi di un superbo usurpatore de’ diritti vostri; vorrete voi, coi semi di generosità che avete in petto, dare frutti di viltà?

— No... Tu bene parli, nè io so trattenermi! Così pure io penso, e così sarà. Vera sarà la dottrina del venerabil vecchio; ma egli le leggi del mondo non conosce; ed ha il mondo le sue leggi. Egli non sente le passioni che conturbano l’anima, e la sconvolgono in tempesta: la sua, fredda ed agghiacciata, non sente l’impeto delle passioni, gli stimoli pungenti dell’offeso onore. Nessuno al mondo dritto avrà di sprezzare Arrigo; e tu sarai l’ultimo [111] che il potrà fare, altero Pusterla. Io ho risoluto... Ma altresì ho promesso di aspettare quel Francescano...

— Voi promesso non gliel avete, — replicò Azzo: — ricordatevi le vostre parole: voi gli diceste che la vostra porta a lui non sarebbe chiusa: ora egli entri, e non ci trovi. Per dio, no non aspettiamolo; le sue parole svolgono i sassi. Io stesso perdea jeri la favella; io non seppi che mi rispondessi; la lingua mi si annodava. Non l’aspettiamo. Le nostre genti già sono armate: non si frapponga indugio, nemmeno per lasciar loro il tempo di ristorarsi; rifocilleransi nel bosco. Ma qui non ci trovi quell’austero.

— Ben parli. Or via, in due istanti io sono armato: tutto disponi per la partenza. — Azzo senza replicar motto si ritirò. Un rumore di armi bentosto si intese nella corte del Castello, un parlarsi a vicenda, un intonare di strofe guerriere. In breve ebbe Arrigo indossate le armi, ed apparve interamente coperto di ferro: sovrappose la sua sorcotta portante, insegna de’ Guelfi, la croce bianca; ed accompagnatosi con Azzo, guidando la sua piccola schiera uscì dal castello e prese la strada verso il bosco.

Proceduti buon tratto di strada silenziosi, [112] Arrigo voltosi ad Azzo così gli disse con uno sforzato sorriso.

— E il nostro Antonio Carcano non è egli dunque della nostra schiera? non ha egli vestita la sua tanto vantata armatura?

— Antonio Carcano! E quando mai in qualche lodata impresa ed ardita fu visto colui? Prima vedrassi la gallina alzarsi fin dove giunge l’aquila, che il Carcano snudare la spada per affrontare un pericolo. Il poltrone non appena ebbe inteso che nostra intenzione era di tentar una fazione contro il Pusterla che ridestò il pretesto della slogatura del piede, e disse che reggersi non potea. Ma quale meraviglia, se perfino la vista di un cadavere sembra spaventarlo? Non notaste come schivava di avvicinarsi al corpo del povero Capitano che ora sarà da noi vendicato. Il Carcano sarà sempre il più ciarlone ad un convito, ma non sperate veder quel codardo fra una schiera di valorosi.

— È vero, colui è privo di ogni forza di animo, come di virtù. Pure il ribaldo col suo spirito ci alletta.

— Così va spesso. Lo spirito ha un incanto che fa scordare molti difetti: ma non di rado si accoppia con vizj troppo deformi. Sempre piace il suo splendore; [113] ma chi in questo caso vi si accosta, corre rischio, come la farfalla, d’abbruciarsi le ali.

— Ma come intendete voi pigliarvela col Pusterla?

— A ciò daranno norma le circostanze. Noi lo sfideremo; se egli accetta la sfida, io combatterò seco, e se io cadessi, voi potrete entrar in mio luogo; ma s’ei la rifiuta, ho portato meco materie combustibili, con esse entreremo nel suo castello per porlo a sacco o vi gitteremo almeno l’incendio.

Fra questi ed altri consimili ragionamenti, essi di già avanzavansi sotto di una vasta foresta assai folta che estendevasi in buon tratto della estesa valle che divide il monte su cui era posto il Castello di Arrigo, ed il villaggio poco più di un miglio distante di Parravicino. Arrigo già pienamente avea dimenticato gli argomenti dell’evangelico banditore, ed occupato del solo pensiero dell’impresa cui si accingeva, ora con Azzo andava concertando i fili necessari a tendere, ora ammirava la maestà e la vetustà della foresta. Erano quercie gigantesche che alzavano i loro robusti rami coperti di foglie tuttavia verdeggianti, e che formavano folto ombrello contro i raggi del già sorto sole: un freddo vento spirava, [114] e fremendo fra le fronde alcune già ne facea cadere al suolo, per annunziare che erano quelli i mesi forieri del nudo verno. Avevano forse fatto un miglio di cammino, quando giunsero in parte ove la foresta presentò ai loro sguardi uno spettacolo particolare, che fermò un istante la loro attenzione.

Fino a quel punto appena uno stretto sentiero, ingombrato ancora da cespugli, avea loro permesso di avanzarsi fra il bosco intricato: qui la scena di repente si cambiava: un certo spazio di terreno era stato sgombrato da que’ vetusti alberi che visto aveano più di una generazione; e dava luogo ad una piazzetta erbosa che, cinta come da arboree mura, non avea quell’aspetto ridente che un verde strato ha sempre in altre occasioni. Ad accrescere la mesta impressione che l’animo ricevea da quella vista, sorgea a manca, presso un gran salice piangente, una cappella in rovina, di gotica architettura: il mio lettore senza dubbio ora conosce che questo luogo a lui non è nuovo, essendovi di già giunto con altri più umili personaggi del nostro dramma.

— Dobbiamo noi qui fermarci a ristorar la nostra gente? — domandò Arrigo ad uno de’ suoi armati, nativo di que’ luoghi, che [115] servivagli di guida e dal quale avea ricavate molte notizie risguardanti la posizione e le fortificazioni del Castello del Pusterla.

— Dio ce ne guardi! — disse il soldato, che, dalla tromba che portava, mostrava essere destinato a far gli uffizi di trombetta. — Ciò potrebbe esserci di mal augurio: non sapete che cosa narrasi di questi luoghi?

— Io non ne intesi parlare, — replicò il giovine Bianchi: — orsù che dunque?

— Questa, — rispose il soldato, — questa è la cappella de’ Marliani. È una storia terribile che si conta di questa piazzetta che voi vedete; ma ora sono scorsi forse cento anni, e non si sa bene se la storia sia del tutto genuina; però ancora pochi sono coloro che si arrischino di passare presso questo luogo, sebbene io vi sia passato forse dieci volte senza che nulla mai mi accadesse. Ecco come me la contò mio nonno che l’avea intesa questa storia da suo padre, che disse essere accaduta a’ suoi tempi. Un certo Anselmo Marliano, giovine assai bello e valoroso avea il suo palazzo in Orsenigo ed avea posto amore ad una bella figliuola d’un potestà di Erba che avea nome Pietro Cossi... no, Paolo Carossi... il suo nome bene non me lo ricordo; ma [116] la donzella si chiamava Eufemia. Veniva egli dunque, Anselmuccio Marliano, cavalcando, su di un certo suo ronzino bajo, presso che tutti i giorni ad Erba, per trattenersi e conversare colla amata sua Eufemia che era la stessa virtù e la stessa beltà in persona: era una vera madonna. Ma questa fanciulla un giorno fu veduta da un signore di Bucinigo, che avea nome Rambaldo della Torre, e che andava superbo di essere d’una famiglia che a que’ tempi in Milano signoreggiava. Ebbene la vide: e la fece domandare al padre. Il padre suo Alessandro; ecco il nome che l’avea in punta della lingua e che ora l’ho sputato fuori, Alessandro Cammozzi; il signor Alessandro sentì lusingato il suo amor proprio, voi potete immaginar come all’idea di contrarre una tale alleanza. Il povero Anselmuccio era un bravo e bel giovine; ma il della Torre era un uomo potente e rispettato; e si diceva anche che col tempo avrebbe ricevuto in feudo Erba e i suoi contorni, e forse tutta la Martesana: ora può immaginarsi se la testa del buon uomo girò. Egli adunque, nulla stimando le promesse fatte al Marliano, un giorno gli disse che non stesse più a visitarlo perchè Eufemia esser doveva del della Torre. Il Marliano [117] disse, che la spada sola ciò avrebbe deciso; e mandò tosto una sfida al suo avversario: questi gli rispose, che lo aspettava nel bosco di Erba appunto su questa piazza verso mezzo dì; il Marliano potete immaginarvi che non esitò a comparirvi. Egli meditava la morte dell’emulo suo che ingiustamente gli rapiva una sposa diletta, ma egli invece vi trovò tre assassini che a malgrado di una vigorosa resistenza lo stesero esanime al suolo.

«Ma questo misfatto non rimase senza punizione. La povera Eufemia, costretta dal padre a dar la mano al barone, come si trovò innanzi all’ara, il suo dolore rompendo ogni freno, spense la sua vita; e non sì tosto per ubbidire all’inumano suo genitore ebbe proferito il sì fatale, che cadde al suolo, e morta quivi rimase. Il padre suo uscì fra pochi dì di cervello e morì da quel miserabile che era; e il della Torre tre giorni dopo non fu più visto a Bucinigo. Ma un frate disse, che egli sapea di certa scienza che il diavolo lo avea portato via, ed appiccatolo ad una quercia di questo bosco vicino a questo luogo. Intanto i Marliani fecero seppellire in questa cappelletta il povero Anselmuccio, e da quel tempo in poi è fama che qui appaja spesso l’ombra [118] della povera Eufemia e quella del suo amante trucidato; e che allora si sentano orribili ruggiti, che mette fin dall’inferno lo spirito geloso del loro assassino.

— Istoria terribile, sebbene probabilmente in parte favolosa! Pur ciò che di essa pare veritiero basta per far risguardare questo luogo con un sentimento di orrore, — disse Arrigo; — nè qui poserà la nostra piccola schiera. — Proceduti ancora forse trecento passi, si fece alto; e fra l’ombra cupa del bosco si permise alla gente che era in armi di ristorare col cibo e col vino e altri liquori le loro forze. Fin allora la schiera era proceduta in silenzio ed in buon ordine, ora ognuno ha deposte le armi e postosi a sedere sull’erba, pon mano alle provvisioni da bocca che si sono apprestate, e in romoroso tripudio dà manifesti segni del proprio ardire e dell’avidità di bottino che lo anima, e della speranza di ottenerne uno assai ricco nel Castello del Pusterla. Nel mentre che costoro stanno tracannando, Arrigo con Azzo si avanzarono soli a far una esatta ricognizione de’ luoghi e della piazza che trattavasi di assalire.

Stava il Castello del Pusterla su un piccol colle presso il villaggio di Parravicino, ed appunto colà ove tuttavia sorge aggregata [119] a recentissimo edificio una antica torre pendente che ad esso apparteneva. Era come tant’altri un edifizio irregolare con due torri e molte torricelle e merli, forte per alte e grosse mura non meno che per la sua situazione. Il colle era più erto da tutte le altre bande che non da quella volta fra oriente e settentrione. Una fossa però rendeva il castello più forte da questo lato: un tal castello era quindi assai forte per que’ tempi in cui non ancora se non imperfettissimamente si conosceva il possente mezzo di abbattere con prontezza le difese che oppone un semplice muro col mezzo delle artiglierie.

Tornati a’ suoi, ordinarono loro di porsi in cammino: ognuno allora riprese le proprie armi, e si fece silenzio; ed in ordine procedendo si avanzarono verso la collina su cui il castellotto del Ghibellino giganteggiava.

Or mentre che costoro procedono verso il luogo che è oggetto del loro viaggio, alla porta del Castello del Monte perveniva frate Paolo che il sole era alto in modo da indorarne le torricelle e le ardue mura. Il buon Francescano, pieno di zelo per l’adempimento del suo santo ministerio, se ne venìa, pregando Dio che ne lo ajutasse, e [120] disponesse i cuori che egli solo tiene nelle sue mani. Egli era risoluto di tutto porre in opera per risparmiare l’effusione di nuovo sangue che egli vedea imminente, e perciò, non nelle sue forze confidava, ma in quella del Dio che sale sopra i Cherubini e alla cui presenza sciolgonsi le nubi e commuovesi la terra: del Dio che ama la misericordia e la giustizia, e della cui misericordia è pieno l’universo.

Ammesso nel Castello dal vecchio Anselmo che alcune istruzioni avea avuto in proposito da Azzo, il buon Francescano rallegrossi che un gran silenzio vi regnasse; e pensò che tuttavia gli abitatori di quel forte asilo fossero immersi nel sonno. Egli chiese al famiglio che lo precedeva, se sorto fosse Arrigo, e se potesse parlargli.

— Egli è alzato sì, e mi ingiunse di intromettervi nella sala, ove potrete fargli sapere tutto quello che vi piacerà.

— Sia lode al cielo! — disse il buon Francescano.

— Lo sia pure, — replicò Anselmo; e precedendolo, lo condusse nel gran salone ove era entrato il giorno innanzi.

Ma quivi quale fu la maraviglia del buon padre nel riconoscere nella persona che negligentemente [121] sedeva su di un gran seggiolone coperto di drappo non già i lineamenti belli, sebben maschili, di Arrigo e la sua alta persona, ma un altro giovine di lui, per vero dire, non men bello, ma tutto spirante effeminatezza, con bionde chiome assai ordinatamente innanellate, due occhi azzurri pieni dell’espressione della mollezza, riccamente vestito, più piccolo della persona; il quale senza nemmanco alzarsi in piedi con un mezzo sorriso in lui affissò lo sguardo con qualche espressione di mistero.

Il francescano poichè fussi inchinato, ed ebbe un istante mirato il giovine, quasi dubitasse di travedere, volsesi verso la sua guida, ma trovò che di già era scomparsa. Egli allora, avvicinandosi qualche passo, — Signore, — disse, — io cerco di Arrigo Bianchi, e fui qui condotto per trovarlo: io non vi ho ravvisato di tratto, e duolmi che per equivoco mi abbiano condotto alla vostra presenza.

— No, io non sono Arrigo, — rispose il giovine senza molto scomporsi: — questo è certo: il mio nome è Antonio, e Carcano è il casato; casato assai grande e nobile, e che nulla ha da invidiare a tutti i Bianchi del mondo. [122] Però se qualche cosa bramate, parlate pure con me, perchè, stanco come voi siete....

— No, al solo Arrigo Bianchi io debbo volgere la parola: io cercherò, per non disturbar voi, di alcun famiglio, e a lui farommi guidare. Permettete che io mi ritiri.

— Buon padre, vel ripeto, — disse l’altro con un tuono fra cordiale e malizioso, — voi dovete essere stanco: il vostro convento non è sì vicino. Vi dirò che l’ho veduto; e l’ho veduto in compagnia di una bella divota che vi portava le sue offerte... Voi la conoscete senz’altro; anche a voi altri le belle contadine... Basta, voi aggrottate il ciglio, voi non vi divertite dunque di tale mercatanzia. Ma ve lo ripeto, se avete qualche cosa a dire ad Arrigo, parlate con me. Sono qui a vostra disposizione; e d’altro canto...

— Ciò che ho a dirgli, risguarda troppo davvicino lui stesso, nè ad altri posso confidar la cura di ciò che è mio dovere. Di grazia, signore, permettete o fate che io sia in sua presenza.

— Ebbene fate come vi piace. Ma quanto al condurvi io in sua presenza, questo non è a pensare. Non che io non sappia rendere un servigio; ma un piede mi si slogò uccidendo di pugnale Giovanni Pusterla...

[123]

— Uccidendo Giovanni Pusterla! Ed è ciò vero? Il Pusterla sarebbe già stato assassinato?

— Assassinato! No, io non sono un assassino; ma è stato ucciso per mia mano, non vi è dubbio; non mi credete forse di ciò capace? Ma nel colpirlo sdrucciolommi un piede e mi si slogò presso il malleolo...

— E quando adunque tanto delitto fu commesso?...

— È già tutto vermi; sono quattro giorni che è sotterra...

