The Project Gutenberg eBook of La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

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Title: La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

Author: Pasquale Villari


Release date: June 16, 2026 [eBook #78881]

Language: Italian

Original publication: Firenze: Le Monnier, 1859

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78881

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA E DE' SUOI TEMPI, VOLUME 2 (OF 2) ***

LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA
E DE’ SUOI TEMPI. VOLUME SECONDO.


LA STORIA
DI
GIROLAMO SAVONAROLA
E DE’ SUOI TEMPI,

NARRATA DA PASQUALE VILLARI

CON L’AIUTO DI NUOVI DOCUMENTI.


VOLUME SECONDO.

FIRENZE.
FELICE LE MONNIER
1861.


Proprietà letteraria.



INDICE


[i]

PREFAZIONE.

La fama di frà Girolamo Savonarola che, nella sua vita, avea fatto maravigliare il mondo, e per lungo tempo richiamò l’attenzione dei nostri più grandi scrittori; cadde, nel secolo XVIII, in assoluta dimenticanza e quasi disprezzo. Era la sorte comune, in quel secolo, a tutti gli uomini, a tutti gli studi religiosi. Il Bayle esprimeva, nel suo Dizionario, un’opinione universalmente adottata, quando con freddo e crudele cinismo, scagliava contro al misero Frate i suoi acuti e pungenti sarcasmi: lo chiamava ridicolo e basso impostore, degno del martirio che aveva sostenuto.

Non molto dopo, uno scrittore anonimo pubblicava, colla data di Ginevra, una biografia italiana del Savonarola.‍[1] Egli aveva, in sostanza, le medesime idee del Bayle; ma diceva, con ira e dispetto, ciò che l’altro aveva detto solamente con ischerno: il Bayle lasciava cadere dalla penna i velenosi sarcasmi, colla freddezza dello [ii] scettico; l’anonimo si scagliava con un’ira ed uno zelo tutto fratesco: era, in fatti, il gesuita Rastrelli. Quella passione, troppo evidente, toglieva ogni pregio ad un libro cui, pure, non mancava il merito di qualche utile ricerca e d’un certo brio scorretto e sbrigliato, come solevano avere molti dei nostri scrittori nel passato secolo.

Un anno dopo la pubblicazione di questo lavoro, venne alla luce in Livorno una nuova Storia del Savonarola,‍[2] anch’essa senza nome di autore. Era il domenicano Barsanti che, rispondendo all’anonimo gesuita, prendeva con molto calore le difese del suo confratello di religione. Il Barsanti s’era trovato solo, in quel secolo, a leggere ed ammirare le prediche del Savonarola; aveva studiato gli antichi biografi, ed il prezioso manoscritto, che dopo lui andò smarrito, delle Giornate di ser Lorenzo Violi: fu diligente, minuto e paziente raccoglitore di notizie, intorno ad un soggetto che, se non destava alcuna simpatia ne’ suoi contemporanei, appagava però il suo cuore. Egli non si lasciò punto trascinare dalla corrente del secolo; ma compose un libro, che parrebbe scritto molti secoli indietro, e, quasi, destinato unicamente ad accrescere il numero degli antichi biografi. In lui [iii] rivive tutto lo spirito di quei vecchi cronisti, meno la semplicità e l’ingenuo vigore dello stile: vi ritroviamo lo stesso amore, i medesimi errori ed il medesimo fanatismo; manca, però, quella schietta originalità che, in essi, ritrae così vivamente il colore dei tempi. Il suo lavoro era, poi, siffattamente gremito di citazioni e di confutazioni contro tutte le asserzioni del Rastrelli, che la lettura ne riusciva penosa, e non poteva invogliare a conoscere il Savonarola. A questo libro successe, infatti, un silenzio di quasi cinquanta anni, durante i quali il nome del Savonarola parve dimenticato.

Il secolo XIX inaugurava un ordine di cose assai diverso, e dava un nuovo indirizzo agli studi. Il medio evo, tanto disprezzato al tempo di Voltaire, ritornava in onore; gli studi religiosi non si tenevano più indegni d’occupare l’attenzione d’uomini gravi; e si poteva, finalmente, lodare un frate, senza muovere il riso universale. La Germania si abbandonò, con ardore quasi febbrile, a questi nuovi studi; e ad essa si deve l’onore di avere, per la prima volta, chiamato seriamente l’attenzione del mondo letterario, intorno al carattere ed alla dottrina del Savonarola.

L’anno 1835, il Rudelbach pubblicava una biografia,‍[3] in cui non si fermava molto intorno al [iv] carattere del Savonarola, non conoscendo alcun fatto nuovo, nè sapendo dar nuove spiegazioni dei fatti già conosciuti; ma studiava principalmente l’esposizione delle dottrine. Di certo, egli era il primo che, leggendo le opere del Savonarola, avesse saputo cavarne l’insieme d’una dottrina teologica; era il primo che, dopo tante critiche e così violente, avesse il coraggio di affermare all’Europa moderna, come quelle opere meritavano l’attenzione dei dotti, e quell’autore aveva avuto un alto ingegno speculativo. Lo diceva col sincero entusiasmo di chi è convinto d’annunziare una verità sconosciuta; ed il suo libro otteneva, in Germania, un grandissimo successo. Forse, ciò era dovuto meno ai pregi, che allo scopo avuto in mira dall’autore; giacchè egli vedeva nel Savonarola un precursore della Riforma. Anche Lutero aveva canonizzato il Frate di San Marco, martire del Protestantismo; ma, nel secolo XVIII, quelle idee erano state quasi dimenticate; onde ritornavano, per così dire, a novella vita, per opera del Rudelbach che le appoggiava e sosteneva con un esame accurato di tutti gli scritti del Savonarola. Quindi il gran plauso ottenuto in Germania ed in Inghilterra, [v] ove, da quel giorno, le simpatie degli scrittori anglo-germanici furono, per sempre, assicurate al Savonarola.

Se, però, ci mettiamo a considerare imparzialmente quest’opera del Rudelbach, vi troveremo subito dei gravissimi errori. Lasciando da un lato quella che è, propriamente, storia dell’uomo, perchè intorno ad essa non impariamo nulla di nuovo; assai imperfetto riesce ancora l’esame delle dottrine. L’autore, con uno sforzo continuo, le pone sopra un letto di Procuste; dove vengono travisate e sformate in maniera, che assai spesso avremmo dubitato della sua buona fede, se non sapessimo fino a che segno può accecare lo spirito di parte. Quando, poi, il Rudelbach s’imbatte in alcuni scritti che contraddicono, troppo manifestamente, alle sue idee; egli allora li salta a piè pari. Un esempio potrebbe vedersene, nella minuta esposizione che fa del Trionfo della Croce. I primi tre libri di quest’opera che, per molti anni, fu studiata nelle scuole della Propaganda, trattano quella parte delle dottrine cristiane, in cui protestanti e cattolici vanno quasi d’accordo; quindi il Rudelbach ne è diligente espositore, cercando solo di trovarvi qualche recondito senso protestante. Ma quando arriva al quarto libro, dove il Savonarola comincia a parlare dei Sacramenti, ed il suo cattolicismo apparisce con una evidenza [vi] che non ammette più dubbio; allora il biografo tedesco ne abbandona affatto l’esame e si rivolge altrove. Tutto ciò avviene molto spesso.

Una parte assai più notevole di quest’opera, poteva riuscire l’esame di ciò che l’autore chiama carattere profetico del Savonarola. Era un soggetto nuovo, importante e, per la prima volta seriamente considerato; ma il Rudelbach, invece di raccogliere diligentemente i fatti, invece di determinarne imparzialmente il valore; si dette ad esporre alcune teorie fondate solo nella sua immaginazione. Ci definisce dapprima cosa intende per profezia evangelica; dipoi, ci schiera innanzi una serie non mai interrotta dei profeti della Riforma, tra i quali pone l’abate Gioacchino, santa Brigida ed il Savonarola. È facile vedere che questo non è fare la storia nè la critica; ma vagare, piuttosto, nei campi dell’immaginazione, per sostenere un partito già preso.

Una seconda biografia tedesca veniva alla luce, l’anno 1836 a Berlino,‍[4] per opera di Carlo Meier, il quale s’era dato a studiare quella parte del soggetto, che il Rudelbach aveva più trascurata: la vita, cioè, ed il carattere del Savonarola. Egli aveva fatto lunghe e pazientissime ricerche, nelle biblioteche ed archivi di Firenze e [vii] Venezia; aveva raccolto una mèsse preziosissima di documenti, coi quali tornava in patria a scrivere il suo lavoro. Quasi tutti i codici che i biografi posteriori ci annunziarono come scoperti da loro; quasi tutti i documenti che furono pubblicati col titolo di nuovi, erano stati già trovati dal Meier, e sono citati o riportati nel suo libro.‍[5] Ma, incredibile a dirsi, l’autore non seppe cavarne alcun profitto. In lui è una strana mescolanza di maravigliosa diligenza e pazienza da un lato, d’imperdonabile negligenza ed inesattezza dall’altro. Egli deplora la perdita d’alcuni documenti; eppure si trovano in quei medesimi codici, ch’esso ha scoperti e continuamente citati. Nel collazionare i documenti da lui pubblicati, vi abbiamo, assai spesso, trovati errori e lacune imperdonabili in qualunque più negligente scrittore; ma inesplicabili nel Meier che, per solito, è così diligente e scrupoloso. Egli scrive la biografia d’un uomo illustre, con notizie nuove ed importantissime; ma, se il lettore non volge continuamente l’occhio alle note, non s’accorge che sta imparando nulla di nuovo. Il Savonarola rimane, in tutta quest’opera, un uomo morto o, per meglio dire, una vuota astrazione: i nuovi fatti non tolgono nè aggiungono nulla al concetto vago e confuso, che ne avevamo dai passati [viii] biografi. Il libro del Meier è una prova evidente e parlante, del nessun pregio che hanno i più preziosi documenti, nelle mani di chi non sappia valersene.

Un giudizio non molto dissimile, noi dobbiam dare di quella parte del libro, che s’occupa delle dottrine. Il Meier cerca, è vero, di moderare le troppo esagerate conclusioni del Rudelbach; non trova, negli scritti del Savonarola, un sistema così compiuto e così assoluto di teologia protestante; ma, pure, si sforza metterlo, in ogni modo, fra i martiri della Riforma: nè gli argomenti che adopera sono molto diversi da quelli del Rudelbach. Questi, almeno, aveva la scusa d’una sbrigliata fantasia che sempre lo domina; mentre il Meier, che procede tutto timido e guardingo, tutto moderazione, è affatto inescusabile. Che dobbiam dire, quando lo vediamo fermarsi a notare, che il Savonarola non discorre quasi mai del purgatorio, che i suoi nemici lo accusavano di parlar poco della Vergine Maria? Egli vorrebbe cavarne, che il Frate già presentiva, in questo, le idee riformate; ma a lui stesso manca il coraggio d’appoggiarsi a così deboli argomenti; dovendo rammentare quelle prediche in cui è un ragionare, quasi superstizioso, intorno alla Vergine; quelle in cui, apertamente, si raccomanda ai fedeli la preghiera pei defunti.

[ix]

Un altro grave errore dobbiam notare nell’opera del Meier. Mentre egli procede passo a passo, ed espone minutamente tutta quella parte della dottrina, che è semplicemente copiata da S. Tommaso e dagli scolastici; ciò che è proprio del Savonarola, ciò che dimostra tutta l’originalità del suo ingegno, gli sfugge continuamente. Si ferma, di tanto in tanto, a notare quei passi che a lui sembrano contenere i germi della Riforma; ma si mostra così poco convinto di ciò che dice, che è assai lungi dal persuaderne il lettore. Quando, poi, discorre delle profezie, è assai difficile comprendere che cosa intenda dire. Vorrebbe condannare il giudizio del Rudelbach; vorrebbe quasi dimostrare che, se il Savonarola non fu profeta, tale non credette se stesso, nè voleva essere creduto dagli altri. Ma, poi, non gli basta l’animo di pronunziare un’opinione che si trova in così manifesta opposizione coi fatti; e, secondo il solito, rimane incerto, vago e confuso.

Paragonando le due biografie tedesche, noi siamo costretti a concludere: che la fantastica dissertazione del Rudelbach, sebbene gremita di errori, ci dà un ritratto di quella, per così dire, selvaggia originalità del Savonarola, assai più fedele che non fa il Meier, con tutte le sue ricerche, con tutti i suoi documenti e la pretesa esattezza. Nel Rudelbach furono troppo facilmente perdonati gli errori, nel Meier troppo ingiustamente [x] dimenticati i pregi; ma, in fondo, il giudizio del pubblico fu assai più giusto, che non si potrebbe credere a prima vista.

Questi ultimi lavori tedeschi e, più ancora, l’autorità di Lutero, diffondevano l’idea che il Savonarola fosse veramente un precursore della Riforma; crescevano, quindi, le simpatie dell’Inghilterra e della Germania settentrionale; l’attenzione dell’Europa si volgeva alla storia di quest’uomo, con una certa ansiosa curiosità. Allora, usci dal convento di San Marco una voce eloquente, che voleva rivendicare il Savonarola al cattolicismo ed alla libertà. Il Padre Vincenzo Marchese dei Predicatori, era noto all’Italia per la sua Storia dei pittori Domenicani. Elegante scrittore, sincero cattolico, animo ardentemente innamorato del vero e della libertà; egli divenne in San Marco un appassionato ammiratore del Savonarola. Con un rispetto ed una venerazione che somigliava, quasi, ad un culto religioso, andò raccogliendo nel convento le sparse memorie del Frate; ricercò le biblioteche ed archivi fiorentini; e più volte vedemmo venire alla luce, nell’Archivio Storico di Firenze, il risultato de’ suoi studi. Erano lettere inedite del Savonarola, scritti relativi alla sua vita. Questi documenti, invero, non furono sempre di grande importanza; ma tali sapeva renderli la diligenza e l’acume di chi li pubblicava, [xi] cavandone conseguenze assai utili alla storia. Il nome dell’autore, e l’importanza del soggetto fecero accogliere questi lavori con molta simpatia; onde il Padre Marchese, incoraggiato dal pubblico plauso, dava finalmente alla luce la sua Storia del convento di San Marco.‍[6] La parte principale e più notevole in tutta l’opera, dava quasi una biografia del Savonarola. L’autore lo dipingeva come riformatore morale, politico e religioso; ne descriveva la vita ed i costumi; ragionava degli scritti e delle prediche. Fermandosi, poi, a quella parte che gli altri biografi avevano assai trascurata; ci faceva conoscere tutto il grande amore che il Savonarola aveva portato alla libertà, da cui era venuta la prima origine della sua persecuzione e, finalmente, la morte. L’ammirazione per l’antico martire del convento, ispirò al Padre Marchese una eloquenza, che dette al suo libro quel colore di verità e di realtà, che mancava affatto nei biografi tedeschi. Egli ottenne il plauso meritato; e l’attenzione degl’italiani si rivolse, con ardore ed entusiasmo, al frate repubblicano che avea con tanto coraggio combattuto i Borgia ed i Medici; che aveva voluto stringere l’antico connubio [xii] della libertà colla religione, riportandole ai loro veri principii; che aveva sostenuto il martirio in nome di Dio e della patria.

Ma, sebbene l’opera del Padre Marchese valesse mirabilmente a destare la curiosità del pubblico; non valse, però, a soddisfarla interamente. Egli non aveva fatta quella serie continuata di ricerche, indispensabili a chi vuole scrivere una vera biografia; conosceva solo una parte delle opere e delle prediche del Frate; poteva, quindi, scrivere un eloquente capitolo nella sua Storia di San Marco, non già un lavoro compiuto intorno al Savonarola; cosa che l’indole della sua opera neppure comportava. E, d’altronde, bisogna pur dirlo, egli era troppo grande ammiratore del suo eroe, per esserne storico affatto imparziale. Nuove indagini e nuovi studi erano, quindi, necessari.

Ed ecco in Francia venire alla luce, l’anno 1853, una biografia del Savonarola in due grossi volumi.‍[7] Il signor Perrens, che ne era l’autore, aveva fatto delle ricerche in Firenze; aveva ottenuto dall’abate Bernardi di Piemonte, copia di molti documenti della Marciana di Venezia, parecchi dei quali, sebbene noti in Germania, per opera del Meier, erano ignoti affatto in Italia ed in Francia. Con questi preziosi materiali, [xiii] il signor Perrens dettava un lavoro che, quantunque scritto con una furia qualche volta groppo manifesta, era, nondimeno, di gran lunga il libro più compiuto intorno al Savonarola; ed ottenne, perciò, un plauso grandissimo e non immeritato.

Il primo volume che dava la narrazione dei fatti, si leggeva con grande interesse. L’autore non era molto eloquente; ma, per la prima volta, vedevamo una esposizione chiara, ordinata ed ampia di tutte le vicende del Savonarola. Il dramma agitato e tumultuoso di quella vita, aveva un fascino e, per così, dire, una eloquenza sua propria, che ridestava di continuo l’attenzione del lettore, e suppliva, in gran parte, al difetto dell’autore. Se non che, un errore troppo grave, colpiva il libro nella sua essenza. Il signor Perrens non è riuscito a farsi un’idea chiara del soggetto che tratta; non ha un’opinione determinata intorno al personaggio che vuol descrivere; e questo fa nascere, nell’animo di chi legge, una incertezza assai penosa, che l’autore sembra voler crescere, quasi a bello studio. Quando noi siamo per ammirare il coraggio del Savonarola; esso viene a farci supporre che il frate si mostrò, qualche volta, troppo debole: quando noi siamo sul punto di esprimere il nostro entusiasmo, per la fermezza mostrata dal Savonarola nel combattere i Medici; ecco la taccia di adulatore [xiv] messa fuori. Si direbbe, quasi, che il signor Perrens teme di pronunziare un giudizio chiaro e deciso intorno al suo eroe; giacchè, quando involontariamente gli cade dalla penna, cerca subito di cancellarlo. Nelle ultime ore e più solenni di quella vita, egli abbandona il misero Frate e lo condanna; non solamente senza aver fatto le nuove ricerche necessarie a pronunziare un giudizio tanto severo; ma senza neppure esaminare, a fondo, tutti i documenti già ritrovati. Onde l’animo del lettore ne rimane sconfortato e confuso; nè sa chi debba condannare più severamente, o il Savonarola o il suo biografo.

Un difetto assai grave si scorge ancora nel secondo volume. Ivi si ragiona delle opere del Savonarola, dandone solo un sunto o qualche estratto; non mai un giudizio o una critica. Più volte l’autore si dichiara incapace di giudicare le dottrine religiose; ma cade in errori, che neppure la sua modestia può fargli perdonare. Dopo averci, invariabilmente, presentato il Savonarola come un sincero cattolico; se ne rimette ad un’autorità, che egli dice assai più competente della sua, e riporta nell’appendice della sua opera, un lungo capitolo del Rudelbach, in cui il biografo tedesco si sforza di provare che il Savonarola era un precursore di Lutero. Così il sig. Perrens distrugge egli stesso l’opera delle sue mani, [xv] È vero che fece tradurre da altri questo capitolo, e noi possiam supporre che la fretta gli abbia impedito anche di leggerlo; ma deve uno scrittore serio, come egli è certamente, permettersi tali negligenze? Il suo libro, nondimeno, fu allora il più compiuto che avesse l’Italia, di cui l’autore è certamente assai benemerito.

Altri lavori eran venuti alla luce, altri continuarono a venirne; ma tutti di assai minore importanza. Il signor Rio in Francia, aveva nella sua Arte cristiana, scritto alcune pagine molto eloquenti intorno al Savonarola.‍[8] L’Hase pubblicava in Germania, un breve saggio di biografia popolare; ed il Lenau un poemetto pieno di forza e d’immaginazione.‍[9] In Inghilterra venivano alla luce molte Vite del Savonarola; ma tutte erano semplici compilazioni, scritte senza alcuna conoscenza dei fatti, e sempre col solo fine di mettere il frate di San Marco tra i martiri della Riforma. L’ultimo lavoro inglese, che fu pubblicato l’anno 1853, in due grossi volumi, ha qualche merito di più.‍[10] Il signor Madden, che ne [xvi] è l’autore, professa opinioni cattoliche assai moderate; ma egli vuole con troppa insistenza attribuire al Savonarola tutte le sue particolari convinzioni; e, sebbene dica di avere studiato il soggetto con molta diligenza, mostra così poca conoscenza dei tempi e dei luoghi, che il suo libro è gremito di errori. Per citarne uno dei moltissimi: egli ci dice che l’attività del Savonarola era così grande, così instancabile che, in uno stesso giorno, dopo aver predicato in Santa Maria del Fiore, andava a predicare nel Duomo. Così questo libro, agl’italiani riusciva affatto inutile, agli stranieri dava idee inesattissime. Gl’Inglesi, veramente, non hanno pubblicato intorno al Savonarola, nessun lavoro che sia degno di loro, che pur sono grandi maestri nello scrivere le storie.

Noi, adunque, che da più anni eravamo occupati intorno ad una biografia del Savonarola, non ci lasciammo scoraggiare dall’impresa; e tutti i lavori che venivano alla luce, ci furono, più che altro, sprone a fare di meglio, rammentandoci il dovere di non risparmiare nè diligenza nè fatica di sorte.‍[11] E la norma con cui procedemmo sino alla fine, fu di leggere tutti i [xvii] lavori moderni; ma di non ammettere altra autorità, se non quella degli scrittori contemporanei, delle opere del Savonarola, dei documenti originali; e tutto questo, ancora, letto e riscontrato da noi, perchè troppo spesso avevamo sperimentata la inesattezza delle altrui citazioni.

Dopo i moderni biografi, si presentavano, quindi, gli antichi, e fra questi i due primi erano il P. Pacifico Burlamacchi ed il conte Giovan Francesco Pico della Mirandola. Il Burlamacchi, d’illustre famiglia lucchese, era stato uno dei più costanti uditori alle prediche del Savonarola, dalle quali fu indotto, finalmente, a prendere l’abito domenicano. Entrò in San Romano di Lucca nel 1499, cioè un anno dopo il martirio del Savonarola; e quivi si diede a scriverne la vita, non con arte di storico; ma, pure, non senza una certa ingenua vivacità di cronista. Egli aveva praticato il Savonarola e conosciuto i suoi più intimi amici; aveva discorso con quelli che s’erano trovati presenti a tutti i fatti più importanti della sua vita, molti dei quali egli stesso vide co’ suoi propri occhi. Scriveva con affetto, con diligenza e coscienza grandissima; era un uomo di vita così pura, che moriva l’anno 1519 in concetto di santità. Il suo lavoro, restato lungo tempo manoscritto e sconosciuto, cominciò di poi a girare pei conventi, e divenne il modello d’un numero infinito di biografie scritte da fanatici [xviii] devoti, nessuna delle quali ebbe grande importanza. Finalmente, nel 1729, il Mansi pubblicava, fra le sue Addizioni alle Miscellanee del Baluzio,‍[12] il lavoro del Burlamacchi; aggiungendovi una lunga descrizione di strani miracoli, fatta dal P. Timoteo Bottonio, alle cui parole noi non possiamo dare alcun valore.

Il conte Giovan Francesco Pico della Mirandola, nipote del famoso Giovanni Pico, aveva personalmente conosciuto il Savonarola, e dalla conoscenza ne era subito venuta un’ammirazione grandissima. Esso era stato a Firenze, negli anni più agitati di quella vita che voleva descrivere; aveva assistito al martirio del suo eroe, e ne conservava le reliquie con devozione. Filosofo ed elegante scrittore latino, era fra gli uomini più dotti e più incorrotti del suo tempo; pose una diligenza incredibile nel raccogliere le notizie; scrisse e riscrisse più volte ed in diverse forme il suo lavoro; lo fece leggere a molti che erano stati amici del Savonarola, e finalmente lo dette alla luce, l’anno 1530.‍[13]

La somiglianza che passa fra queste due biografie era tale, da farci nascere il dubbio che [xix] il Pico avesse preso a modello il Burlamacchi. Ma i ragguagli di scrittori contemporanei‍[14] ci persuasero che, assai probabilmente, il Pico non conobbe, neppure, la biografia del Burlamacchi, la quale, come abbiamo già detto, restò lungamente ignota. E procedendo oltre, acquistammo una grandissima fiducia in questi due autori, e ci persuademmo che le loro parole meritano una fede assai maggiore, che non farebbe supporre il tuono, alquanto fanatico e superstizioso, dei loro scritti.

Sarebbe qui un’opera vana, citare tutte le biografie inedite di cui ci siamo giovati. Nomineremo, a preferenza, quelle di frà Marco della Casa,‍[15] di frate Placido Cinozzi,‍[16] ed una terza assai più importante, che è anonima e si trova nella Magliabechiana di Firenze.‍[17] Sono tutti lavori di contemporanei e confratelli del Savonarola. Più conosciuta assai, è la biografia scritta dal Padre Serafino Razzi, anch’esso frate di San Marco. Il suo lavoro, veramente, non è altro che una compilazione fatta sul Pico e sul Burlamacchi; giacchè egli non era stato contemporaneo del Savonarola, nè aveva molto acume, per far nuove indagini. Nondimeno potè discorrere con alcuni [xx] vecchi Fiorentini che lo avevano conosciuto, e fra questi l’ottuagenario Lorenzo Violi, di cui lesse e compendiò il manoscritto delle Giornate; aveva raccolto e trascritto un numero grandissimo di apologie e d’altri lavori intorno alla vita ed alla dottrina del suo eroe.‍[18]

Dopo avere studiate le biografie, ci demmo alla ricerca di nuovi documenti e, massime, riguardanti quel processo, che aveva sempre destata così grande curiosità. Quello a stampa era noto a tutti; ma il Savonarola era stato esaminato tre volte, e noi potemmo ritrovare manoscritte le altre due esamine. Trovammo, parimenti, quelle de’ suoi due compagni di martirio, frà Salvestro e frà Domenico; ma questi nuovi documenti ci davano poca luce, perchè tutti erano in molti luoghi falsificati dal notaio della Signoria. Le esamine di molti altri implicati nel processo del Savonarola, si trovavano autografe in un codice che il Meier aveva, per la prima volta, scoperto, senza però esaminarlo con diligenza. Noi potemmo cavarne grandissimo vantaggio ad illustrare la storia degli ultimi giorni del Savonarola; così pure ci avvenne di altri documenti trovati, ma non studiati dal Meier.

Nuove ricerche ci fecero rinvenire una copia della vera e genuina esamina di frà Domenico, [xxi] che egli aveva scritta di proprio pugno. Quanto all’esamina del Savonarola, però, ci dovemmo persuadere che non era sperabile ottenere lo stesso successo. A lui non fu dato scrivere di propria mano la sua confessione, come a frà Domenico; le sue risposte furono trascritte ed alterate dal notaio; sopra di esse vennero poi formati i processi, e, quindi, esse erano tutto ciò che si poteva sperare di più vicino alla verità. Sembra, invero, che sieno affatto smarrite; ma, pure, noi trovammo i manoscritti di due autori che le avevano viste, e, paragonandole col processo a stampa, ne avevano notato tutte le principali differenze.‍[19]

Uno de’ due manoscritti era la terza parte del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, seguace [xxii] ed amico intimo del Savonarola. Altrove parleremo di quest’opera e del suo autore; per ora ci basti dire, che la terza parte era a tutti sconosciuta, e discorre quasi unicamente del processo. L’altro manoscritto era l’Apologia, o le Giornate di Lorenzo Violi, che da lungo tempo sembravano affatto smarrite. Il Violi, quello stesso che aveva trascritto, dalla viva voce, quasi tutte le prediche del Savonarola; raccolse in quest’opera tutto ciò che avea veduto o udito di lui e della sua vita: nè tralasciò il lavoro fino alla età di ottanta anni, quando, perduta la vista, non potè andare più oltre. Con questi documenti, noi avevamo raccolto, intorno al processo del Savonarola, tutte le notizie che potevamo desiderare, tutti i più minuti particolari. Anche il fatto, così oscuro e controverso, dell’esperimento del fuoco, ci veniva messo nella sua vera luce.

Conosciuti, una volta, con precisione e certezza questi fatti più importanti; noi ci demmo a studiare minutamente gli scritti del Savonarola. Allora fummo, veramente, sorpresi della negligenza incredibile ed imperdonabile dei biografi; giacchè dovemmo persuaderci che essi non avevano lette quelle opere che citavano di continuo. Come spiegare, altrimenti, l’ignoranza di quasi tutte le notizie che ivi si trovano? Come spiegare la così imperfetta conoscenza [xxiii] delle dottrine religiose del Savonarola, e l’ignoranza assoluta del suo sistema filosofico? Essi hanno alle mani un gran pensatore, e non se n’avvedono; s’arrestano ad uno scritto che non ha valore alcuno, mentre lasciano inosservato quello, appunto, dove si vede tutta l’originalità del loro autore. Chiedono con istanza, cosa pensava il Savonarola nella prigione, quale era il suo animo? E appena guardano ciò che egli scriveva nella stessa prigione. Noi, perciò, deliberammo di non lasciare inosservato un solo verso del Savonarola; e dedicammo parecchi anni di studio paziente, a quest’ardua impresa, senza la quale non sarebbe stato possibile di scrivere una seria biografia.‍[20]

Nè contenti delle opere a stampa, volemmo cercare lettere o scritti inediti del Savonarola, e ne trovammo parecchi; volemmo, per così dire, sorprenderlo alla sprovvista, sui margini d’alcune [xxiv] Bibbie, che sono coperti da molte delle sue note autografe, microscopiche e quasi indeciferabili. Fummo primi, forse soli, ad esaminarle; ed ora possiamo con certezza affermare, che il Savonarola rimane sempre uguale a sè stesso; che nella solitudine della sua cella, nei suoi più segreti manoscritti, ripete quelle cose medesime che avea dette sul pergamo, alla presenza di tutto il popolo. Le sue lettere ci servirono, più specialmente, a mettere in luce la disputa con Roma, la quale venne illustrata ancora da alcuni Brevi del Borgia, finora sconosciuti.

Un nuovo esame richiedevano ancora la vita politica del Savonarola, e le vicende della repubblica. Non bastavano le splendide narrazioni del Nardi, del Machiavelli e del Guicciardini; non bastavano le più recenti indagini del Meier e del P. Marchese. Colle Provvisioni, o sieno leggi della repubblica, noi potemmo rifarne fedelmente tutta la costituzione; colle Pratiche, o sieno bozze dei discorsi tenuti in Consiglio, noi potemmo conoscere, da vicino, le passioni e gli uomini che avevano dato nuova forma e vita alla repubblica. Non sappiamo che nessuno dei moderni abbia fatto caso di queste Pratiche fiorentine; ma noi crediamo che in esse trovasi nascosto, un tesoro sconosciuto dell’antica sapienza ed eloquenza civile degl’Italiani. Finalmente, ponendo a riscontro questi documenti [xxv] colle prediche del Savonarola; noi potemmo vedere fino a qual segno, il Frate di S. Marco era stato lo spirito animatore del gran dramma politico, che avevamo esaminato.

E qui sarà facile comprendere, perchè, in questa biografia, non potemmo dividere la narrazione dei fatti dall’esame degli scritti; e perchè dovemmo, così spesso, riportar le parole del nostro autore. I libri e massime le prediche del Savonarola, non vanno considerati solamente come lavori letterari: sono, per lui, il suo unico modo di operare; aiutano la ricostituzione della repubblica; apparecchiano la rigenerazione morale e religiosa di tutto un popolo: onde si trovano inseparabili da tutte le sue azioni, e qualche volta sono essi medesimi fatti importantissimi della sua vita. Oltre di che, in quei diciotto o venti volumi di sermoni e di opere ascetiche; lampi di altissimo genio e slanci di maravigliosa eloquenza si trovavano, assai spesso, confusi in una selva di concetti scolastici; onde, senza il penoso lavoro d’un biografo che fosse, per così dire, andato dissodando il terreno; si correva pericolo, che il genio del Savonarola continuasse, ancora, a restare in gran parte ignoto.

Qui non ci fermeremo a parlare d’altre cronache o manoscritti, da noi riscontrati o letti. Le corrispondenze inedite dei privati; le lettere [xxvi] segrete d’alcune spie di governi italiani; un numero grandissimo d’opuscoli religiosi o politici, inediti o stampati; le poesie popolari; nulla, insomma, noi tralasciammo di ciò che poteva darci un ritratto più fedele degli uomini, delle passioni politiche e religiose del tempo.

Ed ora, per concludere finalmente questa prefazione già troppo lunga; dobbiamo confessare al lettore, che più di tutte le ricerche e di tutti i documenti, ci valse l’aver cominciato e condotto il nostro lavoro, senza alcuna idea preconcetta. Noi incominciammo a scrivere, perchè ci parve che il Savonarola avesse avuta una parte grandissima e sconosciuta, in quel secolo che chiudeva il medio evo ed incominciava la civiltà moderna. Ma, appunto perciò, non volevamo che il Frate del secolo decimoquinto divenisse, tra le nostre mani, un propugnatore delle idee e delle passioni del decimonono. Noi non scrivemmo la Storia del Savonarola, per sostenere alcun partito politico, per attaccare nè per difendere Roma. Se egli ci fosse risultato eretico o miscredente, tale, senza alcun dubbio, lo avremmo dipinto; ci è risultato, invece, essenzialmente cattolico, e tale noi lo presentiamo al lettore. Quel sistema che vuol rendere la storia istrumento d’un partito o di una causa, sia pure nobile e generosa, a noi è parso sempre falsissimo. Chiunque imprende a narrare il passato, [xxvii] entra sopra un terreno sacro ed inviolabile. Non v’è bisogno che egli si faccia innanzi, come il propugnatore della virtù e della libertà; deve, invece, persuadersi che la storia del genere umano è, per se stessa, un dramma vivente, che conduce l’uomo alla libertà, elevandone la morale, svolgendone la civiltà. Chi, adunque, vi porta la più lieve alterazione, pretende correggere l’opera della Provvidenza e ne distrugge, invece, la sublime armonia.

Con queste norme, noi abbiamo scritto la Storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi. Se riuscimmo a provare che questo nome è uno dei più splendidi, nella schiera generosa dei pensatori, degli eroi e dei martiri italiani; il desiderato fine è raggiunto, e le nostre fatiche sono più che ampiamente ricompensate.


[1]

LA VITA DI FRATE GIROLAMO SAVONAROLA.

LIBRO QUARTO. [1497-1498.]

CAPITOLO PRIMO. Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra Ezechielle. Costumi e vita di Piero de’ Medici a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente.
[1497]

Nella quaresima dell’anno 1497, il Savonarola continuò le prediche sopra Ezechielle, le quali toccarono diversi argomenti d’importanza nella lotta che ferveva sempre più viva contro Roma. Furono però assai imperfettamente compilate, perchè il Violi che le raccolse dalla viva voce, ne fece appena un breve ed arido sommario, nel quale tralasciava assai spesso le cose di maggior momento, per tener dietro solo alle visioni e profezie.‍[21] Noi ci limiteremo, quindi, a riportarne solo alcuni brani che ci sembrano più notevoli.

[2]

Uno degli argomenti che meritano di essere più particolarmente considerati in queste prediche, è quello dei beni temporali della Chiesa; su di che il Savonarola non espresse mai tutta la sua opinione, aspettando forse che la riunione del Concilio gliene porgesse occasione più opportuna. Nel quaresimale sopra Ezechielle però, disse chiaramente che la Chiesa può avere beni temporali, che essi erano stati qualche volta utili, anzi necessari; ma che ora sembravano esserle solo di peso e di danno. «Le ricchezze» egli diceva «son quelle che l’hanno guasta. — Oh! frate, tu vuoi dire che la Chiesa non possa tenere beni temporali? — Questo saria eresia. Non dico questo io, perchè non è da credere, se non si potesse tenere, che San Silvestro li avesse accettati, e San Gregorio li avesse confermati; però noi ci sottomettiamo alla Chiesa Romana. — Oh! che val meglio, che ne abbia o no? — Questa è una gran questione, perchè vediamo che ha pur fatto male per avere queste ricchezze, e non bisogna che io lo provi. Rispondiamo, adunque, non però assolutamente, come il marinaro che non vuole gittare le ricchezze in mare absolute, ma fuggire il pericolo; e diciamo che la Chiesa staria meglio senza ricchezze, perchè sarebbe più unione con Dio. Però io dico alli miei religiosi: tenete sempre salda la povertà, chè quando vi entra le ricchezze in casa, vi entra la morte.»‍[22] E continuando lo stesso argomento si scagliava terribilmente contro quei secolari o sacerdoti che usurpavano i beni ecclesiastici, e ne facevano cattivo uso. «Chiunque ha usurpato questi beni, li renda alla Chiesa di Cristo, [3] se i pastori son buoni; altrimenti li dia ai poveri, nè abbia paura dei canoni. Tu, canonista, di’ pure quel che tu vuoi, che il mio primo canone sarà sempre la carità. Io vi dico: voi dovete avere questa regola, che nessun canone può esser contrario alla carità ed alla coscienza, altrimenti non sarebbe canone.»‍[23]

In vero, pel Savonarola la carità era la legge universale, e la coscienza era la norma suprema. Egli non voleva alterare i dommi, e neppure credeva che una riforma puramente ecclesiastica potesse bastare a correggere la corruzione universale dei cristiani: bisognava ridestare la fede negli animi, bisognava ringiovanire il cuore dell’uomo. «Che vuol dire tutta questa guerra che mi muovono? quale ne è la cagione? Niente altro che il mio scoprire la corruzione dei cattivi....»‍[24] «Ma io farò, come fece Frate Jacopone in Concistoro, il quale, essendogli detto che predicasse qualche cosa, si voltò attorno e ripetè tre volte: io mi maraviglio come per li peccati vostri non si apre la terra e non vi assorbe.»‍[25]

Le accuse contro Roma furono anche in questa quaresima argomento principale di molte prediche; ed acquistavano forza maggiore dal presentimento d’una vicina crisi della lunga lotta, d’un prossimo sollevamento di tutta la Cristianità contro le abominazioni di Roma. Nè il Savonarola, oggimai, si asteneva dall’affermare che egli si sarebbe messo alla testa d’un tal movimento, per correggere e riformare la Chiesa. «La terra è piena di sangue,» diceva egli, parlando dei preti, «e non curano nessuno; anzi [4] col malo esemplo ammazzano ognuno nell’anima sua. Si sono allontanati da Dio, e il loro culto è di stare tutta notte colle meretrici, e tutto il dì a cicalare nei cori; e l’altare è fatto bottega del clero. Dicono che Dio non ha provvidenza del mondo, che tutto è a caso, e non credono che nel sacramento sia Cristo.‍[26] .... Fatti in qua, ribalda Chiesa. Io ti avevo dato, dice il Signore, le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I vasi désti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi de’ tuoi peccati, ma ora non più. Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti i loro figliuoli; ora non più nipoti, ma figliuoli, figliuoli per tutto. Tu hai fatto un luogo pubblico, e hai edificato un postribolo per tutto. Che fa la meretrice? Ella siede in sulla sedia di Salomone, e provoca ognuno: chi ha danari passa e fa quel che vuole, chi cerca il bene è scacciato via. O Signore, Signore, non vogliono che si faccia il bene.... E così, o meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto il mondo, e il tuo fetore è salito al cielo. Tu hai moltiplicato le tue fornicazioni in Italia, in Francia, in Ispagna, per tutto. Ecco che io stenderò le mie mani, dice il Signore, io ne vengo a te ribalda, scellerata: la mia spada sarà sopra i tuoi figli, sopra il tuo postribolo, sopra le tue meretrici, sopra i tuoi palazzi; e sarà conosciuta la mia giustizia. Il cielo, la terra, gli angeli, i buoni, i cattivi ti accuseranno, e non vi sarà persona per te; io ti darò in mano di chi ti odia.»‍[27] ... «O preti e frati, voi col malo esemplo, [5] avete posto questo popolo nel sepolcro delle cerimonie. Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro, perchè Cristo vuole risuscitare la sua Chiesa in ispirito. Credete voi che San Francesco, San Domenico e gli altri Santi abbino dimenticato la loro religione e non preghino per essa? Noi tutti, ancora, dobbiamo pregare per questa rinnovazione. Scrivete in Francia, in Alamagna; scrivete per ogni dove: quel frate dice che andiate tutti al Signore e facciate orazione, perchè il Signore vuole venire. — Sù, spacciate via cavallari.... Credete forse che noi solamente siamo buoni? che non vi siano dei servi di Dio negli altri luoghi? Gesù Cristo ne ha molti, e ve ne sono assai in Alamagna, in Francia, in Spagna, i quali ora stanno ascosi e piangono questa infermità. Ve n’è in tutte le città e castella, in tutte le ville e religioni, di quelli che hanno questo fuoco. Essi mi mandano a dire qualche cosa nell’orecchio, ed io rispondo: — State nascosti infino a che si dirà: Lazare, veni foras. Io sto qui, perchè il Signore mi ci ha messo, ed aspetto che mi chiami; allora manderò fuori una gran voce che sarà udita in tutta la Cristianità e farà tremare il corpo della Chiesa, come la voce di Dio fece tremare quello di Lazzaro.»

«Molti di voi dicono che verranno scomuniche; ma io vi ripeto che si cerca altro che scomuniche. Per me ti prego, o Signore, che la venga presto. — Oh! non hai tu paura? — Non io, che mi vogliono scomunicare perchè non faccio male. Portatela in su una lancia questa scomunica e apritele le porte. Io voglio risponderle; e se non ti fo maravigliare, di’ poi quello che ti pare. Io farò impallidire tanti visi là e qua, che ti parranno ben molti; e manderò fuori una voce che farà tremare e commuovere il mondo.»

«So bene che vi è pure a Roma chi s’affatica tutto [6] giorno contro di me. Ma esso non ha zelo di religione, e lo fa solo perchè s’è perduto sempre dietro ai magnifici e gran signori.‍[28] Altri dicono: il frate ha piegato, egli ha mandato a Roma uno de’ suoi.» «Io ti so dire che la brigata non consente a’ miei; e se io volessi andare adulando, non sarei oggi a Firenze‍[29] nè avrei la cappa stracciata, e mi saprei cavar fuori di questo pericolo. Ma, o Signore, io non voglio queste cose, io voglio solamente la tua croce: fammi perseguitare. Io ti domando questa grazia: che tu non mi lasci morire in sul letto; ma che io ti renda il sangue mio, come tu hai fatto per me.... Intanto, figliuoli miei, non dubitate; perchè certamente avremo l’aiuto del Signore.»‍[30]

Così finiva il quaresimale sopra Ezechielle, in cui il Savonarola apparecchiava il popolo alla gran lotta ch’era vicina a scoppiare, al Concilio ch’egli sperava di riuscire ben presto a raccogliere. Ma nel tempo che s’apparecchiava a ricevere la scomunica, ed a sostenere con Roma una guerra religiosa, nuovi ed inaspettati pericoli minacciavano gravemente lui e la repubblica. Il partito dei Bigi mostrava un’insolita attività, che dava non piccolo pensiero agli amici del governo libero, i quali vedevano come, nelle presenti condizioni del popolo, ogni tentativo dei nemici poteva riuscire di pericolo gravissimo. La fame ed il caro de’ viveri erano sempre cresciuti, mentre il lavoro scemava; [7] ogni giorno nuove famiglie di contadini venivano a branchi in città, ove, chiedendo soccorso per le vie, davano un tristo spettacolo di miseria. Alla fame s’erano poi unite molte malattie, fra cui la peste cominciava a sorgere più minacciosa. Gli spedali e tutti i luoghi pubblici erano pieni di malati e di poveri, le private abitazioni dei Piagnoni s’aprivano a ciascuno generosamente; e, ciò non ostante, Iacopo Nardi fa ascendere a più migliaia il numero di quelli che morirono di fame, molti de’ quali esso vide cadere estenuati, su’ muricciuoli delle vie o accanto agli usci delle botteghe:‍[31] questi eran tempi davvero opportuni pei Medici; ed infatti, mentre i Piagnoni non pensavano ad altro che a soccorrere il popolo, i Bigi erano tutti dediti a cospirare in segreto pel ritorno di Piero. Ed uno di coloro che più si adoperavano, era quel Frate Mariano da Gennazzano, il cui odio contro al Savonarola fu sempre inestinguibile: esso aveva di continuo aizzato il Papa contro di lui, ed ora veniva improvvisamente a Firenze. Ma, prima di narrare quali fossero le trame di quel partito, e che mezzi adoperasse Piero de’ Medici, per riuscire nel suo intento; vediamo che vita fosse stata in questo mezzo la sua, e quali i suoi pensieri. Per fortuna, noi abbiamo di ciò un’assai minuta relazione, fattaci da un Lamberto dell’Antella‍[32] che s’era molto adoperato in quei maneggi, e conosceva assai bene l’indole ed i costumi di tutti coloro che ci avevano posto le mani.

Piero dei Medici, adunque, dopo che nell’anno passato gli era fallito il tentativo d’entrare in Firenze colle armi, trovandosi privo di speranza, con pochi amici e [8] senza danari; s’era ritirato a Roma, dove si abbandonò ad ogni più osceno e scandaloso vivere. Si levava la mattina in sull’ora del desinare, ed innanzi tutto mandava in cucina a vedere se gli apparecchi erano di suo gusto, altrimenti ne andava a casa San Severino dove ogni giorno si faceva lauto pranzo; e quivi soleva passare la più parte del suo tempo. Finito il desinare, si chiudeva con qualche cortigiana per una di quelle camere (così ci racconta l’Antella), e rimanendovi insino a dopo la cena, ne usciva con uomini di mal affare e di poco cervello a correre le vie di Roma; la notte passava nei bagordi, ed una o due ore innanzi giorno, tornavasene finalmente a casa ed alla moglie. La gola, il giuoco, la libidine ed ogni vizio contro natura, consumavano il tempo e la vita sua; ma fra tutte le sue passioni, violentissimo era l’orgoglio ed il bisogno che aveva di opprimere e dominare gli altri. A lui sembrava che chiunque gli era intorno, fosse tenuto obbedirlo e lasciarsi tiranneggiare a suo arbitrio. Nè mai gli veniva in animo alcun sentimento di riconoscenza o pietà verso coloro che lo servivano: non v’era fede, non v’erano fatiche o pericoli corsi per lui, che bastassero mai a salvare da’ suoi modi prepotenti e bestiali. Un tal Francesco del Nero, dopo avere per suo comando viaggiato tutta Italia, portando somme considerevoli, servendolo con quanta fede è al mondo; n’ebbe questa ricompensa, che Piero lo prese grandemente a noia, ed ebbe l’animo di pregar Lamberto dell’Antella che lo facesse in qualche modo uccidere. In casa sua v’era sempre qualcuno dei più antichi e fedeli servitori, de’ quali, quando aveva bisogno, sembrava fare grandissimo conto e tenerli in grandissima affezione; ma, non appena avea cessato di valersene, li trattava peggio che bestie, e per levarsene qualcuno d’intorno, tentò anche il veleno. Nè teneva questi modi brutali solo coi servi; [9] egli anzi non sapeva frenarsi con alcuno, e col suo fratello Cardinale‍[33] trascorreva assai spesso, in presenza di molta gente, a parole ed atti indegni d’usarsi coll’ultimo famiglio; onde più volte furono in sul punto di separarsi. Tutto ciò, per altro, non impediva che quando al Cardinale venivano danari, Piero ne volesse in ogni modo la parte sua che, in due o tre giorni, aveva subito giocata o gettata via.

In questo modo s’erano ridotti a tale, che avevano dovuto impegnare le gioie, gli argenti ed arazzi; erano carichi di debiti su cui pagavano il 20 per cento; e, per usare una frase del tempo, non spendevano fiorino che non costasse loro otto lire.‍[34] Ciò non ostante, Piero si pasceva sempre della speranza d’avere un giorno a tornare in Firenze, e si godeva nel pensiero delle vendette che allora avrebbe fatte, e del sangue che avrebbe versato. Teneva seco una nota di tutte le famiglie che dovevano essere disfatte; le loro case pensava spianare, e i loro beni confiscare a suo vantaggio. Infatti, quando, per la venuta dell’Imperatore a Pisa, risorgeva un poco la speranza dei Medici; il Cardinal Giovanni, trovandosi a Bolsena e discorrendo un giorno della possibilità d’essere richiamati, si lasciò dire: che gli esilii e le confische del 34,‍[35] e le morti del 78‍[36] dovevano sembrare un giuoco a quello che farebbero essi questa volta; perchè si volevano assicurare per modo, da non venire mai più cacciati di Firenze. La via che Piero si proponeva di tenere, per riuscire nel suo intento, era di spendere quasi tutte le entrate dello Stato in due grosse [10] condotte, affidate al comando dell’Orsini e dell’Alviano; ed in tal modo sperava colle armi far sicure le sue vendette. Egli, poi, se ne stava sempre dietro ai potentati d’Italia, a pregare ed a raccomandare la sua causa; perchè desiderava ardentemente di entrare in Firenze solo colle armi esterne, e non venire in obbligo di sorta verso alcun cittadino, nè doversi reggere coll’aiuto e consiglio loro, cosa che sopra tutte le altre aborriva. Un giorno, infatti, trovandosi nella sua camera a discorrere con qualche amico del desiderato ritorno in Firenze; e, come suole avvenire in questi casi, parendo ad ognuno d’essere quasi in sul fatto, messer Lodovico da S. Miniato si rivolse a lui, dicendogli: «Voi farete un bello Stato, e con un savio e buon Consiglio di 25 o 30 cittadini, farete la Pratica e governarete la terra a vostro agio.» Al che Piero, con un atto assai indecente, rispose: «Voi dovreste pure aver capito, che io non vo’ consiglio di persona; e desidero piuttosto capitar male per consiglio mio, che bene per quello d’altri.»‍[37] Tali erano i costumi e le intenzioni dell’uomo che i potentati cercavano rimettere in Firenze, ed ora, anche la fortuna pareva che gli volesse porgere favorevole occasione.

Durante la lotta che ferveva tra Arrabbiati e Piagnoni, i Bigi avevano saputo acquistar nuove forze; giacchè, tenendosi sempre stretti ed uniti fra loro, e ponendosi tutti insieme ora da un lato ora dall’altro, divenivano assai spesso padroni delle elezioni che si facevano in Consiglio. Così di fatti, nella nuova Signoria per Marzo ed Aprile, riuscirono a crear gonfaloniere Bernardo del Nero, uomo certamente di molta autorità e prudenza; ma stato sempre creatura dei Medici, e desideroso di vederne il [11] ritorno, o almeno di stabilire in Firenze un governo ristretto.‍[38]

Non appena fu nota questa elezione, che subito si vide nei Bigi una gioia che invano cercavano di nascondere: una staffetta partì segretamente da Firenze e corse a briglia sciolta verso Roma, per dare l’annunzio a Piero dei Medici. Questi, svegliatosi allora dal suo letargo, scrisse immantinente agli alleati, ad amici e parenti; onde raccogliere uomini, armi e danari. Trovò gran favore nel Papa, nei Veneziani ed in altri; il Duca di Milano però restava sempre chiuso nel suo antico rancore.‍[39] In Firenze, molti giovani caldissimi nella sua parte lo sollecitavano con lettere e con messi continui; promettevano che al suo primo apparire, la città intera si sarebbe sollevata in favore dei Medici. Onde egli, così aiutato ed incoraggito, potè mettere insieme 1,300 uomini, sotto il comando di Bartolommeo d’Alviano, giovane allora di grandi speranze nella milizia italiana; ma, quando era pronto a mettersi in moto, e quando già s’avvicinava al suo termine l’ufficio della nuova Signoria a lui favorevole; Bernardo del Nero mandò a consigliare di soprassedere, giudicando che l’impresa fosse per allora di assai difficile riuscita. Piero, d’altronde, dopo i sacrifizi fatti e le speranze avute, non poteva più stare sulle mosse; e, ricevendo da altri amici lettere che gli davano grande animo e lo sollecitavano, decise finalmente di tentare in ogni modo la fortuna.

Verso il 20 d’aprile, si mise in cammino per Siena, dove trovò Pandolfo Petrucci che era quasi signore di quella repubblica, tutto disposto a favorirlo. [12] Riposate, quindi, e messe in ordine le sue genti, pigliava la via di Firenze il 27 dello stesso mese. Camminarono così rapidi, che due ore innanzi all’alba del 28 erano già al monastero di S. Gaggio, dove aspettavano che, fatto giorno, il popolo aprisse la porta di S. Pier Gattolini,‍[40] e li ricevesse con acclamazioni in città. Ma nella notte erano stati trattenuti da una pioggia dirotta, presso alle Tavernelle, luogo distante 16 miglia da Firenze; e mentre che quivi riposavano i cavalli e la gente stanca, avevano anche, per maggior cautela, trattenuto o rimandato indietro chiunque veniva verso la città. Fra questi fu un contadino il quale, vedendosi, a quell’ora ed in quel luogo, ricacciato da cavalieri armati, sospettò che quivi fosse Piero de’ Medici; e, messosi per vie traverse, si trovò alla porta in sul primo aprire di essa, onde subito potè fare avvertiti i doganieri di tutto l’accaduto. Questi lo menarono difilato alla Signoria; e non erano anche giunti al Palazzo, che la città era già piena della nuova del fatto. Il popolo sollevato correva alle armi, e la Signoria si trovava subito costretta a far chiudere le porte, e mettervi sopra quelle poche artiglierie ch’erano pronte. Bernardo del Nero cercava nascondere il suo vero animo, col mostrarsi dei più caldi a provvedere; e come nel popolo già s’erano generati molti sospetti, così fu pensato di non metter fuori i gonfaloni; ma si dierono, invece, le armi solamente a quelli che erano più fidati e conosciuti amici della libertà, i quali subito corsero alla guardia delle porte.‍[41]

In questo mezzo, quando il disordine era grandissimo e lo spavento universale nella città; messer Filippo [13] Arrigucci, uno dei Signori, e tutto amico del Savonarola, mandò a lui Girolamo Benivieni, per sapere quello che sarebbe seguito della città. Il Benivieni medesimo ci racconta, come non appena il Frate lo vide entrare nella cella, che, senza neppur dargli tempo di parlare disse: «Modicæ fidei, quare dubitasti? Di’ pure ai Signori, che Piero de’ Medici arriverà alle porte e tornerà indietro, senza ottenere alcun risultato.»‍[42]

In fatti, non appena fu chiaro il giorno, che Piero s’accostò alla porta; e, con sua grandissima maraviglia, la trovò sempre chiusa. Quando poi s’avvide, come le poche spingarde che v’erano sopra s’apparecchiavano a tirargli contro; allora si nascose dietro un muro, dove invano attese che la città levasse tumulto in suo favore. Così resto tutto il giorno; e, trovandosi alla testa di 1300‍[43] uomini benissimo armati, non ebbe il coraggio di muovere una sola spada; ma, piuttosto, volle dare di sè miserabile spettacolo agli abitanti di quel borgo, che, guardandolo, deridevano la sua paura. Persuaso finalmente che nella città niuno si moveva in suo favore; e, sopravvenendogli ancora il pensiero, che le genti fiorentine a Pisa gli potessero tagliare il cammino alle spalle; si volse subito indietro, facendo piuttosto una fuga che una ritirata, perchè non era anche giorno, che già si trovava sul territorio sanese.

Dopo questo fatto, Piero dei Medici non poteva [14] più avere alcuna speranza di tornare in Firenze. La sua fortuna era oggimai rovinata per sempre: nel tentativo dello scorso anno aveva sperimentato quanto valessero la fede e gli aiuti de’ suoi alleati; ed ora che alla testa del governo s’era trovato un suo fautore, potea vedere qual fondamento avessero le speranze che i suoi partigiani gli avevano date in Firenze. Ivi, però, le cose non restavano tranquille; ma, invece, piene d’alterazione e disordine. Il dubbio, già venuto a molti, che nella Signoria stessa si fosse tramato in favore de’ Medici, teneva gli animi tutti sollevati e pieni di sospetto; inaspriva le parti e destava odii nuovi. Con molta prudenza fu, quindi, deliberato d’abbuiare il fatto, sino a che non se ne venisse talmente in chiaro da poter dare qualche sanguinoso esempio. Una nuova Signoria fu eletta il medesimo giorno di quel tentativo; agli Otto fu imposto di vigilare sui movimenti di Piero; Francesco Valori ch’era di quel magistrato e Tommaso Tosinghi ch’era dei Dieci, ebbero l’incarico di rintracciar quelle fila della congiura che s’erano ordite in città. E così, per un momento, posarono le cose; non però senza pericolo di nuovi e maggiori disordini.

[15]

CAPITOLO SECONDO. Predica, e tumulto avvenuto il giorno dell’Ascensione. Scomunica e risposte del Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito, comincia a scemare.

Fallito il nuovo tentativo di Piero de’ Medici, cadde subito la fortuna dei Bigi, e gli Arrabbiati, loro acerrimi nemici, salirono in grandissimo auge. La nuova Signoria fu quasi tutta di Arrabbiati, e Piero degli Alberti, uno dei loro capi, fu creato gonfaloniere di giustizia. Non appena si trovarono padroni del campo, che si dierono subito a raffermare la parte ed indebolire gli avversari; ma, siccome i Bigi erano già caduti assai basso, così gli odii si riunirono tutti contro al Savonarola ed al partito popolare. Al che trovarono grandissimo favore nel duca di Milano, e molto maggiore nel papa, che ora negava d’aver soccorso Piero dei Medici,‍[44] e prometteva agli Arrabbiati ogni favore, ogni opera per aiutarli a spegnere il Frate. Si posero, adunque, efficacemente all’opera; e primi ad incominciare furono i Compagnacci, sotto il comando di messer Doffo Spini, giovane di perduti costumi, ma di grandissimo ardire. Si radunavano la sera in laute cene, e fra il brio dei bicchieri meditavano sempre nuove insidie al Savonarola. Questi, però, s’era chiuso in San Marco e si asteneva dal predicare; onde non potevano fargli altro che affiggere scritti ingiuriosi alle mura del convento; cercare con ogni sorta di schiamazzo interrompere la messa [16] e le sue orazioni; insultare quelli che vi andavano, ed aspettare occasione a far cose maggiori.‍[45]

E l’occasione si avvicinava, perchè il Savonarola aveva deciso che nel giorno dell’Ascensione (4 maggio) non avrebbe lasciato il popolo senza predica. Gli animi, quindi, si esaltarono da una parte e dall’altra; gli Arrabbiati si apparecchiavano ad impedire la predica, i Piagnoni a volerla; questi si armavano a difesa del Frate, quelli ad offesa. I Compagnacci, ai quali veniva sempre affidalo il maneggio principale di queste enormità, s’erano decisi di dovere, quel giorno, o uccidere il Savonarola o, almeno, fargli qualche grave ingiuria. Dieci di essi s’intesero dapprima con un certo Baia maestro di fuochi lavorati, per far saltare in aria il pergamo, nel bel mezzo della predica. Ma, poi, desistettero da un tale proposito, ripensando al danno gravissimo che ne sarebbe venuto a tutta la moltitudine stivata nella chiesa, ed all’odio infinito ch’eglino si sarebbero tirato addosso con tali enormezze. Si decisero, quindi, ad imbrattare il pergamo con mille brutture; vi posero anche la pelle d’un asino; e sulla sponda, dove il Frate soleva battere il pugno nel predicare, inchiodarono delle punte di ferro. Questa era una bassa ed inutile ingiuria; ma speravano quel giorno di far nascere tumulto, e nel tumulto trovare occasione a porre in atto i loro disegni.‍[46]

Intanto, la città era piena di mille voci che ripetevano ed esageravano questi maneggi dei Compagnacci; alcuni dicevano che s’era con polvere invisibile avvelenato il pergamo; altri assicuravano che il Frate sarebbe stato ucciso in chiesa, mentre predicava; chi ripeteva [17] una cosa e chi un’altra. Si fecero quei giorni tali e tante scommesse sul predicare o non predicare del Frate, che la Signoria credette necessario annullarle con due deliberazioni del 3 maggio; e con una terza ordinava che nel giorno dell’Ascensione non si dovesse impedire la predica ad alcuno.‍[47] Nondimeno, gli amici del Savonarola vennero nella sua cella e lo pregavano che non volesse mettere a repentaglio la propria vita, che si astenesse per quel giorno dalla predica. Ma il Frate, tutto pieno d’una nobile indegnazione, rispondeva: «Io non posso, per timore degli uomini, lasciare il popolo senza predica, in quel giorno in cui il Signore ha ordinato ai discepoli d’andare pel mondo a spargere la sua dottrina.» Allora agli amici non restava altro che apparecchiare le armi per difenderlo.

La mattina in sull’alba, i primi Piagnoni che entrarono in Duomo ripulirono il pergamo da ogni bruttura, lo ripiallarono, e misero in ordine ogni cosa. Il Savonarola usciva dal convento poco prima delle 12, ed, accompagnato da’ suoi più fidi, entrava in chiesa. Ivi, dietro alla moltitudine stivata di tutto il popolo, si vedevano i Compagnacci che, senza punto lasciarsi spaventare, si tenevano riuniti in disparte: tutti profumati e riccamente vestiti, con un sorriso di sprezzo e di scherno impudente sulle labbra, facevano un singolare contrasto alla modesta semplicità e devozione de’ Piagnoni.‍[48] Il Frate finalmente saliva sul pergamo, ed incominciava la predica col discorrere sulla forza della fede. «La fede,» egli diceva, «può tutto, vince tutto, e sprezza la vita terrena perchè è sicura della celeste. Ora si avvicinano i tempi predetti; noi siamo nell’ora del pericolo [18] e si vedrà chi è veramente col Signore. I cattivi credevano quest’oggi di potermi impedire la predica; ma sappiano essi, ch’io non ho mancato giammai al mio dovere per paura degli uomini. Non vi sia su questa terra uomo nè grande nè piccolo, che si vanti d’avermi impedito il mio ufficio. Io sono pronto a metterci anche la vita. O Signore, liberami tu da questi avversari che mi chiamano seduttore; libera l’anima, che del corpo non temo. Io chiamo in testimonio il Signore, la Vergine, gli Angeli ed i Santi, che le cose da me rivelate vengono da Dio, e che io le ho avute per divina ispirazione, nelle vigilie durate pel bene di questo popolo che ora m’insidia.»

Dopo una lunga e generale introduzione sulla fede, il Savonarola volgeva ai buoni la sua parola. «Voi vi perdete per poco, vi contristate quando dovreste rallegrarvi; ora si avvicinano le tribolazioni: vi sarà guerra di scomuniche, di spade e di martirio: sono venuti i tempi di prova. Iddio voglia che io sia il primo a sostenerle; io ho già annunziato che riceverò una grande ingratitudine, e i tepidi mi faranno come i fratelli di Giuseppe, che lo venderono ai mercatanti egiziani. Costoro gridano che io non sono profeta; ma fanno di tutto per adempiere le mie profezie. Io vi ripeto che l’Italia sarà devastata da genti barbare; e quando esse faranno pace tra loro, sarà allora distruzione sopra distruzione alla perversa Italia. Ma voi, buoni, fate orazione ed avrete l’aiuto del Signore.»

«Ora, ai cattivi.» E qui subito un gran mormorio s’intese nella chiesa. «Signore, non ti adirare con essi; perdonali; convertili; perchè essi non sanno quel che si fanno. Voi, cattivi, credete combattere il Frate, e fate guerra al Signore; perchè io non vi combatto per odio a voi, ma per amore al Signore. Voi dite ch’io semino [19] discordia; ma anche Cristo venne a mettere guerra fra gli uomini. Perchè non tornate alla virtù, che allora sarà fatta la pace? — O Frate, tu non dovevi predicare, la Signoria te lo ha impedito. — Ciò non è vero, nè io debbo astenermi dalla predica, per timore o comando degli uomini: io mi tacerò solo quando la mia predica può far danno, quando temessi di far nascere scandalo.»

In questo momento, quasi volessero prenderlo in parola, uno scroscio tremendo rimbombò in tutta la chiesa: si aprirono le porte e la gente si dette precipitosamente alla fuga; il rumore, il disordine, la confusione furon tali che pareva che il Duomo ne crollasse. I Compagnacci avevano cominciato il tumulto. Messer Francesco Cei, uno di loro, sollevando la cassa delle limosine l’aveva fatta precipitare a terra, nel tempo stesso che un altro sonava un tamburo; molti picchiavano sulle panche ed alcuni spalancavano le porte. La moltitudine, perciò, si dava spaventata alla fuga; e mentre alcuni si restringevano intorno al pergamo per difendere il Savonarola, altri erano già corsi in via del Cocomero a pigliare le armi che avevano depositate in casa di Pier Francesco Tosinghi e del ricco‍[49] Cambi. Costoro, in numero di circa 60, tutti armati in asta e tutti ansanti, tornavano subito correndo verso il pergamo. Al primo apparire di quelle armi, la moltitudine vie più spaventata, credendo fossero gli Arrabbiati, fu messa in un disordine indescrivibile, che impediva ad ognuno l’andare innanzi o indietro. Ed in questo mezzo, Bartolommeo Giugni e Giuliano Mazzinghi ch’erano degli Otto, credendosi sicuri sotto la dignità del loro ufficio, s’avvicinarono al pergamo con la intenzione di [20] uccidere il Savonarola. Ma lo trovarono assai ben guardato, ed il Giugni ricevette da Carbizzo da Castrocaro una solenne guanciata, cosa mai più avvenuta ad uno degli Otto.

Fra questo disordine e tumulto infernale, invano il Savonarola alzava la voce, dicendo: «Ah! i cattivi non vogliono la loro parte.... Aspettate, abbiate pazienza.» Di poi levava in alto il Crocifisso, esclamando: «Sperate in questo, non temete di nulla.» Ma, vedendo che tutto era vano perchè niuno più ascoltava, si pose in ginocchio a pregare; e quando il tumulto fu un poco racquetato, egli discese dal pergamo è si pose in mezzo ai suoi che lo ricevettero con alte acclamazioni di gioia: alcuni levavano in alto le spade e le lance, altri le croci che avevano in mano, e tutti al grido di Viva Cristo, lo accompagnarono a San Marco. Dove, nell’orto del convento, in mezzo a’ suoi frati, aggiunse alcune brevi parole per conchiudere la predica interrotta. «Quanto più tarda,» egli disse, «la mano del Signore, tanto più sarà grave e severa nel rendere a ciascuno secondo le sue opere. I cattivi non vogliono credere, non vogliono udire; ma essi precipiteranno nella fossa che hanno scavata; essi scalzano il fondamento d’un muro che cadrà loro addosso. Allora io canterò lode al Signore, ed uscirò lieto di questa vita.»‍[50] La predica dell’Ascensione, che così la chiamarono, corse subito per tutta Italia. Girolamo Cinozzi ebbe la fermezza di raccoglierla in mezzo al tumulto, e la pubblicò [21] insieme con la narrazione fedele di ciò che era avvenuto sotto ai suoi occhi, ponendovi anche la conclusione dal Savonarola fatta in San Marco.‍[51] D’altro allora non si ragionava a Firenze, a Roma e per tutta Italia: ognuno aspettava che questo fatto portasse conseguenze assai maggiori.

Il Savonarola, intanto, pubblicava, colla data del dì 8 maggio, una nuova epistola: A tutti gli eletti di Dio e fedeli cristiani.‍[52] In essa diceva: «Noi abbiamo deciso d’imitare il Signore che molte volte diè luogo all’ira, e però ci asterremo adesso dal predicare. Ma, perchè l’opera di Dio non vada per terra, e i cattivi non si rallegrino; vi diremo per lettera quello che non possiam dire a voce. Non vi turbate; ma rallegratevi, invece, delle persecuzioni. Le nostre profezie si verificano tutte: prima ci hanno calunniato; hanno, quindi, per vie distorte cercato la scomunica; e, non essendovi ancora riusciti, attentano ora alla nostra vita. Non si è anche versata gocciola di sangue; perchè il Signore, conoscendo la nostra fragilità, non ci lascia tentare sopra le nostre forze; ma a poco a poco, crescendo le tribolazioni, ne farà crescere la fede, la virtù e l’animo a cose maggiori. Così ci apparecchia a più gravi persecuzioni; acciò gli uomini, maravigliati della nostra costanza, comincino a pensare che siamo sostenuti dalla certezza d’una vita migliore di questa, e comincino a [22] sperare in quella. Le nostre tribolazioni, malgrado la volontà di coloro che le muovono, serviranno, quindi, a dilatar questo lume. Noi, ringraziamo il Signore che, in questi tempi affatto privi di fede, ci ha eletti a soffrire per essa. E se voi siete privati del verbo di Dio, per colpa di coloro che hanno voluto commettere scandalo, nel giorno stesso in cui il Signore comandava ai suoi discepoli d’andare a predicare nel mondo; pregate l’Onnipotente che si degni nuovamente aprire la bocca de’ suoi predicatori, perchè quando Esso comanda, non vi è forza che possa resistere.»

Intanto, ogni giorno cresceva la potenza degli Arrabbiati, ed i Frateschi erano sempre più oppressi. Gli autori del tumulto rimanevano impuniti, ed, invece, molti popolani venivano messi alla fune dagli Otto, i quali, creati ad impedire i disordini, erano quelli appunto che li avevano provocati. La Signoria, inoltre, mandò fuori un bando col quale inibiva il predicare ad ogni frate, di qualunque ordine si fosse.‍[53] Il 20 maggio fu poi tenuta una lunga pratica, nella quale, mentre si proponeva di cercar modo a ristabilire la pace fra’ cittadini; si cercava, anche, di poter cavare da essi, il consenso ad un bando d’esilio contro al Savonarola: cosa che non potè riuscire, perchè subito si vide che avrebbe generato troppo grave e scandaloso odio nel popolo fiorentino.‍[54] Non per questo gli [23] Arrabbiati perdevano animo; essi avevano altre ed assai maggiori speranze. Di giorno in giorno aspettavano l’arrivo della scomunica che il papa aveva tenuta finora sospesa, solo per vedere che risultato avesse il tentativo di Piero de’ Medici, e, forse anche, sperava nel fatto dell’Ascensione, di cui Mariano da Gennazzano poteva tenerlo in chiaro. Questi, fallita che fu la congiura dei Medici, era subito fuggito a Roma, dove trovavasi adesso; e con ogni sua possa incitava il papa alla rovina del Savonarola, cui non dava altri nomi che quelli di strumento del diavolo, perdizione del popolo di Firenze e simili. Il Borgia, d’altronde, non aveva bisogno che Fra Mariano gli stillasse odio e veleno nell’anima. Ed il fatto dell’Ascensione, nel mentre lo adirava sempre più contro alla nuova audacia del Frate, gli dimostrava pure quanto fossero deboli, in quel momento, i seguaci, e quanto potenti i nemici di questo; onde egli pensò essere finalmente venuto il tempo spedire quel Breve di scomunica, che già da un pezzo era pronto.

