The Project Gutenberg eBook of La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2)

Author: Pasquale Villari


Release date: June 16, 2026 [eBook #78880]

Language: Italian

Original publication: Firenze: Le Monnier, 1859

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78880

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA E DE' SUOI TEMPI, VOLUME 1 (OF 2) ***

LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA
E DE’ SUOI TEMPI. VOLUME PRIMO.


LA STORIA
DI
GIROLAMO SAVONAROLA
E DE’ SUOI TEMPI,

NARRATA DA PASQUALE VILLARI

CON L’AIUTO DI NUOVI DOCUMENTI.


VOLUME PRIMO.

FIRENZE.
FELICE LE MONNIER
1859.


Proprietà letteraria.



INDICE


AVVERTENZA.

Questo primo Volume della Storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi viene alla luce prima che la stampa del secondo volume sia giunta al suo termine, perchè i doveri universitari a cui l’autore è chiamato, ed il tempo che richiede la collazione dei documenti gl’impedirebbero di corrispondere alle premure dell’editore.

La prefazione, nella quale si ragiona delle altre biografie e de’ nuovi documenti su cui questa è condotta, sarà pubblicata col secondo volume, che verrà seguito da un altro di opere inedite o rare del Savonarola.


[1]

LA VITA DI FRATE GIROLAMO SAVONAROLA.

LIBRO PRIMO. [1452-1494.]

CAPITOLO PRIMO. Dalla nascita del Savonarola, alla sua entrata nel chiostro.
[1452-1475.]

La famiglia dei Savonarola traeva la sua antica origine dalla città di Padova. Nel principio del secolo XV si trasferì a Ferrara, dove fu invitata dagli Este, che allora vi signoreggiavano. Niccolò III, amante delle lettere e delle arti, mecenate dei dotti, orgoglioso di tenere una corte fiorita d’ingegni rinomati, chiamò presso di sè Michele Savonarola. Questi era un medico a quel tempo divenuto famoso nella Scuola Padovana; ed il suo nome è passato ai posteri, non solamente pei suoi molti e pregevoli scritti,‍[1] ma ancora per l’affetto che portò al nipote Girolamo Savonarola, il quale più tardi riempì il mondo della sua fama.

Venuto a Ferrara, Michele fu nella corte assai ben veduto, ottenne favori ed onori d’ogni sorta, visse con [2] agiatezza e con bella fama. Poco sappiamo del suo figlio Niccolò: pare che studiasse molto la scolastica, ma niuno scritto ricorda il suo nome: passò i suoi giorni bazzicando per la corte, e consumando il patrimonio che suo padre avea cogli studi e colla industriosa perseveranza raccolto. La sua moglie Elena, venuta dalla illustre famiglia dei Buonaccorsi di Mantova, fu però donna di elevata indole; ebbe una forza di carattere, una fermezza d’animo quasi virile. Poco raccontano di lei i cronisti, ma quel poco raccontano a provare la grandezza del suo animo.‍[2] Ed in vero, le lettere con le quali il figlio Girolamo, in tutti i suoi pericoli o dolori si rivolge a lei, quasi alla sola confidente intima della sua vita, ci confermano da un lato le virtù di lei; mentre da un altro ci fanno ripetere l’osservazione, che uno degli affetti più costanti e inalterabili nelle anime grandi è appunto questo amore e direi quasi culto alla madre.

Girolamo Savonarola, del quale intendiamo scrivere la vita, nacque il giorno 21 settembre dell’anno 1452, e fu il terzogenito di sette figli‍[3] che nacquero a Niccolò [3] ed Elena. I suoi biografi raccontano maraviglie di lui sin dalla più tenera età; ma ognuno conosce che fede sia da dare a simili racconti. Assai più facilmente si può credere che egli non avesse nulla di tutto ciò che fa amare i bambini; non era nè bello nè ridente, ma fin d’allora serio e tranquillo; niuno forse immaginava quale avvenire la sorte volesse apparecchiargli. Nondimeno, il primogenito della famiglia, Ognibene, essendosi dato all’armi; il secondo prendendo cura degli averi paterni, e forse anche promettendo troppo poco di sè; non appena Girolamo fu uscito dalla fanciullezza, che verso di lui si rivolsero tutte le speranze della famiglia: farne un gran medico divenne il loro sogno. Quella professione parea loro la sola nobile e dignitosa: sopra di essa erasi fondata la casa dei Savonarola. E l’avo Michele rivolse ora al nipote Girolamo tutte le sue cure più affettuose. Con quella pazienza e quella ingenua semplicità che dánno i molti anni e la lunga esperienza, con la chiarezza e precisione d’un forte ingegno educato allo studio delle scienze naturali, si prese la cura di aprire il tenero fiore di quella giovanile intelligenza ai primi pensieri, alle prime idee. Certo niuno potrebbe augurarsi una scuola migliore di questa, ed il giovane Girolamo corrispose ben presto al paziente e tenero amore dell’avolo, innamorandosi dello studio e dei libri, quasi prima di poterli comprendere: vi correva dietro come ad arca di tesori sconosciuti.

Sfortunatamente però l’avo morì assai presto (1462),‍[4] ed al giovinetto non rimase altra guida che quella del padre, il quale prese ad insegnargli la filosofia. Le scienze naturali non erano allora che una parte principalissima della filosofia, colla quale lo studio della medicina solea [4] sempre incominciarsi; la filosofia poi, come ognun sa, altro non era che la scolastica. In alcune parti d’Italia era cominciato, è vero, qualche primo albore di filosofia platonica, qualche traduzione fedele dell’originale greco d’Aristotele; ma di ciò si discorrea solo come di gran novità: i libri che vennero nelle mani del giovine Savonarola, furono San Tommaso e i commentatori arabi di Aristotele. Questi libri gli eran dati come una guida e un indirizzo necessario alla medicina; e fu singolare il vedere come egli, così giovane, si abbandonasse e quasi deliziasse in quel mare o piuttosto in quel laberinto d’incomposti sillogismi, e come presto divenisse valente nella disputa.‍[5] Le opere di San Tommaso lo attiravano con una forza incredibile; egli vi rimanea estatico a meditarle i giorni interi, e con difficoltà potevano separarnelo per ricondurlo agli altri studi più necessari alla medicina. Così da un lato lo trasportava e chiamava la natura della sua mente, da un altro lo trattenevano i suoi genitori; e già, senza che alcuno se ne avvedesse, era cominciata quella lotta che dovea più tardi decidere il suo avvenire e deludere le speranze della sua famiglia. Innamorato del vero, inconsapevole ancora di sè stesso, egli era allora tutto pieno di quella felice ebbrezza che prova il giovane, quando per ogni dove la natura sembra invitarlo ad entrare lietamente nella vita; leggeva con fervore gli antichi scrittori, scrivea versi, studiava il disegno e la musica.‍[6]

Sfortunatamente però mancano tutti i particolari di questa prima giovinezza: la storia sembra averci voluto nascondere come si svolgesse il suo spirito, come si educasse [5] la sua mente, quali fossero in particolare i progressi de’ suoi studi, quali le difficoltà con cui dovette combattere, come si andassero formando la mente ed il cuore d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose del mondo. Se non che, si può osservare che ciò deve esser nato dalla mancanza di fatti notevoli, e degni d’essere tramandati ai posteri. Probabilmente, la vera storia della sua giovanezza riducesi a quei pensieri intimi, a quelle impressioni segrete, che pochi poterono conoscere. Noi perciò rivolgiamo invece lo sguardo alle cose che lo circondarono, per argomentarne le impressioni del suo animo; giacchè egli non fu mai un uomo chiuso tutto nelle solitarie meditazioni, ma si sentì sempre trascinato verso la società e verso il popolo, col quale infatti visse ogni qual volta non fu costretto a separarsene per troppo disgusto de’ suoi vizi.

Chi oggi osserva l’abbandono in cui trovasi la città di Ferrara, le vie solitarie ove di rado s’incontra un uomo, ove l’erba cresce fra le lastre, immagina difficilmente la splendida città degli Este coi suoi 100,000‍[7] abitanti, con una corte fra le prime d’Italia, col passaggio continuo di principi, d’imperatori e di papi, colle feste che parea non avessero mai fine: pur tale essa era quando vi nacque e visse il Savonarola. Il quale essendo d’una famiglia che vivea nella corte, udiva i discorsi rivolgersi continuamente intorno a queste feste ed a questi sollazzi, dai quali dovè pure ricevere le prime impressioni della sua infanzia. Non sarà, dunque, fuor di proposito, se ci fermiamo a dire qualche parola di quella corte.

Nel 1402 Niccolò III governava, col titolo di marchese, lo stato di Ferrara, a cui andava unita ancora la ricca e fertile provincia Modanese. Egli dovette per sedici anni [6] combattere di continuo la nobiltà dei castelli intorno; e dopo averla con ogni arte di guerra, d’astuzia e di tradimenti sottomessa, si trovò assoluto signore, e diedesi colla pace a rendere illustre la sua corte. Fece innalzare la torre del Duomo, i palazzi di Belriguardo e S. M. Belfiore, ed altri splendidi edifizi. Abbiamo visto che chiamò da Padova Michele Savonarola, e così fece di molti altri; fra i quali fu il celebre erudito Guarino Veronese, a cui affidò l’educazione dei suoi due figli naturali, Lionello e Borso. Questi furono poi legittimati, e per espressa volontà del padre gli successero nel governo, a preferenza di Ercole, figliuolo legittimo, ma di età troppo tenera. Lionello, adunque, successe a Niccolò l’anno 1441, e Borso successe a Lionello l’anno 1450. Essi governarono in tempi assai difficili. L’estinzione della casa Visconti, la sollevazione di Milano, la gelosia dei Veneziani e degli stati vicini, aveano per tutto acceso la guerra; onde parea quasi impossibile che gli Este non vi fossero dagli uni o dagli altri trascinati. Pure seppero non solamente tenersene fuori, ma composero in Ferrara tante discordie fra principi e stati avversi, che le acquistarono il nome di terra della pace. Ma ciò che più di tutto fece crescere la fama degli Este, fu la magnificenza della corte, e il titolo di mecenati che essi acquistarono prima d’ogni altro principe italiano. Lionello era, infatti, amico di molti dotti; il Guarino, il Valla, il Trapezunzio ed altri furono da lui protetti: egli avea scritto orazioni latine, sonetti in volgare, dato principio ai famosi musei degli Este, messo in fiore l’Università, fondato lo Spedale di Sant’Anna e molti pubblici edifizi. Tenne la corte in un lusso sfolgorante, e le feste che diede in occasione delle sue nozze furono materia di discorso in tutta Italia. Ma egli non regnò che nove anni, ed alla sua morte avvenuta nel 1450, gli [7] successe Borso, che fece assai presto dimenticare la munificenza e la magnificenza del fratello. Il marchese Borso era un uomo della stampa dei Medici: a lui non mancavano buone qualità, ma nascevano tutte dal bisogno di primeggiare e far parlare di sè. Quando la giustizia non era a suo danno, egli l’amava e facevala severamente osservare; ma assai più della giustizia, amava il nome di giusto, che presso tutti s’era acquistato. Egli divise equamente fra i cittadini il peso delle imposte, pigliò a suo carico le spese dell’Università, introdusse a Ferrara la stampa, allora appena in sul nascere; fondò la Certosa, fortificò di bastioni la città dalla parte del Po, ed allargò il suo stato. Le discordie nate in Italia ai tempi di Lionello, crebbero ancora nei suoi, ed egli visse in tempi più difficili: pure seppe tenersi neutrale, e fu arbitro di quasi tutte le discordie occorse al suo tempo fra gli Stati italiani. Il suo nome andò tanto oltre, che gl’Indiani inviarongli ricchi donativi, credendolo il re d’Italia.

Ora, se noi dicessimo che questo gran nome gli veniva principalmente dal lusso della corte, e dalle feste con cui sollazzava di continuo il popolo ferrarese, parrebbe strano, e sarebbe pure la verità. La sua rinomata giustizia non avea mai potuto sostenere una prova difficile; nè la sua vita passò senza qualche grave accusa. La vantata prudenza colla quale seppe mantenersi in pace fra vicini che guerreggiavano, si riduceva in fondo, per chi bene l’avesse considerata, all’arte di non sposare mai la causa d’alcuno, e tenersi pronto per unirsi sempre al più forte. Ma il marchese Borso apriva liberalmente la sua casa a tutti, aveva una rara collezione di codici ed antichità, vestiva sempre di broccato d’oro; nella sua corte sfoggiavano le più ricche stoffe d’Italia; avea i [8] più bei falconi, cani e cavalli che si fossero mai visti; gli stessi buffoni della sua corte eran divenuti famosi, e le descrizioni delle feste che egli dava correvano stampate da un capo all’altro d’Italia.

Quando nel 1452 l’imperatore Federigo III scese in Italia con un séguito di 2000 uomini per andare in Roma a prendere la corona imperiale, passò per Ferrara. E Borso gli andò incontro colla nobiltà e col clero, lo accolse sotto un ricco baldacchino; e per dieci giorni continui tenne la città intera fra giostre, conviti, musica e danza. Nel ritornare da Roma, l’imperatore si era deciso di dare a Borso i! titolo di duca; le feste furono perciò riprese con più fervore. Fu eretto nella piazza un suntuoso palco, sul quale sedeva l’imperatore, col manto e la corona imperiale ricchi per 150,000 fiorini di gioie. Borso mosse dal suo palazzo vestito di broccato d’oro, carico di gioie, accompagnato dalla nobiltà ferrarese, fra lo schiamazzo del popolo che andava gridando: Duca, duca, viva il duca Borso. Giunto innanzi all’imperatore ed inginocchiatosi a’ suoi piedi, ne ricevette il titolo desiderato.

Ma le feste a cui, per la sua età, potette assistere il Savonarola, furono ancora più magnifiche, ed ebbero una ragione assai più notevole. Allora era un continuo discorrere della caduta di Costantinopoli (1453), della potenza sempre crescente del Turco, del pericolo che esso minacciava a tutta la Cristianità: ognuno voleva fare una crociata, ma per la indifferenza e la fiacchezza universale niuno si movea. Finalmente, nell’anno 1458, Enea Silvio Piccolomini salito al pontificato col titolo di Pio II, ordinò un concilio a Mantova, nel quale egli dovea in persona incitare alla guerra santa i principi cristiani. Dieci cardinali, sessanta vescovi, un gran [9] numero di principi secolari lo accompagnavano con indicibile pompa, nel 1459, per le città italiane, che gareggiavano a sfoggiare di lusso nel riceverlo e rendergli onore. A Firenze il Santo Padre entrò sulle spalle di Galeazzo Maria Sforza, e dei signori Malatesta, Manfredi ed Ordelaffi; la repubblica gli fece quelle feste con cui onorava solamente l’imperatore o altri gran principi secolari. A Ferrara il papa entrava sotto un baldacchino di broccato; le vie per cui passava eran coperte di drappi e sparse di fiori; dalle finestre pendevano arazzi ricchissimi; la città era piena di musica e di canto. Nel Duomo il Guarino lesse una lunga orazione latina tutta piena d’erudizione e di lodi al Santo Padre; il quale per otto giorni continui fu tenuto in festa. Così procedette oltre per la sua via fino a Mantova, ove giunse il 27 maggio 59. Ivi fece prova della sua maravigliosa facondia latina, e mosse il pianto degli uditori nel descrivere la miseria dei cristiani di Costantinopoli. Parlò il dottissimo Francesco Filelfo, parlò anche in latino Ippolita figlia di Francesco Sforza; e finalmente gli ambasciatori Greci mossero una più vera e profonda pietà col descrivere le sventure della loro patria, la feroce crudeltà dei Turchi. Tutti i principi offerirono aiuto d’uomini e danaro, ed il duca Borso promise la somma, per lui esorbitante, di 300,000 fiorini. Ben presto però si vide che egli era stato più astuto che volenteroso: questi grandi apparecchi non si facevano che in parole, e bastò il pazzo tentativo di Renato d’Angiò, il quale con pochi Francesi voleva andare alla conquista del Regno di Napoli, per mandare a vuoto tutta l’impresa d’Oriente.

L’anno 1460, il papa ritornava a Ferrara senza aver nulla concluso: nondimeno le feste furono maggiori di prima. Il duca venne ad incontrarlo nel Po sopra un magnifico bucintoro, circondato per ogni dove da una [10] miriade di barchette ornate a festa, con bandiere e con musica, le quali occupavano tutta la gran larghezza del fiume, e procedevano lentamente col bucintoro. Sulle rive sparse di fiori attendeva una moltitudine di giovanetti vestiti di bianco, con ghirlande in mano; e nel posto ove dovea discendere il Santo Padre, gli facevano corona tutte le statue degli Dei pagani!

Il Savonarola assistè certamente a quella festa, e ne udì lungamente parlare. Nè è da dirsi con parole che profonda impressione queste cose producessero su quel giovane animo. Il suo entusiasmo religioso era fieramente scosso da tali profanazioni, e fin dalla più tenera età il suo cuore veniva travagliato da passioni diverse, e si trovava in guerra aperta col mondo in cui vivea.

La vita di Borso procedè sempre allo stesso modo, e tali continuarono ad essere i fasti del popolo ferrarese. Tali erano, pur troppo, anche quelli del resto d’Italia: indifferenza e corruzione per tutto, il paganesimo che invadeva da ogni lato, ed il popolo che si abbandonava ad una gioia lasciva e spensierata.

Il 27 maggio 1471, moriva il Duca; e le sue ceneri erano ancora calde, quando Niccolò figlio di Lionello, ed Ercole I (il figlio legittimo di Niccolò III, pervenuto ora all’età maggiore), si contrastarono fieramente la successione, tentando la fortuna dell’armi, che fu favorevole ad Ercole. Il 20 agosto, egli entrava trionfante in Ferrara, veniva ad alta voce acclamato signore del popolo; mentre che i seguaci di Niccolò erano scannati per le vie, e quelli che potevano sfuggire, venivano, come contumaci, condannati a morte. Le feste e le danze riprendevano poi il loro usato giro, e l’indomani il popolo sembrava avere dimenticato il sangue che s’era versato il giorno innanzi.‍[8] — Tale era la famosa, splendida [11] e allegra corte degli Este; tali i signori che venivano corteggiati e probabilmente levati a cielo dalla famiglia del nostro Savonarola.

Noi chiediamo invano ai biografi del Savonarola quali fossero le impressioni e i giudizi suoi sopra questi fatti. Essi si tacciono tutti. Ci descrivono però il suo vivere tristo e solitario, il suo andare dimesso e sconsolato, il quasi mai non parlare, il dimagrare continuo, il pregare sempre più fervido, le lunghe ore passate nelle chiese, i digiuni frequenti. Heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum, erano le parole che di continuo e quasi involontariamente, gli uscivan di bocca.‍[9] Era allora tutto immerso nella lettura della Bibbia e di San Tommaso; nè pigliava altro riposo che quello di sonare qualche mesta melodia, o scrivere dei versi, nei quali, non senza energia e semplicità, dava sfogo ai dolori del suo cuore. E di ciò si può avere un esempio nella canzone De ruina mundi, composta l’anno 1472, nella quale descrive a chiare note lo stato del suo animo, la tristezza e lo sconforto de’ suoi pensieri.

Vedendo sotto sopra tutto il mondo,

Ed esser spenta al fondo

Ogni virtude ed ogni bel costume,

Non trovo un vivo lume,

Nè pur chi de’ suoi vizi si vergogni.

. . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

Felice ormai chi vive di rapina,

E che‍[10] dell’altrui sangue più si pasce;

[12]

Chi vedoe spoglia e i suoi pupilli in fasce,

E chi di povri corre alla ruina.

Quell’anima è gentile e peregrina,

Che per fraude e per forza fa più acquisto;

Chi sprezza il ciel con Cristo,

E sempre pensa altrui cacciare al fondo.

E questi sentimenti agitavano così fortemente l’animo del Savonarola, che i suoi biografi raccontano, come avendolo una volta i genitori condotto nel palazzo ducale, egli, con una tenacità di proposito assai notevole nella sua età, non volle d’allora in poi mai più rimettervi il piede.‍[11] Veramente, quella severa massa quadrangolare, con le sue quattro torri, coi larghi fossati, coi ponti levatoi, dovea in quei giorni rendere immagine della tirannide trincerata in mezzo al popolo ferrarese. Quelle mura non erano ancora consacrate dalla memoria d’Eleonora e del Tasso, le cui ombre immortali sembrano ancora passeggiare le splendide sale, e mandano in oblio ogni altra sinistra ricordanza. Nè allora si andava per diletto a visitare le sottoposte carceri, a cui sette inferriate chiudono la luce, ma ivi si udiva il rumore delle catene, il gemito dei miseri che viveano quasi sepolti sotto la terra. E sul loro capo la musica, la danza, i conviti non avevano mai posa; il rumore degli argentei piatti, delle scintillanti maioliche, dei veneziani bicchieri era continuo! Questi contrasti non sfuggivano certo all’animo fervido, al cuore passionato del Savonarola: egli fremeva a quella vista, e tutta la sua [13] vita portò una dolorosa rimembranza dei fatti che vide nella sua prima giovinezza: spesso la sua mente si esaltava nel dolore, e non sapeva trovare rifugio altrove che nelle chiese. La preghiera fu il continuo conforto di quell’anima esaltata; egli bagnava di lacrime le soglie degli altari, sui quali rimaneva prostrato lunghissime ore, chiedendo a Dio conforto contro i mali di un secolo dissoluto, vile e corrotto.

In quel tempo appunto abitava accanto alla sua casa un esule fiorentino, che portava il nome illustre degli Strozzi, e avea seco una figliuola naturale. Un cittadino esiliato dalla patria di Dante dovea sul suo animo avere un gran prestigio. Egli lo immaginava, infatti, oppresso da nemici ingiusti, sofferente per amore della libertà e della patria; e in quella casa dell’esule cominciò ad immaginare una gente diversa da quella che lo circondava. I suoi occhi s’incontrarono con quelli della giovane fiorentina, e provò quella prima arcana rivelazione del cuore, che fa credere alla felicità sulla terra. Il mondo s’illuminava innanzi a lui di nuova luce, la fantasia accesa di mille speranze sognava giorni beati; ed egli, tutto pieno d’ardore e di fiducia rivelò il suo animo alla giovane amata. Ma qual fu il suo dolore nel sentirsi una superba risposta, che, rifiutandolo, gli faceva capire che gli Strozzi non s’abbassavano a far parentado coi Savonarola! Egli respinse quest’ingiuria con parole piene di sdegno;‍[12] ma il suo cuore ne restò desolato. In un istante cadeva nel nulla un mondo di sogni e speranze [14] lungamente nudrite nell’animo, gli fuggiva dinanzi tutta la felicità della vita, ed egli era nuovamente solo in mezzo ad una moltitudine che d’ognintorno lo respingeva. Ancora non avea venti anni: i fatti recentissimi della successione d’Ercole I lo facevano disperare della sua patria; e l’affetto in cui avea riposto tutta la sua felicità, era finito con una crudele illusione. Ove, dunque, riposare l’animo affaticato e stanco? I suoi pensieri si volsero allora spontaneamente a Dio.

Se non che una speranza

Pur al tutto non lascia far partita,

Ch’io so che in l’altra vita

Ben si vedrà qual alma fu gentile

E chi alzò l’ale a più leggiadro stile.‍[13]

Il sentimento religioso s’impadroniva prepotentemente di tutto il suo animo, gli creava nel cuore una nuova sorgente di conforto, aprivagli una via ormai sicura. La sua preghiera era ogni giorno più fervida, e quasi sempre egli concludeva con queste parole: «Signore, fammi nota la via per cui deve camminare la mia anima.»‍[14] Già il pensiero di abbandonare il mondo e darsi alla religione si affacciava assai spesso alla sua mente, e la sua ammirazione per San Tommaso gli facea inclinar l’animo all’ordine domenicano. Ma nel 1474 essendo andato a Faenza, vi udì predicare un Agostiniano, le cui parole s’impressero così fortemente in lui, che da quel giorno egli si era irrevocabilmente deciso di darsi alla vita claustrale.‍[15]

Tornando a Ferrara, era per la via tutto lieto; ma [15] quando mise il piede sotto il tetto domestico, s’avvide che cominciava per lui una prova durissima. Bisognava celare la sua deliberazione ai genitori; e la sua madre, quasi fosse consapevole di tutto, lo fissava con uno sguardo che parea volesse penetrargli il cuore, ed egli non ardiva più guardarla in viso. Questa lotta durò un anno, e più volte il Savonarola ne rammentò i supremi dolori: «Se io avessi manifestato il mio animo, egli diceva, io credo che il cuore mi sarebbe scoppiato, e mi sarei rimosso dal proponimento già fatto.»‍[16] E fra gli altri giorni, il 23 aprile 1475, il Savonarola sedutosi, prese in mano il liuto e sonò una canzone così mesta, che la madre, quasi mossa da uno spirito di divinazione, rivolgendosi ad un tratto pietosamente verso di lui, gli disse:‍[17] «Figliuolo mio, questo è segno di partenza.» Egli allora si fece forza, e colla mano tremante continuò a toccare il liuto, senza punto rimuovere gli occhi da terra.

L’indomani, 24 aprile, era un gran giorno per Ferrara: celebravasi in tutta la città la festa di San Giorgio, ed i parenti del Savonarola, insieme cogli altri, vi assistevano. Quel giorno egli avea deliberato di lasciare la casa paterna, e come si vide tutto solo, si pose in viaggio per Bologna, ove s’indirizzò al convento di San Domenico, ed espresse la sua volontà di vestir l’abito, chiedendo d’essere adoperato agli uffici più vili del convento. Voleva essere il servo di tutti, e veniva per far [16] severa penitenza de’ suoi peccati, non per passare, secondo il costume allora generale, da Aristotele nel secolo, ad Aristotele nel chiostro. Venne ricevuto, e subito s’apparecchiò al suo noviziato.

Non appena però egli fu solo, che il primo pensiero si rivolse alla famiglia; e quel medesimo giorno 25 aprile, scrisse al padre una lettera assai affettuosa, nella quale cercava confortarlo e rendergli ragione della sua decisione. La cagione che lo avea mosso, era stata il non poter più tollerare la gran corruzione del secolo, e il vedere per tutta Italia sollevato il vizio, messa in fondo la virtù. Non si era deciso puerilmente, ma dopo una lunga meditazione ed un lungo dolore. Non avea avuto il cuore di rivelare il suo pensiero, perchè forse allora non gli sarebbe più bastato l’animo a metterlo in atto. «Padre carissimo,» egli conclude, «non vogliate col vostro dolore accrescere il mio, già gravissimo. Fatevi animo, confortate mia madre, e insieme con essa datemi la vostra benedizione.»‍[18]

Tale era il tenore di questa lettera; nella quale disse ancora, che vicino alla finestra avea lasciato alcune carte, ove era descritto lo stato del suo animo. Ed il padre ricercò subito fra i libri del figlio, e nel luogo da lui indicato ritrovò uno scritto Sul dispregio del mondo. Ivi sono i medesimi sentimenti espressi nella lettera: descrive i costumi del suo tempo, e li paragona a quelli di Sodoma e di Gomorra. «Non v’è rimasto pure uno, uno solamente, che voglia il bene: a noi bisogna imparare dai bambini e [17] dalle donnicciuole, perchè in essi soli è rimasta ancora qualche ombra d’innocenza. I buoni sono oppressi, ed il popolo Italiano è divenuto simile all’Egizio, che teneva in soggezione il popolo di Dio. Ma già le carestie, le inondazioni, le malattie ed altri segni moltissimi preconizzano futuri mali, annunziano l’ira di Dio. Apri, apri, o Signore, nuovamente le acque del mar Rosso, e sommergi gli empi nelle onde del tuo furore.»‍[19] Questo breve scritto si credette perduto da tutti i biografi; ma si ritrova presso la famiglia Gondi di Firenze, cui fu religiosamente confidato da un Marco Savonarola l’anno 1604. Esso è assai notevole, perchè vi si scorge chiaramente come sin dal suo primo entrare nel chiostro, il Savonarola prevedesse flagelli all’Italia; e perchè fin d’allora trovasi in lui il sentimento d’una straordinaria missione affidatagli da Dio. Egli chiede al Signore che le acque del mar Rosso aprano il passaggio ai buoni e sommergano i tristi; ma egli non può nello [18] stesso tempo nascondere la speranza, che la verga la quale dovrà comandare a queste acque, sarà un giorno messa tra le sue mani. Invano volea nasconderlo a sè stesso, invano umiliarsi ed essere adoperato agli uffici più vili del convento: nel suo petto si nutrivano speranze e disegni straordinari.

Quale effetto producessero sull’animo dei genitori quegli scritti, non sappiamo; ma si può bene argomentare che si dolessero amaramente della risoluzione imprevista del loro figliuolo, giacchè noi troviamo di lui una seconda lettera, nella quale rimprovera i loro immoderati rammarichi. «Se un principe temporale,» egli dice, alludendo al mestiere del suo primo fratello, «mi avesse cinto la spada e fattomi de’ suoi seguaci, voi ne avreste creduto onorata la vostra casa e fattone allegrezza; ed ora che il Signore Gesù Cristo mi cinge la sua spada e mi fa suo cavaliero, voi piangete!»‍[20] Dopo ciò i parenti si dovettero rassegnare, ed il Savonarola pose tutto il suo animo ai nuovi doveri assunti.

Egli era di mediocre statura, di colore scuro, di temperamento sanguigno-bilioso, d’una fibra oltre ogni dire delicata e sensibile. I suoi occhi fiammeggiavano sotto nere sopracciglia, il naso era aquilino, la bocca larga, le labbra grosse, ma strette in modo fra loro, che manifestavano una fermezza irremovibile di propositi: la fronte, sin d’allora solcata da profonde rughe, indicava una mente già data alla contemplazione di gravi pensieri. Tutta la sua fisonomia invero non avea bellezza di forme: esprimeva però una severa nobiltà di carattere; ed un certo sorriso di mestizia rendeva a que’ suoi lineamenti rozzi e taglienti, una tale aria di bontà, che al solo vederlo ispirava fiducia. I suoi modi [19] erano semplici, sebbene incolti; il discorso disadorno e quasi rozzo, divenia nel suo animarsi efficace e potente in maniera, che convinceva e dominava ognuno.‍[21] In quei giorni però egli era chiuso in un silenzio profondo, e dato alla contemplazione delle cose celesti. A vederlo passeggiare pei chiostri, parea piuttosto un’ombra che un uomo vivo; tanto i digiuni e le astinenze lo aveano macerato: le prove più dure del noviziato gli parevano lievi, e i superiori doveano di continuo trattenerlo per non farlo eccedere. Quando egli non digiunava, mangiava appena tanto che bastasse a sostenerlo. Il suo letto era un graticcio con un saccone di paglia ed un lenzuolo [20] di lana; gli abiti erano sempre i più rozzi che potesse avere, ma la nettezza ne era esemplare; la modestia, l’umiltà, l’obbedienza, senza pari nel convento; il fervore della orazione tale e tanto, che i superiori ne restavano ammirati, ed i confratelli assai spesso credevano di vederlo rapito in ispirito. E veramente parea che le mura del chiostro, separandolo dal mondo, gli avessero restituito la calma dello spirito, e che egli allora non desiderasse altro che obbedire e pregare.

[21]

CAPITOLO SECONDO. Dalla sua entrata nel Chiostro, sino alla prima venuta in Firenze.
[1475-1482.]

Il Savonarola dimorò sette anni nel convento di San Domenico a Bologna. Ivi, fra i solitari chiostri, nel tempio maestoso, ove le ceneri del fiero fondatore dell’ordine riposano sotto quel monumento, che è opera stupenda di Nicola Pisano, divise i suoi giorni fra la preghiera e le privazioni. I superiori però, si avvidero ben presto della dottrina e delle qualità non comuni della sua mente; onde, invece di adoperarlo a quegli umili uffici a cui volea solamente darsi, lo posero all’insegnamento dei novizi. In sul primo fu dolente di togliere una parte del suo tempo alla preghiera ed alle pratiche religiose; ma considerando poi che l’obbedienza era divenuta il suo primo dovere, e che egli poteva dirigere i suoi compagni nella via della virtù e della vera religione, si piegò volonterosamente al nuovo ufficio.

Chi però dalla obbedienza ed umiltà del Savonarola volesse argomentarne tutti i suoi pensieri, anderebbe di gran lunga errato. Il suo era uno spirito pieno di fede, ma anche pieno d’impeto e pieno d’ardore. La corruzione del secolo lo avea deciso a chiudersi nel chiostro, ove sembrava aver trovato pace nella solitudine e nella preghiera: ma quando egli si faceva a considerare le tristi condizioni della Chiesa, l’animo ribolliva di sdegno, e nel suo petto nascevano pensieri che invano egli s’adoperava a frenare colla disciplina religiosa e con tutte le forze della sua volontà.

[22]

L’anno medesimo che lasciava il mondo, quell’anno d’esaltato fervore, egli dava sfogo ai pensieri più segreti del suo animo in una Canzone, che intitolò De ruina Ecclesiæ. In essa egli domanda alla Chiesa, che figura sotto l’immagine d’una casta vergine: — Ove sono gli antichi dottori, gli antichi santi; ove la dottrina, la carità, il candore antico? — Ed in risposta la vergine, presolo per mano, lo conduce in una spelonca e gli dice: — Quando io vidi la superba ambizione penetrare in Roma e contaminare ogni cosa, allora mi ritirai e chiusi in questo luogo,

Ove io conduco la mia vita in pianto. —

Dopo ciò gli mostra le piaghe che avevano contaminato il suo bellissimo corpo; ed allora il Savonarola, tutto pieno di dolore, si rivolge ai santi nel cielo e li invita a piangere tanta sventura: —

Prostrato è il tempio e l’edifizio casto. —

— Ma chi ha ridotto le cose a tale? — riprende nuovamente il Savonarola. E la Chiesa, riferendosi a Roma, risponde: — Una fallace, superba meretrice. — Allora il giovane e devoto novizio, il solitario ed umile fraticello, dice una di quelle parole, che rivelano tutta la sua anima: —

deh! per Dio, donna,

Se romper si potria quelle grandi ale? —

A che la Chiesa, quasi in tuono di rimprovero gli dice: —

Tu piangi e taci; e questo meglio parmi.‍[22] —

Tale era dunque il Savonarola nel convento: i digiuni e la preghiera confortavano il suo cuore, l’insegnamento [23] dei novizi era il suo riposo; ma nell’animo suo era già sorto un dolore profondo, uno sdegno irrefrenabile di vedere la Chiesa di Cristo abbandonata e piena di corruzione. Egli piange e si tace, è ben vero, ma nella sua mente ritorna assai spesso quel pensiero: — Deh! per Dio, se rompere si potriano quelle grandi ali, ali di perdizione! — Or si mettano innanzi ad un’anima così esaltata i fatti che di giorno in giorno seguivano per tutta Italia, gli si dipinga il quadro tristo ed osceno di ciò che avea luogo nella corte romana; ed allora solo si potrà comprendere che fuoco dovesse finalmente accendersi in quel cuore già per sè stesso infiammato.

Sin dalla morte di Pio II (1464) era cominciata quella scandalosa corruzione dei papi, che in Alessandro VI dovea raggiungere il suo apice. La mala fede, e la smisurata avarizia di Paolo II divennero ben presto note in tutto il mondo; e quando Francesco della Rovere gli successe (1471) col nome di Sisto IV, si previdero alla Chiesa degli anni ancora più tristi. Assicuravasi pubblicamente che l’elezione del nuovo papa era stata simoniaca; si ripetevano per tutta Roma i nomi di coloro che aveano venduto i loro voti, e gl’impieghi che ne aveano ricevuto. La scandalosa libidine di Sisto non riconosceva, poi, limiti di sorte alcuna; la sua prodigalità nello spendere era uguagliata solamente dalla sete inestinguibile di oro; le passioni lo accecavano così fieramente, che per raggiungere i suoi disonesti fini, non retrocedeva innanzi ad alcuna disonestà di mezzi, e non v’era scandalo che non fosse stato per commettere.

Si vide quasi in un istante sparire il tesoro con infinita avidità raccolto da Paolo II; e ben presto il lusso sfolgorante dei nipoti di Sisto, fece comprendere in quali mani fosse stato versato. Essi eran quattro: uno di loro fu fatto prefetto di Roma; un altro cardinale, che fu poi [24] papa Giulio II; un terzo comprò per 40,000 ducati d’oro la città d’Imola, e sposò la figlia di Galeazzo Sforza; ma di tutti il più scandaloso e più prediletto era Pietro Riario. La preferenza del papa per questo giovane di ventisei anni fu tale, che fece correre per Roma mille scandolose dicerie. Da semplice frate fu levato alle dignità di cardinale prelato col titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Firenze. Egli ebbe pienissima autorità nella corte, e quando vi andava, le vie non bastavano alla folla che lo accompagnava: le sue udienze erano più frequentate di quelle del pontefice stesso. Il suo fasto, dice uno scrittore contemporaneo,‍[23] avanzava tutto ciò che i nostri padri seppero mai fare, tutto ciò che i nostri nipoti potranno mai immaginare. Nel ricevere gli ambasciatori di Francia, dette loro un pranzo, in cui si usarono quasi tutte le arti conosciute a quel tempo: fu messo sossopra il paese per ricercare tutto ciò che v’era di più raro e pregiato; fu fatto ogni sforzo perchè la posterità non potesse produr nulla di simile: e le descrizioni in versi d’una tal festa corsero non solamente per le città d’Italia, ma andate oltre le Alpi, si sparsero in tutta l’Europa. Quando Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli, andando sposa al Duca di Ferrara, si fermò a Roma (1473), il lusso passò ogni confine. Cardinali ed ambasciatori ricevettero la sposa, e la menarono al papa per vie ricoperte di veli ed arazzi; dipoi la condussero in un palazzo, fatto costruire a bella posta dal giovane Riario accanto alla sua casa. Le mura erano di bellissimi legni; l’interno splendeva di seta ed oro; i piatti, i bicchieri, ogni specie di vasellame era d’oro e argento.‍[24] Così il cardinal Riario avea in meno [25] d’un anno speso la somma di 200,000 fiorini, e malgrado i molti e ricchissimi impieghi, avea già 60,000 fiorini di debito. Non perciò moderava i suoi eccessi; ma invece, quell’anno medesimo, partiva per Milano, dove entrava in gara di lusso col duca Galeazzo, uno dei principi più dissoluti in Italia. Dipoi andossene a Venezia, ed ivi si abbandonò così perdutamente alle lascivie, che finalmente le forze vennero meno alla mala volontà, e tornato a Roma, cessò di vivere il giorno 5 gennaio 1474. In questo modo ebbe origine quello scandalo e quella piaga profonda del papato, che fu conosciuta nella storia col nome di nepotismo; e Sisto IV continuò a vivere sempre nello stesso modo sino al 1484, anno ultimo del suo pontificato. In verità, sebbene quella età fosse corrottissima, v’era pure un generale sconforto nel vedere così desolata la Chiesa. Il mondo aborriva gli scandali dei quattro nipoti del papa, e quelli di lui, che, pieno d’avarizia e libidine, si dava ciecamente in preda a tutte le passioni.‍[25]

Chi poi dalla Chiesa si fosse volto a guardare il resto delle cose d’Italia, ne avrebbe ricevuto non minore sconforto. Erano tempi veramente infelici. Non solo si lamentava la libertà già da lungo tempo perduta; ma in quei medesimi signorotti che tiranneggiavano, non si vedeano più quelle doti d’energia e d’accortezza politica, che erano state nei loro padri ammirate. Spenti quei forti desiderii, quelle ardenti e smisurate ambizioni, parea che per tutto contemporaneamente decadesse [26] la razza dei principi. — Nel regno di Napoli, ad Alfonso il Magnanimo era successo (1458) Ferdinando I d’Aragona, che ben si avrebbe meritato il nome di crudele. Egli non seppe spegnere i suoi nemici altrimenti che coll’astuzia, la simulazione e i tradimenti; avaro poi e meschino in maniera, che negoziava sopra gli averi e le proprietà dei suoi sudditi stessi. In Firenze, all’accorto ed intelligente Cosimo dei Medici era successo (1465) l’incapacissimo Piero, che in pochi anni di governo seppe mettere la supremazia della sua casa in tale pericolo, che se la morte fosse venuta più tardi, suo figlio Lorenzo non avrebbe potuto prendere in mano le redini dello Stato. In Milano, al valoroso condottiero, all’astuto politico Francesco Sforza, era successo (1466) il debole Galeazzo; ed in Venezia, finalmente, all’abile ed ambiziosa politica di Francesco Foscari, era seguita quella di Pasquale Malipiero (1457), le imprese più notevoli del cui dogato furono le feste che dètte in piazza San Marco. Questo peggioramento così universale sembrava quasi fatale e misterioso: ma egli era che i padri di coloro che regnavano allora, s’erano impadroniti degli Stati attraverso mille pericoli, rimovendo ostacoli d’ogni sorta, combattendo un numero infinito di nemici; mentre i loro figli, nati nella pace, cresciuti fra i cortigiani, s’erano educati alla mollezza.

Eppure, quasi tutti questi mali non fossero bastevoli ad affliggere l’Italia, se ne aggiungevano molti altri non meno gravi. Pareva che questa mollezza dei principi facesse risentire i popoli, fra i quali si trovava ancora un pugno d’uomini, che scontenti di quel nuovo stato di cose, erano pronti di mettersi ad ogni cimento, di tentare ogni impresa più disperata. Quegli anni, infatti, pareva fossero divenuti gli anni delle congiure. Nel 1476 ne seguirono tre. — Girolamo Gentile tentò di sottrarre [27] Genova al giogo milanese: l’Olgiati, il Visconti ed il Lampugnani pugnalarono in chiesa il duca Galeazzo, e furono poi a furore di popolo ammazzati per le vie di Milano: a Ferrara, Niccolò d’Este con 600 uomini ritentava la fortuna delle armi, ed insieme colla più parte dei suoi vi perdeva la vita. Così queste congiure risultavano sempre a danno di chi le tentava, nè facevano altro che peggiorare la condizione dei popoli, rendere la tirannide sempre più ferma e più crudele.

Nondimeno, la gravità del pericolo, invece di spaventare, parea che eccitasse gli animi a fatti sempre più disperati, ed ogni anno se ne udivano dei nuovi. Niuna delle congiure però fu terribile quanto quella avvenuta a Firenze l’anno 1478, il giorno 26 aprile, quando nella Cattedrale, mentre che si celebrava la messa, nel momento stesso in cui si levava l’ostia consacrata, i Pazzi pugnalarono Giuliano dei Medici, e fallirono il colpo dato a Lorenzo, che avuto tempo di sguainare la spada, potè, difendendosi, ricoverare e salvarsi nella sagrestia. Angelo Poliziano, che fu subito pronto a chiuderne la porta, racconta che il disordine e le grida di quel momento furono tali, che parve il tempio intero ne rovinasse.‍[26] Certamente in questa congiura ogni cosa era fuori dell’ordinario: l’accortezza e l’ardire con cui l’aveano tramata; il momento scelto per menarla ad effetto; la nobiltà delle famiglie che vi aveano preso parte; le vittime che allora, e per molto tempo dipoi, ne seguirono. Ma ciò che più di tutto faceva maraviglia, era il numero e la qualità degli ecclesiastici che vi si erano mescolati: ad un prete era stato affidato il pugnale che dovea ferire Lorenzo dei Medici; il cardinal Salviati era stato il centro principale dei congiurati a Firenze ed a [28] Roma; il più caldo ed instancabile istigatore ne era stato il santo padre medesimo, Sisto IV. Egli avea sperato con questi modi crescere stato ai suoi nipoti; onde non potè resistere allo sdegno di veder fallita la congiura, e posto da banda ogni rispetto, divenne nemico dichiarato, e mosse guerra aperta ai Fiorentini.

In questi tempi e fra questi fatti, s’andava formando l’animo di Girolamo Savonarola. Egli riguardava l’andare del mondo e le condizioni della Chiesa con un orrore ed un dolore, a cui non sapeva ritrovare altro conforto che la preghiera e lo studio. I suoi superiori, crescendo però sempre più nella stima che aveano già concepita di lui, dall’insegnamento lo passarono alla predicazione. Ed egli intraprese con ardore anche questo nuovo ufficio; giacchè il suo primo proponimento di chiudersi nel silenzio e nella solitudine, cominciava a cedere terreno innanzi all’imperioso e sempre crescente bisogno di attività morale ed intellettuale: onde questa nuova palestra riusciva assai gradita alle forze giovani e rigogliose del suo spirito.

Pare che in questi primi sermoni seguisse lo stile medesimo delle sue lezioni; distendendosi però nelle osservazioni pratiche e nei precetti di morale; allontanandosi a poco a poco da Aristotele per avvicinarsi sempre più alla Bibbia, che dovea finalmente divenire il compagno unico e indivisibile della sua vita. Nè altro possiam dirne, giacchè pare ottennessero assai poco successo, non trovandosi scrittore del tempo che ne accenni pure una sola parola, nè restandone memoria di sorte alcuna.

L’anno 1482, i superiori lo mandarono a predicare in Ferrara. Ivi egli fu come morto al mondo: non vide alcuno dei conoscenti; assai poco i parenti, per non ridestare affetti ancora vivi nel suo cuore. Le vie, le case, le chiese della sua patria gli richiamavano un passato che egli voleva allontanare dalla sua mente. Ma neppure [29] i suoi concittadini fecero gran plauso al suo predicare; giacchè noi lo udiamo più tardi lamentarsi che in lui si era verificato l’antico detto: nemo propheta in patria sua.‍[27] Non avendo alcuno di quei sermoni, potremmo difficilmente indagare la cagione di questa indifferenza de’ suoi uditori; la più probabile congettura però è questa, che egli non volle seguire la via tenuta dagli altri predicatori, i quali si perdevano sui loro pergami negli interminabili sofismi della scolastica, o scendevano a bassezze tali di linguaggio, che ai nostri giorni sarebbero permesse appena nelle bettole.‍[28] Il Savonarola, d’altronde, ancora non avea potuto ritrovare la sua maniera: rimanea, quindi, troppo incerto per dominare l’uditorio e ricondurlo in un’altra via. Pure, fin d’allora vi era qualche cosa di eloquente ed efficace nella sua parola, come si può cavare dalla narrazione che fanno i biografi di molti aneddoti simili al seguente. — Da Ferrara navigava egli un giorno sul Po verso Mantova, con una piccola nave, in cui si trovavano ancora tredici soldati che giocavano e bestemmiavano, senza rispetto alcuno all’abito nè alla dignità del frate. A questo il Savonarola sdegnato, indirizzò loro la parola; e subito dopo undici di quei soldati caddero in ginocchio ai suoi piedi, pentiti dei loro peccati.‍[29] — Di certo però, altra cosa è rivolgere efficacemente il discorso a pochi soldati e persuaderli, per così dire, coll’impeto [30] della propria coscienza; altra cosa parlare sul pergamo a un uditorio numeroso e fare un sermone. Nel primo caso basta la natura, che nel Savonarola era fecondissima; nel secondo ci vuole l’arte, che sembrava ancora mancargli.

In quell’anno medesimo (1482), una guerra addensavasi d’ognintorno sopra Ferrara; onde il superiore dei Domenicani mandava altrove buona parte dei suoi frati; ed il Savonarola dovette volgere i passi a Firenze, dando così l’ultimo addio ai parenti, agli amici ed alla sua patria, che vedea per l’ultima volta.

Questa guerra mossa da principio contro il solo duca di Ferrara, s’era a poco a poco sparsa per ogni dove, ed avea diviso in due fazioni quasi tutta Italia. Le cagioni vere che la moveano, erano da una parte la nuova ambizione dei Veneziani, che si volevano stendere sulla terra ferma; da un’altra, lo smodato desiderio che avea il Papa d’accrescere stato ai nipoti. Queste cagioni però si tenevano celate; ed il Papa adducea, volersi vendicare contro il duca, per essersi egli condotto al soldo dei Fiorentini, nella guerra che questi aveano dovuto sostenere contro di lui dopo la mal riuscita congiura dei Pazzi; i Veneziani pigliavano occasione da certe contestazioni di confini, e dalle loro eterne quistioni pel commercio del sale. Il duca di Ferrara si offerì pronto a cedere in tutto, ma non gli valse a nulla: quei due potentati erano omai decisi alla guerra, e si tiravano dietro la repubblica di Genova, ed un gran numero di quei signorotti che dominavano nelle Marche e nelle Romagne. Pigliavano da un altro lato le parti del duca, la repubblica Fiorentina, il re di Napoli e il duca di Milano; a cui si univano il marchese di Mantova, il Bentivoglio signore di Bologna e la potente casa dei Colonna. L’Italia si trovava tutta sulle armi, e non v’era che la repubblica Fiorentina [31] la quale pigliasse parte a queste contese solamente in parole: nel resto s’era già cominciato a guerreggiare. Il duca di Calabria veniva alle mani coi pontificii, comandati da Roberto Malatesta; i Colonna, usciti dai loro feudi, devastavano la campagna Romana; e i Genovesi attaccavano il confine occidentale del ducato di Milano. Ma il nodo principale della guerra era nelle mani dei Veneziani: essi stringevano fortemente Ferrara con due eserciti, mentre un terzo portava la guerra al duca di Milano; e spingevano le cose in modo, che già la fame opprimeva la città di Ferrara, e la sua resistenza non poteva andare più in lungo. Si vedea chiarissimo che, fra poco, il premio di tutta la guerra sarebbe caduto nelle mani dei Veneziani.

Non appena Sisto IV s’avvide come la preda tanto desiderata fosse per fuggirgli di mano, che, quasi cieco per la rabbia, voltò bandiera; e fece un trattato col re di Napoli; concesse al duca di Calabria il passaggio pe’ suoi stati; scomunicò i Veneziani, chiamandoli nemici di Cristo; invitò tutti i potentati d’Italia a portar loro la guerra. Questo subito mutamento poteva sorprendere solo quelli che non conoscevano qual fosse la furiosa natura di Sisto, e ove lo conducesse la sete dell’oro e degli stati. I Veneziani non si lasciarono, è vero, spaventare dal Papa; ma la sua defezione avea mutato tutte le condizioni della guerra. Il duca di Calabria avea già col suo esercito approvvigionato Ferrara, e veniva a disturbare i lavori d’assedio: le cose doveano perciò di nuovo procedere in lungo. I due eserciti si posero l’uno accanto all’altro, senza che si venisse ad alcun fatto risoluto di armi: le campagne erano ogni giorno devastate; moltissimi moriano di fame, niuno di ferro. Con questa incredibile fiacchezza procederono le cose sino all’anno 1484, quando ognuno si trovò stanco d’una guerra egualmente dannosa a tutti. [32] Allora il generale dei Veneziani accettò le proposte d’un trattato di pace; gli eserciti da ogni banda si ritirarono; ed in un punto cessò tutta la guerra, con soddisfazione generale.

Il papa solamente non avea mai lasciato di soffiare nel fuoco da lui acceso: troppo gli era crudele il pensiero di perdere le speranze concepite nella guerra; onde, quando il 12 agosto vennero presentati gli ambasciatori e che gli lessero le condizioni della pace, egli, tutto pieno di furore, levatosi in piedi, gridò: — Voi mi annunziate una pace di onta e di vergogna. — Il giorno seguente la gotta, di cui già da lungo tempo soffriva, gli andò al petto, ed il santo padre moriva pel dolore della pace conclusa.‍[30]

Questa era, dunque, la guerra che cacciava il Savonarola da Ferrara verso Firenze; ed egli traversava l’alpestre e solitario Appennino per venire in città nuova, fra gente sconosciuta, con l’animo travagliato dal pensiero di vedere che un papa, per accrescere stato a due o tre giovani dissoluti, metteva in tanto disordine tutta Italia: mentre i Turchi erano quasi alle porte, mentre ancora non erano scorsi due anni dalla loro discesa in Otranto. Il vento che sibilava fra quegli abeti e faggi, pareva quasi sonasse maledizione contro coloro che laceravano il manto alla sposa di Cristo; e forse gli portava di nuovo alle orecchie quel suo troppo audace verso:

Se romper si potria quelle grandi ale!

Arrivato, dunque, la prima volta a Firenze nel 1482, egli entrò in quel convento di San Marco, ove passò poi gli anni più belli e i più infelici della sua vita. E siccome nella memoria dei posteri il nome del Savonarola va inseparabilmente [33] unito a quello di San Marco, così sarà bene dire anche di questo qualche parola.

Nel principio del secolo XV, esso era una fabbrica miserabile e quasi rovinata; ove abitavano alcuni frati Silvestrini, i quali vi menarono una vita così scandalosa, che molti ne fecero richiamo alla corte di Roma. Finalmente, Cosimo il Vecchio, avutone il permesso dal papa, trasmutò altrove i frati Silvestrini, e concesse il convento ai Domenicani riformati della congregazione Lombarda. Volle rifare dalle fondamenta un nuovo edifizio, dandone l’incarico al celebre architetto Michelozzo Michelozzi; che, dopo sei anni di lavoro ed una spesa di 36,000 fiorini, lo condusse finalmente a termine l’anno 1443. Il vecchio Cosimo non era mai avaro quando si trattava di chiese, di monasteri o d’altre opere che potessero accrescere il nome della sua munificenza, e dargli ascendente sul popolo. Durante i sei anni nei quali si era condotta la costruzione del nuovo convento, egli avea continuamente sovvenuto i Domenicani; ed ora che ogni cosa era stata menata a buon termine, non si teneva ancora contento, se non lo avesse dotato anche d’una ricca biblioteca. Questo però non era nè facile nè di piccola spesa, trattandosi di raccogliere manoscritti, che specialmente allora erano saliti a prezzi esorbitanti: ma la fortuna gli porse una buona occasione, ed egli seppe valersene. Era morto Niccolo Niccoli, il più celebre raccoglitore di manoscritti che si conoscesse in Europa: egli era stato uno dei più dotti uomini del suo tempo; avea consumato un patrimonio ed una vita intera a mettere insieme una collezione di codici che era l’ammirazione di tutta Italia. Nel testamento la lasciava ad uso del pubblico; ma la sua donazione restava inefficace, perchè gravata di moltissimi debiti. Cosimo allora pagò i debiti, e fatta una scelta di alcuni più pregevoli [34] codici, che ritenne per sè, affidò tutto il resto al convento di San Marco. Così venne aperta in Italia la prima biblioteca pubblica; la quale fu tenuta da quei frati sì bene ordinata, che si mostrarono degni veramente del dono ricevuto. San Marco divenne quasi un centro di studi; e, riunendo la sua congregazione tutti i conventi dell’alta Italia, da per ogni dove venivano in Firenze i frati più dotti e crescevano lustro al nuovo convento, ove assai spesso gli uomini più reputati di quel tempo erano a conversare coi frati. In quegli anni medesimi, Fra Giovanni da Fiesole, più noto col nome di Beato Angelico, venne con profusa mano a spandere su quelle mura gl’impareggiabili tesori del suo pennello. Ma tutte queste glorie venivano di gran lunga avanzate dall’avere quei frati avuto per padre e fondatore religioso un santo conosciuto col nome di Antonino, uno di quei caratteri che onorano veramente la specie umana.

Difficilmente si trovano nella storia esempi di abnegazione più costante, di carità più attiva, d’un amore del prossimo più evangelico. Non v’è quasi istituzione di beneficenza che egli non abbia o creata o rinnovata in Firenze. A lui si deve il santo pensiero di aver mutato in una istituzione di carità, quella compagnia del Bigallo fondata da San Pietro Martire a sterminio degli eretici, e che di tanto sangue avea macchiato le vie e le mura fiorentine. D’allora in poi i capitani del Bigallo, in luogo di bruciare o ferire a morte, raccolgono e soccorrono gli orfani vagabondi. Sant’Antonino fu il fondatore dei Buoni Uomini di San Martino, che ancora oggi adempiono il cristiano ufficio di raccogliere le oblazioni e portarle alle case dei poveri vergognosi. Sarebbe veramente impossibile raccontare tutto ciò che egli fece in benefizio del popolo; ma al tempo di cui noi discorriamo, molti rammentavano ancora averlo visto le [35] mille volte percorrere la città o la campagna, conducendo un somiero carico di pane, di panni o di altro, per soccorrere gli abituri dei poveri che la peste o la carestia avea desolati. La sua morte, avvenuta l’anno 1459, fu pianta in Firenze come una sventura pubblica; e quando nell’82 il Savonarola entrò in San Marco, ne trovò la memoria così viva e venerata da tutti, che quasi pareva la sua ombra passeggiasse ancora quei chiostri. Niuno pronunziava il suo nome senza un profondo rispetto; i suoi detti tenevano un’autorità incontrastabile; e quando i frati volevano citare un modello di virtù cristiana, pareva non sapessero trovare altro nome che quello di Sant’Antonino.‍[31]

In quei primi giorni, perciò, il Savonarola sembrava quasi inebriato di tutto ciò che vedea. L’amena campagna, le linee vaghe dei colli toscani, il linguaggio sempre più elegante, le maniere sempre più gentili degli abitanti, a misura che s’era avvicinato a Firenze; tutto lo avea predisposto a bearsi in questo veramente fiore delle città italiane, ove la natura e l’arte gareggiano di bellezza. Pel suo animo così pieno di sentimento religioso, l’arte fiorentina era come una musica sacra, e attestava l’onnipotenza dei genio ispirato dalla [36] fede. Le pitture dell’Angelico, gli parea quasi che avessero chiamato gli Angeli ad abitare i chiostri di San Marco: innanzi ad esse il Savonarola era portato in un mondo beato, che parevagli il mondo della sua anima. Quelle sante tradizioni di Sant’Antonino; le sue opere di carità vive ancora e tanto lodate tra quei frati, più culti e gentili di quanti avea sino allora conosciuti; tutto gli faceva sperare d’essere finalmente venuto in mezzo ai suoi fratelli. Il suo cuore si apriva quindi perdutamente alla speranza, e non rammentava più i tristi disinganni provati, nè pensava doverne avere dei nuovi, quando fosse restato ancora qualche tempo in Firenze, quando ne avesse imparato a conoscere gli abitanti più da vicino.

[37]

CAPITOLO TERZO. Lorenzo il Magnifico‍[32] e i Fiorentini del suo tempo.

Quando il Savonarola venne a Firenze, dominava già da più anni Lorenzo il Magnifico, ed era nell’auge del suo nome e della sua potenza. Sotto il suo governo, ogni cosa avea preso apparenza prospera e felice: cessati da lungo tempo quei partiti che d’ora in ora aveano sollevato la città; imprigionati, esiliati o spenti coloro che non s’erano voluti piegare alla dominazione Medicea, la calma e la tranquillità erano per tutto. Le feste, le danze, le giostre tenevano occupato continuamente quel popolo fiorentino che, una volta così geloso de’ suoi diritti, sembrava che ora avesse dimenticato il nome stesso della libertà.

[38]

Lorenzo era sempre mescolato in questi sollazzi; ne ricercava, ne inventava ogni giorno dei nuovi. Ma fra tutte le sue invenzioni, la più celebre fu quella dei Canti Carnascialeschi, da lui per la prima volta composti, e destinati a cantarsi nelle mascherate del carnevale, quando la nobile gioventù, travestita a rappresentare ora il trionfo della morte, ora una schiera di diavoli, ora un’altra simile bizzarria, percorreva schiamazzando la città. La lettura di questi canti ci può dipingere la corruzione di quei tempi, assai meglio d’ogni altra descrizione. Oggi non la nobile gioventù, ma l’ultima plebe li avrebbe a sdegno; e l’andarli cantando per la città sarebbe considerato un’offesa al pubblico decoro, nè resterebbe impunito. Allora essi erano la prediletta occupazione d’un principe lodato per tutto il mondo, e tenuto come il modello d’ogni sovrano, un prodigio d’accortezza, un genio politico e letterario. E quale i più lo dicevano allora, tale molti vorrebbero giudicarlo oggi. Gli si perdona il sangue sparso per mantenere un dominio ingiustamente acquistato da lui e dai suoi; il disordine che mise nella repubblica; il rubare che fece gli averi del comune per sopperire alle sue strabocchevoli spese; la invereconda libidine,‍[33] a cui, malgrado una salute cagionevole e mal ferma, abbandonavasi perdutamente; ed anche quella rapida ed infernale corruzione del popolo, alla quale studiò di continuo con tutte le forze e la capacità del suo animo: e tutto ciò gli si perdona per essere stato protettore delle lettere e delle arti belle!

Nella condizione sociale di Firenze a quel tempo, eravi invero un contrasto assai singolare. La cultura si era universalmente diffusa; tutti conoscevano il latino ed [39] il greco, tutti ammiravano i classici; moltissime donne eran note per la eleganza dei loro versi greci e latini. La pittura e le arti belle, dopo i tempi di Giotto decadute, aveano ripreso una nuova vita; e per tutto si vedevano sorgere palazzi, chiese, edifizi pieni d’eleganza. Ma artisti, letterati, politici, signori e plebe, eran tutti d’animo corrotto, privi d’ogni virtù pubblica o privata, di ogni sentimento morale. La religione o era strumento di governo o bassa ipocrisia; non aveano fede nè civile, nè religiosa, nè morale, nè filosofica; neppure il dubbio pigliava forza nei loro animi. Dominava una fredda indifferenza per ogni principio; e nei loro volti pieni d’accortezza, pieni d’acume e di sottile intelligenza, appariva un freddo sorriso di superiorità e di compassione, ogni volta che vedevano sorgere qualche entusiasmo per le idee nobili e generose. Non le combattevano nè le mettevano in dubbio, come avrebbe fatto un filosofo scettico, ma le compativano; e questa loro forza d’inerzia opponeva alla virtù un ostacolo assai maggiore che non avrebbe fatto una guerra dichiarata ed aperta.

Un tale stato morale doveva, di necessità, agire potentemente sulla cultura intellettuale. La filosofia, infatti, erasi ridotta ad erudizione; era caduta quella scolastica contro cui s’è tanto declamato, ma che pure ebbe una gioventù, una vita, un ardore, che invano cerchiamo negli scritti del secolo XV. Le lettere o erano filologia o imitazione di Virgilio, d’Omero, di Pindaro e via discorrendo. Sin dalla morte del Boccaccio, Franco Sacchetti piangeva ne’ suoi versi, pieni di semplicità e di candore, la decadenza delle lettere; e ciò che maggiormente lo affliggeva, non era (egli dice) la perdita di quei sommi ingegni, ma il non esservi speranza che alcuno sorgesse simile a loro, il non trovarsi più chi sapesse almeno [40] comprenderli.‍[34] E se egli fosse vissuto ai tempi di cui ora parliamo, avrebbe avuto ben più alta cagione di pianto: avrebbe udito coloro che dichiaravano la lingua italiana incapace di esprimere gli alti concetti; avrebbe udito coloro che giudicavano la Divina Commedia inferiore alle Ballate ed ai Canti Carnascialeschi di Lorenzo dei Medici!‍[35] Le arti belle, che sono ultime a risentirsi delle sventure morali e politiche di un popolo, perdettero anch’esse quegli arditi ed universali concetti coi quali Giotto, l’Orgagna e tanti altri aveano ornato i monumenti d’Italia. E certo, nè il Duomo nè il Palazzo Vecchio avrebbero in quel secolo potuto trovare un altro Arnolfo, che sapesse infondere nelle loro mura tanto spirito di libertà e d’indipendenza.

Ma fra questi danni, avea pure la caduta libertà recato un solo vantaggio alle lettere ed alle arti. Chiuse le vie ad ogni attività politica, ad ogni civile ambizione, ad ogni virtù pubblica; decaduto quel commercio e quelle industrie con cui s’erano raccolte fortune così straordinarie; le forze che restavano ancora vive, si rivolsero tutte allo studio delle arti e delle lettere. E così, sebbene non si trovassero più di quegli altissimi ingegni fioriti nel tempo della repubblica, si aveva almeno un moto universale di studi, una moltitudine avida d’imparar nuove lingue, di produr nuovi libri e nuovi quadri; e tanto più ingordamente avida, in quanto che non sapea degli studi farsi scala a fini più alti. La città aveva infatti l’apparenza d’una grande scuola; la passione che dominava ognuno era quella di raccogliere codici e statue antiche; tutte le discussioni erano [41] grammaticali, filologiche o erudite. I Greci che per la caduta di Costantinopoli riparavano in Occidente, venivano in Firenze accolti con entusiasmo; ed essi, colle loro lezioni, colla loro dottrina, accendevano sempre più la passione verso gli antichi; il desiderio di conoscere la Grecia, di ricercare i suoi conventi, i suoi tempii; di scavare il terreno per trovarvi gli antichi frammenti. E si facevano delle spedizioni in Oriente; donde, dopo aver corso non pochi disagi e pericoli, dopo avere spesso consumato patrimoni non piccoli, si tornava carichi di tesori più o meno preziosi. Sono note nella storia le ricerche fortunate che Poggio Bracciolini fece in quasi tutte le città d’Europa; i viaggi in Oriente di Guarino Veronese, a cui un naufragio rapì in poche ore il frutto di tante fatiche, e fece pel dolore incanutire i capelli; quelli di Giovanni Aurispa, il quale tornò a Venezia con 238 manoscritti, avendo però consumato ogni suo avere, onde nell’estrema vecchiezza si trovò ricco di gloria, ma poverissimo d’ogni bene di fortuna; quelli di Francesco Filelfo e di tanti altri, che si partivano allora per visitare le classiche terre della Grecia. Ogni volta che uno di costoro ritornava in Italia, ma specialmente in Firenze, il suo arrivo era una pubblica festa, un trionfo. Gli andavano incontro i primi del paese; il principe lo accoglieva con grandi onori; le sue scoperte venivano celebrate in iscritto, e le lettere dei privati amici non parlavano d’altro. Cominciavano poi le discussioni sull’autenticità e la interpretazione dei codici; si accendevano le quistioni filologiche o grammaticali, e le ire non aveano allora più limiti: si laceravano quei dotti nella fama, nell’onore, con tutti i modi più violenti. E questa poteva dirsi l’unica libertà lasciata ai Fiorentini.

Le belle arti furono più fortunate: gli artisti si [42] abbandonavano alla vita gaia del tempo, godevano, sollazzavano e lavoravano colla stessa spensieratezza. Il costume divenuto universale di proteggere le arti, faceva sì che per tutta Italia i ricchi, i signori, le chiese ed i conventi volevano le loro opere, ed essi erano invitati e bene accolti dovunque; onde, beati di questa vita, lavoravano e godevano. Perderono molto nell’altezza ed universalità dei concetti; guadagnarono però infinitamente nella imitazione del vero, nel disegno, e nel meccanismo dei colori: si trovò allora la pittura ad olio, che segnò un nuovo periodo nella storia dell’arte. La scultura e l’architettura, in cui la materia piglia una parte maggiore assai che nella pittura, fecero anche dei grandi progressi, sia coll’aiuto delle statue o monumenti greci e romani, sia per le mille difficoltà che la pratica insegnò a superare: talchè i nomi del Donatello, del Ghiberti, del Brunellesco, restarono immortali. L’arte raggiunse certamente in quel tempo una finezza, che nel passato non avea avuta, e nel secolo dipoi perdette.

Ma i fatti da noi qui sopra descritti, ebbero la più parte luogo prima che la dominazione dei Medici si fosse stabilita, e furono affatto indipendenti dai loro aiuti. L’amore per gli studi classici si era diffuso fin dai tempi del Boccaccio, ed era andato di poi sempre crescendo: nei viaggi e nelle ricerche sopra accennate, privati cittadini aveano consumato private fortune, senza speranza di aver compenso d’altro che di gloria. Quanto agli artisti, essi eran quasi tutti fioriti nel principio del secolo, come Brunellesco (1337-1446), Ghiberti (1381-1455), Donatello (1386-1468), Masaccio (1402-1443); e le loro più grandi opere furon fatte senza protezione nè consiglio dei Medici.‍[36] La cupola del Brunellesco venne [43] ordinata, per consiglio dei cittadini liberamente adunati nel Duomo, l’anno 1407. Le porte del Ghiberti furono cominciate l’anno 1400, e la enorme somma di 30,798 fiorini fu pagata tutta dall’arte dei doratori. La cappella del Carmine, in cui lavorò Masaccio ed altri celebri artisti, fu fatta a spese di privati cittadini; e le pitture del Beato Angelico furon dipinte per amore dell’arte e per sentimento religioso, assai spesso senza volerne accettar compenso di sorta.

I Medici, adunque, non crearono uno stato di cose che non era in forza umana il creare; ma questo fu la conseguenza inevitabile delle vicissitudini per tanti secoli corse dalla repubblica; del generale rovescio di ogni libertà, che allora aveva luogo in tutta Italia. Essi lo trovarono già apparecchiato; ebbero però la rara accortezza di saperne profittare e, secondandolo, volgerlo a loro profitto. E se mai vi fu uomo che potesse dirsi nato a ciò, questi fu certamente Lorenzo il Magnifico. Egli aveva ereditato da Cosimo tutta quella sottile astuzia, per la quale, senza essere un grande uomo di stato, era prontissimo nei sottili ritrovati, pieno di prudenza e d’acume, abile nel trattare cogli ambasciatori, abilissimo nello spegnere i suoi nemici, ardito e crudele quando gli pareva che l’opportunità lo permettesse. Non avea rispetto nè a fede, nè ad onestà, nè a condizione alcuna di cittadini: andava direttamente al suo fine, senza riguardi umani nè divini. Il crudele sacco della infelicissima città di Volterra; i danari presi dal Monte delle fanciulle, per cui moltissime, rimaste senza dote, si dierono alla pessima vita; la disonesta avidità con cui pose le mani negli averi del comune, sono macchie che neppure i suoi più caldi adulatori poterono cancellare.‍[37] Il suo volto dipingea [44] veramente tutto il suo carattere: avea qualche cosa di sinistro e spiacevole; un colore olivastro, una bocca assai grande, il naso schiacciato e la voce nasale; ma il suo occhio era vivo e penetrante, la fronte alta, le sue maniere aveano quanto di più gentile può immaginarsi in un secolo culto ed elegante come quello; il suo conversare era pieno di vivacità, d’ingegno e di dottrina; coloro che erano ammessi alla sua familiarità, restavano sempre di lui innamorati. Egli secondò il secolo in tutte le sue tendenze: di corrotto che era, lo fece corrottissimo, spingendolo a ciò per tutte le vie: abbandonossi ai piaceri, e vi fece perdutamente abbandonare il suo popolo, per ubbriacarvelo ed addormentarvelo. Infatti Firenze era al suo tempo divenuta un’orgia di piaceri e dì feste.

Lorenzo però avea per la poesia e le arti un gusto assai squisito. Abbandonato e mandato a male tutto il commercio della sua casa, dètte le ore d’ozio alle lettere, nelle quali era stato educato dagli uomini più dotti del suo tempo: il Landino eragli stato maestro nella poesia, l’Argiropulo nella filosofia aristotelica, ed il Ficino nella platonica. Fin dai primi anni avea mostrato un’intelligenza degna del culto delle muse, una grande facilità di comprendere, una precisione nell’esprimersi ed una fantasia assai vivace; messosi poi a proteggere i dotti e gli artisti, la sua casa era divenuta il ricovero degl’ingegni più chiari del suo tempo: ogni uomo di riputazione nelle lettere, che si trovasse in Firenze, faceva capo a lui; molti venivano d’altre parti d’Italia per vivere in quel cerchio fiorito di dotti. E sia nelle radunanze tenute in sua casa, sia nella famosa Accademia Platonica, il suo ingegno brillava in quella eletta schiera, da cui la sua cultura letteraria ricevea non piccolo profitto. Così Lorenzo andò lodato [45] fra gli scrittori del suo tempo, e le sue opere allora portate a cielo, neppure oggi restano senza fama. Le sue poesie volgari, e specialmente la favola dell’Ambra, hanno una certa naturalezza e disinvoltura, una spontanea eleganza, un’osservazione ed un sentimento della natura, che a quei tempi non erano comuni. Spesso vi è troppo chiara l’imitazione delle ottave del Poliziano; ma anche allora non si possono negare a Lorenzo le rare doti del suo ingegno. Egli era proprio l’uomo di quel secolo: nella intelligenza venivano ristrette tutte le qualità del suo spirito; le sue maniere medesime erano in lui conseguenza di cultura intellettuale, e non di gentilezza d’animo; la protezione ai dotti era consiglio di governo, o desiderio di passar lietamente il tempo. — Singolare vita fu veramente quella di Lorenzo! Dopo essersi adoperato, con tutta la forza della sua volontà e della sua mente, a distruggere con qualche nuova legge, qualche ultimo avanzo di libertà; dopo aver fatto decidere qualche nuova confisca o condanna di morte;‍[38] egli entrava nell’Accademia Platonica, e disputava con calore sulla virtù e sulla immortalità dell’anima; di là usciva, e mescolandosi colla gioventù di perduti costumi, cantava i suoi Canti Carnascialeschi, abbandonavasi al vino ed alle donne; ritornava a casa, ed alla sua tavola, insieme col Pulci e col Poliziano, recitavano versi, discorrevano di poesia: ed in tutte queste occupazioni egli vi si recava tanto intero, che ciascuna di esse pareva esser l’unica della sua vita. Ma più singolare di tutto si è, che in tanta varietà di vita, non si trovi a citare un atto solo che sia [46] veramente di virtù generosa verso il suo popolo, o i suoi familiari, o i suoi parenti: e sì, che ove mai vi fosse stato, non lo avrebbero i suoi infaticabili lodatori dimenticato. Segno in lui d’animo tristo, ma di tempi ancora tristissimi; perchè se mai la virtù e la giustizia fossero state in quel secolo, tenute nel grado che si dovea, egli non era uomo da non istudiarsi, con qualche apparenza teatrale, d’averne almeno il nome.

Intorno a Lorenzo dei Medici si vedeano sempre due uomini i quali godevano allora una grandissima fama in tutta l’Europa, e tramandarono dipoi i loro nomi alla posterità. L’uno di essi era Angelo Poliziano; il dotto di più vasta erudizione letteraria in quel secolo eruditissimo, ed il solo che avesse nell’anima una vena ingenua di poesia. A 13 anni aveva scritto bellissimi epigrammi latini, a 17 ne aveva scritto degli altri in greco; e si vuole che di poco avanzasse i 18 anni, quando compose quelle stupende ottave sulla giostra di Lorenzo e Giuliano, che lo resero il primo poeta del secolo e fecero il suo nome immortale. Per esse egli acquistò il favore di Lorenzo, ne divenne segretario privato, bibliotecario, educatore de’ suoi figli, e visse sempre nella sua medesima casa. Ma in questa nuova e più agiata condizione, parve che s’estinguesse in lui la sacra fiamma della poesia: l’erudizione soltanto andò sempre crescendo, e divenne col tempo straordinaria. Lorenzo ricevè non poco vantaggio dai servigi e dal conversare d’un uomo di sì vasta dottrina, ma la fama del Poliziano ne soffrì grandemente; e forse a questa sua troppo intima familiarità col Magnifico, si deve attribuir l’insistenza colla quale i posteri hanno voluto accusarlo di vizi così osceni, che la storia sdegna di rammentare. L’altro amico intimo di Lorenzo fu messer Luigi Pulci; giovane di nobile famiglia, fratello di due poeti, dei quali fece quasi [47] dimenticare il nome col suo famoso Morgante Maggiore: poema pieno di brio, di vivaci e strane fantasie; nel quale alla invocazione della Vergine succede quella di Venere, ed a questa la satira della immortalità dell’anima. E quale era il poema, tale fu l’uomo: spirito bizzarro ed allegro, se mai ve ne fu; scettico pieno d’ironia, amante dei piaceri e dell’ebbrezza dei sensi, anima e corpo con Lorenzo, che accompagnava sempre alle veglie, ai sollazzi leciti o illeciti; ad istanza della cui madre, Clarice Orsini, scrisse il poema, che lesse alla loro tavola; accompagnando la poesia col vino. Oltre di questi amici, Lorenzo passava assai spesso le sue ore in mezzo agli artisti; pigliava parte ai loro piaceri, amava singolarmente le loro strane avventure ed il loro carattere. Non potè già verso di loro usare una protezione uguale a quella di Cosimo, il quale avea speso tesori a fondare chiese e palazzi; ma pure li accoglieva sempre con lieto viso, li soccorreva ed aiutava in tutti quei modi che un principe come lui poteva. E se egli non avesse fatto per le arti altro che fondare il giardino di San Marco, sarebbe già degno di grandissima lode. Ivi raccolse tutte le statue o frammenti antichi che gli riuscì d’avere, tutti i disegni dei più valenti artisti; e lo aperse ad ogni giovane di qualche speranza. Ivi segnò le prime linee Michelangiolo Buonarroti, quando ancora giovinetto, povero e da pochi conosciuto, trovò quella ospitalità che tanto onore fece a Lorenzo.‍[39]

[48]

Ma noi abbiamo fino ad ora taciuto di un uomo che più d’ogni altro poteva dirsi creatura dei Medici. Questi fu Marsilio Ficino, amico e maestro di Lorenzo, capo di quell’Accademia Platonica le cui idee si sparsero allora per tutto il mondo; e modificarono in modo quelle del Savonarola, che noi crediamo doverne tenere più minuto discorso nel capitolo seguente.

[49]

CAPITOLO QUARTO. Marsilio Ficino e l’Accademia Platonica.

Il Concilio che si tenne a Firenze l’anno 1439, per riunire le due Chiese greca e latina, non riuscì di alcun giovamento alla religione; ma profittò invece assai alle lettere. L’imperatore mandò a rappresentare la Chiesa orientale uomini di molta dottrina, i quali parlando la medesima lingua di Platone e d’Aristotele, oggetto allora di tanto studio e di tanta ammirazione, venivano dappertutto circondati, riveriti e quasi corteggiati.

Eravi fra costoro l’aristotelico Teodoro Gaza, eravi il Bessarione, convertito più tardi al cattolicismo; ma fra tutti splendeva il nome di Giorgio Gemisto, di cui la posterità assai ingiustamente ha quasi dimenticato la fama, sebbene fosse in quel tempo tenuto, fra tutti i greci, il filosofo più valente. Egli sembrava essere davvero vissuto cogli antichi: i suoi scritti erano tali, che anche i più consumati filologi duravano fatica a non confonderli con quelli dei più bei tempi della Grecia;‍[40] la sua ammirazione e la sua profonda conoscenza di Platone gli fecero dare il nome di Giorgio Gemisto Pletone. Tanta era la sua passione per gli antichi, che parlando assai spesso dell’approssimarsi d’una riforma [50] religiosa, nella quale un solo predicatore avrebbe predicata una sola dottrina a tutto il genere umano e sarebbe sparita ogni differenza di culto, si vedea dalle sue parole che egli sperava nel ripristinamento degli Dei pagani. L’opera in cui espresse queste idee, andò dopo la morte dai suoi nemici bruciata; ma tali erano i tempi che, sebbene egli ne parlasse liberamente, venne pure scelto a sostenere i diritti della Chiesa greca nel concilio di Firenze. Dappertutto egli trovava una grande accoglienza: la gravità dei suoi modi, la vastità della dottrina, l’eleganza degli scritti, il parlare quasi il linguaggio stesso di Platone, gli davano un’autorità non contrastata da alcuno. Le sue platoniche convinzioni dovettero però essere assai poco soddisfatte in Firenze, ove allora si leggeva con uguale avidità Aristotele e Platone, senza notare e senza quasi discernere alcuna differenza fra loro. Dopo avere studiato per sì lungo tempo la filosofia Aristotelica sui commentatori arabi, gl’Italiani ebbero nel secolo XV, per la prima volta, fra le mani le opere originali d’Aristotele, insieme con quelle di Platone. Essi passavano perciò dall’uno all’altro filosofo, senza fare ancora alcuna distinzione: le difficoltà dell’interpetrazione e della lingua tenevano occupata la mente dei dotti; l’erudizione filosofica ancora non era cominciata; tutte le discussioni versavano sopra soggetti di grammatica o di filologia.‍[41]

Gemisto ad un tratto portò la quistione nel campo filosofico, col suo opuscolo De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentiâ;‍[42] nel quale paragonando con molto acume e penetrazione le due filosofie, dava [51] su tutti i punti la preferenza a Platone. Si accese allora una gran lite fra i Greci, che si tirarono dietro gl’Italiani; e sorsero così i due partiti degli Aristotelici e dei Platonici, che si attaccarono con una violenza non credibile ai giorni nostri. Giorgio Scolario‍[43] e Teodoro. Gaza, ambedue greci ed aristotelici, furono primi a rispondere con violenza contro l’opuscolo di Gemisto: prese dipoi la penna il Bessarione, che era suo discepolo, e difese il maestro in una lettera anonima, nella quale cercava rimettere la quistione in termini più civili. Ma, per mala sorte, si lasciò sfuggire che egli stimava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio Trapezunzio,‍[44] altro greco che trovavasi allora in Firenze. Questi era un uomo di carattere violento e presontuoso, di modi rotti, facile a prender briga con tutti. Entrò subito nella lite con una tal violenza,‍[45] che fece maravigliare ognuno: era aristotelico, ma attaccò platonici ed aristotelici col medesimo furore; li chiamò non philosophos sed philotenebras; aggiunse villanie e scurrilità d’ogni sorte; finalmente non contento di avere oltraggiato i vivi, si volse contro i morti. Platone, secondo lui, s’era abbandonato a tutti i vizi, dato alla [52] gola, alla libidine, ad ogni crapula; era uomo senza fede, senza dignità, senza onore, e così via discorrendo. Un linguaggio a tal segno privo di decoro, di convenienza e di verità, dovea naturalmente disgustare tutti gli uomini onesti; ed infatti il Trapezunzio fu abbandonato e disapprovato da ognuno. Nè per questo egli fece senno; ma continuando sempre nello stesso tenore, passò infelicemente gli ultimi anni della sua vita, senza neppure trovar compatimento.

Il Bessarione avea intanto lavorato ad una grande opera, In calumniatorem Platonis,‍[46] che diede finalmente alla luce quando più fervea la lite. Dopo aver vittoriosamente difesa la memoria di quel filosofo, veniva a dimostrare che la sua discordanza da Aristotele non era nè così grande nè così profonda, come molti volevano far credere. L’Aristotele ellenico,‍[47] egli concludeva, può e deve mettersi in accordo con Platone: questo hanno fatto gli Alessandrini; questo possono e debbono fare gl’Italiani nel secolo XV. Così fu rimesso un poco di ordine e di civiltà nella discussione, e finalmente trionfò in Firenze quella filosofia, che sebbene abbia sempre portato il nome di platonica, non fu che neo-platonica o alessandrina. La sua tradizione si era tenuta sempre viva in Grecia, ed ora gli ultimi sostenitori venivano a trapiantarla in Italia.

[53]

Ma più di tutto fu notevole in quella battaglia filosofica, il punto in cui tutta la quistione s’era ristretta. Platone ed Aristotele, aveva detto Gemisto, convengono ambedue che la natura opera ad un fine determinato; ma Platone sostiene che la natura opera con consiglio (consulto agit); che in essa, cioè, v’è uno spirito, una essenza che si rende ragione del fine a cui cammina: mentre Aristotele la paragona ad un operaio, che, appresa una volta la sua arte, lavora poi istintivamente (non consulto), sebbene vada sempre al fine determinato. E qui, Gemisto notava la grande superiorità del concetto platonico: la natura, egli diceva, è l’arte di Dio, superiore di gran lunga a quella dell’uomo; in essa la mano ed il consiglio divino son sempre presenti; e se l’uomo può qualche volta operare per abito, Iddio opera solo e sempre per suprema ragione. Una tal quistione, sebbene espressa in una forma arida e confusa, era pure nel fondo gravississima. Trattavasi di determinare se nella natura opera la ragione o il caso; se essa è la manifestazione di uno spirito divino ed universale che anima e regola il mondo, o l’effetto cieco delle leggi che governano la materia. L’avere il Pletone, nel secolo XV, saputo non solo portare d’un tratto l’erudizione italiana nel campo della filosofia, ma anche fermarla sopra una quistione di vitale importanza, fu in lui prova d’una grande penetrazione filosofica. Nè fu meno notevole che quegli eruditi ne comprendessero così presto il valore, e si disputassero con tanto ardore il terreno.‍[48]

Quando Gemisto vide l’ardore con cui il Bessarione sosteneva le idee platoniche e conobbe che esse [54] trionfavano in Firenze, si astenne da ogni discussione, e cercò invece un modo più efficace a diffonderle durevolmente. Egli avea un’arte singolare d’infondere negli altri quell’ammirazione e quasi culto che avea per Platone: avvicinossi perciò a Cosimo dei Medici, e dopo lunghi ragionamenti, che furono uditi con molta attenzione, riuscì ad infondere entusiasmo anche nell’animo di quel principe. Quando lo vide acceso di quelle idee, procedette ancora più oltre, e gli comunicò il pensiero che avea di ripristinare in Firenze quell’antica Accademia, che tanto onore avea portato alla Grecia e tanto utile alla filosofia platonica.‍[49] L’idea piacque a Cosimo, che subito se ne impadronì, e adoperossi a metterla in atto. Tale fu l’origine di quella famosa Accademia Platonica, che ebbe tanta parte nei destini della filosofia di tutto quel secolo.

Assicurato in questo modo il trionfo della sua dottrina, Gemisto se ne tornò nel Peloponneso sua patria, a passare tranquillamente i pochi anni che gli avanzavano di vita. Ma i suoi nemici non lo lasciarono in pace; giacchè quello stesso Scolario che era stato dei primi a combatterlo in Firenze, fatto ora patriarca di Costantinopoli, continuò più fieramente la guerra. Lo perseguitò in vita colle accuse di eretico e miscredente; dopo la morte cercò ogni modo di macchiarne la fama, e bruciò parecchie delle sue opere, che andarono perciò inevitabilmente perdute.‍[50] Pletone lasciò nondimeno in Italia un gran nome e tanto amore di sè, che nel 1471, venti anni dopo la sua morte, le ceneri di lui [55] furono mandate a richiedere da Pandolfo Malatesta signore di Rimini, il quale fattele portare in quella città, dette loro onorevole sepoltura. Il decadere fra noi degli studi greci ha fatto dipoi assai ingiustamente dimenticare la fama di questo filosofo; ma chiunque legge la storia di quel tempo, vi troverà sempre che egli fu il vero iniziatore della filosofia platonica in Italia, e però uno degli uomini più benemeriti della nostra patria.‍[51]

Quando egli fu partito d’Italia, Cosimo s’avvide che l’Accademia Platonica non fioriva, per mancanza d’un uomo che ne pigliasse la direzione e ne fosse la forza animatrice. I suoi sguardi si volsero allora ad un giovane che dava già maravigliose speranze di sè. Questi era Marsilio Ficino, figlio del suo medico, nato l’anno 1433, e da lui protetto d’aiuti ed incoraggiamenti efficacissimi, senza i quali non avrebbe potuto studiare la filosofia. Egli s’era immerso avidamente nello studio di Platone, e in età giovanissima avea [56] scritto intorno a quella filosofia opere voluminose.‍[52] Avanzatosi poi nello studio del greco, si dètte a commentarne più diligentemente e tradurne ogni scritto, apparecchiando quella traduzione che anche oggi, dopo tanti progressi della filologia greca, è la migliore che abbia l’Italia. Il suo culto per quell’antico filosofo andò crescendo in maniera, da far credere che egli, canonico di San Lorenzo e ripristinatore della filosofia cristiana, tenesse accesa una lampada innanzi al busto di Platone. S’andò più oltre allargando nello studio di tutta l’antichità, e non incontrò nome d’antico filosofo di cui non cercasse avidamente le opere. Leggeva con ardore instancabile aristotelici, platonici, alessandrini; cercava frammenti di Confucio e Zoroastro; studiava la Genesi; passava da un’età ad un’altra, da un sistema ad un altro, senza quasi avvedersene: bastava essere antico per aver la sua ammirazione. Un tempo s’era giurato sopra Aristotele, ora si giurava sopra tutta l’antichità. Era certo un gran passo; ed infatti, già nella lite dei platonici e degli aristotelici si potea prevedere che il rivolgersi alla ragione sarebbe stato fra poco inevitabile.‍[53] Ma prima di fare una sì grande conquista, la filosofia avea ancora bisogno di percorrere tutta l’antichità; e solo dopo averla, per così dire, smaltita, poteva acquistare la coscienza della sua indipendenza.

[57]

Questa febbre di lettura invase e dominò talmente il Ficino, che la sua testa divenne quasi un dizionario vivo dell’antica filosofia, e le sue opere debbono considerarsi come una grande enciclopedia di tutte le dottrine del suo secolo. Egli conosceva, oltre la filosofia, le scienze naturali e la medicina, a cui suo padre avea voluto nei primi anni indirizzarlo. Tutto ciò non gli avea però dato l’abito dell’esperienza e dell’osservazione: a provare un vero, a lui non bastava la sua ragione, non bastava la natura intera nè la coscienza del genere umano; bisognava assolutamente trovarne riscontro in qualche verso di Platone, o di altro autore antico, fosse pure scettico o materialista.

Un’operetta di poca importanza che il Ficino scrisse Sulla religione cristiana, potrà forse più facilmente d’ogni altra dipingere quella strana mescolanza d’idee ch’erasi formata nella sua mente.‍[54] Egli vuol provare la verità della dottrina di Cristo, la divinità della sua missione, ed incomincia il discorso così: «La venuta di Cristo è stata più volte profetizzata dalle Sibille: i famosi versi di Virgilio sono noti a tutti. Platone, domandato quanto tempo sarebbero i precetti della sua filosofia durati, rispose: — insino a tanto che non verrà Colui che aprirà la fonte d’ogni vero; — e Porfirio dice nei suoi responsi: — gl’Iddii pronunziarono Cristo sommamente pio e religioso, ed affermarono ch’era immortale, molto benignamente testificando di lui. — » E su questi argomenti riposa principalmente tutta l’opera. A provare la verità della religione cristiana, v’era dunque bisogno delle Sibille, di Virgilio, di Platone; v’era, bisogno che Porfirio ci assicurasse, avere gli Dei benignamente testificato di Gesù Cristo! [58] Tale era la mente e tali gli studi di Marsilio Ficino. Quella universale ammirazione destata in tutta Europa allo scoprirsi degli antichi tesori, si era in lui personificata ed avea in modo soggiogata la sua mente, ch’egli era divenuto incapace d’ogni slancio di libero pensiero. Confessava ingenuamente ai suoi amici, che quando ebbe la prima idea di scrivere la grande opera della Teologia Platonica, voleva scriverla in senso tutto pagano, e solo dopo una più matura considerazione, s’era indotto a renderla cristiana.‍[55]

Questa è l’opera principale del Ficino,‍[56] quella in cui cercò raccogliere tutta la sua dottrina e darle un certo insieme e forma di sistema. Ma chi credesse potervi trovare una vera unità filosofica, andrebbe di gran lunga errato: essa mancava nella mente stessa dell’autore, i cui scritti piglian sempre la forma d’una lunga dissertazione, che una folla d’idee secondarie, accattate da un numero infinito d’autori diversi, viene di tratto in tratto ad interrompere e confondere. Non vi si trova nè unità scientifica nè séguito di ragionamento, e neppure eleganza di forme; cosa che poteva attendersi da chi avea consumato la sua vita sopra gli scrittori greci. Tanto è vero che essa procede solo dalla chiarezza e precisione delle idee, da quello spontaneo e libero svolgersi del pensiero, che nel Ficino era stato soffocato.

Nondimeno, nella storia di tutte le scienze e soprattutto della filosofia, v’è una certa unità, una vita che appartiene più alla scienza stessa che ai suoi cultori, che procede continuamente e si fa strada malgrado [59] le volontà particolari, malgrado gli ostacoli d’ogni sorta. Già la battaglia dei platonici e degli aristotelici avea fermata la filosofia sopra una quistione principale, e intorno ad essa si trovava il Ficino costretto a raccogliere le sue idee, recandovi, quasi senza avvedersene, una qualche unità ed ordine di sistema. — In qual modo opera la natura? — domandavano allora tutti i filosofi; non tanto perchè capissero l’importanza della quistione, quanto perchè essa era stata il soggetto della gran lite. Sebbene platonico, il Ficino avrebbe voluto dar ragione ad ambedue i partiti, o almeno tacersi; ma ciò non gli era possibile; bisognava invece fermarsi a ragionare e discutere il soggetto in tutte le sue parti. Così anche nella Teologia Platonica vi fu un problema fondamentale, intorno al quale si andarono di necessità raccogliendo tutti gli altri.

La natura, egli adunque disse, è animata da un numero infinito di anime; l’acqua, la terra, le piante, gli astri, la luce hanno tutte una terza essenza, o sia un’anima loro particolare. Queste anime sono tutte razionali, immortali, ma inseparabili però dai corpi: esse affaticano eternamente la natura d’una in un’altra trasformazione: per esse l’acqua genera spontaneamente animali, la terra continuamente fiorisce, gli astri si muovono con supremo ordine, e tutta la natura procede con eterna ragione. Ma queste anime, rispondono esse all’idea di Platone o pure alla forma di Aristotele? All’una e all’altra, diceva il Ficino. Per Platone, le cose in tanto esistono, in quanto corrispondono ad un’idea; per Aristotele, in quanto hanno una forma: questi riconosce però in ogni cosa una prima forma generale, che è forma di tutte le altre particolari; essa non differisce in fondo dall’idea platonica, e questa è una cosa stessa coll’anima razionale o la terza [60] essenza. Ecco, adunque, in qual modo il Ficino cerca mettere in armonia Platone ed Aristotele.

Questo infinito numero di anime o terze essenze è diviso in dodici ordini, secondo le dodici costellazioni del zodiaco: esse hanno una mutua corrispondenza fra loro, e si specchiano tutte nell’anima dell’uomo, che è quasi il microcosmo della creazione. In conseguenza di ciò, avviene che tutte le anime della natura possono agire su quella dell’uomo, perchè tutte vi trovano riscontro; e in questo modo viene spiegata l’influenza delle stelle. Se la stella Marte in una certa sua posizione può avere influenza sopra un uomo, egli è perchè nell’anima di lui già sono gli spiriti marziali ch’essa chiama in vigore. Se una pietra o un’erba desta in noi una passione e ne spegne un’altra, ciò è perchè l’anima della pietra o dell’erba trova nella nostra la sua corrispondenza o il suo opposto. Così il Ficino colla sua filosofia dava ragione a tutti i pregiudizi del secolo in cui viveva, pregiudizi dai quali non andava esente egli stesso. Attribuiva infatti a Saturno‍[57] la sua abituale malinconia; andava sempre pieno d’amuleti, che mutava continuamente secondo lo stato del suo animo: e nel suo libro De vitâ cœlitus comparandâ,‍[58] fece un trattato compiuto su queste influenze degli astri, delle pietre, degli animali; discorse a lungo sulle occulte virtù dell’agata e del topazio, dei denti della vipera, delle unghie del leone, e via discorrendo.

Nè questa era una singolarità del Ficino, ma, come abbiam detto, il carattere di tutto quel secolo, in cui tali credenze cominciavano a pigliare nuovo vigore e divenivano di giorno in giorno più generali. Sia che i Greci le riportassero d’Oriente, sia che gli animi vi [61] fossero singolarmente inclinati per quella universale mancanza che vi era di sicura fede e di sicura scienza; certo è che gli uomini più gravi di quel secolo ne erano dominati; e non avendo la forza ed il coraggio di credere a se stessi, correvano avidamente dietro a questi fantasmi. L’alchimia, l’astrologia divinatrice, tutte le scienze occulte si propagavano di nuovo per le università e per le piazze. La natura intera sembrava piena di forze occulte, di spiriti misteriosi che parlavano ai mortali: un presentimento di strani casi, di grandi mutamenti, di grandissime sventure era comune a tutti gli uomini, ma più specialmente agl’Italiani. Molti parlavano anche di mutazioni e riforme che si apparecchiavano nella religione. Abbiam visto che il Pletone attendeva il trionfo degli antichi Dei; il grave e dotto Landino tirava l’oroscopo della religione, e dalla congiunzione di Giove e Saturno argomentava che il 25 novembre 1484, avrebbe avuto luogo una grande riforma nella religione cristiana.‍[59] Era un secolo di dubbio e di superstizione, d’indifferenza e di strano esaltamento. Non voleano gl’Italiani difendere la patria, ed affrontavano mille pericoli per ritrovare un codice; dubitavano dell’esistenza di Dio e credevano agli spiriti. Niccolò Macchiavelli, infatti, pensava «che questo aere fosse pieno di spiriti i quali, pietosi ai mortali, li avvertissero con sinistri auguri dei mali che loro soprastavano.‍[60]» E Francesco Guicciardini più tardi assicurava anch’esso, «che gli spiriti aerei, quelli cioè [62] che dimesticamente parlano agli uomini, esistono; perchè n’ho visto esperienza tale, che mi pare esserne certissimo.»‍[61] Marsilio Ficino non faceva, dunque, che portare l’antichità a sostegno delle strane credenze di quel secolo; e la filosofia neoplatonica vi si prestava mirabilmente.

Noi dobbiamo, secondo il Ficino, distinguere nell’uomo due anime: l’una è l’anima sensitiva, o la terza essenza del corpo, che è inseparabile da esso, e dopo la morte lo sottopone alle eterne trasformazioni della materia: l’altra è la mente, o sia l’anima intellettiva, che è il soffio divino in lui infuso dal Creatore. Essa costituisce la nostra alta e universale natura, è il microcosmo del creato, risente il contatto di tutte le anime; e però mentre è attirata dalle cure terrene, soggetta alle passioni, piena di dolori e di miserie, si leva anche alla contemplazione delle cose celesti, può vedere oltre il presente, profetizzar l’avvenire e, nell’estasi, giungere alla beata visione di Dio. Questa visione, che fu concessa a Plotino e Porfirio, è la suprema felicità che possiamo sperare in questa terra; è un’immagine di quella beatitudine che ci attende in cielo. Ma che cosa è l’Essere Supremo secondo il Ficino? Esso è l’Unità. Il perfetto per lui e pei neoplatonici non è altro che l’uno; e però Iddio è essenzialmente uno, anzi è l’Unità stessa. Potrebbe anche dirsi che Iddio è la mente; ma allora bisognerebbe aggiungere che in lui la mente è anima e corpo nello stesso tempo. Il Creatore, poi, non poteva degnarsi di venire in contatto colla natura; ed ha perciò circondato il suo trono di angeli, i quali sono creature immortali e intellettive, per cui mezzo ha avuto luogo la creazione [63] di tutte le terze essenze, che sono alla loro cura affidate. Così dal Supremo Essere si diffonde una serie infinita di anime, che vengono le une per mezzo delle altre create e governate. Nell’uomo soltanto il Signore volle infondere il suo divino soffio; volle che egli fosse opera delle sue mani e fatto a similitudine sua. Per questa ragione, conclude il Ficino, v’è nel centro della mente umana un punto, in cui avviene il sublime contatto della creatura col Creatore.‍[62]

Tale era in sostanza la dottrina del Ficino: una imitazione delle dottrine neoplatoniche; una fusione, per così dire, di tutta l’antichità nella scuola alessandrina; priva di originalità, priva di qualunque unità organica. Malgrado ciò, la scienza ha camminato; ed il Ficino, senza saperlo, ha servito al suo progresso. Quando egli diceva: — Il mare ha una terza essenza sua propria, i fiumi ne hanno un’altra, un’altra ne hanno le pietre, e così via discorrendo; ma v’è una terza essenza più generale, che è l’anima di tutto il nostro pianeta, come in ogni cosa v’è una forma che è forma di tutte le altre; — egli allora, senza punto avvedersene, apriva la via al primo filosofo indipendente ed originale che abbia avuto l’Italia. Che cosa, infatti, fece Giordano Bruno quando, sulle ali d’una nuova filosofia, levò quel volo audace e sublime che tanto dovea essergli fatale? Niente altro che riunire in una sola tutte le anime dei Ficino. — Questa, egli disse, è l’anima del mondo; è mente, anima e corpo nello stesso tempo; è Iddio e natura ad una volta; si manifesta per modi e mondi infiniti; non conosce nè tempo nè misura; in essa si trova l’armonia di tutti i contrari. — Impadronitosi di questa nuova e più alta Unità, in balia [64] di se stesso, abbandonossi alle forze vive del suo ingegno, ruppe le servili tradizioni della scuola platonica, e pieno d’eroico furore si spinse nel libero cielo della scienza, ove il suo astro brilla eternamente. Ma il Bruno non venne che un secolo dipoi, ed il Ficino non sognava di spianar la via ad un ingegno così ardimentoso, che dovea muover guerra a quell’antichità da lui tanto adorata, per amor della quale avea speso tutta la vita.

Oltre i due grandi lavori della traduzione di Platone e della Teologia Platonica, fece Marsilio Ficino un numero infinito di traduzioni degli scrittori alessandrini; trattati, epistole, orazioni; diè pubbliche lezioni nello Studio fiorentino; insegnò a Cosimo, Piero e Lorenzo dei Medici; e fu l’anima della nuova Accademia, la quale sotto di lui cominciò finalmente a fiorire, con grande compiacenza de’ suoi mecenati e con plauso universale.

Quando poi Lorenzo dei Medici venne ad onorarla della sua presenza e s’animò anch’egli in quelle discussioni, v’accorse un numero infinito di dotti, e tutti sollecitarono l’onore d’esservi ammessi. Leggevano i dialoghi di Platone, ed alcuni di essi prendevano le parti dei vari personaggi, le commentavano e difendevano: si facevano lunghe orazioni latine, nelle quali trionfava sempre la vasta dottrina di Marsilio, era applaudito il vario e facile ingegno di Lorenzo. Il 29 di novembre, giorno in cui nacque e morì Platone, e secondo un antico uso solenne fra i platonici, divenne per quell’Accademia fiorentina quasi una festa religiosa. Il busto di quel filosofo, inghirlandato di lauro, messo in luogo eminente, era soggetto di continue apostrofi, di continui inni; ed alcuni andarono così oltre nel loro fanatismo, da proporre [65] che si richiedesse alla corte di Roma la canonizzazione di Platone!‍[63]

Pochi potrebbero immaginarsi l’importanza che acquistò quella riunione di dotti, e l’onore che ne tornò al Ficino, ai Medici ed a Firenze. La città divenne centro degli eruditi italiani; la gioventù studiosa accorreva di Germania, di Francia e di Spagna, per assistere alle pubbliche lezioni del Ficino; i suoi scritti erano letti avidamente in tutta l’Europa; i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi errori e le sue verità, tutto contribuiva a renderlo popolare. Invero, quei dotti e Firenze e l’Italia iniziavano allora una nuova civiltà; per tutto erano cattedre affollate, università fioritissime, un’attività incredibile di studi. La lingua latina, che tutti parlavano; la stampa, che moltiplicava per la prima volta i libri e spargeva in pochi giorni le idee per tutto il mondo; ogni cosa contribuiva a ravvicinare gli uomini, a destare nel genere umano la coscienza della sua unità, ed a far sorgere quel sentimento d’universale fratellanza, che un giorno sarà forse l’ultimo trionfo del Cristianesimo. Quello era infatti il principio della civiltà moderna, e l’Italia fu iniziatrice del gran movimento; divenne scuola e civilizzatrice del mondo; fu maestra a tutte le nazioni d’Europa, che poi la compensarono così amaramente dei benefizi ricevuti. E i dotti, [66] gli eruditi, i servili imitatori degli antichi e lo stesso Lorenzo dei Medici, senza saperlo e senza volerlo, furono anch’essi strumento nella mano di Dio a questa grande opera; lavorarono, loro malgrado, al grande rinnovamento della civiltà moderna, alla conquista della libertà del pensiero!

[67]

CAPITOLO QUINTO. Primo soggiorno in Toscana, viaggio in Lombardia, ritorno a Firenze.
[1482-1490.]

Il Savonarola si trovò di nuovo isolato dopo i primi giorni della sua dimora in Firenze. A misura che egli diveniva più familiare e dimestico con alcuno di quei cittadini, subito scorgeva attraverso quella grande cultura della mente, un dubbio eterno nell’anima, un sarcasmo continuo sulle labbra. Questa universale mancanza di principii e di fede, lo faceva di nuovo rientrare in sè stesso, e lo disgustava tanto più fieramente, quanto maggiori erano state le speranze da lui concepite nell’entrare in Firenze. Negli stessi frati di San Marco non vedea alcuna vera religione, e il nome di Sant’Antonino, che sì spesso ripetevano, era pronunziato piuttosto a stimolo di vanagloria, che di carità. Quei loro vantati studi più di tutto lo sdegnavano: vederli discutere con calore sopra i detti di Platone e d’Aristotele, non curando o non avvedendosi neppure quando l’amor di partito e l’impeto della discussione li portava a contrastare i principii stessi della religione, era cosa per lui nuova ed orrenda. Epperò, sin d’allora cominciò a nutrire nell’animo un certo sdegno e quasi disprezzo per tutti quegli eruditi, letterati e filosofi; sdegno che andò sempre crescendo, e qualche volta lo portò fino a sparlare della filosofia stessa, nella quale tanti anni avea spesi, tante fatiche durate e così valente era divenuto.

Nè è da credere che, a lungo andare, i Fiorentini [68] potessero mostrargli simpatia; giacchè una diversità d’indole, profonda e irreconciliabile, li separava da questo frate nuovamente arrivato. In lui tutto partiva dal cuore, il cui impeto generoso moveva i pensieri stessi della sua mente: i suoi modi però e le forme del dire erano rozze e neglette; la pronunzia aspra; le parole incolte; il gesto impetuoso e quasi violento. I Fiorentini amavano invece nei loro predicatori uno studio misurato di gesti, di parole, di frasi; una imitazione visibile di qualche antico; citazioni continue d’altri: quanto alla sostanza delle prediche, non vi facevano gran caso; spesso anzi applaudivano chi lasciava travedere di crederci poco. Il Savonarola venia fuori ne’ suoi sermoni furioso contro i vizi, e la poca religione del clero e dei secolari; sparlava dei poeti e dei filosofi; condannava lo strano fanatismo per gli antichi; e non voleva citare altro libro che la Bibbia, sulla quale fondava tutti i suoi discorsi. Ma a Firenze pochi volevano leggere la Bibbia, perchè ne trovavano scorretto il latino, e non voleano guastarsi lo stile.‍[64]

Così avvenne che nella chiesa di San Lorenzo, ove l’anno 1483 predicava il frate di San Marco, non si raccolsero mai più di venticinque uditori; mentre a Santo Spirito, ove andava un tal Mariano da Gennazzano, la chiesa non bastava a contenere la folla. Questi era un favorito dei Medici, i quali gli aveano fatto edificare un convento fuori Porta San Gallo, ove Lorenzo il Magnifico, che voleva essere tenuto un uomo universale, andava spesso a trattenersi per disputare con lui di teologia. Il suo nome era divenuto grandissimo in Firenze, massime fra i letterati cortigiani, che correvano a udirlo e lo andavano lodando per tutto. In una lettera [69] assai bella, il Poliziano descrive con molta eloquenza i pregi di questo oratore; ma nel lodarlo, senza avvedersene, scopre invece i difetti di lui e del suo uditorio. «Io andai, egli scrive all’amico Tristano Calco, assai male prevenuto, perchè le grandi lodi mi aveano reso diffidente. Non appena però entrai in chiesa, che l’abito, il volto, la sua figura mutarono il mio animo, e subito desiderai ed aspettai qualche cosa di grande. Io ti confesso che più volte mi è sembrato vederlo ingigantirsi sul pergamo assai al disopra della figura umana. Ecco egli incomincia a parlare. Io son tutto orecchi alla canora voce, alle parole elette, alle grandi sentenze. Discerno poi gl’incisi, riconosco i periodi, son dominato dall’armoniosa cadenza, ec.»‍[65] Così, anche un uomo di tanta dottrina e di tanto gusto, quale era il Poliziano, si fermava a notare principalmente la scelta delle parole e la cadenza dei periodi. La posterità, è vero, ha dimenticato il nome del Gennazzano;‍[66] ma i contemporanei lo levarono a cielo, ed il Savonarola rimanea allora da un tale emulo sopraffatto. Lo stesso Girolamo Benivieni, divenuto fin d’allora seguace del Savonarola, gli diceva: — «Padre, non si può negare [70] che la vostra dottrina sia vera, utile e necessaria; ma il vostro modo di porgere manca di grazia, specialmente essendovi ogni giorno il paragone di Frà Mariano.» — Il Savonarola gli rispose: — «Questa eleganza di parole deve cedere innanzi alla semplicità del predicare sana dottrina.»‍[67] — Ma comunque si fosse dell’avvenire, era certo per ora che l’uditorio del Gennazzano ogni giorno cresceva. Egli studiava le frasi, le parole, i gesti; declamava con eleganza versi latini e greci; citava di continuo Aristotele e Platone: le sue prediche imitavano le orazioni del Ficino nell’Accademia Platonica, le quali erano tenute allora il perfetto modello d’ogni eloquenza; spesso raccontava aneddoti che facevano ridere gli uditori; e sempre si valeva di tutti i mezzi che potessero accrescerne il numero.

Il trionfo d’un tale emulo non doveva certo umiliare il Savonarola; ma chi conosce di quanti triboli sieno seminati i primi passi della vita, fra quante incertezze bisogni lottare prima d’acquistar sicura coscienza di sè, che inevitabile necessità sia per l’oratore la simpatia dell’uditorio, colui potrà facilmente comprendere che il Savonarola non restasse indifferente alla freddezza con cui veniva accolto. Egli si vedeva come arrestato nel principio del suo cammino; gli era chiusa una via necessaria, indispensabile alla sua esistenza. Un momento pensò di abbandonare la predicazione e darsi solo all’insegnamento; ma dipoi il suo impeto naturale si ridestò più forte, e decise di fulminare con voce più terribile i vizi di quel popolo addormentato, e scuoterlo così dal suo letargo.

Quella sua fantasia per sè stessa eccitabile, s’andò allora sempre più esaltando. In luogo di retrocedere, procedeva [71] più oltre nelle sue idee: la freddezza e l’indifferenza del popolo continuavano a persuadergli sempre più la necessità della sua divina missione: innanzi alla mente gli ritornava la storia degli antichi profeti, che tutti e sempre aveano dovuto combattere colla ingratitudine del popolo Ebreo. Il paragone infiammava il suo animo, e dava maggior forza al pensiero d’una feroce guerra contro i vizi del suo tempo, contro gli scandali di Roma; guerra che egli cominciò a riguardare come ordinata dal Signore. Nella preghiera, nelle contemplazioni, nelle estasi si attendeva la diretta visione di Dio, quella visione che la filosofia del Ficino voleva far credere quasi familiare e domestica; ed il Savonarola la desiderò tanto ardentemente, che finì col persuadersi d’essere esaudito.

In questo strano esaltamento di spirito, non è da farsi maraviglia se molte e diverse visioni cominciassero realmente a circondarlo. Un giorno, mentre parlava con una monaca, gli parve ad un tratto che il cielo s’aprisse dinanzi a lui; vide descriversi ai suoi occhi le future calamità della Chiesa, e udì una voce che gl’imponeva d’annunziarle al popolo.‍[68] Da quel momento si tenne sicuro della sua divina missione, la considerò come il supremo dovere della sua vita e non pensò che a poterla adempiere. Avrebbe voluto una voce per tuonare sopra tutta la terra, per gridare a tutti i popoli: «Ravvedetevi, ritornate al Signore.» Le visioni del Vecchio Testamento e dell’Apocalisse si schieravano innanzi alla sua fantasia come cosa reale, e gli raffiguravano le sventure dell’Italia e della Chiesa; gliene [72] simboleggiavano la futura rigenerazione per opera sua. Egli udiva per tutto risuonare voci che gl’imponevano di continuare l’intrapreso cammino, di non lasciarsi vincere dalla stanchezza, di non farsi umiliare dalla indifferenza del popolo fiorentino.

In quell’anno medesimo (1484) ebbe luogo la morte di papa Sisto IV; e mentre che molti si aspettavano dalla nuova elezione un conforto ai tanti mali che travagliavano la Chiesa, si udì invece essere nata fra i cardinali del conclave tanta dissensione, che temevasi d’uno scisma. Ed il Savonarola scrisse allora una poesia nella quale, rivolgendosi a Gesù Cristo, diceva:

Deh! mira con pietade in che procella

Si trova la tua sposa,

E quanto sangue, oimè! tra noi s’aspetta,

Se la tua man pietosa,

Che di perdonar sempre si diletta,

Non la riduce a quella

Pace che fu quando era poverella.‍[69]

La seguíta elezione tolse però ai buoni ogni speranza. Si udirono per tutta Italia i particolari dello scandaloso mercato tenuto nel conclave; si seppero il prezzo e i nomi di coloro che aveano venduto i voti. Ed il pontefice Innocenzo VIII, non appena salito sulla Sedia, condusse le cose a tale, che contro ogni immaginazione degli uomini rese desiderabili i tempi di Sisto! Egli non copriva più i suoi protetti col nome di nipoti, ma li chiamava principi pontificii e li riconosceva apertamente per figli: era non solo padre e padre dissoluto, ma così indulgente verso ogni sorta di vizi, che la corte romana divenne ricovero d’ogni lascivia e d’ogni scandalo. Ognuno era commosso per questi [73] fatti, che minacciavano la religione e disonoravano l’umanità; nè si sapea preveder ove mai dovesse precipitare l’umana società con questa serie di papi che ogni giorno peggioravano. Alla morte di Sisto s’era creduto impossibile il non migliorare, ma ora si perdeva ogni speranza ed ogni fiducia nell’avvenire. Se questi fatti indegnavano in tal modo un popolo così corrotto, che dovea essere del Savonarola? È certo più facile immaginare che descrivere la tempesta che allora aveva luogo nel suo animo.

Fortunatamente, fu mandato a predicare le due quaresime dell’84 e 85‍[70] nella piccola terra di San Geminiano, posta fra i monti di Siena. Essa non era per altro il povero e abbandonato paesello che oggi si vede. I monumenti, le torri che si levano altissime e si scoprono così lontane alla vista di chi percorre la Toscana, le chiese adorne dei più vaghi concetti del Ghirlandaio, attestano ancora che San Geminiano fu una volta fiorente di arti e di senno civile. La sua popolazione non avea certo la squisita raffinatezza dei Fiorentini; ma neppure corrompeva col troppo studio e i molti sofismi la spontanea ingenuità del suo cuore; non perdeva le idee sotto alle frasi; nè, come il Poliziano, cercava nei predicatori solamente maestria di periodi e d’incisi, armoniosa cadenza di parole. Su quei monti e nelle pianure d’intorno la campagna vi sorride un sorriso eterno, la primavera vi è quasi divina, il largo e tranquillo orizzonte che si scopre da quelle alture riconcilia l’uomo colla natura e lo ravvicina a Dio.

Fra le torri di San Geminiano, adunque, la voce del [74] Savonarola echeggiò più sicura e più padrona di sè; egli manifestò per la prima volta quelle idee che da lungo tempo lo dominavano, e mise fuori quelle parole che doveano essere il suo grido di guerra, la bandiera di tutta la sua vita:

1º La Chiesa sarà flagellata,

2º E poi rinnovata;

3º E ciò sarà presto.

Egli medesimo ci avverte che allora non manifestò queste cose come rivelazioni divine, perchè non credette quel popolo ancora maturo; ma si tenne solo all’autorità della Bibbia e della ragion naturale.‍[71]

Invero, la storia del popolo Ebreo non è che una serie di trasgressioni e punizioni continue: vi trovava perciò il Savonarola mille argomenti a provare che la universale corruzione della Chiesa rendeva inevitabile il flagello dell’ira di Dio. E questi argomenti venivano da lui esposti con tanto maggior forza, in quanto erano quelli appunto che aveano cominciato a persuadergli le sue idee prima che esse rivestendosi, per così dire, di realtà e pigliando forma d’immagini divine, gli fossero penetrate più profondamente nell’anima.‍[72] Ogni volta che parlò dei costumi corrotti, ogni volta che annunziò i futuri flagelli, sentì crescersi l’animo; la parola gli venne più franca, più efficace ed eloquente; l’attenzione del popolo era scossa, l’uditorio quasi rapito. A San Geminiano, adunque, egli ritrovò la sua strada; ivi [75] conobbe che i tristi presentimenti i quali agitavano il suo petto, erano del pari nascosti nel cuore delle moltitudini; e che annunziando arditamente i futuri flagelli, egli veniva quasi a rivelare il popolo italiano a se stesso, e trovava sempre un eco universale. Ritornava, dunque, a Firenze più tranquillo e sicuro di sè: ma divenuto più certo dei suoi principii, egli era anche fatto più cauto dall’esperienza, più guardingo e accorto nel parlare a quel popolo indifferente.