— Cielo ti ringrazio! quest’è dunque un errore: poichè Giovanni Pusterla io stesso l’ho dopo veduto.

— Come diamine ciò? Ma mi credete voi un impostore? In tal caso il Pusterla, siccome Lazaro, è risorto: o forse ha finto il morto e non fu che ferito. Ma io gli ho menato un colpo fra costa e costa che sarebbe bastato a uccidere un gigante. Oh se per paura egli ha finto il morto, mi capiti per le mani ancora una fiata quella vecchia volpe e l’ucciderò due volte! Oh vedi questi codardi se sanno il loro mestiere!...

— Di grazia risparmiatemi tali racconti; sebbene somiglianti ai sogni dell’infermo, essi non funestano però meno l’anima mia; [124] ed il tempo altresì, siccome l’onda, fugge nè più ritorna, ed a me è necessario di parlare col Bianchi.

— Scusate, ma mi sembrate un uomo ben impaziente. Che volete voi dire, se il tempo passa? forse che vi dà noja la mia compagnia? Sono io uno stolido che vi pesi meco passare un’ora? Grandi affari che avete nel vostro convento! Già lo si sa che sono i palazzi della poltroneria. Ma via; ora capisco, ed ho avuto torto: obliai farvi imbandire da colazione: orsù che desiderate? Volete voi un buon pezzo di selvaggina che inaffierete con vino di Monte Orobio...? Ma voi non mangerete forse carni... ebbene avremo dei pesci venuti dal lago di Pusiano; vi saranno delle uova; e dei latticinii: lasciate fare. Volete sentire come io ami il pesce? Prendo una tinca; fo tagliarla pel mezzo; ciò fatto...

Ne solliciti sitis animae vestrae quid manducetis. Ed oh! come potrei io ricordarmi del cibo allorquando il sangue cristiano e cittadino sta per versarsi: e stanno i fratelli per porre mano alla spada! Deh, in nome del cielo ve ne scongiuro, fate che io venga ammesso alla presenza di Arrigo.

— Ebbene, se mi aveste lasciato parlare, [125] di già ve lo avrei detto: se ad Arrigo volete parlarci io vi farò metter fuori dal Castello.

— E che? voi mi usereste violenza! e quale diritto ne avete voi? del potere voi abusereste che l’amicizia darvi può fra queste mura? In nome del cielo ve ne prego, non fate ciò, perchè su voi non ricada il vostro peccato.

— Ma voi, padre, siete un uomo ben caldo di testa! che cosa andate ad immaginare che io voglia farvi violenza! Avete un sangue che nelle vene assai vi bolle: perchè non avete fatto il soldato? Ma per me, andate o state, è la stessa cosa.

— E dove troverò dunque Arrigo Bianchi?

— Non ve l’ho detto? fuori di questo Castello. Sono andati ad una partita di piacere.

— Ad una partita di piacere! Adunque hanno deposta ogni animosità contro il Pusterla?

— Questo è quello che io non vi so dire. Potrebbe essere; ma, secondo le apparenze, no. Con quel demonio di Azzo al fianco non è così facile concludere trattati di pace. Ma questa sera, o pace o guerra, sarà decisa.

— Ah, in nome di tutti i santi! Se qualche macchina voi conoscete, palesatemela.

[126]

— Vi dirò, padre; e se mi aveste pregato in nome di satanasso, forse ve lo avrei detto del pari. Vi dirò. Voi dovete sapere che, quattro giorni sono io, con Arrigo, un certo Azzo, che non so se conosciate, e quel povero diavolo di capitano che fu morto, e di cui alcuni di voi seguirono il cadavere; noi andavamo a diporto un poco pei boschi dipendenti dal Castello, quando ci abbattemmo nel Pusterla che vi cacciava. Mano alla spada, dico io: non bisogna soffrire di tali oltraggi, e cavo il ferro: Azzo mi imita, e ancora il Capitano: ma quella massa boema lasciossi foracchiare il corpo da un colpo che gli menò il signor Giovan Carlo Visconti; ed Azzo ed Arrigo fuggirono. Fu allora che io uccisi, come vi dissi, o credetti aver ucciso il Pusterla; e misi tanto spavento negli altri che nessuno ebbe coraggio di cimentarsi meco, e a gambe si diedero tutti a fuggire...

— Ma questo non è ciò che più importa; in nome del cielo...

— Tacete, e vengo al resto. Tornato a casa, io rimproverai i miei compagni della loro viltà. Parvi egli cosa ben fatta, fuggire a quel modo? passar per vili in faccia a que’ Ghibellinacci già superbi di [127] vantaggio? Eh via, si lavi tale macchia! Io non posso, vedete, ho slogato un piede: ma voi armatevi; andate al Castello del Pusterla, non lasciate pietra sopra pietra; e...

— Adunque sono andati contro il Castello del Pusterla! — disse con voce piena di costernazione il buon religioso.

— Sì, come vi dissi; e fu mia esortazione. Io non son uomo da star queto ve’. Voi non mi conoscete; ma sono un diavolo in carne ed ossa!

— Se ciò è vero, il Signore vi perdoni il vostro delitto. Ma io un sol istante non devo rimanere; troppo è prezioso ogni atomo di tempo, se prevenire io posso ancora l’esecuzione di un empio disegno!

Ciò detto, diede le spalle al Carcano e partì. Questi non sì tosto ebbe veduto uscire il buon Francescano che, alzandosi agile e sciolto, e passeggiando per la sala, assai più guarito dello storpio risanato da San Pietro sulla porta del tempio, — Gran bell’ingegno son io, — disse fra sè; — gran bello ingegno! Col mio spirito tutti mi credono un uomo di gran valore. Solo quel maledetto Azzo; ma procaccerò rovinarlo nella grazia di Arrigo.

[128]

CAPITOLO VIII. LA VIOLENZA

Giunta innanzi al castello del Pusterla la piccola schiera condotta da Azzo e da Arrigo Bianchi, un trombetta si presentò innanzi la porta di cui era alzato il ponte, e dato fiato al corno, sfidò Giovanni Pusterla, se non era un vile, ad uscire per dar soddisfazione ad Arrigo Bianchi dell’oltraggio commessogli alcuni giorni innanzi; minacciando, s’egli non compariva, di ricorrere ad altri mezzi per vendicare l’insulto ricevuto. Egli ripetè tre volte la stessa intimazione frapponendo fra una e l’altra [129] un certo spazio di tempo: ma nè la prima nè la seconda volta non ricevette risposta alcuna: come però ebbe terminato di proclamar la disfida per la terza volta, a una balestriera superiore alla porta si vide comparire una faccia che fu riconosciuta per quella del falconiere; e quindi con voce ferma si udirono queste parole.

— Sentano dunque que’ signori che cantano su d’un tuono sì alto. Il sig. Pusterla oggi loro non risponde, ne può rispondere, e non occorre dire per qual cosa. Ma se voglia qui li mena di provar la sua buona lama, in fede di Falconiere, so io dir loro che tornino fra sette o otto dì, e non mai falco più pronto sarà stato a piombare sulla sua preda, quanto il sig. Giovanni ad accettare le loro disfide. Ma hanno bene in poco conto la vita coloro che così vogliono rischiarla! Ad ogni modo voi, Giacomo dalla trombetta, mettete giù il vostro corno e finite le vostre smargiasserie, che già da un pezzo ci conosciamo, e non ardireste gridar tanto se fossimo fronte a fronte.

— Eh compare, — disse il trombetta, — io lavoro per il pane.

— Villano ribaldo, — disse al falconiere Azzo che era vicino al personaggio dalla trombetta. — Tu [130] sei, amico, una carne che io ho destinato agli avvoltoi. Ma se il timore o il poco apparecchio rende indisposto il padron tuo a riceverci, e’ gli sarà forza riceverci suo malgrado. Egli ci deve rendere ragione degli oltraggi suoi. Cala il ponte e pel tuo meglio fallo tosto!

— Calare il ponte! Ben detto. Quando mai però s’è visto un Guelfo fare una tal intimazione ad un Ghibellino ed essere ubbidito. Basta, io però devo dirlo. Il sig. Pusterla che cercano non è nel Castello.

— Non sarà mai sulla tua parola che noi ciò crederemo, tristo millantatore. Cala il ponte, per l’ultima volta sia detto, o noi avremo ricorso per entrare alla forza.

— Ah! Ah! farete quello che potrete le mure sono alte e sode, la fossa è profonda. Di questi castelli ai Guelfi non ne cadono in mano. Via, Andrea, Martino, Giacomo, Felice, aux armes, come dicevano i Francesi di Bucicaldo. Vediamo che sappia fare questa canaglia.

— Ora il vedrai tosto, — sclamò dal suo canto Azzo. — Avanti compagni! — E venuto ad Arrigo gli espose come o fosse il Pusterla assente o così dicesse temendo non poterli ributtare, in ambi i casi più agevolmente [131] sarebbero venuti in possesso del suo castello. Soggiunse di poi che il mezzo più pronto per ottenere l’effetto era usare il fuoco, avventando materie combustibili di cui all’uopo si era munito contro il ponte e la porta, che avrebbero dovuto così cadere.

Un istante dopo quindi si posero all’opera; ma non senza qualche confusione cagionata da ciò che da alcune balestriere cominciarono ad essere spinti contro di loro de’ grossi verrettoni che portarono un po’ di terrore nella piccola schiera. Non pertanto in breve ristabilito l’ordine, protetti dai loro scudi, avanzaronsi due drappelli tenendo in mano delle rossicce faci bituminose che doveano essere avventate contro il ponte e la porta. Tutti gli sforzi dei difensori non poterono impedire che queste non giungessero colà ove erano dirette; ed in breve le fiamme cominciarono ad appigliarsi nelle grosse tavole, le quali furono involte in un vortice di fiamme e di fumo nereggiante. Invano il falconiere si provava dal sommo della torre di far cadere dell’acqua: questa era nè bastante al gran bisogno, nè spesso vi giungeva: un vento all’incontro che quel giorno spirava dava allo struggitore elemento la forza e attività [132] più maravigliosa. Inoltre il povero Falconiere veniva disturbato nel suo uffizio dalle frecce che importunamente gli fischiavano davvicino lanciate contro di lui dai più esperti degli avversarj. Sicchè la violenza del fuoco sconnetteva le tavole ed alcune già avea rese ardenti carboni, ed il guasto in minaccevole aspetto andava crescendo; e la schiera degli assalitori in una quasi perfetta inazione aspettava il momento che l’incendio destato le aprisse il varco ad entrare nel castello, e rallegravasi all’idea del promesso saccheggio.

Ma Arrigo, vedendo che ancora a quell’estremo il vecchio Pusterla non compariva a domandar di parlamentare, già cominciava a pensare che veramente il vero detto avesse l’intrepido e rozzo Falconiere, e quasi vergognavasi di una violenza commessa contro un castello disabitato. Azzo parve indovinare i suoi pensieri e così gli disse: — Infine non è che oltraggio reso per oltraggio; e se il vecchio Pusterla è assente, posto che avremo il piede nel suo castello e datogli il sacco come promesso abbiamo alle nostre genti, la partita sarà saldata. Ed ecco che cadono il ponte e la porta ed il varco sta per esserci sgombro; noi renderemo al Pusterla la visita ch’egli ci ha fatta nel vostro bosco.

[133]

Diffatti le fiamme facevano il loro uffizio con una incredibile rapidità; le quercie antiche di che si componevan le tavole, crollavano e cadevano, e cominciavansi a vedere delle brecce ragguardevoli; ad un tratto un grande scroscio si intese e la porta tutta e il ponte, pel cadere delle combuste travi e tavole, apparve sgombra e senza difesa.

Ma dal suo canto non era disposto di ommettere sforzi il bravo Falconiere. Egli per respingere gli assalitori avea fin dal principio, quando si fu accorto che il castello correa pericolo, indossata un’armatura irruginita, e fattane indossare una ad Andrea e ad altri otto o dieci uomini che formavano come la famiglia e la guarnigione del Castello, e alla loro testa ora compariva presso la porta per respingere l’assalto del nemico. Poichè infatti il ponte fu caduto a terminare di ardere nella fossa, e quindi anche la porta, cominciò dall’una e dall’altra parte una pioggia di saette che andavano a spuntarsi sulle armature; ma realmente poco danno recavano. Se non che in capo ad un’ora l’opera dalla parte de’ seguaci del Falconiere cominciò a rallentare, e la fatica e il timore rendeva più deboli i colpi e più tardi; al contrario fra la più numerosa schiera degli assalitori, [134] riposando alternativamente, sempre v’era chi fresco e gagliardo lanciasse i dardi.

La situazione del povero Falconiere diveniva d’ora in ora più seria: di già soli sei de’ suoi armigeri potevano spalleggiarlo, gli altri essendosi ritirati per qualche ferita o grave contusione. Ancora questi erano stanchi e lo sollecitavano a ritirarsi. Egli avea fino allora sperato che alcuno si armasse in Parravicino per soccorrerli; ma nessuno vedendo comparire: — Sicuramente la piazza non si può più a lungo difendere, — disse; — andiamo adunque a chiuderci in una torre intanto che il fuoco nella fossa può ancora tener lontano qualche tempo il nemico.

Ciò detto, tutti, scaricate un’altra volta le loro balestre, si ritirarono dalla porta.

Dal suo canto Azzo non sì tosto vede la porta denudata di difesa che, fatta recar acqua a spegnere l’ardente bragia, colle scale la fossa superando, fa che le sue genti entrino nel castello; ma egli non dimentica di osservare ad Arrigo che conveniva lasciare buona parte delle loro genti di fuori per sorvegliare che alcuno, in soccorso del Pusterla giugnendo, loro non troncasse la strada di ritirarsi. Arrigo poi proibiva che violenza alcuna si commettesse contro i disarmati abitatori del Castello.

[135]

Ma poichè furono le loro genti giunte nel mezzo del gran cortile, Azzo ed Arrigo le chiamarono all’ordine, sempre temendo di insidie; e volendo esaminar bene i luoghi prima di procedere oltre a dar il sacco. Da due sole parti stendevasi l’abitato, gli altri due lati della corte, che pressochè formava un quadrilungo, erano occupati dalle stalle e da altri minori edifizii, i quali probabilmente servivano pel Falconiere e per altre persone direttamente dipendenti dal Pusterla, e che vivevano nel Castello. La parte più nobile del Castello presentava l’aspetto di una abitazione antica a mura assai grosse di bigie pietre. Due o tre porte erano in esso, ma tutte chiuse con molta diligenza: chiuse del pari erano tutte le finestre, e chiuso anche un gran balcone che precisamente nel mezzo del corpo maggiore dell’edifizio a sè chiamava naturalmente l’attenzione, sì per il posto che occupava come pei pesanti ornamenti di cui era cinto.

Come furono rimasti forse quattro minuti nell’inazione e mentre Arrigo si occupava di dare degli ordini intorno al modo con che procedere dovessero i suoi seguaci al desiderato assalto, ecco inaspettatamente spalancarsi le imposte del gran balcone e su quello comparire una vaghissima donzella [136] la quale a sè attrasse gli sguardi e l’attenzione di ognuno, ma più di tutto quella del giovine Arrigo.

Era costei giovine di forse vent’anni. La sua statura grande e snella, le sue forme leggiere e gentili oltre ogni credere; due nerissimi occhi che coll’espressione del turbamento, anzi che del terrore, vedevano quel grande apparecchio ostile; due ciglia nerissime e ben arcate; e le chiome che incomposte avea, forse poichè stava ordinandole festosamente quando quella fiera avventura la bell’opera della sua mano avea sospesa; tutto dava alla giovinetta un aspetto straordinario, e dirò quasi magico e sovrannaturale. Le rose incarnatine erano scomparse dalle sue guance; anche il labbro avea perduto del suo bel vermiglio; la sua voce però, sebbene tremula fu abbastanza forte da pronunciar distintamente queste parole:

— Signor Bianchi, — diss’ella, — se veramente, come di voi corre il grido, voi siete un generoso cavaliere, in nome del cielo non vogliate commettere violenze in un Castello ove una fanciulla priva si trova pressochè di ogni difesa. Io so, e pur troppo me ne dolse, la sanguinosa briga che aveste col padre mio; ma se un giusto sdegno vi accende, [137] io anche spero che colui che tanti lauri mietè in nobili arringhi, di certo tutta la sua gloria non vorrà macchiare con un’opera sì scortese, quale questa sarebbe di assaltare un castello ove fra pochi famigli non risiede che una fanciulla.