Nel medesimo tempo il Savonarola, quasi sentisse la tempesta addensarsi sul suo capo, cercava scongiurarla con una lettera scritta al papa, in data del giorno 22 maggio. In essa, pigliando un tuono benevolo e dignitoso nello stesso tempo, cominciava con queste parole: «Per qual ragione il mio Signore si adira contro al suo servo?» e continuando, si doleva di «non essere stato giammai ascoltato dal Santo Padre che, invece, prestava sempre facile orecchio alle menzognere accuse de’ suoi nemici; quando le sue prediche, fatte in pubblico, e stampate, li smentivano con tanta evidenza. Si doleva, poi, amaramente della impudente audacia del Gennazzano il [24] quale, mentre aveva dal pergamo accusato personalmente il papa, con parole indegne d’un sacro oratore, e ne era stato dal Savonarola stesso, in presenza di tutto il popolo, rimproverato;‍[55] rivolgeva perfidamente quelle accuse contro di lui che mai non aveva attaccato in particolare nessun uomo, e molto meno il principe dei fedeli, il vicario di Cristo. Dichiarava nuovamente di sottomettersi al giudizio della Chiesa, di non predicare altra dottrina che quella dei Santi Padri; come ben presto avrebbe fatto conoscere a tutto il mondo, nel suo Trionfo della croce. Che se, poi,» così concludeva la lettera, «a me sarà per mancare ogni aiuto umano; io porrò la mia speranza in Dio, e farò chiaro all’universo mondo la nequizia di costoro che forse dovranno pentirsi della cominciata impresa.»

Ma quando fu scritta questa lettera,‍[56] la scomunica era già pronunziata. Il Breve partiva da Roma il giorno 12 maggio; se non che, per una singolare ventura del Savonarola, sembrava che ogni cosa dovesse concorrere a scemarne l’efficacia. Esso era scritto a guisa di lettera indirizzata ai Frati della SS. Annunziata, quasi che il papa temesse la solita forma [25] d’indirizzo ai credenti in universale consegnato, poi, nelle mani di Giovanni da Camerino teologo; questi, arrivato a Siena, vi si tratteneva più giorni, in forse del procedere oltre. Finalmente, lasciatosi vincere dalla paura che i seguaci del Frate non lo tagliassero a pezzi, se ne tornò addietro; consegnando ad altri il breve che, in questo modo, arrivò a Firenze solo verso la fine di maggio. Ed allora molti del clero ricusarono di pubblicarlo, per non esservi la presenza del commissario apostolico, richiesta dall’uso: nondimeno fu pure affisso nelle chiese principali di ciascun quartiere.‍[57]

Il contenuto del breve o lettera, che si voglia dire, ai Padri Serviti, non era meno singolare della forma di esso. «Da più persone degne di fede,» così diceva il santo Padre, «abbiamo inteso, come un certo Fra Girolamo Savonarola, al presente, per quanto si dice, vicario di San Marco in Firenze; abbia seminata perniciosa dottrina con scandalo e iattura delle anime semplici. Noi gli comandammo, in virtù di santa obbedienza, che sospendesse le prediche e venisse a noi, onde scusarsi de’ suoi errori; ma egli non volle obbedire, e ci addusse, invece, alcune scuse che noi con troppa benignità accettammo;‍[58] sperando che la nostra clemenza dovesse convertirlo. Ma volle persistere sempre nella sua ostinazione; onde con un secondo breve (7 novembre 96) gli comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse il convento di San Marco alla Congregazione Tosco-Romana, nuovamente da noi creata. Anche allora restò fermo nella sua pertinacia, incorrendo così, [26] ipso facto, nella censura. E però noi ora vi comandiamo che nei dì festivi, alla presenza del popolo, dichiariate esso Frà Girolamo scomunicato, e come tale doversi tenere da ognuno; perchè alle apostoliche monizioni nostre e comandamenti non ha obbedito. E, sotto simile pena, venga impedito ad ognuno d’aiutarlo, frequentarlo o lodarlo; sia nei detti, sia nei fatti, siccome scomunicato e sospetto d’eresia. — Dato in Roma il dì 12 maggio 1497.»‍[59]

Adunque, dopo tante accuse contro la dottrina di quel Frate, il papa la chiamava semplicemente sospetta; e ciò solo, per quello che ne aveva udito dire, confessando così, implicitamente, di non averla esaminata: la scomunica non era, quindi, motivata che sulla disobbedienza di non avere unito San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana. Questa unione, poi, come abbiamo visto più sopra, non era stata che un pretesto per chiudere la bocca al Savonarola; ed egli, con assai valide ragioni l’aveva respinta, dimostrando al papa come aveva non solo il diritto, ma anche il dovere di ciò fare, a cagione dei mali gravissimi che ne potevano risultare al suo convento; oltre di che, la cosa non dipendeva dal priore solamente, ma da tutti i frati di S. Marco. Comunque sia di ciò, la scomunica rendeva chiaro al mondo che la Chiesa non poteva ancora dichiarare eretica la dottrina del Savonarola; che, quanto al suo non andare a Roma, il papa aveva accettato le scuse, e quindi non poteva chiamarlo disobbediente, se non in cosa di assai poco momento; in cosa che egli stesso aveva ordinata e disordinata mille volte, e che aveva messa innanzi per mero pretesto.

Il Savonarola, intanto, senza troppo precipitar le [27] cose, s’apparecchiava dal suo lato alla difesa. Il giorno 19 giugno 1497, scriveva un’Epistola contro la scomunica surrettizia, a tutti i Cristiani e diletti a Dio. In essa, dopo aver ripetuto le cose già tante volte dette circa la dottrina, concludeva: «non si spaventino i tepidi, chè questa scomunica non è valida nè innanzi a Dio nè innanzi agli uomini; perchè mossa da cagioni ed accuse inventate falsamente da’ nostri nemici. Io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora al giudizio della Chiesa, nè mancherò mai all’obbedienza; ma non si deve, però, obbedire a quei comandi che sono contrari alla carità ed alla legge del Signore, perchè allora i nostri superiori non tengono più la persona di Dio. Voi, intanto, apparecchiatevi colle orazioni a ciò che deve seguire; e noi, se la cosa procede più oltre, faremo sentire la verità a tutto il mondo.»‍[60] — In una seconda lettera, Contra sententiam excommunicationis, egli veniva, con lunghe citazioni del Gerson, a provare che non bisogna temere la condanna ingiusta, e che il volersi sottomettere ad ogni sentenza «est asinina patientia, timor leporinus et fatuus.» Continuava, poi, citando sempre le parole del Gerson, a discorrere dell’appello dal papa al Concilio; sopra di che si esprimeva con qualche incertezza; dichiarava, però, che il resistere al papa, quando egli volesse far valere la sua autorità a distruzione della Chiesa, non solo era permesso ma era anche dovere. «Nè pecca il cristiano,» così continuavano le citate parole del Gerson, «quando per sottrarsi ad una scomunica ingiusta, si aiuta colla potestà secolare; perchè tali ingiuste sentenze non sono altro che violenza, ed il diritto naturale c’insegna a respingere la forza colla forza. E ciò sarà giusto, massimamente [28] quando si sarà avuto cura di non far nascere scandalo, e d’illuminare i pusillanimi i quali credono che il papa abbia potestà sopra il cielo e sopra la terra. Bisogna essere verso il sommo pontefice umile e mansueto; ma, quando con l’umiltà non si arriva, allora accipienda est animosa libertas.» Così concludeva il Gerson, ed a questo il Savonarola aggiungeva: «Tutto ciò viene mirabilmente in nostro aiuto; ma, pure, oggi è tale e tanta l’ignoranza degli uomini, che molti vorrebbero credere scomunicati, non solamente noi, ma quelli ancora che vengono al convento; ed altri, anche più ignoranti, aggiungono che bisogna evitare perfino il discorrere con quelli che frequentano la nostra chiesa. Non sanno costoro che Martino V ha detto nel concilio di Costanza, e confermato in quello di Basilea, che i fedeli non sono tenuti evitare gli scomunicati, se non quando essi vengono espressamente nominati.»‍[61]

Il giorno 22 giugno era, finalmente, con grande solennità pubblicata la scomunica in Firenze. Tutto il clero, insieme coi frati Minori, con quelli di S. Croce, S. M. Novella, S. Spirito, coi Monaci Neri ed i Zoccolanti, si radunavano in mezzo alla Cattedrale, dove a suono di campanelli e con quattro torchi accesi fu solennemente pronunziato il Breve; dopo di che spensero ogni lume, e tutto rimase nel buio e nel silenzio.‍[62]

Sarebbe assai difficile immaginare i discorsi, i disordini, i tumulti che seguirono in Firenze, pronunziata che fu la scomunica. Due giorni dopo (24 giugno), cadeva la festa di S. Giovanni; ed i frati di S. Agostino e S. Francesco protestavano di non volervi assistere, se vi pigliavano parte anche quelli di S. Marco. Così, tanto a questi come ai frati di S. Domenico di Fiesole, [29] fu imposto di tenersi, quel giorno, chiusi nel Convento. L’audacia de’ Compagnacci, incoraggiata poi da una Signoria composta tutta di Arrabbiati, non aveva più alcun freno; onde nacque nella città una grande licenza di dire e di fare. Per tutto si sparlava del Savonarola, e fu pubblicato un gran numero di sonetti e canzoni anonime, scritti lascivi e frottole invettive contro alla sua dottrina. La notte, quando i frati erano in coro, venivano, colle grida, colle canzoni e co’ sassi, fatte molte ingiurie al convento. E siccome i magistrati lasciavano a queste cose una piena libertà, così ogni giorno si procedeva più oltre, e i tristi effetti se ne videro, in poco tempo, moltiplicati a dismisura. Il mal costume trionfò come per incanto, le chiese erano vuote, ed invece si frequentavano le bettole: le donne tiravan fuori i loro abiti osceni, le gioie nascoste, e di nuovo ornate con lusso sfoggiante, si mostravano per la città: i giovani profumati ritornavano a cantare i Canti carnescialeschi, sotto alle finestre delle loro amanti che più non ne arrossivano. In meno d’un mese sembravano tornati i giorni di Lorenzo il Magnifico; ogni pensiero della patria e della libertà era dimenticato. — Tali furono le prime conseguenze prodotte dal breve di papa Alessandro Borgia.‍[63]

Ma il governo fiorentino girava per una serie di mutamenti continui; onde presto le cose si trovarono in altre mani. La Signoria di luglio e aprile risultò favorevole al Savonarola; e, fin dai primi giorni del suo ufficio, incominciava pratiche a Roma, per ottenere la revoca della scomunica. Il papa sembrava volesse commettere quella dottrina all’esame di sei cardinali; e la Signoria, fin dal 2 luglio, scriveva all’oratore Alessandro [30] Bracci, perchè appoggiasse e favorisse questa idea pensando che non vi si potrebbe trovar nulla a ridire. Il giorno 8 dello stesso mese,‍[64] raccomandavano di nuovo all’oratore che s’adoperasse caldamente in favore di questa causa, e gli accludevano una lettera al papa, nella quale dicevano: «Santissimo padre. Le papali censure ci affliggono sommamente, sì pel rispetto che la Repubblica ha sempre avuto alle somme chiavi, sì perchè noi vediamo i maligni accusare a torto, presso la Sua Santità, un uomo innocentissimo. Noi stimiamo quest’uomo buono, religioso e perito nelle cose cristiane. Per molti anni egli s’è adoperato nel bene del nostro popolo, nè si potrà mai notare alcun peccato nella sua dottrina o nella sua vita. Ma alla virtù non mancò mai invidia, e nel nostro popolo son molti coloro che invertono il nome dell’onesto, e si credono diventar maggiori col rendersi audaci contro ai buoni. Noi, perciò, supplichiamo ardentemente che la V. S. voglia, nella sua paterna e divina carità, prendere sopra di sè il giudizio di tal cosa, e revocare il peso di queste censure; non solo quanto al Savonarola, ma ancora per tutti quelli che hanno potuto incorrervi. Niuna grazia maggiore potrebbe V. S. fare alla repubblica, massime in questi tempi di pestilenza, nei quali le censure sono con grave pericolo delle anime.»‍[65]

E così continuava per tutto l’anno una corrispondenza caldissima della repubblica in difesa del Savonarola, essendo egli aiutato dalla fortuna con varie Signorie tutte favorevoli, e col magistrato de’ Dieci sempre a lui devotissimo.‍[66] Messer Alessandro Bracci, oratore [31] a Roma, secondava questi uffici con tutto il suo buon animo, e guadagnava in favore di quella causa i Cardinali di Perugia, di Benevento e di Capaccio; sollecitava quello di Napoli, che s’era sempre dimostrato caldo amico di San Marco; si valeva dell’opera di Giorgio Benigno e di Giovanni Nasi, che dimoravano allora in Roma, e che, tanto con la parola come colla penna, erano stati sempre difensori del Savonarola. E, mentre che da tutti i lati, non senza qualche buona speranza, si cercava temperare lo sdegno del papa e piegare a benignità l’animo suo; una singolare offerta veniva fatta al Savonarola. Il Cardinal di Siena‍[67] gli faceva sapere, che se venisse pagata ad un tal suo creditore, la somma di 5,000 scudi; egli avrebbe fatto ritirare la censura. Il caso non era nuovo nè strano, perchè a Roma si mercanteggiava allora ogni cosa; ma il Savonarola, come ognuno può credere, respinse sdegnosamente l’impudente offerta, e, scrivendo ad un suo amico, diceva; «molto maggiore censura riputerei, redimerla per prezzo.»‍[68] [32] Nondimeno, quella era una prova che l’animo del Santo Padre dava qualche segno di cedere, ed il Frate poteva prenderne argomento a bene sperare.

In questo mezzo, seguiva una di quelle atrocissime tragedie, con cui la famiglia dei Borgia sapeva empiere d’orrore quel secolo che fu, pure, uno scandalo nella storia del genere umano. Il duca di Candia, figlio primogenito del papa, veniva di notte pugnalato e gettato nel Tevere. L’autore del delitto era stato suo fratello il cardinal di Valenza, mosso da gelosia d’osceno amore per la sorella Lucrezia, e da una sfrenata ambizione di potere, che non sapeva tollerar compagni alle sue mire. L’atroce e inaudito fatto commosse di profondo dolore perfino le viscere d’Alessandro Borgia, il quale, per la prima ed unica volta in sua vita, sembrò pentito dei molti falli, e deciso di emendarli. Egli già s’era chiuso in una stretta solitudine, ed aveva scelto una commissione di cardinali, per riparare ai tanti mali che allora travagliavano e desolavano la Chiesa.‍[69]

Il Savonarola non volle lasciar fuggire questa occasione ed, in data del 1 luglio, scriveva al papa una lettera in cui, dopo averlo destramente confortato, lo incoraggiava nel santo proposito, ed in fine volgeva il discorso alla propria causa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «la fede piena di miracoli e d’opere eccelse, confermata dal sangue dei martiri, è la sola tranquillità, è la vera consolazione al cuore dell’uomo. Essa trascende il senso e la ragione, ci solleva da questo mondo, ci porta alle cose invisibili, ed ingrandisce l’animo [33] nostro. Essa ci fa sopportare le avversità, ci fa rallegrare nelle tribolazioni; onde è scritto che il giusto non sarà mai contristato, e giusto è quegli che per fede vive nel Signore: beato è chi viene chiamato a questa grazia della fede. Risponda, adunque, V. S. alla felice chiamata; acciò subito la tristezza si muti in gaudio. Il Signore colla sua bontà trascende tutti i nostri peccati.» E qui, volgendo il discorso a parlare di se stesso, diceva: «Io annunzio cose di cui sono certo, e per esse volentieri sopporto ogni persecuzione. Ma la V. B. si volga favorevole a quest’opera della fede, per la quale io di continuo lavoro, e non presti più il suo orecchio agli empii. Così dal Signore avrà il liquore del gaudio, in luogo dello spirito di dolore; imperciocchè le cose da me predette sono vere, e niuno che resiste al Signore, potrà mai aver pace. Queste cose, Beatissimo Padre, io scrivo, guidato dalla carità, e sperando che la V. B. venga veracemente consolata da Dio; giacchè fra poco tonerà la sua ira, e beati coloro che si saranno confidati in lui. Il Signore di ogni misericordia consoli V. S. nelle sue tribolazioni.»‍[70]

Era certamente singolare questa lettera, in cui lo scomunicato priore di San Marco chiamava alla buona via ed alla penitenza il Santo Padre. Questi, però, non se ne mostrava offeso, anzi dava speranza di volersi benignamente piegare: segno evidente che il suo dolore ed il suo pentimento duravano tuttavia sinceri. Ma furono brevi e fugaci momenti. Il Borgia ritornava subito alla scandalosa vita con più impeto che mai; ed allora si rammaricava altamente, che il Savonarola avesse ardito insultare al suo paterno dolore.‍[71]

Comunque sia di ciò, se la Signoria ed il Savonarola [34] lavoravano per un verso; non mancavano, certamente, quelli che si adoperavano in senso contrario. Già gli Arrabbiati avevano mandato a Roma una soscrizione firmata da molti di loro, nella quale ripetevano le solite accuse contro al Frate. Il che risaputosi a Firenze, per mezzo dell’ambasciatore, ne furono subito cominciate altre due in favore del Savonarola. La prima di esse era segnata da tutti i 250 frati del convento, i quali, lodando la vita e la dottrina del loro priore, supplicavano il Santo Padre, perchè togliesse le censure ed aiutasse la santa impresa, chè ne avrebbe avuto merito appo Dio. A questa seguiva un’altra soscrizione la quale, riconfermando le stesse cose, era segnata da un gran numero dei principali cittadini. Incominciata nel luglio, vi si erano in poco tempo raccolte 363 firme; e si procedeva ancora più oltre, quando la peste, crescendo minacciosamente, interruppe quasi ogni faccenda in Firenze.‍[72]

Morivano già da 50 a 70 persone al giorno; il che, sebbene fosse tenuto allora piccolo numero, era nondimeno segno assai minaccioso di mali maggiori, considerata specialmente la gran moltitudine che si trovava allora stivata nella città.‍[73] Ognuno fuggiva alle ville, e lo spavento cominciava ad essere universale. Ma, se tutti abbandonavano la città e le faccende, pel Savonarola, invece, cominciavano, come ognuno può immaginarsi, occupazioni nuove e più gravi. Il suo ministero gl’imponeva d’adoperarsi nella comune sventura, a soccorrere e confortare gli afflitti. Sebbene la scomunica [35] gl’impedisse d’andare attorno a prestare i sacri uffici;‍[74] ognuno può comprendere come egli avesse assai grave faccenda alle mani, quando penserà che a lui era affidata la cura di 250 frati, la più parte dei quali novizi, e tutti chiusi in un solo convento, dove, senza efficaci provvedimenti, il contagio avrebbe potuto fare strage grandissima. Infatti, non andò guari che un frate s’ammalò; onde la peste e lo spavento erano già entrati in San Marco. I più timidi volevano fuggire, altri consigliavano al Savonarola di mettersi in salvo, alcuni cittadini gli offerivano le loro ville; ma esso comprendeva troppo bene, quale era il suo dovere in quei gravi momenti. Profittò delle ricevute offerte, per mandare in campagna i novizi ed i più giovani frati, tra i quali suo fratello Aurelio. Così venne diradato il convento, dove egli restò coi più fedeli e sperimentati seguaci. Leggeva e commentava loro i Treni di Geremia,‍[75] le Profezie di Giona, la Storia di Sansone, e andava confortando i loro animi. Ai lontani, poi, mandava lettere continue ed affettuose, che davano coraggio a sopportare i pericoli, e rimproveravano i troppo timidi. «Io faccio ogni sforzo,» così egli scriveva a Frà Paolo del Beccuto che voleva allontanarsi dal proprio convento, «perchè [36] i nostri Padri scampino da questo pericolo; ma vedo che alcuni si mostrano più timidi dei secolari, e questa è una pusillanimità indegna d’uomini religiosi, i quali debbono cercare piuttosto che temere la morte. Bisogna confidarsi nel Signore e non già nel fuggire. Io, perciò, non credo che voi dobbiate, per ora, assentarvi dal vostro convento. I frati di qui, muoiono lietamente, come se andassero ad una festa. Quelli che hanno cura degl’infermi son sani. Oggi s’è ammalato Frate Antonio da S. Quintino, dopo aver conversato meco.»‍[76] Da tutte le lettere che il Savonarola scrisse in quel tempo, trasparisce un grande affetto pe’ suoi frati e per la famiglia; una grandissima fermezza e serenità d’animo, in mezzo a tanti pericoli. Il 24 luglio, scriveva a suo fratello maestro Alberto a Ferrara, dandogli nuove dell’altro fratello Maurelio, religioso in San Marco; e diceva: «Frà Maurelio è fuori di Firenze, per la pestilenza che ancora non è grande; ma si vede gran principio. Ogni giorno abbiamo in città da 50 a 70 morti, ed alcuni dicono anche 100: non si vede altro che croci e morti. Noi stiamo bene, grazie a Dio; nè io mi sono partito di Firenze, sebbene abbia mandato fuori più di 70 frati, perchè non ho paura e perchè voglio consolare i tribolati.»‍[77] Più tardi (14 agosto) riscriveva allo stesso: «Non temete del mio stare in mezzo alla peste, perchè il Signore mi aiuterà. Sebbene mi abbiano profferito molti luoghi, io non ho voluto abbandonar le pecorelle, e resto, invece, per consolare gli afflitti. È maravigliosa, poi, la letizia di quelli che muoiono: frati e secolari, uomini e donne rendono l’anima lodando il Signore.»‍[78]

In quei solenni momenti, i pensieri del Savonarola [37] non erano volti solo ai frati; ma colle parole, cogli scritti, in tutti i modi, cercava aiutare anche i secolari, pei quali scrisse la sua Epistola a tutti gli Eletti, che chiamò, pure, Trattato medicinale contro la peste.‍[79] In essa dava sette regole, per mantenere tanto il corpo come lo spirito temperato e tranquillo; raccomandava la moderazione nei cibi, la ilarità dell’animo, e la carità verso gli ammalati: «Soccorreteli,» egli diceva, «serviteli in ogni cosa, in ogni modo, se anche sono vostri nemici.»‍[80]

Fortunatamente il pericolo fu minore di quello che non si temeva: al principio d’agosto la peste cominciava giù sensibilmente a scemare; verso la metà del mese era quasi del tutto cessata.‍[81] I cittadini ritornavano dalle [38] ville a ripigliare le usate faccende; il convento di San Marco si apriva nuovamente al popolo; ed il 15 del mese si celebrava nel secondo chiostro la festa della Madonna, con un pubblico e solenne rendimento di grazie, per il pericolo scampato. La città ripigliava l’aspetto usato; ed ognuno, dopo l’agitazione ed i pericoli di quell’anno, desiderava trovare finalmente calma e tranquillità.

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CAPITOLO TERZO. È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la congiura de’ Medici. Processo e condanna degli accusati.

Ma la tregua che il popolo fiorentino attendeva, pel cessare della peste, fu rotta, prima di cominciare, da un fatto cite mise la città intera in un disordine grandissimo, e maggiore di quanti se n’erano veduti dopo il 94. Mentre che il Valori ed il Tosinghi s’adoperavano a rintracciare le fila della congiura di Piero, sorpresero un tale Lamberto dell’Antella, fuoruscito, che di nascosto se ne andava in una sua villa, con indosso una lettera indirizzata al cognato, Francesco Gualterotti, ch’era allora dei Dieci. La lettera prometteva di rivelar minutamente tutte le trame di Piero, e scoprir cose di somma importanza per la repubblica.‍[82]

In verità, egli poteva saperle, perchè era stato un antico e fedele partigiano dei Medici. Nella rivoluzione del 94, si trovava prigione alle Stinche, insieme con suo fratello Alessandro. Quivi, di nascosto, ebbero molte speranze ed incoraggiamenti da Piero, quando si trovava in Roma; onde evasero dalla prigione. Ma nel presentarsi a lui, furono ricevuti con singolare freddezza, e ben tosto ebbero a sperimentare i suoi modi brutali. «Ci teneva, così scrive lo stesso Lamberto, «in continuo moto, per soddisfare alla sua smania di tornare a Firenze, e poi ci trattava peggio che cani.» A Piero de’ Medici, in fatti, non pareva di vivere, quando non poteva opprimere o bistrattare qualcuno. Pur nondimeno i due Antella sopportarono tutto, e si trovavano ancora [40] con lui, quando egli s’accostò alle mura di Firenze, e quando ritornò a Siena: quivi gli divennero sospetti, e li fece subito imprigionare. Tale era, poi, la crudeltà di Piero, tale il suo animo verso così antichi e provati servitori, che, partito da Siena, più volte mandò indietro una staffetta a Pandolfo Petrucci, capo e quasi padrone di quella repubblica; acciò li gettasse nel Carnaio, prigione così orrida, che non se ne usciva mai vivi. Il Petrucci, però, sebbene tutto amico di Piero, non volle rendersene sicario, e liberava i due fratelli, a condizione che non lasciassero il territorio Senese, sotto pena di 2,000 fiorini. Ma essi erano troppo pieni del desiderio di vendetta, per mettere tempo in mezzo; e subito che ne ebbero il destro, fuggirono verso Firenze. Nè a Lamberto parve vero, quando fu preso e menato ai magistrati, colla lettera indosso, nel modo che abbiamo veduto.‍[83]

Gli Otto, visto ed esaminato quel foglio, secondo il barbaro costume del tempo, misero subito alla corda il povero Lamberto; e, dopo averlo collato per ben quattro volte, lo interrogavano, capo per capo, acciò dicesse la pura verità. Segnate le risposte, vi trovarono compromessi cittadini così potenti e riputati,‍[84] [41] che portarono l’affare innanzi alla Signoria, dichiarando di non voler prendere sopra di loro un giudizio così grave; ma la Signoria rispondeva, che solo ad essi gli Statuti concedevano il giudicare le cause di Stato.‍[85] Nondimeno, considerata la gravità del caso, furono scelti cinque Arroti e sette dell’ufficio de’ Dieci, perchè aiutassero gli Otto a continuare il processo. Si fece, allora, più minuto esame del fatto; ed essendo stato promesso un generale perdono a Lamberto dell’Antella, questi mise in carta una lunga rivelazione, nella quale faceva conoscere tutte le trame, e tutti gli amici che Piero de’ Medici aveva in Firenze.‍[86] Dètte anche sentore d’un nuovo tentativo di congiura, nel quale era stato promesso a Piero, di farlo entrare segretamente in Firenze, la notte del 15 agosto. Trovandosi moltissimi alla campagna, chi per la buona stagione e chi pel contagio; egli sperava di poter levare tumulto in suo favore, collo spargere pane e danaro nell’affamata plebaglia, col concederle il saccheggio di molte case de’ ricchi; e, in questo mezzo, impadronirsi del Palazzo e prendere in mano il governo della città.‍[87] Era un pazzo disegno e troppo audace, perchè egli ardisse solo di tentarlo; pure quelle pratiche manifestavano l’animo suo, e bastavano a dimostrare che la repubblica versava sempre tra pericoli gravissimi.

In mezzo a tali agitazioni, tutti quei venti cittadini che dovevano compilare il processo, finito che ebbero [42] l’esame, si strinsero a consiglio, e fecero giuramento di non aver rispetto a persona, di qualunque grado o condizione si fosse. Dopo ciò, ordinarono che la piazza fosse guardata da gente armata; che i condottieri si tenessero pronti colle loro genti d’arme, per accorrere al bisogno; che niuno potesse uscire dalla città. Chiamarono ancora i fanti della Signoria; e, per non dare sospetto, fecero, in nome di essa, richiedere quei cittadini che venivano più compromessi dalle rivelazioni dell’Antella. Alcuni subito fuggirono; altri, invece, si presentarono; e, compiuto finalmente il processo, risultò che cinque di quelli che si trovavano in mano dei magistrati, erano colpevoli d’alto tradimento, e dovevano, secondo le leggi, subire la pena del capo.

Bernardo del Nero, vecchio di 75 anni, era per la sua autorità e prudenza principale fra loro. L’accusa contro di lui si restringeva, veramente, a questo: che, avendo conosciuto la congiura, non l’aveva rivelata; ma questa colpa era assai aggravata dall’essere stato, in quei giorni appunto, Gonfaloniere della repubblica. Seguivano poi nel processo i nomi di Giannozzo Pucci, giovane pieno d’ingegno, e di Lorenzo Tornabuoni che era stimato in Firenze il fiore d’ogni gentilezza. Contro a costoro era grandissimo l’odio del popolo; perchè, conosciuti per antichi partigiani di Piero, di cui il Tornabuoni era anche parente,‍[88] s’erano così bene infinti coll’andare alle prediche del Frate, che erano riusciti a farsi credere fra i più caldi de’ suoi seguaci. Gli altri due accusati erano Giovanni Cambi, ricco mercatante,‍[89] [43] e Niccolò Ridolfi capo della sua casa, ed anch’esso parente di Piero.‍[90]

Messo termine al processo, i dodici cittadini aggiunti si ritirarono, e gli Otto restavano nuovamente soli a pronunziar la sentenza. Essi, non volendo in alcun modo affrontare l’odio di tante e così potenti famiglie, tornavan da capo alla Signoria, la quale di nuovo ricusava un carico, che non le era imposto dagli Statuti. Ma, finalmente, il gonfaloniere messer Domenico Bartoli, vedendo questa biasimevole debolezza dei magistrati, i quali ricusavano di fare il loro ufficio per paura dei potenti; propose che si portasse la causa al giudizio del Consiglio Maggiore, a cui, secondo la nuova legge, bisognava andare per l’ultimo appello. Vi si opposero, però, gagliardamente i difensori degli accusati, dicendo: — «Non esser bene allargare così presto, fra tanta moltitudine, i segreti dello Stato, e sottomettersi alla diversità di tanti pareri, quando doveva bastare il giudizio dei principali magistrati.»‍[91] — In sostanza, da un lato i magistrati si mostravano deboli a far l’ufficio loro; e dall’altro gli accusati, temendo ugualmente le leggi e l’odio popolare, desideravano mandar la cosa in lungo, e speravano che la elezione della nuova Signoria dovesse rivolgere le cose, tutte in favor loro. Essi avevano già dalla loro parte tre dei Signori, ed essendo riusciti a guadagnarne un altro in Michele Berli parente di Bernardo del Nero, si trovavano ora, con quattro voti, padroni d’impedire ogni deliberazione che non fosse andata a lor modo.‍[92] Così ottennero l’intento, [44] perchè il giudizio venne rimesso alla decisione di una nuova Pratica, fissata pel 17 d’agosto. Nè questo era piccolo vantaggio: ogni giorno s’avvicinava sempre più la nuova elezione; d’ora in ora si aspettavano dagli alleati imperiose lettere di raccomandazione; Piero dei Medici ingrossava sempre più le sue genti in Romagna; e finalmente, essendo troppo manifesto che gli accusati erano condannati dalle leggi, essi non potevano sperare che nel tempo. Ma tutto questo era assai noto alla parte avversa che voleva, perciò, venir subito alla conclusione; onde si prevedeva che la nuova Pratica dovesse riuscire assai tumultuosa.

La Signoria aveva richiesto circa duecento dei principali cittadini; e, sebbene non tutti intervenissero, pure v’erano presenti i 16 Gonfalonieri delle compagnie, i 12 Buoni Uomini, i Dieci della guerra, gli Otto di guardia e balía, gli uffiziali del Monte, i Conservatori di legge, i Capi di parte guelfa, molti Arroti, e finalmente il Senato o sia Consiglio degli Ottanta, oltre la Signoria: formavano in tutto una radunanza di 136 persone. Molto speravano quel giorno di poter fare e dire i difensori degli accusati: quando tutto fosse mancato, doveva riuscire assai facile, innanzi ad un tribunale così largo, mandar nuovamente in lungo la decisione. Letti per tanto i processi, la Signoria ordinò che ciascuno si restringesse nella sua pancata, onde consultare sulla decisione da prendere; dopo di che ogni pancata mandasse a riferire il suo parere liberamente, e senza rispetto all’antica usanza che vietava di esprimere un’opinione contraria a quella della Signoria. Ne risultò [45] subito che i cinque accusati dovevano subire la pena del capo, e i loro beni essere confiscati.‍[93] Da questo parere, i difensori restarono sbigottiti e sorpresi oltre ogni dire; non sapevano che si dire nè che si fare. Ma, pure, conoscendo di aver nella Signoria quattro voti favorevoli, incominciarono a dire che le parole di pochi non potevano far conoscere il parere di tutti, e che bisognava venire ad una votazione individuale. Speravano che questo procedere, nuovo ed inusitato, dovesse dare occasione a qualche disordine; perchè molti, non usi a parlare innanzi alla Signoria, si potevano confondere; e, quindi, nascere opportunità a mettere in dubbio i loro voti, ed a mandare la cosa in lungo. Ma questo disegno fu rotto da Francesco Valori, il quale si presentò subito al banco della Signoria; e, chiamato il notaio, disse a voce alta, e fece publicamente rogare: — Che egli giudicava quei cittadini meritevoli della morte e della confisca. — L’esempio fu seguito ancora dagli altri, che si trovarono quasi tutti concordi nella sentenza del Valori.‍[94] In tal modo, i Signori si videro costretti d’ordinare agli Otto l’esecuzione della sentenza, che, messa fra questi a partito, fu vinta con la maggioranza di sei voti contro due.‍[95]

I difensori si credettero allora perduti, e non seppero fare altro che ricorrere a messer Guidantonio Vespucci, celebre dottore in legge e molto potente fra gli Arrabbiati. Questi consigliò subito, che dalla sentenza degli Otto s’appellasse al Consiglio Maggiore, secondo la nuova legge delle Sei fave. L’appello fu immantinenti chiesto e, fatta la votazione, si trovò che quattro dei Signori [46] erano favorevoli; onde ne nacque tanto disparere, tanto disordine, che bisognò rimetter la Pratica al 21 agosto. E così, inaspettatamente, i difensori degli accusati riusciron di nuovo nel loro intento.

La discordia, intanto, dal Palazzo scendeva nella piazza, e per tutto si andava gridando; — Che bisognava fare giustizia; che la patria era in pericolo; che il rimettere la cosa d’una Pratica in un’altra poteva esser fatale alla repubblica. — Nel medesimo tempo, correvano per la città degli scritti anonimi, che accusavano fieramente la debolezza dei magistrati. In tale disposizione di animi, si raccolse il 21 agosto la seconda Pratica, a decidere sul concedere o no l’appello; e non è da maravigliare, se fin dal principio la disputa divenne gravissima. Si diceva da una parte, con quelle parole eccessive e tutte popolari, che gli Arrabbiati solevano così bene usare, quando loro tornava a grado: — «Che le leggi concedevano di fare appello contro la sentenza degli Otto; che il popolo era assoluto signore della repubblica; al popolo doversi, quindi, ogni cosa riferire; al popolo spettare il decidere sulla vita dei cittadini.» — Ma queste parole, in bocca di chi aveva cospirato per rimettere i Medici, movevano a sdegno; epperò, con molta violenza, si rispondeva dall’altra parte: — «Il giudizio del popolo essere noto a tutti, essere stato sin dal principio offerto agli accusati, ed essi lo avevano ricusato. La legge dello appello s’era fatta solamente per impedire che sei fave avessero facoltà di condannare un cittadino nella vita e nella roba; ma ora, non gli Otto, non la Signoria avevano giudicato; ma tutti i magistrati, tutti i principali cittadini. Contro a questo tribunale straordinario non esservi legge che desse l’appello; e chi lo chiedeva, non mirava ad altro che a pigliar tempo, quando la repubblica era disordinata, quando la patria era in pericolo, quando [47] nella Signoria stessa s’era cospirato contro alla libertà. Ignorate voi,» così essi concludevano, «che il tiranno ingrossa di nuovo le sue genti? Non vedete che voi aprite la porta a Piero de’ Medici?»‍[96] — A questo punto i Collegi‍[97] si esaltarono in tanto furore che, levandosi in piedi, minacciarono di trar fuori i gonfaloni, e condurre il popolo a distruggere le case di coloro che contrastavano l’esecuzione d’una sentenza tanto giusta, tanto necessaria. Allora il tumulto si fece nella sala grandissimo; e per tutto era un’orrenda confusione di grida, in mezzo a cui distinguevansi, non pertanto, le parole di messer Francesco degli Albizzi, il quale con una voce terribile non lasciava mai di dire: — «Si faccia giustizia, si faccia giustizia.» — I difensori degli accusati pensavano solo ad accrescere il tumulto, sperando così di far passare ancora quel giorno senza deliberare. Infatti, s’era già verso la sera, e disputavasi sempre, senza mai conchiudere nulla; perchè i popolani accecati dal furore, anch’essi impedivano che i consigli procedessero ordinati; ed in tal modo, senza volerlo, secondavano i disegni dei loro avversari.

Ma ecco: arrivano lettere degli ambasciatori, e lette dalla Signoria, udite nella Pratica, empiono ognuno di nuovo furore. Si conobbe per esse: il pericolo della repubblica esser veramente grandissimo; i nemici avere maneggi per tutto; il duca di Milano secondarli; il Papa aiutarli con tutti i suoi sforzi, e se faceva sembiante di moderazione o di amicizia verso la repubblica, ciò era solo per meglio operarne la [48] ruina. Allora si chiese da capo la lettura dei processi, onde confrontarli colle lettere avute; dopo di che i cittadini si raccolsero di nuovo a deliberare nelle pancate, e ciascuna pancata mandò uno de’ suoi a parlare.‍[98]

L’opinione universale era che si dovesse eseguir la sentenza capitale, senza indugio; ma, pure, il sapere che la Signoria era sempre volta a favorire gli accusati, fece sì che molti titubarono e non ardirono parlar francamente. — Francesco Altoviti che prese a discorrere, per quei medesimi Gonfalonieri delle compagnie, i quali poco innanzi avevano minacciato di saccheggiare le case di chiunque contrastasse la esecuzione della sentenza, diceva adesso: «Che ancora nella sua pancata non mancava chi volesse dare l’appello.» — Più franco si esprimeva messer Francesco Gualterotti, in nome dei Dieci di libertà, dicendo: «Quanto più ribollimento voi date alla città, più disegni le faranno contro i nostri nemici. Qui si vede che tutti i potentati d’Italia hanno fatto cospirazione contro di essa, e Roma è il luogo dove si trattano tutte le insidie contro di noi. Con questo appello, non si vuole già conoscere il parere del popolo che, ormai, lo ha più volte espresso chiaramente; ma bene allungare il tempo e cercar favore esterno. Se, pure, in ogni modo si vuole dalle SS. VV. dar questo appello; bisognerebbe, almeno, assicurarsi prima del Consiglio e far presto; perchè l’indugio non partorirà che scandali dentro e di fuori. Ancora bisogna tenere in pronto le [49] genti d’armi, per difendere la repubblica che si trova in mezzo a tanti nemici.» — Venne, allora, a parlare la pancata dei dottori, i quali dovevano in questa materia aver grande autorità. Dissero francamente: «Che il pericolo giustificava il negare l’appello,‍[99] e che in ogni modo volendolo dare, si desse pel domani; perchè l’indugio poteva tornare in rovina.» — Gli Otto, che erano i giudici ordinari di questi processi, opinarono: «Che si dovesse al tutto negare l’appello; giacchè, se i difensori ottenevano dal Consiglio un parere contrario alla sentenza già data, la città anderebbe in rovina.» — Vennero finalmente le dodici pancate dei semplici cittadini che, quasi unanimi consigliarono: «La esecuzion della sentenza e presto.» Ma, pur sempre si concludeva con quella frase consacrata dall’uso: «Nondimeno si approverà sempre ogni determinazione che le Signorie Vostre ne piglieranno.»‍[100] — Fino a tal segno poteva un’antica usanza prevalere; non solamente contro la nuova libertà, ma ancora contro quel furore che, pure, aveva invaso l’animo di tutti!

La Signoria, incoraggiata da questa moderazione di linguaggio, e, considerando che, per essere già la terza ora di notte, molti erano stanchi; incominciò di nuovo a menare in lungo la decisione, colla speranza di poter sciogliere la pratica senza concludere. A quella calma, però, successe subito una fiera ed inopinata tempesta; perchè il Valori, accortosi della intenzione, si levò in piedi e, cogli occhi infiammati, furioso come un leone, corse al banco della Signoria; dove, preso in mano il bossolo dei [50] partiti, lo battè forte sul banco, gridando minaccioso: — «Si faccia giustizia, altrimenti scandalo ne seguirà.» — A queste parole Luca Martini ch’era Proposto, non ebbe animo di resistere, e subito mise il partito ai voti. Cinque dei Signori si pronunziarono, allora, per la morte; ma gli altri quattro restaron sempre favorevoli agli accusati, e votarono per l’appello. Allora Francesco Valori ruppe ogni usanza, perdè ogni rispetto alla Signoria, e, con voce rauca per lo sdegno, gridava: — «A che fine, adunque, hanno le VV. SS. chiamato tanti cittadini che, ad uno ad uno, per mano del notaio, già fecero conoscere il loro voto contro questi macchinatori di novità, sovvertitori della patria, distruttori della libertà? Non hanno oggi tutti confermato il loro parere? Non udite voi il grido universale, geloso della salute pubblica? Non sentite il soverchiante pericolo? Rammentino le SS. VV. che il popolo di Firenze le ha messe in questo luogo per difendere la sua libertà, la quale se, per rispetto di così perfidi cittadini, voi trascurate; non manca, non manca, siatene pur certi, chi difenda causa tanto giusta, tanto santa, con danno di chiunque la contrasta.» — E qui distese fieramente il braccio, e stringendo in mano il bossolo dei partiti, lo presentava di bel nuovo al Martini, il quale, o persuaso o spaventato, propose finalmente la sentenza in questi termini: «Udito il rapporto e consiglio dei magistrati, del Senato e degli altri cittadini per la esecuzione; visto che dall’indugio nascerebbe manifesto tumulto e pericolo: si ordina ai signori Otto che, senza indugio, facciano, questa medesima notte, tòrre la vita a quei cinque cittadini, che essi già nella stessa Pratica hanno condannati.» La subita proposta del Martini, e più ancora la feroce presenza del Valori, che stava sempre minaccioso, e presentava a ciascuno il bossolo, sbigottirono, per modo i quattro Signori [51] dissenzienti, che renderono nella sua mano favorevole partito. Dopo di che, disteso il bullettino, fu consegnato agli Otto, che andarono subito nel palazzo del Capitano, onde apparecchiare l’esecuzione.‍[101]

Intanto i difensori facevano menare gli accusati per mezzo della Pratica, scalzi ed in ferri; ma invano, colla presenza, cogli atti e colle parole, cercavano muovere la pietà dei circostanti che, a mala pena, sapevan frenare gli sdegnati animi. Arrivati al palazzo del Capitano,‍[102] furon lasciati breve tempo coi loro confessori, onde pensare ai casi dell’anima. Ed in questo mezzo, il Valori ch’era divenuto quasi padrone della città, pose 300 fanti a guardare il Palazzo, contro ogni tumulto d’amici o parenti degli accusati. Nella corte del Capitano già tutto era in ordine, e vi si affollava, d’ora in ora, tanta gente e così diversa che, per servirci della espressione d’un contemporaneo, parea divenuta una spelonca d’inferno. V’erano uomini con volti pieni di feroce sdegno, con l’armi in mano e la vendetta nel cuore; in mezzo ad essi, vedeansi dei nobili cittadini che, invano, cercavano quasi nascondersi e celare la paura della propria vita, il dolore e lo sbigottimento per quella degli amici o parenti che, fra poco, vedrebbero morire: molte crudeli ingiurie, molte amare angosce dovettero sopportar quella notte. Intanto, la tumultuosa confusione d’armi, di bestemmie e di strepito, andò crescendo fino alle ore sette di sera; quando successe, invece, un funereo silenzio. Venivano i condannati ad uno ad uno, [52] accompagnati dal magistrato della giustizia e dal confessore, insino al luogo del supplizio; dove ciascuno di loro pose animosamente il capo sul ceppo, e tutti sostennero con gran fermezza l’estremo supplizio. I loro corpi furono resi ai parenti.

Quella medesima notte, la Signoria scriveva a Roma, facendo la relazione del fatto, nei termini seguenti: «La città è stata tutta unita contro a questi perfidi e parricidi cittadini, infino ai parenti avendo desiderato che fosse fatta giustizia. Ed ora, si spera avere a stare un pezzo in buona valetudine; perchè tutta la brigata è inanimita a estirpare qualunque simile rampollo. Iddio abbia misericordia di quelle anime che, veramente, avendo tradito la patria, ne hanno bisogno.»‍[103]

Così finivano la vita cinque cittadini che, per autorità, per condizione, per faccende pubbliche e private, erano tenuti fra i primi della repubblica. Altri pochi vennero leggermente puniti, come consapevoli; e fra Mariano da Genazzano, sebbene riconosciuto de’ più rei, essendosene fuggito a Roma, non potette avere altra pena che l’esilio. A Lamberto dell’Antella ed al fratello, fu non solo perdonata la vita; ma concesse le armi, cancellate le gravezze decorse, e fatti ancora altri benefizi; non però tolto affatto ogni bando di ribelli.‍[104] Le sue rivelazioni, ed i processi di tutti i condannati furono tenuti segretissimi; acciocchè, una volta puniti gli autori della congiura, ne fosse, quanto più era possibile, cancellata per sempre la memoria.‍[105]

Adesso a noi importa di notare che, durante questo [53] giudizio così tumultuoso, il Savonarola stette sempre chiuso in convento; senza prendervi alcuna parte, occupato solo a correggere la stampa del suo Trionfo della Croce. Negli storici di quel tempo, nelle memorie, nelle lettere e biografie, non troviamo alcuna parola che ci permetta di credere che il Savonarola avesse favorito o disfavorito gli accusati. Due sole volte egli accennò a questo fatto, nel suo processo; e la prima, parlando di Bernardo del Nero, diceva: «non confortai che fosse morto, bene avrei avuto caro che fosse mandato via;»‍[106] la seconda soggiunse: «che di quei cinque cittadini non se n’era impacciato in particolare; ma che, sebbene freddamente, pure aveva raccomandato Lorenzo Tornabuoni al Valori.»‍[107] Il che dimostra chiaramente come, se cercò di fare qualcosa, fu solo per temperare un poco il gran furore che v’era contro agli accusati. Eppure, non appena si cominciò a calunniare la memoria del Savonarola che subito venne chiamato da tutti, autore principale del negare l’appello agli accusati, dopo essere stato promotore della legge che lo concedeva. Nè alcuno volle mai considerare, che quella legge fu propugnata dal Vespucci e non dal Savonarola il quale, piuttosto, la oppose, o almeno la fece combattere da’ suoi seguaci.‍[108] La storia dei fatti ci prova, [54] d’altronde, con troppa evidenza; che egli, allora, non poteva in alcun modo esercitare il suo ascendente nè sopra il popolo nè sopra i giudici; giacchè, dopo la scomunica, e quando ancor pendevano le trattative per farla ritirare, grave errore, anzi grave stoltezza sarebbe stata risalire sul pergamo. Quanto al Valori, che certo ebbe grandissima parte in quelle decisioni, bisogna pur dirlo, sembra che si lasciasse soverchiamente vincere dall’odio o gelosia che aveva contro a Bernardo del Nero, suo nemico politico.‍[109] Sebbene d’animo generoso e leale, era pure uomo che, in tutte le cose, andava più per impeto che per ragione; ed in quelle accese discussioni, non seppe mai frenare sè stesso, nè molto meno poteva essere frenato dall’autorità del Savonarola, allora lontano e chiuso nella sua cella. Bisogna finalmente considerare che, se le lettere degli ambasciatori non fossero giunte nella Pratica, in quel momento stesso in cui ognuno s’era acceso di tanto sdegno contro al procedere troppo fiacco e punto imparziale dei magistrati; forse che agli accusati, anche questa volta, sarebbe riuscito di mandar in lungo la decisione.

Fu, quindi, un concorso di cause, non prevedute nè prevedibili, che fece decidere ad un tratto la morte di quei cinque cittadini; i quali, però, secondo le leggi, secondo la opinione universale di tutto il popolo, e secondo [55] la giustizia dei tempi, eran certo meritevoli della pena che subirono. Il processo, è vero, non fu regolato con tutte le forme giuridiche; ma, se la prima illegalità nacque dalla troppa indulgenza dei magistrati, i quali avendo trovato gli accusati convinti d’alto tradimento, non ardivano pronunziar subito la condanna di morte per poi concedere l’appello; il disordine maggiore e più colpevole venne dai difensori degli accusati. Una volta ch’essi avevano, nel principio, ricusato di sottomettersi al giudizio del Consiglio Maggiore; che avevano chiesto ed ottenuto un tribunale straordinario, nel quale s’erano radunati tutti i principali magistrati e cittadini di Firenze; non v’era più alcun luogo a chiedere l’appello. Essi non potevano addurre altra ragione in loro favore, salvo quella evidentissima di voler procedere d’una illegalità in un’altra, per guadagnar tempo ed aspettare la nuova Signoria. E dovevano i magistrati rendersi due volte strumento di quelle arti malvage, e la Pratica consentire a tali violenze? Anche l’opinione di tutto il popolo, si vide assai chiaramente riconfermata, pochi giorni dopo, quando fu introdotto nel Consiglio Maggiore il figliuolo del Ridolfi, che veniva a chieder grazia dei beni confiscati al padre; giacchè, messa la domanda tre volte a partito, fu tre volte respinta.‍[110] Nè le leggi, adunque, nè il Consiglio Maggiore avrebbero mai assoluto quei cinque cittadini. Quanto al Savonarola, egli non volle, e volendo non avrebbe potuto favorire nè disfavorire una sentenza, che fu decisa nel calore o, per meglio dire, nel furore d’una impetuosa discussione.

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CAPITOLO QUARTO. Opuscoli editi e inediti del Savonarola. Il Trionfo della Croce.

Dopo la morte di Bernardo del Nero e de’ suoi compagni, i Piagnoni divennero potentissimi; ed in sei mesi seguirono, successivamente, tre Signorie tutte popolari, che, nel reggere lo Stato, altre difficoltà non trovarono, se non quella di provvedere alla mancanza assoluta di danari. Ma la disputa, sempre più inasprita, del Savonarola col Papa, era causa di continuo dolore al governo ed al popolo. Non solo dispiaceva loro il vedere un uomo tanto benemerito della patria e della religione, così ingiustamente trattato; ma, nel pigliare le parti del Frate, essi mettevano sè stessi e la repubblica in un continuo e crescente disaccordo con Roma. Ogni giorno andavano caldissime lettere all’oratore, messer Alessandro Bracci, perchè cercasse di ottenere l’assoluzione del Savonarola. «Noi vogliamo,» scrivevano i Signori, «che voi picchiate, gridiate, facciate ogni possibile istanzia; e non cessiate nè perdoniate ad alcuna fatica, tanto che questo effetto segua.»‍[111]

Il Papa non dava alcuna risposta; ma, invece, aspettava tempo meglio opportuno ai suoi disegni; ed il Savonarola, profittando della tregua, s’era ritirato nel convento, dove con attività veramente incredibile, davasi tutto a scrivere nuovi trattati, a pubblicare quelli già scritti. Noi li accenneremo brevemente, per discorrere più a lungo della sua grande opera, il Trionfo della Croce, che in questi giorni appunto fu data alla luce.

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Noteremo, innanzi tutto, un opuscolo di poche pagine, che chiamò Lamentatio Sponsæ Christi. In esso lamenta lo scempio che i sacerdoti del suo tempo facevano di tutto il gregge cristiano.‍[112] In questo tempo pare che [58] fosse pubblicato anche il Trattato sopra i sette gradi della vita spirituale di San Bonaventura,‍[113] il quale, siccome dice il titolo stesso, altro non è che un breve sunto dell’opera di quell’antico dottore della Chiesa. Molte epistole a stampa indirizzò ai frati di San Marco. In una, Dello adoperarsi in carità, dimostra come in tutti i luoghi e in tutte le condizioni si può esercitare la carità; epperò il vero cristiano deve dire, come il filosofo, omnia mea mecum porto. In un’altra epistola, scritta quest’anno, la vigilia dell’Assunta, si congratula della loro fermezza; ed in una terza ragiona Del discreto [59] modo di fare orazione.‍[114] Continuando a crescere le richieste di lettere, che ogni giorno gli venivano da tutte parti, egli volle mettervi un termine colla sua bella Epistola alle suore del terzo Ordine di San Domenico, volgarmente chiamate di Annalena. «Lo scrivere continuamente,» egli diceva, «è inutile, quando chi legge non lo adopera. Io ho scritto già tanto che ho abbracciato tutta la vita cristiana; onde non posso prendere di nuovo la penna, per moltiplicare inutilmente i trattati. Il dire e ripetere più volte le stesse cose, può giovare nelle prediche, perchè le parole fuggono e non restano bene impresse; ma negli scritti bisogna, invece, leggere e rileggere. Il sacro vangelo non fu scritto in carta, nè sopra tavole di pietra; ma fu impresso nel cuore degli apostoli, e così operò tanti miracoli. Voi, che chiedete sempre nuove esortazioni e nuove epistole, siete di quelli che, leggendo molto e adoperando poco, non imparano mai nulla. Valse più a Sant’Antonio l’avere udito: va e vendi ciò che tu hai, detto ai poveri, e séguita me; che non vale a molti gran teologi, volgere e rivolgere tutta la teologia. Adunque, dilettissime, avendo tante opere volgari che basterebbero alla salute di tutto il mondo; non bisogna, senza necessità, moltiplicare i trattati e le epistole; ma, piuttosto, leggere le cose scritte e quelle seguire colle opere.»‍[115]

Fra i moltissimi scritti minori del Savonarola, bisogna rammentare la sua Expositio di Abachuc, operetta [60] latina che è rimasta finora, non solamente inedita, ma neppure esaminata, a cagione dei manoscritti quasi indeciferabili. Noi non possiamo determinare il tempo in cui fu scritta; ma sembra che fosse antecedente alla scomunica. Il testo del profeta non è pel Savonarola, che [61] una semplice occasione a parlare della giustizia divina, ed a svolgere quei medesimi argomenti, che tante volte abbiam veduti esposti nelle sue prediche. «La storia del Vecchio Testamento,» egli dice, «deve persuaderci intorno alla necessità del vicino flagello; onde noi dobbiamo colle buone opere, con la orazione e con la Sacra Scrittura apparecchiarci a sostenerlo. Il profeta Abacuc si lamentava col Signore delle persecuzioni sofferte; e noi prendiamo ad esporlo, acciocchè la sua audacia sia utile ammaestramento a promuovere la nostra umiltà. Il Signore è perfettissimo; ma niuno può investigare i suoi giudizi, senza una grande umiltà; epperò, anche il profeta Abacuc, per la sua audacia, venne confuso. Egli si lamenta di vedere il trionfo dei malvagi e l’oppressione de’ buoni; e non s’avvede come ciò segue appunto, per punire i peccati degli uomini, per chiamare i buoni a penitenza. Così è sempre avvenuto; così avviene oggi sotto i vostri occhi, nelle persecuzioni che noi medesimi soffriamo. Ma, quando noi ci umiliamo al Signore; allora subito comprendiamo che significhi questo trionfo dei malvagi, quale sia la loro felicità.» E qui il Savonarola si scaglia terribilmente contro le ricchezze e i beni mondani, contro gli ecclesiastici che le cercano; e finalmente conclude che i buoni in mezzo alle loro tribolazioni, sono assai più felici dei malvagi che trionfano, e debbono ringraziare il Signore che li chiama a sè col flagello. Sebbene questa operetta non abbia grande originalità, meritava una particolar menzione; [62] non solo perchè finora inedita, ma ancora perchè ci dà un saggio di quei brevi trattati, che si trovano autografi e da niuno esaminati, in principio ed in fine della sua Bibbia postillata.‍[116] Qui pure dobbiamo rammentare molti abbozzi, o appunti, o compendii assai ristretti di Sermoni inediti, che si trovano nella Magliabechiana. Ma una parte di questi scritti inediti sarà da noi pubblicata; di un’altra daremo più particolare notizia nell’appendice a quest’opera.

Ora finalmente è tempo di venire a discorrere del Trionfo della Croce. Il Savonarola ci dà in esso una compiuta esposizione della dottrina cattolica, con una gran forza d’analisi, con un metodo filosofico e nuovo, ponendo da parte quella scolastica che fino allora aveva formato parte essenziale d’ogni opera di teologia. Invero, il Savonarola fu nel secolo decimoquinto, il glorioso iniziatore di quella nobile scuola che si onorò più tardi dei nomi di Bossuet e di Leibnitz;‍[117] e che, poi, decadde con sì gran danno della fede cattolica e degli studi religiosi. La scolastica, infatti, ha di nuovo trionfato nella teologia; e quel metodo più semplice e scientifico, [63] che il nostro autore aveva iniziato or sono quattro secoli, con tanto onore del suo nome, sembra oggi ancora un progresso invano desiderato!

Il Savonarola si propone in quest’opera, di ricercare ed esporre le verità della fede, per mezzo della ragione naturale: «non perchè la fede, dono gratuito di Dio, possa procedere dalla ragione; ma perchè questa serve a combattere gl’infedeli, o ad aprire loro la via di salute; ridesta i tepidi, conferma i credenti.» «Noi adunque» così prosegue l’autore «non ci fonderemo sopra alcuna autorità; e per tal modo procederemo, come se non si avesse a credere ad uomo del mondo, quantunque sapiente, ma solo alla ragione naturale.»‍[118] Questo linguaggio, nel secolo XV, secolo d’autorità e di servitù intellettuale, era, come noi abbiamo già notato, un segno di grandissimo ardire ed originalità. Ma più notevole, ancora, è il considerare come il Savonarola sapesse rimaner sempre fedele a questa bandiera, e condurre tutta l’opera con questi principii. «La ragione,» egli dice, «procede dalle cose visibili alle invisibili, perchè le nostre cognizioni incominciano dal senso che conosce solamente l’estrinseco delle cose; l’intelletto, però, ne penetra la sostanza, e dalla cognizione di essa si eleva alle cose invisibili ed a Dio. Or, come i filosofi ricercano Iddio, nelle maravigliose e visibili opere della natura; così noi vogliamo, nella Chiesa [64] visibile, ricercare e ritrovare la invisibile, ed il capo supremo di essa, Gesù Cristo.»‍[119]

«I filosofi raccolsero, come in un quadro, tutte le opere e tutti gli esseri della creazione, per meglio vederne l’insieme e riconoscerne la divinità. Noi vogliamo, del pari, raccogliere tutte le opere visibili di Cristo e della sua Chiesa, in una sola immagine; acciò che in essa più facilmente risplenda la loro divinità.» Questa immagine è quella stessa, di cui sovente si ragiona nei Sermoni del Savonarola. Egli descrive un mistico carro, che percorre il mondo, trionfando. Sopra di esso è Cristo vittorioso, incoronato di spine, piagato delle sue ferite, illuminato da una celeste luce che viene dall’alto. Nella destra ha il vecchio e nuovo Testamento, nella sinistra la croce e gli altri segni della passione; ai suoi piedi sono il calice, l’ostia, tutti i simboli de’ sacramenti; quivi ancora siede la Vergine Maria che ha presso di sè le urne colle ceneri dei martiri. Il carro è tirato dagli Apostoli, predicatori e profeti; segue la moltitudine dei fedeli e dei martiri; e dietro a loro gl’infedeli, i miscredenti, i nemici di Cristo coi loro idoli prostrati, i libri arsi, gli altari abbassati. Così questo carro cammina pel mondo, di trionfo in trionfo, abbattendo e vincendo ogni ostacolo.‍[120] «Questo carro,» diceva il Savonarola, «sarà come un nuovo mondo da cui caveremo una nuova filosofia. Ma, siccome in tutte le scienze bisogna ammettere certi primi principii dai quali si parte; così anche noi dobbiamo ammettere, come indisputabili, alcuni fatti da cui dobbiamo procedere: — Che Cristo, cioè, è stato crocifisso, adorato, ed ha convertito il mondo; che la Vergine, [65] i martiri, la Santa Trinità sono adorati dai Cristiani, e così via discorrendo. Questi sono fatti che niun uomo di sano intelletto può negare; e se alcuni scrittori pagani li tacquero; migliaia di loro li confermarono, convertendosi.»‍[121]

Qui l’autore entra finalmente in materia, e con argomenti affatto razionali, discorre l’esistenza di Dio ed i suoi attributi. Egli lo considera come primo motore, come causa prima, e così, discorrendo per tutti i noti argomenti della scuola, si ferma più particolarmente a questo: «Nessuna inclinazione della natura è vana; ora siccome tutto il genere umano ha fede e crede naturalmente nella esistenza d’un Dio, così bisogna inferirne ch’esso veramente esista; altrimenti noi dovremmo dire che una inclinazione della natura è vana, il che è contrario alla esperienza universale. Nelle cose inanimate, negli animali e, più di tutto, nell’uomo, noi troviamo sempre che in natura nulla è vano, tutto è ordinato ad un fine.» Dopo di ciò, il Savonarola viene agli attributi divini e dice che Dio non è corpo, non forma di corpo, non cosa composta; ma uno, immutabile, eterno, sommo bene, infinita potenza. E qui passa a considerare che il fine vero dell’uomo sta nella contemplazione delle cose divine, e non può raggiungersi che nell’altra vita; onde ne segue che l’anima debba assolutamente essere immortale.‍[122]

Il secondo libro tratta di quelle cose che sovrastanno alla ragione; ma che, pure, si conoscono con l’aiuto di essa, ammettendo, anzi pigliando per punto di partenza le opere indispensabili e soprannaturali di Cristo e della sua Chiesa. «Noi possiamo colla sola ragione giungere a conoscer [66] l’esistenza di Dio; ma non potremo giammai arrivare a conoscere la Trinità, senza partire dagli effetti maravigliosi e soprannaturali di essa. La prima è cosa che s’appartiene più specialmente al filosofo; la seconda forma il soggetto precipuo di questo lavoro, in cui noi vogliamo dalle opere soprannaturali e visibili della Chiesa, risalire, con l’aiuto della ragione, alla Chiesa invisibile ed a Cristo.‍[123] Innanzi tutto diremo che, siccome l’esistenza di Dio vien confermata dalla fede che naturalmente mostrano in esso tutti gli uomini, così può affermarsi lo stesso dell’esistenza d’una vera religione; perchè ogni uomo tende, per natura, a rendere culto ed omaggio al suo Dio. Ed ove questi, se così vogliam dire, divini istinti, non corrispondessero a nulla di reale; il Signore che li ha messi nel nostro cuore, ci avrebbe ingannato, il che non è presumibile.»‍[124] Ciò posto, il Savonarola continua: «Ogni religione ha due culti; l’uno esterno; l’altro, infinitamente più nobile, è il culto interno, che si manifesta nella buona vita, ed è il più grande omaggio, il vero culto che si possa dalla creatura rendere al creatore.‍[125] Quella religione, adunque, noi diremo vera fra tutte, che c’insegna una vita migliore. E quale potrà gareggiare colla cristiana, che ci fa abbandonare tutte le cose mondane, per correre dietro alle spirituali? Che c’indirizza alla contemplazione stessa di Dio, che è il solo fine di cui si possa appagare la nostra anima ed il nostro intelletto, il quale più intende e più è capace d’intendere, niuna cosa finita può soddisfare la sua brama infinita, e non trova riposo che in Dio? Ma siccome Dio è infinito e l’intelletto è finito, [67] così v’è bisogno della grazia, la quale, per mezzo della buona vita, ci conduce alla vera beatitudine.»‍[126]

«Se poi volessimo ricercare altre prove in favore della cristiana religione, il numero ne sarebbe infinito. La Bibbia e massime le profezie, in gran parte già adempiute, basterebbero a persuadere ogni più incredulo.‍[127] Noi vediamo, ancora, l’effetto maraviglioso e soprannaturale, che segue nell’animo e nella vita dei fedeli che frequentano i sacramenti; noi vediamo la letizia e la pace interna dell’animo, trasparire e rilucere nei loro volti.» E qui il Savonarola si fa a descrivere minutamente questa spirituale bellezza, questa interna tranquillità d’animo; ne esalta la nobiltà ed il potere. «La sola presenza di papa Leone bastò a frenare e convertire Attila re degli Unni; quella di San Benedetto convertì Totila. Nulla è così imponente, come l’aspetto del vero e buon cristiano; nulla così sublime come la pace del suo animo; per essa i martiri poteron lietamente morire fra i tormenti.»‍[128]

Dopo aver dimostrato la necessità d’una vera religione, e come la cristiana è quella; viene il Savonarola ad esaminare le opere di Colui che n’è l’autore. — Gesù Cristo che sarebbe egli, se non fosse veramente un Dio? — Rovesciare tutte le religioni, tutti gl’idoli; farsi credere una cosa stessa con Dio; far credere alla Eucarestia ed alla verginità di sua madre: che nome potrebbero aver queste cose, se fossero state fatte con inganno? E sarebbe egli stato possibile convertire a questo inganno, quasi tutto il mondo; avere una moltitudine infinita di martiri; rovesciare l’imperio; dar Roma in mano di un pescatore; e far tutto ciò contro [68] i sacerdoti della vecchia legge, contro la forza dell’impero e di quasi tutto il mondo riunito; senza armi, senza oro, nè per mezzo di ragioni naturali? Che cosa, infatti, potrebbero i ragionamenti in quelle cose che trascendono la ragione? I filosofi, col loro eterno argomentare, non fecero altro che scuole ristrette in piccolo numero di seguaci; ma quasi nessuno di loro riuscì a portare i suoi precetti nella pratica della vita. Il cristianesimo, invece, si distese su tutta la terra ed, insegnando una dottrina che supera la ragione, promettendo un premio che passa l’immaginazione, convertì il mondo non solo a credere ma anche ad operare. Chi si mette a contemplare quest’opera, non potrà fare altro che levare inni di lode al Signore; e dovrà esser persuaso che essa ha innalzato l’uomo a Dio, che Cristo è il nostro ultimo fine, e per suo mezzo solamente si può ottenere la salvazione.‍[129]

Il terzo libro, discendendo più oltre nei particolari, tratta degli articoli della fede, dei precetti morali, delle leggi e cerimonie della Chiesa. «Queste cose,» dice il Savonarola, «sono state già esposte da molti dottori; onde noi non faremo che raccoglierle insieme. E, prima di tutto, vogliamo notare che non deve far maraviglia, se alcuni dommi della religione passano i confini dell’umana ragione. Non si vede, forse, assai spesso, che un uomo non può arrivare ai pensieri d’un altro uomo? Potremo, dunque, maravigliarci, se la creatura non arriva all’altezza del Creatore?» Ciò detto, passa ad enumerare gli articoli di nostra fede.