Riprese perciò il suo modesto ufficio di lettore fino alla quaresima dell’86, quando fu mandato a predicare in varie città della Lombardia, e principalmente a Brescia. Ivi espose l’Apocalisse. La sua parola fu piena di fervore, il suo accento imperioso, la voce quasi tuonava: egli accusò quel popolo dei suoi peccati, accusò tutta Italia, minacciò l’ira di Dio. Descrisse le figure dei ventiquattro vecchioni, e immaginò che uno di loro sorgesse ad annunziare i futuri danni dei Bresciani. — La città verrebbe in preda di furiosi nemici, e si sarebbero visti per le vie rivi di sangue; le mogli verrebbero tolte ai mariti, le vergini violate, i figli trucidati sotto gli occhi delle madri; tutto sarebbe stato pieno di terrore, di sangue e di fuoco. Concludeva il sermone invitando ognuno alla penitenza, perchè il Signore avrebbe avuto misericordia dei buoni. — La misteriosa immagine del vecchione fece una profonda impressione sul popolo; la sua voce sembrò risuonar veramente da un altro mondo; le sue minacce spaventarono terribilmente. E quando nel 1512 la città dovette sopportare quel feroce sacco dai soldati di Gastone di Foix, nel quale morirono incirca seimila persone, i Bresciani rammentarono allora il vecchione dell’Apocalisse ed il predicatore ferrarese.‍[73]

[76]

Il successo di questo quaresimale fu quello che prima cominciò a spandere in Italia il nome del Savonarola, e pose un suggello alla sua vita, perchè da quel giorno egli non dubitò mai più di se stesso. Il candore però e la bontà dell’animo suo eran tali, che con questa sicurezza di sè cresceva la modestia e l’umiltà. La sua preghiera, la fede, il religioso esaltamento erano divenuti tali, che il suo compagno, Frà Sebastiano da Brescia, andava raccontando come il Savonarola era nella orazione continuamente rapito ai sensi; che nel celebrare la messa si trovava costretto ritirarsi in luogo solitario, tanto il fervore lo portava fuori di sè; che la sua testa gli appariva qualche volta circondata di luce.‍[74]

Un’altra occasione dètte al Savonarola un secondo successo. Tenevasi a Reggio un Capitolo di Domenicani, nel quale si doveano trattare discussioni teologiche e quistioni concernenti la disciplina: egli v’intervenne, ed insieme con lui v’assistevano non solo un gran numero d’ecclesiastici, ma ancora alcuni laici di grandissima fama nelle lettere e nelle scienze. Fra questi, quegli che più di tutti richiamava l’attenzione, era il celebre [77] Giovanni Pico, principe della Mirandola.‍[75] Non aveva allora che ventitrè anni, ma già era conosciuto nel mondo come un prodigio d’intelligenza, e tutti gli davano il nome di Fenice degl’ingegni. Fin da’ suoi più teneri anni, fecero in lui maraviglia il precoce ingegno e la portentosa memoria. Avanzatosi ben presto negli studi, volle percorrere tutte le università d’Italia e di Francia, assistere a tutte le lezioni. Non contento di scrivere latino e greco più facilmente che il suo natio linguaggio, fu il primo che si désse in quel tempo allo studio delle lingue orientali, e di qualunque altra potè trovare un maestro o una grammatica; tanto che ebbe fama di conoscerne ventidue. E come nelle lingue, così nelle scienze sperava di essere universale, e pensava di potere abbracciare tutto lo scibile de’ suoi tempi. Furono poi tante le lodi che ricevè da tutti, e venne in tale opinione di sè, che andato a Roma propose di rispondere pubblicamente sopra novecento conclusioni, nelle quali pretendeva di aver raccolto lo scibile; ed invitò in suo nome tutti i dotti, promettendo ai meno agiati di pagar le spese del viaggio. Quelle conclusioni erano, in vero, una povera cosa, ed in fondo non contenevano nulla; pure alcune di esse riguardando l’astrologia divinatrice, furono tutte dal papa condannate, e la sfida perciò non ebbe effetto. Il Pico scrisse subito la sua Apologia e si sottomise alla Corte di Roma; sebbene la sua fama in luogo di sminuirne, fosse andata per questi fatti sempre crescendo. E certo, dopo il nome di Lorenzo de’ Medici, non ve n’era un altro che si fosse sparso nel mondo, quanto quello del Mirandolano. La posterità è stata però assai più severa, ed a poco a poco quella fama s’è andata oscurando: la sua vasta erudizione era, per verità, [78] poco profonda; egli restava assai indietro al Poliziano nelle lettere, al Ficino nella filosofia.‍[76] Delle ventidue lingue che si vantava di conoscere, era sì poco pratico, che un ebreo potè vendergli sessanta codici come libri scritti per comando di Esdra, mentre non erano che la notissima cabala: di alcune altre sapeva poco più che l’alfabeto. In italiano scrivea poi senza alcuna eleganza, ed i suoi giudizi erano tanto mal sicuri, che egli fu di coloro i quali preferivano le poesie di Lorenzo a quelle del Petrarca e di Dante.‍[77] Nondimeno, molti erano i meriti del Pico. Egli fu il primo ad allargare l’erudizione del suo secolo nelle lingue orientali, che innanzi a lui non erano da alcuno studiate; egli dètte l’esempio d’un’attività instancabile, spesa tutta nel culto delle lettere; di un principe che rinunziava agli onori del suo grado per vivere da uguale fra gli studiosi. Il suo facile ingegno, la portentosa memoria, il conversare svariato e vivace, le maniere nobili e gentili, la bella e giovanile presenza, i biondi capelli che profusamente inanellati gli cadevano sulle spalle, tutto destava in lui simpatia ed aiutava a diffondere il suo nome.‍[78] — Tale era l’uomo intorno a cui facevano corona tutti i dotti [79] che si trovavano nel capitolo di Reggio, a cui mostravano singolare deferenza anche i più alti dignitari ecclesiastici.

Il Savonarola sedeva in mezzo ai frati, tutto concentrato in se stesso: la testa avvallata nel cappuccio; il volto pallido e scarno; l’occhio infossato, immobile e vivissimo; la fronte solcata da rughe profonde; tutto attestava nella sua figura un animo dominato da forti pensieri. Chi lo avesse quel giorno paragonato al Pico, vedendo l’uno così vago, gentile, socievole e leggiero; l’altro grave, solitario, severo e quasi duro, li avrebbe giudicati due caratteri in opposizione fra loro, due uomini che non potrebbero giammai intendersi. Eppure quel giorno doveano divenire amici per tutta la vita. Nel Pico, la fama, gli elogi e l’opinione che aveva di sè, non erano arrivati a guastargli il cuore. Il suo animo, diverso assai da quello dei dotti del suo tempo, era essenzialmente buono, si apriva ingenuamente alle sante ispirazioni del vero e del bene; e questo dovea, malgrado ogni contraria apparenza, stringere fra due uomini così diversi un’amicizia eterna.

Quel giorno il Savonarola s’accese fortemente nella disputa. Fino a che si parlò di domma, egli restò immobile e silenzioso; non prese parte in una disputa nella quale si faceva prova solamente d’acume scolastico: ma quando si venne a parlare della disciplina, allora si levò, e la sua voce parve quella medesima di Brescia, scosse come una folgore gli uditori, li tenne immobili ed attoniti. Parlò contro la corruzione del clero, e l’impeto delle parole lo trascinò cosiffattamente, che egli medesimo durò fatica a fermarsi. Il suo discorso lasciò in tutti impressione d’un uomo straordinario, d’un uomo animato da uno spirito superiore.‍[79] Molti [80] vollero conoscerlo, parecchi principi si misero con lui in corrispondenza di lettere; ma quegli che più di tutti restò rapito dalla sua eloquenza, fu il giovane Pico, che da quel giorno divenne ammiratore, seguace ed uno degli amici più cordiali del Savonarola. Cominciò a levarne a cielo il nome, a spanderne la fama per tutta Italia; e fermatosi a Firenze, non fu contento sino a che non ebbe persuaso Lorenzo dei Medici d’invitarlo a venire nuovamente in San Marco. Ivi si strinse sempre più la loro amicizia; l’ammirazione del Pico andò ogni giorno crescendo; ed è fuori di dubbio che solo la morte prematura gl’impedì di vestir l’abito ed entrare anch’egli nel convento.

Il Savonarola rimase ancora nella Lombardia fino al gennaio dell’anno 1470, quando partì per andare a predicare in Genova.‍[80] Ai 25 di quel mese egli era a Pavia, donde scriveva alla madre una lunga lettera, piena d’affetto e di abbandono. Si scusa di non aiutar la famiglia d’altro che orazioni, giacchè la sua professione di religioso gl’impedisce di fare altrimenti; egli però prende coll’animo parte a tutti i loro dolori, a tutte le gioie. «Io ho rinunziato a questo mondo e sommi dato a lavorare la vigna del Signore in diverse città, per salvare non solo l’anima mia, ma ancora quella degli altri. Se il Signore m’ha dato il talento, bisogna che l’adoperi come a lui piace; e poi che m’ha eletto a questo santo ufficio, siate contenta che l’adempia fuor della patria mia, perchè vi faccio assai maggior frutto che a Ferrara. Ivi mi avverrebbe come a Cristo, quando i suoi compatrioti dicevano: Non è costui fabro e figliuolo d un fabro? Ma fuori della patria mia [81] non mi è detto così; anzi quando mi voglio partire, piangono uomini e donne, ed apprezzano grandemente le mie parole. — Io credevo di scrivere pochi versi; ma l’amore ha fatto trascorrere la penna, e vi ho aperto il mio cuore assai più di quello che non avevo pensato di fare. Sappiate adunque, che esso è più che mai fermo ad esporre l’anima, il corpo e tutta la scienza che Iddio m’ha data per amore di lui e salute del prossimo; e poichè questo non posso farlo nella patria, voglio farlo di fuori. Confortate tutti al ben vivere. Oggi partirò per Genova.»‍[81]

Dopo aver predicato la quaresima del 90 a Genova, il Savonarola era, per le istanze di Lorenzo il Magnifico, richiamato dai suoi superiori a Firenze. E così il fiero nemico dei Medici, il sovvertitore della loro potenza, veniva da essi medesimi invitato e pregato. Malgrado la sua accortezza, Lorenzo ignorava che tristi danni apparecchiava alla sua casa, e che fuoco accendeva in quel convento dal suo avo edificato.‍[82]

[82]

Il Savonarola non aveva ancora dimenticato la glaciale indifferenza dei Fiorentini, e non voleva esporvisi una seconda volta. Riprese perciò di nuovo l’insegnamento dei novizi di San Marco, che a poco a poco divennero la sua cura più tenera, la sua speranza più cara. Infondeva in loro i suoi sentimenti e le sue idee, e aspettava intanto giorni migliori. Ma il suo nome era già noto, e l’opinione del Pico avea molto peso in Firenze; onde un numero d’amici più benevoli lo pregavano che soddisfacesse alla curiosità del pubblico, e permettesse che almeno alcuni pochi venissero a udire le sue lezioni. Ed egli finalmente volle consentirlo: nel chiostro di San Marco, sotto una pianta di rose damaschine, che per la venerazione de’ suoi frati s’è andata fino ad oggi rinnovando, cominciò ad esporre l’Apocalisse ad un cerchio ristretto di pochi e benevoli uditori. Ma il numero ne andava ogni giorno crescendo; ogni giorno v’erano nuove istanze perchè salisse una volta sul pergamo. Non volendo più resistere a queste domande, raccomandò ai suoi uditori che pregassero per lui il Signore, ed un sabato disse loro: — Domani parleremo in chiesa, e sarà lezione e predicazione.‍[83] —

Era il primo d’agosto di quel medesimo anno 1490; San Marco era affollato di gente, che voleva conoscere questo nuovo predicatore, il quale, passato altra volta inosservato in Firenze, avea saputo levare così gran fama di [83] sè nel resto d’Italia. Il Savonarola finalmente salì sul pergamo, ed egli stesso lasciò scritto che fece quel giorno una predica terribile. Continuò l’esposizione dell’Apocalisse; le mura di San Marco echeggiarono per la prima volta delle sue famose conclusioni, ed egli riuscì per un poco ad infondere in quella moltitudine estatica l’impeto del suo cuore; la sua voce parve quasi più che umana. Il successo di quel giorno fu compiuto; egli divenne il soggetto dei discorsi di tutte le brigate fiorentine; gli eruditi lasciarono un momento Platone, per disputare sui meriti del predicatore cristiano.

Ma egli non si lasciò illudere da questo momentaneo trionfo; capì che gli eruditi avrebbero ben presto mossa una guerra ostinata, e non potendo apporgli altro, lo avrebbero certamente accusato di poca dottrina. Onde, per ispegnere queste voci prima che nascessero, si decise a metter fuori parecchi de’ suoi scritti, acciò servissero nel medesimo tempo d’istruzione al popolo e di risposta agli eruditi. E noi prenderemo in esame questi primi lavori, affinchè ci facciano conoscere più da vicino il suo ingegno; del quale ancora non si è potuto dir nulla, per essersi perduto quasi tutto ciò che egli avea predicato o scritto finora.

[84]

CAPITOLO SESTO. La filosofia del Savonarola.

Fra tutte le opere del Savonarola, i suoi scritti filosofici, che servirono la più parte ad uso dei novizi, sono quelli che furono tenuti in minor conto. Quasi tutti i biografi, senza neppur leggerli, pigliarono in uso di ripetere ch’erano una debole e servile imitazione d’Aristotele e di San Tommaso. Più cose hanno contribuito a spargere questo giudizio, secondo noi, falsissimo: dapprima il piccolo volume di quelle opere, e il non essere tenute in grande considerazione neppure dal Savonarola medesimo: dipoi, le tante accuse che egli fece alla filosofia, ai filosofi ed alla vanità dei loro studi. Non potevasi credere che un uomo il quale avea tanto sparlato d’una scienza, potesse in quella medesima far cosa alcuna di pregio; ed a questo aggiungevasi, che quegli scritti, essendo veramente in molte parti una traduzione o un compendio di Aristotele e San Tommaso, confermavano secondo ogni apparenza il giudizio prevalso.

Tutte queste cagioni però, non poterono rimuoverci dal prenderli in maturo esame, nè dal desiderio di accertare noi medesimi intorno alla verità dell’opinione generalmente adottata. Noi sapevamo fra quali tenebre andassero nascosti i primi lampi di luce che mandò la filosofia moderna, e quanto agli storici fosse stato difficile rintracciarli: sapevamo come in quel tempo tutti indistintamente imitassero Aristotele o Platone o qualche altro antico; ma quando fu giunta l’ora in cui la nuova filosofia dovea risorgere, essa fecesi strada attraverso aristotelici e platonici, attraverso tutte le scuole. [85] Allora imitatori, traduttori e commentatori cominciarono a poco a poco a risentire una nuova vita, a prendere un nuovo cammino; ma difficilmente si trova fra questi primi novatori alcuno che abbia lasciato del tutto la scorta di qualche antico. Non è dunque l’avere o no seguito Aristotele, l’averlo o no imitato e copiato in molti luoghi, ciò che deve farci giudicare il vero merito d’un filosofo del risorgimento; ma egli è piuttosto l’avere o no riconosciuta l’autorità della propria ragione, della propria coscienza. Vive in essi veramente lo spirito nuovo? Ecco ciò che noi chiediamo. E così, nel prendere in esame gli scritti del Savonarola, non siamo andati cercando quante volte ha tradotto Aristotele, imitato Boezio, copiato San Tommaso; ma abbiamo cercato piuttosto se v’era qualche pagina in cui il Savonarola dicesse: vogliamo credere alla nostra propria esperienza, alla nostra ragione; vogliamo una volta credere alla voce che parla nella nostra coscienza, e nella coscienza del genere umano.

Ed invero, ciò che non poteva indurci a seguire l’opinione universalmente adottata dagli altri biografi, era il considerare con quanta energia il Savonarola avesse sempre combattuto sul pergamo tutta l’antichità, la quale andava invadendo col suo paganesimo la società di quei tempi. Mille volte egli aveva accusato di materialismo quella filosofia aristotelica di cui lo voglion far così cieco seguace. — «Il vostro Aristotele, egli soleva dire continuamente, non riesce a provare neppure l’immortalità dell’anima: rimane incerto sopra punti così capitali, che io non so veramente comprendere come voi possiate affaticarvi perdutamente dietro alle sue carte.» — Ma per noi era anche di maggior peso l’osservare come nei suoi scritti teologici il Savonarola ragionasse con tanta libertà, con tanta indipendenza, con un’analisi tanto [86] sottile, un indurre così accorto. Di maniera che, volendo noi seguire l’opinione comune, ci saremmo veduti forzati a dire: — Il Savonarola ebbe due filosofie affatto contrarie fra loro: in una egli era schiavo d’Aristotele, seguace di quella scolastica che tanti aveano già abbandonata; e questa filosofia egli espose nei suoi scritti filosofici, insegnò ai novizi: in un’altra era libero, indipendente, pieno d’ardire e di fierezza; e questa si trova in un numero infinito di scritti teologici ed ascetici, la manifestò sul pergamo, la confermò con tutta la sua vita. — Il desiderio di risolvere una tal contradizione ci costrinse ad esaminare con molta diligenza gli scritti ed i principii filosofici del Savonarola; dopo di che a noi è sembrato che ogni contradizione sia sparita.

Due scuole di filosofia regnavano a quel tempo in Italia: la Platonica e l’Aristotelica. La prima, cominciata con l’Accademia di Firenze, si allargò verso il mezzogiorno; e procedendo sempre più oltre nelle sue idee, andò a finire, come abbiam visto,‍[84] nell’idealismo trascendentale di Giordano Bruno. La seconda cominciata a fiorire col Pomponaccio ed altri molti, si sparse invece nelle università di Bologna, Pavia, Padova e in tutta l’Italia superiore; raccomandò l’esperienza, dètte uno slancio grandissimo alle scienze naturali, e raggiunse in Galileo Galilei il suo più alto grado. Così, fra i moderni come fra gli antichi, Aristotele fu il vero instauratore della filosofia sperimentale; ed a torto la sua fama andò scadendo presso molti che non seppero distinguere il vero Aristotele da quello della Scolastica.

Da queste due scuole ne risultò più tardi una terza, che si può dire iniziata da Bernardino Telesio e stabilita da Tommaso Campanella. Il Telesio studiò a Padova, dove fu educato nella filosofia sperimentale e nelle scienze naturali. [87] Egli volle combattere Aristotele e raccomandare l’esperienza, ma nel fatto seguì piuttosto Parmenide, con le cui idee scrisse il libro De Rerum Natura: tornato in patria, vi fondò la celebre Accademia Cosentina. In essa s’andò educando Tommaso Campanella frate domenicano, il quale dalla natura ideale del suo ingegno fu portato a deviare alquanto dalla via tenuta dal Telesio; e così ebbe propriamente origine la terza scuola di cui parliamo. Il Campanella, da un lato raccomandava l’esperienza, e dava, nella formazione delle nostre conoscenze, una parte così grande alla sensazione, da sembrar quasi un puro sensista; da un altro lato, ammetteva una cognitio abdita, o sia un intuito delle prime idee, delle quali diceva che senza aiuto della sensazione noi abbiamo una certezza maggiore d’ogni altra: ma non potè mai trovar modo di scendere da queste prime idee alle sensazioni, o dalle sensazioni risalire alle idee. Onde la sua dottrina riuscì nel fondo un imperfetto ecclettismo, nel quale la filosofia sperimentale si trova accanto ad una specie d’idealismo neoplatonico, a cui l’autore era per natura inclinato; e la teologia di san Tommaso ci si va sempre mescolando; senza che questi diversi elementi arrivino mai a fondersi insieme, o a prendere unità di sistema. Di tratto in tratto si vedono però lampi di genio maraviglioso, e per tutto una libertà, una indipendenza di pensare grandissima: quella dottrina era, infatti, concepita da una mente vasta, ardita, intraprendente; e quantunque disordinata e confusa, pure capace non di rado d’una penetrazione e precisione straordinaria.‍[85]

[88]

Nel Savonarola s’erano riscontrate, in modo singolare, quasi tutte le medesime condizioni che fecero più tardi nascere la filosofia del Campanella. Domenicano anch’egli, aveva fatto un lungo studio delle opere di San Tommaso, la cui dottrina formò parte di tutte le sue idee: educato nei suoi primi anni nelle scienze sperimentali e nella filosofia aristotelica, venne dipoi a Firenze, ove si trovò nel centro della filosofia neoplatonica, accanto a Marsilio Ficino ed all’Accademia, con un’indole che lo portava quasi al misticismo. E l’ingegno stesso del Savonarola avea non poca somiglianza con quello del Campanella. Anch’egli era uno spirito libero ed ardito che avrebbe colla sua mente voluto abbracciar l’universo; anch’egli prendeva a volte una luce ed una forza inopinata, mentre a volte si perdeva nelle formole della Scolastica. Aveva però un vantaggio sul Campanella, in quanto che nel fondo del suo cuore e della sua mente v’era un’idea morale, chiara, precisa, potente; anima de’ suoi pensieri, luce della sua vita, unità della sua esistenza. Le filosofie di questi due domenicani hanno perciò tanta somiglianza fra loro, che è molto da maravigliarsi come altri prima di noi non l’abbia osservata.‍[86]

[89]

Venendo ora a discorrere partitamente delle opere filosofiche del Savonarola, innanzi tutto, che dai vecchi cataloghi dei suoi manoscritti apparisce come egli avesse molto studiato la scienza e lasciato parecchi lavori, che sono dipoi andati smarriti, fra i quali vogliamo citare un compendio di quasi tutte le opere di Platone e d’Aristotele.‍[87] Ma le operette a stampa si riducono tutte in un sol volume, che contiene quattro piccoli trattati: Compendio di filosofia, di morale, di logica, e [90] finalmente un opuscolo sopra la Divisione e dignità di tutte le scienze.‍[88]

La filosofia incomincia a parlare dell’ente, del moto, del primo motore, del cielo, della generazione e corruzione delle cose; e così discorrendo, piglia in esame la natura intera, e cominciando dagli oggetti inanimati, percorre tutta la scala insino all’uomo. Ci descrive il mondo, come lo descrivevano allora gli aristotelici; cioè quasi un grande animale in cui si trovano tre grandi anime; la vegetativa, la sensitiva e l’intellettiva. Non staremo però in questo a seguire minutamente l’autore, perchè egli non fa che ripetere le idee della scuola, e niente altro. Ma nella teorica della cognizione noi riconosciamo la mano ardita del Savonarola, il suo libero ingegno; e però la esporremo più particolarmente. «Bisogna cominciare dalle cose più note, egli dice, per andare alle ignote; giacchè solo per questa via si perviene facilmente a ritrovare il vero.‍[89] Le sensazioni sono le cose a noi più note e vicine; esse vengono raccolte dalla memoria, ove la mente viene a trasformare più sensazioni particolari in una sola regola generale, o esperienza. Dopo ciò essa non si ferma ancora, anzi procede oltre, e da molte esperienze unite insieme raccoglie le verità universali.‍[90] Perciò la vera esperienza [91] si volge verso i primi principii, le prime cause; è speculativa, libera, altissima.‍[91] Ogni nostra conoscenza, adunque, comincia dal senso; onde nella filosofia, quella parte che è della sostanza sensibile deve precedere l’altra che è della sostanza sovrasensibile.»‍[92] Altrove egli discorre in questo modo il processo con cui la sensazione si trasforma in idea. «Le sensazioni si raccolgono in forma d’immagini nella nostra fantasia; ivi l’intelletto se ne impadronisce, e per virtù sua propria le trasforma in atti intellettivi.‍[93] Dal senso, adunque, senza un raziocinio propriamente detto e senza alcuna autorità di dottore, si formano le nostre cognizioni. L’intelletto stesso però, non potrebbe trasformare le sensazioni in idee, senza preesistenti cognizioni intellettive; privo delle quali non sarebbe altro che una potenza, incapace di venire all’atto del conoscere, incapace di comprendere il significato stesso delle parole. Ogni dottrina, adunque, deve esser fondata sulle preesistenti cognizioni dei sensi, e sulla preesistente cognizione dei primi principii. Questi poi si conoscono senza alcuna dimostrazione, perchè [92] veri e per sè evidentissimi.‍[94] Essi, infatti, ci sembrano in apparenza lontani da noi e difficilissimi ad intendersi; ma in sostanza la loro essenza stessa è la verità e l’evidenza. Non sono veri solamente in quanto a sè; ma ancora in quanto formano e sono la verità di quegli altri principii di esperienza, che a noi sembrano più vicini e più facili. Ed invero, le cose in sè più note son quelle che partecipano più dell’actum essendi; come appunto sono Iddio, le prime intelligenze ed i primi principii. Il nostro intelletto procede dalla potenza all’atto del conoscere: in potenza, esso vede con evidenza e quasi per intuito quei primi principii chiarissimi e vicini alla nostra mente; ma quando si viene all’atto del conoscere, quando cioè noi siamo forzati a salire dal particolare al generale, allora invece li troviamo ultimi e difficilissimi.»‍[95] La difficoltà, adunque, non è già di conoscere le [93] preesistenti cognizioni dell’intelletto; ma essa sta nel mettere in rapporto le prime sensazioni con le prime idee, nel riempire l’immenso vuoto che è fra loro, cioè a dire nel fondare la scienza stessa.

In questo modo il Savonarola poneva, con acume grandissimo, il problema fondamentale della filosofia; ma egli non andava più oltre di ciò, nè volle pure arrischiarsi a superare le difficoltà che sì chiaramente avea vedute. Ci ripete più volte che l’induzione è il metodo più efficace per passare dal noto all’ignoto; ma si contenta di queste troppo vaghe generalità, e così rimane nel suo sistema quel vuoto medesimo che più tardi troviamo nella filosofia del Campanella. Anche nel nostro autore, infatti, si possono notare assai spesso più ordini d’idee che mal si conciliano insieme: anche nella sua mente le dottrine platoniche ed aristoteliche andarono mescolate insieme colla teologia di san Tommaso, senza mai compiutamente armonizzarsi fra loro. Di tale errore si potrà nondimeno più facilmente scusare il Savonarola, in quanto che egli non fece della filosofia il suo unico studio, e in quei brevissimi trattati, scritti solo per aiuto dei novizi, non era possibile affrontare e molto meno risolvere il problema più arduo della scienza.

Di questa prima parte degli scritti filosofici, o sia della filosofia propriamente detta, non ci resta a dire altro, perchè l’autore segue nel resto servilmente Aristotele, e spesso lo traduce. Passiamo quindi alla [94] morale. In questo secondo trattato egli segue ancora san Tommaso; ma piega un poco più alle idee neoplatoniche, e vi si scorge chiarissima la prossimità dell’Accademia e del Ficino. L’ultimo fine dell’uomo, egli dice, è la beatitudine, la quale non istà già nella contemplazione delle scienze speculative, come vogliono i filosofi naturali, ma nella pura visione di Dio. In questa vita non possiamo averne che un’immagine lontana, un’ombra incerta; nell’altra solamente potremo gustarne la pienezza e la realtà. Sebbene questa beatitudine non si possa raggiungere per sola forza umana, pure l’uomo deve cooperarvi mediante un motus ad beatitudinem, che gli dà la disposizione necessaria a riceverla. Non v’è che Dio, il quale è per sè stesso beato; l’uomo ha bisogno di molti sforzi, motibus multis; e questi non sono altro che le opere buone, le quali si dicono anche meriti, perchè la beatitudine è il premio delle azioni virtuose.‍[96] E qui bisogna notare che, tanto in filosofia come in teologia, il Savonarola ha sempre insistito sulla efficacia e necessità delle buone opere, e quindi sulla libertà umana. «Ciò che distingue l’uomo dagli animali, esso dice, è il libero arbitrio, il quale non è una qualità o un abito, ma è l’essenza stessa della volontà; est ipsa hominis voluntas.»‍[97] Si scaglia poi contro gli astrologi, che la fanno soggetta agli astri. «La nostra volontà non può essere mossa fatalmente da alcuna forza estranea; sieno gli astri, sieno le passioni, sia Iddio medesimo. Il Creatore, infatti, conserva e non distrugge, muove il creato e tutte le cose secondo le leggi della loro natura. Or la nostra volontà è di sua natura essenzialmente libera; essa è la libertà stessa: Iddio, dunque, non potrà muoverla che [95] liberamente, se non vuole distruggerla.» Noi potremmo notare in questo trattato moltissime osservazioni giuste ed acute; ma avremo occasione di trovarne maggior copia in altre sue opere: onde per ora le lasciamo da banda. Vogliamo però citare alcune sue idee intorno alla veracità; perchè servano a combattere l’opinione di coloro i quali vorrebbero credere che il Savonarola assumesse un carattere che sapeva non essere il suo, e si fingesse profeta per meglio condurre il popolo. Questa opinione noi crediamo combattuta dalla storia dei fatti e dalle parole stesse del Savonarola, delle quali ora diamo un solo esempio. «Per veracità noi intendiamo un certo abito, secondo il quale l’uomo nell’azione e nelle parole si mostra tale quale egli è veramente, e piuttosto minore che maggiore.... Questo non è già un dovere legale, bensì morale; in quanto che, per onestà, è certamente un debito che ogni uomo ha verso il suo simile, e la manifestazione del vero è sempre una parte di giustizia.»‍[98] Non ci fermeremo qui a parlare della politica e dell’economica, che secondo le dottrine scolastiche facevano parte della morale; perchè avremo occasione di discorrerne più largamente nell’esaminare le idee politiche dell’autore. Nemmeno prenderemo in esame la logica; giacchè essa non è altro che un sunto della dialettica degli scolastici; e le poche idee che si trovano in essa di qualche importanza, le abbiamo già esposte più sopra.

Ci resta ora a dir qualche cosa dell’opuscolo intorno alla Divisione di tutte le scienze, scritto dal Savonarola quando lo accusavano di tenere in dispregio la poesia e di non fare alcun conto della filosofia. Egli allora, per difendersi, presentò un quadro generale di tutte le scienze, mostrando che dava a ciascuna il suo proprio [96] luogo, e le rispettava tutte secondo la loro dignità. Il quadro che egli presenta, è chiaro, preciso e felicemente condotto; ma in fondo, non è altro che la divisione medesima degli scolastici. La filosofia vien divisa in razionale e reale: la prima serve a guidar la ragione, ed è la logica: la seconda tratta dell’ente reale, e suddividesi in pratica e speculativa. — La pratica poi si divide in meccanica e morale, secondo che tratta delle professioni meccaniche o delle azioni morali dell’uomo; e la morale suddividesi in etica, economica e politica. — La filosofia speculativa si tripartisce in tre scienze: fisica, matematica e metafisica, secondo che tratta di ciò che è inseparabile dalla materia, di ciò che può separarsene solamente per astrazione, o di ciò che è assolutamente immateriale. — La metafisica siede regina di tutte le scienze, va in cerca dei più alti veri, più di tutte nobilita ed eleva l’uomo.‍[99] [97] Ma questo però è un parlar secondo puri naturali, aggiunge il Savonarola; perchè, cristianamente parlando, la vera ed unica scienza è la teologia. Tutte le altre considerano cose particolari sotto aspetti particolari: essa solamente considera il tutto sotto un solo ed universale aspetto; essa è la scienza prima, e guarda tutte le cose nella prima causa: ma perciò appunto non le basta il lume naturale, ed ha bisogno del lume divino. Di qui è facile vedere come innanzi a questa scienza suprema, tutte le altre debbano oscurarsi e cederle il luogo; onde quel soverchio disprezzo che il Savonarola manifestò più tardi per la filosofia, la poesia e tutti gli studi profani in genere.

Noi ci siamo fermati solamente alle divisioni principali, e non volemmo venire a parlar della poesia (di cui, secondo il costume scolastico, egli fa una parte della logica), perchè anche di ciò avremo altra volta occasione di parlare più a lungo. Ci basti ora riportar le parole che dice contro coloro che in ogni cosa, ma specialmente nella poesia, volevano servilmente correr dietro agli antichi. «Alcuni si sono talmente ristretti e talmente hanno sottomesso il proprio intelletto al carcere degli antichi, che non solamente non vogliono dir nulla contro il loro costume, ma nulla che essi non dissero.... Che ragione è dunque questa, qual nuova forza d’argomentare? Gli antichi non hanno parlato così, epperò neppure noi parleremo in tal modo. Se dunque gli antichi non fecero una bella azione, neppur noi dovrem farla?»‍[100] E tale fu sempre il suo linguaggio. In quel secolo in cui non si scrivea libro che non fosse per levare a cielo gli antichi, il Savonarola era solo a [98] prendere la penna e muovere la voce contro di loro. Ma egli fece ancora di più, quando, dimenticando affatto gli antichi, prese a guida la propria ragione, e appoggiandosi solo ad essa, procedette innanzi. Nè ciò fece solo negli scritti filosofici, ma, come abbiam detto più sopra, se ne trova un numero infinito d’esempi nelle prediche e nelle opere teologiche. Si pigli, infatti, il Trionfo della Croce, il suo lavoro principale; quello in cui espose tutta la dottrina cristiana con ragioni naturali. Ivi, nel proemio, egli discorre così: «E perchè in questo libro noi vogliamo disputare solamente con ragione, non ci fonderemo in alcuna autorità; ma per tal modo procederemo come se non si avessi a credere a veruno uomo del mondo, quantunque sapiente, ma solo alla ragione naturale.»‍[101] Ed altrove: «Noi bisogna per le cose visibili venire in cognizione delle invisibili, perchè ogni nostra cognizione comincia dal senso, il quale conosce solamente gli attributi corporali estrinseci; ma lo intelletto nostro, per la sua sottilità, penetra insino alla sostanza delle cose naturali, dalla considerazione delle quali si leva fino alla cognizione delle cose invisibili»‍[102] Nè si creda che questi sieno dei pensieri staccati che ci è venuto fatto di trovare nel corso dell’opera; perchè si trovano invece in sul bel principio di essa, e vi stanno ad esporre il disegno ed il metodo con cui deve esser condotta. Ogni capitolo comincia col premettere l’ipotesi, che non si sia imparato nulla da alcun uomo del mondo; col ripetere che non bisogna accettare altra autorità che la propria esperienza, la propria ragione; e così dal noto andando all’ignoto, procede infino alla fine.

Se ora si voglia riflettere che il Savonarola vivea [99] quando ancora non era finito il secolo XV, quando il più gran filosofo dell’Europa era Marsilio Ficino, si dovrà senza dubbio consentire che egli fu primo‍[103] a scuotere il vecchio giogo dell’autorità in filosofia, e che le lodi da noi dategli sono veridiche e fondate sopra un esame accurato ed imparziale dei suoi scritti. Già l’antico biografo Pacifico Burlamacchi, che avea conosciuto di persona il nostro frate, lasciò scritto: «che fino dalla prima infanzia non volle giudicar gli autori secondo la maggior fama, nè seguire quelle opinioni solamente che erano in voga, ma avea sempre l’occhio alla verità ed alla ragione.»‍[104] Queste poche e semplici parole sono un ritratto assai più fedele di qualunque altro ce ne abbiano dato i biografi posteriori; e noi, dopo aver molto considerato le opere del Savonarola, torniamo al giudizio del vecchio cronista.

Sentiamo però l’obbligo di dire al nostro lettore, [100] che non vogliamo con ciò tenere il nome del Savonarola tanto alto nella storia della filosofia, da dargli una importanza scientifica maggiore di quella che egli ebbe veramente. Assai spesso trascurò questa scienza; l’accusò di continuo, qualche volta anche disprezzandola; e volle quasi nascondere quei suoi brevi trattati, che perciò vennero in dimenticanza. Non si troveranno esaminati in nessuna storia della filosofia, non si troveranno citati in alcun filosofo posteriore; e lo stesso Campanella, il quale, come abbiam visto, potrebbe dirsi un suo seguace, non ebbe forse neppure una lontana notizia della loro esistenza. Ma se queste ragioni possono diminuire l’importanza che quegli scritti ebbero nella storia della filosofia, non potranno certo di niente scemarne il peso, quando si tratta di portare un giudizio sulla mente di chi li dettava. E per noi era di somma importanza il conoscere la forza intellettiva d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose de’ suoi tempi; tempi nei quali in tutta Europa si apparecchiava il rinnovamento della civiltà ed il ripristinamento dell’umana ragione. Qualunque fosse stata la missione del Savonarola, qualunque la sua indole e i fini che egli ebbe, era per noi sopra ogni altra cosa indispensabile il determinare l’altezza speculativa della sua mente, il decidere se egli dovea o no andare fra gli uomini nuovi. E ci pare omai certezza, che se il Savonarola non va messo alla testa del risorgimento, del quale ebbe come una profetica visione; se non viene considerato come il precursore di tutti coloro che più tardi ne fecero parte, e dei quali egli ebbe in supremo grado le eroiche virtù, le ardite aspirazioni e gli strani errori; non si potrà mai comprender nulla di quest’uomo, sul quale si è tanto scritto, senza che alcuno sia ancora riuscito a determinarne il vero carattere.

[101]

CAPITOLO SETTIMO. I primi opuscoli religiosi del Savonarola, e la sua interpretazione della Bibbia.

Se noi ci facciamo a considerare quel gran moto di civiltà che rinacque nel secolo XVI, troveremo che in fondo a tutte le dottrine, a tutte le dispute, a tutte le guerre religiose di quel tempo, v’era un bisogno universalmente sentito di ravvicinarsi a Dio: esso animava i dottori, creava il nuovo entusiasmo, dava la forza ai martiri. Che cosa, infatti, fu tutta la filosofia, tutta la scienza moderna, se non lo sforzo di ravvicinare la creatura al Creatore, sebbene eccedesse troppo spesso fino a confondere l’uno con l’altra? Che cosa promisero le nuove dottrine religiose, se non di mettere il fedele in rapporto diretto col Signore,‍[105] sebbene trascorressero poi, sino a distruggere la libertà umana? Pure, a chi bene lo considera, questo solo principio, malgrado i suoi eccessi, rinnovava la civiltà; quest’unico amore redimeva il genere umano dall’abisso di colpe in cui era caduto.

Già, in sul cadere del secolo XV, noi ci possiamo avvedere che un nuovo calore penetra gli animi, che si comincia a sperar nuovamente nella forza delle idee e dei principii. Anima e vita di questo moto fu allora la filosofia alessandrina, perchè essa prometteva la visione [102] in Dio, ed in questa poneva la somma dell’umana felicità. Una tale idea si fece strada e penetrò rapidamente il cuore degli uomini, in un tempo in cui sembrava che il materialismo dovesse solo signoreggiare in eterno. Ma essa cominciava appena ad essere una teoria cavata dai libri, che già nel Savonarola era un sentimento nato con lui, che dominava tutta la sua vita, e poteva anzi dirsi la sua vita istessa. Egli non aveva, infatti, altra aspirazione che verso Dio; non sperava nè desiderava altro che trascinare dietro a sè il mondo nella beatitudine d’una tale aspirazione. E sotto questo aspetto, bisogna che noi prendiamo in esame la più parte dei suoi scritti religiosi, i quali assai spesso non sono altro che la manifestazione di questo sentimento religioso, di questo suo, per così dire, santo furore.

Gli opuscoli che pubblicò intorno al 1492, furono quattro trattati sull’Umiltà, l’Orazione, l’Amore di Gesù Cristo e la Vita vedovile; scritti in parte ascetici, in parte semplicemente religiosi e morali. Noi cercheremo di esporre le idee del Savonarola più fedelmente che sarà possibile, acciò il lettore conosca bene con quali mezzi egli cominciasse allora a stabilire il suo ascendente sul popolo.

«L’Umiltà e la Carità,» egli dice adunque nel suo primo opuscolo,‍[106] «sono due virtù nello edificio spirituale estreme; perocchè l’umiltà è il fondamento che porta tutta la fabbrica, e la carità è la perfezione e consumazione dell’edifizio. Bisogna perciò che il fedele [103] si umilii dinanzi a Dio, che riconosca come egli è per sè stesso incapace di fare il bene, e come senza l’aiuto del Signore le sue opere non sarebbero altro che peccati. Nè basta che ciò sia una convinzione dell’intelletto; bisogna che sia anche un sentimento profondo dell’anima. La volontà dell’uomo è libera; ond’egli deve con tutte le sue forze adoprarsi a scacciare l’orgoglio, disporsi a ricevere la grazia; e gli atti esteriori saranno in ciò non solamente utili, ma anche necessarii. Si umilii perciò il credente verso i superiori, verso gli uguali; si umilii anche verso gl’inferiori. Ma se, giunto a questo punto, crederà di aver fatto gran cosa, allora l’umiltà esteriore sarà cresciuta a scapito della interiore, ed avrà perduto ogni merito. Si tenga, dunque, continuamente fermo nell’idea della sua nullità.»

La preghiera, di cui si discorre nel Trattato della orazione,‍[107] è, secondo il Savonarola, uno dei mezzi più efficaci a tener vivo nell’uomo il sentimento dell’umiltà. «Sia perciò lunga, fervida e diuturna: rammentiamoci però di continuo che essa deve essere accompagnata dall’umiltà e dalla carità; senza di che è nulla. Finchè vi è fervore, si può dire che vi sia preghiera; e quando si esercitano opere di carità, anche allora si può dire che l’uomo preghi.»

Queste medesime idee si trovano assai meglio svolte in un altro trattato Della orazione mentale.‍[108] «Colui che prega, deve parlare a Dio come se fosse presente; giacchè il Signore è per tutto, in ogni luogo, in ogni uomo; specialmente nell’anima del giusto. Epperò non si cerchi [104] in terra o in cielo o altrove; si cerchi nel proprio cuore, si faccia come il profeta, che dice: — Io udirò ciò che parlerà in me il Signore. — Nella preghiera, l’uomo può attendere alle parole, e questa è cosa tutta materiale; può attendere al senso delle parole, e questo è piuttosto studio che preghiera; può, finalmente, mettere il suo pensiero in Dio, e questa è la vera, la sola preghiera. Non bisogna stare a discorrere su per le sentenze, nè su per le parole; ma elevare le mente sopra di sè, e perdersi quasi nel pensiero di Dio. A questo punto il credente dimentica il mondo e i suoi desiderii; ha quasi un’ombra della celeste beatitudine. A tale altezza può giungere l’ignorante così facilmente come il dotto; anzi assai spesso avviene che colui che recita i salmi senza comprenderli, fa una preghiera assai più santa del dotto che saprebbe spiegarli. Le parole, infatti, non sono indispensabili alla preghiera; anzi, quando l’uomo è veramente rapito in ispirito, l’orazione vocale diventa quasi un impedimento, e deve dar luogo alla mentale. Epperò si vede quanto sia grande l’errore di coloro i quali prescrivono un numero di orazioni determinate. Il Signore non si diletta di moltitudine di parole, ma di fervore di spirito. Qui ci si faranno incontro, continua a dire il Savonarola, coloro che non sanno difendere altro che le cerimonie e il culto esteriore della Chiesa. A costoro noi risponderemo come il Salvatore alla Samaritana: «Donna, credimi che l’ora viene in cui non adorerete il Padre nè in questo monte nè in Gerusalemme..... Ma l’ora viene, ed è già al presente, che i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e verità.» (Gio. VI, 21, 23.) Il che significa che il Signore vuole il culto interiore, senza tante cerimonie; e così infatti usava la Chiesa primitiva, quando non c’era bisogno di tanti organi e canti per levare la mente a Dio. Quando mancò [105] il fervore, si cominciarono a introdurre le cerimonie per medicina delle anime: ma oggi noi siamo divenuti simili all’infermo che ha perduto ogni virtù naturale, e le medicine non hanno più forza sopra di lui. Ogni fervore, ogni culto interiore è muto; e le cerimonie crescono sempre, ma restano inefficaci. Perciò noi siamo venuti ad annunziare al mondo, che il culto esteriore è destinato allo interiore, e le cerimonie non sono altro che mezzi per eccitare lo spirito.»

Ma il Trattato dello amore di Gesù Cristo, di cui in poco tempo si videro più di sette edizioni,‍[109] esprime più chiaramente ancora quel mistico entusiasmo del Savonarola, di cui abbiamo più sopra parlato. «L’amore di Gesù Cristo è quel vivo affetto per cui il fedele desidera che la sua anima diventi quasi parte di quella di Cristo, e che la vita del Signore si riproduca in lui, non per esterna imitazione, ma per interna e divina ispirazione. Egli vorrebbe che la dottrina di Cristo fosse in lui cosa viva, vorrebbe patire il suo martirio, salire misticamente con lui sulla stessa croce. Questo amore è onnipotente, e non si può avere senza la grazia; perchè esso solleva l’uomo sopra sè stesso, e congiunge la creatura finita al Creatore infinito. L’uomo, infatti, sale continuamente dalla umanità alla divinità, quando è animato da questo amore; che è il più dolce di tutti gli affetti, penetra l’anima, s’impadronisce del corpo, e fa che il fedele cammini sulla terra come rapito in ispirito.»

Noi abbiamo riportato quasi le parole medesime del Savonarola, perchè questo concetto dell’amore, che [106] ritorna di continuo nelle sue opere ed è un punto fondamentale della sua dottrina, non è stato ancora abbastanza osservato. È ben vero che nel definirlo il Savonarola non è molto preciso; giacchè qualche volta dice, questo amore non essere altro che la grazia; e qualche volta, non essere che la carità. In vero, esso partecipa d’ambedue, senza essere precisamente nè l’una cosa nè l’altra. — Quando la grazia s’infonde nell’uomo, genera immediatamente la carità; e senza la grazia, vera carità non può esservi: v’è però uno stato intermedio, in cui il credente, sentendo la vicinanza e quasi l’afflato di Dio, prova una suprema felicità, e come una celeste ebbrezza. Questo stato interno dell’anima che riceve la grazia ed è per generare la carità, è quello appunto che il Savonarola intende per amore di Gesù Cristo. E l’importanza di questo concetto nella sua dottrina, sta appunto nell’esprimere esso uno stato tutto subbiettivo dell’animo. Il Cristiano non può raggiungere la carità, senza la grazia che è un dono gratuito di Dio, per ottenere il quale la nostra volontà può assai poco contribuire; ma l’amore essendo invece una nostra disposizione, l’uomo può assai più facilmente elevarvisi: la grazia viene allora ad infondersi in noi quasi naturalmente, e la carità scaturisce dal nostro cuore come di necessità. Così l’amore ha la sovrumana potenza di riunire la creatura che è finita al Creatore che è infinito, e spiega in certo modo il mistero della libertà umana e della onnipotenza divina.

Quest’opuscolo si conclude con alcune Laudi e Contemplazioni infiammative, nelle quali il Savonarola s’abbandona ad ogni sorta d’esclamazioni intorno alla misericordia e bontà del Signore, al desiderio ardente che ha la sua anima d’essere una sola cosa con Lui, di salire sulla stessa croce, essere trafitto dagli stessi chiodi [107] e dalla stessa corona di spine. Di certo, se noi le leggiamo collo scetticismo dei nostri giorni, non vi troveremo alcun valore; ma se ci poniamo invece a considerare che erano scritte per il popolo, che parlava un’anima ebbra veramente di questo suo abbandono in Dio, un uomo a cui questo santo delirio dava un conforto a noi sconosciuto, allora solamente potremo rettamente giudicarle. E più le valuteremo se ci rammentiamo che il Savonarola riuscì ad infondere questo suo entusiasmo in tutto un popolo; e fu il primo a prevedere e presentire che questo nuovo amore, questo nuovo delirio, impadronendosi delle moltitudini, dovea rigenerare e ringiovanire il mondo.

Nel Libro della vita viduale,‍[110] pubblicato fin dal 1491, egli dètte invece sani precetti di morale alle vedove. In questo opuscolo si potrà vedere quanto falsa sia l’opinione di coloro che ci rappresentano il Savonarola come nemico del matrimonio, e quasi gli attribuiscono l’idea di voler ridurre Firenze a forma di convento; quando esso invece insegnava su questo proposito una dottrina piena di buon senso. Le vedove, egli dice, son come gli orfani sotto la speciale proiezione del Signore. La vera loro vita sarebbe di abbandonare i pensieri del mondo, darsi intieramente a Dio, ed essere «come la tortola, la quale è uno animale casto; e però, che quando ha perso il suo compagno, mai più s’accompagna con altri, ma vive tutto il tempo della vita sua gemendo solitaria.» Nondimeno, se per la educazione dei figli, se per la povertà o per non sapere resistere agli stimoli della carne, volesse la vedova rimaritarsi, lo faccia pure: questo sarà assai meglio che circondarsi d’adoratori, esporsi alle [108] calunnie, tenersi fra mille pericoli. Quella vedova che non si sente disposta a mantenere lo stretto decoro, le difficili riserve del suo stato, ritorni piuttosto alla vita dignitosa di moglie. Quelle poi che si sentono forza maggiore ed animo uguale al loro stato, sieno il modello di tutte le altre donne. La buona vedova deve vestire di bruno, vivere solitaria, evitare il consorzio degli uomini, essere la stessa gravità, portare nel volto tanta severità, che alcuno non ardisca muoverle parola o sorriso di poco rispetto. E questa vita sarà un insegnamento continuo alle altre donne; onde è inutile che la vedova si affatichi con parole ad ammaestrare gli altri: non dia precetti, se non quando l’occasione assolutamente lo richiede, e cerchi di farlo solamente verso i figli o nipoti. Disconviene alla gravità della vedova ricercare la vita ed i peccati altrui; disconviene a lei essere o anche parere vana, e per salvare gli altri, abbandonare sè stessa.

Con questi opuscoli il Savonarola riusciva nel suo intento, giacchè andava ogni giorno crescendo nella stima dei dotti e nell’amore del popolo. Sebbene però egli avesse nella filosofia con fermo proposito seguito la sola ragione, e negli scritti religiosi si fosse abbandonato tutto al sentimento spontaneo dell’animo suo; pure questo a lui medesimo parea non bastare in un secolo che volea fondarsi unicamente sull’autorità. È ben vero che egli era assai spesso dominato e trascinato dai suoi pensieri in modo, che si contentava di affermarli come verità innegabili; e che nel suo esaltamento religioso egli credeva di essere in diretto rapporto colla Divinità, onde non sentiva bisogno d’altra conferma alle sue visioni del futuro.‍[111] [109] Nondimeno, quando si trattava di convincere gli altri, di far tacere la superbia e l’importunità dei dotti, di persuadere al popolo cose straordinarie, allora l’autorità d’un libro diveniva in quel secolo indispensabile. E quale altra autorità poteva il Savonarola accettare, se non quella della Sacra Scrittura? Chi avrebbe ardito resistere alla parola del Signore? La Bibbia, d’altronde, era stato il compagno più fedele dei suoi giovani anni, il conforto dei suoi dolori, l’educatore del suo spirito. Non vi era verso che non rammentasse a memoria; non vi era pagina che non avesse commentata, da cui non avesse preso qualche idea pe’ suoi sermoni. A forza di studio e di meditazione, essa avea cessato d’essere per lui un libro, ed era divenuto un mondo vivo e parlante; un mondo infinito, in cui trovava la rivelazione del passato e dell’avvenire. Non appena egli apriva le Sacre Carte, che era esaltato dal pensiero di leggere la parola rivelata dal Signore; vi trovava come il microcosmo di tutto l’universo, l’allegoria di tutta la storia del genere umano. Questo era uno studio che dava alimento a sè stesso; e quindi egli riempiva i margini del sacro volume d’interminabili postille, nelle quali notava le varie ispirazioni del momento, le moltiplici interpetrazioni di ciascun passo.‍[112]

Solamente esaminando i suoi Sermoni, si potrà avere [110] un’idea del vario uso che il Savonarola seppe fare della Bibbia. Pure, riducendo le cose a sommi capi, per darne sin d’ora un’idea generale, diremo che, oltre la interpetrazione letterale, egli ne faceva altre quattro sopra quasi ciascun passo della Bibbia, ed erano: spirituale, morale, allegorica ed anagogica. Per meglio spiegarci, prendiamo ad esempio il primo verso della Genesi: «Nel principio Iddio creò il cielo e la terra ec.» Il senso spirituale riguarda lo spirito, e quindi cielo e terra significheranno anima e corpo. Il senso morale riguarda invece la morale, e quindi cielo e terra vorranno dire ragione ed istinto. Il senso allegorico è doppio, riguarda la storia della Chiesa ebraica, o della Chiesa cristiana: nel primo caso, cielo e terra rappresenteranno Adamo ed Eva; il sole e la terra significheranno il gran sacerdote ed il re del popolo ebreo: nel secondo caso, saranno invece significati il popolo eletto ed il popolo dei gentili, il papa e l’imperatore. Il senso anagogico si riferisce alla Chiesa trionfante; e quindi il cielo e la terra, il sole, la luna e le stelle, significheranno gli angeli, gli uomini, Gesù Cristo, la Vergine, i Beati, e così via discorrendo.‍[113]

In questo modo il Savonarola trovava nella Bibbia la conferma di tutti i pensieri, di tutte le ispirazioni, di tutte le profezie che sorgevano nel suo animo. Non vi era cosa grande o piccola, pubblica o privata, sacra o profana, di cui egli non trovasse un qualche riscontro nella Bibbia. Egli avvertiva però di andar cauto in questo studio. «Vi bisogna, egli diceva, una conoscenza della lingua e della storia, una continua lettura, una lunga familiarità:‍[114] bisogna guardarsi di non andar contro alla [111] ragione, contro alle opinioni ricevute dalla Chiesa e dai dottori,‍[115] di non tirare la scrittura ai nostri propri fini; perchè allora si metterebbe il nostro intelletto in luogo della parola divina.‍[116] Ma chi guiderà il fedele in questo mare di [112] pericoli, in questo laberinto inestricabile dall’umana ragione? Lo guiderà la grazia divina. Si apparecchi, adunque, il fedele a leggere la Bibbia con una grande purità di cuore, con un lungo esercizio della carità, con levare il pensiero dalle cose terrene; giacchè in questo libro non si può penetrare solo colla mente, ma bisogna entrarvi con l’anima e col cuore. Allora solamente il credente potrà entrare nel mondo infinito delle Sacre Scritture senza pericolare, ed aver quel lume che è necessario alla sua salute. Ma non a tutti questo lume è concesso ugualmente. Iddio manda spesso sulla terra degli uomini a cui concede un lume maggiore, col quale debbono illuminare le moltitudini: questi sono i dottori della Chiesa, ai quali il Signore spesso parla in ispirito, rivelando per diretta comunicazione cose occulte a tutti gli altri. Essi debbono essere la guida e la luce dei fedeli.»‍[117]

Malgrado però tutti questi riguardi, il Savonarola s’era messo sull’orlo d’un precipizio, dal quale era assai difficile salvarsi. Non v’era cosa che un sistema d’interpetrazione così vario e largo non potesse confermare coll’autorità della Bibbia: onde, quando egli si fosse lasciato trasportare dalla fantasia in un modo qualunque, [113] le Sacre Carte, in luogo di essergli freno, sarebbero divenute sprone a maggiori eccessi. Ed infatti, quante volte la sua mente esaltata vide strane visioni del futuro; quante volte udì per l’aria voci di sinistri augúri, di flagelli minacciati all’Italia ed alla Chiesa; egli vi fu sempre dalla lettura della Bibbia riconfermato, e tanto più vivamente, quanto maggiori erano la fede e la sincerità del suo animo. Ma di ciò noi avremo altra volta lunga occasione di discorrere: bastici per ora avere interpretato generalmente il sistema del nostro autore.

[114]

NOTA. Sulla Esegesi biblica del Savonarola, e sopra alcune Bibbie postillate di sua mano.

Diamo qui sotto un saggio del vario modo tenuto dal Savonarola nell’interpretare la Bibbia, facendone applicazione al principio della Genesi. Questo saggio l’abbiamo cavato dalle postille marginali che egli fece di suo pugno in due Bibbie; una delle quali trovasi nella Biblioteca Magliabechiana, l’altra nella Riccardiana. La prima, che è la più preziosa delle due, è stampata a Basilea 1491, e contiene un numero assai maggiore di annotazioni, non solo nei margini ma anche in molti fogli aggiunti nel principio e nella fine del libro. Queste annotazioni sono però scritte in un carattere così minuto e così pieno di abbreviazioni, che senza molto studio e senza una lente non si possono leggere. Minori di numero sono le postille della Bibbia Riccardiana (Venezia 1492), ma il carattere però ne è assai più chiaro. Sono tutte interpetrazioni fatte secondo il sistema da noi esposto: dánno la moltiplice interpretazione di molte parole, di interi periodi; segnano notizie storiche e geografiche; dánno il significato d’alcune parole ebraiche, dal quale cavano poi la interpetrazione mistica, allegorica ec. È notevole però, che di rado entrano in discussioni puramente teologiche, come più tardi fece la Riforma; anzi noi abbiamo costantemente osservato, che quei passi sui quali i Riformati sollevarono più tardi le loro controversie, si trovano senza alcuna annotazione. Ma di ciò avremo altrove materia di discorrere. Per ora notiamo solo, che il Savonarola, leggendo la Bibbia, non faceva che appunti secondo il suo sistema, da noi esposto, e solo per servire alle sue prediche. Spesso queste sue postille riempiono tutti i margini, entrano fra un verso e l’altro della stampa, si continuano sopra fogli aggiunti, e sempre con un carattere fitto, uguale e microscopico.

Ponendo la Bibbia Magliabechiana, nel principio della quale si trovano le regole dei vari modi d’interpetrare, accanto a quella della Riccardiana, dove sono queste medesime regole [115] applicate ai primi capitoli della Genesi, abbiam potuto formare il quadro che segue. Chi volesse poi più minuti particolari, potrebbe trovarne infiniti nelle suaccennate Bibbie, e in molte prediche del Savonarola; come, p. es., la XXIII di quelle sul Salmo Quam bonus. Le postille bibliche ci dánno però assai meglio tutto l’insieme di questa singolare esegesi.

Vogliamo ancora notare, che nel convento di San Marco si trovano due antiche Bibbie in pergamena, sui margini delle quali sono molte annotazioni di carattere minutissimo e simile alquanto a quello del Savonarola. Malgrado però questa somiglianza, e malgrado ancora che in una di esse si sia trovato un foglio che diceva: utebatur Hieronymus Savonarola; noi non crediamo che quelle postille sieno di lui, ma più antiche; giudicandolo tanto dalla forma del carattere, come dalla natura delle postille medesime. E ci ha confermato in questa opinione il vedere che nel catalogo: De operibus viri divini, non impressis, più sopra citato (Magliabechiana, cod. I, VII, 28), non sono menzionate altre Bibbie postillate, se non queste: «Bibliæ tres glossatæ, 1ª Apud Ferrariam, in conventu Angelorum; 2ª Florentinæ, apud Fratrem Nicholaum de Biliottis; 3ª Florentiæ, apud Marcum Simonem de Nigro.» Non è probabile che l’autore di quel catalogo, il quale sembra essere stato frate di San Marco e notava con tanta diligenza le cose inedite del Savonarola, sapesse delle Bibbie che erano allora presso i privati, ed ignorasse quelle che si trovavano nel convento.

[116]

Saggio delle varie interpretazioni che il Savonarola dava alla Bibbia, ricavato dalle sue postille autografe alla stessa.

Interpretazione Letterale. Interpretazione Spirituale. Interpretazione Allegorica.
Si riferisce al Vecchio Testamento.
Interpretazione Allegorica.
Si riferisce al Nuovo Testamento.
Interpretazione Morale. Interpretazione Anagogica.
           
Giorno. Cielo, Terra, Luce. Anima, Corpo, Intelletto agente. Adamo, Eva, Luce della grazia. Popolo Ebraico, Gentili, Gesù Cristo. Anima, Corpo (nel senso di ragione ed istinto), Luce della grazia. Angeli, Uomini, Visione di Dio.
Giorno. Firmamento. La volontà, fra le opposizioni dell’anima e del corpo. Arca di Noè. Gli Apostoli e gli altri Santi. Fermezza morale. Eternità della beatitudine e della dannazione.
Giorno. Divisione delle acque dalla terra, Il movimento delle passioni e degli errori che occupano l’intelletto. Gentili separati dal popolo eletto. Le tribolazioni, che dividono molti dalla Chiesa. Lotta delle passioni contro il dovere. Gaudio dei beati che furono liberati dalle tribolazioni.
Luoghi asciutti, Intelletto avido di scienza. . . . . . . . . . . . . . . . . Ragione. . . . . . . . .
Erbe e piante. . . . . . . . . La moltitudine degli eletti. Le buone dottrine della Chiesa. . . . . . . . . Le loro laudi e opere perfette.
Giorno. Sole, Luna, Stelle. Metafisica ed Etica, Scienze naturali e razionali. Gran sacerdote, Re, altri Sacerdoti. Papa, Imperatore, Dottori. La legge di carità antica e nuova, i precetti minori. Cristo, la Vergine, gli altri Beati.
Giorno. Uccelli, Pesci. Contemplazione delle cose superiori e delle inferiori. Maccabei (che sempre fluttuarono). Vita contemplativa, vita attiva. Contemplazione delle cose divine e delle umane. Angeli, ed uomini che entrano nel coro degli Angeli.
Giorno. Bestie, Appetito irascibile . . . . . . . . Anti-Cristo, coi suoi. Cattivi. Quelli che furono persecutori.
Animali terrestri, . . . . . . . . Popolo Ebraico (dato nel tempo di Cristo all’avarizia). Cristiani dati alle cose terrene. Persecutori. . . . . . . . .
Giumenti, Senso. I Buoni. Eletti. . . . . . . . . I predicatori.
Uomo ad immagine di Dio. Uomo che domina le passioni. Cristo (che era l’espettazione del vecchio Testamento). I perfetti che abbonderanno nel tempo dell’Anti-Cristo. Colui che progredisce nelle tribolazioni. . . . . . . . .

[117]

NB. Facciamo osservare, che sebbene nelle due interpretazioni, morale e spirituale, si trovino significate le medesime cose, debbono sempre intendersi in due sensi diversi: in un caso, p. es., ragione vorrà dire la forza che domina le passioni, nell’altro la facoltà che intende il vero. — Questo quadro che noi abbiamo dato, deve senza dubbio essere imperfetto, perchè cavato da appunti incompiuti e qualche volta appena accennati.

[118]

CAPITOLO OTTAVO. Il Savonarola si dimostra avverso a Lorenzo il Magnifico. Predica sulla prima Epistola di San Giovanni.
[1491.]

Il popolo s’era andato sempre più affollando in San Marco, e la chiesa non era più capace di contenerne la moltitudine: onde, nella quaresima dell’anno 1491, il Savonarola predicò nel Duomo, e le mura di Santa Maria del Fiore echeggiarono per la prima volta della sua voce. Da quel momento, egli parve divenuto signore del pergamo, padrone del popolo, che ogni giorno crescendo di numero, raddoppiava d’entusiasmo verso il suo predicatore. Quelle immagini dal frate descritte, rapivano le fantasie della moltitudine; quelle minacce di futuri flagelli avevano una forza magica sull’animo d’ognuno, perchè parea veramente che tutti fossero pieni di sinistri presentimenti.

Ma questo appunto cominciava a dispiacere fortemente a Lorenzo dei Medici, e faceva ne’ suoi amici nascere una certa opposizione contro il Savonarola. Al quale furono un giorno mandati cinque dei principali cittadini di Firenze,‍[118] perchè mettendogli in vista i pericoli ch’egli faceva correre a sè ed al convento, lo consigliassero a moderarsi. Il Savonarola interruppe ben presto il loro discorso dicendo: «Vedo che voi non venite per vostro [119] consiglio, ma siete mandati da Lorenzo. Ditegli che s’apparecchi a far penitenza de’ suoi peccati, perchè il Signore non risparmia nessuno, e non ha paura dei principi della terra.» Il frate era fierissimo della sua indipendenza ecclesiastica, e voleva smettere, sin dal principio, il costume invalso in San Marco di piegarsi e prostrarsi continuamente innanzi ai Medici. E quando gli fu da quei medesimi cittadini fatto osservare che egli poteva essere esiliato, rispose: «Io non temo i vostri esilii, perchè questa vostra città è come un grano di lente sulla terra. Ma sebbene io sia forestiero e Lorenzo cittadino ed il primo della città, io debbo restarvi ed egli dovrà partirsene.» Aggiungendo dipoi parole tali sulle condizioni di Firenze, che quei cittadini restarono maravigliati della sua intelligenza nelle cose di stato. In quel tempo medesimo, trovandosi nella sagrestia di San Marco in presenza di più persone, affermò che le cose d’Italia volevano mutar presto, e che il Magnifico, il papa e il re di Napoli s’avvicinavano alla morte.‍[119]

Il malumore dei medicei ne cresceva perciò a tal segno, che il Savonarola tornò più volte sopra sè stesso a considerare questo mormorare continuo, questa contraddizione [120] sempre crescente d’una parte piccola ma potente dei cittadini; ed avrebbe voluto, per qualche tempo almeno, restringersi solo ai precetti di morale e di religione. Ma nel fatto trovò che un tal cambiamento era per lui assai più facile desiderarlo che metterlo in pratica. Egli medesimo ci descrive, nel Compendio di Rivelazioni, la lotta inutile che sostenne con se stesso, per mutar modo di predicare. «Ogni cosa che mi allontanava dal primo studio mi veniva subito a noia, e quante volte meditai di seguire un’altra via, venni subito in odio a me stesso. E mi rammento come predicando nel Duomo l’anno 1491,‍[120] ed avendo già composto il mio sermone sopra queste visioni, deliberai di sopprimerle, e nell’avvenire astenermene affatto. Iddio mi è testimonio, che tutto il giorno di sabato e l’intera notte sino alla nuova luce, io vegliai; ed ogni altra via, ogni dottrina fuori di quella, mi fu tolta. In sull’alba, essendo per la lunga vigilia stanco ed abbattuto, udii, mentre io pregavo, una voce che mi disse: — Stolto, non vedi che Iddio vuole che tu seguiti la medesima via? — Perchè io feci quel giorno una predica tremenda.»‍[121] Ed in verità, il Savonarola era nato a questa specie d’eloquenza, per così dire, battagliera. Persuaso come era d’una missione divina, non appena si trovava innanzi al popolo, che sentivasi esaltato ed era trascinato dal corso dei suoi pensieri; allora la sua fantasia s’animava, risorgevano le sue forze, raddoppiava la sua energia. Ma se egli avesse dovuto far violenza a sè stesso, non avrebbe di certo saputo più trovare i colori delle sue immagini, il vigore della sua eloquenza.

[121]

Nel luglio di quel medesimo anno 1491, veniva eletto priore di San Marco; e la nuova carica ponendolo più in vista ed in maggior grado, faceva crescere la sua indipendenza. Fin dal principio, egli ricusò di piegarsi all’abuso introdotto nel convento, che il nuovo priore, cioè, andasse a portare ossequio ed obbedienza al Magnifico. «Io riconosco,» egli disse, «la mia elezione solamente da Dio, ed a Lui porterò obbedienza.» Lorenzo dal suo lato se ne doleva, dicendo: «Voi vedete! un forestiero è venuto in casa mia, e non si degna neppure visitarmi.»‍[122] Pure, non volendosi mettere in guerra col priore d’un convento nè far troppo caso d’un frate, cercò di conciliarselo colla via della dolcezza. Andò parecchie volte a sentire la messa in San Marco, trattenendosi dipoi a passeggiare nell’orto, senza che il Savonarola volesse per questo lasciare i suoi studi e venire a fargli compagnia. Egli giudicava severamente il carattere di Lorenzo, sapeva tutto il danno che esso aveva fatto alla morale pubblica; non voleva perciò avvicinarsi ad un tiranno, in cui vedeva non solo il nemico e distruttore della libertà, ma ancora l’ostacolo maggiore a migliorare i costumi del popolo e rimetterlo nella vita cristiana. Vedendo che queste vie non riuscivano, Lorenzo cominciò a mandare al convento dei ricchi donativi e delle larghe limosine. Ma ciò dovea naturalmente accrescere il disprezzo che il Savonarola avea già concepito pel carattere morale di lui; e sul pergamo egli vi fece in fatti qualche sdegnosa allusione, dicendo che queste cose lo rendevano sempre più fermo nei suoi propositi. Non andò guari che trovò nella cassetta delle limosine certa quantità di monete d’oro; le quali, non potendo esser venute da altri che Lorenzo, egli mandò ai Buoni Uomini di [122] San Martino perchè le dispensassero ai poveri, dicendo che ai bisogni del convento bastava il rame e l’argento. «E così,» osserva il Burlamacchi, «Lorenzo si persuase finalmente che questo non era terreno da piantar vigne.»‍[123]

Il Magnifico non era, però, uomo da cedere così presto; onde, per abbassare il crescente predominio del nuovo oratore sul popolo, egli incitò il Gennazzano a riprendere le sue prediche. Questo frate avea tutto l’impeto, la malignità e l’ipocrisia dei pedanti: sino ad ora egli s’era congratulato col Savonarola del successo da lui ottenuto; ma non appena ebbe da Lorenzo l’incarico di combatterlo, lo accettò subito baldanzosamente. Il giorno dell’Ascensione doveva predicare su quel passo della Bibbia: Non est vestrum nosse tempora vel momenta. Firenze era piena di questa voce, e la folla correva numerosissima alla predica del Gennazzano. Ma egli si lasciò tradire dal suo furore. Incominciò a pronunziare accuse d’ogni sorta contro il Savonarola, chiamandolo vano e falso profeta, seminatore di scandali e disordini nel popolo; ed arrivò a tanta insolenza e bassezza di linguaggio, da disgustare assai l’uditorio, in modo che quel giorno perdette della sua reputazione più che non s’era colle fatiche di molti anni acquistato. E così quello che, secondo i disegni di Lorenzo, doveva essere la disfatta, fu invece il trionfo del Savonarola; il quale aveva quel giorno predicato sul medesimo testo, interpretandolo tutto a favore della sua dottrina; e restò dipoi affatto padrone del campo, perchè il Gennazzano non ardì continuare le sue prediche.‍[124] Questi fece vista di prendere la cosa con indifferenza; invitò il Savonarola al suo monastero; celebrarono insieme una messa solenne, [123] e si scambiarono ogni sorta di cortesie: ma il francescano aveva troppo vivamente sentito nell’anima l’umiliazione ricevuta. Essere tenuto il primo predicatore d’Italia, aver quasi annientato il Savonarola nella sua prima venuta in Firenze, e trovarsi ora vinto e disfatto innanzi a tutti, era cosa che egli non sapeva tollerare senza rancore. Da quel momento, infatti, covò nel petto un odio profondo contro il Savonarola, gli giurò un’eterna vendetta, nè si stancò mai di suscitargli nuovi pericoli e nuovi nemici, sino a che riuscì veramente ad essere uno dei principali autori della sua rovina.

Lorenzo allora, vedendo assolutamente fallito il suo intento, sentendosi già preso da quella infermità che doveva poi condurlo alla tomba, e stanco di lottare contro un uomo che, suo malgrado, cominciava ogni giorno a stimare di più, lo lasciò ormai predicare liberamente.

Noi non abbiamo fino ad ora, altrimenti parlato delle prediche del Savonarola, perchè le prime che si trovino a stampa, son quelle che fece sulla prima Epistola di San Giovanni, le quali non si possono riferire ad un tempo anteriore a quest’anno 1491. Ora, dunque, bisogna venire a discorrerne. È veramente un’ardua impresa il dar ragguaglio d’una raccolta di sermoni; la forma stessa dell’opera non presenta unità di soggetto nè connessione alcuna di parti: e se a ciò si aggiunga l’indole alquanto disordinata dell’ingegno e degli studi del Savonarola, si comprenderà quanto sia difficile il trovare in essi un punto fermo da cui partire, ed a cui far capo nel renderne ragguaglio. Egli comincia sempre con un passo della Bibbia, intorno al quale, col sistema d’interpretazione da noi esposto, raccoglie tutte le idee teologiche, politiche e morali che si presentano alla sua mente, appoggiandole sempre a qualche nuova citazione biblica. In questo modo si forma [124] una massa eterogenea di materiali incomposti, fra cui il lettore quasi si smarrisce. Ad un tratto però il Savonarola se ne libera affatto: il discorso è caduto sopra un soggetto vivo, che interessa profondamente lui ed il suo uditorio: la fantasia gli si accende, immagini gigantesche sorgono innanzi alla sua mente, la voce si ode più sonora, il gesto è più animato, i suoi occhi quasi fiammeggiano: egli è divenuto in quel momento originale, è un grande, un potente oratore. Ben presto però egli ricade di nuovo in quel mondo artificiale d’idee mal connesse e mal digerite, per sorgerne di nuovo e di nuovo ricadervi, senza mai riuscire a liberarsene affatto, nè lasciandosene mai compiutamente dominare. Così, chi legge ed esamina con diligenza quei sermoni, sarà forzato a concludere che il Savonarola era nato oratore, mancava però di arte; onde, quando il soggetto lo dominava e s’impadroniva affatto di lui, la natura tenevagli luogo di arte, ed allora soltanto riusciva eloquente. Se poi ci mettiamo a paragonarlo coi suoi contemporanei più rinomati, come l’Attavanti e Frà Roberto da Lecce, i quali o rimanevano sepolti nella scolastica o ne uscivano solo per scendere a scurrilità tali di linguaggio, da far dubitare se fossero veramente in chiesa; allora il Savonarola ci parrà gigante anche ne’ suoi momenti meno felici. Ed invero, chi esamina pazientemente i suoi sermoni, troverà che nelle pagine meno eloquenti vi è pure disseminata una quantità immensa d’idee secondarie e di osservazioni particolari, le quali aggiungono merito al pensatore, quando anche tolgono pregio all’oratore.

Possiamo vederne un esempio appunto nei diciannove sermoni sulla prima Epistola di San Giovanni, i quali, sebbene d’incerta data, sembrano pronunziati nell’avvento di quest’anno 1491. L’autore vi espone lungamente i misteri [125] della messa, con precetti e consigli utilissimi alla religione del popolo. Il ragguagliare dell’ordine e di tutta la materia di essi, ne darebbe però un’idea assai più imperfetta di quella che ne avremo, scegliendo quei pensieri e brani che, per così dire, rappresentano tutti gli altri. Fra i molti che si potrebbero notare, ve ne sono alcuni intorno alla parola della vita, dei quali l’oratore sembra particolarmente compiacersi. Oggi potranno a molti sembrare artificiosi e di poco peso; ma a chi bene li considera e li pone a riscontro collo stato degli studi teologici e di tutte le discipline religiose in quel secolo, riveleranno non poca originalità, e faranno vedere nel Savonarola una forza intellettiva di gran lunga superiore a quella di tutti gli oratori contemporanei. Egli, adunque, discorre in questo modo: «La nostra parola procede separata e diversa per una successione di sillabe; e però, quando una parte di essa vive, le altre ricadono nel nulla; quando tutta la parola è pronunziata, essa più non esiste. Ma il verbo o la parola divina non ha parti; procede unita in tutta la sua essenza, si diffonde pel creato, vive e sta in eterno, come la celeste luce di cui è compagna. Onde è parola della vita; anzi è la vita, ed è una cosa col Padre. Noi prendiamo, è vero, questa parola in diversi sensi: alle volte per vita intendiamo l’essere stesso dei viventi; altre volte invece la loro occupazione; onde diciamo: la vita di quest’uomo è la scienza, la vita dell’uccello è il canto. Ma la vita veramente non è che una, ed è Dio, perchè in Lui solo tutte le cose trovano il loro essere. E questa è quella vita beata che è il fine dell’uomo, e nella quale si trova la felicità infinita ed eterna. La vita terrena non solo è fallace, ma essa non si può godere tutta perchè manca della sua unità. Se tu ami le ricchezze, devi rinunziare ai sensi; se ti dài ai sensi, devi rinunziare alla scienza; e se vuoi [126] la scienza, non godrai gli uffici. Ma i piaceri della vita celeste si godono tutti nella visione di Dio, che è la suprema felicità.»‍[125]

L’autore si trattiene a sviluppare lungamente queste idee; ma più spesso discorre contro il mal costume del secolo, condannando ad uno ad uno i vizi che vi dominavano. Ecco, per esempio, come parla contro il giuoco. «Se vedete alcuni attendere ai giuochi in questi giorni, non credete che sieno cristiani: sono peggiori che gl’infedeli, sono ministri del diavolo e celebrano le sue feste. Sono uomini avari, bestemmiatori, maldicenti, detrattori dell’altrui fama, susurroni, odiosi a Dio, ladri, omicidi e pieni d’ogni iniquità.... Io non vi permetto in alcun modo di giocare in queste feste: dovete stare in continua orazione.... rendendo continuamente grazie a Dio in nome del Signore Gesù Cristo. Sarà maledetto colui che giocherà e maledetto colui che lascerà giocare; maledetto il padre che giocherà in presenza del figliuolo; maledetto la madre che giocherà in presenza della figliuola.... Sarai, dunque, maledetto chiunque tu sii, che giocherai o acconsentirai che si giuochi; sarai, dico, maledetto nella città, maledetto nel campo della terra; sarà maledetto il frumento tuo, le reliquie tue, maledetto il frutto del ventre tuo e della terra tua, gli armenti de’ tuoi buoi e le greggi delle pecore tue; sarai maledetto andando e ritornando.»‍[126] E contro l’usura e gl’immoderati [127] guadagni: «Voi, adunque, per l’avarizia non vivete bene nè voi nè li vostri figliuoli; e avete già trovato molte arti a guadagnare col danaro, e molti cambi che chiamate reali e sono ingiustissimi, e avete corrotto gli ufficii e i magistrati.... Niuno vi può persuadere che ’l sia peccato a fare usura ovver cambi ingiusti, anzi vi difendete in dannazione delle anime vostre...; nè più si vergogna alcuno a prestar con usura, anzi reputano pazzi quelli che fanno altramente; e così in voi si compie quel detto d’Isaia: — Il peccato loro, come Sodoma e Gomorra, predicarono nè lo ascosero; — e quello di Geremia: — Ti sei fatta la fronte come di donna meretrice, non hai voluto arrossirti. — Tu di’, la buona vita e beata essere il guadagno; e Cristo dice: — Beati i poveri di spirito, perchè di quelli è il regno dei cieli. — Tu di’, la vita beata essere i piaceri e le voluttà; e Cristo dice: — Beati quelli che piangono, perchè essi saranno consolati. — Tu di’, la vita beata essere la gloria; e Cristo dice: — Beati siete quando vi averanno perseguitato e dispregiato gli uomini. — La vita si è manifestata; e niuno la seguita, niuno la desidera, niuno l’apprende. Lamentasi adunque Cristo di voi, perchè essendosi molto affaticato per manifestar questa vita acciocchè tutti fossino salvi; ha giusta querela contro di voi; imperocchè dice per bocca del profeta: — Sonmi affaticato chiamando, son fatte rauche le mie fauci, perchè tutto il giorno grido per le bocche dei predicatori, e niuno ode. — »‍[127]

Altre volte il Savonarola si volge al cuore del suo popolo, e commovendolo, cerca di condurlo al bene. «Oh s’io vi potessi persuadere che lasciate le cose terrene seguitaste le eterne! Certamente, se Dio facesse questa grazia a me ed a voi, mi reputerei felice in [128] questa vita. Ma questo dono è di Dio: Niuno può venire a me, dice il Signore, se il Padre non lo trarrà. Io non posso illuminare di dentro, posso solo percuotere le vostre orecchie; ma che giova se dentro non è illuminato l’intelletto, non è acceso l’affetto?»‍[128] «E ciò, chi potrà farlo se non la parola di Dio? Affaticatevi adunque intorno ad essa, e fate come si fa del grano, che si macina e si trita per cavarne la farina. Altrimenti, a che gioverebbe avere i granai pieni? a che gioverebbe avere i tesori delle Sacre Scritture, senza cavarne il senso spirituale? Io, adunque, mi affaticherò a fare l’ufficio degli Apostoli, dichiarandovi la Sacra Scrittura; a voi si apparterrà di essere operatori e non solamente uditori della parola di Dio.»‍[129]

Ma il Savonarola riuscì veramente superiore a sè stesso nell’esporre il vangelo dell’Epifania; e condusse il sermone non solo con fantasia ed affetto, ma ancora con arte grandissima. «Essendo nato Gesù in Betlem della Giudea, nei giorni del re Erode, ecco i Magi dell’Oriente vennero in Jerosolima, dicendo: — Dove è questo che è nato dei Giudei? Imperocchè abbiamo veduto la sua stella in Oriente, e veniamo con doni ad adorarlo. — Notate le parole e segnate i misteri.... Ecco, adunque, che quello per il quale tutte le cose furono fatte, oggi è nato temporalmente. Onde il principio di tutte le cose, poi che ha creato ogni cosa, nasce ed ha madre una vergine giovanetta.... Ecco che quello che nel pugno porta il mondo, è portato da una vergine. Ecco quello ch’è sopra tutte le cose, comincia aver patria; già comincia essere compatriota degli uomini, compagno degli uomini, fratello degli uomini e figliuolo dell’uomo. Ecco [129] quanto a voi s’approssima Dio! Cercate, adunque, il Signore mentre si può trovare, invocatelo mentre è appresso.... Questo è certamente quel pane che discende dal cielo, e ricrea i cuori degli angeli e degli uomini; acciocchè sia agli uomini e agli angeli un comun pane....

«Attendete, adunque, fratelli, e non vogliate essere vagabondi. Aprite gli occhi vostri e vedete chi son questi che vengono. Io esclamo a voi, uomini, e la mia voce è ai figliuoli degli uomini: Ecco i Magi; ecco i Caldei; ecco quelli che non sono nati tra i Cristiani; ecco quelli che non furono battezzati; ecco quelli che non sono istrutti nella legge evangelica; ecco quelli che non sono muniti di tanti e tanti sacramenti della Chiesa; ecco quelli che non udirono le predicazioni. Ecco i Magi dall’Oriente: dal mezzo della nazione prava e perversa, da lontano, da remote regioni; non s’aggravano delle spese, non della fatica, non dei pericoli. Vennero. Quando vennero? Quando tutto il mondo era pieno d’idolatria; quando s’adoravano le pietre ed i legni; quando era piena la terra di caligine di oscurità; quando tutti gli uomini erano pieni d’iniquità.... Quando vennero? Quando Gesù era piccolo, quando giaceva sopra il fieno, quando dimostrava ancora la sua fragilità, quando non avea ancora fatto miracoli.... Vedemmo la sua stella in Oriente; la stella che mostra il suo avvenimento. Ecco che videro la stella, non altri miracoli; non illuminare i ciechi, non suscitare i morti, non far altre cose visibili. E siam venuti ad adorarlo. Abbiam fatto un gran cammino, solamente per adorar i vestigi dei piedi di quello. Se lo possiam vedere, se lo possiamo adorare, se lo possiam toccare, se gli possiam offerire i nostri doni, stimiamo d’esser beati. Abbiam lasciata la patria, abbiam lasciati [130] i parenti, abbiam lasciati gli amici, abbiamo lasciati i regni, abbiam lasciate molte ricchezze; siam venuti per così lungo cammino, in tanti pericoli, così velocemente; solamente per adorarlo. Questo a noi basta, questo stimiamo più che i nostri regni, questo più desideriamo che la propria vita.... Che cosa, adunque, diremo a queste cose, fratelli? Che cosa, per nostra fè, diremo? O fede viva, o carità grandissima! Or vedete quanta sia stata la perfidia dei Giudei, quanta la durezza di cuore; imperocchè nè per miracoli nè per profezie nè per questa voce si sono commossi.

»Ma perchè abbiam volto il nostro sermone contro i Giudei, e non piuttosto contro di noi?... Perchè vedi la festuca nell’occhio del tuo fratello, e la trave che è nell’occhio tuo non vedi? Ecco il Signore Gesù non è oggi piccolo nel presepio, ma è grande in cielo. Già ha predicato, ha fatto miracoli, è crocifisso, è resuscitato, siede alla destra del Padre, ha mandato lo Spirito Santo nel mondo, ha mandati gli Apostoli, ha già soggiogate le genti....» «Già per tutto è il regno dei Cieli; ecco è aperta la porta; il Signore ha corso la via, gli Apostoli e i martiri lo han seguitato. Ma tu sei pigro, e ogni fatica ti aggrava, e non vuoi seguitare i vestigi di Cristo. Ecco ogni giorno moltiplica l’avarizia, cresce la voragine delle usure, la lussuria ha già contaminato ogni cosa, la superbia ascende fino alle nuvole. Voi siete del padre diavolo, e volete fare i desiderii di vostro padre. Oh! quanto bene di voi si potria ripetere quel detto: — Ecco che io vado a gente che non mi sapeva e non invocava il mio nome; ho estese tutto il giorno le mie mani al popolo incredulo che va nella via della perdizione, popolo che mi provoca ad iracondia. — »‍[130]

Questa descrizione dei Magi che si muovono da [131] lontani paesi, fra tanti pericoli, a cercare Gesù ancora bambino; mentre i Cristiani restano indifferenti a Lui che, cresciuto e nello splendore della sua gloria, apre le braccia invitandoli; fu certamente di quelle che più rapirono il popolo, e tutto il sermone è dei migliori che fece il Savonarola. Tali esempi d’eloquenza vergine e spontanea erano ignoti affatto in quel secolo d’erudizione e d’imitazione.‍[131] Allora era morta anche quella troppo semplice ed ingenua eloquenza che troviamo nei sermoni del trecento, e della quale San Bernardino da Siena era stato l’ultimo seguace. I predicatori, noi lo abbiamo già detto, quando non erano dei grammatici, come il Gennazzano, somigliavano a volgari istrioni, o parlavano un gergo scolastico che niuno più capiva. Il segreto, quindi, del gran successo ottenuto dal [132] Savonarola, sta tutto nell’affetto ch’egli sentiva e sapeva ispirare nel popolo. La sua voce era la sola che riuscisse familiare e domestica;‍[132] egli parlava un linguaggio che toccava il cuore della moltitudine; discorreva cose che la riguardavano direttamente; era il solo a combattere sinceramente pel vero, ad avere un fervido amore pel bene; a commoversi profondamente delle sventure di quell’uditorio a cui parlava: e fu perciò il solo eloquente in tutto quel secolo. Da che si spense l’antica e santa eloquenza dei Padri e Dottori cristiani, non s’era più udita una voce che fosse degna d’essere tramandata ai posteri. Frà Girolamo Savonarola fu quegli che rimise in onore la predicazione e le ridonò vita; potrà quindi chiamarsi il primo oratore moderno.

[133]

NOTA. Sulla lingua in cui furono pronunziate le Prediche del Savonarola.

Da quanto si dice nel testo, apparisce come il signor Perrens e molti altri scrittori, si sieno di gran lunga ingannati quando han creduto che il Savonarola predicasse assai spesso in latino. Essi sono caduti in questo errore per aver visto che molti Sermoni, come quelli appunto sulla prima Epistola di San Giovanni, si trovano nell’autografo e nella prima edizione latini; e per averli in italiano, fa bisogno tradurli. Ma ciò è avvenuto solo per l’uso generalmente invalso a quel tempo di scrivere latino. Quando, infatti, i Sermoni furono raccolti dalla viva voce, come più tardi avvenne per opera di Ser Lorenzo Violi, si ebbero sempre in italiano; ma quando il Savonarola medesimo dovette scriverli per la stampa, gli riusciva più agevole il latino. Ed è tanto vero che nello scrivere preferisse sempre questa lingua, che noi troviamo latine tutte le postille ai margini delle sue Bibbie; ed in alcune selve, o sieno primi abbozzi di prediche, che si trovano autografi nella Magliabechiana (Vedi nell’Appendice), si osserva con evidenza, che quando il Savonarola voleva dare l’ultima forma ad un pensiero e ridurlo, per così dire, ad un pezzo della predica che dovea fare, allora solamente usava l’italiano; ma quando metteva giù l’idea alla prima per rammentarsene, usava sempre il latino. Molte delle sue opere scrisse in latino, per tradurle poi egli medesimo in italiano e farne così una seconda edizione, perchè servisse alla universalità dei credenti: parole che il Savonarola ripete innanzi a tutte le traduzioni delle sue opere, e che tolgono ogni peso all’opinione di coloro che vorrebbero farci credere che il latino fosse allora universalmente inteso. Quanto allo scrivere, essendo il latino comune a tutta Europa, era divenuta la sola lingua dei dotti; epperò, trattandosi di opere teologiche o filosofiche, si aveva un linguaggio scientifico già tutto formato in latino: per iscrivere italiano, sarebbe stato [134] quindi necessario cominciare dal cercar nuove frasi e nuovi modi, e quasi creare un nuovo stile.

Per non distenderci ora in più parole, noteremo solo come le prediche sull’Arca di Noè, fatte dal Savonarola nel 94, vennero raccolte dalla viva voce in italiano; ma per dar loro una forma più letterata, furono poi (come l’editore stesso ci avverte) tradotte in pessimo latino, e così date alla luce. Le prediche sopra Giobbe furono del pari raccolte in italiano e tradotte in latino, ma da questa traduzione rimesse di nuovo in volgare, come a principio in verità furon fatte et predicate, secondo che anche qui ci avverte l’editore, il quale volle questa volta pubblicarle in italiano. Questi fatti debbono persuaderci che se ci avviene di trovare latini i Sermoni del Savonarola, sia nell’edizione originale, sia nell’autografo stesso, ciò non è argomento per credere che sul pergamo li dicesse in latino.

[135]

CAPITOLO NONO. Morte di Lorenzo de’ Medici e d’Innocenzo VIII; elezione d’Alessandro VI. Viaggio del Savonarola a Bologna: separazione di San Marco dalla Congregazione Lombarda: riforma del Convento.
[1492-93.]

Lorenzo il Magnifico si era ritirato nella sua amena villa di Careggi. Un male fierissimo travagliava le sue viscere, e già nei primi giorni dell’aprile 1492 non v’era più alcuna speranza di guarigione. Invano i medici tentavano ogni prova dell’arte salutare; invano era venuto da Pavia il rinomato Lazzaro da Ficino: la sua maravigliosa bevanda di gemme distillate non dava alcun risultato; il Magnifico era vicino a morte. I pochi amici che restano fedeli in quelle ore estreme, gli dimostravano un grande affetto; il Ficino ed il Pico lo visitavano di continuo; Angelo Poliziano non s’era mai dipartito dal suo letto. Questi amava sinceramente il suo mecenate; sentiva di perdere in lui quello a cui dovea tutto nella vita, quello a cui la gratitudine lo avea legato più che ad ogni altro uomo sulla terra. Invano cercava nascondere il suo dolore, invano voleva trattenere le lacrime: Lorenzo lo fissava con quello sguardo misterioso dei moribondi, ed egli non era più padrone di sè, dava in un pianto dirotto.‍[133]

L’affetto rendeva solenni queste ultime ore del Magnifico, che avendo rivolto sinceramente i suoi pensieri alla religione, sembrava essere tutto mutato. Ed infatti, quando gli fu portata la comunione, si forzò di levarsi; [136] volle essere sostenuto sulle braccia dei suoi familiari per andare incontro al sacerdote; che, vedendolo così stranamente commosso, dovette ordinargli di ritornare a letto, ove si durò non poca fatica per rimetterlo in calma. Il passato ridestavasi alla memoria di Lorenzo terribile e spaventoso: a misura ch’egli si avvicinava all’ora estrema, le sue colpe parevano giganteggiare innanzi ai suoi occhi e divenire sempre più minacciose. A questo terrore gli estremi uffici della religione non davano alcun conforto, perchè egli avendo perduto ogni fiducia degli uomini, non credeva neppure alla sincerità del suo medesimo confessore. Usato a vedere ognuno obbedire ai suoi cenni, piegarsi alla sua volontà, non sapea persuadersi che alcuno potesse ardire di negargli l’assoluzione; onde essa non avea di niente alleviato il peso che opprimeva la sua coscienza, ed i suoi rimorsi erano sempre più crudeli. — Niuno osò mai darmi un no risoluto, — andava egli fra sè ripensando; e questo pensiero che una volta era stato il suo orgoglio, diveniva ora il suo martirio.

Ad un tratto, però, gli venne innanzi l’immagine severa del Savonarola; si rammentò che esso non aveva ceduto nè alle minacce nè alle lusinghe, ed esclamò: — «Io non conosco altro vero frate, se non questo;» — e mostrò desiderio di confessarsi a lui. Fu subito mandato a San Marco pel Savonarola, il quale restò così maravigliato d’una tanto insolita e inaspettata chiamata, che quasi non vi credette; e fece rispondere, come gli pareva inutile il suo andare a Careggi, perchè certo le sue parole non sarebbero state di buon animo accolte da Lorenzo. Ma quando gli fu descritto il grave stato del malato e il desiderio da esso manifestato di confessarsi a lui, si mise subito in cammino.‍[134]

[137]

Lorenzo sentivasi quel giorno più che mai presso alla morte. Aveva chiamato a sè il figlio Piero, e dato i consigli ultimi e l’estremo addio. Quando gli amici, che erano stati esclusi da questo colloquio, poterono rientrare in camera ed allontanare il figlio la cui presenza lo avea già troppo commosso, egli mostrò desiderio di rivedere Pico della Mirandola, che subito venne. Parve che la dolce presenza di quel giovane benevolo e tranquillo lo calmasse un poco, e gli disse: «Io sarei morto assai scontento, se non mi fossi prima rallegrato un poco della tua vista.» Il suo volto si rasserenava, i suoi discorsi divenivano quasi lieti; cominciava, infatti, a ridere e scherzare col suo amico. Non appena si partiva il Pico, che entrava il Savonarola e s’accostava ossequiosamente al letto del moribondo Lorenzo. Tre peccati egli voleva confessare a lui e chiederne assoluzione: il sacco di Volterra; i danari tolti al Monte delle fanciulle, cagione a moltissime di perduta vita; il sangue sparso dopo la congiura dei Pazzi. Nel parlare, il Magnifico si agitava di nuovo, ed il Savonarola per calmarlo andava ripetendo: — Iddio è buono. Iddio è misericordioso. — «Ma,» aggiunse, non appena Lorenzo ebbe finito di parlare, «vi bisognano tre cose.» — «E quali, padre?» — rispose Lorenzo. Il volto del Savonarola divenía grave, e spiegando le dita della sua destra, egli incominciava a dire. — «Primo. Vi bisogna avere una grande e viva fede nella misericordia di Dio.» — «Questa io l’ho grandissima.» — «Secondo. Vi bisogna restituire tutto il mal tolto, o commettere ai vostri figli che lo restituiscano per voi.» — A questo il Magnifico parve rimanere maravigliato e dolente; pure, facendo forza a sè stesso, acconsentì con un cenno del capo. Il Savonarola levossi finalmente in piedi, e mentre il moribondo principe si rimpiccioliva pauroso nel letto, egli sembrava [138] divenire maggiore di sè, dicendo: — «Ultimo. Vi bisogna restituire la libertà al popolo di Firenze.» — Il suo volto era solenne; la voce quasi terribile; gli occhi, per indovinare la risposta, stavano intenti e fissi in quelli di Lorenzo; il quale, raccogliendo quante forze la natura gli avea lasciate in quel punto, volse sdegnosamente le spalle senza pronunziar più parola. E così il Savonarola si partiva senza dare l’assoluzione; ed il Magnifico, lacerato dai rimorsi, dava poco dipoi l’ultimo fiato, il giorno 8 aprile 1492.‍[135]

La morte di Lorenzo dei Medici portava un gran mutamento nelle cose di Toscana e d’Italia. Il suo accorto procedere, il sapersi con prudenza destreggiare fra i vari potentati, il tenerli con molta arte uniti fra loro, lo aveano fatto quasi moderatore della politica italiana; e Firenze ne era divenuto centro delle più gravi faccende di stato. Piero, invece, parea che in ogni sua qualità fosse opposto al padre. Bello e valido della persona, s’era abbandonato tutto ai piaceri delle donne ed agli esercizi del corpo. Egli aveva una facilità grande di verseggiare improvviso, ed una pronunzia grata e piacevole; ma poneva la sua ambizione nel cavalcare e giostrare, nei giuochi del calcio, del pugno e della palla, nei quali si teneva tanto valente da sfidare i primi giocatori d’Italia, che venivano perciò in Firenze. Egli aveva ereditato dalla sua madre tutta la superbia di casa Orsina; ma dal padre, niuna di quelle maniere modeste e civili che tanto avevano contribuito a renderlo popolare. Era invece di modi rotti e spiaceva ad ognuno: lasciavasi poi trasportare così violentemente dall’ira, che un giorno, in presenza di molti, dètte uno schiaffo ad uno de’ suoi cugini. Queste cose erano tenute in Firenze [139] assai più intollerabili d’ogni aperta violazione delle leggi, e bastavano per sè sole a creargli un gran numero di nemici.‍[136]

Nè i suoi modi spiacevano solo ai privati; ma fin dal principio del suo governo, s’era in maniera disgustato tutti i principi italiani, che Firenze ne perdeva tutta quella preminenza che Lorenzo aveva saputo conservarle. Trascurava affatto le cose dello Stato, nè si dava altra cura se non quella di cercare una occasione a restringere vieppiù il governo nelle sue mani: ogni giorno distruggeva qualcuna di quelle apparenze di libertà, che il Magnifico con tanta cura aveva lasciate intatte, ed a cui il popolo era ancora assai affezionato. Onde l’universale dei cittadini ne stava sempre più malcontento; e s’era già formato un partito avverso, che veniva di continuo accresciuto da moltissimi di coloro medesimi che sotto Lorenzo erano stati dei più affezionati ai Medici. Già cominciava una certa espettazione di cose nuove, le quali divenivano d’ora in ora più desiderabili e più necessarie, perchè Piero, vedendosi abbandonato dai cittadini di reputazione, era costretto circondarsi di gente sempre più nuova ed incapace.

La moltitudine cresceva perciò intorno al pergamo del Savonarola, il quale veniva considerato come il predicatore del partito avverso ai Medici. L’essersi il Magnifico, presso alla morte, voluto confessare a lui, avevagli fatto guadagnare infinitamente nell’opinione di tutti coloro che erano stati ammiratori di quel principe, e che ora si allontanavano dal figlio pe’ suoi modi violenti e per la sua mal sicura politica. Il popolo andava da un altro lato rammentando, come nella sagrestia di San Marco, in [140] presenza d’alcuni rispettabili cittadini,‍[137] il Savonarola aveva predetto la morte vicina di Lorenzo, del papa e del re di Napoli. Una parte di questa predizione erasi quasi immantinente verificata; un’altra sembrava già vicina al suo adempimento.

Le forze vitali d’Innocenzo VIII svanivano rapidamente: egli era da più tempo caduto in una specie di sopore, cresciuto qualche volta sino al punto di farlo creder morto a tutta la corte. Si cercava invano ogni mezzo per ridestare la spenta vitalità del papa, quando un medico ebreo propose di tentare con un nuovo strumento la trasfusione del sangue; cosa tentata fino allora soltanto sugli animali. Il sangue del decrepito pontefice doveva passare tutto nelle vene d’un giovane, che dovea cedergli il suo. Tre volte fu tentata la difficile prova, nella quale, senza alcun giovamento del papa, tre giovanetti perderono successivamente la vita; forse a cagione di aria introdottasi nelle loro vene. Il giorno 25 aprile 1492 cessava di vivere Innocenzo VIII; e cominciavasi subito a trattar la nuova elezione.‍[138]

La corruttela era nella corte romana giunta a tal segno, che quelle medesime enormità le quali una volta si facevano in segreto ed erano nondimeno cagione di scandalo e di rammarico universale, avevano luogo adesso, [141] sotto agli occhi di tutti, senza che alcuno quasi se ne maravigliasse. I cardinali non passarono nel conclave il numero di ventitrè; la elezione si ridusse ad un semplice mercato di voti, nel quale riuscì vittorioso Roderigo Borgia, per essere il cardinale che poteva offerire un maggior prezzo ed un maggior numero d’impieghi. Quel giorno medesimo, i Romani videro con indifferenza le mule cariche di oro entrare nel palazzo d’Ascanio Sforza,‍[139] che era stato il più forte rivale del Borgia; e parlavasi dei particolari di quel mercato come di cose ordinarie e naturali.‍[140]

Il nome d’Alessandro VI, che fu assunto dal nuovo pontefice, è noto abbastanza per turpe fama, senza che vi sia bisogno di fermarsi a parlarne troppo lungamente. Di nazione spagnuolo, egli era in origine avvocato di Valenza. La sua grande facilità nel parlare, un’attitudine maravigliosa a tutti gli affari, specialmente di finanza e di amministrazione, lo avevano di grado in grado fatto salire al cardinalato. Una delle passioni che più fortemente lo dominarono, era l’avidità insaziabile del danaro; per cui egli si trovava di continuo in intimi rapporti coi Mori, coi Turchi e cogli Ebrei, disprezzando ogni pregiudizio ed ogni uso più rispettato del suo secolo. Così potè raccogliere quella ricchissima fortuna che lo fece ascendere al papato. Amava la vita libera e sciolta dei sensi, ed era sempre stato sotto il dominio di qualche donna. Quando pervenne al pontificato, era la famosa Vannozza; prima era stata la madre di lei; e più tardi fu la figlia Lucrezia Borgia, cagione di quegli scandali e quelle sanguinose gelosie che tutto il mondo conosce, e che resero il nome di quella famiglia un disonore [142] della specie umana. Tale era la fama di colui che saliva al pontificato, che l’annunzio ne fu ricevuto in tutta Italia con un rammarico universale; e Ferdinando di Napoli non potè trattenere le lacrime: cosa che non gli era seguita neppure nella morte dei figli.‍[141]

Parve, nondimeno, che il principio di questo pontificato volesse smentire l’opinione che se n’era concepita. Si vide per la prima volta rimessa in qualche ordine l’amministrazione delle entrate pontificie: i delitti che negli anni decorsi avevano infestato la Campagna e tutte le province, numerandosi per ogni settimana quasi a centinaia, furono severamente repressi, e scemarono ad un tratto maravigliosamente. Troppo presto però si conobbe che tutto ciò aveva un solo scopo; quello di cavare più facilmente dai sudditi una maggior quantità di danaro, e creare dei principati più fermi e sicuri ai figli del papa, i quali già si rendevano noti per la oscenità delle loro libidini e l’atrocità dei loro delitti.‍[142]

Per questi fatti, gli animi erano davvero atterriti, e guardavano con trepidazione il futuro. Gli occhi si volgevano involontariamente a colui che sempre avea predetto sventure all’Italia ed alla Chiesa, e le cui parole sembravano stranamente verificarsi tutte. Due dei principi ai quali aveva predetto la morte, erano adesso già scesi nella tomba; il terzo non poteva, per la sua decrepitezza, tardare ancor molto; e la Chiesa non avea da secoli versato in condizioni sì tristi. Le tre famose Conclusioni passavano perciò di bocca in bocca: lo sconforto dei veri credenti faceva ch’essi vi cominciassero [143] a prestare un’intera fede, e lo strano terrore che s’era impadronito dell’universale spargeva nel mondo il nome del Savonarola. Il quale era nel medesimo tempo causa e vittima di queste voci. Il vedere come allora quasi ognuno si volgesse verso le sue idee, lo confermava ed esaltava più che mai in esse. I tempi destinati gli parevano ormai vicini; leggeva e rileggeva i profeti; predicava con maggiore impeto; nè è maraviglia che in tale stato crescessero le sue visioni.

Infatti, questo medesimo anno 1492, mentre che egli predicava l’avvento, ebbe un sogno che aveva tutta l’apparenza d’una visione, e che il Savonarola non esitò un istante a credere una rivelazione divina. Gli parve di vedere nel mezzo del cielo una mano con una spada, su cui era scritto: Gladius Domini super terram cito et velociter. Udì molte voci chiare e distinte, che promettevano misericordia ai buoni, minacciavano flagelli ai cattivi e gridavano che l’ira di Dio era vicina. Ad un tratto la spada si rivolge verso la terra; l’aere s’oscura; piovono spade, saette e fuochi; s’odono terribili tuoni; e tutta la terra è in preda alle guerre, alla fame, alla peste. La visione sparisce, con un comando al Savonarola di minacciare i flagelli, ispirare agli uomini il timore di Dio ed indurli a pregare il Signore perchè mandi alla Chiesa buoni pastori, che prendano finalmente cura delle anime smarrite.‍[143] Più tardi noi vediamo questa visione rappresentata in un numero infinito d’incisioni e medaglie, e quasi divenuta un simbolo del Savonarola e della sua dottrina.

In questi mesi, però, inaspettatamente lo troviamo lontano da Firenze: nell’aprile del 1492 egli era a Pisa, dove fece alcuni sermoni nel monastero [144] di Santa Caterina, e strinse amicizia con Stefano da Codiponte,‍[144] che fu poi uno dei suoi più fedeli ed affettuosi seguaci. Nella quaresima del 93 è più lontano ancora, giacchè predica a Bologna. Sembra che Piero dei Medici, annoiatosi di questo predicatore troppo popolare, intorno al quale si radunavano i suoi nemici, lo facesse per mezzo dei superiori di Roma o di Milano allontanar qualche tempo da Firenze. I frati di San Marco ne erano dolentissimi, ed il Savonarola cercava di confortarli per mezzo di lettere. «Io mi ricordo sempre della vostra dolce carità, e spesso ne ragiono con Frà Basilio, diletto mio figliuolo e unanime vostro fratello in Cristo Gesù.....: noi stiamo molto solitari, come due tortorine che aspettano che torni la primavera, per tornare nei luoghi caldi, dove siamo usati di vivere in mezzo i fiori e gaudi dello Spirito Santo.... Ma se vi par troppo essere contristati, reputando di non poter vivere senza me, la vostra carità è ancora imperfetta, e però Dio mi ha tolto a voi per qualche tempo.»‍[145]

A Bologna il Savonarola predicava, però, di mala voglia. Mandato via da Firenze come troppo amico [145] del popolo, si trovava in città governata dalla ferrea mano dei Bentivoglio; bisognava dunque tenersi assai stretto nei limiti. Obbligato ad un predicare tutto contrario a’ suoi impulsi, riuscì freddo, e lo chiamavano «uomo semplice e predicatore da donne.»‍[146] L’uditorio nondimeno era numeroso, e la folla, invitata dal suo nome, accorreva. Vi frequentava, fra gli altri, la moglie del Bentivoglio, la quale veniva assai tardi, e traendosi dietro un lungo strascico di dame, di cavalieri e di paggi, interrompeva ogni giorno la predica. Questo era uno di quei disordini che il Savonarola non sapeva tollerare. Le prime volte fermò il suo discorso, credendo che fosse un rimprovero bastevole: la cosa procedeva invece più oltre; onde egli fece qualche cenno sul peccato di distorre i fedeli dai loro uffici religiosi. Ma la superba dama, messa in punto, veniva ogni giorno con maggiore strepito e più orgoglioso dispetto. Sino a che il Savonarola, trovandosi una mattina nel fervore della predica e venendo secondo il costume interrotto, non seppe più trattenersi e gridò: « — Ecco, ecco il diavolo che viene ad interrompere il verbo di Dio.»‍[147] — La Bentivoglio fu talmente presa dall’ira, che ordinò a due de’ suoi staffieri che andassero a finirlo sul pergamo; ma ad essi mancò in sul fatto l’animo di commettere una tanta enormità. Ella non pertanto fremeva al pensiero d’essere stata umiliata da un frate, e mandò due altri de’ suoi satelliti perchè lo cercassero nella cella e gli facessero qualche grave ingiuria. Ed il Savonarola seppe riceverli con una tale fermezza d’animo, e parlò loro con un accento tanto sicuro e quasi imperioso, ch’essi lo udirono e si partirono [146] confusi.‍[148] Per buona fortuna, la quaresima era già in sul finire, ond’egli ben presto dètte il suo addio al popolo. Pure, volendo dare un’altra prova che non si lasciava facilmente spaventare, disse pubblicamente sul pergamo: «Questa sera piglierò il cammino verso Firenze col mio bastoncello e fiasco di legno, ed albergherò a Pianoro. Se alcuno volesse nulla da me, venga prima che io parta. Sappiate però che la mia morte non si deve celebrare a Bologna.»‍[149]

Volgendo i passi a Firenze insieme col suo compagno Frà Basilio, egli pensava alle mutate condizioni della città, al malcontento del popolo, allo sdegno di Piero e alle difficoltà che avrebbe incontrate nelle sue future predicazioni. E mentre l’animo suo era occupato da questi pensieri, e che si trovava ancora parecchie miglia lontano da Firenze, fu in modo vinto dalla stanchezza, che non aveva più forza di continuare oltre il suo cammino nè di prendere cibo. Quand’ecco gli viene in aiuto la visione d’un uomo incognito, che gli ridona forza e coraggio, ed accompagnatolo a Firenze infino alla Porta San Gallo, gli dice: — «Rammentati di fare quello per cui sei stato mandato da Dio;» — e così detto, sparisce.‍[150] Non è certo da maravigliarsi che il Savonarola, vinto dalla stanchezza, avesse un’altra visione. Il lettore potrà d’altronde fare di tali leggende il giudizio che crede: noi le raccontiamo perchè sono parte della [147] storia di quei tempi, avendovi allora prestato fede uomini grandissimi,‍[151] e più di tutti il Savonarola medesimo; come abbiamo già notato altrove, e come avremo occasione di discorrerne assai più a lungo.

A Firenze trovò peggiorato assai lo stato della città, essendo cresciuta l’insolenza di Piero, e i mali umori del popolo divenendo ogni giorno più manifesti. Il priore di San Marco doveva trovarsi perciò in condizione assai più difficile: bisognava tacersi, o esporsi ad esser mandato via con qualche nuovo ordine che venisse dai superiori di Lombardia o di Roma. Considerando questo stato di cose, rammentò il Savonarola che la Congregazione Toscana era stata divisa dalla Lombarda sino all’anno 1448, quando vi fu unita a cagione della peste che aveva in Toscana disertato i conventi: non dovea quindi riuscir difficile ridurla alla sua prima indipendenza, ora che i frati vi si erano moltiplicati.‍[152] Si mise, dunque, con ogni ardore a quest’opera, dalla quale dovevano dipendere tutti i suoi futuri disegni. Ed in essa manifestò per la prima volta una grande attività pratica; mentre l’indole leggiera ed inconseguente di Piero de’ Medici ne risultò sempre più manifesta. Questi, infatti, si lasciò persuadere a favorire una domanda che era diretta solo a render vana la sua autorità sul convento di San Marco; e fece dai magistrati scrivere più lettere all’ambasciatore fiorentino a Roma ed al [148] cardinal di Napoli, caldamente raccomandandola.‍[153] La condotta di Piero era tanto più inesplicabile, in quanto che egli s’era allora appunto dato a favorire i Frati Minori, stati sempre nemici dei Domenicani, e i quali ora predicando, contro a gli ordini espressi della Signoria, la cacciata degli Ebrei, avevano fatto nascere in Firenze non pochi disordini.‍[154] Ma, sia che egli non capisse l’importanza della domanda, sia che volesse dispiacere a Lodovico il Moro signore di Lombardia, certo è che in questa cosa favorì il Savonarola; il quale profittando del momento, mandò subito a Roma Frate Alessandro Rinuccini e Frà Domenico da Pescia, di cui avremo in appresso lunga occasione di discorrere. Egli era il suo più sincero e ardente seguace: nato ai piedi della montagna pistoiese, aveva tutto l’ardire e l’audacia di quei montanari; animo pieno di sincerità e di fede, era tutto entusiasmo e devozione pel Savonarola; lo credeva un profeta mandato da Dio a Firenze, e si sarebbe per lui gettato nel fuoco senza esitare un istante. Questi due frati trovarono a Roma, che i favori ottenuti non bastavano a combattere i Lombardi, i quali, per mezzo di Lodovico il Moro, avevano l’aiuto di molti ambasciatori; onde quella disputa di conventi sembrava essere divenuta un affare di stato.‍[155] Da Roma scrivevano [149] perciò al Savonarola, che bisognava deporre il pensiero di riuscire nell’impresa; ma egli in risposta diceva loro: «Non dubitate, state forti ed avrete vittoria: il Signore disperde i consigli della gente, e manda per terra i disegni dei principi.»‍[156]

Ed invero, la vittoria si ebbe in un modo inaspettato e strano. Il 22 maggio 1493, ogni speranza di successo sembrava perduta; il papa, svogliato, licenziava il concistoro, dicendo di non volere per quel giorno firmare alcun breve. Restava solamente il cardinal di Napoli, con cui si tratteneva in discorsi piacevoli ed ameni, abbandonandovisi col solito eccesso della sua indole. Al cardinale parve essere venuto il momento opportuno, e destramente cavatosi di tasca il breve, che già era stato disteso, pregava il papa di firmarlo. Questi sorridendo negava, e quegli sorridendo, cavatogli dal dito l’anello, bollava il breve.‍[157] Non aveva appena finito, che, quasi l’avessero saputo, arrivavano messi pressantissimi dei Lombardi con nuove e più valide raccomandazioni. Ma il papa non volle più udir parola di questo affare, che già lo aveva noiato, dicendo: Quel che è fatto è fatto. In tal modo, San Marco otteneva la sua indipendenza, e le parole del Savonarola si verificavano.

I Lombardi, rimasti vinti così inaspettatamente, fecero mille tentativi per annullare o almeno scemare la forza del breve; e furono in questo favoriti dallo stesso Piero dei Medici, che dopo averli combattuti, voleva aiutarli.‍[158] Ma ormai era troppo tardi: San Marco, divenuto [150] centro d’una congregazione, dipendeva solo da Roma. Il Savonarola venne subito rieletto priore; e nella sua nuova condizione, libero finalmente e padrone di sè, poteva parlar franco e sicuro; nè doveva più riuscire ad alcuno rimuoverlo da Firenze, sua unica sede. Egli solo aveva sin dal principio capita l’importanza del breve ottenuto; gli altri dovevano avvedersene più tardi. Nuovi e più gravi pericoli si avvicinavano però rapidamente, ed il nostro frate vi si apparecchiava.

Bisognava, innanzi tutto, riordinare e disciplinare il convento. Una volta, egli aveva pensato di ritirarsi coi suoi frati sopra un monte solitario, ed ivi menare vita povera e romita;‍[159] ma ora questi sogni giovanili aveano ceduto il luogo a più mature idee. Si trattava, non di abbandonare la società, ma di viverci in mezzo per correggerla; non di formare dei romiti, ma [151] dei buoni religiosi, che menassero vita esemplare e fossero pronti a spendere il sangue per salute delle anime. Correggere i costumi, riaccendere la fede, riformare la Chiesa: ecco ciò che il Savonarola voleva promuovere. E quando il Signore avesse adempiuti questi santi desiderii, si sarebbe allora partito d’Italia coi suoi più animosi frati, per andare a portare in Oriente la religione di Cristo. Costantinopoli era uno dei sogni di quel tempo: i politici volevano umiliare il nemico dell’Europa e ristabilire l’impero latino; i religiosi volevano convertire gl’infedeli e rimettere Gerusalemme in mano dei credenti; e moltissimi credevano col Savonarola, che si avvicinasse il tempo annunziato nelle profezie e che si dovesse finalmente avere un solo ovile ed un solo pastore.