Queste poche parole pronunziate con una voce soave da una giovine bellissima, e piene di giusti rimproveri per colui a cui erano volte, fecero un grande effetto su Arrigo. Qualunque fosse l’affetto che lo movesse, egli rimase un istante immobile siccome un sasso; ma dopo un istante di silenzio così rispose.

— Dunque vostro padre è assente, e voi siete sola nel Castello? Se così è, certamente voi non dovete nulla soffrire per l’ingiuria recata a noi dal padre vostro. Nobile donzella, tranquillate il vostro spirito; non è già contro il sesso vostro che Arrigo impiegherà la sua spada, meno poi contro chi..., chi in lui desta, anzi che l’odio, l’ammirazione. Ed io anzi qui pongo fine alle mie vendette; e se il padre vostro può sopportare l’usata mia violenza, ogni rancore fra di noi cessa fin da questo momento. Anzi io lo bramo che voi siate fra di noi un angelo di riconciliazione!

Ciò detto si volse a’ suoi seguaci e così [138] loro disse: — Del vantaggio che voi vi ripromettevate col saccheggio di questo castello, io saprò ricompensarvi. Tosto ognuno si ritiri. Azzo, in nome dell’amicizia, non replicate. — Egli fu ubbidito; e non appena la sua schiera si trovò con esso fuori del castello che Arrigo si vide dinanzi frate Paolo.

— Che mai faceste, giovine insensato? — sclamò il frate ravvisandolo, — l’opera della violenza è dunque compiuta!

— Ahi, padre! — sclamò Arrigo, — pur troppo voi il diceste: Io scavai una fossa ed in essa sono caduto. Ma io non spinsi la violenza che ad entrar colla forza in quel Castello: se voi potete condur le cose ad un componimento, fatelo, padre, io lo bramo ed io dipenderò da ogni vostro consiglio.

Dette queste parole, con passo rapido procedette oltre in silenzio, ed avea fatto, con Azzo al fianco, forse un mezzo miglio, quando il secondo finalmente con rancore così disse: — Arrigo nelle vostre azioni di oggi v’è del mistero: non me lo scoprirete voi? perchè una sì subita ritirata, perchè quei lamenti col vecchio frate, siccome il coccodrillo che piange dopo aver divorata la preda?

— Azzo a te, poichè lo brami, s’apra [139] il mio cuore. Quei vaghi lineamenti che altrove da me visti del più forte amore mi hanno stretto, questi io riconobbi oggi in quelli della figlia del Pusterla. Ahi! io giunsi a rivederla; ma solo per troncarmi la strada di conseguirla più mai.

— La speranza è un albero sempre verde, — disse Azzo deponendo il tuono di risentimento. — Ma ad ogni modo superate il vostro amore, quand’esso vi avesse a trascinare a dimostrazioni di viltà.

Arrigo nulla rispose a questa osservazione tutta propria del carattere di Azzo; e silenziosi procedettero fino che furono giunti al Castello del Monte.

[140]

CAPITOLO IX. L’INDEGNAZIONE

Beatrice Pusterla, che tale era il nome della giovinetta figlia del vecchio Ghibellino, era, siccome l’abbiamo detto, nell’età delle illusioni e dei sogni che rendono tanto bella e ridente la vita, quella età che lungi dal contemplare le cose coll’occhio della fredda realtà le mira con uno che simile alla bacchetta d’un esperto incantatore tutto trasfigura, tutto veste di un’ingannevole apparenza. Ma se il suo cuore aprivasi a quelle dolci illusioni che [141] rendono sì cara la nudità della vita, il suo animo era altresì tutto pieno di virtù, di quelle virtù che delle illusioni ancora, sono più belle e preziose, e che preparano a chi le possiede i più puri piaceri, e somministrano fra le tenebrose vie della vita il lume più chiaro, e ci sono compagne e consolatrici nelle afflizioni e nelle congiunture più disgustose.

In età tenerissima, essa avea perduta la madre, matrona onesta ma altera e di un carattere confacente a quello del genitore. Beatrice, dotata di una grande dolcezza, avea non pertanto ereditato dai genitori una forza d’animo non ordinaria, che sotto un aspetto più semplice si celava, ma che le facea con fermezza muovere il piede per le rette strade che la sua mente non esitava in qualunque congiuntura a scoprire. La sua educazione era frutto, si può dire, di lei stessa. Il padre suo non pensava che a compiacerla; e dedito ai piaceri della caccia, ed ingolfato spesso negli intrighi in cui avvolgevasi il suo partito, non pensava alla figliuola che come ad una gemma che splendida e bella gli rendeva la vita che passava nel suo Castello. Ma la natura ha impresso assai vivamente nel cuore delle più nobili creature i suoi precetti, e Beatrice, [142] piena di quella dolce compassione verso gli infelici che è il più bell’ornamento di un’anima gentile, di quella forza d’animo che ajuta il saggio a farsi strada fra le contrarietà, bene spesso, non che aver bisogno di guida, serviva colla dolcezza sua di freno al violento carattere del suo genitore.

Solinga vita ella conduceva nel suo Castello di Parravicino: un giardino piuttosto esteso era unito al Castello dalla parte che guarda verso mezzodì, ed estendevasi fino al piccol lago di Alserio, vago bacile di acque limpidissime che mirabilmente accresce spicco al bel paesaggio che lo circonda. Una numerosa famiglia di fiori e di erbe, era il trattenimento favorito della giovinetta. Spesso ancora, col suo liuto accompagnandosi, cantando, sovra una leggerissima barchetta trascorreva le increspate onde del lago; e qualche volta, ma assai meno di frequente, col padre e con alcuno degli amici di esso che capitavano nel castello cavalcava da Parravicino ai paeselli più vicini ed anche prendeva parte alla caccia. Quest’era la sua vita. Una fida ancella, Agnese, era la sua compagnia: e teneala come sorella; e bene spesso in lei poneva sua confidenza.

Ma le usate cure, i suoi già prediletti [143] trastulli alquanto aveano perduto da qualche tempo di loro attrattive agli occhi della giovinetta. L’anima nell’età prima spesso si crea un idolo, e quest’idolo non sempre schiva di eleggerlo fra nazione straniera. La giovinetta di quando in quando recavasi col padre suo nella capitale della Lombardia. Il vecchio Pusterla ogni qual volta vedea ciò poter fare senza suo pericolo, volentieri rivedeva colà le antiche brigate de’ suoi compari ghibellini coi quali avea fatte tante bravate gli anni addietro: e l’ultima volta che avea côlta una consimile occasione, fu quando si celebrarono le feste che ebbero luogo per il fatto conquisto di Canturio. Eransi nella città tenuti giuochi assai splendidi e tornei: ed egli vi avea condotta la figliuola; ed in quell’occasione si era trovato in compagnia del famoso generale Facino Cane e di Beatrice sua moglie che erano i più possenti protettori suoi e del suo partito, e dai quali veniva il Duca stesso tenuto in freno.

Fu in quella occasione che gli occhi di Beatrice si erano scontrati in quelli di un nobilissimo cavaliere che più d’una volta avea riportato il premio del valore e della destrezza. Gli amanti hanno un muto linguaggio, assai rapido, assai perspicace; ed a [144] Beatrice lieve fu comprendere quello dell’incognito suo adoratore. Un fascino parve partire dai loro sguardi, ed entrambi si ritirarono col cuore piagato; a entrambi l’immagine che allora nel cuore scolpissi, continuamente ricompariva abbellita dei più vaghi colori dell’immaginazione. In vano la saggezza tentava rompere quell’incanto: essi non bramavano che rivedersi. Ma allorchè si videro una seconda volta fu sotto un aspetto ben diverso e strano; fu sotto quello di acerbi nemici. E Beatrice più non incontrò l’amato che sotto le armi contro del padre impugnate; e il ravvisò in Arrigo Bianchi allorchè questi infellonito moveva per far pagare al Pusterla il fio della sua prepotenza.

Ma l’amore non è timido, nè sì tosto è messo in fuga. Sebbene sotto l’aspetto di innaspriti nemici, i due amanti rivedendosi sentirono entrambi crescere a dismisura le loro fiamme. Nè perchè poco l’alimenti la speranza, l’amore cessa; egli è anzi certo che finchè una debolissima ancor ne resta, un’ombra sola, quella passione pur vigorosa resiste e persiste sempre in non vedere ostacoli impossibili a sormontare. Quindi, sebbene per l’accaduto ancora maggior si facesse la distanza che divideva i [145] due amanti, l’anima della giovinetta quasi suo malgrado persisteva a fermarsi nella considerazione dell’idolo a sè creato dalla sua immaginazione, e bearsi nell’affetto di colui che pure di recente dato gli avea certa prova di corrispondenza colle sue parole e colla sua sommissione.

Frate Paolo, tutto pieno di zelo per evitare lo spargimento del sangue, avea esortato a porre ogni più sollecita cura in opera per riparare ai guasti fatti dall’animosità del Bianchi, per poi in qualche parte mascherare l’odiosità dell’avvenuto al Pusterla, di cui conosceva l’animo violento. Il suo avviso si seguiva, aggiuntovisi il comando di Beatrice. A quei tempi ciascuno era il proprio falegname. Tutti coloro che dipendevano dal castello lavorarono adunque assiduamente alla costruzione d’una nuova porta e di un nuovo ponte levatojo. L’indefessità del lavoro di otto o dieci operai fu anche tale che in capo a tre giorni il tutto fu riparato‍[4].

Terminati que’ lavori, fu con una specie di trionfo che il Falconiere veniva a riparare [146] i danni dell’incendio, ed ancora nella disgrazia accaduta vedeva un fatto da compiacersi, parendogli aver operata una bella difesa.

— Tutto quel che si può fare l’ho fatto, — dicea fra sè, — tutto quel che umanamente si può fare; ma contro il fuoco che cosa si poteva opporre? D’altronde per molto tempo avrei messa in sicuro nella torre la mia guarnigione: e vi poteva ben vivere anche la signora Beatrice per alcuni giorni, finchè non ci fossero giunti aiuti dai nostri amici. Ma la signora Beatrice volle prendere altra strada; e davvero non so come ci sia riuscita. Bisogna dire che il Bianchi avesse una gran paura in corpo per lasciarsi metter in fuga dalle chiacchiere di una donna. Se era io in lui, avanti, allons, e non lasciava un chiodo nel castello, come abbiamo fatto più d’una volta in Milano nelle case de’ suoi Guelfi, che solo adesso si arrischiano di alzare la cresta. Ma chi è di là: alcuno cerca di entrare. Sarà qualche pellegrino o qualche mendicante; se fosse il signor Giovanni Pusterla avrebbe suonato il suo corno, e avremmo inteso lo scalpitare de’ cavalli.

Egli corse, osservò, e con suo piacere vide che era un uomo, che all’abito, e ad [147] un liuto che avea sul braccio, poteva giudicarsi per un Menestrello, o poeta ambulante. — Costoro sono gente piacevole; cantano delle belle istorie, e però si raccolgono con piacere: ora calo subito il ponte. Piacemi anche quest’incontro, perchè la signora Beatrice è mesta, e temo che lo sbigottimento ne sia cagione: costui colle sue canzoni un poco la rallegrerà. — Così fra sè dicendo, calò il ponte levatojo ed ammise un giovine di alta statura, con barba castana e lunghe chiome di egual colore, e due occhi cerulei pieni di vivacità.

— Chi siete voi, da qual paese venite, e che volete? — domandò il Falconiere subito che il poeta fu intromesso.

— Io sono un Menestrello, un Trovatore detto Ugo di Verona; e me ne vo girando di castello in castello, cantando le prodezze e gli amori, vivendo delle mie dolci ispirazioni, e sostentandomi di ciò che mi somministra il favore delle persone gentili.

— Ebbene, ho capito, voi siete un poeta: buono per voi che capitate in luogo ove si fa buon viso a questa sorte di persone, quando non si hanno per le mani affari più serii; e sebbene veramente ora sarebbe il tempo da pensare a tutt’altro che alle [148] canzoni; e se s’avesse a far a modo mio la vecchia fusberta non starebbe nel suo fodero rugginosa, pure... basta, giacchè s’ha a fare a modo de’ preti e de’ frati (e ben so io quel che dico), basta, venite avanti, signor trovatore di Verona, e se avete delle belle canzoni preparatevi a cantarle, che non dubito avrete a lodarvi della signora che vi ascolterà. L’è una creatura angelica che in queste cose ha anche un poco di passione.

— Io ho delle canzoni melanconiche che si aggirano su di fatti pietosi: se un cuore tenero le ascolta, proverà indubitatamente una commozione più grata della gioia la più romorosa.

— Sentiremo, sentiremo. Anche a me piacerà di udirle; e me ne starò in un cantuccio della sala ad ascoltarvi; e vi dico io che bisognerà lasciarvi stare anche più di uno de’ nostri villani, perchè quando non vi è il sig. Giovanni Pusterla tutti si fanno avanti.

— Questo castello appartiene a Giovanni Pusterla?

— Sì, sì, ma ora non v’è: ma tornerà. Lo conoscete voi forse?

— Il suo nome l’ho sentito rammentare: or via conducetemi innanzi alla signora di [149] cui parlaste. Io intenderei prima che cada la notte, cioè fra poco più d’un’ora, trovarmi in Erba.

— Voi siete il primo Trovatore che abbia premura di ritirarsi: costoro in generale si fermano come un bruco su d’un fiore finchè non ne hanno succhiato tutto il sugo. Ma basta; aspettate qua, che andrò ad annunziarvi alla signora Beatrice.

E dopo qualche istante egli fu di ritorno, disse al Trovatore che entrasse, e gli fu scorta nella gran sala del castello del Pusterla.

Era questa un pezzo di antica gotica architettura. La luce vi penetrava alquanto scarsa da alcune alte finestre coperte di vetri colorati, e dava all’interno un’apparenza di mestizia e gravità. Alcune antiche sculture ne decoravano le pareti, fregiate inoltre di ritratti, alcuni di stile assai rozzo, alcuni di miglior disegno e colorito, perchè eseguiti in tempi posteriori al risorgimento della pittura. Ma il miglior ornamento della sala era, senza dubbio, la giovine Beatrice, la quale vicino ad una finestra, sovra un gran seggiolone, bella come una rosa di aprile, sedeva avvolta in ricche vesti: e dietro la sua sedia, alquanto alla spalliera appoggiata, stava Agnese. [150] Gli occhi di entrambe furono volti al Menestrello, tostochè, preceduto dal Falconiere che l’annunziò, fu entrato nella vasta sala.

— Signore, — disse egli con una voce che fece trasalire Beatrice, — io vi ringrazio della cortese vostra accoglienza; e se mi permettete, vi farò sentire l’ultimo de’ miei lavori, la pietosa istoria di Giulietta e Romeo.

— Fatecela pur sentire, signor Trovatore, — disse Beatrice: — noi ne abbiamo udita una volta la relazione, e con piacere ne sentiremo i casi accordati col dolce suono della vostra voce e del liuto.

Il Trovatore cominciò un preludio sul suo strumento, e così poscia con una voce soavissima la sua dolente istoria si diè a cantare.

GIULIETTA E ROMEO

Mite stringeva di Verona il freno

Il pro’ Bartolommeo della Scala;

Ma del governo suo il bel sereno

Turba una peste che d’Averno esala:

E il parteggiar del cittadin feroce

Alza un incendio, fra le mura, atroce.