E qui non staremo a seguir l’autore, perchè esso ripete ciò che si trova in tutti i teologi; ma, ancora in questa semplice esposizione, trasparisce assai spesso la [69] sua originalità. Nel discorrere della Trinità, egli osserva che, sebbene l’unità delle tre persone sia un mistero; noi possiamo, nondimeno, trovarne quasi una certa immagine in tutta la natura; ed a misura che ascendiamo i vari gradi della creazione, troveremo che quella immagine si va perfezionando. Osserviamo, egli dice, la pianta, e noi vedremo che il frutto è legato all’albero solo esternamente; andiamo all’animale, e vedremo che il figlio resta più mesi nell’utero della madre; ascendiamo alla generazione del pensiero, e noi lo troveremo assai più intrinseco alla mente da cui è partorito, quasi inseparabile da essa. Qui, dunque, si può dire che sia una vera immagine della Trinità: noi abbiamo la mente che pensa, il concetto che da essa vien generato, e l’amore che questo le ispira; son veramente come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma fin qui, è un’immagine ancora troppo pallida: quando l’uomo si eleva alla contemplazione di Dio; allora l’immagine diviene assai più perfetta, perchè la mente si trova rapita e confusa nell’oggetto che contempla. Nondimeno, noi restiam sempre avviluppati nei sensi; epperò non possiamo, quaggiù, elevarci mai a quell’altezza cui giungeremo solo nell’altra vita. Ivi la contemplazione è assai più perfetta, sarà come una confusione in Dio, e splenderà in noi chiarissima l’immagine della Trinità. E se a tanto può ascendere l’uomo, che sarà del Signore istesso? In Lui, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo son veramente una sola e medesima cosa; la sua sostanza, il suo essere è trino ed uno. Così la Trinità diviene come legge universale della natura che, seguendo quella legge medesima, tende a Dio; ed a misura che più s’avvicina a Lui, meglio rappresenta in sè l’immagine della Trinità divina. Dobbiamo, quindi, persuaderci che, se non possiamo comprender pienamente il mistero; ciò è [70] solo perchè esso trascende, non perchè contrasti alla ragione.‍[130]

«Le medesime idee,» così dice il Savonarola, «ci aprono l’adito a meglio comprendere ed esporre il mistero della Incarnazione. Il Signore si è avvicinato all’uomo; non già per abbassare sè stesso, ma per innalzare la creatura la quale, sebbene finita, ha potuto sperare d’elevarsi alla beatitudine infinita, solo perchè il mistero della Incarnazione gliene dette quasi un esempio ed un pegno sicuro. Gli uomini furono, allora, come infiammati ed ebbri di gioia; abbandonarono le cose mondane; contrassero familiarità colle celesti; e tutti, per esse, sfidarono la morte.»‍[131] Discorrendo, poi, del peccato originale; egli dice che l’uomo non deve dolersi di portare la pena della colpa d’Adamo, perchè la giustizia era un dono gratuito che ci fu concesso in Adamo, e in lui lo perdemmo.‍[132]

Procedendo sempre più nei particolari, viene a discorrere delle costituzioni e canoni della Chiesa, ed osserva; che siccome fra gli uomini v’è una legge immutabile di natura, da cui si derivano tutte quelle leggi che si chiamano positive e sono particolari a ciascun popolo, che mutano a seconda dei tempi e dei luoghi; così v’è anche una legge divina, o sia legge morale eterna, di cui solo la grazia ci rende pienamente partecipi, e si applica non solamente alle azioni, ma anche ai pensieri, anzi al più intimo e segreto del nostro cuore. Essa è la sola fonte da cui derivano le leggi particolari della Chiesa; sopra di essa debbonsi fondare i suoi canoni e le sue costituzioni, come sul diritto di natura solamente si deve fondare il diritto positivo. E quelle [71] due leggi primitive di nostra natura, la morale cioè e la naturale, sono fra loro in reciproco rapporto; però la prima solamente è legge compiuta, legge universale che riguarda l’uomo in tutta la sua vita; quando l’altra si limita a considerare solamente le azioni esterne, perchè inefficace a penetrare l’interno dell’animo, dove è veramente la sede del bene e del male. La legge naturale, quindi, potrebbe essere considerata come parte minima della legge morale, colla quale non deve nè può mai contrastare. «Onde noi,» così conclude il Savonarola, «non disprezziamo le buone opere e razionabili leggi, così di gente come di filosofi e imperatori gentili; ma di tutte le dottrine e libri, raccogliamo quello che è vero e buono, affermando ogni vero e ogni buono essere da Dio, e essere fatto proprio per gli eletti suoi.»‍[133]

Il Savonarola viene finalmente a parlare dei sacramenti, che chiama cause seconde della salute spirituale, la prima causa essendo Gesù Cristo. Essi sono, a dir vero, come strumenti di cui il Signore si vale a conferire ed accrescere la grazia; segni visibili che rappresentano maravigliosamente lo scopo invisibile a cui sono destinati. Noi qui non ci fermeremo ad esporre partitamente la dottrina del Savonarola intorno ai sacramenti, nei quali segue fedelmente i padri della Chiesa; e neppure ci fermeremo a ripetere là minuta descrizione che ne fa, e le singolari allegorie che vi ritrova. Esso li considera come destinati tutti al sacramento dell’eucaristia, e come formanti, nel loro insieme, un mondo mirabile di spirituale armonia e bellezza.‍[134]

Dopo aver dimostrato l’esistenza di Dio e la necessità d’una religione; dopo avere esposto l’eccellenza, [72] in tutte le sue parti, della cristiana; il Savonarola vien finalmente, nel quarto ed ultimo libro, a combattere tutte le altre dottrine e religioni, ed a provare la nullità loro, in comparazione delle dottrine cristiane. Incomincia dai filosofi, ed espone la strana varietà dei loro giudizii su tutte le quistioni più importanti; onde ne segue che chiunque abbandona la religione, si trova subito caduto in un laberinto senza fondo e senza misura, da cui non potrà mai più uscire.‍[135] E, così procedendo oltre, egli combatte l’Astrologia giudiziaria, contro la quale già aveva scritto un piccolo trattato;‍[136] combatte le varie sette d’idolatria, e con la Bibbia in mano combatte gli Ebrei. Viene, poi, a tutti gli eretici o scismatici; e si ferma principalmente a discorrere contro i Maomettani.‍[137] E, quindi, piglia argomento a concludere col definire e difender nuovamente la Chiesa militante. «Essa è una, ed ha un sol capo, a similitudine della Chiesa trionfante di cui deve rendere immagine, e che viene governata in cielo da Gesù Cristo.» Qui il Savonarola cita tutti quei brani della Bibbia, nei quali più apertamente viene sostenuta l’unità della Chiesa e l’autorità del papa. «San Giovanni ha detto che deve esserci un solo ovile ed un solo pastore; epperò, sebbene Cristo sia in cielo il vero e solo capo della Chiesa, ha pure lasciato San Pietro a rappresentarlo sulla terra, dicendogli: Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e darotti le chiavi del cielo; e quello che tu legherai [73] o scioglierai in terra, sarà legato e sciolto in cielo. Nè questo può intendersi di Pietro solamente, perchè Iddio ha promesso che la Chiesa resterebbe in terra sino alla fine del mondo; deve quindi intendersi di Pietro e de’ suoi successori. Onde è manifesto che tutti i fedeli si debbono riunire al pontefice, come capo supremo della Chiesa romana, maestra di tutte le altre; e chi si parte dalla dottrina della Chiesa Romana, si parte da Cristo.»‍[138]

Così finiva quest’opera, la quale, mentre faceva un’esposizione e una difesa del Cattolicismo, era anche una piena e larga apologia del Savonarola. Lo stesso Alessandro VI non avrebbe potuto chiedere una professione di fede più esplicita, una sottomissione più assoluta all’autorità della Santa Sede. E, veramente, i dommi cattolici non furono mai, neppur lontanamente, attaccati dal Savonarola; ma sibbene gli uomini che li adulteravano: egli rispettava ed esaltava con entusiasmo la religione; ma combatteva fieramente le abominazioni papali e clericali, che la mettevano in pericolo. Il suo Trionfo della Croce venne adottato come libro d’insegnamento, anche dalla congregazione de propaganda fide; e fu da valentissimi teologi giudicato uno dei trattati più compiuti, quanto alla materia; più originali, quanto alla esposizione.‍[139] Certo, non si potrebbe in esso ritrovare tutto il Savonarola; perchè egli era un uomo che ingigantiva nella lotta, e solamente sul pergamo si manifestava intero. Pure in quell’opera splendono le migliori qualità del suo ingegno e della sua dottrina, la quale abbracciava quasi tutto lo scibile filosofico e religioso [74] de’ suoi tempi: la teologia scolastica e la mistica, la filosofia aristotelica e la neo-platonica, erano con uguale maestria adoperate; senza cadere in alcuno di quegli eccessi che se ne videro risultare più tardi.

Nel XVI e XVII secolo, in fatti, quegli elementi del sapere si divisero; e ciascuno, a sua volta dominando, travarcò facilmente i limiti: gli aristotelici inclinarono al materialismo, i platonici al panteismo, i mistici agevolarono il cammino alla Riforma. Ma nel Savonarola, queste dottrine restavano unite in una sola sintesi, e facevano parte d’un sapere più vasto. La filosofia d’Aristotele, educazione della sua giovanezza, aiutava l’esposizione teologica; il misticismo soddisfaceva alle tendenze del suo cuore acceso; la dottrina dei neo-platonici era come una base scientifica al suo misticismo. E tutto ciò alimentava lo zelo ardente d’un animo religioso, che passava i suoi giorni nella contemplazione delle cose celesti, nella fervida ammirazione dei Santi Padri e delle Sacre Carte. Una dottrina così varia e diversa, aiuta, in lui, i voli d’una mente libera ed originale, che corre inevitabilmente dietro al vero, tende sempre all’alto e, senza quasi avvedersene, pone i germi d’una nuova filosofia. Epperò chi, essendo dominato da qualche idea preconcetta, o non sapendo penetrare tutto l’animo e tutta la mente del Savonarola, si ponesse a considerarne solo un lato; non farebbe che alterare grandemente l’indole delle sue idee, il valore delle sue azioni; e restringerebbe, per così dire, in un angolo del suo secolo, quell’uomo che lo abbracciava e rappresentava tutto intero.

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CAPITOLO QUINTO. Il Savonarola riprende le prediche nella Sessagesima. Secondo bruciamento delle vanità; nuovi brevi del Papa; continua la predicazione.

L’anno 1497 volgeva, intanto, al suo fine, e la repubblica era stanca della lentezza, con cui procedevano le trattative col Papa. S’era inviato a Roma messer Domenico Bonsi, come nuovo oratore; acciò, insieme col Bracci, sollecitasse la causa del Savonarola, e conducesse ad un qualche termine la Decima sopra i beni ecclesiastici, ed altre cose d’importanza: ma tutto era invano. Il Santo Padre rimetteva sempre ogni altra faccenda, sino a che non fosse assettata ed ordinata quella del Frate, il quale egli voleva aver nelle mani, e la repubblica non voleva nè poteva concederlo. E se i magistrati erano stanchi del vano temporeggiare, più stanco assai ed impaziente ne era il Savonarola, cui il lungo silenzio diveniva oggimai incomportabile. Eran più di sei mesi che, chiuso nella sua cella, non aveva fatto altro che esporre negli scritti la sua dottrina e difenderla da tutti i lati: aveva provata la nullità della scomunica; dimostrato che un buon cattolico può resistere agl’ingiusti comandi di un papa male informato e corrotto; e finalmente egli aveva, col Trionfo della Croce, messo un monumento perenne della sua fama e della sua innocenza. Niuno, oggimai, poteva più credere che volesse dividere la Chiesa colui che sì esplicitamente aveva riconosciuto l’autorità delle somme chiavi, e che solo protestava contro l’osceno e inverecondo abuso ne facevano i tristi. Il papa stesso non ardiva accusare la sua dottrina; i cardinali, dopo lungo esame, non potevano appuntarla in nulla. La lotta [76] del Borgia col Frate era evidentemente una lotta politica e personale; che diveniva sempre più scandalosa; che ogni giorno faceva trionfare il mal costume in Firenze, ed empiva la città delle più strane dicerie: l’attendere riusciva, perciò, vano e pericoloso.

Nel giorno di Natale, finalmente, il Savonarola ruppe ogni indugio e celebrò le tre messe solenni; comunicò tutti i suoi religiosi ed una gran moltitudine di secolari che era accorsa; fece, poi, una solenne processione nella piazza di San Marco, seguito da’ suoi frati. In questo mezzo molti amici, avendo già col consenso della Signoria rimesso in Duomo i soliti gradini e le panche, venivano a sollecitarlo istantemente perchè ripigliasse la predica; ed egli, che non aveva gran bisogno d’essere sollecitato, promise di risalire sul pergamo nella prossima domenica della Settuagesima (11 febbraio 1498). Vi si oppose l’Arcivescovo di Firenze, M. Lionardo de’ Medici il quale, con ordine espresso, non solo proibiva severamente ad ogni ecclesiastico di assistere alla predica; ma imponeva ai parrochi, che insistessero presso i loro popoli, sulla gravità ed importanza della scomunica, minacciando a chiunque andasse a udire il Savonarola, che non sarebbe da essi ricevuto nè alla confessione nè alla comunione nè alla sepoltura in luoghi consacrati. La Signoria, però, vi pose subito rimedio, col partecipare al vescovo che, se fra due ore non si dimetteva dal suo ufficio, sarebbe dichiarato ribelle.‍[140] E così nel giorno stabilito, la predica incominciava senza trovare alcun ostacolo: la novità del caso e l’audacia del Frate richiamavano un uditorio oltre il solito numeroso.

La scomunica, l’autorità del papa, la libertà della coscienza nel resistere ai comandi ingiusti, dovevano naturalmente essere il soggetto principale di questi nuovi [77] sermoni, — «O Signore, tu mi hai messo in un mare, dove io non posso nè voglio tornare indietro. Ma io ti chiedo la grazia di non farmi dir nulla che sia contrario alla Sacra Scrittura ed alla Chiesa. Ora veniamo alla scomunica. Sappiate, adunque, che Iddio governa il mondo per le cause seconde; ed il buon principe, il buono ecclesiastico non è altro che uno strumento nella mano del Signore a governare il popolo. Quando, però, l’agente superiore si ritrae da lui, esso allora non è più strumento, è ferro rotto. Ma come, dirai tu, m’accorgerò io se manca o no l’agente principale? Guarda se le sue leggi e i suoi comandi sono contrari a ciò che è il principio e la radice di tutta la sapienza, cioè a dire, il ben vivere e la carità; e quando sono contrari, tu puoi veramente esser sicuro che esso è ferro rotto, e non sei tenuto ad obbedire. Ora, dimmi un poco, che cosa vogliono costoro che, colle false informazioni, hanno procurato la scomunica? Ognuno lo sa: levar via il ben vivere e il buon governo, aprire la porta ad ogni vizio. Onde, venuta la scomunica, subito s’è messo mano a taverne, a lascivie, ad ogni vizio; ed il ben vivere è andato per terra. Epperò io ti dico che, se siamo maledetti in terra, siamo benedetti in cielo.

»La perfezione nostra non sta nella fede o nella legge, ma nella carità; e solo chi ha questa, conosce ciò che è necessario alla salute.‍[141] Oggi non si fanno che leggi e canoni e piati; ma gli Apostoli non avevano tante leggi, perchè ardevano d’amore e di carità. Tutta la teologia, tutte le leggi canoniche e civili, tutte le cerimonie della Chiesa sono ordinate alla carità, e tutto il mondo è stato fatto da Dio per la carità. Chi, adunque, comanda [78] contro alla carità, che è plenitudine della nostra legge, anathema sit. Se pure lo dicesse un angelo; se lo dicessero tutti i santi e la Vergine Maria (il che certo non è possibile), anathema sit. Se alcuna legge o canone o concilio lo dicesse, anathema sit. E se alcun papa ha mai detto contro a questo che ora io dico, sia escomunicato. Non dico già che vi sia stato; ma se vi fu, esso non era istrumento del Signore, esso era ferro rotto.

»Alcuni hanno paura che, sebbene questa scomunica non vale quanto a Dio, la valga quanto alla Chiesa. A me basta non essere legato da Cristo. O Signor mio, se io mi faccio assolvere da questa scomunica, mandami all’inferno; io me ne farei scrupolo di peccato mortale. — Oh Padre! e’ c’è anche dei frati che parlano di questa scomunica, e dicono che la vale e non ci vogliono assolvere. — Volete che io v’insegni il modo? Deh! è meglio che io mi taccia. Ma vi dirò pur questo: fate così.» — E qui il Savonarola batteva insieme due chiavi, a significare con quel rumore, che i danari riuscivano a tutto presso i religiosi del suo tempo. — «Oh Padre!,» così egli continuava, «ma tu dicesti che lasciassimo pur venire la scomunica, che la portassimo sopra una lancia, e tu allora avresti aperto ogni cosa. — Io ti rispondo che la non è venuta tutta;‍[142] e però non hai visto ogni cosa. Ma pure hai visto, come a Roma qualcuno ha perduto il figlio;‍[143] ed hai visto, che qui è morto qualcuno che anderà in inferno, e vedrete i processi loro.‍[144] Ancora non [79] sono stato costretto al miracolo; ma, a suo tempo, il Signore allargherà la mano; ed ora tu hai già visto tanti segni, che non v’è più bisogno di miracoli.‍[145] Che miracolo maggiore del crescere di questa dottrina, fra tante contradizioni? Cittadini, donne, bisogna mettere la vita per questa verità. Io mi volgo a te, o Signore, tu moristi per la verità, ed io li prego che tu mi faccia morire solo in sua difesa, a salute dei tuoi eletti e di questo popolo.»‍[146]

Il giorno 15 di quel mese, fece in San Marco una lezione intorno all’ufficio e carattere del sacerdote; ed i vizi del clero furon allora terribilmente condannati. «Quando io penso alla vita dei sacerdoti, mi bisogna piangere. O fratelli e figliuoli miei, piangete sopra questi mali della Chiesa, acciò il Signore chiami a penitenza i sacerdoti; perchè si vede che un gran flagello è sopra di loro. La chierica è quella che mantiene ogni scelleratezza. Comincia pur da Roma: e’ si fanno beffe di Cristo e dei Santi; son peggio che Turchi, peggio che Mori. Non solamente non vogliono patire per Dio, ma vendono perfino i sacramenti. Oggi vi sono sensali sopra i benefizi, e si vendono a chi più ne dà! Credete che Gesù Cristo voglia più sopportarlo? Guai, guai all’Italia ed a Roma! — Venite, venite, sacerdoti; venite, frati miei; vediamo se possiamo risuscitare un poco l’amore di [80] Dio. — Oh Padre! noi saremo messi in prigione, noi saremo perseguitati e morti: sia pure. Ammazzino quanto vogliono, chè non mi torranno, però, Cristo dal cuore. Io voglio morire per il mio Dio.

»Tu sei stato a Roma, e conosci pur la vita di questi preti. Dimmi: che ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori temporali? Hanno cortigiani, e scudieri, e cavalli, e cani; le loro case son piene di tappeti, di sete, di profumi e di servi: párti che questa sia la Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo, e non è minore la loro avarizia. Ogni cosa fanno per danaro, e le campane loro suonano ad avarizia, e non chiamano che pane, danari e candele. Vanno in coro a vespri ed offici, perchè vi corre il guadagno; non vanno ai mattutini, perchè non v’è distribuzione. Vendono i benefizi, vendono i sacramenti, vendono le messe dei matrimonii, vendono ogni cosa. E, poi, hanno paura della scomunica! Non vogliono partecipare in divinis con chi viene alla predica; ma non rammentano che sono stati ad accompagnare il morto con i frati stessi di San Marco. Dove, adunque, ne va il guadagno, la scomunica non vale; ma dove torna loro a proposito, la vale. O Signore, Signore, manda la tua spada!»‍[147]

Avanti che finisse il carnevale, fece il Savonarola altre due prediche. Nella prima di esse, fatta la domenica della Sessagesima (18 febbraio), discorreva intorno al papa ed alla sua autorità, dicendo: «Io presuppongo che non è uomo alcuno che non possa errare. Tu se’ pazzo a dire che il papa non possa errare: quanti papi sono stati cattivi, che hanno errato!... Se e’ fossi vero che un papa non può mai errare; noi dovrem, dunque, [81] fare quel che fanno essi, e saremmo salvi? Tu dirai: in quanto uomo, un papa può errare; ma non in quanto papa; e io ti rispondo che il papa può errare, anche in questi processi e sentenzie sue.‍[148] Va’, leggi quante costituzioni ha fatte un papa, e un altro le ha guaste; e quante opinioni di papi, son contrarie fatte da altri papi.» Dopo ciò, dichiarava che gli errori del papa possono nascere o da mala volontà o da false informazioni; e, quindi, faceva la storia di tutti i brevi venuti contro di lui, e delle contradizioni che V’erano; il che non staremo a ripetere, per averlo altrove minutamente raccontato.

«Ma perchè mai a Roma si adopera tanto contro di me? Credi forse per la religione? Non già. Essi vogliono mutare governo, vogliono far tirannia; e non si curano che vada per terra il ben vivere, il quale sorge colla nostra dottrina, e cade con essa. Chi, adunque, combatte questa dottrina, combatte la carità evangelica ed è veramente eretico. Ma oggi, i predicatori sono al soldo de’ gran maestri, ed hanno gran paura di dire la verità e contrastare a chi è sopra di loro. Non seguiva così, quando i sacerdoti avevano dentro il vero spirito cristiano: allora San Paolo riprendeva San Pietro, innanzi a tutti, quia reprehensibilis erat

»Queste, adunque, son le ragioni che m’hanno impedito di scrivere a Roma, e dire che io avevo errato. Ed a voi, che citate sempre canoni e capitoli, rispondo che sono molti i quali li allegano, senza sapere quel che si vogliano. Questi vostri canoni, voi li tirate e intendete a vostro modo; e fate lecito e illecito quel che vi pare, sino al vendere i benefizii. Ho inteso che c’è chi consiglierebbe apertamente di farlo: ora non voglio entrare [82] in questa disputa; ma un dì, forse, mi basterà l’animo di mostrare che questa è una schietta eresia.»‍[149]

Nella domenica della Quinquagesima, il Savonarola fece l’ultima predica di quel carnevale, trattando il medesimo soggetto, coi medesimi argomenti. «Le leggi sono fatte per il bene; e debbono, perciò, concordare con la ragione e con la carità. — Fàtti innanzi, prete o frate, che t’ho preso per il braccio, e voglio provarti che tu sei come una immagine dipinta: nulla di buono al di dentro. — Se il fine della legge è il bene, la qualità della legge si conosce dai frutti che porta: ove sono le buone opere, ivi è la buona legge; ove le opere son cattive, ivi manca la buona legge. — Oh Padre! ma se tutto il mondo ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio; questa scomunica contrasta al ben vivere, e perciò viene dal diavolo. — Oh Padre! dicon, pure, li canoni, che quando la scomunica è ingiusta ed il suo errore è occulto, bisogna temerla, per non far nascere scandalo. — Questo è vero: quando tu vieni scomunicato d’un peccato del quale sei innocente, e di cui il popolo ti crede colpevole; allora bisogna sottomettersi, per evitare lo scandalo. Ma, quando la tua innocenza è fatta palese agli occhi del mondo, come è il caso nostro, che scandalo puoi allora temere? Io ti dico di più, che se tu sei scomunicato in modo che, a volere osservare la scomunica, ti bisogna andare contro alla carità; allora tu saresti obbligato a non osservarla. Se ti fosse proibito, sotto pena di scomunica latæ sententiæ, di non soccorrere uno che fosse in estrema necessità; io ti so dire, che non ci è allora scomunica che tenga. Credi tu che le leggi sieno fatte per il male? Se le sentenze ingiuste dovessero valere, un [83] cattivo papa potria guastare tutta la Chiesa, e bisognerebbe sottomettersi. Per me ti dico, che queste scomuniche sono oggi a buona derrata; ed ognuno, per quattro lire, può escomunicare chi gli piace: onde esse non valgono nulla.»

Il Savonarola conchiudeva quella predica, annunziando che, nell’ultimo giorno di carnevale, avrebbe celebrata una messa, e data al popolo una solenne benedizione nella piazza del convento. «Quando io sarò col Sacramento in mano,» egli disse, «prego ognuno di voi che faccia fervida orazione al Signore; perchè, se quest’opera non viene da Lui, mandi un fuoco che mi assorba nell’inferno. Fate, ancora, una simile orazione in tutti questi giorni; scrivetelo ed annunziatelo a tutti.»‍[150] Era quella fede cieca e superstiziosa nel soprannaturale, da cui il Savonarola non seppe mai liberarsi, e che minacciava sempre d’esser causa della sua rovina. Egli era certissimo, che il Signore avrebbe fatto qualche gran miracolo a provare la verità della sua dottrina, quando l’ora del cimento fosse venuta. Lo diceva e ripeteva con una ingenuità importuna, e singolarmente adatta a far nascere, ne’ suoi avversari, il desiderio di prenderlo in parola.

La solennità dell’ultimo giorno di carnevale, fu certo delle più singolari. Dopo la messa solenne, una gran moltitudine venne comunicata per le mani del Savonarola che, fatta una processione pel convento, salì sopra un pergamo di legno, costruito a bella posta sulla porta principale della Chiesa. Ivi, mentre che gli altri frati cantavano salmi, fece alcune orazioni; si volse, quindi, a tutto il popolo radunato nella piazza; gli rammentò di fare la convenuta orazione; prese in mano il Sacramento e, benedicendo la [84] moltitudine prostrata e commossa, diceva a bassa voce: «O Signore, se io non opero con sincerità di animo, se le mie parole non vengono da te, fulminami in questo momento.» Nel suo volto era espresso uno straordinario esaltamento, e si leggeva tutta la fede, con cui quelle parole venivano pronunziate.

Dopo desinare, il popolo andò nuovamente in processione per la città; onde raccoglier limosine e fare il secondo bruciamento delle vanità. Questa volta, però, s’ebbero a soffrire ingiurie ed insulti dai Compagnacci, i quali a chi strapparono il mantello e levaron di mano le crocette rosse, a chi tirarono colpi con pietre o bastoni. Arrivati, finalmente, nella piazza de’ Signori, vi trovarono apparecchiata la piramide delle vanità, il cui valore, se bisogna credere al Burlamacchi, superava, questa volta, quello dello scorso carnevale. Sulla cima di essa v’era una immagine, in rilievo, di Lucifero circondato dai sette peccati mortali. La moltitudine, radunata intorno alla piramide, cantò il Te Deum; e poi fu appiccato il fuoco e compiuto il bruciamento, tra le grida di frenetica esultanza. La processione volse allora il suo cammino verso la piazza del Duomo; e quivi si fermò, per dare le limosine raccolte ai Buonuomini di San Martino. Procedette, quindi, verso San Marco, dove piantarono il Crocifisso in mezzo alla piazza: intorno ad esso frati e secolari, dandosi la mano, formarono tre cerchi; e, girando, cantavano salmi e canzoni spirituali.‍[151]

Così ebbe fine il carnevale dell’anno 1498, nel quale s’erano da capo ridestate le passioni, eccitati gli animi, e c’era grande espettazione di cose straordinarie. Le nuove prediche del Savonarola, sia per la forza delle ragioni che adduceva, sia per la loro grande audacia, erano accolte dal popolo con favore grandissimo e [85] sempre crescente. Appena finite, eran subito stampate in opuscoli separati, e correvano per tutta Italia e fuori: «Perfino d’Alemagna,» esso diceva, «ci vengono lettere dei nuovi seguaci, che va acquistando la nostra dottrina.»‍[152] Era cominciato, per tutto, un fremito generale contro la corte di Roma; il che metteva Alessandro Borgia in quel furore che ognuno si può immaginare. «A Roma,» così una delle tante lettere, che si scrivevano allora su questo soggetto, «s’è cominciato a sentire il suo nuovo predicare e fannone gran caso. Io dubito di più serrata guerra, e che cominceranno a venire ad arme corte: il nostro ambasciatore che si trova colà, ne comincia avere paura.»‍[153] Infatti, ogni giorno arrivavano lettere dagli oratori di Roma, e messer Domenico Bonsi scriveva: «Io sono assalito da una moltitudine di cardinali e prelati, i quali tutti vengono a biasimare fieramente la condotta della Signoria, e dicono del grande sdegno del papa. Voi avete qui tanti nemici, che soffieranno tutti abilissimamente in questo fuoco.»‍[154] Ormai, nella corte di Roma, non si ragionava più d’altro che dell’audacia di questo frate; il quale non voleva riconoscere autorità superiore a quella di Dio e della propria coscienza; che chiamava papa Alessandro ferro rotto, e ardiva dire che chi credeva alla validità della scomunica era eretico! Queste voci risuonavano continuamente alle orecchie del papa, il cui furore era talmente cresciuto, che minacciava d’ora in ora dover prorompere. E fra coloro che più indefessamente s’adoperavano ad aizzarlo, v’era quel frate Mariano da Gennazzano, che [86] aveva giurato di compiere la sua vendetta, ed ora vedeva avvicinarsene il tempo. Tali e tante furono le accuse da lui mosse contro alla dottrina del Savonarola, che finalmente ricevette dal papa commissione di confutarla pubblicamente in sul pergamo.

Nella prima domenica di quaresima, la chiesa degli Agostiniani in Roma, era piena d’una moltitudine insolita: innanzi al maggiore altare, stavano seduti molti cardinali e prelati di grande autorità, venuti tutti per assistere alla predica di frà Mariano. I fatti, però, non risposero punto al nome che egli aveva, di grande teologo ed oratore. Incominciò a parlare dell’autorità del pontefice, e dello Spirito Santo che discende in lui, come negli apostoli; ma, in luogo di definire e di confutare, fin dal principio si lasciò vincer dall’ira, e proruppe, gridando e schiamazzando, in parole quasi oscene. «Questo è il vero lume,» egli diceva; «non quello del Ferrarese che predica nel lume del diavolo, e ardisce dire che il papa è ferro rotto. L’ebreone, il ribaldone, il ladrone, che ha rubato danari, ed ha i tesori nascosti! — O papa, o cardinali, come sopportate voi questo mostro, questa idra? È venuta, dunque, a tale l’autorità della Chiesa, che un briacone come questo, se l’abbia a gettar sotto i piedi, così vituperosamente? O Collegio, o Pontefice, pigliate provvisione; voi non sapete quello che egli si macchina; e’ dirà cose da fare oscurare il sole. Ma voi non provvedete, ed ormai vi si può fare le fiche negli occhi; che se non fosse per reverenzia, ve le farei.» — E nondimeno, volgendosi verso i cardinali, fece l’atto osceno, e gridava che pareva un energumeno. L’uditorio rimase scontentissimo d’un predicare così plateale; ed i cardinali che si aspettavano una confutazione ragionata, non poterono fare ammeno di non manifestare continuamente, coi cenni del capo, la [87] loro disapprovazione. E così il Gennazzano si trovava, anche allora, sconfitto.‍[155]

In questo mezzo il Savonarola, sempre instancabile, dava alla luce un nuovo Trattato circa il reggimento e governo della città di Firenze.‍[156] Era stato invitato a scriverlo dalla passata Signoria: ed egli, siccome dice nel suo proemio, accolse volentieri l’invito, «perchè, avendo predicato la verità della fede, la semplicità del vivere cristiano, le cose future ed il buon governo, solo per quest’ultimo argomento non avea scritto apposito trattato.‍[157] Ed ora lo faceva, credendola cosa utile al popolo, e necessaria al suo ufficio, per sempre più dimostrare come egli predicava dottrina sana e non contraria alla Chiesa.» La prima parte di questo breve trattato dimostra che l’uomo, essendo libero, ha bisogno di governo, e che il governo d’un solo è ottimo, quando il principe è buono. Questo governo, però, non si adatta ad ogni popolo; e l’indole varia, irrequieta, ambiziosa del popolo fiorentino richiede il governo civile, o sia la repubblica. La seconda parte ragiona del governo d’un solo, quando il principe è cattivo, o in altri termini della tirannide. Qui noi troviamo la descrizione del tiranno e dei mali che esso cagiona, forse ancora più eloquente che non fece nelle prediche, certo [88] più corretta e limata. Nella terza ed ultima parte, si ragiona del governo civile che risiede tutto nel Consiglio Maggiore il quale, solamente, deve avere la facoltà di dare gli uffici, per evitare così ad un tempo l’anarchia popolare e la tirannide dei pochi. L’autore conclude, descrivendo la miseria del tiranno, e le felicità che avranno, sì in terra come in cielo, coloro che governano liberamente. Si tiene, però, sempre sui generali; avendo il proposito di scrivere, in tempi più tranquilli, un trattato latino più serio e ponderato. Per ora, fra tante agitazioni, egli ragionava solamente al popolo; e questo, infatti, è tra i suoi scritti il più noto e popolare, a cagione d’uno stile semplice, energico ed eloquente.

E intanto il Savonarola, senza punto sgomentarsi, era di nuovo salito sul pergamo; e, fin dal principio di quaresima, aveva incominciato regolarmente le sue prediche. Si rallegrava del carnevale celebrato con devozione, condannava le ingiurie fatte dai Compagnacci, discorreva intorno al ben vivere, e poi si volgeva a ciò che era divenuto, quasi, unico argomento de’ suoi sermoni: «O Roma! che cosa ti chiedo io? Una Bolla per ben vivere; e questo è tutto quello che vorrei da te; ma qui, invece, si attende a cercar Bolle che gettino per terra il ben vivere.»‍[158] Egli incominciava piuttosto moderato, sperando di procedere oltre senza nuovi ostacoli; ma il papa era assai cresciuto nel suo furore; minacciava l’interdetto sulla città, e la confisca di tutti i beni dei mercatanti fiorentini in Roma; voleva, anche, sotto pena di scomunica, imporre ad ogni Stato cristiano di fare lo stesso.

Quest’impeto, però, venne in parte moderato dai più prudenti cardinali; i quali gli fecero considerare [89] come le cose del Savonarola avevano talmente commosso l’animo dell’universale, che per tutto si minacciava uno scisma nella Chiesa; come non mancava altro che un ecclesiastico di qualche reputazione, il quale volesse divenirne capo; e questi poteva facilmente trovarsi nel cardinale di San Piero in Vincola.‍[159] Tali considerazioni sospesero, alquanto, la prima volontà del papa; e lo decisero, invece, di mandare alla Signoria, in data del 26 febbraio, un Breve assai minaccioso, che diceva: «Avendo noi avuto notizia dei perniciosi errori che spargeva il figlio d’iniquità, Girolamo Savonarola, gl’imponemmo di astenersi affatto dalla predica, e venire a noi per fare scusa ed ammenda; ma egli non ha punto obbedito. Gli comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse la Congregazione di San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana; ed egli neppure volle obbedire, incorrendo così, ipso facto, nella scomunica minacciata. La quale scomunica noi facemmo pronunziare e pubblicare nelle vostre principali chiese, dichiarando che v’incorrevano tutti coloro che o udivano o discorrevano o trattavano col detto frate Girolamo. Ma ora udiamo come egli, con grave danno della religione e delle anime, continua a predicare, dispregiando l’autorità della Santa Sede, e dicendo la scomunica non essere valida. Epperò vi comandiamo, in virtù di santa obbedienza, che, sotto buona custodia, ci mandiate il detto fra Girolamo il quale, se ritorna a penitenza, verrà da noi paternamente accolto; perchè non vogliamo la morte, ma la conversione del peccatore. O almeno separatelo, quale membro corrotto, dal resto del popolo; e tenetelo chiuso e guardato in modo che non possa, parlando con alcuno, seminar nuovi scandali. Ma se ricusate d’obbedire a questi comandi; allora noi, [90] per conservare il decoro e l’autorità della Santa Sede, saremo costretti ricorrere all’interdetto e ad altri rimedi, ancora più efficaci.»‍[160]

Un altro Breve arrivò nello stesso tempo ai canonici del Duomo, ed ordinava che assolutamente vietassero al Savonarola il predicare nella loro chiesa. Infatti, sin dal 2 marzo, terzo giorno di quaresima, lo troviamo a continuare le sue prediche in San Marco, ove cominciava col dire: «Noi vi demmo prova di coraggio, quando era necessario; e siamo disposti a darvene altre, quando verrà il momento; ma ora bisogna piuttosto usare moderazione.»‍[161] E così cercava di restare inoffensivo.

La nuova Signoria, per marzo ed aprile, gli era intanto risultata quasi tutta contraria: tre membri soli erano a lui favorevoli, gli altri sei nimicissimi, fra i quali si trovava il gonfaloniere. Questi era cugino di Piero de’ Medici, ed aveva, in origine, portato il suo stesso nome che, nella rivoluzione del 94, aveva mutato in quello di Piero Popoleschi. Il sangue che scorreva nelle sue vene, però, era rimasto sempre pallesco. Non s’era unito ai Bigi; ma si dètte, invece, agli Arrabbiati con grandissimo ardore, ed era, quindi, uno dei principali persecutori del Savonarola. Per tutte queste ragioni, subito che i nuovi Signori ricevettero il breve papale, pensarono di raccoglier la pratica; onde far ricadere sopra di essa la responsabilità di quelle decisioni che volevano prendere, e che sapevano assai odiose all’universale. Il giorno tre di marzo, adunque, domandavano consiglio sul come provvedere alle cose di Pisa, alla penuria grandissima di danaro; e [91] finalmente chiedevano che partito prendere circa al Frate, dopo il Breve venuto da Roma: questo era veramente lo scopo per cui erano stati radunati.

I Gonfalonieri delle compagnie, i Buoni Uomini ed altri magistrati si tenevano sulle generali; dicevano che bisognava mitigare l’animo del papa, facendogli comprendere come, a voler porre le mani sul Frate, si sarebbe messo la città intera a grandissimo repentaglio. Messer Battista Ridolfi fece, però, una lunga orazione, in nome dei Dieci di Libertà e Pace;‍[162] giacchè questi avevano l’obbligo di rispondere più particolarmente a varie domande della Signoria. Egli fece un tristissimo quadro delle condizioni in cui versava la repubblica: «Noi abbiamo speso» egli diceva: «ventimila ducati, e dei quindicimila al mese che ci avete assegnati, non s’è ricevuto quasi nulla. I nemici crescono ogni giorno; le navi venete stanno sulla bocca di Livorno; il caro dei viveri e il disordine dei militi, c’impedirebbero di fare qualunque movimento, quando ne venisse il bisogno. A Livorno, luogo importantissimo pel grano, per la mercanzia e per le artiglierie, occorrono ripari che non si fanno, per la spesa. Volterra, che avrebbe bisogno di guardia, è tutta desolata; le colline sono abbandonate, ed al primo moto verrebbero in mano del nemico. Così, pure, le terre del piano. Pescia e tutta la vallata è esposta ai nemici. Dalla parte di sopra Vagliano, luogo importante assai, conestabili, commissari e fanti, tutti gridano danari! I Pisani scorrono già in Maremma, ed il contagio fa il resto. Desiderano, perciò, quei miei signori che si provveda in ogni modo, perchè ne corre tutta l’importanza dello Stato; e di qualunque cosa potesse occorrere, se ne scusano coram Deo

[92]

Veniva finalmente il Ridolfi a discorrere del Savonarola e diceva: «Pensano quei miei Signori, che non sia da disgustarsi col pontefice; ma che pure si guardi all’onore di Dio e della repubblica. Che si debba, perciò, esaminare e ponderare tutto quello che dice il papa, e vedere se egli si rammarica giustamente, o no; se ciò che comanda è vero e bene, o pur no. Essi non dubitano punto che nel Frate sia buona vita e gran dottrina; nè sanno che in Firenze abbia mai partorito male, ma sempre bene, e nello spirituale e nel temporale. Onde, se il pontefice viene contro a questa cosa, per essere male informato; se gli scriva subito e dichiari tutto; ma se (come essi credono) la faccenda sta altrimenti, allora si provveda solo all’onore della città. Perchè, in vero,» concludeva il Ridolfi, «le lettere di Milano accertano che il papa si è mutato ad un tratto, ed è divenuto minaccioso contro la Repubblica; non per le prediche del Frate solamente, ma ancora per altre non buone ragioni;‍[163] le risposte, perciò, potrebbero essere facili e brevi. Quei miei Signori osservano, da ultimo, che questo Frate è popolarissimo; e rammentano che per la cacciata di fra Bernardino, tutti capitaron male.»‍[164]

Le pancate dissero: «Che il Breve era assai dispiaciuto; che, cacciando il Frate da Firenze, si poneva la città intera in grave pericolo; ma, volendo dare al papa un qualche segno d’obbedienza, si poteva impedire al Frate di predicare nel Duomo, tanto più che egli s’era, fin dal giorno innanzi, ritirato in San Marco.»‍[165]

[93]

La Signoria dovette cedere ad un parere, espresso nella Pratica con sì grande maggioranza di voti; e l’indomani (4 marzo), andarono a Roma più lettere dei Dieci all’oratore con entro acclusa una dei Signori al papa. In essa dicevano come, sin dall’arrivo dell’ultimo breve, il Savonarola s’era, per segno di obbedienza, ritirato in San Marco; lodavano la sua dottrina, la vita, le profezie; accusavano i suoi nemici «i quali,» così essi dicevano, «odiano più la luce che le tenebre, e non fanno altro che cercare causa di civili discordie.» Concludevano finalmente: «Noi non possiamo obbedire al comando di V. S., non solamente perchè faremmo cosa indegna verso la nostra repubblica, ed ingiusta verso un uomo che ha sì bene meritato della patria; ma perchè, anche volendo, non potremmo farlo, senza popolare discordia e grave pericolo di molti: tale e tanto è il favore che s’è conciliato questo frate, colla sua integrità. A noi duole grandemente, che queste cose abbiano fatto rivolger da noi l’animo di S. S., la quale, adesso, ci toglie quelle speranze che ci aveva già date, pel materiale vantaggio della nostra repubblica.‍[166] Non pertanto, ci manterremo, quali sempre fummo, fedeli alla Chiesa ed alla fede cattolica; questo però dichiarando, che abbiamo a cuore più la nostra repubblica che gli altrui commodi.»‍[167]

In vero, non è molto facile comprendere, come una Signoria così avversa al Savonarola, potesse scrivere tanto energicamente in suo favore.‍[168] Forse, questo era il [94] linguaggio diplomatico che essa teneva, perchè astrettavi dalla Pratica; mentre in segreto poteva far consigliare al papa, che pigliasse occasione a rispondere con più violenza. Forse anche, i Dieci, stati sempre amici del Frate, o il segretario della repubblica, contribuirono a renderla più benigna. Certo è che la lettera andò in nome della nuova Signoria, e che il Savonarola continuava tranquillamente le sue prediche in San Marco.

La chiesa non bastando alla moltitudine degli uditori, se ne concedeva l’entrata solo agli uomini; le donne andarono prima in San Lorenzo; e poi, quando i canonici non vollero più concedere l’entrata, a San Niccolò in via del Cocomero, per udire le prediche di Fra Domenico da Pescia. Pur tali e tante furono le istanze che fecero presso al Savonarola, per udire la sua voce, che egli dovette destinar loro il sabato.‍[169]

Durante quest’ultima quaresima, fu argomento continuo delle sue prediche, il determinare come e quando possa errare il papa: «Dire che il papa, come tale, non possa errare; è come dire: — il cristiano in quanto cristiano, il religioso in quanto religioso non possono errare; — ma come uomo erra il cristiano, il religioso ed il papa‍[170]... In quanto papa, non può errare, [95] perchè allora egli deve andar dietro all’officio suo; quando egli erra, non è papa; e se comanda una cosa di errore, non comanda come papa.....‍[171] O Frate, il papa è Dio in terra ed è vicario di Cristo. — Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si ami il proprio fratello e che si facci il bene: adunque, se il papa ti comandasse una cosa contraria alla carità, e tu lo facessi; tu allora vuoi che il papa facci più che non fa Dio....»‍[172] »Il papa può errare non solo per false informazioni; ma qualche volta ancora perchè ha in odio la carità, come fu papa Bonifacio VIII, che fu un papa cattivo, al quale il demonio disse: io voglio che tu guasti questo ordine dei frati predicatori....: entrò come volpe e morì come cane.».... «Ed il nostro ordine spesso ha combattuto e resistito a papi che volevano il male.‍[173] Non se ne vede oggi l’esperimento? Se io voglio uscire della religione e far male, mi è subito fatta la Bolla e data licenza; ma al bene non ci è luogo nessuno.‍[174] E [96] ciò che tanto ha corrotto la Chiesa, è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era santa; ma quando le fu data la potestà temporale, allora andò per terra la potestà spirituale: essa cadde nella polvere delle ricchezze e delle cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia.»‍[175]

Questa volta il Savonarola si fece ardito, ancora, di toccare più esplicitamente il soggetto del Concilio, sul quale era andato sempre cautissimo, accennandolo sotto quella metafora del dar volta alla chiaretta, o simili. Incominciò con una citazione latina: «Venerunt simul, et congregarerunt cunctos seniores filiorum Israel.... Questo è un bel punto; ma io lo voglio serbare ancora un pezzo, e metterlo nella scarsella: non è ancora tempo. Solo dirò questo: — Dimmi, Firenze, che vuol dire Concilio? Non è più a memoria degli uomini che cosa sia concilio; che vuol dire che i vostri figliuoli non ne sanno nulla; che vuol dire che non se ne fa più oggi? — O padre, e’ non si può congregare. — Tu dici forse il vero; ma io non so, se tu l’intendi come me: Concilio vuol dire congregare la Chiesa, idest tutti li buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda propriamente Chiesa, se non dove è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo; e per questa cagione tu potresti dire che non si possa fare Concilio. Nel Concilio s’hanno a fare riformatori che riformino le cose giuste: chi saranno questi riformatori? Item, nel Concilio si castigano [97] li cattivi cherici, si depone il vescovo che è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! Forse non ne rimarrebbe nessuno... Ecco perchè non si può radunare questo Concilio. — Che s’ha dunque a fare? — Pregate il Signore che si possa finalmente congregare una volta, per favorire ed aiutare chi vuol far bene, e per combattere i tristi.»‍[176]

Da queste parole si vedeva, ormai, chiaramente che il Savonarola aspettava solo una favorevole occasione; onde arrischiarsi al tentativo di far radunare il concilio, per poi attaccare il Borgia a visiera levata, e riformare la Chiesa. Epperò, se quelle parole adirassero il Santo Padre, ognuno può facilmente immaginarlo; ma fino a che segno giungesse l’ira papale, quali e quante fossero le arti dal Borgia adoperate, per combattere efficacemente il Frate e piegar la repubblica ai suoi disegni; si può solo conoscerlo, seguendo la narrazione della storia. Il dramma si va, ora, di giorno in giorno complicando; nuove passioni e nuove trame lo affrettano precipitosamente al suo fine.

[98]

CAPITOLO SESTO. Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa; nuovi Brevi e minacce; al Savonarola è inibito di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo addio al popolo; sua lettera al papa e sue lettere ai principi.

La lettera che la Signoria aveva scritta in difesa del Savonarola, giunse a Roma la sera del 6 marzo; cd il giorno seguente i due ambasciatori fiorentini, Domenico Bonsi ed Alessandro Braccio, la recarono al papa che, fattala leggere dal suo segretario, ne sembrò molto adirato. «I vostri Signori,» egli disse, «mi hanno scritto una trista lettera. Io non sono male informato, perchè ho letto le prediche del vostro Frate e parlato con chi le ha udite. Egli ardisce dire che il papa è un ferro rotto, che è eretico chi crede alla scomunica, e che egli, piuttostochè chiederne assoluzione, vorrebbe andare all’inferno.» E qui il santo Padre, riscaldandosi sempre più nel discorso, si doleva che i Signori lasciassero liberamente predicare il Frate; diceva che neppure il suo ritirarsi in San Marco era proceduto per loro ordine; aggiungendo come egli voleva che la predica in ogni modo cessasse. Minacciava, quindi, di porre l’interdetto sopra tutta la città, con tali parole che gli oratori, dopo aver riferito ai Dieci il colloquio avuto, conchiudevano: «Noi tocchiamo con mano, che così seguirà veramente, senza riguardo alcuno.» S’erano adoperati a difendere il carattere e la dottrina del Savonarola; ma il papa li lasciò prima parlare, poi replicò: «che egli non lo condannava della buona dottrina; ma sì bene perchè, essendo scomunicato, non chiedeva l’assoluzione, con evidente dispregio della Santa Sede.»

[99]

Finito questo colloquio, i due oratori si partirono; ed il Santo Padre s’abbandonò, in presenza di molti vescovi e cardinali, a tutto il suo furore spagnuolo, minacciando ogni rovina alla Repubblica ed al Frate; per il che molti degli astanti andarono al Bonsi, e lo pregarono che volesse persuadere ai Signori la necessità di prendere un qualche provvedimento, ed in ogni modo, impedire la predica, se volevano evitare qualche grave danno alla repubblica. Piero de’ Medici, infatti, andava facendo larghissime promesse ed offerte, pel caso che lo restaurassero in Firenze; ed il papa non solo era deciso a porre l’interdetto sulla città; ma voleva anche, sotto pena di scomunica, impedire a tutti i cristiani d’avere alcun rapporto coi mercatanti fiorentini. In tale e tanto disfavore si trovavano, poi, a Roma le cose di Firenze, che gli oratori scrivevano d’essere, perfino, in pericolo della propria vita. Il Bonsi stesso aveva ricevuto una ferita, di cui non si potè sapere altro, se non che il supposto autore otteneva favore in corte e sembrava sicario de’ Medici. Il medesimo oratore ragguagliava di tutto ciò i Dieci, in una lettera del 7 marzo;‍[177] ed il 9 dello stesso mese scriveva ai Signori,‍[178] accludendo un ultimo breve del papa, assai più minaccioso e terribile del solito. «Noi non avremmo giammai pensato,» esso diceva, «che la vostra audacia vi facesse insorgere a contendere con noi circa le cose di frate Girolamo Savonarola; quasi foste a disputare una lite, e non fosse, invece, vostro dovere di dare a Cesare quel che è di Cesare, ed a Dio quel che è di Dio. Ormai però, è necessario di metter termine a queste lettere e Brevi che moltiplicano all’infinito. Sappiate, adunque, e tenete per certo che cotesto Fra Girolamo [100] è scomunicato, non per alcuna istigazione o per false informazioni; ma per la sua disobbedienza al nostro comando, di unirsi alla nuova congregazione Tosco-Romana.‍[179] Noi non lo condanniamo delle sue buone opere; ma vogliamo che venga a chieder perdono della sua petulante superbia, e volentieri glielo concederemo, quando si sarà umiliato ai nostri piedi. La vostra condotta, però, ci ha gravemente indegnati; e non saremo per fermarci mai, fino a che non venga riparato l’onore e la dignità della Santa Sede, che cotesto vermiciattolo ha potuto, col vostro aiuto, offendere.‍[180] Prendete, adunque, maturo consiglio sopra i casi vostri; giacchè, siccome voi sarete pronti alla obbedienza, così ci piegheremo a concedervi quelle cose che ci avete chiesto pel materiale interesse della vostra repubblica.‍[181] In ogni modo, non vogliate rispondere con altre lettere, ma solo coi fatti; perchè noi siamo fermissimamente decisi a non tollerare più oltre la vostra disobbedienza; e porremo l’interdetto sopra tutta la città, per farlo durare fino a tanto, che voi continuerete a prestar favore a cotesto vostro mostruoso idolo.»‍[182]

[101]

L’arrivo d’un tal Breve decise la Signoria a raccogliere una Pratica; ed il 14 marzo furono chiamati a radunarsi; insieme coi magistrati, 25 cittadini per ogni quartiere. I quali, dopo molto discutere, non seppero deliberare nulla; onde si radunarono di nuovo il 17 dello stesso mese. Quel giorno era stato scelto come Proposto Giovanni Berlinghieri, nemico audacissimo del Frate; ed esso, unendosi col Gonfaloniere Pietro Popoleschi, potè riuscire a far deliberare, che s’inibisse affatto la predica al Savonarola, malgrado la volontà avversa di molti altri.‍[183] Subito ne fu mandato avviso a Roma, ed immantinente vennero lietissime lettere del papa che lodava a cielo la Signoria, faceva grandi promesse, e raccomandava caldissimamente di non concedere ad alcun altro frate di S. Marco il permesso di predicare.‍[184]

Il giorno stesso in cui si tenne la Pratica, il Savonarola aveva predicato alle donne. La sua predica era stata piena d’affetto, e quasi un cantico di lode al Signore; v’era una grande poesia ed una grandissima desolazione. «Signore, noi non ti domandiamo tranquillità, non che cessi la tribolazione; domandiamo spirito, domandiamo amore; dacci fortezza e dacci la grazia per resistere alle avversità; noi vorremmo che fusse fatto il tuo amore sulla terra. Tu vedi che i cattivi diventano sempre peggiori e più incorreggibili; stendi, adunque, la tua potenza e la tua mano: a me [102] non resta altro che piangere.» Quella sera stessa ricevette l’ordine di non più predicare, e l’indomani, terza Domenica di quaresima, fece il suo ultimo sermone, in cui prese commiato dal popolo.

Incominciava con un discorso tutto scolastico sulle cause prime e sulle cause seconde; diceva che in mancanza delle cause seconde, bisogna ricorrere alle prime, e poi veniva all’applicazione del principio. «Così nella Chiesa, il fedele si deve rivolgere dapprima al suo parroco o confessore; mancando questi, al vescovo, al papa; e, finalmente, quando tutta la potestà ecclesiastica è corrotta, bisogna rivolgersi a Cristo che è la causa prima, e dire: Tu sei il mio confessore, vescovo e papa; provvedi alla Chiesa che rovina; incomincia la tua vendetta. — O Frate! tu debiliti la potestà ecclesiastica. — Questo non è vero; io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione della romana Chiesa; non la debilito punto, anzi l’aumento. Ma io non voglio stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va contro al bene, non è da Dio, ma dal diavolo.‍[185]» Volgeva, quindi, il discorso a dire delle [103] grandi difficoltà incontrate nel predicare la sua dottrina, della fiera lotta che aveva sostenuta, e dell’irresistibile impulso che ve lo avea trascinato.

«Qualche volta, quando io sono sceso dal pergamo, ho fatto pensiero e detto: io non voglio più parlare nè predicare di queste cose; ma voglio starmene e lasciar fare a Dio. E pure, come io sono poi salito quassù, non ho potuto contenermi, non ho potuto fare altro. Il parlare del Signore mi si è fatto, in questo luogo, come un fuoco estenuante, rinchiuso nelle ossa mie e nel cuor mio; e non ho potuto contenerlo e non posso fare che io non parli, perchè io mi sento tutto ardere, mi sento tutto infiammato dallo Spirito del Signore. Ma, poi, quando io son giuso, dico da me: [104] io non voglio più parlare di quelle cose. E tamen, come io son montato quassù, non si può frenare questa lingua, non si posson tenere queste parole. O Signor mio, o Spirito, tu non hai paura di persona del mondo; tu non guardi in faccia di uomo e sia chi ei si voglia; tu dici la verità a ciascheduno. O Spirito, tu vai eccitando persecuzioni e tribolazioni contro di te; tu vai commovendo le onde del mare come fa il vento tu vai eccitando le tempeste.....» «Io dico: deh! resta; ma egli risponde che non si può fare altrimenti. Lasciamo, dunque, fare al Signore; egli è il maestro che adopera lo strumento al suo fine, e quando non ne ha più bisogno, lo getta via, come fece di Geremia che fu lapidato: e così sarà anche di noi, quando saremo adoperati. Orsù noi siamo contenti: faccia pure il Signore, chè quanto più male sarà quaggiù, tanto sarà maggior corona in cielo.»

Finalmente il Savonarola annunziava l’ordine ricevuto, e prendeva commiato dal suo uditorio: «Ieri a tre ore di notte, venne qui ambasceria da parte di chi regge, e disse che mi pregavano, per più rispetti, di non predicare. Io risposi: — Venite voi da’ vostri Signori? — Sì. — Ed anche io debbo consultare il mio Signore: domani vi darò la risposta. — Adesso rispondo quassù, che il Signore vi ha esauditi e non esauditi: esauditi quanto al farmi astenere dalla predica, non esauditi quanto alla vostra salute. Male nuove son per Firenze, sventure le cadranno sopra. Voi temete l’interdetto; ma il Signore saprà mandarne uno che farà perdere ai cattivi la vita e la roba. Noi faremo colle orazioni ciò che non possiamo fare colla predica; lo stesso raccomandiamo ai buoni. O Signore, io te li raccomando, e li prego di non indugiare più oltre le tue promesse.»‍[186]

[105]

Così il giorno 18 marzo dell’anno 1498, finiva la predicazione di frate Girolamo Savonarola, continuata in Firenze per otto anni, senza altra interruzione che la breve gita a Bologna e qualche scorsa di pochi giorni a Prato, Pistoia, Siena e Pisa, ove sempre andava col medesimo oggetto di predicare. Nell’avvento e nella quaresima, egli era tutti i giorni sul pergamo; nei mesi intermedii, vi saliva tutte le feste: così ogni anno venivan fuori tre grossi volumi di sermoni. In tal modo, spese la vita e consumò la salute, pel vantaggio morale, politico e materiale di quel popolo fiorentino che ora lo condannava al silenzio. Egli, però, non era uomo da lasciarsi prendere alla sprovvista. Fin dal giorno in cui venne l’ultimo breve di Roma, aveva capito chiaramente la sua condizione, preso già il suo partito; ed il 13 marzo, ne dava lealmente avviso al papa stesso. L’indole del Savonarola era tanto nobile e generosa che, ancora nel decidersi a muovere guerra contro un nemico così subdolo e tenebroso, sentiva il bisogno di avvertirlo, perchè si mettesse sulla difesa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «io credetti sempre che fosse ufficio di buon cristiano difendere la fede e raddirizzare i costumi; ma in tale opera non ebbi altro che angustie e tribolazioni; non un solo che volesse aiutarmi. Sperai nella V. S.; ma essa, invece, s’è voluta unire ai miei nemici, ed ha dato a feroci lupi la potestà d’incrudelire contro di me. Nè furono, in alcun modo, udite le ragioni che addussi; non già a scusare il peccato, ma a provare la verità della dottrina, la mia innocenza e sottomissione alla Chiesa. Onde non posso più sperare nella V. S.; ma debbo solo rivolgermi a Colui, che elegge le cose deboli di questo mondo, per confondere i forti leoni degli uomini perversi. Egli mi aiuterà a provare e sostenere, in faccia al mondo, la santità di quest’opera, [106] per la quale tanto patisco; e darà la giusta pena a coloro, che mi perseguitano e vorrebbero impedirla. In quanto a me, io non cerco gloria terrena, ma aspetto con desiderio la morte. La V. S. non voglia ora più indugiare, ma provveda alla sua salute.»‍[187]

Il Savonarola s’era deciso a fare uno sforzo supremo; per radunare il Concilio e perorare, innanzi ad esso, la propria causa; condannare la vita e gli abominevoli costumi d’Alessandro Borgia; dichiarare la sua elezione nulla, perchè simoniaca. Voleva anche dimostrare ch’esso era eretico e miscredente, onde la causa principale di tutti i mali che laceravano la Chiesa: e sembra che a ciò fare avesse ancora documenti occulti. A questo alludevano quelle sue frasi tante volte ripetute: un giorno daremo volta alla chiavetta; grideremo: Lazare, veni foras, e simili. Quel giorno, finalmente, era venuto, ed egli si decise.

Il radunare un Concilio, senza il papa o contro la sua volontà, non era allora stimato, come lo sarebbe oggi, atto d’audace insubordinazione e di violenza.‍[188] [107] Secondo le decisioni di Costanza, il papa stesso era tenuto a radunarlo ogni dieci anni; e nel caso che tralasciasse di farlo, potevano i principi radunare insieme le sparse membra della Cristianità, a rappresentare la Chiesa universale. Carlo VIII che sempre era stato favorevole al Concilio, e che, istigato dal Savonarola, dal cardinale di S. Piero in Vincula e da altri, s’era molte volte trovato sul punto di prenderne l’iniziativa; volle interrogare solennemente i dottori della Sorbonna, sopra l’autorità ch’egli aveva di muovere un tal passo; ed essi pronunziarono, il giorno 7 gennaio 1497, un voto favorevole alla riunione del Concilio.‍[189] Tutto ciò non era bastato a decidere l’animo sempre irresoluto di quel re che rimaneva sospeso, quando più s’era condotto vicino al punto di concludere un’impresa; ma bastava ad incoraggiare fortemente il Savonarola ed il numero grandissimo di tutti coloro, che vedevano nel Concilio la sola via per correggere i mali della Chiesa, ed evitare lo scisma. E tanto più queste idee trovavano favore, in quanto che venivano sostenute da un intero partito di cardinali, alla cui testa si trovava quello di S. Piero in Vincola;‍[190] il quale era l’eterno nemico del Borgia, da cui era stato vinto a forza di danari, nell’ultima elezione al papato; ma sembrava che gli dovesse succedere, in caso di morte o decadenza. Egli andava, quindi, pubblicamente dichiarando nulla la elezione del Borgia; lo chiamava [108] sempre marrano ed eretico; e molte di quelle cose che aveva dette da cardinale, confermava, quando fu papa, in una Bolla del 14 gennaio 1505.‍[191]

Il terreno era, dunque, apparecchiato al passo che il Savonarola voleva fare. Egli aveva, lungamente ed invano, aspettato che il re Carlo si decidesse; ma ora il tempo stringeva, e gl’indugi erano pericolosi; si decise, quindi, a gettare egli medesimo il guanto, e sfidar con ardire l’ira papale. Chiamò, dapprima, alcuni de’ suoi più fidati amici, che avevano relazioni con ambasciatori fiorentini all’estero; e commise loro di tenerli, in qualche modo, prevenuti di ciò che doveva seguire. Furono, tra costoro, Simone del Nero e Domenico Mazzinghi; il primo scrisse a suo fratello, ambasciatore in Ispagna; l’altro all’ambasciatore di Francia, suo amicissimo. Essi esaltavano la dottrina e la vita del Savonarola, accludevano la sua lettera al papa, dicendola un terribile annunzio di cose che avrebbero fatto stupire il mondo. Procedendo in questo modo, inculcavano la necessità di persuadere i principi a radunare un Concilio, onde rimediare ai mali della Chiesa; ed annunziavano che, forse, il Savonarola stesso ne avrebbe scritto ai più potenti sovrani d’Europa.‍[192] Infatti, queste lettere erano partite alla fine di marzo;‍[193] [109] e già nei primi di maggio, il Savonarola scriveva le sue famose Lettere ai Principi, cioè ai re di Francia, Spagna, Inghilterra, Ungheria ed all’imperatore di Germania.‍[194]

«Il momento della vendetta è giunto,» così egli diceva, «il Signore vuol ch’io riveli nuovi segreti, e che sia manifestato al mondo il pericolo in cui versa la navicella di Pietro, a cagione della vostra lunga negligenza. La Chiesa è tutta piena d’abominazione, dal capo alle piante; e voi, non solamente non ponete mano al rimedio, ma adorate la cagione stessa del male che la contamina. Onde il Signore s’è grandemente adirato, e più tempo ha lasciato la Chiesa senza pastore.» «Io vi testifico ora in verbo Domini, che questo Alessandro non è papa, nè può esser ritenuto tale; imperocchè, lasciando da parte il suo scelleratissimo peccato della simonia, con cui ha comperato la sedia papale, ed ogni dì, a chi più ne dà, vende i benefizi ecclesiastici, e lasciando gli altri suoi manifesti vizi; io affermo ch’egli non è cristiano e non crede esservi alcun Dio, il che trapassa il colmo d’ogni infedeltà.» [110] Con questo preambolo, il Savonarola invitava tutti i principi cristiani che, al più presto possibile, radunassero il concilio in luogo atto e libero. Egli s’obbligava, dal suo lato, a dimostrare tutto ciò che diceva; nè solamente con ragioni, ma prometteva ancora che Iddio ne avrebbe, con miracolosi segni, dimostrato la verità. A ciascuno dei principi aggiungeva, poi, alcune parole adatte a muovere più particolarmente la sua indole. Così, al vano imperator Massimiliano rammentava la maestà dell’Imperio, di cui niuna cosa più degna poteva immaginarsi, che soccorrere la Chiesa pericolante. A Ferdinando ed Isabella di Spagna diceva: «A che valgono le vostre vittorie contro gl’infedeli? Voi edificate al di fuori; ma il fondamento della Chiesa stessa è scompaginato, e l’edifizio rovina di dentro.» Rammentava al re Carlo le cose già tante volte ripetute. «Tu, al certo, non ignori le tante occasioni di ben fare che t’ha presentato il Signore; epperò, se abbandoni la santa impresa, la tua pena sarà maggiore di tutti. Rammenta che già hai avuto un primo segno dell’ira di Dio.‍[195] Tu che porti nome di Cristianissimo, che Dio ha eletto, cui Dio ha dato la spada della sua vendetta, consentirai alla rovina della Chiesa? Ignori, forse, in quali e quanti pericoli essa ora si trovi?»‍[196]

Certo, sopra re Carlo il Savonarola faceva i suoi principali assegnamenti: egli sapeva la disposizione, da quel re sempre avuta, di raccogliere il Concilio e riformare la Chiesa; massime ora che l’animo suo tornava alle [111] cose d’Italia e della religione:‍[197] sapeva con quanto ardore ve lo spingessero il clero francese e l’irrefrenabile ira del cardinale di S. Piero in Vincula. Una volta dato il primo passo, egli aveva molte ragioni, per credere che la Cristianità intera sarebbe venuta in suo aiuto. Tutti erano stanchi delle abominazioni di Roma: si vedeva la Francia prontissima a muovere; la Germania fremeva; l’Inghilterra sembrava favorevole; da per ogni dove venivano incoraggiamenti.‍[198]

Ma nella vita degl’individui, come nella storia dei popoli, v’ha un’ora in cui muta affatto il corso delle cose: allora una mano occulta ed irresistibile sembra volgere in avversità tutti gli eventi. Quest’ora, non bisogna illudersi, è giunta nella vita del Savonarola. Le lettere ai principi eran quasi tutte ancora abbozzate;‍[199] ma quella al re Carlo era già inviata a tentare il [112] terreno più facile. Il Savonarola aspettava con grandissima ansietà la risposta; quando ecco giungere la nuova, come il corriere che andava in Francia, era stato svaligiato dai sicarii del Moro, nelle cui mani era sfortunatamente venuta la lettera stessa.‍[200] Con quanta fretta egli la mandasse al papa, con quanta ira questi la leggesse, si può facilmente immaginare. Il Borgia aveva ora nelle mani, un documento che rivelava tutta l’audacia del Frate; i potentati d’Italia erano unanimi contro di lui; ed, in un momento, egli si vedeva da per ogni dove minacciato. Pure, gli avvenimenti precipitavano con sì maravigliosa rapidità, che egli ancora non aveva potuto misurare la immensità di questi inaspettati pericoli, quando ne sorsero dei nuovi ed assai più gravi, i quali lo colpiron come folgore.

[113]

CAPITOLO SETTIMO. L’esperimento del fuoco.

Era venuto uno di quei momenti, in cui l’aspetto d’un popolo sembra mutato per incanto. I seguaci del Savonarola, o erano spariti o s’erano nascosti; tutti in Firenze sembravano suoi nemici. Messi continui andavano e venivano da Roma e Milano; la città era gremita delle spie del Moro, che si davano un gran da fare, e scrivevano al Duca che d’ora in ora s’aspettava qualche gran mutamento, operato per mano della Signoria stessa.‍[201] Infatti, il Berlinghieri ed il Popoleschi, gonfaloniere, cercavano ogni modo per trovare la via a mutare la forma del governo.

Ma ecco sorgere un singolare incidente, verso cui inaspettatamente si volgeva tutta la pubblica attenzione. Un francescano, per nome Francesco di Puglia, predicando la quaresima in Santa Croce, aveva cominciato ad attaccare il Savonarola con una singolare violenza e pertinacia. Lo chiamava eretico, scismatico, falso profeta; [114] e non contento di ciò, lo sfidava ad entrare nel fuoco, onde provare la verità della sua dottrina. Simili sfide avevano avuto luogo ancora altre volte,‍[202] ed il Savonarola ne aveva fatto sempre quel conto che meritavano: credeva al disotto della sua dignità il rispondervi. Ma il caso volle ora, che frà Domenico si tenesse personalmente sfidato; giacchè nell’anno scorso, trovandosi egli a Prato, aveva avuto una disputa con quel medesimo frate, circa la dottrina del Savonarola. S’erano allora sfidati ad una pubblica discussione; ma, nel giorno fissato, il Francescano che era stato primo ad attaccare ed ingiuriare, se ne tornò a Firenze, colla scusa d’esservi chiamato da’ suoi superiori: la verità era che non gli bastò l’animo di trovarsi insieme con frà Domenico.

Questi, adesso, non appena gli fu riferita la nuova provocazione del Francescano, pubblicò subito le tre note Conclusioni del suo maestro, dichiarandosi prontissimo a sostenerle collo esperimento del fuoco. Nè egli era uomo da retrocedere; e quindi la cosa diveniva seria, prima che il Savonarola avesse potuto pensare a mettervi rimedio. Ma il Francescano già pensava a tirarsi indietro, quando vide che frà Domenico diceva davvero: «La sua disputa» egli andava ripetendo, «era col Savonarola, e con lui sarebbe entrato nel fuoco, sebbene credesse di ardere; perchè voleva che morisse ancora quel seminatore di scandali e di perversa dottrina: con frà Domenico non avea nulla che vedere.»‍[203] E qui poteva aver [115] termine questo sciagurato fatto; giacchè il Savonarola ammonì severamente frà Domenico del soverchio zelo;‍[204] ed al Francescano non parea vero di trovare un modo onde cavarsene fuori. Ma, invece, quando sembrava che la contesa si dovesse spegnere, venne assai più fortemente riaccesa.

I Compagnacci avevano tenuto una delle loro solite cene. Quivi, in abito di raso, fra gli spumanti bicchieri e le molte vivande, decisero di fare ogni opera perchè l’esperimento avesse effetto. «Se il Savonarola entra nel fuoco,» essi dicevano, «brucerà certamente; se non entra, perderà il credito de’ suoi seguaci, e noi avremo occasione di far nascere tumulto e nel tumulto impadronirci della sua persona.» Fra di loro v’era chi pensava di poterlo uccidere.‍[205] Andarono quindi alla Signoria, e la trovarono prontissima, non solo a secondare, ma anche a dirigere quelle vergognose trame.‍[206] [116] Essa fece scrivere, per man di notaio, le Conclusioni‍[207] in disputa, e pubblicamente invitava a sottoscriverle coloro che volessero sostenerle o combatterle con l’esperimento del fuoco.

Niuna forza umana poteva allora più trattenere frà Domenico che, infatti, andò subito a firmare. Toccava, ora, indurre il Francescano promotore dello scandalo; ma l’impresa era difficile assai. Cominciò a ripetere ai Signori: «Che esso non si poteva comparare con frà Girolamo, nè per dottrina, nè per bontà; ma che pure con lui sarebbe entrato nel fuoco, con frà Domenico, poi, non aveva che fare.»‍[208] Gli assicuravano che non sarebbe entrato nel fuoco; che si trattava solo di far bruciare qualche frate di San Marco, per poi opprimere il Savonarola; che quando ciò non potesse riuscire, si troverebbe piuttosto il modo di mandare a vuoto ogni cosa.‍[209] Queste assicurazioni eran fatte dai [117] Compagnacci e dalla Signoria; ma pure non si potè ottenere altro, se non che il Francescano firmasse una dichiarazione, nella quale diceva che sarebbe entrato pel fuoco con frà Girolamo, se questi voleva cimentarsi; aggiungendo espressamente che questo faceva ad istanza e richiesta dei magnifici Signori.‍[210] Quanto a cimentarsi [118] con frà Domenico, offeriva, invece, il suo confratello Giuliano Rondinelli. Dopo ciò si sottoscriveva per San Marco, ancora frà Mariano degli Ughi. Finalmente venne il Rondinelli che, non senza molta renitenza, si lasciò persuadere; ed il 30 marzo sottoscrisse: «che sarebbe entrato nel fuoco con frà Domenico, sebbene credesse di ardere; ma lo faceva per salute delle anime.» Questo misero frate era un cieco istrumento in mano all’ira dei Compagnacci ed alle astuzie del Pugliese. Nè la Signoria si vergognava di trovarsi in queste basse trame, le quali contaminavano la dignità del suo ufficio, e non potevano riuscire ad altro, che a spargere sangue innocente, ed a mettere in grave repentaglio la salute stessa della repubblica.