Ma, per tornare al convento, la prima riforma che fece il Savonarola, fu di rimettere in vigore la povertà. San Domenico avea con terribili parole minacciata la sua maledizione contro coloro che ardissero introdurre le possessioni fra i suoi religiosi; ma dopo la morte di Sant’Antonino, quelle parole rimanevano solo scritte sulle mura dei chiostri:‍[160] il convento di San Marco aveva, con una riforma, assunto la facoltà di possedere, ed in breve tempo erano moltiplicate le sue ricchezze. Il Savonarola, adunque, chiamò in vigore l’antica costituzione; ma siccome le oblazioni erano già da lungo tempo scemate, bisognò provvedere in modo da sopperire [152] altrimenti ai bisogni del convento. Ne scemò le spese col vestire i frati di panni più poveri; col rendere le loro celle più semplici e disadorne; col vietare di tenervi libri miniati, crocifissi d’oro o argento, e simili vanità. Ma ciò non bastava. Volle, adunque, che i suoi frati vivessero col frutto delle loro fatiche, e fece quindi istituire delle scuole nelle quali studiavasi pittura, scultura, architettura, arte di scrivere e miniare codici. I conversi e quei frati che erano meno atti alle più alte opere di spirito, dovevano esercitare queste arti per aiutare ai bisogni del convento. I sacerdoti e prelati in tal modo potevano più liberamente attendere alla confessione, aver cura delle anime, dirigere l’educazione intellettuale e spirituale dei novizi. I più provetti nello spirito di carità e nella teologia, dovevano darsi alla predicazione e percorrere le varie città, accompagnati da un solo converso, che non doveva mai tralasciare il lavoro, per potere coi suoi guadagni, in parte almeno, aiutare il compagno. Tre sorta di studi il Savonarola promosse dipoi principalmente nel convento: teologia, morale, e sopra ogni altra cosa lo studio delle Scritture, per l’intelligenza delle quali s’insegnava il greco, l’ebraico ed altre lingue orientali. E queste lingue dovevano servire anche di più in quel giorno in cui, siccome sperava, egli ed i suoi sarebbero stati dal Signore inviati a portare il Vangelo fra i Turchi.‍[161]

Non tutte queste idee si misero facilmente in atto nè tutte restarono senza ostacoli, ma il convento cominciò rapidamente a fiorire: cresceva il fervore e lo [153] zelo per gli studi; cresceva l’amore per le Sacre Carte e lo spirito di religione. Facile riusciva il progredire, quando si vedeva il priore essere un modello vivo e parlante dei principii che inculcava. I suoi panni erano sempre i più rozzi; il suo letto era il più duro; la sua cella la più povera; severo verso gli altri, era severissimo verso di sè. Onde un entusiasmo nacque nel popolo in favore di San Marco; molti nobili cittadini domandarono di vestir l’abito; si diceva che Angelo Poliziano e Pico della Mirandola vi fossero assai inclinati: ma quello che è più, queste simpatie eran sórte ancora negli altri conventi. Quelli di San Domenico di Fiesole, Prato e Bibbiena; i due ospizi della Maddalena in pian di Mugnone e di Lecceto, chiesero di rientrare nella nuova Congregazione Toscana e furono ricevuti.‍[162] Le cose arrivarono a segno, che i Camaldolensi del monastero degli Angioli stesero per man di notaio un contratto, col quale si obbligavano di mutare ordine per riunirsi a San Marco. Il Burlamacchi fu portatore di questa domanda al Savonarola, che la ricusò, perchè fuori del suo arbitrio e dell’autorità concessagli dal breve. Non voleva dare ai suoi nemici occasione di muovergli giuste accuse: avrebbe bensì desiderato di raccogliere intorno a sè tutti i Domenicani della Toscana; ma questo neppure poteva facilmente riuscire, a cagione degli odii politici che dividevano quel paese.‍[163] Infatti, noi lo troviamo a Pisa assai male ricevuto; e di quarantaquattro frati non poterne avere che soli quattro, fra cui primo fu quello Stefano Codiponte di cui abbiamo più [154] sopra accennato.‍[164] A Siena venne accolto anche peggio, perchè ricevette dalla Signoria ordine di partire; ed egli tornossene sdegnato a Firenze,‍[165] dove la Congregazione di San Marco cresciuta e fiorente procedeva innanzi, piena di fervore in quelli che ne facevano parte, incoraggiata dalle simpatie di coloro che la circondavano.

[155]

NOTA. Sulla morte di Lorenzo il Magnifico, e sulle ultime parole che gli disse il Savonarola.

Alcuni storici, desiderosi di difendere i Medici in ogni occasione, a torto e a diritto, hanno voluto negare che il Savonarola dicesse veramente a Lorenzo le tre parole da noi riportate. Di tutte le ragioni che adducono per sostenere la loro asserzione, una sola merita di essere presa in considerazione. — Il Poliziano, nella sua lettera a Iacopo Antiquario (XV kalendas iunias 1492), descrive minutamente la malattia e la morte di Lorenzo, parla della visita del Savonarola, e non riferisce le tre parole da noi citate. Ora, aggiungono quegli storici, esso era il solo testimonio oculare del fatto; scriveva privatamente ad un amico, e quindi non avea alcuna ragione di alterarlo: esso, dunque, merita più fede dei biografi del Savonarola, che per lodare il loro eroe, hanno probabilmente colorito i fatti a lor modo. —

Innanzi tutto, non ci è alcuna ragione per accertare che il Poliziano fosse stato presente al colloquio di Lorenzo e del Savonarola; anzi, il biografo Razzi (Cap. VI) dice espressamente che in quel momento gli altri usciron di camera. Certo è che il Poliziano dice di essere stato più volte rimandato nella vicina stanza, ed è assai probabile che ivi ritornasse quando si trattava di confessione: se pure restò presente, non è da credere che il Magnifico volesse confessare i suoi peccati ad alta voce. Quanto poi allo scrivere privatamente ad un amico, questa è una ragione che si può addurre solamente da chi ignora come le lettere che gli eruditi del XV secolo si scrivean tra loro, erano pubbliche quanto le loro opere, e assai spesso venivano da loro medesimi raccolte e messe a stampa.

Ma volgiamoci a considerare un poco, chi sono coloro che raccontano il fatto nel modo da noi descritto. Il numero ne è infinito: possiamo dire che tutti i biografi del Savonarola, antichi o moderni, a stampa o manoscritti, sono d’accordo a seguire [156] la medesima narrazione; fatta eccezione solamente del signor Perrens e del Rastrelli, che scrisse un lavoro anonimo (colla data di Ginevra 1781), il quale può chiamarsi un libello piuttosto che una biografia. La nostra narrazione, adunque, è appoggiata all’autorità di questi scrittori: Burlamacchi, pag. 19; Pico, cap. VI; Barsanti, lib. I, paragr. XXVI-VII; Razzi, cap. VI, Ms. nella Riccardiana e nella Magliabechiana; Cinozzi Ms., come sopra, nella Riccardiana 2053, e nella Magliabechiana XXXV, 206; Fra Marco della Casa, Vita ec., Ms. nel convento di San Marco a Firenze; Vita Fratris Hieronymi, Fratris Salvestri et Fratris Dominici, prezioso Ms., che sembra autografo, passato dalla biblioteca del noviziato di San Marco alla Magliabechiana, I, VII, 28. Nel cap. XXIII di questa Vita l’autore dice: «Omnia hæc quæ in hac Vita scripta sunt, aut ab autore visa aut a fide dignis audita;» e nel cap. XI egli racconta il fatto siccome il Padre Burlamacchi e gli altri. Nella biblioteca di Gino Capponi, Cod. CCCXIII, si trova un Ms. che, sebbene sia una parafrasi del Burlamacchi, pure serve a confermare il medesimo fatto; un altro simile se ne trova nella Biblioteca imperiale di Parigi, e ve n’è un numero infinito in altre biblioteche pubbliche e private, che è inutile di qui riferire. Vedi anche ciò che dice il Rubieri, intorno a questo fatto, nelle sue pregevolissime Osservazioni critiche al Perrens, Polimazía, Num. 3 e 4, anno II.

Non volendo, però, discutere ad una ad una tutte le autorità che sostengono la nostra opinione, ci fermeremo solo a quelle del Burlamacchi e del Pico. (Burlamacchi, pag. 28 e 29; Pico, cap. VI.) Messa in questi termini la cosa, si tratta di sapere: se bisogna credere al Poliziano, che era un cortigiano costretto dalla sua condizione ad adular sempre; o pure al Burlamacchi, uomo onesto e sincero, ed al Pico, non solo onesto e sincero, ma principe ricco e indipendente, e di famiglia amica ai Medici: se bisogna credere ad un cortigiano il quale tace un fatto che non poteva raccontare senza mettere in pericolo tutta la sua fortuna; o pure a due uomini onesti, contemporanei e conoscenti del Savonarola, i quali scrivevano in tempi affatto contrari alla sua memoria, ed affermavano di lui cosa che, quando non fosse stata vera, avrebbero dovuta inventare, e [157] moltissimi si sarebbero trovati interessati a contrastarla. Essi invece ci raccontano il fatto come generalmente noto, e dicono d’averlo potuto confermare per mezzo di Silvestro Maruffi, che l’ebbe dal Savonarola stesso; e per mezzo di Domenico Benivieni, che l’ebbe da alcuni familiari di Lorenzo, a cui egli medesimo lo aveva prima di morire raccontato. (Riscontra anche il Cinozzi, che conobbe personalmente il Savonarola, ed è su questo punto molto minuto e preciso.)

Sembrerebbe invero, che non dovesse restarvi dubbio di alcuna sorte; ed infatti, sino al secolo passato niuno pensò di negar fede a quella narrazione. Il Fabroni, nella sua Vita Laurentii Medicis, lavoro dottissimo ma pure tutto ligio ai Medici, fu il primo che, appoggiandosi alla lettera del Poliziano, la impugnasse. Il Roscoe, che tanti documenti prese dal Fabroni e assai spesso lo copiò, volle anche in questo seguirlo; e finalmente il Perrens, che più d’una volta cadde in errore per seguire il Roscoe, v’è anche questa volta caduto.

Prendendo ora a leggere la lettera del Poliziano, si vedrà che lungi dall’impugnare il fatto, egli lo storpia solamente in modo così visibile, da farci nelle sue stesse parole trovar la conferma di ciò che voleva nasconderci: «Abierat vixdum Picus, cum Ferrariensis Hieronymus, insignis et doctrinâ et sanctimoniâ vir, cœlestisque doctrinæ prædicator egregius, cubiculum ingreditur: hortatur ut fidem teneat; ille vero tenere se ait inconcussam: ut quam emendatissime posthac vivere destinet; scilicet facturum obnixe respondit: ut mortem denique, si necesse sit, æquo animo toleret; nihil vero, inquit ille, iucundius, si quidem ita Deo decretum sit. Recedebat homo iam, cum Laurentius: heus, inquit, benedictionem, pater, priusquam a nobis proficiscaris. Simul demisso capite vultuque, et in omnem piæ religionis imaginem formatus, subinde ad verba illius et preces rite ac memoriter responsitabat, ne tantillum quidem familiarium luctu, aperto iam neque se ulterius dissimulante, commotus. Diceres indictam cœteris, uno excepto Laurentio, mortem.»

Or chi sarà di tanto buona fede, da voler credere che il Savonarola si presentasse spontaneamente a Lorenzo moribondo, [158] e gli dicesse: 1º Abbiate fede: 2º Proponetevi di viver bene: 3º Apparecchiatevi alla morte; e che, avendo il Magnifico risposto a tutte queste domande affermativamente, il frate si partisse senza dare neanche la benedizione? È fuor di dubbio, che se il Savonarola andò da Lorenzo, dovette essere chiamato; perchè nè egli era uomo da andare non chiamato nè i cortigiani lo avrebbero lasciato passare. E per quale altra cagione poteva Lorenzo richiedere in quel momento il Savonarola, se non per confessarsi? E se vi fu confessione, quali peccati doveva principalmente dire, se non quelli che erano noti in tutto il mondo, come i più gravi della sua vita; quelli appunto di cui parlano il Pico ed il Burlamacchi? Finalmente, se il frate partiva senza dare la benedizione, è segno evidente che i peccati non furono perdonati. Tutta la quistione si restringe adunque, non sulla visita, nè sulla confessione, nè sull’assoluzione che certamente non fu data; ma solo sopra le tre parole del Savonarola. Or, quanto alla prima di queste parole, la narrazione del Poliziano non differisce punto dalle altre; quanto alla seconda, la differenza è di poco momento; non vi rimane che la terza, cioè: restituire la libertà al popolo fiorentino; e questa è quella appunto che il Poliziano doveva tacere, ed è troppo naturale che la mutasse in quest’altra: apparecchiarsi alla morte.

[159]

CAPITOLO DECIMO. Il Savonarola espone i punti principali della sua dottrina, nell’Avvento del 1493: predice la venuta dei Francesi, nella Quaresima del 1494.
[1493-1494.]

Nell’avvento del 1494 riprese, adunque, la sua predicazione in Firenze, coll’animo più sicuro e la parola più franca, con un uditorio sempre crescente. Era il capo della Congregazione Toscana che parlava, il frate di vita esemplare; quegli le cui parole si verificavano così stranamente, la cui assoluzione era stata desiderata dal Magnifico. Queste cose tutte gli accrescevano talmente il favore della moltitudine, ch’ei poteva spingersi a parlar con ogni ardire, senza più temere le vendette di Piero de’ Medici. Ed infatti, la cattiva vita dei principi italiani e dei grandi ecclesiastici, la corruzione e rovina di tutta la Chiesa, l’avvicinarsi dei flagelli, ed il desiderio che dovevano averne i buoni affinchè si mettesse finalmente un argine a questa universale depravazione; tali furono gli argomenti su cui versarono di continuo le venticinque prediche che egli fece nell’avvento di quest’anno sul salmo Quam bonus. In esse si occupava, però, anche di trattare distesamente punti gravissimi di teologia cristiana; perchè allora volle far quasi un quadro compiuto della sua dottrina, disegnandola a grandi tratti e fermandola bene nell’animo degli uditori, acciò si apparecchiassero ai flagelli che dovevano venire. Ed invero, possiam dire che quanto alla parte teologica, queste vanno fra le migliori prediche del Savonarola.

Incominciamo adunque dalla fede, riportando le sue parole medesime: «La fede è dono di Dio, data in [160] salute di ciascheduno credente; però, figli miei, non vogliate errare con molti che dicono: se io vedessi qualche miracolo, suscitare almanco un morto, io crederei. Costoro s’ingannano, perchè la fede non è messa in potestà nostra, ma è un dono soprannaturale, cioè un lume infuso di sopra nella mente dell’uomo. E qualunque lo vuole ricevere, deve dentro prepararsi e umiliarsi a Dio.»‍[166] «Qui potrà dirsi: — Se tutte le cose che sono ordinate ad un fine, vi pervengono coi loro mezzi naturali; come mai la natura dell’uomo non basta per sè stessa a raggiungere il fine a cui è ordinata? È forse l’uomo inferiore agli animali? — No: questo gli si deve attribuire a nobiltà e ad eccellenza; giacchè egli ha un fine divino, un fine che trascende la natura.‍[167] — Ma perchè, potresti tu allora domandarmi, perchè alcuni vengono eletti, ed altri no? — Le cose della fede, figliuol mio, «tu hai a cercare d’intenderle mediante il lume della fede, in quello modo che te le pongono le Scritture; e più oltre non ti debbi estendere, se tu non vuoi inciampare. Chi sei tu che replichi a Dio? Non ha il vasellaio la podestà sopra l’argilla, da fare d’una medesima massa un vaso ad onore e un altro a disonore?‍[168]» «Negli eletti Iddio mostra la sua misericordia, nei reprobi la sua giustizia. Ma se tu domandi: perchè Iddio ha predestinato questo e non quello? perchè Giovanni è più predestinato di Pietro? Allora dirotti, che Dio vuole così; e non c’è altra risposta. Origene volle passare questi termini, e disse che la predestinazione dipendeva dai meriti d’un’altra [161] vita anteriore a quella. I Pelagiani dissero che dipendeva dalle nostre opere in questa vita: secondo questi eretici il principio del ben fare veniva da noi, la consumazione e perfezione veniva da Dio. Essi vollero varcare i termini assegnati, e caddero nell’eresia. La Scrittura è chiarissima: non in un luogo solamente ma in molti essa dice, che non il fine solo del bene operare, ma il principio ancora viene da Dio; anzi tutte le nostre buone opere, è Iddio che le opera in noi.» «Non è, adunque, vero che per l’opere e meriti preesistenti Iddio ci dia la grazia, e che siamo per ciò predestinati a vita eterna, quasi che l’opera e meriti siano causa della predestinazione; ma la volontà divina è causa della predestinazione, come di sopra abbiamo detto.»‍[169]

«Dimmi, Pietro, dimmi, o Maddalena, perchè siete voi in Paradiso? Voi pur peccaste come noi. Tu, Pietro, che confessasti il figliuolo di Dio, che conversasti con lui, l’udisti predicare, vedesti i suoi miracoli e, solo con due discepoli, lo vedesti trasfigurato nel monte Tabor, udisti la voce paterna; e nondimeno, poi, alla voce d’una femminuccia lo negasti ben tre volte, e poi fosti restituito alla grazia, e fatto capo della Chiesa, e ora possiedi la beatitudine celeste; donde hai avuto tanto bene?... Confessa, adunque, che non per li meriti tuoi, ma per la bontà di Dio, che t’ha fatto tanto bene, che ti dette in questa vita tanta grazia e tanto lume, sei salvo. E tu, Maddalena, che volgarmente eri chiamata la peccatrice, udisti molte volte predicare il tuo maestro Cristo Gesù; nondimeno tu stavi dura, e quantunque Marta tua sorella ti correggesse ed esortasse a mutar vita, tu non attendevi. Ma quando piacque al Signore, e che ei ti toccò il [162] cuore, tu corresti come ebra col vaso d’alabastro in casa del Fariseo, colle lacrime gli bagnasti i piedi, e meritasti d’udire quelle dolci parole: Dimittuntur tibi peccata multa. Dipoi fosti tanto accetta al Salvatore, che tu meritasti di vederlo prima di tutti resuscitato, e fosti fatta apostola degli apostoli. Queste grazie, Maria, questi doni non furono per li meriti tuoi; ma perchè Iddio t’amò e volseti bene.»‍[170]

Fermandoci però a citazioni come queste, ed isolandole dal resto, potrebbe alcuno trovare appiglio a cadere nell’errore medesimo d’alcuni tedeschi o inglesi, i quali hanno voluto vedere nel Savonarola un sostenitore di quella parte delle dottrine riformate, che dice: la giustificazione essere per la sola fede senza le opere, ed il credente non essere altro che uno strumento passivo nella mano del Signore, il quale può eleggerlo o abbandonarlo, senza che la volontà libera dell’uomo possa per nulla contribuire alla propria salvazione. Sopra punti così importanti, il Savonarola s’è però spiegato con tanta chiarezza, che non si può dar luogo ad alcun dubbio; e non appena le sue opere furono esaminate con diligenza, quegli scrittori stranieri vennero nella loro patria medesima combattuti.‍[171]

[163]

La necessità delle opere, il libero arbitrio e la cooperazione dell’uomo alla grazia, che è pure un dono gratuito del Signore, sono argomenti sui quali il Savonarola ritorna ad ogni piè sospinto, dicendo sempre che non solo possiamo, ma dobbiamo apparecchiarci a ricevere questo dono della fede e della grazia, il quale non mancherà mai a coloro che fanno quanto è in poter loro.‍[172] Tre sono le cose che, secondo lui, ci apparecchiano e dispongono; cioè: sforzarsi a credere, pregare ed operare.‍[173] «Epperò noi non dobbiamo mai giudicare il peccatore, ma piuttosto piangere i suoi peccati ed avergli compassione; giacchè fino a tanto che dura il libero arbitrio e la grazia di Dio, egli si può sempre volgere al Signore e convertirsi.‍[174] E se uno domandasse perchè la volontà è libera, noi rispondiamo: perchè è volontà.‍[175] Bisogna, dunque, che l’uomo concorra all’atto della giustificazione, e faccia dal canto suo quello che può, perchè Dio non è per mancargli. Vuoi tu, fratel mio, ricevere l’amore di Gesù Cristo? Fa che tu consenta alla voce divina che ti chiama. Il Signore ogni giorno ti chiama; fa anche tu qualche cosa.‍[176]»

Invero, il motto dal Savonarola assunto nella sua giovinezza, era questo: Tanto sa ciascuno quanto opera;‍[177] [164] e noi diremmo la sua esser la dottrina delle opere, se non dovessimo invece chiamarla dottrina dell’amore; prendendo questa parola nel senso da noi più sopra espresso, cioè a dire per quello stato in cui l’animo tocco dalla grazia è già acceso di carità. «Questo amore, egli dice, è anch’esso un dono del Signore; ma è come un fuoco che accende ogni cosa arida, e chiunque vi si dispone, lo sentirà subito scendere nel suo cuore ad infiammarlo.»

«Gran cosa è certamente l’amore potente, perchè l’amore fa ogni cosa, muove ogni cosa, supera e vince ogni cosa.... Niente si fa se non è impulso dell’amore.... E perchè la carità è un massimo amore infra tutti gli amori, però opera cose grandi e mirabili.» «Essa adempie facilmente e dolcemente tutta la legge divina, perchè è misura e regola di tutte le misure, di tutte le leggi. Ciascuna legge particolare è misura e regola d’un atto e non d’un altro; ma non così la carità, perchè la è misura e regola d’ogni cosa e di tutte l’operazioni umane. E però, chi ha questa legge della carità, regola bene sè e altri, e interpreta bene tutte le leggi. Questo si può assai bene notare in quelli che hanno cura delle anime e si lasciano guidare da ciò che trovano scritto nelle leggi canoniche, le quali essendo leggi particolari, senza la carità che è misura e legge universale, non reggeranno mai bene.» «Piglia l’esempio del medico che porta amore e carità all’infermo, che se egli è buono e amante, dotto ed esperto, niuno è meglio di lui. Tu vedrai che l’amore gli insegnerà ogni cosa, e sarà misura e regola di tutte le misure e di tutte le regole della medicina.» «Durerà mille fatiche senza che gli paia, chiederà di tutto, ordinerà le medicine e vorrà vederle fare; non abbandonerà mai il malato. Se, invece, [165] uccellerà al guadagno, allora non si curerà dello infermo, e la sua scienza stessa gli verrà meno.» «Guarda quel che fa l’amore: piglia l’esempio dalla madre verso il figliuolo. Chi ha insegnato a quella giovanetta che non ha mai più avuto figliuoli, governare ora il suo? L’amore. Vedi quanta fatica dura il dì e la notte per allevarlo, e parle ogni gran cosa leggeri. Chi ne è causa? L’amore. Vedi quanti versi, quanti atti e gesti e quante dolci parole fa verso del suo figliuolino. Chi le ha insegnato? L’amore.... Piglia l’esempio da Cristo, che, mosso da intensissima carità, è fatto a noi piccolo fanciullo; assomigliatosi in ogni cosa ai figliuoli degli uomini; in sopportare fame, sete, freddo, caldo e disagi. Chi gli ha fatto far questo? L’amore. Ora conversa con giusti, ora con pubblicani; e tenne tal vita, che tutti gli uomini e tutte le donne, piccoli e grandi, ricchi e poveri, lo possono imitare, ognuno secondo il modo suo e secondo lo stato suo, e senza dubbio si salva.... E chi gli ha fatto tenere tal vita comune e così mirabile? Senza dubbio, la carità.... La carità lo legò alla colonna, la carità lo menò in croce, la carità lo risuscitò, fecelo ascendere in cielo, e così operare tutti i misteri della redenzione.» «Questa è la vera, questa è la sola dottrina; ma oggi invece i predicatori non predicano che vane sottilità.»‍[178]

E così viene a parlare degli ecclesiastici. «Con Aristotele, Platone, Virgilio e Petrarca, solleticano le orecchie, e non si occupano della salute delle anime. Perchè, invece di tanti libri, non insegnano quel solo dove è la legge e lo spirito della vita? L’evangelio, o Cristiani, bisognerebbe portarlo sempre indosso: non dico già il libro, ma lo spirito di esso. Che se tu non hai lo spirito della grazia e che tu porti indosso l’intero volume, non [166] ti gioverà a nulla. Oh quanto sono più sciocchi ancora quelli che s’empiono il collo di brevi, di polizze e di carte, che sembrano botteghini che vanno alla fiera! La carità non sta nelle carte. I veri libri di Cristo sono gli Apostoli e i Santi; la vera lettura sta nell’imitare la vita loro. Ma oggi gli uomini sono fatti libri del diavolo.» «Parlano contro la superbia e l’ambizione, e sonvi immersi fino agli occhi; predicano la castità, e tengono le concubine; comandano che si digiuni, e vogliono splendidamente vivere.... Costoro sono libri disutili, libri falsi, libri cattivi e del diavolo, perchè esso vi scrive dentro tutta la sua malizia.»‍[179] «Questi prelati s’estollono delle loro dignità e disprezzano gli altri; sono quelli che vogliono essere reveriti e temuti; sono quelli che cercano le prime cattedre nelle sinagoghe, i primi pergami d’Italia. Costoro cercano la mattina d’essere trovati in piazza, ed essere salutati, ed essere chiamati maestri e rabbi; dilatano le fimbrie e filatterie‍[180] loro; sputano tondo; vanno in sul grave e vogliono essere intesi ai cenni.»‍[181]

Dai prelati passa a descrivere i principi d’Italia. «Questi principi cattivi sono mandati per punire i peccati dei sudditi: essi sono veramente un gran laccio alle anime: i palazzi e le corti loro sono il rifugio di tutti gli animali e mostri della terra; il ricovero, cioè, dei ribaldi e scellerati. I quali vi accorrono perchè vi trovano modo e incitamento a cavarsi tutte le sfrenate voglie, tutte le malvage passioni. Ivi sono i cattivi consiglieri, che studiano sempre nuovi pesi e nuovi balzelli per [167] succiare il sangue del popolo. Ivi sono i filosofi e poeti adulatori, i quali con mille favole e bugie fanno cominciare dagli Dei la genealogia di questi principi malvagi; ma, quel che è peggio, ivi sono i religiosi che seguono il medesimo stile. Questa, o fratelli, è la città di Babilonia, la città degli stolti e dagli empi, la città che il Signore vuol distruggere.»‍[182]

E qui viene a descrivere minutamente la costruzione di questa città, la quale è stata edificata dalle dodici stoltezze degli empi. «Essi vedono la luce e le tenebre; preferiscono queste a quella: trovano una via agevole ed una aspra e pericolosa; preferiscono la seconda alla prima, e così via discorrendo. Essi entrano in mare e salgono sopra una balena, che credono uno scoglio, e vi si fermano sopra. — Che generazione mai è questa? Che fine è mai quello di costoro? Massime, che io intendo essi vogliono edificarvi sopra una città. — Che fate voi? dico io. Voi aggravate troppo la bestia; voi affogherete. — Ma essi si affaticano tuttavia, e discutono, e si fortificano, e s’azzuffano, e l’uno vuole soggiogare l’altro; e finalmente sorge un tiranno, che li opprime tutti. Costui cerca a morte i suoi nemici, ha spie per tutto; e quindi nuove guerre e nuove dissensioni. La balena, stanca finalmente di tanto rumore, si muove, e tutti affogano, e la città di Babilonia è distrutta. Così viene manifestato,» conclude il Savonarola, «che gli empi si perdono nelle fatiche degli stolti, e che gli stolti saranno flagellati.»‍[183]

Era assai facile vedere, che in questa città degli stolti il Savonarola ardiva simboleggiare la potenza di Piero de’ Medici e de’ suoi amici, la quale, secondo le sue predizioni, non doveva tardare molto ad essere rovesciata. Ma egli non si fermò a questo. Dopo aver parlato della [168] corruzione del popolo e dei principi italiani, ritorna a discorrere con uguale ardire il soggetto assai più grave dei sacerdoti e della Chiesa. Seguendo una interpetrazione assai singolare d’alcune parole della Bibbia, egli diceva: «In securi et in asciâ deiecerunt eam. — Il demonio, quando vede che un uomo è debole, gli dà dei colpi d’ascia per farlo cadere nel peccato; quando vede invece che è forte, dà colpi di scure. Sarà quella giovane onesta e bene allevata; le si mette intorno quel giovane scorretto, e con mille lusinghe la inganna e fa cadere nel peccato. Ecco il demonio le ha dato un colpo di scure. Sarà quel cittadino onorato; egli entra nelle corte dei gran maestri; ivi è la scure bene affilata; non è virtù che vi sappia resistere. Ma oggi siamo in tempi ancora più tristi: il demonio ha chiamato a raccolta i suoi, ed hanno dato colpi terribili alle porte stesse del tempio. Le porte sono quelle che t’introducono in casa, e li prelati son quelli che debbono introdurre nella Chiesa di Cristo i fedeli. Ecco perchè il diavolo ha misurato contro di loro i gran colpi, ed ha spezzato queste porte. Ecco perchè ora non si trovano più nella Chiesa buoni prelati.» «Non vedi tu ch’ei fanno ogni cosa a rovescio? Non hanno giudizio. Non sanno discernere inter bonum et malum, inter verum et falsum, inter dulce et amarum: le cose buone paiono loro cattive, le cose vere paiono loro false, le dolci paiono loro amare, e così viceversa.... Vedi oggi li prelati prostrati coll’affetto in terra ed in cose terrene; la cura dell’anime non è più loro a cuore; basta tirar le entrate: e i predicatori predicano per piacere ai principi, per essere da loro laudati e magnificati.... E v’è peggio ancora: non solo hanno distrutta la Chiesa di Dio, ma ne hanno fatta una a lor modo. Questa è la Chiesa moderna, non edificata più di pietre vive, cioè di Cristiani stabiliti nella fede viva, formata di [169] carità.... Vattene a Roma e per tutto il Cristianesimo; nelle case de’ gran prelati e de’ gran maestri non s’attende se non a poesie e ad arte oratoria. Va’ pure e vedi, tu gli troverai co’ libri d’umanità in mano; e dánnosi a intendere, con Virgilio, Orazio e Cicerone, saper regger le anime. Vuoilo tu vedere che la Chiesa si regge per mano d’astrologi? E’ non v’è prelato nè gran maestro che non abbia familiarità con qualche astrologo, che gli predica l’ora ch’egli ha a cavalcare o fare altra faccenda. E questi grandi maestri non uscirebbono un passo fuora della volontà dei loro astrologi.»

»Solamente una cosa è in questo tempio che ci diletta assai. Questo è, che egli è tutto dipinto e morpellato. Così la nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficii ecclesiastici, con bei paramenti, con assai drappelloni, con candellieri d’oro e d’argento, con tanti calici, che è una maestà. Tu vedi là quei gran prelati, con quelle mitrie d’oro e di gemme preziose in capo, col pastorale d’argento; tu gli vedi con le belle pianete e piviali di broccato all’altare, cantare quei vespri e quelle belle messe, adagio, con tante cerimonie, con tanti organi e cantori, che tu ne stai stupefatto; e paionti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e non credi che e’ possano errare: ma ciò che dicono e fanno credi che s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste frasche e rallegransi di queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai così bene esercitato quanto al presente..., e che li primi prelati erano prelatuzzi rispetto a questi nostri moderni. Non avevano ancora tante mitrie d’oro nè tanti calici; anzi quei pochi che gli [170] avevano, li disfacevano per la necessità dei poveri: i nostri prelati, per far de’ calici, tolgono quello che è de’ poveri, senza di che questi non possono vivere. Ma sai tu quello che ti voglio dire? Nella primitiva Chiesa erano li calici di legno e li prelati d’oro; oggi la Chiesa ha li calici d’oro e li prelati di legno.» «Essi hanno introdotto fra noi le feste del diavolo; essi non credono a Dio e si fanno beffe dei misteri della nostra religione!».... «Che fai, adunque, o Signore? Perchè dormi tu? Levati su, e vieni a liberare la Chiesa tua dalle mani dei diavoli, dalle mani dei tiranni, dalle mani dei cattivi prelati.... Ti sei tu dimenticato della Chiesa tua? Non l’ami tu? Non l’hai tu cara?».... «Noi siamo divenuti, o Signore, l’obbrobrio delle genti: i Turchi sono padroni di Costantinopoli; abbiam perduto l’Asia, abbiam perduto la Grecia, già siamo tributari degl’infedeli. O Signore Iddio, tu hai fatto come il padre adirato, tu ci hai scacciato da te. Accelera almeno la pena ed il flagello, perchè presto ci sia dato ritornare a te.»....‍[184] «Effunde iras tuas in gentes. Nè vi scandalizzate, o fratelli, di queste parole; ma anzi, quando vedete che i buoni desiderano il flagello, egli è perchè essi desiderano che sia scacciato il male e prosperi nel mondo il regno di Gesù Cristo benedetto. A noi oggi non resta a sperare altro, se non che la spada del Signore s’avvicini presto alla terra.»‍[185]

Così questo avvento discorre i costumi, la politica, la religione e la Chiesa; condanna i principi ed i sacerdoti, e viene alla conclusione: che il flagello si avvicina ed i buoni debbono desiderarlo. Dopo avere esposta tutta la sua dottrina, gettava il Savonarola un [171] guanto di sfida a tutti i potenti della terra: principi temporali e principi ecclesiastici, ricchi, dignitari della Chiesa e dei governi; tutti erano bersaglio alle sue accuse. «Io sono, egli diceva, come la gragnuola, che colpisce chiunque si trova allo scoperto.» E così, sebbene queste prediche del 93 non sieno nè le più eloquenti nè le più ardite, son quelle che più compiutamente rappresentano la dottrina del Savonarola in tutte le sue parti. Noi possiamo vedervi ad un tempo l’acuto esponitore dei dommi, l’ardito accusatore dei corrotti costumi della Chiesa, il dichiarato amico della libertà e del popolo.

Riposatosi fino alla quaresima del 91, ripigliò l’esposizione della Genesi, da lui cominciata già nel 1490, e continuata poi senza quasi mai interromperla.‍[186] Le prediche che fece allora, portano il nome di Prediche sopra l’Arca di Noè. Noi le troviamo rammentate da tutti i biografi; ognuno ci parla della grande impressione che fecero sul popolo, dell’uditorio maravigliato e rapito, delle predizioni stranamente verificatesi. Ma, sfortunatamente, possiamo assai poco giudicarne, perchè l’edizione ne è tanto incompiuta e scorretta, da aver quasi perduta ogni orma del Savonarola. Colui che le raccolse dalla viva voce, non ebbe la mano abbastanza rapida per seguir l’oratore; e lasciò un manoscritto informe e pieno di lacune, che poi venne, per dargli una forma più letterata, tradotto e pubblicato a Venezia in un latino quasi barbaro.‍[187] Per queste ragioni, il Quetif ed altri dubitarono che fossero veramente [172] del Savonarola. Certo, il disordine vi è grandissimo, e ne riesce impossibile una lettura continuata; ma pure son troppo chiare le parole degli storici, e le idee sono in fondo con troppa evidenza quelle medesime del Savonarola, per ammettere il dubbio del Quetif.

Dopo avere nel precedente avvento dimostrato la necessità e prossimità del flagello, viene il Savonarola a costruire un’arca mistica, nella quale debbono rifugiarsi tutti coloro che vogliono salvarsi dal nuovo e vicino diluvio. Quest’arca, che nel senso letterale è quella costruita da Noè nella Genesi, nel senso allegorico è la riunione dei buoni: la sua lunghezza è la fede, la larghezza è la carità, l’altezza è la speranza. Il Savonarola si trattenne tutta la quaresima in questa strana allegoria, ed ogni giorno, dicendo di mettere una nuova tavola, veniva ad esporre un’altra delle virtù che debbono avere i buoni cristiani. Finalmente, la mattina di Pasqua l’arca era compiuta. «Ognuno s’affretti,» egli concluse quel giorno, «ognuno s’affretti ad entrare nell’arca del Signore. Noè oggi invita tutti, la porta è aperta; ma verrà tempo in cui l’arca sarà chiusa, e molti invano si pentiranno di non esservi entrati.» In tutta la quaresima parlò a lungo di questi vicini flagelli, ed annunziò la venuta d’un nuovo Ciro, che avrebbe traversato vittorioso l’Italia, senza trovare ostacoli e senza rompere lancia. Moltissimi storici e biografi ci hanno lasciato memoria di tali predizioni; e Frà Benedetto riferisce le parole del suo maestro nei versi che seguono:

Presto vedrai sommerso ogni tiranno,

E tutta Italia vedrai conquistata

Con sua vergogna e vituperio e danno.

Roma, tu sarai presto captivata;

Vedo venir in te coltel dell’ira,

E tempo è breve e vola ogni giornata.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

[173]

Vuol renovar la Chiesa el mio Signore,

E convertir ogni barbara gente,

E sarà un ovile et un pastore.

Ma prima Italia tutta fia dolente,

E tanto sangue in essa s’ha a versare,

Che rara fia per tutto la sua gente‍[188]

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Questi sermoni, che noi possiamo dire di non conoscere, destarono un interesse così straordinario e così universale, che il Duomo s’empieva ogni giorno di maggior popolo, ed il Savonarola era divenuto il personaggio più importante che vi fosse in Firenze. Faceva solamente maraviglia che si fosse trattenuto così a lungo nel costruire l’arca, e in tutta la quaresima non avesse ancora finita l’esposizione di quel breve Capitolo della Genesi, che ne parla. Egli medesimo dice che si maravigliava di questa sua lentezza, e gli pareva quasi che una forza superiore ve l’obbligasse. Ma verso il settembre, avendo ripreso il predicare e fatto sul medesimo argomento altri tredici sermoni, s’affrettò di venire alla conclusione.‍[189] In fatti, il terzo di quei sermoni doveva [174] già esporre il 17º versetto, che parla del diluvio; e cadde nel 21 settembre, giorno memorabile pel Savonarola e pel suo uditorio. Il Duomo bastava appena a contenere la folla, che, piena d’una nuova e strana ansietà, attendeva da più ore. L’oratore saliva finalmente sul pergamo; l’attenzione ed il silenzio erano maggiori assai del solito. Quando egli ebbe collo sguardo misurato il suo uditorio, quando egli ebbe visto l’insolita trepidazione che lo dominava, gridò terribilmente: Ecce ego adducam aquas super terram. Quella voce parve come una folgore che scoppiasse nel tempio; quelle parole sembrarono mettere uno strano terrore nell’anima d’ognuno.‍[190] Pico della Mirandola raccontava che un brivido era corso per tutte le sue ossa, che i capelli gli s’erano rizzati sulla fronte; ed il Savonarola ci assicura ch’egli non era quel giorno meno commosso de’ suoi ascoltatori.

Ma donde nasceva mai tanta agitazione? La cagione ne era veramente gravissima. In que’ giorni appunto era venuta la nuova, che un fiume d’eserciti stranieri traversava le Alpi per venire a conquistare l’Italia. E la fama, accrescendo il vero, ne diceva il numero infinito, la statura gigantesca, l’indole feroce e le armi invincibili. La nuova giungeva come inaspettata: niuno dei principi italiani vi era apparecchiato; le armi nazionali erano [175] spente, le straniere nemiche; il terrore dominava talmente gli uomini, che già pareva di vedere scorrere i rivi del sangue. La folla correva, perciò, quasi ad implorare aiuto dal Savonarola. Tutte le sue parole s’erano verificate: i principi di cui avea predetto la morte, erano già scesi nella tomba; la spada del Signore s’era avvicinata alla terra; i flagelli cominciavano. Egli solo aveva predetto questi mali e veduto l’avvenire; egli solo doveva conoscere il rimedio a tanta sventura. Il suo nome si sparse perciò in tutta Italia; tutti gli occhi si rivolsero verso di lui, che, per la forza inevitabile delle cose, si trovava di essere divenuto un uomo politico. A lui ricorreva tutto il popolo, a lui andavano i più abili cittadini; il suo partito era divenuto, come per incanto, padrone della città. Invero, lo stato di Firenze e di tutta Italia era talmente mutato, che noi dobbiamo rifarci alcuni passi addietro, e parlarne distesamente nel Libro che segue.

[177]

LIBRO SECONDO. [1494-1495.]

CAPITOLO PRIMO. La venuta dei Francesi in Italia.
[1494.]

Dopo la morte di Lorenzo dei Medici e la elezione del nuovo papa, le cose d’Italia avevano rapidamente peggiorato. Il Borgia, divorato dall’ambizione di creare uno stato ai suoi figli, volgeva l’occhio avido di preda ovunque vedesse un principe debole o pauroso; faceva e disfaceva trattati, amicizie e giuramenti; avrebbe messo l’Italia e l’Europa intera a qualunque cimento, per ottenere i suoi fini.‍[191] Nè meno pericolosa era l’indole di Lodovico il Moro, dominato dalla paura e dall’ambizione nel medesimo tempo. Il suo nome era conosciuto in tutta Italia per doppiezza e mala fede: i trattati da lui giurati erano alla prima opportunità violati; anzi, nel momento stesso che li segnava, studiava fra sè il modo di romperli quando un’occasione lo richiedesse. Si vantava d’essere il più astuto uomo d’Italia, e non aveva mai posa nel mulinar sempre nuovi disegni e nuove trame per raffermare il suo stato, spegnere i suoi nemici, crescere la sua potenza. Quando egli era, poi, assalito dalla [178] paura, allora tutte le facoltà della sua mente crescevano di forza e venivano in una specie di convulsa attività, nè vi era mente umana che potesse prevedere i partiti a cui egli era allora capace di ricorrere.‍[192] Sfortunatamente per lui e per l’Italia, la paura dominavalo appunto in quel tempo di cui ora discorriamo, e lo teneva continuamente sospeso.

La signoria di Milano era stata da lui crudelmente usurpata al nipote Giovan Galeazzo, che egli teneva prigioniero a Pavia, non senza sospetto d’amministrargli lento veleno. Quel giovane, infatti, era già debole, malato ed ogni giorno più esausto di forze. Esso non era perciò capace di fare alcuna resistenza al Moro; ma sua moglie Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso di Napoli, non sapeva tollerare la violenta usurpazione dei loro diritti, la umile e trista condizione a cui erano condannati. Ella empieva perciò de’ suoi rammarichi tutta Italia, invitava continuamente il padre e l’avo, perchè venissero a vendicar le ricevute ingiurie, a rimettere lei ed il marito nei loro stati. Il re Ferdinando e suo figlio Alfonso, signori d’un vasto reame, superbi del nome acquistatosi nelle armi, per le guerre avute contro i Baroni e per l’assedio di Otranto, trattavano il Moro con un alto disprezzo, lo chiamavano nei loro dispacci il Duca di Bari o anche Messer Lodovico,‍[193] e di continuo minacciavano di andare a torgli l’usurpata signoria, per rimettervi la figlia. Non è descrivibile in quale stato si trovasse allora il [179] Moro e che disegni passassero per l’animo suo: se egli avesse potuto dar fuoco all’Italia ed al mondo per salvarsi da questa paura, non avrebbe certo esitato un momento.‍[194]

Lorenzo dei Medici aveva, al suo tempo, mostrato una grandissima prudenza nel mettersi fra queste due parti, e, restando neutrale, mantenerle amiche, con una specie quasi d’equilibrio politico, per cui fu allora chiamato l’ago della bilancia d’Italia. Sino dal 1480, egli aveva, con un trattato, riunito le corti di Napoli, Milano e Firenze; e dipoi, col piegare ora da un lato ora dall’altro, aveva sempre impedito che quest’alleanza venisse sciolta. Ma dopo la sua morte, si vide subito le cose mutare aspetto; onde il primo pensiero del Moro fu di esperimentare in qualche modo l’animo de’ suoi nuovi alleati. Propose, adunque, che nella elezione del Borgia, gli ambasciatori delle tre corti entrassero contemporaneamente in Roma, e come amici riuniti si presentassero al papa. Ma Pietro de’ Medici, avendo stabilito farsi capo d’una solenne ambasceria fiorentina, di cui già aveva apparecchiato la pompa, indusse il re di Napoli a trovar pretesti per negarsi alle proposte del Moro. Ed il re prese subito questa occasione per ferire il suo nemico personale, dimostrando nel medesimo tempo, che e’ lo faceva per secondare i desiderii di Piero. Di quanto sospetto un tal fatto empiesse l’animo del Moro, non è facile immaginarselo. Ben presto, però, egli si dovette anche avvedere, che questi erano segni d’una discordia assai più profonda, e che egli si trovava ora isolato in Italia; giacchè gli Orsini, i quali ricevevano condotte dal re di Napoli, erano già riusciti a tirare Piero de’ Medici dal loro lato.‍[195] Questo fece sì che il Moro cominciasse a pensare deliberatamente ai casi suoi, nè mai potesse fermar [180] l’animo suo, fino a tanto che non si fu deciso d’invitare i Francesi a venire alla conquista del regno di Napoli. E in tal modo cominciò quella serie di lunghe calamità, che per tanti secoli desolarono l’Italia, e vi distrussero ogni prosperità di commercio, ogni cultura di lettere e di scienze, ogni aura di libertà. Il Moro fu, certo, la colpevole occasione che dètte principio a tante sventure; ma a torto si è accumulato sul suo nome un odio infinito, facendolo autore di quei fatti, le cui vere cagioni erano di lunga mano già apparecchiate, e dandogli così una importanza storica che egli non merita neppure nel male che ha fatto.

La vita troppo attiva ed irrequieta dei tempi passati aveva logorato l’Italia, che si trovava nel secolo XV invecchiata d’una vecchiezza precoce, divisa e debole. E intorno ad essa crescevano già degli Stati grandi, forti, pieni di gioventù e di vita: il Turco era nel vigore della sua potenza, aveva già messo piede in Europa, minacciava per mare e per terra l’Italia e tutto l’Occidente: la Spagna aveva unito i reami di Castiglia e d’Aragona, cacciato i Mori e già traversato l’Atlantico, guidata dal genio e dall’ardire di Colombo. In Francia, Luigi XI aveva, col suo ferreo dispotismo, abbassato l’aristocrazia e sollevato il popolo; dato ordine alla finanza, unità alla nazione, allargatone i confini sul Reno e sui Pirenei; mentre l’estinzione della casa d’Angiò faceva ricadere nei re di Francia il Ducato, la Provenza, e tutti i diritti che gli Angioini vantavano sul regno di Napoli: la Germania, sebbene apparisse infiacchita sotto il debole ed incerto governo di Massimiliano, aveva pure le sue forze nazionali più che mai vive: gli Svizzeri, finalmente, divenuti la prima fanteria d’Europa, si tenevano pronti a scendere formidabili dalle Alpi per chiunque li pagasse.

[181]

Il sentimento della propria forza, il desiderio d’avventure, il bisogno di civiltà e, più che ogni altra passione, una certa gelosia nazionale, spingeva tutti questi popoli verso l’Italia. Non le sapevano perdonare che ancora fosse maestra al mondo; che ancora la gioventù movesse da tutte le parti d’Europa per accorrere nelle sue università; che sempre fosse la sede unica delle arti e delle lettere; che in tutte le corti, ognuno si studiasse d’imitare i modi e la lingua italiana; che gli scrittori, gli artisti, i filosofi, i medici, gli astrologi, i navigatori d’Italia avanzassero ancora tutti gli altri nella gloria, come i signori e mercatanti li avanzavano nelle ricchezze. Ciò faceva nascere come un misto di amore e di odio, che spingeva verso di essa tutte le altre nazioni d’Europa. Era divenuto inevitabile che l’Italia spargesse nel mondo i semi della sua civiltà; e non avendo ormai forza di essere conquistatrice, bisognava che fosse conquistata. L’impresa d’Italia era, infatti, divenuta la crociata del secolo XV: i capitani e gli uomini di stato ci vedeano una preziosa e facile conquista; i dotti ci vedevano il mondo della scienza e dell’arte rivelato all’Europa; i soldati sognavano il sacco dei tesori raccolti nei palazzi e nelle ville italiane; tutti il bel cielo e le ubertose campagne.‍[196]

Ma quello che fra tanti popoli sembrava allora destinato a passare le Alpi, era senza dubbio il popolo francese. La sua posizione nel centro d’Europa ed ai confini d’Italia, la sua indole, il suo stato politico e militare; tutto, insomma, lo chiamava ad essere primo in quel gran moto che doveva, col dar morte all’Italia, portar vita all’Europa. Si aggiungeva a questo, l’essere [182] allora salito sul trono Carlo VIII, che non aveva più di ventidue anni, ed era pieno d’uno strano desiderio di avventure. Debole di complessione, piccolo di statura, d’aspetto quasi deforme; conosceva appena i caratteri dell’alfabeto; non aveva nè consiglio nè prudenza; era avido di comandare, ma incapace di ritenere co’ suoi alcuna maestà.‍[197] Egli veniva sempre aggirato da uomini di basso lignaggio, i quali ottenendo i suoi favori, salivano alle più alte dignità dello stato; e costoro eccitavano di continuo la sua puerile ambizione d’imitare San Luigi di Francia, e rendere immortale il suo nome con una crociata contro i Turchi, di cui la conquista di Napoli doveva essere il primo passo. Mentre essi cercavano così indurlo a far valere quelle ragioni che dalla casa d’Angiò si credevano scadute alla corona di Francia,‍[198] gli esuli napoletani stavano sempre ai suoi fianchi per ridestare queste medesime ambizioni. I principi di Salerno e di Bisignano, scampati alla strage dei baroni, non si fermavano mai dal parlare contro il crudele dispotismo di Ferdinando e d’Alfonso; dipingevano il partito angioino potentissimo nel Regno, assicuravano che il re sarebbe ricevuto a braccia aperte da tutto il popolo. [183] Ed invero, a tutti era noto lo stato infelice dei Napoletani; ed il desiderio d’un qualunque mutamento, per quanto potesse dagli esuli essere esagerato, era pure assai universale.

Riguardando, poi, al resto d’Italia, si vedeva che la venuta dei Francesi era assai più desiderata che temuta da tutti quelli che amavano la libertà. L’indole facile e pieghevole di quel popolo, l’incerto e l’impreveduto che si trova sempre in quel carattere, facevano sì che ognuno aspettasse da loro quello che desiderava: onde non v’era popolo oppresso o repubblica tiranneggiata, che non sperasse colla loro venuta sollevare le sue miserie. Già Luigi XI era stato più volte da vari partiti invitato a venire in Italia; ed ora che Lodovico il Moro mandava i suoi ambasciatori per tentare l’animo di Carlo VIII, sembrava che neppure i governi gli fossero del tutto contrari. Sia che Alessandro volesse spaventare il re di Napoli, per offerirgli poi la pace a miglior prezzo; sia che si fosse lasciato aggirare dalle arti sottilissime e dalla politica astuta del Moro; certo è che anch’egli incoraggiava la venuta dei Francesi.‍[199]

Onde riesce assai singolare il pensare come questa invasione straniera, cagione a noi di tanti mali, fosse in quel momento da quasi tutti gl’Italiani desiderata, e dai Francesi contrastata. I baroni di Francia, infatti, radunati a consiglio, s’erano apertamente dichiarati contrari ad una impresa che giudicavano inconsiderata e pericolosa. Non doversi fidare, dicevano essi, negli aiuti d’un alleato come il Moro, d’un papa vario e mutabile come il Borgia; le armi del re di Napoli non essere spregevoli, e la Francia esausta di danari, non avere alcun mezzo per sostenere una lunga campagna. In fondo, diffidavano [184] più di tutto del loro medesimo re, che non tenevano capace a condurre un’impresa di sì grave momento. Ma egli sprezzava i loro consigli, e lasciavasi guidare da due uomini che non s’intendevano nè di guerra nè di stati. Uno di essi era Stefano di Vers, in origine cameriere ed ora maresciallo Beaucaire; l’altro era Guglielmo Brissonet, che da semplice mercante era salito ad essere generale di Francia e ministro delle finanze. Costoro, per la speranza di nuovi guadagni, e per le promesse del Moro e del papa, erano i soli che favorissero allora la guerra e la persuadessero al re Carlo.

Egli licenziò, finalmente, dalla sua corte gli agenti del re di Napoli, e mandò quattro oratori francesi a riconoscere le intenzioni dei vari stati italiani. Questi, invero, non trovarono alcuna simpatia nei governi: la repubblica di Venezia era neutrale; Piero dei Medici tutto amico degli Aragonesi; ed anche il papa, dopo avere invitato i Francesi, voltando faccia, s’era unito a Napoli. Al re Ferdinando, quando la sua fortuna cominciò a pericolare, non potè mai riuscire, malgrado le molte promesse, guadagnarsi l’animo del Borgia: onde egli moriva, il giorno 25 gennaio del 1494, tormentato da rimorsi atrocissimi, che lo lacerarono crudelmente nelle sue ultime ore d’agonia, e col dolore di lasciare la sua famiglia in procinto di perdere il regno. Dopo una vita lunga e piena di prosperità, egli, secondo l’espressione d’uno scrittore contemporaneo, finiva sine lux, sine crux.‍[200] Suo figlio Alfonso si apparecchiava, però, con tutte le forze alla guerra; e mentre raccoglieva i soldati e metteva in ordine le navi, era riuscito a tirare dal suo lato il pontefice con la somma di trentamila ducati pagati a lui, e larghi assegnamenti fatti ai figli.

Ma se gli oratori francesi trovarono che tutti i governi [185] italiani, eccettuatone solo il Moro, erano divenuti contrari alla venuta del re; videro, invece, che le popolazioni si tenevano sempre assai favorevoli. A Firenze soprattutto, dove il Savonarola invitava apertamente dal pergamo il nuovo Ciro a passare i monti, la pubblica opinione si mostrava senza ritegno favorevole ai Francesi, e contraria a Piero de’ Medici. Questi aveva dovuto confinare in alcune ville i suoi medesimi cugini, che s’erano dati al partito popolare; ed avendo mandato in Francia ambasciatori a difendere e scusare appresso il re Carlo la sua politica, essi invece si manifestavano quasi tutti avversi al governo Mediceo. Eravi andato, fra gli altri, Piero Capponi, il quale essendo stato sempre uomo di partiti risoluti, consigliava al re di cacciar via di Francia i mercatanti fiorentini; e con questo grave colpo agl’interessi materiali della repubblica, far sollevare tutto il popolo contro ai Medici.‍[201]

[186]

Queste cose avrebbero dovuto sollecitare il re Carlo a partire; ma pareva, invece, che lo stato più naturale al suo animo fosse l’esitare. Quando tutto era pronto per agire, quando il tempo d’operare veniva, allora cominciavano i suoi dubbi. Come, infatti, si fu accertato che le popolazioni erano in suo favore, cominciò allora a vedere tutte le difficoltà dell’impresa. Ma ecco, a Lione dove il re si trovava, arrivare il cardinale di San Piero in Vincola, che fuggiva dalla fortezza di Ostia; donde aveva prima minacciato e spaventato il papa, e dove era dipoi stato assediato e stretto in maniera, che trovatosi in grave pericolo, e’ si era appena potuto salvare colla fuga. Egli era quel medesimo che ascese più tardi al pontificato col nome di Giulio II; uno dei pochi cardinali che non avevano voluto vendere il loro voto al Borgia, di cui era nemico a morte, e che chiamava sempre marrano ed eretico. Non si stancò mai di muovergli guerra; voleva raccogliere un concilio per farlo deporre; ed era uomo che nè gli anni nè le fatiche nè i pericoli sbigottirono mai. Venuto adunque alla presenza del re, le parole del cardinale furono tali, che gli tolsero ad un tratto ogni incertezza dall’animo, e lo decisero finalmente a mettersi in punto di partire.‍[202]

Innanzi tutto, bisognò pensare a raccogliere danari, dei quali v’era in Francia grandissima penuria; sebbene Lodovico il Moro avesse già dato 200,000 ducati, e facesse ora nuove promesse.‍[203] Si ricorse perciò ai banchieri di [187] Genova, pagando fortissimi interessi; s’impegnarono le gioie della corona e di vari signori della corte. Dopo ciò, bisognò anche fare accordo colla Spagna e coll’imperatore, per non lasciarsi due nemici alle spalle. Si fece, adunque, colla prima un trattato d’alleanza, con cui si cedettero Perpignano e la contea di Rossiglione, che formavano la chiave de’ Pirenei, e che Luigi XI con molta fatica e gloria aveva conquistate. La contea d’Artois, altra conquista del medesimo re, fu ceduta all’imperatore, a cui venne rimandata la sua figlia, che era stata già da lungo tempo ripudiata dal re Carlo, senza che la volesse mai rilasciare, malgrado le istanze continue del padre. Queste cose spiacevano naturalmente ai Francesi, i quali vedevano l’onor nazionale gravemente compromesso dalla cessione di provincie così importanti, da trattati che offendevano la dignità del paese, da nuovi debiti che non si potevano comportare. Tutti auguravano perciò male d’una impresa disapprovata dagli uomini di guerra e di stato, e per cominciare la quale era bisognato umiliarsi in faccia ai vicini. Nondimeno, Iddio aiutava la Francia, e la fortuna doveva esserle prospera, perchè l’Italia non poteva fare alcuna resistenza.

Le nostre armi erano cadute assai basso, per non dire spente del tutto; e quella reputazione che i soldati del re di Napoli ancora godevano, per aver combattuto alla spicciolata contro i Baroni, non era per far buona prova in campo aperto. I nostri famosi condottieri e capitani di ventura, che una volta con tanto onore avevano incontrato i soldati stranieri, che erano stati i primi a fondare la scienza della guerra e maestri a tutta l’Europa nella milizia moderna, erano omai tutti spenti. I loro successori non avevano ereditata alcuna delle loro qualità: tiravano vergognosamente innanzi una guerra di mestiere, in cui non s’occupavano d’altro [188] che d’accrescere la paga e risparmiare la vita. Erano i tempi di cui Niccolò Machiavelli raccontava, che spesso due eserciti combattevano per più ore senza che alcuno vi morisse di ferro, e perivano solo quelli che, caduti, erano pestati dai cavalli.‍[204] Allora la forza degli eserciti italiani consisteva quasi unicamente nella cavalleria: il cavaliero, poi, ed il suo cavallo erano così gravemente armati, che una volta caduti, riusciva quasi impossibile il potersi rilevare senza aiuto. La fanteria era invece troppo leggera, ed appena si erano introdotti l’archibugio e la picca: combatteva sparsa per la campagna, o dietro i fossati e gli argini; e quando si raccoglievano le schiere, erano larghe di fronte, strette di fianco; facilissime quindi a sfondarsi. Le artiglierie, poche e pesanti, tirate dai bovi, difficili a caricarsi, con palle grosse e per lo più di pietra, facevano pochissimo danno.‍[205]

L’esercito francese era, invece, modello di quanti se ne vedevano in Europa. Migliorato secondo tutti i progressi dell’arte, la sua forza consisteva principalmente nella fanteria, che camminava in ischiere grosse e serrate, le quali con un numero grandissimo di nuove manovre, si disponevano facilmente in tutte le guise, con agilità incredibile di movimenti. Aveva nell’avanguardia ottomila svizzeri, e nella cavalleria era la più ricca nobiltà di Francia e la più bella gioventù di Scozia: onde l’emulazione ne cresceva la forza. I Francesi avevano anche le migliori armi che si lavorassero allora. [189] Splendeva la loro fanteria di bellissime alabarde e picche, ed in ogni mille fanti v’erano cento fucili. Oltre le colubrine ed i falconetti, portavano trentasei cannoni, che erano tirati da cavalli, sopra quattro ruote, due delle quali si smontavano per metterli in batteria; ed andavano quasi di pari passo colla fanteria: il che era in quel tempo tenuta cosa meravigliosa.‍[206] Il valutare con precisione il numero di questo esercito, riesce quasi impossibile; perchè gli antichi scrittori sono sempre inesatti sopra tali materie, ed il loro uso di numerare per uomini d’arme,‍[207] ne accresce non poco la confusione. Nondimeno, i più stimano che Carlo VIII comandasse 22 mila fanti e 24 mila cavalieri; e che unendovi tutta la gente che lo accompagnava, e i soldati del Moro che dovevano raggiungerlo in Italia, le sue forze potessero ascendere a 60 mila uomini.‍[208]

Il re Alfonso di Napoli si apparecchiava, dal suo lato, alla guerra con tutta l’attività e le forze di cui era capace. D. Federico, suo fratello, andava con l’armata ad assalire Genova, dove si raccoglievano le navi di Francia; D. Ferdinando, duca di Calabria, assistito dal conte di Pitigliano e da Gian Iacopo Trivulzi, capitani rinomatissimi di quel tempo, avanzavasi nelle Romagne per allontanare la guerra dai confini del Regno.

[190]

In tale stato di cose, tutto spingeva il re Carlo ad affrettare i suoi movimenti; e quei medesimi generali che avevano contrastato l’impresa, ora la sollecitavano, persuasi che l’indugio non avrebbe fatto che peggiorare le sue condizioni. Ma appunto allora il re cominciava di nuovo a dubitare e perdersi in mille incertezze: egli sembrava aver quasi del tutto mutato il suo animo; tanto che alcune delle sue genti che già s’erano poste in moto, ricevettero ordine di retrocedere. Allora il cardinale di San Piero in Vincola presentossi di nuovo, e le sue parole furon quasi violente: egli accusò il re di mettere a repentaglio non solo il proprio onore, ma quello anche di tutta la nazione; e il suo impeto fu tale, che vinse ogni incertezza. Così, finalmente, il giorno 22 agosto 1494, il re e l’esercito si mossero; pel Monte Ginevra andarono ad Asti, dove vennero loro incontro il Moro colla moglie, e il duca di Ferrara.

Tra le feste e le donne, Carlo dimenticava nuovamente la guerra, e si abbandonava in modo ai piaceri, che ammalatosi gravemente, fu costretto fermarsi per un mese. Da Asti andò a Pavia, dove visitò l’infelice Giovan Galeazzo, che nel fiore degli anni consumavasi in un letto; e udì i lamenti della moglie di lui, che gettandoglisi ai piedi, raccomandava a calde lacrime il loro stato infelice. Parve che il re si commovesse grandemente, tanto che promise a quel principe aiuti efficaci: ma non era appena da Pavia giunto a Piacenza, che ivi gli pervenne la nuova della morte di quel giovane, e la fama riportava essere seguita per veleno amministratogli dal Moro. Tutto l’esercito era indegnato di questo fatto, perchè vedeva con che sorta d’alleato si aveva a fare: il re solo pareva non darsene alcun pensiero. Egli, caduto un’altra volta nelle sue incertezze, non sapeva se prendere la via di Romagna o procedere per la Toscana; [191] e in questo mezzo, si fermava di nuovo e davasi nuovamente ai piaceri.

Intanto, arrivavano da tutti i lati notizie di fortuna prospera ai Francesi. In Romagna, ove già era stato mandato il valoroso generale d’Aubigny per tenere a bada i Napoletani, egli aveva saputo, con poca gente e senza venire ad alcun fatto d’armi, stancarli in modo, che già si ritiravano nel Regno. A Genova, il duca d’Orleans aveva potuto, con una flotta assai maggiore, obbligare D. Federico a retrocedere. Sbarcò poi a Rapallo, dove era piccola guarnigione di Napoletani, un certo numero di Svizzeri; che, aiutati dalle artiglierie delle navi, poterono prendere la terra, metterla a sacco ed a fuoco, passare a fil di spada non solo la guarnigione che si arrendette, ma tutti gli abitanti ed anche quaranta malati che trovarono in letto. La nuova d’un tal fatto sparse un terrore indescrivibile per tutta Italia, dove questo modo feroce di guerreggiare era insolito e sconosciuto. Ogni città, ogni più piccolo borgo s’immaginava d’avere a dividere la medesima sorte dell’infelice Rapallo; ed il nome dell’esercito francese ne diveniva terribile, il suo cammino si rendeva sempre più libero da contrasti.

In questo medesimo tempo, arrivavano al campo Giovanni e Lorenzo de’ Medici, cugini di Piero, che s’erano dati al partito popolare; e fuggiti dalle ville ove erano stati confinati dal fratello, venivano ad assicurare al re, lo stato della Toscana essere tutto favorevole al passaggio dei Francesi. E così l’esercito, messosi finalmente per la Lunigiana, procedeva oltre, lungo la Magra. Giunti innanzi al castello di Fivizzano, i Francesi lo presero d’assalto, ed emularono le crudeltà degli Svizzeri. Ben presto però si dovettero accorgere d’essersi messi per una via piena di pericoli. Essi erano in un paese sterile; chiusi [192] a sinistra dai monti; a destra, col mare tenuto ancora dal nemico; ed in fronte avevano le fortezze di Sarzana, Sarzanello e Pietra Santa, le quali con piccola guarnigione potevano facilmente chiudere il passo ad ogni più formidabile esercito. Se Piero de’ Medici avesse ardito prendere qualche forte provvedimento, egli poteva anche in su quell’ultima ora respingere i Francesi, con loro gravissimo danno e vergogna. Ma sembrava davvero che la Provvidenza guidasse miracolosamente quegli eserciti alla nostra rovina; e che, malgrado la stolta indolenza del re e il niun provvedimento d’ogni cosa più necessaria, tutto dovesse riuscire, per loro, a prospero fine.

Intanto, la confusione era a Firenze grandissima. Il partito popolare aveva sempre parteggiato per Francia; ma la pazza politica di Piero aveva fatto avanzare il re da nemico, onde il paese ne andava a sacco ed a fuoco: che fare, adunque, in tale stato di cose? Aprire la via quando si potevano chiedere patti, sembrava imprudenza e viltà; chiuderla, era un dichiarare la guerra. Il governo della città trovavasi intanto nelle mani di Piero, autore unico di questi disordini: tutti stavano perciò a guardare che partito egli fosse per prendere, e nel comune pericolo ognuno si compiaceva di notare il suo smarrimento e la sua confusione. La condizione di Piero era, infatti, peggiore di ogni altra: il nemico vittorioso e vicino era contro di lui personalmente adirato; egli, senza danaro, senza alcuno che volesse dargliene, e col paese avverso, aveva perduto ogni consiglio. Mandò Paolo Orsini, con alcuni cavalli e trecento fanti, a rinforzare la guarnigione di Sarzana; ma subito dopo, crescendo la paura, si decise di presentarsi al campo del re e chiedere egli stesso la pace. Questo doveva essere una imitazione del viaggio che Lorenzo suo padre fece a Napoli, quando si mise coraggiosamente [193] nelle mani di quel re per ottenerne patti onorevoli. Ma le imitazioni riescono assai difficilmente; e Piero facendo per paura ciò che Lorenzo avea fatto per coraggio, riuscì a lui in umiliazione e rovina quello che al padre era risultato ad accrescimento di potenza e d’onore.‍[209]

Fattosi, adunque, accompagnare da ambasciatori della repubblica, se ne andò a Pietra Santa; ove subito seppe come l’Orsini, incontrato per via da alcuni Francesi, era stato disfatto. Cresciutogli perciò vieppiù il desiderio d’ottenere la pace a qualunque costo, mandò a chiedere un salvacondotto, ed ottenutolo, si presentò al campo. Ivi trovò che il re e l’avanguardia battevano invano da tre giorni il forte di Sarzanello. Ogni altro uomo si sarebbe vantaggiato della sua posizione e del grave pericolo in cui era l’esercito nemico; ma egli non potè mai uscire dal suo smarrimento, anzi ne fu sempre più dominato quando vide la fredda e severa accoglienza fattagli dal re. Senza neppure interrogare gli ambasciatori che lo accompagnavano, cedette, con una stoltezza veramente incredibile, tutte e tre le fortezze; dando immediato ordine a chi le teneva, di consegnarle ai Francesi; i quali subito ne presero possesso. Prometteva anche di somministrare danaro, e di cedere le fortezze di Pisa e Livorno; e ciò sino a guerra finita.

Padroni ormai del territorio toscano, si avanzavano i Francesi rapidamente, non credendo quasi alla loro medesima fortuna, che così miracolosamente li avea cavati di tanti pericoli. Divenne fra loro universale l’opinione, che la Provvidenza aiutava quest’impresa; [194] e vi prestavano fede non solamente i soldati, ma anche i generali, e più di tutti il re stesso, che si era convinto di esser davvero quel nuovo Ciro che il predicatore di San Marco aveva annunziato.‍[210] Intanto, gli ambasciatori che avevano accompagnato Piero, senza più far parola nè a lui nè al re, partivano adirati e correvano a Firenze; dove trovavano ogni cosa già piena di disordine, di confusione e di sdegno, per le nuove già arrivate delle fortezze così vilmente cedute.

[195]

CAPITOLO SECONDO. I Medici sono cacciati da Firenze. Il Savonarola va ambasciatore al campo francese.
[Novembre 1494.]

Il mese di novembre 1494 cominciava in Firenze con sinistri auspici. La notizia, già arrivata, dell’abbandono di quelle fortezze, che erano costate alla repubblica lunghi assedi e spese enormi,‍[211] e che erano la chiave di tutto il territorio toscano, aveva già sollevato il popolo. Il ritorno degli ambasciatori dal campo francese, fece poi crescere assai più il furore di tutta la città. Essi raccontavano quanto facile sarebbe stato ottenere dal re patti onorevoli: con quanta viltà, e con quanto orgoglio nel medesimo tempo, Piero dei Medici aveva messo l’intera repubblica nelle mani di Carlo VIII, senza neppure interrogarli. I discorsi erano perciò in Firenze tutti pieni di sdegno, e il popolo cominciava a radunarsi nelle piazze e nelle vie. Si vedevano nella folla comparire di nuovo certe vecchie armi, tenute nascoste per più di mezzo secolo; qualche pugnale che si vantava d’essere stato vibrato in Duomo il giorno della congiura dei Pazzi: uscivano dagli opifici dell’arti della lana e della seta alcuni di quegli uomini forti, tarchiati e con visi terribili, che rammentavano ancora i Ciompi di Michele di Lando.‍[212] Pareva quel giorno che si fosse, come per incanto, [196] tornati un secolo addietro; e che quel popolo il quale aveva per sessanta anni sopportato così pazientemente la tirannide, fosse ora deciso di correre al sangue ed alle armi per riconquistare la sua libertà.

Se non che, in quello universale furore, una universale incertezza e diffidenza dominava gli animi. I Medici, è vero, non aveano lasciato alcuna guardia in Firenze, ed il popolo poteva d’ora in ora impadronirsi di tutta la città; ma esso non sapeva di chi fidare, a cui lasciarsi condurre. I vecchi amici della libertà erano quasi tutti morti nei sessanta anni trascorsi, fra gli esili, le condanne e le persecuzioni; i pochi che ancora s’intendevano dello stato, erano uomini vissuti sempre col favore dei Medici; e la moltitudine, uscendo dalla servitù, non poteva per sè stessa se non trascorrere alla licenza.‍[213] Era, quindi, uno di quei momenti terribili, in cui a nessuno è dato vedere quali eccessi, quali fatti atroci possono d’ora in ora commettersi. Il popolo scorreva tutto il giorno incerto per le vie, come un fiume impetuoso; guardava con occhio sinistro le case di quei cittadini che avevano accumulato ricchezze coll’oppressarlo; nè aveva altra direzione sicura, se non che in sull’ora della predica raccoglievasi tutto nel Duomo. Ivi non s’era mai vista la gente accalcarsi così stretta: gli uni pigiavano gli altri sino a che non si potevano più muovere; e quando il Savonarola saliva finalmente sul pergamo, egli era come sopra un piano fitto e immobile di teste che lo riguardavano. [197] Si vedeva dipinta su quei volti un’insolita fierezza, un’insolita concitazione, ed a qualcuno di sotto al lucco rilucere la corazza.

Quel frate era il solo uomo che potesse in quei giorni comandare alla moltitudine; la quale sembrava pendere dalle sue labbra, e da lui solamente aspettare la sua salvezza. Una parola inconsiderata, uscita dalla bocca di lui, avrebbe potuto mandare a sacco le case dei più potenti cittadini, ricominciare l’antica storia delle guerre intestine, far versare dei fiumi di sangue; giacchè molte erano le ingiurie dal popolo ricevute, grande il desiderio della vendetta. Egli si astenne perciò da ogni discorso politico; ma, col cuore riboccante d’affetto, con ambe le braccia aperte, con la persona sporgente dal pergamo, con una voce che rimbombava in tutta la chiesa, predicava la pace, la carità, l’unione «Ecco la spada è venuta, le profezie si verificano, i flagelli cominciano: ecco il Signore conduce questi eserciti. O Firenze, è cessato il tempo dei canti e dei balli: ora è tempo di piangere con fiumi di lacrime le tue colpe. I tuoi peccati, o Firenze, i tuoi peccati, o Roma, i tuoi peccati, o Italia, sono causa di questi flagelli. Fate, adunque, penitenza; fate limosina; fate orazione; fate unione. O popolo, io ti sono stato in luogo di padre; sommi affaticato tutto il tempo della vita mia a farti conoscere le verità della fede e del ben vivere, e non ho avuto altro che tribolazioni, scherni ed obbrobrio: almeno mi fosse dato il compenso di vederti far le buone opere! Popolo mio, che altro ho mai desiderato che vederti salvo, che vederti unito? Fate penitenza, perchè s’avvicina il regno de’ Cieli.» «Ma io l’ho detto tante volte, io ho esclamato tante volte, io ho per te pianto tante volte, o Firenze, che ti doveria bastare.... Io mi volto a te. Signor mio, che se’ stato morto per nostro amore e per li nostri peccati: [198] perdona, o Signore, perdona al popolo fiorentino, che vuole esser tuo.‍[214]» E così egli andò innanzi predicando la carità, la fede, la concordia degli animi, con tanto impeto, con tanta forza, che ne restò più giorni esausto e quasi ammalato.‍[215] Quei sermoni non furono dei più eloquenti, perchè l’agitazione toglieva luogo alla riflessione ed all’arte; ma l’affetto con cui furono pronunziati dominava, soggiogava quel popolo, che dopo il tumulto delle strade, veniva in luogo di pace, ove udiva parole evangeliche. Tanta fu la forza che ebbe in quei giorni la voce del Savonarola, che fra sì gran tumulto di passioni popolari, non si trascorse ad alcuno eccesso; e la rivolta che sembrava apparecchiarsi tumultuante e pericolosa nella piazza, si compiè tranquilla e pacifica nel Palazzo: miracolo nuovo nella storia di Firenze, che tutti gli storici di quel tempo attribuiscono al benefico ascendente che il frate di San Marco seppe acquistare sul popolo.‍[216]

[199]

Il giorno 4 di novembre, adunque; la Signoria raccolse i più reputati e prudenti cittadini in Palazzo, per consigliarsi sul partito da prendere. La legge e l’antica usanza della repubblica portavano che a niuno fosse permesso di prendere la parola, se non ne veniva richiesto dai Signori; ed allora doveva discorrere in favore del partito che essi proponevano. Nei momenti di tumulto, però, nè questa nè altra legge fiorentina veniva rispettata. Quel giorno, gli animi erano pieni d’agitazione; trattavasi della salute della patria; la Signoria domandava consiglio ad ognuno e tutti volevano parlare. Pure, tanto la lunga servitù aveva legato gli animi, che quando messer Luca Corsini ruppe l’antica usanza, e, senza esserne personalmente richiesto, levatosi in piedi, cominciò a dire che le cose andavano male, che la città rovinava nel disordine, che bisognava prendere qualche rimedio efficace; la maraviglia fu universale: qualcuno sussurrava, qualche altro tossiva, e, finalmente, a lui si avviluppò in modo la lingua in bocca, ch’egli non potette procedere più oltre.‍[217]

Il discorso, però, fu subito ripreso da Tanai di Jacopo de’ Nerli, giovanetto assai animoso, il quale rinforzava le parole del Corsini: ma anche a lui cominciò a tremare la voce; ed il padre, allora, levatosi in piedi tutto confuso, lo scusava appresso i colleghi, dicendo non badassero alle sue parole, perchè egli era giovane e di poca testa.

[200]

Si levò, finalmente, Piero di Gino Capponi: la sua persona ben quadrata, il capo canuto, gli occhi fiammeggianti ed una certa aria di allegra fierezza, come di destriero ch’ha udito il suono della tromba guerriera, fecero rivolgere verso di lui tutti gli sguardi e tacere ognuno. Lo sapevano uomo di parole brevi, ma risolute, e di fatti ancora più risoluti. Egli parlò chiaro, e disse: «Piero de’ Medici non è più capace a tenere lo stato; la repubblica deve provvedere a sè stessa; ormai è tempo d’uscire di questo governo di fanciulli.‍[218] Si mandino ambasciatori al re Carlo; i quali se incontrano Piero, non lo salutino; ed espongano come tutto il male è venuto da lui, e che la città è amica del nome francese. Si facciano uomini d’onoranza, i quali non manchino di ricevere il re con ogni festa: ma, nello stesso tempo, si chiamino dal contado i comandanti coi loro soldati, e si nascondano nei chiostri od altri luoghi segreti, e insieme colle genti d’arme si tengano parati al bisogno; acciocchè quando non s’è mancato per nulla in quello che è onesto con questo Cristianissimo principe, nè tralasciato di contentare con danari l’avara natura dei Francesi, si possa, ove egli trascorra ad atti e pensieri non comportabili, mostrargli il viso e l’armi. E sopra ogni altra cosa,» egli disse conchiudendo, «non si manchi di mandar cogli altri ambasciatori il Padre Girolamo Savonarola, il quale ora ha tutto l’amore del popolo.‍[219]» E poteva aggiungere [201] ancora, tutto il rispetto del re; perchè questi avea davvero concepita una quasi religiosa venerazione per quel frate, che da tanti anni predicava la sua venuta, dicendola ordinata dal Signore.

Il 5 novembre furono eletti gli ambasciatori, tra i quali erano il Capponi medesimo, il giovane Nerli ed il Savonarola.‍[220] Questi lasciò che gli altri partissero subito per Lucca, ove speravano d’incontrare il re; ed egli, con due suoi frati, li seguì a piedi, come era suo costume di viaggiare.‍[221] Ma prima di muoversi, parlò di nuovo al popolo, e fece un sermone, che concluse con queste parole: «Il Signore ha esaudito le tue orazioni; ha fatto pacificamente seguire una gran rivoluzione. Egli solo è venuto in aiuto della città, quando tutti l’avevano abbandonata. Attendi, e vedrai i disastri che seguiranno nelle altre città. Persevera, adunque, o popolo di Firenze, nelle buone opere; persevera nella pace. Se tu vuoi che il Signore perseveri nella misericordia, sii misericordioso verso i tuoi fratelli, verso i tuoi amici, verso i tuoi nemici: altrimenti, cadranno anche sopra di te i flagelli che s’apparecchiano al resto d’Italia. Misericordiam volo, grida a voi il Signore. Guai a chi non ubbidisce ai suoi comandi.»‍[222] Fatta questa predica, si partiva per andare alla volta di Pisa; giacchè gli ambasciatori arrivati a Lucca avevano trovato il re sul punto di partire; onde, dopo averlo salutato, lo seguivano in quella città.

[202]

Non appena Piero dei Medici ebbe veduto ch’essi venivano in nome della repubblica senza fare a lui alcun segno di ossequio, capì subito che qualche grave mutamento era avvenuto nella città. Raccomandava perciò caldamente al re la sua causa, e prometteva di pagargli 200,000 ducati:‍[223] raccomandava a Paolo Orsini di raccogliere le sue genti, di soldare nel contado quanti uomini potesse e venire subito a Firenze; dove egli entrava frettolosamente la sera dell’8 novembre.‍[224] La mattina seguente, presentavasi al Palazzo verso le ore 11, accompagnato da molta gente, con la intenzione di raccogliere il popolo a parlamento, e restringere nelle sue mani tutto il governo. Ma la Signoria, che era già istruita del suo disegno, lo fece passare con alcuni solamente de’ suoi compagni; e ricevutolo con gran freddezza, gli raccomandava di licenziare la gente assoldata, per non mettere sè stesso e la città a qualche inutile cimento. Pietro restò talmente confuso da un’accoglienza così fredda e risoluta, che non sapendo come decidersi, se ne uscì, dicendo ch’egli avrebbe prima deliberato sul da fare, e poi sarebbe venuto di nuovo a renderne conto ai Signori. Tornato a casa, mandava ordine all’Orsini che s’impadronisse della porta a San Gallo; ed egli armatosi, si presentava il giorno al Palazzo, con una guardia di gente parimente armata. Ma sull’uscio trovava alcuni dei Collegi che gl’impedivano l’entrata, dicendo avere ordine di non lasciarlo passare altro che solo e senza armi, e per lo sportello piccolo. Egli allora, tutto sbuffante di sdegno e minaccioso, tornavasene indietro. Non aveva però dato appena due passi, che veniva chiamato da un mazziere [203] della Signoria, mandato per ordine di messer Antonio Lorini, il solo che fosse, tra i Signori, restato ancora amico ai Medici. Costui trovavasi appunto quel giorno tenere l’ufficio di Proposto;‍[225] onde, a lui toccando il proporre le deliberazioni da farsi, aveva in quel giorno potuto impedire che se ne facesse alcuna contro a Piero de’ Medici: ed essendo a lui pure affidate le chiavi della torre, avea sino allora impedito che si sonasse la campana per raccogliere il popolo. Ma ora che, trascorrendo tutti i limiti, contro alla volontà di ognuno richiamava indietro il Medici, messer Luca Corsini, insieme con Iacopo de’ Nerli e Filippozzo Gualterotti, scesero alla porta e di fatti gli vietarono il passo. Piero, che nel vedersi richiamato avea già ripreso il suo orgoglio, voleva usar modi superbi; ma il Nerli, respingendolo con ingiuriose parole, gli chiuse l’uscio in sul viso.

Il popolo, che s’era trovato testimonio di questo fatto, cominciò a levargli il rumore addosso; e per maggior dispregio, lo cacciavano via solamente colle grida e coi becchetti dei cappucci; mentre i fanciulli lo inseguivano coi fischi e coi sassi. Piero, colla spada sguainata in mano, non sapendo nè usarla nè rimetterla, si restrinse pauroso in mezzo ai suoi, atterrito dalla sola voce di quel popolo che aveva poco prima tanto superbamente calpestato. Mentre così retrocedevano gli uni e gli altri inseguivano, scontrarono per via il bargello, Pier Antonio dell’Aquila; il quale volendo aiutare i Medicei, fu, dal popolo, che era senza armi, disarmato e svaligiato con tutti i suoi. Menatolo poi al suo palazzo, gli fecero liberare i prigionieri; e ritornando i sollevati indietro, fu singolare il vedere come le armi tolte al bargello fossero le prime che si brandissero in difesa della libertà. Ma già la campana [204] della Signoria cominciava a sonare a distesa, e tutto il popolo correva tumultuoso in piazza: abbandonavano le case; chiudevano le botteghe; uscivano colle ronche, cogli spiedi, coi pali, con ciò che trovavano. Alcuni vecchi cittadini si vestirono quel giorno con abiti d’antica foggia, con armi irrugginite, che rammentavano i tempi della repubblica; ed erano accolti con grida di gioia, ogni volta che comparivano nella folla.‍[226]

Non s’era appena il popolo radunato in piazza, quando ecco, tutto polveroso, a cavallo di una mula, Francesco Valori arrivare da Pisa, dove aveva parlato cogli ambasciatori fiorentini. La gente si stringeva intorno a lui chiedendo notizie, ed in un momento egli si trovava nel più fitto del tumulto. Il Valori era stato un antico partigiano dei Medici, adoperato da Lorenzo in molti impieghi; e fu uno di quei cinque cittadini mandati al Savonarola per consigliarlo a moderare le sue prediche. Ma da quel momento, esso cominciò invece a sentir simpatia pel frate, ed a poco a poco ne divenne uno dei più caldi seguaci. Il mal governo di Piero lo spinse poi decisamente nel partito popolare, che assai più si addiceva alla natura del suo carattere. Egli aveva, infatti, tutte le qualità d’un capo-popolo: impetuoso ed ardito, di poca testa e di gran cuore, eccessivo in tutti i suoi partiti, trovavasi in mezzo ai tumulti come a casa sua. E quel giorno, su quella stessa mula, così polveroso com’egli era, cominciò ad arringare la moltitudine. — Raccontava, come gli ambasciatori avevano a Lucca trovato il re assai ben disposto; ma che seguitolo a Pisa, ne erano stati freddamente ricevuti, perchè Piero de’ Medici, prima di lasciare il campo, aveva fatto mille preghiere e mille promesse a [205] danno della città. — Quando poi s’avvide che il popolo era venuto in furore, si mise alla sua testa, e col grido di abbasso le palle, lo condusse ad assalire la casa dei Medici.‍[227]

Piero aveva, in questo mezzo, fatto chiamare l’Orsini con la sua gente; s’era armato di tutto punto, e colla forza voleva ritornare in Palazzo. Il cardinal Giovanni suo fratello‍[228] s’era già avviato innanzi; e correndo le vie, cercava sollevare il popolo in suo favore col grido di palle, palle: ma niuno gli rispondeva, anzi molti dalla strada e dalle finestre lo minacciavano. Quando fu giunto alla chiesa di San Bartolommeo, egli potè distinguere la moltitudine guidata dal Valori, che armata e tumultuante si avvicinava, onde assai rapidamente volse indietro i suoi passi. Arrivato a casa, trovò che Piero s’era già dato alla fuga. Avendo esso ricevuto un bullettino della Signoria, che dichiarava ribelli lui ed il cardinale, e saputo come questi già retrocedeva, non gli era bastato l’animo neppure d’aspettarlo; e raccolta la poca gente che aveva intorno, era corso alla porta a San Gallo. Ivi fece l’ultimo tentativo di sollevare quel borgo, popolato d’infima gente, stata sempre affezionatissima alla sua casa; ma invano egli alzava la voce, invano gettava oro per le vie: anche quell’ultima plebe lo guardava con disprezzo, correndo invece verso il palazzo dei Signori. Allora si persuase, finalmente, che era inutile sperare; che bisognava, invece, provvedere a salvare la vita. Avvilito, prostrato da tante traversíe che in sì breve spazio gli erano venute addosso, si mise per la via di Bologna; e non s’era appena allontanato pochi passi, che vide chiuderglisi dietro la porta della [206] città. Egli andava in compagnia del fratello Giuliano,‍[229] e d’alcuni pochi soldati; i quali, più di lui spauriti per la tema d’essere nella campagna assaliti e messi a pezzi dai contadini, lo lasciarono, la più parte, prima di uscire dai confini della Toscana. Giunto in fine a Bologna, stracco e trafelato dal lungo viaggio, con poca e misera compagnia, fu dal Bentivoglio quasi villanamente ricevuto. — «Mi sarei lasciato piuttosto tagliare a pezzi, egli disse, che abbandonare lo stato. — » Non andò guari per altro, che presentatosi un uguale pericolo, anche il superbo Bentivoglio si dette vilmente alla fuga. Piero, intanto, sempre più abbattuto dall’avversa fortuna, continuava oltre il viaggio sino a Venezia; dove finalmente trovava cortesia e riposo. Anche ivi ebbe il dolore di vedere che il Soderini, ambasciatore fiorentino, s’era già dichiarato in favore del nuovo governo: ma la Signoria veneziana lo accolse con tutti gli onori che soleva usare verso i principi decaduti; e ciò fu un gran sollievo al suo animo travagliato.

A lui pareva d’essere in quei pochi giorni vissuto un secolo, ed ora si destava come da un lungo sogno, e cominciava a comprendere con quanta stoltezza si era condotto, con quanta viltà aveva abbandonato lo stato, senza che ancora nessun reale pericolo lo avesse minacciato, quando già il re Carlo si era volto in suo favore. E certo, se in quei primi giorni egli avesse saputo mostrare un animo risoluto, avrebbe potuto spegnere o frenare quei movimenti in sul nascere, sicuro come era del vicino aiuto di Francia.‍[230] Infatti, [207] quel re tanto gli era divenuto favorevole, che già arrivavano suoi messi a Venezia, invitando Piero de’ Medici a tornare in Firenze. Ma a questo, oggimai, non bastava più l’animo di trovarsi una seconda volta in mezzo a quel popolo tumultuante, le cui grida minacciose ancora pareva che lo spaventassero. Intanto, arrivava a Venezia anche il cardinale, che nella sua fuga aveva mostrato animo maggiore. Assai più tardi aveva abbandonato la città, travestito da frate, con molta fatica e non senza grave pericolo: aveva presi tutti quegli oggetti più preziosi che potette nel disordine raccogliere, e portatili subito ai frati di San Marco, riusciva in questo modo a salvarli; come fecero anche parecchi altri di quei cittadini che sapevano d’essere più invisi al popolo. Tanto era grande appresso tutti il nome della onestà di quei frati, che mentre il loro convento era tenuto quasi centro del partito popolare, i partigiani dei Medici ed il cardinale medesimo non sapevano ove meglio ricoverare le loro cose più preziose.

In questo mezzo, la Signoria metteva una taglia di 5,000 fiorini per chi consegnasse vivi Piero o il cardinale, e di 2,000 per chi li desse morti. Si cercava nel medesimo tempo distruggere ogni memoria del passato: erano cancellate dal palazzo del Podestà le immagini dei ribelli del trentaquattro, dalla porta della dogana quelle dei ribelli del settantotto:‍[231] venivano richiamate le famiglie dei Neroni Diotisalvi, dei Pazzi e di molti altri esuli o confinati; fra i quali erano Lorenzo e [208] Giovanni de’ Medici, cugini di Piero, che appena tornati, levarono dalle loro case le insegne delle palle per mettervi l’arme del popolo, e di Medici che erano, si vollero chiamar Popolani. Così cominciavasi già ad adulare quella moltitudine, pochi giorni innanzi tanto vilipesa!

Il tumulto intanto cresceva, e la plebe sembrava cominciare a divenire ebbra nel disordine. Andavano a sacco le case di Giovanni Guidi notaio e cancelliere delle Riformagioni, e d’Antonio Miniati provveditore del Monte; due uomini ch’erano stati fidi strumenti dei Medici, e sottili consiglieri nel trovar modo a gravare il popolo d’imposte incomportabili; onde erano divenuti l’odio di tutta Firenze. Fu del pari saccheggiata la casa del cardinal Giovanni dei Medici, e quel giardino di San Marco, ove essi avevano raccolto tanti oggetti preziosi di arte. Ancora non s’era cominciato a sparger sangue, ma pure molti vi erano assai inclinati; e vi sarebbero certo venuti, se i partigiani del Savonarola non si fossero molto adoperati per impedirlo, se d’ora in ora non si fosse aspettata la sua venuta dall’ambasceria al re Carlo, e se la Signoria non avesse con severissimi bandi cercato di metter termine a questi disordini.

Ad accrescere però i mali umori, arrivavano ora gli ambasciatori da Pisa, e portavano del re Carlo notizie poco soddisfacenti. Essi gli avevano esposto: — La città essergli amica, ed apparecchiarsi già a riceverlo con quegli onori ch’erano convenevoli alla sua maestà; chiedere solo, che siccome da amico era ricevuto, così da amico volesse comportarsi: venisse perciò sin d’ora agli accordi, acciò la pubblica gioia più compiuta si potesse manifestare. — Ma quel re non dava mai altra risposta, se non che: — «Dentro alla gran villa s’assetterebbe ogni cosa.» — E dalla sua freddezza appariva evidente, che le [209] istanze, le preghiere e le promesse che Piero dei Medici gli aveva fatto di danari, di obbedienza, di ogni cosa, lo avevano volto in suo favore. Onde gli ambasciatori tornavano ora senza alcuna conclusione, e solo potevano assicurare, il re non esser punto favorevole alla repubblica.

Se non che, quando essi avevano fallito l’intento loro, il frate di San Marco si presentava al campo francese; e, passato fra quella gran moltitudine d’armati, arrivava finalmente alla presenza del re, che, in mezzo ai suoi generali, gli faceva assai lieta accoglienza. Ed il frate, senza molti preamboli, cominciava un breve sermone, che pronunziò con voce sonora, con accento quasi imperioso. — «O Cristianissimo re, tu sei uno strumento nella mano del Signore, che ti manda a sollevare i mali d’Italia, come io già da più anni ho predetto; e ti manda a riformare la Chiesa, che giace prostrata in terra. Ma se tu non sarai giusto e misericordioso; se tu non rispetti la città di Firenze, le sue donne, i suoi cittadini, la sua libertà; se tu dimentichi l’opera per cui il Signore ti manda; Esso allora sceglierà un altro per adempierla, aggraverà la sua mano adirata sopra di te, e ti punirà con flagelli terribili. Queste cose io ti dico da parte del Signore.»‍[232] — Il re ed i generali sembrarono udire assai attentamente le minacciose parole del Savonarola, e prestarvi grandissima fede. Era, in fatti, venuta in ognuno l’opinione, che quegli eserciti fossero veramente guidati dal Signore ad un fine provvidenziale; ed il re Carlo nutriva una grande venerazione per colui che aveva profetato la [210] sua venuta ed assicurava prospero successo alle sue imprese: onde quel sermone pareva che mettesse davvero un certo terrore nell’animo suo, e lo risolvesse a comportarsi più onestamente coi Fiorentini; ai quali il Savonarola, tornando poco dopo gli altri ambasciatori, portava migliori speranze.

[211]

CAPITOLO TERZO. Sollevamento di Pisa. Entrata di Carlo VIII in Firenze; suo trattato colla repubblica, e partenza.
[Novembre 1494.]

Le cose di Toscana per moltiplicati disordini divenivano peggiori. Il giorno stesso che i Medici venivano cacciati da Firenze, i Pisani si sollevavano a rivendicare furiosamente la loro libertà. Dacchè erano caduti sotto il giogo fiorentino, o, come essi dicevano, straniero, altro non avevano mai agognato che il momento di poterlo scuotere. Perduta la loro indipendenza, essi avevano quasi in un istante visto rovinato il commercio e l’industria, scemata la popolazione e distrutto ogni ordine civile: la più parte di loro avevano perciò preferito l’esilio alla servitù. Ma all’avvicinarsi degli eserciti francesi, risorgevano tutte le speranze; ed il Moro, che sempre pescava nel torbido e aveva già fatto il disegno d’impadronirsi di Pisa, l’istigava di continuo a sollevarsi, promettendo ogni sorta d’aiuti, e facendo segretamente dar buone speranze anche da persone ch’erano intorno al re. Quindi, non appena Carlo VIII entrava in città, che il popolo di Pisa corse a rumore le vie, distruggendo tutte le insegne fiorentine, gettando in Arno il marzocco che era sul ponte, e ponendovi invece la statua del re: saccheggiarono poi le case dei rettori fiorentini, che vennero a furore di popolo cacciati dalla città. La libertà e l’indipendenza furono così proclamate, gli esuli richiamati; si raccoglievano armi, danari ed uomini per cominciare quella celebre e male augurata guerra pisana, che doveva logorare le forze di due repubbliche [212] appena rinate, spegnere tanti valorosi cittadini senza vantaggiare ad alcuno.

Il re, trovandosi presente a tutti questi movimenti, li volle dapprima incoraggiare; ma vedendo poi cacciati i rettori fiorentini, se ne mostrava invece adontato. Egli quasi avrebbe voluto che i Pisani rivendicassero la loro libertà, e che nello stesso tempo prestassero ubbidienza ai Fiorentini! Il popolo, invece, avendo preso il suo andare nella rivolta, procedeva oltre rapidissimamente; e Carlo allora, non occupandosi d’altro che di lasciare un presidio nella fortezza, partivasene, senza quasi avvedersi di ciò che avveniva, senza punto riflettere alle conseguenze di ciò che aveva lasciato sperare ai Pisani. Così, prima di entrare in Firenze, egli già le aveva recato una gravissima ferita col permettere che i sudditi della repubblica, sotto ai suoi occhi e cogli eserciti francesi in casa, si ribellassero: esempio pericoloso per tutto il dominio, e che non tardò molto ad essere imitato da Arezzo, da Montepulciano e da altre città. Egli continuava intanto il suo cammino, fermandosi ancora qualche giorno a Signa; ove attese che i tumulti sedassero in Firenze, e che gli onori si apparecchiassero convenevolmente al suo ingresso. Nuovi ambasciatori fiorentini vennero ivi a sollecitarlo perchè volesse fermare i patti prima di procedere oltre: ma la sua risposta fu sempre: «Dentro alla gran villa assetteremo ogni cosa.‍[233]»

Per tutte queste ragioni, lo stato della città era sempre incerto e confuso: i Medici appena cacciati; il vecchio governo distrutto, ed il nuovo ancora non ordinato; il re che entrava senza patti, alla testa d’un’esercito poderoso, e già bagnato di sangue italiano. C’era da sbigottirsi [213] veramente: per buona fortuna, si trovavano però a consigliare la Signoria cittadini di molta prudenza e d’animo fermissimo. V’era, fra gli altri, Piero Capponi, che in quei giorni pareva essere divenuto il braccio della repubblica, come il Savonarola ne era l’anima ed il cuore. L’uno predicava la carità, la pace, l’unione; l’altro si trovava dovunque c’era bisogno d’aiuto e consiglio, provvedeva armi e soldati. Le case erano provviste d’ogni sorta munizioni da guerra; i pali e le tavole pei serragli erano in pronto; i chiostri e le corti erano pieni di gente assoldata, che si diceva ascendesse al numero di seimila, e tenevasi presta per uscire in difesa della Repubblica al primo suono della campana.‍[234]

A quindici, a sedici per volta, si vedevano intanto entrare nella città alcuni Francesi, i quali, con la loro aria marziale e disinvolta, senza armi e col gesso in mano, andavano segnando le case degli alloggiamenti. Affettavano sprezzo ed indifferenza; ma pure non potevano nascondere la loro maraviglia nel vedere una città tanto splendida per stupendi edifizi, ed in ogni sbocco di via rimanevano come attoniti della nuova prospettiva che si apriva ai loro occhi. Ma ciò che più di tutto richiamava la loro attenzione, erano quei severi palazzi che parevano fortezze inespugnabili, quelle torri che portavano ancora i segni delle fiere e sanguinose guerre cittadine. Il giorno 15 novembre, essi videro poi uno spettacolo che pose nei loro animi una quasi trepidazione. Fosse caso o disegno, a un tratto corse per la città la voce, che Piero de’ Medici s’avvicinava alle porte: la campana sonò a distesa, le vie brulicarono di popolo in furore, la terra sembrava partorire uomini armati che correvano verso la piazza, i palazzi si chiudevano, le torri s’armavano; già s’apparecchiavano i serragli, [214] ed i Francesi vedevano quel giorno il primo saggio delle barricate. Subito si conobbe la voce esser falsa, ed il rumore sedò con la rapidità medesima con cui s’era levato. Ma rimase nell’animo di quegli stranieri la certezza, che le loro manovre e i loro battaglioni, chiusi in quelle vie, potevano fare assai poco di fronte a questa nuova e a loro sconosciuta maniera di guerreggiare. I Fiorentini, infatti, guardavano quella gente con una certa cotale aria di familiarità, come se avessero voluto dire: vedremo! A quel popolo, riacquistata la sua libertà, pareva essere divenuto signore del mondo, e quasi credeva non esservi più cosa alcuna che dovesse temere.‍[235]

Il palazzo dei Medici‍[236] era, intanto, apparecchiato per ricevere splendidamente il re; le case dei principali cittadini per gli uffiziali dell’esercito; le vie per cui si doveva passare erano tutte ricoperte di tende, parate a festa con tappeti ed arazzi. Il giorno 11 novembre, la Signoria attendeva in un palco costruito alla porta a San Frediano: molta nobile gioventù fiorentina andava fuori ad incontrare il re, che ad ore ventuna faceva il suo solenne ingresso. I Signori si levavano allora in piedi per andargli incontro; e messer Luca Corsini, avendone ricevuto l’incarico, presentavasi per leggere il discorso apparecchiato: ma in quel momento appunto cominciando a piovere, i cavalli spingevano furiosamente gli uni gli altri, e tutta la cerimonia andò a vuoto. Solamente il Gaddi, che era ministro di Palazzo, trovatosi d’animo e di lingua più pronta, si fece avanti fra quel trambusto, e seppe dire in francese alcune poche parole accomodate al bisogno: dopo di che il re, entrato sotto un ricco baldacchino, procedeva subito oltre. La sua figura faceva un singolare contrasto col marziale aspetto di quel numeroso e potente [215] esercito alla cui testa egli camminava. Era quasi mostruoso: il capo aveva grosso, il naso lungo, la bocca larga, il corpo piccolissimo, le gambe straordinariamente sottili, i piedi deformi. Vestiva di velluto nero, con un manto di broccato d’oro; cavalcava un bellissimo e alto destriero; entrava in attitudine marziale, colla lancia sulla coscia, segno allora di conquista. E tutto ciò non faceva che mettere in maggiore evidenza la povertà della sua persona. Accanto a lui venivano il fiero cardinale di San Piero in Vincola, con quello di San Malò, e alcuni marescialli. Seguiva subito la guardia reale, composta di 100 arcieri, scelti fra la più bella gioventù di Francia; e 200 cavalieri francesi, che andavano a piede, vestiti d’armi e abiti splendidissimi. Veniva poi l’avanguardia svizzera, coi suoi vivissimi e vari colori, colle alabarde d’acciaio battuto, colle ricche piume sugli elmi de’ suoi uffiziali. In quei volti si leggeva la fierezza montanara e l’orgoglio d’essere tenuti la prima fanteria d’Europa: la più parte di loro avevano con disprezzo lasciato la corazza, per combattere a petto scoperto. I Guasconi formavano il centro; erano piccoli, agili e lesti, e parevano quasi crescere e moltiplicare a misura che l’esercito si avanzava. Nella cavalleria, dove era la più nobile gioventù di Francia, splendeva poi la maggiore ricchezza: armi cesellate, manti di broccato ricchissimo, bandiere di velluto ricamato in oro, catene e altri ornamenti d’oro. Una terribile apparenza facevano i corazzieri coi loro cavalli, divenuti quasi mostruosi per avere le orecchie e le code tagliate. Gli arcieri erano di straordinaria altezza, portavano lunghissimi archi di legno, venivano dalla Scozia o da altri luoghi settentrionali, e parevano, dice uno storico di quel tempo, uomini bestiali.‍[237]

[216]

Questa tanta varietà di gente, di vesti e di armi, con tanto ordine, tanta disciplina riunite, era uno spettacolo nuovo e maraviglioso in Firenze e in tutta Italia, dove non erano ancora eserciti stanziali e non si conoscevano altre armi che le mercenarie. Non potremmo dire con quanti uomini il re facesse la sua entrata; giacchè le artiglierie s’erano per altra via indirizzate verso Roma, molti presidii erano rimasti nelle fortezze, altra gente s’era avviata per le Romagne. Il Gaddi,‍[238] che si trovò presente alla loro entrata, dice che ascendevano a 12,000; il Rinuccini, che vi si trovò anch’egli, li giudicò assai meno; altri di più: comunque sia, la città ed i borghi ne erano pieni.

Passarono pel Ponte Vecchio, tutto ornato con festa e con musica; riuscirono nella Piazza, che era piena di carri, di trionfi e di statue; e pel canto dei Pazzi sboccarono dietro al Duomo, girando il quale, vennero in sulla facciata. Il popolo andava acclamando il nome di Francia; ed il re non sapeva fare altro che sorridere stupidamente, e dire qualche parola italiana male a proposito. Entrato in Duomo, vi trovò la Signoria, che dalla furia dei soldati era stata costretta a condurvisi per vie traverse; e quivi pregarono insieme. Finalmente, il re alloggiò nel suntuoso palazzo dei Medici, ed i soldati pigliarono i loro quartieri. Quella notte e l’altra si fece illuminazione per tutta la città; il giorno si passò tra feste continue; e, finalmente, si venne a trattare gli accordi.‍[239]

[217]

I sindaci eletti dalla Signoria a questo fine, erano: messer Guidantonio Vespucci, messer Domenico Bonsi, Francesco Valori e Piero Capponi; uomini tutti di grandissima reputazione nella città. Il Vespucci era dei più dotti nelle leggi e nelle cose di Stato; il Bonsi aveva tenuto con onore molte ambascerie; il Valori, chiamato dipoi il Catone fiorentino, era, come abbiam visto, divenuto capo del popolo; ed il Capponi, già più volte nominato, era veramente un’indole straordinaria di uomo. — Egli era nato l’anno 1447, da famiglia di antico sangue fiorentino, tenutasi sempre amica della libertà e per molte azioni generose divenuta illustre. Il padre lo educò alla mercatura, raccomandandogli di lasciar la politica, perchè i tempi piegavano assai male; e Piero si dette allora ai traffici con tanta energia, che molti lo accusavano d’essere divenuto troppo amico del guadagno. Egli era in su i trenta anni, quando Lorenzo de’ Medici che vantava di sapersi valere degli uomini, offerì a lui alcune ambascerie, ch’esso accettò assai volentieri e le condusse con mirabile destrezza. In queste occasioni, mostrò il Capponi d’avere un’attitudine singolare a conoscere i caratteri degli uomini, ed una facilità grandissima nell’acquistare predominio sull’animo de’ principi coi quali trattava, e di quelli specialmente che più si vantavano d’indole cupa e non penetrabile. Infatti, Ferdinando di Napoli e Alfonso suo figlio s’affidarono più volte ai consigli di lui, preferendolo ai loro stessi generali e ministri del regno. Ma se il Capponi passando dai traffici alla diplomazia, s’era trovato bene; passando da questa al mestiere dell’armi, si trovò assai meglio; e s’avvide ch’egli non era nato nè per stare al banco nè per condurre trattati, ma piuttosto per menar le mani. E fu un caso che lo fece conoscere a sè stesso. Egli era commissario della repubblica nel campo di Alfonso d’Aragona, quando [218] veniva co’ suoi a difendere il duca di Ferrara. L’esercito napoletano fu battuto dalle genti del papa, ed Alfonso s’era perduto d’animo in modo, che si sarebbe certamente ritirato, se il Capponi non avesse saputo rimetter coraggio in lui e ne’ suoi. Aggiungendo poi alle parole i fatti, egli condusse quelle genti alla zuffa, e trovò d’essere un valoroso e destro soldato, abile a comandare e più abile ancora ad eseguire.‍[240] Da quel giorno, egli fu sempre nel più fitto delle mischie; e la repubblica vedendo d’avere a un tratto acquistato un così valente capitano, lo adoperava sempre nelle più ardue imprese. Più difficile era poi l’incarico affidato al Capponi, più volentieri egli l’adempiva, e voleva sempre far l’ufficio del soldato e del capitano: cosa che fu infine cagione della sua morte.

Il Capponi era stato sempre amantissimo del governo popolare e nemico della tirannide medicea; ma il bisogno di attività superava in lui ogni cosa; e però, durante la vita di Lorenzo il Magnifico, lo aveva in molte occasioni servito. Dopo la morte di quel principe, non poteva il Capponi favorire in alcun modo il governo di Piero, e si dichiarò subito pel partito popolare; che lo tenne in grandissimo concetto, ed ora nelle sue mani principalmente affidava la salute di tutta la repubblica. Il Capponi, infatti, era l’uomo che meglio d’ogni altro potesse maneggiarsi con Carlo. Egli era stato più volte ambasciatore in Francia, ed aveva imparato a conoscere l’indole di quel re e de’ suoi Francesi; dei quali soleva dire: «Quando questi nostri Italiani si saranno una volta annasati coi Francesi, finiranno d’averne tanta paura.‍[241]» [219] Tutto il peso, adunque, di quelle faccende gravi e difficili, cadeva naturalmente sopra di lui; ed egli, nel vedersi in mano i destini di un intero popolo, si sentiva come allargare gli spiriti, e diveniva quasi maggiore di sè.

Intanto, la madre e la moglie di Piero de’ Medici s’erano messe ai fianchi del re e de’ suoi consiglieri: «davano, promettevano, offerivano, che se Piero tornasse, lui, insieme con loro, sarebbe stato signore della città.‍[242]» Con tali argomenti, l’animo dei Francesi s’era piegato sempre più in favore de’ Medici, ed i sindaci della Repubblica venivano con severo aspetto ricevuti dal re, che circondato da’ suoi generali, affacciava pretensioni sempre nuove e più esorbitanti: diceva, fra le altre cose, d’essere venuto in città conquistata, perchè egli v’era entrato colla lancia sulla coscia! Tali discorsi non facevano altro che inasprire gli animi, senza concludere nulla; epperò si procedeva in lungo, peggiorando sempre. Ma quando, in presenza dei sindaci, il re ebbe l’ardire di lasciarsi sfuggire qualche parola in favore di Piero de’ Medici, il volto di quei repubblicani divenne assai severo, e in poco tempo si vide mutato l’aspetto della città. La Signoria tenne subito consiglio in Palazzo; chiamò i principali cittadini, e fece loro conoscere il pericolo che si correva, il bisogno che v’era di tenersi pronti al suono della campana, per uscire armati a guidare il popolo. Nel quale erano già penetrate queste voci; onde popolani e Francesi cominciavano a guardarsi in cagnesco, correvano fra loro ingiuriose parole, e qualche volta si veniva ai fatti.

Una di queste risse fu per divenire un giorno tumulto gravissimo. Alcuni soldati francesi tenevano legati [220] colla corda alcuni prigionieri italiani che avevano presi in Lunigiana, e li menavano per la città, acciò accattassero per Dio tanto da pagare la taglia che avevano loro imposta; senza di che non li avrebbero liberati, e minacciavano anche di ucciderli. Questo spettacolo barbaro dispiacque tanto ai Fiorentini, che alcuni giovani più arditi, tagliata la corda, lasciarono fuggire i prigionieri; con sdegno grandissimo dei Francesi, che non poterono riprenderli. Onde si venne alle mani; ed il popolo tenendo forte, da un lato e dall’altro accorreva gente ad ingrossare la zuffa. Gli Svizzeri immaginandosi, per quel rumore, che la persona del re fusse in pericolo, si dierono a correre verso il suo alloggiamento: ma trovarono resistenza in Borgo Ognissanti; e volendo sforzarlo, venne da tutte le finestre una tal pioggia di pietre, che li fece retrocedere. Già da un’ora si menavano le mani, quando i capitani del re, e molti principali cittadini mandati dalla Signoria, vennero, e sedarono il tumulto. Ma questa fu una gran lezione ai Francesi, che allora abbassarono un poco il fiero orgoglio, e s’avvidero che a conquistare Firenze, non bastava entrarvi col gesso in mano e la lancia sulla coscia.‍[243] Una città che al suono della campana diveniva un castello armato, asserragliava le strade, vomitava da tutte le finestre sassi, proiettili d’ogni sorta e fuochi lavorati, era qualche cosa di misterioso e terribile anche per quella superba fanteria svizzera, la quale vedeva ora che un esercito chiuso fra quelle mura poteva assai facilmente essere distrutto; e ne rimase perciò atterrita.‍[244]

[221]

La Signoria colse allora il momento opportuno; e coll’aiuto di molti ambasciatori forestieri, riuscì finalmente a temperare un poco l’animo del re. Furono moderate le strane proposte: nè di Piero nè di città conquistata si fece più parola: si riuscì quasi a concludere i patti. Il re avrebbe il titolo di protettore della libertà fiorentina; egli potrebbe ritenere per due anni le fortezze, restituendole prima, se prima finisse la guerra; si consentiva ancora a dargli buona somma di danari. Ma quando si fu a determinarla, cominciarono di nuovo i dissensi. Carlo VIII era pieno di tutte le promesse fattegli da Pietro de’ Medici e dalle sue donne: chiedeva, perciò, somme che la Repubblica non poteva in alcun modo pagare, senza molto oppressare i cittadini. S’erano quindi di nuovo inaspriti gli animi, e si andava di continuo dalla Signoria al re e da questi a quella, senza poter concludere nulla, perchè Carlo VIII s’era ostinato nelle sue parole; e già il Capponi durava fatica a frenare il suo ardore ed impeto naturale. Il re fece leggere allora dal segretario il suo ultimatum, dicendo che non voleva retrocedere più oltre di quello. I sindaci dovettero ricusarlo di nuovo; al che egli, rivolgendosi loro tutto adirato, disse in tuono minaccioso: — «Noi soneremo le nostre trombe.» — Il Capponi parve divenire di fuoco, e levato il foglio di mano al segretario, rispose lacerandolo sulla faccia del re, quelle parole divenute immortali: — «E noi soneremo le nostre campane.‍[245]» Le quali furono pronunziate in modo, che fecero in poche ore concludere [222] quell’accordo a cui non s’era potuto riuscire colle preghiere, e l’andare e venire di tanti giorni.‍[246]

Il trattato, adunque, diceva: — Che tra la Repubblica ed il Re sarebbe corsa buona e fedele amicizia; che i loro sudditi troverebbero vicendevole protezione; che il Re avrebbe titolo di restauratore e protettore della libertà fiorentina; che gli si pagherebbe in tre rate la somma di 120,000 fiorini; che le fortezze non sarebbero ritenute oltre due anni, restituendosi prima, se prima finisse l’impresa di Napoli; che i Pisani riceverebbero perdono, appena tornassero alla obbedienza dei Fiorentini. Fu del pari tolta la taglia sui Medici, rimanendo la confisca sui beni del cardinal Giovanni e di Giuliano, fino a che non avessero pagato i debiti di Piero; il quale rimaneva confinato a 200 miglia dal contado, i fratelli a 100. — Rogati i capitoli del trattato, vennero giurati in Duomo; e la sera s’illuminò di nuovo tutta la città, sebbene nel popolo non si vedesse più quella prima affezione pel re.‍[247]

Ma pareva che cessata una difficoltà, fosse per sorgerne subito un’altra. Quando tutto era concluso, ecco che il re non mostrava più alcuna volontà di partire. La città era piena di soldati francesi acquartierati nelle case, e di soldati italiani nascosti per tutto; le botteghe chiuse, i traffici sospesi, ogni cosa incerta e disordinata; e le querele continue fra paesani e forestieri facevano temere pericoli più gravi. La notte succedevano assai spesso rubamenti, ed ammazzamenti continui; cosa insolita in Firenze: [223] e ad ogni piccolo rumore la città intera pareva sollevata. Queste cose seguivano tutti i giorni, e però gli onesti cittadini sollecitavano in ogni maniera la partenza del re: ma invano; perchè egli, ricaduto nella sua inerzia, pareva quasi non volersi più muovere da Firenze. Il che teneva gli animi tanto più sospesi, in quanto che non si vedeva alcuna via per obbligarlo a decidersi.

In questa occasione, si ricorse di nuovo all’autorità del Savonarola, il quale altro non faceva allora che adoperarsi di continuo a tenere la città tranquilla; e con le parole di pace le aveva, in quei momenti di trambusto e pericolo, recato un utile non punto minore di quello che avesse fatto il Capponi col suo eroico ardimento. I discorsi del frate erano stati, quei giorni, sempre sul bene universale. «Mettano i cittadini da parte gli odii e le ambizioni; vadano in Palazzo coll’animo retto, col desiderio di cercare il ben comune e non il privato, colla volontà ferma di stabilire nella loro città l’unione e la concordia. Allora saranno veramente accetti al Signore.» Egli s’indirizzava ad ogni ordine di cittadini, e dimostrava a ciascuno in particolare, come il suo vantaggio in questa e nell’altra vita stesse nel difendere la libertà, nello stabilire l’unione e la concordia.‍[248] Invitato allora di andare [224] al re Carlo e cercare di persuaderlo a partire, egli accettò subito l’incarico, e senza indugio si presentò al reale alloggiamento. Ivi gli uffiziali e baroni voleano vietargli l’entrata, perchè temevano che la presenza del frate potesse impedire il saccheggio di quel ricchissimo palazzo, sul quale già avevano fatto disegno. Ma ripensando poi alla quasi venerazione che il re aveva per lui, non vollero resistere alle sue istanze, e lo lasciarono passare. Carlo, circondato da’ suoi baroni, gli fece lietissima accoglienza, ed il Savonarola usò brevi parole: «O Cristianissimo principe, la tua dimora riesce di grave danno alla città ed alla tua impresa. Tu perdi il tempo, dimenticando il dovere che la Provvidenza ti ha imposto, con grave danno della tua salute spirituale e della gloria mondana. Ascolta adesso la voce del servo di Dio. Prosegui oltre il tuo cammino, senza indugio. Non voler fare la rovina di questa città, e promuovere contro di te lo sdegno del Signore.‍[249]»

E così, finalmente, il giorno 28 di novembre, a ore 22, il re si partiva, insieme coll’esercito, lasciando di sè assai poco buona opinione nel popolo di Firenze. E fra le giuste cagioni di rammarico, non fu ultima il vedere, come quello splendido palazzo nel quale con tanta generosità e buona fede era stato alloggiato, fosse mandato a sacco; e non per le mani solamente de’ soldati o bassi uffiziali, ma per quelle ancora dei generali e baroni, per quelle del medesimo re, che portò via gli oggetti più preziosi, e rubò fra le altre cose un liocorno, che il [225] Comines pensò valesse circa sette mila ducati. Quel che facessero gli altri dopo un tale esempio, si può facilmente immaginare: «s’impadronirono senza pudore,» scrive lo stesso Comines, «di tutto quel che tentò la loro cupidigia.‍[250]» In questo modo andarono perdute le ricche e maravigliose collezioni dei Medici; giacchè il poco che i Francesi non rubarono, lasciarono in tale stato, che bisognò venderlo.‍[251] Nondimeno, era tale e tanta la gioia di vedersi finalmente liberi da quel pericoloso ingombro d’eserciti forestieri, che niuno pensò più ai danni ricevuti; ma invece nelle chiese rendevansi pubbliche grazie al Signore, nelle vie il popolo riprendeva la sua spensierata allegrezza, ed in Palazzo cominciavasi a pensare di provvedere agli stringenti bisogni dello Stato.