[151]

Dei Cappelletti la nobil famiglia

Odio crudele pei Montecchi serba;

Spesso la terra anco si fe’ vermiglia

Del sangue loro in quella lotta acerba;

E più volte la morte trionfando

Fea su questi e su quei calar suo brando.

Ma il prepotente amor un’opra imprende

Di cui l’alto clamor voli pel mondo,

E le sue fiamme struggitrici accende

Nel cuor di due, cui parte odio profondo;

E che arda de’ Montecchi un garzon prode

Ed una giovin Cappelletti gode.

Romeo il garzon fortissimo s’appella,

Della seconda il nome è Giulietta,

Quanto è prode colui, la giovin bella

Era per grazie e per virtù perfetta:

Si scontrarono un giorno in una festa,

Quivi si fu lor fiamma manifesta.

Ed un pio frate, di lor voti istrutto,

Legarli assente de’ nuziali nodi:

Ma il padre di Giulietta è inscio al tutto

Di ciò che ha loco per sì strani modi.

Ed agli amanti per maggior sventura

Accadde un’atrocissima avventura:

[152]

Già del saggio Scaligero i comandi

Avean represso l’animoso ardire,

E d’ambo le famiglie i crudi brandi

Stavano oziosi, ed eran poste l’ire,

Quando Tebaldo Cappelletti un giorno

Fea ad un Montecchi grave oltraggio e scorno.

Tosto di quell’oltraggio il grido corre

E ponsi mano alle deposte spade;

L’una famiglia che già l’altra abborre

Colla avversa s’azzuffa, e più d’un cade;

Ma il primo autor di quella guerra istesso

Giacque sul suol da gran ferita oppresso.

E l’uccisore di Tebaldo altero

Fu il giovine Romeo con cui pugnava.

Ma perchè cessi quel conflitto fiero,

Lo Scaligero stuol de’ suoi mandava.

E affrenate le parti, un suo comando

Romeo condanna ad un perpetuo bando:

Perchè colla sua pena sia repressa

La cruda voglia di vendetta e sangue;

E una giusta vendetta sia concessa

Alla parte che vide un suo pro’ esangue.

Ma non a tutti i Cappelletti al paro

Giungea l’annunzio di quel bando caro.

[153]

La misera Giulietta, a cui lo sposo

Colpía dello Scaligero il precetto,

Condanna il bando a se fatale e odioso,

E si straccia la chiome e batte il petto.

Ahi meschina! furtivo appena accolto

Nel talamo ha Romeo, che già le è tolto!

Nè l’amante cui il sangue ancor le mani

Tinge del fier Tebaldo ch’egli ha estinto,

Or meno accusa i destini inumani,

E dal suo immenso duolo è oppresso e vinto;

Ah qual furia fu mai che mi guidava

Allora che a Tebaldo io morte dava?

Ma pria che il piè dalla cittade io mova,

Pria che incominci questo duro esiglio,

Te veder prima, Giulietta, mi giova;

Lieve mi fia per ciò ogni periglio:

Così egli ha fermo, e quella istessa sera

Giunge segreto a lei, siccome uso era.

Chi può dir i singhiozzi ed i dolenti

Rimproveri di quella, le focose

Scuse di questo, ed i sospiri ardenti,

E le promesse dolci ed amorose:

Ahi! disse Giulietta, ad ogni patto

Io verrò teco, e di partir fea l’atto.

[154]

No no, resta, Romêo le dicea,

Tu sostener non dèi questa fatica:

Anco mutar sper’io la sorte rea;

E tornerò, se mi fia quella amica.

Che se l’aspra fortuna a noi non cessa,

Allor, mia cara, a me verrai tu stessa.

E frate Leonardo, il qual congiunse

Le nostre destre, fia che a me ti guidi;

In lui confida, ei la pia cura assunse;

Segui tu ognora suoi consigli fidi:

Ah, se in tutto la sorte non è fella,

Cangerassi alla fin questa rea stella.

Ed il mattino i due pietosi amanti

Disgiunse: ahi mattin grave d’ogni male!

Dier le dolcezze loco a lunghi pianti,

E su lor spargea i rai astro fatale.

E l’anima mia afflitta ed angosciosa

Tutto sconvolge l’istoria pietosa.

Poche volte la luna il vario aspetto

Avea mostrato al sottoposto mondo,

Quando di Giulietta il padre ha stretto

Col conte di Lodrone imen giocondo,

E dare a lui promesso ha la figliuola

Di suo ricco dominio erede sola.

[155]

E poichè stipulato egli ha il contratto,

Sorridendo ne parla a Giulïetta:

Alla meschina il cuor si spezza a un tratto,

Pallida fassi ed un sospiro getta:

Ah mio padre uccidetemi, ma vero

Giammai non fia ch’io sposi il cavaliero!

Ma il fero vecchio, non uso ai contrasti,

Minaccia la tapina e sì le dice:

Or più tempo non è; promisi e basti;

E guai se opporti ti attenti, infelice.

In quelle angustie orrende fa ricorso

Giulietta a fra Leonardo e n’ha soccorso.

Questi le diè di possenti erbe essenza,

Che, tolta, l’avria resa come morta:

Certo l’effetto ha reso l’esperienza;

Ma danno a chi la toglie essa non porta.

Dopo circa trent’ore, il poter cede

Dell’erbe, e al corpo allor la vita riede.

Tu le dice, Giulietta, fie creduta,

Inghiottito il liquor, caduta morta;

A te aprirassi allor squallida e muta

Del sepolcro de’ tuoi padri la porta;

E se giacer non temi ove è Tebaldo,

Quivi io ti recherò soccorso saldo:

[156]

E fuor trarrotti, e con mentite vesti

In breve al tuo Romeo sarai condotta.

Ciò si faccia, diss’ella: ch’io m’arresti

Mai non sarà da alcun tenore indotta;

E tranquilla la sua anima fatta,

L’inganno appresta onde fia in salvo tratta.

E ecco la notte nella ricca sede

De’ Cappelletti alto clamor si leva,

Che morta è Giulïetta: il viso fiede

La madre sua; ma il duol più ancor s’aggrava

Sul vecchio padre: Ahi dicea, mia diletta,

Io sol t’uccisi che t’ho contraddetta.

Ma fra Leonardo manda un suo fedele

A recare a Romeo il grave avviso;

E quale arcano nel fatto si cele

Gli spiega, e come a lui ha il cielo arriso.

Ma ahi! sventura, un fido servo giunse

Prima a Romeo, e nunzio il cuor gli punse.

Era di Giulïetta un servo antico

Conscio dell’amor suo e a lei devoto,

E favorito avea l’amor pudico

Cui nascosto sacrava un santo voto.

Non ebbe appena egli il rio caso visto,

Che andò a Romeo nunzio mendace e tristo.

[157]

A Romeo, che allor sede avea posto

In Mantova alla corte del Gonzaga,

E che sperava, il suo favor frapposto.

Presto Giulietta, tornando, far paga.

Il giovine, colpito a quell’avviso,

Corre a Verona e forma un crudo avviso.

Ahi fiera iniqua sorte, ei fra sè disse,

Tutto sfogato hai in me il tuo rigore.

Me, nascendo, la Parca maledisse,

Splendean le stelle d’un empio furore.

Or che mi resta più? sol qualche istante

Per rivederla, e per morirle innante.

E la seconda notte che copria

L’inganno di Giulietta era discesa,

Quando Romeo, che in sentenza ria

Ne venne, è accinto a una crudele impresa;

Entrato in la tomba è de’ Cappelletti,

Ove l’han spinto i suoi feroci affetti.

E ivi, scoprendo una lanterna cieca,

Sua Giulïetta ebbe subito vista.

Piange su quella qualche tratto, e sbieca

Di poi lo sguardo; ed oh orribil vista!

Volge al petto la punta del suo brando,

E cade su Giulietta, lei chiamando.

[158]

Spiccando il sangue tiepido, il bel seno

Innonda di Giulietta, ed ei morendo

Pur la bacia: ma mentre già vien meno,

Il tiepor del suo sangue (o effetto orrendo!)

Gli spiriti agghiacciati richiamava

Della fanciulla che a nome chiamava.

Quindi risponde ella con debil voce,

E di Romêo proferisce il nome.

Ma poi che ha visto il fiero fatto atroce

E a se presso spirante Romeo, come

Vide il mortal singhiozzo, un grido mise,

Cadde su lui, ed il dolor la uccise.

Ahi! amanti infelici, apriste appena

Di incerta gioja gli occhi a un debil raggio,

Che la sventura che l’uomo incatena

Voi sommesse a suo orribile servaggio.

Di gioia un’ora seguon mille ambasce:

Quanto infelice è l’uomo allor che nasce!

Batteva allora mezza notte il segno,

E fra Leonardo (che era l’ora quella)

Venìa per porre fine al suo disegno,

Quando agli occhi gli appar la scena fella.

Si copre il viso: ed ahi che feci! grida.

Quanto sei uman senno scorta infida!

[159]

E del suo fallo a sè per pena ingiunge

Di palesar quai speranze deluse.

Spesso i nemici reo fato congiunge,

E questo accadde. Una sol tomba chiuse

I corpi degli amanti; e il pianto spenti

Ebbe gli odi funesti de’ parenti.

Questa pietosa istoria cantando il Menestrello la accompagnava colla espressione della più alta commozione. Era un quadro meraviglioso a ritrarre, vedere il giovine Trovatore con animata fisonomia accompagnar l’espressione del canto e delle parole; la bella Beatrice tutta intenta pender dal labbro del cantore, e gettar un tronco sospiro di quando in quando, sospiro pietoso sulle pene de’ due amanti che tanto la commovevano pel barbaro destino che li separava; Agnese, la cameriera, essa pure tutta assorta nel pensiero delle esposte avventure; e finalmente il Falconiere in altro canto; ritto in piedi colle mani in mano in aria di dignità, e dietro lui un gruppo grottesco di contadini con aperte le bocche, fra i quali si distinguevano due antiche nostre conoscenze, la giovine Lucia, che avea ancora nella testa le promesse fattegli da quel ribaldo di Carcano, [160] ed Andrea, il suo tardo ma robusto difensore. Però non ebbe appena terminata la sua canzone, ed ancora la mano scorreva sulle corde del dilettoso istrumento, quando i vari gruppi cangiarono tutti di situazione, e ne fu cagione lo squillare di un corno che udissi alla porta.

— È mio padre, — disse Beatrice; ed un istante tramutossi in viso il Trovatore. Il Falconiere corse tosto per calare il ponte; e la classe inferiore degli ammiratori del giovine poeta scomparve ad un tratto dalla sala.

Poco dopo entrava in questa Giovanni Pusterla, preceduto dal Falconiere che portava una lucerna, la qual pose sulla tavola che stava nel mezzo del salone; dappoichè la notte di già, piuttosto che il giorno, ivi dominava. — Tu hai avuto oggi il tuo trattamento favorito, figlia mia, — disse il Pusterla: — via, un abbraccio, che mi pare un secolo di non vederti! Chi è questo Menestrello? la sua fisonomia non mi riesce del tutto nuova, ma non so dove il vedessi; basta, ne sono tanti pel mondo, potrò averlo veduto come cento altri. Su via, narratemi: non vi furono novità durante la mia assenza? — Nel mentre che egli così parlava, il Trovatore ritiravasi in un angolo della sala.

[161]

— Nulla che meriti di essere or riferito, padre mio: voi sarete stanco: avete viaggiato tutto il giorno: già il sole è tramontato; il lungo cavalcare vi farà bramare il riposo.

— No, no, angiolo mio, io sto benissimo. A proposito: ho inteso dire a Monza che presso Erba era successa una violenza in questi giorni, in un castello o in una chiesa non so bene: che fu mai questo, Beatrice? me lo narra per disteso.

— Violenza! Padre mio, in Erba non fu commessa violenza di alcuna sorte che io sappia. Ma via, fate a mio modo, pensate a ristorarvi. — La voce così dicendo alla fanciulla tremava e venìa meno.

— Sì sì, ora ora; e tu Giorgio sapresti dirmi che sia accaduto? il tuo viso mi dà certo indizio che tu ne sei al fatto.

— Signor padrone, — disse il Falconiere che non potea più tener le parole nella strozza, — per me da galantuomo non saprei che dire, — ed accompagnava la protesta di una smorfia, che ben dava a di vedere tutto l’opposto di quello che volea far credere.

— Ah non sapresti che dire, gaglioffo? Che c’è; vi saresti tu forse entrato a far la prima figura! so che sei un cavallo ardente in queste cose. Via, che il diavolo ti [162] porti; parla, chè se taci per malizia forse io te ne farei pentire.

— Per parlare si fa presto, per parlare: ma...

— Orsù, qui c’è del mistero: voglio che parliate. Figlia mia, se alcuna cosa sapete che mi risguardi, mel palesate: io comincio a dubitare che ci sia del serio.

— Sì, invano io bramerei tenervelo celato. Sappiate adunque che, punto dell’oltraggio a lui fatto, Arrigo Bianchi venne per vendicarsi contro il vostro castello; ma non appena io mi fui mostra per supplicarlo che generoso fosse verso una fanciulla che sola rimaneva fra queste mura, egli si ritirò, mostrando magnanimità eguale alla alterezza, e quindi tutto qui finì; poichè, ritirandosi anche espresse il suo desiderio che queste lunghe inimicizie non procedesser oltre, dopo un primo sfogo di una cieca animosità.

— Oh corpo di satanasso! Ma in quale modo egli potè entrare nel castello? Vi sarebbe qui un qualche tradimento? — con tuon grave volto al Falconiere domandò il vecchio Ghibellino. Beatrice non facea replica; ed il Falconiere prese sopra di sè il carico di rispondere al suo signore.

[163]

— Sì, tradimento! dopo che un galantuomo fa tutto il suo possibile, va a immaginarti che sia un traditore. Non mi aspettava dopo venti anni di carica un simile complimento. Per dianora, se non fossimo stati otto contro quaranta: e poi, se quel maledetto fuoco non avesse fatto il suo bisogno; ma, basta, e il ponte e la porta ora sono rifatti, e prima che vadano in carboni una seconda volta lascia fare a Giorgio Falconiere!

— Dunque le cose furono spinte a questo segno! Tanto furono arditi di fare costoro! Questi Guelfi vili e poltroni, tanto adunque alzano ora il capo e così ci vengono a tentare! Ma i vigliacchi, i codardi, sapeano di certo che il vecchio cignale era lungi dal suo covo, e per questo si attentarono di sorprenderlo all’impensata. Ma or via, or via, noi loro renderemo la pariglia, ma a misura di carboni di fuoco. Giuro al cielo!...

— Non giurate, padre mio, non giurate; Pensate che se coloro vi hanno oltraggiato, un desiderio di vendetta li mosse per la perdita di un compagno che voi gli avete spento. Pensate alla generosità del Bianchi che non abusò del suo vantaggio, e ritirossi alla prima mia preghiera. E [164] ancora frate Paolo, in nome del signore ci raccomanda non voler turbare la tranquillità, non voler lordarvi del sangue di uomini che pure tutti hanno per padre l’istesso Adamo...

— L’istesso Adamo tu dici! E quando mai dal tronco istesso uscì la forte quercia e la debole canna che scuotesi al primo vento? Frate Paolo! Sarà egli capace frate Paolo, coi suoi bei discorsi, di vendicare i torti nostri? Ah sì..., io ho il torto di parlar teco di siffatte cose: ebbene, lo vogliono, sia fatta; fuori le spade, e si rinnovino in Erba le stragi dei tempi del Barbavara. Ma prima con lui, sì con lui... Figlia mia, sento che ho bisogno di riposo. Giorgio mi segui.

Nel mentre che il Pusterla così parlava, l’ira da prima la più violenta lo investiva; quindi quella freddezza che lo mostrava uomo uso ai perigli ad essa succedeva. Ma le ultime sue parole furono proferite con un’aria di mistero che indicavano celare una diversa risoluzione ed un arcano.

— Agnese, — disse allora Beatrice, — conducete fuori dal castello quel Trovatore, e dategli larga rimunerazione.