Non mancarono, però, coloro che francamente disapprovarono questa condotta, nella Pratica tenuta il 30 di marzo, nella quale i più s’accordavano con Carlo Canigiani che disse: «Cotesta essere una faccenda di predicatori, e da trattarla piuttosto a Roma dove si canonizzano i Santi, che in Palazzo, ove è più conveniente discorrere della guerra e del danaro. Che se, poi, si vuole in ogni modo fare questo esperimento; si consideri almeno se con esso si vengono a tôrre le discordie o pur no.» — Al che aggiungeva Girolamo Rucellai: — «A me pare che di questo fuoco si faccia troppo gran mercato: l’importanza della cosa è che si levi via Frate e non Frate, Arrabbiato e non Arrabbiato, e si pensi una volta alla concordia della città. [119] Se poi si crede con questo esperimento di poter comporre la città; vadasi pure, non solamente nel fuoco; ma nell’acqua, nell’aria e nella terra: se non che, s’attenda alla città e non ai frati.» — Si levò, finalmente, a parlare Giovanni Canacci il quale, tutto commosso, e quasi con le lacrime agli occhi, disse queste precise parole: — «Quando io sento simile cosa, io non so se sia da desiderare la vita o la morte. E certo, se i padri nostri, fondatori della città nostra, avessero pensato che qui s’avesse a trattare di simile cosa, e che noi avessimo a essere il trastullo e vituperio di tutto il mondo; per ciò si sarieno sdegnati di far cosa alcuna. E ora la città nostra è in termine, che già molti anni non è stata mai, e vedesi tutta in bisbiglio. Perchè io pregherei le SS. VV., che dovessino a ogni modo trarre di tale miseria questo popolo, o per via di fuoco, d’acqua, d’aria, o in ogni altro modo. Di nuovo io pregherei le SS. VV., che ponghino fine a questa cosa, e che non abbia a seguire miseria o danno di questa città.»‍[211] Perfino il Vespucci disapprovò questa volta assai gravemente la condotta dei Signori, rimproverandoli perchè non vedevano che queste «erano mene di gente prava e adultera, per dar libero campo ai cattivi.»‍[212] [120] Un linguaggio così franco ed insolito manifestava, abbastanza, in quale esaltamento fosse venuta la Pratica, e quanto gli uomini gravi fossero indegnati contro il procedere della Signoria.

In questo modo l’esperimento era divenuto inevitabile: il Papa, gli Arrabbiati e la Signoria stessa lo avevano assolutamente voluto. Quanto al Savonarola, egli era sdegnatissimo contro i suoi avversari che coprivano lo spirito di parte sotto le apparenze di zelo religioso; era persuaso che ai frati Minori non sarebbe bastato l’animo di reggere all’esperimento, perchè sapeva che essi obbedivano solo alle istigazioni degli Arrabbiati. Per tutte queste ragioni s’adoperava in ogni modo, acciò l’esperimento non avesse luogo; ma, nel fondo del suo cuore, pensava che, ove si venisse davvero al cimento, l’esito non poteva esserne dubbio. Se frà Domenico, così egli ragionava nel suo più intimo segreto, si spinge oltre con tanto ardire, certo è veramente ispirato da Dio. Secondo le idee del Savonarola, non era strano e neppure difficile che il Signore volesse, per mezzo d’un miracolo, confondere gli Arrabbiati, e provare la verità della sua dottrina.‍[213] Più volte il popolo aveva dalla sua bocca udito che, un giorno, le sue parole sarebbero state confermate da segni soprannaturali:‍[214] il momento sembrava che fosse giunto, e tutti erano, perciò, freneticamente ansiosi di vedere l’esperimento. Gli stessi Piagnoni lo voleano più degli altri, perchè desideravano e credevano che, in sul fatto, il loro maestro non avrebbe potuto trattenersi d’entrare nel fuoco, ed avrebbe operato il miracolo.

In questo modo, a Firenze non si ragionava [121] d’altro;‍[215] ed il Savonarola, mentre che disapprovava e combatteva questo esperimento, si compiaceva con se stesso dell’ardore che frà Domenico vi poneva, e del vedere che tutto concorreva fatalmente a renderlo necessario. A tutto ciò si aggiunsero ancora alcune visioni di frà Salvestro che disse di aver veduto gli angeli di frà Girolamo e fra Domenico, i quali lo accertarono che questi sarebbe uscito adatto illeso dal fuoco.‍[216] E noi sappiamo che gran fede il Savonarola prestasse alle visioni del suo compagno. Le cose giunsero, finalmente, a tale, che tutti i frati di San Marco e del convento di Fiesole, si offrirono d’entrare nel fuoco; ed il Savonarola, spinto così da ogni lato, mandò le loro sottoscrizioni alla Signoria, dichiarando che avrebbe scelto uno dei suoi, per ogni frate Minore che si fosse presentato; e che, se mai l’esperimento avesse luogo, egli era certo che sarebbe riuscito in favore de’ suoi seguaci.‍[217]

Il primo d’aprile fece in San Marco un breve discorso, interrotto continuamente dalle grida del popolo che si offriva d’entrare nel fuoco; ed in esso diceva di «aver troppo grande opera alle mani, per scendere a perdersi in queste miserabili contese. Se i nostri avversari vogliono obbligarsi pubblicamente a rimettere in questo esperimento la decisione della nostra causa e della riforma della Chiesa; allora io non [122] esiterò punto ad entrare nel fuoco, e sarei certissimo di uscirne illeso. Ma se vogliono che il fuoco provi la validità della scomunica; rispondano, invece, alle ragioni da noi allegate. Voglion, forse, col fuoco combattere le nostre profezie? Ma noi non obblighiamo nè esortiamo alcuno a credere più di quello che si senta disposto. Noi esortiamo, invece, gli uomini a vivere rettamente; e per questo ci vuole il fuoco della carità, il miracolo della fede: tutto il resto non vale a nulla.»

«I nostri avversari, promotori di questa cosa, dicono che sanno di morire; onde si confessano omicidi di loro stessi. Noi, invece, veniamo provocati e costretti ad accettare; perchè l’onore di Dio e della fede v’è stato compromesso. Coloro che veramente si sentiranno ispirati dal Signore, certo usciranno illesi dalle fiamme, se l’esperimento avrà luogo, di che ancora non siamo sicuri. Quanto a me, io mi serbo ad opera maggiore, per la quale sarò sempre prontissimo a dare la vita. Verrà tempo in cui il Signore manifesterà segni soprannaturali; ma ciò non deve esser, certamente, ad arbitrio e volontà di ognuno. Per ora, basti il vedere che, mandando qualcuno dei nostri, noi ci esporremmo ugualmente all’ira del popolo, ove il Signore non li facesse uscire illesi dalle fiamme.»‍[218]

Intanto, d’ora in ora, sembrava che l’esperimento divenisse più necessario; e l’entusiasmo di frà Domenico‍[219] cominciava a persuadere i più diffidenti, non che il Savonarola stesso, ch’egli fosse veramente eletto da Dio a quest’opera. Gli animi s’erano, quindi, [123] incredibilmente riscaldati: Piagnoni ed Arrabbiati, per diversi fini, attendevano con uguale ansietà il giorno dell’esperimento; uomini, donne, fanciulli si andavano ad offerire; e se molti lo facevano per vana mostra, altri certo vi andavano sinceramente. Il due di aprile vollero sottoscriversi, per S. Marco, frà Malatesta Sacramoro, e frà Roberto Salviati, dicendo che si sentivano anch’essi chiamati da Dio a quest’opera. Ed allora, per maggiore pubblicità, fu di nuovo dato alle stampe il contratto, con tutte le firme delle due parti.‍[220] I Dieci, che sempre erano stati amici del Savonarola, mandavano a Roma minuto ed esatto ragguaglio di quanto accadeva; acclusero ancora due lettere dei frati di San Marco, nelle quali si esponevano le ragioni per cui s’era accettato l’esperimento.‍[221]

Il giorno 6 aprile, domenica delle palme, era destinato alla singolar tenzone: frà Domenico e frà Giuliano Rondinelli erano i campioni, scelti di comune accordo; San Marco era chiuso da più giorni, e i suoi frati immersi in continua orazione. La sera del 5 si ricevette, però, un avviso della Signoria, che rimandava l’esperimento al giorno 7. La cagione d’una tal decisione rimase ignota: assicuravano alcuni che la Signoria aspettasse da Roma un breve di proibizione;‍[222] giacchè voleva avere un [124] modo di potersi fermare a suo arbitrio, essendo già spaventata d’essere andata così oltre; nè avendo pensato di trovar tanta decisione in San Marco, e tanta paura nei frati Minori i quali già chiedevano d’essere assicurati del come s’uscirebbe di questa impresa.

L’indomani si faceva nuova deliberazione in Palazzo, per modificare quella già scritta il 30 di marzo; e dicevasi: «In caso che frà Domenico arda, frà Girolamo s’intenda, nello spazio di tre ore, esiliato dal territorio fiorentino....»‍[223] E dei frati Minori neppure una parola, per poterli, in ogni caso, mettere in salvo. Quel giorno stesso, il Savonarola faceva un altro breve discorso, raccomandando caldamente a tutti i fedeli fervide orazioni.

Intanto s’era giunti al 7 di aprile, ed i brevi di Roma non arrivavano;‍[224] la città era impaziente di vedere il nuovo spettacolo, che niuna ragione sembrava potesse più impedire. Tutto s’apparecchiava per la esecuzione, ed ognuno sperava condurla al suo intendimento: volevano i Compagnacci ed Arrabbiati trovar modo, onde ammazzare il Frate; cercavano i frati Minori, come scampar salvi dal pericolo; e la Signoria favoriva tutto ciò che riuscisse a danno del Savonarola. [125] Le due parti decisero, quindi, di venire in piazza, accompagnate da gente armata; onde potere, in ogni caso di tumulto, provvedere alla propria salvezza.‍[225] Francesco Gualterotti e Giovan Battista Ridolfi ebbero l’incarico di provvedere al buon ordine per parte di San Marco; Daniello Alberti e Tommaso Antinori l’ebbero pei frati Minori.‍[226] E tanto il Savonarola aveva in sospetto la fede de’ suoi avversari, che la mattina stessa mandò in Palazzo Francesco Davanzati, a pregare i Dieci, rimastigli sempre fedeli, di ordinare la cosa in maniera, che niuno potesse, retrocedendo, lasciar solo il compagno nelle fiamme. Voleva, perciò, che il fuoco s’appiccasse da un lato, dall’altro entrassero i frati, e subito dopo si riaccendesse dietro a loro.‍[227] Desiderò ancora che l’esperimento avesse luogo prima del desinare, per conservare nei suoi la mente più libera e chiara.‍[228]

Mentre che ogni cosa s’apparecchiava in Piazza, il Savonarola celebrò in San Marco una messa solenne; poi fece un breve discorso al popolo radunato, e neppure in quell’ultima ora potette nascondere la sua diffidenza. «Io non posso accertarvi che l’esperimento avrà luogo, [126] perchè questa cosa non dipende da noi; ben posso dirvi che, ove si venga al fatto, la vittoria sarà certamente nostra. O Signore, noi non avevamo bisogno di queste prove miracolose per credere alla verità; ma ci siamo stati provocati, e non potevamo mancare di sostenere il tuo onore. Noi siam certi che il demonio non potrà far procedere questa cosa a danno del tuo onore o contro la tua volontà, onde andiamo a combattere per te; ma questi nostri avversari adorano un altro Dio, per chè le loro opere sono troppo diverse dalle nostre. O Signore, questo popolo non vuole altro che servirti. Vuoi tu, popolo mio, servire Iddio?»‍[229] E qui, tutti ad alta voce esclamavano di sì. Allora il Savonarola raccomandò agli uomini di fare orazione in Chiesa, mentre che esso apparecchiava i frati per andare in Piazza; ed alle donne raccomandava di continuare indefessamente la preghiera, sino a che non si tornasse dall’esperimento.‍[230] In questo momento arrivarono i mazzieri della Signoria, ad annunziare che ogni cosa era in ordine;‍[231] e subito i frati di San Marco s’avviarono in processione.

Frate Domenico andava in mezzo ai suoi confratelli, Malatesta Sacramoro e Francesco Salviati; vestito con un piviale di velluto rosso fiammante, e con una lunga croce in mano, procedeva innanzi a tutti, colla testa alta e la fronte serena. Seguiva, poi, il Savonarola, vestito di bianco, col Sacramento in mano. Dietro a lui venivano tutti i frati, in numero di circa 200, e con voce sonora cantavano il salmo, Exurgat Deus et dissipentur [127] inimici ejus.‍[232] Arrivati sulla piazza, circa le ore 18,‍[233] ne trovarono gli sbocchi asserragliati e guardati da gente armata. Passarono, quindi, a due a due; e non appena entrarono fra la moltitudine, questa accompagnò il loro canto con tal voce che, quasi, ne tremò la terra.‍[234] La folla era innumerevole; pareva che tutta la città si fosse raccolta nella piazza e negli edifizi intorno: erano gremite le finestre, le terrazze, i tetti; i più agili stavano attaccati alle inferriate, abbracciati alle colonne, alle statue; alcuni pendevano arrampicati alle mura, e in tal posizione aspettavano dal mattino.

La loggia de’ Lanzi era, con un tavolato, divisa in due parti; in quella più lontana dal Palazzo, stavano i frati Domenicani; nell’altra, che aveva nel mezzo un piccolo altare, vennero i Minori.‍[235] Frà Domenico, posato il Sacramento sull’altare, vi s’inginocchiò dinanzi, e si mise in profonda orazione: i suoi compagni stavano silenziosi intorno a lui. Avanti alla loggia venne a disporsi una guardia di 300 fanti, comandati da Marcuccio Salviati, gente valorosa e fedelissima al convento di San Marco. Ma sotto il tetto dei Pisani stavano armati 500 Compagnacci, comandati da Doffo Spini; ed altri 500 fanti della Signoria, comandati da Giovacchino della Vecchia, stavano innanzi al Palazzo; oltre alle guardie che, secondo il costume, tenevano gli sbocchi delle vie.‍[236] Questi mille uomini, padroni [128] così della Piazza, erano tutti prontissimi ad offesa del Savonarola; ed egli con animo sereno, contemplava il pericolo in cui si trovava, e guardava il palco già apparecchiato. Distendevasi quel singolare apparecchio, per la lunghezza di 40 braccia, dal Marzocco verso il tetto dei Pisani.‍[237] La sua base, larga 5 braccia, alta 2 e mezzo, era coperta di terra e mattoni: sopra di essi furon disposte cataste di legno, con polvere da sparo, olio e materie resinose; lasciando nel mezzo un passaggio libero a due campioni, per la larghezza d’un braccio.‍[238] Non mancava altro, se non che venissero i due Frati e s’accendesse il fuoco.

Sino ad ora, il Savonarola aveva temporeggiato e tentato d’impedire che l’esperimento avesse luogo; i frati Minori lo avevano, invece, sollecitato e provocato; ma innanzi al palco già pronto, le parti si mutarono. Il Savonarola, eccitato dalla moltitudine spettatrice, dal canto solenne de’ suoi frati, dall’entusiasmo sublime veramente di frà Domenico, che, dopo essersi profondato nella orazione, era divenuto impazientissimo di entrare nelle fiamme;‍[239] il Savonarola s’era egli stesso persuaso che il Signore aiutava il suo discepolo, e quindi voleva ormai togliere ogni indugio. Ma nè Francesco di Puglia che aveva provocato l’esperimento, nè Girolamo Rondinelli che doveva sostenerlo, erano ancora comparsi sotto la loggia: se ne stavano, invece, in Palazzo a segreto colloquio colla Signoria. Ed i Signori, in luogo di scendere sulla ringhiera, per assistere ad uno spettacolo tanto solenne che, fra pochi minuti, doveva aver luogo; [129] discutevano continuamente fra loro: pareva non sapessero più a qual partito appigliarsi.‍[240] Ed a tanto potè giungere l’impudenza che, mentre non s’aspettava altro che la venuta del frate Minore e l’ordine della Signoria, essa mandò ad interrogare i Domenicani perchè non davano principio. A questo, fra Domenico fremeva, ed il Savonarola faceva dire: che, ormai, s’affrettassero una volta; non tenessero più il popolo a disagio!‍[241]

Allora i Minori, vedendosi a mal partito, cominciarono a metter fuori mille pretesti. Innanzi tutto, per mezzo di Piero degli Alberti che era proposto all’esperimento e nemicissimo del Savonarola, fecero dire che il piviale rosso di frà Domenico poteva essere incantato dal Savonarola; onde volevano che se ne spogliasse. Frà Domenico ed il Savonarola risposero, che s’era sottoscritto un contratto, per evitare ogni disputa; che essi non credevano agl’incantesimi, e davano ai loro avversari ogni facoltà di valersene. Ma, pure, tante furono le insistenze, che frà Domenico cedette e si tolse il piviale. I Minori affacciarono nuove pretensioni: dicevano che l’abito stesso poteva essere incantato; e fra Domenico, cedendo anche a questo, si mostrò pronto a mutarlo con una qualunque delle vesti de’ suoi compagni. Fu, quindi, menato in Palazzo; e, spogliato di tutto, venne rivestito cogli abiti del domenicano Alessandro Strozzi.‍[242] Ritornato in Piazza, gli vollero impedire che stesse vicino al Savonarola, per timore che questi non lo incantasse di nuovo; e frà Domenico fu contento di restare in mezzo ai frati [130] Minori.‍[243] Quel giorno la sua pazienza fu grande quanto il suo coraggio: la grandissima brama d’entrare nel fuoco lo faceva piegare a tutto, onde poter venire più presto al cimento.

Ma il campione della parte avversa se ne stava insieme col Pugliese, sempre in Palazzo, ed ancora non compariva.‍[244] Il Savonarola già ne diveniva impaziente; e ciò che sempre più lo metteva in sospetto, era il continuo discorrere di cittadini coi frati Minori che, in ogni cosa, venivano favoriti. Quelli che erano stati proposti all’esperimento, prendevan sempre le loro parti e li scusavano di tutto; onde, per mettere finalmente un termine a queste incertezze, il Savonarola mandò a far sollecitudine in Palazzo. Ma allora appunto, i due frati Minori chiesero ed ottennero un altro segreto colloquio coi Signori. Quel che si dicessero non sappiamo; ma è certo che d’ora in ora diveniva più chiaro, questo esperimento non essere altro che una trama abilmente ordita contro al Savonarola ed ai frati di San Marco.‍[245]

In quel punto s’era cominciata ad esaurire la tolleranza della moltitudine, che da tante ore si trovava nella piazza: la più parte eran digiuni sin dal mattino, e quasi furiosi, per la impazienza del vano attendere. Già, per ogni dove, si levava un cupo mormorio cui succedevano grida sediziose; e gli Arrabbiati, che sin dal mattino attendevano quel momento, cercarono subito di profittarne. Un tal Bravo, loro staffiere, riuscì a levare il romore; ed in un momento la [131] Piazza fu piena di tumulto.‍[246] Gli sbocchi delle vie, essendo chiusi, la gente si trovò circondata e ristretta; onde cominciò a correre verso il Palazzo. Qui pare che, secondo l’accordo, dovessero gli Arrabbiati impadronirsi della persona del Frate, e finirlo colle proprie mani. Il colpo fu tentato; ma il Salviati ristrinse la sua gente innanzi alla loggia e, segnata in terra una linea colla sua spada, esclamava: «Chiunque passerà questa linea, vedrà cosa possano le armi di Marcuccio Salviati;» e lo disse con tal voce, che niuno ebbe animo di farsi innanzi.‍[247] Nello stesso tempo avveniva che i soldati forestieri della Signoria, non sapendo che si fosse quel subito tumulto, e vedendo la gente correre verso il Palazzo, la respinsero indietro gagliardamente.‍[248]

Ogni cosa era, in tal modo, ritornata nella calma; la moltitudine rassicurata si trovava con maggiore desiderio di vedere l’esperimento, e la Signoria impicciata più di prima. Qui sopravvenne una pioggia dirottissima, con tuoni e lampi; sicchè pareva che si dovesse por termine alla cosa: ma il popolo era tanto avido dell’atteso spettacolo, che restò immobile, e la pioggia venuta ad un tratto, cessava del pari improvvisamente; onde tutto restava nella medesima incertezza di prima. Ed ancora il frate Minore non compariva; ma, invece, [132] i suoi compagni ripigliavano a far nuove obbiezioni. Chiesero che fra Domenico lasciasse il crocifisso che aveva fra le mani, ed egli subito lo lasciò, dicendo che voleva entrare nel fuoco col Sacramento. Ma qui, nuova e più accanita disputa, dicendo i Minori che egli così voleva bruciare l’ostia consacrata. Allora frà Domenico cominciò a perdere la pazienza; e volle tener fermo, sostenendo insieme col Savonarola, come in ogni caso non sarebbero bruciati che gli accidenti, rimanendo sempre intatta la sostanza del Sacramento; e citavano l’autorità di molti dottori.‍[249] Gli avversari, vedendo come per la prima volta trovavano un poco di resistenza, attaccarono più forte la disputa contro al Savonarola, non sapendo ormai come fare a prender tempo. E mentre che essi disputavano, la Signoria profittandone, mandò ordine che l’esperimento non dovesse più aver luogo.‍[250]

L’indegnazione che si manifestò, allora, nel popolo non è descrivibile; e, siccome niuno sapeva contro cui dovesse rivolgersi, così i più accusavano il Savonarola: ed i Piagnoni stessi andavano dicendo, che egli avrebbe dovuto entrar solo nel fuoco, per dar finalmente una prova indisputabile della sua soprannaturale potenza. Gli Arrabbiati e la Signoria spargevano per tutto, che oramai s’era scoperta l’impostura del Savonarola, che egli aveva avuto paura d’entrare nel fuoco, e simili menzogne; i frati Minori andavano impudentemente [133] cantando vittoria, mentre il loro campione s’era nascosto in Palazzo, e non gli era bastato l’animo neppure di guardare il palco apparecchiato.‍[251] Così tutta la città fu piena di voci contro al Savonarola e contro San Marco. Ed, infatti, a gran fatica poterono i Domenicani tornar salvi al convento, scortati dalle genti di Marcuccio Salviati il quale, con un pugno dei suoi più valorosi, si strinse intorno a frà Girolamo e frà Domenico; e li difese coraggiosamente, colla spada in mano, dagl’insulti d’una efferata moltitudine che era aizzata dai Compagnacci.‍[252]

Entrato finalmente in Chiesa, il Savonarola trovò le donne che erano ancora in orazione; salì sul pergamo e fece un breve racconto di tutto l’accaduto, mentre in piazza echeggiavano ancora le grida furibonde della moltitudine.‍[253] Licenziato poi l’uditorio, si chiuse nella sua cella, con l’animo travagliato da un dolore che la penna nè la parola umana non potrebbero mai descrivere.

I frati Minori, invece, trionfavano; e la Signoria assegnò loro la pensione annua di 60 lire, per venti anni, in remunerazione dei servigi prestati.‍[254] Però, quando essi mandarono la prima volta a riscuoterla, il Camarlingo del Monte fu così indegnato della loro viltà, che, nell’atto di consegnare il danaro, disse: «Ecco, prendete il prezzo del sangue tradito!» Da Roma vennero [134] subito due brevi, in data del 12 aprile; uno ai frati Minori, in cui si lodava «il santo zelo e la carità evangelica dimostrata nel fare opera, di cui il Santo Padre avrebbe serbata eterna memoria.» Nell’altro breve, indirizzato a frate Francesco di Puglia, il papa si congratulava caldissimamente con esso lui, in nome proprio e di tutti i cardinali, incitandolo «a perseverare in opera tanto buona e tanto pia, sino alla totale distruzione del male.»‍[255]

[135]

CAPITOLO OTTAVO. Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i suoi due compagni sono menati in prigione.

L’esperimento del fuoco, o piuttosto le trame ordite in quel giorno dagli Arrabbiati, sortirono il fine desiderato. La città intera sembrava divenuta avversa al Savonarola ed al suo convento; il minuto popolo non sapeva perdonargli che, anche senza il Francescano, non fosse entrato nel fuoco, per fare con un miracolo tacere finalmente i suoi nemici. I Piagnoni non seguivano il Savonarola in tutte le sottili distinzioni sulla poca opportunità del tempo, sul non tentare il Signore, sulla buona o cattiva fede degli avversari; ma piuttosto cominciavano, per la prima volta, a dubitare della sua soprannaturale potenza, ed a prestare più facile orecchio alle voci e calunnie degli Arrabbiati. I quali spiegarono in questi giorni un’attività incredibile; erano in continuo colloquio coi Signori e coi canonici del Duomo: si vedeva ben chiaro, che apparecchiavano qualche nuovo e più decisivo colpo. Nel medesimo tempo, quei seguaci del Frate che avrebbero potuto comprendere e render vane le trame dei nemici, si trovavano troppo deboli di numero e di forza, per poterle combattere efficacemente. Onde tutti erano, per ogni dove, insultati coi nomi d’ipocriti e gabbadei; non potevano più andare per le vie di Firenze senza pericolo.‍[256]

In tale stato di cose, alcuni del partito popolare, scorgendo i segni precursori d’una gran tempesta; riunitisi [136] insieme, proponevano di metter mano alle armi, e prendere il vantaggio d’esser primi ad assalire i nemici. Ma i più fedeli discepoli del Savonarola, e principalmente Francesco Valori, si opposero fortemente a questo partito; dicendo che non dovevano essi cominciare a spargere il sangue cittadino, non essere i primi a macchiarsene le mani. Ed avendo potuto far vincere questa loro opinione, molti ne rimasero assai sdegnati; tanto che Luca degli Albizzi; uno dei più caldi nel voler prendere le armi, andò via da Firenze, dicendo: «Quando non si vuol venire ai fatti, ognuno ha il diritto di porsi in salvo.»‍[257]

La mattina del dì 8 aprile, domenica delle Palme, passò tranquilla; ma un occhio accorto scorgeva chiaramente quel cupo silenzio che precede la tempesta, e poteva stimare gran ventura, che ancora non fosse seguita alcuna novità. Il Savonarola fece in San Marco un sermone molto breve e tutto pieno di tristezza, nel quale offeriva la sua persona in sacrifizio a Dio, e si dichiarava pronto a sopportare la morte pel bene del suo gregge. Assai mesto licenziossi dal popolo, e nel dare la sua benedizione, pareva che sapesse di parlargli per l’ultima volta.‍[258]

Il giorno, i Piagnoni andarono a San Marco, dove si celebrava il vespro; e poi s’avviarono al Duomo, ove dovea predicare frà Mariano degli Ughi, quel medesimo che, insieme con frà Malatesta e frà Domenico, s’era offerto a sostenere la prova del fuoco. Ma, nel seguire il loro cammino, i Piagnoni furono più volte assaliti da colpi di pietre; incontrarono gruppi di Arrabbiati che, [137] pieni d’audacia, pareva dicessero: — «Finalmente ci siamo!» — Ne videro altri che tiravano sassi alle finestre d’Andrea Cambini, seguace del Savonarola. Giunti al Duomo, le panche erano già occupate da molta gente; ma innanzi alla porta s’erano raccolti i Compagnacci che, insultando chiunque entrava in chiesa, dicevano che la predica non avrebbe luogo. E, cominciandosi dall’altra parie a rispondere che la predica vi sarebbe in ogni modo, d’una parola si passò ad un’altra, ed i Compagnacci vennero subito ai fatti; sguainarono le armi; corsero addosso ad un certo Lando Sassolini, e sebbene non lo ferissero, bastò quella violenza per levare il rumore in tutta la città.‍[259] I Piagnoni tornarono subito verso casa per armarsi; alcuni dei Compagnacci s’impadronirono dei canti delle vie; e tutti gli altri percorrevano la città gridando: A San Marco, a San Marco col fuoco! Si riunirono, poi, nella piazza dei Signori; e quando furono in numero sufficiente, mossero con le armi in mano e con grida disperate verso San Marco. Per via incontrarono un tal Pecori, che tranquillamente se ne andava alla Santissima Annunziata, recitando salmi; subito gli furono dietro, dicendo: «Ancora ardisce di mormorare l’ipocrita!» E raggiuntolo sulle scale degl’Innocenti,‍[260] ivi lo finirono. Un povero lavorante d’occhiali, uscito al rumore di questi fatti, nella strada, con le pianelle in mano; mentre che cercava colle parole metter pace, fu da un colpo di spada sul capo ammazzato.‍[261] Così avvenne ancora di altri; ed in questo modo, eccitata dal sangue, la moltitudine degli Arrabbiati giunse nella piazza San Marco. [138] Quivi trovarono la chiesa ancora piena di gente, che aveva celebrato il vespro ed era sempre in orazione: vi tirarono dentro una furiosa grandine di sassi, al che lo spavento fu generale, le grida delle donne echeggiarono strepitosamente, e tutti si dierono alla fuga. In un momento la chiesa era vota, le porte di essa e del convento chiuse e sbarrate; dentro non vi rimasero che i pochi cittadini i quali volevano difendere San Marco.‍[262]

Costoro arrivavano appena al numero di trenta;‍[263] ma erano dei più caldi seguaci del Savonarola, quei medesimi che lo avevano accompagnato alla predica, prontissimi sempre ad esporre per lui la vita. Si erano da più giorni avveduti del pericolo che correva il convento; onde la notte, non mancavano mai otto o dieci di loro a farvi la guardia. Istigati, poi, da fra Salvestro e da frate Francesco de’ Medici, che lo facevano ad insaputa del Savonarola e di frà Domenico, (perchè li sapevano avversi a quei disegni); essi avevano segretamente introdotto molte armi in una stanzetta del chiostro.‍[264] V’erano incirca 12 corazze e altrettante mezze teste, 18 partigiane, 5 o 6 balestre, rotelle e targoni, 4 o 5 archibusi; v’era un barile di polvere e palle di [139] piombo;‍[265] pare anche due piccole bombarde.‍[266] Francesco Davanzati che aveva fornito quasi tutte queste armi, e che trovavasi allora nel convento, le cavò fuora, dando a ciascuno quelle che meglio sapeva maneggiare. Egli, insieme con Baldo Inghirlami, diresse alquanto la difesa; ponendo le guardie nei luoghi più deboli, e dando gli ordini opportuni.‍[267] Dei frati, 16 incirca‍[268] presero le armi, tra cui principali furono fra Luca d’Andrea della Robbia‍[269] ed il nostro frà Benedetto.‍[270] Egli era assai singolare vederne qualcuno, coll’elmo in testa, la corazza sopra l’abito domenicano, ed una lunga partigiana in mano; correre pei chiostri, ed al grido di Viva Cristo! chiamare all’armi.

Il Savonarola fu dolentissimo di tutto ciò, e frà [140] Domenico andava raccomandando a ciascuno di deporre le armi:‍[271] «Non si volessero macchiar le mani nel sangue; non si volessero opporre,» pregava egli, «ai precetti del Vangelo, alla volontà del loro superiore.» Ma tutto era vano, perchè in quel momento avevano assai più forza le grida furibonde che venivano dalla piazza, e gli assalti sempre crescenti che si facevano alle porte. Fu allora, che il Savonarola pensò di metter fine ad un doloroso ed inutile spargimento di sangue, col sacrifizio della propria persona; e messosi il piviale, stretta in mano una croce, egli diceva ai suoi compagni: «Lasciatemi andare, giacchè per me orta est hæc tempestas;» e voleva darsi in mano ai nemici.‍[272] Ma qui lo sconforto ed il pianto degli astanti furono universali; frati e secolari si strinsero intorno a lui, piangendo e gridando: «No, non ci abbandonate; voi sareste messo a pezzi, e che faremmo senza di voi?»‍[273] Quando egli vide che i suoi più fidi amici gli chiudevano il varco, si volse allora a tutti, perchè lo seguissero. E prima fece col Sacramento in mano una processione nei chiostri; poi li condusse nel coro; ove, detto loro che la preghiera dovea esser la sola arme dei religiosi, tutti si posero in orazione davanti al Sacramento, e cantavano: Salvum fac populum tuum, Domine. Alcuni avevano appoggiato al muro le loro armi; altri le ritenevano ancora in dosso; e solo pochi erano restati a guardia dei punti più importanti.‍[274]

[141]

Erano circa le ore ventidue, la folla moltiplicava in piazza e la nessuna resistenza cresceva animo agli assalitori; mentre che la Signoria, aggiungendo sempre nuove indegnità, mandava la sua guardia ad aiutarli. E nel medesimo tempo, si presentavano alcuni mazzieri che a voce comunicavano un bando della Signoria, in cui si ordinava a ciascuno che fosse nel convento, di deporre subito le armi; ed il Savonarola veniva esiliato, coll’obbligo di lasciare fra 12 ore il territorio fiorentino.‍[275] La più parte di coloro che udirono tal comunicazione, la credettero un’astuzia dei nemici.‍[276] Non era facile il credere che la Signoria volesse imporre agli assaliti, che appena si difendevano, di deporre le armi; mentre agli assalitori, causa unica di questi disordini ed in numero tanto maggiore, non solo si lasciava ogni libertà d’inveire, ma anzi si mandavano aiuti! Nondimeno quell’ordine fece a più d’uno chiedere salvacondotto e partirsi.

Tra quelli che, in quest’ora difficile e pericolosa, lasciarono il convento, vi fu il Valori che si fece calar giù dalle mura di dietro; sebbene Francesco Davanzati ed altri ne lo sconsigliassero fortemente, come cosa assai pericolosa. Esso, vedendo che in San Marco si faceva appena qualche debole resistenza, mentre che i nemici d’ora in ora crescevano di numero e di forza; volle ritirarsi a casa, per raccogliere i suoi partigiani e far di fuori più energica difesa. Ma le sue case furono subito circondate da molta gente, ed un mazziere venne a richiederlo che immantinente si presentasse alla Signoria. Egli si mostrò assai volenteroso d’obbedire; perchè si teneva certo di potere, colla sua presenza ed [142] autorità, far vergognare i magistrati del loro procedere; onde, senza mettere alcun tempo in mezzo, s’avviò al Palazzo col mazziere accanto. Passava tra la folla, con la fronte alta ed il viso sereno; come colui ch’era sicuro della sua innocenza, e mai non si sentiva mancare l’animo nei pericoli. Ma non era appena giunto al canto di San Procolo, quando alcuni dei Ridolfi e dei Tornabuoni, parenti di quelli che, nell’agosto passato, egli aveva fatti condannare a morte, gli vennero incontro e colle loro armi lo uccisero. Così la ingiuria pubblica fu vendicata colla privata vendetta; e così finiva miseramente la vita d’un valoroso ed onesto cittadino, che era stato sempre il più potente amico del Frate. La sua moglie, tratta dal rumore, s’era in questo mezzo fatta alla finestra, tutta piena di spavento; e, nel mentre che sentiva confusamente le disperate grida del marito e degli uccisori, un colpo di balestra, partito dalla folla, mandava anche lei a raggiungerlo. Allora la forsennata plebe invase subito, e mise a sacco ed a fuoco la casa; dove avvenne questo fatto assai pietoso, che nel predare gli arnesi d’un letto, vi fu, senza neppure avvedersene, affogato un bambinello dormente, nipote del Valori. E di ciò, nè allora nè poi, la Signoria fece giudizio o tenne conto nessuno.‍[277] Quel giorno medesimo, andavano a sacco ed a fuoco le case d’Andrea Cambini: quelle di Paolo Antonio Soderini e Gio. Battista Ridolfi vennero salvate contro la furia del popolo, solamente dalla presenza di molti amici e di alcuni mazzieri della Signoria.‍[278]

Si avvicinava, intanto, la sera; e la furia degli assalitori [143] era smisuratamente cresciuta intorno al convento. Alcuni mettevano fuoco alle porle, mentre altri, già riusciti a scalar le mura dalla parte della Sapienza,‍[279] penetravano nei chiostri. Corsero costoro, saccheggiando l’infermeria e le celle; poi, raccoltisi insieme, penetrarono nella sagrestia colle armi in mano; e di là nel coro, sforzandone la porta. Quando i frati, che ivi erano inginocchiati e facevano orazione, si videro così improvvisamente assaliti, mossi da un subitaneo impeto di naturale difesa, alcuni colle torce accese in mano, altri coi crocifissi di legno o metallo; cominciarono a tirare con tanta violenza e rapidità sui volti degli assalitori, che questi, credendosi assaliti quasi da una schiera di Angeli, si dierono ad una precipitosa fuga.‍[280] Allora, quelli che per ordine del Savonarola avevano deposto le armi, le ripresero; e si fu nuovamente a scaramucciare per tutti i chiostri. Nel medesimo tempo, veniva sonata a martello la campana maggiore del convento, chiamata la Piagnona; l’assalto e la difesa ingagliardivano, [144] e per tutto si udivano grida disperate, grande confusione e strepito d’armi. Questo fu il momento in cui Baldo Inghirlami e Francesco Davanzati menarono le mani; questo il momento in cui frate Andrea di Luca della Robbia, colla spada in mano, inseguiva i nemici pei chiostri: e frà Benedetto, salito in alto con altri compagni, faceva cadere una tal pioggia di sassi e di embrici, che più volte ributtarono indietro i loro avversari.‍[281] E dall’interno della Chiesa, più d’uno tirava coll’archibugio, fra cui un certo Enrico tedesco, giovane biondo e di bellissimo aspetto, che in quel giorno dètte prova di grandissimo valore. Sin dal principio della zuffa, a lui era bastato l’animo d’uscire tra la folla, e guadagnarsi il fucile che ora adoperava così valorosamente, ad ogni colpo gridando: Salvum fac populum tuum, Domine![282]

In questo punto la vittoria era decisamente per San Marco, ed il successo cresceva animo ai difensori; quando venne proclamato un nuovo bando della Signoria, che dichiarava ribelli tutti coloro che nello spazio d’un’ora, non abbandonassero San Marco.‍[283] Altri difensori chiesero salvacondotto e partirono; assottigliando così il già troppo piccolo numero dei loro compagni. [145] Il vedersi, poi, sempre più chiaro, come la Signoria voleva decisamente opprimere San Marco, scoraggiava moltissimo i difensori che, scemati di numero e perduta ogni speranza, già cominciavano a cedere. Il Savonarola insieme con molti de’ suoi frati era sempre nel coro, facendo orazioni che d’ora in ora venivano interrotte dai lamenti di qualche ferito, dalla voce pietosa di qualche moribondo. Tra i quali fu un giovane dei Panciatici che, ferito a morte, venne menato sui gradini dell’altar maggiore, dove, in mezzo ai colpi degli archibusi, ricevette la comunione per le mani di frà Domenico, nelle cui braccia tutto lieto spirava, dicendo: «Quanto è dolce ai fratelli ritrovarsi insieme!»‍[284]

Era intanto sopraggiunta la notte; ed i frati, stanchi dall’agitazione e dal digiuno, mangiavano alcuni fichi secchi che uno di loro aveva portati ai compagni. Quando ecco ad un tratto ingagliardire di nuovo la difesa; crescere più furiose le grida; moltiplicare i colpi d’archibugio, fra i quali più frequenti si distinguevano quelli del tedesco Enrico che, salito su quel pergamo dove il Savonarola aveva tante e tante mai volte predicato, di quivi tirava i suoi colpi micidiali. Da per tutto cominciava ora ad entrare un fumo così denso, che, per non affogare, bisognò rompere i cristalli alle finestre del coro: ma ecco già dalle porte, che finalmente s’erano bruciate, avanzarsi grandi fiamme nell’interno della Chiesa. Allora il Tedesco ed un altro venivano nel coro, portando due archibugi che, saliti dietro all’altar maggiore, piantavano accanto al gran Crocifisso, di dove continuavano a far fuoco.‍[285]

Il Savonarola, dolentissimo di vedere per cagion [146] sua tanto inutile spargimento di sangue, nè potendolo in alcuna maniera impedire, perchè niuno più gli dava ascolto; prese di nuovo il Sacramento in mano, imponendo a ciascuno di seguirlo. Passando pei chiostri, conduceva quasi tutti nella libreria greca; quando gli venne veduto frà Benedetto che, allora allora, sceso dal tetto, tutto armato e pien di furore, correva per andare a combattere i nemici più da vicino. Fermatosi allora il Savonarola, gli fissò addosso i suoi occhi, dicendo in tuono di grave rimprovero: «Frà Benedetto, lascia le armi e prendi la croce; io non ebbi giammai intenzione che i miei frati spargessero sangue.»‍[286] E l’altro, umiliatosi ai piedi del suo superiore, depose le armi; e, insieme con tutti, lo seguiva nella libreria greca.

In mezzo a quella sala, sotto quelle semplici volte del Michelozzi, egli pose il Sacramento e vi raccolse intorno i frati, dirigendo loro le sue ultime e memorabili parole: «Figliuoli miei, innanzi a Dio, innanzi all’ostia consacrata, coi nemici già nel convento, io vi confermo la mia dottrina. Quel che io ho detto, l’ho avuto da Dio, ed egli mi è testimonio in cielo che io non mento. Non mi era noto che tutta la città dovesse così presto rivolgersi contro di me; pure sia fatta la volontà del Signore. Il mio ultimo ricordo è questo: la fede, la pazienza e le orazioni sieno le vostre armi. Io vi lascio con angoscia e dolore, per andare in mano degli avversari. Non so se mi priveranno della vita; ma certo sono che, morto, vi potrò aiutare in cielo, più di quello che non ho potuto far vivo in terra. Confortatevi, abbracciate [147] la croce, e con quella troverete il porto della salute.»‍[287]

Intanto, i nemici erano padroni di quasi tutto il convento; e Giovacchino della Vecchia comandante la guardia del Palazzo, minacciava di rovinare colle artiglierie ogni cosa, se non si obbediva ai comandi della Signoria; la quale richiedeva, adesso, sotto la fede però di non toccar le persone loro, che fossero consegnati frà Girolamo, frà Domenico e frà Salvestro. Allora Malatesta Sacromoro, quel medesimo che s’era offerto di entrare nel fuoco, incominciò a fare la parte del Giuda: trattava coi Compagnacci e li persuadeva a portare l’ordine scritto. E mentre che, per averlo, essi mandavano ai Signori; il Savonarola si fece confessare e comunicare da frà Domenico,‍[288] e s’apparecchiava ad arrendersi insieme con lui; giacchè frate Salvestro si era nascosto, nè in quel trambusto era facile ritrovarlo.‍[289]

[148]

Seguiva, in questo mezzo, un fatto assai singolare. Girolamo Gini, seguace del Savonarola e da lungo tempo desideroso di vestir l’abito domenicano, s’era trovato quel giorno al vespro, ed appena cominciato il tumulto, s’armò per difendere il convento. Quando il Savonarola comandò di deporre le armi, il buon popolano obbediva; nondimeno correva pei chiostri e presentavasi ai nemici, volendo, come egli stesso dice, affrontare la morte per amore di Gesù Cristo. Ed essendo stato ferito, egli entrava adesso, col capo tutto insanguinato, nella libreria greca, dove, inginocchiatosi innanzi al Savonarola, umilmente chiedeva l’abito, che gli veniva concesso in quell’istante medesimo.‍[290]

Alcuni amici proposero allora al Savonarola, che si lasciasse calar dalle mura, per mettersi in salvo; giacchè non era facile, entrato una volta in Palazzo, che ne uscisse più vivo. Egli sembrava esitare alquanto ad accettare quest’unico mezzo di salvezza; quando frà Malatesta, rivoltosi a lui, gli disse; «Non deve il pastore metter la vita per le sue pecorelle?» Tali parole sembrarono toccar profondamente l’animo del Savonarola, che non dette alcuna risposta; ma, abbracciati e baciati tutti i suoi frati e, prima d’ogni altro, lo stesso Malatesta; si arrese, senza più esitare, insieme col suo fedele e indivisibile frà Domenico, nelle mani dei mazzieri della Signoria, che allora appunto ritornavano.‍[291] Egli era già in mezzo di loro, quando si rivolse nuovamente ai frati, dicendo: — «Fratelli miei, rammentatevi [149] di non dubitare. L’opera del Signore andrà sempre innanzi, e la mia morte non farà che accelerarla.»‍[292] — Appena i due frati furono discesi nei chiostri, che subito la folla si strinse intorno a loro con grida di gioia feroce. Ed in questo momento, frà Benedetto che sino ad ora li aveva seguiti, non potette più resistere allo strazio del suo cuore; singhiozzando e piangendo, si spinse tra la moltitudine, dicendo di volere andar prigione col suo maestro. Ma tutti erano ebbri di furore, ed un’altra onda di popolo trasportò frà Girolamo e frà Domenico nella piazza San Marco: frà Benedetto rimase tristo e desolato nel chiostro. Egli ci racconta che si udirono, allora, grida così terribili, da far credere ad ognuno, che il Savonarola venisse, in quel momento stesso, ucciso.‍[293]

Erano le otto della sera. I mazzieri lo legarono, e la folla, addensatasi intorno a lui, faceva come un mare tumultuoso d’elmi, di corazze, di spade e lance illuminate dal fosco lume delle lanterne e delle torce. Lo guardavano con volti minacciosi, gli accostavano agli occhi le lanterne, e gridavano: «Ecco il vero lume;» gli abbronzavano e bruciavano il viso colle fiaccole, dicendo: «Ora dà volta alla chiavetta;» gli storcevano le dita e lo picchiavano, insultandolo col dire: «Profetizza chi ti ha percosso.» Fu tale e tanta questa furia, che le guardie a fatica poterono salvarlo, incrociando sopra di lui le armi e gli scudi.‍[294] Gl’insulti ch’ebbe a sopportare per la via, si [150] possono più facilmente immaginare che descrivere; nè la efferata moltitudine si stancò, fino a che egli non fu entrato in palazzo: anzi aveva già messo il piede nello sportello, quando uno di loro, datogli un calcio di dietro, diceva: «Ecco dove egli ha la profezia.»‍[295]

Condotti finalmente i due frati innanzi al gonfaloniere, questi domandò se persistevano a sostenere che le loro parole venivan da Dio; ed avendo essi risposto affermativamente, furono chiusi in due carceri separate. Al Savonarola toccò l’Alberghettino, piccola stanza nella torre di Palazzo, dove in altri tempi era stato prigione Cosimo de’ Medici; e quivi, per la prima volta, dopo un giorno così travagliato, trovò un poco di riposo. Quella medesima notte, venne arrestato suo fratello Alberto, che si trovò per caso in Firenze; ma poi fu subito rilasciato. Il giorno appresso frà Salvestro uscì del suo nascondiglio, e subito fu dal Sacromoro consegnato ai nemici che, sino all’alba, aveano gozzovigliato con dilicati cibi sulla povera mensa dei frati.‍[296]

Intanto, la Signoria affrettavasi d’annunziare subito a Roma, a Milano, in Francia e ad altre corti, ciò ch’era [151] avvenuto la sera dell’otto febbraio; colorendo i fatti a suo modo, e secondo l’indole dei governi a cui scriveva. Commettevano, poi, all’oratore in Roma, che impetrasse dal papa una generale assoluzione di tutte le censure in cui si poteva essere incorsi; tanto per aver lungamente tollerato le prediche del Savonarola, come per aver messo le mani sopra persone ecclesiastiche: chiedevano, inoltre, licenza di poter giudicare quei frati; e, nel medesimo tempo, pigliavano questa occasione per sollecitare l’affare della Decima ecclesiastica. Ognuno può immaginarsi con quanta sollecitudine il papa rispondesse ai Signori fiorentini. Li chiamava figliuoli veri di Santa Chiesa; concedeva ogni assoluzione, ogni facoltà richiesta, ogni benedizione; raccomandava solo caldissimamente che, non appena giudicati quei frati, fossero subito dati nelle sue mani, per far loro subire la meritata pena. Quanto alla Decima ed a tutto il resto, faceva larghe promesse. Così anche il duca di Milano mandava, con staffette espresse, lettere di congratulazione; voleva aiutare la repubblica; voleva sostenerla in tutti i pericoli, renderle Pisa in pochi giorni e via discorrendo.‍[297]

Ma le nuove più grate ai nemici del Savonarola, venivano donde meno erano aspettate. Le ultime lettere di Francia narravano, come il giorno 7 aprile, quel giorno medesimo in cui doveva aver luogo in Firenze l’esperimento del fuoco, Carlo VIII di Francia era morto in Amboise. E la sua fine fu misera, come tante volte il Savonarola aveva predetto che sarebbe stata, per avere quel re abbandonato l’opera del Signore. Preso a un tratto da un colpo d’apoplessia, fu menato in luogo [152] pieno d’ogni più schifosa bruttura;‍[298] e quivi il re di Francia, posato sopra la paglia, dava l’ultimo fiato. Giammai, però, alcuna profezia non s’era meno opportunamente verificata, e con maggior danno del profeta stesso. Il Savonarola perdeva in Carlo il suo ultimo e più valido sostegno; lo perdeva quando da lui solo poteva dipendere la propria salvezza; nel momento, appunto, in cui il re sembrava volger, di nuovo, i suoi pensieri alle cose d’Italia ed alla riforma religiosa.‍[299] Ma, noi lo abbiamo già detto, ormai non bisogna più illudersi; tutti gli eventi e tutti gli uomini si volgono a danno del misero frate; egli non ha più nulla a sperare su questa terra.

[153]

CAPITOLO NONO. Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati della repubblica, dopo aver compilato due falsi processi, non possono convincerlo reo.

L’indomani del tumulto era lunedì santo: cominciavano quei giorni sacri alla religione, nei quali il popolo si stringeva assai più numeroso intorno al Savonarola, le cui prediche solevano essere allora più fervide ed eloquenti. E adesso, invece, egli era chiuso in carcere, in potere de’ suoi nemici. Si vedeva nel palazzo della Signoria, un’attività incredibile, un andare e venire di mazzieri e di fanti che, in nome dei magistrati, richiedevano tutti coloro che più erano conosciuti come partigiani del Frate e del governo popolare. Alcuni, malgrado la espressa proibizione, riuscirono ad evadere dalla città; altri, invece, si presentavano. In questo modo, oltre al Savonarola ed ai suoi due compagni, frà Domenico e frà Salvestro; venivano imprigionati diciassette, tra laici e frati, che s’erano trovati alla difesa del convento, o erano noti come più intimi del Savonarola.‍[300] San Marco, dopo essere stato saccheggiato, fu minutissimamente ricercato, rovistato in ogni angolo e massime nella cella del Savonarola, per vedere se vi erano carte che potessero servire a compilare quel processo che si voleva ordire a sua perdizione. I frati, intanto, s’erano ritirati nell’ospizio: quivi, dopo avere assistito i loro moribondi e feriti insieme con quelli dei nemici, costruito un altare, attendevano a pregare.‍[301] Ed in questo mezzo, [154] i Compagnacci, avendo raccolta tutte le armi trovate nel convento o nella chiesa, le ponevano sopra un carro; le portavano in giro per tutta la città, e così insanguinate come erano, le mostravano al popolo, gridando: «Ecco le virtù di San Marco, ecco i miracoli del Frate, e l’amore ch’egli portava al popolo di Firenze.‍[302]»

Queste cose non erano senza grande effetto sull’animo d’una moltitudine, la quale tenevasi come ingannata e delusa, per non aver visto alcun miracolo nel giorno dell’esperimento del fuoco, nè in quello dell’assalto al convento. E la Signoria, battendo il ferro mentre era caldo, non tralasciava alcuno dei mezzi che potevano condurla al suo fine. Quel giorno medesimo raccoglieva una Pratica, per interrogare sul modo da tenere in queste esamine; ed il suo linguaggio dimostrava chiarissimamente, che s’era presa una ferma risoluzione di violare, non solo la fede già data di restituire illeso il Savonarola, ma di violare ancora le consuetudini e le leggi stesse della Repubblica.

Cominciavano col domandare: «Se i tre frati che, per l’onore della Repubblica, s’è cercato d’avere nelle mani, bisogna esaminarli qui in Firenze, o bisogna renderli al pontefice che li richiede.»‍[303] Procedevano, quindi, a fare un quadro lietissimo delle molte promesse che s’erano avute, delle molte speranze che sorridevano alla Repubblica per questo imprigionamento. Si concludeva finalmente col domandare: «Quello fosse da fare circa l’ufficio dei presenti Dieci di libertà e Otto di guardia.» — A questi magistrati apparteneva, per legge, il giudicare le cause di Stato;‍[304] e, quindi, volevano i Signori [155] esserne sicuri, col far la nuova elezione prima del tempo legale; giacchè allora solamente potevano procedere con pieno arbitrio. Noi non conosciamo con precisione ciò che si rispose nella Pratica: tutti i discorsi andarono in gran parte smarriti, fuori quello del Vespucci, che ci fu tramandato quasi per intero. Nel 94 vedemmo il Vespucci opporsi al partito popolare, per favorire il governo dei pochi; nel 95 lo trovammo propugnatore della legge troppo democratica delle sei fave; più tardi fu avvocato di quei cinque cittadini che avevano cospirato in favore dei Medici; ed ora egli è dei primi a rivolgersi contro al Savonarola. Levatosi a parlare per la pancata dei dottori in legge, consigliava: «Che Fra Jeronimo venga esaminato da persone prudenti; e, fatto il processo, non si abbi a pubblicare intero, ma solo quella parte che parrà alle Excelse Signorie loro. Che non si mandi a Roma; ma si scriva che sarà tenuto a buona guardia. Circa all’ufficio dei Dieci, alcuni pensano d’eleggere i nuovi; altri consigliano che i nuovi restino in ufficio coi vecchi, sino al termine legale. Quanto agli Otto, si osserva che il termine loro è già presso a scadere.»‍[305] Quasi tutti s’accordavano a questo;‍[306] se non che fu da qualcuno aggiunto ancora: «Che, quando la elezione non riuscisse a grado della Signoria; si dava facoltà di farne un’altra.»‍[307]

In sostanza, si concedeva arbitrio di fare e disfare. Il partito dei Piagnoni era come annullato, gli Arrabbiati eran padroni della città, e la Signoria poteva francamente osare ogni cosa. Essa, infatti, creò i Dieci e [156] gli Otto nuovi, facendoli stare in ufficio insieme coi vecchi. Il dì 11 aprile, componeva una commissione straordinaria di 17 esaminatori,‍[308] coll’incarico espresso di formare il processo dei tre Frati, valendosi della tortura e d’ogni mezzo che credessero necessario al loro intento. Con quale giustizia, poi, e con quanta imparzialità dovevano esser formati quei processi, veniva dichiarato, abbastanza, dai nomi di coloro che facevano parte della commissione. V’era quello stesso Piero degli Alberti che, il giorno dell’esperimento del fuoco, vedemmo adoperarsi con tanto audace e sfacciata pertinacia contro al Savonarola; v’era quel Doffo Spini, capo de’ Compagnacci, autore principale di tutte le insidie tramate contro di lui; promotore e capo nel tumulto dell’Ascensione, nell’esperimento del fuoco, nell’assalto al convento. Colui che, per mezzo de’ suoi sicarii, mille volte aveva attentato alla vita del misero Frate, e colle proprie mani, aveva cercato di finirlo per le vie di Firenze, in chiesa, sul pergamo stesso; colui si trovava, ora, fra gli Otto nuovi e nella commissione; doveva, cioè, esser de’ primi nel compilare il processo, e pronunziar la sentenza finale. Il suo aspetto riusciva assai familiare al Savonarola: più volte lo avea visto, con occhi ebbri di feroce vendetta, colla mano sull’elsa del pugnale già quasi sguainato, cercare di aprirsi la via fra quel cerchio incrollabile d’amici devoti, che eroicamente ponevano la vita in difesa del loro maestro. Ed ora lo vedeva col lucco indosso, trasformato in giudice; onde potè ben presto comprendere con quale umanità [157] sarebbe proceduta l’esamina, con quale onestà condotto il giudizio. Sin dal principio fu così manifesta la violazione della giustizia e delle leggi, che uno degli esaminatori, dopo avere accettato l’ufficio, lo ricusò sdegnosamente, dicendo: «che non si volea trovare a questo omicidio.»‍[309]

La commissione non fu compiutamente ordinata che il giorno 11 aprile; e i due canonici fiorentini,‍[310] che vi presero parte per ordine del papa, non poteron ricevere il mandato da Roma, prima del giorno 14. Nondimeno, abbiamo già visto che il Savonarola venne interrogato la notte stessa del dì 8, in cui fu preso; ed il processo si cominciò l’indomani, prima cioè che gli esaminatori fossero tutti nominati.

Interrogato quel giorno, confermò sempre la sua dottrina; a coloro che chiedevano altre risposte, ripeteva: «Voi tentate il Signore.»‍[311] Gli fu dato da scrivere; ma le sue prime parole furon tali, che bisognò subito distruggere quei fogli, e smettere ogni idea d’avere un processo di mano propria dell’accusato, secondo che le leggi avrebbero voluto. Queste poche carte, che così andarono irremissibilmente perdute,‍[312] potrebbero dirsi la sola confessione genuina del Savonarola; giacchè, come noi vedremo, in tutta l’esamina non gli fu più concesso di scrivere di proprio pugno.‍[313]

[158]

In quel primo giorno, il disordine era tale in Palazzo, che bisognò contentarsi di non procedere più oltre. L’indomani il Frate venne condotto nella sala superiore del Bargello, ove, dopo averlo interrogato, minacciato, insultato, lo legarono alla fune per torturarlo. Tirato su, era lasciato cadere rapidissimamente; ed allora, fermata ad un tratto la fune, le sue braccia, rivolgendosi indietro, percorrevano un mezzo cerchio; i suoi muscoli si laceravano, e tutte le membra tremavano pel dolore. La tortura della fune, quando veniva data leggermente, non era certo delle più crudeli; ma si poteva, anche, dare in maniera da far cedere ogni fibra più dura, ogni animo più fermo. Continuata per qualche tempo, portava inevitabilmente il delirio e la morte; onde il far confessare ad un accusato qualunque cosa si volesse, era solo quistione di tempo. Il Savonarola, poi, fin dalla prima giovanezza, di fibra delicata e sensibile; a causa delle continue privazioni, delle lunghe vigilie, del predicare per otto anni non mai interrotto, era da più tempo divenuto così stranamente cagionevole e nervoso, che la sua vita si poteva dire un continuo soffrire, e sembrava sostenuta e sorretta quasi unicamente dalla sua volontà. Quel che negli ultimi giorni era avvenuto, pericoli, insulti, dolore di vedersi abbandonato da tutti, aveva non poco esaltata quella sensibilità già ammalata. Ed in tale stato veniva sottoposto ad una tortura violenta e crudele! Come era assai naturale, egli cominciò ben presto a vaneggiare; le sue risposte non ebbero più alcun senso,‍[314] e finalmente, quasi disperando di se stesso, egli gridava con voce da [159] commuovere le pietre, non però i suoi giudici: Tolle, tolle, Domine, animam meam.[315] Felice veramente se fosse morto in quel punto! La sua memoria non sarebbe andata soggetta a tante nuove calunnie, il suo cuore non avrebbe patito una serie infinita di nuove angosce.

Quando i giudici s’avvidero che, per allora, non si poteva cavare più nulla da risposte così incerte; lo sciolsero dalla fune, per rimandarlo in prigione; ed egli, inginocchiatosi, pregava pe’ suoi carnefici: «i quali non sanno, o Signore, quel che si fanno.»‍[316] L’indomani, 11 di aprile, la commissione era composta, e si dava, finalmente, principio a stendere quello che fu chiamato processo, col quale incomincia una serie di opinioni diverse e contradittorie intorno al Savonarola, una difficoltà grandissima di discernere il vero dal falso; il vero ed il falso essendovi così stranamente mescolali, che assai spesso riesce ugualmente difficile il credere ed il discredere.

Noi non possiam dire quante volte il Savonarola venisse torturato; ma è certo che, per compilare i varii processi, si durò più di un mese, e che i tormenti furono lunghi, continui e crudeli. Un testimonio oculare affermava di avergli veduto dare, in un solo giorno, 14 tratti di fune.‍[317] Il Pico ed il Burlamacchi aggiungono che, tirato sulla fune, gli erano accostati alle piante carboni accesi;‍[318] ed in tale stato lo interrogavano, per scrivere quindi nel processo: «Spontaneamente e senza lesione di corpo confessò.» Che egli, poi, non abbia sempre potuto resistere a quella tortura, viene affermato da un numero così grande di scrittori, che bisogna crederlo, sebbene moltissimi de’ suoi seguaci affermino [160] il contrario. Ma più che tutti gli scrittori, a noi persuade questa opinione la natura stessa delle cose. Dove e come poteva trovar la forza di resistere a strazi così crudeli e così prolungati, un uomo di fibra tanto sensibile e delicata, che ai primi tratti della fune cadeva nel delirio? Il manigoldo medesimo affermava di non aver mai veduto alcuno, sopra di cui la tortura producesse un effetto così pronto e crudele.‍[319] Di certo, se anche allora, colle membra lacere e l’animo travagliato, fosse potuto risalire sul pergamo; alla presenza del popolo radunato, sotto l’influsso di quei mille occhi benevoli ed attenti, egli avrebbe ritrovato tutto se stesso, ed avuto la forza di sostenere ogni parte della sua dottrina, anche a costo di dare coll’ultima parola l’ultimo fiato. Ma di faccia a quei marmorei volti de’ suoi nemici, che non lo ascoltavano, non lo intendevano, e solo pensavano di rimetterlo nuovamente alla tortura; come trovare la forza di riandare, spiegare e difendere le sue visioni, le sue profezie; egli che già vaneggiava? Come possiamo chiamar responsabile di tutte le sue parole, colui che più non le intendeva?

Pel Savonarola, però, dovette essere un momento di suprema angoscia, forse il più doloroso di tutta la sua vita; quello in cui, dopo aver ricevuto la prima tortura, fu rimandato nella solitaria prigione dell’Alberghettino. Quivi, in faccia alla sua coscienza, dovette riconoscere che non poteva resistere ai tormenti; che, legato alla fune, assai presto vaneggiava, ed avrebbe potuto facilmente dare qualunque risposta avessero voluta. Che fare, adunque? Una volta che la tortura era più forte di lui, bisognava pur cedere su qualche punto; si trattava solo di scegliere. Il processo dovea versare sopra tre capi: la religione, la politica, e la profezia. Cedere [161] sul primo punto, non era da mettersi in deliberazione: valeva mille volte meglio morire. Cedere sulla politica, sarebbe stato vile; giacchè comprometteva la causa di tutto il popolo e della libertà. Pure in qualcosa bisognava cedere; non restava, quindi, che la profezia e le visioni.

Come questa materia della profezia immergesse, continuamente, il Savonarola fra mille sofismi, nei quali è difficilissimo tenergli dietro, noi lo abbiamo già visto. Ora, nella solitudine della prigione, affranto dalla prima tortura, umiliato dalla debolezza de’ suoi nervi; possiam credere se egli fantasticasse più che mai. I ragionamenti che fece allora ci vengono, in gran parte, accennati dal Pico e dal Burlamacchi; ma assai più minutamente ci sono descritti dal Violi e da frà Benedetto, i quali spesero una metà della loro vita nell’esaminare ed illustrare il processo: s’erano talmente imbevuti dell’idee ed anche dei sofismi del loro maestro, che assai spesso ci sembra di udirlo parlare per la bocca loro. Quello che ci dicono su questo proposito, si riscontra, poi, non solo con tutte le idee e tutta la vita del Savonarola, ma ancora con le sue stesse parole; sicchè noi dobbiamo prestarvi un’intera fede.

Egli, adunque, cominciò col rammentare a se stesso alcuni passi di San Tommaso, in cui è detto che non siamo tenuti dire la verità intera, innanzi a giudici perversi; riandò la Bibbia, e trovò che Amos, Michea, Zaccaria, San Giovanni Battista avevano qualche volta negato d’essere profeti, o avevano dato dubbie risposte; ricordò che Gesù Cristo aveva fatto lo stesso: perchè non poteva, perchè non doveva farlo egli ancora?‍[320] Nè questo [162] era un ragionamento che egli faceva, allora, per la prima volta. Assai spesso, dopo avere profetizzato sul pergamo, noi gli udimmo dire: — «Io non sono profeta nè figlio di profeta; — Io non ho mai detto di esser profeta,» — e simili. Quando, poi, veniva il giorno appresso a spiegare queste sue contraddizioni; entrava in un tal mare d’interpetrazioni allegoriche e sofismi, che veramente non era possibile di più intenderlo. Dobbiamo, perciò, aspettarci di trovare nel processo, lo stesso uomo colle medesime contraddizioni. Allegorico ed oscuro sempre in questa materia della profezia, possiamo immaginarci cosa dovette essere, quando s’era deciso a farlo di proposito, per confondere i suoi giudici.

Bisogna, d’altronde, considerare che la fermezza di carattere, e l’eroismo degli uomini sommi, viene solo dalla verità e dalla fede; ora noi abbiam veduto come queste visioni e profezie del Savonarola, erano in gran parte effetto d’un fanatismo, sincero sì, ma pur sempre fanatismo. Come, adunque, e dove poteva trovar la forza per sostenerle, in faccia a quella tortura che lo faceva vaneggiare; quando noi sappiamo che, esaminando questo soggetto nel fondo del suo animo, non troviamo che superstizione e sofismi? Era il lato debole nella vita e nel carattere del Savonarola; era il punto su cui più infierivano gli esaminatori colla tortura; e fu, diciamolo pure, la parte meno lodevole del suo processo. Egli dice e contraddice, afferma e rinnega: non poteva su questa materia parlar chiaro, perchè non vedeva chiaro egli stesso; non poteva dimostrarsi forte, perchè era debole, era vittima infelice delle sue allucinazioni. [163] Come possiamo noi, in questo soggetto, pretendere da lui eroismo?

Nondimeno, la Signoria, dopo avere distrutta la confessione autografa del Savonarola, dopo averlo interrogato colla tortura, era scontentissima delle sue risposte nè sapeva a quale partito appigliarsi. Fabbricare addirittura un processo falso di pianta, non era cosa a cui tutti si sarebbero piegati; oltre di che, la cosa venendo facilmente in chiaro, poteva avere conseguenze spiacevoli e pericolose. Il popolo, intanto, mormorava di questa lentezza, ed i Signori si andavano apertamente rammaricando delle difficoltà che incontravano.‍[321] Fu allora che ser Ceccone notaio fiorentino, udendo questi lamenti da uno degli esaminatori; gli rispose con sorriso impudente: «Dove non è causa, bisogna farvela nascere.» Aggiungendo, che a lui sarebbe bastato l’animo di assumere l’impresa.

Egli era stato, in origine, uomo di parte Pallesca, e s’era mescolato nella congiura di Piero de’ Medici, scoperta la quale, rifugiossi in San Marco ove trovò protezione e salvezza. Quivi finse di convertirsi alla religione: assisteva tutti i giorni alla predica, e faceva il Piagnone; il che, però, non gl’impediva di continuare a far la spia del Duca di Milano, a cui ogni giorno scriveva in cifra, ragguagliandolo di tutto ciò che seguiva in Firenze.‍[322] In tal modo visse fino alla prigionia del Savonarola, quando di nuovo gli si scoperse nemico, offerendosi di compilare il falso processo, con alterazioni lievi, ma tali da dar luogo alla condanna. L’offerta venne accettata [164] colla promessa di 400 ducati; sebbene il Ceccone, non essendo notaio della Signoria, non avrebbe potuto, secondo gli Statuti, assumere legalmente quell’ufficio.‍[323]

Le risposte che la tortura strappava furono, adunque, alterate. Qualche volta si mutava un in no, o viceversa; qualche volta si omettevano interi e lunghi periodi; continuamente si aggiungevano delle frasi, come: questa fu mia ipocrisia; fu mia superbia; lo facevo per gloria del mondo, e simili. Di ciò ne resero testimonianza gli esaminatori stessi ed il notaio;‍[324] oltre di che, leggendo il processo, ognuno s’accorge delle molte lacune; mentre le aggiunte sono così evidenti, che non di rado contrastano col senso e colla grammatica del periodo cui vanno unite. Si vede chiarissimamente che gli esaminatori, convinti di non potere colle minacce, colla tortura e con falsificare quasi tutto il processo, render [165] colpevole l’accusato; si sforzavano, almeno, fargli perdere la stima e l’ammirazione de’ suoi seguaci.

Noi abbiamo già detto, come questo processo versava principalmente sopra tre capi: la profezia, la religione e la politica; e che il primo era il punto debole, quello su cui il Savonarola non ebbe forza di resistere alla tortura. Credendo sinceramente di esser profeta, aveva in ciò una fede assai diversa da quella che gl’ispiravano il vero, là religione e la libertà; questa fede gli dava eroismo e forza per sostenere il martirio; l’altra era come un sogno superstizioso e confuso, da cui non si poteva liberare nei momenti di meditazione esaltata, o di eccitamento oratorio, quando i mille benevoli occhi del popolo infiammavano la sua fantasia; ma un sogno che spariva in faccia alla terribile realtà dell’ora suprema. Egli stesso se ne lamentò, allora, dicendo: «O Signore, Signore, tu mi hai tolto lo spirito di profezia!»‍[325]

Nondimeno, quando la prima volta, in presenza di tutta la Commissione, fu interrogato su questo soggetto; confermò le sue visioni, parlò d’un angelo che gli appariva in forma di fanciullo, e gli ragionava con voce divina; poi concluse dicendo: «Lasciate questa cosa a se stessa; perchè, se è da Dio, voi ne avrete segno manifesto; se da uomo, anderà per terra. Se io sono profeta o no, questo non è caso di Stato; e niuno ha diritto di condannare o giudicare le intenzioni altrui.»‍[326] Ma di nuovo messo alla tortura, negò d’esser profeta, e poi da capo lo riconfermava: torturato ancora, cominciò con allegorie e risposte equivoche, le quali, alterate continuamente dal notaio, formarono una tale confusione, [166] che spesso non è possibile d’intenderci chiaro. Non appena, però, i giudici smettevano le dimande intorno alle visioni, che subito cessava di rispondere il profeta illuso, e cominciava a parlare l’eroico martire della religione e della libertà.