L’aspetto della città s’era, in questo mezzo, affatto mutato. I partigiani dei Medici sembravano, come per incanto, spariti; il partito popolare si trovava solo a dominare ogni cosa, ed il Savonarola era quello che dirigeva le volontà di tutto il popolo. Lui dicevano profeta veridico delle cose avvenute, lui solo essere stato capace a moderare l’animo del re nel suo entrare in Firenze, lui solo averlo indotto a partire; e così da lui attendevano consiglio, aiuto e comando, in ogni cosa che fosse per seguire. E quasi che gli uomini del vecchio Stato volessero sparire per dar luogo ai nuovi, morivano in quei mesi alcuni di coloro che meglio avevano rappresentata la corte medicea. Angelo Poliziano era morto nel 24 settembre di questo anno, «con tanta infamia e pubblica vituperazione, quanto uomo sostener potesse.‍[252]» Lo accusavano di mille vizi, di mille oscenità; ma la cagione vera di tutto quest’odio risiedeva piuttosto nell’essere [226] Piero de’ Medici divenuto allora già esoso a tutti, e nel sentirsi vicina la cacciata di lui e de’ suoi.‍[253] Nè a temperare quelle passioni, bastò il conoscere che le ultime parole dell’illustre poeta, del sommo erudito, erano state parole di pentimento. Egli aveva chiesto che il suo corpo, vestito dell’abito domenicano, fosse sepolto nella chiesa di San Marco; ove infatti le sue ceneri riposano accanto a quelle di Giovanni Pico della Mirandola, morto il giorno medesimo in cui Carlo VIII entrava in Firenze.‍[254] Il Pico aveva, anch’esso, mostrato da più tempo desiderio di vestire l’abito di San Marco; ma avendo esitato, non potè adempiere il suo proposito, perchè venne sorpreso dalla [227] morte nella giovane età d’anni trentadue.‍[255] E morendo chiese al Savonarola, che non lo lasciasse scendere nella tomba senza averlo prima vestito dell’abito.

La fine di questi due illustri italiani faceva tornare alla memoria le ultime ore e la confessione del Magnifico; ed a molti pareva quasi che la società medicea volesse nello spegnersi riconoscere i suoi peccati, e chiederne assoluzione a quel popolo che aveva tanto oppressato, a quel frate che ne era come la persona viva e parlante. Singolare era, certamente, che tutti costoro si rivolgessero ora a quel convento di San Marco, donde era partito il primo grido di libertà, la prima opposizione e la prima accusa contro la tirannide dei Medici.

[228]

CAPITOLO QUARTO. Condizione politica di Firenze, dopo la partenza dei Francesi. Il Savonarola propone la forma del nuovo governo.
[Decembre 1494.]

In Firenze, per antichissima usanza, s’erano sempre mutati i governi col mezzo dei Parlamenti. Il popolo, chiamato al suono della campana, si raccoglieva, senza armi, nella piazza, che era guardata dai fanti armati della Signoria; la quale scendeva sulla ringhiera‍[256] a chiedere Balía per sè, o pe’ suoi amici. La Balía era, poi, una dittatura, che si poteva avere per mesi o per anni; poteva rinnovarsi più volte di seguito, e dava facoltà di mutare la forma del governo. Allora il popolo veniva di nuovo chiamato a parlamento; e, radunato sotto questa menzognera apparenza di libertà, si mostrava sempre docile strumento alle voglie ambiziose dei più potenti, e sempre applaudiva ad alta voce le proposte della Balía; credendo dare prova della sua indipendenza e libertà, nel momento stesso che la distruggeva. Così ne venne quell’antichissimo proverbio fiorentino: Chi disse parlamento, disse guastamento. Colle Balíe e coi Parlamenti avevano, infatti, dominato lungamente gli Albizzi; con essi avevano tiranneggiato i Medici. Nondimeno, tanta era la forza dell’uso, che non furono appena nel 94 partiti i Francesi, e subito, il 2 dicembre, la campana di Palazzo sonava a parlamento; i fanti della Signoria tenevano, armati, le bocche della piazza; ed il popolo, [229] tutto fiero di sè, veniva raccolto all’antica,‍[257] cioè sotto i suoi Gonfalonieri di compagnia. I Signori leggevano una provvisione, colla quale chiedevano di nominare venti Accoppiatori, colla Balía e facoltà di eleggere per un anno, la Signoria e tutti i principali magistrati, e di scegliere a Gonfaloniere di giustizia uno di loro medesimi.‍[258] [230] La moltitudine, quasi furibonda di gioia, applaudiva ad altissime grida; e così il nuovo governo, che si chiamò dei Venti, veniva formato.

In antico, il governo della repubblica fiorentina componevasi di otto Priori ed un Gonfaloniere di giustizia; i quali formavano il supremo magistrato, o la Signoria, che mutavasi ogni due mesi. I Dodici Gonfalonieri delle compagnie, sotto i quali si era usato una volta raccogliere il popolo armato, uniti coi dodici Buoni Uomini, non ebbero di poi quasi altro ufficio che quello di accompagnare la Signoria; e tutti insieme formavano il Collegio, e si chiamavano anche i tre maggiori uffizi. Seguivano i Dieci della guerra, eletti ogni sei mesi; e gli Otto, che stavano principalmente sopra i delitti criminali e politici, ed erano eletti ogni quattro mesi. Venivano, finalmente, i due Consigli o assemblee del Comune e del Popolo; i quali erano stati formati quando la città si trovava divisa in Popolo propriamente detto, e Potenti, che più particolarmente si arrogavano il diritto di formare il Comune. A questi Consigli era affidato il votare le leggi e la elezione dei magistrati, nella quale facevasi [231] allora consistere la principale importanza del governo.‍[259] Quando i Medici cominciarono a dominare, essi distrussero ogni ordine di cittadini, ed uguagliarono tutti sotto la loro tirannide: onde i due Consigli, del Comune e del Popolo, non avevano più alcuna ragione di esistere; ma pur tenevano le loro adunanze per una vana apparenza, e perchè quei principi avevano osservato come il popolo fosse attaccato più al nome, che alla sostanza stessa della sua libertà. Lorenzo il Magnifico, seguendo questa politica, continuò sempre a farli radunare; ma creava nello stesso tempo un nuovo Consiglio, che chiamò dei Settanta; e lo fece tutto di suoi partigiani. Trasferiva in esso ogni autorità degli antichi Consigli, e massimamente la elezione dei magistrati, colla quale sapeva di poter essere padrone di tutta la repubblica.‍[260]

E adesso, radunandosi il Parlamento, si lasciavano intatti gli antichi magistrati, e distruggevasi solo il Consiglio dei Settanta, la cui autorità passava tutta nei venti Accoppiatori; onde si mutavano le persone ed il nome, piuttosto che la forma stessa del governo. Pareva al popolo, come era parso ai Medici, e come sembrava allora ad ognuno, che chi avesse in mano l’elezione della Signoria, avesse la balía ed il governo di tutto. In vero, l’ufficio dei magistrati era assai male definito, sì che ognuno di essi credeva essere onnipotente, e la Signoria poi lo era di fatti. [232] Essa aveva l’amministrazione dello Stato; giudicava le liti; condannava nella vita e nella roba; mandava, qualche volta, ambasciatori, e dichiarava la guerra; faceva nuove leggi; insomma, gli Statuti le concedevano molto; e ciò che gli Statuti non le concedevano, essa poteva con modi straordinari ottenerlo.‍[261] Nè a questa sua illimitata potenza s’era trovato altro freno, che il farla mutare ogni due mesi; onde l’essere dei Signori era divenuto assai meno che avere autorità di eleggerli: perchè, a chi sedeva nel magistrato, bisognava dopo due mesi deporre ogni autorità; mentre chi lo eleggeva, poteva di continuo, o per molti anni, essere padrone del tutto.‍[262] Questo era mirabilmente riuscito al Magnifico col suo Consiglio de’ Settanta: questo niuno dubitava che dovesse ora, per mezzo dei Venti, riuscire al popolo.

Venendo però al fatto, si vide che le cose seguivano diverse assai da quello che s’era disegnato. La repubblica era nelle mani degli Accoppiatori, ma la macchina dello Stato non camminava; avevano autorità sopra ogni cosa, ma di nulla si trovavano nel fatto padroni. Ai Medici, agli Albizzi o ad altra potente famiglia, circondata d’amici, piena di danari e con un nome grandissimo, era stato possibile dominare la città con quegli arbitri: ma che cosa potevano fare venti cittadini, di pensare, di condizione e d’indole diversissimi, molti dei quali erano nuovi affatto nelle cose di Stato? Malgrado la loro autorità, si trovarono incapaci e deboli a governare; e la principale debolezza nasceva dal non potersi facilmente mettere d’accordo. Di ciò si ebbe subito una prima esperienza nella elezione che si dovette [233] fare del gonfaloniere, non essendo stato possibile raccogliere più di tre voti intorno ad un medesimo nome; tanto che, con loro grandissimo carico, furono costretti deliberare di scegliere quello che avesse più voci, sebbene non raggiungesse il numero voluto dalle leggi.‍[263]

In questo modo, l’antica usanza dei Parlamenti partoriva subito gli antichi disordini; perchè ancora non era cominciato il nuovo governo, che già tutti pensavano di mutarlo. Ognuno vedeva che era una vana speranza il far rivivere la repubblica, lasciando intatte quelle vecchie istituzioni da cui i Medici aveano tolto ogni residuo di vita; ognuno vedeva che nelle mani degli Accoppiatori s’era messo un cadavere, ed invano si aspettava che vi spirassero la vita. Si cominciava, perciò, a pensar di rinnovare tutto il governo, ricostituire tutto il popolo; ma quando si veniva alla prova, sembrava che il provvedere con efficacia fosse tanto più difficile, quanto maggiore ne era il bisogno: da tutti i lati crescevano le difficoltà, moltiplici e inopinate.

La ribellione di Pisa diveniva ogni giorno più grave: quivi il pericolo aveva stabilito la concordia degli animi; il governo si era rapidamente costituito; si raccoglievano uomini, armi e danari; i cittadini erano animati da un grande ardore di libertà e d’indipendenza. Il resto del territorio fiorentino era tutto mal fermo: Arezzo e Montepulciano, incoraggiati dall’esempio di Pisa, dai danari e consigli di Siena, ribellavansi ben tosto anch’essi; altri borghi o città s’apparecchiavano a fare lo stesso. Quindi in Firenze la necessità urgente di danari, per nutrire tre guerre e pagare le somme promesse al re di Francia, che già chiedeva che gli fossero anticipate. Bisognava assoldare gente, levar fanti nel contado, trovar [234] capitani, ed imporre nuove e maggiori gravezze ad un popolo già oppressato. A ciò sarebbe difficilmente bastato un governo forte ed unito, e se ne aveva invece uno così debole ed incerto, che bisognava mutarlo.

I cittadini fiorentini avevano, d’altronde, nei sessanta anni trascorsi, perduta affatto quella loro antica e maravigliosa attitudine politica a formar nuove leggi e nuove istituzioni; onde, trovandosi a un tratto liberi e padroni di sè, erano come smarriti e confusi nella loro stessa libertà. Non v’era più un ordine di ottimati che avesse, come al tempo degli Albizzi, potuto prendere in mano la direzione della cosa pubblica. Gli agiati cittadini non avevano, sotto i Medici, goduto altro privilegio che quello della loro ricchezza; con essa e con qualche impiego, per favore ottenuto, aveano vissuto tutta la loro vita senza esperienza, senza pratica e senza affezione alcuna alle cose di Stato. Il popolo minuto poteva poi dirsi assolutamente disfatto. Quelle antiche Capitudini delle arti, che erano state ad un tempo centro della vita industriale e della vita pubblica; officine ove s’erano raccolte quelle straordinarie ricchezze, che soccorrevano la patria nelle sue lunghe e difficili guerre; arena politica, nella quale entravano a lottare e si educavano quei bravi artigiani, che tanto abilmente sapevano poi consigliare la repubblica, tanto coraggiosamente servirla; quelle antiche capitudini, adunque, più non esistevano che di nome; il popolo viveva, perciò, sgominato e sciolto. Egli era, dunque, difficile ordinare un nuovo governo; non solamente perchè la guerra consumava la città, perchè le antiche istituzioni avevano perduto ogni vita, il popolo ogni educazione politica; ma ancora perchè esso era talmente mutato in ogni sua parte, che niuna delle antiche forme repubblicane più gli si addiceva.

Nè solamente mancavano nel popolo le disposizioni [235] più necessarie; ma ancora mancavano affatto gli uomini che potessero guidarlo nella grave e difficile impresa di dare costituzione a sè stesso. Noi abbiamo visto nella moltitudine tumultuante sorgere Francesco Valori per guidarla a cacciare i Medici; ma, per quanto egli fosse in piazza un uomo impareggiabile, era non per tanto incapace di ascendere nel Palazzo, ove con difficoltà sapeva frenare l’impeto delle sue esaltate passioni. Abbiam visto rendersi immortale Piero Capponi in faccia al re ed ai generali di Francia; ma anch’egli s’impazientiva a discorrere lungamente nei Consigli. Quando bisognava rompere una discussione per metter mano alla spada, quello era il momento di Piero Capponi; ma stare a discutere, a lottare, a ragionare lungamente col lucco sulle spalle e il cappuccio in testa, era cosa che lo annoiava. Si trovava assai meglio colla corazza indosso, esposto al sole, alla pioggia ed alle palle nemiche. Egli, infatti, ora non chiedeva altro, che d’essere mandato al campo di Pisa per cominciare la guerra.

In un momento, adunque, di tanta necessità, non si sapeva veramente vedere in chi si potesse sperare: nè era facile il credere che la opportunità dovesse far sorgere uomini nuovi; perchè nei sessanta anni trascorsi sotto la tirannide, niuno s’era educato alla libertà, ed ognuno aveva perduta quella pratica delle cose pubbliche, che è indispensabile a chi vuol dare nuova forma e nuovo governo a tutto un popolo. Se non che, come a tutti i mali sorge sempre un qualche naturale compenso; così allora in Firenze s’era già cominciata a formare quella scuola di politici italiani, che più tardi produsse Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini e Donato Giannotti; i quali entravano appena nella loro prima giovanezza, ora che la patria ritornava libera. In quei petti fiorentini era stato così grande l’amore della libertà, [236] che dal momento in cui non poterono più entrare a discutere liberamente nei Consigli, si misero a ragionare dello Stato, e crearono la scienza politica. Nell’aprire i loro libri, noi, infatti, troviamo che essi incominciano sempre col dire, come la più grande felicità che dall’uomo possa provarsi su questa terra, sia il partecipare al governo della patria; e quando la tirannide ci nega questa suprema felicità, allora altro non gli resta che cercarla negli studi, aspettando tempi migliori, ed apparecchiando esperienza ai posteri. Ma il sorgere di questa scienza era assai inefficace compenso ai mali che travagliavano allora la Repubblica. Non solamente non si vedeva ancora, fra gli uomini di quella scuola, alcuno che potesse collo splendore della sua fama comandare al popolo; ma essi, quasi tutti educati alla solitudine degli studi, poco pratici nel maneggiare gli affari e ignoti alla moltitudine, non erano certamente per acquistare importanza in quei giorni di tumulto, nei quali il mondo appartiene alla forza. Le loro idee dovevano, però, in quella rivoluzione acquistare nuova forza e diffondersi assai largamente nella moltitudine; onde a noi importa conoscerle.

Lo studio della politica si fonda oggi sopra principii generali: nei governi, si cerca la più equa divisione dei poteri, la più sana amministrazione della giustizia, la maggiore indipendenza dei magistrati, la più larga libertà dell’individuo. Allora, invece, la scienza dei politici italiani non era quasi altro che un’analisi e uno studio delle umane passioni. Partendo dalla sola idea, che il governare sia la maggiore felicità, il maggiore desiderio dell’uomo; ne veniva naturalmente, che tutti dovessero aspirarvi, che tutti volessero ridurre nelle loro mani il governo della patria, e ognuno, di necessità, a danno degli altri. Da queste ragioni doveva nascere [237] un continuo pericolo di cadere nella tirannide; ed in essa erano, infatti, caduti quasi tutti i governi italiani. Alla domanda: — quale è il perfetto governo? — tutta la scuola dei politici italiani non dava, quindi, altra risposta se non: — quello in cui non potrà nascere tiranno. — Ed in quale non potrà nascere tiranno? — In quello che sarà ordinato in maniera, da soddisfare contemporaneamente alle passioni di tutti gli ordini di cittadini. In ogni città, dicevano essi, vi saranno sempre i pochi che cercano comandare a tutti, gli ottimati che vogliono onori, il popolo che vuole libertà.‍[264] — E quindi, si ricercava sin d’allora una forma di governo misto, che avendo in sè contemperate le varie parti della monarchia, dell’aristocrazia e della democrazia, potesse contentare alle passioni degli ambiziosi, degli ottimati e del popolo; e in questo modo si sperava raggiungere una sicura libertà.

Passando, poi, dalla teoria alla pratica, l’occhio dei politici fiorentini si volgeva costantemente a Venezia. Di tutti i governi italiani, quello era il solo che fosse sopravvissuto alla generale rovina; il solo che, cresciuto di forza, di potenza e di onore, non avesse ancora veduto sorgere un tiranno. Quindi, il desiderio di Firenze e di tutte le spente repubbliche italiane, era di poter rinascere nella forma veneziana: quello sembrava perfettissimo fra tutti i governi. Quando, infatti, si paragonava la serie interminabile di mutazioni avvenute in Firenze, colla eterna e severa quiete della veneta laguna; si provava, [238] quasi, la medesima impressione che proviamo oggi nel paragonare la politica interna di Francia a quella dell’Inghilterra. Ma nel desiderio che i Fiorentini avevano allora di trasportare a Firenze la forma del governo veneziano, trovavano quelle medesime difficoltà che incontrerebbero oggi i Francesi nel volere adottare la costituzione inglese. I Veneziani avevano, sin da tempi remotissimi, avuta una forte e potente aristocrazia; questa non s’era mai vista a Firenze, dove i Medici avevano distrutta perfino quella poca differenza che v’era stata in origine fra i vari ordini di cittadini; ed uguagliato talmente ogni cosa, che ormai ognuno vedeva non esservi possibile altro che o un’assoluta tirannide o un’assoluta libertà. Nondimeno, ognuno si studiava di trovare il modo come introdurre in Firenze il governo veneziano: alcuni volevano renderlo più largo, altri invece restringerlo; ma a questo limitavansi allora le diversità di tutti i pareri. Tali erano stati i ragionamenti dei politici, e tali erano adesso i discorsi che si tenevano nelle strade, nelle logge, da per tutto in Firenze.

Ma egli era come un navigare per perduti, fino a che si rimaneva nell’astratto o si discuteva in piazza, senza che sorgesse alcuno in Palazzo a proporre un partito qualunque, consigliarlo, persuaderlo agli altri, e soprattutto ai Venti Accoppiatori, senza il consenso dei quali era divenuto adesso difficile assai fare alcun mutamento. In questa condizione di cose, adunque, tenendosi in disparte gli uomini della scienza come poco pratici, e gli uomini d’azione come poco prudenti o poco abili, incominciava a farsi largo un’altra specie di cittadini; e questi erano i dottori di legge, nelle cui mani la fortuna suol mettere quasi sempre il timone dello Stato, ogni volta che un popolo passa dalla tirannide alla libertà. L’essersi molto adoperati nelle faccende della [239] vita, l’aver fatto professione e studio delle leggi, fa creder sempre ch’essi abbiano quella pratica delle cose umane, e quella dottrina appunto che si richiede in quei momenti difficili, nei quali si muta la forma dei governi; nè bastò la lunga e sempre trista esperienza a persuadere che gli avvocati non riuscirono giammai a fondar nulla di stabile negli ordini politici d’alcuna nazione.

Comunque sia di ciò, dopo molto incerto ondeggiare nei consigli che si tenevano in Palazzo, predominavano finalmente i pareri di messer Guidantonio Vespucci e messer Paolo Antonio Soderini, ambedue dottori in legge. Il Soderini era del partito popolare, e stato lungamente ambasciatore a Venezia, aveva avuto opportunità di conoscere meglio d’ogni altro la forma di quel governo. Egli proponeva, quindi, di abolire i due Consigli del Comune e del Popolo; sostituendovi invece un Consiglio Maggiore, a similitudine del Gran Consiglio di Venezia, nel quale entrasse il popolo per eleggere i magistrati e votare le leggi; ed un Consiglio più ristretto, di ottimati o uomini di maggiore esperienza, ove, a similitudine del Consiglio dei Pregati, si deliberassero quelle cose che in pubblico non si possono discutere. Proponeva ancora di abolire subito i Venti, e di lasciare intatto l’ufficio della Signoria, degli Otto, Dieci e Gonfalonieri di compagnia. Quanto a questa seconda parte, niuno pareva che ne disconvenisse; ma circa la formazione dei Consigli, e massime del Maggiore, era grande la disparità dei pareri, opponendosi fortemente gli Ottimati, le cui opinioni venivano dal Vespucci sostenute. Egli discorreva a lungo contro l’incapacità e gli eccessi della moltitudine; riandava tutte le scene più triste della storia di Firenze; diceva che il Gran Consiglio era a Venezia composto di gentiluomini, e non di popolo; il quale, nondimeno, [240] era quivi assai più serio, tranquillo e temperato, che a Firenze; ove gl’ingegni sono più sottili, le fantasie più vive, le passioni più sfrenate. Rispondevasi dall’altra parte: che tanto valeva essere gentiluomo a Venezia, quanto cittadino a Firenze, perchè la plebe non vi aveva cittadinanza; e non essendovi, d’altronde, un ordine di Ottimati, un governo stretto vi riusciva sempre in una tirannide di pochi: ed in fine, che avendo il popolo cacciato i Medici, non era giusto escludere dal governo quella parte di cittadini, per cui mezzo solamente erasi guadagnata la libertà.‍[265] L’opinione del Soderini era, senza dubbio, quella che trovava più favore nel popolo, e appresso gli uomini savi di tutta la città; ma l’opinione del Vespucci predominava, invece, nei Consigli del Palazzo. Ivi si celavano ancora molti partigiani dei Medici, e vi erano i Venti Accoppiatori; i quali dovendo ora perdere l’ufficio, cercavano che il nuovo governo si formasse in maniera da far ricadere nelle loro mani la somma principale delle cose. Tutti costoro non potevano però nascondere a sè stessi, che un governo stretto dispiaceva assai al popolo e a tutti quelli che non vi partecipavano; onde poteva assai facilmente partorire nuovi tumulti; e si sarebbe forse caduti in una sfrenata libertà, o in un ritorno violento dei Medici.‍[266]

Su queste cose ragionavasi di continuo in Palazzo, ove i Consigli sedevano fino a notte assai avanzata.‍[267] Essendo la discussione venuta nelle mani di [241] due avvocati, superbi della importanza acquistata in quel momento, non era per aver termine assai facilmente. Parlavasi, discutevasi, ciarlavasi, quando vi era bisogno di agire; quando il pericolo della guerra era gravissimo; quando tante città del dominio minacciavano sollevarsi; quando l’intero popolo poteva stancarsi di rimanere più a lungo sospeso sui destini del suo avvenire, e pigliare le armi per correre a qualche sanguinoso eccesso. Molti erano perciò spaventati, molti confusi in modo, che non sapevano che si dire nè che si fare. Se i dotti non avevano potuto aiutare il popolo, perchè la loro dottrina era lontana dal mondo; se non avevano potuto gli uomini d’azione, perchè ad essi mancavano la pratica e l’esperienza della libertà; molto meno potevano aiutarlo i dottori di legge, perchè in essi era allora, come è stata sempre, una falsa dottrina ed una falsa esperienza. Non vi era che il buon senso, il vero amore del bene, la forte ed ardente volontà di farlo, che potesse salvare il popolo dalla sua confusione. E certo, la più grande lezione che la storia possa dare agli uomini è quella che ci mostra come, in quei terribili momenti nei quali sembra che il mondo voglia divenir preda del più ardito e il caos minaccia di ritornar sulla terra, quando è vana la scienza, quando è vana la potenza, la ricchezza, gli onori, ed il coraggio stesso è vinto dall’audacia sfrenata della plebe; allora è la virtù, è il generoso volere, è il santo amore del bene, ciò che può solamente aiutare un popolo. L’uomo, perciò, destinato a salvare il popolo di Firenze era il frate Girolamo Savonarola: sonava l’ora in cui egli doveva entrare nella politica: la necessità delle cose ve lo trascinava inevitabilmente, malgrado la ferma volontà che egli aveva sinora avuta di astenersene.

Nella repubblica fiorentina si erano assai spesso [242] veduti dei religiosi mescolati nella politica; e vi era anche l’esempio di alcuni santi, come la famosa santa Caterina da Siena. Nondimeno, il Savonarola era così pienamente dominato dalle sue idee religiose, che egli aveva sempre voluto astenersene. Sebbene ora il corso inevitabile delle cose fosse divenuto assai più forte dell’umana volontà, e che egli vedesse come, per quella incertezza di cose, il popolo languisse nell’ozio e nella miseria, e il suo cuore gli rammentasse che la carità rompe ogni legge; pur nondimeno, continuava sempre a lottare con sè stesso. Nel fare, però, le medesime prediche sopra i medesimi soggetti, nuove idee cominciavano ad entrarvi di necessità, pel nuovo stato di cose. — «Abbandonate le pompe e le vanità,» egli diceva, «vendete le cose superflue e datele ai poveri. Cittadini, raccogliamo limosine in tutte le chiese, pei poveri della città e del contado. Spendete per essi, almeno quest’anno, il danaro dello studio di Pisa;‍[268] e se non basta, mettiamo mano ai vasi e paramenti delle chiese; ed io voglio essere il primo. Ma sopra ogni altra cosa,» egli continuava, «fate una provvisione, per la quale si aprano le botteghe, e si dia lavoro a questo popolo che rimane ozioso per le vie.‍[269]» Venendo poi a discorrere della Chiesa, disse che il Signore voleva rinnovare ogni cosa; e fece una predica nella quale, ripetendo di continuo queste parole: Cantate Domino canticum novum, le spiegava ai Fiorentini in questo modo: «Il Signore vuole che rinnoviate ogni cosa; che distruggiate tutto il passato; che non resti nulla dei cattivi costumi, [243] delle cattive leggi, del cattivo governo.» Ma poi, quasi gli paresse di avere trascorso, rivolgeva di nuovo il discorso alla Chiesa, dicendo: «Questo è un tempo in cui le parole debbono cedere il luogo ai fatti, le vane cerimonie ai veri sentimenti. Il Signore ha detto: Io ero famelico, e voi non mi deste a mangiare; io ero nudo, e voi non mi vestiste. Non ha già detto: Voi non edificaste una bella chiesa o un bel convento; esso narra solo opere di carità; colla carità, adunque, bisogna rinnovare ogni cosa.»‍[270] E in questo modo, nelle prime prediche che fece sopra Aggeo, il Savonarola rimaneva ancora ondeggiante ed incerto.

A misura, però, che l’onda del popolo diveniva più agitata, questi discorsi riuscivano meno efficaci, ed il frate, quasi per forza e violentemente, diveniva cittadino. Egli vedeva innanzi a sè un popolo intero, confuso e desolato, che aveva bisogno d’aiuto, e volgeva verso di lui solo uno sguardo pieno di fiducia. Vedeva la vanità della scienza, l’incapacità dei prudenti, la tristizia dei molti; mentre il suo buon senso, il suo forte volere, il suo sincero amore del bene, gli facevano vedere chiarissima la via da percorrere. Egli diveniva maggiore di sè; parevagli aver la forza di riunire le discordi volontà, per dirigerle alla religione ed alla libertà; sentivasi capace di riempiere col suo amore e colla sua anima l’intero popolo. «O Firenze,» egli esclamava allora, «io non ti posso dire ogni cosa che io sento in me.... Oh! se io ti potessi dire il tutto, vedresti come un vaso nuovo e serrato, pieno di mosto che bolle per ogni verso, ma non può uscir fuora.»‍[271]

Queste parole egli diceva il giorno 12 dicembre, terza domenica dell’avvento, e quel giorno medesimo entrava [244] a discorrere più decisamente di politica. Incominciava collo spiegare una teoria, allora molto diffusa nelle scuole: che il governo di un solo, cioè, sia ottimo, quando il principe è buono; pessimo, quando il principe è cattivo; perchè esso è più forte ed unito così al bene come al male, e rende immagine del governo di Dio sopra la natura, la quale in ogni cosa ricerca la sua unità.‍[272] Tale era il linguaggio della scuola, e tale era anche il principio del discorso con cui il Savonarola entrava nella politica. Ma procedendo oltre, il suo buon senso veniva a cavarlo fuori del vecchio formalismo. «Questi principii,» egli continuava a dire, «si debbono, però, adattare alla natura del popolo, cui si vogliono applicare. Nei popoli del nord, ove è molta forza e poco ingegno, e nei popoli del sud, dove al contrario è molto ingegno e poca la forza, il governo d’un solo può essere qualche volta ottimo. Ma in Italia, e massime in Firenze, ove abbonda forza e intelletto, ove gl’ingegni sono sottili e gli animi inquieti, il governo d’un solo non può riuscire altro che tirannico. Il solo governo che a noi possa convenire, è il governo civile ed universale. Guai a te, Firenze, se tu fai capo che possa dominare e soperchiare gli altri! Da questi capi nascono tutti i mali che possono guastare una città. Tiranno è nome di uomo di mala vita, pessimo fra tutti gli altri, usurpatore degli altrui diritti, distruttore dell’anima sua, e di quella del popolo. Epperò, la prima legge che tu devi fare, sarà questa: che nessuno possa per l’avvenire [245] farsi mai capo della tua città: altrimenti, tu sarai fondata in sull’arena. Questi uomini che si vogliono elevare sopra tutti, e che non sanno sopportare la civile uguaglianza, sono pessimi fra tutti gli altri; cercano la rovina delle anime loro, e di quella del popolo.»‍[273]

«O popolo mio! Tu sai che io non sono mai voluto entrare nelle cose di Stato: credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che ciò è necessario alla salute delle anime? Tu non volevi credere; ma ora hai visto che le mie parole si sono tutte verificate; che esse non sono di mia volontà, ma vengono dal Signore. Prestate, adunque, le orecchie a chi non cerca altro che la vostra salute. Purificate il vostro animo, attendete al ben comune, dimenticate i privati interessi; e se in tale disposizione voi riformate la vostra città, essa sarà più gloriosa che non è mai stata. E tu, popolo di Firenze, incomincerai in questo modo la riforma di tutta Italia, e spanderai le tue ali in tutto il mondo, per portarvi la riforma di tutti i popoli. Rammentati che il Signore ha dato segni evidenti ch’Esso vuole rinnovare ogni cosa, e che tu sei il popolo eletto a cominciare questa grande impresa; se però tu segui i comandi di Lui, che ti chiama e t’invita a tornare alla vita spirituale. Apri, o Signore, il cuore di questo popolo, acciocchè intenda quelle cose che sono in me, e che tu mi hai rivelate e comandate.»

«La vostra riforma deve incominciare dalle cose spirituali, le quali stanno al di sopra delle cose materiali, di cui formano la regola e sono la vita; e tutto il bene temporale deve servire al bene morale e religioso, da cui dipende. E se avete udito dire che gli Stati non si [246] governano coi paternostri,‍[274] rammentatevi che questa è la regola dei tiranni, la regola degli uomini nemici di Dio e del ben comune, la regola per opprimere, e non per sollevare e liberare la città. Bisogna, invece, se voi volete un buon governo, che voi lo riduciate a Dio. Io certamente non vorrei impacciarmi dello Stato, se non fosse così.

«Quando, adunque, avrete purificato il vostro animo, corrette le vostre intenzioni, condannato i giuochi, le lascivie e le bestemmie; mettete allora mano al governo, e fatene prima la bozza, per venire più tardi alle minuzie, e correggerla. E questa prima bozza, o sia il modello e la sostanza del nuovo governo, deve esser questa: che nessuno conosca benefizio alcuno se non dallo universale, il quale deve, solo, creare i magistrati ed approvare le leggi. La forma che meglio si adatterebbe a questa città, è quella d’un Consiglio Grande, secondo la maniera veneziana. Io però vi consiglio di radunare tutto il popolo sotto i sedici Gonfalonieri, e ciascuna delle compagnie scelga una forma: dalle sedici così ottenute, i Gonfalonieri ne scelgano dipoi quattro, e le portino alla Signoria, che, fatta in prima solenne orazione, sceglierà la migliore. E quella che dal popolo sarà scelta in questo modo, voi potete tener per certo che verrà da Dio. Io credo che ne risulterà la forma dei Veneziani, la quale a voi non deve parer vergogna d’imitare, perchè anch’essi l’hanno avuta dal Signore, donde viene ogni cosa buona. Voi vedete come dal tempo che c’è quel governo in Venezia, non vi è nata alcuna setta o dissensione di sorta: epperò bisogna credere che sia voluta da Dio.»‍[275]

[247]

Dopo ciò, il Savonarola disse poche parole sopra alcuni provvedimenti più particolari, ma non meno necessari a farsi speditamente. L’uno di questi era il riordinar le gravezze, che non solo oppressavano il popolo minuto con una ingiustizia non credibile, ma facevano ancora che, mentre tutti lamentavano d’essere soverchiamente aggravati, lo Stato si trovasse in continue strettezze. Proponeva del pari, che mentre a tutti gli uffici di qualche importanza si dovesse provvedere con la elezione, si lasciassero gli altri alla sorte, per dare ad ognuno incoraggiamento e speranza di prender parte al governo. Concludeva, poi, col raccomandare pubbliche orazioni, ed una pace generale fra tutti i cittadini del vecchio e del nuovo governo.‍[276]

Nelle prediche antecedenti, queste medesime idee avevano cominciato già a filtrare separatamente; ma dal giorno 12 dicembre in poi, il Savonarola le trattò di proposito, e con un discernimento che destò maraviglia universale in tutti gli uditori; perchè, considerando la sua vita e i suoi studi, niuno aveva immaginato che egli potesse discutere così minutamente le cose di Stato. E tanto le sue prediche parvero savie e prudenti, che più volte fu dalla Signoria medesima richiesto di consiglio in San Marco, ed anche in Palazzo; ove egli non ricusò di fare qualche sermone.‍[277] Ma, finalmente, volle raccogliere [248] in Duomo tutti i magistrati ed il popolo, escludendone le donne e fanciulli, e fece un sermone, nel quale propose principalmente quattro cose:

1º Il timore di Dio, e la riforma dei buoni costumi.

2º L’amore al governo popolare ed al pubblico bene, posponendo ogni privata utilità.

3º Una pace universale, colla quale si assolvessero gli amici del passato governo da ogni colpa, perdonando anche le pene pecuniarie; e si usasse indulgenza verso tutti i debitori dello Stato.

4º Costituire una forma di governo universale, che comprendesse tutti i cittadini ai quali, secondo gli antichi ordini della città, apparteneva lo Stato.‍[278] E proponeva, come più adatta, la forma del Consiglio Grande dei Veneziani, accomodandolo però all’indole del popolo fiorentino.‍[279]

Questi consigli dati sul pergamo di S. M. del Fiore, da un frate, dal Savonarola, quando le sue profezie s’erano verificate, quando l’incertezza dominava tutti gli animi; ebbero una forza grandissima, e fecero decidere la [249] vittoria in favor del partito popolare. È opinione unanime di tutti gli storici, che, senza quelle prediche, avrebbe vinto in Palazzo l’opinione del Vespucci, e si sarebbe formato un governo di ottimati, che avrebbe dato origine ad altri disordini e nuove rivoluzioni.‍[280] Ma quando la voce del frate tuonò in favore della libertà, allora niuno potette più resistere. Il popolo, che era stato sinora incerto, senza sapere a qual partito appigliarsi, ed ignorando perfino il linguaggio stesso della politica, credette ora di esser chiaro di tutto; voleva assolutamente il Consiglio Grande al modo viniziano, e lo andava gridando per la città.

L’autorità divina che il Savonarola mescolava nella politica, aveva poi una forza assai grande in tutta Firenze, ove sempre la repubblica era stata sotto la speciale [250] protezione dei santi, ove sempre la religione e lo Stato s’erano uniti a difesa della libertà. E se faceva qualche maraviglia vedere un frate sul pergamo parlar di politica, questa maraviglia accresceva la sua autorità. E, davvero, nel leggere gli storici di quel tempo, nel leggere ciò che più tardi dissero il Giannotti, il Guicciardini ed il Machiavelli intorno al governo allora istituito, si direbbe quasi che in Firenze sia avvenuto un miracolo; giacchè noi vediamo un frate, senza nessuna esperienza delle cose del mondo, riuscire a confondere i savi, a salvare la patria, a fondare una nuova repubblica. Se non che, questo fatto straordinario viene, come abbiam detto, spiegato dal riflettere, che in quei momenti solenni nei quali tutta la società e tutti gli ordini che la tengono unita vanno in fascio, una sola forza fu quella che sempre riuscì a salvarla: quella forza vergine ed ingenua, che si trova solo nell’indole degli uomini veramente grandi; la fervida, cioè, e forte aspirazione al vero; la ferma e tenace volontà nel volere il bene: cose tutte le quali erano nel Savonarola grandissime, e formavano l’essenza stessa del suo generoso carattere. Nei momenti di prova, qual dottrina sostenne mai il paragone con questa sapienza? qual prudenza vantò mai le vittorie e le conquiste di questo amore?

Ed ora, sarà egli mestieri difendere il frate del suo essere entrato nella politica? Bisognerà egli ripetere che il Savonarola voleva la libertà per far meglio trionfare la religione? Bisognerà chiamare in aiuto l’esempio e l’autorità d’altri ecclesiastici e frati che fecero lo stesso? Noi ci fermeremo, piuttosto, a dire che il Savonarola non entrò di sua elezione nella politica; ma, come si è visto, vi fu inevitabilmente trascinato dalla necessità delle cose. Diremo ancora, che non vi è abito nè legge nè giuramento che valga contro le leggi della natura; [251] contro il giuramento che ogni uomo onesto ha fatto nel suo cuore; d’operare, cioè, il bene sotto ogni forma, in ogni tempo e condizione.

Ma, lasciando da un lato queste vane discussioni, il passo era oggimai dato, e le conseguenze doveano esserne molte ed inevitabili. Il Savonarola si trovava ad un tratto divenuto capo di tutta la città; e bisognava procedere oltre rapidamente nella formazione del nuovo governo, se non si voleva che i molti nemici avessero vittoria. Già Piero dei Medici era corso verso Napoli al campo francese, ove era stato assai bene accolto da quel re Carlo, che portava così indegnamente il nome di protettore della libertà fiorentina. Un tiranno era, dunque, già pronto per tornare in Firenze, ad ogni cambiamento di fortuna che vi potesse aver luogo. Bisognava, perciò, adoperarsi a tuttuomo per condurre e compiere la costituzione del governo popolare; farlo unito, forte, potente e rispettato, se non si voleva esser vittima d’una nuova tirannide. E noi vedremo con quanta prudenza e quanta esperienza il Savonarola continuasse a consigliare tutte le leggi fondamentali del nuovo Stato, come il suo spirito animasse e quasi penetrasse tutto quel popolo; come ognuno sembrasse a un tratto avere le sue stesse idee, parlare il suo medesimo linguaggio.

[252]

CAPITOLO QUINTO. Formazione del nuovo governo per opera del Savonarola. Si costituisce il Consiglio Maggiore ed il Consiglio degli Ottanta: si riordinano le gravezze, riducendole tutte alla Decima o imposta fondiaria. Discussione nella quale si vince la legge che decreta la pace universale; e l’appello delle sei fave, o sia l’appello dagli Otto al Consiglio Maggiore. Si ristabilisce il tribunale della Mercatanzia, o di Commercio: li Accoppiatori depongono il loro ufficio: i Parlamenti sono aboliti: si fonda il Monte della Pietà. Opinione del politici italiani sulle riforme operate dal Savonarola.
[1495.]

Per mettere in luce tutta l’importanza politica del Savonarola, bisogna seguire passo a passo la formazione del nuovo governo, e leggere nello stesso tempo le prediche che egli faceva in quei giorni. Quando noi vediamo che tutte le nuove leggi sono precedute da una o da più prediche del Savonarola, che le propongono, le consigliano e le spiegano al popolo; quando assistiamo alle Pratiche‍[281] che la Signoria tiene in Palazzo, e sentiamo quei cittadini discutere col linguaggio stesso del frate, addurre le sue ragioni con le sue medesime parole, in maniera da farci quasi credere che i loro discorsi sieno una copia delle sue prediche, e la legge che [253] essi discutono qualche sua nuova epistola; allora noi potremo dire di aver visto come un uomo solo fosse divenuto l’anima di tutto un popolo. E quando, alla fine di questo esame, raccogliendo insieme le varie leggi, e ricostruendo, per così dire, la forma di tutto il governo, noi lo troveremo ammirabile nelle sue parti, stupendo nel suo insieme, e udiremo la voce di tutti i più grandi storici e politici italiani assicurarci quello essere il migliore, anzi il solo buon governo che abbia avuto Firenze in tutta la sua lunga e tumultuosa istoria; allora solo noi potremo equamente giudicare il Savonarola.

Le prediche che egli fece in Duomo, nel tempo che in Palazzo si formava la nuova costituzione della repubblica, furono quelle dell’Avvento sopra Aggeo; a cui bisogna unire altre otto che fece sui Salmi, nei giorni di festa che seguirono l’Avvento. La loro principale importanza è tutta politica: non perdono, però, mai il carattere religioso, perchè la riforma politica non era pel Savonarola che una parte minima della sua universale riforma; ed il nuovo governo non dovea essere altro che il primo passo al rinnovamento della morale e della Chiesa. Egli, perciò, non tralasciava mai i suoi discorsi sul buon costume e sulla vera religione: la politica vi dava, anzi, continua occasione. Queste prediche di cui parliamo, non sono per eloquenza notevoli sopra le altre; ma preziosissime sono certamente più di tutte, per la storia dei tempi e per la biografia del Savonarola. Se le altre ci fanno conoscere la sua bontà e la sua vasta dottrina religiosa, queste ci presentano un nuovo lato del suo ingegno e ci manifestano la forza grandissima del suo carattere. Noi vi troviamo ancora un trattato compiuto sul nuovo governo; assistiamo alla storia viva della sua formazione; e quasi potremmo da esse ricostituire tutta [254] la storia politica della repubblica di Firenze in quei giorni.

Abbiamo già visto come, nel giorno 12 dicembre, il Savonarola volgesse il discorso decisamente alla politica, e quali fossero i nuovi principii, che egli raccomandava. Il 22 e 23 dello stesso mese, noi vediamo che già una legge di gravissima importanza era stata distesa, tutta secondo le idee del frate, e veniva con grandissimo favore votata nei Consigli del Comune e del Popolo. Questa legge o, come dicevano allora, provvisione, fermava la base del nuovo governo; e noi dobbiamo perciò esaminarla minutamente. Essa, adunque, costituiva il Consiglio Maggiore, e gli dava facoltà di creare tutti i principali magistrati, di approvare tutte le leggi: in altri termini, lo faceva sovrano dello Stato. Dovevano entrare nel Consiglio, indistintamente, tutti quelli che avevano l’età d’anni 29 e che erano cittadini beneficiati;‍[282] il che, secondo un’antica legge, voleva dire quelli che fossero stati veduti o seduti[283] nei tre maggiori [255] uffizi, o che avessero avuto questo beneficio dal padre, avo o bisavolo. Qui non importa esaminare qual fosse l’origine e lo scopo di quell’antica legge: basti solamente osservare, che nel Consiglio Maggiore, anzichè avervi luogo tutti i cittadini (come voleva far credere chi accusava di troppo democratico quel nuovo governo), vi entravano solo i beneficiati. E quando il numero di questi passava i 1,500, la legge stabiliva che fossero sterzati; cioè divisi in tre parti, ognuna delle quali dovesse per sei mesi formare successivamente il Consiglio Maggiore. Fatto il primo squittinio, si trovò che in tutta la popolazione di Firenze, la quale ascendeva a 90,000‍[284] abitanti incirca, v’erano solo 3,200‍[285] beneficiati che avessero l’età richiesta; in modo che il Consiglio dovevasi per 18 mesi formare di poco più che mille persone per volta.‍[286] Perchè la radunanza fosse poi [256] valida, bisognava che fossero presenti almeno due terzi dei chiamati. La nuova legge stabiliva inoltre, che, «per dare animo ai giovani ed incitare gli uomini a virtù,» si dovessero, ogni tre anni, eleggere 60 cittadini, non beneficiati, e 24 giovani d’anni 24, per farli entrare nel Consiglio Maggiore. E questo doveva anche, cominciando dal 15 gennaio prossimo futuro, eleggere 80 cittadini, d’anni 40 ciascuno, i quali avrebbero formato il Consiglio degli Ottanta, che ogni sei mesi doveva rinnovarsi. Esso assisteva di continuo la Signoria, che aveva obbligo di consultarlo una volta almeno ogni settimana; ed insieme coi Collegi e gli altri magistrati, nominava gli ambasciatori ed i capitani, faceva le condotte, ed altre cose d’importanza che non si potessero decidere in pubblico.

In questo modo era formata la base del nuovo governo: col Consiglio Grande, cioè, e con quello degli Ottanta; i quali erano come il Senato e l’Assemblea del popolo. Quando, adunque, si voleva vincere una legge, il Proposto, che era uno dei Signori e mutava ogni giorno, la proponeva alla Signoria: vinta che s’era nella Signoria e nei Collegi, si poteva raccogliere una Pratica di esperti cittadini, se la legge era di straordinaria gravità, o portarla addirittura negli Ottanta: da questi passava al Consiglio Maggiore, dove ricevea l’ultima sanzione. Le leggi poi non si discutevano, ma si votavano solamente; e niuno poteva parlare se non ne veniva richiesto dalla Signoria; nel qual caso non gli era lecito di farlo altrimenti che in favore di essa. Onde, quando la Signoria richiedeva i Consigli del loro parere, i cittadini allora si ristringevano nelle pancate, secondo i magistrati a cui appartenevano, o l’ordine in cui erano [257] stati squittinati; consultavano tra loro, e poi mandavano a riferire il parere uno di essi, il quale doveva ragguagliare dei voti, ma non poteva parlar mai contro la legge dalla Signoria proposta. Queste erano antiche usanze di una repubblica, la quale avendo troppo facilmente aperte le porte del Palazzo alla moltitudine, voleva poi frenarla con quelle leggi improvvide e inefficaci.‍[287]

Comunque sia di ciò, la provvisione di cui abbiamo discorso concludeva: «Che trovandosi la città in grandissima confusione di leggi, nè essendovi alcuno magistrato di dentro o di fuori che sappia il certo del suo ufficio, si ordina che sia scelto un numero di cittadini che riducano in un volume tutte le leggi.»‍[288] La importanza di un tale provvedimento si può giudicare solamente da coloro che hanno una qualche pratica degli antichi statuti fiorentini, e che sanno in quale disordine si fossero, sotto i Medici, ridotte tutte le istituzioni e le leggi della repubblica.

Insieme colla legge del Consiglio Maggiore, ne veniva in quei due medesimi giorni votata ancora un’altra, [258] la quale ordinava che si eleggessero dieci cittadini per far grazia, in tutto o in parte, delle gravezze non pagate e delle pene pecuniarie incorse nei passati governi; e per riformare tutte le imposte, ponendole sopra i beni stabili, includendovi anche gli ecclesiastici, quando però se ne fosse avuto il permesso da Roma.

In questo modo s’erano messe in atto, e quasi letteralmente, tutte le parole del Savonarola. Il nuovo governo era fondato; gli Accoppiatori dovevano di necessità rinunziare al loro ufficio, divenuto inutile; i due vecchi Consigli del Comune e del Popolo dovevano subito essere sciolti. Ed infatti, l’ultima provvisione di qualche importanza, che veniva da essi votata, fu quella del 28 dicembre, colla quale toglievasi per certo tempo ogni dazio sulle armi, acciò ognuno potesse facilmente armarsi.‍[289] Coi Signori di gennaio e febbraio 95, le leggi cominciarono ad essere approvate dal Consiglio Maggiore,‍[290] il quale doveva ora compiere e condurre a perfezione il nuovo governo.

La prima cosa a cui bisognava adesso provvedere, era la riforma delle imposte.‍[291] Il Savonarola v’insisteva continuamente nelle sue prediche: «Mettete le gravezze sui beni stabili solamente, distruggete i prestiti continui, distruggete gli arbitrii;» ecco ciò che esso consigliava ai magistrati. Al popolo, poi, diceva: «Cittadini, io vorrei che stessi saldi ad amare ed aiutare il Comune vostro. Il figliuolo è tanto obbligato al padre, che non potria mai satisfargli. Così dico a voi: il padre è il vostro [259] Comune, e però ciascuno è obbligato aiutarlo; e se tu di’: Io non ho utile nessuno; sappi che tu non puoi dire così, perchè lui ti conserva la tua roba, la famiglia e li figliuoli. Doveresti andare là e dire: Ecco qua cinquanta fiorini, eccone cento, eccone mille. Così fanno i buoni cittadini che amano la patria loro.»‍[292] Ed invero, da un lato il disordine delle imposte era grande, oltre quello che possono descrivere le parole; da un altro, il malcontento del popolo, mosso in origine da giuste cagioni, era poi divenuto eccessivo, e molti pretendevano quasi dover essere esenti da tutte le imposte.

In origine, la repubblica fiorentina, vivendo sobriissima, bastava a sè stessa col provento delle sole gabelle. Dipoi, le guerre resero necessarii prestiti volontari, che andavano sempre crescendo e non si restituivano mai, con tale danno del credito pubblico, che di volontari bisognò mutarli in obbligatori. Nei bisogni della repubblica, cominciò la Signoria ad imporre ciascun cittadino ad arbitrio, o secondo che stimava le sue ricchezze: i potenti cercavano allora ogni modo di esimersi; il peso maggiore cadeva, di necessità, sul popolo minuto, ed ognuno si chiamava scontentissimo. Nel 1427, i Medici, volendo acquistar favore appresso il popolo ed abbassare i grandi, ordinarono il Catasto, cioè a dire la stima dei beni d’ognuno; acciò nei prestiti si potesse a ciascuno imporre giustamente secondo la sua fortuna. Ma quello che nei detti appariva giustissimo, si trovò nei fatti ingiusto e crudele. Essi vollero imporre i beni vari e mutabili delle industrie e del commercio: cosa in Firenze tanto inusitata, e ricevuta con sì straordinario malcontento, che moltissimi abbandonarono perciò i loro traffici; onde il Catasto dette così l’ultimo crollo all’industria fiorentina. E mentre portava tanti danni, non [260] rimediava ad alcuno dei disordini già esistenti: era sempre un prestito, la cui somma variava ogni volta ad arbitrio, e che la repubblica poteva assai di rado restituire. Il valutare, poi, le fortune del commercio, era cosa tanto incerta, che dava ai Medici un adito assai maggiore di favorire o disfavorire chi essi volevano. — Tale era lo stato delle cose, quando il 5 febbraio 1495 si presentava nel Consiglio Maggiore la nuova legge, che riordinava le imposte secondo i consigli del Savonarola; e le riordinava con tanta prudenza, sapienza e stabilità, che oggi ancora si continua ad osservare quel sistema medesimo che fu introdotto al tempo e sotto i consigli del Frate! La nuova legge stabiliva, per la prima volta in Firenze ed in Italia, l’imposta fondiaria; e distruggendo tutti i prestiti e gli arbitrii, obbligava ogni cittadino indistintamente, a pagare il dieci per cento sulla rendita de’ suoi beni stabili, senza diritto ad alcuna restituzione. Si chiamò la Decima, ed un nuovo ufficio fu creato per accatastare tutti i beni e riscuotere ogni anno equamente le imposte.‍[293]

Messo termine con tanta prudenza e tanta prosperità ad una materia così grave, nella quale l’ufficio del Savonarola era stato degno dei più grandi riformatori degli Stati, rimanevano due leggi d’una importanza non punto minore. La prima era quella sulla pace e perdono generale; circa la quale, mercè le prediche continue di lui, pareva che tutti fossero venuti d’accordo. Non così era dell’altra, che chiamavasi la [261] legge delle sei fave, della quale bisogna ora fermarsi a parlare; perchè dètte occasione a lunghe discussioni nel Senato, e fu in appresso cagione di molti disordini e pericoli alla Repubblica, d’ingiuste e gravissime accuse contro la memoria del Savonarola. I delitti di Stato e i delitti criminali venivano, secondo gli statuti, giudicali generalmente dagli Otto di Guardia e Balía, il quale magistrato con sei fave, cioè a dire sei voti, poteva confinare, esiliare, condannare nella roba e nella vita.‍[294] Ora, con quei magistrati che mutavano sì spesso, cogli odii di parte così vivi in Firenze, seguivano ogni giorno ingiustizie crudeli ed incomportabili. Tutti gli uomini di legge giudicavano, quindi, essere indispensabile un qualche appello, che, frenando la soverchia autorità delle sei fave, mettesse un argine a questi mali che affliggevano la città: e tale era l’opinione anche del Savonarola.‍[295]

Nel gennaio e febbraio 95, egli, avendo terminato l’Avvento, faceva alcune prediche sopra i Salmi,‍[296] nelle quali raccomandava di continuo la pace generale e questo appello dalle sei fave, dicendo quasi ogni giorno: «Firenze, perdona e fa’ la pace, e non [262] gridare più: carne, carne e sangue, sangue.»‍[297] E poi continuava: «Bisogna temperare un poco questa autorità delle sei fave, con l’appello ad un Consiglio di ottanta o di cento, cavandoli dal Consiglio Grande. Tu dici che questo scema l’autorità della Signoria: io ti rispondo invece che l’accresce. O la Signoria vuol fare il male, ed allora non deve averne autorità; o la vuol fare il bene, ed allora avrà l’aiuto d’un Consiglio di buoni cittadini.‍[298]» Altra volta raccomandava con moltissima istanza il riformare l’amministrazione della giustizia; discorreva contro il continuo abuso che allora si faceva della tortura; inculcava la pace, e di nuovo concludeva: «Io ti dissi di quelle sei fave, che bisognava dargli uno certo bastoncello, cioè quel Consiglio dello appello.»‍[299] E ritornava sempre sullo stesso argomento, fino a che la Signoria non si decise a distendere una provvisione, che il 15 marzo 1495 presentava agli Ottanta; e, vista la gravità della cosa, essa li richiedeva solennemente del loro parere. L’uso voleva che la legge fosse presentata nei Consigli innanzi che alcuno l’avesse veduta; onde l’attenzione di tutti nel leggerla e sentirla fu grandissima.

La prima parte di questa provvisione era affatto secondo le idee del Savonarola; pareva anzi che egli medesimo l’avesse scritta, e diceva presso a poco così: «Visto di quanta utilità sia l’unione e la concordia in una repubblica bene istituita; e per seguire i vestigi di nostro Signore, il quale in ogni sua operazione, o andando o predicando o quiescendo, sempre diceva: pace; e questo medesimo potendo vedere nelle cose naturali, le quali cercano sempre l’unità, secondo la loro natura; onde il filosofo diceva: la virtù unita è più forte; [263] ed ammonendoci, finalmente, le cose soprannaturali che abbiamo sperimentate questo anno, nella formazione di questo governo, e la misericordia usataci dal Signore, la quale noi siamo obbligati d’imitare:

»I magnifici Signori e Gonfalonieri ordinano che sia fatta pace generale, e sieno perdonate tutte le ingiurie e tutte le pene in cui sono incorsi i fautori del passato governo.»‍[300]

Procedendo poi oltre alla seconda parte, la legge deviava alquanto dai consigli del Savonarola, e stabiliva: «Che qualunque cittadino abile agli uffici venisse dalla Signoria o dagli Otto, per causa di Stato, condannato nella vita, o in una pena corporale qualunque, o in una pena pecunaria maggiore di 200 fiorini, o confinato, ammonito ec., potesse nello spazio di quindici giorni appellare al Consiglio Maggiore. Nel quale caso, doveva la Signoria accettare chiunque volesse parlare in difesa; proporre il caso in Consiglio sei volte in due giorni; ed avendo due terzi dei voti in favore di lui, assolverlo.»‍[301]

Il punto sul quale questa legge deviava dai consigli del Savonarola, era di molta importanza; perchè in luogo di portare l’appello ad un Consiglio ristretto, di uomini prudenti e periti nelle leggi, portavalo al Consiglio Maggiore; ove avrebbero deciso più le passioni del momento che la giustizia, più l’imperizia dei molti che la prudenza dei pochi. Gli Ottimati si erano fin dal principio opposti ad ogni sorta di appello, perchè essendosi usati a vedere l’ufficio degli Otto cader quasi sempre nelle loro mani, non sapevano comportare che se ne scemasse in modo alcuno l’assoluta autorità. Ma, da un altro lato, il popolo adesso considerava che il Consiglio Maggiore [264] fosse il solo signore della città, e che a quello dovesse ogni cosa, per legge, ricadere. Queste passioni, urtandosi in Palazzo, si erano accese; ed il partito popolare, trovandosi assai più forte, trascorse all’eccesso di questa nuova legge, che nelle cause più gravi faceva giudice la moltitudine. Ma, ora che la provvisione era fatta, tornava difficile assai moderarla. Non potendosi parlare contro di essa, bisognava o respingerla o accettarla; e respingerla era divenuto quasi impossibile, dacchè i suoi fautori l’avevano, a disegno, unita con la legge della pace universale, che tutti credevano indispensabile.

Nondimeno, dai discorsi che si tennero nella Pratica, apparisce che gli onesti popolani s’erano avveduti dell’eccesso, e facevano ogni sforzo per mettervi rimedio. Vi sarebbero forse anche riusciti, se i nemici del nuovo governo non avessero usata un’arte ed un’astuzia quasi infernale. Quando essi videro che il popolo, i prudenti, il Savonarola stesso volevano assolutamente un appello dalle sei fave; si persuasero che niente poteva venir meglio a loro proposito che la nuova legge, la quale, essendo eccessiva, avrebbe nella prima occasione partorito gravi disordini; e coi disordini solamente, essi speravano poter mutare la forma del governo e metterlo in mano dei pochi. Così, dopo avere con ogni modo contrastato l’appello ad un Consiglio ristretto di savi e prudenti cittadini, si dierono, tutti uniti, a favorire energicamente e quasi furiosamente l’appello al Consiglio Maggiore. Per queste ragioni, con grande meraviglia si vide nella Pratica, che mentre i popolani andavano moderati, ed i partigiani del Savonarola ardivano anche esprimere la loro disapprovazione contro una legge proposta dalla Signoria; gli ottimati, i nemici del nuovo governo, i partigiani dei Medici, la [265] favorivano con tutta la forza della loro eloquenza. In un volume di Frammenti di Pratiche,‍[302] noi abbiamo, per fortuna, trovato la bozza o, come allora dicevano, lo straccetto di questi discorsi, fatto dal notaio della Signoria; e con essi, possiamo assistere ad una delle principali e più animate discussioni di quella repubblica. Il soggetto era di gravissima importanza: parlarono uomini di molta autorità, e fecero sforzo di tutta la loro facondia in quei discorsi, che mentre ci rappresentano come in quegli antichi consigli si formassero e discutessero le leggi, mettono in nuova luce un fatto sinora assai male conosciuto, e difendono il Savonarola da una delle più gravi accuse che gli vennero mai fatte.

Presentata, adunque, la legge e richiesto dalla Signoria il parere dei cittadini, essi si ristrinsero nelle pancate; e, dopo avere fra loro consultato, fu primo a parlare messer Domenico Bonsi, amico del Savonarola, ed uno degli Accoppiatori. Riferendo il parere della sua pancata, egli raccomandava la pace, dimostrandone l’utile e la necessità con molte citazioni del Vangelo e di san Paolo, insieme con altre di Demostene e d’Aristotele. Venendo, poi, a discorrere dell’appello, diceva che esso era certamente assai utile: dava però a conoscere, che tra’ suoi colleghi era una grande diversità di pareri; ma, quasi egli non ardisse andare più oltre e discorrere contro una legge proposta della Signoria, si fermava a questo. Pigliava poi la parola messer Francesco Gualterotti; il quale, dopo aver levata a cielo la pace universale, veniva a parlare della necessità d’un appello contro la [266] soverchia autorità degli Otto, dicendo che essi avevano sempre empito la città di esilii e di confische: pure, tanto esorbitante dovette a lui parere la nuova legge, ch’egli si fece ardito proporre, che la facessero a tempo, e non in perpetuo.

Essendosi in questo modo animata la discussione, si levava a parlare messer Luca Corsini, uno di quelli che nel giorno del tumulto avevano chiuso la porta del Palazzo in faccia a Piero de’ Medici. Egli era cittadino di maggiore autorità ed eloquenza, tra i più riscaldati nella parte popolare, e descrisse con vivi colori le tristissime condizioni dei tempi. — «Noi vediamo,» egli diceva, «tutta Italia per nuovi e grandi pericoli fluttuare; e, trovandoci nel centro di essa, siamo, per necessità, più d’ogni altro esposti a soffrire. Epperò, l’unione e la concordia è la sola medicina utile a farci rispettare dai potenti vicini, che già si vede essere pronti per assalirci nella nostra prima divisione. Noi, d’altronde, abbiamo data ad ognuno facoltà libera d’entrare nel Consiglio: onde, se non teniamo contenti tutti gli amici del vecchio Stato, essi, colle fave ed in segreto, ci lavoreranno contro. Che se niun’altra cosa vi dovesse muovere,» egli gridava con voce più alta e sonora, «dovrebbe pure bastare l’esempio che ci ha dato Nostro Signore, il quale, dopo avere stretto contro di noi il brando della sua giustizia, lo ha voluto allontanare, perdonandoci misericordiosamente. Facciamo, adunque, anche noi misericordia; facciamo un generale perdono. Che se questo pare a qualcuno rimedio estraordinario, si rammenti allora che nei casi straordinari, ordine sia l’andar fuori dell’ordine.»

Venendo poi alle sei fave, egli si riscaldava ancora più nel discorso, dicendo essere assolutamente necessaria una qualche modificazione. E tutto pieno di quello spirito democratico che assai facilmente eccede, aggiungeva: — «Il [267] corpo della repubblica è un solo, e questo è l’universo popolo; il quale, non potendo amministrare ogni cosa, elegge i magistrati. Ma se nascono dubbi o disordini o dissensioni, come vediamo tuttogiorno seguire; non è ingiusto che si ritorni a quel Maggiore Consiglio che rappresenta il popolo, e da cui i magistrati hanno ricevuto gli uffici: nè si viene a diminuire l’autorità dei Signori col fare appellare a quel popolo a cui appartiene tutta la repubblica. Che se poi consideriamo le cose avvenute in questi ultimi tempi, diremo essere somma prudenza e consiglio, il desiderare che queste leggi sortiscano buon fine.»

Quando ebbe il Corsini messo termine al suo animato discorso, tutti gli occhi si volsero verso il dottore in legge messer Guidantonio Vespucci, noto per la sua eloquenza, per la sua dottrina e per essere uno dei più forti sostegni nel partito degli ottimati; quello stesso che noi abbiamo visto, nel dicembre passato, addurre in Palazzo tutte le ragioni per contrastare la nuova forma del governo popolare. La sua dottrina dava un peso grandissimo alla sua opinione; ed egli, che lo sapeva, parlò con molta gravità, e fece saggio della sua celebrata facondia. Lodò, innanzi tutto, i discorsi di coloro che lo avevano preceduto; «perchè ognuno,» egli disse, «in diversi modi ha mirato al medesimo fine, quello cioè di raffermare la libertà: mi piace anche il vedere che molti hanno francamente espressa un’opinione contraria a quella della Signoria; perchè in questo modo solamente si può giungere al vero.‍[303] In quanto a me,» continuava il Vespucci, entrando direttamente nella quistione delle sei fave, «non vedo altro, se non che bisogna cercare [268] la via alla eguaglianza di tutti i cittadini; e se la vecchia strada vi conduce, si deve seguirla; se non vi conduce, bisogna mutarla. In vero, l’antica legge a me pare assai pericolosa; e chi bene la considera, vedrà che non è bene ordinata, nè bene si pratica, nè è giusto concedere ai Signori tanta autorità, che non sia lecito da loro appellare. Dal Re di Francia si appella al Consiglio Parisiense, dall’Imperatore si appella al Papa, ed anche contro la sentenza del Sommo Pontefice si ritrova appello.‍[304] Niuno, adunque, deve sdegnarsi di veder corretto da altri quell’errore in cui per troppa celerità o inavvertenza, sia caduto. E se i principi, i quali sono sciolti da ogni legge, si sottomettono spontaneamente all’appello; perchè debbono ricusarlo i magistrati, che hanno dal popolo tutta la loro autorità? Questo appello, adunque, non fa altro che restituire al popolo un suo diritto, e reprimere le voglie immoderate di quelli che troppo ambiscono. Un gran freno sarà certo a coloro che giudicano, il pensar che le loro sentenze debbono essere approvate dal Consiglio Maggiore. Onde io non vedo che danno si debba temere, se una volta si distrugge questa perniciosa autorità delle sei fave

«Della pace, poi, è inutile discorrere; giacchè non v’è altro parere fra i cittadini, se non che: quanto prima e quanto più generale si faccia, tanto più sarà utile. Ma,» e queste furono le sue ultime parole, «niuna pace più utile si potrà concludere, che togliere questa maledetta autorità delle sei fave, causa di tutte le discordie.‍[305]»

[269]

Fu grande la maraviglia di tutti nel vedere il Vespucci difendere con tanto ardore quei diritti del popolo, che aveva, nel dicembre passato, con uguale ardore oppugnati. Pure, il suo discorso fu quello che dètte il crollo alla bilancia; ed il 18 marzo, noi vediamo la nuova legge approvata nel Consiglio degli Ottanta con 80 voti favorevoli contro 13;‍[306] il 19, approvata nel Consiglio Maggiore con 543 contro 163. Tale è la storia vera di questa discussione: ma tutti gli scrittori si sono intorno ad essa taciuti, accusando poi con grave ingiustizia il Savonarola, come autore d’una legge eccessiva; mentre le sue prediche ci dimostrano ch’egli ne favoriva un’altra assai moderata; e dalle Pratiche della Signoria, come noi abbiam visto, resulta che i partigiani di lui avevano quasi violato gli antichi usi parlamentari della Repubblica, per opporsi a quelle intemperanze.‍[307]

[270]

Questa legge si deve considerare, invece, come il primo passo ed il primo trionfo del partito che mirava alla distruzione della repubblica: partito che noi cominceremo ben presto a vedere instancabile nel cercare la rovina del Savonarola; e disposto sempre a valersi di queste arti doppie e subdole, nelle quali dètte prova d’una finezza e d’una astuzia politica da disgradarne tutti i diplomatici dei nostri tempi. Il Savonarola si tacque, è vero, dopo che la legge fu fatta; perchè era inutile seminare discordie e mali umori fra il popolo e la Signoria; e fors’anche, nè egli nè molti altri potevano, allora, prevedere tutte le sinistre e pericolose conseguenze che dovea portare, l’aver solo alquanto ecceduto nel fare una legge che per sè stessa era, poi, giustissima. Ma di tutti i mali prevedibili e futuri, maggiore era il presente e visibile; giacchè si vedeva come in quei giorni medesimi, nei quali il popolo faceva una pace e perdono universale, i nemici del nuovo governo si univano per formare un partito e rovinare la repubblica, nel momento stesso ch’essa li beneficava. Certo, quel giorno le passioni s’inasprirono assai, e quella ingratitudine e doppiezza dovette molto irritare l’animo franco ed [271] aperto del Savonarola. Egli serbò su quel fatto un profondo silenzio; ma, nei seguenti sermoni, si tradisce un certo irritamento ed un’asprezza di parole che non avevamo mai veduta in lui. Tanto è vero quell’antico proverbio che dice: una goccia d’aceto guasta una botte di miele!

Essendosi colla legge delle sei fave cominciato a pensare all’amministrazione della giustizia, si continuava ora a volervi provvedere, perchè in tutte le sue prediche il Savonarola la raccomandava.‍[308] Infatti, in essa era un disordine grandissimo; una confusione indescrivibile di leggi e di magistrati, creata specialmente da Lorenzo il Magnifico, il quale aveva nella repubblica mescolato in maniera il vecchio ed il nuovo, che quasi non si poteva più venire a capo di nulla.‍[309] I giudici principali nelle cose civili e criminali, erano in antico due magistrati forestieri, il Potestà ed il Capitano del popolo: ad essi andavano le liti di maggiore importanza, e si appellava dalle sentenze emanate dai giudici minori, che risiedevano nei vari quartieri.‍[310] Verso il 1477, furono aboliti quei due magistrati;‍[311] onde ne crebbe moltissimo l’importanza della Signoria e degli Otto, a cui ricadde gran parte della loro autorità. In quel medesimo anno, decadde ancora grandemente il tribunale di commercio o la Casa della Mercatanzia, che risiedeva accanto al Palazzo dei Priori ed aveva una grandissima importanza nella repubblica; giacchè essa era come il nucleo, il centro [272] principale della vita delle Arti in Firenze. Nè essendosi pensato di mettere a queste cose alcun rimedio, ora non sapevasi mai con certezza a quale magistrato bisognasse ricorrere, e la giustizia veniva assai male amministrata. Il Savonarola, quindi, raccomandava una riforma generale: voleva che si creasse una Ruota, o sia un tribunale di giudici cittadini, savi, ricchi e bene pagati, acciò fossero incorruttibili. «Ma se questo,» egli diceva, «è per ora troppo grande spesa, fate almeno venir subito un buono e valente giudice delle appellazioni;‍[312] e fate ancora che si riordini la Mercatanzia, e si elegga il suo giudice forestiero, secondo gli antichi statuti.»‍[313] In quanto alla Ruota, essendo essa una istituzione affatto nuova in Firenze, non si potè fondarla che parecchi anni dopo;‍[314] ma si pensò, invece, di restituir subito la Mercatanzia nella sua primiera grandezza.

Il 20 ed il 21 maggio 1495, passava, quindi, nei due Consigli la nuova legge, il cui tenore era questo: «Considerando che niuna cosa importi quanto l’amministrazione della giustizia; e vedendo come sia caduta basso la reputazione della Casa della Mercatanzia, per la confusione delle leggi fatte dopo gli antichi statuti;‍[315] e volendo i Magnifici Signori e Gonfaloniere rimediarvi coll’imitare le antiche e bene considerate leggi, e ridurre tale Casa nella sua buona e antica riputazione; provvidero e ordinarono:

«Che i Signori della Mercatanzia debbano eleggere [273] trentotto savi cittadini d’anni trentacinque, i quali verranno squittinati nel Consiglio Maggiore; e i tredici che avranno più fave, saranno Statutari e Riformatori della Casa e Corte della Mercatanzia ed Università dei mercatanti, colla medesima autorità avevano gli statutari nel 1477; di togliere, cioè, aggiungere e riformare affatto lo statuto; il quale, dopo essere stato approvato nel Consiglio Maggiore, avrà pieno vigore.» — In questo modo rinacque l’antica ed illustre Casa della Mercatanzia, e venne compilato in Firenze quel secondo Codice di commercio, che si chiamò dai mercatanti lo Statuto del novantasei.‍[316] Esso fu nuovo documento della risorta sapienza civile dei Fiorentini, e riuscì di vantaggio grandissimo al popolo, alla giustizia ed alle Arti.

Mentre che il nuovo governo s’andava sempre più conducendo alla sua perfezione, era necessario che gli Accoppiatori deponessero il loro ufficio, il quale o restava inutile, o veniva a contrastare con quello dei nuovi magistrati. A ciò si adoperava il Savonarola; e messer Domenico Bonsi, suo amico, fu dei primi a deporre volontariamente l’ufficio.‍[317] Gli altri seguirono il suo esempio; e l’8 di giugno, si vinceva una provvisione che dava loro «autorità, facoltà e balía di renunziare, e trasferire nel Consiglio Maggiore tutta quella autorità e potenza che avevano avuta dal Parlamento.‍[318]» La medesima legge stabiliva il nuovo modo e le nuove forme con cui si doveva d’ora innanzi eleggere la Signoria.‍[319]

[274]

Cessata, fortunatamente e senza disordini, l’autorità degli Accoppiatori, restava ancora una legge gravissima da fare: bisognava, cioè, abolire i parlamenti, cagione in Firenze di tutti i disordini, di tutte le mutazioni, di tutte le tirannidi. Ora che il Consiglio Maggiore poteva fare e disfare ogni cosa, il parlamento aveva perduta ogni ragione di essere; nè altro scopo si poteva avere nel radunarlo, se non quello di distruggere la repubblica. E certo, se Piero de’ Medici, che già tutti vedevano adoperarsi, non senza fortuna, appresso i Francesi e i potentati d’Italia, fosse riuscito a tornare in Firenze; egli non avrebbe avuto altra via a volgere la plebe in suo favore, che quella dei parlamenti. E se i suoi amici, i quali, come ora pur troppo si vedeva, non erano nè pochi nè deboli, avessero pensato di tentare in suo favore qualche cosa nella città stessa; essi certo non speravano in altro, che in quei parlamenti, stati sempre a Firenze il più docile strumento della tirannide, e la via più facile a mutare gli Stati.

[275]

Spesso, negli storici e politici fiorentini, noi troviamo lunghi ragionamenti che dimostrano i danni, i pericoli e le enormità dei parlamenti;‍[320] ma in quei giorni la questione era divenuta assai più viva. Si vedevano di lontano i Medici tramare; si era, nel deliberare la legge delle sei fave, scoperto che nel seno stesso della repubblica v’erano i nemici della libertà: gli animi s’erano, perciò, su quella questione alterati; ed il Savonarola stesso si lasciò trasportare a tenere sul pergamo un linguaggio insolito, e che certo non conveniva ad un ministro di pace, qual egli era: — «Io ho pensato a questo tuo parlamento, che non mi pare che sia altro che uno distruggimento, e però è necessario di levarlo via. — Popolo, fatti innanzi. Non sei tu, ora, signore tu? — Sì. — Or guarda che non si faccia parlamento, se tu non vuoi perdere il governo tuo. Sappi, che non vuole dire altro parlamento, che voler torre di mano al popolo il reggimento. Tenetelo a mente, e insegnatelo ai vostri figliuoli. Popolo, come tu senti la campana che si vuole fare il parlamento, lieva su, e tira fuori la spada e di’: — Che vuoi tu fare? Non può egli questo Consiglio ogni cosa? Che legge vuoi tu fare? Non può farla questo Consiglio? — E però vorrei che voi facessi una provvisione, che quando entra la Signoria, giurasse di non fare parlamento; e che se nessuno volesse pure tentare di fare parlamento, chi [276] lo rivela, se quello è dei Signori, guadagni trentamila ducati; se altro, mille. E se quello volessi fare parlamento sarà dei Signori, gli sia tagliato il capo; se è altro, sia rubello e confiscatogli tutti i beni. E che tutti i gonfalonieri, alla entrata dell’ufficio loro, giurino tutti, che come e’ sentano sonare a parlamento, la prima cosa corrino a mettere a sacco le case de’ Signori; e guadagni quello gonfaloniere che va a mettere a sacco una delle case de’ Signori, il quarto della roba; il resto guadagnino e’ suoi compagni. Item, che quando e’ Signori voglion far parlamento, che come mettono el piede in ringhiera, subito s’intenda non essere più Signori; e ognuno li possa tagliare a pezzi senza pecca.‍[321]» — Questo era un momentaneo eccesso; e noi potremmo osservare, che la confisca, ed il mettere a sacco e distruggere le case, erano pene, a quel tempo, comunissime nei delitti politici. Ma nè questo nè il rammentare che i Medici e i Medicei avevano già cominciato a lavorare contro la repubblica; anzi, come noi vedremo, si accostavano già alle mura di Firenze; potrà affatto scusare il Savonarola del suo essersi lasciato trasportar così oltre dalla passione.

Comunque sia di ciò, il giorno 28 luglio 1495 egli aveva fatta quella predica, ed il 13 agosto la legge era già vinta, e diceva: «Che la riforma del presente Stato, avendo ad essere della libertà di questo fiorentissimo popolo; e desiderando conservare in perpetuo questo governo, acciò non solo noi ma i nostri figliuoli godano di questa santa libertà; e nessuno ardisca, levando capo, farsi tiranno e sottomettere i liberi cittadini; e conoscendo nessuna via essere tanto facile a sottomettere la nostra libertà, ed impedire questo nuovo e buono [277] reggimento e Stato, quanto la via del parlamento; e considerando, finalmente, che non può occorrere caso nessuno, per il quale abbi ad essere necessario fare parlamento, essendo venuto il governo in mano del popolo, che è vero e legittimo signore della nostra città, e può fare ogni nuova legge senza convocare il parlamento ec.:

»I magnifici Signori e Gonfaloniere provvedono ed ordinano: che per l’avenire non si possa più fare parlamento; che la Signoria debba per lo innanzi giurare di mai più convocarlo; e chi macchinasse una tal cosa, sia sottoposto alla pena di morte, e 300 fiorini dati a chi lo rivelasse.»‍[322]

Dopo quel primo furore, il Savonarola tornava alle sue idee ed alla sua opera di pace, occupandosi tutto intorno alla formazione del Monte di Pietà. «Io vi raccomando questo Monte di Pietà, che ognuno l’aiuti; massime queste donne doverrebbono dare tutto quello che hanno di superfluo..... Ognuno offerisca; e non si dieno quattrini, ma ducati.»‍[323] Ed in questo modo continuando, predicava assai spesso in favore di quella istituzione, e raccomandava il basso popolo alla carità dei cittadini, delle donne, dei ricchi.

In vero, niuna cosa poteva immaginarsi più utile [278] a sollevare la miseria del popolo, che questo Monte della Pietà. Eranvi allora a Firenze gli Ebrei, i quali imprestavano al 32½ per cento, con interesse composto; in maniera che s’era visto, che 100 fiorini, imprestati alla loro ragione ordinaria, arrivavano, dopo 50 anni, a 49,792,556 fiorini, 7 grossi e 7 denari.‍[324] Queste cose avevano sollevato un grande odio del minuto popolo contro gli Ebrei, e facevano a molti pensare di trovar modo per mettervi qualche rimedio. Frà Barnaba da Tenti aveva da più tempo predicato il Monte di Pietà, e fondatolo a Perugia; Frà Bernardino da Feltre si dette, poi, a diffonderlo in Italia; e a tempo di Lorenzo dei Medici, venne a predicarlo in Firenze. Il 26 marzo 1473 era già fatta la provvisione, quando pare che un ebreo arrivasse con 100,000 fiorini a corrompere i magistrati e lo stesso Lorenzo il Magnifico: in questo modo la cosa andò a vuoto, e Frà Bernardino fu esiliato da Firenze. A tempo di Piero de’ Medici, i Frati Minori eccitarono il minuto popolo contro gli Ebrei, e predicarono di nuovo il Monte della Pietà: dal che seguirono molti disordini, cagionati specialmente dalla imprudenza di Piero; il quale, solo per andare contro alla opinione dei magistrati e della gente più culta, favoriva i Frati Minori.‍[325]

Il Savonarola si era sempre astenuto dall’entrare in quelle inutili controversie; nè mai una sola parola era uscita dalla sua bocca contro gli Ebrei: esso voleva convertirli, e non perseguitarli. Quando, però, il popolo divenne libero, egli si mise a propugnare il Monte della Pietà, ed a lui solo riuscì di fondarlo in Firenze. Il 28 [279] decembre 95, veniva approvata la legge, che incominciava così: «Beato colui che veglia sul bisognoso e sul povero: nel giorno dell’avversità sarà liberato dal Signore.» Essa procedeva, poi, a parlare contro «la pestifera voragine e pessimo veneno dell’usura; già sopportata in Firenze 60 anni, da quella pessima e di Dio inimica setta ebraica.» Ordinava, finalmente, che si eleggessero otto cittadini, i quali, senza avere alcun salario, facessero lo statuto del Monte; dopo di che s’intendesse finito ogni contratto cogli Ebrei, cui si dava tempo un anno a partire. — Il 15 dell’aprile 1496, era già scritto lo statuto, che veniva approvato nei Consigli. Tutto vi era inteso a vantaggiare il popolo: le spese d’amministrazione non dovevano passare i 600 fiorini l’anno: l’interesse che pagherebbero i portatori dei pegni, non eccedere il sei per cento: essi dovevano, però, giurare di non venire al Monte per giocarsi il danaro che ricevevano.‍[326] Nel promuovere questa santa istituzione, tanto il Savonarola favoriva il popolo, che il suo disegno proponeva che gl’impiegati venissero salariati a spese del Comune, e i prestiti fatti senza interesse.‍[327] Ciò non fu possibile, ma il nuovo statuto del Monte riusciva a sollevar molto la minuta gente; nè per questo fu necessario cacciare gli Ebrei, chè i tempi del Savonarola erano tempi d’esaltate passioni, non però d’intolleranza.

E queste furono le leggi colle quali il popolo fiorentino [280] ordinava la sua libertà, e dava a sè stesso una nuova costituzione. Di certo, aprendo i libri delle provvisioni fatte in questi anni, se ne può trovare un numero assai maggiore; che noi abbiamo tralasciate, per essere d’interesse tutto particolare. Fra queste, però, vogliamo nominarne una, che fu fatta l’8 di giugno 1495. Con essa, i magnifici Signori e Gonfalonieri: «Considerando che messer Dante Alighieri, bisnipote di Dante poeta, non può rientrare in Città per non aver potuto pagare la tassa impostagli dai Signori di novembre e dicembre passato; e giudicando essere bene usare qualche gratitudine alla posterità di quello poeta, il quale è di tanto ornamento a questa città; provvedono che il detto messer Dante s’intenda essere, e sia, libero da qualunque bando, relegazione ec.‍[328]» Era un tardo perdono alla memoria del gran Ghibellino; una troppo debole giustizia al nome del divino poeta: pure, fece molto onore a quella repubblica l’avervi, nel suo primo nascere, pensato. — Di altre leggi non parleremo, perchè noi abbiamo voluto mettere innanzi agli occhi del lettore solamente l’insieme del nuovo governo.

In un anno si era, dunque, costituita la libertà di un popolo; concessogli le armi; ordinato le gravezze; spenta l’usura col Monte di Pietà; fatta la pace universale; riordinata la giustizia; aboliti per sempre i parlamenti; e costituito quel Consiglio Maggiore, a cui il popolo di Firenze restò sempre affezionato con una tenacità che non ebbe mai per alcun’altra delle sue politiche istituzioni. Si mise, allora, sulla ringhiera di Palazzo quella statua di Giuditta che ammazza Oloferne, la quale è opera dell’immortale Donatello; e perchè da quel luogo eminente stesse a simboleggiare agli occhi di tutto il popolo il trionfo della libertà [281] sopra la tirannide, vi posero quella iscrizione che dice: Exemplum sal: pub: cives posuere. MCCCCXCV.[329]

E tutto ciò venne fatto in così poco tempo, senza sguainare una spada, senza versare una goccia di sangue, senza una sola discordia cittadina; e questo in Firenze, la città dei tumulti! Ma più di tutto, fu maraviglioso a vedere, come un uomo solo, un semplice frate,‍[330] potesse [282] reggere dal pergamo tanta impresa, e guidarla sempre al bene: esempio unico nella storia, della onnipotenza della parola e dell’umana volontà. Egli non era in piazza, non sedeva in Palazzo: eppure seppe divenire l’anima di tutto il popolo, l’autore principale di tutte le leggi che fondarono il nuovo governo. Dopo la rivoluzione del 1494, noi subito scorgiamo nelle provvisioni, a chiare note ed in ogni parola, l’impronta del democratico frate. Esse diventano italiane, di latine che erano;‍[331] una nuova forma, un nuovo stile, un nuovo spirito le anima; vi riconosciamo quasi la voce stessa del Savonarola: spesso, anzi, non sono altro che il brano medesimo della predica in cui egli le aveva raccomandate. Noi entriamo nei Consigli, e sentiamo i cittadini sostenere le sue medesime idee, discorrere il suo stesso linguaggio. Ma che diremo quando, arrivati alla fine di questo anno 1495, e rivolgendo indietro lo sguardo, noi troviamo che Firenze non è stata mai così savia e prudente; che la forma di governo ora costituita è la migliore, la sola stabile che, in tanti anni di tumultuosa vita, il suo popolo abbia saputa creare? Che diremo quando noi vediamo i più grandi politici fiorentini prenderla in esame, e non potersi trattenere di levarla a cielo?‍[332]

Il Machiavelli, il Guicciardini, il Giannotti, che scrissero quando la libertà fiorentina era caduta, quando [283] le speranze dei patrioti erano spente; meditarono tutta la storia di Roma, tutta la storia di Firenze e d’Italia, per trovare una forma di governo che meglio si potesse adattare alla loro patria, quando la fortuna volesse mutare aspetto: e tutti conclusero sempre, non esservi altro che il Consiglio Maggiore e la forma del 94, che eglino s’adoperavano solamente a modificare, per adattarla ai tempi mutati. Ed è meraviglioso veramente a considerare, come anche nelle modificazioni che proposero, quei grandissimi ingegni non si discostassero dalle idee del Frate: essi volevano un gonfaloniere a vita, ed egli lo aveva prima di morire consigliato più volte: essi volevano un nuovo tribunale per le cose criminali, ed egli lo aveva nei suoi sermoni predicato: essi proponevano una libera discussione nei Consigli, e niuna cosa egli aveva più costantemente raccomandata.

Alcuni, è vero, si sono affaticati a provare che il Savonarola non fu autore del Consiglio Maggiore, perchè il Soderini ne aveva portato l’idea da Venezia; che non inventò il Monte della Pietà, perchè era stato già predicato da altri; e così via discorrendo. Ma questa è una vana fatica: il Savonarola non inventò alcuna delle istituzioni che fece adottare in Firenze; ed in ciò sta, anzi, il suo merito maggiore. Le istituzioni non si creano nè s’immaginano; ma debbono essere il resultato dei tempi e delle condizioni d’un popolo. Egli seppe, per così dire, ritrovarle e riconoscerle; ebbe la forza di persuaderle e farle adottare: e questo è il più grande elogio che si possa fare al suo ingegno politico. Noi lo ripetiamo: il Savonarola vide più giusto di tutti, perchè vide col suo buon senso naturale, col suo profondo amore del bene, colla mente libera da teorie e l’animo libero da spirito di parte. Egli va messo, perciò, tra i più grandi fondatori di repubbliche.

[284]

Che se a persuadere la verità di questi giudizi non basta l’evidenza della storia, non bastano le leggi stesse che abbiamo riportate quasi alla lettera, non basta l’autorità dei grandi politici italiani; noi non sapremmo davvero a quali argomenti ricorrere. Oggi, pur troppo, è invalsa una opinione che, ponendo in vista alcune particolari stranezze del Savonarola, sopra quelle solamente vorrebbe giudicarlo. Ma noi diremo, innanzi tutto, che nella vita politica di questo anno, egli aveva saputo assai moderarle; e dipoi, che se troppo spesso le troviamo mescolate nei suoi discorsi religiosi, scientifici ed anche politici, questo fu un errore ch’esso ebbe comune cogli uomini più grandi del suo tempo. Di certo, maggiori assai furono le stranezze di Girolamo Cardano, del Pomponaccio, del Porta e di tanti altri; ma niuno pensò mai che si dovesse perciò negare ad essi l’ingegno che pure ebbero nelle scienze fisiche e matematiche. E si potrà negare al Savonarola la sua grandezza politica, e cercare di spargere il ridicolo sulla sua persona, quando abbiamo innanzi a noi un popolo che quasi vive solamente della vita ch’egli ha saputa infondergli, e vediamo ordinata da lui una costituzione che è l’ammirazione di tutti gli antichi e moderni scrittori? Che se certe singolarità del suo carattere dánno ombra, ed impediscono, ancora, che nell’animo del lettore si formi un giudizio chiaro e sicuro; noi lo preghiamo che seguiti oltre questa narrazione, perchè, quando di esse avremo fatto un esame minuto e diligente, appariranno, forse, sotto un aspetto assai diverso da quello che hanno loro dato gli altri biografi.

[285]

NOTA. Delle opinioni che professarono i grandi politici fiorentini, intorno al Savonarola ed al governo da lui istituito.

Non pare che il Machiavelli avesse avuta molta simpatia pel Savonarola; giacchè, in una delle sue prime lettere, ne parla solamente come d’un frate furbo e astuto: ma ciò non fa che dare maggior peso al rispetto con cui ne parlò in età più matura. Egli non si astiene, è vero, dal notare alcuni di quelli che credette errori politici del Frate: specialmente a proposito della legge delle sei fave, di che abbiamo parlato più sopra ed avremo altrove occasione di tornarvi: ma assai più spesso, parla della «dottrina, prudenza e virtù dell’animo suo» (Discorsi lib. I, Cap. XLV); lo chiama «afflato di virtù divina» (Decennale primo); e dice, che «d’un tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza» (Discorsi lib. I Cap. XI). Quando, poi, viene a discorrere delle istituzioni fondate dal Savonarola, è costretto confessarne tutta l’importanza; come si vede nel suo Discorso a Leone X, ove dice espressamente: non esservi altra via a riordinare lo Stato di Firenze, che quella di aprire il Consiglio Maggiore. «Senza satisfare all’universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile. Non si satisferà mai all’universale dei cittadini fiorentini, se non si riapre la sala (del Consiglio); e sappia vostra Santità, che chiunque penserà tôrle lo stato, penserà innanzi ad ogni altra cosa di riaprirla.» Se, poi, si volesse osservare che le lodi del Machiavelli sembrano assai più sentite, quando riguardano le leggi dal Savonarola istituite o il predominio ch’egli seppe acquistare sul popolo, piuttosto che quando discorrono della persona stessa del frate; questo sarà assai facilmente spiegato dal considerare la grande diversità e quasi l’opposizione di que’ due caratteri, l’uno tutto fede e spontaneo entusiasmo, l’altro tutto analisi, dubbio e ricerca. Eran certamente due grandi uomini che non si potevano intendere. Il Savonarola [286] avrebbe condannato con soverchia severità le idee del Segretario fiorentino; e questi, malgrado la sua ammirazione pel fondatore della repubblica del 94, non poteva risparmiare i suoi sarcasmi contro al frate ed al profeta. Onde, quell’ironia che trasparisce qualche volta di sotto alla lode, e quel biasimo che viene sempre moderato dalla stima e dal rispetto, ci dipingono la vera impressione che era nell’animo del Machiavelli, assai meglio d’ogni giudizio più definito.

Il Giannotti, poi, quel nobile e generoso cittadino che ebbe la sventura di vedere due volte caduta la libertà della sua patria, e due volte sopportò l’esilio, temperandone il dolore col darsi tutto a studiare il modo come riordinare il governo di Firenze pel tempo in cui fosse ritornata libera; egli non s’imbatte mai nel nome del Savonarola, senza che quel cuore di bravo popolano palpiti più forte; e la sua ammirazione per le istituzioni da lui consigliate, si manifesta con una sì spontanea ingenuità, che muove quasi le lagrime. «Chi fece il Consiglio Grande,» egli dice, «fu più savio di Giano della Bella; perchè questi pensò, per assicurare il popolo, d’abbassare i grandi; mentre l’altro cercò d’assicurare la libertà a tutti.» (Della Repubblica fiorentina, pag. 87; Firenze 1850.) Così tutto il suo libro è pieno di questa ammirazione. E quando egli vuole rimproverare l’abuso che facevano i frati al suo tempo, del predicare di continuo sulle cose di Stato ed in Palazzo, egli aggiunge: «E se Frà Girolamo vi predicò, egli non è più un Frà Girolamo ornato di tanta dottrina, di tanta prudenza e di tanta sapienza; e però non debbono essere sì presuntuosi, che paia loro conveniente di fare quello che faceva, chi di gran lunga in ogni cosa li superava.» (Della Repubblica fiorentina, lib. III, pag. 233.)

Ma chi volesse veramente conoscere il giudizio che i grandi uomini di Stato facevano del Savonarola, e vedere esaminata minutamente la forma di governo da lui ordinata, ed i grandi servigi ch’egli rese alla libertà della sua patria; bisogna che legga le Opere inedite di Francesco Guicciardini. Nella Storia d’Italia, egli, scrivendo in tempi avversi al Frate, aveva frenato la sua penna; ma in quelle opere che scrisse nel segreto del suo studio, [287] e che non destinava forse alla luce, noi troviamo in lui un altro uomo. Pare come s’ei volesse alleviare un peso che opprime troppo la sua coscienza, e dare sfogo a sentimenti con violenza e lungamente repressi nell’anima sua. Quasi ci sembra vedergli cadere di dosso il pomposo manto del corrotto diplomatico, ed uscirne di sotto lo schietto lucco repubblicano. Dall’anima sua esce spontaneo un inno eloquente alla libertà, ed egli è forzato di gridarlo alle mura della sua stanza, non avendo avuto il coraggio di farlo sentire ai suoi concittadini. In questi scritti, egli non ha parole bastevoli per lodare il Savonarola, ed il Consiglio Maggiore da lui favorito. Nei suoi Ricordi egli dice: «Che i Fiorentini hanno messo tanto lo animo a questa libertà del 94, che ai Medici non basterà nè arte nè dolcezza nè astuzia per farla dimenticare. Che una volta era facile, perchè si trattava di togliere la libertà a pochi; ma dopo il Consiglio Grande, si tratta di toglierla a tutti.» (Ricordi, XXI, XXXVIII, CCCLXXVI.) E nel Reggimento di Firenze, egli ripete più e più volte: «Voi avete un grande obbligo a questo Frate, che ha levato il rumore a tempo, ed ha fatto senza sangue quello che, senza di lui, si sarebbe fatto con sangue e disordine grandissimo. Chè avreste avuto, prima un governo ristretto di ottimati, e poi un governo popolare eccessivo; dal quale sarebbero venuti i disordini ed il sangue, e forse sarebbe finito con una tornata violenta di Piero. Egli solo ha saputo, fin dal principio, essere largo, per frenare poi a tempo le cose.» (pag. 28, e passim.) Ma nella Storia di Firenze, il Guicciardini diviene quasi un Piagnone. Egli esalta la prudenza e l’ingegno pratico e politico del Savonarola, lo chiama salvatore della patria; e le sue parole son tanto eloquenti, che, non potendole riferire tutte, non vogliamo, riportandone il senso, scolorirle. (Quest’opera vedrà quanto prima la luce, nella bella edizione curata dal chiariss. Sig. Canestrini.)

Ai nostri tempi, è vero, si è da alcuni cominciato a discreditare il Savonarola come uomo politico; e quando non poterono fare altro, lo misero in ridicolo, giudicandolo sempre con una leggerezza incredibile. Ma anche appresso i moderni, se qualche scrittore serio ha preso in esame il soggetto, venne sempre nella medesima conclusione degli antichi. E certo, se fra i moderni [288] politici fiorentini v’è un nome che ei possa ardire di citar dopo quei grandi Italiani; questo è senza dubbio quello di Francesco Forti, cui solo la morte immatura impedì ch’egli divenisse chiaro nel mondo quanto meritava. Egli, adunque, che ebbe nelle cose di diritto e nelle antiche istituzioni della sua patria una penetrazione veramente straordinaria, ecco in qual modo discorre del Savonarola: «La riforma del Frate è stata forse il solo giusto governo che abbia avuto Firenze in istato repubblicano. Difatti, quanti uomini di merito parteggiarono in Firenze pel governo popolare sino al 1530, tutti furono in devozione delle idee del Savonarola. Pochi uomini più grandi di lui ha da rammentare la storia italiana del secolo XV; forse nessuno la storia politica della Repubblica di Firenze.» (Forti, Istituzioni Civili.) — Riempire questa nota d’altre citazioni, ci sembra superfluo, giacchè i fatti parlano con troppa evidenza.

[289]

CAPITOLO SESTO. Le profezie e gli scritti profetici del Savonarola.

Chi, leggendo le cose da noi discorse nel capitolo antecedente, volesse inferirne lo stato in cui era l’animo del Savonarola, anderebbe forse assai lungi dal vero. Ognuno crederebbe di trovarlo, se non superbo, almeno lieto del successo ottenuto, del gran bene che aveva fatto al suo popolo. Ma, invece, basta leggere le prediche che egli faceva in quel tempo, per vedere come una profonda tristezza occupava l’animo suo. Mentre che egli domina dal pergamo tutto il popolo, che pende da’ suoi cenni; mentre che la città intera ubbidisce alla sua volontà; egli è ben lungi dall’abbandonarsi alla gioia. L’avvenire si presenta tristo ai suoi occhi, ed invano egli cerca allontanarne la sinistra immagine. — «Io sono stanco, o Firenze, per quattro anni di continue predicazioni, nei quali non ho fatto altro che affaticarmi per te. Ancora, afflitto m’ha assai la continua memoria del flagello che io veggo venire, e la paura e timore di te, che tu non pericolassi in quello. Onde io faccio, per te, una continua orazione al Signore.»‍[333] — Invero, le grandi promesse e le belle speranze da lui date a Firenze, erano state sempre condizionate: «Se voi non vi convertite al Signore, i lieti augurii si muteranno in tristi.» E quel popolo era tanto inveterato nel male, che l’avvenire dell’Italia, l’avvenire della Chiesa ed il suo proprio avvenire apparivano agli occhi del Savonarola pieni di pericoli e dolori sempre maggiori.

[290]

Questi tristi presentimenti, pare che si affacciassero a lui più vivi, in quei momenti appunto nei quali si sarebbe creduto che più sereno e contento dovesse essere l’animo suo. Quando aveva superata la prima lotta politica; quando avea fatta vincere la forma del governo popolare ed il Consiglio maggiore; in quei giorni in cui il popolo tutto lieto andava ad ascoltarlo, e si aspettava da lui quasi un cantico di gloria al Signore; egli, cominciando invece una delle solite allegorie, dipingeva la tristezza del suo animo, e profetizzava agli uditori la sua morte violenta, della quale sembra che non abbia mai dubitato. — «Un giovane, partendosi da casa sua, si mise nel mare a pescare; ed il padrone della nave lo condusse pescando in alto mare, dove non si vedeva più il porto: onde il giovane cominciò a lamentarsi altamente. O Firenze! quel giovane che si lamenta, è su questo pergamo. Io fui condotto fuori della casa mia al porto della religione, ove andai nella età di ventitrè anni, solo per cercare la libertà e la quiete; due cose che amavo sopra tutte le altre. Ma ivi riguardai le acque di questo mondo, e cominciai colla predica a guadagnare qualche anima; e trovandovi io piacere, il Signore mi ha messo in mare e portatomi in alto mare, dove ora sono e donde non vedo più il porto. Undique sunt angustia. Dinanzi ai miei occhi, io vedo apparecchiarsi tribolazione e tempesta; di dietro io ho perduto il porto, ed il vento mi spinge in alto. A destra sono gli eletti che domandano aiuto; a sinistra i demonii e cattivi che ci molestano e tempestano: di sopra io vedo la virtù eterna, e mi spinge la speranza; di sotto è l’inferno, che come uomo io debbo temere, perchè senza l’aiuto di Dio vi cadrei certamente. — Oh Signore, Signore! dove mi hai tu condotto? Per volerti salvare alcune anime, sono in luogo donde non posso più tornare alla mia quiete. Perchè [291] m’hai generato uomo di rissa e discordia sopra tutta la terra? Ero libero, ed ora sono servo d’ognuno. Io vedo per tutto guerra e discordia venire sopra di me. Almeno voi, o amici miei, o eletti di Dio, pei quali notte e giorno m’affliggo, abbiate misericordia di me. Datemi dei fiori, come dice la cantica, quia amore langueo. I fiori sono le buone opere, ed io non desidero altro se non che voi piacciate a Dio e salviate l’anima vostra.» E tanto il Savonarola s’agitava in questo discorso, ch’era costretto fermarsi: «or lasciami riposare in tanta tempesta.»

«Ma quale,» diceva egli, riprendendo il sermone, «quale sarà, o Signore, il premio conceduto nell’altra vita a chi riesce vittorioso in simile battaglia? — Cosa che l’occhio non può vedere, l’orecchio non può udire; la beatitudine eterna. — E quale fia il premio conceduto in questa vita? — Non sarà il servo maggiore del suo padrone, risponde il Signore. Tu sai che dopo la predicazione, io fui crocifisso: così il martirio toccherà anche a te. — Oh Signore, Signore!» esclamava qui il Savonarola con la sua voce sonora, che echeggiava in tutta la chiesa, «concedimi, dunque, questo martirio, e fammi presto morire per te, come tu sei morto per me. Ecco già parmi vedere il coltello affilato.... Ma il Signore mi dice: aspetta ancora un poco, acciò vengano le cose che hanno a seguire, e poi userai quella fortezza d’animo che ti sarà concessa.» E qui, riprendendo l’esposizione del Salmo al verso Laudate Dominum, quia bonus, continuava la predica.‍[334]

Fu questo uno di quei momenti, de’ quali egli soleva dire: «un fuoco interno brucia le mie ossa, e mi forza a parlare.» Il Savonarola era allora rapito come in una specie d’estasi, nella quale l’avvenire sembrava veramente aprirsi ai suoi occhi. Quando ciò gli seguiva [292] nella solitudine della sua cella, esso rimaneva lungo tempo in preda alle visioni e vegliava le notti intere, fino a che il sonno, vincendolo, non veniva a riconfortare le stanche sue membra. Ma se ciò seguiva, invece, quando era sul pergamo, in presenza di tutto il popolo; il suo esaltamento allora non aveva più limiti, superava tutto ciò che la penna può descrivere: egli era come prepotentemente rapito, e rapiva seco il suo uditorio. Si vedevano uomini e donne, d’ogni età e condizione, artigiani, poeti e filosofi, prorompere in un pianto dirotto, che echeggiava per tutta la chiesa. Colui che dalla viva voce raccoglieva la predica, era allora costretto a scrivere: «qui il pianto mi vinse, e non potetti andare più oltre.» Il Savonarola stesso sedeva esausto, e qualche volta rimaneva ammalato ed a letto per più giorni.‍[335] La critica non potrà mai giudicare la forza e l’eloquenza di questi momenti, di cui le parole ci sono in gran parte sfuggite o rimangono prive dell’ardore con cui furono pronunziate; prive cioè della loro vita. E noi dobbiamo credere quell’esaltamento tanto maggiore, e tanto più straordinaria la veemenza dell’oratore, l’eloquenza, se così può dirsi, della sua persona; in quanto che le poche parole che ci restano di quei momenti solenni, non sempre sono atte a spiegarci la grande commozione che da esse veniva prodotta nel pubblico fiorentino, che pure era il più culto in Europa.

Invero, se ci mettiamo a considerare imparzialmente la vita e la dottrina del Savonarola, troveremo ch’egli ebbe un singolare ed inesplicabile presentimento dell’avvenire, il quale dètte ai suoi scritti, alle sue prediche, alla sua vita, una straordinaria potenza. Spogliando le sue molte predizioni da tutto ciò che vi è di particolare e d’accessorio, noi saremo sorpresi di vedere che si son [293] quasi tutte verificate. Noi qui non vogliamo parlar solo di quell’acume politico che gli fece, prima d’ogni altro, annunziare la venuta dei Francesi, la cacciata dei Medici e i tanti altri avvenimenti che seguirono; quell’acume, che destava così gran maraviglia in tutti i più accorti uomini di stato in quel secolo.‍[336] Nè ci fermiamo a quel costante e continuo presentimento che il Savonarola ebbe della sua morte violenta, la quale annunziava con una sicurezza inesplicabile, e maravigliosa davvero. Ma vogliamo piuttosto notare, ch’egli fu il primo a sentire che si avvicinava un grande rinnovamento nel genere umano; [294] che il senso religioso doveva rinascere nel cuore degli uomini per rigenerarli; che, attraverso sanguinose battaglie, la società avrebbe ripreso vigore. Altro non significano, se noi bene le esaminiamo, quelle sue famose conclusioni: — La Chiesa sarà rinnovata, ma prima flagellata; e ciò sarà presto. — Quel suo continuo ripetere che gl’infedeli saranno convertiti, che il Cristianesimo deve trionfare sulla terra, che vi sarà ben presto un solo ovile ed un solo pastore; ci fanno scorgere, assai spesso con grande evidenza, come egli presente che il genere umano è vicino a ritrovare la sua unità, e che ben tosto il Cristianesimo sarà la sola religione dei popoli civili. Leggendo e considerando attentamente le sue opere, noi restiamo davvero maravigliati nel vedere la costanza, l’insistenza con cui ripete le sue conclusioni; la certezza con cui sembra vederle verificate. E quando noi lo udiremo, più tardi, descrivere le future calamità dell’Italia con minuti particolari, con singolare evidenza; quando noi vedremo ch’ei si esalta, si commuove ed è quasi rapito in un delirio di dolore nel descriverle; noi non potremo spiegare il fatto, ma di certo è un fatto straordinario. Quest’uomo vede il tristo e doloroso avvenire della sua patria; e con tanta evidenza ne presente i dolori, che già quasi li soffre egli stesso.

Tale ci apparisce il carattere profetico, se così possiam dire, del Savonarola, quando volgiamo uno sguardo a tutta la sua vita, a tutte le sue predizioni; fermandoci a quelle solamente che possono avere una generale importanza, e lasciando da un lato tutto ciò che v’è in esse di particolare e d’accessorio. Che se, invece, vogliamo fermarci a questa parte, le cose mutano aspetto, e noi saremo costretti di esaminare un altro lato affatto diverso nel carattere del Frate. Noi vedremo, allora, che in lui erano come due nature di uomini diversi: l’uno si spingeva [295] nell’avvenire; l’altro, quasi, retrocedeva nel passato. Dopo avere esaminato il primo, ci viene innanzi il secondo, e bisogna conoscerlo.

Lo studio della scolastica avea avuto una parte così grande nel formare il carattere del Savonarola, ch’egli ne ricevette una grandissima disposizione al sottilizzare e sofisticare. Aveva poi sin da fanciullo preso una strana passione nel leggere e studiare in San Tommaso tutto ciò ch’esso dice sulle operazioni angeliche, sull’indole dei profeti e delle loro visioni: andava e riandava senza posa quelle minute e sottili distinzioni del dottore angelico, le accompagnava con una lettura continua del vecchio Testamento e dell’Apocalisse; onde non vi era sogno o visione dei profeti e patriarchi, che a lui non fosse divenuta familiarissima. Queste cose formavano, per giorni interi, l’occupazione della sua mente giovanile; accendevano la sua fantasia già per sè stessa esaltata; e la sua fibra, assai nervosa, ne veniva scossa ed eccitata in maniera, che la penna non potrebbe descriverlo. I sogni e le visioni, che aveva avute sin da fanciullo, cominciarono a moltiplicare; si affollavano intorno alla sua mente, e nella notte egli ne veniva quasi assalito. Quando poi s’avvide che la lettura della Bibbia e dei Padri, la fervida preghiera, le notti vegliate, le facevano crescere ogni giorno; incominciò a crederle ispirate dal Signore, prodotte nella sua mente dagli angeli, in quel modo appunto che San Tommaso dice avvenire dei profeti. Allora non vi fu più sogno da lui fatto, non vi fu strana immaginazione cui non trovasse un riscontro nella Bibbia, che non mettesse a scrutinio colle regole dell’angelico dottore. Passava, inginocchiato nella sua cella, le notti intere in preda a queste visioni, le quali esaurivano sempre più le sue forze, esaltavano [296] il suo cervello; ed egli finiva col vedere in ogni cosa rivelazioni del Signore.

Ma qui dobbiamo narrare un altro fatto, che pure merita di essere preso in considerazione. Eravi tra i frati di San Marco un tale Silvestro Maruffi, che ebbe gran parte nei destini del Savonarola. Costui sembra che, per una malattia avuta sin da fanciullo, andasse soggetto ad una nuova specie di sonnambulismo, nel quale cadeva anche di giorno, vedendo singolari visioni, facendo strani discorsi. Ma lungi dal dare a queste cose alcun valore misterioso o soprannaturale, non appena egli seppe come il Savonarola cominciava a parlare di rivelazioni e ad annunziare il futuro, gliene fece aspro rimprovero, dicendola cosa pazza e indegna di uomo grave come lui. Ed il Savonarola, con quello sguardo e quella sicurezza che gli dava tanto ascendente sopra gli uomini, lo consigliò allora a pregare fervidamente il Signore, perchè lo illuminasse sopra la verità di questa cosa. Il Maruffi stesso, presso alla sua morte e quando non aveva più il coraggio di difendere il suo maestro, confessò esplicitamente: «O fosse la mia malattia, o altra ragione, certo a me parve che gli spiriti mi riprendessero del non gli credere.»‍[337] Era senza dubbio un altro effetto di quello strano sonnambulismo; ma pur fece una così grande impressione sull’animo de’ due frati, che da quel [297] giorno non dubitarono più un solo momento, che quelle visioni fossero davvero rivelate dal Signore. Il Savonarola cominciò ad avere pel Maruffi una stima e quasi un rispetto che la sua poca dottrina ed il suo carattere debole e leggiero non meritavano punto; prestò una fede veramente cieca alle sue parole;‍[338] e così trascinato d’errore in errore, si confermò sempre più nelle sue strane idee intorno alle visioni. E veramente, la natura, il caso, lo studio, la preghiera, ed ogni cosa sembrava aver voluto contribuire a spingerlo, quasi per forza, in questo pericoloso pendío.

Non è descrivibile che cieca fede egli prestasse ormai a queste sue visioni e sino a che punto ne fosse divenuto schiavo. A sentirlo discorrere, si sarebbe in [298] certi momenti creduto che in esse sole consistesse tutta l’importanza della sua missione. Egli vi faceva sopra uno studio continuo, una seria meditazione: si occupava lunghe ore a distinguere come gli angeli producono le visioni nella mente dell’uomo; come si odono le voci soprannaturali, e via discorrendo. Nelle prediche, nelle epistole, per tutto, noi troviamo sparse le idee ch’era riuscito a formarsi su questo soggetto. Ma nel Dialogo della verità profetica, pubblicato nel 1497, egli le raccolse insieme, per farne quasi un trattato scientifico. In esso si scorge, a chiare note, la ingenua credulità del frate, e la strana confusione ch’erasi fatta nella sua mente. Invano noi cerchiamo qual fosse il concetto preciso che egli aveva delle sue profezie e della sua profetica missione: sembra, invece, che nella sua mente fosse una strana mescolanza di opposte teorie, per niuna delle quali sapesse assolutamente decidersi. Qualche volta parrebbe ch’egli profetizzi l’avvenire per semplice ragionamento; giacchè lo studio della Bibbia, e la considerazione dei corrotti costumi della Chiesa, debbono persuadere ad ogni uomo savio che il flagello è vicino.‍[339] Altre volte, invece, egli crede conoscere l’avvenire per mezzo delle celesti visioni, le quali sono altrettante rivelazioni a lui fatte direttamente da Dio, per il bene [299] del popolo italiano. E questo dono, secondo lui, è indipendente affatto dal suo carattere di buon cristiano: egli è un puro strumento nella mano di Dio; e, sebbene profeta, può anche non essere salvo. Con tale concetto, calcato sulla dottrina di San Tommaso, assumeva, dunque, esplicitamente il carattere di profeta, e dava alle sue visioni la spiegazione e l’importanza medesima che l’angelico dottore e la Chiesa dànno a quelle dei profeti. «Vengono,» egli diceva, «direttamente da Dio, e sono dagli angeli dipinte nella parte dello intelletto e non dello affetto, senza che per esse l’uomo debba esser salvo.»‍[340]

Ma nelle sue opere intorno alla profezia, si presenta assai spesso un concetto quasi opposto; il quale lasciando da un lato le visioni e i sogni puerili, considera quel maraviglioso istinto o, se così vuol dirsi, divinazione dell’avvenire, che niuno potrà mai negare al Savonarola, non già come una ispirazione venuta da Dio indipendentemente dalla grazia e dalla salute; ma, anzi, come un risultato e quasi una parte essenziale di quello spirito evangelico di cui il cristiano deve essere informato. «Io non sono,» esso diceva allora, «nè profeta nè figlio di profeta; io non voglio questo nome terribile; ma io sono certo che le cose che annunzio seguiranno, perchè esse partono dalla dottrina cristiana, dallo spirito di carità evangelica...‍[341] In verità, sono i vostri peccati, i peccati d’Italia, che mi fanno per forza profeta, e che dovrebbero far profeta ognuno di voi. Il cielo e la terra vi profetizzano contro, e voi non lo vedete nè lo udite. Voi siete ciechi della mente, voi chiudete le orecchie alla voce del Signore che vi chiama. Se [300] voi aveste lo spirito di carità, voi tutti vedreste, come lo vedo io, il flagello che s’avvicina.»‍[342] — E questi varii concetti s’incontrano nelle sue opere ad ogni piè sospinto, si urtano, si contraddicono, senza che mai alcuno di essi riesca a dominare compiutamente. Una tale contraddizione si trova assai spesso nelle prediche; ma è anche maggiore in quelle opere che trattano specialmente di profezia, le quali meritano di essere esaminate più da vicino da chi vuol conoscere anche questo lato della mente di Frà Girolamo Savonarola.‍[343]

[301]

Nel Dialogo della verità profetica, che abbiamo più sopra accennato, egli discorre con sette interlocutori allegorici, che sono i sette doni dello Spirito Santo; e risponde alle loro varie obbiezioni. Essi cominciano col domandargli: — Se mai egli si finga profeta, onde più facilmente persuadere al popolo le verità della fede. — Al che egli, pieno d’indegnazione, risponde: — Che la verità è una sola, e che ogni menzogna è peccato; peccato gravissimo sarebbe, poi, quello di chi volesse ingannare tutto un popolo col nome del Signore, e così fare Dio medesimo impostore. — Non potrebbe tutto questo, gli domanda un altro, essere una tua arroganza, nascosta sotto l’abito di falsa modestia? — A ciò il Savonarola, citando l’autorità di San Tommaso, risponde: — Questo lume non giustifica l’uomo: su che cosa fonderei io dunque la mia superbia, la mia arroganza? — Non potrebbe essere, soggiunge un terzo, che tu, in buona fede, ingannassi te stesso? — No, risponde egli, non è possibile. Io conosco la purità delle mie intenzioni: io ho adorato sinceramente il Signore, io cerco imitarne i vestigi; io ho vegliato le notti intere nella orazione; io ho perduta la pace, ho consumato la salute e la vita pel bene del prossimo: no, non è possibile che il Signore m’abbia ingannato. Questo lume è la verità stessa; questo lume aiuta la mia ragione, regge la mia carità.‍[344] — E così va oltre, sostenendo con molta eloquenza [302] un concetto affatto contrario a quello che aveva esposto poche pagine innanzi. Ad un interlocutore, egli ha provato la verità del suo lume col dirgli, che è indipendente dalla grazia; ad un altro vuol provarlo col dirgli, che è quasi una medesima cosa con essa.

Ma quello che, più di tutto, è meritevole di considerazione, si è ciò che risponde quando gli vien domandato: — Quale è, dunque, la certezza che tu hai di queste tue rivelazioni? — È singolare veramente il vederlo dibattersi fra mille argomenti, fra mille sillogismi, che sono altrettanti sofismi, per dimostrare la verità delle sue rivelazioni. Trista posizione è quella di chi deve colla ragione provare che egli è al di sopra della ragione, e cogli umani argomenti provare ch’egli è al disopra degli uomini. Il Savonarola, senza avvedersene, camminava sopra un terreno che poteva aprire sotto i suoi piedi una voragine pericolosa. Per dimostrare la sua soprannaturale potenza, non vi era che un solo modo irrecusabile: il miracolo. Tal domanda poteva un giorno essergli fatta da quella cieca moltitudine che, colla sua credulità, spingevalo a sempre maggiori eccessi; tal domanda poteva, nelle mani dei suoi avversari, divenire un giorno arme contro di lui potentissima. Ma egli era così cieco in queste sue credenze, che mai non gli poteva venire il pensiero di dubitarne: gli sarebbe, quasi, sembrata un’ingratitudine al Signore; nè sapeva persuadersi che coloro i quali non gli volevano credere, potessero essere in buona fede.