— Signora, — disse il Trovatore, che durante tutta la scena da noi riferita era rimasto [165] nella più perfetta immobilità, — ho alcune parole a dirvi prima, se in ciò, gentile, mi volete compiacere.

— Ebbene, Agnese, ritirati in un angolo della sala; e così che avete voi a farmi sapere?

— Nulla, fuorchè io sono Arrigo Bianchi!

La giovine trasalì, sebbene un consimile sospetto confuso, già l’avesse tentata più d’una volta.

— E che vi mosse a qui venire?

— Mi mosse quell’amore di cui ardentemente mi accese la vostra prima vista durante quel torneo di cui vi piacque tener memoria; quell’amore che divenne in me forza irresistibile, poichè fra sì sciagurate circostanze la seconda volta vi presentaste agli occhi miei; quell’amore che ora più non si spegnerà vedendo quanto generosa sia l’anima vostra, quanto benigna vi piacque assumere le mie difese.

— Ebbene, per quanto cara vi è la vita, per quanto avete di più sacro, ritiratevi, tosto partite. Io procurerò, sì..., per gratitudine..., di reprimer il vendicativo odio del padre mio. Voi..., e voi dal canto vostro, ve ne scongiuro, reprimete i vostri alteri spiriti. Agnese, conduci questo Menestrello fuori del castello. — Ciò detto, [166] essa stessa incontanente uscì dalla sala. Ed Agnese, dicendo al Trovatore: — Voi ci cantate dei casi strani, ma vi so dir io che da noi se ne veggono tutti i giorni di nuovi, — lo condusse fuori della sala. Volle rimunerarlo; ma il Menestrello, contro l’uso di tal gente e con grande stupore della giovine, rifiutò di nulla accettare, e mestamente lasciò il forte recinto di quell’antico castello.

[167]

CAPITOLO X. FUNESTI EFFETTI DELLA VENDETTA

Pochi istanti dopo che il finto Trovatore fu uscito dal castello, Beatrice cogli occhi rugiadosi, i lineamenti animati dal forte contrasto di affetti che tanto la commovevano, ricomparve nella sala e si pose a sedere sovra una seggiola, ove stette alcun tempo silenziosa.

— Agnese, in quali tempi viviamo noi mai? — disse finalmente alzando gli occhi mestamente sovra la giovinetta sua cameriera.

— Fatevi coraggio, il signor Giovanni [168] Pusterla è uscito da maggiori burrasche di questa: gli sarà facile freddare il Bianchi o quell’altro che vi han fatta tanta paura, e ritornarne allegro e tranquillo al suo castello, a tracannarsi quattro fiaschetti di vino in onore della vittoria.

— Che ciò non accada giammai! — sclamò Beatrice. E stette un istante in silenzio: due minuti dopo ricomparve nella sala Giovanni Pusterla.

La forte espressione delle ferventi passioni che avevano agitato il petto irascibile del vecchio Ghibellino, avea dato luogo alla abituale sua imperturbabilità mista di buon umore. Egli avea di già presa la sua risoluzione, ed ora già più non pensava all’accaduto, se non come ricordarsi un suole di una storia antica sulla quale freddo e sicuro ha di già proferito suo giudicamento. Egli si assise innanzi alla tavola, sulla quale un istante dopo il Falconiere dispose una sucolenta imbandigione di carni ed altre vivande, e volgendosi alla figliuola, che silenziosa stavagli vicina, così prese a dirle.

— Un po’ di stizza mi sturbò al primo vederti, Beatrice: ora mi è passata. Quanto noiosi mi riuscirono que’ quattro giorni che io passai in Monza con Estore Visconti! [169] Il bravo cavaliere non lasciò nulla per divertirmi. Conviti, giostre, balli: egli se la passa assai allegramente. Ma, il credereste? abituato omai a questa vita solitaria, senza voi, cara mia Beatrice, io mi trovava in un deserto. — Qui fe’ una posa, portò alla bocca il primo boccone, e mangiando alternativamente e parlando così proseguiva. — Altro io non affrettava che il mio ritorno, e sì che tanto Estore quanto il signor Giovan Carlo ad ogni patto non voleano ch’io partissi. Aspettano Facino: il generale del Duca ha dei grandi disegni pel capo; e vuol comunicarli ad Estore. Hanno fatto la pace: ora stringere vorrebbe Facino una lega offensiva. Contro chi, non si sa: sospettasi contro i Rusconi di Como. Estore lo attendeva da un giorno all’altro, e avrebbe voluto che io fossi presente al loro abboccamento. Ma io non potea restare: davvero, Beatrice, davvero come son cristiano! parea che il cuore me lo dicesse: Torna a casa tua; vi sono delle novità. E dovea così propriamente venire il diavolo a intorbidarmi il piacere del rivederti; dovea quel Guelfo inetto venire ad insultarmi, per fabbricarsi la propria rovina! Ebbene, corpo di Satanasso, non son Giovanni Pusterla se non lo fo pentire, e se [170] non lo mando all’inferno insieme agli altri Guelfi che lo precedettero la giornata del Malcantone! Oh quel giorno sì che le loro case offrirono una bella scena! Ma dopo tutto ciò, ardire..., ardire... Basta non ne parliamo; al rammentare il tuo pericolo tu ti commuovi e impallidisci. Ma non dubitare, Beatrice, sarà l’ultima volta che tali affronti tu avrai sofferti; e costerà caro, a chi lo ebbe, il piacere di averti angustiata.

— Ah padre mio, da ben altre fonti deriva la mia inquietudine. Io sono orfana della madre, e voi siete il solo in cui ponga l’amor mio, il solo mio sostegno. Troppo preziosi sono agli occhi miei i vostri giorni. Io troppo vi compresi: voi vi volete cimentare con quel giovine valoroso. Ma deh! non vogliate arrischiare la vostra vita contro chi dell’impeto di un’età bollente è dotato. Colui inoltre, perdonatemi, troppo ancora mostrò di virtù perchè non merti indulgenza. Egli invase, è vero, il castello di un suo rivale per vendicare un amico ucciso; ma rispettò la debolezza, rispettò l’onor mio...

— Tu mi sei diventata Guelfa, figlia mia! Sai tu che prendi con molto calore a difender la causa di quel giovine presuntuoso? [171] Ma di me che temi? ed a colui, a colui è ben necessario insegnare a non stuzzicare la vipera che a lui non bada. Ma via, non ne parliamo più. Io non intendo nemmeno torgli la vita. Egli ti ha rispettata: ebbene merita, come tu dici, indulgenza, e l’avrà. Gli darò una buona stoccata fra carne e carne, e s’egli dopo s’aqueterà, non si parlerà altro di questo affare. L’hanno fatta veramente da Guelfi, la hanno fatta! Io credo, Beatrice, che fosse la paura, non già la tua presenza, che gli facesse ritornare. Avranno sentito un qualche romore, han creduto che gente arrivasse, son fuggiti, chi sa con quale fretta! Oh, ci scommetto, la fu così. Un Ghibellino non avrebbe lasciato così a mezzo la cosa, ed avrebbe per lo meno del castello fatto un falò. Ma i Guelfi dalle loro sconfitte hanno imparata la prudenza. Ora che hanno la testa rotta, sono assai discreti ed umani: e vedi moderazione di cui si vantano! Ebbene, tanto meglio per loro; altrimenti non so se a quest’ora ne resterebbe più il seme. Ma tu hai gli occhi pieni di lagrime?

— Sì, padre mio, sì. Ah, se vedeste lo stato dell’anima mia! vi farebbe pietà. Voi parlate di vittoria, di vittoria generosamente acquistata: ma chi misura i colpi? [172] chi mi accerta che un momento fatale a me non vi tolga? O chi mi accerta che invece voi, anche involontariamente, togliate la vita ad un giovine a cui pure assai io debbo? Deh non appigliatevi al più dubbioso de’ partiti: ascoltate le sagge e pie esortazioni di frate Paolo, perdonate, e non vogliate così porgere alimento a novelle discordie.

Il vecchio Pusterla stette un istante come pensieroso: poi, animando i suoi maschi lineamenti di collera e superbo sdegno, battè col pugno sulla tavola e così sclamò. — Che vuol dir ciò? Che parole sono queste? Chi imprenderà ad essermi guida in ciò che tocca l’onor mio? chi opporre sponda intende al mio giusto sdegno? Questi frati sono contrari ai Ghibellini, come che tutti sieno nemici di Santa Chiesa, e ci vengono a fare il saccente in casa. E voi, ch’io non vi senta, io, più difendere nessuno di quella maledetta razza de’ Guelfi, che il diavolo se li porti. — Qui troncò le sue invettive, alzossi, e di repente lasciò la sala.

Allora Beatrice rimase come colui a cui il fulmine scese improvvisamente a lato, nell’istante che, côlto da una gran procella, sotto d’annosa quercia cerca ricovero ed [173] asilo. Immobile, smemorata, compresa da un terrore tanto più crudele quanto più indeterminato, a lei pareva di repente quella benefica luce sparire che ancora la guidava in un mare pieno di scogli, nè mezzo alcuno più scorgeva per evitare il suo danno. Il padre o il generoso liberator suo, l’oggetto ancora per cui forte parlava il suo cuore, il bravo cavaliere vincitore ne’ tornei, sì destro nelle giostre e ne’ nobili giuochi di che occupavasi allora la gioventù, colui (che serve tacerlo?) che pure oggetto era di tutto il suo, sebbene combattuto, amore, e de’ suoi voti taciti; o il padre o l’amante sanguinosa avrebbe resa una mano cara di un sangue non men caro e inapprezzabile. Che se l’amante caduto fosse, non era essa colpevole della sua morte, che abbastanza non vi si era opposta nel mentre lei con tanta generosità quegli avea salvata? Che se il padre vittima soggiacesse di un involontario colpo, oimè quale vita a lei si toglieva! e da chi si toglieva! Queste idee, che da principio confuse prostrarono la mente sua, più distinte la immersero poscia nella più profonda desolazione.

— Ma io impedir debbo ad ogni costo, — disse ella fra sè, — io impedir devo ad ogni [174] costo che ciò avvenga. Io stessa mi porterò sul luogo ove aver dee effetto il ferale combattimento, e lo frastornerò. — Questi pensieri essa volgeva nella tacita mente. Volta quindi ad Agnese, le disse: — Chiamami Giorgio, il Falconiere, io deggio parlargli. — Il bravo difensore del Castello Pusterla non tardò che qualche istante a comparire in sua presenza.

Era il Falconiere uomo alquanto rozzo, ma non tanto però che ancora non facesse la prima figura nel villaggio di Parravicino in cui era nato; e se era facinoroso, era per altro ancora di ottimo cuore. Le sue idee aveano, è vero, preso il corso a cui travolgeale tutte il torrente de’ suoi tempi; ma il suo cuore aprivasi alla voce della ragione e dell’affetto. Noi abbiamo già detto che era grande della persona, ma non pingue; avea lineamenti robusti, ma non fieri; era uomo coraggioso, e lo vedemmo, ed un po’ altero della propria importanza.

— Giorgio, — gli disse Beatrice, — voglio da te un servigio. Promettimi che me lo accorderai.

— È mio dovere servirvi, signora Beatrice: uno contra uno, uno contra due: ancora contro tre, comandatemi.

— Oh! tu non hai nella mente che [175] zuffe e risse. E parti egli che io abbia a far le parti di capo di parte? Ah! pur troppo de’ fatti sanguinosi si succedono con una rapidità spaventosa; ma io non li riguarderò giammai che con orrore.

— Voi parlerete bene; e la vostra lingua ha fatto anche molto uno di questi dì. Ma non parla così il signor Giovanni Pusterla.

— E perchè Giorgio così voi dite, perchè?

— Il perchè? Le donne hanno sempre questa parola sulle labbra: ma, perdonatemi; io non vorrei far male nel dirvi di questo perchè.

— E credi tu che io nol sappia?

— Che domani si hanno a ritrovare...?

— Sì, mio padre ed il Bianchi.

— Nel bosco, innanzi la cappella del Marliani; nel luogo delle povere...

— Per battersi all’ultimo sangue.

— Voi dunque sapete tutto. A mezzo dì ogni cosa sarà probabilmente terminata.

— Oimè!

— Che avete, che diventate pallida come la cenere?

— Io mi sento morire!

— Or, ora chiamo Agnese che vi soccorra.

— Ah no, tu solo puoi soccorrermi con una parola.

— Non che una parola, cercatemi la vita, o dolce mia Signora.

[176]

— Tu mi aiuta a impedire questo scontro, — disse con voce appena distinta e soffocata dal dolore che un fiume di lagrime spremeva, la misera Beatrice.

— Ma come... ma perchè?

Richiamò Beatrice con uno sforzo di fortezza i propri spiriti, e così gli disse:

— Ebbene, adunque la sfida è già partita; e se non è partita, sarebbe invano che io cercherei di stornarla. Ma tu puoi aiutarmi a fare che non abbia effetto: va al convento di S. Francesco questa sera istessa, cerca di frate Paolo, e digli che domani, un’ora prima che scocchi il mezzodì, trovisi nel nostro castello: digli che ci va della vita, anzi di molte vite si tratta; digli che in nome del cielo lo scongiura ad essere pronto Beatrice Pusterla...

— Ma che volete voi fare?

— Tu conosci il luogo ove accader deve il combattimento; quivi ci condurrai.

— Io? ma il signor Giovanni Pusterla mi ammazzerà... Ma voi mi commovete. Poveretta! il dolore vi opprime in un modo crudele. Accada ciò che accader può, io vi seconderò. Vado ora subito a San Francesco.

— Il cielo ti benedica, mio caro Giorgio; il cielo ti ricompenserà.

[177]

— Ed io invece sono pieno di cattivi presentimenti; una maledetta civetta par che mi annunzi che vicina è la mia morte.

— Disperdano i venti il triste augurio: un uomo che è accessibile alla pietà non dovrebbe morir mai in questi nostri tempi, in che è sì rara.

[178]

CAPITOLO XI. IL CAPITANO DI VENTURA

Il giorno appresso il Falconiere fu di buonissim’ora al Castello del Monte, recando la sfida del sig. Giovanni Pusterla al giovine Arrigo. Questi con freddezza l’accolse, la lesse, esitò un istante, ma infine rispose che l’accettava e che non si sarebbe fatto aspettare all’ora determinata.

Portava la sfida che soli avessero a trovarsi nel vasto bosco che giaceva fra il Castello del Monte e Parravicino, siccome abbiamo visto. Il luogo di convegno era la [179] piazzetta della cappella Marliani. Quivi colla spada si sarebbero resa la ragione che ognuno di loro pretendeva.

Frattanto, la mente di Beatrice era piena del pensiero orribile del fatal conflitto che, se essa non potea distornare, avrebbe avuto luogo il giorno seguente o qualche altro appresso. Le sue pupille, immerse nel pianto, per la lunga fatica dell’animo si erano alfin chiuse al sonno; ma quale sonno torbido e inquieto, e peggiore assai della stessa veglia! Cento fantasime orrende ella vide da principio, che con terrore indeterminato la scossero tutta la notte e conturbarono: finalmente sul mattino, quando la superstizione assegna ai sogni un grado di probabilità siccome nunzii del vero, perchè più distinti si presentano, ecco le idee sue prender forme più determinate. In una mesta giornata procellosa, ecco sorgonle innanzi le folte querce fatali della piazzetta della Cappella, e l’orribile teatro del paventato combattimento eccole starle dinanzi, scena tremenda che la agghiaccia d’un indefinito terrore. Quivi su quella piazza, fatale un giorno, e che ora sta per acquistare novella e non men funesta celebrità, ecco di già starsi a fronte i due rivali, entrambi a lei cari, e la cui vita del pari [180] corre mortal periglio. Essa, che in disparte si trova fra un cespuglio, ecco muove il piede per avanzarsi; ma il piede nega di sostenerla: è sola, e il fido frate non è giunto per iscortarla. Apre essa il labbro, ma, fosse effetto d’incanto funesto, fosse avversa sorte, la voce ricusa di formare il suono; il labbro non articola che tronche e mute parole; la lingua stessa ricusa di palesare l’orrore che la comprende. Quale situazione è questa mai! Nel mentre che essa giunger non può opportuna al soccorso, l’amante suo contro il padre suo trae la spada; cresce il furore dei colpi, d’un triste fragore rintronan gli echi della selva e della cappella; ma ancora il sangue non scorre che in piccola copia. Inferociti per la lunga resistenza, i due crudeli combattenti ecco obbliare le difese, ed entrambi furiosamente per ferirsi l’uno sull’altro si scagliano. Sono soddisfatti, ed una doppia ferita fa che l’uno cada all’altro dappresso. A tale sventura, una convulsa forza cresce alla meschina; balza dal suo nascondiglio, e tale è la scossa dell’animo suo, che il sonno fugge, e piena di terrore ella si desta. Dubita da prima, poscia esclama: — Cielo ti ringrazio; il delitto non è ancora consumato!