Nella seconda parte del processo, infatti, il Savonarola venne a parlare della sua opera, e fu uguale a se stesso; la tortura lo trovò incrollabile. Confermò apertamente che la Chiesa doveva essere flagellata e poi rinnovata. «Per aiutare questo mio fine, così egli disse, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare Concilio; pel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e arei cercato di essere lì, ed essendovi, confidavo predicare e fare tali cose che ne sarei stato glorioso.» E andando oltre su questo tenore, ripetè spesso: «avevo in animo di far cose grandi in Italia e fuori.» Interrogato, se pensava d’essere papa; rispose di no: «perchè quando avessi condotto quest’opera, mi parrebbe essere stato più che cardinale o che papa.»‍[327] Ora, se tali parole si trovano in quel processo che venne falsificato dalla mano di ser Ceccone, si può egli più dubitare che il Savonarola sapesse sostenere con coraggio e con eroismo le sue idee religiose?

Il medesimo avvenne quando fu interrogato intorno alla politica. Le aggiunte e le alterazioni non bastano a nascondere le risposte assai esplicite del frate. Egli respinse più volte sdegnosamente l’accusa, che si facesse rivelare i segreti di Stato, per mezzo della confessione. Più e più volte ripetette, che non aveva tenuto intelligenze di Stato; non aveva favorito o disfavorito alcuno; aveva parlato, in generale, delle cose di Stato, [167] lasciando la cura dei particolari al Valori, al Soderini e ad altri più pratici di lui. «Il mio scopo era solamente di favorire, in generale, il governo libero e quelle leggi che lo miglioravano.» Accennò alcune delle principali leggi che aveva proposte, o che avrebbe avuto in animo di proporre più tardi, come quella del Gonfaloniere a vita; ed è notevole, ancora, un luogo ove dice come, essendogli venuto il dubbio che alcuni de’ suoi più fidati amici si volessero unire a restringere il governo fra loro; incominciò subito a predicare contro la tirannide e contro ogni governo di pochi; «acciò, per amore o per forza, questi tali favorissono quello governo civile.» Quando si trattava della libertà, egli, dunque, non aveva rispetti umani, non perdonava neppure ai suoi più cari e fedeli seguaci. Ed anche questo risulta, con ogni evidenza, da quel processo che ser Ceccone distese a rovina del Savonarola.

Dopo undici giorni di tortura, finalmente, si poneva termine ad un’esamina la quale, sebbene compilata con tante illegalità, alterazioni ed astuzie; non rispondeva per niente al fine proposto, e la Signoria stessa se ne doveva dichiarare scontentissima. Essa, scrivendo al papa che lamenta vasi della loro lentezza, era costretta a dire: «Noi avemmo a fare con un uomo di pazientissimo corpo e di sagace intelletto, il quale indurava l’animo contro i tormenti, avvolgeva la verità fra mille tenebre, e sembrava essere venuto nella deliberazione, o di acquistarsi, con simulata santità, un nome eterno appresso ai posteri, o sopportare il carcere e la morte. Con lunga ed assidua interrogazione, per molti giorni e colla forza, appena potemmo ottenere qualche cosa, che pur ci voleva nascondere, mentre si aprivano quasi gl’involucri stessi del suo animo.»‍[328]

[168]

Veramente in tutto il corso e lo sviluppo di questo processo, noi troviamo nel Savonarola, quel medesimo uomo che abbiamo finora conosciuto. Genio e superstizione, alti ragionamenti e triviali sofismi, eroismo sublime e qualche volta inaspettata debolezza; ma nel fondo sempre un carattere altissimo, generoso e forte. Ora afferma ed ora rinnega la sua profezia; ma interrogato sopra quei punti intorno ai quali la sua mente ed il suo cuore veggono chiaro, egli diviene subito invincibile. Le minacce, le promesse, la tortura data e ripetuta non possono più nulla; la sua volontà rimane ferma ed incrollabile ancora nel delirio. La Signoria dovea, quindi, essere scontentissima di quel processo; essa vedeva con dolore e dispetto grandissimo che, dopo la tortura e le alterazioni, il Savonarola risultava sempre innocente. Un solo vantaggio si poteva cavare da tutto ciò, quello di screditare il Frate appresso [169] i suoi seguaci: e non era poco. Una volta che egli avesse perduto il favor popolare, si poteva arrischiarsi a condannarlo, senza tener conto delle leggi nè della giustizia.

Ma era indispensabile che il processo venisse firmato, non essendo scritto di mano dell’accusato, come le leggi avrebbero voluto. Bisognava, dunque, persuadere il Savonarola a quest’altro passo. Invero, è difficile assai dire con precisione come andasse questa faccenda della firma. Gli esaminatori affermano d’essere stati due giorni a persuadere l’accusato, con parole e conforti umani;‍[329] ed ognuno può immaginare che sorta d’umanità fosse la loro. Il Burlamacchi assicura che gli fu letto‍[330] un processo, e fattogliene firmare un altro; al che dettero qualche fede i discorsi tenuti dai giudici stessi e dal notaio. Questi, dopo aver fatto una prima bozza, in cui le risposte del Savonarola erano già alterate; ne fece un’altra con nuove omissioni ed aggiunte. Secondo ogni probabilità, all’accusato venne letta la prima bozza, e gli si fece firmar la seconda, che è quella data poi alle stampe. Nondimeno, le differenze che passavano fra queste due copie, sebbene molte e gravi, non erano però sostanziali, come apparisce assai chiaro dal Violi che ne trascrisse la più parte.‍[331] Onde si potrà sempre affermare che il giorno 19 di aprile, in presenza di 8 testimoni, sei dei quali erano frati di San Marco; il Savonarola firmava un processo che, sebbene non comprometteva [170] alcuna parte essenziale della sua dottrina, pure egli avrebbe assai meglio lacerato. Ma perduto in quelle sue allegorie, credette di avere in tutto salvato la sua dignità e la sua coscienza. Bisogna ripeterlo un’ultima volta, il Savonarola credeva di non essere nella condizione degli altri uomini: convinto di avere doni soprannaturali, pensava di non dover parlare il linguaggio comune degli altri uomini, di non dover dire ogni suo pensiero; perchè il volgo non li avrebbe intesi, ed ai fedeli bastava il linguaggio allegorico. Questo sistema seguito, durante una vita intera, nelle prediche, negli scritti, nei discorsi familiari, volle continuarlo nel suo processo. E chi volesse avere una idea chiara intorno al valore di quel mistico linguaggio; legga quelle prediche in cui il Savonarola comenta se stesso; legga gli scritti dei suoi discepoli, e principalmente la esposizione che frà Benedetto fece al processo del suo maestro, e vedrà come assai spesso si pretende che le parole significhino il contrario di quel che dicono.‍[332]

Si racconta che, dopo la lettura del processo, il notaio interrogasse il Savonarola, dicendo: «È vero ciò che è scritto?» A cui egli: «Ciò che ho scritto è vero;» giovandosi così d’un artifizio di parole, che frà Benedetto, il Burlamacchi ed il Pico ammirano e trovano simile alle risposte date da Gesù Cristo ai suoi giudici. Ma noi lasciamo da banda questi aneddoti, molti dei quali furono invenzione d’importuni e ciechi ammiratori, che volevano considerare il Savonarola non come uomo, ma come Santo; gli accendevano lumi e gli recitavano orazioni. Certo è, però, che quando tutti i testimoni ebbero firmato, egli, volgendosi intorno, disse [171] queste precise parole: «La mia dottrina a voi è nota, ed è nota a tutti. In questa tribolazione vi chiedo solo due cose: abbiate cura dei novizi e conservateli in quella dottrina cristiana, in cui li abbiamo sinora mantenuti. Pregate per me il Signore, il cui spirito di profezia mi ha in questo momento abbandonato.»‍[333] Ed allora frà Malatesta Sacromoro che, oramai, sembrava deciso alla parte di Giuda, disse: «Ma sono vere o false le cose che tu hai sottoscritte?» A che il Savonarola, guardandolo sdegnosamente, gli volse le spalle senza rispondere, e se ne tornò alla prigione.‍[334] Quivi egli avrebbe voluto riandare ponderatamente la sua condotta; ma l’animo travagliato e stanco, tornava subito alle mistiche contemplazioni; la prigione si popolava di creature soprannaturali, di esseri invisibili; e quando era rapito in questo mondo, ogni altro pensiero gli usciva dalla mente.

Intanto, dopo lunga discussione, i Signori vennero al partito di dare alle stampe il processo: cosa a cui il notaio s’era fortemente opposto. Vi si fecero, per la terza volta, nuove alterazioni; ma nondimeno, appena esso venne alla luce, l’opinione dell’universale si manifestò così contraria alla Signoria, che si dettero ordini severissimi, per ritirarne tutte le copie. I più obbedirono; ma, dopo qualche giorno, se ne vide comparire una seconda edizione,‍[335] senza che oramai vi fosse [172] più alcun rimedio. Ponendo da un lato il desiderio che si poteva avere d’una maggiore fermezza nel Savonarola; risultava assai chiaro, che le sue risposte, strappate colla tortura, alterate nella prima bozza, alterate di nuovo nel processo firmato, e finalmente una quarta volta in quello a stampa, lo facevano sempre risultare innocentissimo.‍[336]

[173]

La Signoria, quindi, radunava molte volte la Pratica, per avere qualche consiglio;‍[337] e finalmente si venne al disperato partito di tentare un secondo processo. Fu cominciato il giorno 23 di maggio, e si procedette con grandissima fretta. Il Savonarola era interrogato mattina e sera, il notaio rifaceva quasi di pianta le risposte; ma ben presto si dovette rinunziare a questo disegno, vedendo che non s’otteneva altro risultato che d’accrescere sempre maggior carico alla Signoria.‍[338] Si restò, quindi, al primo processo.

Bisognava, secondo le consuetudini della repubblica, farlo leggere nella sala del Consiglio Maggiore, in presenza di tutto il popolo, in presenza dell’accusato [174] stesso. Ma la Signoria, invece, lo fe’ leggere solo da un cancelliere degli Otto, il quale dichiarò al popolo radunato, che il Savonarola non avea voluto trovarsi presente, per paura d’esser lapidato.‍[339] Cosa che non fu creduta da nessuno, ed accrebbe sempre maggior carico alla Signoria, la quale restò così scontenta di tutto l’andamento dell’esame e del processo, che, in luogo dei 400 ducati promessi a Ser Ceccone, non volle dargliene che soli 30;‍[340] perchè non aveva saputo mantenere alcuno dei patti promessi.

[175]

CAPITOLO DECIMO. Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti amici del convento. Arrivano i Commissari apostolici, e rimettono a più fiera tortura il Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi ultimi scritti, composti nella prigione.

La Signoria non poteva essere meno scontenta del come procedeva l’esamina degli altri due frati. Domenico da Pescia, sotto la tortura, era divenuto maggiore di sè stesso. Cercarono fargli credere che il Savonarola avesse ritrattato ogni cosa; lo sottoposero alla fune, ed al tormento assai più crudele della stanghetta;‍[341] ma tutto ciò era vano; perchè egli rimaneva incrollabile e sereno, come un martire della Chiesa primitiva. Pensarono, allora, fare della necessità virtù: gli lasciarono scrivere di sua mano la propria confessione, disposti a pubblicarla senza alterazioni, per guadagnarsi nome di giudici onesti, ed acquistar fede al falso processo del Savonarola.‍[342] Ma l’animo non bastò loro a ciò. Quando lessero la confessione di frà Domenico, non poterono restarsi dal farvi alcuni mutamenti, coi quali, sebbene non l’avessero essenzialmente alterata, pure la scolorivano e le toglievano quell’impronta d’eroismo, che traspariva, in essa, da ogni parola. Vi aggiunsero, di loro invenzione, i nomi degli amici del convento, che frà Domenico non volle dare; ma, poi, non seppe risolversi a pubblicarla, e la fecero solamente girare manoscritta.

Ponendo a confronto le due copie di questo processo, si trova che, in quello ritoccato dalla Signoria, [176] v’è più ordine, più grammatica e correzione; cose tutte che mancano nel vero e genuino, il quale ha, invece, quella schietta e naturale eloquenza che non viene dall’arte, ma sorge spontanea dal cuore d’un uomo generoso. Non si può leggerlo senza una profonda commozione: esso ci trasporta, quasi, accanto alla tortura; noi vediamo lo strazio crudele delle membra; udiamo lo scricchiolare delle ossa; ascoltiamo la voce fioca ed esausta, ma pure sublime, dell’eroico Frate che s’avvicina alla morte con l’angelico sorriso dei martiri, e nel dolore si esalta sempre più a lodare il nome del suo Signore.‍[343]

Il processo incominciava con queste parole: «Iddio e Signore nostro Gesù Cristo sa che io frà Domenico, per esso legato, non mento in alcuna di queste cose.» Affermava, che egli ed il Savonarola erano stati sempre contrari a qualunque apparecchio d’armi, a qualunque resistenza nel convento. Ma, venendo all’esperimento del fuoco, diceva, invece: «Io andai deliberatissimo d’entrarvi, nè pensai che s’avesse a fare l’obbiezione del Sacramento....» «Se, adunque, è nato scandalo, Iddio, per la volontà del quale lo feci (l’esperimento), me ne darà premio; perchè ho assai meritato in questa infamia e persecuzione sì grande.» E, quel primo giorno, concludeva dicendo ai Signori: «Non voglino appuntar sofisticamente le mie parole; [177] ma le faccino, piuttosto, servire alla intenzione con cui sono scritte.»‍[344]

Il 16 aprile, dopo avere gli esaminatori, con ogni astuzia e crudeltà, cercato persuadergli che il Savonarola s’era ritrattato;‍[345] lo invitarono a scrivere cosa pensasse di lui. Ed egli subito: «Io, per una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto e, non mi essendo mostro meglio il contrario, credo a tutte le profezie del Savonarola.» E, dopo averle enumerate, continuava: «Io ho tenacemente affissa questa fede; nè per ciò debbono le Magnificenzie Vostre alterarsi; perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me nè alla città, ed in queste cose ciascuno è libero a credere quello ch’ei vuole.» Aggiunse, che il Savonarola non gli suggeriva mai ciò che dovesse predicare; ma lo lasciava ispirare da Dio. E, poi, concludeva così: «Non ho altro a mente; se da me voi altro desiderate, come buoni confessori, domandatemi ed io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè, avendo sempre avuta coscienza tenera, so molto bene che dire le bugie in judicio, o tacere quello che si debbe manifestare, è peccato. Sonmi ingegnato di andar tanto appunto, quanto se io avessi ora a morire; il che mi potrebbe facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato, e ho guaste le braccia, massime il sinistro el quale con questa già due volte ho guasto. Onde vi prego, siate clementi, credendo alla verità delle mie semplici scritture.»

I giudici insistevano più fieramente; e frà Domenico rispondeva: «Io non so altro, perchè mi sono [178] occupato solo del ben vivere e di Gesù Cristo re di Firenze. Così questa seconda fune, se pure, non mi credendo, mi darete; non troverete altro, nè c’è; e metteretemi a pericolo della vita.» Ma ciò non valse a nulla: frà Domenico fu rimesso di nuovo e più crudelmente alla tortura. Poi gli presentarono da capo la penna; ed egli con mano tremante ed esausta, ma sempre sicura, scrisse le ultime e più memorabili parole della sua confessione. — «Sia fatta la volontà di Dio. — Non mi potetti mai avvedere, nè mai ebbi uno minimo sospetto, che il padre frà Ieronimo ingannassi o andassi punto fintamente; anzi mi pareva rettissimo, e sempre l’ho giudicato uomo singolare. Ed avendogli gran reverenza, speravo, per e’ sua mezzi; avere da Dio grazia di poter fare qualche bene alle anime; e, reputandolo uomo di Dio, come suo suddito l’obbedivo con ogni semplicità e sollecitudine. Qualche volta ho detto a’ frati in pulpito, ed a qualcuno laico, che se io in Fra Ieronimo conoscessi uno minimo errore o inganno, io lo arei scoperto e pubblicato. E certo lui ha testificato qualche volta che io lo harei fatto; e ora lo farei, se nulla di lui sapessi di duplicità. — Finis. — In simplicitate cordis mei lætus obtuli universa.»‍[346]

Assai diversamente procedette la cosa con frate Silvestro. Nervoso e malato, soggetto alle visioni d’uno strano sonnambulismo che egli credeva ispirazione, di carattere assai debole, disposto a credere e discredere colla stessa facilità; si trovava di continuo a passeggiare pei chiostri, discorrendo in mezzo ad un crocchio di cittadini. Più volte ne avea ricevuto rimprovero dal Savonarola; ma v’eran sempre molti che lo cercavano, ed egli ricadeva nello stesso errore. Sia [179] la difficoltà di parlare col Savonarola, di cui frà Salvestro godeva piena fiducia; sia la fama delle sue visioni, che a molti era nota; sia un certo entusiasmo religioso che egli manifestava nel discorrere: certo è che uomini come Francesco Valori e Piero Capponi lo avevano per confessore, ed erano con lui in continua corrispondenza di lettere.‍[347]

Quando, però, venne l’ora del pericolo, egli fece pessima prova. Il giorno del tumulto lo abbiam veduto nascondersi nel convento, nè uscirne, se non quando fu rivelato ai birri da frà Malatesta. Messo all’esame, il giorno 25 d’aprile, non ebbe altro pensiero che quello di salvarsi la vita, a spese della innocenza del maestro e della sua propria dignità. Ancora in questo processo, la mano di ser Ceccone fece parecchie alterazioni;‍[348] ma la sostanza ed il carattere generale che vi restarono assai visibili, sono tali che, neppure gli amici più devoti di frà Salvestro, poterono difenderlo. È singolare però che, contro la sua stessa intenzione, egli fornisce nuovi e validi argomenti a dimostrare l’innocenza del Savonarola. Dètte lunghissime liste dei nomi di coloro che frequentavano il convento; rinnegò la dottrina, e cercò in ogni modo denigrare la vita del suo maestro; pure confessò, che il Savonarola non s’era lasciato mai dominare dalle mene di partito, nè aveva tenuto in San Marco intelligenze di Stato. «Sopra le opinioni mia, de’ fatti di frà Girolamo,» così concludeva; «dico essere occorso che, almeno 20 o 28 volte, quando lui aveva a predicare, poco innanzi [180] alla predica, veniva a me e dicevami: — io non ho che predicare; pregate Iddio per me, chè dubito Dio mi abbi abbandonato per qualche mio peccato. — E diceva di volersi confessare, e così si confessava; e nientedimeno faceva poi di belle prediche. E l’ultima volta che fece questo atto, fu il sabato, quando dipoi lasciò le prediche, la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico che ci ha ingannato.»‍[349] L’ultima frase è certo aggiunta dalla mano di ser Ceccone; ma che altro provano tutte queste parole, se non la pienissima fede che il Savonarola aveva nella sincerità e bontà di quel discepolo, che ora così bassamente lo tradiva, e, quantunque invano, pure si sforzava denigrarlo.

In questo mezzo, venne a termine ancora un altro processo, contro parecchi frati di San Marco e non pochi cittadini, dei più intimi del Savonarola, che s’erano trovati nel convento, il giorno del tumulto.‍[350] Vennero minutamente interrogati sulle intelligenze tenute in San Marco, sulle armi introdotte, e via discorrendo. Si conobbero, così, nuovi particolari di quei fatti; ma nulla, assolutamente nulla, che risultasse a danno del Savonarola, la cui innocenza risplendeva, invece, sempre più luminosa. Tutti affermavano ch’egli era un uomo dedito assolutamente alla contemplazione delle cose celesti; che mai non s’era occupato nei maneggi di stato: tale, essi dicevano, era il rispetto, la venerazione avevamo per lui, che nessuno si faceva ardito di entrare nella sua cella, per non distrarlo dalla meditazione in cui era continuamente assorto.‍[351]

[181]

Quando, però, si mostrava agli accusati il falso processo; quando si cercava di persuader loro che il Savonarola avea rinnegato la sua profezia e le sue visioni; allora non tutti restavano fermi nella fede. I frati, in ispecie, trascorsero assai facilmente a parole piene d’ira e di sdegno. Frà Roberto da Gagliano, sebbene fosse stato dei più affezionati al Savonarola ed ai suoi due compagni; supplicava adesso i Signori, perchè in niun modo fossero rimandati al convento. Ma in tanta ira ed in tanto sdegno, egli non poteva nascondere la stima e venerazione avuta pel Savonarola; in modo che la sua accusa riesce, invece, una difesa. «Io sapevo,» egli dice, «per certa scienza e come teologo, la sua dottrina essere sana e non eretica.» «Io non potetti mai notare frà Girolamo di nulla; ma sempre vidi in lui gran segno di santità, devozione, umiltà, orazione, buone parole e ottimi costumi ed esempi, conversazioni mirabili, e dottrina sana e ferma e solida. Ma poichè sì sottilmente ci ha simulato e ingannato, ringrazio Dio e la Signoria che ci ha chiariti, e preghiamo che vogliate mantenere il bene incominciato insino al fine.»‍[352]

In vero, i frati di San Marco fecero, in questa occasione, assai mala prova. Bisogna, però, considerare che la loro condizione era assai difficile, e che la loro fede fu messa a duro cimento. Sventuratamente, per molti di loro, la dottrina che professavano, consisteva principalmente nelle visioni e le profezie; essi avevano cecamente desiderato, aspettato, anzi voluto il miracolo; e quando videro ogni cosa sparire, restarono come uomini perduti. Noi dobbiam credere che questa prova fu dura e difficile davvero; quando vediamo che anche [182] frà Benedetto, il fido amico, l’eroico seguace, l’instancabile difensore del Savonarola, si lasciò, in quei giorni, vincere dal dubbio; e, per servirci d’una sua espressione, come tordo avuta la ramata, se ne andò a Viterbo.‍[353] Ben presto, però, in lui la calma diè luogo alla ragione; e venuto di nuovo a Firenze; esaminati minutamente i fatti; ricercati e trovati i veri documenti, i sinceri testimoni; tornò più forte che mai nell’antica fede, in cui persistette sino alla morte.‍[354] Ma non era in tutti la generosa costanza di frà Benedetto; e già il 21 aprile, i frati di San Marco avevano indirizzata al Borgia una lettera, che è macchia incancellabile sulla loro fama.

Si gettavano ai piedi del Santo Padre, e cercavano rovesciare tutta la colpa del loro operato addosso al Savonarola. Sembrava, però, inevitabile che tutti gli accusatori ne facessero la difesa: anche questa lettera è per lui un elogio. — «Non solamente noi,» essi dicevano; «ma uomini d’assai maggiore ingegno, furono ingannati dall’astuzia di frà Girolamo. L’acume della sua dottrina; la rettitudine del vivere; la santità dei costumi; la simulata devozione; il profitto che ottenne col dissipare dalla città il mal costume, le usure ed ogni sorta di vizio; i molti eventi che, al disopra d’ogni forza e d’ogni immaginazione umana, confermarono le sue profezie; furon tali e tanti che, se non si fosse egli medesimo ritrattato, dicendo che le sue parole non eran da Dio; noi giammai non avremmo potuto negargli fede. E tanto in lui credevamo, che tutti fummo prontissimi d’esporre al rogo i nostri corpi, per sostenere la sua dottrina.» Chiedevano, quindi, assoluzione dalla scomunica incorsa, per essere stati suoi seguaci, e per [183] avere alcuni di essi brandito le armi nel giorno del tumulto. Singolare è, poi, che nel procedere oltre, i frati supplicavano il Santo Padre, perchè volesse mantenere intatta la loro separazione dai frati lombardi. Era quella medesima separazione, per cui il Savonarola aveva tanto combattuto, su cui il papa aveva motivato la scomunica contro di lui e del convento. E i suoi frati, ora, supplicavano per essa; adducevano le stesse ragioni addotte da lui in quella lettera, che fece prorompere così fieramente l’ira papale. E dopo ciò, concludevano: «Basti a Vostra Santità avere il fomite e capo d’ogni errore, frate Girolamo Savonarola; sopporti esso pena condegna, se pur se ne trova, di tanta scelleraggine: noi, smarrite pecorelle, torniamo al vero pastore.»‍[355]

Due frati portavano a Roma questa lettera, e venivano caldamente raccomandati dalla Signoria.‍[356] Il papa vi rispondeva in data del 14 maggio; e, lodando il pentimento, dava assoluzione, e prometteva di prendere in maturo esame quella separazione che, già tante volte, era stata, a vicenda, condannata e concessa.‍[357] La Signoria ricevette un breve d’elogio e congratulazione, in data del 17 aprile;‍[358] all’Arcivescovo e Capitolo del Duomo venne, con altro breve, concessa facoltà di assolvere qualunque delitto, commesso a procurare la rovina del Savonarola, fosse pure omicidio; e moltissimi vi accorsero.‍[359]

In questo medesimo tempo continuava attivissimo il carteggio fra la repubblica ed il papa. Da una parte il Santo Padre pregava, domandava, voleva che, esaminato [184] e torturato il Savonarola, glielo dessero vivo nelle mani; dall’altra la Signoria non lo poteva concedere, senza grave offesa alla dignità della repubblica. Essa, perciò, teneva in parole il Santo Padre; chiedendo, con nuove istanze, quella Decima ecclesiastica, proposta e sostenuta dal Savonarola con tanto calore, e cagione di tante accuse contro di lui: la Pratica approvava e confortava questo procedere della Signoria. Pareva che, da ogni lato, si volesse mercanteggiare la vita del misero Frate; per ottenerne in cambio, quelle medesime concessioni che egli aveva propugnate, e che ora gli facevano sostenere il martirio.‍[360]

Intanto, si avvicinava il termine per la elezione della nuova Signoria, e la Pratica veniva tutti i giorni radunata. Il 27 e 28 d’aprile, i Signori la interrogavano: — In che modo rispondere al Papa; come provvedere al danaro; come tenere la città quieta. — Ed il Vespucci, la cui voce prevaleva sempre in queste discussioni, consigliava di continuar sempre a temporeggiare con Roma, prolungare l’esamina dei tre [185] frati, onde poterne rimetter la decisione alla nuova Signoria; usare indulgenza agli altri accusati: quanto al danaro ed all’ordine della città, se ne rimetteva interamente alla discrezione della presente Signoria.‍[361] La quale, seguendo i consigli avuti, conduceva a termine gli altri processi, condannando 18 cittadini alla pena di qualche taglia o confine, alla perdita degli uffici per qualche anno.‍[362] A molti fu concessa piena amnistia; quelli che avevano combattuto contro i Piagnoni, quelli che avevano assassinato il Valori e la sua famiglia, non subirono neppure processo!‍[363] Per mostrare, poi, amore alla libertà e odio ai Medici; si tolse ogni bando di ribelle che ancora gravava sopra Alessandro e Lamberto dell’Antella, rivelatori della congiura di Piero.‍[364]

Restava da pigliare un ultimo provvedimento, per fare in modo che, nella prossima elezione, la nuova Signoria risultasse tutta nemica del Savonarola; altrimenti, invano s’erano violate le leggi e la fede pubblica, invano lo avevano tormentato e lacerato. Se i Piagnoni venivano in ufficio; il Savonarola sarebbe stato non solamente salvo, ma ancora vendicato; la infamia del suo processo sarebbe stata pubblicamente rivelata al mondo. A tutto ciò, fu assai facilmente rimediato. Il giorno in cui si radunò il Consiglio maggiore, onde procedere alla elezione dei magistrati; ne vennero esclusi, con nuova ed incredibile enormezza, non meno di dugento cittadini dei più popolari.‍[365] E in [186] questo modo, risultò gonfaloniere di giustizia un messer Vieri de’ Medici, ch’era degno del nome che portava;‍[366] ed una Signoria simile in tutto alla precedente. I nuovi magistrati trovavano l’opera già avviata; non dovevano, perciò, fare altro che continuare nella medesima via, e suggellare col sangue, un delitto già in gran parte consumato.

Venuta appena in ufficio questa Signoria, subito raccolse la Pratica, il giorno 5 di maggio; per chieder consiglio sulla condotta da tenere. Si rispose da alcuni: «Che bisognava insistere appresso al Papa, perchè l’esecuzione della sentenza avesse luogo, dove avea avuto luogo il delitto; ma quando, pure, si credesse necessario di cedere; si cercasse, almeno, con una nuova esamina, cavare da quei tre frati qualcosa di più esplicito.» Girolamo Rucellai appoggiò il medesimo parere e, sostenendo la necessità d’un nuovo esame, concludeva: «tanto più che udiamo s’è avuta la nuova tortura.»‍[367] Riferiva, forse, a qualche strumento nuovo e più crudele, per istrappare agli accusati la voluta confessione. Dipoi si levò a parlare, in nome dei Dieci nuovi, messer Piero Popoleschi;‍[368] e le sue parole dovettero avere un gran peso; perchè, essendo stato gonfaloniere di giustizia nella passata Signoria, aveva regolato e condotto il processo del Savonarola. [187] Egli insisteva sulla necessità di scrivere a Roma; «acciò la sentenza abbia luogo in Firenze, dove sono ancora molti che persistono nella devozione al Frate. E quando il papa vuol sapere altro, può mandare suoi commissari a far nuova esamina dei frati. Intanto non si esiti a chiedere licenza di farli degradare, per consegnarli al braccio secolare.» Ma qui, venendo a parlare del nuovo processo, che da alcuni della Pratica si desiderava; senza avvedersene, faceva una singolare confessione. «Quanto all’esaminarli di nuovo,» così diceva, «giudicano quei miei Signori doversi sopire qui, essendosi falla la esamina com’ella s’è fatta, e per quiete e riposo della città; perchè ritractando questa cosa, potrebbe inducere scandalo.»‍[369] Il Popoleschi, adunque, non voleva un secondo processo; perchè temeva, non si venisse a mettere in chiaro la falsità del primo, ed a compromettere tutto il giudizio. Dei Commissari del Papa egli non dubitava, perchè li conosceva pratici del mestiere; ed aiutati da ser Ceccone, non potevano fallire nel loro intento.

La Signoria, persuasa dalle parole del Popoleschi, scrisse al Papa‍[370] che, lasciatosi finalmente persuadere, il giorno 11 di maggio mandava al vescovo dei Paganotti in Firenze, un Breve in cui si annunziava il prossimo arrivo di due commissari apostolici, con la facoltà «di esaminare gli errori e i delitti d’iniquità di quei tre [188] figli di perdizione.» Conoscendo il Borgia come quel vescovo era amico e discepolo del Savonarola, volle, con raffinata crudeltà, imporgli che dovesse, colle proprie mani degradarlo, per quindi consegnarlo al braccio secolare.‍[371]

Ma fino al 19 maggio, i commissari apostolici non vennero; e così il Savonarola, che si trovava nella prigione dell’Alberghettino sin dal giorno 19 aprile, ebbe un mese di solitudine e riposo, nel quale potette alquanto rinfrancare le forze. Nei primi giorni, era lacero e fiaccato in modo, che non poteva muover le braccia; ma poi migliorò il destro, che soleva essere alquanto risparmiato nella tortura; acciò l’accusato potesse, secondo le leggi, distendere di sua mano la propria confessione. Così egli prese la penna; e ciò che scrisse in quei momenti solenni, merita d’essere tenuto in particolare considerazione.

Il lettore non s’aspetti che il Savonarola parli contro ai giudici, si lamenti della tortura, o si difenda; egli non ha più nulla a sperare su questa terra; i suoi pensieri son rivolti unicamente a Dio: espone e commenta il Salmo, In te Domine speravi. — «Dove mi rivolgerò io peccatore? — Al Signore la cui misericordia è infinita. — Niuno si può gloriare in se stesso; tutti i santi dicono: non di noi, ma del Signore è la gloria. Essi non furono salvi pei loro meriti nè per le opere loro, ma per bontà e grazia di Dio; acciò niuno si possa gloriare in se stesso.»

«O Signore, mille volte tu hai cancellato la mia iniquità, e mille volte io sono ricaduto..... Ma quando il tuo spirito sarà sceso sopra di me, quando Cristo viverà dentro di me; allora io sarò sicuro. Confermami, adunque, nel tuo spirito, o Signore; allora solamente potrò insegnare agl’iniqui le vie tue. Se tu avessi voluto [189] il sacrifizio del mio corpo, io l’avrei già dato; ma tu non vuoi olocausti, tu vuoi lo spirito. Offeriscasi, adunque, il cuore pentito del peccato e non ti sia più richiesto.» E qui ritorna al suo eterno pensiero della rinnovazione della Chiesa. «Io desidero con ardore che tutti gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi solleverebbero. Io ti prego, perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa tua, e veda come più sono gl’infedeli che i cristiani, ed ognuno ha fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi la faccia della terra. Lo inferno si empie, la tua Chiesa manca. Lévati su, perchè dormi, o Signore? I nostri sacrifizi non ti sono accetti, perchè di cerimonia e non di giustizia. Dove è più la gloria degli Apostoli, la fortezza dei martiri, la santa semplicità dei monaci?...» Così continuando, egli pare che dimentichi la prigione e si creda sul pergamo. Chi legge questa meditazione, per poco non pensa di leggere una delle più ardite prediche del Savonarola; tanto egli si mantien sempre uguale a se stesso.‍[372] Fino ad ora, però, noi abbiamo veduto che, nel carcere, la profezia e le visioni sono scomparse; ma ora, nella solitudine, il suo animo si esalta nuovamente; la sua immaginazione si accende, e le sparite visioni risorgono innanzi alla mente del travagliato prigioniero.

Il secondo scritto che fece, allora, fu la Meditazione sul Miserere;‍[373] in essa il Savonarola ci dipinge la lotta [190] con cui la Tristizia e la Speranza si contendono il suo cuore. Non sono esseri astratti, o allegorie; ma egli ode il rumore delle catene, e la voce degli angeli: il cielo s’apre ai suoi occhi. «La Tristizia m’ha posto il campo attorno e, circondatomi con un forte e numeroso esercito, ha già tutto occupato il cuore nostro; e non cessa di combattere contro a me, con arme e clamore, il dì e la notte. Li amici miei militano sotto il suo stendardo, e sono diventati miei inimici. Tutte le cose che io veggo e tutte quelle che io odo, portano le sue insegne...» «Onde, come ai febricitanti ogni cosa dolce pare amara; così a me tutte le cose si convertono in afflizione e amaritudine.... Ma io volgerommi alle cose celesti, e la Speranza verrà in mio aiuto. Ecco già la Tristizia non può sostenere il suo aspetto. Aggravimi ora il mondo quanto vuole, levinsi contro a me i miei nemici; io non ho più alcuna paura, come colui che ho posto tutta la mia speranza nel Signore. Forse, tu non vorrai esaudire la mia preghiera, di liberarmi dall’angustia temporale; perchè una tal grazia non sarebbe utile all’anima, chè la virtù si fa più gagliarda nelle tribolazioni. Io, allora, sarò temporalmente confuso da gli uomini; essi avranno forza e potestà contro di me; ma tu lo permetti acciò io non sia confuso in eterno.» E qui segue un passo che merita di essere notato; perchè sopra di esso, principalmente, o di qualche altro affatto identico in questa Meditazione, i protestanti cercarono sostenere, che il Savonarola fosse stato un martire della loro Chiesa.

«Spererò, adunque, nel Signore, e presto sarò liberato da ogni tribolazione. E per quali meriti? Pei miei non già; ma per i tuoi, o Signore. Io non offerisco la mia giustizia, ma cerco la tua misericordia. I Farisei si gloriarono nella loro giustizia; onde non hanno quella [191] di Dio, la quale si ha solo per grazia; e nessuno sarà mai giusto innanzi a Dio, solo per aver fatto le opere della legge.» In questo punto sopravviene il fantasma della Tristizia, con tal suono d’armi e di trombe, che il Savonarola dice: «Appena mi potei sostenere, che non andassi per terra; ed essa mi avrebbe legato colle catene e condottomi nella sua regione; se la Speranza, tutta lucida e da un divino splendore irradiata, non fosse sopraggiunta a dirmi, sorridendo: — «Oh! Cavaliere di Cristo, di che animo sei tu in questa battaglia?... Hai tu fede, o no? — Sì la ho. — Ben, sappi che questa è una grande grazia di Dio, perchè la fede è suo dono, e non per nostre opere; acciò nessuno si possa gloriare.»

Qui è stato facile trovar modo a supporre, che il Savonarola volesse sostenere la giustificazione, per mezzo della fede e dei meriti di Gesù Cristo, senza le nostre opere; la quale teoria è base della dottrina riformata. Ma prima di lasciarsi andare a pronunziare un tale giudizio; bisogna considerare che, tanto pel protestante come pel cattolico, la salute si ottiene per mezzo della fede che viene dalla grazia. La differenza sta solo in questo: che pel cattolico l’umana libertà contribuisce alla salute, apparecchiandoci colle opere a ricevere la grazia; pel protestante, invece, l’uomo è un puro strumento nella mano del Signore; e, quindi, la sua volontà non può contribuire alla salute. Ciò posto, si comprende di leggieri, quanto sia facile di chiamar protestante ogni scrittore cattolico che si fermi a ragionare sulla onnipotenza della fede, sulla necessità della grazia, sulla pochezza delle opere e dei nostri meriti. Solo penetrando il senso più intimo d’una dottrina, e studiandola nel suo insieme, si può veramente giudicarla. Chi, per poco, legga le opere del Savonarola, è costretto [192] subito a riconoscere l’importanza grandissima che egli dà alla libertà umana, e come per lui sia indispensabile apparecchiarsi e disporsi a ricevere la grazia. Che se il Savonarola, chiuso nella prigione e quasi inabile a muoversi, abbandonato e tradito dagli uomini; non pensò a diffondersi intorno all’umana libertà, ma si affidava, invece, tutto nel Signore; chi vorrà farne maraviglia? Ma, pure, chiunque legge tutta questa meditazione, non potrà certo ingannarsi intorno al vero carattere della sua dottrina.

«La Tristizia,» egli continua a dire «mi assalì dicendo: Non vedi che tu chiami cielo e terra, e nessuno t’aiuta? Non vedi che il tuo unico rifugio è la morte? E tutto il suo esercito gridava; onde io, piangendo pel dolore, caddi sopra la faccia mia. Ed ecco subito, la Speranza tutta lucida e piena di splendore, discendere dal cielo, toccarmi e, levandomi sù da terra, dire: — Fino a quando sarai fanciullo? Adduca essa Tristizia, se può, un peccatore, sia pure grandissimo, il quale, rivoltosi e convertitosi a Dio, non sia stato accetto e giustificato....»‍[374] «Chi è costei che pone termine alla misericordia di Dio, e crede portar nelle sue mani le acque dei mari? Or non hai tu udito il Signore che dice: qualunque volta piangerà il peccatore, e si dorrà de’ suoi peccati; io non mi ricorderò delle sue iniquità....‍[375] La misericordia di Dio non ha termine. Cadesti? Lévati, e la misericordia ti riceverà. Ruinasti? Grida e la misericordia verrà.» Qui è chiaro che l’opera dell’uomo è riconosciuta, e la dottrina [193] è affatto cattolica. Il Savonarola conclude finalmente. «Allora tutto lieto esclamai: Io non mi confiderò negli uomini, ma solo nel Signore; e renderò i miei voti dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la morte dei Santi. Se contro a me saranno posti li eserciti tutti, il mio core non avrà più paura; perchè tu sei il mio refugio e mi condurrai al mio fine....» Poco dopo gli venne tolta la carta, e dovette cessare di scrivere.

Queste due meditazioni composte in prigione, ottennero subito una grandissima celebrità. La sola esposizione del Miserere fu, in breve tempo, diffusa in tredici edizioni diverse; e ne crebbe ancora più la fama, quando Martino Lutero la pubblicava in Germania, l’anno 1523, con una prefazione in cui dichiarava il Savonarola precursore della sua dottrina: «Sebbene» così egli diceva, «ai piedi di questo santo uomo sia ancora attaccato del fango teologico;‍[376] egli ha, nondimeno, sostenuto la giustificazione per mezzo della sola fede, senza le opere, e perciò venne bruciato dal Papa. Ma ecco, egli vive in benedizione, e Cristo lo canonizza per mezzo nostro, dovessero pure il papa ed i papisti creparne di rabbia.»‍[377] Quando, però, a combattere questa sentenza del grande riformatore, non bastassero le cose già dette; basterebbero certamente gli ultimi atti del Savonarola e l’ultimo scritto che egli potè comporre nella prigione; scritto che, di certo, avrebbe levato ogni dubbio, anche dall’animo di Martino Lutero, quando egli lo avesse letto.

[194]

Il carceriere, come seguiva sempre a chi avvicinava il Savonarola, acquistò per lui una grandissima venerazione; e più volte lo pregava che volesse lasciargli un qualche ricordo, intorno al ben vivere. Ed egli, dopo essersi più volte scusato, per aver le membra tutte lacere e mancargli la carta; dovette finalmente cedere, e sulla coperta d’un libro scrisse una Regola del ben vivere,‍[378] che, conservata con molta devozione, venne poi stampata. «Il ben vivere,» egli diceva in essa, «dipende tutto dalla grazia; onde bisogna sforzarsi d’acquistarla e, quando s’è avuta, di accrescerla. L’esaminare i nostri peccati, il meditare sulla vanità delle cose mondane, c’indirizza alla grazia; la confessione e la comunione ci dispongono a riceverla. Essa è certamente un dono gratuito di Dio; ma quando abbiamo un forte disprezzo del mondo, un forte bisogno di volgerci alle cose spirituali; allora possiamo dire che, se ancora la grazia non è in noi, certamente s’avvicina. Il perseverare, poi, nella buona vita, nelle buone opere, nella confessione, e in tutto quello che ci ha avvicinato alla grazia; è il vero e sicuro modo di accrescerla.» A chi ora non vede, che questa è dottrina puramente ed esclusivamente cattolica; e che il Savonarola, sino alle ultime ore della sua vita, restò sempre conseguente a se stesso; noi, davvero, non sapremmo trovare altri argomenti a persuaderlo.

[195]

CAPITOLO UNDECIMO. I commissari apostolici rimettono alla tortura il Savonarola che, dopo un terzo processo, risulta di nuovo innocente. Condanna e supplizio dei tre Frati.

Il 19 maggio, entravano solennemente in Firenze i commissari del Papa, Gioacchino Turriano generale dei Domenicani, e Francesco Romolino vescovo d’Ilerda, assai noto più tardi col nome di Cardinal Romolino. Intorno a loro s’affollava il basso popolaccio, gridando: «Muoia, muoia il Frate.» Ed il Romolino rispondeva, sorridendo: «Morrà ad ogni modo.» Infatti, Girolamo Benivieni aveva scritto da Roma: «che i due commissari venivano con ordine di far morire il Savonarola, fosse pure un San Giovanni Battista.‍[379]» Nè essi ne facevano mistero; giacchè, non appena furono alloggiati in San Piero Scheraggio, il Romolino, volgendosi a quei magistrati che gli erano intorno, disse: «Noi faremo un bel fuoco; io ho già meco la sentenza in petto.»‍[380]

L’indomani, 20 di maggio, la tortura era in ordine, ed il Savonarola cominciava a subire una terza esamina. V’erano presenti, oltre ai commissari del Papa, Paolo Benini e Biagio di Giovanni, pei Gonfalonieri di Compagnia; Giovanni Canacci, pe’ 12 Buoni Uomini; Piero degli Alberti, pei Dieci; Francesco Pucci, per gli Otto. Quanto a ser Ceccone, non essendo rimasti molto soddisfatti di lui, lo facevano assistere al processo in compagnia di altri; acciò la emulazione potesse aguzzargli l’ingegno a meglio e più efficacemente alterar le [196] risposte.‍[381] Le domande erano già scritte, onde sempre più agevolare la fatica del notaio. I commissari del Papa venivano deliberati a far vedere, come si doveva adoperar la tortura, come falsar le risposte, per ottenere tutto ciò che si voleva.

Essi torturarono ferocemente il misero Frate;‍[382] e le prime domande furono intorno all’affare del concilio, ma più specialmente intorno ai complici di questa impresa. Il Savonarola disse: «Vi risponderò chiaro, che le cose del concilio non mi furono consigliate da nessuno, che solo negli ultimi tempi ne feci parola a qualcuno dei frati. Coi principi d’Italia non tenni mai pratiche, perchè li stimavo tutti miei nemici. Speravo, però, che i principi stranieri dovessero favorire l’impresa, a cagione dei cattivi portamenti della Corte di Roma; e massime il re d’Inghilterra, per avere inteso ch’era buon uomo. Quanto ai cardinali e prelati li stimavo tutti miei nemici.» Interrogato circa al farsi rivelar le confessioni, subito rispose: «che nè egli lo chiedeva, nè i suoi frati lo avrebbero mai fatto.» Il Romolino cominciava ad accorgersi di non ottener nulla, veniva perciò sulle furie e minacciava; ma quando vide che le minacce erano inutili, ordinò subito che il Savonarola fosse spogliato e rimesso alla tortura. Egli allora, volgendosi intorno, [197] diceva apertamente: «Orsù uditemi, Signori fiorentini, siatemi testimoni. Io ho negato il mio lume per paura dei tormenti. Se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio.» In questo mezzo, veniva spogliato e rimesso alla tortura; ma quelle parole furono trascritte con poche alterazioni, perchè troppo chiare e con troppo grande fermezza pronunziate.‍[383] Torturato fierissimamente, il Savonarola ricadde nel delirio e nelle risposte ambigue, che venivano affatto alterate dal notaio. Ma quando si giunse ai punti importanti della dottrina; allora, di nuovo, la tortura e le alterazioni non valevano più a nulla. Lo interrogarono, se avesse mai voluto dividere la Chiesa di Cristo; e subito, quasi svegliandosi dal delirio, rispondeva: «Giammai; se con ciò non si voglia intendere d’alcune cerimonie, colle quali ristrinsi la vita dei miei frati. Ben è vero che non ebbi mai paura delle scomuniche.»‍[384]

[198]

L’indomani ricominciavano il processo, con una dichiarazione che doveva riconfermare tutte le cose già scritte nelle esamine antecedenti. Ma essa è così priva d’ogni buon senso, che non può avere alcun valore; come non ne ha nessuno tutto questo processo, falsato assai più del primo, ed in cui difficilmente può indovinarsi qualcuna delle risposte genuine. Si continuò, poi, facendo mille strane e ridicole domande, come; «Se aveva mai sostenuto che Gesù Cristo fosse solamente uomo.» Al che rispose: «Queste sono cose da matti.» Gli chiesero: «Se credeva agl’incantesimi.» Ed egli: «Sempre me ne feci beffe.»‍[385] Il Romolino tornava, da capo, sull’affare del Concilio, per saperne i fautori, e massime se v’era stato il Cardinale di Napoli. Domandava e ridomandava, colle promesse, colle minacce e colla tortura; fino a che il Savonarola, dopo aver mille volte negato ogni pratica o consiglio d’altri, [199] gridava quasi fuori di sè: «Napoli, Napoli, con lui e con altri ho tenuto pratiche.» Ma il giorno seguente, suo primo pensiero fu di smentire subito ciò che avea detto nel delirio, a danno altrui. «Nè col Cardinale di Napoli, nè con altri ho trattato le cose del Concilio.» Allora il Romolino si persuase che non v’era più da cavar nulla; che la tortura e l’abilità de’ suoi notai non riuscivano a formare un processo che giustificasse la condanna; e però tornava inutile perdere più tempo. Fatte, quindi, alcune brevi domande; citò il Savonarola a comparire l’indomani, per udire la sua sentenza. — «Io sono prigione,» egli rispose; «verrò, se mi ci condurranno.»

Ma non era anche tutto finito. Il giorno si trovava presso al morire, sonavano le ore 23, ed il Frate meditava tranquillamente nella sua prigione, che fu, ad un tratto, invasa da cinque cittadini. Costoro, insieme col notaio, volevano tentare se in quell’ultima ora, così alla sprovvista, e dopo tante angosce di spirito e di corpo, il Savonarola si lasciasse piegar dalle minacce. Volevano saper cose di Stato, per rafforzare quel primo processo che solo si era pubblicato, e di cui tutti rimanevano scontenti. Egli non fece che ripetere con calma quello che aveva giù detto: — «Io lasciavo la cura di tutte le cose particolari al Valori. Lo scopo dei miei amici si riduceva, in fondo, a tenere il Consiglio provvisto di uomini popolari; procedere severamente contro gli avversari, quando però cadessero in fallo; essere uniti e forti, non per offendere, ma per trovarci pronti alla difesa.»‍[386]

Così finiva il terzo processo, del quale i commissari apostolici non potevano andare punto orgogliosi. Dopo tante promesse, non avevano fatto altro [200] che rendere, coi vani tentativi, sempre più evidente l’innocenza del Savonarola. Questa esamina, quindi, non fu stampata, nè firmata,‍[387] nè letta al pubblico; restò come interrotta e non più curata. La tennero nascosta, e solo ne mandarono qualche copia in giro per le corti d’Italia.‍[388]

Tutto questo, per altro, non impedì che, in quel medesimo giorno 22 d’aprile, i commissari apostolici si radunassero; onde deliberare intorno alla vita dei tre frati. La cosa fu presto risoluta. Quanto al Savonarola ed a frà Salvestro, non si fece neppure discussione: fu decisa la morte. Volendo, poi, in qualche maniera temperare la trista impressione che doveva fare sugli animi una tale sentenza; il Romolino proponeva che si risparmiasse la vita a frà Domenico. Ma fu da un tale osservato: «Che in questo frate rimarrebbe viva tutta la dottrina del Savonarola;» ed allora il Romolino subito riprese: «Un frataccio di più o di meno poco monta; mandiamolo pure a morte.»‍[389]

Nello stesso tempo, s’era radunata una Pratica assai ristretta, per discutere la sentenza. Non vi fu che un solo, per nome Agnolo Pandolfini, il quale si levasse a parlare in favore del Savonarola, dicendo come a lui sembrava gravissima colpa, il porre a morte un uomo di qualità sì eccellenti, che appena se ne vedeva uno in ogni secolo. «Quest’uomo,» egli disse, «potrebbe non solamente rimettere la fede nel mondo, quando la fosse mancata; ma ancora le scienze, di cui è sì altamente dotato. Io perciò vi consiglio di tenerlo in prigione, [201] se così volete; ma serbarlo in vita e dargli modo di scrivere, acciò il mondo non perda i frutti del suo ingegno.» Tali parole vennero assai male accolte nella Pratica, e subito fu risposto in contrario: «Che nessuno poteva affidarsi alle nuove Signorie, le quali ogni due mesi si succedevano. Il Frate sarebbe certissimamente tornato libero, per mettere di nuovo la città a soqquadro. — Nemico morto, non fa più guerra. —»‍[390] E in tal modo venne deliberata la condanna d’un uomo che, dopo tanti processi, dopo una tortura così prolungata, risultava sempre più innocente; e quella de’ suoi due compagni, che erano al pari di lui innocenti. Perchè, in verità, se la innocenza di frà Domenico fu tale da venire attestata dai suoi medesimi esaminatori; frà Salvestro, quantunque rinnegasse il suo maestro, non risultava, però, colpevole d’alcun delitto che le leggi avessero potuto condannare.

Intanto, quella medesima sera, venne loro comunicata la sentenza; acciò vi fosse tempo d’apparecchiarsi all’ora estrema. Frà Salvestro parve assai atterrito; frà Domenico, invece, fu come invitato a festa. L’annunzio della morte riempì d’entusiasmo quell’anima generosa; e subito egli prese la penna, per dare l’ultimo addio a’ suoi frati, scrivendo una lettera che non possiamo astenerci dal riportare.

«Fratres dilectissimi et in visceribus Jesu Christi. Perchè la volontà di Dio è che noi siamo per lui morti; voi che resterete, pregate per noi, tenendo a mente i miei ammaestramenti, di star uniti in carità e bene occupati in santi esercizi. Pregate per noi, particolarmente nelle solennità, quando siete insieme congregati in coro; ed il corpo mio seppellitelo costì in terra, non dentro in chiesa; ma dinanzi alla porta [202] di essa, o da un canto in luogo umile, e direte per noi le solite messe. Ed io, dove spero potere, farò il simile per voi.

»Baciate tutti i fratelli, costì in San Marco, da mia parte, massime i nostri dilettissimi di Fiesole, quorum nomina in corde fixa ante Deum porto. Fate raunare dalla cella nostra tutti gli opuscoli del Padre frà Girolamo; fategli legare e metterne una copia in libreria e un’altra in refettorio, per leggere a mensa, pur con la catena; acciò anche i fratelli conversi possano, quivi, qualche volta leggerli.»‍[391] — Il suo ultimo pensiero era volto a mantener sempre viva la dottrina del maestro! Pochi esempi si trovano al mondo, di tanta fede e di tanta costanza. Egli era così esaltato, così pieno di fervore, che non appena gli fu annunziato come i loro corpi sarebbero, dopo morte, bruciati; domandò in grazia d’essere bruciato vivo, «onde potere, nel nome di Cristo, sopportare più penoso martirio.»

Quando i messi entrarono nel carcere del Savonarola, a comunicargli la sentenza; lo trovarono inginocchiato che pregava. Dopo avere udito il tristo annunzio, non dette alcun segno di dolore o di gioia; ma continuò più fervida la sua orazione. Poco dipoi, gli venne offerta la cena che ricusò, dicendo: aver bisogno di fortificare l’animo e non il corpo, di tenere la mente serena e bene apparecchiata alla morte. Ed ecco, entrare nella prigione un uomo tutto vestito di nero, col viso nascosto sotto un nero cappuccio: era Jacopo Niccolini, Battuto della compagnia del Tempio. Questo nome si dava ai membri d’un’associazione, che volontariamente assistevano le ultime ore dei condannati. Non appena il Niccolini ebbe interrogato il Savonarola, se poteva soddisfare a qualche suo desiderio; questi lo pregò d’impetrargli dai [203] Signori, un breve colloquio co’ suoi due compagni di prigione, ai quali, prima di morire, voleva dir poche parole. E l’altro andò subito, dimostrandosi assai volenteroso d’adempiere a questo ufficio. Allora entrava un monaco di San Benedetto, per confessare il prigioniero che, devotamente inginocchiatosi, adempieva con fervore a tutti gli uffici religiosi. Lo stesso facevano gli altri due frati.‍[392]

I Signori discutevano, intanto, sulla domanda di cui era apportatore il Niccolini: essi temevano sempre dal Savonarola qualche cosa di straordinario e d’inaspettato. Ma il benevolo messaggiero faceva loro considerare, che non vi poteva esser nulla a temere da chi già si trovava, per così dire, con un piede nella fossa; e che gli ultimi desiderii dei condannati sogliono esser sempre soddisfatti. Così venne concessa un’ora di colloquio, nella sala del Consiglio Maggiore.

Con quale animo s’incontrassero i tre frati, sarebbe assai difficile descriverlo. Si vedevano per la prima volta, dopo più di quaranta giorni di prigionia e di tortura; dopo che ad ognuno di loro s’era voluto far credere, che gli altri avessero ritrattato ogni cosa; dopo che frà Domenico e frà Salvestro avevano, coi propri occhi, veduto il falso processo del Savonarola. Ma quelli non erano momenti da permettere alcuna dichiarazione; si trattava solo d’apparecchiarsi con fraterno coraggio alla morte. La sola presenza del Savonarola bastò subito, perchè in mezzo ai suoi compagni, egli riprendesse tutto il suo ascendente. Al primo apparire di quel volto calmo e severo, ogni dubbio scomparve dall’anima de’ suoi discepoli, e vi rinacque, invece, l’antica fede. Non v’era da perdere un solo minuto; onde si rivolse, tosto a frà Domenico, dicendo: «Io so che voi chiedete [204] d’essere bruciato vivo; ma ciò non è bene, a voi non è lecito di scegliere la morte. Sappiamo, forse, con quale fermezza sopporteremo quella a cui siamo condannati? Ciò non dipende da noi; ma dalla grazia che il Signore ci vorrà concedere.» Volgendosi, poi, con maggiore severità a frà Salvestro, gli disse: «Di voi so che volete, innanzi al popolo, difendere la vostra innocenza: io v’impongo di lasciare un tal pensiero, e seguire piuttosto l’esempio del nostro Signore Gesù Cristo che, neppure sulla croce, volle parlare della innocenza sua.» I due frati, senza rispondere una sola parola, s’inginocchiarono dinanzi al loro superiore, e ricevuta devotamente la benedizione, se ne tornarono ciascuno alla sua prigione. Il Savonarola aveva giustamente pensato, che ogni esterna manifestazione d’atti o parole, avrebbe reso meno solenne e meno cristiana la morte loro; in quell’ora suprema tutti i pensieri e tutto l’animo dovevano essere rivolti a Dio: tale era stato il fine di quel colloquio. Ora che i suoi discepoli s’erano mostrati dispostissimi all’obbedienza, a lui non restava altro che apparecchiarsi a bene morire.‍[393]

La notte era già molto avanzata, quando egli rientrò nella prigione: ivi il sonno e la stanchezza lo vinsero per modo, che avendo, quasi in segno d’affetto e riconoscenza, posato il capo sulle ginocchia del benevolo Niccolini; cadde subito in un sonno breve e leggero, nel quale pareva sorridere e sognare: tanta era la serenità del volto e dell’animo suo. Destatosi, egli fu come sorpreso di se stesso; e per dare un segno d’affezione e riconoscenza al Niccolini, volle riconfermargli le future calamità di Firenze. E si dice che aggiungesse: «Tieni bene a mente, che ciò avrà luogo, quando vi sarà un papa chiamato Clemente.» Questa profezia [205] fu scritta e serbata fino al 1527, quando nell’assedio di Firenze, sembrò verificarsi a capello; allora i Piagnoni la cavaron fuori, e l’andavano mostrando al popolo maravigliato: tale, almeno, è il racconto che ci lasciarono gli antichi biografi.‍[394]

I tre frati passarono tutta la notte in continua orazione, e la mattina si rividero per comunicarsi. Il Savonarola ottenne di farlo colle sue proprie mani; e così, presa l’ostia, vi fece sopra la seguente orazione, a sempre meglio dichiarare la sua dottrina: «Signore, io so che tu sei quella Trinità perfetta, invisibile, distinta in Padre, Figliuolo e Spirito Santo; so che tu sei il Verbo eterno, che scendesti nel seno di Maria, e salisti sulla croce a spargere il sangue pei nostri peccati. Io ti prego che quel sangue sia in remissione de’ miei peccati, dei quali ti chiedo perdono; come pure d’ogni offesa o danno recato a questa città, e d’ogni mio errore che non conoscessi.»‍[395] Fatta questa piena ed esplicita dichiarazione di fede, prese la sua comunione: lo stesso fecero i due compagni; e subito dopo venne loro annunziato che potevano scendere nella Piazza.

Sulle scale della ringhiera si vedevano eretti i tribunali, in numero di tre. Il più vicino alla porta del Palazzo, era pel vescovo di Vasona; il secondo a sinistra, pei commissari apostolici; il terzo, vicino al Marzocco, pel Gonfaloniere e gli Otto. Di lì, stendendosi [206] verso il tetto dei Pisani,‍[396] correva un palco alto a statura d’uomo, che occupava nella sua lunghezza un quarto della piazza. Alla estremità del medesimo, s’innalzava un grosso palo, traversato in cima da un altro che formava così una croce; sebbene, per evitare quella forma, fosse stato più volte scorciato. Dalle braccia di questa croce pendevano tre lacci e tre catene, per prima impiccare i frati, e poi incatenarne i cadaveri; onde rimanessero sospesi, mentre venivano divorati dalle fiamme. Ai piedi del palo era un gran monte di materie accensibili, d’intorno a cui i fanti della Signoria duravano una gran fatica, per tenere lontana la moltitudine che si moveva e cresceva ad ondate. La folla non sembrava più numerosa che nel giorno dell’esperimento del fuoco; ma d’aspetto assai diverso. V’era un silenzio tristo e solenne; una trepidazione profonda occupava l’animo, anche di coloro che più avevano desiderato questo giorno. Ed in quella universale agitazione, la moltitudine era esaltata da passioni diversissime: vi si vedevano Bigi, Piagnoni ed Arrabbiati; quelli che più erano stati assidui alle prediche del Frate, si trovavano accanto a coloro che, colle pietre e coi pugnali, gli avevano attentato la vita. Vi si trovavano, ancora, molti degli scrittori che, nelle cronache o diari, ci hanno lasciato eterna ricordanza di quel giorno tanto memorabile. Che pensieri passassero per l’animo loro, sarebbe certo assai più facile al lettore immaginarli, che a noi descriverli.

Intorno al monte delle materie infiammabili, era, intanto, penetrato un pugno di gente che, alle bestemmie, alle grida oscene, al feroce diletto con cui già pregustavano il vicino spettacolo d’orrore; sembravano belve piuttosto che uomini. Erano la più [207] parte usciti allora dalle prigioni, dove i passati magistrati li avevano chiusi, a cagione dei loro delitti; e donde la presente Signoria li faceva uscire, a cagione solamente dell’odio che dicevan di portare al Savonarola ed a’ suoi seguaci.‍[397]

Già i tre frati scendevano le scale di Palazzo; quando ecco un Domenicano di Santa Maria Novella venire loro incontro, con ordine di spogliarli dell’abito, lasciandoli nella sola tonacella di lana, coi piedi ignudi e le mani legale. Quest’atto così inaspettato, commosse profondamente il Savonarola; ma pure, fattosi animo, prese in mano il suo abito e, prima di renderlo, disse: «Abito santo, quanto ti ho desiderato! Tu mi fosti concesso per grazia di Dio, ed io t’ho conservato finora senza macchia. Ora io non ti lascio, ma tu mi sei tolto.»‍[398]

Finalmente giunsero al primo tribunale, e si trovarono in presenza del vescovo di Vasona. Esso aveva obbedito agli ordini del Papa; ma ora sembrava tutto confuso: non aveva il coraggio di alzare gli occhi sul volto sereno del suo maestro, che innanzi a lui sembrava il giudice e non l’accusato. Pure, si cominciava la terribile e quasi funerea cerimonia. I tre frati furono rivestiti del loro abito; ond’essere prima degradati, e poi di nuovo spogliati. Quando furono al punto della degradazione, il vescovo prese pel braccio il Savonarola; ma la voce gli tremava e l’animo gli mancò per modo che, dimenticando la consueta formola, in luogo di separarlo solamente dalla chiesa militante, disse: «Separo te ab Ecclesia militante atque triumphante.» A che il Savonarola, senza punto scomporsi, lo corresse, [208] dicendo: «Militante, non triumphante; hoc enim tuum non est.»‍[399] E queste parole furono pronunziate con un accento che vibrò nell’animo degli astanti: chiunque potette udirle, ne serbò eterna ricordanza.

Degradati e spogliati che furono i tre frati, vennero, di nuovo, colla sola tonacella ceduti al braccio secolare, e da questo condotti innanzi ai Commissari apostolici, ove udirono la sentenza che li dichiarava scismatici ed eretici. Dopo di che, con crudele ironia, il Romolino li assolvette da ogni peccato; e, domandando loro, se accettavano la sua assoluzione; essi, piegando il capo, accennarono di sì. Finalmente si trovarono di faccia agli Otto che misero il partito ai voti, secondo la forma consueta, e lo vinsero unanimi. Se non che, un tal Francesco Cini non v’era intervenuto, dicendo di non si voler trovare a rendere così iniqua sentenza.‍[400] La quale fu subito letta agli accusati, ed era concepita in questi termini: «Il Gonfaloniere e gli Otto, bene considerati i processi dei tre frati, e gl’immensi delitti che ivi si contengono; e considerata soprattutto la sentenza del papa,‍[401] che li consegna al tribunale secolare, perchè fossero puniti; deliberano: che ciascuno dei tre frati venga sospeso al patibolo e poi bruciato; acciò le anime sieno affatto separate dai loro corpi.»‍[402]

I tre frati, allora, con piè sicuro e con animo tranquillo, s’avviarono al supplizio. Anche frà Salvestro riprese in quell’ultima ora lo smarrito coraggio; ed in [209] presenza della morte, parve tornato ad essere un vero e degno discepolo del Savonarola. Il quale, veramente, dette prova di forza sovrumana, non perdendo neppure un solo istante, quella calma che troppo gli era necessaria a morir cristianamente. Mentre che, insieme a’ suoi compagni, colle membra appena ricoperte dalla tonacella, i piedi scalzi e le braccia legate, veniva lentamente condotto dalla ringhiera al patibolo; si permetteva alla più sfrenata plebaglia d’accostarsi, per insultarlo con atti e parole impudenti e vilissime. Egli restò fermò e inalterabile sollo quell’aspro martirio. Un tale, mosso a pietà, gli si accostò dicendo qualche parola di conforto; ed il Savonarola benignamente rispose: — «Nell’ora estrema, solo Iddio può confortare i mortali.» — Un certo prete Nerotto domandava: — «Con quale animo sopporti questo martirio?» Ed egli: — «Il Signore ha sofferto tanto per me;» — nè aggiunse più altro.‍[403]

In questo universale scompiglio, frà Domenico non s’avvedeva di nulla, parea davvero:

Ch’a danza e non a morte andasse.‍[404]

Era così esaltato che voleva, in ogni modo, intonare il Te Deum ad alla voce; ma, per le vive istanze del Battuto che gli era accanto, se ne astenne dicendo: «Accompagnatemi, dunque, a bassa voce;» e così lo recitarono tutto. Poi aggiungeva: «Rammentatevi bene, che le profezie di frà Girolamo si debbono verificare tutte, e che noi siamo morti innocentemente.»‍[405]

Frà Salvestro fu il primo cui venne ordinato di salire la scala del supplizio. Quando egli ebbe il laccio intorno al collo, nel momento stesso in cui ricevette [210] la fatale spinta, esclamò: in manus tuas, Domine, commendo animam meam. Poco dopo, il boia, legato il cadavere colla catena; andò subito dall’altro lato della croce, per far subire lo stesso supplizio a frà Domenico. Il quale salì rapido, con un volto pieno di speranza e quasi di gioia, come se andasse direttamente al cielo.

Quando il Savonarola ebbe visto morire i due compagni; toccava a lui prendere quel posto, che rimaneva ancora vuoto in mezzo ad essi. Egli era così rapito ai pensieri d’un altra vita, che quasi parea avesse già abbandonato la terra. Ma, pure, come fu in alto sulla croce, non si potè trattenere dal volgere lo sguardo alla sottoposta moltitudine, e gli parve che ad ognuno tardasse di vedere la morte sua. Oh! quanto era diversa, da quei giorni nei quali pendeva estatica dalle sue labbra, in Santa Maria del Fiore. Ai piedi della croce, vide alcuni popolani coi torchi accesi in mano, impazienti d’appiccare il fuoco. Allora, subito, presentò il capo al boia. Il silenzio fu, in quel momento, universale, e terribile; un fremito d’orrore sembrò invadere quella moltitudine, e quasi i monumenti stessi che circondavano la piazza. Pure, non mancò chi fece udire la sua voce, gridando: «Profeta! è venuto il momento di fare il miracolo.» Tutti gl’incidenti di quel giorno, sembravano destinati a rimanere incancellabili nella memoria, e ad accrescere quel senso di misterioso terrore, che la morte del suo profeta doveva eternamente lasciare nel popolo di Firenze.