Aveva scritto ancora un altro opuscolo sullo stesso soggetto della profezia, col titolo di Compendium Revelationum, che fu pubblicato nell’agosto dell’anno 1495.‍[345] Si trova [303] in esso un compendio delle sue principali visioni, e molte notizie importantissime intorno alla sua vita; alcune delle quali si riferiscono, appunto, al modo con cui egli cominciò a profetare, ed alla lotta ch’ebbe a [304] sostenere l’animo suo contro quel bisogno di raccontar visioni, che pur finalmente lo vinse. Questo scritto è dettato in un latino assai corretto e quasi elegante, se lo paragoniamo a quello delle altre opere del Savonarola: alcune delle visioni che racconta non mancano d’una certa vigorosa fantasia; come quella più sopra narrata (1492) della spada del Signore, e un’altra che vide circa il medesimo tempo. Gli apparve, allora, una croce nera, che si elevava nel bel mezzo della città di Roma e montava fino al cielo; dove era scritto: Crux iræ Dei. Il cielo conturbavasi; nuvoli terribili volavano per aria; traevano venti, tuoni e saette; piovevano fuochi e spade; moriva numero grandissimo di gente. A un tratto la visione si muta; il cielo rasserena e la croce nera sparisce. Di mezzo a Gerusalemme, ne sorge un’altra che sembra di oro, che illumina e rallegra il mondo; sopra vi è scritto: Crux misericordiæ Dei; e da tutte le parti della terra corre gente ad adorarla. Questa visione divenne anch’essa popolare, e fu incisa in un numero infinito di stampe e di opere del Frate: il significato e le speranze che voleva simboleggiare, erano facili assai a comprendersi. Ma che diremo quando il Savonarola, fattosi ambasciatore dei Fiorentini a Gesù Cristo, racconta il suo lungo e strano e incomprensibile viaggio nel paradiso, del quale dà una minuta descrizione, riportando i discorsi che gli furono tenuti da vari personaggi allegorici e dalla Vergine, di cui descrive il trono, e ci dà perfino il numero e la qualità delle pietre preziose che lo adornavano? Il misterioso [305] viaggio si conclude, poi, con un sermone che Gesù Cristo fa, per mezzo del Savonarola, ai Fiorentini; nel quale sermone viene confermata tutta la dottrina del frate. E questa visione, che fu descritta la prima volta in una predica del maggio 1495, pare che sollevasse alcune critiche e contraddizioni nella città; giacchè troviamo che in una lettera ad amicum deficientem,‍[346] il Savonarola se ne lamenta, affermando che quelle diceríe erano mosse da malignità: «perchè, chi avesse udito attentamente, si sarebbe persuaso che io non ho inteso dire d’essere stato corporalmente in paradiso, ma che fu tutta una visione immaginaria; perchè in paradiso non sono nè alberi nè acque nè scale nè porte nè sedie; onde, se essi non erano maligni, potevano facilmente intendere, che tutte quelle cose furono formate nella mente per ministerio angelico.» Chi vorrà, però, credere che questi strani sogni sieno effetto d’operazioni angeliche, piuttosto che di fantasia alterata?

Ma la puerilità stessa di queste visioni ci presenta un forte argomento per difendere il Savonarola dalle accuse che molti gli han voluto fare di poca sincerità e di mala fede, quasi che egli avesse voluto, col secondare la credulità della plebe, rendersene meglio padrone. Questa opinione confonderebbe tutto il suo carattere, ridurrebbe tutta la sua vita in un caos, e renderebbe inesplicabili non solo le sue più belle qualità, ma anche i suoi più gravi errori. Come si potrebbe mai credere che un uomo dell’ingegno, della prudenza, della esperienza che aveva il Savonarola, fosse nel fingere così poco accorto, così puerile? Qual bisogno aveva egli, quando avesse voluto fingere, di raccontare le sue finzioni ai quattro venti? Qual bisogno aveva, per ingannare la plebe, di scrivere astrusi e difficili trattati sulle visioni; parlarne agli amici, alla madre [306] stessa; discuterne sui margini delle sue Bibbie?‍[347] Quelle cose che i suoi imparziali ammiratori più vorrebbero nascoste; quelle cose che la doppiezza meno accorta avrebbe, forse, raccontate al popolo, ma non avrebbe certo messe a stampa; sono quelle appunto che egli pubblicava e ripubblicava, quelle ch’egli sosteneva colla Bibbia e con San Tommaso. Anzi, questa è la singolarità del suo carattere, questo è il fatto che più merita di essere considerato: il vedere, cioè, un uomo che dominava un intero popolo, che empieva il mondo della sua eloquenza, che era il filosofo più originale di quel secolo, che aveva dato a Firenze la miglior forma di repubblica che avesse mai avuta; il vederlo quasi inorgoglire d’aver sentito per aria delle voci, d’aver visto la spada del Signore, d’essere stato ambasciatore dei Fiorentini alla Vergine! Questo è un fatto che la storia non deve nascondere nè alterare; ma deve porlo nella sua vera luce, perchè esso può divenire soggetto d’alta meditazione pel filosofo. È certo uno spettacolo solenne il vedere come la Provvidenza umilia terribilmente gli uomini anche grandissimi, ponendo accanto alle loro quasi divine facoltà, debolezze tali, che ci rammentano come anche essi furono mortali.

Nè questo singolare contrasto fu mai così grande come nel Savonarola, ed in quella età ch’egli incominciava. Pareva che, in quel nuovo ringiovanire del genere umano, tutte le facoltà si fossero esaltate, e la vita fosse divenuta, quasi, una febbre, in cui gli uomini non potevano salvarsi dal delirio. Noi abbiam visto il grave e solenne Marsilio Ficino mutare ogni giorno le pietre [307] de’ suoi anelli, a seconda dello stato del suo animo; mutare ne’ suoi amuleti le unghie, i denti dei vari animali, e discorrere dalla cattedra sulle loro occulte virtù. Abbiam detto come Francesco Guicciardini ci assicurasse di avere avuto esperienza degli spiriti aerei, e come Cristoforo Landino ricercasse negli astri l’avvenire della religione cristiana. Onde si può concludere, che tra il Savonarola ed i suoi più celebri contemporanei, non passava altra differenza, se non che egli attribuiva a cause tutte religiose e soprannaturali, quelle cose medesime che gli altri filosofi e pensatori attribuivano alle potenze occulte. Ma se diamo ancora un passo per entrare più oltre in quel periodo di storia che i Francesi chiamarono Rinascenza, la nostra maraviglia non avrà allora più limiti. I sogni del Pomponaccio, del Porta, del Cardano, lasciano di gran lunga addietro quelli del Frate di San Marco. Quegli arditi ingegni che, attraverso le scienze occulte, spianarono la via al Galileo, sembravano delirare in tutta la loro vita. Certo, niuno oggi vorrebbe creder veri i sogni del Cardano, se egli medesimo non li avesse narrati nella sua biografia; e niuno vorrebbe allora credere all’ingegno ch’egli ebbe, se i suoi scritti non stessero a confermare le sue scoperte. Le visioni tolsero alla scienza la metà della sua vita: un fischio che udiva nell’orecchio, era la voce del suo genio; una vespa che entrava nella camera, gli faceva quasi scrivere un volume di predizioni: alle quali prestava, poi, tanta fede, che gli storici raccontano come ei si lasciasse morir di fame, per farne verificare una!‍[348]

[308]

Tali furono quegli uomini, tali que’ tempi, che dovevano dare alla religione, alla scienza ed alla libertà tanti martiri. E noi lo abbiam detto più volte: senza mettere il Savonarola alla testa della nuova età, non si potrà mai comprendere il suo carattere. Quando egli saliva sul pergamo ad annunziar l’avvenire; con tanta evidenza lo vedeva, che già quasi sembrava varcare la soglia del nuovo secolo; con tale forza lo presentiva, che già lo incominciava. Ma quando, invece, voleva ragionare e discutere su quel suo dono maraviglioso, la cui spiegazione stava solo nella grandezza del suo animo; egli, allora, retrocedeva nel passato e, ricadendo nella scolastica, non comprendeva neppure sè stesso. Onde in lui, come in tutto quel tempo, noi vediamo il passato e l’avvenire darsi come una fiera battaglia. Il passato tien profonde ancora le sue radici, ma già inaridisce e perde il senso della realtà; l’avvenire, invece, cresce giovane e rigoglioso, e sente che il mondo appartiene a lui.

[309]

CAPITOLO SETTIMO. Varii partiti si cominciano a scorgere in Firenze. Il Savonarola predica nelle feste, sopra i Salmi; nella quaresima, incomincia colle prediche sopra Giobbe la riforma generale dei costumi, ed ottiene grandissimo successo. Conversione di Frà Benedetto.
[1495.]

Riprendendo il filo della storia, noi torniamo ai principii dell’anno 1495, e rintracciamo i semi di quelle discordie cittadine, che, sebbene non ancora visibili, dovevano pure germogliare più tardi e far rinascere le parti in Firenze. Invero, allora sembrava non esservi che una sola opinione, un solo partito; quello, cioè, che chiamavano del Frate e dei Frateschi. Chi, però, lo avesse riguardato un poco da vicino, subito vi avrebbe scorto una gradazione di opinioni assai diverse. Vi eran dapprima quelli che, sebbene amassero il governo popolare, non avevano alcuna simpatia nè pei frati in genere nè pel Savonarola in particolare. Costoro erano pochi di numero, e male riuniti insieme; vedevano, d’altronde, che il Frate conduceva le cose in favore di quella libertà che essi amavano; onde nei Consigli solevano votare in favore di lui e de’ suoi seguaci. E per questo loro carattere, quasi inoffensivo, ebbero il nome di Bianchi; mentre quello di Bigi veniva dato a un numero assai maggiore di cittadini, meglio uniti fra loro, e assai più pericolosi. Erano questi i partigiani dei Medici, che, avendo avuto il perdono generale per opera del Savonarola, s’erano in apparenza uniti a lui e si dicevano amici del governo popolare; ma, nel fatto, tenevano fra loro segreti colloquii e stavano in corrispondenza [310] continua con Piero de’ Medici, di cui desideravano ardentemente il ritorno. Sebbene questi loro maneggi segreti non dovessero tardar molto a venire alla luce, restavano pure sul principio nascosti, e la Repubblica si covò lungamente una serpe nel seno. I Bigi, infatti, tanto più erano pericolosi, in quanto lavoravano sott’acqua, e si valevano della generosità verso di loro usata dal Savonarola e della soverchia buona fede de’ suoi seguaci, per più facilmente rovinare la patria. I buoni popolani, tutti pieni delle prediche del Frate, tutti contenti del perdono che avevano concesso e della libertà che avevano ottenuta, non sognavano neppure quei tenebrosi maneggi, quelle trame segrete; e quando il Savonarola li avvertiva dal pergamo che stessero desti, «perchè c’è chi lavora contro alla libertà e cerca di fare tiranno,» quasi pensavano che egli esagerasse per soverchio zelo del bene comune, e andavano ripetendo che, ormai, in Firenze non c’erano più amici dei Medici.

Il partito popolare teneva l’occhio ad altri nemici più scoperti; a quei partigiani dello Stato stretto, i quali noi abbiamo già visto con quanta energia combattessero, fin dal principio, il nuovo governo. Costoro erano uomini di ricche famiglie e di molta esperienza, per essere stati dai Medici adoperati nelle faccende di stato; avevano amicizie e relazioni d’importanza nella corte di Roma; ma soprattutto a Milano, donde il Moro, che odiava cordialmente la Repubblica e Piero de’ Medici, li favoriva con ogni aiuto. Essi avrebbero voluto stringere tutto il governo nelle loro mani, e fondare una specie di repubblica aristocratica, come al tempo degli Albizzi. Odiavano, perciò, fieramente i Medicei, che, lungi dal perdonare come aveva fatto il Savonarola, avrebbero voluto perseguitarli cogli esilii, le confische e le condanne a morte; [311] odiavano tutti gli amici dal governo popolare: ma contro al Frate, che consideravano solo autore della loro disfatta, e contro i suoi seguaci, che per disprezzo chiamavano Piagnoni, erano davvero furibondi; e per queste ragioni furono chiamati gli Arrabbiati.‍[349] Avevano, infatti, tutto quell’antico e irrequieto spirito di parte che sembrava essere naturale a Firenze, e che il Savonarola solamente aveva saputo frenare; onde ne veniva da loro tanto più odiato. Avrebbero voluto mettersi a qualche cimento, venire a qualche fatto risoluto; ma si trovavano a ciò, ancora, troppo deboli e pochi di numero. Ed in vero, dopo che fu vinta la nuova costituzione, la condizione degli Arrabbiati era divenuta difficile assai: combattere il governo popolare non potevano in alcuna maniera, perchè avrebbero avuto contro di loro i Bianchi, i Piagnoni e, più di tutti ancora, i Bigi, i quali sapevano che in un governo di Arrabbiati non c’era per loro nè perdono nè speranza.‍[350] In tale stato di cose, pensarono anche gli Arrabbiati di mostrarsi amici o almeno tolleranti del governo popolare, e concentrare tutto il loro odio contro al Savonarola, che sapevano esserne l’anima ed il sostegno. Cercavano, quindi, argomento continuo [312] di ridicolo nelle sue visioni e profezie; dicevano non essere ufficio di frate il mescolarsi di stato; chiamavano le sue accuse contro la corte di Roma enormi e scandalose. Speravano, in questo modo, allontanare i Bianchi ed i Bigi dal Savonarola e da’ suoi seguaci, e combattendo un uomo, aprirsi la via a combattere un partito.‍[351]

Cominciarono, adunque, la loro guerra sin dal principio dell’anno 1495; e quando i Venti Accoppiatori, dopo molta discordia, elessero a gonfaloniere messer Filippo Corbizzi, uomo inetto a governare, poco amico del popolo e punto del Savonarola,‍[352] gli Arrabbiati s’accostarono a lui e lo trovarono docile strumento delle loro voglie.‍[353] Un giorno egli fece cosa assai insolita, raccogliendo in Palazzo un consiglio di teologi e maestri in divinità, abbati, priori, canonici di San Lorenzo e del Duomo: vi fu, tra gli altri, invitato anche Marsilio Ficino, il quale, sebbene fosse ammiratore della dottrina del Savonarola, era pure un partigiano dei Medici.‍[354] Non appena costoro si furono radunati, [313] che il gonfaloniere espose come egli voleva muovere accusa contro al Frate, perchè s’impacciava nelle cose di Stato. Nè andò guari, che il Priore di San Marco, ignaro di tutto, entrava accompagnato dal suo fedele Frà Domenico da Pescia; e non aveva appena varcato la soglia, che si vide assalito da quella turba di teologanti, i quali tutti furiosi si scagliarono contro di lui. Più terribile degli altri era un tal domenicano di Santa Maria Novella, il quale aveva nome di gran teologo, e per esser piccolo assai della persona, e pieno d’impeto e di sottigliezza nell’argomentare, veniva chiamato il Garofanino. Costui, pigliando per testo quelle parole dell’Apostolo: Nemo militans Deo, implicat se negotiis sæcularibus, fece un discorso pieno d’invettive contro al Savonarola; il quale, dopo che tutti gli altri ebbero finito, si levò tranquillamente a parlare. Egli disse: «In me si verifica ora quel detto del Signore: Filii matris meæ pugnaverunt contra me; pure, mi duole di vedere che il mio più fiero avversario vesta lo stesso abito di San Domenico. Quell’abito gli [314] doveva rammentare che il nostro fondatore si è impacciato non poco nelle cose di questo mondo; che dal nostro ordine è uscita una moltitudine di religiosi e di Santi che si sono occupati nelle faccende di Stato. Deve la repubblica fiorentina ricordarsi del cardinale Latino, di San Pietro Martire, di Santa Caterina da Siena, di Sant’Antonino, che sono tutti usciti dall’ordine di San Domenico. Non è l’occuparsi delle faccende di questo mondo nel quale Iddio pure ci ha messi, ciò che in un religioso si deve condannare; ma l’occuparsene senza un fine più alto, senza mirare al bene della religione.» Sfidò, quindi, ognuno a citare un solo passo della Bibbia, che condannasse il favorire un governo libero per far meglio trionfare il buon costume e la religione. E concluse col dire: «Assai più facilmente voi troverete che la religione non si deve trattare nei luoghi profani, e che la teologia non si discute in Palazzo.» Quella radunanza di teologanti restò talmente confusa a questo discorso, che niuno seppe rispondervi altro. Se non che, si levò uno tutto adirato, e gridava: — «Orsù, dicci chiaro; le tue parole vengono esse veramente da Dio, o pur no?» — «Ciò ch’io ho detto, l’ho detto in palese,» rispose il Savonarola; «ora non ho altro da aggiungere.» — E così fu sciolto quel singolare consesso.‍[355]

Vinti e confusi in questo modo gli avversarii, il Savonarola continuava la sua predicazione, adoperandosi a conciliare gli animi, a calmare e spegnere le parti. Ora discorreva della pace universale, ora dimostrava i vantaggi del Consiglio maggiore: un giorno, lo troviamo sul pergamo, tutto pieno di entusiasmo, paragonare i vari gradi che ha percorso il governo [315] da lui istituito, alle sette giornate della creazione;‍[356] un altro giorno, egli lo paragona a quello delle gerarchie angeliche.‍[357] — «Continuate questa riforma», egli diceva sempre, «procedete nella via già intrapresa; e voi sarete benedetti dal Signore.» — Nell’ultima predica che fece sopra Aggeo, disse che il Signore voleva dar nuovo capo alla città di Firenze; tenne l’uditorio lungamente sospeso sopra quel discorso, e finalmente concluse: — «Questo nuovo capo è Gesù Cristo; egli vuole essere il vostro re!» — Descrisse poi, che grande felicità sarebbe quella di non avere altro capo, altra guida che Lui, e le grandi prosperità che ne verrebbero a tutti. «Oh Firenze! tu allora sarai ricca di beni temporali e spirituali; tu farai la riforma di Roma, d’Italia e di tutti i paesi; tu spanderai nel mondo le ali della tua grandezza.»‍[358]

In questo modo, fra un indescrivibile entusiasmo del popolo, egli poneva termine a quell’Avvento sopra Aggeo, nel quale la politica e la religione sono così strettamente e così singolarmente mescolate, ch’esso rimane un monumento eterno della storia dei tempi, e delle diverse passioni che agitarono l’anima di quel frate. Egli aveva preso, quell’ultimo giorno, licenza dal popolo, dicendo di volersi riposare: ma poco durava il suo riposo; perchè, nel gennaio 95, lo troviamo di nuovo sul pergamo a fare le prediche sopra i Salmi, continuandole per tutte le feste che precedettero la quaresima. In questo modo, noi abbiamo sette lunghi sermoni i quali, sì per la materia come per la forma, son simili a quelli sopra Aggeo.‍[359] Se non che, vi si scorgono [316] già chiaramente i segni delle discordie cittadine, e di quella lotta che esso cominciava a sostenere cogli Arrabbiati. — «Oh ingrata Firenze, ingrato popolo! Io ho fatto per te quello che non volli fare per i miei fratelli, pei quali mi son sempre ricusato pregar pure una sola volta un principe del mondo. Ed ora quello che io ho fatto per te, mi concita addosso tanta invidia di religiosi e di secolari.»‍[360]

Fra queste prediche sopra i Salmi, merita di essere particolarmente considerata una che fu fatta il giorno 13 gennaio, e si chiamò Predica della Rinnovazione. Il Savonarola, pigliando allora per testo quelle famose parole da lui udite nelle sue visioni: Ecce gladius Domini super terram cito et velociter, esponeva tutte le sue idee intorno alla Rinnovazione. Incominciava col dire che le cose future e contingenti sono note solamente a Dio; onde l’astrologia, che pretende conoscere il futuro per mezzo degli astri, è falsa, perchè contraria alle regole della fede ed ai principii delle scienze. E dopo averla con tali argomenti lungamente combattuta, viene a parlar del lume profetico, «che per divina partecipazione fa conoscere il futuro, senza che per questo giustifichi [317] l’uomo: come se ne può vedere un esempio in Balaam, che fu peccatore e profeta.» Espone i vari modi in cui può essere manifestato il futuro, e viene finalmente alle sue visioni: «Io le ebbi,» egli dice, «fin dalla mia prima giovinezza; ma cominciai a manifestarle solo a Brescia. Di là fui dal Signore mandato a Firenze, che è il cuore d’Italia, perchè così venisse incominciata la riforma di tutta Italia.»

Dopo queste generali premesse, viene a discorrere la necessità del flagello e della rinnovazione. Espone dapprima le ragioni naturali, che sono: l’oppressione degli eletti, l’ostinazione dei peccatori, il desiderio dei buoni, e via discorrendo sino all’ultima, che è l’opinione universale. «Tu lo vedi! ognuno pare che annunzii il flagello e la tribolazione. Tu lo vedi! ad ognuno sembra giusto che venga la punizione di tante nostre iniquità.» Rammenta l’abate Gioacchino, «il quale anch’egli predisse la rinnovazione per questo tempo;» porta innanzi un gran numero di parabole, che servono tutte a dimostrare la grande probabilità del flagello; ripete mille distinzioni sulla diversità delle visioni; racconta, finalmente, le sue. Si restrinse a descrivere principalmente quella della spada che s’avvicina alla terra, e quella delle due diverse croci che vide sorgere sopra Roma e sopra Gerusalemme. — Niuno potrebbe mai dire con quale accento, con che ardore egli descrivesse queste sue immaginazioni; con quanta fede le desse per visioni celesti. Egli ripeteva le parole che aveva udite pronunziare nel cielo da esseri invisibili;‍[361] la sua voce risonava grave e solenne sotto le arcate del tempio, scendeva come una divina manifestazione [318] su quel popolo estatico, che fremeva di terrore, di maraviglia e diletto nello stesso tempo. Tutti gli uomini erano allora eccessivamente vaghi delle cose soprannaturali; l’uditorio e l’oratore si scambiavano, quindi, uno sguardo quasi magnetico, in cui non si potrebbe appieno distinguere chi dominava e chi era dominato: si esaltavano a vicenda, e venivano in uno stato di febbrile eccitamento, che noi non potremmo facilmente nè descrivere nè comprendere.

Ma, nel dimostrare la necessità del flagello, ancora il Savonarola non si fermava a questi argomenti; egli, anzi, riprendeva da capo il soggetto per dimostrarlo colle ragioni cavate dalla Sacra Scrittura. — «Il profeta Daniele ha detto, che l’Anticristo verrà a perseguitare i Cristiani in Gerusalemme: bisogna dunque che i Turchi sieno convertiti. E come potranno essere convertiti, se la Chiesa non si rinnova? San Matteo dice che il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo; ma chi è oggi capace di farlo? Ove sono i buoni predicatori e pastori?» E così procedendo oltre, conchiudeva: «Tu lo vedi, adunque, che la Scrittura e la rivelazione, la ragione naturale ed il consenso universale ti annunziano che il flagello è vicino. O Italia! o principi! o prelati della Chiesa! l’ira di Dio è sopra di voi, e non avete rimedio alcuno se non convertirvi al Signore. O Firenze! o Italia! pei vostri peccati sono venute le avversità. Fate penitenza, mentre che la spada non è fuori della guaina, mentre che essa non è ancora insanguinata: altrimenti, non basterà nè potenza nè sapienza nè forza.... Oramai eccoti le mie ultime parole: io ti ho rivelato ogni cosa con ragioni divine e con umane, ti ho pregato, ti ho supplicato; [319] comandare non li posso, perchè ti sono padre e non signore. Fa tu, o Firenze; a me non resta che pregare il Signore perchè t’illumini.‍[362]»

Questa predica fu subito stampata, e corse tutta Italia, diffusa dagli amici e dai nemici del Savonarola: gli uni volevano far conoscere la sua eloquenza, spargere la sua dottrina; volevano gli altri mostrare la sua audacia, irritare contro di lui i principi italiani ed il papa. Ed essa fu, nelle mani degli Arrabbiati, un assai utile documento per muovere lo sdegno dei Borgia. Riuscirono, infatti, verso la fine di quello stesso mese di gennaio, a far venire da Roma un ordine che imponeva al Savonarola di andare a predicare in Lucca:‍[363] nè v’era cosa che non sperassero di poter fare, con una Signoria amica e col Frate lontano. Questi, onde non muovere scandali, già s’apparecchiava a partire pel tempo ordinato. Faceva, però, altre quattro prediche, nella prima delle quali inculcava al popolo di persistere nella formazione del nuovo governo, raccomandava la carità, la pace e l’unione. Discorreva in un’altra della semplicità e dei buoni costumi; consigliava di levar via ogni cosa superflua per darla ai poveri, incominciando a farlo dai conventi. E quando il governo fosse riuscito ad ottenerne il permesso da Roma, il suo sarebbe stato dei primi. «Io non ho mai trovato evangelo che raccomandi le croci d’oro e le pietre preziose; ho bene trovato: io ebbi sete, e tu non mi desti da bere; io ebbi fame, e tu non mi desti da mangiare. Se voi ottenete il consenso di Roma, io, per me, voglio dare, dal mantello in su, ogni cosa.»‍[364] Nelle due [320] ultime prediche,‍[365] prese commiato dal popolo, dicendo che doveva dar luogo all’ira. «Io debbo andare a Lucca, e di là forse altrove, secondo gli ordini; pregate il Signore che mi aiuti a predicare la sua dottrina. Vi sono molti in questa città, che vorrebbero ammazzarmi; ma sappiate che la mia ora non è anche sonata. Io parto perchè debbo obbedire agli ordini, e non voglio generar scandalo nella nostra città. — Voi, o eletti del Signore, perseverate nella orazione e nella carità; non vi spaventate dei flagelli, non delle tribolazioni, che sempre perseguitano i buoni; ma siate fermi nel ben fare.» Ciò detto, fra la commozione e lo sconforto di tutti i suoi, discendeva dal pergamo.

Se però la Signoria, a causa del gonfaloniere Corbizzi, era stata avversa al Frate, i Dieci si erano invece mostrati favorevolissimi. Sapendo d’essere sostenuti dalla opinione di tutto il popolo, scrissero a Roma, pregando istantemente il Santo Padre perchè volesse concedere al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze, nonostante l’ordine ricevuto di andare a Lucca.‍[366] La città intera s’era, poi, commossa all’annunzio che il Frate partiva; molti già tenevano per ispacciato il governo popolare; e lettere d’ogni sorta arrivavano a Roma, sollecitando [321] dal papa una revoca dell’ordine dato. Il Borgia, veramente, non aveva ancora alcuna grave cagione di odio contro al Savonarola: delle sue accuse contro il mal costume, delle sue visioni e predizioni, poco allora sapeva e meno si curava. Il re Carlo, d’altronde, amico del Frate e dei Fiorentini, era nel regno di Napoli nella maggiore prosperità della sua fortuna, e il papa non voleva farselo nemico. Per tutte queste ragioni, si lasciò assai facilmente indurre a consentire al desiderio dei Fiorentini; e, revocato il breve, permise al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze.‍[367]

Ma questo fatto, che in apparenza era di assai poco momento, produceva sull’animo del Frate una profonda impressione, che egli non potette giammai dimenticare, e che diede un nuovo corso alle sue idee.‍[368] L’essere mandato a predicare fuor di Firenze, certo allora gl’incresceva assai; ma pure l’obbedienza era per lui un sacro dovere, ed egli per nessuna cosa al mondo avrebbe voluto violarlo. Ma che pensare quando il papa stesso teneva così poco conto de’ suoi brevi, da farli e disfarli a seconda di chi ultimo lo pregava? Oramai diveniva certezza che il breve era venuto solo per compiacere ai nemici del Frate, a quelli che avevano già [322] cominciato a tendergli ogni sorta d’insidie. Che peso, adunque, poteva darvi egli, se il papa stesso non ve ne dava alcuno? Avrebbe dovuto obbedirvi, quando lo avesse sin dal principio saputo con certezza? Ma il Savonarola scacciò allora questi pensieri come importune tentazioni, e si pose subito a predicare la quaresima. Prese per soggetto il libro di Giobbe, quasi ad indicare che a lui conveniva far prova di pazienza; e si astenne, per quanto potette, dal discorrere di Stato, onde non dare nuovo appiglio ai suoi nemici. V’era da fare un’altra riforma, non meno utile, non meno necessaria della politica; la riforma dei costumi: ed a questa egli si mise con tutto l’animo nelle sue prediche sopra Giobbe. Esse, però, ci sono pervenute in uno stato poco meno imperfetto di quelle sopra l’Arca di Noè. Raccolte, incompiutamente e quasi a brani, da uno il quale di continuo ci avverte che la commozione lo vinceva e l’obbligava a smettere, furono poi tradotte in latino e quindi ritradotte in italiano, per essere in questa forma pubblicate la prima volta a Venezia, l’anno 1545.

Il ben vivere, l’unione e la concordia dei cittadini formano il soggetto principale di queste prediche. Fin dal principio comincia a stabilire, che tutti si possono salvare, purchè vogliano sinceramente il ben vivere: «Non ci è scusa nessuna, o fratelli; la rettitudine ci avvicina al Signore, e l’evangelo viene in aiuto della nostra debolezza.»‍[369] In questi sermoni tutto comincia e tutto finisce col ben vivere. Discorre dell’amicizia, e, dopo averne esaminato i vari gradi e qualità, conchiude, che «quella amicizia sola merita questo nome, ed è veramente ferma e stabile, che è fondata sopra il bene e sopra lo onesto e sopra la virtù.»‍[370] Discorre della essenza [323] della libertà, e viene alla medesima conclusione: «Iddio è essenzialmente libero, e l’uomo giusto è libero a similitudine sua. La vera, la sola libertà sta nel volere il bene. A te pare che il buono religioso non sia libero, perchè ha sottoposto la sua volontà a quella d’altri; ma egli ha maggiore libertà di coloro che sono nel secolo, perchè egli vuole appunto ciò che altri gli comanda. Che libertà è quella di essere dominato dalle passioni? — Orsù, a proposito nostro: Firenze, vuoi tu libertà? Cittadini, volete voi esser liberi? Amate principalmente Iddio, amate il prossimo, amatevi l’un l’altro, amate il ben comune: se avrete questo amore e questa unione fra voi medesimi, avrete la vera libertà.»‍[371]

L’altro soggetto su cui ricadono continuamente queste prediche, è, come abbiamo già detto, l’unione e la concordia dei cittadini. «Firenze, io ti dico che ti bisogna essere unita, se tu vuoi essere liberata dai tuoi mali. E se tu dicessi: oh! noi abbiamo unione; tu ne menti. Dico che se tu dici d’avere unione, tu ne menti; la seconda e la terza volta tu ne menti.... E se tu fussi unita, quello che t’avevo promesso, tu di già l’avresti conseguito.... State dunque uniti; se volete avere forza e virtù da Dio, bisogna che la materia sia disposta a ricevere; e la disposizione sarebbe l’unione, la quale tu, Firenze, non hai. Dove è l’unione, quivi è Dio; e dove è Dio, quivi è ogni forza ed ogni bene.»‍[372] Queste medesime parole il Savonarola mette di continuo in bocca del Signore, e le fa da Lui pronunziare al popolo fiorentino. Pare che, essendosi per prudenza astenuto dalla politica, ricadesse allora con tanto maggiore abbandono nelle sue visioni. [324] Una predica intera è sul lume profetico;‍[373] in un’altra egli divide il mondo in due schiere, l’una dei cattivi capitanati dal Diavolo, l’altra dei buoni capitanati da Gesù Cristo; propone agli eletti di far lega con Cristo, e si offre di andare ambasciatore a Lui. Nelle prediche seguenti riferisce, poi, i dialoghi avuti in questa strana ambasceria con la Vergine e con Gesù Cristo, ed anche in essi si discorre principalmente dell’unione e del ben vivere. «Guarda le cose naturali,» dice Gesù Cristo al Savonarola, «tutte si riducono, di grado in grado, ad una che è più perfetta in fra loro. Tutti i moti delle cose materiali si riducono al moto del cielo; tutti i moti del nostro corpo si riducono al cuore; tutti i moti dell’anima alla ragione; tutti i reggimenti e governi a Dio, primo rettore dell’universo. Considera che quando le parti d’una cosa sono disperse, non si dice più che quella esiste; e volendola tornare alla sua esistenza, vi bisogna una virtù che ricostituisca la sua unità. Se fosse stato possibile mostrare tutta la mia potenza e bontà in una sola creatura, l’avrei fatto; e solo perchè niuna sarebbe stata capace di tanto, ho fatta una moltitudine di creature, le quali tutte insieme rappresentano una maggiore e più larga unità. Osserva la natura intera, e tu vedrai che ogni essere desidera la sua unità; ogni essere la cerca, fuori che questo popolo fiorentino, il quale non vuole altro che separarsi e dividersi.» Continuando il medesimo discorso, si viene a parlar del ben vivere. «Il bene,» è sempre il Signore che parla, «è di sua natura diffusivo; e però, Io, che sono la somma bontà, mi diffondo nel creato, e ho dato l’essere a tutte le creature, nelle quali ogni bene che hanno, è partecipazione della mia bontà. Per essa Io discesi fra gli uomini, mi feci uomo e salii sulla croce. Questo, adunque, sarà il segno per cui [325] si conoscerà chi è buono: quando uno, cioè, diffonde negli altri la sua bontà e li fa partecipi di quel bene che egli ha in sè, allora esso veramente è buono e partecipa della mia bontà.» «Ma dove si vede il contrario, che non diffondono nè spargono il talento che io loro ho dato, questo è manifesto segno che non partecipano della mia bontà. La vita cristiana non consiste in cerimonie, ma nell’essere buono; e chi è buono, non si può contenere che non mostri la sua bontà. L’essere buono vuol dire essere pietoso e misericordioso. E però dirai a ciascheduno, e siano di che stato e condizione si vogliano, che a questo si conosce la bontà dell’uomo: se lui, cioè, è pietoso e diffonde quel che è suo in altri, e massime ne’ poverelli. Ed in questo consiste la religione cristiana, che è fondata nell’amore e nella carità.»‍[374]

Il soggetto continuo, di queste prediche, dunque, è sempre la riforma dei costumi, necessaria adesso più della riforma politica, la quale camminava oramai da sè. È ben vero che esse son piene di visioni, di allegorie, di singolari interpetrazioni della Bibbia: cose le quali riescono ancora più strane, perchè la compilazione di quelle prediche fu inesatta ed incompiuta. Nondimeno, tutto ciò rimane come la veste esterna di esse, ed il soggetto è sempre il medesimo: egli, in fondo, non raccomanda mai altro che il ben vivere e l’unione. Ecco, infatti, un esempio delle allegorie bibliche che espose in quel quaresimale. «Narra San Marco, che, passato il sabato (santo), la mattina seguente, le tre Marie vennero di buona ora al sepolcro di Gesù, con quelli unguenti aromatici per ungere il corpo del Salvatore. Queste tre Marie significano i perfetti, i proficienti e gl’incipienti, che vanno cercando [326] di Gesù. Come altra volta vi ho detto sopra questo evangelo, portano cose aromatiche ed odorifere; idest le virtù, con le quali piacciono a Gesù. Giungono al sepolcro, orto jam sole, cioè quando già era levato il sole.»... «Se tu cerchi Gesù, nascendo in te il sole della giustizia, tu sarai illuminato e avrai il desiderio bramato. Ma bisogna che tu vada con rettitudine e che tu operi, perchè l’opera è quella che ti farà perfetto. — Ecco qui le tre Marie che andavano rette, cercando il loro Signore, e vedi che al fine furono consolate. E camminando, pensavano in fra loro: chi sarà che rimuoverà la lapide? E così parlando, giunsero al tempio, e videro che la lapide era tolta. Questo significa che ancora che tu il quale vai col ben fare cercando Cristo, non lo conosci. Egli è in te, e sì ti lieva questa lapide della ignoranza, ed il lume rivelato diràtti come l’Angelo alle Marie: Jesum quæritis Nazarenum? surrexit, non est hic.» «Io so che voi cercate Cristo; Egli è resuscitato, non è qui. Cioè, cercate Cristo in cielo; nè lo cercate nelle cose della presente vita, non nelle cose di questo mondo; cercatelo nelle cose celesti e divine e spirituali; lasciate l’affetto delle cose temporali: Egli è in cielo, e sì vi aspetta. O cristiani! che state voi a fare qua? Cercate di andare dove è il vostro capo, chè quivi è la vostra felicità. Venite et videte, disse l’Angelo alle Marie; cioè venite e vedete qua, nel sepolcro, che Cristo non ci è, perchè Egli è risuscitato. Sed ite, ma andate, cioè camminate di virtù in virtù nella presente vita, se volete trovar poi Cristo nell’altra.»‍[375] E così finiva il quaresimale sopra Giobbe, rimanendo l’ultima predica, come molte altre, interrotta per la commozione di colui che le raccoglieva.‍[376]

[327]

Dopo questo quaresimale, il Savonarola sembrava affranto e vinto dalla fatica: sebbene la sua energia si leggesse ancora nel vigore dello sguardo e nel fuoco degli occhi, egli era straordinariamente dimagrato, visibilmente esausto di forze, ed una malattia viscerale lo indeboliva ogni giorno di più. La vita degli ultimi anni era stata una battaglia troppo continuata, un esaltamento troppo maggiore di quello che ogni fibra di uomo possa sopportare; la lotta politica lo aveva abbattuto assai più di quello ch’egli medesimo non credeva. Non era stato solamente un riflettere, un ragionare, un consigliare continuo per dirigere quei rapidi mutamenti che di giorno in giorno avevano luogo; ma fu quasi un sostenere sopra di sè i destini e l’avvenire di tutto un popolo che si affidava ed abbandonava in lui. Quindi il bisogno di mantenere sempre vivo il suo predominio morale, e quasi di animare l’intera moltitudine col suo animo, reggerla e sostenerla colla sua volontà: uno stato di tensione, di esaltamento, di febbre continua. Pur tale era il cuore di quel frate, che, non appena fu sedata un poco questa lotta politica, invece di riposare, egli si era messo colle prediche sopra Giobbe ad un’opera non punto minore. E vi si pose con tutto l’animo, come soleva mettersi ad ogni cosa, con un amore, una pertinacia ed una forza di volontà non descrivibile. Le parole son forse la parte minore di queste prediche che ci furono trasmesse così incompiute. Egli discorreva un soggetto che gli stava più d’ogni altro a cuore, e la sua debolezza fisica cresceva il suo morale esaltamento; i suoi occhi fiammeggiavano, il suo gesto era vibrato, il suo accento oltre il solito passionato e pietoso; e se un po’ troppo si perdette nelle visioni, [328] questo veniva facilmente perdonato al suo straordinario eccitamento. Era in lui tanta l’espressione di sincerità, di bontà e di benefico desiderio, che mai non si vide una così grande moltitudine essere così pienamente dominata dalla pietà, così facilmente dare in pianti dirotti. Ed alla fine della quaresima, il Savonarola aveva ottenuto un trionfo quasi maggiore di quel trionfo politico che gli avevano dato le prediche sopra Aggeo.

L’aspetto della città era del tutto mutato. Le donne abbandonavano i loro ricchi ornamenti, vestivano semplici e andavano dimesse; la scorretta gioventù era come per incanto divenuta modesta e religiosa; i Canti Carnascialeschi cedevano il luogo alle canzoni religiose. Nelle ore di riposo, si vedevano gli artigiani seduti a bottega, con in mano la Bibbia o le opere del Frate; si riprendevano le orazioni, si frequentavano le chiese, si facevano limosine. Ma quel che più di tutto riuscì mirabile, fu il vedere banchieri e mercanti restituire, per scrupolo di coscienza, somme di danaro che montavano a più migliaia di fiorini male acquistati.‍[377] Tutti gli uomini restavano maravigliati di questo singolare e quasi miracoloso mutamento; e se il Savonarola era stanco, affranto e malato, noi possiamo facilmente immaginarci che grande consolazione dovette essere per lui, vedere il suo popolo divenuto più cristiano. Adesso avrebbe potuto morire contento: ma la sua ora non era anche sonata; Iddio lo serbava a maggiore destino.

In tutto questo, gli Arrabbiati, naturalmente, non volevano vedere altro che argomento di ridicolo; e andavano [329] sempre più adirandosi, e beffando il Savonarola e i suoi seguaci, che essi chiamavano Piagnoni e Stropiccioni e Masticapaternostri. Ma questi Piagnoni erano i soli che fortemente sostenevano i diritti del popolo; quelli che più volenterosi si videro correre alle armi, quando avea minacciato il pericolo dei Francesi; quelli che erano più larghi del loro avere al Comune, che più amorevolmente soccorrevano il minuto popolo, oppresso ora dal caro dei viveri e dal poco lavoro. Essi amavano tanto più tenacemente la Repubblica, in quanto che la libertà s’era nel loro cuore unita alla religione; e nelle più gravi necessità dello Stato, solo su questi seguaci del Frate, su questi Piagnoni, appunto, la patria poteva sperare.

Epperò l’entusiasmo in favore di San Marco e del Savonarola andava sempre, a grandissimo dispetto degli Arrabbiati, divenendo più universale. Dalla campagna e dalle ville, si partivano di notte contadini e signori per trovarsi alla predica; alcuni eran venuti fino da Bologna a starsi la quaresima in Firenze;‍[378] e il Duomo stesso non bastava più a contenere la folla. Molti conventi chiedevano di nuovo unirsi a questa Congregazione Toscana, ed il numero di coloro che vestivano l’abito di San Marco era moltiplicato in modo non credibile. Da cinquanta, quanti erano nel principio i frati, arrivavano ora a duecentotrentotto; onde bisognò chiedere alla Repubblica la contigua fabbrica della Sapienza, che, mediante un traforo di sotto alla via del Maglio, si congiunse al convento. Vi erano giovani delle prime famiglie di Firenze, come i sei fratelli Strozzi; alcuni dei Gondi, Salviati, Acciaiuoli: vi entrarono uomini di matura età, reputati nelle lettere, nelle scienze e nel maneggio dei pubblici affari; come Pandolfo Rucellai, Giorgio Vespucci [330] zio del celebre navigatore, Zanobi Acciaiuoli, l’ebreo Blemmet maestro di Pico della Mirandola, Pietro Paolo Urbino professore di medicina, e molti altri.‍[379]

Il modo, poi, in cui queste conversioni al chiostro avevano luogo, merita di essere particolarmente considerato; perchè si veda come il Savonarola, lungi dall’incoraggire le subite risoluzioni e i troppo facili entusiasmi, andasse invece con una prudenza grandissima. Ce ne darà esempio la conversione che racconta di sè stesso un tale Bettuccio fiorentino, più noto a noi col nome di Frà Benedetto. Era figlio di un orafo, ed esercitava l’arte allora assai profittevole della miniatura: giovane nel fiore degli anni, d’indole allegra, pieno d’impeto e di coraggio; conosceva il canto, la musica e la poesia; amava il bel vivere, e s’era perdutamente abbandonato ai piaceri. Così fu il ben venuto e ben veduto delle liete brigate, fra le quali passava una vita spensierata e galante:

Tanto musco e profumo allor portavo,

Con tante pompe e leggiadrie e gale,

Che col cervel senza penne volavo.‍[380]

Correvano allora, dice egli stesso, giorni infausti; erano i tempi di papa Alessandro, pieni d’avarizia, di lussuria e di miscredenza;

Nè quasi si credea dal tetto in su.

Tale era la vita che faceva il miniatore Bettuccio, quando incominciò a levarsi la fama del Frate di San Marco, ed ognuno accorreva alle sue prediche. Bettuccio, però, fu assai lontano dal seguire la folla; parteggiava, [331] invece, per gli Arrabbiati, e insieme con essi beffava i Piagnoni. Pure, trovandosi una volta in casa d’una nobile e bella matrona, costei cominciò con calore a parlargli delle prediche del Savonarola, ed egli ne rise molto; ma un altro giorno, vinto da quelle gentili insistenze, si lasciò menare al Duomo. Ci descrive la grande confusione che provò allora, nell’entrare in chiesa e vedersi fra tanta moltitudine di devoti, i quali, pieni di maraviglia, lo guardavano: avrebbe sul primo voluto partirsi, ma poi rimase, sebbene assai malcontento. Quando, però, il Savonarola ascese sul pergamo, la cosa mutò subito aspetto. Fissati una volta sopra di lui gli sguardi, non potette mai più rimuoverli; la sua attenzione fu prepotentemente dominata, l’impressione fu grandissima; «ed allora,» così egli dice, «conobbi finalmente esser più morto che vivo.» Finita la predica, se ne andò per luoghi solitari, «e per la prima volta mia mente addussi dentro di me stesso.» Dopo una lunga meditazione, tornò a casa ed era tutto mutato. Abbandonò le carte del canto e gli strumenti di musica, lasciò l’usata compagnia, gettò via gli abiti profumati:

Come un vento,

Spogliâmi al tutto d’ogni leggiadria.

Da quel giorno, fu dei più assidui alla predica; frequentava San Marco, recitava le orazioni e litanie. «Dura,» egli dice, «fu la lotta ch’ebbi a sostenere contro i miei compagni, i quali per tutto mi andavano deridendo: pure assai più dura fu quella che sostenni contro le mie stesse passioni, che d’ora in ora, sbrigliate di nuovo, m’assalivano fierissime.» Finalmente, quando credette poter esser sicuro di sè, andò ad inginocchiarsi ai piedi del severo priore di San Marco. La voce gli tremava, non poteva quasi profferire parola innanzi a quell’uomo [332] che lo aveva rigenerato: pure disse che voleva vestir l’abito di quel convento. Il Savonarola gli parlò sul pericolo delle decisioni precipitose, sulle difficoltà della vita monastica, e concluse consigliandolo a fare una migliore esperienza di sè, col vivere cristianamente fuori del convento, prima di varcarne la soglia. Non fu inutile il consiglio, perchè Bettuccio ebbe di nuovo a sperimentare la fiera lotta delle sue violente passioni, nè sempre con felice successo. Pure, dopo fatta severa penitenza dei suoi nuovi trascorsi, e quando si fu per lungo tempo sentito padrone di sè, ritornò più sereno al Savonarola. Ma questi, che mai non lo aveva perduto d’occhio, non volle ancora concedergli l’abito. Lo pose invece ad assistere i maiali ed a seppellire i morti:

Così più mesi in un santo ospitale,

A vivi e morti carità facevo.

Di tanto in tanto era chiamato nella cella del Frate, da cui ricevea consigli e udiva lezioni sulla vita monastica: finalmente, il 7 novembre 1495, vestiva l’abito, ed il 13 dicembre pronunziava i voti solenni col nome di Fra Benedetto.‍[381]

In questo modo il Savonarola acquistò uno de’ suoi più fedeli seguaci, uno di quelli che fecero miglior prova nell’ora del pericolo, e che insino all’ultimo andò sempre crescendo nella sua ammirazione e quasi devozione pel maestro. Colla medesima prudenza consigliava tutti gli altri; nè mai sollecitò alcuno a vestirsi frate. Il suo unico scopo era migliorare i costumi, diffondere la morale, rigenerare quella religione di Cristo [333] che sembrava morta negli animi. Ed a tal fine dedicava adesso, più specialmente, tutte le sue ore, tutte le sue forze, la sua volontà e l’anima intera. Quando egli predicava del buon costume e delle virtù cristiane, sembrava quasi che la sua anima rilucesse nei suoi occhi, che le potenze del suo spirito si effondessero colla sua voce sul popolo, il quale di giorno in giorno migliorava visibilmente sotto quella benefica forza. Tutti gli scrittori contemporanei non cessano mai di esprimere la loro maraviglia per questo quasi miracolo: alcuni sono edificati del trionfo che allora ebbe la religione, altri deplorano i tempi delle allegre ballate e dei canti carnascialeschi; ma tutti insistono ugualmente sul mutato costume, e sull’unico autore di ciò, Frate Girolamo Savonarola.

[335]

LIBRO TERZO. [1495-97.]

CAPITOLO PRIMO. Carlo VIII ritorna in Francia. Gli alleati aiutano Piero de’ Medici a tentare il suo ritorno in Firenze. Il Savonarola predica contro la tirannide e contro i Medici: questi vengono respinti.
[1495-96]

Le cose d’Italia riceveano nuova alterazione, e con esse mutavano grandemente le condizioni della Repubblica e del Savonarola. — Nel principio dell’anno, la fortuna di Francia aveva sempre maravigliosamente prosperato: il re Carlo era giunto a Napoli senza incontrare al suo cammino ostacolo di sorte alcuna; gli Aragonesi eran fuggiti; il nuovo dominio s’era stabilito come per incanto.‍[382] Ma ben presto, le cose precipitarono al fondo con quella medesima rapidità con cui erano salite in alto. In brevissimo tempo, i Francesi avevano trovato il modo di scontentare ugualmente tutti i governi e tutti i popoli d’Italia. La loro condotta verso i Fiorentini non potrebbe essere condannata con parole abbastanza severe: essi non facevano altro che chieder danari, dando sempre nuove promesse, che non mantenevano mai. I Napoletani ancora erano scontentissimi della loro insolenza; già agognavano il ritorno degli Aragonesi. I governi erano atterriti dalla potenza di questo nuovo esercito che aveva corso vittorioso l’Italia da un capo all’altro; ma più di tutti era scontento [336] quel medesimo Lodovico il Moro, che lo aveva invitato a passare le Alpi. Egli vedeva, con inquietudine grandissima, l’esercito francese pieno d’emigrati lombardi e genovesi; vedeva con terrore il suo nemico personale Gian Giacomo Trivulzi, fra i primi generali e più accetti al re; e finalmente, cresceva adesso la sua irritazione e il suo sospetto, dacchè il re Carlo gli negava quel principato di Taranto che gli era stato nei patti della guerra promesso. Eccolo, adunque, nuovamente dominato dalla paura, darsi tutto a meditar nuove trame; ed egli che aveva chiamato la Francia ai danni d’Italia, tentare ora di farsi capo d’una lega italiana per cacciare i barbari, e riuscirvi!‍[383]

Il giorno 31 marzo 1495, la lega era segnata a Venezia. Vi pigliavano parte quella repubblica, il papa, l’imperatore e il re di Spagna. Il fine che si palesava era: difendere la Cristianità contro il Turco, mantenere l’integrità dell’Italia e degli Stati alleati, mettere in armi 34,000 cavalli e 24,000 fanti. Nel fatto però, il Sultano era stato uno di quelli che più avevano favorito la lega, e prometteva uomini e danari per aiutarla; il suo vero scopo era di cacciar dall’Italia i Francesi.‍[384] Gli articoli segreti stipulavano, che la Spagna avrebbe mandato un’armata navale per aiutare il re Ferdinando a riconquistare il Regno; i Veneziani avrebbero attaccato le coste dell’Adriatico; il duca preso Asti e chiuso la via ai rinforzi francesi; l’imperatore e la Spagna assalirebbero per terra le frontiere francesi. Così, in un momento, il Moro riusciva a sollevare da per tutto armi contro la Francia.‍[385] Queste cose non restavano ignote al [337] re Carlo. L’accorto ambasciatore francese, messer Filippo di Comines, penetrava subito lo scopo della lega; ed il medesimo giorno che si concludeva, egli ne scriveva a Napoli: affrettavasi, poi, a partire per raggiungere il re, cui non restava altra via di salvezza, che lasciare nel Regno forti presidii, e tentare col resto dell’esercito d’aprirsi una via per tornare in Francia.

Nel suo viaggio, l’ambasciatore prendeva la via di Toscana, dove era l’unico stato italiano che, respingendo tutte le offerte degli alleati e non curando le loro minacce, si manteneva ancora fedele a Carlo. Giunto a Firenze, il primo pensiero del Comines fu di andare a San Marco: voleva conoscere da vicino il Savonarola, e formarsi un concetto chiaro di quest’uomo che aveva saputo riempiere il mondo della sua fama. E quello sperimentato conoscitore degli uomini, uscì dalla cella del frate, pieno d’un’ammirazione e d’una venerazione grandissima, di cui nelle sue Memorie parla continuamente. Egli credeva trovare un uomo singolare, ma trovò invece un uomo straordinario. La sua maraviglia cominciò subito, giacchè lo intese discorrere di politica con una conoscenza grandissima delle cose. «Egli mi parlò della grande assemblea[386] che facevano i Veneziani, meglio di me che allora ne venivo. La sua vita era, poi, la più bella del mondo, come ognuno poteva vedere; le sue prediche erano contro i vizi, ed hanno introdotto il buon costume in Firenze. Io non voglio giudicare le sue rivelazioni; ma è certo che ha predetto a me ed al re cose che niuno credeva, e che si sono tutte verificate. Quanto al valersi, come dicevano i suoi nemici, della confessione per conoscere i segreti dello Stato; dirò che io lo credo un uomo buono, e che egli ha rivelato cose che niuno dei [338] Fiorentini potrebbe mai avergli dette.» E tanta fu la fede che il Comines pose nel Savonarola, ch’ei lo interrogava con istanza e con fiducia perchè gli dicesse se il re sarebbe scampato dai pericoli che lo circondavano. Qui il Frate prese un tuono solenne, e cominciò a riandare la fede dal re violata, le promesse mancate, i comandi di Dio disubbiditi, la grande opera della riforma d’Italia e della Chiesa abbandonata. «Questi nuovi pericoli», così egli concludeva, «sono precursori d’un castigo assai maggiore da cui il re sarà flagellato, se non torna all’obbedienza del Signore ed alla buona via. Quanto al presente, dovrà combattere molto; ma pure ne uscirà finalmente vittorioso.» Dopo questo singolare colloquio, il Comines continuava subito il suo viaggio verso il Regno.‍[387]

[339]

Il re Carlo era, intanto, già partito da Napoli il 20 maggio: lasciava forti presidii nel Regno e menava seco tutto il resto dell’esercito sotto i comandi del Trivulzi, [340] onde aprirsi col ferro una via per tornare in Francia. Entrato a Roma il dì primo giugno, desiderava venire ad abboccamento col papa; ma questi era il giorno innanzi fuggito alla volta d’Orvieto. Alessandro Borgia avea molte ragioni per temere lo sdegno dei Francesi. Egli li aveva dapprima invitati in Italia; il danaro avuto, poi, dagli Aragonesi gli aveva fatto voltar faccia; venuta in auge la fortuna francese, si avvicinava di nuovo ad essi; ed ora, non solamente diveniva un’altra volta loro nemico, ma uno degli autori principali della lega. A tutto ciò s’univa anche una storia assai singolare, propria del carattere di quei tempi e del Borgia. — Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, si trovava quivi prigioniero il principe Gemme, fratello del Gran Sultano Bajazetto II. Esso era un giovane d’una fisonomia e d’un’indole tutta orientale, pieno d’ardire; onde aveva trovato molti partigiani, e, non senza qualche speranza di successo, aveva conteso il trono a suo fratello. Costretto poi dall’avversa fortuna a fuggirsi nell’isola di Rodi, veniva fatto prigioniero dal gran Maestro dell’ordine e da lui consegnato a papa Innocenzo VIII; morto il quale, Gemme venne nelle mani d’Alessandro Borgia, che ne faceva mercato. Il Sultano, infatti, temendo moltissimo la liberazione di suo fratello, pagava al papa 20,000 ducati annui pel suo mantenimento; e più volte aveva offerto di dargliene 200,000, quando lo avesse ammazzato. Nel passare, adunque, i Francesi da Roma, la prima [341] cosa che il re Carlo domandava al papa, era di portar seco Gemme, onde servirsene nella guerra che voleva fare al Sultano. Alessandro Borgia, sebbene assai di mal animo, dovette pur cedere alla volontà del re; ed ancora, dovette mandare suo figlio Cesare (che fu poi il Duca Valentino), a seguire il campo francese col nome e gli onori di ambasciatore; ma, in verità, come ostaggio contro la sempre mutabile politica del padre. Ad un tratto, però, si vide che Cesare era fuggito dal campo, e subito dopo moriva inaspettatamente il giovane Gemme. Dissero alcuni che il papa lo aveva dato nelle mani del re, già avvelenato; assicuravano altri, che gli aveva fatto somministrare il veleno per mezzo del figlio. Comunque sia di ciò, è certo che il Sultano mandò subito i 200,000 ducati promessi, più la veste inconsutile di Cristo; ma i suoi inviati furono presso a Sinigaglia fatti svaligiare da Giovanni della Rovere. Tali erano allora i tempi, e tali gli uomini.‍[388]

Malgrado tutte queste cagioni di risentimento, il re Carlo, non potendo fermarsi a Roma nè pensare allora a vendette, continuava il suo viaggio ed il 13 giugno entrava in Siena. Non è credibile come questa nuova sollevasse gli animi fiorentini, e quanto il re fosse ormai divenuto esoso a quella Repubblica. Essa rimaneva ancora ferma nella sua alleanza; ma non gli poteva perdonare la fede violata, i patti traditi, e l’avere aiutato e sostenuto i Pisani nella loro sollevazione. Non aveva il re fatto altro che chieder sempre nuovi danari, promettendo continuamente di render le fortezze e di far sottomettere Pisa; ma nè l’una cosa nè l’altra [342] aveva poi mantenuta. E per queste ragioni, i Fiorentini, malgrado ogni loro sforzo, s’erano trovati in condizioni sempre peggiori. Essi avevano mandata la loro più ardita gioventù a combattere sotto il comando di Piero Capponi, avevano assoldato Ercole Bentivoglio ed altri capitani; ma i Pisani ricevevano da Genova, da Siena, da Milano e perfino dallo stesso re Carlo, nuovi aiuti. Quando gli ambasciatori fiorentini rammentarono a quel re le promesse da lui fatte, egli aveva risposto: «Ma che posso fare, se i vostri Signori scontentano tutti i loro sudditi?» E poi, mandava ai Pisani ben 600 de’ suoi fanti svizzeri e guasconi, che eran loro d’un grandissimo aiuto nella guerra.‍[389] Così la ribellione veniva incoraggiata su tutto il territorio fiorentino, e Montepulciano si dava ora (26 maggio) ai Sanesi, che subito vi mandavano un presidio. In tale stato di cose, si avvicinava il re Carlo; e, quasi tutto questo non fosse ancora cagione bastevole di malcontento, egli menava seco Piero de’ Medici!

Non appena ne giunse la nuova in città, che tutti corsero furiosamente alle armi. E fu cosa maravigliosa a vedere, dice lo storico Jacopo Nardi, in quanto poco tempo si fossero armati uomini e fanciulli; e come i privati cittadini facessero a gara coi commissari della Signoria, per empiere la città di vettovaglie e di armi. Nei borghi, vennero in brevissimo tempo raccolti undicimila fanti di corazza; nelle case, ognuno aveva raccolto amici e familiari, provveduto le torri di sassi, sbarrato le porte; molte vie furono asserragliate; e i gonfalonieri delle compagnie percorrevano di notte la città, perchè non si volle in questa occasione permettere ad alcun fante [343] forestiero di entrarvi. E tutto ciò era provveduto da quei Piagnoni che gli Arrabbiati dicevano buoni solo a borbottare Ave-Marie. Essi non tralasciarono, è vero, gli uffici divini; fecero pubbliche orazioni, molte limosine, e portarono in solenne processione la Madonna dell’Impruneta; ma quelli che più erano caldi in questi uffici divini, più erano pronti a pigliare le armi. Ed il Savonarola, che si trovava allora a continuare le prediche delle feste sopra i Salmi, gridava dal pergamo: «Fate orazione, ma non tralasciate i provvedimenti umani: bisogna aiutarsi in ogni modo, con tutti mezzi, chè allora il Signore sarà con voi: animo, o fratelli, e soprattutto unione. Se voi starete uniti e concordi in un solo volere, sia pure tutto il mondo contro di noi, la vittoria sarà nostra. Non vi spaventate di queste cose, perchè noi siamo appena al principio del gioco. Voi vi troverete in tempi terribili, voi vedrete nemici da tutte le parti, voi udirete: eccoli a Roma, eccoli da quella parte, eccoli da questa, eccoli, son qui. Ed allora, oh povera Firenze! oh povera Italia! Unione, adunque, fra voi, unione nel Signore; perchè la vittoria dev’essere in fine dei buoni.»‍[390]

Ma, intanto, i primi ambasciatori che la Repubblica mandava al re Carlo, non ottenevano altro che brusche risposte. Essi chiedevano per qual via volesse passare, acciò la fornissero di vettovaglie; ed il re: «Fornite tutto il dominio.» Era sdegnatissimo di vedere la città di Firenze mettersi tutta in armi, come all’avvicinarsi d’un nemico. E dall’altro lato, gli ambasciatori, vedendo nel campo Piero de’ Medici e dubitando che il re non volesse rimetterlo in Firenze, usarono parole più ardite che savie; onde ne era a vicenda cresciuto lo sdegno, e senza un uomo che avesse avuto grande autorità [344] e fermezza, non era più sperabile accordo amichevole. Tutti si rivolsero, allora, unanimi al Savonarola. Egli solo aveva saputo usare un linguaggio fermo ed imperioso verso quel re, senza irritarlo; egli ne era quasi venerato, ed aveva tenuto con lui continua corrispondenza di lettere, delle quali ora tutti sapevano quale fosse il tenore. Una di esse, venuta nelle mani de’ suoi nemici, era stata da loro pubblicata per muovergli contro lo sdegno della lega; ma, invece, gli aveva immensamente accresciuto l’amore del popolo, perchè discorreva presso a poco in questi termini: «Cristianissimo Sire, il Signore vuole che i Fiorentini restino collegati con la Vostra Maestà, ma vuole che sotto la vostra protezione sia ampliata la loro libertà e non l’autorità di alcuno particolare cittadino; imperocchè la Divina Bontà ha disposto e deliberato di mandare, per tutto, a terra i tiranni. Il Signore punirà terribilmente quei privati cittadini che volessero usurpare il dominio di questa florida repubblica, come nel passato è avvenuto; perchè questo nuovo e popolare governo e reggimento è stato fatto da Dio, e non da uomo alcuno; e perchè Egli ha eletta questa città e vuole magnificarla e l’ha ripiena dei suoi servi; e chi la tocca, tocca la pupilla del suo occhio. Onde, o Sire, se voi non obbedirete, e non manterrete le promesse ai Fiorentini, e non restituirete le loro fortezze, molte saranno le avversità che vi verranno addosso, ed i popoli si ribelleranno contro di voi.»‍[391]

[345]

Chi altri poteva, chi doveva presentarsi al re per liberare la Repubblica da tanto pericolo, se non colui che sapeva usare un tale linguaggio? A Poggibonsi, adunque, s’incontravano di nuovo Carlo VIII ed il Savonarola; il quale, assumendo il suo tono profetico ed imperioso, ripeteva a voce quelle cose medesime che aveva dette in iscritto. Rammentava al re, che ora tornava quasi fuggendo verso casa, come questi nuovi pericoli erano quelli appunto che esso gli aveva già predetti a Firenze, e che gli aveva riconfermati nelle sue lettere. «Cristianissimo principe,» egli diceva, «tu hai provocato l’ira del Signore per non avere mantenuta la fede ai Fiorentini; per avere abbandonata quella riforma della Chiesa, che il Signore ti aveva per mezzo mio tante volte annunziata, ed a cui ti aveva eletto con segni così manifesti. Tu, per ora, uscirai da questi pericoli; ma se non riprendi l’opera abbandonata, se non obbedisci ai comandi che di nuovo il Signore ti ripete per mezzo del suo inutile servo, io ti annunzio che maggiori assai saranno le sventure che ti manderà l’ira di Dio, ed un altro sarà eletto in tua vece.»‍[392] Il re parve quasi [346] atterrito a questo linguaggio, e continuando subito il suo cammino verso Pisa, pregò il Savonarola di accompagnarvelo. Ma questi, dopo avergli parlato una seconda volta a Castel Fiorentino, volle tornarsene indietro, per non avere a capitar nelle mani dei nemici di Firenze. Il 21 di giugno, egli annunziava dal pergamo che il pericolo era anche questa volta passato; e di qui pigliava occasione per raccomandare di nuovo le orazioni, il ben vivere, l’unione ed il governo popolare.‍[393]

L’entrata del re a Pisa era, intanto, trionfale. I Pisani gli aprivano le case dei principali cittadini; le loro donne si privavano di tutte le gioie per donarle a lui ed ai suoi baroni: così, facendo contrasto al mal umore che avevano mostrato i Fiorentini, cercavano, contentando la sua avarizia, tirarlo dalla parte loro. E quando egli, per questi segni d’affezione, era già assai ben disposto, ecco che, uscendo un giorno dalla messa, gli vengono incontro le più belle donne pisane vestite a bruno, colle chiome sciolte, coi piedi nudi, con funi al [347] collo, in segno dell’odiata servitù, e ad alta voce chiedevano la loro libertà. Il popolo intero si univa a quelle voci, il re e i suoi generali parevano commossi a questa scena. Si raccolse, difatti, il consiglio dei baroni e si tenne, per un momento, serio discorso d’aiutare i Pisani; ma questo pensiero fu, poi, come tutti gli altri abbandonato. Ai Pisani non fu data la libertà, ai Fiorentini non si resero le fortezze, al Savonarola non si tennero le nuove promesse; ma, pigliando la via di Lucca e Pontremoli, il re insieme coll’esercito continuava il suo cammino. A Fornovo sul Taro, incontrava gli eserciti alleati; egli aveva 9000 uomini, i nemici assai di più. Si venne a giornata il 6 luglio, e fu poi lunga disputa da qual lato fosse stata la vittoria. Ma certo, il re volendo passare, passò; gli alleati volendolo impedire, nol poterono. Carlo VIII si fermava ad Asti, ove s’abbandonò di nuovo ai piaceri; tornava poi lentamente in Francia. — Il 7 luglio, Ferdinando II d’Aragona faceva la sua entrata in Napoli, ristabiliva il caduto governo; e non gli restava altro a combattere se non quelle poche guarnigioni che, ancora non avendo ceduto, si trovavano sparse nel Regno senza aiuto e senza consiglio. — Così i Francesi, in meno d’un anno, avevano traversato due volte tutta Italia, conquistando e perdendo colla medesima facilità; scontentando ugualmente amici e nemici, nè lasciando di loro altra memoria che di avidità e di mala fede.‍[394]

La loro condotta verso Firenze continuava ad essere sempre la stessa. Sia che il generale che teneva la fortezza di Pisa ricevesse in segreto ordini diversi da quelli che il re gli mandava in palese; sia, come altri dicevano, che egli si fosse innamorato d’una giovane pisana: certo è, che non solamente non rese [348] mai le fortezze; ma giunse (una volta che i Fiorentini, combattendo i Pisani, s’erano spinti assai oltre verso la porta di San Marco), a far fuoco addosso a loro colle sue artiglierie, ammazzandone parecchi. La Repubblica faceva, per queste cose, continue rimostranze, mandava nuovi ambasciatori e nuovi danari al re, prometteva d’aiutare i soldati sparsi nel Regno. Nel mese di settembre, messer Niccolò Alamanni tornava, finalmente, dalla Francia, con un ordine espresso del re ai suoi generali e soldati, che rendessero le fortezze e lasciassero il soldo pisano: ma, lungi dall’obbedire, nel gennaio del 1496, i Francesi vendettero ai Pisani la loro fortezza per 14,000 fiorini, ed altri 10,000 ne ricevettero pel prezzo delle artiglierie che lasciavano. Le fortezze di Sarzana e Sarzanello furono, per 20,000 fiorini, vendute ai Genovesi; quella di Pietrasanta ai lucchesi, per 30,000; ai Fiorentini non fu rilasciata che la fortezza di Livorno.‍[395]

Eppure, malgrado tutto ciò, la partenza dei Francesi dall’Italia aveva peggiorato gravemente le condizioni della Repubblica. Gli alleati, ormai liberi e sicuri da ogni [349] pericolo, si potevano rivolgere contro di essa. Odiavano mortalmente quel nuovo governo, e volevano punirlo per essersi mantenuto fedele alla Francia, e non aver voluto entrare in quella lega, che essi dicevano aver fatta per liberare Italia dai barbari. Il pericolo diveniva, quindi, gravissimo; e la sola speranza che Firenze potesse avere contro nemici così potenti, stava nel poco accordo che regnava fra di loro. Il papa ed i Veneziani volevano, infatti, rimettere Piero de’ Medici; ma il Moro, sebbene in apparenza consentisse a questa proposta, odiava personalmente Piero, andava d’intesa cogli Arrabbiati, e nutriva qualche lontana speranza di potere un giorno stendere la sua potenza anche su quella Repubblica. Nondimeno, fu concluso, per allora, d’incoraggiare il Medici a raccogliere uomini e danari, onde tentare il suo ritorno in Firenze. Egli, come è ben da credere, si mise all’opera assai volenteroso; e sebbene fosse già rovinato nella fortuna e nel credito, pure, fatto il suo maggiore sforzo, raccolse 10,000 ducati, che pose nelle mani di Virginio Orsini, acciò radunasse i suoi antichi soldati. E l’Orsini, che il giorno della battaglia del Taro s’era vergognosamente fuggito dal campo francese, pigliò con ardore questa occasione, onde mettersi di nuovo sulla riputazione delle armi. — Nel tempo che Piero e l’Orsini si sarebbero avanzati verso Firenze, Giovanni Bentivoglio, assoldato dai Veneziani e dal Moro, doveva irrompere dai confini bolognesi contro la Repubblica; Caterina Sforza, signora d’Imola e Forlì, mandare da un altro lato le sue genti a fare lo stesso; i Sanesi e Perugini facevano sperare larghi aiuti: e così tutto sembrava augurare prospero esito al tentativo di Piero de’ Medici. Ma quando si venne al fatto, le cose mutavano aspetto. Piero e l’Orsini s’erano avvicinati colle loro genti, a piccole giornate, verso i confini della [350] Repubblica; aspettando sempre gli aiuti promessi, i quali non venivano mai: onde consumavano invano il tempo e i danari.

Mentre nel campo mediceo le cose procedevano con tanta freddezza, a Firenze i cittadini, animati dal Savonarola, mostravano grandissima energia. Il Frate s’era da più tempo taciuto, a causa dei cresciuti mali umori di Roma, de’ quali parleremo a lungo nel capitolo seguente. Ma nel ritirarsi dal pergamo, aveva annunziato che gravi pericoli sovrastavano alla città, ed aveva fatto votare quella legge contro i Parlamenti, che doveva essere la guardia principale della libertà. Ora, verificandosi i pericoli annunziati, il suo nome saliva in nuovo auge; ed egli, messo da banda ogni riguardo, tornava sul pergamo il giorno 11 ottobre, per dare animo ai cittadini e incoraggiarli alla difesa della patria. La sua predica incominciava col discorrere di cose tutte religiose: — «La vita dell’uomo, o fratelli,» così egli diceva, «è una milizia continua sopra la terra; e la maggiore milizia è quella del vero cristiano, perchè egli deve combattere contro ogni cosa che impedisce lo spirito. Combatte contro il mondo, contro la carne, contro il demonio; ed è sempre in continua guerra. Così fu degli Apostoli, così fu dei martiri, così sarà sempre dei buoni cristiani: Iddio lo vuole, per dar poi a loro maggiore gloria nell’altra vita. Onde non vi dovete maravigliare se, annunziando noi cose nuove, abbiamo tanta contraddizione. Io mi maraviglio che non le abbiamo ancora maggiori. E perchè noi dobbiamo combattere, così siamo tornati in campo, per rassettare un poco le schiere disordinate ed apparecchiarle ad una nuova guerra. E vogliamo far due cose: l’una combattere, che non cesseremo mai insino alla morte; l’altra vincere, perchè le cose di Cristo debbono sempre avere [351] vittoria. Voi non dubitate di nulla, chè in ultimo la vittoria sarà nostra; e se io morissi, questa cosa sarà come l’idra dei poeti, che tagliato un capo, ne uscivano sette.» Procedendo oltre in questo modo, egli volgeva il discorso dalle cose religiose alle politiche; e prima discorse ironicamente contro coloro che dicevano male del nuovo governo. «Magnifici Signori, io vorrei che quando voi avete qualche cosa difficile alle mani, chiamaste uno di questi cicalatori e gli diceste: — Di’ su un poco, che s’ha egli a fare di questa cosa? — E s’ei sa quel che si dice, io voglio perderci il mantello. Voi vedrete che egli non saprà cosa rispondere, o pure dirà qualche gran pazzia. E voi allora, togliete un quarteruolo di panico e ditegli: vien qua, prendi e dài beccare ai polli; ma lascia le cose di Stato.»

Questo tuono burlesco continua ancora un poco; e finalmente il Savonarola, entrando nella quistione grave e seria del giorno, muta linguaggio e diviene terribile. Egli non vuole mezze misure quando la patria è in pericolo. In chiesa, sul pergamo, col crocifisso in mano, egli consiglia apertamente e ad alta voce, di mettere a morte quelli che vogliono ristabilire la tirannide in Firenze, che vogliono farvi ritornare i Medici. «Bisogna usare con costoro, come fecero i Romani contro quelli che volevano rimettere Tarquinio. Tu che non vuoi avere riguardo a Cristo, vuoi averne ai privati cittadini? Fa giustizia, ti dico io. Tagliali il capo; e sia pure il maggiore della casa sua quanto voglia: tagliali il capo. Rammentati la legge che si è fatta contro i parlamenti, insegnala ai tuoi figli, scrivila per tutto. Tu non devi fidarti in altro che in questo Consiglio Grande, che è opera di Dio e non degli uomini; e chi vuole mutarlo, chi vuol fare tiranno, chi vuol fare governo di privati cittadini, sarà dal Signore maledetto in eterno.» Raccomandava poi [352] energia, coraggio e risoluzione nel prendere i necessari provvedimenti; perchè «colui che spera negli aiuti divini senza aiutarsi da sè, tenta il suo Signore.» Queste medesime cose ripeteva con uguale energia i giorni 15 e 25 dello stesso mese; e solo quando fu sicuro che il popolo aveva ripreso il suo coraggio, tornò di nuovo in quel silenzio che gli era imposto da cagioni di cui fra poco dovremo discorrere.

L’effetto di quelle parole non tardò molto a farsi sentire. Quattro giorni dopo la prima predica, si vinceva una provvisione, che, mentre rimetteva la taglia sopra i Medici, era quasi un generale eccitamento alle armi. Essa diceva, presso a poco, così: «Avendo Piero de’ Medici, pel suo tirannico appetito, tentato molte cose contro la libertà fiorentina, viene per gli Otto della Balía dichiarato ribelle; onde, secondo gli statuti, può essere impunemente ammazzato. E perchè si vede perseverare nel cattivo animo, incitando ai danni di questa città, non solo molti baroni di Roma, ma il sommo Pontefice e quasi tutti i potentati d’Italia; sperando con questi favori occupare la vostra libertà, usurpare le vostre entrate, violare le vostre donne e fanciulle, e riassumere quella tirannica vita colla quale egli e i suoi antenati hanno tanto tempo afflitto la vostra città: venne pei medesimi Signori Otto di Guardia e Balía deliberato, che chiunque uccidessi detto Piero de’ Medici, debba avere fiorini 4000 larghi di oro.»‍[396] Più tardi fu messa una taglia di 2000 fiorini anche sulla testa di Giuliano dei Medici;‍[397] e furono creati uffiziali per amministrare i loro beni a vantaggio della Repubblica.‍[398]

Ma ciò non bastava, nè il popolo fiorentino si fermava [353] a questo. Le prediche del Savonarola avevano allora mosso a prendere le armi Arrabbiati e Piagnoni; perchè l’odio contro i Medici era loro comune, e la vicinanza di Piero metteva sdegno e paura sì agli uni come agli altri. I provvedimenti presi furono, quindi, forti e prontissimi. La guerra di Pisa venne subito sospesa, lasciandovi solo 2000 fanti e 300 uomini d’arme. Mandarono 1000 fanti e 3000 uomini d’arme presso Cortona, per tener fronte al nemico, che sembrava avvicinarsi da quel lato. Nel medesimo tempo, venne formato un campo di 1500 fanti e 300 uomini d’arme, presso al confine dei Sanesi, per impedire che questi si riunissero coi Medicei. In tal modo Piero dei Medici era come circondato da ogni lato. Egli aspettava ozioso, fra le Tavernelle e Panicale, gli aiuti promessi, che non vennero mai. Ed in su questo aspettare, finivano i danari e l’esercito si scioglieva, partendone anche lo stesso Virginio Orsini. Così Piero de’ Medici si trovava nella campagna, solo con qualche soldato, con l’impresa andata a vuoto, e senza aver fatto altro che raccogliere danno e vergogna, e dare l’ultimo crollo alla sua già rovinata fortuna. Si dava, dunque, ramingo alla fuga, e, lamentando la tradita fede e le vane promesse degli alleati, tornava a Roma per cercare ricovero nella corte o presso i suoi amici.‍[399] I Fiorentini, lieti del pericolo superato, rimandavano le genti a Pisa, e si mettevano in sempre maggiore sospetto della Lega; la quale, come si vedeva ora troppo chiaro, coprivasi col nome d’Italiana, per meglio opprimere la Repubblica.

[354]

CAPITOLO SECONDO. Il Savonarola è invitato a Roma con un breve del papa: sua risposta. Un nuovo breve gli sospende la predicazione; ma i Dieci ne ottengono dal papa la revoca. Viene offerto al Savonarola il cappello cardinalizio, ed egli lo rifiuta.
[1495-96.]

Il tentativo di Piero dei Medici non riusciva, per l’odio che avevano contro di lui Arrabbiati e Frateschi: ma quando gli alleati avessero voluto aiutarlo davvero, la città di Firenze non avrebbe facilmente potuto resistere alla forza delle loro armi; onde il niun successo di quella impresa deve attribuirsi ancora al non regnare fra di essi alcuno accordo. Lodovico il Moro non aveva mai dimenticato le ingiurie ricevute da Piero dei Medici; e malgrado le continue proteste che questi ora faceva, di amicizia, anzi di soggezione, egli non lo voleva ristabilito in Firenze. Andava, invece, d’accordo cogli Arrabbiati, i quali erano riusciti ad irritarlo fortemente contro al Savonarola, dandogli ad intendere ch’ei lo pigliasse direttamente di mira, anzi lo nominasse personalmente nelle prediche che faceva contro i vizi dei principi italiani, e nelle sue descrizioni del tiranno. Onde, già da più tempo, s’erano uniti a procurare la rovina del Frate, il Moro e gli Arrabbiati.‍[400] Questi, così, ottenevano [355] il loro fine di combattere il governo popolare, senza parere; mentre il Moro, nel perseguitare un frate a lui già avverso, si creava degli amici in Firenze, e nutriva le sue speranze d’avere un giorno a mettervi piede.

Quanto al resto degli alleati, i Veneziani che non vedevano di buon occhio questi segreti accordi e maneggi del Moro, favorivano sempre Piero de’ Medici; ma erano soli a volerlo decisamente rimettere in Firenze. Il papa stesso vi andava assai freddo, giacchè il suo fine principale era solo di accrescere stato ai suoi figli: simpatie vere non aveva per alcuno, ed anch’egli agognava segretamente di stendere le sue avide mani sulla repubblica fiorentina. Facile assai dovette, quindi, riuscire agli Arrabbiati ed al Moro, tirarlo con loro nella sanguinosa guerra che disegnavano fare contro al Savonarola. Ed una volta acceso il fuoco dell’ira, in quell’animo così tenace nell’odiare, la cosa procedette da sè stessa rapidamente al suo fine.

Alessandro VI, noi lo abbiamo detto più sopra, non aveva sul principio alcuna cagione di particolare odio contro al Savonarola; ma quando cominciarono, sin dal principio dell’anno 1495, a venir lettere da Firenze e da Milano, che gli dipingevano il Frate come un audace [356] accusatore del clero e del Santo Padre; quando quelle prediche, già per sè stesse ardite, venivano messe sotto ai suoi occhi, alterate, esagerate, trasformate; quando gli dicevano che il priore di San Marco era il solo sostegno del partito popolare, il solo autore dell’odio contro ai Medici; Alessandro cominciò allora a destarsi ferocemente. Il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro e strumento principale nella elezione del Borgia, era quegli che con maggiore efficacia maneggiava queste trame, e soffiava abilmente in quel fuoco, appena acceso. A Roma si trovava ancora un altro dei più fieri persecutori del Savonarola in quel predicatore Frà Mariano da Gennazzano, che mai non gli aveva perdonato la vergognosa disfatta da lui ricevuta in Firenze. Egli era dei più attivi a cospirare in favore dei Medici e contro al Savonarola; lo accusava con ogni sorta di calunnie; lo chiamava istrumento del Diavolo; e pretendendo conoscere i suoi segreti fini, lo faceva autore di mille trame contro al papa istesso.‍[401]

Il Borgia finalmente si pose all’opera, e cominciò con un’astuzia degna di lui. Il giorno 25 di luglio 1495, scriveva al Savonarola un breve tutto pieno di dolcezza. «Diletto figlio,» ei gli diceva, «salute ed apostolica benedizione! Noi udimmo che, fra tutti quelli che lavorano la vigna del Signore, tu ti adoperi con maggiore zelo: di che siamo altamente lieti‍[402] e ne innalziamo lodi all’Onnipotente Iddio. Udimmo ancora come tu affermi, quello che pronunzi dell’avvenire, non procedere da te, ma da Dio: onde desideriamo, siccome è dovere del [357] nostro pastorale ufficio, discorrerne teco; acciò, per tuo mezzo meglio conoscendo quel che a Dio piace, noi possiam praticarlo.‍[403] Così, in virtù di santa obbedienza, ti esortiamo a venir quanto prima presso di noi, che ti vedremo con amore e con carità.‍[404]»

Quel breve era tanto più finamente astuto, in quanto calcolava sulla buona fede del Savonarola, la quale era invero grandissima. Ma il carattere del Santo Padre era troppo noto; ed in Firenze si conoscevano troppo bene le trame degli Arrabbiati, che già avevano col ferro o col veleno tentato d’ammazzare il Savonarola, ed ora si vantavano apertamente della loro amicizia con Roma: sì che a niuno poteva essere nascosto il fine di un invito così stranamente benigno. Era chiaro che trattavasi o d’ucciderlo per via, o, quando questo non potesse riuscire, di farlo morire nelle prigioni di Castel Sant’Angelo.‍[405] I suoi amici, perciò, vennero a pregarlo che non volesse muoversi da Firenze, ove la sua presenza diveniva più che mai necessaria, quando già la partenza dei Francesi faceva correre nuovi pericoli al governo popolare. Era un caso pel Savonarola assai grave e difficile: trattavasi o di non obbedire alla chiamata del papa, o di esporsi ad essere vittima degli Arrabbiati, che volevano in lui uccidere la Repubblica. Fortunatamente, però, aveva una scusa assai legittima per non [358] partire. Egli era appena guarito della sua grave infermità viscerale, da cui si trovava in modo rifinito, che secondo i medici, ove non sospendesse lo studio e la predica, sarebbe stato in pericolo di morte. Già alcuni giorni innanzi, egli aveva annunziato queste cose al popolo, dicendo che la sua malattia lo costringeva a sospendere la predicazione;‍[406] ognuno, d’altronde, poteva leggergli nel volto il suo esaurimento, e vedere come a fatica salisse le scale del pergamo. È ben vero che, arrivato in presenza del popolo, e cominciato una volta a parlare, egli riacquistava subito il suo vigore, e sembrava anzi più fiero e più forte che mai. Ma tutto ciò era solo un momentaneo e quasi fittizio eccitamento, del quale si risentiva assai spesso in maniera, che per molti giorni ne restava affatto esausto. Decise, adunque, di sospendere del tutto le sue prediche, e nello stesso tempo addurre al papa queste giuste e valide ragioni che l’obbligavano, per ora, a ritardare la sua partenza. Ma prima di ciò fare, volle pigliar commiato dal popolo, e dare quei consigli che, nelle presenti condizioni, erano divenuti necessari. Egli prevedeva i pericoli che soprastavano alla Repubblica; vedeva che bisognava allora guardarsi, non solo dagli Arrabbiati, ma ancora dai Medici, tanto più pericolosi, quanto meno erano temuti.

Il 28 luglio fece, quindi, una delle sue prediche terribili. La Signoria venne, quel giorno, in Duomo con tutti i magistrati, ed il Savonarola saliva il pergamo coll’animo assai contristato. Doveva prendere commiato dal suo popolo, nel momento in cui la partenza del re Carlo, e la fede da lui violata, avevano messo la Repubblica in nuovi pericoli; nel momento in cui i suoi nemici gli movevano guerra per cominciare colla sua [359] rovina quella della Repubblica, ed erano abilmente riusciti a fare il papa valido strumento di queste ire di parte. Se, però, in lui si voleva attaccare la Repubblica, egli vedeva assai chiaro che nel difendere sè stesso, difendeva il popolo intero. Onde, sebbene salisse a fatica le scale del pergamo, quando si trovò in presenza del popolo e riguardò in faccia l’attenta moltitudine, fu come animato d’un subito spirito.

Prese a discorrere dei corrotti costumi, e degli scandali che sempre avevano luogo in Firenze. I giuocatori, i bestemmiatori, le donne di mala vita, ed altra gente dedita a vizi che il pudore non permette di nominare, ammorbavano ancora Firenze, e più audaci divenivano a misura che il Frate era perseguitato: che sarebbe, ora che egli doveva tacersi? Il Savonarola, perciò, fu quel giorno senza pietà contro di loro. Raccomandava di punirli severamente, di punirli anche colla morte, se non si potevano altrimenti frenare. Narrava il delitto di Acor, e come il Signore si fosse, per quello, adirato contro tutto il popolo ebreo, nè fu placato altrimenti che colla morte del colpevole. «Vedi, adunque, Firenze, tu che vuoi essere così pietosa, vedi quello che fece fare Iddio. Sei tu più savia di Dio? sei tu più misericordiosa di Dio? sei tu più d’assai di Dio, tu?»... «O Firenze! tu vuoi essere più clemente di Dio; ma la tua clemenza è una demenza: tu hai una pietà crudele: fa giustizia, ti dico io, di quel vizio nefario.‍[407] Io vi dico che l’onnipotente Iddio vuole giustizia: bisogna levarsi su e pigliare uno di questi, e menarlo là e dire: costui merita la morte. Altrimenti, pericolerete voi e la vostra città. Sospendete i balli, sospendete i giuochi, chiudete [360] le taverne. Io ti dico, o Firenze, che questo è tempo di pianto e non di festa.» — Queste, però, non erano che minacce, fatte solo per spaventare il popolo; giacchè il Savonarola non abbandonò mai la sua naturale moderazione, sebbene più volte si lasciasse trasportar dalle parole.

Viene poi a discorrere della profezia; e dice ch’essa è necessaria alla salute del popolo e della Chiesa, «la quale, oggi, è desolata per la corruzione de’ suoi capi, per la mancanza di buoni predicatori. Il vero predicatore dovrebbe mettere in abbandono la sua vita per la verità, e per cercare la salute del suo popolo: ma dove si trovano oggi questi predicatori? Io ti dico che sino a tanto si continua così, la Chiesa anderà sempre in maggiore rovina, l’Italia non avrà più riposo. Te l’ho già detto, o chierica, per te è nata questa tempesta.»

Qui muta di nuovo soggetto, e si rivolge alla politica. «Io vi ho predicato quattro cose: il timore di Dio, la pace, il bene comune e la riforma del governo, cioè il Consiglio Maggiore: ora non mi resta che confermarvele.» E così, pigliandole in esame ad una ad una, le ribadisce con nuovi argomenti. Raccomanda soprattutto l’unione, e vuole che si facciano Uffiziali di pace, «i quali tolgano questi nomi di Bigi, di Bianchi e di Arrabbiati, che sono la rovina della città.... Si solleciti in ogni modo la costruzione della sala del Consiglio; si prendano, se bisogna, gli operai del Duomo, chè la loro opera sarà così più accetta al Signore. Si tenga fermo questo Consiglio, si migliori, si corregga; e sia la sola speranza, la sola fortezza del popolo.» Fu in questo giorno e in questo punto che il Savonarola propose quella legge per l’abolizione dei parlamenti, della quale abbiamo più sopra discorso; e disse quelle tremende parole contro coloro che sempre li desideravano, «e non si vogliono persuadere che questo Consiglio [361] è divenuto il padrone di tutto, e deve fare ogni cosa.» Egli non trovava minacce, non trovava pene bastevoli contro di essi; perchè sapeva che il Parlamento era l’arme a cui gli Arrabbiati, e massime i Medici, volevano fra poco ricorrere per mutare la forma del governo. Quando egli ebbe, così, persuaso al popolo d’assicurarsi contro i nuovi pericoli, dètte alcuni altri brevi consigli, e s’affrettò a concludere. Raccomandava alla Signoria di non perdere il tempo continuamente nelle piccole cose, come troppo si usava in Firenze; ma provvedere solo a ciò ch’era d’importanza, e commettere il resto agli altri magistrati. Raccomandava si facesse ogni cosa per incoraggiare il lavoro, «quando bene si dovessero lasciare le gabelle all’arte della seta e della lana.» E, finalmente, così prese commiato: «Popolo mio, quando io sono quassù, io son sempre sano; e se fuori di pergamo io stessi come sto qua sopra, io starei sempre bene.» «Ma quando sarò disceso giù, credo che avrò le mie, e per questa ragione starò un pezzo a rivedervi; chè bisogna pure attendere un poco a guarire. Ricomincerò poi a predicare, se sarò vivo. Credo di stare un mese, se già le vostre orazioni non mi rivocassero prima. In questo tempo verrà a predicare Frà Domenico: io tornerò poi, se sarò vivo.» «Ma il bene di Firenze starà in ogni modo. Si affatichino pure i malvagi a lor posta, chè questa sementa deve fruttificare, perchè Iddio lo vuole. Oggi io potrei dirvi chi sono gli autori dei vostri pericoli; ma non voglio far male a nessuno, e voi li saprete quando saranno puniti. Io ora concludo, che ho tanto predicato e sonmi tanto affaticato, che ho abbreviato la vita mia di molti anni, e sono forte mancato. — Orsù, frate, che premio vuoi tu? — Io voglio il martirio; io sono contento di sopportarlo; io te ne prego [362] ogni giorno, o Signore, per amore di questa città.»‍[408]

Fatta questa predica, il Savonarola subito rispose al papa, il giorno ultimo di luglio; e la sua lettera è notevole per decorosa umiltà, e per nobile franchezza nello stesso tempo. Egli diceva, che il primo dovere del religioso è certamente l’obbedienza ai superiori; ma, pure, gli è permesso di addurre quelle ragionevoli scuse che qualche volta possono farvi ostacolo; e citava a questo proposito le parole di papa Alessandro IV al vescovo di Ravenna. «Beatissimo Padre,» continuava poi, «nulla io desidero più ardentemente che vedere la soglia degli apostoli Pietro e Paolo, per adorarvi le reliquie di tanti Santi; e assai più volentieri sarei venuto ora, che il Santo Padre si degna chiamare a sè l’umile servo. Ma esco appena da una gravissima infermità, che mi ha fatto sospendere la predicazione e lo studio, e mi tiene ancora in pericolo di vita.

»Io sono, d’altronde, tenuto d’obbedire più alla benigna intenzione del comando, che alle semplici parole di esso. Ora, avendo il Signore per mezzo mio liberata questa città da una grande effusione di sangue, e ridottala a buone e sante leggi;‍[409] son molti i nemici, così dentro come fuori di essa, che avendo desiderato metterla in servitù, e trovandosi invece delusi, vogliono il mio sangue; e più volte hanno col ferro e col veleno attentato alla mia vita. Onde io non potrei muovermi senza manifesto pericolo, e neppure in città posso camminare senza una scorta armata. Inoltre, questa nuova riforma che il Signore ha voluto per mezzo mio introdurre in Firenze, [363] ancora non ha ferme radici, e, senza un continuo aiuto, pericola visibilmente: onde, per giudizio di tutti i buoni e savi cittadini, la mia partenza sarebbe di danno grandissimo alla città, mentre riuscirebbe costì di poco profitto.‍[410] Io non debbo supporre che il mio superiore desideri la rovina d’una intera città: spero, quindi, che la Vostra Santità voglia benignamente tollerare questo indugio; acciò sia condotta a perfezione la riforma incominciata per volontà del Signore, e per vantaggio della quale, io ne son certo, Esso ha fatto ora nascere questi impedimenti al mio partire.‍[411]

»Che se la Vostra Santità desidera farsi più certa delle cose da me pubblicamente predette intorno al flagello d’Italia ed alla rinnovazione della Chiesa, le potrà leggere in un mio libro che ora viene alla luce (Compendium revelationum). Io volli per le stampe pubblicare queste predizioni, acciò, se non si verificano, sia chiaro a tutto il mondo che io sono falso profeta. Quelle cose, poi, che sono più occulte e che debbono ancora restare nell’arca, non le posso, per ora, rivelare ad alcun mortale.

»Supplico, adunque, la Vostra Santità che voglia accettare le mie tanto vere e così manifeste scuse, e credere che io desidero ardentemente di venire a Roma; onde non appena potrò, sarò di sprone a me stesso.‍[412]»

Il papa non diede a questa lettera alcuna risposta, ma fece espressamente sapere al Savonarola che accettava le sue scuse.‍[413] E questi, ritiratosi in San Marco, [364] attendeva a curare la sua salute, facendo solo qualche breve discorso ai frati. Nel Duomo predicava in sua vece Frà Domenico da Pescia, il quale cercava ripetere la dottrina, imitare lo stile e il modo di porgere del suo maestro.‍[414] Egli non aveva nè quella originalità nè quella energia ed eloquenza: nondimeno, il popolo andava assai volentieri ad ascoltarlo, perchè tutti amavano quel carattere pieno di sincerità e buona fede, e perchè ognuno sapeva che Frà Domenico era sotto la direzione del Savonarola.

Ma quando le cose procedevano così tranquillamente e pacificamente, ecco, in data del dì 8 settembre, un nuovo ed inaspettato breve venire da Roma, indirizzato ai frati di Santa Croce, poco amici di quelli di San Marco. Esso parlava del Savonarola, come d’un tal Frà Girolamo, seminatore di falsa dottrina; e con parole minacciose gl’intimava d’andare a Roma.‍[415] Perchè mai questo mutamento e così subita ira, [365] dopo di avere accettato le scuse? Perchè indirizzare a Santa Croce un breve che andava a San Marco, ed alimentare, così, quegli odii che pur troppo regnarono sempre tra i frati di ordine diverso? Era un mistero inesplicabile davvero; nè altra ragione si poteva allora supporre a questo procedere, se non che, forse, il papa cercasse metterlo in fallo davanti agli occhi del popolo, e suscitargli contro l’odio d’altri religiosi. Ben presto, però, si cominciò a vedere la cagione di quella nuova ed inaspettata insistenza di volerlo a Roma. I pericoli che dal Savonarola erano stati predetti nella sua ultima predica di luglio, si verificavano tutti; e si vedeva quanta ragione egli aveva avuta d’inveire contro ai parlamenti, giacchè seguiva quel tentativo di Piero de’ Medici, che il nesso della storia ci ha obbligati a narrare nel capitolo antecedente. Il Savonarola, perciò, invece d’andare a Roma, risaliva il pergamo nel mese d’ottobre, e faceva quelle tre prediche nelle quali lo abbiam visto incoraggiare il popolo alla difesa della patria: la città intera correva alle armi, il campo mediceo si scioglieva, e la impresa di Piero, come abbiamo già detto, andava a vuoto. In che modo il papa restasse adirato contro al Savonarola, per questo effetto straordinario dalle sue prediche ottenuto, può ciascuno immaginarlo facilmente. Egli fulminava, nel principio di novembre, un quarto breve‍[416] col quale sospendeva del tutto la predicazione al Frate; [366] e questi, essendo già tornato nel silenzio, non doveva fare altro che persistervi. Nell’avvento di questo anno 1495, infatti, si tacque, e Frà Domenico continuava a tenere il suo luogo sul pergamo di Santa Maria del Fiore.

L’agitazione del Savonarola, in quei mesi di silenzio e di salute ancora mal ferma, dovette, però, essere grandissima. Egli si vedeva tirato a combattere con Roma, per difendere la sua dottrina da accuse evidentemente calunniose, per difendere la sua vita da quelle insidie di cui l’odio di parte circondavalo. E nel pensare a difendere la sua persona, egli doveva trascurare quella riforma politica che tanto bene s’era avviata, quella riforma di costumi che aveva già dato così felici risultati. Nè altro i suoi nemici desideravano. Le accuse di eretico, di seminatore di scandali, di seduttore del popolo e via discorrendo, non erano credute da coloro stessi che le facevano. Il papa, noi lo vedremo assai chiaramente, non trovava nulla a ridire sulla dottrina del Frate; ma esso gli faceva, insieme cogli Arrabbiati e col Moro, una guerra tutta politica, nella quale si cercava di spegnere in lui il suo partito. Fino a che la lotta s’era manifestata, qual essa era veramente, ristretta cioè nella politica, il Savonarola aveva sempre tenuto la fronte altissima: ma ora il terreno mutavasi, dacchè si cercava astutamente di nascondere la lotta politica sotto una disputa religiosa; ed egli vedeva tutta la grave e pericolosa difficoltà della nuova posizione. Se fosse stata davvero una quistione di domma, avrebbe potuto sottometterla all’autorità della Chiesa; ma il papa non faceva che chiamarlo, in generale, seminatore di falsa dottrina, ed imporgli silenzio. Trattavasi, adunque, o di abbandonare il popolo, per obbedire ai comandi di uno che evidentemente non aveva altro fine se non quello di distruggere la libertà fiorentina; o di resistere all’autorità [367] del pontefice, portare la propria causa innanzi al pubblico, e così seminare scandali e discordie nella Chiesa. Egli fu rattristato di molto dolore; ma non esitò un momento a tacersi, aspettando che i magistrati ed i cardinali amici avessero tentato piegare di nuovo alla benignità l’animo del Borgia. E dalle lettere che il Savonarola scrisse in quel tempo, noi vediamo che egli era fermissimamente deciso a non risalire sul pergamo, senza ottenerne da Roma il permesso.‍[417]

Ma se egli si tacque, non perciò dubitava della giustizia della sua causa: egli non credeva punto validi quei comandi venuti per fini politici, mossi da informazioni false e calunniose de’ suoi nemici. Anzi, in quel tempo appunto, cominciava a pigliare nel suo animo sempre maggiore consistenza il pensiero di trovare un modo onde mettere fine ai mali che tanto travagliavano la Chiesa. Era, allora, presso molti buoni e valenti cattolici sparsa l’opinione che la elezione del Borgia, così patentemente simoniaca, fosse nulla; e che il solo modo di rimediare ai tanti scandali da lui cagionati, fosse il radunare un Concilio per deporlo. Alla testa di tutti costoro s’era messo quel bellicoso cardinale di San Piero in Vincola che fu poi papa Giulio II:‍[418] egli chiamava il [368] Borgia marrano ed eretico, e stava di continuo ai fianchi del re Carlo per sollecitarlo a radunare il concilio, onde riformare la Chiesa. Nè il re si mostrava da ciò punto alieno; anzi lo stesso Comines, suo ambasciatore, ci ripete più volte: «mancò poco che non si venisse al fatto di questa riforma.‍[419]» Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, non meno di diciotto cardinali si erano stretti, insieme con quello di San Piero in Vincola, intorno al re, per sollecitarlo istantemente di dare opera alla desiderata riforma. E due volte furono puntati i cannoni a Castel Sant’Angelo, per impadronirsi della persona di Alessandro, e raccogliere violentemente il Concilio;‍[420] ma dipoi, restando il re sempre più dubbioso quanto più si avvicinava ad una risoluzione, prevalsero i consigli di quel Brisonnetto, che tanto dominava sull’animo di Carlo, e tanti favori e danari aveva dal papa ricevuti.

Fra quelli che sollecitavano il Concilio e la riforma, il Savonarola era certamente dei più caldi; e se aveva qualche volta esitato a spingere le cose, pel timore di mettere scandali in quella Chiesa la cui unione gli era sopra ogni cosa carissima, la condotta del papa veniva ora a togliere ogni esitazione dall’animo suo. Egli sapeva, d’altronde, d’avere un valido appoggio nel Cardinale di San Piero in Vincola:‍[421] onde, sebbene la prudenza [369] non gli permettesse parlare sul pergamo di tali materie, non tralasciava di sollecitare il re Carlo con lettere continue, che ora divenivano, assai più del solito, numerose e stringenti.

Tre lettere che noi troviamo indirizzate al re, post admissionem regni neapolitani,‍[422] furono scritte in questi mesi; e ne fanno supporre ancora delle altre. In esse il Savonarola parla sempre come il profeta del Signore: «Rammentatevi,» egli dice al re, «che io ho già tante volte annunziata la vostra venuta in Italia, quando nessuno ci pensava; ho predetta la vostra fortuna e i vostri pericoli. Il Signore v’ha punito perchè, deviando dai suoi comandi, voi avete abbandonato la sua opera. Ma più gravi saranno le punizioni, se ora non tornate alla buona via. Io vi annunzio da parte di Dio, che se non mutate modo, se non mantenete le giurate promesse, se non fate ciò che v’è stato per mezzo mio comandato, «il Signore rivocherà la vostra elezione da questo ministero al quale vi ha eletto suo ministro, ed eleggerà un altro.» Il caso volle che in questi giorni appunto morisse il Delfino di Francia,‍[423] con dolore grandissimo del re; il quale, così, sempre più si andava persuadendo della verità di ciò che il Savonarola gli profetizzava. Tutto questo, però, non bastava ancora a farlo uscire da quella sua eterna irresolutezza, con cui sembrava destinato a scontentare ognuno.

Intanto il Savonarola perseverava nel silenzio, occupandosi de’ suoi studi, e scrivendo lettere alla famiglia, ch’era allora oppressa dalla povertà e da sventure domestiche. Queste lettere ci manifestano che l’affetto ai suoi parenti era nel Savonarola, come fu sempre negli [370] uomini veramente grandi, tenace ed inalterabile. Egli raccomandava affettuosamente ai fratelli, che s’aiutassero vicendevolmente; perchè, quanto a sè, avendo rinunziato al mondo, non poteva dare altro che conforto di parole. Coll’animo, però, partecipava a tutte le loro gioie, a tutti i loro dolori.‍[424] Alla madre, poi, che aveva allora perduto il fratello Borso, scrisse una lettera, nella quale il suo cuore si espande teneramente verso di lei, che era la sua più forte affezione su questa terra, la confidente più intima de’ suoi pensieri.‍[425] E questa lettera è notevolissima, non solo pel delicato sentire di cui è piena, ma ancora perchè in essa noi possiamo vedere come il Savonarola che discorre affettuosamente alla madre, sia identico a quello che predica e fulmina sul pergamo, in faccia alla moltitudine esaltata. Sono le medesime idee, le stesse parole: egli è sempre pieno della sua alta e profetica missione; anche alla madre predica sul ben vivere, sulla vanità del mondo; e conclude annunziando la sua morte vicina. «Io vorrei che tanta fosse la vostra fede, che voi poteste, come quella santissima donna ebrea del vecchio Testamento, vedere senza lacrima i vostri figli martorizzati innanzi ai vostri occhi. Madre carissima, io non dico questo per non volervi confortare; ma perchè, se mai avvenga che io debba morire, vi troviate apparecchiata.»‍[426]

In questo mezzo, cominciava a rimettersi la sua [371] salute, e il bisogno d’attività rinasceva in lui più forte. Ma che fare? Ritornare sul pergamo senza il permesso di Roma, non voleva; e nel dirigere le prediche di Frà Domenico, non poteva sperare quei grandi risultati che aveva ottenuti colle sue. Pure il Savonarola era uomo che trovava sempre modo a fare il bene; e, quando non poteva il molto, contentavasi del poco. In quei giorni s’avvicinava il carnevale dell’anno 1496; e gli Arrabbiati, ora che il Frate taceva, s’apparecchiavano a celebrarlo come a tempo dei Medici, per dare sfogo a quelle sfrenate passioni, a quegli osceni sollazzi che erano stati per loro troppo lungamente repressi. Ed il Frate si propose, invece d’impedirlo.

L’impresa, però, non era facile quanto a primo aspetto si sarebbe creduto. I Fiorentini erano stati sempre vaghissimi di quelle feste carnovalesche; e, venuti poi i Medici, s’erano abbandonati a quegli eccessi con una sfrenatezza non facilmente credibile: la città intera diveniva in quei giorni un’orgia, ognuno s’abbandonava al vino ed alla crapula, il pubblico decoro veniva affatto dimenticato. Colle prediche del Savonarola, è ben vero, le cose cambiarono molto; ma certe usanze del carnevale s’erano così profondamente radicate, che nè la nuova dottrina, nè le mutate leggi, nè i magistrati, con severissimi bandi, avevano mai potuto distruggerle. E, come è ben naturale, quelli che più affezione avevano per quelle feste, erano i fanciulli. In quei giorni, essi usavano di fermare continuamente la gente per via, chiudendo loro il cammino con certi lunghi pali, che non venivano rimossi, se prima essi non avevano ricevuta qualche moneta, per far, poi, la sera i loro pazzi desinari. Dopo de’ quali, accendevano grandi fuochi nelle piazze, vi ballavano e cantavano intorno; e finalmente, facevano ai sassi con tanta violenza, che ogni anno più d’uno di loro restava [372] morto per le vie. Fu più volte proibito questo pazzo e bestiale giuoco dei sassi; furono minacciate pene severissime: ma tutto era inutile. I più savi cittadini, gli Otto, la Signoria stessa vi s’erano invano adoperati: la sera, i fanciulli si trovavano in modo eccitati dal baccano di tutto il giorno, che non v’era pena che li spaventasse. Si pose finalmente a quest’opera il Savonarola. Dopo avere, negli anni passati, condotto a così prospero successo la riforma politica e la riforma dei costumi, ora che le mutate condizioni gl’impedivano di condurre innanzi opere di sì grave momento, immaginò questa terza e più modesta riforma, che chiamò la riforma dei fanciulli.

Egli comprese che sarebbe stato assai difficile distruggere affatto le vecchie usanze: decise, quindi, di mutarle, sostituendo alle feste carnascialesche delle feste religiose. Su quelle medesime cantonate, adunque, dove i fanciulli si raccoglievano a chieder danari per le loro cene, fece costruire piccoli altari, innanzi ai quali dovevano, pure, stare i fanciulli a chiedere danari; ma invece di spenderli in gozzoviglie, dovevano darli ai poveri. Si canti pure, egli disse; ma in luogo di oscene canzoni, sieno inni e laudi spirituali. Ed egli medesimo volle comporne alcune, tornando così alla poesia da tanti anni abbandonata: altre ne fece comporre dal poeta Girolamo Benivieni. E perchè queste cose seguissero con maggiore ordine, fece da Frà Domenico radunare i fanciulli, ed eleggere fra loro stessi dei capi, alcuni dei quali si presentarono alla Signoria, ed esposero il fine e l’ordine della loro riforma. Avutane l’approvazione, quei fanciulli, tutti pieni della nuova importanza per loro acquistata, si misero volonterosi all’opera. Invero, neppure in quel carnevale la città fu molto tranquilla, nè per le vie si poteva camminar molto liberi: ma quella importunità dei fanciulli non era nuova; nuovo era il fine di [373] carità a cui era stata dal Savonarola indirizzata. E così, l’anno 1496, si vide per la prima volta abbandonato il giuoco dei sassi, abbandonate le smoderate cene, e trecento ducati furono raccolti per darli ai poveri. L’ultimo giorno di carnevale fu poi fatta una solenne processione, alla quale assisteva, per la novità del caso, l’intero popolo. Andarono i fanciulli cantando inni religiosi e visitando le principali chiese della città: dopo di che depositarono i danari raccolti nelle mani dei Buoni Uomini di San Martino, acciò li distribuissero ai poveri vergognosi.‍[427] Alcuni mormorarono contro questa cosa, perchè mormoravano sempre contro ogni buona opera che venisse dal Savonarola; ma la generalità dei cittadini e degli uomini dabbene disse che anche questa volta il Frate aveva saputo fare quel che non era riuscito ad alcun altro in Firenze.‍[428]

[374]

In questo mezzo, i Dieci della guerra, che nel nuovo governo si chiamavano Dieci di libertà e pace, essendosi mantenuti sempre amici del Savonarola, s’erano efficacemente adoperati perchè il papa gli concedesse licenza di predicar la quaresima. Ne aveano scritte lettere continue a molti cardinali, ed all’ambasciatore messer Ricciardo Becchi cui dicevano: «Non potreste far cosa che a tutti i vostri cittadini più fusse grata e accetta, e sarà sempre dalla prudenza di tutto questo popolo riconosciuta» (26 gennaio 1496).‍[429] Ed, infatti, pare che, con l’aiuto del cardinal di Napoli e di quello di Lisbona, si riuscisse a piegare, almeno in parte, l’animo del papa; giacchè, se non si ebbe un nuovo breve che rivocasse quello di sospensione, fu per mezzo di un cardinale rimesso al Savonarola l’arbitrio del predicare.‍[430]

Un altro fatto, il quale merita di essere particolarmente considerato, pare che avesse luogo appunto in questi giorni medesimi; sebbene la data non ci venga con precisione indicata dai molti storici che lo raccontano. Avendo il papa rimesso le prediche del Savonarola ad un dotto vescovo domenicano, perchè cercasse se vi era materia di condanna; questi, dopo averle esaminate, ritornava col volume in mano, dicendo: «Santo Padre, questo frate dice cose tutte savie, tutte oneste; esso parla contro la simonia e contro la corruzione dei preti, che pure è [375] grandissima; egli rispetta i dommi e l’autorità della Chiesa: onde io cercherei piuttosto farmelo amico, offerendogli, quando fosse necessario, anche la porpora cardinalizia.» Sia che il papa cominciasse, ora, a temere del frate, e non volesse altro che farlo tacere; sia che pensasse tendergli qualche nuova rete; certo è che, per mezzo di un domenicano a bella posta mandato da Roma, venne fatta al Savonarola l’offerta del cappello rosso, a patto però ch’egli avesse nelle sue prediche mutato linguaggio. Qual fosse la confusione della sua mente al sentire una offerta così inaspettata, quanta l’indegnazione del suo animo, non è facile descriverlo. Egli aveva ora in mano le prove visibili che a Roma facevasi mercato d’ogni cosa più sacra: e tanta fu la piena del suo sdegno, che non seppe dare alcuna risposta, ma disse solo a colui che faceva la scandalosa proposta: «venite alla mia prossima predica, e voi udirete la risposta che mando a Roma.»‍[431]

[376]

Con tali auspici dovea, dunque, cominciare il quaresimale dell’anno 1496. La folla accorreva con raddoppiata curiosità, a udire quella voce che i fulmini di Roma avevano per più mesi ridotta al silenzio. Intorno alla chiesa, che più non bastava a contenere tanta moltitudine, s’era costruito un alto anfiteatro, che saliva fino alle prime finestre, con diciassette scalini sui quali sedevano i fanciulli: essi erano divenuti ora una parte importantissima dell’uditorio del Savonarola, che spesso indirizzava a loro la sua parola. Andando al Duomo, egli si trovava in continuo pericolo di vita; perchè molti Arrabbiati volevano ammazzarlo, e dicevasi che il Moro avesse mandato sicari prezzolati. Veniva, perciò, circondato da molti de’ suoi amici armati, che si prestavano volontariamente a difendere la sua vita: essi andavano a prenderlo in San Marco e, udita la predica, lo riaccompagnavano al convento, senza mai lasciarlo solo. Quella quaresima era pel Savonarola un tempo di nuovo e maggiore esaltamento. Egli risaliva sul pergamo coll’animo traboccante di tristezza e di sdegno: dopo aver durata una lotta sempre più aspra colla corte di Roma; nel momento in cui si cercava di corromperlo con una dignità ecclesiastica; veniva per rispondere all’indegna offerta, e deciso ormai di portare la sua causa in faccia al mondo. Il suo quaresimale fu più audace di quanti ne aveva fatti sinora, più eloquente di quanti ne facesse mai il Savonarola. Noi dobbiamo, perciò, renderne minuto ragguaglio nel capitolo seguente.

[377]

CAPITOLO TERZO. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica la quaresima del 1496.

Il giorno 17 febbraio 1496, fu un giorno solenne nella vita del Savonarola. A lui era stato concesso il permesso di predicare ed offerto il cappello cardinalizio: malgrado ciò, egli vedeva assai bene che la guerra col papa andava divenendo ogni giorno più fiera, e che il Borgia voleva il suo sangue. Con tale disposizione di animo, incominciava il suo quaresimale sopra Amos e Zaccaria. Invero, se non si fosse trattato d’altro che della sua persona, egli si poteva offerire vittima volontaria alla pace della Chiesa; ma in lui veniva attaccata principalmente la repubblica fiorentina, di cui tutti lo riguardavano come la personificazione viva e parlante. Nel difendere sè stesso, egli difendeva, perciò, la libertà e la religione d’un popolo intero, che per sua opera cacciando i tiranni, era tornato alla morale ed alla fede cristiana. Di certo, niuno poteva dubitare delle sue dottrine religiose: non quel papa che gli offeriva la porpora cardinalizia; non quegli Arrabbiati che odiavano in lui il severo riformatore dei costumi, e non sapevano comportare il soverchio rigore della sua pietà. Nondimeno, ambedue s’erano uniti a nascondere la quistione politica sotto una quistione religiosa, sperando così di poterlo vincere più facilmente; ed egli, sicuro della sua coscienza, veniva ora deciso a difendersi audacemente su questo terreno.

La Signoria aveva quel giorno dovuto prendere molti provvedimenti per impedire i disordini che si apparecchiavano. Gli Arrabbiati s’erano disposti ad ammazzare [378] il Frate, quando lo avessero potuto sorprendere per via; sapevasi anche dei sicari del Moro: i famigli degli Otto e alcuni Gonfalonieri delle compagnie percorrevano, quindi, la città per mantenervi l’ordine. Quando il Savonarola uscì dal convento, lo schiamazzo e le grida di gioia del popolo che lo attendeva, arrivarono al cielo; e molti de’ suoi amici armati subito lo circondarono per difenderlo da ogni insulto, e lo accompagnarono al Duomo. Quel giorno tutte le passioni erano esaltate: il Savonarola rompeva un silenzio di molti mesi, che aveva in ognuno cresciuto il desiderio d’udirlo; veniva a trattare un soggetto gravissimo; e sapeva che la sua predica doveva essere inviata subito a Roma, alle cui offerte e lusinghe egli aveva quel giorno promesso di rispondere. Salito che fu sul pergamo, egli stette col capo alto e volse intorno fieramente lo sguardo; i suoi occhi, quel giorno, fiammeggiavano come carboni accesi; la moltitudine era affollata in modo che niuno avrebbe potuto muovere un passo; l’attenzione ed il silenzio erano tali, che si udiva quasi il respiro dell’oratore, divenuto per la profonda agitazione assai più affannoso. Non pertanto egli, frenandosi, cominciava il suo discorso tranquillamente ed in forma di dialogo.

«Che vuol dir, frate, che tu sei stato tanto a riposarti, e non sei venuto in campo ad aiutare li tuoi soldati? — Figliuoli miei, io non mi sono stato a riposare, anzi io vengo di campo, e sono stato a difendere una rôcca, che se la fosse andata per terra, forse che anche voi eravate rotti; ma ora, per grazia di Dio, mediante le vostre orazioni, l’abbiamo salvata.... — Orsù, Frate, hai tu forse avuto paura d’essere stato morto? — Figliuoli miei, certo no; che se io avessi avuto paura, non saria venuto ancora adesso, perchè io porto maggiore pericolo al presente che prima. — Hai [379] tu dunque avuto scrupolo di coscienza al predicare? — Non io. — Perchè, dunque? Noi intendiamo che è venuta una scomunica, e che t’è stato fatto comandamento che tu non predichi. — L’hai tu letta questa scomunica? Chi l’ha mandata? Ma poniamo caso che così fosse; non ti ricordi come io ti dissi, che ancora che la venisse, non varrebbe nulla e non gioverebbe a questi cattivi pieni di bugie?... — Che è stato dunque? Frate, tu ci tieni troppo a bada. — Ora ve lo dirò, se voi mi ascoltate pazientemente. — »

«Io ho detto e pensato: innanzi che io vada, custodiam vias meas; cioè, io riguarderò le vie mie se sono nette da ogni contaminazione. Vedendo tanta contradizione da tanti luoghi, contro uno omicciuolo che non vale tre danari, io ho detto nel mio cuore: forse forse che tu non guardasti bene le tue vie, e però la tua lingua ha fatto errore; ed holle riguardate ad una ad una. Io ho ricercato solo intorno alla fede, chè la grammatica e la logica non sono ora il mio ufficio; e certo, trovai in quella parte la via essere tutta netta;» «perchè io ho sempre creduto e credo tutto quello che crede la Santa Romana Ecclesia, e sempre a quella mi sono sottoposto e sottopongo....‍[432] Io l’ho scritto a Roma, che se ho predicato o scritto cosa eretica...., sono contento emendarmi e ridirmi qua in pubblico. Sono sempre parato alla obbedienza della Romana Chiesa, e dico che sarà dannato chi non obbedisce ad essa.... Dico e confesso che la Chiesa [380] Cattolica non mancherà mai infino al dì del giudicio;... ed a chiarire, poi, qual sia questa Chiesa Cattolica, sono diverse le opinioni, onde io me ne riferisco a Cristo ed alla determinazione della Chiesa Romana.»‍[433]

Dopo che il Savonarola ebbe fatto una dichiarazione così esplicita, da non lasciar più dubbio d’alcuna sorte sulla cattolicità delle sue dottrine, venne alla parte più ardita di esse. Egli disse, allora, che sebbene la Chiesa sia nel domma infallibile, non per questo si è tenuti d’obbedire ad ogni sorta di comando che ci venga dai superiori, o anche dal papa. «Il superiore non può comandarmi contro alla costituzione del mio ordine; il papa non può comandarmi contro alla carità o contro al Vangelo. Io non credo che il papa voglia mai farlo; ma quando lo facesse, io gli direi: Tu, ora, non sei pastore, tu non sei Romana Chiesa, tu erri.»‍[434] Anzi io dico: «Ogni volta ch’ei si potesse vedere espressamente, che i comandamenti de’ superiori sono contrari a quelli di Dio, e massime al precetto della carità, niuno debbe in questo caso obbedire, perchè egli è scritto: oportet obedire magis Deo quam hominibus.»... «Se però il caso non fosse evidente, o che vi fosse il menomo dubbio, allora bisogna sempre [381] obbedire.» Ciò premesso, egli procede oltre e viene al suo fatto particolare, per dire che non si crede punto obbligato d’obbedire a chi lo vuole allontanare da Firenze; perchè tutta la città, e fino le donnicciole, conoscono che questo si cerca per solo odio politico, e che risulterebbe a danno, non solo della libertà, ma anche della religione. «Quando io vedessi espressamente che il mio partire d’una città fusse ruina spirituale e temporale del popolo, non obbedirei a uomo vivente che mi comandasse di partire... Sì perchè questo sarebbe contro i comandi del Signore; sì perchè presumerei che il mio superiore non avesse l’intenzione di far male, e si fosse ingannato per false informazioni. — O tu che scrivi a Roma tante bugie, che scriverai tu ora? Io so bene quello che tu scriverai! — Oh che, frate? — Tu scriverai che io ho detto che non si debba obbedire al papa, e che io non voglio obbedire. Io non dico così: scrivi come io ho detto, e vedrai che non farà per te.»‍[435] Infatti, la dottrina esposta dal Savonarola era tutta cattolica, e per niente si allontanava da ciò che avevano detto San Tommaso, e molti dottori e pontefici della Chiesa: nondimeno era tale, che di poco alterandone le parole, si poteva facilmente farla cadere nell’eresia; e questo tentavano appunto i suoi nemici.