[181]

Gittasi in ginocchione a pregare chi è maestro e fonte di ogni pietà: essa ôra, ed ôra con tutta fiducia che le sue preghiere possano venire esaudite. — Mio Dio, — diceva, — esaudisci i voti di un cuore umile e addolorato! — Ella avea passate due ore in tale situazione, quando entrò nella sua camera il vecchio di lei padre, che sorridendo le disse: — Che è, Beatrice? Tu ti offendesti forse d’ieri sera: ma quando la stizza mi prende non sono più padrone di trattenermi. Io non ti vidi questa mattina; ma io non volli partire per la caccia senza abbracciarti. Dammi un bacio; e non mi aspettare che dopo mezzodì.

— Ah dunque voi partite!...

Questa esclamazione non avea nulla in sè; altro senso non avea se non quello che gli attribuiva l’accento con che veniva profferita; ma il vecchio ne fu commosso fino nel fondo dell’anima, sebbene credesse la figlia ignara del suo disegno.

— Sì, parto; ma che male v’è in ciò? non è quello che mi accade di far tutti i giorni? parto col mio falco a passare tre o quattro ore.

— No, il mio cuore mi dice che voi mi tenete celato il vero. Il mio cuore mi assicura che non è la caccia che vi chiama, ma un’idea di vendetta.

[182]

— E se ciò fosse, sarebbe questa la prima volta? Ma il cuore sempre a voi donne dice qualche cosa, e ben di rado indovina. Tutto effetto di sospettoso temperamento. Adunque, figlia mia, dammi un bacio, ed asciuga queste lagrime, che io non amo nè ho bisogno di essere commosso. — Qui la strinse fra le sue braccia, e le purpuree guancie di lagrime cosperse le baciò.

— E volete?...

— Addio, — sclamò il Pusterla con alquanto dispetto, che contrastava colla tenerezza, e di là si tolse.

Beatrice si accorse che inutile sarebbe stato l’arrestarlo ed operare un’ulteriore insistenza: la sua speranza era solo nell’amore che le portava Arrigo, e nell’amore del padre, il quale non avrebbe voluto ricusarle il sagrifizio di una vendetta, quando l’avversario suo avesse conosciuto che solo all’intervento di lei egli lo doveva; e non meno confidava nella autorità veneranda del suo compagno.

Fra le torbide cure che la agitavano, passò un’altr’ora; e con tremore e trambasciamento sentì finalmente aprirsi la porta della sua camera, nella quale il Falconiere ammise frate Paolo. Essa in breve ragguagliò il buon padre di ciò che stava per accadere e del suo disegno.

[183]

— Adunque tosto mettiamoci in viaggio, — sclamò questi, ed un istante dopo tutti e tre furono fuori del Castello Pusterla.

Intanto il vecchio Ghibellino di questo proprietario, a cui il pensiero del duello che dovea aver luogo, siccome cosa assai ordinaria, non avea tolto nè il sonno la sera antecedente nè l’appetito la mattina, imperocchè sommamente egli confidava nella sicurezza del proprio braccio, e nel suo animo freddo nel combattere, uscito che fu dal suo castello, moveasi soletto, e tenendo in pugno un falcone femmina, verso di Orsenigo, avendo in animo di non intermettere il suo prediletto passatempo perchè avesse quel giorno a mettere a cimento le proprie forze, o per meglio dire a scambiar quattro colpi con un giovine di primo pelo, che, come ei pensava, in breve avrebbe punito del suo ardimento con qualche buona ferita; mentre la sua cortesia verso la figlia, sebbene ei la attribuisse a timore, doveva pure meritargli un po’ di compassione. — Sì, — diceva egli al suo falco, — come vale più un falcon femmina di tutti i falchi maschi del mondo, così vale più uno degli antichi Ghibellini di tutti questi poveri Guelfi che nascono ora, e che non hanno tanti anni da ricordarsi il male che loro [184] abbiamo fatto otto anni fa. Vorrebbero essi ricominciare il giuoco; ma che può far mai contro lo sparviere la colomba! Ma questa sera senz’altro sarà distinto il loglio dal buon grano, come dice Frate Paolo nelle sue prediche.

Così dicendo, egli ascendeva una collina che dominava varie strade delle vicinanze, ed egli movea uno sguardo in giro, fosse per ammirar il paesaggio, fosse per desiderio di scoprire qualche preda, quando dalla parte di mezzodì vide da lungi alzarsi un gran polverío, ed osservando con maggior attenzione, parvegli vedere uno splendor d’armi e un brulichio di numerose squadre. Salì allora su di una più eccelsa eminenza della collina, e osservando diligentemente, bentosto si accorse che da una grossa schiera di armati era quella polvere alzata; poichè distinse assai meglio le armi che riflettevano i raggi del già alto sole. La schiera si andava avvicinando, e in breve assai distintamente gli fu fatto di vedere un grosso esercito, che, a quello che sembrava, veniva alla volta di Parravicino. Stava egli adunque attentamente contemplando quello spettacolo inaspettato, nè sapeva che gente quella esser potesse, quando sentì chiamarsi per nome, e vide muovere verso di lui due [185] guerrieri, montati su due grossi cavalli di razza milanese, e in que’ guerrieri egli riconobbe due de’ suoi più illustri amici, Estore Visconti, cioè, e Facino Cane.

Era Facino Cane uomo di già avanzata età, di statura mediocre, e poco notevole della persona; ma nel suo viso, il cui colore abbronzito indicava qual intraprendente ed instancabile guerriero egli fosse, nel suo viso vedevasi l’impronta della sua volgar nascita, poichè nulla v’era in esso che indicasse quell’aria grave e di nobiltà che tanto distingue coloro che fin da buon’ora sono avvezzi a modellare a cavallereschi modi i loro atti e il loro sembiante. Egli avea due occhi grigi, assai vivaci, che s’aggiravano irrequieti nelle loro orbite, e due folti sopraccigli li velavano, come se coll’ombra loro altrui nascondere ne volessero l’espressione; avea fronte alta, e un’espressione di sagacità e avvedutezza in essa parea vedersi, e il suo contegno non era senza dignità. Era a quel tempo Facino nel colmo della sua fortuna; egli avea più Stato che ognuno dei due fratelli Visconti, e le sue idee si slanciavano ancora a più ampia carriera. Il suo corpo però assai avea perduto del suo primitivo vigore, tanto più che da alcuni anni era di quando in quando assalito da forti accessi di gotte.

[186]

Estore Visconti potea ben dirsi il contrapposto di Facino: per vero dire anch’egli contava i suoi cinquant’anni, ma pure sembrava assai più giovine, ed era robusto come un uomo di trenta. Era ben fatto della persona, grande, pieno di nobiltà. Più soldato che capitano, più galante che ambizioso, amava i piaceri, ed era pieno di spirito. Leale, generoso, umano, in posto più eminente sarebbe forse stato un altro Enrico IV. Sì Estore come Facino brillavano in una splendidissima armatura ornata di fregi d’oro, e sovra essa portavano una ricca sorcotta nella quale in più parti era trappunto il loro stemma, ed in petto a cui vedevasi la croce rossa, distintivo dei Ghibellini.

— Voi qui! — sclamò attonito Giovanni Pusterla al vedere i due nobilissimi guerrieri che a lui di già eran vicini.

— Sì, e saprai tutto: or ci guida al tuo castello che vogliamo ristorarci, e ti narreremo ogni cosa per istrada, — disse Estore Visconti, il più gioioso de’ due compagni.

Il Pusterla allora esprimendo loro il suo piacere di rivederli quando meno se lo avrebbe aspettato, disse che erano i padroni del suo castello, e che sperava in esso entrambi avrebbero passato almeno il restante [187] della giornata. Terminato che ebbe queste ed altre espressioni della sua cordialità, tornò alla domanda del motivo che a quelle parti li conduceva. Estore Visconti e Facino erano scesi dai loro cavalli, che dati avevano in custodia ai loro scudieri; e mentre questi in rispettosa distanza li seguivano, col Pusterla dirigendosi pedestri verso il di lui castello presero ad appagare la sua curiosità. Ma noi prima di udir i loro discorsi dobbiamo fare un cenno della vita dell’uno come dell’altro; il qual cenno gioverà un poco tanto per conoscere meglio il complesso della nostra istoria, come anche per ispiegare le loro parole.

Facino Cane, di Casale, fu sotto a Giovan Galeazzo Visconti uno de’ condottieri di eserciti, o Capitani di ventura‍[5], che più si distinsero per la loro sagacità e il loro valore e quindi a lui furon cari, e fu in molte fazioni importanti adoperato; ma la sua sorte crebbe assai più dopo la morte di quel Duca, sì terribile al rimanente dell’Italia [188] cui minacciò di porre intera nelle catene. Ad esso succeduti i deboli suoi figliuoli, il vasto paterno retaggio fra di essi era stato smembrato, e col titolo di Duca, Giovanni Maria fanciullo di soli quattordici anni (1402) risiedeva in Milano ed avea per sua parte, con questa città, Como, Lodi, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Bologna, Siena e Perugia; Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano furon dominio di Filippo Maria, secondogenito, col titolo di Conte di Pavia; Pisa e Crema furono assegnate a Gabriele, bastardo legittimato: ma in brevissimo tempo combattuti da ogni parte o da potenze rivali, o dalle insurrezioni di molte città in cui si alzarono parziali tiranni, Gabriele perdette lo stato; il Conte di Pavia ebbe anch’egli a vedersi tolta la maggior parte delle sue città; e nel Ducato, perchè più presto rovinasse, oltre a’ molti nemici, insorsero di buon’ora dissidii fra i membri stessi che componevano la Reggenza, a capo della quale era la Duchessa madre, la quale si formò assai nemici colle sue parzialità e colla sua mala condotta.

Fedele in sì triste congiuntura rimase [189] Facino Cane; egli difese bravamente Bologna, che però fu poi ceduta al Pontefice, e infrenò Alessandria sorta a ribellione. Ma poichè vide che le cose rovinavano, e che ognuno pensava a trarne per sè profitto (avendo Pandolfo Malatesta ottenuto dalla Reggente Brescia, e Ottobuon Terzo essendosi impadronito di Reggio, di Parma, e di Piacenza), anch’egli pensò imitarli, ed occupò Alessandria, Novara, e Tortona, prima che cadessero nelle mani del Marchese di Monferrato, e di quello di Saluzzo, il quale di già avea tolto ai Visconti nel Piemonte Vercelli ed altre terre. Filippo e Giovanni Maria Visconti, per tal modo, altro omai non possedevano che Pavia e Milano, città di loro residenza; e per giunta Milano non era che il nido delle discordie, tanto furiosamente vi imperversavano le sette.

Fu poco dopo che morì in Monza la Duchessa, ed un sordo sospetto accusò il Duca suo figlio della di lei morte. Quel giovinastro, che già cominciava ad essere abbominato, da sè governando mostrava di non esser atto a sostenere il peso degli affari, e cominciava dall’inimicarsi Facino Cane ed altri Signori, che egli doveva anzi cercare di tenersi affezionati, mentre non avea che [190] troppo abbondanza di nemici; ma il timore lo fece poi ravvedere, confermò Facino nel possesso delle usurpate città, con esso si accordò e fece la pace. Facino, incaricato di combattere gli altri nemici del Duca, fra i quali Pandolfo Malatesta, Ottobuon Terzo, Gabrino Fondulo, è però sconfitto presso Binasco: e il Duca dando la mano a chi trionfa, ricolma di carezze i suoi nemici, e precipita Facino suo capitano da quell’alto grado di favore a cui lo avea innalzato. Trionfano in Milano i suoi nemici, e vi commettono le più orribili concussioni.

Facino allora non spira che vendetta; nè tarda, collegato con Estore Visconti, a bloccar Milano, da cui le crudeltà del Duca aveano allontanati quei pochi personaggi, che pel senno poteano essere capaci a difenderlo. Ricorre allora il Duca all’inganno; tratta con Facino; ma poichè con questo mezzo ha vettovagliata la città, rompe d’improvviso i negoziati, e dichiarasi irreconciliabile col suo Generale. Facino allora dà il guasto alle campagne, e porta il terrore fin sotto le mura di Milano; ma il Duca, senza cervello, in sì triste circostanza offende ancora Malatesti Malatesta di cui avea sposata una figliuola, e questo istiga Pandolfo Malatesta a vendicarlo. Per opporsi [191] ad essi ed a Facino l’imbecille Visconti stringe una lega con Bucicaldo, governatore di Genova per parte del Re di Francia, che reo di aver dato a morte Gabriele Visconti, ad altro non aspirava che ad acquistare al suo signore il milanese ducato.

Frattanto i due nemici del Duca, emuli ancora fra di loro, grossi entrambi di molte schiere, venivano per disputarsi colla forza il possedimento della città. Si scontrarono le loro armi nella valle di Rovagnate, ivi si batterono; ma il comune interesse li mise poscia d’accordo, e convenivano di impedire prima, uniti, che Milano cadesse in mano de’ Francesi, mentre avrebbero poscia in altro tempo decisa la loro parzial contesa. Per quanto il Duca si ostinasse, dovette alla fin fine piegarsi; e riconciliatosi con Facino, stipulò con esso la pace. Allora i Guelfi, nemici di questo Generale, dovettero curvare il collo, e furono dai Ghibellini oltra misura oppressi. Facino ottenne in dono varie terre nel Milanese; e anche Pandolfo Malatesta ebbe soddisfazione, appagato nelle sue varie domande; e parve che il Duca sinceramente con essi si riconciliasse.

Poco però mancò che tanta fortuna perdesse a un tratto Facino. Bucicaldo, impadronitosi [192] di Piacenza, giunge a Milano senza trar un colpo; e la città caduta sotto il dominio de’ Francesi, essendone stato creato Bucicaldo governatore, non prova che nuove scosse per la cattiva condotta di costui. Ma Facino, collegato col Marchese del Monferrato, fatta rivoltar Genova a Bucicaldo, lo battè anche presso Novi, e vittorioso tornò in Milano. Invano i Guelfi fecero poi uno sforzo per perderlo, congiurando contro la sua vita, nella qual congiura ebbe parte anche il Duca; egli salvossi, ed allora pensò a consolidare in modo il suo potere che nemmanco il Duca stesso lo potesse abbattere.

Egli quindi, impugnate le armi contro il Conte di Pavia che avrebbe potuto dar mano al fratello a rovinarlo, cominciò dall’impadronirsi di quella città. Dopo il qual fatto, anche il Duca da lui non fu più considerato che come suo prigioniero, ed i due fratelli vennero da lui chiusi ne’ loro palazzi e ridotti a mancare persino delle cose necessarie. Bene si mansuefece di poi che credette abbastanza solido il suo potere; e perchè il duca sembrava più non occuparsi che de’ suoi piaceri vergognosi e crudeli, Facino già pensava ad accrescere con conquisti la propria fama, e quel ducato che [193] un tempo era sì vasto e possente; e tolto Canturio a Giovan Carlo Visconti, segnata una pace con Estore, che dominava in Monza, disegnava con lui imprendere novelli acquisti.