Il manigoldo, credendo di compiacere alla sfrenata plebaglia, cominciò a buffoneggiare sul cadavere che ancora si dibatteva; e nel ciò fare, mancò poco che non precipitasse dall’alto. Quest’osceno spettacolo mosse sdegno ed orrore nell’animo di tutti; tanto che i magistrati mandarono severamente a rimproverarne [211] l’autore. Allora quegli volle darsi una grandissima fretta, sperando così che le fiamme cominciassero a bruciare il misero Frate, prima che fosse morto del tutto. Ma gli cadde di mano la catena, e mentre che la cercava, per rimetterla, il Savonarola aveva già dato l’ultimo fiato. Erano le ore 10 antimeridiane del giorno 23 di maggio 1498: moriva in età d’anni 45.‍[406]

Il manigoldo non era anche sceso dalla scala, per accendere il fuoco; quando le fiamme già si levavano in alto, perchè un tale, che stava da più ore col torchio acceso in mano, lo aveva subito appiccato, dicendo: «Finalmente mi trovo a bruciare, chi avrebbe voluto bruciar me!»‍[407] Ma ecco levarsi un vento che, per qualche tempo, allontanava le fiamme dai tre cadaveri; onde molti retrocedevano atterriti, e gridavano ad alta voce: «Miracolo, miracolo!» Ben presto, però, cessato il vento, le fiamme riavvolgevano i corpi dei tre frati, e la gente di nuovo s’avvicinava. In questo mezzo, s’erano consumate le funi che legavano le braccia al Savonarola; onde, per l’azione del fuoco movendosi le mani, all’occhio dei fedeli sembrò di vedere che egli, in mezzo a quella nuvola di fiamme, levasse in alto la destra e benedicesse il popolo che lo bruciava.‍[408]

I Piagnoni accennavano questa visione l’uno all’altro; e molti di loro ne erano talmente commossi che, senza considerare al luogo ed alla gente fra cui si trovavano, singhiozzando, piegavano le ginocchia a terra, e adoravano colui che già avevano santificato nel loro cuore. Le donne piangevano dirottamente; i giovani [212] fremevano, considerando lo stato infelice a cui erano ridotti. E mentre che da un lato v’era tanto dolore, dall’altro si esultava. Gli Arrabbiati, vicini al patibolo, istigavano un’orda di fanciulli che, schiamazzando e danzando, tiravano una grandine di sassi ai tre cadaveri, dai quali si staccavano, di tratto in tratto, dei brani che cadevano nel fuoco sottoposto. «Piovea viscere e sangue,» dice uno scrittore che si trovò presente a quel doloroso scempio, che da un lato cresceva le grida di gioia, e dall’altro raddoppiava i vani rammarichii ed il pianto.‍[409]

Molti dei più arditi Piagnoni, fra cui delle dame travestite da serve, si aprirono strada tra la folla nemica; e pervennero sino al patibolo ove, in mezzo all’universale trambusto, poterono certamente raccogliere le reliquie dei loro santi. Ben presto, però, furono allontanate dai fanti della Signoria, la quale, temendo anch’essa che quelle ceneri potessero operare miracoli, le fece tutte raccogliere sopra carri, e dal Ponte Vecchio gettare in Arno. Ma non si potette impedire a molti di raccogliere i residui lasciati nella Piazza o caduti per via; i quali residui, gelosamente conservati in preziose custodie, furono adorati, e per moltissimi anni mantennero viva la fede nel Frate e la devozione al suo convento.‍[410] Il giovane Pico della Mirandola, valente erudito e dotto filosofo, credette anch’egli di aver potuto ripescare dall’Arno un pezzo del cuore stesso del Savonarola; ed assicurava di averne più e più volte sperimentato la miracolosa virtù, nelle guarigioni di molte malattie, nello scacciare gli spiriti maligni, e via discorrendo.‍[411]

[213]

Vennero coniate medaglie, incise immagini, che da tutti i devoti erano ricercate e tenute nascoste; perchè oggimai gli Arrabbiati erano padroni di tutto, nè si poteva più resistere alla loro furia insolente.‍[412] Le persecuzioni cominciate, allora, contro i Piagnoni, non sembrava che dovessero aver mai fine. Fu chiuso per due mesi il convento di San Marco; privato della contigua fabbrica della Sapienza, ove erano i novizi; gli furono tolti, sotto vari pretesti, quei libri di Lorenzo il Magnifico, pei quali aveva pagato alla Repubblica 3000 fiorini:‍[413] così avvenne ancora di moltissimi altri diritti e privilegi che godeva da lungo tempo.‍[414] Nè vi mancò, pure, la sua parte di ridicolo; perchè si fecero cinque deliberazioni‍[415] contro la Piagnona, o sia campana maggiore di San Marco: per avere sonato a martello il giorno del tumulto, essa venne esiliata da Firenze, e portata sopra un carro, mentre il boia la frustava.‍[416] Molti frati andarono in esilio, fra i quali Mariano degli Ughi, Roberto da Gagliano, Aurelio Savonarola fratello di Girolamo, ed anche Malatesta Sacromoro, cui il tradimento non valse a far perdonare l’amicizia avuta col suo maestro.‍[417]

Grandissimo fu, poi, il numero dei cittadini perseguitati come seguaci del Frate. Altri non pochi ebbero [214] ordine di presentarsi a Roma; ma si fecero ben presto assolvere, mediante danaro pagato ai commissari apostolici.‍[418] Niuno, però, si poteva liberare dagl’insulti continui d’una sfrenata plebaglia: da per tutto s’udivano canzoni oscene ed ingiuriose contro i Piagnoni, e le loro orazioni eran di continuo interrotte. La notte di Natale, per maggiore dispregio alla memoria del Savonarola, fecero gli Arrabbiati correre in Duomo un vile giumento che, poi, a furia di bastonate, lasciarono morto sulla soglia.‍[419] Nondimeno, ogni anno, nella notte del 23 di maggio, quel luogo medesimo ove i tre frati aveano sostenuto il martirio si trovava sparso di fiori.‍[420] I più costanti seguaci si dettero a scrivere, in segreto, apologie o biografie del Savonarola; dipingevano quadri religiosi, leggevano le prediche, ed attendevano la verificazione de’ suoi vaticinii.

Lo stesso giorno 23 di maggio, i Dieci scrivevano a Roma e ad altre corti d’Italia, dicendo: «quei frati avere avuto fine condegno alle loro pestifere sedizioni.»‍[421] I commissari apostolici, poi, non solo chiamavano il Savonarola eretico e scismatico; ma lo accusavano di quei delitti, di cui essi stessi lo facevano risultare innocente, nel processo da loro falsamente compilato. «Noi abbiamo trovato,» così scrivevano al papa, «che egli si faceva rivelare le confessioni; che il suo fine era di mettere sedizione in Firenze, movendo i cittadini gli uni contro gli altri. Trovammo questo Frate, o diremo piuttosto, per non chiamarlo nè frate nè uomo, questo [215] iniquissimo onnipede,‍[422] pieno d’ogni più orrenda scelleraggine. Egli osava chiamare Iddio in testimonianza delle sue parole; dicendo che, quando non fossero vere, avrebbe voluto morire di laccio, ed avere le sue ceneri sparse al vento ed alla pioggia. E noi abbiam fatto in modo, che ogni parte di questo vaticinio sia verificato.»‍[423]

Da Roma, da Milano, da ogni parte vennero alla Signoria lettere di congratulazione e d’encomio. Solamente Luigi XII, che era successo a Carlo VIII, scriveva e pregava caldissimamente, che fosse sospesa l’esecuzione della sentenza, per ragioni gravissime che avrebbe in altra sua comunicate.‍[424] Ma il giorno in cui esso inviava quella lettera, già le ceneri dei tre martiri erano in Arno.

[217]

CONCLUSIONE.

Dopo la morte del Savonarola, le cose mutarono con tale rapidità, che gli Arrabbiati non ebbero tempo, neanco a pensare di restringere il governo; ma, invece, si dovettero persuadere ben presto, non esservi altro modo nè altra politica per salvare la repubblica, che quella consigliata dal Frate. Infatti, Piero e Giuliano dei Medici già s’avvicinavano a Firenze, sostenuti da un forte esercito veneziano. Bisognava, quindi, unirsi coi Piagnoni, a difendersi da tanti pericoli e tanti nemici.

Per fortuna, il Duca di Milano, sempre più geloso dei Veneziani, aiutava adesso a scongiurare questi pericoli. Ma chi poteva affidarsi alla sua amicizia, e riposare nella sua fede? Quanto ad Alessandro Borgia, che aveva dato così grandi speranze, e fatte così larghe promesse per ottenere la morte del Savonarola; fu singolare il vederlo, non appena raggiunto il desiderato fine, abbandonarsi cecamente all’impeto delle sue più sfrenate passioni. Pareva, quasi, che la morte del povero frate, avesse tolto ogni freno alla libidine ed all’ambizione del papa e di suo figlio, il Duca Valentino. Faceva intime alleanze con Turchi ed Ebrei, cosa allora inaudita; poneva in vendita, in un solo anno, dodici cappelli cardinalizi:‍[425] la storia degli incesti e pugnali dei Borgia è troppo nota, per fermarci a parlarne minutamente. Fine principalissimo del papa, era di fondare al figlio uno Stato in Romagna; e il Duca Valentino era così [218] pieno di questa ambizione, che già meditava di allargare la sua potenza sopra tutta Italia, ed il primo passo voleva farlo in Toscana.‍[426] Per queste ragioni, era intento a suscitare alla repubblica sempre nuovi pericoli: ora faceva sollevare Arezzo; ora minacciava di venire a rimetter Piero de’ Medici; e continuamente scorreva e predava la campagna. Onde i Fiorentini dovettero accordarsi a dargli 36,000 ducati annui, sotto nome di condotta; nè questo impediva che di tanto in tanto venisse, con vari pretesti, a scorrere e saccheggiare il territorio fiorentino. Così i Borgia adempievano le tante promesse, fatte alla repubblica per ottenere la morte del Savonarola!

Gli Arrabbiati finalmente, si persuasero che, a volersi difendere dai Medici e dai Borgia, non v’era altra via che l’alleanza francese e l’unirsi di buona fede coi Piagnoni. Seguirono, allora, interamente la politica consigliata dal Savonarola; e le cose incominciarono subito a procedere con ordine e fortuna assai maggiore che non si sarebbe sperato.

Se non che, l’ambizione in Luigi XII, non era punto minore che in Carlo VIII; e ben presto dovevano cominciare le sventure dal Savonarola predette all’Italia. Chi non conosce la storia di quelle guerre fra Tedeschi, Spagnuoli, Svizzeri e Francesi, che per tanti anni desolarono le nostre contrade, mettendole a sacco, a ferro ed a fuoco? Fino a che la vittoria arrise alle bandiere di Francia, la repubblica fiorentina si potè mantener viva in mezzo allo scompiglio universale; ma quando, per la morte del giovane ed immortale Gastone di Foix, cominciò a cedere la fortuna dei Francesi, l’ultima ora della repubblica era già sonata. Nel settembre del 1512, infatti, un esercito [219] spagnuolo, senza incontrare ostacoli, rimetteva in Firenze i Medici.

La guerra e le sventure s’allargarono, intanto, su tutta Europa. La voce di Lutero aveva già messo lo scisma nella Chiesa; i roghi e patiboli, invece di spegnerle, davano alimento alle nuove dottrine: e così cominciavano le battaglie religiose. La Chiesa, l’Italia, il mondo erano flagellati. Ed in ogni nuova guerra, in ogni saccheggio, in ogni eresia i Piagnoni vedevano un’altra verificazione delle profezie del Savonarola. Nelle sventure e nella oppressione, essi mantennero sempre più viva l’antica fede. Quando, poi, si vide che Clemente VII ascese al pontificato; che gli eserciti di Carlo V assediarono e posero a sacco la città eterna; che le chiese divennero stalle di cavalli, e bagordi; allora, veramente, parve ancora ai più increduli, che tutte le predizioni del Frate si verificassero per filo e per segno. Si cavò fuori quell’ultima profezia fatta al Niccolini, la quale copiata e letta con grande maraviglia, girava per le mani di tutti. Ognuno andava rileggendo le prediche, e mostrava quei mille passi, nei quali le cose che seguivano, erano state tante volte predette. Il partito dei Piagnoni, come per miracolo, si trovò di nuovo padrone; i Medici, privi d’aiuto esterno e con tanti nemici interni, si dierono alla fuga. Venne subito proclamata la repubblica; Cristo fu eletto re di Firenze; fu ordinata la milizia cittadina, e tutti s’apparecchiavano, questa volta, a mantenere la riacquistata libertà, o a morire in modo degno di essa. La nuova repubblica sostenne infiniti assalti, ed ognuno conosce come ben presto dovè cadere; ma, difesa dal genio di Michelangiolo, dalla destra del Ferruccio, dal cuore di tutto un popolo, ebbe una fine gloriosa quanto i giorni più belli del suo fiorire. Ed in tutto questo maraviglioso movimento, San Marco era [220] tornato ad essere il centro dei più fidi amici della patria e della libertà. I discepoli del Frate, le sue profezie, le prediche, le immagini di lui ispirarono quei valorosi e magnanimi cittadini a difendere la repubblica sino all’ultima ora. Così la storia dei veri seguaci del Savonarola, finisce solo colla libertà fiorentina.‍[427]

La dottrina religiosa, noi vedemmo che si mantenne sempre ed inalterabilmente cattolica. Quando Roma fu assediata da legioni di protestanti, e quando la repubblica fiorentina sostenne la guerra contro al Papa che l’assaliva e voleva distruggerla; allora i Piagnoni non s’unirono giammai al partito della Riforma; anzi, i pochi protestanti che si trovavano in Firenze, e fra questi il celebre Antonio Brucioli,‍[428] furono bersaglio dell’ira popolare. Questo era un altro segno assai evidente, che la dottrina del Savonarola differiva profondamente da quella di Lutero; nondimeno le accuse e le apologie non ebbero mai fine, e fra tante discussioni il giudizio restò in Italia lungamente sospeso. Papa Alessandro, appena morto il Savonarola, aveva proibito severissimamente i suoi scritti, minacciando la scomunica a chiunque non li riportasse all’arcivescovo. Più tardi, mutato consiglio, ne permise la ristampa; e così s’era andato fino all’anno 1558, quando Paolo IV, radunata la congregazione dell’Indice, [221] volle che se ne facesse un minuto e diligente esame. La disputa fu lunga e solenne. Alla lettura dei brani che scelse una commissione di 4 cardinali, il papa montò in tal furore che, battendo i piedi a terra, gridava: — «Questi è Martino Lutero, questa è dottrina pestifera. A che ve ne state Monsignori reverendissimi?» — Ma, dopo un esame più maturo, anch’egli dovè cedere: solamente il dialogo della Verità profetica e quindici prediche furono sospese; tutto il resto si potè leggere liberissimamente.‍[429]

I seguaci del Savonarola continuarono a professarsi tutti e sempre cattolici; san Filippo Neri e santa Caterina dei Ricci lo adorarono come santo; Benedetto XIV lo giudicò degno d’esser dichiarato tale;‍[430] molte delle sue opere furono adottate come libri d’insegnamento nelle scuole cattoliche.‍[431] Ed in vero, chiunque le legge, deve assolutamente convincersi, che egli restò sempre fedele ai dommi della sua religione; che non mirò giammai a dividere l’unità della Chiesa, ma anzi a restringerla sempre più fortemente.

Nondimeno v’è in lui uno spirito di novità, che noi non vogliamo nascondere; anzi fu scopo principale del nostro lavoro, metterlo in luce. Il Savonarola fu primo a levare in alto, e spiegare agli occhi del mondo, quella bandiera che molti chiamano della Rinascenza. Fu primo a sentire nel secolo XV, che una vita nuova invade e ridesta il genere umano; onde si può chiamar, davvero, il profeta del nuovo incivilimento. Ma chi lo fa [222] capo d’un partito, d’una setta, d’un sistema, s’inganna di gran lunga; non conosce nè il Savonarola nè il suo tempo. La rinascenza non è ancora la civiltà moderna, ne è come il presentimento; essa ebbe un carattere universale, ma indefinito ed indeterminato. Gli uomini di quel tempo prevedono una nuova, una più vasta sintesi del genere umano, e si sentono più vicini a Dio. Il sangue batte nei loro polsi coll’ardore della febbre; le idee s’alternano colla rapidità del delirio; essi obbediscono ad una forza maggiore di loro stessi, che li spinge a solcare un mare ignoto, per trovare una terra sconosciuta ma indovinata: Cristoforo Colombo li personifica e li spiega tutti. È un tempo di eroi, piuttosto che di pensatori. Chiedere ad essi, cosa vogliono, dove vanno, è stolto. Sanno solamente che camminano, sentono che nel loro corso si trascinano dietro il mondo: nulla altro. Nè di tale inconsapevolezza, dobbiamo noi farne maraviglia; questo è anzi il loro carattere, il loro merito. Rompono le tenebre; aprono le vie del nuovo cammino, non per forza di ragione, ma per forza di volontà e di fede. Hanno la mente dei profeti, il cuore degli eroi ed il destino dei martiri. Il mondo, infatti, si spaventa di questa nuova razza di Titani che sorgono a combattere i vecchi idoli, e comincia subito ad opprimerli; ma poi ne adora i vestigi e corre dietro ai loro passi. Allora la rinascenza dà luogo alla civiltà moderna; la sintesi si scioglie nell’analisi; nascono le scuole ed i sistemi: Galileo, Bacone, Cartesio vengono a raccogliere la mèsse già seminata. Ma che cosa avrebbero fatto questi sovrani e tranquilli intelletti; se quelle grandi e generose anime non avessero coll’impeto loro già squarciato le tenebre; non avessero col loro martirio già spianato il cammino?

Il dramma, di cui fummo spettatori nella vita [223] del Savonarola; dopo la sua morte si estende e diviene, quasi, il dramma di tutta Europa. Noi vediamo, infatti, per ogni dove la medesima lotta: sono come due mondi a contrasto. In uno è lo splendore dell’arte, della scienza, della fortuna; ma tutto ciò non basta a tenerlo in vita, perchè esso è corrotto nell’anima. Accanto, però, v’è un pugno d’uomini perseguitati ed oppressi, che si tengono uniti, e nella loro unione formano un altro mondo: i loro discorsi sono rozzi, i loro ragionamenti sono strani, i loro libri sono scorretti; ma la sorgente del loro genio è inesausta, perchè scaturisce dal cuore, dove sentono quella forza viva che mai non si spegne, che trova in se stessa sempre nuovo alimento, e fra i pericoli ed i roghi ringiovanisce. Essi cadono, è vero; ma il loro sangue feconda migliaia di seguaci, le loro idee divengono la fede del genere umano e fondano la civiltà moderna. La società si rinnova, è salvata dal coraggio e dal martirio di pochi; il mondo progredisce per forza di virtù e d’eroismo: e noi ci persuadiamo che, quando il genere umano deve dare un gran passo nel suo eterno cammino; la Provvidenza non apre il santuario della verità, a chi ha solo una mente elevata ed un ingegno acuto; ma agli uomini di cuore purissimo e d’animo generoso.

Tale fu il carattere della rinascenza, e due Italiani primi la iniziarono. Il Colombo apriva le vie dei mari, il Savonarola quelle dello spirito: quando l’uno saliva sul pergamo, l’altro già spiegava le vele al vento, e spingeva l’ardita prora fra le acque d’un mare sconosciuto. L’uno e l’altro si credette mandato da Dio a diffondere il cristianesimo sulla terra; l’uno e l’altro ebbe strane visioni che lo ridestavano alla sua opera; ambedue toccarono colla mano un mondo nuovo, senza poterne ancora conoscere l’immensità: l’uno ne fu compensato colle catene, l’altro col rogo.

[224]

Ed ora chi vorrà più domandare al Savonarola, se egli sostenesse il servo arbitrio di Lutero, o la predestinazione di Calvino? Egli abbracciava un mondo assai più vasto, mirava ad un termine assai più lontano. Fu primo, nel suo secolo, ad avviare l’umanità verso quella meta che, oggi, ancora non abbiamo raggiunta; ma verso cui siamo diretti con raddoppiato sforzo. Egli voleva mettere in armonia la ragione e la fede, la religione e la libertà. La sua opera si connette al concilio di Costanza, a Dante Alighieri ed Arnaldo da Brescia, iniziando quella riforma cattolica che fu l’eterno desiderio dei grandi Italiani.

E quando questa riforma, che è già divenuta una convinzione universale, sarà penetrata anche nella realtà dei fatti; allora il Cristianesimo riceverà nel mondo il suo vero e pieno sviluppo, e l’Italia sarà nuovamente alla testa d’una civiltà rinnovata. Forse in quel tempo sarà meglio compreso il carattere e la vita di colui, che per questa causa sostenne un glorioso martirio.

FINE.


[d001]

DOCUMENTI.

[d003]

I. (Vol. I, pag. 16.)
Lettera del Savonarola al padre, restituita alla sua vera lezione.‍[432]

Yhu Xpo

Honorande Pater mi. Io non dubito ch’el vi duole assai de la partita, et tanto più quanto io mi son partito ocultamente da vui; ma io voglio che intendisti l’animo mio et la volontà mia per queste littere, a ciò che vi confortati, e che intendiati che io non mi so moso così puerilmente, come alcuni si credeno. E prima da vui voglio, come da homo verile e sprezatore de le cose caduce, che più tosto voi siati sectator de la verità che de le passione, come fanno le feminule; e che vui iudicate secondo lo imperio de rasone, se io doveva fugire il seculo et seguir questo mio preposito. In primis, la rasone la quale me muove ad intrar ne la relegione è questa: prima, la gran miseria del mondo, le iniquitate de li homini, li stupri, li adulterii, li latrocinii, la superbia, la idolatria, le biasteme crudele, ch’el seculo è venuto a tanto che più non si trova chi facia bene; dove io più volte il dì io cantava questo verso lacrimando: Heu fuge crudeles terras, fuge littus [d004] avarum. E questo per che io non potea patire la gran malitia di cechati populi de Italia; e tanto più, quanto io vedea le virtute esser spente al fondo e i vitii soblevati. Questa era la magior passion che io potesse havere in questo mondo; per la qualle cosa io pregava ogni giorne messer Iesu Christo che me volesse levare da questo fango; e così faceva continuamente oratione piccolina con grandissima devotione a Idio, dicendo: notam fac michi viam in qua ambulem, quia ad te levavi animam meam. Hor Idio, quando a lui ha piaciuto, per sua infenita misericordia, me l’ha mostrata; et io l’ho riceputa, ben ch’io sia indegno di tanta gratia. Risponditime adoncha: non è gran virtute de uno homo a fugir le sportitie e le iniquitate del miser mondo, per voler vivere come rationale e non come bestia fra li porci. Et etiam non seria stata una grande ingratitudine la mia, ad haver pregato Idio che mi mostri la via drita per la quale io ho a caminare, et lui essendosi dignato di mostrarmela, e poi che io non l’havesse acceptata? Oimè! Iesu mio, più tosto mille morte, che contra di te io mai sia ingrato per tal modo. Sì che, dulcissime pater, più tosto haveti da rengratiar messer Iesu, che da pianger; il quale ve ha dato uno figliolo, e dippoi ve l’ha conservato fina alli XXII anni assai bene; e non solamente questo, ma anchora si è dignato de farlo suo melitanto cavaliero. Oimè! non reputati gran gratia havere un figliolo cavaliero de Iesu Christo? Sed, ut breviter loquar: o vero che voi me amati, o vero non so ben che non diresti che non me amati. Se adoncha vui me amati; con sit ch’io habia due parte, cioè l’anima e ’l corppo, o vero che più amati el corppo o l’anima: non poteti dir el corpo, per che vui non mi amaresti, amando la più vile parte di me. Se adoncha più amati l’anima, per che non cerchati anchor lo bene de l’anima? Chè certo voi doveresti iubilare, e far gran festa di questo triompho. Sciò ben però, che non si puol far che la carne non doglia alquanto; ma la se vole refrenare da la ragione, presertim da li homeni sapienti e magnanimi come sette voi. Non credeti voi ch’el me sia sta gran doglia a separarne da vui? Certo, io voglio che me crediati; chè già mai, doppoi ch’io son nato, non hebbi magior dolor nè maggiore afflitione di [d005] mente, vedendome habandonare il proprio sangue, et andare fra giente ignota, per far sacrifitio a Iesu Christo del corpo mio, e per vendere la mia propria voluntà ne le mane di coloro che mai non conobbi: ma, dippoi, ripensando che Idio mi chiama, e che lui non se sdegnò fra nui vermiceli farsse servo; non seria mai tanto ardito, che io non mi inclinase alla sua voce dolcissima e tanto pia: Venite ad me homnes qui laboratis et onerati estis, et ego reffician vos: tollite iugum meum super vos, etc. Ma per che sciò che voi di me vi lamentati, che così ocultamente sia partito, e quasi fugito da vui; sapiati che tanto era il mio dolore e la passion ch’io sentiva dentro dil core, dovendomi partire da vui, che se io ve lo havesse manifestato, io credo verramente che inanzi che io me fuse partito da vui, il me seria crepato il core, et haveria impedito il mio pensiere, il mio acto:‍[433] sì che non ve meravigliati se io non ve lo dissi. È vero ch’io lassai certe scripte de dietro da li libri che sono apogiati alla finestra, le quale vi davano noticia di fatti mei.‍[434] Vi prego, adoncha, padre mio caro, che poniati fine a li pianti, e che non me vogliati dare più tristeza e più dolore, ch’io me habia; non per dolore di questo ch’io ho fatto, chè certo io nol revocaria, se io credesse de venire maggiore che non fu Cesaro; ma pur per che anchora io son di carne come vui, e la sensualità repugna alla rasone, di che il mi convien combatre crudelmente, a ciò ch’el diavolo non mi salti sopra le spalle; e tanto più, quanto io sento di vui. Presto passarono‍[435] questi giorni ne i quali el male è frescho, e doppo spero che vui et io seremo consolati in questo mondo per gratia, e poi ne l’altro per gloria. Altro non resta, se non ch’io vi prego che vui, come virile, confortati mia matre la qualle io prego insieme con vui, che mi donati la vostra benedictione; et io sempre pregarò fervente mente per le anime vostre. Ex Bononia, die XXV aprilis, 1475.

Io ve ricomando tutti li miei fratelli e sorelle, ma specialmente [d006] io ve ricomando Alberto, che vui il faciati imparare; per che il vi seria gran carcho e gran pecato, se lo lassasti perdere il suo tempo.

Hieronymus Savonarola
filius vester.

(Fuori)

Nobili et egregio viro
Nicolao Savonarolae parenti optimo.
Ferrariae.

II. (Vol. I, pag. 16.)
DEL DISPREGIO DEL MONDO.
Primo scritto in prosa del Savonarola.‍[436]

Ricordo come alli 24 aprile, che fu il dì di San Giorgio del 1475, Geronimo mio figliuolo, studente nell’Arte,‍[437] si partì da casa e andò a Bologna, et entrò nelli frati di San Domenico per stare et essere frate; e lassome, a mi Nicolò della Savonarola suo padre, le infrascripte confortationi et essortationi per mio contento.


Quid facimus? Quid sic stamus, anima, frustra laborantes? Ecce quomodo surgunt rudes et indocti viri ac mulierculae, et rapiunt coelum; nos autem cum sanctis nostris....‍[438] in Infernum demergimur, et in cogitationibus nostris evanescunt corda nostra; dicentes nos esse sapientes, stulti facti sumus. Ecce nunc quomodo rustici et mulieres, magis exemplo [d007] quam verbis, docent nos humana contemnere et solum Christum sequi. Nos autem stulti, sequentes vilia et terrena, alios hæc fugere voce docemus, et dicentes virtutem æternam, fragilia tunc sectamur. Pueri el adolescentuli mundum et eius concupiscentiam fugiunt, non ignorantes mondana omnia esse caduca. Nos autem ita prosequimur, ut omnes epicurei et porci facti esse videamur; de virtutibus enim extrinsecus disputantes, corporis voluptatem summum bonum esse, cum cynicis intrinsecus non negamus. Heu me miserum! Quid agimus? quid moramur? quid tardi sumus? An non vides mundum et sordibus et impietatibus et omni iniquitate plenum esse? An non vides gentium cæcitatem, obstinatam populorum mentem? nonne vides civitates omnes et oppida manifestissimis prædis et latrociniis abundare? Quid igitur, anima, expectas? Surge, et non te pudeat ab infantibus et a fœminis discere, atque eorum vestigia imitari; surge, dico, et cum parvulis fuge heu! crudeles terras; fuge litus avarum; fuge terras Sodomorum et Gomorrhæorum; fuge Ægyptum et Pharaonem; fuge vilissimam gentem superbam, juventutem avaram, luxuriosam senectutem, paupertatem ambitiosam. Hic vitia omnes collaudant, et virtutes illudunt. Si‍[439] bonis artibus et philosophiæ studet, phantasticus est; si caste et modeste vivit, insensatus est; si pius est, injustus dicitur; si justus esse vult, crudelis habetur; si magna Dei credit et fidem habet, crassus est ingenio; si spem in solo Christo suam ponit, a cunctis illuditur; si charitatem habet, effœminatus est. Qui et pauperes et viduas et pupillos expoliat, prudens appellatur; ille sapiens est qui plus auri coacervare cupit; ille veneratur, qui perspicacius latrocinia invenire potest. Non est virilis, si a maledicto pectore turpissimas et crudeles ac tremendas blasphemias eradicare nescit, si non occidit proximum, si seditiones et rixas non seminat. Clamant pauperes oppressi, gementes et flentes, et heu! non audiuntur; clamant viduæ et populi, et negliguntur: undique inopia opprimuntur, et non moventur pietate corda durissima: student omni cura proximi bona subripere; student ignari coadunare, qui demum posteris relicturi [d008] sunt. Omnia sunt plena impietate; omnia sunt plena usuris et latrociniis; omnia plena blasphemiis turpibus et nefandis; omnia stupris, adulteriis, sodomiis et spurcitiis; omnia homicidiis et invidia; omnia ambitione et superbia; omnia hypocrisi et falsitate, sceleribus et iniquitate redundant. Hic, denique, virtutes vitia sunt, et vitia virtutes. Quid amplius? Non est qui faciat bonum, non est usque ad unum. Vocant eos ad pœnitentiam damnosæ pluviæ, terræmotus, grandines et venti, et obaudiunt:‍[440] vocant inundantia flumina, et obaudiunt: vocant morbi et febres acutæ, et obaudiunt: vocat caritas annonæ, et obaudiunt: vocat insolentissimorum Teucrorum‍[441] impia manus, et obaudiunt: vocat prædicatorum et servorum Dei vox pia, et obaudiunt; vocat, demum, cunctos naturalis stimulus et conscientia, et obaudiunt.

O cæci de vobismet ipsis, nunc judicium facile; judicate vos ipsi an novissimum tempus sit. Quid igitur, anima, moraris? Surge, et ad volti‍[442] (sic); fuge Ægyptum et Pharaonem,‍[443] quia induratum est cor eius contra Dominum, et cum Israel cantemus Domino gloriose; etenim magnificatus est, equum et assessorem projecit in mare: fortitudo mea et laus mea Dominus, et factus est mihi in salutem. Iste est Deus meus, et glorificabo eum; Deus patris mei, et exaltabo eum; Dominus quasi vir pugnator, omnipotens nomen eius. Currus Pharaonis et exercitus eius proiecit in mare; electi principes eius submersi in mari Rubro; abyssi operuerunt eos, descenderunt in profundum, quasi lapis. Dextera tua, Domine, magnificata est in fortitudinem; dextera tua, Domine, percussit inimicum, et in multitudine gloriæ tuæ deposuisti adversarios meos; misisti iram tuam, quæ devoravit eos sicut stipulam; et in spiritu furoris tui congregatæ sunt aquæ, stetit unda fluens, congregati sunt abyssi in medio mari. Dixit inimicus: persequar et comprehendam, dividam spolia, implebitur anima mea, evaginabo gladium meum, interficiet eos manus mea. Flavit spiritus tuus, et operuit eos mare, submersi, quasi plumbum, [d009] in aquis vehementibus. Quis similis tui in fortibus, Domine? Quis similis tui, magnificatus in sanctitate, terribilis atque laudabilis, et faciens mirabilia? Extendisti manum tuam, et devoravit eos terram. Dux fuisti in terra tua populo quem redemisti, et portasti eum in fortitudine tua ad habitaculum sanctum tuum. Ascenderunt populi et irati sunt, dolores obtinuerunt principes, ideo conturbati sunt. Irruat super eos formido et pavor in magnitudinem brachii tui; fiant immobiles, quasi lapis, donec pertranseat populus tuus iste, quem possedisti. Introduces eum et plantabis in monte hereditatis tuæ, firmissimo habitaculo tuo, quod operatus es, Domine; Sanctuarium tuum, Domine, quod firmaverunt manus tuæ. Dominus regnavit in æternum et ultra. Sic ergo. Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace; quia viderunt oculi mei salutare tuum quod parasti ante faciem omnium populorum; lumen ad revelationem gentium, et gloriam plebis tuæ, Israel. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto a quo omnes gratiæ emanant. Amen.


Ricordo come a dì 21 settembre 1452, la Lena mia dona havè un puto, a ore 23½; et fu de Zobia,‍[444] et fu la festa de San Mateo apostolo, evangelista. E fu batezato, et tennelo a batesimo Ser Francesco Libanori Canceliero dell’Ill. N. S.; et li mesi nome Girolamo, Maria, Francesco e Mateo.

Andò nelli frati di San Domenico a Bologna, a dì 23 aprile 1475 et lì si vestì.


(Fuori.)

Copia d’un ricordo et altro, a un libro di Niccolò Savonarola da Ferrara, padre del R. P. Frà Hieronymo nato a dì 21 ottobre‍[445] 1452, hore 23½: mandata da Marco Savonarola da Ferrara, con sua lettera del primo novembre 1604.‍[446]

[d010]

III. (Vol. I. pag. 18.)
Lettera del Savonarola ai suoi genitori.‍[447]

Di che lachrimate, ciechi, di che tanto piangete? A che mormorate, gente sanza luce? Se ’l principe nostro temporale mi havessi hora richiesto per cingermi la spada allato, in mezo il popolo, et farmi uno de’ sui degni cavalieri, quanto gaudio, quanta festa haresti facto? Et se io lo havessi repudiato quel dì, voi non mi haveresti reputato un pazzo? O insensati, o ciechi, o sanza un raggio di fede. Il principe de’ principi, colui che è infinita potentia mi chiama con alta voce; anzi mi priega (o grande amore!) con mille lachrime, per cingermi una spada allato, di finissimo oro et di pietre preziose; et ponere mi vuole nel numero dei suoi militanti cavalieri. Et hora, perchè non ho rifiutato tanto honore, benchè sia indegno (et chi il refiutaria?), anzi, ringraziando tanto Signore, poi che così lui vuole, l’ho acceptato; voi tutti mi siete molesti, et ne doverresti jubilare et far festa, et tanto più quanto mi monstrate amare. Che posso, dunque, dire di voi se di ciò vi attristate; se non che siete miei inimici capitali, anzi inimici di virtute? Se dunque così è, altro non dico a voi se non: Discedite a me, omnes qui operamini iniquitatem, quoniam exaudivit Dominus vocem fletus mei. Exaudivit Dominus deprecationem meam, Dominus orationem suscepit. Erubescant et conturbentur vehementer omnes inimici mei, convertantur et erubescant valde velociter etc. Gloria patri etc., qui peccatores convertit, et milites eos constituit in exercitu suo. Amen. — Ceterum, cum anima sit preciosior corpore, gaudete et exultate, quod me faciat Dominus gloriosus medicum animarum, dum vellem fieri medicus corporum.‍[448]

[d011]

IV. (Vol. I, pag. 83.)
Saggio di un sunto assai imperfetto delle Lezioni sull’Apocalisse.‍[449]

In nomine Domini nostri Jesu Christi. Amen.

Sermones, sive magis Lectiones super Apocalypsim, per Reverendum Patrem Fratrem Hieronymum Savonarolam Ferrariensem, Oratorem præclarum divini verbi, declamatorem luculentissimum.

Lectio prima.

Apocalypsis Jesu Christi. Quæritur in primis an tempus prope sit; videtur quod sic, secundum simplices, propter diversas prophetias Joachin, Sancti Vincentii etc. Prudentes negant. Ego autem inter partes dico haec tempora mihi suspecta, verum non propter visiones, quia diceret Eccl. 19: Qui cito credit etc.; sed ob privationem prælatorum, absumptionem justorum, expulsionem bonorum, obstinationem vocatorum, tepiditatem, scilicet, in orando pro hac causa; item: propter multitudinem peccatorum, propter extinctionem priorum præceptorum, propter negationem credendorum, pollutionem sacramentorum; ultimo: propter opinionem plurimorum, [d012] immo omnium christianorum; hæc omnia habes alibi diffuse. Hac causa lego Apocalypsim etc.

Lectio secunda.

Apocalypsis Jesu Christi. Pro dicendis faciam fundamentum Hieronymi dicentis ad Paulinum: Apocalypsis tot habet sacramenta quot verba etc. Ergo oportet duo vitare, scilicet nimium cursum, et nimiam tarditatem; ne ergo sim tardus, relinquam tot divisiones, argumenta, pompas, auctoritates, etc.; similiter quæstiones extravagantes; et aggrediar secundum Scripturas et doctores, et forte quid novi inveniemus; non enim potuerunt metere usque ad solum, et colligere spicas remanentes, ut dicitur in Levitico. Ergo et nos aliis relinquemus etc.

Primo ponit titulum et suprascriptionem; 2º Salutationem; 3º Narrationem. In primo vide sex: scilicet materiam revelationis, ordinem, certitudinem, brevitatem, manifestationem, et eorum quibus manifestatur felicitatem; et declara primo: quod materia est iis quæ a solo Deo sciri possunt, quia est solus æternus; unde dic quod est æternitas secundum Boethium, et mulieribus dic quod est Deus. Viris discurre per vitas, et ostende quod sola vita Dei est perfecta possessio etc.; doctis vero ne declara subtiliter, sed excusa etc., et reprehende divinos; deinde, ostende quo ordine veniunt ad nos revelationes et cæteræ partes, per ordinem etc.

Secundo ponit salutationem; sed personam salutantem non oportet laudare. Dic autem de numero septenario, et quod Asia significat elationem; et hic declara intentionem libri, quibus scilicet scribit, et move quæstionem quia videtur quod Deus dulcis non debet tribulare amicos. Unde Job conqueritur c. 30: mutatus es mihi in crudelem etc. Sed dic quod est magna superbia non acquiescere huic argumento: Deus fecit, ergo bonum; Deus dixit, ergo verum etc.; vel huic: tribulavit proprium filium pro nobis, ergo et amicos, ut faciet eos similes ei etc.

Vis adhuc rationem humanam? Audi: duæ sunt in anima potentiæ, una videns, alia cæca; voluntas, enim, sequitur intellectum [d013] per viam duorum terminorum, scilicet, Creatoris et creaturæ; quando ergo creaturam intelligit, quia eam in Creatore videt, errare non potest. Proba etc. Sed e converso: vadens, aliquando videns pulchrum hospitium, remanet in eo, sicut Lucifer; et plus homo, qui insensibilibus et intelligibilibus manet. Ad quæstionem, ergo, dico: quod Deus ex vehementi amore flagellat. Sic amans amicæ suæ vituperat alios amatores, vel etiam interficit; vult enim cor amicæ totum uniri ad se etc. Applica figuram etc. Similiter vas plenum igne non emittit ad superius foramen ignem, si habeat ad pedes multas fenestras etc. Ergo Joannes scribit: elevatis per tribulationes, sicut erat Arca etc. Spe qua tribulatur, ut verus amicus etc.

Lectio quinta.

Ecce venit eum nubibus etc. Primo visiones per ordinem dixi; deinde quod novi doctores aliter dicunt; sed crede antiquos, tum quia pleni spiritu, tum doctrina etc. Contra: quo posteriores eo perspicaciores, verum in doctrina humana vel in divina non exorbitent. Tum quia magis uniti, tum quia nulla prophetia ordinatur per modum historiæ. Dedi exemplum de oratione quæ variatur in verbis, ut nutriatur affectus, ita et Scriptura etc. Cœpi postea et declaravi quod importat hoc nomen Spiritus, et quod spirituales sunt qui stant ad apothecam spirituum invisibilium etc. Sed melius dixi: quod sicut corpus non penetrat corpus, ita nec spiritus; sed solus Deus illabitur animæ et in omnibus est. Dicitur ergo: ama, time etc. Sed adhuc non es spiritualis. Ergo declara, quod sicut ferrum trahitur a magnete, ita anima a Deo per gratiam, et intellectus, ergo, ad credendum. Quia qui credit, firmiter debet contra argumenta et martyria. Credidi propter quod etc. Similiter voluntas sursum etc. Sed nondum es in spiritu. Ergo quando Deus format phantasmata quibus vides omnia etc.; unde Joan. vidit omnia simul ita: et vox retraxit fortiter ambulantem sursum etc. Deinde declaravi quomodo veniens dixit in communi visionem, et praticavi eam ad populi terrorem: merito quidem ecce venit etc. Ibi autem: ego sum Alpha etc.; vel post ibi: ego Joan. Introduxi de Asina Balaam [d014] ad probandam fidem; et sic produxi verba usque ad vocem tubæ etc. In fine dixi quod aliqui non sunt apti ad bellum per illud quod in Deuteronomio, 20 cap.

V. (Vol. I, pag. 89.)
Catalogo di opere del Savonarola, cavato da un antico manoscritto.‍[450]

DE OPERIBUS VIRI DIVINI NON IMPRESSIS.

[d018]

VI. (Vol. I, pag. 133.)
Saggio dei primi appunti che il Savonarola faceva per le sue prediche, cavato da un codice autografo nella Biblioteca Magliabechiana.‍[474]

Sermo II.‍[475]

1º Quanto magis misericordia Dei expectat peccatores, tanto maiores inferet vindictas, si non pœnitent. Primo, ostende qualiter iustus est in Deo. 2º Qualiter misericordia associatur ei in omni opere. 3º Ostende quod justitia Dei nil relinquit impunitum, sed iustitia Ecclesiæ aliquid; et iustitia civilis multo plura. 4º Ostende quod ex tali expectatione magis gravatur peccatum; tum ex ingratitudine; tum quia peccatum sua gravitate trahit ad alia; tum quia per hæc, cor magis alienatur a Deo, et fit ei magis adversarium. 5º Ostende quod pertinet ad iustitiam tribuere unicuique quod suum est: quanto ergo maior est culpa, tanto etiam maior pœna est sibi propria etc. Idem auctoritate ad Ro. 2.

2º Probatur exemplo Iudæorum, in quo oportent tria: Primo, plenitudinem illius populi, scilicet interiorem et exteriorem. Interior in tribus consistit: in fide unius Dei, in scientia Scripturarum, in promissione Messiæ. Exterior consistebat: in dignitate regali; in sacerdotali excellentia; in plenitudine regionis ubi erat Hierusalem nominatissima, templum mirabile, et vasa eius et festa eius etc. 2º Causam destructionis; quia in prima captivitate fuit idolatria et obduratio cordis contra prædicatores; in secunda fuit maxima occisio Christi et discipulorum eius. Et si vis colligere omnia peccata eorum, incipe a venditione Josephi, et discurre usque ad Titum etc. 3º Destructionem. Et hic discurre de 1ª et 2ª captivitate, qualia [d019] passi sunt Judæi. Ergo patet, quod quanto magis fuerunt expectati etc.

3º Hoc est ergo quod Hier. plangit dicens: Quomodo sedet etc.

1º Quod Ecclesia videtur esse prope interitum, scilicet ut patiatur magnam conquassationem etc. Sed primo dic, quod non dicis tanquam propheta, sed coniecturans ex Scripturis et ex his quæ exterius apparent.‍[476] Ad probationem, ergo, nota primo istam conquassationem quæ, mirabiliter, est maior quam nostra peccata. Sed primo declara conquassationem, scilicet, quod vult dicere maior nostris peccatis, quia comparatio est abusiva; deinde proba conquassationem. Ex hac conquassatione sequitur, quod, cum abundent peccata, nos renuimus suscipere misericordiam. Cum ergo non appareat hic evidenter alia misericordia, nisi quia Deus nos sustinet misericorditer, sed non largitur bona spiritualia sicut prius etc., patet quod nos patienter expectat; sed cum non revertatur Ecclesia, sed deterior quotidie fiat, et iam abundent omnia peccata, patet quod est prope interitum et quasi vidua etc. Quod etiam patet ex hoc, quia defecerunt sancti, et clausi,‍[477] quoque, defecerunt, residuique consumpti sunt. Item auctoritate probatur. Matth. 24 ab arbore fici etc.

2 Declara... hoc diffuse. Primo ostende pulchritudinem interiorem Ecclesiæ, quæ consistit in abundantia Spiritus Sancti, in clara notitia Scripturarum utriusque Testamenti, et in gloria de cruce Christi; et deinde exteriorem, quæ consistit in gratiis gratis datis, in sublimitate summi sacerdotis, in mirabili diversitate cæremoniarum. 2º Ostende causam destructionis esse ingratitudinem, renitentiam quam faciunt verbo Dei. 3º Ostende destructionem; gratia est sine gratiis nunc et spiritu, et plena omnibus vitiis; et hoc quantum ad interiorem destructionem. Exterior patet in bellis etc.

3º Deinde documenta lamentum Quomodo igitur sedet etc.

1º Quod anima peccatoris est iuxta portas inferni et in maximo periculo. 1º Declara qualiter qui diu bene vivit, [d020] potest agere pœnitentiam, quod est liberi arbitrii; ubi declara quod est liberum arbitrium. 2º Quod, in termino liberum arbitrium, quantum ad hoc, tollitur et qualiter ec. 3º Quod terminus eius est, quando per se sine corpore existit. 4º Quod potest sine corpore existere. 5º Quod ex hoc sequitur quod sit immortalis, ne dicatur quod non ingredietur qui morietur. Et 6º Quod est semper in periculo separationis. Quia ergo est peccatrix et cum peccato non stat Christus, et ipse dicit: qui non est mecum contra me est. Qui autem est contra eum, est cum suo adversario, diabolo: qui vero est cum diabolo in termino vitæ, est iam in Inferno: qui autem est cum diabolo in via, est iuxta portas, quia si moritur, quod est facillimum et incertum, statim ingredietur: ergo patet 94º Ps.º Nisi quia Dominus adiuvit me etc.

2º Declara hoc diffuse et clare pro infirmioribus. Considera primo de anima quas virtutes acquirat in baptismo etc. Considera quia est sponsa Christi etc. Considera quia liberata est a servitute diaboli etc. 2º Declara quod seipsam expoliavit virtutibus et repudiavit sponsum etc.; et se subdidit diabolo, et hoc per liberum arbitrium etc. 3º Quod ex hac ingratitudine est in magno periculo, et declara.......

3º Deinde expone: Quomodo sedet sola etc.

Sermo III.

1º Quod horrendum est incidere in manus Dei viventis, quando iudicat et punit. 1º Declara quod Deus est iustus et fortis, Psal. Deus iudex iustus et fortis, et assigna rationem etc. 2º Quod sicut ostendit altitudinem suam, bonitatem et misericordiam; ita tunc vult subtiliter ostendere suam iustitiam. Psal. Ego iustitias iudicabo etc. Vide hoc per exemplum Judæorum. 3º Documenta versiculum: Plorans ploraverunt etc. expone literaliter.

2º Ergo videtur quod Ecclesia sit prope ut incidat ex parte in horrendum iudicium Dei; dico ex parte, quia non tantum destruetur, quia remaneat fides. Hoc etiam dico ex conjecturis. Ubi nota quod, stante prædestinatione, orationes Sanctorum sunt ordinatæ in adjutorium Ecclesiæ. Sed ecce [d021] Sancti defecerunt nobis, forte ne videant malum hoc, et ut non orent. Isaiæ, Justus perit etc. Hierem. Tu autem noli orare etc. Et iam conspicitur, omnes esse tepidos ad orationem. Thren. Opposuisti nubem tibi etc. Deinde hoc declara melius, quod non est quod consoletur oratione. 3º Documenta versiculum.

3º Quod anima peccatoris istam horribilitatem in inferno sentiet. 1º Ostende quod in inferno omnia sunt ad pœnam. 2º Declara qualis sit ille planctus. 3º Quod non habebit patrem nec amicos et quos caros habebat consolatores. 4º Quod amici qui videbantur, scilicet dæmones, erunt ei infesti. 5º Documenta versiculum.

Sermo IV.

1º Quod qui non vult ferre suave iugum Christi, portabit iugum ferreum. 1º Ostende quod a causa utili non subterfugiunt aliqui effectus particulares (?), hoc fugiunt particulares causas frequenter. 2º Quod omnes ordines rerum sunt sub Deo. Quod ergo non vult sequi unum, si stat, relabitur in aliud: quod ergo non vult subiici voluntarie, necesse est subiiciatur iustitiæ duræ etc. 2º Hoc ostende de Judeis. 3º Documenta Migravit Judas etc.

2a Ecclesia facta est in stabulis, quia non amat Christum. Declara qualiter amor est vis unitiva, et quod ’causai pacem et concordiam, vide in Eccl. Ergo et unitatem et stabilitatem et firmitatem. Esse enim regnum in se divisum etc. 2º Declara qualiter est in stabulis. 3º Documenta.

Anima in hac vita non potest satiari. Declara per ea quæ dicit S. Aug. in prima secundæ. 2º Dic sententias, versus moraliter. 3º Applica, et documenta.

Sermo V.

Memoria status felicis præteriti, cura cogitatione miseris præsentis, et timore futuri mali causal tristitiam et luctum. 1º Declara quod est prudentia et quod habet istas tres partes. 2º Qualiter ex talibus exaggeratur tristitia, et vide [d022] in prima secundæ: hoc ergo erat quod dolorem Judæorum exaggerabat; hoc quod nostrum pro Ecclesia exaggerare debet, sed potissimum considerantes animam nostram. Ait ergo: Viæ Sion etc.

Sermo VI.

Et si voluntas Dei sit immutabilis, non tollitur tamen propter hoc contingentia a rebus, et liberum arbitrium. Distingue primo: de voluntate, auctoritate et quantitate, et voluntate signi et beneplaciti; vide in primo psalmo; et postea ostende quia voluntate est immutabilis Deus, et qualiter non tolletur contingentia. Et sic patet contingentia etc. Ostende postremo: qualiter Judæi erant destruendi, et qualiter Ecclesia destruetur si non pœnitet, et quod si anima revocetur, quod et Deus sententiam revocabit.

Sermo VII.

Sine verbo Dei non potest anima vivere. 1º Ostende quod Deus noster fecit ad salutem aliquam scientias divinitus inspirari. Vide in prima parte, in pº sentent. in pº contra gentes. Secundo: quod hæc scientia intellectum illuminat et volentem pascit amore. 3º Dic quod dicitur in secundo capitulo I. primi contra gentes. 4º Applica etc.

Mater mirabilis. Virgo singularis, thronus regalis, thalamus nuptialis, sponsa immaculata, inter mulieres benedicta, mirabiliter dilecta, singulariter sanctificata. Spiritus Sancti sanctuarium, omnium donorum hospicium, omniam virtutum palatium, omnium gemmarum vas purissimum. Angelorum Regina, Dæmonum ruina, peccatorum medicina, totius Ecclesia norma et disciplina.

[d023]

Altro saggio di appunti, nei quali il latino e l’italiano si trovano mescolati.‍[478]

Jesus Maria.

Cecidit corona capitis nostri, Threnorum ultimo capitulo. Se io vedesse, Vergene gloriosa, el ciel a noi in qualche parte aperto, e la mano del vostro dolcissimo figliuolo onnipotente Idio non esser per li nostri peccati a li cristiani abreviata; mi parrebbe pur conveniente qualche volta far fine ai miei lamenti. Ma chi poteria vedere senza lacrimare, tutta la terra oppressa da peccati e sottoposta a li principi de le tenebre infernali, essendo ancora redempta maximamente del sangue preziosissimo di Cristo? Lasso me! ubi sunt misericordiæ tuæ antiquæ! ove son tante grazie per le tue sacratissime mane, Vergen santa e pudica, fra noi già mille volte sparse? ove sono le dolce lacrime amorose antique, li ardenti sospiri, le fiamme divine, le celeste et angeliche consolatione le quale facevano legieri ogne fatica? Noi siamo la feccia di Cristiani, nati infelici ne li tempi novissimi e dolorosi. Deh! mira, vergen sacra (chè a te mi voglio,‍[479] perche altri non trovo, excepto il tuo Figlio, più pietoso), in qual procella è posta la Chiesa a’ nostri giorni. Ogne bellezza spirituale, ogne virtute, ogne lume, ogne caritate, ogne speranza è spenta; e però piangendo il cor mio a te si volge, per movere le viscere de la tua pietade con Hieremia, dicendo: Cecidit corona etc.

Dic quod faciam coronam quam tu facis etc. Mulier amicta sole etc.

Coronam faciam tibi, ut restituere postmodum digneris coronam nostram etc. Ostende ergo gloriam eius etc. Inde in 4º de aureis et aureolis........ 12º....... ulas aureas [d024] etc. Deinde fac ei unam orationem, in fine inducendam ad misericordiam ex his quæ dicta sunt in præcedentibus diebus etc.

In 2º sabbato. Declara quod est mater mirabilis quia est mater Dei, non quia acceperit corpus cœleste etc., sed ex puro sanguine etc. 2º Et est mater supposita etc. Pratica circa. 3º Mater Dei, quia mirabilis Mater est, eo quod fecit Deum quodammodo; hinc principium quod ipsa peperit filium qui erat ante ipsam etc. et ultimo facies orationem.

In 3º sabbato, quod est virgo singularis. Declara quare de muliere Deus assumpsit carnem, et quare de virgine; et si fuit virgo post partum etc. Figura de virga Aaron etc. et pratica Ecclesia. 3º Virgo et mater, et deinde fac orationem.

In 4º sabbato: Quod est thronus regalis. Declara qualiter Christus fuit in utero eius rex, quia habuit potestatem in cœlo etc. 2º Quod spiritualis fuit ipse thronus qui est gloris. 3º Figuram de throno Salomonis etc. Et ita, facta oratione, est finis sermonis etc.

In 5º sabbato: quod est thalamus nuptialis. Declara qualiter filius solus est sponsus, quia sua parte est unita..... et quare est, et qualiter est caput totius Ecclesiæ, et ita sponsus quia est unum corpus etc. et quia uterus virginis fuit thalamus etc. et sic est mater omnium etc. et fac orationem.

In 6º sabbato quod est sponsa patris immaculata. Declara primo quod fuit vera sponsa Joseph etc.; quod videtur verior esse sponsa patris, quia est mater filii eius. 3º Quod est immaculata quia cum Joseph non fuit; cum patre autem si dormit, magis purificatur, quia Deo magis propinquatur etc. orationem etc.

In 7º quod est inter mulieres benedicta; qualiter enim potuit contrahere etc. sine dolore etc.

[d025]

VII. (Lib. I, cap. VIII.)
Un brano delle Giornate di Ser Lorenzo Violi, in cui si discorre delle Prediche del Savonarola.‍[480]

Proemio et contenuto del presente libro.

Contiene il presente libretto un dialogo e disputa di dodici giornate fatto tra dua disputatori delle cose di fra Ieronimo Savonarola di Ferrara, predicate e predette da lui in Firenze, dall’anno 1494 continuamente fino all’anno 1495, cioè sino alla sua morte; per trovare la verità et il vero sono di questi sua detti: e li interlocutori e disputanti sono Didimo et Sofia. E perchè in questa contesa sia necessario allegare e’ libri e le prediche del prefato padre fra Ieronimo, et li sua detti in che libro et in che prediche si trovono; primo, per migliore intelligentia di chi leggerà la presente operetta, è da sapere che dopo il quadragesimale delle prediche dell’Arca, che lui predicò nella Chiesa di S. Lorenzo di Firenze l’anno 1492, le quali sono stampate latine, benchè molto scorrette, che Dio perdoni a chi così stampar le fece; è da sapere, dico, che dopo quelle il prefato padre predicò quasi sempre in Santa Reparata, duomo principale della città di Firenze; e lì furon raccolte tutte queste altre sue prediche che sono stampate, le quali sono state distinte in sette libri. Il primo fu quel libretto di prediche 23, che contiene il fine della [d026] detta Arca che non haveva finita nè serrata in S. Lorenzo; et in questo libretto expose qualche cosa di Egeo Profeta; et cominciò in questo la prima predica il dì 1º di novembre 1494: il secondo suo libro delle prediche fu el quadragesimale sopra Iob, l’anno 1495, ch’è prediche 40: l’altro libro son prediche 30, sopra più Salmi e Vangeli de’ dì festivi, del detto anno 94; ma nello stampar, male ordinate, perchè le prime prediche di detto libro furon fatte inanzi alle prediche di Iob, et il resto sono poi dopo quelle di Iob: l’altro, cioè il quarto libro, è tutta la quadragesima dell’anno 96, sopra Amos e Zaccaria, che sono prediche....:‍[481] el quinto Libro sono prediche 29, sopra Rut et Michea, fatte per quella state sequente dell’anno 96, e dì festivi: e il sesto libro che sono prediche....‍[482] tutte sopra Ezechiel, cominciate dell’advento dell’anno 1497, et finite per tutta la quadragesima di detto anno: et il settimo et ultimo suo libro sono le prediche sopra l’Exodo, cominciate la quaresima dell’anno 1498; ma non finite per tutta la quaresima, perchè in quella fu impedito predicare, e poi preso e morto; però solo sono prediche 23. Ho voluto notare tutti questi libri et prediche, perchè allegandosi in questo dialogo quelle, et le carte et il libro, sappia chi leggerà quest’opera, che qui sono allegate secondo quella prima stampa, che furon da principio impresse.

Questo dico perchè, essendosi di poi molti di questi libri ristampati altre volte, non riscontrano le carte con quella prima stampa o forma che da principio furono impresse.

Altro brano dello stesso MS., sopra il medesimo soggetto.[483]

Didimo. Facciasi come tu hai detto, perchè io per me non sapevo che cotesta cosa fussi di tanta lunghezza; ma almanco lievami per oggi un’altra difficoltà, se ci è tanto tempo per oggi che basti, della quale nel principio del nostro dire [d027] te ne detti un motto; il qual parlar fu, per ultimo, di voler sapere che scritti furon questi delle prediche di fra Hieronimo, che lui in verità ci ha lasciati. E non te ne domando senza causa; perchè mi è detto, pur da questi nostri amici, che duo di questi libri che son fuora, intitolati d’essere scritti da un Ser Lorenzo Vivuoli, non paiono e non sono di fra Hieronimo; cioè il primo che noi chiamamo sopra e’ Salmi, che sono 30 prediche, e così il quarto che sono le prediche di Ezechiel; perchè sono più breve che l’altre sue prediche, e più troncate, e non paiono per questo il medesimo sale di quell’altre; e pur son tutte intitolate del medesimo suo scrittore, cioè di quelle di Ser Lorenzo Violi che si dice aver raccolte dalla viva voce del predicante. Harei caro, se tu ne sai il vero, mel dicessi.

Sofia. Ben sai che io ne so il vero; e perchè già qualcun altro ho trovato haver questa sospetione che hai tu, me ne son voluto chiarire; et ho trovato quel medesimo scrittore che tu hai detto, il quale ancor vive, e parlatoli più volte, et interrogato di queste cose; et hammi chiarito, e che tutti questi cinque libri‍[484] furono per lui raccolti dalla viva voce del predicante, e che tutti son veri e fedeli; et hammi detto la cagione per la quale alquanto quelli due libri, nell’esser più brevi prediche e più troncato parlare, variano dagli altri; chè in vero chi non sapessi ne piglierebbe ammiratione come fai tu. Lui mi dice, quanto al libro delle 30 prediche sopra più Salmi, fatte l’anno 1494, che le furno le prime quando cominciò a scriverle, e che non vi messe molta cura di pigliarle così appunto de verbo ad verbum; ma in sustanza più per un suo esercizio che per altro, nè pensando che mai si havessino a stampare e pubblicare; massime che lui, in quel principio, non era tanto applicato a queste cose del Frate quanto fu poi. Ma che poi, nel secondo che lui scrisse, che furno le prediche di Amos, deliberò di scriver il tutto più che potè; et poi vi si pose con più diligenza et affetione, massime essendone assai esortato da molti che avevano viste di quelle prime; e così con quella medesima diligenza [d028] ei si misse a scrivere quel terzo libro che son le prediche dell’anno 1496, fatte fra l’anno e dì festivi. Il quarto libro, che son le prediche sopra Ezechiel, le raccolse breve; sì perchè detto Frate predicò più breve quella volta che l’altra; e lui medesimo lo dice nella 9ª predica presso al fine; si etiam perchè in quel tempo, volendo fare stampare quel libro di Amos, come da molti esortato, e così cominciò. Et venendo lo advento dell’anno 1496, nel qual tempo Fra Hieronimo cominciò a predicare sopra Ezechiel, et il detto Scrittore essendo occupato, come è detto, a fare stampare il quadragesimale di Amos, non poteva raccorre così a distesa queste prediche di Ezechiel; et però deliberò di pigliarle con più brevità et in sustanza, non potendo in tutto satisfare all’un’opera et all’altra; e non pensò mai che si havessino a stampare queste sopra Ezechiel; ma per tenerlo così per sua satisfazione, così con brevità lo scrisse. L’altro libro, che fu l’ultimo, sopra l’Esodo, lo scrisse interamente, non sendo allora occupato in altro esercitio. Così mi ha detto il prefato ser Lorenzo più e più volte, e di più mi ha detto: che un Fra Luca Bellini lo stimolò tanto un dì, che gli prestassi per duo di quel raccolto che era sopra Ezechiel, e gliele prestò; et che il detto frate subito andò a Bologna, che fu l’anno..., insieme con quel altro libro sopradetto delle 30 prediche; sì come si vede ne’ proemi fatti da detto Fra Luca a detti dua libri. Il che il prefato scrittore, secondo che ne ha detto, ebbe molto per male che si stampassino; e maximamente quelli di Ezechiel che non era sua intentione, per non esser perfette e intere de verbo ad verbum, come le altre. Questi altri tre gli fece stampare detto scrittore in Firenze, che lui raccolse interamente. Hor eccoti, Didimo, levatoti il dubbio, che tu havevi, di questi libri i quali son tutti fedeli e raccolti da detto ser Lorenzo, nel modo et forma che io ti ho detto; e da lui proprio il tutto ho inteso. E ci son ben poi venuti fuora da altri libri di prediche sopra Job di 47 prediche, et l’altro di 23, sopra il residuo e fine dell’Arca; i quali furno scritti originalmente in latino da duo discepoli del frate, et ora tradotti in volgare per un’altra persona fedelmente. E perchè io veggo che gli è già sera, [d029] vattene a tua posta e torna quando ti piace; che in quest’altra cosa, delle cause della persecutione del Frate, che tu mi hai domandato, mi ingegnerò un’altra giornata satisfare a questo tuo desiderio, quando noi vedremo che il tempo sia più commodo, e che la materia del nostro parlare lo ricerchi, e che sia più a proposito. Dico questo, perchè io non ti veggio in questo principio ancor ben fermo, e veggo che tu hai bisogno d’esser ancor confermato meglio. Però penso in quest’altra giornata farti più saldo in questa verità; penso, dico, di mostrarti come questo Frate è stato buon servo di Dio, e vero suo profeta; acciò che poi un’altra giornata, quando ti mostrerò le cause della sua persecutione, tu possa conoscere a quanto gran torto, e con quanta malignità fu perseguitato.

Didimo. Io rimetto in te, Sofia mio, ogni cosa; e così come tu giudichi e determini che facciamo, così si faccia.

Sofia. Vattene dunque con la benedizione di Dio per questa volta, e torna a tua posta; fatto, non dimanco, prima oratione, che Dio ci mostri quello sia el meglio del nostro parlare alla tua tornata.

Didimo. Ita fiat. Vale.

VIII.‍[485] Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.‍[486]

Jesus.

Al nome di Dio, a dì quatro di giugno M. D. V.

Manifestasi per la presente scritta, come Ser Lorenzo di Iacopo Violi alluoga a stampare a Ser Antonio di Domenico Rubini prete fiorentino, et a Andrea di messer Bartolommeo [d030] da Pistoia stampatori, uno libro di prediche facte da frate Hieronymo da Ferrara l’anno 1497 et parte 1498, con questi pacti et modi etc:

In prima: che e’ decti stampatori sieno tenuti stampare volumi millecento del decto libro, et condurli a tucta perfectione, piegati et quadernati come si usa; et decto ser Lorenzo sia tenuto dar loro e’ fogli che bisogneranno per decta opera; et in prezzo et premio della fatica di decti stampatori, il detto ser Lorenzo permette‍[487] dar loro lire dua et soldi cinque piccoli, cioè L. 2. s. 5. piccoli d’ogni lisima stampata; et promecte pagargli septimana per septimana, secondo che monteranno e’ fogli stampati.

Item: e’ decti stampatori promectono a decto ser Lorenzo stampare ogni dì da lavorare, almanco uno foglio intero, cioè fogli millecento; et inoltre promectono consegnare dì per dì, secondo che parrà a decto ser Lorenzo, tucto lo stampato, e mandargliene dove a lui parrà.

Item: promectono degli stampatori a decto ser Lorenzo presente e ricevente, stampare decto libro fidelmente, e non ne pigliare copia alcuna nè darne ad altri; ed in caso che epsi, o alcuno di loro contrafacessino, da hora vogliono et così promectono pagare al decto ser Lorenzo soldi cento larghi di fº‍[488] in oro per sua danni et interessi: et quali danni et interessi, da hora, le decte parte, d’accordo, tanto stimano. Le quali cose le decte parti promectono l’una all’altra, et e converso, attendere et observare; et per observantia di quelle obligano ogni loro e qualunque di loro erede, beni presenti et futuri, et renuntiano ad ogni benefitio che per loro o qualunque di loro facessi. Et io Filippo di Cione di Giovanni notaio fiorentino, non come pubblica ma come privata persona, ho facta la presente di mia propria mano, di consentimento et volontà delle sopradecte et infrascripte parti, le quali si soctoscriveranno qui da piè, di lor propria mano, d’esser contente ad quanto in queste si contiene, anno, mese et dì decto di sopra.

Io ser Antonio di Domenico Rubini sono contento quanto [d031] di sopra si contiene, anno, dì, mese detto di sopra; et però mi sono soscripto di mia propria mano.

Io Andrea di messer Bartolommeo Ghyrlandi da Pistoia sono contento a quanto di sopra si contiene, anno, dì et mese decto di sopra; et però mi sono sottoscripto di mia propria mano.

Io Andrea di messer Bartholomeo Ghyrlandi da Pistoia sopradecto ho ricevuto da ser Lorenzo di Iacopo Violi, insino ad questo dì 16 di luglio 1505, in più volte, in danari contanti, lire octantasei e soldi nove, in nome mio et di ser Antonio decto di sopra; et però ho facto questa di mia mano, decto dì L.  86. s.  9.
Et per insino a dì 2 d’agosto, ducati cinque, cioè lire trentacinque 35.
Et a dì 8 d’agosto, contanti ducati tre d’oro in oro, cioè lire ventuna 21.
Et insino a dì 22 d’agosto, contanti ducati sei in tre volte, cioè lire quarantadua 42.
Et per insino a dì 29 d’agosto lire venti, soldi quindici et danari octo 20. s. 14. (sic) 8
Et più habbiamo insino ad questo dì octo di novembre, in più volte, lire trentadua e soldi uno 32. s.  1.
Et per insino a dì 12 di dicembre, ebbi contanti fiorini dua d’oro in oro, cioè 14.
Et infino a questo dì 14 di luglio 1508, ducati tre d’oro in oro; ricevuto uno, oggi questo dì; et gli altri dua, prima 21.
  L. 272. 4. 8.

[d032]

IX. (Vol. I. Pag. 144.)
Lettera del Savonarola a Stefano da Codiponte.‍[489]

Pax Dei, quæ exuperat omnem sensum, possideat cor tuum in Christo, dilectissime frater. Multis enim implicatus, non potui tuo desiderio satisfacere: quia et mei aliquando oblitus, non valeo cogitata ac desiderata implere. Nunc autem charitatis tuæ et immoderati fervoris‍[490] cogor rogare te ut ambules ea vocatione qua vocatus es. In cœlo boni omnes: in inferno mali omnes: in hoc autem mundo boni et mali inveniuntur, in quo quidem nunquam bonos sine malis fuisse reperire poteris. Multi ergo cupientes bene vivere, et senioribus nolentes acquiescere, quærunt in hoc mundo impossibilia: volunt enim inter sanctos commorari, exclusis omnibus malis et imperfectis hominibus; quod cum non inveniunt, a sua propria vocatione recedunt et vagantur. A dæmone decipiuntur, in errorem ducuntur et prolabuntur; et nunquam ad veritatis sapientiam postea revertuntur. Fili mi, bene vivere est bene facere, et mala pati, et sic perseverare usque ad mortem. Quis male vivat inter sanctos, nisi perversus homo et omnino a gratia Dei destitutus? Non est magnae laudi, inter bonos bene vivere. Hæc autem dico, non quia illi inter quos degis mali sint, immo boni sunt, licet forte aliqui eorum imperfecti sint: sed quasi de festuca trabem facis. Fugiendi sunt mali homines, fugiendi sunt perversi, et eunt bonis commorandum; quia cum sancto sanctus eris, et cum electo electus eris, et cum perverso perverteris.‍[491] Sed si [d033] volueris fugere malos, oportebit te de hoc mundo exire. Iam autem de hoc mundo existi, et credebas statim in paradisum introire. In atrium quidem paradisi introisti, sed nondum in ipsum paradisum. In mundo quidem inter scorpiones vixisti. In claustro autem oportet te inter perfectos, proficientes et imperfectos bene vivere; non adhuc inter malos: quod si autem aliquis falsus frater inveniatur, non mireris; immo si non inveniatur, mirare. In domo Habræ, in domo Isaac, in domo Iacob, in domo Moisi, in domo David, in domo Domini nostri Iesu Christi et Apostolorum omniumque Sanctorum, aliquis impius et perversus, bonorum persequutor, inventus est: quomodo ergo credis domum aliquam in hoc mundo sine malis? Erras, erras, frater: temptatio hæc magna est, et diaboli ministerio subtiliter congesta. Ergo inquire pacem, et persequere eam: ambula coram Deo, et humiliare sub potenti manu Dei: conlige rosas de spinis: omnes te meliores existima: si quid videris quod tibi non placet, cogita bona intentione factum; multi sunt intus meliores quam exterius appareant. Quiesce ergo, quiesce, frater mi: humilitati stude, atque subjectioni et obedientiæ; et sine intermissione ora, et scito quia factus est in pace locus Domini. Ora pro me, et commenda me magistro tuo et discipulis. Vale.

Ex Florentia, die 22 maii m. cccc. 92.

Frater Hieronymus de Ferraria Ordinis prædicatorum.

In Christo Iesu sibi dilectissimo novitio, Stephano Codipontio.

Pisis, in conventu S. Chaterinæ.

[d034]

X. (Vol. I, pag. 148.)
Tre Lettere dei Dieci, in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione lombarda.‍[492]

Philippo Valorio, die x Maij 1493.

Sarà alligato alla presente una nostra lettera al reverendissimo cardinale di Napoli, per la quale supplichiamo Sua Reverendissima Signoria satisfacci a quello ci persuadiamo sappi, et però non te lo replichiamo altrimenti, che il Convento nostro di San Marcho molto iustamente et honestamente desidera. Decta lettera farai dare a‍[493] 3 frati di San Marcho, sono costì per questa causa; et tu etiam voliamo, in nostro nome, appresso la Santità del Papa, decto Cardinale et ogni altro stimerai potere giovare, ti adoperi segua lo effecto che decto convento desidera; facendo intendere a ciaschuno che, oltre al fare opera meritoria apresso Idio, a noi ne sarà facto singolarissimo piacere.