Egli, intanto, ripigliava il filo della predica, dicendo: che, dopo avere esaminato le sue vie e trovatele tutte nette, per aver sempre sottomessa la sua dottrina alla Chiesa; dopo essersi persuaso che i brevi venuti da Roma erano nulli, perchè mossi solamente da mendaci informazioni e contrari alla carità; aveva, nondimeno, deciso di usar prudenza, e si era, perciò, fino allora taciuto, e così avrebbe ancora continuato. [382] «Se non che, quando io vidi che molti buoni si raffreddavano, che i tristi pigliavano animo, che l’opera del Signore andava per terra; allora io mi decisi audacemente a tornare quassù. Ma prima mi volsi al Signore dicendo: — Io mi dilettavo della pace e della quiete; ma tu m’hai tirato fuori mostrandomi la tua luce, ed io ho fatto allora come la farfalla, che, per desiderio di luce, brucia le sue ali. Io ho bruciato, o Signore, le ali della contemplazione; mi sono messo per un mare tempestoso, dove i venti sono da ogni parte contrari.» «Io vorrei andare al porto e non trovo la via, vorrei riposarmi e non trovo loco, vorrei star cheto e non parlare; ma non posso, perchè il verbo di Dio è nel mio core come un foco, il quale, se io non lo mando fuora, mi arde la medulla delle mie ossa. Orsù, o Signore, poichè tu vuoi che io navighi in così profondo mare, sia fatta la tua volontà.»

Il Savonarola concludeva finalmente questa predica, rivolgendo le sue parole, prima ai giovani, che egli credeva quasi tutti buoni; e dipoi ai vecchi, nei quali aveva assai minore fiducia. — «In voi, o giovani, sono le mie speranze e le speranze del Signore. Voi governerete bene la città di Firenze, perchè non avete preso la cattiva piega dei padri vostri, che non si sanno spiccare dal reggimento tirannico, nè sanno quanto è grande questo dono che il Signore ha fatto al popolo, della sua libertà.» «Voi, invece, o vecchi, voi state tutto il dì ai circoli e sulle botteghe a dir male, e con vostre lettere scrivete molte bugie fuor della città di Firenze. E perciò molti dicono che io ho conturbata la Italia; e questo mi è stato scritto anche in carte autentiche. Oh insensati! Quis vos fascinavit non obedire veritati? Dove sono le squadre mie e li danari da conturbare l’Italia?... Io non conturbo Italia, [383] ma bene annunzio che la deve essere conturbata.» «Io annunzio che i vostri peccati affrettano il flagello. Una gran guerra, o incredulo, ti farà lasciare la pompa e la superbia. Una grande pestilenza vi farà lasciare le vostre vanità, o donne; popolo minuto e mormoratore, una grande carestia ti farà stare cheto. Cittadini, se voi non vivete col timore di Dio e non amate il governo libero, il Signore vi farà mal capitare, e serberà solo ai vostri figli le felicità promesse a Firenze.»‍[436]

Così finiva questa predica, nella quale il Savonarola restringeva, come in un quadro, tutto ciò che voleva dire nelle altre di quella quaresima. Le sue dottrine sono ardite, le accuse che muove contro Roma sono audaci, le parole con cui descrive il flagello che s’avvicina son parole di fuoco; ma nulla di ciò ch’ei dice può essere appuntato d’eresia. Noi dobbiamo anche ammirare la sua prudenza, che mai non gli permise di muovere sul pergamo discorso intorno alla simoniaca elezione del Borgia, od alla speranza del concilio; nè gli fece fare allusione d’alcuna sorte alle offerte dal papa ricevute. La sua generosa indole non gli permetteva di prendere vantaggio d’un fatto, che, giovando solamente a lui, poteva seminare scandalo nella Chiesa. In tutto questo quaresimale, noi troviamo il Savonarola sempre uguale a sè stesso; essenzialmente cattolico, ma, nello stesso tempo, pieno d’un coraggio e d’una indipendenza morale, che pochi ebbero prima o dopo di lui; non vi è cosa al mondo che lo spaventi, non vi è cosa che lo faccia retrocedere dalla sua via. Egli è solo a difendere la libertà del popolo, la libertà della propria ragione e della propria coscienza; ma pur tiene alta sul pergamo la sua bandiera, e sta fermo in faccia a tutti i principi d’Italia, in faccia alla corte di Roma, che fulmina mal [384] consigliati brevi; nè teme i veleni e pugnali degli Arrabbiati, che nelle vie, in chiesa, sul pergamo stesso lo minacciano.

Le sue accuse contro i vizi di Roma, contro la falsa e ipocrita religione de’ suoi tempi, furono in questa quaresima continue e terribili. La seconda domenica, faceva su questo soggetto una predica divenuta celebre;‍[437] non tanto per l’audacia, che non era insolita, quanto per essere stata di quelle sospese dalla corte di Roma. Egli cominciava con una strana interpetrazione di queste parole: Audite verbum hoc, vaccæ pingues quæ estis in monte Samaria. «Vien qua: chi sono quelli che dicono che io debbo predicare la Scrittura Sacra?... Io non predico altro, io. Se tu sapessi quello che è la Scrittura Sacra, tu non diresti così. Tu dovevi dire, più presto, predica Tullio e Virgilio, e non t’avrei allora trovato; ma la Scrittura Santa la ti troverà in ogni luogo. Orsù, io predicherò la Scrittura; io voglio ubbidirti. Dimmi, come esporrai tu questa Scrittura: O vaccæ pingues.... A me queste vacche grasse vogliono dire le meretrici d’Italia e di Roma.... Eccen’egli nessuna in Italia e in Roma? Mille sono poche a Roma, diecimila sono poche, quattordicimila sono poche; quivi uomini e donne son fatte meretrici.» E così continuando, descrive i vizi di Roma con parole che ai nostri tempi non si potrebbero tutte ripetere. Si rivolge, quindi, al popolo per accusare la sua falsa e ipocrita religione, che si appaga solo di cose materiali. «Voi siete corrotti in tutto, nel dire e nel tacere, nel fare e nel non fare, nel credere e nel discredere. Voi parlate contro alla profezia; ed ecco viene un [385] tale e vi racconta uno strano sogno, e voi gli credete; vi dice: digiunate il tale sabato, alla tale ora; e voi lo fate e credete di essere salvi. Io vi dico che il Signore non vuole il tale sabato o la tale ora; ma vuole che per tutta la vita vi allontaniate dal peccato. E voi, invece, siete buoni una ora del giorno, per esser poi cattivi tutta la vita. — Osservateli negli ultimi tre giorni della settimana santa. Ecco» «costoro vanno attorno alle indulgenze e perdoni. Va di qua, di là; bacia San Pietro, San Paolo, quel santo, quell’altro. Venite, venite, sonate campane, apparecchiate altari, ornate le chiese; venite tutti, quei tre giorni innanzi Pasqua, ma non poi più là. Dio se ne ride dei fatti vostri, e non si cura di vostre cerimonie,... perchè voi sarete dopo Pasqua peggiori di prima. Tutto è vanità, tutto è ipocrisia nei nostri tempi; la vera religione è spenta.»‍[438] Ed altrove: «Che vuol dire che se io dicessi: dammi dieci ducati per dare a un povero, tu nol faresti; ma se io ti dico: spendine cento in una cappella qua in San Marco, tu il faresti? Egli è per mettervi l’arme tua, e lo farai per tuo onore e non per onore di Dio... Guarda per tutti i luoghi dei conventi, tu gli troverai pieni di arme di chi li ha murati. Io alzo il capo di sopra a quell’uscio, io credo che vi sia un crocifisso, ei v’è un’arme; va più là, alza il capo, ei v’è un’altra arme; ogni cosa è pieno d’arme. Io mi metto un paramento, io credo che vi sia un crocifisso dipinto, ella è un’arme che vi hanno messa acciò si veda meglio dal popolo. Questi sono, adunque, i vostri idoli ai quali voi destinate i vostri sacrifici?»‍[439] E quando egli ha descritto e condannato la corruzione de’ suoi tempi, [386] massime nel clero, allora si volge sempre ad annunziare il flagello a Roma ed all’Italia.

«Apparecchiati, dico, che la tua bastonata sarà grande, o Roma. Tu sarai cinta di ferro, tu andrai a spade, a fuoco e fiamme... Povera Italia! come ti vedo tutta conquassata; poveri popoli! come vi vedo tutti oppressati.....‍[440] Italia, tu sei inferma d’una grave infermità... Roma, tu sei inferma d’una grave infermità usque ad mortem. Tu hai perduto la tua sanità, ed hai lasciato Iddio; tu sei inferma di peccati e di tribolazioni.... Se tu vuoi guarire, lascia li tuoi cibi; lascia la tua superbia, la tua ambizione, le tue lussurie, la tua avarizia: questi sono i cibi che ti hanno infermata, questi sono quelli che ti conducono a morte... La Italia se ne ride, la Italia se ne fa beffe e non vuole la medicina; ma dice che il medico farnetica... O increduli, poi che non volete udire nè convertirvi, il Signore dice così: — Giacchè la Italia è tutta piena di giudicio di sangue...; piena d’iniquità, di meretrici, di ruffiani e scellerati; io condurrò in essa la più pessima gente che si trovi;... abbasserò i suoi principi e farò cessare la superbia di Roma. Questa gente possederanno li santuari loro, deturperanno le chiese loro: da poi che l’hanno fatte stalle di meretrici, io le farò stalle di porci e cavalli; perchè questo manco dispiace a Dio, che il farle stalle di meretrici. Quando verrà l’angustia, quando verrà la tribolazione, non avranno pace; vorranno convertirsi e non potranno; saranno conturbati e smarriti. — O Italia! sarà allora conturbazione sopra conturbazione; conturbazione di guerra sopra la carestia, di pestilenza sopra la guerra; conturbazione da una parte, conturbazione dall’altra. Sarà lo audito sopra lo audito; [387] cioè udirassi da una parte uno barbaro, ecco dall’altra parte un altro barbaro. Sarà uno audito dall’oriente, uno dall’occidente; da ogni parte audito sopra lo audito.» «Cercheranno, allora, le visioni dei profeti e non potranno averle, perchè il Signore dice: — Ora tocca di profetare a me. — Andranno all’astrologia, e non varrà loro nulla. Perirà la legge dei sacerdoti e perderanno le loro dignità; i principi si vestiranno di cilizio; i popoli saranno conquassati di tribolazioni. Tutti gli uomini perderanno lo spirito, e come hanno giudicato, così saranno giudicati.»‍[441]

Ecco in che modo descrive, altrove, il flagello della peste che verrà in Italia. «Credetelo a questo frate, che non basterà la gente a seppellire i morti, e non vi sarà modo a fare tante sepolture. Saranno tanti morti per le case, che andranno gli uomini per le strade dicendo: mandate fuora i morti; e metterannoli sulle carra e sui cavalli, ne faranno monti e arderannoli. Passeranno per le vie gridando forte: Chi ha morti! chi ha morti! Verranno alcuni fuora e diranno: ecco il mio figliuolo, ecco il mio fratello, questo è il mio marito... Andranno ancor di nuovo per le strade gridando: Ècci più nessun morto? Chi ha più morti? E rarificherassi la gente in modo, che ne rimarranno pochi!»‍[442]

E così continua il Savonarola in tutto questo quaresimale. Egli prima descrive i peccati di Roma e dell’Italia; annunzia poi il flagello, per concludere sempre invitando i popoli alla penitenza. «Heu! Heu! Heu! fuge de terrâ Aquilonis. Fuggitevi dalla terra d’Aquilone, cioè dai vizi, e tornate a Cristo..... Ecco ch’ei viene un tempo oscuro; ecco ch’ei pioverà fuoco e [388] fiamme, pietre e sassi; e sarà un tempo torbido... Io vi ho messo tra quattro venti, dice il Signore; cioè tra prelati, principi, preti e cittadini cattivi. Fuggitevi dai vizi loro, raccoglietevi tutti insieme in carità.... Fuge, o Sion, quæ habitas apud filiam Babilonis.... Fuggitevi, cioè, da Roma, perchè Babilonia vuol dire confusione; e Roma ha confuso tutta la Scrittura, ha confuso insieme tutti i vizi, ha confuso ogni cosa. Fuggitevi, dunque, da Roma; tornate a penitenza.»‍[443]

Questa continua descrizione delle miserie d’Italia è, invero, così viva, così evidente, che il Savonarola sembra quasi trasportato dalla sua fantasia nell’avvenire, ed esservi come presente. Nè meno straordinaria è la costanza con cui annunzia la sua vicina morte, l’insistenza con cui sempre ripete: «Il giorno in cui potrete fare di me ciò che vorrete, ancora non è arrivato; sed adhuc modicum tempus vobiscum sum....‍[444] Io ho detto al Signore: — Lascio a te il pensiero di quest’opera; io non sono che strumento nella tua mano. — Ed egli: — Lascia fare a me. A costoro avverrà come ai Giudei che si credettero spegnermi col mettermi in croce, ed invece dilatarono il nome mio in tutto il mondo. — Io, adunque,» così conclude il Savonarola,» voglio, come buono capitano, combattere e lasciarvi anche la pelle.»‍[445]

Ma, sebbene egli sempre resistesse, sebbene il papa non riuscisse mai a piegarlo; questi era, però, riuscito a metterlo sulla difesa. Sino ad ora, la vita del Savonarola [389] è stata sempre un dirigere, un comandare, un infondere le sue idee e la sua volontà nella moltitudine, un allargarsi in una sfera sempre più larga; ma adesso, con grave danno del popolo, il campo della sua attività si restringe: egli deve pensare, invece, a difendere la sua dottrina e la sua vita. I suoi nemici crescono da ogni parte; essi hanno deciso che, se pure la repubblica resterà in piedi, deve perire almeno chi n’è stato autore; già circondano da ogni lato il misero Frate. Il quale si difende e combatte con sempre maggiore energia; grida all’Italia ed al mondo intero, che in lui si vuole uccidere la repubblica, distruggere i diritti inviolabili dell’umana ragione e della coscienza: ma, intanto, ha quasi dovuto abbandonare la riforma dei costumi e la riforma politica; la sua posizione è essenzialmente mutata, diviene ogni giorno più difficile e piena di maggiori pericoli.

La politica, però, non fu neppure in questa quaresima del tutto abbandonata; giacchè si presentò un’occasione di tornarvi per qualche giorno. Erasi, allora appunto, finita di costruire la nuova sala del Consiglio Maggiore, di cui, sin dal principio del nuovo governo, era stata affidata la cura al celebre architetto Cronaca; ma questi condusse la cosa con molta lentezza, fino a che il Savonarola non cominciò a sollecitarla nelle sue prediche. Allora si procedette, invece, con tanta celerità, che i popolani andavano dicendo, avervi messo mano gli angeli.‍[446] Il 25 febbraio, vi si radunarono 1,753 persone, che procedevano alla elezione della nuova Signoria.‍[447] Ed il Savonarola, tutto lieto in questa solenne occasione, volgeva alla politica due prediche del suo quaresimale.‍[448] Il suo discorso trattava particolarmente sul modo di fare [390] le elezioni, e condannava aspramente quello spirito di parte che sempre le adulterava.‍[449] «Sono molti che vanno seminando polizze per la città, le quali dicono: non eleggete il tale. Io vi dico: non fate ciò che suggeriscono queste polizze. Se quelli i quali non volete che sieno eletti, son cattivi, voi potete dirlo apertamente in Consiglio, ora che non c’è tiranno. Vieni, adunque, fuori e di’ su franco: il tale non è buono a questo uffizio. Se poi è buono, lascialo eleggere.»‍[450] Ed altrove: «Intendo che sonvi alcuni in Consiglio che, quando uno va a partito, dicono: diamoli la fava nera o bianca, perchè egli è della tal parte. Et quod pejus est, intendo che v’è alcuni che dicono: egli è di quelli del Frate, diamoli le fave nere.‍[451] Come! hovvi io insegnato così? Io non ho amico nessuno, se non Cristo e chi fa bene: non fate più così, chè questa non è mia intenzione, e voi fareste presto nascere divisione. Chi rende le fave, le dia a chi pare a lui che sia buono e prudente; secondo la coscienza sua, come io v’ho detto altre volte.»‍[452] E qui vogliamo osservare, che il Savonarola, quale noi lo vediamo nelle sue prediche, nei suoi scritti, nella storia vera dei fatti, è ben diverso [391] da quello che ci hanno dipinto i tanti biografi antichi e moderni. Dove è mai quello spirito di parte che, secondo alcuni, era il solo movente delle sue azioni? Dov’è quel desiderio di aiutare i suoi amici e deprimere gli altri? Dove sono quelle idee ristrette, quei principii poco generosi? Noi troviamo, invece, un uomo di altissime vedute, di nobili principii, pieno di disinteresse, amante della libertà per tutti, senza volerne eccettuare quegli stessi che cercavano di ammazzarlo.

Dopo avere, in quella solenne occasione, insistito a lungo sul fare buone elezioni, senza spirito di parte; egli raccomandava affezione al Consiglio maggiore, al nuovo governo ed alla libertà. E, per maggiormente infonderne l’amore nel popolo, fece in ambedue quelle prediche una lunga descrizione del tiranno, e dei mali che esso produce nelle città che opprime. «Tiranno,» egli diceva, «è nome di uomo di pessima vita, che vuole tutto per sè e niente per altri, nemico di Dio e degli uomini. Egli è superbo, è lussurioso, è avaro; e come questi tre vizi contengono in germe tutti gli altri, così ne segue ch’egli contiene in germe tutti i vizi di cui l’uomo è capace. Esso ha corrotti ancora tutti i sensi: gli occhi al vedere lascivie; le orecchie ad udire laude per sè e vituperio per altri; il palato al vizio della gola; e così via discorrendo. Corrompe i magistrati, è rubatore di vedove e pupilli, opprime il popolo, favorisce coloro che lo eccitano a rubare il Comune. È pieno di sospetto e tiene spie per tutto; vuole che ognuno apparisca sciocco al suo cospetto e che sia suo schiavo; onde, dove è tiranno, non si può nè operare nè parlare liberamente. In questo modo il popolo diventa pusillanime, ogni virtù è spenta, ogni vizio esaltato. Ecco, o Firenze, quello che ti tocca se tu vuoi tiranno. Esso è causa di tutti i peccati che si commettono [392] nel popolo; onde sarà chiamato a renderne conto innanzi a Dio, e porterà la pena dei suoi e degli altrui falli. E tu cittadino che lo seguiti, tu non sei meno misero di lui. La tua lingua è schiava nel parlargli, i tuoi occhi nel guardarlo, la tua persona è sempre schiava di lui, la tua roba è sua; ti tocca delle bastonate e bisogna dire: gran mercè! Tu sei misero da ogni parte. E queste,» così concludeva il Savonarola, «sono le miserie del tiranno e di coloro che lo seguitano; le quali essi hanno a sopportare in questa vita, per aver, poi, nell’altra la dannazione eterna.»‍[453] Questa descrizione egli la svolgeva minutamente, esponendo passo a passo tutta la vita, tutte le passioni, tutte le oppressioni del tiranno. E questo ritratto spaventoso e terribile, fatto qualche volta con arte grandissima, veniva da lui presentato di continuo agli occhi del popolo, per concludere sempre: «Ecco, o Firenze, quello che tu vai cercando.»

In questa quaresima, il Savonarola volgeva il discorso ancora a quei fanciulli che sedevano in grandissimo numero sull’anfiteatro del Duomo. Raccomandava la carità e lo studio; voleva che niuno di loro ignorasse, almeno, i principii della grammatica; ed ai padri imponeva non risparmiassero per ciò nè spesa nè fatica. Raccomandava, del pari, che si guardassero dal vestir troppo presto l’abito ecclesiastico, e dava altri utili consigli.‍[454] Avvicinandosi, intanto, la Domenica delle Palme, ordinava per questi fanciulli una solenne ed assai utile processione. Erano allora stati eletti gli uffiziali del Monte di Pietà; ed il Savonarola che l’aveva tanto favorito, [393] volle che fosse dai fanciulli solennemente aperto.‍[455] Nella domenica delle Palme, adunque, fu sin dal mattino apparecchiato in chiesa un tabernacolo, su cui era dipinto Gesù Cristo quando entra in Gerusalemme sopra l’asinello. Venne più tardi il Savonarola, e fece a tutti i fanciulli riuniti una predica piena di buoni consigli, la quale concludeva così: «O Signore, dalla bocca di questi fanciulli verrà la tua vera laude. Li filosofi ti lodano per lume naturale, e costoro per lume soprannaturale; li filosofi per amor proprio, e costoro con semplicità; li filosofi con la lingua, e costoro con le opere.» Rivolgendosi poi a tutto il popolo, col Crocifisso in mano diceva: «Firenze, questo è il re dell’universo, questo vuole essere il tuo re. Lo vuoi tu?»‍[456] Al che, tutti ad alta voce e molti piangendo, rispondevano di sì; ed il Frate scendeva dal pergamo fra l’entusiasmo del popolo e il fremito degli Arrabbiati, che, sebbene si tenessero lontani e in disparte, non lo perdevano mai di vista. Il giorno, i fanciulli vestiti di bianco andavano col tabernacolo in processione, e, visitate le chiese, si fermarono in piazza a cantare una canzone di Girolamo Benivieni sulla futura felicità di Firenze.‍[457] Fatta poi una larga raccolta di limosine, le portarono agli ufficiali del Monte di Pietà, con questa processione solennemente aperto da quei fanciulli che, sotto la direzione del Savonarola, avevano lasciate le [394] feste carnascialesche per darsi alle opere di carità.‍[458]

Se, però, noi vogliamo eccettuare queste due occasioni in cui venne aperta la sala del Consiglio ed il Monte di Pietà, il Savonarola non fece, in tutta la quaresima, altre prediche che mirassero al pratico vantaggio del popolo fiorentino. Egli procedette oltre nel modo stesso che aveva cominciato; ed il giorno ottavo dopo la Pasqua, fece l’ultima predica di quel quaresimale, la quale ne era la conclusione, come la prima erane stata, per così dire, il programma. In esse trovansi raccolte tutte le idee principali che il Savonarola s’era proposto di esporre. Quell’ultimo giorno, infatti, egli di nuovo si sottomise esplicitamente all’autorità della Chiesa Romana, dicendo che essa starà ferma in eterno, e sarà dannato chiunque se ne vuol separare; riconosce l’autorità del papa in quelle parole del Vangelo: «Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e ciò che tu legherai in terra, sarà legato in cielo.» Ma dopo ciò, egli ripete di nuovo: «Noi, però, non siamo tenuti d’obbedire a tutti i comandi. Se essi vengono per false informazioni, non sono validi; se essi contrastano evidentemente alla legge di carità che è nel Vangelo, si deve resistere, come San Paolo resistette a San Pietro. Noi dobbiamo supporre che ciò non sia possibile; ma quando pur fosse, bisogna allora rispondere al superiore: tu erri, tu non sei Romana Chiesa, tu sei uomo e peccatore.» Appoggiava il Savonarola queste idee sull’autorità di molte citazioni, le dichiarava con molti esempi. «Se il mio superiore mi comanda di abbandonare la povertà, io resisto; se il tuo confessore ti comanda cosa che è contro a Dio, tu devi resistergli e condannarlo: quando la cosa è per sè evidente, non bisogna temere di nulla, ma seguire solo la [395] via del bene.» Quantunque, però, sostenute dall’autorità dei dottori, queste idee sembravano assai ardite, erano come un grido di guerra. Nè forse il Savonarola stesso le avrebbe esposte sul pergamo, se egli non si fosse convinto che la elezione di papa Alessandro era nulla,‍[459] e non avesse nudrito ferma speranza che il Concilio doveva presto venire a riordinare i mali della Chiesa, desolata da tanti osceni scandali, da tanti delitti, da tanto abbominio.

Venendo poi al caso particolare della sua disputa con Roma, ripeteva quel giorno: «Chi non sa che il breve è venuto per secondare i nemici miei e della repubblica, i quali spargono bugie e calunnie contro di me? Chi non sa che la mia partenza sarebbe non solo con pericolo grandissimo della mia vita, ma ancora con danno di questo popolo ed a rovina della libertà? Che il buon costume sarebbe abbandonato, che la religione anderebbe per terra? Questo, e non altro, vogliono i nostri nemici. Io, adunque, debbo credere che il Santo Padre sia stato ingannato dalle false accuse dei miei detrattori: obbedisco, piuttosto, a quella che debbo credere sua intenzione, e non voglio supporre che esso desideri la rovina di tutto un popolo.»

E quel giorno ancora annunziava al popolo la sua morte. — «Qual sarà la fine della guerra che tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico, invece, morire ed essere tagliato a pezzi. Ma ciò servirà solo a sempre più dilatare questa dottrina, la quale non viene da me, ma da Dio. Io non sono che strumento nella sua mano; onde sto deciso a combattere fino all’ultimo.» [396] Raccontò di avere, nella scorsa notte, avuta una visione, durante la quale parevagli di vedere un Crocifisso sorgere fra Roma e Gerusalemme. Da esso scorreva un fiume di sangue, in cui gl’infedeli mostravano grande desiderio di bagnarsi, mentre i cristiani andavano quasi renitenti. Quindi le tenebre ricoprivano la terra, pioveano fuochi, saette; e così via discorrendo. Da ciò, l’oratore pigliava argomento a fare un’altra di quelle animate ed eloquenti descrizioni dei flagelli d’Italia,‍[460] di cui tutto il quaresimale è pieno; e così concludeva.

In queste prediche vi sono davvero delle pagine che mostrano con grande evidenza, come in altre condizioni e con altri studi, il Savonarola sarebbe stato il più grande oratore italiano. V’è nelle sue parole un ardore, un fuoco d’una eloquenza tutta originale. Il suo linguaggio è affatto nuovo, e nel modo stesso che egli concepisce l’idea, ritrova anche una forma tutta propria; le sue immagini si presentano con forza e, quasi con violenza, dominano la immaginazione dell’uditorio. Se a ciò vogliamo, poi, aggiungere la forza del gesto e del suo accento, comprenderemo allora tutto il grande entusiasmo del popolo fiorentino. L’impressione che il Savonarola produsse in questa quaresima, fu superiore a quella di tutti gli altri anni; per tutto corse la fama di queste prediche; l’odio degli avversari giungeva al colmo; l’entusiasmo dei seguaci diveniva fanatismo; i principi d’Italia protestavano; il papa era pieno di feroce ira, e quasi gli pareva che il Vaticano tremasse sotto i fulmini di quella eloquenza. — Ma delle passioni che si destarono allora da ogni lato, noi discorreremo nel capitolo che segue.

[397]

CAPITOLO QUARTO. Scritti diversi intorno alla dottrina del Savonarola. Lettere che gl’indirizzano vari principi, e sue risposte. Colloquio del Papa coll’ambasciatore fiorentino. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica nelle feste sopra Rut e Michea.
[1496.]

Per ben comprendere quale e quanta fosse l’impressione prodotta dalle prediche del Savonarola, bisognerebbe leggere le lettere che si scrivevano in quei giorni a Firenze.‍[461] Sembra, davvero, che i Fiorentini non sapessero ragionare d’altro che del Frate, e che niuno di loro potesse più stare nei limiti del vero. Alcuni dicono ch’ei si fa beffe d’una scomunica già arrivata;‍[462] che tratta il papa peggio che turco, i principi d’Italia peggio che eretici: altri assicurano ch’egli vuol rivelare sul pergamo i peccati de’ suoi persecutori; che s’apparecchia a far nuove e più maravigliose profezie. Chi dice che esso è divenuto il tiranno di Firenze; e chi, invece, ch’egli fra poco ridurrà a mal partito i nemici della repubblica, se non li distrugge con qualche miracolo: ognuno si aspetta cose grandi e maravigliose. E così, esagerandosi da una parte per odio e mala fede, da un’altra per fanatismo ed affezione, gli animi si andavano sempre più esaltando, e le passioni ricevevano ogni giorno nuovo alimento.

Nello stesso tempo, cominciava ad uscire per le [398] stampe un numero così grande di strani opuscoli, che minacciavano, quasi, voler formare un nuovo genere di singolare letteratura. Da una parte, si esaltava insino alle stelle il nome del Frate; da un’altra, non si trovavano parole, accuse, contumelie bastevoli per denigrarlo. Invero, il merito letterario di quegli scritti non inviterebbe molto a discorrerne; ma pure ritraggono così bene i tempi e gli uomini, che dobbiamo fermarci a dirne qualche parola.

Uno dei più notevoli fra questi opuscoli, si chiamò Oraculum de novo sæculo:‍[463] fu scritto dal Nesi, discepolo assai riputato di Marsilio Ficino, e tutto pieno delle sue idee neoplatoniche. Il titolo stesso del libro dava subito a conoscer l’autore per un seguace del Savonarola: si discorre, infatti, d’una strana visione, in cui il Nesi, trasportato in un altro mondo, ragiona a lungo con le ombre di Enea e di Platone, il quale ci vien descritto come precursore del Cristianesimo. L’autore incontra, poi, il gran Pico della Mirandola, che, menandolo per le sfere celesti, gli mostra in esse un riscontro della dottrina del Savonarola; e mentre continuano questo celeste viaggio, il Pico esalta l’ingegno, il cuore, il carattere del Frate, e conclude dicendo: sed quid plura? Christi est in omnibus æmulator egregius.

Un predicatore in San Spirito attaccava la nuova dottrina, scagliava ogni giorno ingiurie contro al Savonarola, e lo sfidava ad entrare nel fuoco.‍[464] Questi, invece, lo disprezzava, [399] e non faceva alcun caso delle sue parole: ma ecco subito venire in risposta un opuscolo di messer Filippo Cioni, notaio fiorentino, che prendeva la difesa del Frate.‍[465] Un altro avversario, per poterlo vie meglio ferire, pensa di fingersi suo seguace, e stampa una lettera, nella quale, sotto forma di dubbi, ripete le solite accuse che si fanno contro al Savonarola: che egli, cioè, semina scandali nella Chiesa, disobbedisce a Roma, si chiama profeta, e via discorrendo.‍[466] Domenico Benivieni, fratello del poeta e autore d’un gran numero di scritti religiosi, smascherava subito la grossolana ipocrisia dell’anonimo con una sua Epistola: veniva, poi, con molti dialoghi e trattati a difendere la dottrina e le profezie del Savonarola.‍[467] In [400] essi faceva la storia della sua predicazione: descriveva lo stato di corruzione e d’incredulità, da cui il popolo fiorentino era stato liberato mercè la nuova dottrina: ne dimostrava la verità colla rettitudine della vita di tutti coloro che la seguivano, col suo perfetto accordo col Vangelo: enumerava finalmente le molte profezie del Frate, accennando così quelle che già s’erano verificate, come quelle che erano ancora in via di verificarsi.

E mentre questa discussione s’era animata, ecco venir fuori un tal frate Angelo anacoreta, che, dall’eremo di Vallombrosa, indirizzava per le stampe lettere ai governi d’Italia. Ai Signori e popolo di Firenze riconfermava le promesse fatte dal Savonarola; e, pretendendo ad una particolare ispirazione delle Sacre Carte, assicurava di aver trovato nell’Apocalisse predetta la discesa di Carlo VIII in Italia, ed il suo passaggio in Oriente [401] per ristabilirvi l’Impero Cristiano, diceva anche di avere scritto alle Chiese d’Affrica e di Asia, per annunziare questi prossimi eventi. Al Senato e Doge di Venezia mandava un’altra lettera, per disapprovare la loro politica e quella della Lega, che, opponendosi a Carlo, si opponeva alla volontà del Signore, che lo aveva eletto a questa impresa.‍[468]

Singolare veramente era questo frate, che dal suo eremo enumerava le forze del Turco e quelle di Francia, discorreva le probabilità e le conseguenze d’una guerra in Oriente. La politica era divenuta allora d’universale interesse, nè si trovava alcuno che non mulinasse nella mente i suoi piani e disegni dell’avvenire: gli uomini d’ogni partito avevano preso in mano la penna. Gli opuscoli politici, infatti, cominciavano ogni giorno a moltiplicare, e con essi gli Arrabbiati davano sfogo alle loro passioni, all’odio irrefrenabile che avevano contro al Savonarola; giacchè tentavano ogni via, non tralasciavano alcuna arme che potesse ferirlo. Tutti i giorni, gli Otto scoprivano nuovi attentati contro alla sua vita, e dovevano spesso mettere qualcuno alla fune; nè, a quanto dicevasi, mancarono dei casi in cui il delitto fu così presso a compiersi, che bisognò pronunziare la sentenza di morte.‍[469] Non perciò gli Arrabbiati si spaventavano, anzi procedevano oltre con uguale ardimento; e quando non potevano usare il ferro, si valevano della penna, come bisognava fare adesso che [402] il Frate si era, causa dei brevi di Roma, ritirato nel suo convento. Furono epistole in versi o in prosa, sonetti, canzoni, frottole; ogni forma di scritto in cui si potessero mettere assieme ingiurie contro di lui.

Un tale Girolamo Muzi scriveva una frottola, che incominciava così:

O popolo ingrato,

Tu ne vai preso alle grida,

E drieto a un guida

Piena d’ipocrisia...

Egli attaccava non solamente il Savonarola, ma, rivolgendosi contro ai magistrati, biasimava la loro condotta:

Che i ducati o marroni,

Le some dei capponi

Giovenchi, han sì gran forza,

Che rompono ogni scorza

Ch’è innanzi alla giustizia.

E procedeva oltre con tale insolenza, che venne dagli Otto privato per cinque anni di tutti gli uffici, e condannato a pagare 60 fiorini d’oro.‍[470]

Ma del linguaggio che tenevano allora gli Arrabbiati, ci darà forse più chiara idea, la Defensione contro all’Arca di Fra Girolamo, scritta da Francesco Altoviti.‍[471] L’autore dice di aver sofferto l’esilio ed ogni sorta di persecuzione dai tiranni, e di amare sopra ogni altra cosa la libertà, per difendere la quale scrive ora contro al Savonarola. «Egli pare,» così di lui discorre l’Altoviti, [403] «che sia tanto accecato e acceso nel vizio e nella monarchia della sua superbia, che siccome ha simulatamente detto che parlava con l’alto Iddio, così crede dovere tenere lo stato e l’arme come dittatore; per dare le sue leggi a questa città, e poi a tutto il mondo, come Moisè; e stringere e minacciare ogni pontificale potestà, che le debbi ricevere e pigliare per forza.» Lamenta che il Frate ha tolto le feste di San Giovanni, ha distrutto il carnevale ed ogni allegria in Firenze; e, non sapendo poi dire altro, continua così: «Egli vuol fare tiranno, e se qualche volta gli ha parlato contro, si è poi mitigato, perchè Piero gli è divenuto amico.» «E ora, non è dubbio alcuno che ove è Fra Girolamo, quivi è Piero de’ Medici; e chi vuole Fra Girolamo, vuole Piero de’ Medici. E però, volendo spegnere in tutto il nome del tiranno, bisogna spegnere il nome del Frate; perchè egli è padre del tiranno e luogotenente del tiranno;» e così via discorrendo. Si può egli immaginare nulla di più assurdo? Eppure, tale era ogni giorno il linguaggio degli Arrabbiati.

I Frateschi, invero, non sempre restavano tranquilli; ma qualche volta anch’essi davano sfogo alla loro bile, come si può vedere nei versi che seguono:

Voi ridete, e con sonetti

Dispregiate il divin verbo;

Ma spectate il duro nerbo

Che le spalle vi rassetti.

Su, mosconi, a scompigliare;

Scarafaggi, a vostra stalla;

Calabron che siete a galla,

Fate i vizi un po’ svegliare.

Ma sappiate che mai falla

La iustizia col supplicio....‍[472]

[404]

Questi scritti erano alle volte opuscoli, alle volte fogli volanti, che correvamo per le mani del popolo o si affiggevano alle cantonate; ma più spesso ancora, versi che venivano ripetuti e cantati per la città, e che Piagnoni ed Arrabbiati si scagliavano contro, quando s’incontravano per via. Se però vogliamo conoscere il carattere politico dei seguaci del Savonarola, non dobbiamo cercarne il ritratto in quegli scritti coi quali essi respingevano l’ingiuria coll’ingiuria. Noi dobbiamo, invece, cercarlo in quel numero assai maggiore di versi e di prose, nei quali viene esaltato il nome e la grandezza della patria fiorentina, nei quali essi propongono nuove leggi e nuove riforme, o discorrono l’indole di quelle che già sono in vigore.

E qui accenniamo alcuni brevi trattati Sul Cambio, Sul Monte Comune, e Sul Monte delle fanciulle; solo perchè sono indirizzati al Savonarola ed al suo convento da un Frà Santi Rucellai; e perchè, mentre discorrono d’alcune istituzioni importantissime nella repubblica fiorentina, ci dànno anche notizie utili a conoscere lo stato in cui erano allora le sue finanze.‍[473] Ma gli scritti [405] più importanti, quelli cioè che ci ritraggono al vivo i seguaci del Frate, uscirono dalla penna dei popolani, che, senza grammatica, scrivevano solo per uno spontaneo impulso e per una interna soddisfazione dell’animo loro. Uno di questi scritti, che potrà darci un saggio [406] di tutti gli altri, era intitolato: Riforma santa ha fatta Domenico Cecchi, per conservazione della città di Firenze. L’autore ci spiega la ragione del suo scrivere, in queste parole: «Per grande amore che io porto a questo popolo, mi sono messo colla mia fantasia a fare tale opera, e non ne posso fare altra; e dì e notte me ne pare essere sforzato, che ne potrei dire cose di miracolo me n’è avvenuto, ch’io stesso ne sto stupefatto.» Il Cecchi è un vero tipo dei popolani fanatizzati dalle prediche del Savonarola: la politica e la religione sono nella sua testa stranamente combinate; egli discorre, come se una forza superiore lo costringesse a consigliar la repubblica, ed è tutto pieno di entusiasmo, d’ingegno naturale e di amore alla libertà. Il suo scritto presenta un curioso misto d’ignoranza nei primi rudimenti dello scrivere e di singolare acume politico; i suoi suggerimenti manifestano un raro buon senso, e si direbbero fondati sopra una consumata esperienza delle cose di Stato. Egli propone che il Consiglio maggiore venga sciolto dall’incarico di provvedere ad un numero infinito di piccole faccende, le quali non solo tolgono il tempo alle cose di maggiore momento, ma disgustano molti dall’andare alle adunanze.‍[474] Discorre sulla Decima, e dimostra i grandissimi vantaggi d’avere un’imposta unica come quella; condanna gravemente gli arbitrii,‍[475] «imperò l’arbitrio,» [407] egli dice, «è quella cosa che sotterra questa città;» approva l’imposta sopra i beni ecclesiastici, e vorrebbe che si mettesse un limite alle doti, «perchè così non si disfarà un gentiluomo o un artefice a maritare una sua fanciulla.»‍[476] In questo scritto noi troviamo, per la prima volta, l’idea di creare quella milizia cittadina che fu più tardi istituita dal Machiavelli, e che difese tanto eroicamente la repubblica. Il Cecchi avvisava che si dovessero eleggere alcuni uffiziali, per educare al mestiere dell’armi tutti coloro che, nella città o contado, fossero atti a portarle. «E così, oltre il vantaggio che i danari delle paghe girerebbero fra i cittadini, sappiate che farà più frutto mille dei nostri uomini, che non fanno tremila forestieri. E queste leggi,» così egli concludeva, «faranno diventare buoni i cattivi, ed in Firenze viverà ognuno in felice stato. Porteranno anche in brieve tempo la riforma, l’unione e la pace per tutta Italia; chè verranno a imparare qui, perchè questa città è il pernio ed il cuore d’Italia.‍[477]

[408]

Noi concludiamo, finalmente, il ragguaglio di questa letteratura popolare, col mettere accanto alle parole del Cecchi, i versi d’un tale che firmavasi: Io Giovanni non sere nè messere, ma sarto fiorentino.‍[478] Egli nutre per la repubblica il medesimo entusiasmo che aveva il Cecchi, ha il medesimo zelo per la patria; e sebbene sia lungi dall’essere dotto, non cade così spesso nelle sgrammaticature e negli errori d’ortografia. In un sonetto condanna quelli che vogliono sempre impieghi, ma ricusano di servire la patria quando bisogna portare pericolo: esalta il nome di coloro che combattono al campo di Pisa. Volge, in un altro, i suoi rimproveri contro quei Bigi che ipocritamente si fingono Piagnoni; ma li avverte che non riusciranno nel loro intento:

O prete, o frate, o secolare strano,

Sia chi vuol, che non terrà la bocca

Al popol fiorentino alto e sovrano.

Che chi al popol vorrà porre il freno,

Cadere lo vedrò in un baleno.

. . . . . . . . . . . . . . .

In alcune ottave, loda l’amore alla patria e l’obbedienza al Consiglio Maggiore; in varie terzine, esalta la futura gloria di Firenze, biasima la politica del Moro, dei Veneziani e di tutta la Lega, minacciando ai Pisani una prossima rovina:

Però bisogna che il Pisano cali,

Co’ ferri a’ piedi giù nella sentina,

Po’ ch’è stato cagion di tanti mali.

[409]

E la famosa patria fiorentina

In alia stae come bel falcone,

E la Lega nïente lo domina;

. . . . . . . . . . . . . . .

Però non creda nessun sottoposto

Uscire delle branche al gran lione.

E chi lo ingannerà, tornerà tosto,

A suo dispetto, sotto il suo artiglio

Come Cristo superno ha ben disposto.‍[479]

Quando consideriamo questi scritti, ed i molti altri che andavano allora per le mani di tutti, noi vediamo subito la gran differenza che passa fra quelli degli Arrabbiati e dei Piagnoni. L’onestà e la buona fede è senza dubbio coi seguaci del Frate; i suoi avversari esagerano, calunniano, fingono, non credono a loro stessi. Se, poi, lasciati da parte gli scritti di questi ultimi, ci facciamo a considerare solamente i primi; noi li troveremo allora divisi in due ordini assai distinti: politici e religiosi. Grande è la distanza che corre fra di essi; non solamente per la diversità del soggetto, ma ancora per l’indole di chi li scrive, pel modo con cui sono dettati. È il popolo che ragiona di politica, sono i dotti che discorrono di religione: il primo è ignaro affatto delle lettere; i secondi conoscono greco e latino, la filosofia aristotelica e la platonica: nondimeno, se vogliamo considerare il valore dei loro scritti, la palma tocca senza dubbio ai popolani. Tutti questi opuscoli erano, infatti, un prodotto della vita politica e della vita religiosa. Or la prima di esse rendeva in Firenze l’immagine d’un albero piantato sopra un terreno fertile e nel suo clima naturale, che subito spande i suoi rami verdeggianti e rigogliosi; l’altra, invece, a cui il Savonarola aveva profuso [410] le sue cure più affettuose, sembrava una pianta che si trova in un terreno ingrato, e cresce solo a forza d’aiuti continui.

I Fiorentini furono un popolo essenzialmente politico; onde avevano subito ripresa l’antica loro indole, ed ora sembrava, quasi, che la repubblica non avesse mai cessato di esistere. Se noi vediamo che il popolo, sentendosi quasi profano, non piglia mai la penna per scrivere di religione; esso è, invece, occupato tutto il giorno a ragionare ed a scrivere di politica: gli manca l’ortografia e la grammatica, ma tanto più ingenuamente manifesta la sua indole; è sempre pieno di ardore, di vita e di spontanea originalità. Che se, poi, ci venisse domandato se, in questo ridestarsi dello spirito fiorentino, i dotti s’occupavano di politica e quale era il merito dei loro scritti; dovremmo allora rammentare, che il genio dei Machiavelli, Guicciardini e Giannotti incominciava a sorgere con questa repubblica, si spandeva al sole di questa libertà; e che essi furono, senza alcun dubbio, figli della rivoluzione del 94, di quella rivoluzione dal Frate iniziata. Noi troviamo, invero, la vita politica attiva e fiorente in ogni sua parte. Le nuove leggi e riforme si discutono con maravigliosa perizia, si vincono con facilità grandissima; sorge una gioventù novella, e gli uomini maturi paiono consumati al governo degli Stati. Nè meno felicemente procedevano le cose della guerra: Piero Capponi, che ne era l’anima, acquistava al campo di Pisa un nome sempre maggiore; e quello del valoroso Antonio Giacomini era già divenuto illustre: tutte le cose si conducevano in maniera da rendere onore ad ogni più agguerrita repubblica, non che ad una che aveva scosso appena il giogo d’una servitù di sessanta anni. E se di questo così gran vigore di libertà principale autore fu il Savonarola, che fondò la nuova repubblica; [411] egli l’aveva, quasi, ritrovata nell’indole stessa del popolo fiorentino, a cui subito era divenuta tutta naturale. Essa, infatti, sopravvive alla morte del Frate: spenta dalla forza di molti nemici, risorge più gloriosa: circondata di nuovo da eserciti potentissimi, deve cadere; ma la sua caduta è eroica, e la sua gloria rimane eterna.

Assai muta l’aspetto delle cose, quando si rivolge lo sguardo alla vita religiosa di questo popolo. Noi vi troviamo qualche cosa di effimero e di forzato, che non sapremmo definire; ma di cui ognuno s’avvede, quando legge le storie di quei tempi e gli scritti religiosi dei seguaci del Savonarola. Essi non sanno fare altro che riprodurre languidamente le idee del maestro, ripetere senza calore le sue parole. Dalla loro mente non esce mai un pensiero originale; dalla loro penna non cade mai una parola energica.‍[480] Questo popolo che si dice rinato alla religione, non ha saputo lasciare ai posteri nessun monumento della sua fede. Il Savonarola è il solo personaggio veramente e grandemente religioso; egli sembra il solo uomo reale, in mezzo ad un mondo mutabile di sogni che svaniscono. Non è già che grande non sia la riforma religiosa, non è già che universale non sia il miglioramento morale; ma questo popolo che corre così spontaneo alla libertà, ha bisogno, per mantenersi saldo nella fede, di udire ogni giorno le prediche del Frate. Quando egli si tace, risorgono subito i vizi e la miscredenza. Ognuno si avvede che a lui sopravvive la repubblica, ma non la religione fiorentina.

Sebbene il Savonarola volesse nasconderlo a sè [412] stesso, dovette pure più volte avvedersene. Moveva allora amari rimproveri contro quel popolo che tanto amava; minacciava la terribile ira del Signore, e diceva che le promesse felicità si sarebbero mutate in spaventosi flagelli. Ma aveva troppo bisogno di credere e sperare in quella moltitudine; ed il corso naturale delle cose era, d’altronde, così inevitabile, che trascinava fatalmente anche lui. Egli aveva cominciato a parlare di religione e di morale, ed i Fiorentini s’erano svegliati all’amore della libertà; li aveva allora secondati col consigliare e fondare la nuova repubblica, e subito divenne l’idolo della moltitudine: ma quando volle che la politica e la libertà servissero alla religione, i Fiorentini, invece, facevano servire la religione alla libertà. Ogni volta che il Frate perdeva affatto di mira la politica, l’attenzione dell’uditorio lo abbandonava; egli veniva, quindi, costretto a proclamare Gesù Cristo re di Firenze; a fare che la Vergine consigliasse sul pergamo la nuova costituzione, e che il Signore comandasse l’abolizione dei parlamenti. Doveva continuamente paragonare il nuovo governo a quello delle gerarchie angeliche, e i vari giorni della rivoluzione fiorentina alle sette giornate della creazione! In sostanza, il Savonarola che sembrava essere un uomo onnipotente sui Fiorentini, aveva trovato un ostacolo insuperabile nel loro indifferentismo religioso, il quale era la sola parte dell’opera dei Medici, che non gli potè mai riuscire di distruggere affatto. Quel popolo correva dal dubbio al fanatismo, e dal fanatismo ritornava al dubbio; senza che egli potesse mai renderlo veramente religioso, per quanto vi si fosse adoperato.

E questo è un fatto d’una importanza gravissima, che merita di essere seriamente considerato; perchè solamente esso potrà darci la chiave a comprendere lo [413] scioglimento inaspettato di questo singolare dramma della vita del Frate. Egli volle essere il rinnovatore della religione; ma il popolo fiorentino volle in lui adorare il fondatore della repubblica. Lo difendevano con tanto ardore contro al papa, perchè questi voleva portare i Medici a Firenze, perchè la causa del Frate era divenuta la causa della libertà. Ma il giorno in cui Alessandro Borgia, il quale non pensava egli stesso gran fatto alla religione, fosse riuscito a separare l’una cosa dall’altra; il Savonarola non avrebbe potuto più contare sullo stesso ardore, sul medesimo zelo; il terreno avrebbe tremato sotto ai suoi piedi!

Ma, per tornare finalmente al corso della interrotta narrazione, colle prediche sopra Amos e Zaccaria, la fama della nuova dottrina s’era sparsa in tutto il mondo. Molto se ne parlò in Oriente, dove il gran Sultano per leggere quelle prediche le faceva tradurre in turco.‍[481] Di Francia, di Germania e d’Inghilterra, venivano al Savonarola lettere di nuovi seguaci che la lettura dei suoi sermoni gli aveva acquistati.‍[482] E nel medesimo tempo, i principi italiani gli scrivevano, movendo contro di lui aspri lamenti giacchè ognuno d’essi, o per falsi rapporti o per avere poco tranquilla coscienza, si credeva personalmente preso di mira nelle prediche che egli faceva contro i vizi e contro i tiranni.

Principalissimo fra questi era Lodovico il Moro, che scriveva al Savonarola: «La sua vita essere tutta pura, tutta cristiana; onde non vedeva perchè dovesse, così di continuo, essere accusato da lui, al quale piuttosto si poteva far grave rimprovero del suo dire che non si [414] deve obbedire al papa.» Il Savonarola non lasciava questa lettera senza risposta, ma gli scriveva in data del 25 aprile, serbando il rispetto dovuto ad un principe, e tenendosi, nello stesso tempo, in una dignitosa riserva verso quell’uomo, cagione di tanti danni all’Italia, e così fiero nemico della repubblica. «Non è vero,» egli diceva, «che io abbia mai detto assolutamente che non si deve obbedire al papa; perchè questo sarebbe assai reprensibile, e contrario a quei sacri canoni, secondo i quali mi sono sempre governato. E così ancora, per darmi carico, è stato falsamente riportato che io ho sparlato di V. S. Io sono affezionato a tutti, e non debbo parlare di alcuno in particolare. Che se la V. S. è verso Dio di quello animo che dice, non deve fare altro che perseverare: nè in questo si può avere giudice migliore della propria coscienza.»‍[483]

Per le stesse ragioni e nel medesimo modo, doveva il Savonarola scrivere a Galeotto Pico, principe della Mirandola, che allora tiranneggiava crudelmente i suoi Stati, e credevasi, perciò, anch’egli preso di mira nelle prediche. Il Frate smentiva, di nuovo, queste accuse personali; ripeteva che il suo ufficio era solo di annunziare il flagello, e raccomandare ad ognuno di far penitenza.‍[484] Quel principe era fratello del famoso Pico della Mirandola, e padre dell’altro che fu biografo del Savonarola; ma per indole assai da loro diverso. La sua vita fu piena d’atroci crudeltà, ed egli tenne lungamente prigioni nel fondo d’una torre un fratello e la madre: onde il Savonarola, mutato dipoi linguaggio, gli scrisse, il 26 marzo 1496, una lettera assai minacciosa. «Io vi [415] conforto di convertirvi a Dio, vivere come è obbligato ogni buon cristiano, dolervi del passato e ridurvi alla pietà. Altrimenti, io vi annunzio che è sopra di voi imminente un gran flagello, e sarete flagellato nella roba, nella persona e nella casa vostra. Vi annunzio ancora; che della vostra vita ce n’è per poco; che, se non farete quel che vi dico, anderete nell’inferno; e questa lettera vi sarà presentata innanzi al tribunale di Dio, nè vi potrete scusare.»‍[485] Ed il giovane Pico a questo proposito osserva: «Mio padre si trovava allora in età virile, era nel fiore della salute e poteva promettersi una lunga vita: pure, dopo quella lettera veramente profetica, non sopravvisse che due anni; e d’allora in poi, la storia della nostra famiglia fu una lunga tragedia di sangue, della quale ancora non si vede la fine.»‍[486] L’infelice giovane, certamente, non previde che egli doveva essere una delle vittime più infelici di questa tragedia profetizzata dal Savonarola. La notte del 5 febbraio 1533, veniva trucidato per le mani del suo stesso nipote!

Ma di tutti gli sdegni principeschi, maggiore di gran lunga era quello del papa: esso faceva continui e minacciosi rimproveri all’ambasciatore fiorentino messer Ricciardo Becchi, lamentandosi non solo del Frate, ma più ancora della Signoria che gli aveva permesso di predicare. I Dieci scrivevano e riscrivevano in sua difesa, ma il papa ne veniva in sempre maggiore sdegno; onde, per calmarlo, si pensò mandargli ambasciatore straordinario Messer Niccolò Pandolfini, arcivescovo di Pistoia. Non appena egli fu giunto alla presenza del Borgia, che questi cominciò a biasimare aspramente i Fiorentini del loro tenersi sempre uniti alla Francia, e non volere entrar nella Lega santa per cacciare i barbari; ma procurare, [416] piuttosto, la rovina d’Italia. Veniva, poi, a parlare del Frate, e le sue parole erano brevi; ma rivelavano un odio cupo e profondo, un’ira assai male repressa. Cercava l’arcivescovo di scusare la repubblica nel miglior modo che poteva. Circa l’alleanza francese, egli adduceva la fede dei trattati, l’odio che i Veneziani ed il Moro avevano sempre manifestato verso la repubblica. Rispondendo poi alle cose del Frate, rammentava come la Sua Santità gli aveva, per mezzo d’un cardinale, concesso nuovamente il predicare; onde nè esso nè la Signoria avevano creduto d’incorrere in alcuna disobbedienza. Ed a questo, il papa interruppe bruscamente il discorso, dicendo: — «Ben, bene: di Frà Girolamo non ne parliamo ora; forse verrà tempo che ne parleremo assai meglio. Quanto al resto, voi non date che parole, e volete tenere il piè in due staffe.» — ‍[487] Così finiva quel primo colloquio.

Intanto, il papa radunava un concistoro di quattordici teologi domenicani, ai quali proponeva di esaminare la condotta e la dottrina del Savonarola; onde trovassero modo di condannare e punire con severità, non solamente lui, ma ancora i suoi seguaci. Fu singolare, però, il vedere come in tutta quella radunanza di teologi, la principale accusa che si movesse contro al Savonarola, fosse quella di essere suto cagione di tutto il male di Piero de’ Medici.‍[488] Prova indubitabile, se pure ve n’era bisogno, che si trattava d’un odio politico e non punto religioso. L’ambasciatore fiorentino messer [417] Ricciardo Becchi, non restava, in questo mezzo, ozioso; ma, aiutandosi del favore e delle raccomandazioni d’alcuni cardinali, correva per le case di tutti gli altri, cercando volgerli in favore della repubblica e adoperandosi a guadagnare tempo; giacchè, per ora, non si poteva fare altro.‍[489]

Il Savonarola, intanto, finita la quaresima, era andato a Prato e Pistoia, dove riveduto i suoi frati e riposato alquanto, tornava subito a Firenze.‍[490] Ivi si affrettava a pubblicare il suo trattato Della Semplicità della vita cristiana, il quale doveva essere una seria risposta alla corte di Roma; giacchè l’autore veniva, con una compiuta esposizione di tutta la dottrina cattolica, a smentire le accuse d’eretico e scismatico che gli volevano muovere. Il merito principale di questo trattato sta solo nell’aver dato un compendio chiaro, preciso, intelligibile ad ognuno, dei principali dommi cattolici. E, sebbene questo non sia che un pregio di forma e di esposizione, fa pure un grandissimo onore all’ingegno del Savonarola, l’aver, prima d’ogni altro, tentato di spogliare la teologia del soverchio apparato scolastico con cui molti la ingombrano ancora oggi; e di avere, in questo modo, cominciato a renderla intelligibile [418] a tutti. Noi dovremo più tardi notare questi medesimi pregi in un’opera di mole e d’importanza assai maggiore, di cui il presente trattato non essendo che un primo abbozzo, ci contenteremo discorrerne di volo.

L’autore lo pubblicò, quasi contemporaneamente, nell’originale latino e nella traduzione italiana, fatta da Girolamo Benivieni;‍[491] innanzi alla quale pose una prefazione, in cui dichiarava nuovamente di sottomettersi all’autorità della Chiesa Romana, e di scrivere e predicare solo «per combattere la miscredenza dei nostri tempi, nei quali si è raffreddata la carità e non apparisce più lume alcuno di buone opere.» Il primo libro di questo scritto è poi il solo che tratti propriamente della dottrina. Incomincia coll’insistere sulla necessità delle buone opere; viene, quindi, a descrivere la vita cristiana, e dice che il fondamento e la radice ne sta tutto nella grazia di Dio. Definisce la grazia, e conclude che a questa deve il cristiano tendere con tutto il suo animo; giacchè le buone opere senza di essa non acquistan valore. Nel medesimo libro si discorre a [419] lungo ancora di quella estasi divina che era un portato delle dottrine neoplatoniche, e che il Savonarola tanto predilesse. Egli conchiude, però, col dire, che sebbene in quello stato di estasi le buone opere sono quasi inutili, pure il cristiano non può mai giungere alla visione di Dio, senza aver prima esercitato lungamente la carità. Vien poi a discorrere delle cerimonie e dei sacrifizi; intorno ai quali ripete affatto la dottrina di san Tommaso. Si ferma a notare la differenza che passa fra i sacrifizi della legge mosaica e della cristiana; notando che i primi operavano solo come mezzo, ed a seconda della disposizione di chi li faceva; mentre i secondi infondono la grazia, anche per loro intrinseca virtù. In tal modo finisce il primo libro, che è la parte principale di questo trattato. Gli altri contengono piuttosto precetti di morale; discorrono a lungo della semplicità interna del cuore, della semplicità esterna negli atti, nel vestire, e via discorrendo; concludono con una descrizione della suprema felicità nella vera vita cristiana. Questo scritto venne letto avidissimamente, fu più volte ripubblicato,‍[492] e dovè, certo, avere gran [420] forza a combattere quell’accusa di eretico, sotto cui la corte di Roma voleva nascondere l’accusa politica.

Nel medesimo anno, il Savonarola pubblicava una esposizione del salmo Qui regis Israel; nella quale raccomandava al Signore che venisse a soccorrere il secolo caduto sì basso. «Ora è spenta,» egli diceva, «ogni religione, e si costuma: oggi in teatro, e domani nella cattedra episcopale; oggi in teatro, e domani canonico in coro; oggi soldato, e domani prete.» Nell’esporre il salmo, egli s’imbatte nella parola aper, e si ferma a notare le qualità di questo animale, per trovare ad ognuna di esse un corrispondente vizio nei preti de’ suoi tempi; e poi si rivolge di nuovo al Signore, esclamando: «mostraci finalmente la faccia tua, la tua luce, la tua verità.»‍[493] Tale fu sempre il Savonarola; sottomesso nel domma, ardito anzi audace nella disciplina: tale noi lo troveremo fino all’ultima ora della sua vita.

Nel mese di maggio, egli risaliva il pergamo a predicare nelle feste, sopra Rut e Michea. I suoi sermoni erano questa volta radi e lunghissimi; spesso si taceva più settimane o anche un mese, per tornare, poi, in Duomo a predicarvi molte ore di continuo. Così sperava [421] non dare al Borgia continua occasione di lamentarsi; e da un’altra parte, teneva nel popolo sempre viva la sua dottrina e l’amore alla libertà. — «Noi siamo ancora qua, e non siamo fuggiti come molti hanno detto. La prima cagione che ci ha spinto a venire, è lo sparlare di questi avversari; dipoi, vedevamo che, mancando l’acqua della predicazione, ogni cosa diveniva arida, e la brigata andava per terra: anche vi dirò il vero, che senza predicare io non posso vivere; e finalmente, io sono venuto per obbedire a Colui che è prelato dei prelati e papa dei papi.» Il Savonarola spiegava in queste prediche, come lo spirito del Signore, per mezzo dei Santi, discendesse nei prelati, onde diffondersi poi in tutto il popolo. «Ma ora,» egli diceva, «la corruzione del clero, la corruzione della Chiesa impedisce che lo spirito si diffonda fra i credenti. Non resta, dunque, che raccomandarsi a Dio perchè ci aiuti; perchè mandi il flagello che, correggendo la Chiesa, riaprirà la via ad una larga diffusione della grazia e dello spirito.» Il 23 maggio, egli Avocava la discesa dello Spirito Santo con parole così ardenti, così passionate, che facevano scoppiare l’uditorio in un pianto dirotto. E il giorno seguente, ripigliando lo stesso soggetto, diceva: «Come gli astri, congiungendosi, producono sopra la terra effetti diversi; così i prelati, che dovrebbero essere gli astri della Chiesa, producono nel popolo vizi o virtù, a seconda delle loro qualità buone o cattive. Quando essi sono corrotti, tutta la Chiesa e la cristianità intera è corrotta. I buoni si trovano allora in una terribile guerra; giacchè debbono obbedire, perchè ogni potestà superiore è da Dio; ma non debbono, poi, piegarsi ai comandi che sono contro la legge del Signore. Grande è, perciò, la tribolazione; grande è la guerra, quando i principi cristiani sono cattivi; maggiore assai è quando alla potestà [422] temporale si unisce ancora la spirituale. Allora l’angustia non si può comportare; ma pure bisogna tenersi sottomessi, perchè il Signore non vuole mutar chiavi. Costoro hanno doppia potenza, spirituale e temporale; e usano l’una e l’altra in difesa del male. Come, dunque, si può vivere bene? Ognuno par che ne abbia, invece, paura. Più felici assai erano i tempi degli Apostoli; chè essi, almeno, avevano a combattere un’autorità che non dovevano rispettare. Che s’ha dunque oggi a fare? Bisogna aspettare che venga il flagello.» Volgendosi poi ai sacerdoti, diceva. — «Io sono la porta, grida a voi il Signore; e chi non entra per questa porta, è ladro. — Tu, prelato, che compri i benefizi, sei ladro; tu, padre, chè li compri pe’ tuoi figliuoli, sei ladro. Non vendete le cose spirituali, vi dico io; voi le avete gratis, e datele anche voi gratis. Chi, dunque, vuol seguire l’invito che fa il Signore; chi si vuol vestire di semplicità e abbandonare ogni cosa per la Chiesa? — Oh prelati! Oh capi della Italia! Fatevi innanzi, volete voi questa donna? — Ecco, essi rispondono: Cedo jura propinquitatis; essi cedono i loro diritti, e non vogliono saperne altro. Siatemi, adunque, testimoni, che io li ho chiamati già sei anni continui; anzi Cristo li ha chiamati per mezzo mio, e non sono voluti venire, e hanno rinunziato ai loro diritti. — Scalzali, dunque, o Signore, dei beneficj loro, e togli loro ogni cosa. — Spada, spada, tu porrai rimedio a tutto. Io ti avviso, o Italia; io ti avviso, o Roma, che niuna cosa ti può salvare se non Cristo. Ancora non è venuto il tempo di mandare lo Spirito Santo; ma verrà il tempo suo; e allora, o Signore, tu sarai lodato in eterno.»‍[494]

[423]

Così finiva questa predica, e così continuavano, presso a poco, le altre che fece il Savonarola fino al 20 di agosto 1496. In quel giorno, noi lo troviamo nella sala del Consiglio maggiore, dove, a richiesta dei Signori, predicava a tutti i magistrati ed a tutti i principali cittadini quivi radunati. Il luogo lo richiamava alla politica; ed egli, facendo una generale esposizione della sua vita passata, prendeva occasione per respingere le tante accuse che contro di lui s’andavano spargendo. «A torto il clero si rammarica di me. Se io ho parlato contro i vizi, non ho offeso mai alcuno in particolare. Ma assai più grave è il torto dei cittadini che vanno gridando che io mi mescolo in tutte le faccende di Stato. Io non sono mai entrato nelle vostre faccende; io l’ho detto in pubblico ed in privato; io lo ripeto ora, in questo luogo, che tale non è il mio ufficio; e, quando io volessi impacciarmene, niuno dovrebbe prestarmi ascolto. Che se, poi, ho dato delle buone leggi per il bene del popolo e della sua libertà; se ho impedito le discordie, ho pacificato gli animi; ciò è stato in onore di Dio, e costoro vogliono lapidarmi d’una buona opera. Essi vanno gridando: — Il Frate vuole danari, il Frate ha intelligenze, il Frate vuole farsi tiranno, il Frate vuole cappello. — Io vi dico, che se così fosse, non avrei a quest’ora il mantello lacero. Io non voglio gloriarmi in altri che in te, Signor mio. Io non voglio nè mitre nè cappelli; io non voglio se non quello che tu hai dato ai Santi, la morte: un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero. Ma io vi dico, che se voi non provvedete a queste mormorazioni, un gran danno ne seguirà alla vostra città.» Dopo questa lunga introduzione, l’oratore volgeva il suo discorso a consigliare sul modo di mantener fermo il nuovo governo. E il suo avviso era [424] questo: che si dovesse dare nel Consiglio una piena libertà di discussione, una facoltà di dire tutto ciò che si volesse; ma fare nello stesso tempo una legge, che punisse severamente quelli che andavano sparlando di fuori. «Quando i cittadini sono congregati, e’ non si può dire bene, se non si dice tutto quello che l’uomo ha in animo. Lascia pur dire a ognuno quel ch’ei vuole. — O padre, v’è di molti ai quali non ci si può fidare. — Non ti curar di ciò. Lascia pur dire, perchè la vita loro li farà sempre conoscere. Ordinate che niuno possa, sotto grave pena, sparlare di ciò che si dice nel Consiglio. Se a te non piace ciò che dice quel tale, non dir già male di colui, ma vien su e rispondi: a me non piace questa ragione; e allegane una migliore. Ma se voi siete sfiduciati gli uni degli altri, e non fate che sparlare; allora non nasce altro che divisioni e discordie.»‍[495]

Questa predica, fatta nella sala del Consiglio Maggiore, alla presenza di tutti i magistrati riuniti, sembra quasi trasportarci due anni indietro, a quei giorni pieni di vita e di successo, nei quali il Frate fondava la nuova repubblica. Come mai i Fiorentini ardiscono sfidare a questo segno l’ira del Borgia; mettere in non cale i brevi e le minacce? Noi dobbiam credere che le condizioni della repubblica sieno assai mutate. Ed, invero, i nuovi avvenimenti d’Italia avevano fatto da ogni lato sorgere nuovi pericoli; onde tutti si rivolgevano, spaventati, a quel Frate che solo aveva saputo nei momenti difficili guidarla a salvezza. Ed egli, sebbene fosse stato già una volta con tanta ingratitudine pagato, ritornava a prestare la sua opera in difesa della patria; per esperimentare, come noi vedremo, una ingratitudine maggiore e più crudele.

[425]

CAPITOLO QUINTO. Strettezze della repubblica, e rovesci nella guerra contro Pisa. Morte di Piero Capponi. Minacce degli Alleati, che chiamano l’imperatore Massimiliano in Italia. Nuovi brevi del papa contro al Savonarola, e sue risposte. La repubblica assediata in Livorno dagl’Imperiali e dagli Alleati. Il Savonarola, intanto ritorna sul pergamo. Si scampa maravigliosamente da ogni pericolo.
[1496.]

I tumultuosi mutamenti degli anni passati avevano arrestato in Firenze il commercio e l’industria: le somme pagate al re di Francia e le spese della guerra erano state esorbitanti e continue: il credito pubblico era andato scemando in maniera, che chi aveva un luogo[496] di 100 fiorini sul Monte Comune, non poteva venderlo più di 10. Per due anni la Signoria aveva, quasi ogni mese, radunato il Consiglio per chiedere nuovi danari e mettere nuove imposte;‍[497] ma ora le finanze della repubblica e dei privati erano ad un tempo esauste. A tutto questo si aggiungeva anche la carestia; per il che le campagne erano crudelmente travagliate dalla fame, e i contadini venivano a branchi in Firenze, donde l’antica legge li cacciava come forestieri; ma la nuova carità li riceveva, invece, come fratelli. Si tenne lunga discussione su questo proposito; e vinse finalmente l’opinione dei seguaci del Frate, i quali aprirono le loro case per ricoverarvi quel maggiore numero che [426] potevano.‍[498] In questo modo, però, avanzava maggiormente la povertà; e i visi sparuti e stenti di quei contadini crescevano la generale tristezza, mentre che la peste già cominciava a portarne via qualcuno.‍[499]

Nè con minore avversità procedevano le cose al campo di Pisa, che, sprovvisto di danari e di vettovaglie, assottigliava ogni giorno di uomini. Più volte si ebbe il dolore di vedere qualcuno dei capitani assoldati passare al nemico per paga migliore; giacchè i Pisani ricevevano ora sempre nuovi soccorsi, per la gara venuta fra il Moro ed i Veneziani di tenere un piè fermo in quella città. E mentre che i Fiorentini vedevano il nemico di fronte a loro crescere ogni giorno di forza e di numero, si trovavano da altri nemici combattuti alle spalle. I contadini, che per due anni avevano visto le campagne desolate dalla guerra, ora che sopravveniva la carestia, erano per la fame divenuti furiosi; e assai spesso, levandosi a tumulto, correvano ad assalire il campo in tanto numero e con tale impeto, che bisognava colle armi combatterli più ore prima di poterli respingere.‍[500]

Profittando i Pisani d’un tale stato di cose, uscirono, sotto il comando di Gian Paolo Manfroni, ad un assalto generale contro il nemico. Combattèssi dall’una parte e dall’altra con valore; ma i Fiorentini dovettero lasciare tutti i castelli che avevano sul piano,‍[501] e ritirarsi alle colline. Verso la metà del settembre-, essi furono una seconda volta assaliti, e dovettero cedere anche le [427] colline; sicchè perderono, così, tutto quello che avevano acquistato. Ed ora, il nemico, spingendosi oltre con maggiore animo, mirava a tagliare la comunicazione fra Livorno e Firenze: cosa che, quando fosse riuscita, sarebbe stata l’ultima rovina della repubblica; giacchè solo per quella via potevano venire i soccorsi tanto necessari del grano.‍[502]

Ma fra le molte sventure, niuna pareva sì grande, niuna rattristò così universalmente gli animi, come la morte del prode e generoso cittadino Piero Capponi, seguita appunto in questi ultimi fatti, il giorno 25 di settembre 1496. Egli s’era messo ad assediare il castello dì Soiana, per riprenderlo al nemico; e siccome usava sempre far l’ufficio del soldato e del capitano, così, mentre che egli medesimo piantava le artiglierie sotto alle mura, venne da una palla nemica ferito e morto.‍[503] Il giorno innanzi, vedendo rompersi la maggiore delle due artiglierie, ne aveva preso sinistro augurio e si era predetta la morte; scrivendone a frate Salvestro Maruffi suo confessore, perchè lo raccomandasse a Dio.‍[504] È incredibile il terrore che la nuova di questo fatto sparse nella città e nel campo. I suoi soldati fuggirono, quasi spaventati, da Soiana, e ne abbandonarono per sempre l’assedio.‍[505] A Firenze, furon subito ordinate le esequie splendidissime a spese della Repubblica; e mai non s’era vista la morte d’un privato cittadino con tanto universale dolore compianta. Il suo corpo fu trasportato [428] per Arno in una barca funebre; lo deposero a Firenze, nella sua casa presso al ponte a Santa Trinità; e di quivi fu portato a Santo Spirito, ove lo accompagnarono tutti i magistrati e una moltitudine innumerevole di cittadini. La chiesa splendeva per un grandissimo numero di doppieri, e intorno ad essa v’erano quattro ordini di bandiere, nei quali le insegne dei magistrati erano alternate con quelle della famiglia. In sulla bara venne, con altissime lodi, celebrata la vita e compianta la morte del valoroso soldato e del gran cittadino, che andò poi a riposare nella tomba medesima, che il suo avolo Neri aveva fatta all’illustre bisavolo Gino Capponi.‍[506]

Ma ancora l’avversa fortuna non era stanca di opprimere la Repubblica. Gli Alleati, vedendo in quanti pericoli ella versasse, la stringevano da tutti i lati, per indurla a separarsi dall’amicizia di Francia, ed entrare in quella lega che essi chiamavano santa. Non parlavano più di Piero de’ Medici, sapendo l’odio grandissimo che v’era contro di lui; promettevano, invece, di mantenere il governo libero, e di aiutare a sottomettere Pisa: in contrario, però, minacciavano di venire alla guerra. Gli Arrabbiati favorivano queste pretensioni; ma il popolo universalmente le avversava, perchè sapeva bene quello non essere altro che un principio a mutare il governo,‍[507] e perchè giudicava non potersi fare alcuno assegnamento sulle parole della Lega, nella quale erano tante le volontà, che mai non si veniva a capo di [429] nulla. Il re Carlo, d’altronde, parlava nuovamente di tornare in Italia, e mostrava già apparecchiarsi all’impresa; onde fu deliberato di restar sempre fermi nell’amicizia di Francia.

Ma quella voce del ritorno dei Francesi, metteva nuovamente a soqquadro l’anima del Moro. Egli che si vantava d’essere il moderatore d’Italia, e che era, infatti, l’autore di tutti i disordini che vi seguivano; tremava ad ogni mutar di vento, e temeva sempre di perder la sua usurpata signoria. Eccolo, adunque, a meditar nuovi trattati e nuove alleanze, a chiamar nuovi stranieri. Esso era da qualche tempo in buona relazione coll’imperator Massimiliano, che aveva in moglie una sua nipote, e gli aveva concesso l’investitura del ducato di Milano qual feudo imperiale. Pensò, adunque, d’invitarlo a venire in Italia per pigliarvi la corona di ferro, stabilirvi l’autorità decaduta dell’impero, farsi arbitro nelle molte dissensioni dei vari Stati, e rimettervi l’ordine. Il nome dell’imperatore, egli pensava, avrebbe impedita la discesa dei Francesi; ed inoltre, trovandosi Massimiliano affatto sprovvisto d’uomini e danari, avrebbe dovuto stare alla discrezione di chi gliene forniva. E seppe il Moro così bene maneggiar la cosa, ch’egli potè invitarlo in nome di tutta la Lega, colla promessa di 40,000 ducati; dei quali 16,000 avrebbero pagato i Veneziani, altrettanti il Moro stesso, e 8000 il papa: nel caso, però, che l’imperatore fosse venuto con esercito capace di operar qualche effetto.‍[508]

[430]

Ma in questo mezzo, si seppe che il re Carlo aveva deposto ogni pensiero di tornare in Italia. Egli aspettava ben presto di essere nuovamente padre; e, tutto pieno di questa sperata felicità, abbandonava il pensiero d’Italia. Nel settembre nasceva, infatti, il Delfino; ma un mese dipoi moriva, lasciando il re oppresso da tanta tristezza, che egli non pensava neppure a soccorrere il piccolo resto de’ suoi soldati, che si trovavano nel regno di Napoli, sprovvisti di tutto, stretti da ogni lato, e vicini a cader nelle mani del nemico.‍[509] Fu vario l’effetto che queste nuove produssero in Italia. A Firenze, la morte del Delfino parve un altro avveramento delle profezie del Savonarola. La nuova, poi, che Carlo abbandonava il pensiero d’Italia, raffreddò subito gli alleati nell’invito fatto all’imperatore, e quasi ritiravano le loro promesse. Ma il Moro, sebben solo, restava fermo ne’ suoi propositi; anzi con più ardore spingeva l’imperatore a muoversi, avendo la speranza di poterlo maneggiare a suo arbitrio, ora ch’egli era solo ad aiutarlo. E mentre che Massimiliano si avvicinava, il papa, preso animo pel nuovo stato di cose, veniva, senza metter tempo in mezzo, a vie di fatto contro la repubblica. Le sue genti, unite a quelle dei Sanesi, erano sul ponte a Valiano e cercavano sforzare i confini fiorentini. Vennero, però, più volte respinte, e finalmente furono costrette darsi alla fuga e ricoverare in Montepulciano. Ma i Fiorentini, sebbene vittoriosi, s’erano per questi fatti trovati nella necessità d’indebolire il campo di Pisa; mentre esso era nelle tristi condizioni più sopra descritte, quando i movimenti dell’imperatore e del Moro facevano temere nuovi assalti da quel lato.‍[510] [431] L’imperatore, infatti, aveva già varcato le Alpi; ma egli veniva con sì piccolo numero di gente, che, quasi vergognando di sè stesso, evitava il passar per Milano, ove il duca gli aveva apparecchiato una grande accoglienza. Prese, invece, la via di Genova; e di quivi, il giorno 8 di ottobre, partiva con sei galee veneziane ed alcuni legni genovesi. Sbarcava alla Spezia, donde, per la via di terra, entrò in Pisa con 100 cavalli e 1,500 fanti. I Pisani lo accolsero con festa grandissima: corsero subito al ponte dell’Arno e gettarono nel fiume la statua del re Carlo, per mettervi invece quella dell’imperatore: lo alloggiarono splendidamente. Essi erano pieni di speranza, avevano uomini e danari, buoni capitani e molte vettovaglie; da ogni parte venivano sempre nuovi aiuti; ed ora che cercavano tirare in loro favore il nome e l’autorità dell’impero, pareva che anche in ciò volesse la fortuna secondarli.‍[511]

Ogni cosa riusciva, invece, avversa ai Fiorentini, che avevano contraria la fortuna e gli uomini: nondimeno fu mirabile l’energia colla quale seppero aiutarsi in quelle avversità. Essi non perderono l’animo; ma raccolsero uomini, danari, vettovaglie quante poterono; e mandarono ogni cosa al campo. Scrissero ai loro mercatanti in Francia, perchè aiutassero la patria colle loro private fortune; assoldassero uomini; mandassero grano; facessero, come buoni cittadini, ogni cosa che era in loro. Nè si stavano a questo; anzi, vedendo che Livorno era in quel momento divenuta la chiave del territorio toscano, e che ad esso i nemici avevano messo la mira, mandarono subito a fornirlo e fortificarlo così gagliardamente, che quasi non pare credibile come in tanta strettezza si potessero fare tanti provvedimenti.‍[512] Il primo pensiero [432] della Signoria, però, era già stato, come noi abbiam visto più sopra, quello di ricorrere al Frate; perchè venisse a mettere animo in quel popolo scoraggiato da tanti pericoli e da tanti nemici riuniti; in quel popolo che sembrava non essere più capace di nulla, senza l’aiuto delle sue prediche. Ed il Savonarola correva pronto e volenteroso all’opera; sebbene egli prevedesse che, in quel momento appunto, la corte di Roma avrebbe contro di lui cominciata una guerra assai più aspra e difficile.

Di tutti i nemici della repubblica, più fiero certamente era il papa. — Il Moro sarebbe stato contento di veder, per ora, trionfare gli Arrabbiati in Firenze; i Veneziani volevano acquistare qualche autorità in Pisa; ma il papa voleva, invece, distruggere assolutamente la repubblica, e rimettervi i Medici come suoi vassalli, per aprire, poi, la strada a’ suoi figli: e quando tutti gli alleati aspettavano la discesa dell’imperatore, egli solo, non sapendo frenare il suo impeto, s’era mosso colle proprie armi. Più d’ogni altra cosa era poi grande nel Borgia l’odio contro al Savonarola, di cui temeva assai il ritorno sul pergamo; perchè capiva che questo poteva ora mandare a vuoto tutte le speranze concepite per l’avvicinarsi dell’imperatore. Il popolo fiorentino, guidato nuovamente dal suo Frate, rianimato da quella voce, sarebbe forse divenuto capace di qualche eroica difesa. Decise, quindi, il Santo Padre di usare le minacce, le lusinghe, le promesse, ogni arte di cui era capace, per impedire che il Savonarola risalisse sul pergamo, ora che tutto il popolo e la Signoria stessa ne lo pregavano. Il breve che aprì questa nuova guerra, partiva da Roma il giorno 8 settembre; era indirizzato al convento di San Marco, e, simile a quello venuto nel settembre dello scorso anno [433] ai frati di Santa Croce, parlava del Savonarola come di un tal Frà Girolamo amico di novità, e seminatore di falsa dottrina.‍[513] «Egli,» così diceva il breve, «è venuto, per queste commutazioni delle cose d’Italia, in tanta insania, da far credere al popolo che è mandato da Dio e che parla con Dio; senza provarlo nè con miracoli nè con speciale testimonianza delle Sacre Scritture, come esigerebbero le canoniche leggi. Noi abbiamo dato prova di lunga pazienza, sperando che volesse pentirsi e rimediare ai suoi trascorsi, col sottomettersi a noi e desistere da quella scandalosa separazione dalla Congregazione Lombarda, che alcuni frati con ingannevoli arti avevano da noi estorta.» Si conchiudeva, poi, col rimettere tutta questa causa a Frà Sebastiano de Madiis, Vicario Generale della Congregazione Lombarda; imponendo al Savonarola di riconoscere la sua autorità, di recarsi tosto ove da lui gli venisse comandato, e in questo mezzo astenersi da qualunque predicazione pubblica o privata. Il convento di San Marco veniva unito alla Congregazione Lombarda; ed era ordinato, a Frà Domenico, Frà Salvestro e Frà Tommaso Bussino, di recarsi fra nove giorni a Bologna. Tutto ciò sotto pena di scomunica latæ sententiæ.

Il fine di questo breve era per sè stesso evidente: il Santo Padre voleva, innanzi tutto, far tacere il Frate; ma perchè ad ognuno diveniva oggimai palese, che [434] la guerra da lui mossa contro al Savonarola era una guerra tutta politica, e parte principale di quella che esso faceva alla repubblica; così, col rimettere la causa in altri, e col ridurla a una disputa di unione o separazione di conventi, esso cercava nasconderne il vero carattere e rendervi la repubblica indifferente. Una volta che la Congregazione di San Marco fosse sciolta, l’autorità del Savonarola cadeva; e se egli, obbedendo ai comandi del superiore di Lombardia, usciva dal territorio toscano, verrebbe subito nelle mani del Borgia.‍[514]

Il Savonarola, che capiva chiaramente tutto ciò, risolvette sin dal principio di non obbedire; ma, per non rendere la sua posizione più difficile coll’inasprire maggiormente l’animo del papa, mandò, il 29 settembre, una sua lunghissima risposta.‍[515] — Si doleva in essa, che i suoi nemici riuscissero ad ingannare il Santo Padre sopra cose che avevano avuto luogo alla presenza di tutto il popolo. «In quanto alla dottrina,» egli diceva, «io mi son sempre sottomesso alla Chiesa: in quanto [435] alla profezia, io non ho mai detto assolutamente di esser profeta, sebbene questa non sarebbe eresia; ma bene ho predetto varie cose, alcune delle quali si sono verificate, altre lo saranno col tempo. Noto è, d’altronde, a tutta Italia, come il flagello sia già cominciato, e come, solamente per mezzo delle mie parole, sia seguita la pace in Firenze; senza di che le sventure sarebbero state per tutti assai maggiori.» Così, procedendo oltre, egli rammentava al Santo Padre, che il breve della separazione non fu estorto da pochi frati, ma venne chiesto da tutti, e fu concesso dopo lunga discussione. «Il rimettere, poi, la nostra causa alla decisione del vicario lombardo, questo è un volere far giudice il nostro avversario; giacchè a tutti sono note le contese delle due congregazioni. Donde mai può nascere, Santissimo Padre, tutto ciò, se non dalle false accuse, dalle mendaci relazioni dei nemici di questa repubblica che io ho salvata da tanti pericoli, che ho ridotta alla vera religione e libertà, distruggendo le fazioni, correggendo i costumi ed introducendovi la pace? E d’altronde,» così continuava il Savonarola, appoggiandosi sull’autorità di molti dottori di Santa Chiesa, «ad ognuno è permesso passare da una regola ad un’altra più stretta e severa. Questo è quello che noi abbiamo fatto colla nostra separazione. L’unirci poi ai frati lombardi, sarebbe un crescere i rancori che sfortunatamente già esistono fra le due congregazioni, un dare occasione a nuove dissensioni e nuovi scandali. E finalmente, dicendo la Vostra Santità di volere questa unione, per evitare che altri cada nei miei errori; ed essendo ora chiarissimo che io non sono in questi errori caduto; cessando la causa, deve cessare l’effetto. Avendo, dunque, provate false tutte le accuse mosse contro di me, conceda Vostra Santità che io attenda una risposta alla mia difesa, ed un’assoluzione. [436] Io predico la dottrina dei Santi Dottori; in niente mi discosto da essi; e sono apparecchiato, ove avessi errato, non solo di correggermi, ma dichiararlo ancora e farne ammenda innanzi a tutto il popolo. Ed ora, ripeto di nuovo quel che ho sempre detto, che sottopongo me stesso e tutti i miei scritti alla correzione della Santa Romana Chiesa.» Nello stesso tempo, il Savonarola scrisse molte lettere che indirizzò ad amici di qualche autorità in Roma, ripetendo le medesime ragioni che adduceva al papa in favore della sua causa, e raccomandandola a tutti caldissimamente.

Alessandro VI, col suo occhio sagace e penetrante, comprese la difficoltà del caso, ed usò allora un’astuzia degna veramente dell’antico avvocato di Barcellona. Visto che il Frate era deciso a non sciogliere la sua congregazione ed a non partire di Firenze; visto che il momento era assai decisivo per la repubblica, onde la sola cosa che importasse al presente era di far sì che il Frate non predicasse; lasciò le minacce, e si volse alle lusinghe. Il 16 ottobre, partiva, quindi, un altro breve,‍[516] nel quale il Santo Padre, rispondendo alla lettera del Savonarola, rallegravasi come del ritorno d’una pecorella [437] smarrita. «Noi ti abbiamo,» così gli diceva, «in altre lettere manifestato il nostro dolore per questi sollevamenti fiorentini, di cui le tue prediche sono state precipua cagione; giacchè, in luogo di predicare contro i vizi e raccomandare l’unione, tu vai annunziando il futuro: cosa che potrebbe far nascere discordia in ogni popolo pacifico; massime, poi, nel fiorentino, ove sono tanti semi di discordie e fazioni. Per queste ragioni ti chiamammo appresso di noi; ma ora che, per le tue lettere e per mezzo di molti cardinali, sentiamo che sei apparecchiato all’obbedienza della Romana Chiesa, grandemente ci siamo rallegrati, persuadendoci che tu abbi errato piuttosto per soverchia semplicità, che per animo cattivo. Onde rispondiamo di nuovo alle tue lettere, e in virtù di santa obbedienza ti comandiamo che ti astenga da ogni sermone, non solo pubblico ma anche privato; acciò non possa dirsi che dalla predicazione ti sei ridotto ai conventicoli. E questo modo terrai insino a che potrai, più sicuramente e con decoro, venire alla presenza di noi, che ti riceveremo con paterno e lieto animo; o insino a quando avremo più maturamente deliberato qual modo tu debba tenere, e destinato una persona idonea a riordinar queste cose. E se, come non dubitiamo, tu vorrai obbedire, fin da ora sospendiamo tutti i brevi antecedenti, acciò tu possa, per ora, attendere tranquillamente alla tua spirituale salute.»

Dopo questo breve, il Savonarola trovavasi in una difficilissima condizione. Egli capiva bene, che tutta quella paterna dolcezza, non era altro che un’arte per chiudergli la bocca nel momento in cui la repubblica aveva maggiore bisogno di lui: era la solita astuzia del Borgia, che ormai tutti conoscevano. Le lettere dell’ambasciatore di Roma, infatti, facevano sapere che l’ira del Santo Padre era più che mai violenta; ch’egli voleva [438] assolutamente metter le mani sulla persona del Frate. Le armi dal papa mosse contro la repubblica; le istigazioni che faceva all’imperatore; il perfetto accordo che regnava fra lui e Piero de’ Medici, che s’era fermato a Roma, e di quivi cercava stendere nuove fila di congiure in Firenze;‍[517] tutto metteva fuori di dubbio, che il Borgia voleva, ora, far tacere il Savonarola, per poter meglio opprimere la repubblica; dopo di che gli sarebbe stato assai facile spegnerlo affatto. Nondimeno, in che modo poteva questi disobbedire ad un comando, in apparenza così giusto e benigno; ad un breve che gli offeriva generale perdono, a condizione solamente ch’ei si tacesse? Il disobbedire non sarebbe a molti sembrato un voler mettere scandalo nella Chiesa, un rendere impossibile ogni conciliazione? Sebbene, adunque, il Savonarola non fosse sordo alla voce della patria che lo chiamava; sebbene conoscesse in che gravi pericoli ella versasse, e fosse persuaso che la finta benignità del papa non era che astuzia; pure volle obbedire. Infatti, sin da che giunse il breve‍[518] dell’8 settembre, egli s’era taciuto, e continuava tuttavia nel suo proposito.

In una lettera che scrisse ad un amico, il 15 settembre di questo anno, manifestava chiaramente lo stato del suo animo. «È noto,» egli diceva, «a tutto il mondo, che le cose di cui vengo accusato sono false; e sarà d’una grande infamia a cotesti prelati ed a tutta la città di Roma. Io so bene che essi non [439] hanno ragione di procedere contro di me, chè anzi mi lapidano per una buona opera; ma io non li temo, nè temo la loro potenza, perchè basta la grazia di Dio e la pura coscienza. Conosco la radice di tutte queste insidie, e so che procedono dai perversi cittadini, i quali vogliono ristabilire la tirannide in Firenze, e vanno d’accordo con alcuni potentati d’Italia. Tutti costoro mi vorrebbero uccidere; onde ora non posso più camminare senza la guardia di gente armata. Nondimeno, se non potrò altrimenti soddisfare alla mia coscienza, io voglio obbedire, nè peccare anco venialmente.»‍[519]

Ma nel mentre egli si taceva, le cose della repubblica andavano di giorno in giorno rapidamente peggiorando. Gl’imperiali, accresciuti dai Milanesi e Veneziani, già stringevano d’assedio Livorno, in numero di 4000. Le navi venete tenevano il mare e chiudevano il porto, mentre un drappello delle loro genti era al ponte di Sacco, per impedire qualunque comunicazione fra Livorno ed il campo di Pisa. I Fiorentini, non pertanto, provvedevano ai loro stringenti bisogni con un coraggio degno dei loro antichi tempi. Mandavano al campo di Pisa Antonio Colligiani, perchè rimettesse disciplina nell’esercito disordinato dopo la morte del Capponi; e gli ordinavano di restringere le genti a Montopoli, per tenersi pronto ad accorrere dovunque [440] il bisogno ed i movimenti del nemico lo chiamassero. Bettino Ricasoli, assai reputato per la sua energia e capacità militare, comandava in Livorno; ed, ora, i Dieci della guerra vi mandavano altri trecento uomini d’arme, guidati dal conte Cecco, il quale, profittando della oscurità della notte e d’una pioggia dirotta, passava per mezzo dei nemici ed entrava in città. In questo modo si riusciva a fare più d’una onorevole sortita, nelle quali gl’imperiali vennero battuti. Ciò che, fra tante avversità, aiutava i Fiorentini, era non solamente la incapacità dell’imperatore nel dirigere la guerra, ma ancora il trovare egli nei Veneziani e nel Moro più ostacoli che aiuto. Essi volevano bene opprimere Firenze, ma non volevano però levare un altro potente in Italia: onde spingevano l’imperatore, e spinto, poi, lo arrestavano; tanto da fargli molestare il nemico, ma non soddisfare l’ambizione che aveva di segnalare la sua venuta in Italia con qualche gran fatto d’armi. Era, inoltre, sorta una nuova discordia fra i Veneziani ed il Moro, non volendo alcuno di essi permettere all’altro d’occupare Livorno, finita che fosse la guerra.

Per tutte questo ragioni, i Fiorentini avevano potuto durare sino ad ora, non solo senza cedere a tanti nemici e tanto più potenti di loro, ma anche, qualche volta, battendoli. Non si poteva, però, continuare più a lungo; giacchè quel che le armi nemiche non facevano, cominciava ora a farlo la fame. Ed a togliere ogni altra speranza, arrivava la nuova che gli sforzi fatti dai mercatanti fiorentini in Francia per soccorrere la patria, erano stati tutti invano. Essi aveano assoldato il conte d’Albigion con la sua gente; avevano assoldate molte navi e caricatele di grano comprato a loro spese: ma, in sul momento di partire, il conte s’era ricusato di [441] venire in Italia; e le navi, spaventate da un grosso temporale che avevano per via incontrato, s’erano parte tornate a Marsiglia, e parte, allargandosi sul mare, avevano preso diverso cammino, per speranza di maggiori guadagni. E quando pure fossero venute innanzi a Livorno, come mai potevano entrare nel porto, che era guardato dai Veneziani?‍[520]

A Firenze, perciò, lo squallore era cresciuto a un segno, che non si potrebbe con parole descrivere. Sul volto di ognuno si leggeva lo sgomento dell’avvenire, su quello dei popolani, poi, erano dipinti lo stento e i travagli della fame patita. I contadini, non di rado, si appoggiavano estenuati ai muriccioli delle vie, e vi morivano per mancanza d’alimento.‍[521] La peste ogni giorno faceva qualche progresso.‍[522] Pure, tanto lo spirito di parte può accecare gli uomini, che in questa universale miseria pareva che gli Arrabbiati ne trionfassero. Andavano ad alta voce gridando: «Ora, finalmente, siamo tutti chiari che al Frate ci ha ingannato. Ecco le felicità da lui promesse a Firenze.» E già parlavano di cedere; ardivano pubblicamente sparlare del nuovo governo, e dicevano ch’era venuta l’ora di mutarlo.

La Signoria, non sapendo più a quale partito appigliarsi, ricorreva agli uffici divini; ed ordinava che si facesse, con una solenne processione, entrare in Firenze quella miracolosa immagine della Madonna dell’Impruneta, [442] a cui il popolo fiorentino soleva sempre ricorrere nelle sue avversità. Ma la sola cosa che ad ognuno pareva potesse veramente confortare il popolo in tanta avversità, era la voce di quel Frate, che tutti vedevano ora, con dolore e con disapprovazione, tacersi. Onde la Signoria tornò di nuovo a lui, supplicandolo e quasi imponendogli che non mancasse al dovere verso la patria: non volesse permettere che quel popolo, il quale aveva in lui riposta tanta fiducia, restasse ora, fra tanti pericoli, in tanta miseria, senza il conforto, almeno, della sua parola.

Il Savonarola, che già da più tempo era crudelmente afflitto, nel vedere lo sgomento, lo squallore e la desolazione di quel popolo, non seppe resistere alle nuove istanze della Signoria; ed il giorno 28 di ottobre, ritornava finalmente sul pergamo. Quanto diverso dal solito era l’aspetto del suo uditorio! Su tutti i volti stava dipinto lo sgomento del presente, il terrore dell’avvenire. Ad ognuno pareva che fosse vicina la fine del governo popolare, che gli Arrabbiati dovessero ben presto trionfare, e che alla fame ed alla guerra dovessero succedere gli esilii e le condanne. Tutti gli occhi si volgevano, dunque, a lui, pieni d’incertezza e titubanza. Egli, come spesso faceva, cominciò quella predica in forma di dialogo. «Io non avrei dovuto parlare. Ma io vengo per obbedire alla Signoria, e per invitarvi un’altra volta alla penitenza. — Voi siete chiari? Ed io vi dico che sono chiaro io, e che ogni cosa da noi detta, fino ad un minimo iota, si deve verificare. Io sono chiaro che Iddio aggira il cervello d’Italia, e che molti saranno ingannati. Questo flagello pare una cosa, e sarà un’altra. — Tu sei chiaro? Di che cosa? Che sono vicine le tribolazioni? che tu combatti contro a Cristo? Sappi che il bene promesso a Firenze verrà, e che i cattivi avranno [443] l’inferno in questa vita e nell’altra. Siete adunque chiari, che se non mutate vita avrete guai? I vizi continuano sempre, o Firenze: si giuoca, si bestemmia; e in questo modo voi vi tirate addosso il flagello. Orsù, fate questa processione che sarà buona cosa; «e se voi ricorrete a Dio come si deve, io mi confido che si avrà qualche grande grazia, e che non dovremo avere paura di nessuno.»

«Ma tu poni sempre la tua speranza negli uomini, tu aspetti sempre soccorso da quel re che mai non viene, e che già è stato punito, come noi gli minacciammo;‍[523] ed io, invece, ti dico: maledictus homo qui confidit in homine. — Orsù, che dobbiamo noi dunque fare, o padre? — Prima di tutto, bisogna che ritorni a Dio; dipoi, che tu deponga il pensiero che già avevi fatto (di mutare governo e di arrenderti); che ti aiuti con ogni provvisione umana; che tu presti alla città tutto il danaro che tu puoi, e che tu lo presti gratis. Io vi dico finalmente: unitevi tutti insieme, e lasciate ogni dissensione. E se voi fate una vera unione, ascoltate bene le parole che vi dico: «Io voglio perdere la cappa, se non cacciamo ora li nostri nemici. Io dico che se voi fate questo, io voglio essere il primo ad uscire fuora contra di loro con uno crocifisso in mano, e faremo fuggire li nostri nemici insino in Pisa, ed ancora più là.» «Credi alle mie parole, o Firenze; rammentati quante lacrime versasti in questa chiesa il giorno 6 di novembre;‍[524] e, poi, fu fatta la rivoluzione quel medesimo giorno, e fosti libera. Rammentati [444] che io feci partire da Firenze il re Carlo; e quando egli ritornò da Napoli, corsi quasi a rotta al suo campo e lo minacciai, onde egli non fece alcun danno. Credi, dunque, alle mie parole; confida nel tuo Signore. Segua quel che si voglia, io non temo nulla, se voi tornate a Dio e state uniti e fate ogni provvisione umana.»

Volgendo poi, di nuovo, il suo discorso a coloro che mormoravano contro il nuovo governo, diceva: — «Ora io voglio dirti un’altra parola. Voi siete cittadini di tre sorta: prima, quelli che nel vecchio governo erano esuli e desideravano invano la patria. Or tu l’hai; sta cheto, adunque. Secondo, quelli che avevano il capestro alla gola. Ora voi avete sicurezza e libertà; state cheti, adunque. — Io non mi muovo, padre. — Non è già vero; voi tutti macchinate, e lo so ben io quello che voi volete. — Finalmente, vi sono quei cittadini che hanno magistrati in questa presente Repubblica; e questi non fanno giustizia, e la città è tutta piena di giuochi, di bestemmie, di lussuria, di sodomia e disunione. A questi io dico: se non fate giustizia, il flagello verrà sopra di voi. Io dico, finalmente, a tutti, e lo dico in verbo Domini: chiunque vuole tiranno capiterà male. Unitevi, adunque; fate questa processione, e sperate nel Signore.»‍[525] Così parlava il Savonarola quel giorno; ma, in verità, sino a che durava il pericolo imminente, quelle parole d’una fiducia tanto cieca davano agli Arrabbiati nuovo argomento di mettere in canzone il Frate ed i frateschi. Nondimeno, al [445] popolo era già un gran conforto che egli predicasse; e fino a tanto che la sua voce risonava sul pergamo, sembrava che Firenze non dovesse temere nuove sventure.

Il giorno trenta di ottobre, entrava in città la miracolosa immagine di S. M. dell’Impruneta; una moltitudine immensa l’accompagnava, e giammai i Fiorentini non avevano dimostrato una devozione più sincera. La gente procedeva mesta e silenziosa; le limosine erano larghissime; la tristezza stava dipinta su tutti i volti; e nella faccia del popolo minuto si vedevano i segni della fame già sopportata, il timore di stenti maggiori. La processione era giunta in Por Santa Maria, quando un messaggiero, entrato per la porta a San Frediano e passato di sul ponte alla Carraia, veniva lung’Arno correndo a cavallo, con un ramo d’ulivo in mano, per andare al Palazzo dei Signori. Ma, imbattutosi nella folla, si trovava da ogni parte circondato; ed afferrando il cavallo per la briglia, tutti domandavano le nuove di Livorno. Erano, finalmente, all’improvviso e quasi per incanto, arrivati da Marsiglia i tanto aspettati soccorsi di uomini e di grano. Le navi giungevano innanzi a Livorno, spinte da un vento così impetuoso di libeccio, che non s’erano appena viste sul mare, che già entravano nel porto; nè i Veneziani avevano potuto arrestarle, perchè dalla forza di que’ medesimi venti erano stati costretti a riparare sotto la Meloria. — Non si potrebbe mai con parole descrivere la sfrenata gioia del popolo. Il messaggiero veniva per tutto accompagnato con altissime grida; le sue parole ripetute di bocca in bocca, si amplificavano ed esageravano; la città era, quasi in un istante, tutta piena della lieta novella; le campane sonavano a festa; in tutte le chiese si rendevano pubbliche e solenni grazie del miracoloso aiuto. Invero, agli [446] Arrabbiati stessi pareva che il Signore avesse voluto salvar la repubblica dalla imminente rovina, e che il Savonarola fosse stato questa volta, senza dubbio, profeta. Il suo nome, la sua autorità ne crebbero a mille doppi; ed il popolo minuto andava ora gridando: «Le prediche del Frate ci hanno anche questa volta salvato.»‍[526]

Il soccorso non era, in verità, gran cosa. Delle genti dai mercatanti assoldate, non erano voluti partire che 600 uomini; e delle navi già pagate, una parte, quando furono in alto mare, presero diverso cammino per speranza di maggiori guadagni, ed invece naufragarono: onde si era poi sparsa la voce, che i soccorsi non sarebbero altrimenti venuti. E adesso non erano entrati nel porto che cinque navi e due galeoni, carichi d’uomini e di grano. Ma il modo ne era stato così inaspettato, il tempo così opportuno, che l’effetto ne fu grandissimo, non solo in Firenze, ma anche a Livorno, dove gli animi si riempirono di tanta speranza, che fatto, per allegrezza, fuoco con tutte le artiglierie, uscirono ad assalire i Pisani; e contemporaneamente andarono, dall’altra parte, a rinforzare la bastía del Ponte a Stagno, che già minacciava cadere nelle mani del nemico. Ivi trovarono gl’imperiali così spaventati dal gran rumore delle artiglierie, e dalla voce che aveva, anche fra loro, esagerato assai la forza degli aiuti arrivati; che li misero in fuga, con grande uccisione di gente, con guadagno non piccolo di prigionieri e cavalli.

Intanto, nel primo giorno di novembre, il Savonarola saliva di nuovo sul pergamo; e, pigliando occasione dalla inaspettata fortuna, esaltava la misericordia di Dio; inculcava il bisogno di tornare alla religione, correggere i vizi, fare continue orazioni, e non fidare in altri che nel Signore. Cercava ancora di moderare la soverchia [447] allegrezza del popolo. «Non bisogna lasciarsi vincere così facilmente dalla gioia e dal dolore; non bisogna abbandonare le provvisioni umane; bisogna più che mai provvedere alla guerra.» Il 2 novembre, giorno dei morti, fece un’altra predica, che ebbe grandissimo successo; e fu sull’arte del ben morire.‍[527] Diceva che il vero cristiano dovrebbe tener sempre presente l’idea della morte, e che una vera considerazione di essa condurrebbe ognuno alla buona vita. Con assai vivi colori descriveva lo stato dell’animo nostro in quell’ora suprema; faceva un’analisi ingegnosa e minuta di tutte le passioni che ci dànno assalto in quel momento di prova. «La morte,» egli diceva, «è il momento solenne della nostra vita: il diavolo ci dà allora la battaglia estrema. Egli è come se esso giocasse sempre a scacchi con l’uomo, ed aspettasse il momento della morte per dargli lo scacco matto. Chi lo vince in quel punto, vince la battaglia della vita. Noi, o fratelli, non viviamo in questo mondo, se non per imparare a ben morire.» Proponeva ad ognuno, di tenere al suo letto un quadro che gli rammentasse l’ora ed il pericolo della morte. Descrisse minutamente questi quadri fantastici, cui il popolo prestava un’attenzione grandissima, e che vennero nelle molte edizioni di quella predica incisi da Sandro Botticelli, e da altri principali artisti di quel secolo. Nè lasciava quel giorno di dare incoraggiamento al popolo, incitarlo a mantenersi unito e provvedere ai bisogni della patria. Dopo di che, tornava subito nel suo silenzio, dolendosi già d’aver dato al papa qualche pretesto di nuovi lamenti.

[448]

Infatti, quasi non era giunta a Roma la notizia dei soccorsi arrivati a Livorno e della prima predica del Frate, che un altro breve, in data del dì 7 novembre, veniva indirizzato a tutti i Domenicani di Toscana.‍[528] Ora non si trattava più di riunire San Marco alla Congregazione Lombarda; ma, invece, separarlo da essa, insieme con tutti i conventi di Toscana e di Roma, per fondare una nuova Congregazione Tosco-Romana, con un vicario suo proprio; il quale verrebbe, secondo gli statuti domenicani, eletto ogni due anni dai vari priori della nuova Congregazione, senza però derogare con ciò all’autorità del vicario generale di Roma. Pel primo biennio, il papa stesso nominava come nuovo vicario il cardinale di Napoli, stato sempre amico di San Marco e del Savonarola. Così il Borgia, ripigliando di nuovo la quistione dei Conventi, cercava destramente evitare tutte le obbiezioni che il Savonarola aveva fatte nella sua lettera. Non rimetteva la sua causa al vicario lombardo; non riuniva due congregazioni fra loro nemiche; sceglieva egli stesso un vicario stato sempre amico di San Marco; e finalmente, così diceva il breve istesso, si dava opportunità di allargare la nuova riforma a tutta Toscana ed allo Stato romano.‍[529] Ma questa non era che [449] l’apparenza: la sostanza delle cose era, invece, assai diversa. Una volta sottoposto il Savonarola all’autorità del nuovo vicario che dipendeva sempre dal generale dell’ordine in Roma; egli avrebbe perduta quella sua indipendenza, per cui tanto aveva bramata la separazione dai frati lombardi; quell’imperio sopra i suoi frati, che gli dava tanta autorità in Firenze; e poteva d’ora in ora essere obbligato a partire per qualche altro convento: il che, in fondo, era sempre la mira del papa. Inoltre, egli vedeva assai chiaro, che nella nuova Congregazione, il convento di San Marco, stretto in mezzo ad una moltitudine d’altri conventi quasi tutti gelosi o nemici, ben lungi dal potere in essi infondere la sua riforma, ne sarebbe stato invece assai facilmente oppresso.

Per tutte queste ragioni, in luogo di obbedire, il Savonarola prese nuovamente in mano la penna, e scrisse la sua Apologia della Congregazione di San Marco; nella quale, non più rispondendo al papa, ma dirigendosi invece al pubblico, assumeva un linguaggio assai franco ed ardito. «Io non mi fermerò,» così egli diceva, «a confutare le accuse che mi vengono fatte circa la dottrina; perchè già vi ho tante volte risposto, e perchè mi apparecchio a combatterle tutte nella mia opera del Trionfo della Croce, che verrà ben presto alla luce. Ma io rispondo al comando che ora mi è fatto di riunirmi alla nuova Congregazione. Ed innanzi ogni altro, questo non dipende solo dalla mia autorità, ma dall’arbitrio ancora di 250 frati, i quali tutti hanno scritto al papa in contrario; ed io non posso nè voglio contrastare al [450] loro proposito, che mi par giusto ed onesto.» E qui veniva adducendo le sue ragioni, per dimostrare come quella unione avrebbe corrotta e rilasciata la severità della regola di San Marco, con danno gravissimo di tutti loro; ma specialmente dei giovani che formavano, ora, la massima parte di quel convento. «Se gli altri frati non hanno bisogno di riformarsi, perchè unirsi a noi? Se poi si uniscono per essere da noi riformati, noi abbiamo già tanti giovani inesperti che a fatica bastiamo ad ammaestrarli: l’unirsi, adunque, non sarebbe altro che disordine e confusione per tutti; ma per noi specialmente.» Rammentava i deplorabili odii de’ vari conventi; il pericolo della vita che egli aveva, per questa ragione, corso a Pisa ed a Siena. E dopo ciò concludeva: «Questa unione adunque, è impossibile, irragionevole, dannosa; e i frati di San Marco non debbono esservi obbligati, perchè i superiori non possono comandare contro alla costituzione dell’ordine, contro alla carità ed al bene delle nostre anime. Bisogna, dunque, supporre che essi vengano da false informazioni ingannati; e resistere, intanto, ad un comando che è contrario alla carità; non lasciarsi atterrire da minacce o scomuniche, ma piuttosto esporsi alla morte, che sottomettersi a quel che sarebbe veleno e perdizione delle anime. Quando la coscienza ripugna al comando ricevuto dai superiori, bisogna prima resistere ed umilmente correggere: il che noi abbiamo già fatto: ma se ciò non basta bisogna allora far come San Paolo, qui coram omnibus restitit in faciem Petri.» Ed in questo modo, dopo un’assai breve tregua, il Savonarola si trovava di nuovo in aperta guerra col papa.‍[530]

[451]

Intanto, dopo quel primo successo degl’inaspettati aiuti, peggioravano di nuovo le cose di Livorno; e se non fosse stato la continua gelosia fra il Moro ed i Veneziani, già sarebbe da un pezzo venuta la fine dell’assedio. Ma parve che la Provvidenza volesse una seconda volta venire in soccorso dei Fiorentini. Quei medesimi venti di libeccio che, nella fine dell’ottobre passato, avevano condotto in Livorno le navi venute da Marsiglia; cominciarono, verso il 15 di novembre, ad imperversare di nuovo così furiosamente, che batterono a terra tutta l’armata veneziana. La Capitana urtò di fianco sulla rôcca Nuova, dove naufragarono gli uomini e le artiglierie; ed a fatica potè salvarsi l’imperatore stesso, che vi era sopra. Altre due navi corsero la medesima sorte: il resto fu ridotto in istato tale, da non poter più servire. Tutti i naufraghi, per salvare la vita, s’arrendevano; onde fu grande il numero di prigionieri che si fece quel giorno a Livorno; e molti, in poche ore, arricchirono della preda.‍[531] L’imperatore stanco, finalmente, di combattere, come egli stesso diceva, «contro a Dio e contro agli uomini,» abbandonò con poco onore quella impresa, che con tanto poca riflessione aveva cominciata e condotta.‍[532] Nè di questa subita risoluzione volle renderne ragione alcuna, o anche parlarne, fino a che non fu giunto in Lombardia; dove amaramente si dolse della condotta del duca e dei Veneziani. E parve che fino all’ultimo la fortuna volesse essergli nemica; giacchè, essendosi, nella ritirata, una buona mano de’ suoi Tedeschi uniti ad un numero di Pisani per assalire il castello di Lari, il commissario fiorentino, Alessandro degli Alessandri, li fece prima scendere nei fossati, e poi, colle [452] artiglierie, ne ammazzò la più parte. Così, fra l’ottobre ed il novembre, l’avversa fortuna dei Fiorentini si mutava in prospera; ed essi erano, quasi per miracolo, liberati da ogni più urgente pericolo.

Il 26 novembre, il Savonarola, ritornando sul pergamo, rammentava ai suoi uditori, i pericoli per cui erano passati, lo scoramento a cui s’erano abbandonati, la misericordia infinita con cui erano stati salvati; e raccomandava a tutti di ringraziare il Signore con vera e viva riconoscenza. Continuava, poi, facendo di nuovo, la storia e l’elogio del governo popolare; paragonava, un’altra volta, i vari gradi della sua formazione alle sette giornate della creazione; confermava il lume profetico; e prometteva di tornare a predicare nel prossimo avvento.

Ed infatti ritornò, allora, e fece le prime otto prediche sopra Ezechielle; nelle quali si vede come egli avesse perduto ogni speranza di tregua o di riconciliazione col Borgia. «O Signore, io ti domando la via delle avversità. Io questa mattina ricomincio a predicare, solo per ripetere quello che ho detto infino a qui, e confermarlo di nuovo; e voglio metterci anche la vita.... Se io mi ridicessi,» così continuava, rivolgendosi al popolo, «di che questo frate contraddice a Dio, e che io mento per la gola; e lápidami e mandami fuor di questo pergamo.» Ritornava sul suo lume profetico; riconfermava i vicini flagelli, «i quali saranno tanto maggiori, quanto meno il popolo si manterrà fedele alla religione ed alla libertà.»‍[533]

Il più importante di questi otto sermoni fu il sesto, [453] che fece il giorno 13 dicembre, a richiesta speciale dei Signori che assistevano in Duomo. Dopo la introduzione, che allora soleva fare quasi ogni giorno, sulla misericordia e bontà del Signore; venne ad enumerare le benedizioni ch’Esso aveva mandato a Firenze. «Questa è la tua città; tu l’hai eletta, o Signore, e l’hai benedetta; tu l’hai illuminata del ben vivere; hai infuso la fede e il lume tuo nell’anima di questo popolo. Dopo le benedizioni spirituali, tu gli hai voluto dare ancora le temporali;» «e la prima e maggiore di tutte è la libertà che gli hai restituita. Questa è una massima benedizione; quia non bene pro toto libertas venditur auro. Prima gli bisognava fare a modo di uno: ora non è così legato. Colui diceva: fa male, e bisognava farlo. Diceva quell’altro: marita la tua figliuola a colui, e bisognava dargliela: disfà quel parentado, e bisognava disfarlo: dà qui quei danari, e bisognava darli. Aveva questo popolo tuo delle bastonate, e bisognava avere pazienza.» Continuando in questo modo, il Savonarola fece tutta la storia della liberazione di Firenze, incominciando dalla cacciata di Piero de’ Medici insino alla partenza dell’imperatore, per dimostrare di nuovo la bontà del Signore verso quel popolo. Si rivolgeva, quindi, ad incitarlo al ben fare; e rimproverava la freddezza con cui ognuno continuava d’andare tutti i giorni alla predica, senza mai mettere in pratica le cose udite. «Predica a costoro quanto tu vuoi; essi hanno fatta una consuetudine di bene udire, e un’altra di male operare. Hanno fatto natura di questa consuetudine, e vanno in sul corso dell’udire senza operare. E così è difficile a voltare questo corso, come è difficile a voltare il corso delle acque. Tu hai fatto consuetudine di questo udire sempre: fate giustizia, fate giustizia. Tu diventerai cornacchia di campanile, la quale al primo [454] suono della campana ch’ella sente, ha paura e spaventasi; ma, poi, quando ella ha cominciato a fare consuetudine, tu puoi sonare quanto tu vuoi, che sta in sulla campana e non si muove.»