Ecco l’istoria di Facino Cane, la quale, sebbene da noi esposta in succinto, forse troppo ancora estesa sarà sembrata al nostro lettore; però più breve sarà quella del suo compagno, cioè Estore Visconti. Estore, caduto Barnabò suo padre, si era ritirato da Milano che non avea più che nove anni; visse in istati stranieri, e molto ancora nella Corte del re di Francia, ove egli attinse quello spirito cavalleresco per cui tanto andava famosa ai tempi di Carlo VI. Ma succeduto a Giovanni Galeazzo il debole Giovanni Maria, risorte di Estore le speranze, egli tentando la sua sorte prese ora le parti del Duca, ora quelle de’ suoi nemici, e finalmente nel 1407 divenne padrone di Monza, ed ivi lietamente teneva la sua piccola Corte.

Fu Facino Cane che prese a rispondere alla domanda del Pusterla.

— Sì, Giovanni Pusterla, mio antico collega, a te sieno palesi i miei disegni: perchè dubiterei io di manifestarli a te, che fosti uno de’ più caldi sostenitori del mio [194] partito? Pur troppo finora mi mancavano le forze per intraprendere alcuna bella impresa, a che tanto tempo ardentemente io aspiro; ed in mezzo a’ miei prosperi successi tuttavia il partito de’ nostri nemici equilibrava le forze mie, sostenuti i Guelfi dal capriccioso Giovanni Maria. Ma Giovanni Maria, che odia i Ghibellini e me come loro capo, egli che tutti ci vorrebbe vedere avviliti e repressi, e per ciò ricorse ad ogni mezzo, persino al tradimento; ora l’inetto giovane, siccome il conte di Pavia, trovasi del tutto nell’impossibilità di nuocere; nè più inciampo opporrassi alle mie imprese. Ed è ben giusto che chi non sa stringere con forte mano le briglia del governo le abbandoni, e non tormenti una nazione co’ suoi errori; ed è veramente una deplorabile fatalità che colui il cui braccio la difende, ancora collo stesso braccio non la governi.

— Facino, queste non sono le intenzioni che mi dimostraste in Monza: voi allora mi parlavate come suddito fedele di Giovanni Maria; or via, spiegatevi: devo io esser l’alleato del Duca mio parente, o di Facino suo generale? — disse Estore in tuono grave e solenne.

— No, Estore; io non penso a tradire il [195] Duca, sebbene egli abbia pur tentato più volte di precipitarmi, ed anche di togliermi la vita. Ma mia intenzione si è che nel mentre l’inetto sta nel fondo del suo palazzo immerso ne’ suoi vizj brutali e nella sua crudeltà, a lui sieno tolti i mezzi di impedire il corso delle mie vittorie. Se bella cosa ella è essere signore di grande Stato, aumentato col vigore del proprio braccio, colla sagacità del proprio senno, non sarà però meno glorioso per Facino essere il restauratore di uno Stato, un dì gigante nell’Italia, essere l’emulo di Giovan Galeazzo, dare a questo Stato ordine e buon governo, sebbene la corona porti un inetto giovine che non pensa che a disonorarla. Per questo modo parlerà la storia di Facino Cane in più chiaro suono che non parli di ogni altro più valoroso condottiero. Questo è quello a che io aspiro, Estore; e questi sensi miei già altre volte io espressi a Giovanni Pusterla, che ne può far testimonianza. Franchino Rusca sarà il primo a provar la forza delle armi mie, ed a cedere l’usurpato suo dominio. O egli di buon grado, per una somma, cederà Como e il Lario e tutti i luoghi che signoreggia, o la forza glieli strapperà, ed andrà in un carcere a finire la sua vita. Dopo lui le forze [196] mie abbatteranno gli orgogliosi Malatesta; Bergamo sarà da me assediato, e, se un interno presentimento non mi tradisce, cadrà in breve, e cadrà Brescia ancora; nè terminerà il nuovo anno che saranno in mio potere Lodi e Piacenza, che io torrò al Vignate Cremona, che sarà strappata a Gabrino Fondulo; e forse anche Verona e Ferrara. Di poi, se la fortuna mi sarà seconda, cadranno le nostre schiere sulla Toscana; Pisa rivedrà inalberata la vipera de’ Visconti, e Firenze stessa temerà le armi di Facino. — Il capitano ducale, così dicendo animava fuor dell’usato i suoi duri lineamenti.

— Facino, la tua fantasia ha fatto un bel volo, nè io volli interromperlo. Ma tu corri troppo presto nelle tue conquiste. Or se le grandi città ti opponessero de’ forti ostacoli, non sarebbe poi l’anima tua tentata anche dalle picciolette, e non volgeresti allora lo sguardo tuo avido su Monza posseduta da Estore? Oppure nel mentre tu te ne andrai menando sì gran rombo per l’Italia, e rovesciando i nuovi dominii per inalzare un nuovo colosso portante la vipera de’ Visconti e governato da Facino, quale figura farà intanto il giulivo Estore nella sua Monza? Monza è [197] ben più vicina a Milano, di Pisa e di Firenze.

— Estore, tu di me diffidi, — disse Facino in tuono più familiare; — ma non hai argomento da credermi uomo infedele. Allorchè io teneva segregati da’ loro perfidi consiglieri il Conte di Pavia ed il Duca di Milano, allorchè le loro persone erano pienamente in mio potere, dimmi Estore, chi mi avrebbe impedito di spegnerli siccome indegni di regnare, ed usurparmi il loro scettro? L’imperatore Sigismondo, loro nemico, non avrebbe fors’anche lasciato di conferirmi l’investitura del Ducato; e quando fatto non lo avesse, Facino Cane era ben uomo da sapere i suoi stati difendere. Ma io sono troppo alieno dai tradimenti. Quindi tu, Estore, te ne starai sicuro nella tua Monza: e se la sorte a me sarà propizia, sicchè conquisti la Toscana, allora tu pure, secondandomi, potresti giovarmi, da me ricevendo il governo di Pisa o di Siena, ovvero ancora di Firenze. Tu cederesti Monza, e, mio alleato, avresti un assai migliore dominio nella Toscana.

— Le idee tue sono belle e grandiose; ma guai se rompesi il vase di latte da cui comincia la tua fortuna. E veramente parmi, Facino, che tu estenda di troppo le tue vedute. [198] Soprattutto non pensare a Firenze. I Fiorentini hanno un patto col demonio; e chi mira a soggiogarli resta colpito dalla morte. Così finì Castruccio Castraccani, così Giovanni Galeazzo medesimo. Per me poi io non sono tanto ambizioso, Facino; sicchè per me non darti brighe. Io imito Marte qualora sono spinto dalla necessità al dar nell’armi; ma, tornata la pace, io quel Nume imito ingannando le ore oziose accanto ad una bella, ed i cuori delle dame sono allora le mie conquiste. La mia diletta sposa non è di me più ambiziosa; ed io porgo a Dio preghiera che in ciò non superino il padre loro il caro mio Francesco e gli altri figli che il cielo vorrà concedermi.

— Ah tu sei fortunato, Estore, tu hai un figliuolo che erediti il tuo stato, in cui riponga il tuo affetto! E forse io stesso, se padre fossi, divise le cure mie, tanto non sarei agitato da questa smania di onore. Ma morto Facino, più alcuno non rimarrà sulla terra che porti il suo nome, e la mia gloria, quale è ora, con me sparirà siccome un lampo, e appena da alcuno de’ posteri rammenterassi. Quindi conviene che Facino, della gloria della sua casa autore, ancora la renda perfetta. La mia cara Beatrice, che amai teneramente in più verde [199] età, cui amo tuttavia, e in cui ammiro spiriti generosi e degni di un trono, Beatrice mi infiamma a percorrere il cammino della gloria per meco dividerla. Ed oh! così essa, come felice sposo seppe farmi, mi avesse fatto padre felice! Ma il cielo, che tanto le diede alto sentire e commovere l’animo del guerriero col canto, a lei non diede la fecondità, anima del mondo; e per essa non può rinverdirsi la nostra stirpe. La stessa mia gloria forse io darei se fra le mie squadre un prode garzone si avvolgesse, a cui io dar potessi il nome di figliuolo. — Pronunziando queste parole, i lineamenti risentiti di Facino presero una profonda espressione di rattristamento, ed egli finì il suo parlare con un profondo involontario sospiro.

— Io vi compiango, — disse Estore; — e dal vostro dolore comprendo che non è mai così sentito quale dono del cielo sia questo di avere un figlio, quanto da coloro che ne son privi. Ma cangiamo i tristi discorsi. Ancora non avete spiegato al Pusterla, come vi proponevate, la cagione della nostra venuta in coteste parti. Gliela dirò io. Sappiate adunque, Giovanni, che non appena ieri voi foste partito dalla mia piccola Corte, che d’improvviso capitò Facino cui io aspettava, ma non sì tosto; ed ei [200] mi persuase sui due piè di secondarlo in una rapida spedizione contro i Rusconi, della quale già mi avea fatta qualche parola. Egli avea seco tre mila uomini, fra fanti e cavalli, ed intendeva sorprendere il castello di Erba, per poi passare a Como, che per lo sbigottimento, crede, opporragli ben poca resistenza. Egli mi riscaldò con promesse, mi persuase, ed io acconsentii di assecondarlo, e mi unii ad esso con trecento de’ miei, e posimi questa mattina con lui in viaggio. Ma, per farti una confessione, ancora un poco a decidermi a secondarlo entrò il pensiero di riveder te e, via confessiamolo, sebbene già i miei capegli si facciano biancheggianti, quelle due lucenti stelle, e le porporine gote della bella tua Beatrice. Non temiate però, compare Giovanni, Estore è galante, ma è pieno di onore. Egli sente qual padre abbia avuto quando fisa lo sguardo su di una beltà, sia guelfa o sia ghibellina; ma egli sa rispettare l’amicizia, nè in questo caso oltrepassa i limiti del dovere.

Così discorrendo, erano giunti in faccia al castello del Pusterla. Il suo possessore avea con essi fatto il viaggio taciturno, e poco ancora avea prestato mente ai discorsi dei due suoi illustri amici, pel pensiero [201] che lo molestava di non poter tenere il suo impegno col Bianchi. Ma riscossosi allora il vecchio rallegrossi che i suoi illustri amici, che che ne fosse il motivo che gli adducesse, le soglie calcassero del suo castello; ed introdottivili per posarsi e ristorarsi, cercò della figliuola, ed udito che si era assentata col Falconiere, disse a’ suoi ospiti che volessero sostenere un istante la sua assenza; corse alla propria camera, scrisse un biglietto col quale dava parte al Bianchi che suo malgrado doveva ad altro giorno differire il combattimento, porse la lettera ad Andrea, ingiugnendogli di portarla al Bianchi, che troverebbe sulla piazza della Cappella de’ Marliani, nel vicin bosco; e dato della bestia al villano che mostrava a qualche segno i suoi superstiziosi timori, tornando agli ospiti suoi, loro espresse nel modo più cordiale la sua gioia, e tosto fece apprestare una lauta colazione assai sostanziosa, alla quale in meno di un quarto d’ora tutti e tre furono assisi. I nostri tre eroi mangiarono e bevettero allegramente, che era una maraviglia del fatto loro. Lo stesso Facino Cane, pieno di idee sì elevate mezz’ora prima, ora si mostrava l’allegro amico della tavola e de’ fiaschetti; la quale inclinazione allo stravizzo era appunto forse [202] quella che cagionavagli gli accessi frequenti di gotte da cui veniva molestato. Una certa spiritosità caustica appariva da’ suoi discorsi, faceti ma non spogli di rozzezza. Estore solo si lamentava che non vi fosse presente anche la bella Beatrice, l’anima, anzi la dea di quel castello. Egli però non era senza compensi; e mancandogli divinità di primo grado, non disdegnava trattar con quelle di secondo. Di quando in quando volgeva quindi qualche parola scherzosa alla cameriera, altra sua antica conoscenza; la quale, piena di premura, porgeva mano a servire i convitati, e soprattutto quel pazzarone di Estore, come ella diceva, quel bel cervello e sì allegro del Visconti, che, coi capegli già biancheggianti, non avea dimenticato le frasi che fanno ridere le povere fanciulle.

[203]

CAPITOLO XII. L’AMORE

Ma intanto che il padre suo, pieno di buon umore, trattenevasi sollazzevolmente con Estore e con Facino, la misera Beatrice, tutta conturbata dagli interni suoi terrori, contro i quali ben debolmente combatteva una incerta speranza, accompagnata da frate Paolo, ed avvolta in un bianco velo, a passo celere, per quanto il comportasse la debolezza del suo sesso e la malvagità della strada, procedeva tratto tratto silenziosa, tratto tratto volgendo delle interrogazioni al pio suo compagno. Alquanti passi più addietro, munito di un grosso bastone, veniva il Falconiere, il quale sembrava esso pure aver i suoi pensieri pel capo, perchè di quando in quando faceva dei gesti e scrollava la testa.

— Io non so chi ci abbia ammaliato, — diceva egli fra sè. — Sono successi più strani accidenti in questi otto giorni che in metà della mia vita; e chi sa come andranno a terminare! Anche questa mi tocca; contrastare [204] col signor Giovanni, andare ad attraversargli un disegno! È come voler far promettere al lupo di non mangiar carne, come mi diceva mio nonno in una certa sua istoria che ci contava accanto al fuoco. Ma questa signora Beatrice mi fa fare tutto quello che vuole. Poveretta! è tanto buona verso tutti! Non si può che secondarla, ed io andrei per essa fra la brace. Sono poche di questa pasta! Ma perchè tanto prendersi a cuore un miserabil Guelfo? È vero, fu cortese verso di lei; ma alla fine un Guelfo è sempre un Guelfo, nè v’è mai alleanza fra il falco e lo sparviere! E in questo caso, certamente il falco si possono dire i Ghibellini, chè i Guelfi è un pezzo che partono colla testa rotta. Ma la poveretta teme forse di suo padre; chi lo conosce però non ha di questi spaventi: Giovanni Pusterla è un demonio. Il Pusterla! ancora non è nato chi possa lusingarsi di fargli far conoscenza colla propria spada. Ma chi sa come l’andrà per me, per essermi lasciato mettere in quest’impaccio! Basta, io spero nella signora Beatrice: essa mi promise la sua protezione; e ogni maggior barba casca con lei, e finisce a fare a modo suo.

Più gravi erano i discorsi di frate Paolo con Beatrice.

[205]

— Volete voi dire che riusciremo a distornare questo combattimento, a spegnere questo incendio che comincia a farsi minaccioso?

— Figliuola, e chi fra gli uomini può conoscere il consiglio di Dio? Pur troppo il nemico sulla debolezza dell’uomo prevale! pur troppo le fallaci leggi del mondo hanno cancellato dal cuore degli uomini le leggi del Signore! non la pazienza agli oltraggi si oppone, ma solo la spada! Noi però volgiamoci a Colui che tiene nelle sue mani i cuori; Egli prepari quello di questi feroci a lasciarsi piegare dalle nostre parole di pace: Egli solo può far conoscere la via della pace agli uomini, dinanzi ai cui occhi non è il timor di Dio.

— Voi dite pur troppo il vero! Ma io spero nel Signore, il quale non abbandona chi in lui confida. Mi dice il cuore che Egli non vorrà lasciarci inesauditi. Sì, col maggior zelo voi, o padre, procurate di restituire la pace fra questi due rivali, che io spero che il Cielo abbia ancora qualche mezzo per ciò ottenere posto nelle mie mani.

— Ah figliuola, quante vite io non darei per risparmiare questo peccato! quanto volentieri non le darei io per evitare l’effusione del sangue! Stia il Signore appresso [206] a coloro che hanno il cuore afflitto, ed agli umili di spirito dia salute: la nostra consolazione è nel Signore; Egli ci dia quello che il cuore domanda, nè dimentichi la nostra miseria, la nostra tribolazione. Ma chi la mente del Signore conobbe mai, chi diè norma al suo consiglio? L’odio però desta le risse; sordo è l’odio ad ogni consiglio, e le mani di costoro lavorano ingiustizie sulla terra. Ma voi parlate di mezzi posti in vostro potere; su, via, nulla celatemi che possa giovare a richiamare la pace.