Oliviero Cardinali Napoletano, die x Maij 1493.

Facit modestia vitæ atque sanctimoniæ, et rerum divinarum observantia, ut sancti Marci conventus excellenti religionis fama sit in nostra Civitate; unde et nos et populus omnis, omnia illi bona percupimus. Olim etiam, dum vivente Cosmo Medici patre patriæ nostrae et ornatore illius conventus, et demum multos annos, suo quodam more vixit, neque unquam aberravit. Demum, qui nondum adeo celebris erat Conventus, cum non ita multi in eum fratres convenissent, venerunt in Lombardam Congregationem, et scire te melius arbitramur quam nos, modo sine causa longius facientes scriberemus. [d035] Nunc aucta domo ædificiis, fratribus, moribus, literis, in pristinam vivendi normam restitui cupiunt; ut observantiores et Deo optimo maximo magis inservientes flerent. Nos non possumus eadem non cupere, et gestu eorum animis non affici cupiditate quadam incredibili. Rem planius intelliges ex quibusdam ex eorum ordine qui ad te venerunt, atque has tibi reddent literas; qui quidem, quam nos etiam melius, quod facto opus sit, ut huius honestissimi desiderii illi nosque fiamus compotes, aperient. Te multum etiam atque etiam rogamus, ut huic sanctissimo incepto faveas; ut nos quoque et civitas omnis, tuo beneficio, quod maxime concupiscimus, consecuti habere, clementissimo Deo gratias debeamus et tibi, quia, te auctore et duce, id fuerimus assecuti, perpetuo gratiorem existimantes nostram rempublicam.

Philippo Valorio, die VII Juniis 1493.

Il breve ne hai etiam mandato con decta tua, contenente la separatione de’ frati di Sancto Marcho dalla Congregatione di Lombardia ci è stato oltremodo grato; et voliamo, loco et tempore, ne ringratii et la Santità del Papa et il reverendissimo cardinale di Napoli con quelle più grate parole ti occorreranno. Contiene, oltre a questo, decta tua alcuni advisi a’ quali non accade rispondiamo altrimenti, se non commendartene. Simile alla tua de’ 3 che è coverta a una di Dionigi Pucci.

[d036]

XI. (Vol. I, pag. 149.)
Breve d’Alessandro VI, con cui si separa San Marco dalla Congregazione lombarda.‍[494]

ALEXANDER PP. VI.

Dilecti Filii, salutem et apostolicam benedictionem. Exigit vestrae devotionis affectus, nec non religionis zelus, ut petitionibus vestris, quibus possitis Domino quietiori mente servire, quantum cum Domino possumus, favorabiliter annuamus. Cum itaque, sicut nobis, nuper, tam pro parte vestra quam dilectorum filiorum communitatis Florentiæ expositum fuit; vos qui alias, sub Protectore et Magistro generali ordinis vestri fratrum prædicatorum existebatis; et, processu temporis, cum hanc domum vestram, dilectorum filiorum vestrorum Congregationis Lombardiæ dicti ordinis gubernationi dicti ordinis commendastis. Post aliquantum temporis, Prior quidam, tunc istius domus, prætextu quorundam litterarum apostolicarum in forma Brevis, per eum a Sede Apostolica obtentarum et clam nobis impetratarum; et ipse tantum et uno, forsan paulo pluribus illius fratribus consciis, secum consentientibus, dictæ Congregationi ac illius superioribus et institutionibus vos. Domum vestram subiicere attentavit. Cupiatis, ut Domino quietius possitis famulari, et alias ex certis causis, a prædictis congregatione et præsidentibus, illiusque institutionibus et ordinationibus eximi et liberari.

Nos vestris et Communitatis prædictorum, nobis pro vobis super hoc humiliter supplicantium, ex præmissis et aliis vestro nomine nobis expositis causis, in hac parte supplicationibus inclinati; vos et Domum vestram prædictam, illiusque Priores et Fratres nunc et pro tempore existentes, a dictis Congregatione nec non praesidentibus, diffinitoribus seu [d037] etiam officialibus ac superioribus quibuscumque, nunc et pro tempore existentibus, eorumque visitatione, superiositate,‍[495] præceptis, censuris, assignationibus fratrum, factis aut faciendis, auctoritate Apostolica perpetuo eximimus et liberamus. Ita ut ipsi præsidentes, vel Congregationis huiusmodi superiores, nullam in vos aut aliquem vestrum jurisdictionem aut superiositatem exercere possint; ac vos et domum vestram prædictam sub Protectoris et Magistri vestri, Generalis dicti ordinis, et ab ipso Magistro pro tempore confirmandi Prioris cura, visitationi ac superiositati perpetuo subiicimus. Ita ut his et non aliis sitis immediate subiecti, et in Priorem istius domus pro tempore electum ab ipso nostro Generali, pro tempore exisiente, confirmari debeat; sic tamen, ut singulis annis, die ipsa suæ electionis, intelligatur absolutus, et aliter vel etiam idem opportuno tempore eligatur.

Concedentibus fratribus, dictæ domus nunc existentibus et qui ad alias domos ordinis et Congregationis prædictorum, et aliquot aliis fratribus dictæ Congregationis, qui ex aliis domibus ad ipsam domum transmissi sunt; quod si ad eamdem domum redire voluerint, per vos, de consilio seniorum fratrum dictæ domus, recipi et ipsi (quacunque conditione præsidentium et officialium dictæ Congregationis non obstante) ad ipsam domum. Ipsi, vero, aliquot fratres aliarum domorum prædictæ Congregationis, in ipsa domo vestra existentes, ad ipsam domum vestram pertinere et in ea de consilio seniorum permanere. Insuper, etiam, licentia vestra non petita, ad domos Congregationis prædictæ redire libere et licite valeant. Decernentes et inritum et inane, si secus super his a quocunque, quavis auctoritate, scienter vel ignoranter, contigerit; non obstantibus præmissis ac Constitutionibus ac ordinationibus apostolicis; nec non Congregationis et domus prædictorum juramento, confirmatione apostolica vel quavis firmitate alias roboratis statutis, consuetudinibus ac quibusdam excommunicationibus felicis recordationis Pauli Secundi, [d038] impetratis a dicta Congregatione contra fratres recedentes ab ea, sub bulla aurea expediti, et aliis Sixti Quarti romanorum Pontificum prædecessorum nostrorum literis; quibus, etiam si de illis, de verbo ad verbum, toto tenore, non autem per clausulas generales, etiam mentionem specialem importantem, specifica et individua mentio habenda esset; illis alias in suo robore permansuris. Hac vice, dumtaxat, specialiter et expresse derogamus et per præsentes illis sufficienter derogatum esse volumus atque decernimus, cæterisque contrariis quibuscunque.

Datum Romæ apud S. Petrum sub anulo Piscatoris, die XXII Maij mccccxciij, Anno Primo.

(a tergo)

Dilectis Filiis Priori et Fratribus Domus S. Marci Florentiæ, ordinis prædicatorum.

XII. (Vol. I, pag. 150.)
Lettere di Iacopo Salviati e Girolamo Savonarola a Piero de’ Medici, relative ad una convenzione tra i Frati di San Marco e quelli di Lombardia, ed al Breve venuto da Roma.[496]

Addì 25 maggio 1493.

Magnifice vir.

Sono stato con questi religiosi di S. Marcho, per assetto di questa cosa, e con uno mandato di quegli della Congregatione; et siamo venuti in questa compositione di che qui dapiè ti si manderà la copia, la quale mi pare apunto secondo l’intento tuo, secondo che da te ho potuto ritrare; perchè il sì e il no d’ogni conclusione restanno appunto come vedrai. Però, accordandoti tu a questo, rispondi per lo apportatore; acciò si possa domattina, che sono rimasi d’essere [d039] insieme, dare perfectione a questa opera la quale mi pare, secondo Iddio et secondo il bisogno di ciascuno. Et perchè, come ho detto, questo piaccia a ciascuno di quegli che vi si sono trovati, credo che tanto più lo approveranno, quando pienamente intenderanno che da te proceda; perchè ognuno di loro in effecto vuole quello che vuoi tu, nè pare che si possa procedere tanto maturamente nè meglio in cosa nessuna, quanto hai fatto tu in questa opera.

Expediatur breve et sigillatum deponatur in manus Petri de Medicis.

(Segue la copia della convenzione.)

Congregatio Lombardiæ restet; quo ad conventum S. Marci de Florentia, in eo etiam in quo erat ante impetratum breve, cum hac conditione: quod per aliquod actum quod fieret per propositos Congregationis Lombardiæ in conventu et seu in fratribus conventus S. Marci, quantuncumque contrarium brevi, non intelligatur præiudicandum dicto brevi et seu iuribus conventus S. Marci, quæsitis seu quærendis per dictum breve, si quantum ad dictum conventum seu suos fratres perveniret, quia fuisset eis exhibitum. Bona fide et sine cavillatione, predicta serventur per partes.

Nè più: Cristo di male ti guardi.

Iacopo Salviati
in Firenze.

(Segue questa breve lettera autografa del Savonarola.)

Magnifico Piero. Io dissi a quelli nostri padri che la mia intentione e quella del convento era di fare tuto quello che voleva vostra Magnificentia, secondo quella dechiaratione dela vostra intentione, la quale intesi io essere in quel modo come dissi a quelli padri, essendo sempre parati fare ogni vostra voglia. Ricommandovi el convento nostro.

Gratia Domini Jesu Christi vobiscum. Amen.

Fra Hieronymo.

(Fuori.)

Magnifico viro Petro de Medicis

Cognato carissimo.

[d040]

XIII. Tre lettere della Signoria in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione Lombarda.‍[497]

CARDINALI NEAPOLITANO.

Reverendissime Pater etc.

Credimus R. D. V. adhuc memoriæ tenere quam gratum et nobis fuerit, et universo huic populo, conventus Sancti Marci nostræ urbis, Sancti Dominici Fesularum, ac Sanctæ Catharinæ Pisarum, omnes prædicatorum ordinis, a Congregatione Lombardiæ separatos fuisse; quod etiam, opera R. D. V. et obtinuisse nos, tum cognovimus, et illi retulimus acceptum. Nunc vero, cum audierimus Lombardiæ Congregationes eos tentare velle sibi adiungere atque unire, non minus cupimus separatos permanere, quam tum optaremus seiungere; nec enim minus hoc vobis gratum futurum est, quam illud tunc fuerit; quippe cum tueri parta non minoris sit faciendum, quam nova acquirere. Rogamus igitur iterum atque iterum R. D. V., non solum ut si quid in contrarium ab ea postularetur, id omnino reiiciat atque refellat; sed quod iam factum est, et tueri velit et corroborare, quod quidem hoc tempore nihil potest et nobis et universæ civitati nostræ gratius præstari R. D. V.

Ex Palatio nostro, die 6 Martij 1491

CARDINALI NEAPOLITANO.

Reverendissime in Christo Pater.

Hoc quoque facile documento erit, cordi esse nobis id negotii de quo superioribus etiam diebus scripsimus ad reverendam Paternitatem vestram; quia, non expectato responso, [d041] congeminamus, eodem modo, litteras. Nota vero res est B. P., paulo ante opera beneficioque vestro, et disjunctos esse, quia non convenirent mores Sancti Marci fratribus Florentinæ urbis, ab ea Societate quæ fuit eis cum fratribus Lombardis, et in unitatem venisse religiosæ vitæ santæque cum his eiusdem ordinis fratribus, qui extra urbem conventum habent Sancti Dominici in monte Fesulo: quæ quidem res, ut gratissima fuit toti civitati singulisque atque universis nobis, ita dignissimos tulit fructus vers excolendæque Christi religionis. Nihil profecto, Reverende Pater, ad salutem nostram excogitari potuit accomodatius; cumulat autem hoc nobis bonum quod nos sumus, vestro maxime munere, divina opitulante clementia, consecuti, frater Hieronimus Savonarola, prior eius conventus, prædicatorque insignis, cuius quidem in tanta est apud nos veneratione jam nomen, ut quicquam putemus agi recte nobiscum posse, nisi ille cum Deo agendum suaserit, monstraverit, prædixerit. Est enim admiranda quædam in eo homine religio, vita immaculata, doctrina excellens; et, quod multo maius est multoque rarius, loquitur in eo, quod omnes jam fatemur, divinus quidam Spiritus; et nos quæ evenerunt nobis hactenus, non communia certe neque vulgaria, sed maxima profecto atque insperatissima, multo etiam antequam evenirent, prævenimus; ac quæ eventura quoque sunt paulo post, ipso prædicante, cognoscimus. Dici non potest quanta ex eius prædicatione percipiatur utilitas ad animarum salutem, et rei nostræ publicæ conservationem ac concordiam Civitatis.

Quapropter nihil audire molestius possumus, quam inquietari eos a Lombardis fratribus, qui tam sanctam et Deo gratam separationem ferre indigne videntur; quod evenisse, et contra niti quosdam, superioribus diebus renuntiatum est. Agitur vere, B. P., de honore nunc Dei, agitur de dignitate [d042] B. P. V. et de nostris commodis, studiisque quibus nihil accidere posset magis contrarium. Rogamus ergo B. P. V. ut silere eos ac quietos esse jubeat, et divinæ huic voluntati assentiri; nihil enim jam vel tantillum immutari in ea re potest, quod non sit omnis populus hic noster ægerrime laturus, quodque non sit multiplices illaturum turbas propter multitudinem quæ tota, miro quodam ardore, hos fratres eorumque mores et religionem complexa est. Munus hoc adeo nobis, laborante potissimum atque amittente B. P. V., condonatum est; eadem opera modo nobis opus est, ut inviolatum et ut perpetuum maneat Florentinæ urbi. Et istimamus autem fore ut in dies plus lætetur B. P. V. præstitisse nobis hanc operam, cum diffundetur per alios quoque eius ordinis conventus, qui sunt in ditione Florentina, id vitæ genus ad exemplum eorum quos jam tantopere admiramus et dignos ducimus, ad cuius normam cæteri quoque vivendi et inserviendi Deo ingrediantur viam. Itaque rogamus, hac quoque parte, B. P. V. prohibeat ne quis, præter sancti Marci fratres ubi nos præsumus, reformare, ut ipsi loquuntur, aliquem conventum nostrum attentet. Id enim nos nullo modo laturi sumus, cupidi, quantum fieri possit nostris nixibus, ut divinissimum hoc munus quam latissime pateat, quantoque fieri potest elegantius sacri cultus et religionis observantia, ad omnipotentis Dei gloriam, Iesu Christi Salvatoris nostri triumphum, ubique celebratissima existat. Nihil accipere a B. P. V. possumus hoc quidem tempore gratius.

Ex Palatio nostro, die 8 Aprilis 1495.

SUMMO PONTIFICI.

Sanctissime Pater etc.

Fuit apud nos, per multos jam annos, Frater Hieronymus Savonarola, prædicator insignis, ea doctrina, religione, moribus, integritate vitæ, ut non ipse solum, verum etiam nomen ejus apud nos in maxima veneratione sit. Is multa et magna universo huic populo documenta dedit, multa induxit bona, quæ ad honeste sancteque vivendum plurimum profuerant. Hæc autem attestamur Sanctitati Vestræ, beatissime Pater; [d043] quoniam intelleximus crimina quædam in fratrem ipsum Hieronymum calumniose conjecta fuisse, quæ multo esse a veritate aliena, quanto nos certe scimus Sanctitati Vestræ in testimonium veritatis reticere non possumus. Existimamus, autem, Sanctitatem Vestram pro solita sua humanitate incredibilique benignitate, et fidem nobis adhibituram et id quod universo populo nostro ad bonos mores, ad pacem et concordiam, ad animarum salutem plurimam confert, a nobis non remoturum. Speramus, itaque, Sanctitatem Vestram, iis intellectis, et Fratrem Hieronymum apud nos permanere permissuram; et conventus Sancti Marci de Florentia ac Sancti Dominici in Monte Fesulano ab congregatione Lombardiæ olim separatos, et nunc incredibili quadam vitæ integritate ac religionis sanctitate degentes, in eodem statu, cum inde multa quotidie immensaque bona nobis proveniant, conservaturam; quo mihil gratius in præsentia, et quo magis lætaremur ab Sanctitatis Vestræ benignitate concedi posset. Cui nos etc. Ex Palatio nostro, die 17 septembris 1495.‍[498]

XIV. (Vol. I, pag. 178.)
Dispaccio della Corte di Napoli a papa Alessandro VI, circa la venuta dei Francesi in Italia, scritto da Giovanni Pontano.‍[499]

Messer Luise. Assai de bon loco ne è stato quasi accennato, non però che ne sia stato certamente expresso; ma, quando mai non fosse, così è verisimile, et perchè è verisimile, [d044] perciò ve imponemo debeate conferire le cose infrascripte col reverendissimo Monsignor di Napoli. Et di poi tale collatione, parte sua Reverendissima Signoria, parte voi, parte ambodoi, secundo meglio ne parerà, ne parlerete con la Santità de nostro Signore in la debita forma.

Che sia vero o non sia, se fa iudicio che la Santità predicta habbia circa questa impresa de re de Francia contra noi consultate multe cose col duca de Baro, et che quello li habbia resposto, parte confutando, parte confortando et parte inanimando. Et primo, havendo sua Santità consultato come essa havesse da procedere e governarsi in le cose francise, poichè quelle andavano avante, li è stato resposto dal predetto duca de Baro: primo, commendando sua Santità deli modi servava; deinde, approbando essere ad proposito intertenere noi et darne parole, imperò in tal manera, che intendendose da re di Francia, che non havesse ad pigliarne umbresa; et ulterius, confortandola ad la impresa la quale, essendo essa unita con dicto re, era summamente facile; usando etiam queste parole: che ’l desiderio de soa Santità et li successi sariano felicissimi in tucte cose; et per contrario, quando se disunisse dal dicto re, che tucti li beneficii quali potesse havere mai da noi, non fariano proportione ali maiori danni che li segueriano, desunendose da dicto re. Questa parte, come voi vedete, è de natura tale che non porria essere peggio, et non è da passarla senza confutarla; perchè a la Santità soa, della guerra de Italia et nostra non li pò seguire se non affanni, maxime essendo facta da Francesi li quali, quando havessero vinto, pò pensare quello che resultaria de la superbia loro, che cercariano metterese Italia sotto, et levariano ad la Sede apostolica la auctorità et la potestà che ha de presente, et per omne via la abasciariano.‍[500] Et quanto tocca al sangue suo, sa quel che ha trovato con noi de sangue, de stato, et de titulo; ma non li è certo quello che li habia ad sequire con re de Francia, il quale non ha nepote da dare ad suo figliolo; et per gratia de Dio noi stiamo tali ad casa nostra, che chi ce volrà tollere del nostro, haverà assai che fare ad toglierlo per sè, o per [d045] darlo ad altri; et in questa parte ve potite assai ben allargare.

Item: havendo dicta Santità monstrato stare sopra de sè, che francesi non veneriano ad la impresa; dicto duca de Bari li ha resposto: che de certissimo questo anno dicto re farà in omne modo la impresa, parlando in questa parte multo affirmativamente; et non de manco, quando non sequisse, che lui haveva bonissimo modo de intenderlo ad tal tempo, che sua Santità, senza perdere cosa alcuna con Francia, poria capitolare et assettarse con noi. Imperò confortavala ad non mutare proposito et starsi in sua reputatione, et ad non lassarsi così de socto, etiam quando le cose de Francia non andassero avante; perchè, essendo noi de la natura che simo, non solamente non lo voriamo per parente, ma non per cappellano; et che, abandonandosi, resteria ad discretione nostra, et de quelli soi baroni de terra de Roma. Circa questa parte, et ad voi et ad Monsignor reverendissimo de Napoli, occorre da cacciarne multo ben fora, et farli considerare et recognoscere, che andando soa Santità con quisti modi, si è facta et fa subiecta a li apparati del duca de Bari; li quali so’ de natura che sempre li cercaranno affanni et tribulatione, et ad poco ad poco la hanno già per tirata ad la guerra, et ad le spese tale, che soa Santità ad la giornata se ne avedarà; che stando ben con noi, vive senza affanni, senza spese et in sua libertà: et deveria pur advederse soa Santità como et dove è tirata, et pensare a li fructi de la guerra et maxime de tal guerra, dove va la vita, lo honore, lo Stato et omne ben mundano. Sichè in questa parte haverete campo largo da parlare. Advertite ben, che circa queste doe particularità, sempre se parla de intertenerne et darne parole; donde è da judicare la fede, qual se possa havere ad le pratiche de dicta Santità.

Item, consultando dicta Santità, circa le provisione per mare et per terra che da noi se fanno, dicto duca de Baro li ha resposto: che noi solamente havimo descripti da tricento in quatrocento homini d’arme, et dati alcuni cavalli senza dinari, che non era altro, salvo allegerirne de la spesa de li cavalli; et che circa le cose de mare facevamo penserò non correspondente, cioè che pensavamo fare più che non bastavano le forze, et che ad omne nostra defensione andavamo [d046] fridi et tardi. E non havendo provisto fin ad mò,‍[501] manco haveriamo tempo de providerne, perchè infra tre misi i Francesi seriano passati, et però soa Santità devea stare de bono animo, et maxime havendo coniuncta la fortuna soa con ipso duca de Baro, il quale haveria sempre bona consideratione in tucte cose che potessero seguire. Per questa ultima parte, pò ben videre soa Santità, se ’l duca de Baro la tiene per superiore o inferiore de sè, quando dice che haverà bona consideratione a le cose che sequeranno, facendose mastro et capo, et lo papa discipulo et pede. Che, invero, essendo el pontefice de la sapientia che s’è, doveria pur avedere da mò, dove se trovarà quando sia misso in golfo. Quanto ad l’armata, noi bastarimo et darimo recapito multo più alto che altri non estima; et così de le gente d’arme, et ne haverimo da loco che dolerà ad alcuni, et se avederanno che non simo nè fredi nè tardi. Et in questa parte, deveria pur soa Santità videre como se lassa mettere in questi balli, et ad che propositi; et deveria pur pensare che noi havimo et figli et nepoti che sonno per defendersi, et che hanno prima ad perdere la vita che la robba; et che la fortuna porta de stranie varietate, e multo spisso se è veduto in le guerre essere stati perditori quilli che le hanno mosse, et che non è in potere il fin de la guerra de quilli la hanno mossa; nè soa Santità, essendo vicario de Dio, deve volerse mettere ad quisti rischi. In questa intelligenza è da dire, et però ne remectemo ad la sapientia et grave consiglio de Monsignor de Napoli.

Più oltre, dicto duca de Baro, ne è accennato, ha mandato ad dire al papa, inter alia, mostrandosi da soa Santità suspensione de questa impresa, che dica chi si voglia, e iudichi chi si voglia altramente, lui dice et iudica nulla cosa essere più ad proposto del papa che la venuta de’ Francisi contra noi; perchè, senza spese et pericolo, si liberarà da la servitù nostra per causa de li baroni de Roma; et abatterà Virginio Ursino, il quale disfacto che haverà, soa Santità redurà tucti li altri baroni ad soa discretione, et porà dare lo stato de dicto signor Virginio ad soi figlioli, e assicurarli [d047] de quello.‍[502] E ad questo effecto era impossibile che soa Santità potesse havere mai maiore occasione che questa de’ Francesi; et però soa Santità la volesse cognoscere et pigliarsela con le soe mane.

Da queste particularitate se pò iudicare quale mente habia lo duca de Baro, et como tenga el papa subiecto; che lo mecte in manifesto pericolo, et soa Santità non se ne avede. Vole che ’l papa leve lo Stato ad Virginio, et auctorità ad casa Ursina, quale tanto tempo lo ha tenuto; et che lo dea al figliolo, securo et senza pericolo et con securitate, che ben monstra lo duca de Baro loco de maistro, et persuade al discipulo quel che vole. Soa Santità pò multo ben considerare essa essere vecchia, et che in casa Ursina sonno multi de fresca etate, et che morto ipso, li figlioli sonno soli et foresteri, et che lo futuro pontefice haverà de quilli respecti che hanno havuti li altri pontefici. La sapientia soa ricerca et considere queste cose con la rettitudine del iudicio, con la quale cognoscerà, si quisto tal consiglio è de parere che ricorre ben ad essa et ad li soi, o che la cerca ponere in tribulatione. Et pur soa Santità ha veduto al mundo de multe varietate, et deve cercare dare lecto proprio a li figlioli, el che pò fare con reposo et bona via; et non volerli collocare in lo lecto de altri con manifesto pericolo presente et futuro. Monsignor predicto de Napoli ben cognosce in questa materia quanto ricerche da deverse dire, et voi ancora; et però ve allargarete in essa con li debiti modi et mesura.

Preterea, havendo dicta Santità consultato dove essa restasse, quando Francesi non ce levassero lo Stato, li è stato risposto dal dicto duca de Baro: che Francesi almanco ne levariano la maior parte, e che noi restariamo insiemi con li nostri successori tanto abattuti et oppressi, che non solamente seriamo obedienti ma veri vaxalli de li pontifici futuri; allargandose quà mirabilmente, che soa Santità non porria fare maior acquisto de questo ad la fede apostolica, nè più gloriosa cosa, per lo ambasciamento nostro, et per haver tolto lo stato ad Ursinj, et dispersi et abattuti li altri baroni; donde [d048] ipso et li altri pontifici veneriano ad signoriare lo dominio ecclesiastico con la bacchetta in mano: et questo tutto se attribuirà a la soa gloria.

Voi videte che arte sonno queste et con chi termini el duca de Bari tira el papa; che, in vero, uno iovene inexperto non se lassaria così tirare. Et per questa via dicto duca pone Italia in foco, sequendo li soi appetiti et pessimi designi. Et perchè el pontifice ha consultato de li pericoli imminenti dal Gran Turco, responde el duca de Baro: che, non essendo quello passato in Italia nel tempo che quella era in reposo, dove facilmente haveria trovata victoria per non essere quella in arme, manco passaria mò, essendo Italia in guerra et con le arme, perchè Italiani se voltariano contra ipso; et che dubitaria non facessero la impresa in Grecia, et però non era da timere de ipso. Questa rasone, quanto sia sufficiente, anco contraria al facto, la Santità soa lo pò multo ben iudicare; chè essendo Italia consumata, non solamente non porria passare in Grecia, ma non haveria modo ad resistere nè mantinere quelle poche gente d’arme che ce fossero. Et con quanta potentia el Turco venesse per mare et per terra et per diversi lochi, è multo facile cosa ad iudicarelo, sapendosi che sono doi anni, fò in Albania con più de ducentomilia combattenti.

Dice etiam dicto duca de Baro, facendoseli dubio si noi chiamariamo li Turchi: che certamente non li chiamariamo, perchè essendo noi possenti per resistere lo primo anno, ne poneriamo in defesa con speranza che ’l tempo produca qualche opportunità de morte o de mutatione in Francia o in Italia, et così che noi ne pensamo restare superiori de la impresa, o pur de posser per qualche via componere le cose nostre con qualche aptitudine; et così non volriano darne infamia de chiamare li Turchi: et che per questa resone soa Santità non devea far causa de questa parte de’ Turchi. In questa particularità noi havimo male exemplo de havere ad schifare la infamia, quando vedemo non haverse respetto nè a la fede nè ad la patria nè ad la religione; et ricordamone che Innocentio, etiam che fosse pontifice, scripse in uno suo breve: Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo. Imperò noi [d049] speramo tanto in la gratia de Dio, la quale sempre ne ha monstrata, et multo maiore ne la monstrarà in questa causa più iusta et più legitima che nulla de le altre; et noi, nostri figlioli et nepoti ne adjutarimo con le mano, con li pedi et con omne membro.

In quanto è consultato, che per la venuta de’ Francesi receveria Italia danni, responde dicto duca: ad questo esserese ben pensato, et che ’l papa et la Sede Apostolica vene ad consequire tanta auctorità, fermeza et elevatione, che dicta Santità, per questa tanta exaltatione deve postergare li danni de Italia, usando questo exemplo: che per schifare la febre continua se deve comportare la terzana, et che soa Santità ha la febre continua, per essere in nostra servitute, da la quale deve tenere modi de liberarse, et non pensare ad altro, videndo che de tanta servitù vene ad tanta exaltatione. Questi consigli sonno convenienti da darsi ad saccomandi et ad predatori, non ad pontifici li quali se so’ fatti grandi con sanctitate, con integritate, con reparare a li scandali et con conservare la pace; et quando li pontifici fanno questo, sonno in vera libertate; et quando vanno per li ricordi sopradicti, se poneno ipsi medesimi in servitute. Et già soa Santità monstra essere col duca de Baro in quillo gradu, in lo quale ipso dice quella essere con noi, li quali, per opposito, li cercamo pace et tranquillità, conservatione de auctorità et de robba; et voi già sapete che lo Stato offerto ad suo figliolo con quella rendita, è de estimatione per ducento milia ducati;‍[503] sichè questa ne pare libertate, et lo camino in lo quale lo duca de Baro lo mecte, lo conducerà ad vera servitute et ad vinire opresso per diversi modi.

Le cause che moveno lo duca de Baro ad confortare el papa che ne tenga in bone parole sonno queste: cioè che non venendo Francesi, sua Santità sempre monstrarà esserese ben iustificata con loro; et quando vengano trovaranno noi disproveduti, perchè, credendo a le soe bone parole, et per la speranza che haverimo, non farimo le provisione che sonno necessarie; et con queste rasone lo rescalda mirabilmente, affirmando che infallanter Francesi veneranno, et che quillo [d050] re et tucta la Francia non actende ad altro che ad questa impresa, et che monsignor de Cordes et lo generale de Linguadocha seriano venuti in Italia, l’uno per soldare gente, l’altro per portare dinari; ma che ipso ha detenuta la lor venuta, per rescaldare quillo re, et solicitare le cose necessarie ad la impresa; per dubio che venendo loro così presto avante che le cose fossero tutalmente in ordine, quillo re non fosse divertuto et mutato de proposto, per essere quilli doi li quali sonno stati et sonno lo firmamento de questa cosa; et che quilli non parteranno fin intanto che habiano facto ben spendere in le provisione necessarie per mare et per terra, ad ciò che quillo re videndose haver facta tanta spesa, per non la perdere non se repenta; et che in Genua se è dato ordine ad nave et ad galere; et che infra uno mese seria in Genua una gran summa de dinari, sì per li ligni, sì per le gente da soldarese. Et interim, monsignor de Cordes non attende, salvo ad fare gente da pede et da cavallo, con le quale passerà in Italia, statim che l’armata sia in ordine in Genua; et con ipso venerà dicto generale con gran summa de dinari per fare uno gran numero de gente, et al primo impetu fare un grandissimo assalto in questo reame; significando etiam como lui adiongerà ad lo exercito de Francesi, per satisfare a l’obligo suo de la liga et del feudo de Genua, le gente in le quale è obligato; declarando li capi de quelle cose, cioè lo Conte Galiotto de la Mirandola, messer Ridolfo de Gonzaga et messer Nicolo da Corregio; laudando et ponendo in celo, per inanimare tanto più el papa, dicto monsignor de Cordes con la venuta de lo quale, repentina et ad un puncto preso, dicta Santità farrà quel che volrà de San Petro ad Vincula,‍[504] et del signor Virginio,‍[505] et farà che dicto Vincula remanerà ad soa discretione. Ex alio latere e per detenire soa Santità, simo accinnati como, tanto monsignor Ascanio,‍[506] quanto el Taverna,‍[507] el che noi credimo, hanno posto el papa in grandissima umbra; dicendo che soa Santità, in Francia è in pessima opinione [d051] et in estimatione multo mala, tanto che non porria essere peiore, donde quando soa Santità se retrahesse in questa impresa dal favore de Francesi, quillo re totalmente li levaria la obedientia, et insiemi con re Maximiano‍[508] li fariano Concilio; et che lo stato de Milano non poria abandonare Maximiliano, anco seria constricto assequire tucti doi dicti ri, de che soa Santità serria deducta ad pessimi termini, che tucti tramontani la persequitariano et tirariano gran parte de Italia, et non se poria fidare del collegio: et così parte con specie de utilità et de gloria, et parte con minacci et con anteponere pericoli, et papa è tirato dal duca de Baro.

Et da bono et fidato loco se ha per certo, che ad queste parole de monsignor Ascanio et del Taverna, el papa multo se resentío, et che respose resolutamente: che non era per contradire ad Francesi nè per discostarse da li ricordi del duca de Baro, li quali soa Santità approbava et li sequeria; concludendo che in la venuta de Francesi soa Santità monstraria qualche poco de tempo starese de mezo; et nihilominus, venendo o non Francesi, soa Santità temporegiaria con noi, dandoce bone parole, secundo ipso duca de Baro ricordava; restando soa Santità in questo appunctamento con monsignor Ascanio, el quale già per quisto respetto se rende securo de la voluntà del papa, et che con noi non habia ad tenere nè parentato nè altro bon mezo.

Questa ultima parte noi la havemo da bon loco, et è pervenuta ad nostra notitia assai da lontano, et credimo che così sia. Le altre parte possono essere conjecture; nentidemanco la rasone vole che ’l papa in una tanta cosa, essendo pur acuto et timido, se sia consultato col dicto duca; et che quillo habia usate le rasone sopradicte et multe et più, sapendo noi quel che ha praticato el posto avante in Francia, et pensando ipso che, non havendo el papa a la impresa, non fa per ipso intrare in questa dansa. Sicchè è credibile che dal dicto duca de Baro siano state poste avante multe più rasone et argumenti de li predicti, como credimo che monsignor predicto de Napoli se persuade et tene per certo. Et però soa reverendissima Signoria et voi insiemi con quilla, voglia videre de confutare le argumentatione [d052] predicte, et farse venire, quando una, quando un altra de le cose predicte ad proposto; et quale confutare soa Signoria et quale voi, non monstrando però che ve moveate, como che de dicte consoltatione et resposte habeate havuta notitia; advertendo soa Santità como altre volte havite facto, che per questa via è posta in affanni et ingannata, et che intrarà in lamberinto difficultoso et inexplicabile; confortandola ad revederse che chi li dà tali consigli li è poco amico; et pense ben che li antecessori del duca de Baro, de scandoli et de zizania se sonno facti grandi, et ponendo altri in affanni et guerre, se sonno exaltati ipsi; quali consigli non li damo noi, perchè li desideramo quiete et non cercamo scandali per esaltarne più ultra, essendo contenti de la sorte nostra, como se è veduto per li nostri andamenti. Se l’anno passato non se fosse tenuto modo ad assettare quelle cose del signor Virginio, lo foco era già acceso; el che noi videndo corsimo, con l’acqua ad astutarlo,‍[509] mandando nostro figlio Don Federico etc. Sichè quel che non sequette l’anno passato, dicto duca de Baro cerca mò inbiccare dicto foco, per altra et peior via; al che soa Santità deve reparare, perchè se si accende foco, non porà essere che soa Santità non participe del fumo et del foco. Et trovarassi missa in tal travaglio, che cognoscerà essere in servitute altra de quella che ’l duca de Baro dice haver con noi; perchè noi ricercamo che soa Santità se goda del passato, stea ben con noi et in la dignità soa; ma non cercamo che stea mal con alcuno, nè che entre in affanni et in partiti de capitanei de ventura, como li ricerca lo duca de Baro el quale, como habia posta soa Santità in questi termini, la trattarà et farà trattare da cappellano. Papa Innocentio se avedette, benchè tardo, del facto suo, et che da altri era trattato como ipso medesimo se ne accorse et dolette al fine; sì che se redusse ad voler vinire ben con noi, cognoscendo che stando ben con noi, era ad omne suo proposto. Deveria la soa Santità, como savia et experta, quel che non era in Innocentio, cognoscere da principio et sequire quisto partito pacifico et quieto, et non volere intrare in pratiche de guerre nè in partiti de capitanei de ventura.

[d053]

Monsignor reverendissimo de Napoli cognosce la natura del papa, et vede quello essere tirato, per importunità de monsignor Ascanio, et per non essere stato a le orechie del papa chi li habia ricordato lo contrario; cognosce etiam che ’l papa, per le consultatione predicte, quale ha facte col duca de Baro, che sta timido et suspeso, exardendo noi che ce armamo più che altri non pensa, et che simo etiam per fare più del possibile; che soa Santità se retrova confuso, et tucte fiate che sia chi li ricorde lo pericolo da un canto et lo reposo da l’altro, che se reduca al sano consiglio et al partito digno de savio pontefice. Et però voglia soa Signoria, cognoscendo tucte queste cose, intrar col papa per lo camin dericto, et traversare et rompere le sbarre poste da monsignor Ascanio, et essere continuo col papa; et mò confutare una cosa et mò unaltra; mò preponere e ’l bene de la Xantità et dela sede apostolica et de Italia, et tirare ad questo de li altri cardinali li quali ad soa reverendissima signoria pareranno; tirando ad questo le cose de monsignor ad Vincula et ipso etiam monsignor, et disponendoli tucti ad quisto proposto; perchè, battendo tucti insiemi quisto ferro, ne pare essere certi che ’l papa se retraherà totalmente da queste fantesie, in le quale è stato posto per non essere stato chi li ricorde altramente; et se reducerà ad quel che è lo devere, et che se desidera da chi le vole ben, et da chi ama la pace et lo reposo, et da chi desidera che soa Santità non habia da incorrere affanni et persecutione, quale hanno potuto multi pontifici per essere voluti intrare in guerra: dal che principalmente se deve guardare soa Santità, per non essere chi cerche oprimerla, nè occorrerli necessitate alcuna da haverse ad ponere in arme: anco l’officio suo serria de prohibere le arme ad chi le volesse movere, maxime havendo trovata Italia tanto quieta et pacifica in la soa assumptione.

Monsignor reverendissimo de Napoli cognosce multo ben, et così voglia fare cognoscere dala Santità predicta, li artificj che se li usano, che da un canto li prepongono la libertate, la exaltatione et la libera dominatione del stato ecclesiastico, et una gloria tanta che mai pontifice hebe la simile; da l’altro li propongono lo Concilio: che non se pò cognoscere quali [d054] siano maiore, o li minacci o le offerte, per benchè l’uni e l’altri siano excessivi et pieni de fraude, dele quale soa Santità se deve guardare mò, et non aspettare de essere illaqueata; perchè allora se avederà, che non le basteranno le forze et li modi, como forsi volria assoglierse da tali lacci, in li quali non è chi la mecta, salvo quilli chi li poneno avante tante glorie et exaltatione; et per questa via la vogliono condure in servitute da la libertà et grandeza, in la quale essa et la sede apostolica da sè medesma de presente se ritrova; et non ha bisogno de’ presidij de altri, perchè omne uno attende ad mantenersela, senza esserne ricercato. Francesi mai vennero in Italia che non la ponessero in ruina, et questa venuta è de natura che quando sia ben considerata, che portarà ruina universale, per benchè (sic) se minacci solo ad noi li quali non solo cercarimo de defenderne, ma de divertere la ruina. Sicchè chi recorda ad la Santità soa, che la venuta de Francesi sia utile, non lo fà per altro, che per volere ne la ruina de li altri misticare etiam la soa Santità, la quale serà impossibile che essa non ne habia etiam ad sentire la parte soa; perchè le guerre, poichè sonno incommensate, non sonno più in potere de chi le incommensa, per la grandissima varietà che succede in le guerre; et se è veduto spisso lo exito dele guerre portare ruina ad quillo chi le ha mosse. E in fine, guerra mossa da tramontani in Italia mai è stata ad proposto nè ad beneficio de Italia; et tanto più che con la venuta de Francesi se ponno etiam tirare de li altri. Monsignor predicto reverendissimo intende queste cose perfectamente; voglia queste et le altre che le occorreranno, porgerle et rescaldarle ad suo loco et tempo, confortando li altri amici al simile, como ricerca lo suo officio; sperando che con la prudentia soa et con la bona audientia, quale haverà dal pontifice, lo redurà al dericto camino. Et voi, messer Loisi, non mancando etiam dal canto vostro, solicitarete et confortarete soa reverendissima Signoria. Datum in Castello Novo Neapolis, XVIIº Januarij millesimoquadringentesimononagesimoquarto. — Rex Ferdinandus Loisio de Paladinis. — Jo. Pont. etc.

[d055]

XV.‍[510] Breve discorso di Iacopo Nardi, fatto in Vinegia dopo la morte di papa Clemente VII, l’anno 1534, ad istanza di alcuni gentili uomini viniziani; per informazione delle novità seguite in Fiorenza, dall’anno 1494 insino al detto anno 1534.

Volendo intendere bene le cagioni delle novità fatte in Firenze l’anno 1494, e della cacciata della famiglia de’ Medici ed ordinazione del governo libero, è necessario presupporre che quella città, dalla inclinazione dello imperio sino a questi prossimi tempi, sia vivuta libera e sia stata governata dai suoi medesimi cittadini e mediante la forma d’un governo universale, fuora che alcuna volta per brevissimi intervalli di tempo: quando per quietare le discordie civili ha volontariamente chiamato governatori forestieri; e similmente quando fu una volta tiranneggiata per spazio di dieci mesi da Gualtieri nominato volgarmente il duca d’Atene.

Ancora è da sapere che i magistrati capi della repubblica, eletti dal Consiglio Generale, furono varii in diversi tempi; perchè prima fu governata dai Consoli, secondariamente dagli Anziani, ultimamente dai Signori Priori, il qual magistrato ebbe principio l’anno 1282, ed il fine nell’anno 1532, quando fu annullato da Papa Clemente.

Oltre a questo è da notare che, essendo i Fiorentini molto inclinati alla mercanzia ed agli esercizi, per non disviare tutti i cittadini insieme, in un tratto dalle faccende, dividevano [d056] tutto il numero di quegli in due, e talora in tre parti; cioè scambiavano detti Consigli ogni anno due o tre volte, come fanno al presente i Lucchesi, per non affaticare sempre e’ medesimi cittadini. E per questa medesima cagione avvenne in successo di tempo, che per non affaticar tanto il Consiglio, si cominciò a creare i magistrati non giorno per giorno, come prima, secondo el bisogno; ma tutti ad un tratto e per più tempo, come di tre anni una volta, inborsando et serbando tutti gli eletti in diverse borse, sotto sicuri serrami, e di quelle poi traendo alla giornata gli officii, secondo che era il bisogno. Il quale modo di eleggere si chiamava volgarmente squittinare, e la fatta elezione similmente lo squittinio; i quali vocaboli tanto significano quanto in lingua latina scrutari, et scrutinium. Questa variazione e nuovo modo di creare i magistrati corroppe assai i costumi degli uomini, dando cagione di vivere più licenziosamente, essendo sicuri che essendo stati una volta eletti ed imborsati, ad ogni modo, qualunque si fusse la vita loro, avevano a conseguire gli onori. Questo errore similmente aperse in futuro la via all’ambizione e sètte cittadinesche, al tempo massimamente che si avevano a fare detti squittinii, procacciando ogni uno per sè e per gli amici suoi, per avere favori e grazia per l’avvenire, con quegli i quali, tempo per tempo, avevano a sedere ne’ magistrati.

Governandosi la città di Fiorenza in questa forma, e truovandosi l’anno 1433 in assai buono e pacifico stato, tra gli altri cittadini era assai reputato Cosimo de’ Medici, ed amato per la sua ricchezza dalla plebe e favorito nella repubblica da quelle generazioni de’ cittadini che manco potevano; il quale favore cominciato già in Giovanni suo padre, il detto Cosimo si studiava continovamente d’accrescere con ogni specie di liberalità; onde venendo in sospetto e conseguentemente in odio, e massime alla parte de’ più nobili e reputati cittadini, fu mandato finalmente in esilio a Padua l’anno 1434. Ma essendo, poi, stata tratta a sorte della medesima borsa dell’usato squittinio, una signoria d’uomini amici di Cosimo, preso che ebbe l’officio, subitamente rivocò quello dallo esilio; la quale cosa presentendo la parte adversa, prese [d057] l’arme per farli resistenza con la forza, del qual movimento furono capi: M. Rinaldo degli Albizzi, M. Palla Strozzi, e Ridolfo Peruzzi. Ma l’autorità di Papa Eugenio, che a tal ora si truovava in Firenze, fu tanta che, posate le armi, si fece la pace, la quale non fu osservata, ma furono mandati in esilio tutti i sopraddetti con grandissimo numero d’altri cittadini.

Tornato Cosimo, crebbe in assai riputazione; ed acciò che a lui ed alla sua setta non avvenisse a tempo d’una nuova signoria quello che era avvenuto a’ suoi avversarii, arse le borse del vecchio squittinio e, fatto il nuovo, le riempiè di uomini della sua setta, e specialmente di persone nuove le quali, per mantenersi in stato, avessino a dependere da lui. E così mentre che egli durò in vita, riprese più volte autorità nella repubblica, essendo prorogata sempre la balía alla sua setta; e più volte fece nuovi confinati, e sempre de’ più qualificati cittadini della città, per assicurarsi. Successe Piero suo figliuolo, governandosi con le medesime arti, ma non con la medesima virtù e felicità; sì che ebbe assai travagli, e fu abbandonato da gran parte de’ suoi seguaci, i quali non volevano che la balía cuntinuasse in pochi cittadini; nè che il magistrato de’ signori Priori e de’ Collegi fusse fatto per quegli che ne aveano autorità dalla balía, che volgarmente si chiamavano gli Accoppiatori, il quale magistrato era stato deputato a tempo di Cosimo. Vennesi per tanto all’armi l’anno 1466, e della parte avversa furono capi M. Luca Pitti, M. Diotisalvi Neroni e Niccolò Soderini; ma per intercessione de’ religiosi ed altri buoni cittadini, si posaro l’armi e si fece la pace, la quale punto non fu osservata: perchè Piero, avendo ripreso le forze, s’imparentò con M. Luca; e gli altri sopradetti con i loro seguaci furono mandati in esilio; e fu tanto breve l’osservanzia della pace, che mentre si celebravano gli officii divini e facevasi una grande e solenne processione, per rendere grazie a Dio della fatta pace, dai fautori di Piero de’ Medici erano fatti prendere ed incarcerar molti delli loro avversarii. Onde per tali accidenti confermò Piero lo stato, e, rimosso il rispetto de’ suoi emuli, crebbe in maggiore riputazione che il padre.

[d058]

Rimasono di Piero duoi figliuoli, Lorenzo e Giuliano, i quali furono assaltati l’anno 1478, da una congiura della famiglia de’ Pazzi e Salviati ed altre case nobili; onde in tanto travaglio rimase ferito Lorenzo e morto Giuliano, il quale lasciò un figliuolo naturale, nato dopo lui, chiamato Giulio, il quale fu, poi, Papa Clemente VII.

Il prefato Lorenzo fu capo dello Stato, con maggior autorità che alcuno de’ suoi passati; perchè, mediante la morte di suo fratello, emulo della sua grandezza; e per la rovina dei Pazzi ed altri nobili, rimase libero più che mai da ogni opposizione de’ grandi cittadini: sicchè l’adversità e l’empito della fortuna lo condussono a maggiore altezza. Così visse insino all’anno 1492, e lasciò tre figliuoli di Madonna Clarice degli Orsini sua donna: Piero e M. Giovanni già cardinale, che fu poi Papa Leone, e Giuliano il quale fu padre naturale di Ipolito Cardinale de’ Medici. Piero sopradetto, dopo la morte del padre, tenne lo stato fino a dì 9 di novembre 1494, nel quale tempo fu cacciato di Firenze egli ed i fratelli; primieramente perchè, arrogandosi la famiglia de’ Medici ogni dì maggiore autorità, cominciava già ad essere molesta ancora alli suoi seguaci medesimi; secondariamente perchè detto Piero, per essere di natura altiero, ed altri suoi poco civili portamenti, era diventato universalmente grave ad ogni uno. Ma quello che diede occasione alla sua rovina, fu la venuta del re Carlo VIII in Italia, allo acquisto del regno di Napoli; e la cagione principale fu lo sdegno grande che prese la città, che detto Piero avesse dato le fortezze di Pisa e Livorno, Pietrasanta e Serezzana in potere del re; onde era seguita la ribellione di Pisa e più altri luoghi.

Perchè è da sapere che lo Stato de’ Medici, dall’anno 1479 fino a quel tempo, era stato sempre in lega con il re Ferrando di Napoli e suoi successori, a defensione degli Stati; e così aveva congiunto con esso le forze, per opporsi alla venuta de’ Francesi. Ma dopo la rotta la quale ebbono i Ragonesi a Rapale, Piero detto fu mandato dallo Stato ambasciatore al re con altri cittadini sino a Pontremoli, per placarlo; e così si gettò in grembo al re; e per riconciliarlo ed assicurarlo, li dette in poter suo ed in pegno le sopradette fortezze, senza [d059] consentimento de’ suoi compagni oratori e della Signoria; perchè i castellani che le tenevano, a sua complacenzia le consegnorno a’ mandati del re, secondo che a lui fu grato. Per la qual cosa, essendo poi detto Piero tornato; e visitato il sopradetto dì, da mattina, la Signoria; e tornando dopo mezzogiorno per riferire e dare conto, dopo le cose fatte, secondo che prima aveva detto che farebbe; ma in verità (come poi s’intese) per insignorirsi del palagio; ed, o per forza o per amore, inducere la signoria a fare parlamento, e dare nuova balía ai suoi amici e confidenti, come altre volte s’era usato di fare; non fu ricevuto in palazzo, ma da’ Collegi, per ordine de’ Signori, li fu chiuso la porta sul volto: e così, sollevandosi tutto il popolo, ed egli vedendosi abbandonato dagli amici, el medesimo dì con ambedue i fratelli se ne andò fuora di Firenze e si ridusse a Bologna.

La Signoria, quattro giorni avanti che Piero tornasse dal re, avea mandati a sua Maestà nuovi ambasciatori, la quale era in Pisa, per farla amica della città; e fra essi fu Frate Jeronimo da Ferrara dell’ordine de’ predicatori osservanti, che essendo venuto in Fiorenza l’anno 1488, aveva separati dalla congregazione di Lombardia circa quaranta frati, ed aveva riformato in più vera osservanza il convento di San Marco di Firenze e di San Domenico di Fiesole; e dato principio a quella Congregazione di Toscana che, poi, fu per lui e per gli altri moltiplicata, ed ancora dura; perchè era riputato uomo di santa vita, molto dotto e grande predicatore; e perchè, sino avanti detto tempo, esponeva la Scrittura, interpretando le profezie, e predicando la rinnovazione della Chiesa, aveva grande audientia; e perchè chi ode volentieri le cose nuove, pare che le desideri ed appetisca. Era costui, fino al tempo di Lorenzo de’ Medici, chiamato il predicatore de’ disperati e malcontenti; perciò che sempre pare che così fatti uomini, come desiderosi delle novità, sieno più inclinati alla curiosità delle cose future; e l’opinioni che di lui s’avevano erano molto diverse. Andarono gli ambasciatori e, mediante l’opera del detto Frate che ancora da parte di Dio lo‍[511] riprendeva e persuadeva, lo placorono. Così fu ricevuto in [d060] Fiorenza onoratamente; e si feciono seco i capitoli dell’accordo; e tra l’altre cose si dispose che, dopo lo acquisto di Napoli, dovesse rendere tutte le fortezze ai Fiorentini; nel quale maneggio d’accordi non è da tacere un animoso detto e fatto di Piero di Gino Capponi, uno de’ sindachi deputati per la città a trattare le convenzioni con la sua maestà. Essendo nato certo disparere tra le parti, perchè i sindachi non volevano consentire a certe condizioni, il re si rizzò da sedere e, venuto in collora, disse: se voi non volete essere contenti, io farò dare nelle trombe; ed il sopradetto Piero senza rispetto gli rispose; e noi faremo dare nelle campane; e così dicendo, strappò in più parte i capitoli che aveva in mano, e, partendosi in fretta colli compagni, fu richiamato; e così fu conchiuso l’accordo, e sua Maestà n’andò alla volta del Regno di Napoli.

Dopo la partita di Piero, e poichè il re si partì da Firenze, per vigore di legge fatta per la via del Parlamento, erano stati creati 20 cittadini con piena autorità e balía da dovere durare uno anno; per riformare la città di nuovo governo, la quale dopo la partita del re era intenta ad un tale effetto. Ma, per li dispareri de’ cittadini, erano in grande confusione; perchè i nimici de’ Medici temevano che quella fazione non ripigliasse le forze, e gli amici temevano di non essere rovinati dagli avversari, ordinandosi qualche così fatta forma di governo, che quegli vi avessero entro maggiore parte di loro; e così, durando lungamente in tal contrasto, era necessario che si venisse all’armi, e che una parte distruggessi l’altra con totale rovina della città.

Ma, come dispose la divina bontà, le predicazioni e conforti del soprannominato frate furono di tal efficacia, ch’egli persuase la concordia e la pace universale fra’ cittadini, ed un modo di governo comune a tutti; e così fu creato il Consiglio Grande, con altri ordini in buona parte a similitudine di quello di Vinegia; nella quale ordinazione, circa i particolari, si disse in quelli tempi, che molto era stata utile l’opera di Pagolo Antonio Soderini il quale, poco avanti, era stato Ambasciatore appresso quella illustrissima Signoria. Alle medesime persuasioni del Frate, il quale continovò sempre il [d061] predicare, si fece la pace universale fra i cittadini; la legge della oblivione delle ingiurie pubbliche e private; la legge dello appello delle sei fave, cioè che dalle deliberazioni della Signoria contro a’ cittadini beneficiati ed atti al governo, i quali sono simili e proporzionati a quella generazione de’ cittadini che propriamente in Vinegia si dicono gentiluomini, si potesse appellare al Consiglio Grande. E per le sue persuasioni ancora, l’officio della Balía rinunciò innanzi all’anno; lasciando la loro autorità liberamente al Consiglio creato da loro, come di sopra è detto. Furono finalmente fatte più leggi per riformare la città di buoni costumi; regolossi la superfluità degli ornamenti delle donne massime e de’ fanciulli; ed altre cose utili per la città e secondo la religione; provedessi ancora per legge, sotto gravissima pena, che non si potesse fare più parlamento, e che ogni autorità finalmente resedesse nel Consiglio, quanto ad ogni parte. Fu similmente ordinato il Consiglio de’ Richiesti o vero degli Ottanta, nel quale Consiglio con Signori e Collegi insieme, si facessino le elezioni degli ambasciadori e commessarii; s’approvassino le condotte de’ soldati, fatte dal magistrato de’ Dieci della guerra; e così s’approvassino tutte le provisioni e leggi avanti che si proponessino nel Consiglio Grande. In questo tale Consiglio medesimamente si praticavano e deliberavano la guerra e la pace, le triegue e le confederazioni, e simil cose appartenenti al governo della repubblica.

Dopo l’acquisto del reame di Napoli, l’anno 1495, tornando il re Carlo verso Firenze per passare in Lombardia e tornarsi in Francia, la città fece gran provvedimento di gente; nondimeno, per non correre quelli pericoli i quali aveva prima corso, alloggiando sì grosso esercito, li rimandò ambasciadori e con essi il sopradetto Frate Jeronimo, a domandarli che non passasse da Firenze, e la restituzione delle fortezze. Così se ne andò per la maremma di Siena e di Pisa, e le fortezze promesse rendere, poi che fusse tornato in Francia, il che poi non fece; allegando volere tornare in breve tempo in Italia, per racquistare il regno il quale già s’era ribellato; onde, prorogando e differendo (perchè la Italia aveva già mutato faccia), le fortezze furono date per danari a [d062] diverse persone, da quelli che le tenevano: cioè a’ Genovesi, Lucchesi e Pisani, i quali Pisani subito alla venuta del detto re s’erano ribellati; e così fallì il re doppiamente le promesse fatte a’ Fiorentini, una volta in Firenze e l’altra in Siena a’ detti nostri ambasciadori.

L’anno 1497 seguente si trovò la città in grandi travagli, sì perla guerra di Pisa venuta in protezione de’ Viniziani, sì per l’insulti di Piero de’ Medici il quale, d’aprile l’anno del 1496, venne inopinatamente sino alle porte con molti cavalli, con le forze degli Orsini ed altri amici, e tornossi indietro senza frutto, non truovando quella disposizione la quale da alcuni suoi amici gli era stato persuaso; e così ne’ medesimi tempi o poco poi, la città fu molestata in Romagna ed in Casentino da’ Veneziani, e talora dal Duca di Milano per tirare quella nella lega.

Aveva predicato il sopraddetto frate Jeronimo, quasi continovamente nella città sino alla quaresima dell’anno 1497, secondo l’uso fiorentino; e benchè avesse giovato assai a’ buoni costumi, aveva provocato a sdegno Papa Alessandro, perchè predicava la rinnovazione della Chiesa, e parevagli che troppo acerbamente riprendesse i mali deportamenti degli ecclesiastici; onde ne fu scomunicato con tutti i suoi auditori, per la qual cosa la riputazione li mancava. Ma la cagione principale alla sua rovina fu, che avendo fra Domenico da Pescia suo compagno, detto in pergamo ch’era apparecchiato ad entrare nel fuoco a confermazione della verità delle cose predicate da frate Jeronimo, con qualunque persona che sostenesse il contrario; fu trovato un frate di san Francesco osservante fiorentino, il quale si offerse: ed essendo finalmente condotta in piazza, ove era ordinato il fuoco, l’una e l’altra religione, si consumò il tempo in controversia e cavillazioni; dicendo il frate minore che credeva avere ad ardere, perchè non era certo della verità; e fra Domenico voleva, entrando nel fuoco, portare il corpo del nostro signore; la quale cosa i minori negavano, dicendo che, ardendo quello, ancora che fusse cosa naturale, ne seguiterebbe scandalo nella fede: per questi dispareri pertanto non seguì l’effetto. Onde per queste e simili cagioni, presono gli adversarii animo ad offenderlo, e gli amici lo perderono [d063] al defenderlo; in tanto che la domenica dell’Olivo, la gioventù che aveva massime dispiacer del predicare del frate, come a’ suoi modi del vivere contrario, e massime una certa sorte e compagnia di giovani nobili chiamati i Compagnacci, presono l’armi e andarono a San Marco, seguitati da gran parte della plebe e da chi gli era contrario; e combatterono la chiesa, la quale era difesa da molti de’ suoi seguaci, insino a tanto che la Signoria vi mandò suoi commessari, ai quali Frate Jeronimo si rendette, e fu menato in Palazzo insieme con Fra Domenico da Pescia e Fra Silvestro fiorentino.

Papa Alessandro, udita la novella, si riconciliò con la città e mandò subito un suo commessario, il quale esaminò e tormentò più volte detti frati, e publicò i processi che appariscono; e finalmente a dì 23 di maggio 1498, essendo stati publicamente digradati, furono impiccati ed arsi sulla piazza, e la cenere gettata in Arno.

Nel medesimo dì che fu tale esecuzione, quelli che avevano perseguitato frate Jeronimo, perchè si trovavano l’armi in mano, e gli avversari erano sbattuti, pensorono di mutare lo stato; ma confidando di poter ciò fare altra volta, per non mostrare di avere rovinato il Frate a tal effetto, se ne astennero, ed altra volta mancò loro l’occasione. Ove è da notare, che tutti quelli e’ quali senza simulazione credevano al Frate, tutti amavano di necessità lo stato universale come introdotto e persuaso da quello, e fussero stati di qualunque fazioni si volessi per il tempo passato. Ma quelli ch’erano inimici del Frate, cioè che non gli prestavano fede, non erano già di necessità tutti inimici di quello governo; conciò sia che la maggior parte degli avversari de’ Medici amasse il Consiglio, ancora che non credessino al Frate; e tali erano gli umori che allora vegliavano in quella città, della quale non si potriano intendere le azioni, se non vi si fussino manifestati i fondamenti e principii di quelli.

Nel detto anno del 1498 si mandò il campo a Pisa con infelice avvenimento; fu poi travagliata la città da’ Vitelleschi con ribellione di terre; e finalmente l’anno 1501 molestata dal Duca Valentino e da’ medesimi Vitelleschi; onde seguirono altra volta le ribellioni d’Arezzo ed altre terre. Ma, ritirandosi [d064] da parte il Valentino, ad istanzia del re Luigi XII col quale la città era confederata; si ricuperò in pochi mesi ogni cosa col favore del medesimo re, secondo la capitulazione.

L’anno 1502 parve alla città che fosse utile creare il Gonfaloniere di Giustizia a vita, ammaestrata dai disordini passati; e così fu creato messer Piero Soderini, uomo per la sua integrità e virtù degnissimo di ogni loda. Nel magistrato di costui si riordinò molto la città, risecando le spese e facendo vive le entrate, e riebbesi Pisa e le altre cose perdute, eccetto Serezana.

L’anno 1512, papa Giulio, riputandosi offeso dalla città e massime dal Gonfaloniere, per avere ceduta ad istantia del re, la città di Pisa al Concilio il quale si gli era ordinato contro; per tirare la città nella lega seco e col re cattolico, mandò a’ danni di quella il Cardinale de’ Medici suo legato, con Don Ramondo di Cardona e lo esercito spagnuolo il quale prese e saccheggiò la terra di Prato. Per la quale cagione si cominciò trattare e conchiudevasi l’accordo; ma alcuni cittadini, l’intenzione de’ quali era il mutare lo Stato, trassero di Palazzo per forza il sopradetto messer Piero Soderini, e rimisseno i Medici in Firenze, con condizione che avessero a riavere e’ loro beni e vivere privatamente come gli altri cittadini; e così si conchiuse la lega ed il governo non fu alterato, se non che in luogo di messer Piero Soderini fu fatto Gonfaloniere Giovambattista Ridolfi uomo nobile e molto riputato, e così seguitavano le cose, se i fati non avessino disposto altrimenti.

Ma a dì 11 di settembre 1512, il Cardinale de’ Medici e Giuliano, con il favore de’ soldati e loro seguaci, contro alla data fede, armata mano occuparono il Palazzo e costrinsero la Signoria a fare parlamento; e così presono il governo della città, amministrando la repubblica in quello modo che aveva fatto Lorenzo loro padre, sino a tanto che detto cardinale il seguente marzo fu creato Papa Leone X, e rimase nel governo Giuliano il quale, poco poi, essendo stato fatto capitano della Chiesa, lasciò capo dello Stato Lorenzo, che fu figliuolo del soprannominato Piero de’ Medici loro maggiore fratello; al quale Lorenzo, Leone dette il ducato d’Urbino; e morendo‍[512] [d065] lasciò dopo di sè Alessandro suo figliuolo naturale, a chi papa Clemente dette lo stato di Firenze: e così lasciò una figliuola legittima di ottima indole e molto amabile, che fu donna del secondogenito del re di Francia, Enrico duca d’Orliens. Ma perchè le azioni di Clemente sono fresche alla memoria degli uomini, non mi accade distenderle più avanti.

XVI. (Lib. II, cap. VI.)
Due Capitoli della terza parte del Vulnera Diligentis di Fra Benedetto.‍[513]

Capitolo XXI. Segni celesti acchaduti sopra la città di Firenze, mentre che ’l propheta Hieronimo era vivo.

Agricola. Negli anni del Signore 1493, cioè dua anni prima che io lasciassi el seculo et venissi alla religione, andavo io una nocte per la città di Firenze, ad sollazo et solo, come fanno e’ giovani sviati et scorrepti; et credo che fussi l’anno vigesimo secondo o vero vigesimo tertio della mia età. Hora accadde che, essendo io proximo alla chiesa di santo Pietro maggiore, idest fra ’l canto alle Rondine et el canto di Nello; et era passata, credo, alquanto meza nocte; et erono tenebre densissime, ma tempo quieto et sereno; et essendo io così ritto nel mezo della sopradecta via; et stando fermo: ecco che súbito io incominciai ad vedere l’aria diventar chiara ad modo che fa quando apparisce l’alba del giorno. Per la qual cosa, veggendo io questo chiarore, pensai infra me medesimo che ’l fussi l’alba del giorno, et mi maravigliava [d066] che sì presto quella nocte fussi passata. Et in questo pensamento, stando io pure fermo et ritto nella via, ecco che io veggo questo chiarore crescere con presteza fuora dell’ordine consueto et naturale; onde io admirato di questa cosa, incominciai ad sguardare per la strada, et incominciai ad vedere le porte et le finestre delle case lontane, quasi come si vede quando el sole si approssima per levarsi sopra la terra. Et io, in questo così grande acceleramento di luce, incominciai alquanto ad temere, et mi turai mezo el volto con la cappa, et lassai gli occhi scoperti per vedere; et tamen io non vedevo persona alcuna, salvo che questa gran luce. Et ecce factus est repente, de cœlo, sonus, tanquam advenientis spiritus vehementis; et replevit claritate magna totam civitatem. Et mentre che io sentivo questo grande romore per aria, la luce cresceva mirabilmente et diventò come giorno. Ma, non havendo io ardire d’alzare gli occhi al cielo, per vedere che romore et che grande luce fussi questa; ecco che la luce incominciò alquanto ad declinare; et el grande romore dell’aria incominciò ad lontanarsi dal mio audito. Et in uno subito cessò il romore, et mancò la luce, et diventò nocte tenebrosissima, come prima; et io allhora, ripieno di maraviglia et spavento, mi partì del loco dove ero, et andai ad casa a riposarmi et a dormire; et non dissi questa cosa ad persona che mi ricordi, per molti et molti anni; nè mai udii persona che dicessi d’haverla vista. Hora, che cosa si fusse quella, io non lo so; tanto ti ho decto quanto che li mia occhi viddono et li mia orecchi udirno; ma iudichi tu, se Dio ti guardi, che questo fussi segno celeste?

Serpe. Certamente sì.

Agricola. Et ancora io iudico el simile.

Serpe. Dimmi ti priego, hai tu mai pensato quello che volessi significare questo tale segno?

Agricola. Io ho pensato, per mio sollazo spirituale, qualche volta, sopra ad questa faccenda; et mi sono pensato, che ’l decto segno si potessi adattarlo ad significare due cose già adempiute. Et primamente; questo segno si può dire che significassi la venuta che fece Carlo octavo re di Francia, in Italia; quando che prese il reame di Napoli, che teneva [d067] Ferrando spagnuolo. Il quale re di Francia venne circa l’anno seguente che questo segno accadde; et venne splendido, glorioso et con gran romore di suono, ad modo del prefato segno; perchè venne copioso di tesoro, di gente d’arme et d’artiglieria; et venne con tanta fama et credito, che tucta Italia tremava alla sua venuta. Epso, come haveva predecto in verbo Domini el propheta, era ministro di Dio, et suto electo da Dio ad fare grande cose al mondo, in bene universale della Chiesa, così fra christiani come fralli infedeli; dummodo che, nella sua electione et ministerio, si portassi come vero et buon Christiano, ad ciò non fusse reprobato da Dio.

Serpe. Questa è buona adoptatione et rationabile discorso. Ma il mancare che fece subito el sopradecto segno che significa?

Agricola. Certamente la reprobatione del prefato Carlo re di Francia, il quale, perchè non si portò bene nella sua electione, et perchè fu mancatore di fede, et fece innocentissimamente molti mali alla città di Firenze, dalla quale non haveva mai ricevuto se non bene; el che peggio è, non aprezò anzi disprezò il parlare del propheta, et non observò le impositioni et comandamenti et sua divini consigli; per questo, adunque, epso re, ad similitudine del prefato segno celeste, mancò prestamente di luce, et di regno spirituale et temporale, et etiam di vita corporale; imperò che Dio prestamente gli fece rebellare et perdere tucto el reame di Napoli, che senza difficultà haveva obtenuto. Di poi gli amazò l’unico suo figliuolo, et dipoi lo percosse nella propria persona et miseramente lo fece di mala morte perire; idest di morte subitanea nella città dove nacque, idest nella città di Ambuosa, allato ad una stalla di cani et bracchi da salvaggiume, li quali era andato ad vedere per suo sollazo: et eravi uno fetore intollerabile; et così Dio lo fece miseramente morire in quello fetore, senza confessione et comunione, et senza spatio alcuno di penitentia; et così fu reprobato et capitò male, come dal nostro propheta gli fu più volte predecto.

Serpe. Non mi dispiace questa prima interpretatione; ma quale è la seconda che tu ti se’ pensata?

Agricola. La seconda mi quadra allo ’ntellecto, non manco che questa prima.

[d068]

Serpe. Hor dilla sù, te ne priego.

Agricola. Tu sai che io ti dixi, che, quando in Firenze accadde il decto segno, era, nella tempesta obscurissima‍[514] della nocte, aere tamen quieto et serenissimo; et questo significa quando Firenze era nella profondità delle tenebre de’ peccati; precipue delle usure, latrocinii, sogdomie, giuochi, blasfemie et altri infiniti pecchati; nel quale tempo non appariva uno nugolo per aria nè tempesta di vento, idest non si sentiva fame nè peste nè guerra alcuna, et ciascheduno stava intriso ne’ tenebrosi peccati, senza vedere o cognoscere luce alcuna di verità. La luce, adunque, grande, che appoco appoco comparse nel tempo della obscura nocte; et che convertì, come dixi, la nocte in giorno; et divise la luce dalle tenebre; questo significò la luce che, per divina inspiratione et precepto, dette il propheta Hieronimo in epsa città di Firenze; nella quale, predicando et exponendo lo Apocalipse, et dipoi il Genesis, et dipoi fabricando l’archa di Noè, et dipoi exponendo altri profheti, incominciò, ad questo modo, ad resplendere ad poco ad poco et ad relucere et ad torre via le tenebre de’ peccati di Firenze. Onde, se ben ti ricorda, epso propheta, in quel principio, spesso spesso proponeva per tema, ne’ sua sermoni dell’archa, queste formali parole dicendo: Ambulate, dum lucem habetis, ut vos tenebræ non conprehendant. Respecto al che veniva ad dimostrare, essere una luce mandata alla città di Firenze da Dio; et breviter, tanto crebbe questa luce mirabilmente nella decta città, che le tenebre si partirno di quella, idest si convertì molta et molta gente a Dio. Et si divise la luce dalle tenebre, perchè furno expulsi e’ Giudei della città; et nacque etiam grande divisione fra buoni et fra captivi, nel modo che parturisce el verbo della verità; et così cessorno molti et molti vitii della città. Et certamente epsa città, per li sancti sermoni del propheta, si riempiette di tanta devotione, di tanta virtù et splendore di bontà; che se gli è possibile potersi figurare et vedere il paradiso in terra, la figura di quel tempo era del certo il proprio modello.