Rimproverò al popolo la sua ingratitudine verso Dio, «che vi ha dato una libertà, che voi cercate sempre guastare col continuo mormorare e sparlare, colle congiure continue che si ordiscono dentro e fuori della città. Ingrato popolo! Iddio t’ha dato questo Consiglio grande, e tu cerchi guastarlo col mettervi dentro i nemici della patria. Questa non è stata già la mia intenzione. In sul cominciare, io permisi bene ad ognuno di entrarvi, perchè la libertà era allora sul principio e bisognava esperimentare; ma non lo feci già per dar luogo ai cattivi, come ora è seguíto. Magnifici Signori, io vi dico che bisogna tenere l’occhio a questo Consiglio, e andarlo limando e racconciando, e vedere se molti che vi sono è bene che vi sieno. Bisogna restare in sul numero grande; ma bisogna restringerlo solo per cacciarne i nemici della patria. Non approvo, però, quelli che vorrebbero astenersi dal votare sino a che non sia fatta questa nuova riforma; e molto meno approvo quelli che vorrebbero rimettere alla sorte le elezioni dei magistrati. Questo è contro alla libertà, vi dico io.» «Tu sei un cristianaccio! Va, leggi la istoria che scrisse Lionardo d’Arezzo, dove e’ dice che andò sempre bene la città mentre che si resse senza sorte; e che poi quella sorte fu trovata da gente ambiziosa. E se ne trova sempre di questi cattivi, che vanno sibilando simili cose nelli orecchi. Questi sono quelli che fanno i conventicoli contro la tua città, dentro e di fuori, con preti e con frati; e fanno quelle belle cene e desinari. E il parlar loro va sempre in su il frate; e quivi si mangia pane e frate, carne e frate, vino e frate.» «Provvedi, o Firenze, [455] a questi conventicoli, i quali non cercano altro che la rovina della tua libertà. Questo povero fraticello è solo a combattere contro a tutto il mondo. Orsù, quanto a me, io vi dico: chiamate dottori, prelati e chi volete; io sono pronto a combattere contro tutti. Io vi annunzio che nella religione di san Domenico non vi è stato mai alcun eretico; ma bensì molti che hanno fatto grandi riforme in Italia. E voi dovete rammentarvi del Cardinale Latino, di Angelo Acciaioli e di sant’Antonino. Così deve seguire adesso; ma bisogna, innanzi tutto, fare giustizia ed essere severi. A voi, o Signori, tocca provvedere: fatevi una scorta di uomini armati e mettete mano alla spada: se questo non basta, chiamate il popolo e fatevi terribili. Quei Magistrati che non puniscono i delitti, abbiano la pena del reo.» «Giustizia, adunque, magnifici Signori; giustizia, signori Otto; giustizia, magistrati di Firenze; giustizia, uomini e donne; ognuno gridi giustizia.»‍[534]

E in questo modo si chiudeva l’anno 1496. La repubblica fiorentina era maravigliosamente uscita da un numero infinito di pericoli; il nome e l’autorità del Savonarola erano tornati in alto; il partito popolare era una seconda volta padrone assoluto del campo. Ma, nel medesimo tempo, s’era inasprita la lotta con Roma; e l’odio del papa contro al Frate e contro al governo da lui creato, sembrava essere divenuto inestinguibile. S’erano, inoltre, nel seno stesso della repubblica scoperti tanti nemici, tanti e così continui maneggi degli Arrabbiati e dei Bigi; che il Savonarola stesso credeva essere indispensabile non solamente l’usare molta severità, ma ancora il restringere un poco la forma del Consiglio maggiore, per non mettere il governo della [456] repubblica nelle mani di coloro che altro pensiero non avevano, se non quello di distruggerla; nè ad altro scopo si valevano della indulgenza verso di loro sino ad ora usata, che a più sicuramente cospirare contro la libertà della patria.

[457]

CAPITOLO SESTO. Francesco Valori, eletto Gonfaloniere, propone delle nuove leggi. Si celebra il carnevale col bruciamento delle vanità. I Frati di San Marco comprano la libreria dei Medici. Idee del Savonarola intorno al bello; sua difesa della poesia; suoi componimenti poetici.
[1497.]

Nel gennaio e febbraio 97, avendo gli avvenimenti dell’anno passato rimesso in favore il partito popolare, veniva eletto Gonfaloniere di giustizia Francesco Valori, con una Signoria tutta a lui devotissima. Se egli fosse stato d’animo più temperato e di passioni meno ardenti, era forse venuto il momento di mettere un freno agli Arrabbiati ed ai Bigi. Ma il Valori che si lasciò sempre trascinare dal suo impeto, non volle questa volta prestare alcun ascolto alle parole del Savonarola, che suggeriva di restringere un poco il Consiglio Maggiore, per escluderne quelli che cospiravano contro alla repubblica; e volle invece allargarlo. Fece, quindi, vincere una nuova legge, la quale decretava, che per entrare nel Consiglio Maggiore, in luogo di trenta anni, bastasse averne ventiquattro. Il suo fine era di assicurare la repubblica, col renderne il popolo sempre più largamente ed assolutamente signore; ma l’effetto seguiva assai contrario ai suoi desiderii, giacchè questa legge apriva il Consiglio alla gioventù scorretta e tumultuosa degli Arrabbiati, la quale era quella che più di tutti odiava il Savonarola, il nuovo governo e il nuovo vivere da lui introdotto. Proibiti i balli e le feste, distrutto il carnevale, la vita avea per essi perduto ogni scopo; onde s’erano fatti autori principali di tutte le insidie dirette contro al Frate. E per meglio operare di concerto, s’erano uniti in una compagnia sotto il comando [458] di messer Dolfo Spini: andavano armati, attaccavano brighe, commettevano atti violenti; onde il popolo li chiamava i Compagnacci. La nuova legge, aprendo ad essi il Consiglio, poneva nelle loro mani un’arme potentissima, di cui seppero subito profittare, con grave danno della repubblica.‍[535]

Nè il Valori sembrava accorgersi di questi pericoli; perchè, verso quel tempo medesimo, noi troviamo proposta dalla Signoria un’altra legge ugualmente improvvida. Le davano il nome di Decima scalata, ed altro non era, se non quella che noi chiamiamo oggi imposta progressiva. Essa trovava naturalmente una grave opposizione in tutti gli uomini di qualche fortuna; ma il partito popolare la favoriva con una grandissima insistenza. Si riscaldarono, quindi, le passioni, cercandosi dall’una parte e dall’altra argomenti per favorirla o disfavorirla; ed è singolare il vedere, come allora si portassero quelle ragioni e si facessero quei discorsi medesimi che, dopo quattro secoli, noi abbiamo udito ripetere ai nostri giorni.‍[536] Affermava il partito popolare: «Che la uguaglianza delle imposte consiste nello scommodare tutti ugualmente: al che neanche la nuova legge provvedeva abbastanza; perchè [459] se una decima sola strema il povero nelle cose necessarie, due o anche tre decime non restringono al ricco che le cose superflue.‍[537] «Questo nostro paese,» essi dicevano «è come una pezza di panno che fosse capace a darci mantelli ragionevoli per tutti; ma è si male partito, che ci è tale che ha un mantello in cui si ravvolge tre volte dentro, e strascica due braccia di coda per terra; e ci è tale a cui non ne resta tanto che basti pure ad un pitocco.» E poi concludevano scagliandosi contro i ricchi, e le spese superflue, e i danni che queste recano alle città. Rispondevano, dall’altra parte, gli uomini più moderati: «La eguaglianza vuole che niun cittadino possa opprimere l’altro, e che tutti gli uomini sieno ugualmente sottoposti alle leggi: ma il dire che tutti debbano essere pari in ogni cosa, sarebbe un’intenderla ad occhi chiusi, e come un voler mettere tutte le abitazioni d’una casa in un medesimo piano, e far nascere un caos tale, da rovinarvi sotto un mondo, non che una città. Non vedete come voi con queste leggi improvvide seminate discordie, fate nascere disordini, aprite le porte a Piero de’ Medici?» — Sia che queste ragioni persuadessero la Signoria a ritirare la legge, sia che la votazione le risultasse contraria, certo è che non si potè vincere la Decima scalata; e d’allora in poi le cose andarono assai più moderate.

In questo mezzo, il Savonarola s’era ritirato nel silenzio della sua cella, ove attendeva a correggere il Trionfo della Croce, ed a scrivere un gran numero di minori operette che voleva ben presto dare alla luce, onde diffondere più largamente la sua dottrina, e trovare [460] dei fautori in quella nuova lotta contro Roma, che pareva oggimai inevitabile. Per queste cagioni, la direzione delle cose spirituali era venuta nelle mani di Frate Domenico da Pescia, fervido e bollente nelle cose religiose, quanto il Valori nelle politiche. Egli era così cieco ammiratore del suo maestro, che non solo prestava una fede pienissima a tutte le sue profezie, ma lo teneva ancora capace di operare ogni più grande miracolo, e con infinita gioia avrebbe speso la vita per sostenere una qualunque delle parole di lui: se non che, tradito assai spesso da uno zelo eccessivo e da una soverchia credulità, era, sfortunatamente, troppo facile a trascorrere in pericolosi eccessi.

In tale disposizione d’animi e di cose, s’avvicinava il carnevale; e gli Arrabbiati s’erano apparecchiati a promuovere il ritorno delle antiche orgie, delle scandalose feste medicee, e soprattutto del giuoco dei sassi, a cui sapevano il minuto popolo essere più d’ogni altra cosa inclinato. Onde Fra Domenico, assai indegnato di ciò, si decise a combatterli con tutto il suo ardore. Ogni giorno faceva sermoni, indirizzava epistole ai fanciulli;‍[538] e con nuove leggi della Signoria, fece rafforzare quella loro riforma che il Savonarola aveva incominciata nel passato anno.‍[539]

[461]

Già essi, uniti sotto alla direzione dei loro capi, percorrevano la città, e, picchiando alle case dei ricchi e dei poveri, chiedevano ciò che chiamavano le vanità o l’anatema. Erano disegni e libri osceni, abiti e maschere carnevalesche; le quali cose non appena ottenute, ripetevano una certa orazione composta dal Savonarola, e andavano oltre. Fu in questo modo raccolta una grande quantità di oggetti che dovevano servire per una festa, immaginata da Frà Domenico e dal Savonarola. Infatti, l’ultimo giorno di carnevale (7 febbraio), niuno pensava più alle solite orgie pagane, ma tutti s’erano apparecchiati ad una solennità religiosa. Nella mattina, uomini, donne e bambini assistevano ad una solenne messa del Savonarola, e si comunicavano per le sue mani. Tornati alle loro case, e fatto un desinare assai frugale, andavano il giorno tutti uniti in una grande processione per la città. Portavano innanzi a loro un Gesù bambino, il quale, opera bellissima del Donatello, era sostenuto sopra quattro angeli, e colla sinistra accennava ad una corona di spine, mentre con la destra era in atto di benedire il popolo. Seguiva dietro la gran moltitudine: alcuni erano vestiti di bianco; la più parte avevano in mano croci rosse e rami d’ulivo; cantavano inni religiosi e laudi spirituali. I limosinieri giravano intorno con vassoi d’argento, accattando pei Buonuomini di San Martino, che ricevettero in quel giorno maggiore limosina che non avevano fatto in tutto l’anno. Arrivata finalmente la processione nella piazza, vi trovarono una gran piramide ottangolare, che sorgeva all’altezza di 30 braccia e girava nella base braccia 120. Era spartita in 15 scalini, sopra i quali erano depositate tutte le vanità raccolte nel carnovale, la cui mostruosa immagine fu posta sulla cima della piramide: l’interno di essa era tutto pieno di materie infiammabili. La folla riempì subito la piazza, ed i fanciulli furono disposti parte sulla [462] ringhiera, parte sotto alla loggia dei Lanzi, continuando sempre a cantare canzoni religiose ed invettive contro al carnovale. Dato un segnale, i quattro custodi misero il fuoco ai quattro angoli della piramide: il fumo e le fiamme si alzarono subito al cielo; le trombe della Signoria sonarono, sonarono le campane di Palazzo; e la moltitudine levò un tal grido di gioia, che parve quasi fosse spento in quel giorno il nemico del genere umano. Così finiva la processione ed il carnevale dell’anno 1497.‍[540]

Quelli che sparlavano d’ogni cosa diretta o consigliata dal Savonarola e dai frati di San Marco, non potevano, certo, restarsi dallo sparlare contro la distruzione di quegli oggetti, e dal dire che assai meglio si sarebbero venduti per darne il valore ai poveri.‍[541] È singolare, però, che negli antichi storici si trovi appena qualche rara memoria di queste accuse; e che nel numero, quasi infinito, di quegli scritti in difesa o in detrazione del Savonarola, nei quali s’era preso ogni argomento per muovergli ingiurie, questo solo sembra essersi affatto tralasciato. Così non è avvenuto presso i moderni.

Quando incominciò a rinascere l’amore delle cose antiche, quando questo amore crebbe sino al fanatismo, in maniera da far credere che noi non fossimo destinati ad altro ufficio che a pubblicare antichi codici e restaurare antichi quadri o monumenti; allora il bruciamento delle vanità divenne un argomento rettorico per chiunque discorreva di quei tempi. Il nome di superstizioso, di barbaro e distruttore delle nostre antiche grandezze, venne profusamente dato al Savonarola. Un antico manoscritto era smarrito? Si affermava subito [463] bruciato dal Savonarola. Un’edizione del Boccaccio diveniva rarissima? Ognuno assicurava che era stata dal Frate distrutta.‍[542] Fu perduta un’antica statua? Niuno dubitò che i Piagnoni l’avessero annichilata nel bruciamento delle vanità.

Ma qual fuoco dovette essere quello che bruciava statue di marmo? Era egli credibile che i fanciulli potessero raccogliere una intera edizione del Boccaccio? Il soggetto, però, si prestava così bene alla rettorica, secondava così mirabilmente le passioni del pubblico, che pochi sapevano resistere alla tentazione di ergersi a difensori dell’antica grandezza dei nostri monumenti, di fare una lunga orazione sopra i funesti effetti del fanatismo. E bisogna notare che il primo innocente autore di questi eccessi, fu il Burlamacchi medesimo, il quale, con una ingenuità sua propria, si fermò lungamente a raccontare e colorire ed esagerare quel bruciamento, come un’opera tutta religiosa, tutta cristiana: a lui non pareva mai di aver detto abbastanza, quando si trattava d’esaltare il santo zelo del suo eroe. Nondimeno, le sue parole non erano tali da dare appiglio all’eccesso cui arrivarono i moderni scrittori; giacchè, fra i molti oggetti di valore che menziona quel biografo, non riuscì a determinarne alcuno di cui si dovesse veramente deplorare la perdita.‍[543] Se non che, alla fine della sua narrazione, il Burlamacchi, tutto esultante, conclude: che avendo un mercatante veneziano offerto per quegli oggetti la [464] somma di 22,000 fiorini, il suo ritratto venne posto sulla cima della piramide, accanto alla immagine del Carnovale, e fu con essa bruciato. Una somma così ingente e quasi favolosa, dava libero gioco alla fantasia, e permetteva facilmente d’immaginare la perdita di ogni oggetto più prezioso.

Avendo, dunque, amici e nemici del Savonarola, per opposte ragioni, ugualmente esagerato in questa materia, divenne assai difficile determinare i giusti limiti del vero. Si doveva, però, considerare che sebbene il Burlamacchi sia assai diligente nel raccontare i fatti che egli vide o sentì ripetere da testimoni oculari, è sempre inesatto ed esagerato in tutte le cifre che riporta. Quando egli ci parla della processione dei fanciulli, ne fa ascendere il numero quasi a tutta la popolazione di Firenze; quando ci parla di limosine raccolte, le cifre che menziona vanno sempre al di là del verosimile. Gli anni e le date sono poi sbagliate in maniera, che da questo principalmente nacque quella tanta confusione nello scrivere la vita del Savonarola, di cui bisognò rifare tutta la cronologia sopra i documenti originali. Che peso, adunque, possono avere dei giudizi fondati sopra una cifra addotta da tale scrittore? Che logica è quella che vuole in questo caso credere alle cifre del Burlamacchi, quando è stato forza discredergli in tutti gli altri? Ed è poi credibile che il Savonarola avesse potuto bruciare delle statue o dei codici preziosi, quando gl’Italiani facevano lunghi e pericolosi viaggi per ricercarli, spendevano la vita e la fortuna per averli? È egli credibile che, nel secolo di Marsilio Ficino e d’Angelo Poliziano, nessuna voce si levasse a condannarlo? e che il Nardi, traduttore di Livio e così caldo ammiratore degli antichi, accennasse con tanta noncuranza a quei pochi che mormoravano?

[465]

Ma nel respingere le strane esagerazioni, noi non vogliamo assolutamente negare l’esistenza d’un fatto di cui cerchiamo piuttosto, determinare il giusto valore. Quali fossero le vanità in quella occasione bruciate, noi non sappiamo; ma certo la più parte dovettero essere abiti, maschere ed altri oggetti carnevaleschi;‍[544] giacchè il bruciamento era stato immaginato, solo per distruggere il giuoco dei sassi, e metter fine alle antiche feste del carnovale. Crediamo pure, che a manifestare la sua disapprovazione contro il mal costume dei tempi, avesse il Savonarola fatto bruciare qualche copia di quel Decamerone che era allora divenuto lettura favorita delle suore nei chiostri, e di quei poeti più osceni che andavano per le mani dei fanciulli e delle donne, e contro i quali egli aveva fulminato nelle sue prediche con parole assai energiche. Nè di queste cose intendiamo scusarlo affatto; ma, se il dotto può lamentare la perdita di qualche volume, se il filosofo deplora l’umana debolezza che spesso combatte gli errori con altri errori, e ad un fanatismo ne oppone un altro; la storia deve rammentare che tale fu sempre il carattere degli uomini animati da un forte, da un eccessivo zelo di religione. Che cosa, infatti, non distrussero gl’iconoclasti in Oriente, o i primitivi Cristiani a Roma? Nè si adduca contro al Savonarola la progredita civiltà dei tempi; giacchè, nel secolo dipoi, niuna chiesa e niun quadro resisteva in Germania ed in Olanda alla furia, ben altrimenti devastatrice, dei distruttori delle immagini. [466] Non era forse contemporaneo di Leone X e Francesco I, quel Giovanni Calvino, d’ingegno senza dubbio cultissimo e d’animo ferreo; il quale, fattosi anch’egli capo d’una repubblica, senza il merito d’averla fondata, e chiamandosi banditore di libertà e di tolleranza, non solo puniva severamente i bestemmiatori e chi lavorava la domenica, ma anche imprigionava le donne per la poco modesta acconciatura dei loro capelli.‍[545] Non era egli che, nell’anno 1553, bruciava a Ginevra l’innocente ed infelice Serveto?

Ma perchè andiamo noi risvegliando queste tristi memorie del passato, che umiliano tutte ugualmente il cuore dell’uomo? Per difendere il Savonarola, noi non abbiamo bisogno di ricorrere a questi esempi di fanatismo religioso. Quando le ragioni da noi già addotte non bastassero a provar falsa l’accusa di barbaro distruttore, basterebbero allora i fatti; fra i quali uno che avvenne nel tempo medesimo di questi bruciamenti, è tale che può mettere per sempre termine alla disputa.

Noi abbiamo visto in che grandi strettezze si fosse trovata la repubblica negli anni passati. Per queste ragioni, dovette decidersi a porre in vendita la biblioteca dei Medici, la quale, dopo che essi furono cacciati, era stata insieme coi loro beni confiscata. Ma le strettezze dei privati cittadini non essendo punto minori di quelle della repubblica, nasceva il pericolo che quella stupenda collezione dovesse andare dispersa, o forse anche cadere in mano straniera; giacchè molti erano i creditori dei Medici; e fra gli altri, v’era l’ambasciatore francese, messer Filippo di Comines, che faceva adesso valere un suo credito di mille fiorini. Per buona fortuna, potevano i frati di San Marco disporre d’una forte somma di [467] danaro; perchè essi si trovavano ora appunto in sul finire la vendita dei loro beni, secondo i consigli di povertà dati dal Savonarola. Qual più bella occasione, pensò questi allora, per mettere a profitto ciò che se ne era riscosso? Comprando quella ricchissima collezione di codici, egli la salvava dalla dispersione e dal pericolo d’andare in mano straniera; l’avrebbe messa nella biblioteca del convento, la sola in Italia che stesse aperta al pubblico; e nel medesimo tempo, veniva, coi danari cavati dalla vendita di tutti i beni, ad aiutare la repubblica nelle sue grandi strettezze. Quale uso più nobile e più santo dei loro averi potevano fare i frati di San Marco?

Essi, adunque, comprarono quei libri per la somma di tremila fiorini, pagandone subito due mila, che già avevano; e per gli altri mille, ne restarono debitori sino al gennaio 1498, quando, avuta in aiuto la firma di Bernardo Nasi, s’obbligarono di pagarli fra diciotto mesi a Filippo di Comines, sperando che in un’opera di pubblica utilità, sarebbero aiutati da tutti gli amici e parenti. E tutto ciò aveva luogo in quegli anni medesimi, in cui veniva distrutto il Carnovale mediceo; e quei contratti si facevano nel tempo medesimo in cui seguiva il tanto vituperato bruciamento delle vanità. Così il Savonarola impiegava il provento di tutti i beni del suo convento, gravandolo anche di un fortissimo debito, per salvare al mondo quella stupenda collezione Laurenziana, che oggi forma una delle più belle maraviglie di Firenze, ed era allora la più compiuta e preziosa raccolta di autori greci e latini che si conoscesse in Europa. Tale fu colui che molti vorrebbero chiamare barbaro frate, bruciatore di codici antichi, distruttore di quadri e di statue!‍[546]

[468]

Ma se il nostro Frate portò tanto amore agli antichi codici, non fu minore la sua ammirazione per le arti [469] belle. Infatti, non era egli che fondava le scuole di disegno in San Marco? che voleva fare delle arti belle la professione dei suoi novizi, per sostenere col lavoro le spese del convento, senza bisogno di limosine? Non era egli forse circondato sempre dalla schiera eletta dei migliori artisti del suo secolo? L’affezione ch’ebbe per lui Frà Bartolommeo della Porta, il quale per quattro anni dopo la morte del suo maestro non potè riprendere i pennelli, è nota al mondo.‍[547] Tutti i Della Robbia furono devoti al Savonarola; due di essi vestirono l’abito per le sue mani, e la devozione al suo nome rimase per molti anni tradizionale in quella famiglia. Di Lorenzo di Credi dice il Vasari, che «fu partigiano della setta di Frà Girolamo;» del Cronaca racconta, «che gli era entrata in capo tanta frenesia delle cose del Savonarola, che d’altro che di quelle non voleva ragionare;» e Sandro Botticelli fu tra i primi di quelli che illustrarono con belle incisioni i suoi scritti. Ma basterà per tutti il nome di Michelangiolo Buonarroti, di cui è noto che fu dei più costanti uditori alle prediche del Savonarola; che le rileggeva di continuo nella sua vecchiezza, rammentando sempre la potenza che avevano avuto il gesto e la voce di quel frate.‍[548] E sugli spaldi di San Miniato al Monte, dove il Buonarroti difendeva la Repubblica risorta (1527-30), non dimostrava egli di aver profittato di quelle prediche?

[470]

In vero, tanto furono ingiuste le accuse di coloro che dissero il Savonarola poco amico delle arti belle, che un eloquente scrittore francese volle prenderne la difesa.‍[549] Se non che, egli dominato soverchiamente dall’amore [471] del soggetto e dallo spirito di sistema, trascorse assai i limiti del vero, e rese così meno efficace la sua giusta e nobile difesa. Egli volle vedere nel Savonarola un caposcuola della pittura italiana, ed un restauratore di quella che chiamò arte cristiana. Trasformò tutti gli artisti che erano stati suoi ammiratori in altrettanti discepoli di quella scuola, a fondar la quale, quando pure il Savonarola avesse avuta l’attitudine, gli sarebbe certamente mancato il tempo e il modo; perchè, come egli stesso ripete più volte, l’agitazione soverchiante della vita politica e religiosa gli fece trascurare ogni altro studio, ogni altra occupazione.

Ma qui, il soggetto stesso ci porta ad esaminare quali fossero le idee del Savonarola intorno al bello, perchè esse furono parte non piccola nè dimenticabile de’ suoi pensieri. La mente di quel frate si allargava sopra un campo vastissimo: colla sua filosofia egli abbracciava lo scibile intero, ed ovunque fermava lo sguardo, gli sorgevano innanzi concetti nuovi ed originali. Noi incominciamo col raccoglierne alcuni dalle sue prediche. «In che consiste la bellezza? — Nei colori? — No. — Nella effigie? — No. — Ma la bellezza è una forma che resulta dalla corrispondenzia di tutte le membra e dei colori..., e questo è nelle cose composte: nelle semplici, poi, la bellezza [472] loro è la luce. Vedete il sole e gli astri, la bellezza loro è aver luce; vedete li spiriti beati, la loro bellezza consiste nella luce; vedete Iddio, che è luce, egli è la stessa bellezza.‍[550].... Così la bellezza dell’uomo e della donna, quanto è più simile alla prima bellezza, tanto è maggiore e più perfetta. Ma che cosa è, dunque, questa bellezza? Essa è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenzia delle membra e delle parti del corpo. Tu non dirai che una donna sia bella per avere uno bello naso e belle mani; ma quando vi sono tutte le proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, vedrai che è dall’anima....‍[551] Togli qua due donne di pari bellezza; l’una sia buona, costumata e pura; l’altra diventi meretrice: vedrai in quella buona rilucere una bellezza quasi angelica; ed in quell’altra, benchè sia formosa, non vi sarà comparazione con quella buona e costumata....‍[552] Vedrai che quella santa sarà tanto più amata da ciascuno, e tutti gli occhi saranno volti a lei, etiam degli uomini carnali.‍[553]

»E questo nasce perchè l’anima buona partecipa della bellezza di Dio, e diffonde nel corpo la sua celeste bellezza. Leggiamo della Vergine, che, per la sua grande bellezza, gli uomini che la vedevano, stavano stupefatti; e, nondimeno, per la tanta santità che riluceva in lei, non fu mai alcuno che avesse verso lei mala volontà; anzi ciascuno l’aveva in reverenzia.» Da ciò il Savonarola pigliava argomento per rivolgersi alle donne, e condannare quel bello esterno e materiale [473] a cui esse andavano dietro, trascurando la bellezza spirituale, che sola egli teneva in pregio. «Donne che vi gloriate dei vostri ornamenti, dei vostri capelli, delle vostre mani; io vi dico che voi siete tutte brutte. Volete voi vedere la vera bellezza?» «Abbiate cura a una persona divota, uomo o donna, che sia di spirito; abbiategli cura, dico, quando è in orazione, e quando gli viene quel caldo della bellezza divina, e quando e’ torna dalla orazione: vedrete la bellezza di Dio rilucere in quella faccia, ed uno viso quasi angelico.»‍[554] Si volgeva poi agli artisti, i quali nel ritrarre i Santi e la Vergine, non solamente si perdevano dietro alle svariate fogge di vestimenti, ma in luogo di ricercare la nobile e santa espressione d’un tipo elevato e sublime, ritraevano assai spesso da persone note a tutti per mala vita, per costumi osceni e scandalosi. «E li giovani vanno poi dicendo a questa donna ed a quell’altra: costei è la Maddalena, quello è san Giovanni, ecco la Vergine; perchè voi dipingete le loro figure nelle chiese, e questo è in grande dispregio delle cose divine. Voi dipintori fate male assai; e se voi sapeste, come so io, lo scandalo che ne segue, certo nol fareste.» «Voi mettete tutte le vanità nelle chiese: credete voi che la Vergine Maria andasse dipinta a questo modo come voi la dipingete? Io vi dico che ella andava vestita come una poverella.»‍[555]

E queste idee, che si trovano spesso ripetute nelle prediche del Savonarola, formano parte integrante di tutto un sistema. Egli volle sempre il trionfo del cristianesimo e delle cose spirituali; e quindi nell’arte, nei costumi, nella politica, in ogni cosa, quello era il suo fine. Ma per meglio [474] conoscere la sua estetica, noi dobbiamo esaminare l’operetta che scrisse intorno alla poesia. Essa ebbe origine in questo modo. Il Savonarola, nel calore della sua eloquenza, s’era assai spesso lasciato trascinare ad usar parole molto severe, e qualche volta forse anche eccessive, contro i poeti osceni, e contro l’abuso che facevano i predicatori al suo tempo, di riempiere le loro prediche con citazioni d’autori pagani. Ciò fece subito mormorare contro di lui, che egli fosse, in generale, poco amico dei poeti e del poetare. Per tal ragione, Ugolino Verino, uomo dottissimo e suo amico, gli scrisse una lettera su questo argomento, invitandolo a rispondere ed a mettere in chiaro le sue idee. Il Savonarola pubblicò, allora, l’operetta intorno alla Divisione ed utilità di tutte le scienze, una parte della quale era intitolata Apologetica del poetare.‍[556] Scopo dell’autore fu di provare che egli non dispregiava parte alcuna dello scibile, ma voleva dare a ciascuna di esse il suo vero luogo. Noi, però, essendoci altrove occupati intorno alla divisione delle scienze adottata dal Savonarola,‍[557] esporremo qui solamente quella parte dell’opera che tratta della poesia, per metter termine alla quistione discussa in questo capitolo, colle parole stesse dell’autore. Ma innanzi tutto, vogliamo osservare, come qui l’autore non accenna mai al fatto del bruciamento; mentre se vi fosse stato alcun bisogno di difesa, sarebbe stata in questo luogo non solamente opportuna, ma anche necessaria.

Incomincia, dunque, il Savonarola coll’indirizzare una lettera al Verino, nella quale dice: «Io non ho mai avuto in animo di condannare l’arte del poetare, ma solamente [475] l’abuso che molti ne facevano;‍[558] sebbene colle parole e cogli scritti si sia da molti cercato calunniarmi. In verità, io aveva deliberato di non farne caso, seguendo quel motto che dice: non rispondere allo stolto, secondo la sua stoltezza; ma ora le tue parole mi fanno prendere la penna. Non ti attendere, però, da me alcuna eleganza di stile, perchè sono ormai venti anni, che io ho lasciati tutti gli studi di umanità per discipline più gravi.» Dopo questo breve preambolo, egli entra in materia, cominciando primieramente col distinguere la sostanza dalla forma della poesia. «Alcuni vorrebbero restringerla tutta nella forma,» egli dice; «ma costoro s’ingannano di gran lunga: l’essenza della poesia è costituita dalla filosofia stessa; senza di che non ci è vero poeta. Se alcuno crede che l’arte del poetare insegni solamente i dattili e spondei, le sillabe lunghe o brevi, e l’ornato di parole; costui certamente è caduto in un grande errore.»‍[559] Viene poi a definire la poesia, secondo un concetto tutto scolastico; dal quale, però, subito si allontana, per seguire idee più originali. «Il fine della poesia,» egli dice, «è di persuadere per mezzo di quel sillogismo che chiamasi esempio, espresso con eleganza di parole, per convincere e dilettare nello stesso tempo. E perchè la nostra anima si diletta sovranamente nei cantici e nelle armonie, così gli antichi trovarono la misura del verso, acciò con questi mezzi gli uomini fossero più agevolmente spinti alla virtù. Questa misura, però, non è altro che una pura forma, ed il poeta può discorrere il suo argomento [476] senza metro e senza verso.‍[560] Così, infatti, vediamo nella Sacra Scrittura, nella quale il Signore volle dare la vera poesia della sapienza, la vera eloquenza dello spirito di verità; onde essa non trattiene gli animi nella corteccia della lettera, ma subito li riempie di spirito, li porta alla essenza del vero, e in modo mirabile pasce le menti libere dalle terrene vanità. A che giova, infatti, quella eloquenza che mai non può arrivare al fine proposto? A che giova la nave dipinta ed ornata, che travaglia sempre tra i flutti, e giammai non conduce gli uomini al porto, anzi se ne allontana sempre? O grande vantaggio delle anime! dilettare le orecchie del popolo, dare a sè stesso lodi divine, allegare con labbro rotondo i filosofi, cantare con vana modulazione i carmi dei poeti, e l’evangelo di Cristo abbandonare o rammentarlo di rado!»‍[561]

Dopo avere parlato della poesia in generale, viene a discorrere dei poeti del suo tempo. «V’è una falsa genía,» egli dice, «di pretesi poeti, i quali non sanno fare altro che correre dietro alle orme dei Greci e Romani: vogliono la medesima forma, lo stesso metro; invocano i loro medesimi Dei, nè sanno usare altri nomi, altre parole che quelle usate dagli antichi. Noi siamo uomini al pari di loro, ed avemmo da Dio uguale facoltà di dar nome alle cose che vanno ogni giorno mutando. Ma costoro si resero schiavi degli antichi, in maniera che non solamente non vogliono parlare contro la loro usanza; ma neppure vogliono dire ciò che essi non dissero.‍[562] E questo non è solamente un falso poetare; ma [477] è anche una peste perniciosissima alla gioventù. Io certo m’affaticherei a provarlo, se non fosse più chiaro del sole: l’esperienza che è l’unica maestra delle cose, ha resi così manifesti agli occhi di tutti i danni che nascono da questo falso genere di poetare, che è vano ormai fermarsi a condannarlo.‍[563] Ma che diremo noi, quando i pagani stessi condannarono questi poeti? Non fu quel Platone medesimo che oggi tanto si leva a cielo, colui che disse necessaria una legge che scacciasse dalle città questi poeti, i quali coll’esempio e l’autorità di nefandissimi Dei, col solletico di turpissimi versi, empievano ogni cosa d’ignominiose libidini e devastazione morale? Che fanno, adunque, i nostri principi cristiani? Perchè dissimulano questi mali? Perchè non mettono fuori una legge che scacci dalle città, non solo questi falsi poeti, ma anche i loro libri, e quelli degli antichi che discorrono di cose meretricie, che lodano i falsi Dei? Gran fortuna sarebbe se questi libri venissero distrutti, e vi rimanessero solo quelli che incitano a virtù.»‍[564]

Queste son di quelle parole, sopra cui molti fondarono le loro accuse contro al Savonarola: ma noi [478] abbiamo già visto più volte, come esse non sono che parole, e come nel fatto egli teneva carissimi tutti i tesori dell’arte antica e moderna; sebbene, trascinato qualche volta nel calore del discorso, sembrasse trascorrere ad una eccessiva severità. Questo era, però, divenuto scusabile per la corruzione di que’ tempi, nei quali s’era abbandonata la vera, la nobile e forte poesia, onde correre dietro alle oscenità che quasi unicamente si tenevano in pregio. «Ei vi son pure fra gli antichi;» così continuava il Savonarola, «di coloro che sdegnarono le cose turpi, che esaltarono le azioni generose di uomini forti: costoro bene usarono la poesia, ed io non posso nè debbo condannarli.‍[565] Nondimeno, anche questi migliori poeti pagani vanno studiati dopo una sana e ferma educazione cattolica. Si sottraggano questi libri dagli occhi dei giovanetti, sino a che essi non abbiano bevuto il primo latte dalle dottrine cattoliche, e che queste non sieno bene impresse nelle loro tenere menti. Non è di poco momento il cominciare ad avviare i giovanetti in una via piuttosto che in un’altra; anzi è molto, anzi è tutto, giacchè il principio è più che la metà delle cose. Per me, stimo assai meglio avere i Cristiani ornati di buoni costumi e splendere di minore eloquenza; che vederli, a cagione della eloquenza, rendersi indegni del nome di Cristo.»‍[566]

Viene, finalmente, il Savonarola a considerare la poesia in rapporto alla religione, e dice: «Quando un poeta non volesse cantare altro che le lodi della religione, [479] potrebbe certamente riuscirle di decoro: di utile vero non mai. Lo spirito solo vivifica, la lettera uccide: l’onore e la gloria che cerca il poeta stanno sempre nell’arte che adopera, non già nel soggetto che tratta: come mai potrà egli, in questo modo, essere utile alla religione, innanzi a cui ogni altro umano interesse sparisce? L’esempio d’una poverella ignorante e semplice, che inginocchiata prega fervidamente, reca agli animi un utile assai maggiore del poeta o del filosofo che celebrano pomposamente le lodi del Signore: il cuore di quella è riscaldato dalla fede; la mente di questi è piena di mondana vanità.»‍[567]

Di certo, molti potranno trovare questo un modo soverchiamente esclusivo di considerare le cose: nondimeno, esso parte da una critica assai più sana di quello che non si crederebbe a prima giunta. L’arte, in vero, vive in un mondo suo proprio, nel quale ritrova il suo fine e basta a sè stessa. Coloro che, credendo nobilitarla, l’hanno voluta ridurre ad esser mezzo di un fine morale, politico o religioso, l’hanno sempre fatta scendere al grado della prosa. Ed infatti, niun poema, o quadro, o musica restò mai immortale per lo scopo, quanto si voglia nobile e generoso, che s’era proposto; mentre parecchi lavori valicarono secoli di molte civiltà, sebbene si fossero proposto un fine assai poco lodevole. Onde il Savonarola non ebbe già un concetto poco adequato dell’arte; egli anzi ne aveva compreso la vera indole: il suo torto fu, piuttosto, di avere qualche volta troppo poco considerato quanto la coltura della mente nobiliti il cuore, e come il mondo dell’arte sublimi gli animi. Egli, allora, si scagliava con parole troppo severe contro quella filosofia nella quale era così [480] valente, contro quella poesia che pure aveva tanto amata. Ma andarono assai lungi dal vero coloro che vollero crederlo insensibile alla sublime armonia del vero, all’arcana musica del bello. Chi, infatti, gli diè conforto e coraggio nelle dure prove della giovanezza, se non la filosofia? Chi fu confidente de’ suoi primi dolori, se non la musica e la poesia? I suoi versi attestano ch’egli non fu indegno cultore di quelle muse, di cui alcuni lo vorrebbero chiamare cieco dispregiatore. E se essi non meritano sempre il nome di vera poesia; non pérdono, però, mai una loro particolare originalità ed altezza di concetti, che li rende preziosi a conoscere la nobiltà dell’animo di chi li scrisse: onde noi veniamo ora a prenderli in esame.

Sebbene questi versi trattino sempre soggetti religiosi, pure si dividono in due ordini assai diversi, e confermano singolarmente ciò che il Savonarola aveva detto intorno all’indole ed ai vari generi della poesia. Egli scrisse le Canzoni principalmente nella sua giovinezza, quando ancora non era divenuto estraneo al mondo, quando amava ardentemente le lettere, e scriveva solo per dare sfogo alla piena degli affetti interni. Le Laudi spirituali, che sono in assai maggior numero, furono scritte in età più matura, con un fine unicamente religioso, e per combattere i Canti Carnascialeschi, che avevano allora grandissima voga nel popolo. In queste Laudi, noi sentiamo subito d’esser fuori del libero campo dell’arte e della poesia: il metro, la forma e, quasi, le idee stesse vengono suggerite e determinate da un’altra poesia colla quale si mettono in opposizione. L’autore scrive sulla stessa musica dei Canti Carnascialeschi; ne segue l’andamento, e cerca di mettere a contrasto con ognuna di quelle bestemmie, una parola di religione e di fede. E così, postosi volontariamente [481] sopra un letto di Procuste, viene dallo stesso antagonismo obbligato ad imitare quei versi che sono poveri d’idee e pieni d’artificiosi concetti; onde è costretto ad una miserabile industria di parole e di sofismi. Non è, quindi, da maravigliarsi se in queste Laudi non si trovi la vera poesia: si potrebbe piuttosto notare che esse conservano, quasi sempre, una certa temperanza, un certo decoro e buon senso. Quando Girolamo Benivieni, poeta al suo tempo famoso, volle tentare lo stesso genere di poesia,‍[568] egli balestrò, assai spesso, non solamente fuori dell’arte, ma anche del senso comune; e cantando la gioia ed il sollazzo di divenir pazzo per amor di Gesù,‍[569] poteva dar nome di poesia a questi versi:

To’ tre once almen di speme,

Tre di fede e sei d’amore,

Due di pianto, e poni insieme

Tutto al foco del timore:

Fa dipoi bollir tre ore;

Premi, in fine, e aggiungi tanto

D’umiltade e dolor, quanto

Basta a far questa pazzía.‍[570]

Vicino a questi versi, le Laudi del Savonarola risplendono di bellezza: il concetto ne è più semplice, il sentimento più spontaneo, lo scopo più pratico e morale. Ne riportiamo una, che fu scritta nello stesso anno in cui si formava il nuovo governo:

Viva, viva in nostro core

Cristo re, duce e signore!

Ciascun purghi l’intelletto,

La memoria e volontade,

[482]

Del terrestre e vano affetto:

Arda tutto in caritade,

Contemplando la bontade

Di Gesù re di Fiorenza;

Con digiuni e penitenza

Si riformi dentro e fore.

Se volete Jesù regni,

Per sua grazia in vostro core,

Tutti gli odii e pravi sdegni

Commutate in dolce amore;

Discacciando ogni rancore,

Ciascun prenda in sè la pace:

Questo è quel che a Gesù piace.

Su nel Cielo e qui nel core.‍[571]

. . . . . . . . . . . . . .

Parecchie furono le Laudi che scrisse il Savonarola, ed alcune se ne trovano tuttora inedite: ma queste aggiungono assai poco al suo nome di poeta; perchè, oltre ad avere tutti i medesimi difetti delle altre, vi mancò l’ultima mano dell’autore, e restarono, perciò, incompiute.‍[572]

Quando, però, il Savonarola abbandona quei vincoli e quella servitù che il soggetto stesso delle Laudi gl’imponeva; quando i suoi versi non debbono essere mezzo e strumento d’uno scopo estraneo alla poesia, e la voce esce libera e spontanea dal petto suo; allora egli può dire: «Son poeta anch’io.» Questo gli avvenne più volte nelle sue Canzoni, scritte quasi tutte nella prima giovanezza; quando l’animo ancora travagliato dalle passioni, non era stato rapito in quei celesti diletti [483] che gli fecero soverchiamente disprezzare il mondo. In quelle De ruina Ecclesiæ e De ruina mundi, noi già ammirammo una rozza vigoria, ed un poetare, sebbene trascurato nella forma, pure energico e forte. In altre Canzoni troviamo, invece, che non manca una gran delicatezza di sentire, espressa non senza eleganza di forma; come si può vedere in alcune parti di quella che incomincia:

Quando il soave e mio fido conforto,

Per la pietà della mia stanca vita,

Con la sua dolce citara fornita

Mi trae dall’onde al suo beato porto,

Io sento al core un ragionare accorto.

E così nell’altra a Santa Maria Maddalena,‍[573] nella quale è descritto, con molto affetto, la Santa che viene rapita in cielo da Gesù Cristo:

E tutto il suo cor arde,

E nell’amor di Dio non si raffrena.

Ma per dare un esempio di queste Canzoni, ne portiamo, per intero, una che fu scritta in lode di Caterina de’ Vegri, nata l’anno 1463, e canonizzata poi dalla corte di Roma nel 1724.

I.

Anima bella, che le membra sante,

Salendo al ciel, abbandonasti in terra,

Per far fede fra noi dell’altra vita;

Or ch’è fornita pur la lunga guerra,

Ove giammai non fusti isbigottita,

Nè mai voltasti al Sposo tuo le piante;

Sei gita a lui davante

Col cor pudico e con la mente pura,

[484]

Per trionfar della tua gran vittoria,

In sempiterna gloria,

Fuor di quest’aspra e cieca vita dura,

Là dove ormai con Cristo sei secura.

II.

Il sacro corpo ben dimostra quanto

Esaltata t’ha Iddio nell’alto cielo:

È la virtude che fra noi si vede,

Spirto gentil, esempio al mondo felo,

Fiamma celeste alle coscienze frede,

E degli afflitti è refrigerio santo!

Chi con devoto pianto

A te s’inchina, Vergine beata,

Sciolto riman da mille pensier frali;

Perchè quanto tu vali

Dinanzi a Cristo, o sposa coronata,

Il ciel il vede e ’l mondo ove sei nata!

III.

Da mille parti, sol per fama, core

Diverse genti a rimirar le membra

Che, essendo spente, par che viva ancora,

E del suo spirto par che si rimembra.‍[574]

Ogn’uomo il vede, quivi ogn’uom l’adora,

E pien di maraviglia gli fa onore.

Deh! qual selvaggio core

Non lacrimasse forte di dolcezza,

Vedendo l’opre sante e l’umil viso?

Se, adunque, è un paradiso

Il corpo al mondo e tanto qui si prezza,

Che ha a veder di spirto la bellezza?

O felice alma, che giammai non torse

Il santo piè dal dritto suo cammino,

Sempre sprezzando quel che ’l mondo brama!

[485]

Se non andiamo errati, in questa canzone è una grande delicatezza di squisito ed affettuoso sentire. In generale, però, è ben vero che volendo giudicare i componimenti poetici del Savonarola solamente dal lato dell’arte, dovremmo assai spesso esser molto severi; perchè v’è una soverchia e continua negligenza della forma, ed il concetto stesso di rado si eleva all’altezza d’una vera creazione poetica. Nondimeno, questa lettura ci accresce sempre la stima dell’autore; perchè quando la vera poesia manca ne’ suoi versi, noi la troviamo nel suo cuore; essa non è in lui disciplina della mente, ma vita e realtà dell’animo. Trasparisce, è vero, a balzi e di rado; ma pure, vien fuori tanto più luminosa, quanto meno l’autore sembra esserne consapevole.

Il Savonarola dettò ancora alcuni componimenti latini, i quali, sebbene non serbano nessuna misura di verso, si possono chiamare poesia, in quanto che prendono a modello i Salmi. In uno di essi egli celebra le lodi del Signore, e dice: «Io ti cercai per tutto, ma non ti trovavo. Interrogai la terra: Sei tu il mio Dio? E mi rispose: Talete s’inganna; io non sono il tuo Dio. Interrogai l’aria, e mi rispose: Ascendi ancora più alto. Interrogai il cielo, le stelle, il sole; e mi risposero: Colui che ci ha fatto dal nulla, quegli è Iddio; esso empie il cielo e la terra, esso è nel tuo cuore. Io, adunque, o Signore, ti cercavo lontano, e tu eri vicino. Interrogai allora gli occhi, se tu eri entrato per essi; e risposero di non conoscere che i colori. Interrogai l’orecchio, e rispose di non conoscere che il suono. I sensi, adunque, non ti conoscono, o Signore; tu sei entrato nell’anima mia, tu sei nel mio cuore, ed operi in me quando io faccio le opere di carità.»‍[575] E così vi è sempre, in ciò che [486] scrive il Savonarola, qualche cosa che lo spinge in alto: vi è una santa e nobile aspirazione che, rompendo l’involucro d’una forma spesso ostinatamente ribelle, ci fa sentire la sua grandezza morale; ed obbliga ciascuno a riconoscere, che se egli non era sempre poeta, poteva però esser sempre soggetto d’altissima poesia.

FINE DEL VOLUME PRIMO.


[487]

INDICE DEL VOLUME PRIMO.

LIBRO PRIMO.
 
La gioventù del Savonarola, ed i suoi primi lavori.
[1452-1494.]
 
Capitolo    
I. Dalla nascita del Savonarola, alla sua entrata nel chiostro. Pag. 1
II. Dalla sua entrata nel chiostro, sino alla prima venuta in Firenze. 21
III. Lorenzo il Magnifico e i Fiorentini del suo tempo. 37
IV. Marsilio Ficino e l’Accademia Platonica. 49
V. Primo soggiorno in Toscana, viaggio in Lombardia, ritorno a Firenze. 67
VI. La filosofia del Savonarola. 84
VII. I primi opuscoli religiosi del Savonarola, e la sua interpretazione della Bibbia. 101
VIII. Il Savonarola si dimostra avverso a Lorenzo il Magnifico. Predica sulla prima Epistola di San Giovanni. 118
IX. Morte di Lorenzo de’ Medici e d’Innocenzo VIII; elezione d’Alessandro VI. Viaggio del Savonarola a Bologna: separazione di San Marco dalla Congregazione Lombarda: riforma del Convento. 135
X. Il Savonarola espone i punti principali della sua dottrina, nell’Avvento del 1493: predice la venuta dei Francesi, nella Quaresima del 1494. 159
 
[488]
LIBRO SECONDO.
 
Il Savonarola entra nella vita politica.
[1494-1495.]
 
Capitolo    
I. La venuta dei Francesi in Italia. Pag. 177
II. I Medici sono cacciati da Firenze. Il Savonarola va ambasciatore al campo francese. 195
III. Sollevamento di Pisa. Entrata di Carlo VIII in Firenze; suo trattato colla repubblica, e partenza. 211
IV. Condizione politica di Firenze, dopo la partenza dei Francesi. Il Savonarola propone la forma del nuovo governo. 228
V. Formazione del nuovo governo per opera del Savonarola. Si costituisce il Consiglio Maggiore ed il Consiglio degli Ottanta: si riordinano le gravezze, riducendole tutte alla Decima o imposta fondiaria. Discussione nella quale si vince la legge che decreta la pace universale, e l’appello delle sei fave, o sia l’appello dagli Otto al Consiglio Maggiore. Si stabilisce il tribunale della Mercatanzia, o di Commercio: gli Accoppiatori depongono il loro ufficio: i Parlamenti sono aboliti: si fonda il Monte della Pietà. Opinione dei politici italiani sulle riforme operate dal Savonarola. 252
VI. Le profezie e gli scritti profetici del Savonarola. 289
VII. Vari partiti si cominciano a scorgere in Firenze. Il Savonarola predica nelle feste, sopra i Salmi; nella quaresima, incomincia colle prediche sopra Giobbe la riforma generale dei costumi, ed ottiene grandissimo successo. Conversione di Frà Benedetto. 309
 
[489]
LIBRO TERZO.
 
Il Savonarola in lotta con Roma. Pericoli della Repubblica Fiorentina.
[1495-97.]
 
Capitolo    
I. Carlo VIII ritorna in Francia. Gli alleati aiutano Piero de’ Medici a tentare il suo ritorno in Firenze. Il Savonarola predica contro la tirannide e contro i Medici: questi vengono respinti. Pag. 335
II. Il Savonarola è invitato a Roma con un breve del papa: sua risposta. Un nuovo breve gli sospende la predicazione; ma i Dieci ne ottengono dal papa la revoca. Viene offerto al Savonarola il cappello cardinalizio, ed egli lo rifiuta. 354
III. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica la quaresima del 1496. 377
IV. Scritti diversi intorno alla dottrina del Savonarola. Lettere che gl’indirizzano vari principi, e sue risposte. Colloquio del Papa coll’ambasciadore fiorentino. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica nelle feste sopra Rut e Michea. 397
V. Strettezze della repubblica, e rovesci nella guerra contro Pisa. Morte di Piero Capponi. Minacce degli Alleati, che chiamano l’imperatore Massimiliano in Italia. Nuovi brevi del papa contro al Savonarola, e sue risposte. La repubblica assediata in Livorno dagl’Imperiali e dagli Alleati. Il Savonarola, intanto, ritorna sul pergamo. Si scampa maravigliosamente da ogni pericolo. 425
VI. Francesco Valori, eletto Gonfaloniere, propone delle nuove leggi. Si celebra il carnevale col bruciamento delle vanità. I Frati di San Marco comprano la libreria dei Medici. Idee del Savonarola intorno al bello; sua difesa della poesia; suoi componimenti poetici. 457

Errata-corrige.

  Errori. Correzioni.
 
Vol. I, pag. 203, nota 1. mutava ogni giorno mutava ogni due o tre giorni, ed anche ogni giorno.

NOTE:

1.  Practica de ægritudinibus; De pulsibus; Canonica de Febribus. Scrisse anche un trattato d’igiene: Trattato utilissimo di molte regole per conservare la sanità, dichiarando qual cose sieno utili da mangiare e quali triste. In Vinegia, 1554.

2.  Frà Benedetto, Vulnera diligentis MS. Bibl. Magliab., Cl. XXXIV, cod. 7, nel principio. Di questo amico e discepolo del Savonarola avremo altrove occasione di parlare. Il Vulnera diligentis è un opuscolo in cui si difende la vita e la dottrina del Savonarola, e vi si danno spesso notizie preziose.

3.  Furono: Ognibene, che si dette alle armi; Bartolommeo, di cui non si conosce bene la professione; Girolamo; Marco, che col nome di Fra Maurelio vestì poi l’abito di San Marco per le mani del fratello; Alberto, che si distinse nella medicina. Delle donne, Beatrice restò sempre nella casa paterna; Chiara invece si maritò, ma rimasta vedova tornò anch’essa a vivere colla madre ed il fratello Alberto. Burlamacchi, Vita del Savonarola. Lucca 1764, p. 3. Questo scrittore fu frate di San Marco, e conobbe il Savonarola: Gio. Franc. Pico della Mirandola, autore anch’esso d’una vita del Savonarola, ne fu pure amico ed ammiratore; onde queste due biografie sono la sorgente principale di tutte le notizie intorno al Savonarola.

4.  L’anno preciso è incerto. Il Fossi (Catalogo) dice: «Eius obitus contigisse videtur circa finem anni 1461, vel tardius.»

5.  Jo. Franc. Pici, Vita ec.; Parisiis 1674, p. 9.

6.  Frà Benedetto, Vulnera diligentis, MS. lib. I, cap. VIII. Burlamacchi, Vita ec.

7.  Tanti almeno gliene dánno gli storici.

8.  Muratori, Antichità Estensi; Sismondi, Hist. des Répub. Ital., chap. LXXVIII; Litta, Famiglie italiane; Tiraboschi, Storia della Letteratura, tomo VI, cap. II.

9.  Lettera al padre.

10.  Il Meier ha stampato invece chi; meglio forse per la grammatica, ma non è secondo l’originale. A questo autore si deve però l’onore di avere il primo pubblicate le poesie del Savonarola, nell’appendice alla sua pregevolissima biografia dello stesso; lavoro quasi non conosciuto in Italia. Girolamo Savonarola aus grossen Theils handschriftlichen Quellen dargestellt von Fr. Karl Meier; Berlin 1836. Per le poesie del Savonarola, vedi l’edizione di Firenze 1847.

11.  Burlamacchi, p. 5; Jo. Franc. Pici, Vita etc., p. 9.

12.  Questo amore del Savonarola, lungo tempo sconosciuto, vien raccontato da frà Benedetto, Vulnera diligentis, MS. lib. I, Cap. IX. Ed anche qui dobbiamo rendere giustizia al Meier, che è stato primo a servirsi e valutare l’importanza di questi scritti di frà Benedetto; sebbene assai più tardi furono ritrovati in Italia, e fatti conoscere come cosa nuova da chi non avea letto il Meier.

13.  Nella medesima poesia, De ruina mundi.

14.  Vedi la lettera del Savonarola al padre, della quale or ora parleremo.

15.  Il Savonarola stesso riferisce questo fatto nelle sue prediche, dicendo che una parola gli rimase così fortemente impressa nel cuore, da non poterla mai più dimenticare, e dopo un anno era frate. Su questa parola però egli tenne sempre un segreto quasi misterioso, e non volle dirla neppure ai suoi più intimi amici. Vedi Pico, Burlamacchi, Fra Benedetto ec.

16.  Lettera al padre, come sopra.

17.  Fra Benedetto, Vulnera diligentis, lib. I, cap. X.

18.  Questa lettera è riportata testualmente da tutti i biografi, ma da tutti scorrettamente. Il conte Carlo Capponi, avendone trovato l’autografo, ha potuto restituirla alla sua vera lezione in un opuscolo pubblicato in occasione delle nozze di suo fratello. Noi la daremo nell’epistolario del Savonarola.

19.  Noi daremo nell’Appendice questo scritto, fino ad ora non solo inedito, ma creduto inevitabilmente perduto. Il Signor Aquarone, in una biografia dei Savonarola che va pubblicando in Piemonte, crede che l’operetta Sul dispregio del mondo non sia altro che una poesia, la quale trovasi nella Magliab., Classe VII, cod. 365. Ma il MS. posseduto dal Gondi toglie ogni dubbio, perchè vi si trova scritto: «Ricordo come alli 24 aprile, che fu il dì di San Giorgio del 1475, Gerº mio figlio studente nell’arte (intendi della medicina), si partì di casa e andò a Bologna, et entrò nelli frati di San Domenico per stare et essere frate, e lassome a mi Nicolò della Savonarola suo padre, le impte confortationi per mio contento.» Questo scritto insieme colla lettera mandata dal Savonarola al padre, restarono nella sua famiglia sino al 1604, quando uno dei Gondi, sempre devotissimi alla memoria del frate, chiese a Marco Savonarola di vederli. Questi li accompagnò con una lettera, dicendo che li mandava colle lacrime agli occhi, e si raccomandava che fossero rimandati a posta corrente. Ma tanto la lettera al padre, che pare sia l’autografo stesso, come lo scritto sul Dispregio del mondo, che è una copia antica, rimasero sempre appresso i Gondi.

20.  Anche questa lettera è inedita (nella bibl. Riccardiana), e sarà da noi pubblicata nell’epistolario.

21.  Oltre del Pico e del Burlamacchi, frà Benedetto descrive minutamente la figura del Savonarola, tanto nel suo Vulnera diligentis, quanto nel Cedrus Libani, poemetto scritto in onore del Savonarola, citato la prima volta dal Meier, pubblicato poi dal Padre Marchese nell’Archivio Storico. Oltre di ciò, vi sono del Savonarola tre ritratti, notevoli anche come bei lavori di arte. Uno di essi trovasi nella Galleria degli Uffizi, ed è una mirabile incisione in corniola, fatta da Giovanni delle Corniole; un altro fu dipinto da frà Bartolommeo sotto le immagini di San Pietro martire, forse per essere stato lavorato dopo la morte del Savonarola, e trovasi nell’Accademia di Belle Arti in Firenze; un terzo finalmente, anche dipinto da fra Bartolommeo, è posseduto dal Signor Ermolao Rubieri. Questi tre ritratti lo rappresentano sotto tre diversi aspetti. Nel primo è scolpita la fierezza dell’oratore che fulmina i vizi, e profetizza la rovina d’Italia: la sua faccia è concitata, il suo occhio quasi fiammeggia. Nel secondo è dipinta tutta la bontà e dolcezza del martire: nel terzo è il santo rapito alla contemplazione delle cose celesti. Si potrebbero citare moltissimi altri ritratti; ma non così autentici, nè di contemporanei. Vogliamo però rammentare una vecchia tavola che si trova in San Marco, la quale, sebbene assai sciupata e senza alcun merito d’arte, non manca d’una certa forza d’espressione. Tutti i ritratti dipingono il Savonarola col cappuccio in testa, eccettuatone solo quello dell’Accademia di Belle Arti, nel quale si vede che il giro del suo cranio mancava verso il vertice: ragione, secondo alcuni, che gli facea portar sempre il capo coperto. Diremo altrove delle molte medaglie.

22.  Poesie del Savonarola. Canzone II, col comento dello stesso autore. Firenze 1847.

23.  Jacopo Ammannati.

24.  Sismondi, chap. LXXXIII; Muratori, Antichità Estensi, nella vita del Duca Ercole I.

25.  Vedi Sismondi, Leo, ec.; Steph. Infessuræ, Diarium Curiæ Romæ, in Jo. Ge. Eccardi, Corpus historicorum medii ævi, tomo II. Lipsia 1723; Platina de Vitis Pontificum, Basil. 1529. Vedi anche Rudelbach, H. Savonarola und seine Zeit, aus den Quellen dargestellt. Hamburg. 1835. Einleitung: die Signatur des fünfzehnten Jahrhunderts. 1. Pabstmacht.

26.  A. Politiani, De Pactiana conjuratione historia sive commentarium.

27.  Lettera alla madre, scritta da Pavia il dì della conversione di San Paolo 1490. Lo stesso ripetè spessissimo nelle sue prediche.

28.  Vedi Tiraboschi, Storia della Letteratura, ove parla degli oratori sacri del secolo XV. Vedi anche i sermoni di Frà Paolo Attavanti, che dal Ficino fu paragonato ad Orfeo; e quelli di Frà Roberto da Lecce, il più famoso discepolo di San Bernardino. Questi però avea avuto una grandissima semplicità ed ingenuità, della quale s’era già perduta ogni traccia nel cadere del secolo.

29.  Burlamacchi.

30.  Sismondi, cap. LXXXVIII.; Leo, lib. V, § VII.; Steph. Infessuræ Diarium etc.

31.  Padre Vincenzo Marchese, Storia di San Marco, Libro I. Firenze, Le Monnier, 1855. In questo lavoro, scritto con molta eleganza di stile e con uguale diligenza e precisione, si trova un gran numero di notizie tanto sul convento, come sulla vita di Sant’Antonino. Chi volesse ancora più minuti particolari, veda: la Summa historialis, o Chronicon dello stesso santo, con le aggiunte del P. Pietro Maturo gesuita. Lugduni etc. ap. Junctas, 1585 e 86, vol. III.; Castiglioni, Vita di Sant’Antonino. Ciò che riguarda le istituzioni di beneficenza, può vedersi più minutamente nel Passerini, Storia degl’Istituti di Beneficenza in Firenze. Vedi anche Richa, Notizie storiche delle chiese di Firenze; Annales Conventus S. Marci; Fabroni, Vita Magni Cosmi Medicei.

32.  Nacque nel 1448, governò dal 1469 al 1492. Noi non istaremo ad empiere questo capitolo d’inutili citazioni. Sono troppo noti gli autori che parlano di Lorenzo de’ Medici, perchè vi sia bisogno di citare i loro nomi. Diremo solamente che il Roscoe (The life of Lorenzo de’ Medici), a cui tutti ricorrono, si è la guida meno sicura che vi sia. Varrebbe assai meglio rivolgersi al Fabroni (Vita Laurentii Medicis), che il Roscoe ha quasi saccheggiato, così nel testo come nell’appendice. Lorenzo dei Medici va studiato innanzi tutto nei suoi scritti (Poesie di Lorenzo de’ Medici, Firenze 1825, 4 vol. in-4; Canti Carnascialeschi, nella collezione del 1750), e nelle molte opere dei contemporanei che scrissero liberamente, e non per corteggiarlo. Non poca luce sulla vita di Cosimo e di Lorenzo dei Medici dànno le Opere inedite del Guicciardini, che si vanno ora pubblicando in Firenze, per cura dei conti Guicciardini, con le illustrazioni di Giuseppe Canestrini. Vedi specialmente il Dialogo sul Reggimento di Firenze, nel 2º vol. Anche alcuni dei discorsi di Iacopo Nardi, che si trovano inediti nella Riccardiana (Cod. 2022), possono servire di conferma a tutti i nostri giudizi sul dominio dei Medici.

33.  Ancora che fosse nelle cose veneree maravigliosamente involto. Machiavelli, Istorie fiorentine.

34.  Poesie di Franco Sacchetti, Canzone IV; nei Lirici Italiani, Firenze 1839.

35.  Fra questi, il famoso Pico della Mirandola.

36.  Cosimo tornò dall’esilio l’anno 1434; Lorenzo, come abbiamo detto, non cominciò a dominare che nel 1469.

37.  Vedi il Guicciardini, Del reggimento di Firenze.

38.  Chi volesse, potrebbe nel Sismondi trovare l’elenco dei moltissimi cittadini fatti da Lorenzo condannare a morte per causa politica: la più parte erano di nobili famiglie. Vedi anche il Guicciardini, Del reggimento di Firenze, pag. 43 e seg.

39.  A questo proposito, citeremo un lavoro pubblicato recentemente in Inghilterra: The life of Michael Angelo Buonarroti, also Memoirs of Savonarola, Raphael and Vittoria Colonna by John S. Harford; in two volumes, London 1857. Questo lavoro contiene molte notizie su quei tempi; ma sebbene l’autore professi idee politiche diverse da quelle del Roscoe, pure ne segue i giudizi letterari. Conviene che Lorenzo era un tiranno; vorrebbe però darcelo pel più gran poeta del suo tempo, e pel restauratore delle arti belle!

40.  Su questo, niuno può essere giudice migliore di Giacomo Leopardi, il quale nel suo Discorso in proposito di una orazione greca di G. G. Pletone, e traduzione della medesima, dice che i suoi scritti sono dettati «con tanta copia e gravità di sentenze, con tal sanità, con tal forza, con tal nobiltà di stile, tanta purità, tanta finezza di lingua, che leggendoli, presso che si direbbe non mancare a Gemisto ad essere uguale ai grandi scrittori greci, di quegli antichi, se non l’essere antico. E questo fu anco il parere dei dotti della sua nazione in quel secolo.»

41.  Tiraboschi, Storia della letteratura. Bruckeri, Historia philosophiæ; Lipsia 1743.

42.  Basilea 1574. Una copia se ne trova nella Marucelliana di Firenze.

43.  Detto anche Gennadius. La sua risposta trovasi manoscritta nella biblioteca imperiale a Parigi. Tutta questa contesa filosofica leggesi assai minutamente illustrata nelle Mémoires de l’Académie des inscriptions, vol. II, p. 715, Querelles des philosophes du XVe siècle, par M. Boivin le Cadet. Vedi anche Bruckeri, Historia philosophiæ; Lipsia 1743, vol. 4, cap. II e III: Leonis Allatii, De Georgiis et eorum scriptis diatriba (parla di Giorgio Gemisto, Giorgio Scolario e Giorgio da Trebisonda o Trapezunzio), in Alberti Fabricii Bibliotheca Græca, vol. X; Hamburgi 1721.

44.  Conosciuto tra noi anche col nome di Giorgio da Trebisonda, per la patria dei genitori. Egli era nato a Creta.

45.  Comparationes philosophorum Aristotelis et Platonis; Venet. 1523.

46.  Egli mandò fuori due scritti: nell’uno, Bessarionis Card. Sabini, Patriarchæ costantinopolitani, De naturâ et arte, adversus Georgium Trapezuntium cretensem, raccontò tutta la storia della lite; nell’altro, In Calumniatorem Platonis, discusse lungamente la quistione filosofica. Nella bella edizione in foglio di quest’opera (Venetiis, in ædibus Aldi et Andreæ Soceri MDXVI), il primo scritto vi è aggiunto e pubblicato come ultimo libro della stessa.

47.  Così chiamavasi l’Aristotele nell’originale greco, a differenza di quello che s’era conosciuto solo per mezzo dei commentatori.

48.  Gemisti Pletonis, De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentiâ: Bessarionis, In calumniatorem Platonis: Trapezuntii, Comparationes philosophorum Aristotelis et Platonis.

49.  L’origine di questa Accademia trovasi dai Ficino stesso narrata nella lettera dedicatoria premessa alla sua traduzione latina di Plotino. Vedi Ficini Opera; Basileæ, 1576 in fol.º, vol. II, p. 1320.

50.  Fra queste è da menzionare l’opera De legibus, nella quale erano esposte le sue opinioni religiose.

51.  Giacomo Leopardi, nel suo Discorso sopra citato, cerca di rivendicarne il nome. «Tace la fama al presente di Giorgio Gemisto Pletone costantinopolitano; non per altra causa se non che la celebrità degli uomini, siccome, possiamo dire, ogni cosa nostra, dipende più da fortuna che da ragione...... Certo è che Gemisto fu de’ maggiori ingegni e più pellegrini del tempo suo, che fu il decimoquinto secolo. Visse onorato dalla patria; e poi trovatosi sopravvivere alla patria ed al nome greco (o, come esso diceva, romano), fu accolto ed avuto caro in Italia....; ed ebbe una splendidissima riputazione in questa sua nuova patria, e medesimamente nelle altre parti d’Europa, per quanto si stendeva in quei tempi lo studio delle lettere». È singolare però, che il Leopardi, così dotto nelle cose greche e così preciso in tutto ciò che dice, cada qui in due errori; chiamando il Gemisto costantinopolitano, quando egli era del Peloponneso; e facendolo venire in Italia dopo la caduta di Costantinopoli, quando egli era già morto nel 1451, cioè due anni prima della presa di quella città.

52.  In età più matura condannò queste opere alle fiamme.

53.  Il Gibbon, Decline and fall etc., osservò con molto acume: «So equal, yet so opposite are the merits of Plato and Aristotle, that they may be balanced in endless controversy; but some sparke of freedom may be produced by the collision of adverse servitude». Tutta la fine del cap. LXVI di quest’opera è piena di notizie ed osservazioni importanti sul carattere e la dottrina dei Greci che vennero in Italia. Vedi anche Meier, Savonarola etc.; Zweit: Kap: Ueberblick des Wissenschaftlichen und politischen Lebens in Florenz unter den Mediceern.

54.  Della religione cristiana. In Fiorenza, presso i Giunti 1568.

55.  Bruckeri, Hist. ec.; Marsilii Ficini Vita, auctore Johanne Corsio, pubblicata da Ang. Mar. Bandini.

56.  Marsili Ficini, Opera; Basilea, vol. 2 in fol.

57.  Ficini, Epistolæ, lib. III.

58.  Lugduni 1567. — È la parte principale della sua opera De vita.

59.  Commento alla Divina Commedia: Firenze, per Niccolò de la Magna 1481. Vedi propriamente il luogo ove interpetra il Veltro allegorico. È singolare che Lutero sia nato proprio nel mese di novembre del 1483 o 84, essendovi dubbio sull’anno preciso.

60.  Discorsi, lib. I, cap. LVI.

61.  Ricordi politici e civili, Ricordo CCXI.

62.  Questa esposizione della dottrina del Ficino è cavata principalmente dalla sua Theologia platonica. Vedi Ficini Opera.

63.  Molti sono gli autori che parlano dell’Accademia. Il Ficino stesso ne discorre più volte nelle lettere e nelle sue opere. Vedi anche Ficini Vita, auctore Corsio. Ne discorrono quasi tutte le storie letterarie e filosofiche d’Italia; e così il Fabroni, il Roscoe, il Gibbon: ed ultimamente il sig. Harford, nella sua opera più sopra citata (Life of Mich. Ang. Buonarroti etc.; London 1858, vol. 2), ha scritto sull’Accademia Platonica alcune pagine che, senza aver nulla di veramente nuovo, hanno il grandissimo merito di non essere la solita ripetizione del Roscoe e del Tiraboschi.

64.  Il Cardinal Bembo scriveva al Sadoleto: «Non leggere le Epistole di San Paolo, chè quel barbaro stile non ti corrompa il gusto; lascia da banda queste baie indegne di uomo grave.»

65.  Politiani Epistolæ, Lugduni, 1533, vol. 2. — Vedi lettera a Tristano Calco scritta nell’aprile 1489, vol. I, pag. 116. Questa lettera è stata citata dal Villemain (Cours de Littér. au moyen-âge) ed anche dal Guizot; ma, con manifesto errore, essi riferiscono al Savonarola ciò che il Poliziano dice del Gennazzano, nominandolo espressamente fin dal principio della lettera. — Vedi Niccolò Valori, Vita Laurentii Medicis: il Quetif anche dà, nel 2º vol., parecchie notizie sul Gennazzano.

66.  Non conosciamo di lui alcuna raccolta di prediche, nè a stampa nè manoscritte. Vien citato un suo Sermone fatto a papa Innocenzo VIII e stampato a Roma; ma è divenuto rarissimo. Nella Vaticana ne esiste una copia, o almeno si trova citata nei cataloghi: malgrado però molte ricerche, non potemmo ritrovarla.

67.  Epistola di Girolamo Benivieni a Clemente VII, in difesa della dottrina e profezie del Savonarola. MS. riccardiano, cod. 2022.

68.  Processo a stampa. — I processi del Savonarola son due: uno è quello stampato nel sec. XV e dipoi dal Baluzio; l’altro fu da noi ritrovato, ed avremo occasione di parlarne più a lungo. — Vedi anche Padre Marchese, pag. 118; Burlamacchi; Frà Benedetto, ec.

69.  Lauda composta l’anno 1484; Poesia VIII, nell’edizione fiorentina.

70.  In quanto alla cronologia della Vita del Savonarola, noi dobbiamo rendere il debito onore al Padre Marchese, che nella sua Storia di San Marco l’ha con molta diligenza riordinata, correggendo non pochi errori ch’erano incorsi negli altri biografi.

71.  Nel Compendium revelationum e nei suoi Sermoni del 97 e 98, si trova più volte ripetuta la storia della sua predicazione. Vedi anche il Processo, la Lettera del Benivieni, il Burlamacchi, Frà Benedetto, ec.

72.  Jo. Francisci Pici, Vita ec. Nel cap. V di questa biografia, è minutamente esposto come il Savonarola trovasse nella Bibbia le prime ragioni che gli persuasero i futuri flagelli dell’Italia e della Chiesa.

73.  Pico, Burlamacchi, Marchese ec. Vedi anche Barsanti, Della Storia del Padre Girolamo Savonarola da Ferrara; Livorno 1787. Questa biografia, pubblicata senza nome d’autore, sebbene sia fatta su quelle del Burlamacchi e del Pico, è pure preziosa, perchè ci dà moltissimi brani delle Giornate di Lorenzo Violi, manoscritto importantissimo che si è perduto. Pare che questo codice del Violi, conservato a tempo del Barsanti dalle Suore di Santa Caterina, venisse venduto, non ha molti anni, al libraio Molini, e da lui fosse rivenduto probabilmente a qualche inglese; onde se ne è perduta ogni traccia. Citeremo qui anche la biografia scritta dal Razzi, altra compilazione, ma di minore importanza, che trovasi MS. in molte biblioteche. Il Razzi ha raccolto pure molti scritti apologetici intorno al Savonarola, e ci ha lasciato un compendio abbastanza esteso di tutte le Giornate del Violi. Vedi Cod. riccard. 2012.

74.  Burlamacchi, Barsanti, ec.

75.  Zio di quel Giov. Francesco Pico della Mirandola, che scrisse la Vita del Savonarola.

76.  Jo. Pici, Opera; Basil. vol. 2, in fol. — La sua filosofia non era altro che una fiacca imitazione del Ficino.

77.  Lettera a Lorenzo de’ Medici: Idibus Julii 1484. Eran parecchi allora quelli che facevano pochissimo conto della poesia di Dante.

78.  Gli scrittori che parlano di Pico della Mirandola sono moltissimi; ma il vero giudizio intorno al suo ingegno si potrà cavare solo dalla lettura dei due grossi volumi in foglio delle sue opere, che versano sopra i soggetti più svariati, non di rado con molta leggerezza, ma sempre con un amore del vero ardente e sincero. Fra i moltissimi che ragionano di lui, vogliamo citare una miscellanea storica, che dà molte notizie esatte e ben raccolte intorno al Poliziano, al Pico e a molti altri, e fu pubblicata a Manchester nel 1805 dal Rev. W. Pair Greswell.

79.  Burlamacchi, Pico, Barsanti.

80.  Ripetiamo un’altra volta che la cronologia di questi viaggi del Savonarola, è stata ordinata tutta dalle ricerche del Padre Marchese: Storia di San Marco.

81.  Padre Marchese, Lettere inedite del Savonarola. Lettera I, scritta in Pavia, in fretta, il dì de la conversione di San Paulo Apostolo, 1490. Ne abbiamo riportato solo il senso, avvicinandoci però alle parole del testo, per quanto era possibile.

82.  Che il Savonarola sia venuto in Firenze la seconda volta, pregato da Lorenzo, il quale fu dal Pico indotto a chiamarlo, è un fatto che viene narrato in tutte le biografie antiche e moderne. Il signor Perrens (Jérôme Savonarole, sa vie, ses prédications, ses écrits; Paris 1853, vol. 2.), fondandosi sopra un MS. che egli medesimo confessa essere una cattiva parafrasi del Burlamacchi, anzi una copia con qualche giunta fatta ad arbitrio, nega il fatto. Ma ognuno deve seguir l’originale, piuttosto che una cattiva copia, la quale si trova in contradizione con tutte le altre biografie. Neppure può aver forza l’altra ragione addotta dal signor Perrens, che scorse cioè troppo tempo dal Capitolo di Reggio alla venuta del Savonarola in Firenze, e che Lorenzo era uso di esser subito obbedito. Potè il Pico non andar subito a Firenze, potè Lorenzo non prendere la cosa con calore; ed in ogni caso, un frate non dipendeva direttamente dai suoi ordini. Vedi Burlamacchi, p. 15; Barsanti, p. 20; Marchese, p. 25; ec.

83.  Come abbiam detto più sopra, la storia della predicazione trovasi non solamente nei biografi, ma si può con maggiore esattezza cavar tutta dal Compendio di Rivelazione, e da alcune prediche del Savonarola che avremo più tardi occasione di citare. Non poche notizie ci han dato ancora il processo a stampa e quello da noi scoperto, oltre la lettera del Benivieni e le opere di Frà Benedetto.

84.  Capitolo IV.

85.  Campanella, Metaphysica; Parisiis 1638: si trova nella Magliabechiana. Nella Riccardiana e nella Marucelliana si trovano la più parte delle altre opere del Campanella. Il Baldacchini di Napoli ne ha scritto una biografia assai diligente; il D’Ancona ne ha pubblicato le opere politiche (Torino 1851), precedute da una biografia, in cui sono notizie importanti. Egli ha però tralasciato di pubblicare e di esaminare la Monarchia Messianica; cosa che non sappiamo approvare, perchè in quest’opera si trova il complemento di tutto il sistema politico dell’autore. Avendo pubblicato la Monarchia Spagnuola, in cui l’Italia vien sottomessa a Spagna, bisognava pubblicare l’altra opera, in cui Spagna è sottomessa a Roma, che rimane, secondo il Campanella, capo del mondo. Quanto al sistema filosofico, si può vedere ciò che ne dice il Mamiani nel suo Rinnovamento; quello che ne discorre lo Spaventa nei suoi dotti articoli pubblicati nel Cimento, rivista piemontese; e l’esame assai minuto che ne ha fatto il Ritter, Geschichte der Philosophie; Hamburg 1841-52.

86.  Il Padre Marchese, Storia di San Marco, pag. 164, volle notare una somiglianza fra le idee politiche del Savonarola e del Campanella, paragonando la Città del Sole col trattato del Reggimento di Firenze. Ma le idee politiche dei due frati erano, come vedremo, molto diverse: oltre di che, nella Città del Sole trovasi l’utopia del Campanella, e non già il sistema ch’egli voleva veramente mettere in pratica; quindi mal si paragona al Reggimento di Firenze. Ma di ciò altrove. Quanto poi alle opere filosofiche, il Marchese (pag. 104) dice: «Abbiamo pertanto in questo compendio un sunto di tutti gli scritti, comechè svariatissimi, dello Stagirita.» — Il Meier, così diligente nell’esaminare le opere del Savonarola, non dice altro, che: «Aristoteles bildet natürlich die Grundlage, doch zeicht sich bei haüfiger Berücksichtung des Thomas von Aquino, auch eigenes Urtheil und Kritik. Der Stil ist meistens leicht, und ein Streben nach Klarbeit und Bestimmtheit nicht zu verkennen.» (Savonarola ec., Erst. Kap., s. 25.) — Anche il Poli, nelle sue addizioni al Tennemann, avea notato quest’ordine e chiarezza del Savonarola. — Il Rudelbach si occupa solo di cercare le idee protestanti, e quindi tralascia affatto gli scritti filosofici. — Il signor Perrens ha il merito di aver preso in considerazione questi scritti; ma egli, secondo il suo costume, ne traduce dei brani, senza occuparsi di giudicare l’insieme delle dottrine. Esprime non pertanto la sua opinione in queste parole: «Ces écrits sont, pour ainsi dire, des catéchismes sans prétension. L’auteur n’y met rien du sien.» (Vol. II, pag. 308.)

87.  Aristotelis pene omnia opera, et Platonis abreviati. Nell’Appendice daremo questo catalogo, De operibus viri divini non impressis, da noi trovato in una biografia latina del Savonarola, MS. passato dal Convento di San Marco alla Magliabechiana, I, VII, 28. Nel Convento di San Marco a Firenze è una Miscellanea ms. di molte cose relative al Savonarola, nella quale si parla anche di varie opere inedite, e di moltissimi autografi del Savonarola, ora smarriti.

88.  Venetiis, apud Juntas, 1542. Un’altra edizione ne fu fatta a Vittemberga, nel 1596. Non sappiamo quali sieno tutte le edizioni più antiche. Nella Magliabechiana di Firenze trovasene una della Logica: Impressum Pisciæ MCCCCLXXXXII. die XV Augusti, ad laudem individuæ Trinitatis. L’Audin cita un’edizione del sec. XV, S. L. A, dell’opuscolo: De omnium scientiarum divisione ec.

89.  Lib. I. 17. «In omni doctrina a notioribus nobis est incipiendum. Sic enim facilior est disciplina, quia faciliter magis nota ducunt in cognitionem earum quæ sunt nobis ignota vel minus nota, quae tamen sunt secundum naturam notiora

90.  «Homo autem potest facere talem collationem: ratio enim hominis inferior, est collativa singularium et intentionum individualium; unde ex multis memoriis unius rei colligit experimentum. Ex multis autem experimentis fit universalis quadam acceptio de omnibus similibus.» Lib. I, 28.

91.  Lib. I, 6, 7, 8, 9, 10.

92.  «Illa pars huius scientiæ quæ est de substantia sensibili, prior est ea quæ est de insensibili (qui sta per suprasensibili) ordine doctrinæ.» Lib. I, 28.

93.  L. XIV, 7. «Intellectus agens est virtus animæ. In anima est virtus quædam, per quam anima se ipsam possit reducere in actum intelligendi: hoc autem fit per hoc, quod sensibilia fiunt acta intelligibilia; quod nullo modo fit nisi a conditionibus individuantibus abstrahuntur et fiunt universalia; conditiones autem individuantes per phantasmata intellectui afferuntur, seu appropinquantur, et per virtutem intellectus agentis similitudo universalis resultat in intellectu possibili.» Logica, Lib. XIV, 7.

94.  «Omnis doctrina et omnis disciplina intellectiva fit ex præexistenti cognitione. Primum quidem, omnis cognitio intellectiva fit præexistenti cognitione sensus. Per sensum enim acquirimus cognitionem in intellectu. Quædam igitur intellectus, absque discursu et absque doctore, mediantibus sensibus cognoscit; sed doctrinam et disciplinam acquirens, vel per se ipsum vel per alterum habere non potest sine præexistenti cognitione intellectiva. Si enim omnino nihil cognosceret, esset in pura potentia ad cognitionem, et ideo se ipsum non posset in actum cognitionis reducere, nec per alterum reduci posset.» Logica, Lib. VIII, 5.

95.  Comp. Phil. L. I, 13. «Cognitio veritatis partim facilis, partim difficilis. Facilis quidem est, quia nullus ita expers veritatis quin aliquid cognoscat; et licet unus solus parum apponat ad veritatem, tamen facile est ut multi faciant magnam veritatis aggregationem, et maxime quia nullus est qui erret circa prima principia, juxta proverbium: in foribus quis aberret? Difficilis autem est, quia difficilis est composita resolvendo usque ad ultimas causas, et componentia usque ad compositionem perfectam reducere.» Lib. I, 13. Vedi anche Lib. I, 17, 18; L. II, 4; Logica Lib. VIII, 6, 7, 8. Dai brani che abbiamo citati, il lettore può facilmente vedere come il linguaggio, la forma e molte idee sieno tutte aristoteliche, e come malgrado ciò l’insieme della dottrina sia nuovo ed originale. Bisogna anche riflettere che, dando lezione a novizi, il Savonarola era forzato a prendere quella forma; giacchè nei chiostri allora, e per molti secoli dipoi, non si è insegnato altra filosofia che la Scolastica. Oggi gli studi vi sono decaduti e non vi fiorisce che la teologia; ma essa, come ognun sa, si veste ancora della forma scolastica.

96.  Comp. Phil. Mor., Lib. I, 25.

97.  Idem. Lib. I, 2.

98.  Idem, Lib. III, 23.

99.  Sebbene siasi da alcuni levata a cielo la divisione delle scienze fatta da Tommaso Campanella, essa è quasi identica con quella del Savonarola, e in fondo non differiscono quasi punto da quella degli scolastici. È ben vero che qualche volta si trovano nel Campanella idee che farebbero supporre una divisione secondo principii assai più alti; ma sono idee che rimangono solo accennate, e spesso anche contraddette. Il quadro seguente darà la divisione delle scienze secondo il Savonarola, accennando ove il Campanella differisce. Aggiungiamo solo, che essi sono in perfetto accordo intorno alle idee sull’importanza e natura della teologia.

FILOSOFIA UNIVERSALE REALE PRATICA MECCANICA
MORALE Etica, Economica, Politica.
Di questi 3 trattati, il Campanella ne fa un solo in tre parti.
RAZIONALE SPECULATIVA FILOSOFIA NATURALE Campanella: De sensu rerum, De rerum natura.
MATEMATICA Campanella: Astrologicorum.
METAFISICA
LOGICA Il Campanella divide la Logica Dialettica, Grammatica, Rettorica, Poetica, ec.

100.  De divisione etc., Lib. IV. Anche queste parole trovano un singolare riscontro nel Campanella. Vedi la sua Poetica, e il trattato De libris propriis.

101.  Proemio al Trionfo della Croce.

102.  Cap. I.

103.  Si potrebbe citare anche Lorenzo Valla, ingegno arditissimo; egli fu il primo che mosse guerra ad Aristotele: lo fece però in un senso piuttosto grammaticale che filosofico.

104.  Burlamacchi, pag. 5. Pici Vita, pag. 8. «Mirus erat veritatis amator, eo usque provectus, eius gratia, ut in his quos coleret doctoribus, si quid non placeret, ingenue fateretur.» Fra Benedetto, e tutti quelli che conobbero personalmente il Savonarola, ripetono le medesime osservazioni. Vedi Vulnera Diligentis, ec. Tutti i dotti del secolo XV tennero poi in altissima stima la dottrina filosofica del Savonarola. Il Ficino (lettera a Gio. Cavalcanti, 12 dicembre 1494) ed il Poliziano (lettera a Iacopo Antiquario, giugno 1492) lo chiamano uomo per dottrina insigne; Pietro Crinito, nel suo libro, De honesta disciplina, lib. I, cap. 3, dice di lui: qui ætate nostra in omni prope philosophia maxime præstat. Ma, per concludere, citeremo l’opinione d’un uomo che varrà per tutti. Francesco Guicciardini fu uno dei grandi ammiratori del Savonarola, come risulterà chiaro dalla sua Storia di Firenze, che è per vedere la luce. Egli aveva studiato diligentemente le sue opere, fatto alcuni sunti delle sue prediche, di cui discorre con grandissima ammirazione. Della filosofia, poi, dice che egli era il più valente in Italia, e ne ragionava con tanta maestria, da sembrare quasi che lui l’avesse fatta.

105.  Con questa promessa, la Riforma prima tolse allo scetticismo ed al materialismo una buona parte del genere umano; poi dètte occasione al cattolicismo di combatterla, e nella lotta riprendere forza e ringiovanirsi: e questa è opinione approvata dagli scrittori più ortodossi.

106.  Trattato dell’Umiltà. In Firenze, per Antonio Miscomini, a dì ultimo di giugno 1492; 14 carte. Altre edizioni: Firenze 1495, Venezia 1538, 1547. L’Audin ne cita altre quattro del secolo XV., S. L. A. — Nella esposizione di questi opuscoli ci atteniamo, secondo il nostro uso, per quanto è possibile, al linguaggio stesso dell’autore.

107.  Trattato o vero sermone della Orazione. Firenze, per Antonio Miscomini, 20 ottobre 1492; 14 carte. Altre edizioni: Firenze 1495; Venezia 1538; quattro del secolo XV, S. L. A.

108.  Firenze 1492, 1495. Venezia 1538, 1547: altre due edizioni del secolo XV, S. L. A.

109.  Firenze, per Antonio Miscomini, a dì XVII maggio 1492; 28 carte. Una seconda edizione se ne fece nel giugno dello stesso anno, altre cinque sono S. L. A. Queste edizioni degli opuscoli del Savonarola sono assai eleganti; spesso anche illustrate da incisioni dei primi artisti di quel tempo.

110.  Libro della vita viduale; Firenze, per ser Francesco Bonaccorsi, 1391; 30 carte. L’Audin cita altre tre edizioni: due S. L. A.; una per ser Lorenzo Morgianni, 1486; 26 novembre.

111.  Nel principio della Bibbia Magliabechiana (per cui vedi la nota in calce a questo Cap.), fra le altre postille autografe, trovasi questa: Conemur ita Scripturas exponere, ut ab infidelibus non irrideamur; e ciò, in fondo, altro non volea dire, se non che: le mie visioni vengono direttamente da Dio; non avrebbero quindi bisogno d’altra conferma, se però gli uomini non fossero oggi increduli. Vogliamo qui rammentare che queste postille erano scritte per uso tutto privato.

112.  «Dictis quæ aperta credimus, cum interjecta aliqua obscuriora invenimus, quæri quibusdam stimulis pungimur ut ad aliqua altiora intelligendum vigilemus; et tunc obscurius perlata sentiamus ea etiam quæ aperta putavimus.» Nelle postille autografe della medesima Bibbia.

113.  Vedi la nota in calce a questo Capitolo.

114.  «Ad charitatem, familiaritatemque Christi non pervenerit quisquis Sacræ Scripturæ deliciis abundare non contendit.

»Sic, si familiaritate alicui homini ignoto conjungamur, usu colloquii eius etiam cogitationes indagamus, dum alia ex aliis colligimus; ex quibus cognoscimus aliud esse quod voces intimant et aliud quod sonant: ita summe augendum cum accedimus in Scripturis et in eis assuescimus; nam nobis locutiones earum innotescunt....

»Intelligentia dictorum ex causis est assumenda dicendi, quia non sermoni res, sed rei est sermo subjectus. Vide Hilarium. Optimus lector dictorum intelligentiam expectet ex dictis, potius quam imponat, et retulerit magis quam attulerit, ne cogat id videri dictis contineri quod ante lectionem præsumpserit intelligendum. Cum ergo de rebus dictis sermo est, concedamus Deo sui cognitionem, dictisque eius pia veneratione famulemur.» Ibidem. Queste postille sono qualche volta bellissime, e confermano non di rado quanto abbiamo già detto sulla indipendenza dell’ingegno del Savonarola. Da esse si potrebbero cavare anche dei piccoli trattati inediti, delle esposizioni compiute di molti Salmi (vedi, p. es., il Salmo 94 nella Bibbia Magl.), di moltissime parti dell’Apocalisse ec., che formerebbero quasi altrettante operette inedite.

115.  »In exponendis Scripturis, semper grammaticum utamur sensum, videlicet literalem primo; et ubi sunt plures sensus, eum maxime sequimur quem plures gravioresque sequuntur, præsertim cum sequitur eum Ecclesia Romana: non spernentes tamen expositiones contrarias aliorum Sanctorum.

»Circa ea quæ ad fidem pertinent, quædam sunt de substantia, ut articuli; et circa hæc non licet contrarium opinari: et quædam non sunt de substantia, ut diversæ doctorum expositiones; et circa haec contingit opinari contraria.

»Quia lumine super rationali Scriptura est, non debemus ab expositione Sanctorum recedere, maxime in sensu literali, ne labamur in hæresim; ne etiam ab infidelibus irrideamur, et falsa pro veris asseramus: neque etiam debemus eam exponere contrarie ad philosophiam naturalem.» Ibidem.

116.  Egli stesso sembrava temerlo, perchè di continuo noi troviamo delle note con cui avverte sè stesso di stare in guardia; come si vede in alcune di quelle citate più sopra, e come si può vedere in questa: «Cave ne voluntas præcedat intellectum, aut etiam intellectus tuus intellectum Dei in Scripturas, ut velis illas exponere sicut prius concepisti et tuo sensui aptare: sed potius earum intellectui te ipsum accomoda, ut semper dicit Hilarius.»

Quest’altro pensiero trovasi anche assai spesso ripetuto. «Nec etiam ab infidelibus irrideamur et falsa pro veris sumamus, non debemus Scripturas exponere contra philosophiam naturalem veram. Si nos Dominus doceret aliud per lumen naturale, aliud contrarium per lumen supranaturale, aut dicerent homines eum decipere aut errare. Ergo Scriptura est summa philosophia vera, quia verum vero consonat.» Ibidem.

117.  Ibidem.

118.  Erano messer Domenico Bonsi, Guidantonio Vespucci, Paolo Antonio Soderini, Bernardo Rucellai e Francesco Valori. — Vedi Burlamacchi, Pico ec. È notevole che quasi tutti e cinque divenissero più tardi partigiani del Savonarola, e l’ultimo di essi fosse dipoi il più caldo de’ suoi seguaci.

119.  Questi fatti si trovano ripetuti nel Burlamacchi, nel Pico e nella lettera di Girolamo Benivieni a Clemente VII, che trovasi nella Riccard., Cod. 2022, e fu pubblicata in calce alla Storia del Varchi, ediz. Le-Monnier 1857-58. Vedi anche un sunto della biografia del Savonarola intitolato: Extracto d’una epistola Fratris Placidi de Cinozzis, ordinis præd. S. Marci de Florentia: de vita et moribus Rev. P. F. Hieronymi Savonarolæ ec. (Cod. Ricc. 2053.) Ne parla anche Frà Benedetto, che ha scritto sulle profezie del Savonarola un’opera che trovasi inedita nella Magliab., Cl. XXXIV, Cod. 7: Secunda Parte delle Profezie dello inclito Martire del Signore Hyeronimo Savonarola. Questo lavoro è la seconda parte di un’opera, il cui titolo era Nova Jerusalem: la prima parte sembra ora smarrita. In questo codice si trova anche un piccolo ritratto del Savonarola, ed è una delle poche miniature autentiche di Frà Benedetto.

120.  Nell’originale dice 90, seguendo l’uso dei Fiorentini che cominciavano l’anno il 28 di marzo.

121.  Compendium Revelationum. Vedi l’edizione del Quetif, p. 227.

122.  Burlamacchi, p. 20 e seg.; Pico; Barsanti; Razzi, ec.

123.  Burlamacchi, p. 20 e seg.; Barsanti, ec.

124.  Pico, Burlamacchi, Barsanti, Razzi, ec.

125.  Sermoni sulla I Epistola di San Giovanni. Vedi tutto il Sermone I, il V e il VI passim. Citeremo l’edizione di Prato 1846, perchè è la più facile a trovarsi da chi volesse riscontrare l’originale. Avvertiamo però, che essa è mutilata in alcune parti; onde chi vuole esser diligente, non potrà servirsene senza averla posta a confronto con le altre di Venezia 1547 (italiana) e 1536 (latina).

126.  Serm. X, p. 93.

127.  Serm. V, p. 47-50.

128.  Sermone VI, p. 52.

129.  Sermone V, p. 43, 44.

130.  Sermone XVII, p. 164-9.

131.  Il Cerretani, nella sua Storia di Firenze, che trovasi manoscritta e autografa nella Magliabechiana, discorre così delle prediche del Savonarola: «Introdusse quasi un nuovo modo di pronunziare il Verbo di Dio; cioè all’apostolica, senza dividere il sermone, non proponendo questione, sfuggendo gli ornamenti d’eloquenza: solo il suo fine era d’esporre qualche cosa del Vecchio Testamento, e introdurre la semplicità della primitiva Chiesa.» Il Guicciardini, nella sua Storia inedita di Firenze, dice che dopo aver lette e considerate le prediche del Savonarola, le trova eloquentissime, e d’una eloquenza naturale e non artificiosa. Aggiunge che da secoli non s’era visto un uomo tanto dotto nelle Sacre Carte; e che mentre niuno riuscì mai a predicare in Firenze più di due quaresime, senza stancare, il Savonarola fu quegli che solo potesse andare avanti molti anni, crescendo sempre nella estimazione del popolo. Questa Storia vedrà ben tosto la luce, e noi dobbiamo alla gentilezza del signor Canestrini l’averne potuto scorrere sin da ora alcune pagine. Come abbiam detto più sopra, il Guicciardini era uno dei più alti estimatori del Savonarola, delle cui prediche fece un sunto, che trovasi scritto tutto di suo pugno. Il suo giudizio, poi, ha tanto maggiore importanza, in quanto egli si adoperò sempre in favore dei Medici, non era punto un uomo religioso, e molto meno fanatico.

132.  Vedi la nota a pag. 133.

133.  Politiani, Epistolæ. Iacopo Antiquario, XV kalendas iunias 1492.

134.  Burlamacchi, Pico, Barsanti, Razzi, ec.

135.  Vedi la nota in fine del Capitolo.

136.  Nardi, Storia di Firenze; Guicciardini, Storia d’Italia; Sismondi, Hist. des Rép. Ital.; ec.

137.  Erano: Alessandro Acciaioli, Cosimo Rucellai e Carlo Carnesecchi. Questa predizione, come abbiamo già detto, trovasi menzionata nel Burlamacchi; nel Barsanti; nella lettera del Benivieni a Clemente VII; nel Cinozzi, Extracto etc., MS. riccardiano citato più sopra; in Frà Benedetto, Secunda parte delle prophetie dello inclito Martire del Signore Hyeronimo Savonarola ferrarese ec., MS. magliabechiano citato più sopra. Il Savonarola stesso, nelle prediche, accenna più volte a questa sua predizione.

138.  Infessuræ, Diarium; Burchardi, Diarium; Sismondi, Hist. des Rép. it.; Leo, Storia d’Italia; Muratori, Annali, ec.

139.  Fratello di Lodovico il Moro.

140.  Infessuræ, Diarium; Burchardi, Diarium; Guicciardini, Storia d’Italia; Sismondi, Hist. des Rép, it.; Leo; Muratori, ec.

141.  Guicciardini, Storia d’Italia.

142.  Guicciardini, Storia; Machiavelli, Legazioni; Sismondi, Histoire des Rép. it.; Michelet, Renaissance; Burchardi Diarium.

143.  Comp. Revelationum, ediz. del Quetif, pag. 231 e seg.

144.  Era un giovane venuto dalla Liguria a studiar legge nello studio di Pisa. Noiatosi del mondo, volle nell’aprile 92 vestir l’abito; e dopo pochi giorni noiatosi del chiostro, domandava di uscirne. Appunto allora venne a Pisa il Savonarola, dalle cui prediche il Codiponte fu cosiffattamente commosso, che non solo tornò al primo proposito, ma vi restò tanto fermo e divenne così osservante della religione, che un mese dipoi il Savonarola dovea quasi rimproverargli il soverchio zelo, in una lettera (22 maggio 92) che è fra le più belle che egli abbia mai scritte. Questa lettera, che fu da noi trovata nella Riccardiana (cod. 2053), sarà pubblicata nell’Appendice. Vedi, per queste notizie, gli Annali del Monastero di Santa Caterina di Pisa, pubblicati nell’Archivio Storico.

145.  Questa lettera, piena d’affetto e di consigli cristiani, si trova nel Quetif, vol. II, pag. 99.

146.  Burlamacchi, Barsanti, ec.

147.  Idem.

148.  Idem.

149.  Burlamacchi, 26-77; Barsanti.

150.  Burlamacchi (pag. 15-16) pone questa visione nel viaggio che il Savonarola fece dalla Lombardia a Firenze; ma egli venne allora per Genova e non per Bologna: d’altronde, quel biografo erra continuamente nelle date; onde noi abbiam creduto di dover narrare la visione in questo luogo.

151.  Il Libri, nella sua Histoire des sciences mathématiques, porta una lettera di Cristoforo Colombo, nella quale descrive una simile visione che egli ebbe in America; quando essendo stato da tutti abbandonato, venne da una voce divina incoraggiato a continuare la sua impresa. Ed a ragione il Libri giudica quella lettera come una delle più eloquenti nella nostra letteratura.

152.  Marchese, pag. 83. Di ciò parlò più volte il Savonarola: ne parlavano anche i Dieci nelle lettere che scrivevano a Roma su questo affare; per le quali vedi le note che seguono.

153.  Nell’Archivio delle Riformagioni sono, infatti, due lettere dei Dieci; una all’ambasciatore Filippo Valori, a Roma; l’altra al Cardinale Oliviero Caraffa, in data del 10 maggio 1493; le quali raccomandano caldamente la domanda dei frati di San Marco.

154.  Una minuta narrazione di questi tumulti si trova nel Parenti, Storia di Firenze, vol. I, pag. 23 e seg. — Ms. nella Magliabechiana, palch. II, 129.

155.  Erano per San Marco: il Card. Giovanni dei Medici; il Card. Oliviero Caraffa, arcivescovo di Napoli; il generale de’ Domenicani, Gioacchino Turriano. Pei Lombardi erano: il Moro, i Genovesi, il Duca di Ferrara, i Bentivoglio di Bologna, e pare anche il re di Napoli.

156.  Burlamacchi, pag. 47.

157.  È inedito nella Riccardiana, cod. 2053. Vedi nell’Appendice.

158.  Essi avevano, prima che fosse segnato il breve di Roma, spedito da Milano un ordine, col quale s’imponeva al Savonarola di partir subito da Firenze. Per fortuna, però, l’ordine fu indirizzato al priore di Fiesole, che si trovava assente; onde non venne consegnato al Savonarola se non dopo l’arrivo del breve. Allora essi, valendosi dell’aiuto di Piero de’ Medici, fecero accettare al Savonarola una convenzione, nella quale si diceva che la Congregazione Lombarda riteneva in Toscana la sua antica autorità, in tutto quello però che non contraddicesse al breve già ottenuto. Convenzione ch’era per sè stessa nulla, e che il Savonarola perciò accettava con una brevissima lettera di due o tre versi; la sola che scrivesse a Piero de’ Medici. Il signor Perrens, riportando questa lettera, sembra non aver saputo la vera cagione per cui fu scritta, e la cita perciò (vol. I, pag. 51, nota 2) come una prova di souplesse, e come una dimostrazione che «le prieur sut fort bien, dans l’occasion, faire acte de soumission, sinon à Laurent, du moins à son fils Pierre.» (vol. I, pag. 51.) Ma questa lettera, insieme colla convenzione di cui abbiamo parlato, si trova nell’Archivio Mediceo acclusa in un’altra di Iacopo Salviati; e dai tre documenti che daremo nell’Appendice, risulta chiarissimo che non si tratta nè di souplesse nè di soumission. — Vedi Burlamacchi, pag. 46; Barsanti; Pico ec.

159.  Vedi Burlamacchi, pag. 46; ec. Pare che il Savonarola andasse così oltre in questa sua idea, che avesse già fatto tagliare una selva sopra un monte, dove voleva costruire il romitorio.

160.  «Abbiate la carità, conservate l’umiltà, possedete la povertà volontaria: la mia maledizione e quella di Dio cada sopra colui che porterà le possessioni in questo ordine.» Tali furono le ultime parole di San Domenico ai suoi discepoli. Il Beato Angelico avea dipinto sul muro esterno del dormentorio la Vergine con molti santi, e fra questi San Domenico con un libro aperto dove erano scritte quelle sue parole. Vedi Lacordaire, Vita di San Domenico; P. Marchese, Storia del Convento di San Marco.

161.  Burlamacchi; P. Marchese, Storia di San Marco. Spesso il Savonarola parla nel suoi Sermoni di queste varie lingue che ha introdotte nel convento, e dell’uso che dovranno avere. Il Rio (Art Chrétien) ha parlato con eloquenza delle scuole di belle arti in San Marco, esagerandone però l’importanza.

162.  Marchese, Storia di San Marco.

163.  In una lettera al Papa, della quale avremo più tardi occasione di parlare, il Savonarola discorre di questi odii, e dei pericoli ai quali fu per essi esposto.

164.  Vedi Annali del convento di Santa Caterina di Pisa, pubblicati nell’Archivio Storico.

165.  Questi fatti si cavano da documenti esistenti nell’Archivio di Siena.

166.  Prediche sul Salmo Quam bonus; Prato 1846. È la medesima edizione delle prediche sulla I. Ep. di S. Giov.; Predica IV, pag. 237. Vedi anche le edizioni di Firenze 1528, e di Venezia 1544.

167.  Ibidem.

168.  Predica IX, pag. 20-21.

169.  Predica VIII, pag. 299 e seg.

170.  Predica IX, pag. 323.

171.  Il Rudelbach (vedi Savonarola etc., cap. 3º della 3ª parte: Savonarola’s dogmatischer Standpunct) è senza dubbio il più forte sostenitore della prima opinione; ma egli è stato nella stessa Germania combattuto vittoriosamente dal Meier, che anch’esso cerca fare del Savonarola un protestante; ma vorrebbe, almeno in parte, moderare le esagerazioni del suo connazionale. Il Rudelbach (pag. 359) prende in appoggio delle sue idee specialmente queste prediche sul salmo Quam bonus; ma il Meier è costretto a dirgli: «Die Folgerungen welche Rudelbach (s. 359) aus diese Stelle zieht, sind den Vorstellungen Savonarola’s fremd und beruhen lediglich, wie so Vieles in der genannten Schrift, auf willkürlich eingeschobenen Deutungen des ursprunglichen Textes.» Nota 2 alla pag. 274. Da tutto ciò si vede quanto male si sia consigliato il signor Perrens nel riportare (dopo aver dato il Savonarola per cattolico) quel capitolo del Rudelbach, come la vera esposizione delle dottrine del frate. L’autorità del Rudelbach, quando fosse valida, rovescerebbe tutto ciò che il signor Perrens ha detto nella sua biografia.

172.  Predica IV, pag. 237-38.

173.  Predica V, pag. 246.

174.  Predica XII, pag. 373.

175.  Predica XIV, pag. 309-400.

176.  Predica XVI, pag. 443.

177.  Tutti i biografi riportano questo suo motto, che egli stesso ripete nelle sue prediche. Vedi p. es., la predica V sopra Giobbe.

178.  Predica II, pag. 208-10.

179.  Predica VII, 271-4.

180.  Filateria era una carta che gli Ebrei portavano avvolta intorno al braccio, e nella quale erano scritti i passi della Bibbia e i Comandamenti della legge.

181.  Predica VIII, pag. 296.

182.  Predica X, pag. 344-5.

183.  Predica XIII, 383-4.

184.  Predica XVII, 543. e seg.

185.  Predica XXIII. Il medesimo pensiero trovasi ripetuto in molte di queste prediche, e quasi forma il fondo di questo Avvento.

186.  Compendium Revelationum.

187.  Venezia 1536, ex officinâ divi Bernardini. Per capire con quante lacune furono messi insieme questi sermoni, bisogna prima di tutto leggerli, e poi vedere ciò che ne dicono tanto l’editore di esse, quanto quello delle Prediche sopra Job.

188.  Frà Benedetto, Cedrus Libani, poemetto pubblicato dal Padre Marchese nell’Archivio Storico, Cap. II. «Sunto delle profezie le quali udì predicare el compilatore al profeta Jeronimo, esponendo l’arca di Noè, quando nullo sospetto era di tribulazione alcuna.»

189.  L’editore veneto ha messo il titolo di Avvento a questi 13 sermoni, che sono premessi ai 43 della quaresima e furono stampati colle medesime scorrezioni. Ma nelle opere del Savonarola stampate a Venezia, gli errori di tal sorta sono frequentissimi. L’avvento del 93 fu quello sul Salmo Quam bonus, e l’avvento del 94 fu sopra Aggeo. Questi 13 Sermoni sull’Arca non debbono, perciò, precedere ma seguire il quaresimale del 94, come si può veder chiaramente leggendoli. Il 3º di essi, infatti, espone le parole: Ecce ego adducam aquas, ed il Savonarola stesso ci dice, nel Compendio di Rivelazioni, che ciò avvenne il 21 settembre; quindi dopo la quaresima. Egli usava far delle prediche fra la quaresima e l’avvento, che chiamava prediche delle feste; e tali sono queste tredici sull’Arca di Noè. Il signor Perrens si è lasciato ingannare dall’editore; ma leggendo quei sermoni, si sarebbe egli stesso potuto chiarire.

190.  «Aveva predicato in Santa Reparata, ed avendo innanzi all’entrata del re di Francia appunto chiuso l’Arca, con tanto terrore, spavento e grida e pianti aveva fatto alcune prediche, che ciascuno quasi semivivo senza parlare per la città si aggirava.» Cerretani, Storia, MS. autografo nella Magliabechiana.

191.  Machiavelli, Legazioni; Francesco Guicciardini, Storia d’Italia; Sismondi, Hist. des Répub. ital.; Michelet, Renaissance; Parenti, Storia di Firenze; Cerretani, idem. Le ultime due opere si trovano Mss. nella Magliabechiana.

192.  «Le dict seigneur Ludovic estoit homme tres sage, mais fort craintif, et bien souple quand il avoit peur (j’en parle come de celuy que j’ay congnu et beaucoup de choses traicté avec luy), et homme sans foy, s’il voyoit son profit pour la rompre.» Philippe de Comines, Mémoires etc., Lib. VII, chap. II. Vedi anche gli autori più sopra citati.

193.  Alcuni di questi dispacci, scritti la più parte dal Pontano, sono importantissimi, e si trovano nell’Archivio di Napoli.

194.  Si vedano i medesimi autori citati più sopra.

195.  Vedi i medesimi autori.

196.  Sismondi, Hist. des Rép. ital.; Histoire des Français. Il Michelet, nella sua Renaissance, ha trattato questo soggetto con molta eloquenza ed originalità.

197.  Il carattere di Carlo VIII è descritto mirabilmente dal Guicciardini, Storia d’Italia. Vedi anche il Nardi, Storia di Firenze; il Parenti, Ms. sopra citato; il Cerretani, Storia di Firenze, Ms. idem; Sismondi; Michelet ec. Sopra ogni altro autore, però, bisogna leggere, per tutto questo periodo di storia, Les Mémoires de Philippe de Comines, che fu uno dei più grandi osservatori e diplomatici del secolo XV. Può anche giovare: Histoire de Charles VIII depuis l’an 1485 jusqu’à 1498, par Guill. de Jaligny, A. de la Vigne etc.; Paris 1618.

198.  Il Gibbon meditava una volta di scrivere la storia della discesa di Carlo VIII in Italia: «an event,» egli dice, «which changed the face of Europe.» Nel 3º vol. delle sue Miscellaneous works (London 1814) si trova l’idea di questo lavoro, e vi è esaminata la nullità delle ragioni a cui pretendeva la corona di Francia.

199.  Guicciardini, Storia d’Italia; Dispacci di re Ferdinando, nell’Archivio di Napoli. Vedi l’Appendice.

200.  Burchardi, Diarium, ecc.

201.  Memoires de Messire Philippe de Comines, seigneur d’Argenton, sur les principaux faicts et gestes de Louis XI, et Charles VIII, son fils, roys de France; Paris, 1580. Nel Cap. V del settimo libro, parla di due ambascerie mandate da Piero de’ Medici a Carlo VIII, nella prima delle quali erano il vescovo d’Arezzo e Piero Soderini. «A la seconde fois envoya le dict Pierre (de’ Medici) à Lyon, un appelé Pierre Capon, et autres; et disoit pour excuse (come ja avoit fait), que le roy Louis onzieme leur avoit commandé à Florence se mettre en ligue avec le roy Ferrand.... En toutes les deux ambassades y avoit tousjour quelcun ennemi du dict de Medicis, et pour especial ceste fois le dict Pierre (Capponi), et faisait sa charge plus aigre qu’elle n’estoit, et aussi conseilloit qu’on bannist tout Florentin du royaume. Cecy je dis pour mieux vous faire entendre ce qui advint après; car le roy demoura en grande inimitié contre le dicte Pierre; et les dicts general et seneschal (Beaucaire e Brissonet) avoyent grand intelligence avec ses ennemis en la dicte cité, et par especial ce Capon, et avec deux cousins germains du dict Pierre, et de son nom propre.» — Da ciò risulta evidentissimo che il Capponi e tutto il partito liberale volevano i Francesi. Per le stesse ragioni, e coi medesimi fini, li favoriva anche il Savonarola.

202.  Guicciardini, Storia d’Italia.

203.  Phil. de Comines, Memoires. «Ego quantum potero præstabo armis, pecuniâ, equis; viris iuvabo etc.» così scriveva il Moro a Carlo VIII, in una lettera riportata dal Corio nella sua Storia di Milano.

204.  Forse non bisogna prendere alla lettera le parole del Machiavelli, il quale più volte ripete questa sua sentenza, senza dubbio esagerata. Pure, tristi assai dovevano essere i tempi di cui tali cose potevano dirsi.

205.  Il Porzio, Congiura dei Baroni, LI, § II, descrive minutamente e con molta maestria le armi italiane di quel tempo. Vedi anche Guicciardini, Sismondi, ec.

206.  Sismondi, Hist. des Répub. ital.; Historie des Français: Michelet, Renaissance; Guicciardini, ec.

207.  Un uomo d’arme era composto da un cavaliero, due balestrieri ed altri due cavalli da servire in caso di bisogno; sicchè facevano in tutto cinque cavalli e tre cavalieri. Ma questo numero variava assai spesso, e variava ancora grandemente la moltitudine di servi, di paggi e d’altra gente che si traeva dietro un esercito.

208.  La differenza degli storici antichi su questo proposito è tanta, che non staremo a citarli: essi giudicavano sempre ad occhio o per udita. Noi abbiamo seguito il computo del Nardi, che viene accettato anche dal Sismondi e dal Michelet.

209.  Il Parenti, nella sua Storia di Firenze, scrive che Piero dicesse in quella occasione: «Ciascuno faccia per sè.» Per questo viaggio del re vedi: Comines, de la Vigne, Sismondi, Michelet, Guicciardini, Nardi, Parenti, Cerretani, ec. ec. Su tutti questi fatti gli storici vanno perfettamente d’accordo.

210.  Philippe de Comines, Memoires etc. Egli medesimo se ne era persuaso, e ripete più volte: «Dieu monstroit conduire l’entreprise.»

211.  La fortezza di Pietrasanta costò alla Repubblica 150,000 ducati e un assedio di due mesi; quella di Sarzana costò 50,000 fiorini. — Vedi Rinuccini, Ricordi storici, pag. 141: questo importante Diario fu pubblicato dall’Aiazzi nel 1840, in Firenze. Vedi anche Cerretani, Storia di Firenze, p. 524: Ms. magliabechiano.

212.  Iacopo Nardi, Storia di Firenze.

213.  «Firenze, tu sai che sessanta anni hai avuto un forte armato in casa.... Costui se ti toglieva la roba e ti toglieva le donne, e’ ti bisognava avere pazienza.... Dove era l’appoggio tuo? In che governo ti trovavi tu allora, che era un governo non so come fatto? Dimmi che cervelli avevi tu dal tuo? Con lui erano migliori cervelli del tuo, dico quelli che erano suoi aderenti ec.» Predica fatta la terza domenica della quaresima del 1496.

214.  Prediche sopra Aggeo, fatte nell’avvento del 1491. Pred. Iª. Aggeo fu il profeta che parlò agli Ebrei, usciti appena dalla servitù di Babilonia, incitandoli a ricostruire il tempio: è facile, quindi, il comprendere perchè il Savonarola lo prendesse allora ad esporre.

215.  Calendis igitur Novembris, id est Sanctorum omnium solemnitate, et duobus proximis diebus, voci ei lateri non perperci, et (ut omni populo notum est) tantum ex pulpito declamavi, quod infirmior corpore factus, pæne langui. Compendium Revelationum, edit. Quetif., p. 236.

216.  Tutti gli storici sono unanimi nel dire, che il Savonarola era in quei giorni divenuto l’anima della moltitudine. Se molto a lui si deve, per avere negli anni trascorsi ridestato il popolo dal suo lungo sonno, assai più gli si deve ora per aver saputo mantenere la pace e la concordia. Noi lo dimostreremo più ampiamente nei Capitoli che seguono, e queste prediche sopra Aggeo ne saranno certissima prova. Il Guicciardini è uno di quelli che meglio compresero e giudicarono il Savonarola. Nel suo dialogo Sul reggimento di Firenze, p. 28, egli fa dire a Bernardo del Nero queste parole: «Io credo che voi abbiate un obbligo grande a questo frate, che per avere levato a buona ora il romore, è stato causa che e’ non si sia fatto esperienza di quello che arebbe partorito quella vostra forma di governo; perchè io non dubito che arebbe introdotto discordie civili di qualità, che si sarebbe presto venuti a qualche mutazione disordinata e tumultuosa.» Ma come il Savonarola fosse il solo a salvare la repubblica dai disordini, il Guicciardini lo descrive e ragiona assai distesamente nella sua Storia di Firenze.

217.  Cerretani, Storia di Firenze.

218.  Il Cerretani ci ha lasciato una minutissima narrazione di questa pratica (Ms. magliab., carta 594 e seguenti): egli però mette in bocca del Nerli queste parole, che furono veramente pronunziate dal Capponi; a cui, infatti, essendo uomo di età matura, si addicevano assai meglio che al Nerli, giovanissimo. Vedi Acciaioli, Vita di Piero Capponi, nell’Archivio Storico, vol. IV., parte II.