— Sì, a voi padre questo arcano, che in cuore io serbo, scoprir io devo. Arrigo Bianchi, il rivale del padre mio, mi ha svelato che mi ama.

— E come mai! Egli vi ama ed assalta con violenza il vostro castello! Forse egli iniquamente pensava e tentava di rapirvi? Figliuola, spiegatevi, qui parmi che si asconda dell’arcano!

— No, padre, giammai io non parlai a quel giovine anzi il dì fatale in cui egli venne a tentar un’invasione nel nostro castello; ma l’avea notato in un torneo; ed egli a me del pari avea volta la sua attenzione.

— E sapeva egli chi voi eravate? Un amore fatale lo avrebbe indotto ad un passo sì funesto?

[207]

— No, egli non sapea chi io mi fossi. La morte di un suo compagno gli suggerì la vendetta che egli cercò. Allora egli me rivide, ed io lui; ed alle mie parole che gliel chiedevano si ritirò.

— E tutte queste sono le prove del suo amore per voi?

— No, ieri stesso, ieri, allorchè tornò al castello il padre mio, protetto da un travestimento il giovine avea ardito introdursi nelle mie sale; e côlto il destro di parlarmi da solo a sola, manifestommi l’essere suo ed il suo amore.

— Ed egli accetta la sfida che lo mette in grado di uccidervi chi vi ha data la vita!

— Ahi questi sono i funesti effetti di ciò che voi appunto deplorate, d’un fatale punto d’onore!

— Salvaci tu, o Signore, poichè io mi sono stancato nel gridare, e le mie forze si sono esaurite; sono venuto in alto mare, e la tempesta mi ha sommerso! — Dopo di questa esclamazione il pio frate tacque, e proseguì così buona pezza silenzioso, e pieno il volto e il petto di commozione, il suo viaggio. Egli sembrava occupato alternativamente ora di orare, ora del grave disegno che lo metteva in moto per quella sì ardua impresa. Egli volse finalmente di nuovo la parola alla sua compagna che di lui certamente [208] non era meno conturbata, ed a cui, se tanto di forze pur rimaneva di seguire il di lui passo sollecito, era l’amore di figlia, la pietà ed un’altra tenera affezione, sebbene assai più sommessa, che lo somministrava.

— Or, quale pensate voi ritrarre vantaggio dalla disposizione degli affetti di Arrigo a vostro riguardo?

— Io mi getterò fra i combattenti, — disse Beatrice, prorompendo in lagrime, — qualora le vostre parole non li dividano; io mi getterò fra i combattenti, ed o io riuscirò a separarli e pacificarli, o morirò anch’io d’angoscia sul campo sanguinoso. Pur troppo io sento che questo dolore mi uccide!

— No, figliuola, non rallentate così il freno alla passione: Dio ci dà i beni, Dio ce li toglie, e sia il nome di Dio sempre benedetto. Buono è porre in Dio ogni speranza, e sante sono le strade del Signore. — Ma l’uomo umiliato non si parta da te svergognato; tu esaudisci le sue suppliche! — Quanto sono crudeli gli uomini nel cagionare, colle loro iniquità, tali angosce nelle persone loro più care! — Ma tu, Signore, in molti modi hai dato a conoscere la tua magnificenza. — E qui di nuovo entrambi rimasero in un profondo silenzio.

Di già erano giunti sotto l’alta selva, e [209] sebbene il sole fosse presso al meriggio, pure ascoso da nubi mandava scarsa luce, sicchè ancora più tetro era l’orrore che regnava sotto que’ frondosi giganteschi rami che ombravano un terreno tutto irto di cespugli e di spine. Di quando in quando qualche romore a rompere quel silenzio tetro si facea sentire, di animali o di uccelli che al loro avvicinarsi lasciavano la loro tana, o i rami su cui erano appollaiati. Que’ lievi strepiti mettevano in viva agitazione le già penosissime idee di Beatrice, la quale, per la mente di terror vacillante, in ogni suono parea sentire l’incontro forsennato delle spade. Ancora un venticello spirava per la foresta ed il suo sommesso fischio alla addolorata richiamava il gemito di persona a lei cara che stava per morire.

Fra tante angoscie, al luogo fatale, e per fama superstiziosa anco temuto, la scarsa brigata si avvicinava. — Dio sia lodato, — dicea Beatrice, poichè alquanto da lungi le venne fatto di mirare la fatale Cappella, — Dio sia lodato, che noi giungiamo in tempo! Ma, padre, — indi soggiungea. — Lo spirito che.... ivi ritorna di quando in quando, sarà egli propizio o fatale a’ nostri desiderj?

— Figliuola, — rispondea il buon frate; — non aprite la mente alle credenze superstiziose [210] del volgo. Una volta che l’uomo è giunto al suo fine, in quello stato egli rimane nel quale è caduto: se l’albero cade a destra a destra sta, se a sinistra a sinistra. Il Cielo ben di rado si giova di mezzi sovrannaturali per punire o confortare i suoi servi. Il più piccolo atomo di questo immenso creato è a lui ministro di morte; e per richiamarci alla retta via egli mandò Mosè e i suoi profeti; se a questi non si presta fede invano egli resusciterebbe un morto. In Dio solo sia adunque ogni nostra speranza; Dio solo noi dobbiamo temere.

Nel mentre egli terminava questo discorso, essi di già erano giunti sulla piazzetta che il lettore bene conosce e che terribile a molti rendeva la superstizione. Il Falconiere allora avvicinossi ai due che gli stavano innanzi e loro disse: — A giudicare dal sole, mezzodì deve essere poco lontano. Sarà bene non perder tempo e celarci, se tale è tuttora la vostra intenzione. Ecco là una macchia che sembra opportuna. Credereste, signora Beatrice, che fra quella ci collochiamo?

Questo partito venne stimato il migliore e fu quindi seguito. — Presto, — soggiunse il Falconiere, — che sento una pedata lontana, e qualcuno certamente si appressa.

[211]

Tutti e tre si postarono fra la macchia, e celati dai folti cespugli, fra questi aveano però tanto di spazio da discernere ciò che accadeva sulla piazza. — Udite! — diceva il Falconiere, che non sapeva quale funesto effetto producesser le sue parole sull’animo della giovine sua padrona, — udite! la pedata si fa più forte, viene dalla parte di Parravicino; sarà il sig. Giovanni. Grand’uomo ch’è il sig. Giovanni; sempre il primo ove si tratta di menar le mani; sfiderebbe satanasso! Ecco che compare; ma no, non è egli. Sembra piuttosto un villano; possibile che tenga questa strada? Che non sappia la storia, e sia forastiero? Ma, corpo di..., vedi è Andrea: sì lui. Ah! ah! ah! vedi come si guarda intorno. Scommetto che egli ha paura. Sono pochi che abbiano il coraggio di venir soli in questi luoghi! E chi sa che cosa viene a fare! Ehi! Ah! ah! ah! è spaventato! ma non sta bene ch’egli venga avanti: ora gli parlo e lo mando con Dio. — Così dicendo saltò fuori dal cespuglio che lo nascondeva.

— Dio mi salvi! — si udì sclamare il rozzo collega del Falconiere; ed a tutte gambe si dava a fuggire.

— Andrea! Son io.

— Chi? Sì lo spirito, lo spirito! Dio mi salvi!

[212]

— Asino, balordo, pecora che sei! guarda almeno indietro con i tuoi due occhi mal accoppiati, e vedrai che è un uomo in carne ed ossa che ti chiama. Ma, se non vuoi darmi ascolto, vattene col tuo malanno!

— Un uomo? — disse Andrea, che dopo aver fatto un cinquanta passi si era fermato, e non mostravasi per l’impedimento di alcune macchie frapposte; egli per altro non aveva avuto il coraggio di volgere la faccia. — Un uomo? Ebbene, se siete un uomo, non movete un passo più in qua, e ditemi chi siete che mi chiamate per nome.

— Se non fossi già morto dallo spavento non mi faresti questa domanda, ed avresti riconosciuta la voce.

— Uomo! — replicò Andrea con una voce che sembrava piuttosto di uno che sogna che di persona in suo perfetto sentire.

— Sì, uomo, uomo; vi è egli dubbio? sono Giorgio il Falconiere: ora mi conosci? — Così dicendo, il Falconiere pian piano a lui si era tanto avvicinato che il vide nella goffa posizione in cui il timore lo avea arrestato come una statua. — Ma tu, — soggiunse, — mi sembri la moglie di Lot. Via, volgi la testa: dubiti ancora che sia un galantuomo in carne ed ossa che ti favella?

Il rozzo giardiniere volse alquanto la testa come una macchina, e parve stupire [213] e non creder troppo bene a’ suoi occhi, vedendo a sè non lontano il Falconiere che schiantava dalle risa. Si assicurò un poco finalmente, e volgendosi adagio adagio e movendo un passo innanzi disse: — Sì...., ma state indietro ancora un poco... non v’è molto a fidarsi degli spiriti: chi mi dice qual forma possan prendere! Ma se siete Giorgio, davvero che io vi ho creduto l’anima del Mariano, o come lo dicono, e della Femina! Ma vedo che mi sono ingannato: ebbene che fate voi in questi luoghi? parvi che sia il sito qui da tendere i lacci, o da pigliare il fresco, e di ridere come fate?

— Bestia che sei! tutto il mondo è paese; per me tutti i siti sono buoni: ma tu che vieni qua a fare?

— Pensate che non ci verrei per passatempo con quella paura che ho dei poveri morti, che Dio sia propizio all’anime loro! Ma ho un affare..., una cosa.... ed il padrone (vedete che diamine di sito per convegno!) il padrone mi comandò di portarla qui... indovinate mo a chi?

— Di qual cosa tu parli? spiegati meglio se vuoi che ci intendiamo; e soprattutto fa presto. Il padrone tu dici? che ti ha dato il padrone? Forse un paio di spade?

— Oh giusto! Solo questo negozio qua; questa carta...

[214]

— Una lettera! — disse con qualche maraviglia il Falconiere.

— Sì, una lettera.... Mi era scordato come si chiamasse.

— Per chi?

— Indovinate.

— Lo indovinerò con una bastonata che ti darò attraverso le braccia: or non ti dissi che ti spiegasti in fretta?

— Per il sig. Arrigo Bianchi: colui....

— Ebbene, tu devi qui trovarlo? Or via, lascia a me la lettera. Ma c’è qualche novità riguardo al sig. Pusterla?

— Novità! Ah sì! e che novità: quanti soldati, Falconiere, quanta gente in Parravicino. E nel castello v’è Fantino Cane e Astore Visconti! Sono giunti ora, freschi freschi, e stanno sollazzandosi che è una maraviglia del fatto loro.

— Estore e Facino! che sarà mai questo! Ma via, da qua la lettera, e tu torna, e dì che hai incontrato il Falconiere e che si incaricò egli della commissione. Non è bene che costui resti qua testimonio de’ fatti della signora Beatrice, — disse tra sè. — Ma non dì che m’abbi trovato qua, che fu un puro accidente. Mi hai capito?

— Vi ho capito benissimo. Ma posso io darvelo quest’affare di carta?

[215]

— Balordo! son io uomo da volerti male? Dalla qua e non pensar altro.

— Non occorr’altro: tenete. Per me già in questi luoghi non ci sto con piacere. Quel che non è capitato può capitare.

— Dici bene, prudenza, Andrea, e vattene a gambe.

L’altro non si fece ripetere il consiglio, ed a gambe si allontanò cantando una frazione delle litanie de’ santi; nel qual mentre il Falconiere stette a mirarlo finchè lo perdette di vista, schiantando dalle risa. Come i tronchi ed i cespugli della foresta gli ebbero tolto di più vederlo, egli andò a dar la notizia ai due suoi compagni dell’accidente occorso, che al castello Pusterla era capitato Facino ed Estore, e che probabilmente quella lettera ad altro tempo differiva il combattimento. — Dobbiamo noi aprirla per conoscere il tempo stabilito? — soggiunse il penetrativo Falconiere.

— No, questo è inutile, — disse Beatrice; — parlerò io stessa ad Arrigo Bianchi, e a lui consegnerò io stessa il biglietto. Tu, Giorgio, statti alquanto in disparte. — E ciò detto, si levò dalla macchia che le serviva di nascondiglio, e seguita da frate Paolo venne sulla piazzetta. Il Falconiere avrebbe arrischiato qualche osservazione; ma vedendo [216] che l’altro suo compagno, di lui più autorevole, non movea bocca, stimò bene riserbarle pel suo interno; porse la lettera, e si ritirò rispettosamente verso la macchia che aveva abbandonata.

— Che diavolo vuol fare quella ragazza? — dicea fra sè. — Se è così ardita perderà presto la sua riputazione. Con un frate presentarsi sola innanzi ad un giovine! di queste avventure io non ne ho più udite. E frate Paolo, avesse perduto anche egli questa mattina il cervello? A me pare che il meglio stato sarebbe aprire la lettera, spiare il contenuto, far l’imbasciata a voce, e tornare poi cheti cheti a casa, inventando qualche carota, che la signora Beatrice avrebbe potuto scegliere e che io non mi sarei perduto in suggerirle.

Or mentre così fra sè ragionava, un altro ragionamento tenevasi da un altro personaggio in altra parte non lontana del bosco.

Ma gli avvenimenti che noi siamo per riferire sarà bene riserbarli ad un altro capitolo.

FINE DEL PRIMO VOLUME


INDICE

L’autore a chi legge Pag. III
I. Le antiche memorie 1
II. La sorpresa 12
III. Il segreto 29
IV. Il lusinghiero 63
V. La prepotenza 79
VI. Un avviso del cielo 92
VII. Il cattivo consiglio 106
VIII. La violenza 128
IX. L’indegnazione 140
X. Funesti effetti della vendetta 167
XI. Il capitano di ventura 178
XII. L’amore 203

        ERRORI CORREZIONI
 
Volume primo
 
Pag. 27. lin. 25. valeva velava
» 30. » 16. d’occhi occhi
» 71. » 4. Arrigo Antonio
» 73. » 30. È A
» 84. » 18. mostraste mostrate
» 156. » 4. serà sarà
» 182. » 21. la dovea lo dovea
 
Volume secondo
 
» 66. » 17. Broletto Nuovo Broletto Vecchio
» 107. » 5. Barnabò Bernabò

E probabilmente qualche altro che si lascia rilevare al lettore.


NOTE:

1.  A questo riguardo i Romanzi di W. Scott (Amenità di W. Scott, o suoi romanzi storici abbreviati nelle parti meno importanti, dati però interi e più perfetti), da me in parte abbreviati, sono innocuissimi; oltrechè dalla lettura di essi certamente è bandita quella noia che non di rado si accompagna seguendo quell’autore per tante inutili e poco animate scene, delle quali il migliore effetto fu di impinguare a chi le scrisse la borsa. Io parlo però sempre di quelli fra i suoi romanzi che sono meno perfetti.

2.  Un passo verso questo punto io spero aver fatto col mio nuovo Romanzo Uberto Visconti. La prefazione di esso poi compirà l’apologia del Romanzo Storico, da alcuno ora troppo censurato.

3.  La pieve d’Incino vuol dire.

4.  Era infatti dovere de’ contadini dipendenti il ristorar la porta del castello e le mura se venivano abbattute, a norma delle prescrizioni degli antichi statuti.

5.  I Capitani di ventura erano capi di soldatesche da essi mantenute a loro spesa che prendean soldo sotto questo o quel signore; e quando padrone non aveano, vivevano di ladronecci e depredazioni, desolando la povera Italia.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura un indice è stato aggiunto a fine libro. Le correzioni indicate a fine volume sono state riportate nel testo.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.