219.  Cerretani ed Acciaioli, come sopra. Il Capponi ebbe sempre una grande venerazione pel Savonarola e pel convento di S. Marco Egli si confessava da Fra Salvestro; e nelle sue lettere, pubblicate nell’Archivio Storico in calce alla vita del Capponi, si vede più volte come egli facesse gran conto dell’autorità del Savonarola.

220.  Vedi la parte del Priorista Gaddi, pubblicata nel sopracitato volume dell’Arch. Stor. Ital., in appendice alla Vita del Capponi. Ivi si nominano altri due ambasciatori: Pandolfo Rucellai e Giovanni di Niccolò Cavalcanti.

221.  Parenti, Storia di Firenze.

222.  Prediche sopra Aggeo, pred. III.

223.  Parenti, Storia di Firenze, Ms. magliab. Vedi nel novembre 1494.

224.  Iacopo Nardi, Storia di Firenze.

225.  Il Proposto mutava ogni due o tre giorni, ed anche ogni giorno.

226.  Iacopo Nardi, Storia di Firenze, pag. 41 e seg. (ediz. Arbib.); Rinuccini, Ricordi Storici; Gaddi, Priorista; Parenti, Storia di Firenze; Cerretani, Storia di Firenze.

227.  Vedi gli scrittori più sopra citati.

228.  Più tardi papa Leone X.

229.  Poi duca di Nemours.

230.  Questa è l’opinione non solo del Nardi e degli altri storici, ma del Savonarola stesso, che perciò attribuiva la cacciata dei Medici all’aiuto divino. — «Iddio t’ha levato questo forte armato: non sia nessuno che ti dica, io fui io; non sia nessuno che se ne vanti; perchè non avevi tanta forza, che potesse sbarbare tanto gran casa e sì forte armato.... Iddio è venuto più forte di lui; hagli tolto le spoglie sue e la roba sua, e l’autorità sua sopra di te.» Predica fatta la terza domenica della quaresima del 1496.

231.  Nel 1434 Cosimo tornò dall’esilio; nel 1478 seguì la congiura dei Pazzi.

232.  Questo discorso si trova riportato nel Compendium Revelationum. Nel racconto di tutti questi fatti, noi abbiamo seguito principalmente il Nardi, che è minuto, diligente ed esatto; ma ci siamo valsi ancora molto del Cerretani, Parenti, Rinuccini, Gaddi; del Guicciardini, Machiavelli, Comines, ec.

233.  Sismondi, Histoire des répub. ital.; Michelet, Renaissance; Leo, Storia d’Italia; Guicciardini, Machiavelli, Nardi, Parenti, Cerretani, Rinuccini, Gaddi, Comines, ec.

234.  Iacopo Nardi, Storia di Firenze.

235.  Nardi, Parenti, Cerretani, Sismondi, ec.

236.  Quello che oggi chiamasi Palazzo Riccardi.

237.  Cerretani, Storia di Firenze.

238.  L’autore del Priorista, quello stesso che fece il discorso al re quando egli entrava nella città.

239.  Tutta questa narrazione abbiamo cavata principalmente dal Nardi, Gaddi e Rinuccini, che si trovarono presenti all’entrata del re Carlo. Il Cerretani descrive assai minutamente l’esercito francese: molte notizie dànno il Parenti, il Guicciardini ed il Comines: tra i moderni vanno menzionati sopra tutti il Sismondi, Hist. des répub. ital. e Histoire des Français; il Michelet, Renaissance.

240.  Questo fatto, quanto onora il Capponi, altrettanto dimostra in che misero stato dovesse allora trovarsi l’arte della guerra in Italia. Acciaioli, Vita di Piero Capponi, nell’Arch. Stor. vol. IV. parte II.

241.  Lettere del Capponi, pubblicate nell’Appendice alla sua Vita più sopra citata, pag. 55. Vedi anche ciò che ne ha scritto il marchese Gino Capponi, nella sua bella avvertenza in fine dei primo vol. dell’Archivio Storico.

242.  Parenti, Storia di Firenze.

243.  Con queste parole il re ed i suoi s’andavano vantando.

244.  Vedi la descrizione di questo tumulto nel Cerretani (Magl., Palch. III, Cod. 74) pag. 211 e seg.; e nel Parenti (MS. Magl.) pag. 74. Il Cerretani conclude la narrazione del fatto con queste parole: «La qual fu tenuta animosa difesa, e conobbesi nei Francesi paura non piccola; chè la maggior parte, benchè armati si raunassino, temevano come femmine.»

245.  Il marchese Gino Capponi, dice a questo proposito: «Egli ebbe la fortuna di vivere in uno di quei momenti che bastano a tutta una vita.» Vedi Cerretani; Parenti; Guicciardini; Nardi; Machiavelli; Acciaiuoli, Vita del Capponi, ec.

246.  Sono assai noti quei versi del Machiavelli, ne’ suoi Decennali:

Lo strepito dell’armi e de’ cavalli

Non potè far che non fosse sentita

La voce d’un Cappon fra cento Galli.

247.  Il trattato fra Carlo VIII e la repubblica fu pubblicato nel primo vol. dell’Archivio Storico, dal marchese Gino Capponi, con alcune belle riflessioni.

248.  Vedi le Prediche sopra Aggeo. Questi sermoni, pronunziati nell’Avvento del 1494, furono raccolti dalla viva voce da quel frate Stefano da Codiponte, di cui abbiamo parlato più sopra, e stampati a Venezia nel 1544. Come già abbiamo detto, le edizioni venete sono scorrette, e gli editori s’ingannano assai spesso anche nel mettere il titolo all’opera, e nelle parole che aggiungono in principio o in fine di alcune prediche. Così in queste, la predica 4ª ci vien data come quella fatta dopo la cacciata dei Medici, e la 5ª come quella pronunziata dopo il ritorno del frate da Pisa: il che ha fatto erroneamente credere al Perrens, che il Savonarola fosse partito da Firenze per Pisa dopo la cacciata dei Medici. Leggendo però queste prediche sopra Aggeo, ed osservando che la 1ª, 2ª e 3ª furono fatte nei giorni 1, 2 e 6 novembre; si vedrà che la 4ª è quella fatta dopo il ritorno di Pisa, e che nella cacciata dei Medici il Savonarola non era in Firenze; secondo appare anche dai Cronisti del tempo, e dalla data del giorno in cui furono eletti gli ambasciatori, cioè il 5 novembre.

249.  Oltre ai biografi, il Savonarola medesimo racconta più volte questi fatti. Vedi la pred. XXVI sopra Michea, fatta il 28 ottobre 1496.

250.  Comines, Mémoires. liv. VIII, chap. IX.

251.  Comines, come sopra; Sismondi, Hist. des Rép., chap. XCIII.

252.  Parenti, Storia Fiorentina, vol. I, pag 51: settembre 94.

253.  «La vituperazione sua (del Poliziano) non tanto dai suoi vizi procedeva, quanto dall’invidia in cui era venuto Piero de’ Medici nella nostra città.» Parenti, loc. cit.

254.  Ecco le due iscrizioni come si leggono in San Marco.

D. M. S.

IOHANNES IACET HIC MIRANDULA CAETERA NORUT
ET TAGUS ET GANGES FORSAN ET ANTIPODES
OB. AN. SAL. MCCCCLXXXXIIII. VIX. AN. XXXII.

HIERONIMUS BENIVIENUS NE DISIUNCTUS POST
MORTEM LOCUS OSSA SEPARET QUOR. ANIMAS
IN VITA CONIUNXIT AMOR HOC HUMO
SUPPOSITA PONI CURAVIT

In un’altra lapide, sottoposta alla prima, si trova quella del Poliziano.

POLITIANUS
IN HOC TUMULO IACET
ANGELUS UNUM
QUI CAPUT ET LINGUAS
RES NOVA TRES HABUIT
OBIIT AN. MCCCCLXXXXIV
SEP. XXIV — AETATIS
XL.

255.  Per questa sua lunga esitazione, il Savonarola dubitò un momento della salvezza del suo amico, quasi avesse voluto resistere alla voce del Signore che lo chiamava. Ma poi ebbe una visione, nella quale gli parve di vederlo portato in cielo dagli angeli, e con ciò si credette assicurato che egli fosse andato in purgatorio, e lo disse dal pergamo al popolo. Vedi nelle Prediche sopra Aggeo, il fine della predica sesta.

256.  La ringhiera stava sulla facciata del Palazzo, dove ora si trovano il Marzocco e le scale esterne.

257.  Parenti, Storia di Firenze, vol. I, fol. 63.

258.  Lex Parlamenti anni Domini 1494, die vero 11 decembris. Parlando degli Accoppiatori, dice così: «E’ quali Venti così electi s’intendino essere et siano Accoppiatori per un anno proximo futuro. E’ quali per decto anno habbino auctorità d’imborsare la Signoria et Gonfaloniere di giustizia et loro notaio.... Et che per da hora, per la presente provvisione, pel numero de’ cinque Accoppiatori ne tocca al quartiere di S. M. Novella, s’intenda essere et sia electo, et etiam per Accoppiatore et secretario a qualunque squittinio s’ha affare, come di socto si dirà, lo spectabile huomo Francesco di Martino dello Scarfa al presente Magnifico Gonfaloniere di Giustizia; et che etiamdio de 20 Accoppiatori così electi per essere Accoppiatori, non habbino divieto a essere Gonfaloniere di giustizia...» Questa provvisione, cavata da un volume miscellaneo è incompiuta. Vedi nell’Archivio delle riformagioni Registro di Parlamento, o sieno leggi del Consiglio Maggiore (sic), 1452-97 (nell’antico ordinamento era segnato cl. II, 27.) Il Rinuccini, nei suoi Ricordi Storici, dice: «I Signori vennono in sulla ringhiera, e quivi feciono leggere una petizione, che conteneva fra l’altre cose il fare li Otto di balía a mano, per una volta; e che le borse dei tre maggiori uffici si tenessino a mano e aperte, per un anno, per Venti Accoppiatori; e facessino Dieci di libertà e pace per sei mesi; e privorono di ufficio li Otto di guardia e balía che allora erano in uficio.» Ed il Nardi: «Venti cittadini riformatori, i quali per vigore della legge fatta del parlamento, erano stati creati con pienissima autorità e balía quanto avesse tutto il popolo fiorentino. Per la deliberazione e l’autorità dei quali, durante il tempo d’uno anno, si dovevano creare i principali magistrati; cioè i Signori, i Gonfalonieri delle compagnie del popolo, e i dodici Buoni Uomini; i quali magistrati, dal volgo particolarmente, si chiamano i tre maggiori uffici, e tutti insieme il Collegio; e così il magistrato dei Dieci della guerra, chiamati poi con migliore augurio i Dieci di libertà e pace, e parimenti il magistrato degli Otto di guardia e balía.» (Vol. I, p. 60).» — Stimiamo bene di spiegare in questo luogo le parole: imborsare, tenere le borse serrate, tenere le borse aperte e simili, che si trovano spesso nelle provvisioni e negli storici. Nella elezione dei magistrati tenevansi generalmente due borse; una per l’arte maggiore, l’altra per la minore: in esse mettevansi i nomi di coloro che dovevano sedere in quei magistrati, secondo lo squittinio fattone, e si chiamavano perciò imborsati o squittinati. Lo squittinio poteva farsi per sei mesi, per un anno, o anche per più. Ogni volta, poi, che dovevano essere eletti i magistrati, si tiravano, generalmente, a sorte i nomi dalle borse, e questo si diceva tenere le borse serrate; ma se, dopo fatto lo squittinio, davasi balía di scegliere i magistrati ad arbitrio, o sia tenere le borse aperte, le borse a mano, ciò voleva dire, che si potevano scegliere dalle borsa i nomi che meglio piacessero, senza ricorrere alla sorte.

259.  Per queste notizie sul governo della Repubblica Fiorentina, vedi Giannotti; Guicciardini, vol. II delle opere inedite; le storie del Villani, Ammirato ec.; ma soprattutto gli Statuti e le Provvisioni originali, che soli possono dare idee esatte sopra questa materia, assai poco studiata.

260.  Il marchese Gino Capponi ha pubblicato la legge colla quale il Magnifico istituì questo Consiglio, ed ha fatto con belle osservazioni capire tutta l’importanza di questa tirannica istituzione. Vedi Archivio Storico, vol. I.

261.  Il Guicciardini, nel suo Reggimento di Firenze, discorre mirabilmente questa materia. Vedi pag. 282, e seg.

262.  Guicciardini, ibidem; Giannotti, Della Repubblica Fiorentina.

263.  Nardi, Storia di Firenze.

264.  Questa teoria è minutamente esposta dal Giannotti, e forma la base e il fondamento dei suoi scritti politici; si trova nel Machiavelli e nel Guicciardini (Del Reggimento di Firenze); ma più comune assai era negli scritti e nel discorsi tenuti dai contemporanei del Savonarola. Vedi il suo trattato sul Reggimento di Firenze.

265.  I due discorsi del Soderini e del Vespucci sono famosi nella Storia del Guicciardini.

266.  Questa è l’opinione di tutti gli storici del tempo, e specialmente del Guicciardini, nel suo Reggimento di Firenze e nella Storia inedita di Firenze.

267.  »Facevano lunghissime dispute infra di loro, stando alle volte infino alle cinque ore di notte o sei.» Burlamacchi, p. 67.

268.  L’università istituita da Lorenzo dei Medici, trovavasi allora chiusa per la rivoluzione di Pisa; e le sue rendite potevano perciò spendersi altrimenti. Nessun uso, certamente, ne sarebbe stato in quel tempo migliore, che darle ai poveri.

269.  Predica VII sopra Aggeo.

270.  Predica VIII, idem.

271.  Predica XIII, idem.

272.  Queste idee si trovano pienamente espresse nel trattato De Regimine principum; ed erano diffuse tra i politici fiorentini al tempo del Savonarola. Il Ficino le aveva adottate, e nel Guicciardini se ne trova ancora qualche traccia visibile (Vedi il suo Dialogo sul reggimento di Firenze). Il Savonarola poi le espresse anche più estesamente nel suo Trattato circa il reggimento di Firenze.

273.  Parte di queste parole aveva già dette anche in altre prediche di questo avvento; come, per esempio, l’ottava.

274.  Questo era stato un famoso detto di Cosimo il Vecchio, il quale soleva dire ancora: Che due canne di panno rosato fanno un uomo dabbene.

275.  Vedi tutta la Predica XIII. Nelle prediche antecedenti aveva già detto qualche cosa di politica; ma nella XIII entrò addirittura nel soggetto, discutendolo minutamente in ogni parte.

276.  Predica XIII.

277.  Burlamacchi. Il Violi, citato dal Barsanti (pag. 86), dice nella sua Giornata XI: «Trattandosi de’ modi del nuovo reggimento, lui (il Savonarola), con più altri religiosi (di S. Marco), fu ricercato a disputare e consigliare qual modo di governo fosse il migliore e più appropriato della città, per conservare la libertà che nuovamente era stata ricuperata; e fu accettata l’opinione di frate Hieronimo, che meglio fosse il governo universale di tutti i cittadini, che di pochi o di un capo solo, per tenere più la città e i suoi cittadini in pace: e così fu fermato questo governo per migliore.»

278.  Vedremo come questo numero non era troppo largo, ma anzi assai ristretto.

279.  Nella Predica XXIX sopra Giobbe, il Savonarola stesso ci dà minuto ragguaglio di questa predica, che non si trova a stampa. Ne discorre minutamente anche il Nardi che aggiunge poi queste parole: «Credevasi in quel tempo che quest’uomo non s’intendesse molto della vita attiva, ma discorresse universalmente secondo la morale, ma molto più secondo la vera e cristiana filosofia. Circa la dottrina del quale, se veramente fosse stato ascoltato, senza dubbio arebbe disposto gli animi de’ nostri cittadini a ricevere la forma d’ogni buono e santo governo. Le quali tutte cose, però, avendo egli predicate e più altre volte confortate, finalmente furono fatte e deliberate, dopo molte difficoltà e contradizione.» Vedi pag. 58-60; Firenze 1857.

280.  «Avrebbe nel Consigli, ne’ quali non interveniva numero molto grande di cittadini, potuto più quella sentenza, che tendeva alla forma non tanto larga del governo, se nella deliberazione degli uomini non fosse stata mescolata l’autorità divina, per la bocca di Girolamo Savonarola da Ferrara, frate dell’ordine dei predicatori. Costui... in questo tempo, detestando pubblicamente la forma deliberata nel Parlamento, affermava, la volontà di Dio essere che e’ s’ordinasse un governo assolutamente popolare, e in modo che non avesse a essere in podestà di pochi cittadini alterare nè la securtà nè la libertà degli altri; talmente che, congiunta la riverenza di tanto nome al desiderio di molti, non potettero quegli che sentivano altrimenti resistere a tanta inclinazione.» Guicciardini, Storia d’Italia, lib. II, pag. 164-65, ediz. del Rosini. Nella Storia d’Italia, però, il Guicciardini non ardì esprimere tutte le sue idee intorno al Savonarola, perchè scriveva in tempi contrari alla sua memoria. Nella Storia inedita di Firenze, che egli forse non voleva pubblicare, si vedrà il grandissimo conto che faceva del frate come uomo politico. Ivi esso dice, che il Savonarola discorreva della politica non solo per principii generali, ma veniva ai particolari, e pareva allora che fosse nato e vissuto al reggimento degli Stati: dice anche che esso coll’ardire e la moderazione salvò il nuovo governo dal pericolo di rovinare in sul nascere.

281.  Quando la Signoria insieme con i Collegi, cogli altri magistrati e con alcuni cittadini da essa richiesti (i quali perciò venivano chiamati Arroti) si radunavano in consiglio per discutere; questo si diceva tenere la Pratica. Dopo il 94, questa parola dinotava anche le radunanze che la Signoria teneva semplicemente cogli altri magistrati e col Consiglio degli Ottanta: e nei Libri di Pratiche di quel tempo, si trovano, più o meno imperfetti, i discorsi tenuti in queste radunanze.

282.  Ecco come ne discorre il Pitti, nella sua Apologia dei Cappucci, (pag. 277) pubblicata nell’Archivio Storico, vol. IV, parte II: «Perchè, come sapete, noi aviamo tre spezie cittadini: aggravezzati, statuali e benefiziati. Di questi tre, solo i benefiziati sono ricevuti nel Consiglio Grande. Li statuali sono capaci di tutti i magistrati, dentro e fuori della città, secondo le borse dove sono messi per la elezione fattane dallo squittinio generale, avuto rispetto alle qualità di ciascuno: e ogni volta che uno di costoro ascende ad uno dei tre maggiori, acquista il benefizio e diventa capace del gran Consiglio. Li aggravezzati (cioè quelli che pagano imposta) non hanno parte nei magistrati: ma godono solamente il privilegio di portare arme, franchigia di certe gabelle ed alcune altre immunità, come i veri cittadini. Il restante, poi, degli artefici abitatori della città, restano tra la plebe, senza alcuna partecipazione della repubblica.»

283.  Il Giannotti, Della Repubblica Fiorentina, lib. II, cap. VII, pag. 113-14 (della pregevole edizione curata dal sig. Polidori), discorrendo dell’ufficio dei Collegi o Gonfalonieri di Compagnia, discorre così: «Crebbe, poi, la sua riputazione quando, per certa peste, non si trovando chi volesse stare nella città ed esercitare i magistrati; fu fatta quella legge per la quale si toglieva a ciascuno il potere ottener magistrati, l’avolo del quale non fosse stato veduto o non avesse seduto in uno de’ tre maggiori uffizi...» E continua, discorrendo de’ danni che questa nuova legge portava, e dell’autorità che aveva data ai Medici; perchè «ciascuno cittadino ricorreva a loro per averne alcuno (dei maggiori uffici); e non solamente cercava d’essere egli imborsato e tratto, ma se aveva ancora figliuoli che fossero eziandio in fascia, operava che fossero tratti; acciò che se pure non avessero a sedere, fossero almeno di tali magistrati veduti.» — Di qui si vede come seduto era quello che teneva effettivamente il magistrato; veduto, quello che lo aveva solo di nome. Nello scegliere a sorte i magistrati, si tirava spesso uno per tenere l’ufficio e un altro per esser solamente veduto.

284.  Zuccagni Orlandini, Statistica della Toscana.

285.  Rinuccini, Ricordi Storici, pag. 146.

286.  Contro quest’accusa di troppo democratico, parla il Pitti nella sua Apologia dei Cappucci; ne parla anche distesamente il Guicciardini, nel suo Reggimento di Firenze e nella sua Storia inedita di Firenze. Il Nardi ne discorre a lungo, non solo nella Storia, ma ancora, e molto più, nei suoi Discorsi, che sono inediti nella Riccardiana.

287.  «Chi tolse quella facultà, fu perchè i Consigli approvassino le provvisioni, o ragionevoli o no, collo essere straccati; e dessino giudicio col non udire mai se non una parte.» Guicciardini, Opere inedite, vol. II, pag. 296. Si era cercato ogni modo perchè la Signoria vincesse sempre il partito che proponeva: essa poteva presentare una legge per un numero quasi infinito di volte nello stesso giorno; e questo, acciò i Consigli, così stancati, l’approvassero. Anche ora, la provvisione che stabiliva il Consiglio Maggiore, decretava che la Signoria vi potesse mandare a partito la medesima legge sino a 28 volte, sei volte per dì! — Questa provvisione, e tutte le altre che si accennano, vedile nell’Archivio delle Riformagioni; Libri di provvisioni anni 1494-98.

288.  Questa provvisione fu votata il 22 dicembre, nel Consiglio del Popolo, con 229 fave nere contro 35 bianche; ed il 23, in quello del Comune, con 195 contro 16. Archivio delle Riformagioni.

289.  Nel Consiglio del Popolo ebbe 203 fave nere contro due sole bianche; in quello del Comune, 166 contro 9. Archivio delle Riformagioni.

290.  Rinuccini, pag. 146; Arch. delle Riformagioni, Lib. di Provvisioni.

291.  Vedi le prediche sopra Aggeo, e fra le altre la XIII.

292.  Prediche sopra Amos; in quella del martedì dopo la Pasqua.

293.  Questa materia fu pienamente trattata nella pregevole opera del Pagnini, sulla Decima. Ivi sono ancora pubblicate le provvisioni che decretano la nuova imposta. L’uffizio della Decima esiste tuttora; i suoi registri si chiamano libri della Decima, ed il primo è del 1494-98. Ci volle però del tempo, prima che le disposizioni della nuova legge si potessero mettere ad effetto; ed il permesso d’imporre i beni ecclesiastici non si ebbe che nel 1516.

294.  La Signoria, mescolandosi, come abbiam detto, in ogni cosa, poteva fare il medesimo in questo; ma l’ufficio ne era propriamente devoluto agli Otto.

295.  E tale fu sempre l’opinione dei politici fiorentini; come si può vedere nel Giannotti, Della Repubblica Fiorentina; e nel Guicciardini, Del Reggimento di Firenze.

296.  Prediche sui Salmi. Nota che queste prediche furono dal Savonarola cominciate il 6 gennaio 1495 (stile nuovo), e ne fece otto; dopo di che, arrivato alla quaresima, predicò sopra Giobbe. Finita la quaresima, riprese, il primo di maggio, le prediche sui Salmi; ed andò sino al 28 di luglio, facendone così in tutto, fra le prime e le seconde, ventinove. Le prime otto vanno, perciò, esaminate come un seguito dell’Avvento sopra Aggeo, e serbano lo stesso carattere; mentre le altre ventuna sono il seguito del quaresimale sopra Giobbe.

297.  Predica I, sui Salmi.

298.  Ibidem.

299.  Predica II, sui Salmi.

300.  Archivio delle Riformagioni.

301.  Archivio delle Riformagioni. Vedi la stessa Provvisione.

302.  Archivio delle Riformagioni. Era segnato nell’antico ordinamento: Cl. II, nº 137. Alcune di queste miscellanee di frammenti diversi furono per noi preziosissime; perchè, dopo averne ricercate molte, trovammo documenti che illustrarono punti oscuri o male intesi della nostra istoria.

303.  Questa era quasi un’ironia; ed un rimprovero a quelli che, violando la legge, s’erano permesso di esprimere un voto, in parte solamente, contrario alla proposta della Signoria.

304.  Allora non si era ancora radunato il Concilio di Trento, ed era fresca la memoria del Concilio di Costanza: la dottrina che dal Papa si potesse appellare al Concilio, non era stata condannata dalla Chiesa romana.

305.  Questi discorsi si trovano tutti nel Frammento di Pratica più sopra citato: Archivio delle Riformagioni. Abbiamo cercato di esser fedelissimi nel riportarne il senso, e quasi le parole stesse; traducendole però, dal latino in cui que’ discorsi furono scritti dal notaio, nell’italiano in cui furono pronunziati dagli oratori.

306.  Vedi, Archivio delle Riformagioni. Negli Ottanta, entrandovi la Signoria, i Collegi ec., il numero passava la cifra che il suo nome parrebbe indicare.

307.  Bisogna dire che gli scrittori contemporanei si tacciono su questa materia, o esprimono la sentenza contraria al Savonarola, come una voce contraddetta. Nel cinquecento, però, i nemici del frate sostennero quella voce, e la fecero credere anche a molti che erano amici alla sua memoria. Così noi troviamo che il Guicciardini, Reggimento di Firenze, pag. 165, fa dire al del Nero, che va parlando degli Otto di Guardia e Balía: «E vi aggiugnerei quello che io intendo che questo frate propone; cioè, che da ogni condannazione che facessino a alcuno cittadino per conto di Stato, e non per altra causa, vi fussi lo appello; non del Consiglio Grande, come propone lui, ma al Senato (al margine del MS., l’autore aggiunge: parrebbe forse meglio questo appello alla Quarantía), dove avesse a venire il magistrato che lo condannassi, a difendere la sentenza sua.» E senza avvedersene, egli sostiene quella che era appunto l’opinione del Savonarola, come fuor di dubbio apparisce dalle sue prediche. — Il Machiavelli, che è anche più esplicito nell’accusare il frate di questa legge, dice così: «Essendo Firenze, dopo il novantaquattro, stata riordinata nel suo stato con l’aiuto di frate Girolamo Savonarola, gli scritti del quale mostrano la dottrina, la prudenza, la virtù dell’animo suo; ed avendo, tra l’altre costituzioni, per assicurare i cittadini, fatto fare una legge, che si poteva appellare al popolo dalle sentenze che per cose di Stato, gli Otto e la Signoria dessero; la qual legge persuase più tempo, e con difficoltà grandissima ottenne, ec.» (Discorsi, lib. I, cap. 45.) Questa opinione del Machiavelli e degli altri scrittori, mentre non può contrastare all’evidenza stessa dei fatti, prova da un altro lato, che la parte avuta dal Savonarola nella formazione del nuovo governo, dovè essere tanto grande, da farlo credere autore anche di quelle leggi che egli aveva disapprovate.

308.  Vedi le Prediche sopra Aggeo, e le Prediche sopra i Salmi.

309.  In questo modo si ricorreva sempre a lui, che voleva esser giudice e padrone di tutto.

310.  Vedi gli Statuti fiorentini, pubblicati nel 1778, colla data di Friburgo, in tre volumi.

311.  Archivio delle Riformagioni. Vedi la provvisione del 20 aprile 1498, che, nel ristabilire il Potestà e il Capitano del popolo, discorre di ciò.

312.  Vedi le Prediche sopra Aggeo, e quelle sopra i Salmi. Vedi anche le Prediche sopra Rut e Michea, fatte nelle feste del 96, e principalmente quella del 3 di luglio.

313.  Ibidem.

314.  Il 30 aprile 1498, si volle tornare al Potestà e Capitano del popolo (vedi la provvisione nell’Archivio delle Riformagioni); ma nel 1502, fu seguito il consiglio del Savonarola, e si creò la Ruota.

315.  L’antico statuto era stato compilato nel 1393.

316.  Nella Magliabechiana, cl. XXIX, cod. 143, si trova un’antica copia del nuovo statuto; e innanzi ad esso la provvisione sopra riportata.

317.  Burlamacchi, Vita ec.

318.  Vedi la Provvisione nell’Archivio delle Riformagioni.

319.  Ecco come doveva, secondo la stessa Provvisione, eleggersi la Signoria. Radunato il Consiglio Maggiore, si tiravano a sorte 96 elezionari, cioè 24 per quartiere. Ognuno di essi ne nominava uno del suo quartiere, e i 96 in questo modo scelti, andavano a partito per essere dei Signori. Fra quelli che ottenevano più della metà dei voti, se ne sceglievano 8 (cioè due per quartiere), e s’imborsavano nella borsa generale, mettendosi il più vecchio nel borsellino. Per ognuno, poi, dei Signori effettivi, s’imborsavano per rispetto, cioè per essere veduti, due di quelli che avevano ottenuto più fave, purchè fossero giunti al di sopra della metà. — Quanto al borsellino, pare che vi si mettesse il più vecchio, perchè a lui toccava cominciare a fare il Proposto; ufficio che andava in giro ogni giorno ad uno dei Signori.

Pel Gonfaloniere, poi, si traevano 20 elezionari: ognuno dei primi 10 ne eleggeva due, uno per sedere gonfaloniere, l’altro per essere veduto: i secondi 10 ne sceglievano ciascuno altri due; uno per gonfaloniere, l’altro per notaio. Se ne avevano così 20, scelti per creare il gonfaloniere: si squittinavano, e quello che aveva più fave, purchè più della metà, era imborsato per gonfaloniere; i due che venivano appresso, per rispetto, o sia per essere veduti. Vedi la medesima Provvisione. — Archivio delle Riformagioni.

320.  Ecco, fra gli altri, come ne discorre il Guicciardini ne’ suoi Discorsi (Opere inedite, vol. II, pag. 299): «A tenere saldo questo modo di governo, è necessario tenere salda la legge del non fare parlamento, il quale solo è facile a dissolvere il vivere popolare;.... e non è altro che, col terrore delle armi e colla forza, costringere il popolo a acconsentire a tutto quello che ei propongono; e dare ad intendere che quello che è fatto, sia fatto per volontà e modo di tutti.»

321.  Prediche sui Salmi, Predica XXVI, fatta il giorno 28 luglio.

322.  Vedi la provvisione nell’Archivio delle Riformagioni. Poco dipoi, il Savonarola fece, nella sala del Consiglio Maggiore, scrivere a lettere maiuscole i versi che seguono:

Se questo popolar consiglio e certo

Governo, popol, della tua cittate

Conservi, che da Dio t’è stato offerto,

In pace starai sempre e ’n libertate.

Tien, dunque, l’occhio dalla mente aperto,

Chè molte insidie ognor ti fien parate;

E sappi che chi vuol far parlamento,

Vuol torti delle mani il reggimento.

323.  Prediche sopra Amos, martedì dopo la Pasqua.

324.  Questo non è calcolo esagerato di storici; ma è detto nella stessa Provvisione che decreta il Monte di Pietà.

325.  Il Parenti, Storia di Firenze, racconta questi fatti, e aggiunge che la gente più culta era in favore degli Ebrei.

326.  Archivio delle Riformagioni. Queste Provvisioni che riguardano il Monte, si trovano pubblicate nel Passerini, Storia degli Stabilimenti di Beneficenza in Firenze. L’autore, però, è caduto in errore quando ha detto essere falso che il Savonarola favorisse il Monte di Pietà; che egli, anzi, l’oppugnasse, perchè promosso dai Frati Minori, suoi nemici. Questa opinione è combattuta non solo dalla concorde opinione di tutti gli storici e biografi del Savonarola, ma anche da tutto ciò che il Frate disse pubblicamente sul pergamo.

327.  Prediche sopra Amos, predica XXI.

328.  Archivio delle Riformagioni.

329.  Questa statua avea appartenuto ai Medici; e dopo la rovina della repubblica, essi la posero sotto alla loggia dei Lanzi, ove ora si trova colla medesima iscrizione repubblicana. Si vuole da alcuni, che quando, sotto alla stessa loggia, venne posto il capolavoro del Cellini, rappresentante Perseo che taglia la testa a Medusa, si fosse voluto simboleggiare, in risposta, la tirannide risorta, che ammazza la repubblica.

330.  Ecco in qual modo, il 1º di aprile 1495, il Savonarola stesso parlava della mutazione del nuovo governo, e delle principali leggi da lui ordinate: «Vedendo appropinquare la mutazione del nuovo governo, e considerando che non poteva essere senza scandalo e grande effusione di sangue;... deliberai, inspirato da Dio, di cominciare a predicare ed esortare il popolo a penitenzia, acciocchè conseguissi da Dio misericordia. Ed il dì di San Matteo Apostolo, cioè a dì 21 settembre 94, cominciai; e, con quante forze mi dette Iddio, esortai il popolo a confessarsi, e digiunare, ed orare. Le quali cose avendo fatte volentieri, la bontà di Dio commutò la giustizia in misericordia; ed a dì 11 novembre, mutossi lo Stato e governo, miracolosamente, senza sangue e senza alcun altro scandalo nella vostra città. Avendo, dunque, tu, popolo fiorentino, a pigliare nuovo governo; ti convocai, escluse le donne, nella chiesa maggiore, presenti i Magnifici Signori e gli altri magistrati della tua città: e dopo molte cose dette del buon governo delle cittade secondo la dottrina delli filosofi e delli sacri teologi, ti dimostrai quale era il governo naturale del popolo fiorentino; e, dipoi, continuando la predicazione, ti proposi quattro cose che tu dovevi fare. — La prima: temere Iddio. — La seconda: amare il ben comune della città, e quello cercare più che il proprio. — La terza: far pace universale tra te e quelli che ti avevano governato pel passato; aggiungendo a questo, lo appello delle sei fave.» Predica 29, di quelle sopra Giobbe. Nota che questa predica veniva fatta quando già la nuova legge dell’appello era decretata; e che tanto qui come altrove, il Savonarola dice sempre di aver consigliato l’appello delle sei fave; non mai quello delle sei fave al Consiglio Maggiore.

331.  Le Provvisioni antecedenti al 94 sono, infatti, latine; quelle dopo la cacciata dei Medici, cominciano subito ad essere italiane. Così, dopo la metà del 1495, anche lo straccetto dei discorsi che si tennero nelle Pratiche, si trova scritto in italiano: più tardi ritorna in campo il latino.

332.  Vedi la nota in fine del capitolo.

333.  Predica XXIII, sopra Aggeo.

334.  Predica XIX, sopra Aggeo.

335.  Compendium Revelationum.

336.  Il Comines, come abbiamo più sopra notato e come diremo ancora più basso, erasi persuaso da ciò, che il Savonarola fosse un vero profeta; e nelle sue Memorie, piene d’una continua ammirazione per lui, ripete sempre «Egli ha predetto la venuta del re quando niuno vi pensava; gli ha, poi, scritto ed ha detto a me stesso cose che niuno ha credute, e che si sono tutte verificate.» Il Nardi, ed un numero infinito d’altri contemporanei, dettero al Savonarola il nome di profeta; ed il Machiavelli stesso, il quale, come abbiam visto, non era di quelli che meglio comprendessero o più imparzialmente giudicassero il Savonarola, non ardì mai di negare o anche mettere in dubbio le sue profezie, «perchè d’un tanto uomo se ne deve parlare con reverenza;» aggiungendo che infiniti vi credevano, «perchè la vita sua, la dottrina, il soggetto che prese, erano sufficienti a fargli prestar fede.» Discorsi sulle Deche, lib. I, cap. XI, pag. 52; Italia 1813. Il Guicciardini, che è forse quello che meglio di tutti lo ha giudicato, rimane incerto su questo punto della profezia, e dice: «Io aspetto dal tempo la risoluzione di questi dubbi; ma se il Savonarola fu sincero, come la sua vita tutta santa farebbe credere, noi abbiamo visto ai nostri tempi un profeta sommo; se egli non fu sincero, noi abbiamo veduto un uomo grandissimo. Non sarebbe stato possibile fare le cose che egli ha fatte, condurle con tanta arte, con tanta prudenza, senza avere qualità straordinarie.» Guicciardini, Storia inedita di Firenze. Quest’opera, non essendo ancora data alla luce, noi citiamo solo di memoria, dopo una scorsa che ci è stato permesso di dare al Ms. La sua pubblicazione, dai Conti Guicciardini affidata al signor Canestrini, sarà di grandissima importanza.

337.  Questo fatto risulta ora evidente, ed è messo fuor d’ogni dubbio dalla scoperta che noi facemmo del secondo processo del Savonarola, e del processi di Frà Salvestro e Frà Domenico. Frà Salvestro descrive le sue visioni, e confessa esplicitamente che i medici le facevano risultare da una malattia; aggiunge, che quando gli furono, a cagione d’un’altra malattia, cavate otto libbre di sangue, le visioni scemarono ad un tratto. La confessione di Frà Domenico viene a riconfermare tutto quello che dice Frà Salvestro. Le parole di quest’ultimo trovano anche nuova conferma nelle deposizioni del testimoni. Vedi Appendice.

338.  Solo la lettura dei processi più sopra citati, può dimostrare pienamente la verità di ciò che noi diciamo. Frà Domenico confessa che egli ed il Savonarola prestavano tanta fede alle parole del Maruffi, che, una o due volte, dettero per viste da loro certe visioni che il Maruffi diceva avere avute dagli angeli, onde ripeterle ai suoi due compagni, che dovevano raccontarle al popolo come avvenute a loro. E Frà Domenico, presso alla morte, si sforza di provare che ciò era permesso, anzi era d’obbligo, una volta che gli angeli lo volevano. Vedi Appendice: Processo di Fra Domenico da Pescia dell’ordine dei predicatori, registrato per sua mano propria. Questo importantissimo documento fu da noi trovato nel codice riccardiano 2053 foglio CXXXI retro, e seg. Esso prova luminosamente l’eroica fermezza d’animo di Frà Domenico; il quale, mentre manifesta con grande ingenuità la propria superstizione e quella del Savonarola, viene implicitamente a distruggere ogni dubbio che potesse muoversi sulla sincerità del loro animo. Nel discorrere di questi processi, noi dobbiamo di continuo rimandare il lettore all’Appendice, ove le nostre opinioni verranno tutte dai nuovi documenti riconfermate; e non possiamo valerci d’una recente pubblicazione fatta dall’Archivio di Firenze nel suo Giornale Storico, perchè (siccome potrebbe averne una prova chiunque la confrontasse col summenzionato codice), essa è parte apocrifa, parte scorretta.

339.  Il Pico, nella sua Vita Fr. H. Savonarolæ, cap. V: «De divinis citra velamen revelationibus, quarum particeps factus Hieronymus, futuras predixit clades;» mostra assai bene come il Savonarola, ragionando sulla Bibbia, venisse alle sue Conclusioni. Il Savonarola stesso parla continuamente, in tutte le sue opere, di queste ragioni naturali che profetizzano il futuro, e più volte chiama la profezia parte della sapienza: «Inter alias partes prudentiæ tres principales ponuntur; videlicet: memoria præteritorum, intelligentia præsentium, et previdentia futurorum.» Expositio Abachuch prophetæ, per Fr. Hieronymum de Ferrariâ; opera inedita che sarà da noi pubblicata.

340.  Vedi Compendium Revelationum; Dialogo della verità profetica; Predica del 27 marzo 1496 (fra quelle sopra Amos); Prediche sopra Giobbe.

341.  Prediche sopra Amos, fol. 40, e altrove; Firenze 1497.

342.  Epistola a certe divote persone ec., nel Quetif, vol. II, pag. 181; Prediche sopra l’Esodo, Firenze 1498, fol. 12.; Prediche sopra Amos, fol. 39.

343.  Bisogna qui rendere giustizia al Rudelbach, che è stato il primo a notare l’opposizione dei due principali concetti del Savonarola intorno alla profezia. Egli appoggia la sua esposizione ad un esame diligente delle opere dell’autore: ne cava, però, secondo il solito, delle conseguenze al tutto arbitrarie. (Vedi nella sua biografia un lunghissimo capitolo, intitolato: Ueber die prophetische Gabe und die Prophezeihungen Savonarolas.) Dopo aver giustamente notata la differenza di quei due concetti, vuole distruggere il primo ed esagerare il secondo, per fare del Savonarola un profeta evangelico, in un senso tutto protestante: in altri termini, il profeta della Riforma. Egli lo mette in rapporto coll’Abate Gioacchino, con Santa Brigida e Santa Caterina, che, secondo lui, son tutti, più o meno, profeti della Riforma.

Il Meier, sebbene voglia anch’esso fare del Savonarola un protestante, cerca temperare le esagerazioni del suo compatriotta, e conviene che questi s’abbandona troppo ciecamente alla sua sbrigliata fantasia. Nota, anch’egli, la differenza di quei due concetti nel Savonarola; ma dopo, ne vuol distruggere l’uno, nascondere l’altro, e quasi persuadersi che il Savonarola nè era nè si credeva profeta, ma solo cercava colla Scrittura interpretar l’avvenire. Il Meier sembra non avere un concetto abbastanza chiaro di ciò che vuol dimostrare; e discorre questo argomento con tale freddezza, con sì poca decisione, che non convince nè persuade, ma solamente annoia. Nondimeno, la giustizia vuole che si renda a questi due tedeschi l’onore di essere stati i primi ed i soli che abbiano studiato le opere profetiche del Savonarola, ed abbiano compresa la necessità di trattare distesamente, nella biografia del Frate, questo soggetto, e non saltarlo a piè pari, come han fatto gli altri.

344.  De veritate prophetica, Dialogus in lib. VIII, S. L. A. Un’altra edizione, colla data di Firenze 1497, porta per titolo: De veritate propheticâ, libri seu dialogi IX. La differenza di esse sta in ciò, che la seconda mette anche l’introduzione fra i dialoghi. Una terza edizione fu fatta in italiano nello stesso anno 1497, e una ristampa della medesima opera si vide a Venezia l’anno 1548.

345.  Fu pubblicato quasi contemporaneamente in latino ed in italiano: Compendium revelationum Impressit Florentiæ ser Franc. Bonaccorsius, 1495; V nonas mensis octobris. Lo stesso stampatore lo aveva pubblicato in italiano il 18 agosto 1495, e dopo dodici giorni veniva ristampato da ser Lorenzo Morgianni. Nel 1498 fu ristampato in latino, a Parigi ed a Firenze; nel 1537 a Venezia, e nel 1674 di nuovo a Parigi, per cura del Quetif.

Non solamente il Savonarola, ma la più parte de’ suoi seguaci hanno lasciato dei trattati intorno alle sue profezie. Principali fra questi furono il Benivieni nella Lettera a Clemente VII, nei vari Trattati in cui espone la dottrina del suo maestro; il Violi nelle sue Giornate, di cui ci restano solo dei brani ed il compendio fattone dal Razzi; Frà Benedetto ne parla in quasi tutte le sue opere, ma più espressamente nel sopracitato MS. magliabechiano: Secunda parte delle profezie di Fra Girolamo; e per non citarne un numero infinito, Pico il giovane e tutti i biografi ne parlano distesamente. A questo proposito, non vogliamo tralasciare un’osservazione, che può dare maggiore conferma a tutto ciò che abbiamo detto in questo capitolo. Frà Benedetto scrisse un’opera intitolata: Fons vitæ (MS. magl., XXXV, 96), nella quale racconta una lunga serie di rivelazioni o visioni da lui avute, che sono circa diciassette. Fra la quindicesima e la sedicesima di esse, v’è un paragrafo intitolato: Humilis excusatio prophetæ, nel quale dice: «Hæc autem scripsimus, non quia firmiter vera esse credamus et quia sopniis fidem aliquam adhibeamus, sed quia sopnia aliquando non sunt spernenda; quum, sicut patet clarum in Scripturis, mulla sopnia revelationes fuerunt. Scripsimus, etiam, ut cognoscamus an sint a naturâ an a Diabolo an a Deo; ut facta naturæ adiscamus, et illusiones Demonum vitemus, et ut Divinam Bonitatem cognoscamus et annumeremus. Obsecro omnes legentes, ut fidem certam hiis do (forse deve dire nec do) nec dare decrevi, et sic protestor ante Deum et homines, et sunt sicut si ista non sopniassem. Solus Deus est, qui ab æterno novit, qui futura predicere possit. Et si aliqua ista significare inveneris, non mireris quia ego peccator sim; quum donum prophetis (teste sancto Thomâ) stat cum peccato mortali. Hac etiam ratione non me justum et bonum existimes, quum ego infelix peccator sum, et multorum sum conscius peccatorum.» — Certamente è assai notevole che Frà Benedetto, dopo essersi chiamato profeta, ci confessi ingenuamente di non saper dire se queste visioni siano puramente sogni o rivelazioni, operazioni di natura o del diavolo. Tanto è vero che nè il Savonarola nè i suoi seguaci s’erano fatto su questa materia un concetto chiaro; e che essi erano assai inclinati a pigliare per rivelazione tutte le illusioni e i sogni che avevano un carattere religioso.

346.  Quetif., tomo II, p. 209.

347.  Nelle sue postille bibliche, nelle lettere alla madre, ai fratelli, agli amici, egli esprime sempre le stesse idee sulla importanza delle sue profezie: vi si trovano i medesimi principii, i medesimi sentimenti e le contraddizioni stesse.

348.  Quest’ultimo fatto viene asserito dal De Thou. Vedi Libri, Histoire des sciences mathématiques; Cardani, De vitâ propriâ. Quanto al Porta, si potrà leggere ciò che ne dice il Libri e ciò che egli medesimo scrive nella sua opera della Magia. Vedi anche: Die philosophische Weltanschauung der Reformationszeit, von Carriere: Stuttgart 1847.

349.  Questi medesimi nomi ebbero più tardi, al tempo cioè dell’Assedio di Firenze (1527-30), un diverso significato. Piagnoni ed Arrabbiati erano, allora, gli amici del governo popolare; ed il secondo nome davasi più specialmente a quelli ch’erano più caldi nell’amore di quel governo.

350.  «E chi amava il governo universale, desiderava che fosse da quel Frate introdotto e favorito. Al che concorrevano molto volentieri gli amici dello stato passato dei Medici, per assicurarsi dall’appetito della vendetta degli avversari; al quale pericolo sarebbero stati maggiormente sottoposti sotto il governo d’uno stato particolare, se per mala sorte della nostra città un particolare nuovo reggimento succeduto fosse.» Nardi, Storia di Firenze, ediz. Arbib, pag. 66. Vedi il sunto delle Giornate del Violi, nel Razzi; Cod. riccard. 2012.

351.  «Sì che tra i cittadini nacquero molti dispareri e contrarietà dell’uno contro all’altro, e tra i grandi e tra i popolani: ma le cagioni della diversità, dall’una parte e dall’altra, molto si dissimulavano. Ma più scopertamente si cominciava ad oppugnare il Frate, per la diversità delie opinioni che si tenevano delle profezie di quello. Della credulità, non si vergognavano gli uomini di disputare liberamente; come si sarebbero vergognati, in quel principio, di non amare, o che si credesse ch’ei non amassero, più tosto quel governo universale, che qualunque altro particolare.» Nardi, pag. 65. E altrove: «Tuttavia, di questa forma di reggimento, non essendo ben contenti molti dei principali cittadini, dissimulando però la vera cagione (come più sopra abbiamo detto), oppugnavano astutamente il sopradetto Frà Girolamo, come colui che n’era stato confortatore.» Idem., pag. 88. Vedi anche il Violi.

352.  Nardi, pag. 82; Ammirato, Storia di Firenze, lib. XXVI.

353.  Burlamacchi, pag. 69 e seg.

354.  Burlamacchi, idem. Ecco in che modo il Ficino parlava del Savonarola e delle sue predizioni: «Nonne, propter multa delicta, postremum huic urbi, hoc autumno (settembre e ottobre 94), exitium imminebat, nullâ prorsus hominum virtute vitandum? Non divina clementia, Florentinis indulgentissima, integro ante hunc autumnum quadriennio, nobis istud pronunciavit per virum sanctimoniâ sapientiâque præstantem, Hieronymum ex ordine prædicatorum, divinitus ad hoc electum? Nonne præsagiis monitisque divinis per hunc impletis, certissimum jam jam supra nostrum caput imminebat exitium, quod, nullâ prorsus virtute nostrâ, sed præter spem mirabiliter vitavimus? A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris. Reliquum est, optime mi Johannes, ut deinceps salutaribus tanti viri consiliis obsequentes, non solum ego atque tu, sed omnes etiam Florentini Deo nobis clementissimo grati simus, et publicâ voce clamemus: Confirma opus hoc, Deus, quod operatus es in nobis.» Lettera a Giovanni Cavalcanti, 12 dicembre 1494. Vedi Marsilii Ficini, Opera; Basilea, vol. II, pag. 962.

355.  Burlamacchi, pag. 69 e seg.

356.  Predica XVIII, sopra Aggeo.

357.  Predica I, sopra i Salmi.

358.  Predica XXII, sopra Aggeo.

359.  Prediche del Rev. P. Frate Hieronimo, fatte sopra diversi Salmi e Scritture in S. M. del Fiore, cominciando il giorno della Epifania e seguitando gli altri giorni festivi, raccolte per ser Lorenzo Violi. Firenze 1496, e Bologna, 1515. Come abbiamo già detto, le prime sette di queste prediche fanno seguito a quelle sopra Aggeo; l’ottava è indirizzata ad alcune suore e parla dei voti monastici; seguono poi altre diciassette, che si possono considerare come continuazione del Quaresimale sopra Giobbe. Questi sermoni sono assai lunghi e formano un grosso volume; in fine del quale sono alcune prediche di Frà Domenico da Pescia, a cui accenneremo più basso. Varie edizioni di queste prediche sono mutilate: così quelle di Venezia 1517 e 1543.

360.  Predica II sopra i Salmi, fatta il dì 11 gennaio 1495 (stile nuovo.)

361.  Ecco alcune di quelle parole: «Audite omnes habitatores terræ, hæc dicit Dominus: Ego Dominus loquor in zelo sancto meo: ecce dies veniet et gladium meum evaginabo super vos. Convertimini, ergo, ad me antequam compleatur furor meus. Tunc enim, angustia superveniente, requiretis pacem et non invenietis.»

362.  Predica della Rinnovazione. È la terza di quelle sopra i Salmi, e fu anche stampata a parte.

363.  Il Nardi, il Pitti, il Violi ed altri raccontano più e più volte, che i primi atti di Roma furono procurati dagli Arrabbiati e dal Moro.

364.  Predica V sopra i Salmi.

365.  Predica VI (fatta il 20 gennaio); Predica VII (25 gennaio).

366.  In data dell’8 gennaio 1495, avevano scritto all’ambasciatore: «Sarà con questa una lettera alla Santità di nostro Signore, pregando con essa che Frate Hieronimo da Ferrara, che è qui priore in S. Marco, predichi questa quaresima prossima qui in Firenze, non ostante qualunque commissione avessi di andare a predicare in Lucca. Ed affine non scambiate le lettere, è scritto dappiè: — pro Fr. Hieronymo. — Presentatela quanto prima possiate, e fate di ottenere uno brieve diritto a Frate Hieronymo, che li commetti el predicare questo anno qui, come è detto.» Archivio delle Riformagioni, Lettere dei Dieci. Questa lettera trovasi pubblicata nel Meier, pag. 80, nota 2.

367.  «Della qual cosa (cioè del suo partire) per la maggior parte degli uomini si prese grande alterazione, per ciò che e da’ magistrati tutti e dagli uomini di buona mente si giudicava che le sue prediche fossero molto utili alla correzione dei costumi, e necessarie a pacificare insieme gli animi discordanti de’ mal disposti cittadini nel principio di quel nuovo governo. Per la quale considerazione, per opera e procaccio di molti suoi devoti, e massimamente dei Dieci di libertà e pace, fu procurato che il papa rivocasse il sopradetto breve; e così fu facilmente ottenuto.» Nardi, pag. 65.

368.  Di queste impressioni il Savonarola stesso parlò più tardi nelle sue prediche.

369.  Prediche sopra Giobbe. Predica II.

370.  Predica III.

371.  Predica XIV.

372.  Predica XIII.

373.  Predica XII.

374.  Predica XVI sopra Giobbe.

375.  Predica XLV di quelle sopra Giobbe.

376.  «Tanto fu il dolore e il pianto che mi sopravvenne, ch’io non potetti andare più oltre.» Così scrisse l’amanuense alla fine dell’ultima predica, e di molte altre di quel quaresimale.

377.  Qui non istaremo a citare Burlamacchi, Pico, Barsanti, Frà Benedetto e gli altri biografi: possiamo, invece, rimandare il lettore a tutti gli storici del tempo, come Nardi Guicciardini, Storia inedita di Firenze; ec. ec; ed alla stessa corrispondenza dei Dieci colla Corte di Roma, pubblicata dal Padre Marchese.

378.  Burlamacchi, Marchese, ec.

379.  Padre Marchese, Storia del convento di San Marco.

380.  Frà Benedetto, Cedrus Libani, poemetto pubblicato dal Padre Marchese nell’Archivio Storico.

381.  Tutta la Storia di questa conversione abbiamo cavata dalle parole stesse di Frà Benedetto, nel Cedrus Libani. Volendo altre notizie sulla sua vita, si può leggere ciò che ne dice il Padre Marchese, ne’ suoi Scritti vari.

382.  Guicciardini, Sismondi, Leo.

383.  Nardi, Guicciardini, Sismondi, Leo, Comines, ec.

384.  Sismondi, Hist. des répub. ital., chap. 95; e gli altri autori più sopra citati.

385.  Ibidem.

386.  Così chiama il Comines la radunanza di gente che si faceva dalla Lega.

387.  Diamo qualcuno dei molti brani nei quali il Comines parla del Savonarola; perchè la sua autorità, come di forestiero e contemporaneo, come uomo di grandissimo acume e che conobbe il Savonarola, deve aver molto peso. «J’ay dit en quelque endroit de ceste matière d’Italie, comme il y avoit un frère prescheur, renommé de fort saincte vie.... appelé frère Hieronyme, qui a dit beaucoup de choses avant qu’elles fussent advenues, comme j’ay dit cy dessus, et tousiours avait soustenu que le roy passeroit les monts.... et disoit que le roy estoit esseu de Dieu pour réformer l’Eglise par force, et chastier les tyrans... Sa vie estoit la plus belle du monde ainsi qu’il se pouvoit voir, et ses sermons preschoient contre les vices, et a réduit en icelle cité maintes gens à bien vivre, comme j’ay dit....» Parlando di ciò che alcuni dicevano contro alle sue profezie, cioè che egli desse per rivelazioni quel che sapeva in segreto dai cittadini, il Comines risponde: «Je ne les veux point accuser ni excuser... mais il a dit maintes choses vrayes que ceux de Florence n’eussent sceu luy avoir dictes; mais touchant le roy et les maux qu’il dit luy devoir advenir, luy est advenu ce que vous voyez; qui sont, premier, la mort de son fils, puis la sienne, et ay veu des lettres qu’il escrivoit au dict Seigneur.» Comines, Mémoires, liv. VIII, chap. XIX. Diamo anche quest’altro brano, importante perchè si parla del dialogo dall’autore avuto col Savonarola: «J’ay oublié à dire, que moy estant arrivé à Florence, allant au devant du roy, allay visiter un frère prescheur, appellé frère Hieronyme, demeurant à un couvent réformé; homme de saincte vie, comme on disoit, qui quinze ans avoit demeuré au dit lieu; et estoit avec moy un maistre d’hostel du roy, appellé Jean François, sage homme. La cause de l’aller veoir, fut par ce qu’il avoit tousiours presché en grande faveur du roy, et sa parole avoit gardé les Florentins de tourner contre nous; car jamais prescheur n’eut tant de crédit en cité. Il avoit tousiours asseuré la venue du roy (quelque chose qu’on dist ne qu’on escrivist au contraire); disant qu’il estoit envoyé de Dieu pour chastier les tyrans d’Italie, et que rien ne pouvoit résister ne se deffendre contre lui. Avoit dit aussi qu’il viendroit à Pise et qu’il y entreroit, et que ce jour mourroit l’estat de Florence; et ainsi advint, car Pierre de Medicis fut chassé ce jour. Et maintes autres choses avoit preschées avant qu’elles advinssent, comme la mort de Laurent de Medicis; et aussi disoit publiquement l’avoir par révélation, et preschoit que l’estat de l’Eglise seroit réformé à l’espée. Cela n’est pas encore advenu, mais il en fut bien près, et encore le maintient. Plusieurs le blasmoient de ce qu’il disoit que Dieu luy avoit révélé, autres y adjustèrent foy: de ma part je le répute bon homme. Aussi luy demandoy si le roy pourrait passer sans peril de sa personne, veu la grande assemblée que faisoient les Venitiens, de la quelle il scavoit mieux parler que moy qui en venoys. Il me respondit qu’il aurait affaire en chemin, mais que l’honneur luy demeureroit, et n’eust il que cent hommes en sa compagnie; et que Dieu qui l’avoit conduit au venir, le conduiroit encore à son retour: mais pour ne s’estre bien acquitté à la réformation de l’Eglise, comme il devoit, et pour avoir souffert que ses gens pillassent et desrobassent ainsi le peuple, aussi bien ceux de son parti et que lui ouvroient portes sans contrainte, comme les ennemis; que Dieu avoit donné une sentence contre luy, et brief auroit un coup de fouet. Mais que je luy disse, que s’il vouloit avoir pitié du peuple, et délibérer en soy de garder ses gens de mal faire, et les punir quand ils le feraient, comme son office le requiert, que Dieu révoquerait sa sentence ou la diminueroit; et qu’il ne pensast point estre excusé pour dire, je ne fay nul mal. Et me dist que luy mesme iroit au devant du roy et lui diroit; et ainsi le feit, et parla de la restitution des places des Florentins. Il me cheut en pensée la mort de mon seigneur le Daulphin, quand il parla de cette sentence de Dieu, car je ne voyois autre chose que le Roy peut prendre à cœur; et dis encore cecy afin que mieux on entende que tout ce dit voyage fut vray mystère de Dieu.» Liv. VII, chap. II.

388.  Nardi, Storia di Firenze, ediz. Arbib., 1842, vol. I, pag. 75; Guicciardini, Storia d’Italia, ediz. Rosini, vol. I, pag. 129; Giovio; Sismondi, Hist. des répub. ital., chap. 94; Histoire des Français, tom. XV; Michelet, Renaissance.

389.  Sismondi, Histoire des républ. ital.; Michelet, Renaissance; Leo; Guicciardini; Nardi, ec. Gli storici francesi non sono meno severi degl’italiani nel condannare la condotta di Carlo VIII verso la repubblica fiorentina.

390.  Predica XVIII, sopra i Salmi.

391.  Era in data del 26 maggio 1485, e venne pubblicata con molti errori ed alterazioni; tanto che il Savonarola stesso se ne dolse nella predica del 28 luglio successivo: «Quella lettera che io scrissi al re di Francia, è stata messa in stampa senza averlo io inteso, et e’ vi sono di molti errori.» Una copia esatta se ne trova nella Riccardiana, Cod. 2053. — Perchè sempre meglio si veda quanto fosse allora divulgata e creduta l’idea che il viaggio di Carlo VIII era predestinato da Dio, riportiamo alcuni versi d’una orazione di Marsilio Ficino allo stesso re Carlo, «Veri namque simile est, Christianissimus Gallorum regem a Christo mitti, et Carolum, præ cæteris insignem pietate regem, christianâ pietate duci; præsertim cum iter opusque tantum eâ mente sis aggressus, ut sanctam Jerusalem sævissimis barbaris occupatam, summo humani generis Redemptori denique redimas.... Benedictus qui venit in nomine Domini, Carolus charus nobis, excelsus, rex pacificus. Hæc est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in eâ....» E così continua il Ficino, con lodi sempre crescenti e più esagerate; le quali nella bocca d’ogni uomo sarebbero biasimevoli: in quella poi di chi si poteva chiamar creatura dei Medici, muovono sdegno. Vedi: Oratio Marsilii Ficini ad Carolum Magnum Gallorum regem. Ficini Opera, Basilea, vol. II. pag. 960.

392.  Tutti i biografi, ed il Nardi nella Storia di Firenze, parlano di questo incontro. Ne parla anche il Comines (libro VII, cap. II), il quale espone più volte il tenore delle lettere e dei discorsi che il Savonarola faceva al re: e ci sarà condonato se riportiamo anche qui le sue parole, vista la grande autorità dello scrittore, non molto letto fra noi. Vedi lib. VII, cap. XIX: «Il a publiquement presché que le roy retourneroit de rechef en Italie, pour accomplir ceste commission que Dieu luy avoit donnée, qui estoit de réformer l’Eglise à l’espée, de chasser les tyrans d’Italie, et qu’au cas qu’il ne le feist, Dieu le punirait cruellement; et tous les sermons premiers et ceux de présent, il les a fait imprimer, et se vendent. Cette menace qu’il faisoit au roy, luy a plusieurs fois escrite le dicte Hieronyme, peu de temps avant son trespas; et aussi le me dist de sa bouche Hieronyme, quand je parlai a luy (qui fut en Italie), en me disant que la sentence estoit contre le roy au ciel, en cas qu’il n’accomplist ce que Dieu luy avoit ordonné...» Comines, Mémoires.

393.  Predica XXV, sopra i Salmi.

394.  Guicciardini, Nardi, Cerretani, Parenti, Comines, Sismondi, Leo, Michelet.

395.  Vedi gli autori più sopra citati. Come poi i popolani fiorentini si risentissero di quelle ingiurie francesi, si può vedere da queste parole che si trovano nei Ricordi Storici del Rinuccini: «A dì 2 gennaio 1495 (stile fiorentino), venne la novella in Firenze, come uno castellano francioso, che teneva la cittadella nuova per il barbaro traditore e assassino Carlo VIII, indegnamente re di Francia, aveva dato e consegnato detta cittadella a’ cittadini pisani, che allora si reggevano in libertà; benchè più volte.... con giuramenti e doppi capitoli, giurati in sulla pietra sacrata in sullo altare di S. M. del Fiore, aveva promesso rendere ditta cittadella...; e con nove speranze ci avesse tratto di mano, tra lui e li suoi assassini ministri, più che fiorini trecento migliaia, fidandoci noi di sua dislealtà e perfidia; più simile a tradimento che mai si udisse, mentre si narrano di Gano di Maganza, che almanco non era re.»

396.  Archivio delle Riformagioni, Provvisione del 15 ottobre 1495.

397.  Ivi, Provvisione del 26 novembre 1495.

398.  Ivi, Provvisione del 16 dicembre 1495.

399.  Nardi, Guicciardini, Ammirato, Parenti, Cerretani, Sismondi, Leo, ec.

400.  Il Pitti, nella sua Storia di Firenze, dice: «Perlochè sbigottiti i nemici suoi (del Savonarola), si misero sotto, con più effetto che mai, al Duca di Milano, il quale desideroso col favor loro di restringere quello Stato, aveva fino all’anno 1495, a loro istanza, per mezzo del Cardinal suo fratello, cavato brevi da Roma per interdire la predica del Frate.» Vedi Arch. Storico, vol. I, pag. 50. — Il Nardi discorre assai spesso delle mene degli Arrabbiati. A pag. 88, vol. I, egli dice: «Tuttavia di questa forma di governo non essendo ben contenti molti dei principali cittadini, dissimulando però la vera cagione (come già abbiamo detto) della poca contentezza loro, oppugnavano astutamente il sopraddetto fra Girolamo, come colui che n’era stato confortatore, intanto che, per opera d’alcuni cittadini e di certi religiosi, il papa lo fece citare di nuovo a Roma ec.» Le stesse cose dice, presso a poco, il Guicciardini nella Storia d’Italia. Ma una lettera del Savonarola al Moro, e quelle delle spie di quest’ultimo, mettono anche meglio in luce, come la persecuzione che si faceva al frate era assai più politica che religiosa. Vedi Appendice.

401.  Più basso avremo occasione di discorrere per minuto le trame del Gennazzano.

402.  «Inter ceteros vineae Domini Sabaothis operarios, te plurimum laborare, multorum relatu percepimus. De quo valde laetamur etc.»

403.  «Ut, quod placitum est Deo, melius per te cognoscentes, peragamus etc.»

404.  Questo breve e la risposta del Savonarola, furono assai scorrettamente e con molte lacune pubblicati dal Perrens. Noi, con migliori codici, li restituiremo alla vera lezione. Vedi l’Appendice.

405.  Come Papa Clemente VII fece più tardi a Benedetto da Foiano, frate di San Marco, che nell’Assedio di Firenze (1527-30), predicando la dottrina del Savonarola, aveva incoraggiato il popolo alla difesa della libertà. Andato a Roma, morì di fame in una carcere sotterranea di Castel Sant’Angelo.

406.  Prediche sui Salmi. Predica XXIII (fatta il 24 giugno), XXIV (5 luglio), XXV (12 luglio).

407.  Qui ed altrove, il Savonarola riferisce a quel vizio che anche oggi è punito in Inghilterra colla morte, e che era, allora, assai sparso in Firenze.

408.  Prediche sopra i Salmi, predica fatta il 28 luglio.

409.  «Quum civitatem a non mediocri sanguinis effusione et a multis aliis noxiis, meâ operâ. Dominus liberaverit et ad concordiam legesque sanctas revocaverit, infesti facti sunt mihi, tam in civitate quam extrâ, iniqui homines.»

410.  «Discessus meus maximæ jacturæ huic populo, et modicæ isthic utilitatis foret.»

411.  «Dum hoc ceptum perficiatur opus, cuius gratiâ hæc impedimenta, ne proficiscar, nutu divino accidisse, equidem certus sum.»

412.  Vedi l’Appendice.

413.  Il Savonarola, nella predica del 18 febbraio 1498, fece la storia di tutti i brevi che vennero da Roma. Ivi, parlando di questa sua risposta, dice: «Egli (il papa) accettò la escusazione molto bene.» Vedi foglio 20-22, ediz. di Venezia 1540.

414.  Una delle sue prediche trovasi alla fine di quelle del Savonarola sopra i Salmi, e porta la data del 29 settembre.

415.  «E poi, passato alcuni giorni, cioè uno mese e circa mezzo di uno altro, perchè il breve predetto fu fatto circa il fine di luglio, venne un altro breve fatto a dì 8 di settembre o circa, pieno di vituperi, nel quale erano più che diciotto errori. E il primo era, che il breve era iscritto al monasterio di Santa Croce; e così andava il breve a Santa Croce, che volevano che andassi a San Marco. Dipoi diceva in quel breve: Quemdam Hieronymum Savonarolam, cioè uno certo Gieronimo Savonarola, come se non mi conoscesse; e non era ancora uno mese e mezzo che mi aveva scritto così amorevolmente. Dipoi, ci era molte altre bagattelle, che per onore non voglio dire qua: sì che tu vedi che il Pontefice è stato circonvento, per tante mutazioni che tu vedi nelli suoi brevi in sì poco tempo.» Predica del 18 febbraio 1498, come sopra.

416.  «Dipoi venne un altro breve, dicendo che io avevo seminato dottrina da mettere zizania in ogni popolo pacifico, e molte altre cose false; e però mi sospendeva dalla predica.» Predica del 18 febbraio 1498. Noi non abbiamo questo breve, la cui esistenza vien dimostrata non solo dalle parole stesse del Savonarola, ma anche dal silenzio che egli serbò nei mesi seguenti, e dalle lettere dei magistrati Fiorentini all’ambasciatore in Roma.

417.  Vedi nell’Appendice la lettera a Frate Antonio di Olanda, Priore di Prato. Questa breve lettera fu da noi ritrovata nella Riccardiana.

418.  Padre Marchese, Storia di San Marco, pag. 225 e seg.; Raynald. ad an. 1492. «Julianus Robureus, Card. S. Petri ad Vincula, in Gallias aufugit, iram Alexandri veritus, cum celebrandum concilium œcumenicum diceret, nimirum ad erigendam Ecclesiam a simoniacis conculcatam.» Lo stesso cardinale, divenuto papa, mandò fuori, il 14 gennaio 1505, una bolla che fece confermare dal Concilio lateranense, nella quale dichiarava la elezione di Alessandro nulla, e da non potere essere convalidata neppure dalla susseguente adorazione dei cardinali. Vedi Padre Marchese, pag. 226, nota 1. Il Padre Marchese dice a questo proposito: «che dopo la lunga e continua approvazione della Chiesa, questa opinione non può essere accettata dai Cattolici; ma se essa non chiuse al Cardinale della Rovere la via al papato, non doveva al Savonarola aprire quella del martirio.»

419.  «Preschoit que l’estat de l’Eglise serait reformé à l’espée. Cela n’est pas encore advenu, mais il en fut bien près, et encore le maintient.» Comines, Mémoires etc., liv. VIII, chap. II.

420.  Marchese, pag. 227; Guicciardini, lib. I, cap. IV; Rainaldo, ad ann. 1495 nº 1.

421.  Dal processo del Savonarola apparisce, che il Cardinale gli aveva qualche volta mandate parole d’incoraggiamento e di sprone.

422.  Queste lettere, finora sconosciute affatto, sono senza data: noi le trovammo nella Riccardiana, e le daremo nell’Appendice.

423.  Carlo Orlando, morto il 10 ottobre 1495, nella età di tre anni.

424.  Vedi, fra le lettere pubblicate dal Padre Marchese, quella al fratello Alberto, in data del 28 ottobre 1495.

425.  Questa lettera fu da noi trovata nella Magliabechiana, e il Padre Marchese, pubblicandola nell’Appendice dell’Archivio Storico, nº 26, ne discorre così: «Quando il tempo e gli uomini ci avessero involato tutti gli scritti di Frà Girolamo Savonarola, quella lettera starebbe a provare la forte e sincera pietà dell’animo suo.»

426.  Vedi la lettera, fra quelle pubblicate dal Padre Marchese.

427.  Questa processione carnevalesca, che fu la prima fatta dal Savonarola, non trovasi menzionata nei biografi; ma la descrive minutamente, in una sua lettera, Paolo de Somentiis cancellarius, il quale ne ragguagliava il Moro, da cui era stato mandato a Firenze per queste cose del Savonarola. Esso dice che i fanciulli arrivavano al numero di 10,000! Vedi nell’Appendice.

428.  Di questi giuochi e di questa riforma dei fanciulli, parla a lungo il Burlamacchi, pag. 104 e seg. Il Nardi, a questo proposito, discorre così: «Tra l’altre cose, questa parve molto notabile, che in quel tempo fu dismessa e lasciata volontariamente quella stolta e bestiale consuetudine del giuoco de’ sassi, che ne’ giorni carnevaleschi si usava di fare; tanto radicato per la sua antichità, che eziandio dai severi spaventevoli bandi de’ magistrati non s’era mai potuto reprimere, non che diradicare.» Storia di Firenze, pag. 96. Il Savonarola stesso considerava il successo da lui ottenuto in quel carnevale, come straordinario. «Tu sai che per li tempi passati non si è mai potuto, per forza d’alcuno magistrato, nè per bandi e pene forti, rimovere quella mala consuetudine di trarre e’ saxi al carnesciale, che ogni anno ne moriva qualcuno; et hora uno fraticello, con poche parole, mediante l’oratione, la ha rimossa. Secondo: tu sai che pel carnesciale si facevano di molti peccati; et hora si sono confessati etiam li fanciulli; et è stato questo carnesciale come una quaresima, che non può essere se non opera divina. Tertio: solevano accattare e’ fanciugli e’ danari per fare stili, et ardere scope, et mangiare et bere; hora hanno accattato tanti danari per li poveri, che tu che se’ così savio, non ne haresti potuti trovare tanti.» Predica prima, nella quaresima del 1496.

429.  Documenti pubblicati dal Padre Marchese.

430.  Burlamacchi, Razzi, Barsanti, ec.

431.  Questo fatto riposa sull’autorità non solo del Burlamacchi, Razzi, Barsanti ec.; ma vien narrato anche dal Bozovio (anno 1494), dal Fontana e dal Souveges; viene accettato come indubitabile dal Padre Marchese, dal Meier, dal Perrens ec. Il Savonarola stesso vi fece parecchie allusioni nelle sue prediche e nelle sue opere. «Io non voglio cappelli, non mitre grandi nè piccole; non voglio se non quello che tu hai dato ai tuoi Santi, la morte: un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero.» Prediche delle feste del 1496. Predica XIX, fatta il 20 agosto. Così più volte egli dice: «Se io avessi voluto dignità, tu sai bene che ora non avrei il mantello lacero;» e nel dialogo De veritate propheticâ, cap. 5, chiaramente conferma di essere stato tentato, non solo colle minacce, ma ancora con molte promesse. L’autenticità di questo fatto è, quindi, indubitabile, nè viene contestata da alcuno dei biografi: ne rimane incerta solamente la data. Noi abbiam creduto doverne parlare in questo luogo, perchè la prima predica del quaresimale che segue immediatamente, ci sembra con molta evidenza essere la risposta mandata a Roma; nè sapremmo vedere in quale altro tempo questo fatto potesse esser seguito.

432.  Predica del 17 febbraio. — Vedi Prediche raccolte per ser Lorenzo Violi dalla viva voce del Reverendo P. F. Hieronymo da Ferrara, mentre che predicava. Firenze, a dì 8 febbraio 1496 (stile fiorentino). Parecchie altre edizioni ne furono fatte a Venezia nel 1514, nel 1519, nel 1539 e nel 1543. Queste edizioni venete sono, però, spesso mutilate, come è, p. es., quella del 1514.

433.  Questi ultimi due passi, il primo dei quali comincia: Io l’ho scritto, l’altro: Dico e confesso, si trovano nell’ultima predica di questo quaresimale, fatta nell’ottava di Pasqua. Li abbiamo riportati in questo luogo, onde seguire il nostro sistema di raccogliere insieme, quando è possibile, le idee sparse del Savonarola, per non avere a ripetere molte volte la stessa cosa. Inoltre, nella prima ed ultima di queste prediche sopra Amos e Zaccaria, il Savonarola ripeteva più volte la sua sottomissione a Roma, e toccava il medesimo soggetto quasi colle stesse parole.

434.  Queste idee si trovano, non solo nella predica del 17 febbraio e in quella dell’ottava di Pasqua; ma sono sparse in tutto il quaresimale, e ne formano come la base ed il fondamento.

435.  Predica prima, sopra Amos e Zaccaria.

436.  Ibidem.

437.  Trovasi in quasi tutti gli esemplari tagliata; ma si può leggere in qualche esemplare della Magliabechiana, ed in uno che è nel Convento di San Marco.

438.  Predica della seconda domenica di quaresima.

439.  Predica del sabato, dopo la seconda domenica di quaresima.

440.  Predica dell’ottava di Pasqua.

441.  Predica della quarta domenica.

442.  Predica del martedì dopo la terza domenica.

443.  Predica del mercoledì dopo la quinta domenica. — In tutti questi brani, noi siamo stati fedelissimi a riportare le parole del Savonarola; abbiamo, però, tolte le soverchie ripetizioni e, qualche volta, le troppo evidenti sgrammaticature.

444.  Predica del mercoledì dopo la terza domenica, del martedì dopo Pasqua, e molte altre di tutto il quaresimale.

445.  Predica del lunedì dopo la quarta domenica di quaresima.

446.  Burlamacchi.

447.  Rinuccini, Ricordi Storici, pag. 159.

448.  Il 24 e 25 febbraio.

449.  Il 27 aprile di questo anno, fu scoperta una intelligenza di gran numero di cittadini, «di non rendere le fave nere, se non a quelli di tale intelligenza.» I capi di questa congiura erano: Giovanni Benizi, Filippo Corbizzi (quello stesso che, essendo gonfaloniere, radunò i teologi in Palazzo per accusare il Savonarola) e Giovanni da Tignano; e il dì seguente, la Signoria, avendo consultato co’ Collegi e Otto di Balía e Dieci di Libertà, li condannava a 10 anni di prigionia, ed a perdere per sempre ogni ufficio e dignità nello Stato. Rinuccini, Ricordi storici, pag. CLX.

450.  Predica del 25 febbraio.

451.  Ognuno sa che la fava nera si dava pel voto favorevole, e la bianca pel voto contrario; onde imbiancare un partito voleva dire respingerlo, ed è frase che anche oggi si usa comunemente in Firenze.

452.  Predica fatta la seconda domenica di quaresima.

453.  Predica del 25 febbraio 96.

454.  Prediche del sabato dopo la prima domenica di quaresima, e del lunedì dopo la terza domenica.

455.  Vedi le prediche del mercoledì e degli altri giorni innanzi la domenica delle Palme, «Intendo che s’è fatto gli ufficiali del Monte della Pietà: mi piace assai, acciocchè questa opera abbia buon principio. Andranno questi fanciulli in processione per questa opera... e sarà ordinato dove s’avrà a fare la colletta dei danari.» Predica dei mercoledì innanzi la domenica delle Palme. In tutto questo quaresimale, viene raccomandato più volte il Monte di Pietà.

456.  Vedi la Predica fatta nella domenica delle Palme.

457.  Questa canzone trovasi stampata fra le poesie del Savonarola, nell’ediz. di Firenze, 1847.

458.  Burlamacchi, Razzi, ec. Vedi la predica fatta il mercoledì innanzi la domenica delle Palme, e quella fatta la domenica stessa.

459.  Ripetiamo che questa era opinione sostenuta allora da molti autorevoli dottori cattolici, sostenuta più tardi anche da papa Giulio II. Vedi Padre Marchese, Storia del Convento di San Marco.

460.  Predica ultima del quaresimale sopra Amos e Zaccaria.

461.  Se ne trovano molte nelle Miscellanee della Magliabechiana. Vedi, fra le altre; Cl. XXXVII, cod. 288.

462.  «Ti so dire che Frà Girolamo dice di cose molto alte; e tra l’altre cose, ha avuto una scomunica che se ne fa beffe, come tu sai.» Lettera di Roberto Giugni a Lorenzo Strozzi alle Selve, 18 marzo 1496. Vedi la Miscellanea sopra citata.

463.  Quest’opuscolo era dedicato al giovane Pico della Mirandola: fu scritto nel settembre 1496, e pubblicato ex archetipo ser Laurentii de Morgianis, anno salutis 1497. Il Nesi scrisse parecchi sermoni, trattati e discorsi spirituali.

464.  Il nome di questo predicatore era Frà Leonardo, agostiniano. — «Avisoti come el predicatore di Santo Spirito disse iermattina come noi essere ingannati da Fra Girolamo; esse lui voleva istare un terzo d’ora nel fuoco, che vi starebbe lui una mezza ora. E ancora disse a tutti quelli che erano alla presenza, che facessino orazione e pregassino Iddio, che se egli è vero cosa che il detto Fra Girolamo dice, che Iddio gli mandi uno cavocciolo che ei si muoia.» Altra lettera del Giugni, scritta in data del 12 marzo 1496. Vedi la stessa Miscellanea.

465.  Quest’opuscolo venne ristampato dal Quetif, nelle sue Aggiunte alla Vita del Savonarola. Esso contiene tutte le accuse fatte dal predicatore, ed a ciascuna segue una risposta fattavi da maestro Paolo da Fucecchio: il tutto è preceduto da una prefazione del Cioni. Non vi è nulla d’importanza; se non che è notevole che il difensore del Savonarola, appoggiandosi al Concilio di Costanza, sostiene che l’autorità dei Concilii è superiore a quella del papa; senza però fermarsi punto a discutere un tale argomento.

466.  Epistola responsiva a Fra Hieronymo da l’amico suo; stampata nel quattrocento, S. L. A.

467.  Trattato in defensione della dottrina e profezie di Fra Girolamo; Firenze, 28 maggio 1496. Questo trattato è diviso in 15 capitoli: vi si trova tutta la storia delle predicazioni del Savonarola, e parecchie delle sue visioni e profezie. Dialogo di M. Domenico Benivieni, canonico di San Lorenzo, della verità della dottrina di Fra Hieronymo. In questo dialogo sono enumerati molti opuscoli pubblicati o scritti circa le cose del Frate; e fra gli altri: Contro i vituperatori del nuovo governo, di Bartolommeo Scala (è latino, e trovasi nella Magliab., stampato a Firenze, Kal. Sept. 1496); un disteso Trattato, con lettere ai principi, di Frà Paolo Nolano; una Epistola invettiva a proposito della lettera a Carlo VIII; ec. La lettera colla quale il Benivieni rispondeva al finto amico, era intitolata: Epistola di M. Domenico Benivieni a uno amico, responsiva a certe obbiezioni e calunnie contro a Fra Girolamo. Il Benivieni scrisse ancora un gran numero d’altre epistole, sermoni, dialoghi e trattati religiosi; fra i quali nomineremo per la sua singolarità, quello intitolato: Scala spirituale sopra il nome di Maria. Le cinque lettere che formano quel nome, sono prese per iniziali di cinque motti che rappresentano i cinque gradi di questa Scala, sulla quale l’autore ragiona. Dietro a tali cose perdevasi il Benivieni! Per non accrescere all’infinito il catalogo di questi scritti, concludiamo la nota coll’accennarne uno del giovane Pico: Defensio Hiero: Savonarolæ adversus Samuelem Cassinensem, per Io. Franc. Picum Mirandulanum, ad Hieron. Tornielum, Anno 1615, in metropoli quâ Francia mixta Suevis. Di quest’opuscolo, diverso dall’Apologia che più tardi scrisse lo stesso autore, se ne trova citata anche una edizione del 1497. Vedi Meier, pag. 320.

468.  La prima di queste lettere era scritta nel giugno 1496; la seconda, indirizzata anche ai Signori Fiorentini, era del gennaio 97, e rispondeva ad alcuni che dicevano: «non bastano i frati, che ci debbono tormentare anche gli anacoreti.» Quella al Senato e Doge di Venezia era scritta egualmente nel gennaio 97. — La più parte degli opuscoli sopra accennati trovansi nella Magliabechiana, e sono registrati nell’ultimo catalogo dei quattrocentisti, fatto dal Molini.

469.  Lettera del Giugni, 18 marzo 1496, come sopra.

470.  Questa, che gli Otto chiamarono frottola inonesta, non venne stampata; ma l’autore ne dette ad un amico parecchie copie di sua mano, perchè ne mandasse una al Savonarola, un’altra ne affiggesse al Duomo, una terza nel palazzo dei Signori ec. Si trova, insieme colla condanna pronunziata dagli Otto, il 16 gennaio 1496 (stile fiorentino), nell’Archivio delle Riformagioni.

471.  Un’edizione del quattrocento, ma senza data, se ne trova nella Magliabechiana.

472.  Sono stampati, e si trovano nella Magliabechiana. Vedi fra i quattrocentisti, G, Custodia 14.

473.  Questi Trattati sono inediti nella Magliabechiana, Cl. XXIX, cod. 207. Il meno importante di essi è il primo, che tratta del Cambio; il secondo spiega l’istituzione del Monte Comune, il quale era, come tutti sanno, il Monte dei prestiti volontarii o obbligatorii che la repubblica faceva in caso di guerra o di altri bisogni, obbligandosi alla restituzione. «Ben tosto, però,» così dice Frà Santi Rucellai, «si cominciò a non restituire il capitale, pagando, invece, l’interesse del 5 per cento; più tardi si pagò solo il 3; ed ora il 3, quando lo dànno e quando non lo dànno.» Le cose peggiorarono sempre. Sul principio, chi aveva un luogo di Monte di 100 fiorini, poteva venderlo per 80; poi si scese al 66, al 50; «e ne’ mia dì valeva 30, poi 25, poi 20; e ora in quest’ultima guerra vale solo 10 per cento!» Sembra quasi incredibile; ma pur tale era lo stato della repubblica fiorentina durante la guerra di cui parleremo nel capitolo seguente.

Il terzo Trattato discorre del Monte delle Fanciulle; istituzione assai ingegnosa della repubblica, e carissima ai Fiorentini. Essa ebbe origine in questo modo. Quando la repubblica si avvide di non poter più pagare i debiti contratti coi cittadini, cercò un modo di conciliare l’interesse pubblico col privato, e fondò il Monte delle Fanciulle. — Se chi ha un luogo di 100 fiorini, così ragionossi allora, non può venderlo più che 16 fiorini; il suo capitale evidentemente non è di 100 ma solo di 16 fiorini. Ora, chi porterà questo luogo dal Monte Comune al Monte delle Fanciulle, lasciandovelo 16 anni senza alcun interesse, riceverà alla fine del sedicesimo anno una dote di 100 fiorini. — Portando dieci luoghi di Monte, si poteva formare una dote di 1000 fiorini, e così via discorrendo. Volendo avere una dote di 100 fiorini dopo 12 anni, bisognava portare luoghi di Monte pel valore effettivo di 24 fiorini, invece di 16. Vi erano ufficiali del Comune, che determinavano il valore effettivo dei luoghi, perchè esso ogni giorno variava; e, saputo dopo quanti anni si voleva la dote, gli ufficiali determinavano quanto bisognava pagare. Chi non avesse avuto luoghi di Monte, poteva facilmente comprarli. In questo modo, i privati trovavano molto vantaggio, ed anche il Comune guadagnava assai; giacchè, morendo la fanciulla per cui s’era fatta la dote, esso rimaneva padrone di tutto; facendosi monaca, esso era in obbligo di restituire solo il valore effettivo che aveva nel principio ricevuto.

I luoghi di questo Monte delle fanciulle, furono sempre considerati come inviolabili, ed il Comune pagò scrupolosamente. Ma pure, tanto erano nell’ultima guerra (1496) rovinate le finanze della repubblica, che alla scadenza della dote, si dava in contanti solo il quarto del capitale promesso, meno anche le spese di contratto; si riteneva il resto, pagandone però l’interesse del 7 per cento. Ciò fece scapitare il prezzo anche dei luoghi di questo Monte; onde ora, per la prima volta, chi aveva un luogo di 100 fiorini sul Monte delle fanciulle, lo vendeva per 75.

Queste variazioni nel valore effettivo dei luoghi di Monte, fecero nascere una smania di speculazioni, simile a quelle che vediamo farsi oggi sul debito pubblico; e più volte gli storici ne lamentarono le funeste conseguenze.

474.  Quest’occuparsi di minute faccende nella Signoria e nel Consiglio, avveniva con molta perdita di tempo, con danno gravissimo, e fu da tutti gli storici biasimato. Nel mese di marzo 1495, il Consiglio Maggiore fu due volte chiamato a votare una provvisione per concedere a due cittadini il permesso di mutare la loro abitazione da un quartiere all’altro. Ciò basti a dare idea del resto. Vedi le due Provvisioni nell’Archivio delle Riformagioni.

475.  L’arbitrio, come abbiamo già detto, si poneva, quasi senza regola e senza legge, sopra tutti i beni, meno gli ecclesiastici.

476.  L’autore stabilisce quale dovrebbe essere il massimo di queste doti. «Chi va per la maggiore, non possi fare dota più che 500 fiorini larghi; gli artefici 300; i contadini 50; chi è fuori a gravezza 100.»

477.  Noi abbiamo avuto quest’opuscolo, che non si trova nella Magliabechiana ed è assai raro, dal signor Seymour Kirkupp, dotto inglese che possiede una preziosa biblioteca di libri e ms. italiani. Sono in tutto 28 carte, e sull’ultima si dice che fu finito il 24 febbraio 1496 (stile fiorentino). Fu «stampato per Francesco di Dino, e corretto con somma diligenza per Domenico di Ruberto di ser Mainardo Cecchi.» Notevole è anche il titolo del libro, perchè tutto proprio d’un Piagnone: « — Jesù. — Riforma santa e preziosa ha fatta Domenico di Ruberto di ser Mainardo Cecchi, per conservazione della città di Firenze e pel bene comune: e questo è il buono e il vero lume, e il tesoro d’ognuno e della città; e farà osservare la giustizia e il buon governo. E notale bene ogni cosa; chè questa è la vera e buona via a venire presto in gran felicità ognuno, e dipoi in breve tempo tutta Italia e tutto l’universo mondo, perchè impareranno da questa.»

478.  Questi versi sono nella Magliabechiana, e li daremo nell’Appendice, con un saggio di questi scritti popolari.

479.  Alla fine delle ottave è scritto: «finis addì 31 dicembre 1496;» alla fine delle terzine che seguono: «finis addì 19 luglio.» Si parla della guerra di Pisa, della ritirata dell’Imperatore e simili.

480.  Frà Benedetto potrebbe essere eccettuato: ma egli è originale ed eloquente, solo quando narra i fatti avvenuti; quando entra in discussioni religiose, neppure esso si salva dalla comune volgarità.

481.  Burlamacchi, pag. 71.

482.  Il Savonarola stesso lo disse più volte nelle sue prediche. «Insino di Alamania abbiamo lettere di coloro che credono a queste cose.» Vedi Prediche sopra l’Esodo, fol. 39; Firenze 1498.

483.  Questa lettera si trova a Milano, ed è inedita. Vedi l’Appendice.

484.  Questa lettera è senza data, e fu pubblicata dal Padre Marchese.

485.  Anche questa lettera fu pubblicata dal Padre Marchese.

486.  Jo. Franc. Pici, Vita Hier. Savonarolæ, cap. XXI.

487.  In una lettera del 24 marzo 1496, indirizzata ai Dieci, il Pandolfini riporta minutamente questo dialogo. Vedi i Documenti pubblicati dal Padre Marchese nell’Archivio Storico.

488.  Questa, almeno, è la sola cui accenni l’ambasciatore messer Ricciardo Becchi, il quale discorre a lungo di quel concistoro in una lettera del 5 aprile 1496. Documenti pubblicati dal Padre Marchese.

489.  Vedi i medesimi Documenti.

490.  Di questo viaggio si ha notizia in una lettera dei Dieci al Becchi, la quale fu accennata dal Padre Marchese in una nota ai suoi Documenti; errandone però la vera data, che è del 16 aprile 1496, e non già 1498. Eccone le parole: «Al presente intendiamo se n’è ito verso Prato e Pistoia; e non possiamo fare non ci ridiamo di quello scrivete si parla costì, ch’il governo della città dipenda da lui, che mai lo ha cerco, e da nessuno altro nostro cittadino li è conferito cosa nessuna, benchè minima.» Ed in un’altra lettera del 30 marzo 1496, dicevano: «Maravigliamci che del Frate sieno avvisate di costà tante cose quante scrivete; perchè sono favole e finzioni si fanno di costà, da chi cerca darci carico e commetter qualche male.» Vedi Archivio delle Riformagioni.

491.  Questo trattato era già compiuto, anzi ne era composta la stampa nel gennaio 1496; giacchè noi vediamo che il 10 di quel mese, il Savonarola ne mandava le prime bozze al Duca di Ferrara, pregandolo di tenerle celate, perchè voleva ancora meditarvi, prima di dar l’opera alla luce. Infatti, egli non la pubblicò che verso la fine dell’anno. La lettera al Duca di Ferrara, colla quale accompagna le prime stampe, porta la data del 10 gennaio 1496. Il chiarissimo conte Carlo Capponi, nel pubblicare, in una bella e pregevole edizione, Alcune lettere del Savonarola (Firenze 1858), ha creduto che questa fosse segnata secondo il vecchio stile fiorentino, e dovesse, quindi, credersi scritta nel 1497. Ma ciò non è possibile, perchè ivi si parlava del Trattato della semplicità, come ancora non pubblicato; il che noi sappiamo che era avvenuto fin dal settembre 1496. Quando il Savonarola indirizzava lettere fuori di Toscana, egli, generalmente, non seguiva lo stile fiorentino; come si vede ancora in altre sue lettere.

492.  Fu stampato in latino a Firenze, anno Domini 1496, quinto Kalendas septembris, presso ser Pietro Pacini. Lo stesso stampatore pubblicò la traduzione italiana, a dì ultimo d’ottobre 1496. Se ne trova un’altra ristampa del quattrocento S. L. A.; e poi altre edizioni in Firenze 1529; Venezia 1547; Parigi 1511; Colonia 1550; Leida 1633; Grenoble 1677. Il Padre Filippo Chant della Compagnia di Gesù, lo tradusse in francese e pubblicò a Parigi nel 1672. Quasi il medesimo soggetto di questo trattato della semplicità cristiana, venne dal Savonarola esposto in due dialoghi, cui dette per titolo: Solatium itineris mei. Nel primo di essi faceva discorrere il Senso e la Ragione; ma, venendogli il lavoro troppo diffuso e pieno di citazioni, lo lasciò incompiuto, per ricominciarlo da capo in una forma più semplice e meglio adatta al popolo, cui lo destinava. In questa seconda compilazione, discorrono l’Anima e lo Spirito; trattano della vita futura e di Gesù Cristo, combattono gli Ebrei, e finalmente parlano della «via alla patria celeste:» onde il titolo del libro. Queste due operette furano pubblicate a Venezia dopo la morte dell’autore; nel 1535 in italiano, e nel 1536 in latino. Il Savonarola, avendo ne’ suoi scritti preso di mira principalmente l’utile del popolo, esponeva le medesime idee sotto mille forme diverse, per meglio imprimerle nella mente dei lettori, e per farle penetrare in tutti gli ordini della società.

493.  Expositio Fratris Hieronymi Savonarola, psalmi LXXIX: Qui regis Israel etc. Florentiæ anno salutis 1496, IV Kalendas maii. A Modena nello stesso anno; di nuovo a Firenze, tradotto in italiano S. L. A. Nel medesimo giorno 8 giugno 1496, se ne fecero a Firenze altre due edizioni italiane. Di nuovo, a Firenze 1509; Lugano 1540; Tubinga 1621.

494.  Predica I. Vedi Prediche sopra Rut e Michea, fatte l’anno 1496 nel giorni di feste, finito che ebbe la quaresima. Firenze 1497; Venezia 1514; 1539; 1543.

495.  Prediche sopra Rut e Michea; predica del 20 Agosto.

496.  Un luogo del Monte Comune, nel nostro linguaggio vorrebbe dire un’azione sul debito pubblico.

497.  Sebbene la nuova legge stabilisse, che i cittadini non dovessero pagare altro che una Decima l’anno, i libri delle Provvisioni, dal 94 al 98, son pieni di sempre nuove Decime imposte dalla Signoria. Vedi Archivio delle Riformagioni.

498.  Nardi, Storia di Firenze, pag. 104.

499.  Nardi, Storia di Firenze; Burlamacchi ec. Il Savonarola, in una sua lettera al fratello Alberto (24 luglio 97), dice: «morono più di certi febroni pestilentiali, che di peste pura.» Vedremo in appresso che cosa fosse questa che gli scrittori del tempo qualche volta chiamano moría, qualche volta peste.

500.  Nardi, Storia di Firenze; Sismondi, Histoire des répub. ital.

501.  Soiana, Terricciuola, Cigoli ec.

502.  Guicciardini, Nardi, Sismondi.

503.  Vedi la più volte citata vita del Capponi, scritta dall’Acciaioli e pubblicata nell’Archivio storico, vol. IV, parte II. Questo volume, ove collaborarono i chiarissimi signori Aiazzi, Monzani e Polidori, è il secondo delle Vite d’illustri Italiani, ed è fra i più importanti dell’Archivio.

504.  Machiavelli, Estratto di lettere ai Dieci di Balía.

505.  Acciaioli, Sismondi, ec.

506.  Nella chiesa di Santo Spirito. Vedi Acciaioli, Vita del Capponi; Giovanni Cambi, nella sua storia, a dì 25 settembre 1496.

507.  «Del che nasceva gran travaglio e mormorazione nel popolo, il quale universalmente non si voleva alienare dalla maestà del re; dubitando massimamente, che per alcuni malvagi cittadini si procacciasse occultamente, per questa via della Lega, di alterare il presente governo della repubblica.» Nardi, Storia, pag. 99.

508.  Sismondi, Histoire des répub. ital. Il Guicciardini dice che all’imperatore vennero promessi 60,000 ducati. Tanta era la diffidenza che i Fiorentini avevano di questa lega, che il Nardi dice: «In modo che pubblicamente si diceva, il dominio di quegli (i Fiorentini) essere stato concordevolmente diviso e sortito tra i detti collegati.» Storia, pag. 97.

509.  Nardi, Guicciardini, Sismondi.

510.  Ibidem.

511.  Nardi, Guicciardini, Sismondi.

512.  Nardi, Sismondi.

513.  Questo breve venne pubblicato dal Quetif, colla data erronea del 16 ottobre 1497. Ma in quel tempo, il Savonarola era stato già scomunicato. L’anno di questo breve non può essere altro che il 1496; come si cava dalle lettere dell’ambasciatore fiorentino, e come fu anche dal Meyer corretto. Quanto poi alla data del giorno e del mese, abbiamo seguíta quella che ci è data del Codice Riccardiano 2053; perchè la sola che possa andare d’accordo cogli altri brevi che seguirono, colle risposte del Savonarola, colle sue prediche e con tutta la cronologia dei fatti che si narrano in questo capitolo.

514.  «E voleva il papa riunire di nuovo tale Congregazione di Toscana colla solita e universale di Lombardia, per potere cavare in tal modo questo Frate della città di Firenze, e annullare quella sua congregazione dei suoi fautori e seguaci; e tutto questo era procurato dentro dagli avversari del presente governo, e massimamente da quelli che cercavano che la città si volgesse a favore della Lega e della casa dei Medici.» Nardi, Storia, pag. 124.

515.  Responsio Fratris Hieronymi Savonarolæ ad Alexandrum Papam sextum. Anche qui il Quetif pone la data erronea del 27 ottobre 1497. Il Meyer corresse giustamente l’anno in 1496; e noi correggiamo anche il mese, giacchè il breve che il papa mandò in risposta a questa lettera del Savonarola, come vedremo fra poco, è antecedente al 29 ottobre. Nel Codice Magliabechiano, Cl. XXXIV, 34; e in calce al primo volume del Diario del Burcardo (Codice Magliabechiano, Cl. III, 153); questa lettera si trova colla data del 29 settembre, che noi crediamo la vera, perchè la sola che può andare d’accordo colla risposta del papa, la quale venne più tardi.

516.  Questo breve porta, nel Quetif, la data del 16 ottobre 97; il Meyer l’ha giustamente corretta in 16 ottobre 96. Ora, siccome è evidente che esso è scritto in risposta alla lettera del Savonarola; così questa non può portare la data del 27 ottobre, ma deve, invece, aver l’altra del 29 settembre, come abbiam detto più sopra. Inoltre, se questo breve, che è tutto benigno verso il Savonarola, gli promette generale assoluzione di tutto, ha la data del 16 ottobre; non poteva quello che era indirizzato al convento di San Marco, e minacciava scomunica latæ sententiæ, se il Savonarola non s’univa alla congregazione lombarda, portare la data dell’anno e del giorno stesso. Eppure, tutti hanno ripetuto gli errori del Quetif; e niuno s’è avveduto di queste inconseguenze, che rendevano affatto inesplicabile la storia della contesa del Savonarola con Roma, talchè non si capiva mai nè lo scopo dei brevi, nè il fine delle risposte.

517.  Questo si vedrà, in appresso, con ogni evidenza provato da nuovi e importanti documenti. Il Nardi dice continuamente: «il papa che voleva ogni altro governo nella nostra città, che quel presente governo, perseguitava perciò il Frate.» Vedi pag. 124.

518.  Si tacque fin dall’11 settembre, prima del qual giorno non poteva essere arrivato il breve dell’8 settembre.

519.  Questa lettera fu pubblicata dal signor Perrens, secondo copia avutane dall’abate Bernardi. Non avendo il signor Perrens visto il Codice della Marciana di Venezia, nel quale questa lettera si trova con molti altri documenti relativi al Savonarola; credette che la data fosse sbagliata nella copia avuta, e mutò il 15 settembre 96, in 15 settembre 95. Ma noi, avendo riscontrato tanto il Codice latino della Marciana di Venezia (Cl. IX, num. 41), come il Codice 2053 della Riccardiana, dove si trova quella medesima lettera; possiamo confermare che in ambedue v’è la data del 15 settembre 1496, la quale riteniamo perciò come vera.

520.  Sismondi; Nardi, pag. 105.

521.  Nel Codice magliab. Cl. XXV, Cod. 23, troviamo questa nota dei prezzi, nella carestia del 1497. Grano, lire 5 e soldi 10 lo staio; orzo, lire 2 e soldi 10 lo staio; olio, lire 24 la soma; vino, lire 7 la soma; pollastre, 3 lire il paio. Allora, 6 lire e 14 soldi formavano un fiorino largo di oro; il fiorino risponderebbe al moderno zecchino, ma l’oro valeva assai più che ai nostri giorni. Vedi Vettori, Il fiorino antico illustrato; Firenze 1738.

522.  Nardi, pag. 104, 105 e 115, ediz. Arbib, Firenze.

523.  Carlo VIII, che aveva perduto allora il suo secondo ed unico figlio.

524.  Il testo dice: «a nove dì da questo;» ed era il 28 di ottobre. Il Savonarola riferisce probabilmente al giorno in cui egli partiva per andare a Pisa.

525.  Predica del Reverendo padre Frate Hieronymo da Ferrara, facta il dì di S. Simone et Juda a dì 8 d’octobre 1496, per commissione della Signoria di Firenze, essendo la ciptà in timore grandissimo per la venuta dello imperatore. S. L. A. Questa medesima predica forma parte di quelle fatte, nelle feste del 1496, sopra Rut e Michea.

526.  Tutto ciò viene minutamente descritto dal Nardi.

527.  Queste due prediche si trovano fra quelle sopra Rut e Michea: la seconda fu stampata a parte molte volte; e l’Audin ne cita tre diverse edizioni del quattrocento, e tutte sono illustrate con belle incisioni.

528.  Questo breve è inedito nella Riccardiana, Cod. 2053. È importantissimo, perchè il non avere ubbidito ad esso, fu la causa principale della scomunica pronunziata contro il Savonarola, secondo che nella stessa scomunica vien detto. Il non essere, poi, stato fino ad ora conosciuto, fu causa principale di far confondere la cronologia di tutti gli altri brevi, e, quindi, delle risposte del Savonarola.

529.  «Dipoi venne uno breve che tutti li conventi di Toscana si congiungessino e facessino una Congregazione, nella quale dovessi entrare San Marco, cogli altri suoi conventi. E prima, nell’altro breve, voleva che entrassimo nella Congregazione di Lombardia, dalla quale prima ci aveva separati; e ora vogliono che noi entriamo in quella di Toscana; e ora qua, ora là. Questo mi pare il giuoco degli scacchi nella difesa del re, che quando è rinchiuso si leva d’uno scacco, e poi torna a quel medesimo: sì che sono manifeste le circumventioni dei maligni.» Predica della Sessagesima (18 febbraio 1498).

530.  Apologeticum Fratrum Congregationis S. Marci de Florentia. Fu ristampato dal Quetif. In questo scritto vengono, con minuta analisi, ponderate tutte le ragioni pro e contro l’unione.

531.  Nardi, Sismondi, Guicciardini, Machiavelli.

532.  Idem.

533.  Prediche sopra Ezechielle; Venezia 1520. Le prime otto furono dette nell’avvento del 96; le altre nella quaresima del 97. Vedi Predica prima. Queste prediche, sebbene si dicano raccolte dal Violi, sono di quelle assai incompiutamente pubblicate.

534.  Prediche sopra Ezechielle. Vedi la predica sesta.

535.  Iacopo Nardi, Storia di Firenze.

536.  La Decima scalata in Firenze, nel 1497; da’ manoscritti inediti di messer Francesco Guicciardini. Sono due lunghi e bellissimi discorsi, che l’autore immagina fatti nel Consiglio Maggiore, da un difensore e da un oppositore della nuova legge. In questi discorsi trovasi ritratto al vivo il carattere del popolano fiorentino e l’indole della sua eloquenza: essi, però, non poterono esser pronunziati nel Consiglio, dove, come abbiamo già notato, non si discuteva liberamente il pro ed il contro d’una legge: sono, quindi, come tanti altri discorsi del Guicciardini, affatto di sua immaginazione; ma si possono considerare come altamente storici, in quanto ritraggono fedelissimamente le opinioni dei due partiti.

537.  La nuova legge proponeva, che chi aveva 5 fiorini d’entrata, pagasse una decima sola; e che per ogni 5 fiorini di più d’entrata, si andasse aggiungendo alla imposta ordinaria un quarto di decima; non potendosi, in tutto, pagare più di tre decime.

538.  Il Burlamacchi dice espressamente, che il Savonarola aveva, prima, colle prediche ben disposto l’animo dei fanciulli; e poi, «vista in questi fanciulli tanta mutazione, pensò fossi bene dar loro qualche ordine, acciò potessino conservarsi al ben vivere: di che commesse la cura a Frà Domenico da Pescia, non potendo egli attendervi per le grandi occupazioni; il quale (Frà Domenico) spesso congregandoli insieme, andava pascendo l’animo loro con qualche sermoncello spirituale.» pag. 105.

539.  Il 25 gennaio 1496 (stile nuovo), si vinse nel Consiglio Maggiore una provvisione, che stabiliva alcune regole da osservarsi nel vestire i fanciulli. Archivio delle Riformagioni.

540.  Il Burlamacchi fece una minutissima descrizione di quella festa, di cui si parla anche in tutte le altre biografie.

541.  Nardi, pag. 114.

542.  Questo fu comunemente detto di quella edizione fatta dal Valdarfer, di cui una copia venne, nel 1812, venduta a Parigi 52,000 franchi! Vedi la nota posta al Nardi, pag. 140, nell’ediz. Arbib.

543.  Infatti, il Burlamacchi nomina parecchi oggetti, ma di niuno si può determinare il valore artistico o letterario. Quando non sono abiti e maschere, sembrano ritratti di donne conosciute per cattivi costumi, libri adorni di oro, e cose simili.

544.  Questo vien pienamente confermato dal Guicciardini, nella sua Storia di Firenze: «andavano (i fanciulli) per Carnasciale congregando dadi, carte, lisci, pitture e libri disonesti, e gli ardevano pubblicamente in sulla piazza dei Signori, facendo prima in quello dì, che soleva essere di mille iniquità, una processione con molta santità e devozione.»

545.  Nell’Archivio di Ginevra si trova ancora l’atto che condanna alla carcere una donna, parce qu’elle n’avait pas les cheveux abattus.

546.  Noi abbiamo già parlato altrove della biblioteca di San Marco: diamo qui alcune altre notizie. Niccolo Niccoli lasciava al pubblico la sua famosa collezione di circa 600 codici antichi, e Cosimo de’ Medici, come dicemmo, pagò i debiti che vi gravavano sopra, ritenendo per sè circa 200 di quei codici, e lasciando il resto a San Marco. Egli e Lorenzo andarono, poi, accrescendo la loro collezione, con quelle cure che sono note a tutti, e che è inutile di qui ripetere. I frati di San Marco fecero lo stesso: il 10 dicembre 1445, essi, come apparisce da pubblico strumento, dì cui è copia nel convento, pagavano 250 fiorini per acquisto di codici. Così continuarono sempre fino all’anno 1495, quando comperarono la biblioteca dei Medici nel modo che abbiamo detto qui sopra. Ecco in qual modo ne parla Frate Roberto Ubaldini da Gagliano, nell’interrogatorio a cui fu sottoposto come testimonio nel processo del Savonarola: «Quanto a soscriptione di danari, io non lo sentì mai dire più da persona, se non hoggi da voi: ma io non ne so nulla; excepto che io so bene, che havendo noi facta una compera di libri da li uficiali di rubelli, et prima dalla Signoria, per ducati tremila larghi, et restando debitori di ducati mille larghi, Bernardo Nasi gli promisse per noi, per tempo di 18 mesi, a monsignore d’Argentona in Francia: et noi facemo fare da altri promessa al detto Bernardo per decto tempo; et non habiavamo disegno di pagarli, altro che cercarli da diverse persone nostri amici; et questo so, perchè l’ho tractate io tutte quelle cose, che già cinque anni sono stato librerista in San Marco.» Archivio delle Riformagioni. Nello stesso Archivio si trovano anche le deliberazioni dei Signori, pro libris olim Laurentii de Medicis; e sono in data del 31 agosto 95, 19 ottobre idem, 24 gennaio 97 (stile fiorentino), 7 maggio 98, 12 decembre idem.

Dopo la morte del Savonarola, fra le molte persecuzioni ch’ebbe a sopportare il convento, vi fu quella di vedersi tolti, sotto falsi pretesti, non solamente tutti i libri della collezione medicea, ma ancora parte di quelli acquistati nel 1445. Nell’ottobre del 1500, vennero con nuovi patti restituiti; e finalmente, nel 1508, trovandosi i frati gravati di debiti, nè essendo più vivo quel Savonarola che tanta cura aveva avuto di quei libri, furono venduti a Galeotto Franciotti, che li acquistò pel cardinal Giovanni de’ Medici, dipoi Leone X. E così andarono a Roma, donde poi tornarono nuovamente a Firenze. Bandini, Lettera sopra i collettori di codici orientali, esistenti nella insigne Basilica Laurenziana; Annales conventus S. Marci, fol. 8; Padre Marchese, Storia del convento di San Marco.

547.  Il Vasari lasciò scritto, che nel giorno di carnevale, Frà Bartolommeo bruciò alcuni dei suoi disegni del nudo. Se il fatto fu vero, ne deve certamente ricadere l’accusa sul suo autore: ma notiamo che il Vasari visse un secolo dopo del Savonarola, a cui si mostrò nei suoi scritti sempre avverso; nè molto favorevole fu alla memoria di Frà Bartolommeo.

548.  Oltre i moltissimi lavori italiani sopra Michelangiolo, vedi anche Harford, Life of Michel Angelo Buonarroti; pregevolissimo lavoro pubblicato recentemente in Inghilterra, nel quale si discorre particolarmente dei rapporti che il Buonarroti ebbe col Savonarola.

549.  Rio, Art Chrétien. — A questo proposito, non sarà fuori di luogo il fare alcune osservazioni sopra ciò che nel suo libro dice il signor Rio, intorno al Savonarola. Egli divide la storia della pittura italiana in due grandi scuole: la pittura cristiana, o, come altri dissero, il purismo; e la pittura naturalista, nella quale include tanto coloro che si restrinsero troppo nella semplice imitazione del vero, come quelli che andarono solo dietro allo studio dell’antico. Questa seconda scuola non è altro, pel Rio, che una degradazione dell’arte cristiana. Avendo, poi, trovato che nel secolo XV le due scuole fiorivano l’una accanto dell’altra, ha voluto attribuire tutto il progresso del naturalismo ai Medici, favoreggiatori delle idee classiche e pagane; mentre del risorgere dell’arte cristiana ha fatto unico autore il Savonarola. Sebbene sia verissimo che il Savonarola propugnasse le idee cristiane, in opposizione ai Medici che volevano fare della erudizione classica uno strumento di corruzione morale, o almeno restringere con essa il più libero corso delle nuove idee; è però certo, almeno quanto alla pittura, che la teoria del signor Rio non regge all’analisi dei fatti. Se noi rivolgiamo lo sguardo a quei pittori che circondavano il Frate, troveremo che niuno di essi fu seguace di quell’arte cristiana, di cui il signor Rio vorrebbe chiamarlo rinnovatore. Innanzi a tutti si presenta Frà Bartolommeo: ora, non fu egli dei primi, e forse il primo che spinse decisamente la pittura nel classicismo, e cominciò la scuola del cinquecento? E Michelangiolo Buonarroti non fu quegli che lo portò ai suoi ultimi confini? Tra gli ammiratori del Savonarola noi troviamo, è vero, i Della Robbia; ma quel Luca che fu scultore immortale delle sante Madonne, era già morto: egli era vissuto, con Beato Angelico, ai tempi di Cosimo dei Medici. Un altro seguace del Savonarola era il Cronaca, che fu dei primi a cominciare l’architettura classica, come ne è testimonio la sala stessa del Consiglio Maggiore: Lorenzo di Credi è noto a tutti come un discepolo, anzi un imitatore di Leonardo da Vinci; e Sandro Botticelli viene dal signor Rio chiamato «infetto di paganesimo.» Ove è, dunque, la scuola di arte cristiana, fondata dal Savonarola, se i suoi seguaci vanno tutti per la opposta via del naturalismo? Ciò che ha indotto in errore il signor Rio, è stato il desiderio di attribuire ogni progresso dell’arte ad una causa unicamente religiosa. È questo un nobile desiderio, che però non sempre trova in suo favore la realtà dei fatti. E nel nostro caso, è fuori di dubbio che quella pittura la quale dal signor Rio vien chiamata cristiana, era assai più fiorente ai tempi di Cosimo de’ Medici; mentre in quelli del Savonarola, essa cedeva rapidamente il terreno ai progressi dell’arte classica, che venne ben tosto rappresentata da Raffaello, per cui il signor Rio sembra avere assai poca simpatia.

Prima di conchiudere queste osservazioni, dobbiamo però dire che il signor Rio ha capito mirabilmente la vera opposizione morale che passava tra il Savonarola ed i Medici; e che egli l’ha descritta, non solamente con calore, ma ancora con eloquenza.

550.  Prediche sopra Amos e Zaccaria, predica del venerdì dopo la terza domenica di quaresima.

551.  Prediche sopra Ezechielle, predica XXVIII.

552.  Predica III, di quelle sopra Aggeo.

553.  Prediche sopra Amos e Zaccaria, predica del venerdì dopo la terza domenica di quaresima.

554.  Predica XXVIII, sopra Ezechiel.

555.  Prediche sopra Amos e Zaccaria. Vedi quella del sabato dopo la seconda domenica di quaresima.

556.  Opus perutile de divisione ac utilitate omnium scientiarum: in poeticen apologeticus. Venetiis 1542. Se ne trova anche una edizione del quattrocento S. L. et A.

557.  Vedi lib. I, cap. VI.

558.  «Nec ego aliquando artem poeticam damnandam putavi, sed quorumdam abusum.» Epistola ad Verinum, in principio dell’opera.

559.  «Si quis credit artem poeticam solum docere dactylos et spondæos, syllabas longas et breves, ornatumque verborum, magno profecto errore tenetur.» Apologeticus etc., in principio.

560.  «Potest enim poeta uti argumento suo, et per decentes similitudines discorrere sine versu.» Ibidem.

561.  Ibidem, pag. 44.

562.  «Nam et nos homines sumus sicut et ipsi, et potestatem imponendi nomina æqualem a Deo accepimus. Possumus ergo addere et minuere sicut et ipsi potuerunt, nam et multa jam mutata sunt. Quidam, enim, adeo perstrinxerunt se, et carceri antiquorum intellectum proprium adeo manciparunt; ut nedum contra eorum consuetudinem aliquod proferre nolint, sed nec velint dicere quod illi non dixerunt.... Quæ enim ratio est ista, quæ virtus argumenti: antiqui non ita locunti sunt, ergo nec nos ita loquamur?» pag. 40. Altrove abbiamo citato questo passo, e qui lo riportiamo, perchè lo richiedeva il soggetto.

563.  «Modum autem artis, quem nunc nostri poetæ servant, hoc est metrorum ac fabularum, laudumque Deorum, adolescentibus pestis est perniciosissima. Et certe ad hoc probandum laborarem, nisi sole clarius appareret. Experientia ipsa, rerum magistra, ita nostris oculis mala quæ ex perverso usu poeticæ artis eveniunt manifestat, ut non oporteat in probatione sudare.» pag. 55.

564.  Ibidem.

565.  «Verum quidam, non amatoria, non laudes idolorum, non turpia; sed virorum fortium gesta atque moralia versibus descripserunt, et bene usi sunt arte poetica et modo eius: hoc igitur damnare nec possum nec debeo.» pag. 55.

566.  «Ego melius puto Christianos, moribus ornatos, minori fulgere eloquentia, quam propter eloquentiam Christi nomen perdere.» pag. 55.

567.  Questa idea non solamente è accennata nell’opera summenzionata, ma si trova continuamente ripetuta nelle prediche.

568.  Vedi Poesie di Girolamo Benivieni, Firenze 1500.

569.  

Ognun gridi, com’io grido,

Sempre pazzo, pazzo, pazzo.

570.  Poesie di G. Benivieni.

571.  Questa laude è la quinta fra le poesie del Savonarola, pubblicate dall’Audin; ed ivi si trova col titolo di Canzone ai Fiorentini.

572.  Il codice autografo posseduto dal signor Giberto Borromeo a Genova, sembra un abbozzo, ed è in molte parti quasi indeciferabile. Nell’appendice daremo un saggio di queste poesie inedite.

573.  È la XIII, nelle poesie pubblicate dall’Audin: la XII è anche indirizzata alla stessa Santa, ma è molto inferiore.

574.  Riuscirebbe difficile correggere le sgrammaticature di questa strofa, che pure non è senza pregio.

575.  Vedi Alcuni devotissimi trattati ec. Venezia 1537.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine volume (Errata-corrige) sono state riportate nel testo.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.