[d069]

Præterea, il romore grande che si sentiva, insieme con la luce del prefato segno, si può dire che significassi el verbo, la voce et il sermone del propheta, il quale si sparse per tucta Italia et per tucta Christianità. Præterea, il cessare del romore et il mancare della luce et diventare subito nocte obscurissima, come prima, non so meglio potersi dire significassi, che la interfectione del santo propheta; imperò subito che fu innocentemente suspeso et morto in croce da membri di Luciphero, furno immediate serrate le bocche de’ predicatori della verità. Et venne la fame del verbo di Dio, come dal propheta era suto prodocto; et furno aperte le vie de’ pecchati; et riempiettesi la città di profundissime tenebre et d’ogni spurcitia, iniquità et scelerateza, come prima et più che prima: et così è andata di male in peggio, per insino al presente giorno. Et certamente, quando non ci fussi altra testimonianza della verità et bontà di questo gran servo di Cripsto, questa è bene assai; perchè, tolto via lo instrumento del ben vivere della città, vediamo essere mancata in epsa la buona vita. L’opposito saria stato, adunque, se lo instrumento fussi stato captivo, cioè saria diventata la città più che prima migliore; quapropter verum est, quod, remota causa, removetur effectus. Hora, sta a udire qualche altro gran segno accaduto pure in Firenze, benchè dopo la morte del propheta.

Serpe. Hor questo è quello che haverò al presente caro di sentire; ma ben vorrei prima intender da te se una certa cosa che io più tempo fa intesi, fu vera.

Agricola. Che cosa?

Serpe. Io intesi che, predicando una volta frate Hieronimo nel duomo di Firenze, fu visto da alcuna persona con li proprii occhi corporali, passare per aria dinanzi al suo pergamo uno banditore, overo uno trombetto acchavallo, sonando, credo, una tromba. Et, passato che fu el decto trombetto, vidde venire acchavallo uno huomo d’arme, armato di tucta arme, et correndo velocemente con la lancia in resta, passò medesimamente per aria, come era passato il banditore, nè altro vidde che questo. Hora dimmi ti priego, se tu sai, la verità di questa cosa.

[d070]

Agricola. Sappi del certo et del chiaro, che la cosa fu vera nel modo proprio che tu hai recitato.

Serpe. Come lo sai tu così certo?

Agricola. Io lo so, perchè chi vidde la cosa me lo dixe, et ho confessato quella tale persona più et più volte; et al presente vive et è in Fiorenza. Et se credessi non commettere defecto ad nominare, io ti direi el nome et ti direi alcun’altra cosa maravigliosa; ma, tu sai, chi confessa non gli è lecito distendersi più che si comporti la discreta et iusta et buona misura del panno. Ma pensiamo pure alla significatione del segno; imperò il trombetto overo banditore che passò per aria, mentre che ’l nostro propheta predicava, chi è quello di sì poco ingegno, che non conoschi epso banditore rappresentare quel banditore che actualmente bandiva el flagello di Dio in pergamo? Et perchè, dopo el passaggio del banditore, fu visto passare l’huomo dell’arme con la lancia in resta, il quale homo d’arme altro non significava che la guerra et le tribulationi che bandiva, per parte di Dio, il nostro propheta Hieronimo; così medesimamente, ad similitudine del prefato segno sopranaturale, habbiamo visto adempiersi questo, cioè, che dopo el passaggio della morte del nostro propheta banditore di Dio, inmediate incominciorno ad comparire le grande tribulationi et le grande guerre chegli haveva prophetato. Le quali, con alcuni interpellamenti, sono durate per insino al presente; et così, con inganno de’ captivi et de’ tepidi, dureranno per insino ad tanto che la città di Roma non sia saccheggiata, desolata et destructa con occisione di gente infinita; imperò l’amaro et maximo flagello della cherica, se bene in mente divina è il primo in intentione; tamen, come testifica il propheta, debbe essere l’ultimo in executione. Et però nessuno si debbe maravigliare della tardità del flagello di Roma et delle persone ecclesiastice. Così è necessario che sia, altrimenti non saria vero quello che c’è suto predetto dal nostro propheta. Hora, col nome di Dio, descendiamo agli altri gran segni accaduti al mondo dopo la morte sua; ad ciò diamo fine ad questa nostra tertia disputa, et che possiamo pervenire alla quarta col quarto animale.

Serpe. Io resto satisfacto. Seguita il tuo parlare.

[d071]

Capitolo XXII. Segno celeste acchaduto nella città di Roma al tempo di papa Leone X.

Agricola. Dimmi, ti priego, cognosci tu uno certo nostro cittadino fiorentino, chiamato per nome Michelagnolo Buonarroti? Quello, dico, che nell’arte della scultura et pictura tiene oggidì el primato infra tucti e’ mortali, sicut de hoc publice fama volat?

Serpe. Io lo cognoscho per certo.

Agricola. Che opinione hai tu de’ casi sua?

Serpe. Certamente buona; imperò io l’ho per huomo singulare, honestissimo, timorato di Dio el altucto veritiero. Ma per quale cagione me ne domandi tu?

Agricola. Perchè negli anni del Signore 1513, cioè il primo anno che Leone Decimo fu electo in sommo pontificato, essendo el decto Michelagnolo nella città di Roma, et credo che fussi (salvo el vero) di state; et essendo una nocte così fuora al sereno, in una certa stanza o vero orto della sua habitatione, et faccendo oratione, et elevando così gli occhi sua al cielo; ecco che subito vidde apparire in cielo uno mirabile segno triangulare, et grandissimo, fuora dell’ordine et similitudine d’ogni cometa consueta. Il qual segno era simile ad una grandissima stella con tre razi, overo code, l’una delle quali si estendeva verso l’oriente, et era d’uno certo colore splendido et relucente, ad modo d’una virga d’argento pulitissima, overo d’una spada brunita, et nella summità era torta ad modo d’uno uncino. L’altro razo, overo coda, di questo segno, si estendeva sopra la città di Roma, et era di colore vermiglio, idest sanguinolente. El terzo razo si estendeva verso la ciptà di Firenze, idest fra aquilone et ponente, et era tucto di colore di fuoco, et nella summità era bifurcato, et era di tanta lungheza che aggiugneva insino ad Firenze; et così pareva et si rappresentava alli occhi corporali et intellectuali di chi vedeva la cosa. Ma io ti voglio contare una piacevolezza che fece il prefato Michelagnolo, visto che hebbe questo celeste et magno segno.

Serpe. Et che piacevolezza fece?

[d072]

Agricola. Io tel dirò. Nota, adunque, che epso Michelagnolo, quando hebbe visto et alquanto considerato la cosa, gli venne fantasia di ritrarre et colorire in sur uno foglio questo segno; et prestamente andò in casa per foglio et penna et colore, et tornò fuora et ritrasse la cosa di puncto come stava; et fornito che l’hebbe di ritrarre, gli disparse dagli occhi il decto segno.

Serpe. Oh! quanto mi saria grato di vedere un poco quello disegno che fece.

Agricola. Oh! io te l’ho disegnato con le parole appuncto; ma se pure tu ti contenti di vederlo, va et truova el decto scultore che al presente si truova et lavora in Firenze, et lui benignamente ti mosterrà la cosa et humilmente ti dirà la verità del tucto, et così resterai satisfacto et troerrai che io non t’ho decto alcuno mendacio.‍[515]

Serpe. Io mi rendo del certo, che tu ti debbi essere beccato el cervello più di quattro volte, in pensare che cosa possi mai significare il prefato segno.

Agricola. Credilo del certo.

Serpe. Et in che cosa ti sei resoluto?

Agricola. Se io tel dicessi, tu ti faresti forse beffe de’ casi mia.

Serpe. Non me ne farei beffe, come forse ti pensi.

Agricola. Horsù che vuoi tu intendere da me?

Serpe. Qual sia la tua opinione sopra di questo segno, et che cosa racchogliere se ne può piamente, che non sia discrepante dalla prophetia di fra Hieronymo.

Agricola. Parlandoti humilmente, secondo alcuno discorso di ragione, ad me pare (salva sempre la verità) che questo segno significhi le tribulationi di Roma, di Fiorenza et di tucta Italia, et li barbieri‍[516] che debbono flagellare la Chiesa, secondo che dal nostro propheta è suto predecto. Hor nota, adunque, che ’l prefato segno celeste et triangulare, primamente pare che dia notitia del numero de’ barbieri, idest [d073] de’ flagellatori della nostra Italia, li quali principalmente debbono essere tre grandissimi signori: l’uno francioso, cioè il re di Francia; l’altro todesco, idest lo ’mperadore alamanesco; il terzo turcho, idest lo ’mperadore de’ Turchi. Ma che queste tre generationi debbion flagellare la Chiesa et la Italia, di questo ne decte manifesta notitia il nostro propheta, mentre che era nelle mani de’ sua adversi, secondo che appare in uno certo processo che dalli captivi examinatori non fu misso in stampa, perchè non faceva al lor proposito; tamen qualche copia se ne truova appresso di qualche fedele nostro amico.‍[517] Et di questo tale processo non ho tractato innanzi, perchè non l’ho ancora nelle mani come gli altri; ma lo aspecto di giorno in giorno, perchè m’è stato fermamente promisso.

La parte, adunque, del celeste segno che si extendeva verso l’oriente, ad me pare espressamente che significhi le gente infedele, idest il Turcho. L’essere torta nella summità, ad modo di oncino; questo pare che significhi che ’l sarà chiamato dalli peccati che venga in Italia et da qualche gran maestro de’ Christiani, sive manifeste, sive occulte: et questo non è discrepante da qualche antica prophetia che ho lecta. Item l’essere torta al modo di uncino, significa ancora la rapina che faranno epsi infedeli delle robe et delle persone, giovanette che morranno in captività, in loro servitù. Item l’essere torta ad modo di uncino et, inoltre, relucente ad modo di argento overo d’una spada splendidissima, significa che Roma sarà circundata di ferro, etiam da epsi infedeli, e’ quali faranno delle chiese stalle, et molte altre dishoneste cose, secondo che dal nostro propheta è suto assai volte predecto. Item l’essere relucente significa etiam, che quando epsi Turchi et Mori et altri infedeli si convertiranno alla fede di Cripsto, epsi saranno ripieni di tanta virtù di fede, che resplenderanno come uno sole. Et così si adempierà quel prophetico detto che dice: Tanta erit devotio in Gentilibus, quod [d074] Christiani erunt spiritualiter quasi eorum servi; et complebuntur Scripturæ, quod populus non intelligens glorificabit me et ædificabuntur deserta, et cantabunt omnes: Gloria Patri et Filio et Spiritui sancto, et honor omnibus Sanctis suis. Et questo basti, in declaratione della parte del sopra decto celeste segno, che si extendeva verso l’oriente. Ma quanto all’altra parte di colore sanguinolente, che si extendeva sopra alla città di Roma, questo mi pare apertamente che significhi el coltello de’ barbieri che enterranno in epsa città, et la grande effusione del sangue che vi si farà, senza riguardare ad grado o ad dignità alcuna, come ne’ sermoni del nostro propheta in assai lochi appare scripto. Quanto alla terza parte del segno, che si extendeva, come di colore di fuoco, insino sopra la città di Firenze, et che nella summità era bifurcata; questo mi pare che significhi al tucto il flagello di epsa Fiorenza la quale, per havere iniustamente suspeso et arso e’ tre santi di Dio in croce, pare che debba essere iustamente retribuita dalla grave mano del Signore, secondo che merita il suo grave peccato. Per la qual cosa, il segno di fuoco bifurcato ad me pare che significhi Firenze dovere essere flagellata da due grandi fuochi; idest dal fuoco materiale et dal fuoco della pestilentia. Nè gran facto saria che ’l flagello di Firenze fussi tanto maggiore di quello del Castello di Prato, quanto che è maggiore Firenze che Prato.

Guai ad te, Firenze! se quello che io ho lecto in una certa prophetia, si adempie in te; la quale dice che tu debbi essere arsa, et dice chi è quello che ti debbe ardere; ma se s’intende in tucto o in parte, non voglio entrare in tanto profundo mare. Præterea, guai ad te Firenze! se ’l si verifica quello che appare scripto di mano del propheta Hieronymo che innocentemente ammazasti in croce. Imperò, parlando epso santo propheta delle tue tribulationi, dice in questa forma: Ecce inducam afflictionem super locum istum. Non vocabitur locus iste Florentia, sed turpitudo el sanguis et spelunca latronum etc.‍[518] Et in altro loco dice: Dominus mictet etiam alia mala. Si feceritis penitentiam, miserebitur Dominus ut non sint in diebus vestris; et non [d075] videbitis filios vestros occidere et filias vestras prostitui; et vos, filii, non ibitis in captivitate; et filia non ibitis ad alienos. Alioquin diripientur bona vestra.‍[519] Questa prophetia, come è decto, appare scripta di mano del nostro beato Hieronymo, et ogni volta che la vuoi vedere, te la farò vedere.

Serpe. Se Firenze harà le tribulationi sopradette, io per me non so conoscere, ad che modo possi mai havere le felicità che da frate Hieronymo, per prophetia di predestinatione, gli furno promisse.

Agricola. Si risponde che a Dio non manca modi. Ad voler che frate Hieronymo sia vero propheta, gli è necessario che Firenze sia grandissimamente flagellata, et che la diventi in più modi quatriduana, simile ad Lazero; et così di poi sia risuscitata da Dio. Et ben che la sia al presente quatriduana in uno conto, la diventerà ancora (ut mihi videtur) quatriduana in un altro. Imperò li sua peccati meritono accrescimento di tribulatione, et prolungamento di tempo di promissione delle sue felicità perfecte, le quali ti so dire che saranno d’altra sorta che le presente. Hora lassami recitarti qualche altro gran segno, acchaduto pure sopra la città di Roma.

XVII.‍[520] Lettera dei Dieci, in cui si parla della seconda legazione affidata al Savonarola.

ORATORIBUS APUD CHRISTIANISSIMAM MAJESTATEM.

Habbiamo ricevuto hoggi tre vostre di hieri: per le due prime intendiamo la resolutione del voler differire la [d076] restitutione‍[521] allo essere in Asti, quale si attendeva per questo popolo di presente, secondo le promesse et qui et a Napoli et, pocho prima che costì, facte dalla Cristianissima Maestà: di qualcosa stamani non potrebbe questo popolo essere più maravigliato et restato mancho contento, atteso quanto ha patito da li subditi, per essere observante del continuo alla voglia della sua Cristianissima Maestà. Onde desiderremo che fussi di nuovo appresso et il Re et altri, quali iudicassi meglio al proposito, et disporli a volere la Cristianissima Maestà volesse riconoscerci per amici et suoi devotissimi, et a observare quello che tante volte ha promesso a questo suo devotissimo et affectuoso popolo; perchè vedendosi manchare quello che, per la fede datali si haveva a se stesso promesso, difficilmente si potrà disporre o aquietarsi di tal cosa, o a fare alcuna somma di danari, per satisfare a quanto era sua voglia, per fare la observantia della fede mutua et reciprocità: di che non sequendo altro ci pare poterne levare al tucto la speranza.

Oprerete in quel modo, et con quelli tali adstanti alla sua Cristianissima Maestà, quali indicherete meglio che voglino et stare et fare intendere alla prefata Maestà quanto questa cosa importi da ogni parte, et che, di gratia speciale, circumscripta ogni promissione, si domanda la restitutione delle nostre cose per questo suo popolo. Et al dubbio che mostrate havere sua Maestà, di mutatione della presente devotione di questo popolo; avete a rispondere che, essendo naturalmente devotissimo suto sempre de sua Cristianissimi antecessori et di sua Maestà, tanto più può sperare in futuro, per la consequita libertà et per la restitutione delle cose che sua Maestà Cristianissima facessi; conciosiacosachè dalle predecte cose si debba aggiugnere ubligationi immortale; et anche perchè questo popolo è in termine col reggimento di questo dominio che, Dei gratia favente, non si può verisimilmente in futuro temere d’alchuna mutatione.

Habbiamo inteso el cammino che ci advisate, et sforzerenci per li nostri terreni fare quella provisione che ci fia possibile; et haremo caro più particolarmente intendere la [d077] partita di sua Maestà, et di suo cammino, et di chi resti. Attendiamo, con ogni diligentia operiate che le genti del Christianissimo non habbino a entrare nel Ponte ad Hera; perchè disegniamo stia serrato con guardie di provigionati et, passando la sua Maestà, s’aprirrà piacendo a quella; ma le prime genti desiderremo andassino di fuori, per levar via delli inconvenienti altra volta seguiti, per altre nostre referitevi. Fatene sapere ogni cosa, et noi alle nostre genti d’arme hareno provisto.

Resti appresso al Christianissimo Re Messer Guidantonio‍[522] et Andrea de’ Pazi, et li altri tutti se ne tornino; et Messer Guido acquiesca di tale deliberatione, per essere indichato da questo popolo el suo restarvi necessario.

Frate Hieronymo si troverrà stasera costì verso e’ confini o a Poggibonzi o alla Castellina; et indicheremo necessario fussi colla Maestà Christianissima del Re, prima uscissi di Siena; et però desiderremo facessi intendere o al confessore del Re o ad altri che più satisfacessi, come verrebbe costì, se havessi segno della sua Christianissima Maestà per sicurtà sua;‍[523] et expediendo tal cosa, potrete subito advisarne decto frate Girolamo in ne sopradecti luoghi, et da noi hoggi al predecto se ne darà notitia.‍[524]

Habbiamo per certo Messer Julio et Bernardo da Bibbiena esser in Bologna, et tractare il più possono e’ danni et subversion nostra, come quelli che tentano, secondo l’ordine di Piero, da ogni parte; et a noi essere observanti della Christianissima Maestà del Re, non ci è havuto rispecto da persona; et della observantia nostra, con tanta nota et dispiacere d’altri, [d078] pur desiderremo almancho veder qualche fructo, et non possiamo credere che Dio non faccia a chi si aspecta, riconoscere la sincera fede nostra.

Noi intendiamo da Poggibonzi, che una buona parte delle genti del Re andarono in sul poggio alla Badia, et trovando che era guardata, temptorono in più modi di haverla, et tenendosi quelli di drento, vi dectono la battaglia; in modo che, non potendosi tenere quelli di drento, e’ decti Franzesi vi sono entrati dentro et chavatone chi vi era, svaligiandoli et tractone alquante artiglierie che vi erano, et alchuni di loro vi sono restati dentro. Voi di costà lo doverrete havere inteso più particolarmente, et essendo la cosa come ci è referita, potete operare colla Maestà Christianissima o con chi altri vi pare quello vi parrà approposito.

Parci che, in tucti li discorsi et ragionamenti vi occorrerà fare colla Christianissima Maestà et li altri sua; usiate tucte quelle parole et termini reverenti et humili che vi sieno possibili, non uscendo però delli effecti soprascripti.

XVIII.‍[525] Legazione affidata al Savonarola.

Fratri Hieronymo Die XVI Junij 1495. Venerabilis Pater. Qual sia la fede che questa città et popolo ha nella paternità vostra, sappiendo noi esservi nota, non ve la replicheremo altrimenti. Et acciocchè di questa vostra andata alla Christianissima Maestà, seguiti quel fructo che noi desideriamo et speriamo; vorremo vi transferissi sino ad Siena, prima che la sua Maestà partissi di quivi, per haver maggior commodità di parlarle: perchè aspectando di farlo per il cammino, sarà più difficile et con maggiore incommodità vostra. Et a questo effecto habbiamo commisso a’ nostri oratori, che aoperino con il confessoro [d079] di sua Maestà o con qualche altri, che sua Maestà vi mandi qualche segno de’ sua, per condurvi; et a questo modo potrete securamente andare, et noi efficacissimamente ve ne preghiamo, et habbiamo loro significato vi troverranno a Poggibonzi. Et per questo medesimo cavallaro, la paternità vostra li potrà dire dove quella si trovi; acciò che li oratori sappino dove s’abbia a mandare per voi.

XIX.‍[526] Lettera della Signoria al re di Francia, circa i danari che Carlo VIII chiedeva di continuo.

Christianissime Rex etc.

Per la sincera fede et observantia, che la città nostra ha havuta et harà sempre verso la vostra Christianissima Maestà, molto promptamente ci disponemo di pagarle ducati diecimila, almeno, o qualche cosa più, potendo; secondo li nostri Ambasciadori ne riferirono havere praticato con alcuni signori, deputati per Vostra Maestà. Hora ricercandoci di nuovo la Vostra Maestà, per sue lettere dell’ultimo del passato, della intera de ducati XXXm; ci duole oltre a modo, non essere in termine da poterla servire, come sarebbe il desiderio nostro; perchè del publico non ci troviamo somma alcuna di danari, et le intrate nostre ordinarie non bastano, per pagare le genti d’arme ci troviamo, per potere resistere alla guerra che da un canto ci fanno li Pisani, et da altra banda li Sanesi: et solamente per haverci indebitamente tolte le terre et luoghi nostri, fuor d’ogni leggittima et honesta causa, che ci hanno messo in tanta spesa che le entrate del publico non possono supplire. Et non potendo altrimenti farsi la somma de’ ducati trentamila, se non delle borse de’ nostri cittadini et mercatanti li quali, non havendo anchora con [d080] effecto, visti que’ fructi che desiderano, di quella vera amicitia et benevolentia che loro si persuadono che V. Ch. M. habbi verso questa città et populo; conosciamo difficultà grandissima a poterli disporre a pagare, al presente, la decta somma de’ XXXm ducati. Ma li Ducati Xm, almeno, o quel più potessimo come habbiamo promesso, si pagheranno qui, incontinente, a chi la Vostra Christianissima Maestà manderà con facultà di poterli ricevere; perchè nel mandarli noi fuora del nostro dominio, conosciamo pericolo grandissimo. Faremo bene accompagnare per il paese nostro chi verrà per riceverli, in modo verranno salvi per il dominio nostro; et da indi in là, alla Maestà vostra non mancherà modo a poterli fare condurre sicuramente: nè a Genova habbiamo commodità alcuna di farli pagare al Generale di Linguadoca, come la Maestà Vostra ne ricorda, per non havere con quelle nationi havuto buon tempo fa commercio alcuno.

Alla parte della suspensione delle offese contro a’ Pisani, come la Vostra Maestà ne ha richiesti; rispondiamo che, per riguardo et reverentia habbiamo havuto sempre a Vostra Maestà, habbiamo sopportate patientemente le incursioni, depredationi et danni grandissimi, che ne hanno lungamente facti li Pisani, et maxime poi che Vostra Maestà partì da Pisa; li quali, con il favore delle vostre genti che sono dimorate a Pisa, et con lettere patenti finte della Vostra Maestà, et alcuni in habito di araldo, hanno constrecte alcuna delle terre nostre, con simili fraudi, a ribellarsi da noi et darsi a’ Pisani. Et ultimamente intendiamo, che il nostro Capitano era in Livorno, è stato cacciato di decto luogo et venutosene per impeto de’ Pisani, con consentimento di chi vi è per la Vostra Maestà; et così ce ne troviamo spogliati con dispiacere grandissimo di questa Città et popolo. Le quali exorbitantie non potendo, in alcuno modo, questo popolo più sopportare; existimando maxime questi sinistri et malvagi portamenti de’ Pisani essere contro la mente et intentione di vostra Maestà, per essere quella optima, justissima et Christianissima; et non havendo li Pisani havuto alcuno rispecto a l’honore d’epsa, mentre quella procurava il ben loro; et noi insino ad hora, havendo observato quanto la Maestà Vostra ne havea richiesto; siamo stati constrecti, [d081] per conservatione dello honore nostro, et per la indennità de’ nostri sudditi, pagare li Pisani della medesima moneta.

Delle genti d’arme che erano sotto la condocta di Messer Francesco Secco, delle quali la Maestà Vostra ne richiede; habbiamo dispiacere grandissimo non poterne servire la Vostra Maestà, sanza grandissimo pericolo et ruina nostra; perchè, trovandoci in guerra et co’ Pisani et co’ Sanesi, et non havendo a pena tanta gente che ci basti per difenderci, et havendo, oltre ad ciò, qualche altro sospecto da stimare et temere molto più; non ci possiamo in alcuno modo privare delle decte genti, perchè facendolo, ne seguirebbe la destructione nostra; et alla Maestà Vostra, per essere piccolo numero, farebbono poco proficto. Et, però, supplichiamo la Vostra Maestà, si degni haverne per excusati, acceptando le excusationi nostre; perchè, come liberamente li concedemo la persona di Messer Francesco, così anchora le haremo concedute le sue genti di arme, se non conoscessimo manifestamente il pericolo nostro; ad che siamo certi la Maestà Vostra, per la sua bontà et clementia, vorrà havere riguardo, come a suoi observandissimi et fidelissimi, che così veramente ci reputiamo.

Ex Palatio nostro. Die VIII Julij 1495.

XX. (Vol. I, pag. 344 e 369.)
Tre lettere inedite del Savonarola a Carlo VIII[527]

1ª. (Tradotta dal francese.)‍[528]

Rex in æternum vive. Non è molti giorni che scripsi lettere a vostra Christianissima Corona, per le quali vi dimonstrai, [d082] non dovevate più dubitare che la mano dello Omnipotente Dio, et non vostre forze, vi ha condocto in Italia et ridocto fuor di quella et liberatovi da e’ gran pericoli de’ vostri adversari et inimici contrari di vostra salute. Et, havendo io da parte di Dio predecto queste cose, non doveva Vostra Corona più domandar segni per credere alle parole mia; facendovi certo, Cristianissimo sire, che mai scrissi a vostra Corona, se non quanto mi è stato comandato da Cielo. Considerato, adunque, quanto Dio vi ama, et come ha spetial cura di Vostra Corona, degnandosi avvisarvi di quello avete affare, per darvi gloriosa victoria in tutte vostre imprese et augumentare il regno di Vostra Excelsa Signoria; da parte, adunque, dello Omnipotente Dio, di nuovo scrivo a vostra Cristianissima Maestà, che la fede promessa ai Fiorentini observiate, et restituiate le cose loro, et più diate loro reputazione et fidatevi di lor fedeltà, raffrenando vostri servitori dalle lor male e perverse opere. Et, facendo così Vostra Cristianissima Corona, da parte di Dio vi prenuntio e prometto che vi darà vectoria, et tanto regno quanto vostra Cristianissima Maestà vorrà, e faravvi glorioso in tutto el mondo; ricordando a’ Vostra Corona che, per non aver voluto credere insino al presente, ha gustato el male el quale vi ho predecto. Avisandovi di nuovo che, se almanco adesso crederete et observerete le sopradecte cose che vi ho prenuntiate, arete tutto el ben et gratie che da parte di Dio vi ho pronuntiate et promesse.

La ragione è questa: che essendo Dio inclinato più alla misericordia che alla justitia, et affar più presto ben che male alla sua creatura; et se, non havendo observato quello vi ho pronunziato da parte sua, havete gustato el male che lui ha mandato; certo molto più dovete credere che, observando quello vi ho decto da sua parte et pronunziato, harete etiam molto più presto el bene da lui promesso. E tanto più dovete servar‍[529] quello che per me, suo inutil servo, vi comanda; quanto siate affar questo obbligato, et facendolo non potete far male; affermandovi che se, facendo questo, non harete di poi [d083] quello da parte sua vi ho promesso, son contento che mai più mi crediate. Gratia Domini nostri Iesu Christi et potentia majestatis ejus, tecum. Domine mi rex, fiat, fiat.

(Tradotta dal francese).

Rex in æternum vive. Lo omnipotente Dio, el quale regge et governa le creature inferiori per le superiori, illumina prima de’ misteri della sua Chiesa li angioli superiori per li quali, dipoi, inlumina li inferiori, et per li inferiori li homini li quali ha electi, per li quali finalmente inlumina tutto el resto della sua Chiesa.‍[530] Et come li angioli inferiori credono alli superiori, et li huomini et ministri di Dio alli angioli inferiori et a tutte le sue Scripture et principii; così vuole che li huomini credino alli suoi propheti, quando sono dalloro inluminati. Et quelli li quali hanno semplicemente creduto alli servi di Dio, del lor credere ne hanno reportato utilità, honore et gloria, et col regno temporale hanno acquistato il regno eterno. Ma quelli che non hanno voluto credere sono stati da Dio reprobati, et hannovi perso non solo la vita et le cose temporali; ma anchor le eterne, et di loro sono scripte cose vituperose.

Christianissimo Sire, le mie parole decte a vostra Corona non son mia, ma di Dio. Priego pensiate ben quello che il re eterno si è degnato di farvi noto, et che si sforzi‍[531] di observarle; perchè le parole di Dio non cadranno in terra, come è scripto: Cœlum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt. Christianissimo Re, li vostri Fiorentini vi hanno dimonstro la lor fedeltà, essendo stati patienti insino a questa ora nel fuoco et nell’acqua; et nientedimancho Vostra Maestà non ha renduto le cose loro, et per questo stanno in grandi angustie. Dio ha molto per mal questa cosa, perchè le lacrime de’ suoi servi sono venute dinanzi alla sua maestà, et ha cominciato a farne qualche dimonstratione verso di Voi. Vi priego, adunque, che non vi lasciate tirare nè svolgere a chi vi consiglia male; et che vostra Maestà observi li pacti, non tanto alli Fiorentini [d084] et a me, quanto acciocchè Dio non si adiri et non ritiri in tutto a se la mano. Et ancho vi ho scripto come sono stato spirato, un’altra volta.‍[532]

3ª. (Scritta in italiano.)

Rex in æternum vive. Dolendomi assai delle tribolationi le quali son sopravvenute a vostra Cristianissima Maestà, non mi son potuto contenere non vi scriva quel che Dio mi ha spirato per la vostra salute. Christianissimo Sire, la man del Signore la qual vi fece vectorioso in Italia, di nuovo vi ha guardato et custodito da grandissimi pericoli con molta misericordia; et sapendo vostra Corona che el Signor si è degnato, innanzi alla victoria di Napoli, farvela predire per el servo suo inutile; acciocchè intendessi questa victoria esser venuta dallo Omnipotente et non per vostra virtù; et non havendo voluto conoscer questo, vi ha facto predire dal medesimo servo le difficoltà le quali avevi a sopportare, per la incredulità vostra, per li peccati vostri et delli vostri servidori; acciocchè, verificandosi tutte le cose come il servo suo vi ha prenuntiato, non cerchiate più altri segni; ma crediate alle sua semplici parole et facciate tutto quello el quale vi ho prenuntiato da parte dello eterno Dio.

Vedilo qui quel che vi ho predecto, cioè: la rebellion de’ vostri popoli et le gran contrarietà che havevi a havere da vostri adversari. Dal che non crediate essere stato liberato per le vostre forze; ma solo per misericordia di Dio, mediante le orationi le quali habbiamo facto per conservation di vostra corona. Di nuovo, da parte di Dio vi pronuntio che, se non crederete, et non observerete a’ Fiorentini di restituir le cose loro, et non rafrenerete e’ vostri servitori dalle lor male et perverse opere; vi darà maggior tribolatione che non è stata questa. Nella quale se sarete ostinato et non vorrete humiliarvi; io vi prenuntio da parte sua, che Dio rivocherà la vostra electione da questo ministerio al quale vi ha electo [d085] suo ministro, et eleggerà un altro. Ma se crederrete et observerete la fede a’ Fiorentini, rendendo le cose loro et dando lor reputatione, in quel modo che altre volte ho scripto a vostra Christianissima Maestà; et se tracterete bene e’ popoli vostri, gastigando e’ captivi et exaltando e’ buoni, Dio vi darà un’altra volta victoria, et tutto il mondo non vi potrà resistere, et regno et impero vi darà quanto vorrete. Vostra Christianissima Corona, adunque, pensi bene le mie parole, et non presti audientia a quelli li quali non intendono el divin consiglio, nè cercan la gloria tua, sire Cristianissimo, ma la loro et il lor proprio bene. Io pregherrò Dio che inlumini el vostro core, acciò non habbia più a piangere le vostre tribulationi, come pianse Samuel propheta la reprobazione di Saul re d’Israel.

XXI. (Vol. I, pag. 344.)
Lettera del Savonarola a Carlo VIII in data del 26 maggio 1495.[533]

Rex in eternum vive. Alli giorni passati, scrissi in vostra lingua cose molto necessarie, per conservatione di vostro stato et signoria, della quale perchè ne ho gran zelo, non sono stato contento delle prime lettere, maxime che in questi tempi non vanno bene sicure; et perciò nella presente replicherò il medesimo in vostra lingua, acciò che vostra Cripstianissima Corona possi meglio intendere le mie parole. La charità di Dio, et il desiderio di suo honore, mi [d086] stringe a amare vostra Corona, alla quale porto tanto più affetto, quanto son certo che, infra li altri principi Cristiani, Dio vi ha electo a essere suo ministro in questo misterio della rennovatione della sua Chiesa, cominciata in questo tempo. Et per questo son constrecto qualche volta scrivere a vostra Maestà; acciò che vi avvertischa di quello che è necessario per salute di vostra Corona: et per ciò, Sire inclito, desidero pensiate, l’onnipotente Dio far le sue opere sapientissimamente, con li debiti mezi; intanto che li predestinati, de’ quali non è da dubitare che non habbino a conseguitar la salute, niente di mancho non li conduce per la via di vita eterna, se non per mezo della sua gratia et delle buone opere, secondo che San Pietro li excita dicendo: Satagite ut per bona opera certam vestram vocationem faciatis, cioè: sforzatevi di fare che, per mezzo delle buone operazioni, la vostra vocatione sia certa.

Per ciò vi è necessario, Cristianissimo Sire, essendo electo da Dio, a observare a’ debiti mezi; altrimenti vostre opere non harebbon buon fine. Avisando, adunque, vostra Corona come quel medesimo Dio, sol vostro Dio, (che nel tempo passato mi ha inluminato di vostro advenimento in Italia et della victoria che vostra Corona ha havuta et ha a conseguire, se farete quello che al presente vi prenuntio, da parte dello onnipotente Dio);‍[534] mi ha monstro certo, che se vostra Corona non farà che vostri baroni et ministri si portino altrimenti che infino al presente hanno facto; et se non tenghono altri modi, Dio ritirerà a sè la mano et faravi rebellare e’ popoli et darvi molte tribolationi et contrarietà. Il che sarà causa che enterrete con vostro exercito in grandi et diversi pericoli; perchè inanzi alla divina Maestà non basta che vostra Corona habbi bona volontà, et non operi niente di male, se e’ non corregie e’ suo subditi, acciò che e’ non venghino a opprimere et fare extorsione a’ popoli et città. Ricordandovi, Cristianissimo Sire, come Saul fu facto primo Re d’Isdrael et, per la inobbedienza di non observare e’ debiti mezi, fu reprobato dal regno; et, però, vi scrivo da [d087] parte et comandamento dello onnipotente Dio, et exorto vostra Corona, che in tal modo non tradiate e’ Fiorentini vostri fedeli servidori, et nolli lasciate offendere; ma facciate lor bene, nel modo et forma che per tre altre lettere ho‍[535] scripto a vostra cristianissima Corona; mosso non da loro, ma sol da Dio inspirato; non per lor bene principale, perchè questo niente mi appartiene, per esser forestiero; ma per bene et di vostra Corona et di sancta Chiesa, et principalmente per lo onor di Dio grande che ne ha a resultare, che è quello che più d’uno core stringe. Et quando altrimenti facciate, non solo resulterà male a vostra Corona; ma gran disonore.

Dicesi per tutto che fate male a’ vostri amici, non obstante che non creda sia di vostra intentione, ma solo de’ vostri Baroni e’ quali non vi dicono el vero, ma cercan più el propio utile che el ben et honor di vostra Corona. Et se vostra Signoria havessi messo in esequtione quello vi dissi, dico di inanzi vi partissi di Firenze;‍[536] già havesti tutta Italia a vostra devotione, et la gratia di tutti e’ popoli, in modo che tutti vi desidererebbero dicendo; Benedictus qui venit in nomine Domini. Sappiate, Cripstianissimo Sire, come a Dio piace che e’ Fiorentini sien bene tractati da vostra Corona, maxime havendo con quella patti, conventioni et capitoli; perchè contro a Sedechia Re di Jerusalem parla el Signore, per non havere observato e’ pacti a Nabuchdonosor, el quale non dimancho era infedele, perchè Ezechiel, al XVII cap. dice: Qui dissolvit pactum, nunquid effugiet? Vivo ego, quoniam juramentum quod sprevit et fœdus quod prevaricatus est, ponam in caput eius.

Christianissimo Sire, ricordatevi quello che a bocca vi dissi et scrissi per lettere; come el popol fiorentino è tutto franzese et sempre, per el tempo passato, è stato fedele di Casa di Francia el reale servidore di vostra Corona, excepto piccol numero el quale, contro alla volontà di tutto el popolo, si sarebbe forse acostato co’ vostri adversarii. Et quando, cristianissimo Sire, diate favore et reputatione a questo popolo, meglio conoscerete [d088] lo amore et affectione che portano a vostra Corona; imperò che se, in tante adversità che ha al presente, quando‍[537] è excitata la ciptà da e’ vostri adversarii con gran promissioni a lasciarvi, vi è non dimancho fedele, et sforzasi di fare argento ed aiutarvi; quanto più vi sarà fedele, facendovi questo et meglio, quando la tracterete bene et daretegli reputatione fra e’ popoli di Italia? Perchè essendo fra tutti e’ popoli di Italia vostri amici et confederati, maxime per le nostre predicationi; non dovete dubitare che e’ saran di vostra Corona una reale et gran fortezza, in mezo di Italia, a tutte vostre imprese; perchè fra tutti e’ principi et popoli di Italia, solo e’ Fiorentini vi son rimasti fedeli, e’ quali a vostra Maestà portano vero et naturale amore.

Notificandovi, christianissimo Sire, come sarete fortunato, se crederrete che la volontà di Dio è (et per suo comandamento vi scrivo, come e’ vuole) che non sol non facciate male a’ Fiorentini, ma bene; et diate reputatione a questo nuovo governo et reggimento, et non ad alchun privato cittadino, perchè e’ privati cittadini cerchono el proprio commodo, et non el bene di vostra Corona nè di lor republica; et sarebbono e’ primi a separarsi et partirsi da voi, chripstianissima Maestà, quando e’ potessin trovar mezi et modi d’apicharvela. Et per ciò, potete conoscere questa esser la volontà di Dio;‍[538] et bene che molte promesse sien facte per le altre potentie di Italia a questa inclita Città; tamen considerate come insino al presente tempo, nessun segno o acto di amore, amicitia o benevolentia si è dimostro inverso di loro, nè alchuno effecto; et siate certo che non si è partita nè mai si partirà da vostra christianissima Corona, mediante le nostre predicationi et exortationi. Considerate che in tante loro adversità dalle quali, chripstianissimo Sire, con una sola parola li aresti potuto liberare et non lo havete facto; niente dimancho, per questo non è restato che e’ non sieno stati fermi nella fede di vostra Corona, il che non harebbon potuto fare, se non per instinto di Dio et divina inspiratione; et harebono potuto uscire de loro [d089] amore naturale verso di vostra Corona, se lo onipotente Dio miracolosamente non li avessi guardati et custoditi. El quale vuole che stieno uniti et colleghati con vostra Maestà et voi con loro, et sotto vostra insegnia, protectione et favore vuol che sia ampliata et magnificata la lor libertà et Signoria, et non di alchun particular cittadino. Imperò che la Divina Bontà ha disposto et deliberato, per tutto mandare a terra e’ tiranni et privati cittadini e’ quali volessino usurparsi el dominio et principato, o farsi capo di questa florida republica fiorentina, come pel passato è stato, perchè questo nuovo et popular governo et reggimento è stato facto da Dio et non da huomo alchuno, et però vuol che e’ vadia innanzi.

Onde, cripstianissimo Sire, se non observerete questo, da parte di Dio vi dico et pronuntio queste vere e fedelissime parole, le quali dovete notare con gran diligentia, cioè: che si adirerà con voi et daravi molte adversità et non vi darà vectoria, come insino al presente ha facto; et manderavi tante tribulatione, che alla fine sarete constrecto di fare per forza, quello che insino al presente non havete voluto far per amore: Eius, enim, voluntati, nemo potest resistere. Et la causa è, perchè ha electa questa città et halla ripiena di sua servi, et ha deliberato, al tutto, et disposto di magnificarla et elevarla sotto la vostra protectione, conservatione, et per le vostre mani, et a vita, se vostra Corona vorrà; perchè qui tangit illam, tangit pupillam oculi eius. Et dicovi etiam più, cripstianissimo Sire, da parte dello onipotente Dio che, se muterete modo (il che insino a qui non avete facto), et che trattiate bene la città di Firenze, vi darà presto vectoria et, per mezo di sua potenza, vi farà aquistar gran Regno; et e’ popoli saranno a divotione et obbedienza di vostra Corona; et, come per lettere vi ho avisato et scripto, el popol fiorentino vi sarà sempre reale et fedele; et in mezo di Italia vi sarà, come l’ànchora in mezo la nave; et sarà una cosa medesima con vostra cripstianissima Maestà, quando darete aiuto et favore alla republica fiorentina, el non a huomini et ciptadini privati et captivi, e’ quali non caminon rectamente inverso Dio nè inverso vostra Corona.

Hovvi scripto la volontà dello onipotente Dio, et da sua [d090] parte; et quel vi ho scripto è la verità; et, se vostra maestà non farà quello li ho scripto et decto dapparte di Dio, li averrà senza alchun dubio tutto quel male che li ho pronuntiato dapparte di sua divina Maestà. Ma se farete la divina volontà, di tractar bene e’ Fiorentini et li altri popoli con molta misericordia (come è obligo di vostra Corona et d’ogni altro principe); non habbiate paura, perchè Dio mi ha inluminato che da sua parte vi pronuntii, che tutto el mondo non vi potrà nuocere et, quando bene tutta la potenza dello universo fussi congregata contro a vostra chripstianissima Maestà, non vi potrà far male alchuno. È adunque, sacra Corona, el vostro bene et el male nelle vostre mani, secondo vi ho prenuntiato in verbo Domini. Per el quale priegho vostra inchlita Signoria che, per viscera misericordiæ Dei nostri, et per la grande affectione et amore che porto a vostra cripstianissima Corona in Chripsto Jesù, che non vi lasciate altrimenti consigliare, perchè quello vi scrivo è vero come l’evangelio; et tutti li altri consigli son contrarii a tutto el vostro Stato, a ogni vostro bene et propria vostra salute.‍[539]

XXII.‍[540] (Vol. I, pag. 373.)
Lettera di un agente segreto del Moro.

Illmo et Exmo mio Singularmo. Hoggi, che è el giorno di Carnevale, se è facta qua una festa, alla quale non se ricorda che mai in Firenza ne fusse facta una simile; et è facta per opera di Frate Hieronimo de Ferrara, nel modo infrascripto. Videlicet: sono circa 20 giorni, chel dicto Frate exortoe tutto questo popolo, a volere fare che li suoi fanciulli facessino li [d091] altari per le vie, ponendovi sopra la imagine del Crucifixo, et dopoi domandare elimosine per li poveri vergognosi: per la qual cosa, quasi in ogni canto de via per Firenza, era uno altare dove dimorava gran turba di fanciulli, com le bazinelle‍[541] in mano, chiedendo denari per li poveri vergognosi. Ed ereno tanto importuni, che con faticha si poteva passare per la via, se non seli daseva qualche quatrino, et maxime le femine, et più alle giovene che alle vecchie; perchè il dicto Frate così gli haveva proponuto et ordinato. Et tenevano bastoni lungi in mano; acciò non passasseno, se prima non pagavano qualche cosa; cum la quale arte hano ragunato circa 300 ducati. Et dopoi dicto Frate, hoggi, ha fatto fare una processione a dicti fanciulli, li quali erano circa il numero de X mila; et li maggiori non passavano li 14 anni de etade; de anni 6 fin in 9, gene era circa 4m.‍[542]

Fenno prima dire una messa in la Ecclesia magiore, cum grande solennità; et dopoi dicti fanciulli, separati a quartero per quartero, cum le trombe avanti, in processione, gridando: Viva Christo; andorno alla Nuntiata et a molte altre ecclesie, et all’ultimo a Sancto Martino, a presentare dicti denari, acciò si dispensano a li poveri vergognosi. Questa è stata la festa che oggi se efacta a Firenza, alla quale concorreva tutto el popolo per vedere.

El dicto Frate ha pubblicato volere predicare tutta questa quadragesima, perchè dice havere havuto licentia del Sommo Pontefice.

Alla Illma Sª Vª humelmente mi raccomando, la quale prego Dio mantenghi lungamente in felice stato. Florentiæ die 16 febbruarii 1495.

Ejusdem Illme Dominationis vestræ, humilis servitor

Paulus de Somentiis
de Cremona, Cancellarius.

(Fuori)

Illmo. Principi et Eccellmo. D. D. Lodovico Marie Sfortie
Duci Mediolani, Domino meo singularissimo.
Mediolani cito.

[d092]

XXIII. (Vol. I, pag. 408.)
Poesie di Giovanni, sarto fiorentino.‍[543]

1.

Nesuno lodi l’uomo se nol pruova,

Perchè molti in proferte sono amici,

E molti cittadin cerchan gli ufici,

Drento in Firenze, e non è chosa nuova.

Anchora assai assai se ne truova,

Che non voglion lasciare le pendici,

Nè vedere in volto e’ lor nemici;

Ma rubare in Firenze ben gli giova.

E per lor patria non vogliono affanni,

Ma starsi in pianeline lieti e sani,

In chappuccio e ’n mantello chon be’ panni;

E non si churan vinciere e Pisani,

Come fa el famoso Piergiovanni,

Ed il nobile Anton de Chanigiani,

Che presso e lontani,

Anbo e dui se ne vanno di puntino,

Ove gli manda el popol fiorentino.

E s’i’ non è latino,

Questo verseggio col buon naturale

Ch’è meglio che un solo accidentale.

2.

Chi non ama suo patria con gran zelo.

Da le’ non merita aver grande honore:

Questo ch’i’ parlo qui, fia el vangelo

Di san Giuanni con sommo valore;

[d093]

E s’i’ son vecchio chol chanuto pelo,

Però i’ do di questo el ver sapore,

E dicho e chonfermo giustamente

Che chi ama sua patria ben prudente,

Non debba rifiutar chosa nesuna,

Chella sua patria nelle man gli dia;

Ecchi questo non fa, male raduna

La sua maladetta fantasia.

Qui non vi mostro il sole pella luna,

Ma in favore della patria mia

Parlerò qui d’alchuno cittadino,

Che non ama el gran popol fiorentino.

E quando è fatta a loro la lezione

D’andare in alchun luogo di periglio,

Loro si fanno al giocho del fellone

Non si curando punto el gran giglio.

Però qui dicho chon chiara ragione

Che chi none ubidiscie el gran chonsiglio,

E stie dove lo manda, fuori o drento,

Privare si vorebbe in u mumento.

Chi star non vole a ubidienza

È maladetto daddio e dal mondo.

Però, famoso popol di Fiorenza,

Quando chol tuo Chonsiglio ben giochondo,

Da’ gli ufici chon tua potenza,

Chi gli rifiuta mandagli nel fondo,

E ma’ più non gli dar tuo fava nera:

Or nota questa chiosa bene intera.

Così chantando, mie rima ragiona

Del mie Firenze che aspetta e roia;‍[544]

Ello imperadore in persona,

È giunto a Milan per darci noia;

E mentre questa chosa attorno suona,

El Fiorentino chon solenne gioia

Sentì, cho modo superbo e villano,

Chome lo ’nperadore è a Milano,

[d094]

Chondotto lì dal Ducha e i Veniziani,

Mostrando allui che Talia‍[545] bella

Presto si dare’ nelle suo mani,

No rimanendo città e chastella

Che nollo segua per monti e per piani:

E chon questa speranza montò in sella,

E presto se ne venne in verso Sena,

Guidato chome matto da chatena.

In questo tempo morì Pier Chapponi

Qual era in champo degnio chommessaro.

Allora e’ Fiorentini superni e buoni

Fecion pensieri chon magnio riparo,

Mandarne un altro di gran condizione,

Ricco d’ogni vertù e non avaro,

E darlo per chompagnio a Piergiovanni,‍[546]

Istato commessaro ben du’ anni,

Reggiendo chome anchudine al martello,

Non estimando periglio o disagio.

E mentre che di lui qui favello,

Real chonsiglio si fecie in Palagio,

Di fare un commessaro tutto snello;

Eperò chon misura vanno adagio,

Sentendo la venuta de’ taucci,‍[547]

Che del venir bisogni che si crucci.

Or mi bisogna tornare a Firenze,

Che molti giorni fecion gran chonsiglio,

Adoperando molte sapienze,

Per volere salvare el magnio giglio;‍[548]

E finalmente chon magnificienze

Preson partito chon alegro piglio,

Di fare un commessar sanza paura,

Che fussi riccho e pieno di misura.

[d095]

E finalmente e Signori e Chollegi,

Chol valoroso numer degl’Otanta,

Chonsiderando agl’uomin bene egregi,

Preson partito, come proprio chanta

El verso mio, che mostra e’ pregi

Del popol fiorentino che non vanta,

Ma fa cho’ fatti ogni gran chosa bene.

Ora nel mie chantar dirlo chonviene,

Chome d’ottobre proprio, a giorni sei,

Fu fatto chommessaro gienerale,

Nel millequattrociento novanzei,

Anton de Chanigian tutto reale,‍[549]

Padre de’ buoni e nimicho de rei;

Lo quale è doppio‍[550] d’ogni naturale,

Ornato e di virtù e discrezione;

Nimicho a morte del pinzocherone.

El quale ben prudente e moderato,

Montò a chavallo chon perfetto amore,

Perchè della suo patria è sviscerato;

E però vie chavalcha con furore,

Per mantener di Firenze lo Stato.

La Lega non teme nè ’nperadore,

Questo famoso Anton de Chanigiani,

Ispecchio ver de’ Fiorentin sovrani.

Lo qual prudente, chon gran vigoria

Al Ponte ad Era n’andò ben sovrano,

Non dubitando della gran balía

De’ Veniziani o Ducha di Milano.

Chosì, chon giusta e retta fantasia

In chanpo stae, chome qui parliano,

Non dubitando della Lega grande,

Che l’ali inverso Pisa male spande,

Perchè à sete di pigliar marzoccho;‍[551]

Però mandan lo ’mperio‍[552] a Livorno,

[d096]

Credendo a quello dare scarcho roccho.

E chi v’è drento velocie e adorno,

Trattò lo ’mperadore chome scioccho,

In modo tale che fecie ritorno

Inverso Pisa, pieno di vergognia,

Chome fa l’uomo che in vano sognia.

Chosì tornando, sanza fare acquisto,

Lo ’nperadore n’andò inverso Vicho;‍[553]

Allora el Fiorentino ben provisto,

Mandò in Val di Nievol, chom’i’ dicho,

Alchun degnio guerrier di virtù misto,

Fra quali ben v’andò, chom’i’ ripricho

Qui nelle rime valorose e pronte,

Come v’andò Rinuccio degnio chonte.‍[554]

Allor lo’ nperadore chon prestezza,

Imediate si misse affuggire,

Perchè chonobbe la sua matezza,

Che nella Italia lo fecie venire.

Chome re di Francia, lu’s’aprezza,

Credendo chome lu’ farsi ubidire;

Dipoi assagiando el Fiorentino,

Si misse in fugga come huom meschino

Così interverà a ciascheduno

Che vorae Firenze superare.

Iddio bene il mostra non digiuno,

Perchè ognuno si possa saziare,

Che Firenze gentil, prima che gnuno,

Debba sopr’alla terra gierminare.

E mentre questi versi chiaro feci,

Drento in Firenze si ferono e’ Dieci;

E fatto fu Antonio di Simone

De valorosi e veri Chanigiani;

Però n’andoe chome vuol ragione

A ritrovare e’ chompagni sovrani.

Preso l’uficio chon gran discrezione,

Rimase cho’ chonpagni bene humani,

[d097]

E però bene ornato e tutto chiaro,

Piergiovanni‍[555] sol fu commessaro

Di tutto quanto il fiorentino chanpo,‍[556]

Chome cholui che è tutto reale,

E ma’ nel mondo non farebbe incianpo.

Or sendo chommessaro gienerale,

Chome dragone menava gran vanpo

Per vinciere el Pisano, ma reale

Nelle cholline di Pisa n’andoe.

Or udirete quel che sequitoe,

Benchè di punto non dirò la storia,

Perch’i’ non vidi ciaschuna battaglia;

Ma dalla lungha senti’ la vettoria

Del magnio chommessaro di gran vaglia.

Anchora vore’ fare gran memoria,

Mostrando de’ soldati la puntaglia,

A parte a parte sichondo ragione,

Mostrando el nome ella chondizione

D’ogni soldato che serve marzoccho.

Ma prima vore’ dir de’ chondottieri,

Parlando in salato‍[557] e none scioccho,

D’ogni gran chonestabil volentieri;

Ma prima quel ch’adopera lo stoccho

Mi pare di parlarne più mestieri,

E po’ che modo gientile e mirabile

Nominerò ciascun chonestabile.

Però a ciaschedun soldato mostro

Che sanza el loro aiuto, far non posso

La charta biancha nera chollo inchiostro,

Perchè da povertà i’ son perchosso,

E quando cholle rime i’ ben giostro.

Rompo e’ panni ch’io porto adosso,

E molte fiate mi mancha el vitto,

E questo è ’l proprio ver com’i’ ò scritto.

Or su, or su, or su, soldati mia,

[d098]

Date aiuto amme chon grande amore,

In modo tal, che la mia fantasia

Iscriva ben di voi a tutte l’ore.

Chosì prometto, con gran leggiadria,

Di lasciar tutta l’arte del sartore

E fare questa storia insino al fine,

Po’ che son prese tutte le cholline.

Dimostrerò el modo ella forma

Della presura di ciaschun chastello,

Perch’i’ non voglio che marzoccho dorma

Nè nessun suo soldato magnio e bello;

E però chon amor sequirò l’orma

D’ogni chondottier, chom’i’ favello,

E d’ogni chonestabil dirò anchora

Cho rima ben pulita, alta e dechora.

Ora qui mostro il champo che si parte,

Vinto di Pisa ciaschuna chollina,

In modo che’ figlioli del gran Marte

Vanno alle stanze con somma dottrina,

De’ quali empiere’ dumila charte,

Cho rima bene ornata e peregrina,

Non dire’ ma’ de Pisani gl’inganni.

Or torno al commissaro Piergiovanni,

Rimasto chommessario sol soletto,

Partito el degnio Anton de Canigiani,

Huomo gientile nobile e perfetto:

Ormai non vo’ più che s’alontani

El mie chantare, che mostra in effetto

Chi vende el sipolchro a pagani,

Che fu el Pisano del sangue di Giuda,

Chome la rima mia par chonchiuda.

Or mancha Vicho, Cascina e Pisa

Da ripigliare, chome qui vi parlo;

Bench’io qui chonoscha alla ricisa

Ch’anchora non verrà l’ottavo Charlo,

E sella Lega grande ne fa risa,

Io rido dillei e posso farlo,

Perchelle ha auto pocho onore

[d099]

E valuto nello lo ’nperadore.

Hora qui finirò el chantare honesto

A onta e dispetto de’ tiranni,

E onor di Firenze rubesto,

E del buon chommessaro Piergiovanni

Sichondo, terzo, quarto, quinto e sesto

Istato chommessaro, senza inganni;

E mai non à fatto ignuna fralda‍[558]

E qui finischo la storia salda.

Finis addi 31 di dicembre 1496.

Io Giovanni nè ser nè messere,

Ma sarto fiorentino sono adesso;

Ecchieggo a ogni dotto, miserere

D’ogni fallanza ch’i’ ò qui chomesso.

3.

Quasi e’ più vorebon l’uova monde,

E vorebono el torlo e non l’albume;

Quest’è el pinzocheron di mal chostume,

Che va chol collo in sen facciendo l’onde;

E sempre suo malizie ben naschonde,

Mostrando di piata un largo fiume,

E schoprire l’altar nascoso, e lume,

Cholle sue choscienze tutte tonde;

E ride chon teco, chome chosa iscioccha;

E setti fidi ti piscia po’ i’ mano.

Io dicho qui zara a chiunche toccha,

O prete o frate o secholare strano,

Sia chi vuol, che non terrà la boccha

Al popol fiorentino alto e sovrano.

Questo veggo ciertano,

Che chi al popol vorà porre il freno,

Chadere lo vedrò in un baleno.

Ma Giesù Inazereno,

Sia sol quello che chonducha al porto

Ogni Fiorentin chol suo chonforto.

[d100]

4.‍[559]

A questo modo bisognia che ’npari

L’uomo che vuol volare sanza l’ali,

Chon pocho senno e mancho danari;

Però bisognia che ’l Pisano chali,

Cho ferri a piedi giù nella sentina,

Po’ ch’è stato cagion di tanti mali.

Ella famosa patria fiorentina,

In alia stae chome bel falchone,

Ella Lega niente lo domina,

Nè teme lei nella suo quistione;

Però non creda nessun sottoposto

Uscire delle branche al gran lione;

E chillo inganerà, tornerà tosto,

A suo dispetto, sotto el suo artiglio,

Chome Cristo superno à ben disposto.

Che ’l valoroso e trionfante giglio,

Nel fine superi ogni suo nimicho,

Per volontà d’ogni divin chonsiglio:

E se Vinegia chol sir Lodovicho

Credesin ne lor fine prosperare,

E’ son n’un grande eror chom’i’ ripricho.

Or mi bisognia, alquanto, ritornare

Al mal Pisano del diavolo roccia

Che gli bisognia sottoposto istare:

Chome fae ’l pulcin sotto la chioccia,

Chosì stara’ el Pisan traditore,

Mal somigliando lo re d’Antioccia.

Pur à speranza che lo inperadore

Liberi Pisa chogli ebrei taucci,‍[560]

Lo quale in Talia aqquista poch’onore;

Però bisognia che nel fin si crucci

Chon chi l’ha messo nella pazza impresa:

Non sono stati luchesi o meucci‍[561]

[d101]

Ch’or ànno questa matta ragnia tesa;

Ma sono stati el Ducha e Viniziani,

E’ qua’ ruineranno alla distesa.

Chome son ora e malvagi Pisani,

Che stanno sottoposti‍[562] degli schiavi,

Anzi inchatenati chome chani.

E però, sottoposti, state savi,

E non tentate mai la fortuna

Che chon giustizia afonda molte navi;

Però, nesun si volti chome luna,

Che d’ogni mese si fa nuova e vecchia;

E però buon lettore qui raduna

Lo ’ngegnio tuo, e porgi qui l’orecchia

Chome mie rima di punto l’accienna.

Or qui nel pistoiese ben ti specchia

Che sta ben saldo e punto non tentenna,

Però impara chontado e distretto.

Or chiamo Dante che diacie a Ravenna;

Chiamato, lui mi mandò choretto‍[563]

El gran Petrarcha, chon Giovan Bocchaccio.

Quando i’gli vidi, presi gran diletto,

E lor di fatto mi preson pel braccio;

Allora io pieno di temenza,

Lì mi trovai legato cho lor laccio,

E però dissi chon grande avertenza:

O lumi veri d’ogni humano lume,

Nati nel vero circhul di Fiorenza,

Chon dolcie modo e chon dolcie chostume,

Chome chonviensi a ogni buon cristiano.

Allora l’uno e l’altro ben prosume

Che ’l mio ingegnio non è sì sovrano,

Che possa ogni chosa recitare;

Pure ogni uno mi strinse la mano,

E chomincioromi a dimostrare,

Che ’l bel chonporre sì non era mio;

Ma era di Giesu che non appare

[d102]

A l’uomo iniquo, maladetto e rio;

Esse l’uom sa el preterito e ’l presente,

El foturo sa solo el vero Iddio.

I’ credo bene che spessamente

Lui rivela alchun suo sagreto,

Perchè si predichi a l’umana giente:‍[564]

Ora ciaschuno qui chol volto lieto,

Non che d’ogni tempo è alchun profeta;‍[565]

Io qui chollo ingiegnio iscrivo e mieto

El frutto di Giesu chon faccia lieta,

Perchè dua poeti chon buon zelo

M’hano chiarito la chosa sagreta.

Dettomi ciò, tornaron nel gran cielo

A dimorare cho gli angioli buoni;

Ed io vecchio chol chanuto pelo,

Chonposi questo cho mie gran sermoni,

Chom’io scrivo benignio e chortese,

Proprio in Pistoia, chome parragoni

El verso mio che mostra palese

Del mese di novembre chon valori,

Chom’io vidi a tredici del mese

Undici degni pieni di sprendori;

Ma dua apresentavon la gran possa

De’ Fiorentin: quest’erono e’ retori,

Chon un gonfalonieri in prima mossa,

E’ qua’ di punto qui nomineroe

A ciascheduno ch’è in charne e ’nossa,

Cho l’alma insieme, chome mostreroe,

Cho mie velocie e trionfante rima

Or è quel tenpo ch’i’ dichiareroe

E primi degni di pregio e di stima,

Qua’ sono una choppia di Bernardi

Ornati di vertù in parte prima.

El primo e principal ch’i’ vo’ che guardi,

[d103]

Qual è de Pistolesi chapitano

E chommessaro, cho’ tutti è riguardi.

Quest’è de’ Nasi gientile e sovrano,

Vero rettore, sanza usar malizia,

E ma’ nel mondo non fe’ chosa in vano.

Di po’ lo segue, pieno di giustizia,

El famoso Bernardo Chanigiani,

Figlio del buon Simon, choe s’inizia

Cho’ versi mia gientili e sovrani,

Che or dirano e’ nomi de Signori

Del seggio pistolesi, tutti humani.

Or porgiete gli orecchi, buon lettori,

Chom’i’ chomincio al gonfalonieri,

Ornato bene di tutti sprendori:

Chosì cho versi valorosi e fieri,

Preghiamo sempre Iddio checciaiuti.

Ora vi mosterò qui volentieri

Pagolo gientil de’ Ben Voluti;

Di poi, degli Ambruogi Antonmaria

Vidi giochondo, cho’ modi saputi;

Drieto lo segue chon gran leggiadria,

El nobile Bernardo de Ciellesi;

Doppo allu’ vidi fralla Signoria

Giovan Chiariti, chome ben chonpresi;

Di po’ Giovan di Nichola di Baldo

Vidi de’ signior Perolaciesi.

Chosì scrivendo, chollo ’ngiegnio chaldo,

Vidi di Pier di Lenzo Federigo;

Po’ vidi anchora, valoroso e saldo,

Tre altri siri, chome proprio rigo;

Fra qua’ chonobbi Giovan Chantunsanti.

E mentre el mio ternale bene sbrigo,

Isquadro ben, cho’ mi’ occhi galanti,

El valoroso e degnio Atto d’Andrea;

Di poi, risguardando più avanti,

Chol mio ’ngiennio che chiaro vedea,

El buon Guglielmo di Nanni Mazzei.

E mentre la mie rima ben premea

[d104]

E’ versi dolci nimici de rei,

Pur aggio ben chiariti tutti a nove,

Chome tu, buon lettore, intender dei,

Dalle mie rime che son fatte nuove,

Pel popol pistoiese ben fedele,

Chome si vede nelle lor gran pruove.

Or torno a Pagol di mastro Michele,

E al gran Nicholaio Bracciolini,

Ch’ognuno andò al popol non crudele,

Inbasciador pe’ Pistoiesi fini.

Omai qui chiarire ben vi voglio

Chome Bernardo di Giovan Nutini

Lì mi provide sempre d’ogni foglio,

Chome huomo gientil tutto da bene.

Mentre ch’i’ scrivo un pocolin mi doglio

Di quel ribaldo pazzo da chatene,

Che mi ruboe e’ versi primai,

E quali ora mi danno gran pene;

Anzi mi danno affanni e gran guai,

Perch’io non ò a mente tutti e’ nomi

De’ Dieci e de’ Collegi. Or noterai

E’ versi mia, che parano domi

Dalla mia superbia e della stizza;

O pure el mio ’ngiegnio vuol ch’i’ tomi,

E per la retta via mi dirizza;

Acciò ch’i’ mostri qui, chon dolcie amore,

Che più la voglia chel saper m’anizza.

Or torno a Firenze, di sprendore

Quanto posso ornato e volentieri,

Perchè piatoso el veggo a tutte l’ore.

Ora mi par che ser Filippo Ghieri

Teneva di Pistoia il gonfalone,

Quando fu fatto il solenne pensieri

Di mandare a Firenze cho’ ragione,

A chonfermare e’ chapitoli loro;‍[566]

Chonfermi questi, chon gran discrezione,

[d105]

El magnio pistoiese, alto e dechoro,

Tornò a chasa benignio e chortese.

Di po’ tornato, sanza far dimoro,

El valoroso popol pistoiese

Fecier in Pistoia una grande alegrezza

E questo fu a tredici del mese,

Drento in Pistoia chon gran gentilezza,

Nel mille quattrocento novanzei,

Del mese di novembre, cho’ larghezza:

E questo vidi ben chogli occhi miei,

Prima la magnia e grande precissione,

Che chonsolava e’ buoni e anche e’ rei;

Perchè fu fatta chon gran divozione,

Chon tutto el solenne cherichato,

Tanto che ’n terra venne san Zelone.

Di poi vidi el gran duomo parato,

Cho’ chose ricche d’ariento e d’oro;

Po’ vidi el gran sa’ Jachopo smaltato,

D’argiento fino, chon degnio lavoro:

E questo vidi propio la mattina.

Po’, dopo desinar, sanza demoro

Si chominciò chon vertù ben divina,

Chom’io mostro gientile e reale,

Tutta la festa da sera e divina,

La quale nel cielo impirio tutta sale:

Chosì ciaschuno chon dolcie maniera,

Facievan festa tutta trionfale.

E quando fu aparito la sera,

Le tronbette sentì cholle canpane,

Tanto tremavo insino alla pantera.

Di poi archibugi e cierbottane,

Tanto pareva nuovo Mungibello,

O ver Livorno cholle gienti strane.

5.

Qui ben dimostro, acchi à gran dottrina,

Com’ò fornito el presente ternale,

[d106]

Per onor di Pistoia alta e reale,

Dov’ogni gran giustizia ben domina.

E mai la lealtà in lor declina,

Anzi si fa gagliarda e trionfale;

Però chonfermo gientile e morale,

Che Pistoia è tutta fiorentina.

I’ dicho e’ preti, e’ frati, e’ secolari,

Sono ischorporati di marzoccho;

E per marzoccho fanno ogni ripari,

Chol senno, cholla lancia e chollo stoccho;

E però Pistoiesi none avari,

Per vostra fedeltà el vero loccho;

E non chome iscioccho,

Honoro voi cholla faccia lieta,

Sichome sarto e non chome poeta.

Anchor el mie pianeta,

Non vuol che questa chosa punto do....;

Però vi priego che si getti in f....‍[567]

Io Giovanni nè Sere nè Messere,

Ma sarto fiorentino sono adesso;

Ecchieggo a ogni dotto miserere

D’ogni fallanza ch’i ho qui chommesso.

Finis, a dì 30 di novembre 1496.

LAUS DEO.

6.

Così fec’io, Rinuccio guardando,

Per misurare e’ sua giesti e modi,

Che veniva soave parlando,

Sicome fanno gl’uomini ben sodi,

Che vanno le parole misurando,

Che son serrate chon semila nodi,

Sichome quelle di Rinuccio sono:

Or ritorniamo qui col mie ragiono.

[d107]

Anime chello aspettavo proprio al passo,

Chome fa quello chassalta la strada,

Che si naschonde ponendosi basso;

Chosì fa la mie mente che non bada;

Per rimirar Rinuccio non m’alasso,

Perchè altri che lui non mi agrada.

I’ dicho di parlarne in questo punto,

Ch’a diciassette di luglio son giunto,

E sono in domeniche mattina,

Posato a una Vergine Maria,

Ch’è presso a Monte Lupo ben vicina:

Dove passando la suo Signoria,

Ben chavalcando chon somma dottrina,

Parlando ben chon somma leggiadria,

Col chommessaro de’ gran Fiorentini,

E questo fu Chosimo Bartolini.

Chosì passando, ragionando bene,

Tutto mi soddisfece nella vista;

Però iscrissi chon rime ben piene,

E dissi: chostu’ grazia sempre acquista

Cholle suo squadre filicie e serene;

Honoron suo virtù ch’è tutta mista

D’ogni gran lealtà, sanza misera;

E ben lo mostra qui ogni suo schiera,

Adorne bene d’uomini gagliardi,

Che son di tempo, tutti ben quadrati.

Anchora doni fè, dolci risguardi,

Sie ne gran chavagli ismisurati,

Che mai nella battaglia saran tardi;

Anzi sarano e’ primi adoperati,

E sol di lor temono e’ Pisani,

E similmente fanno e Veniziani.

El‍[568] suo nome fa tremare Pisa,

E fa tremare tutti e’ Lucchesi;

Infino a Serezana alla ricisa,

Sento che triema per ogni paesi;

[d108]

E marzoccho robusto ne fa risa,

Po’ ch’à Rinuccio cho’ frati chortesi,

Ornati figli del gran chonte Antonio,

Ch’ognuno in fatti d’armi è bene idonio,

E fieno in champo a giorni diciotto

Del valoroso e gran mese di luglio.

E chome giugnerà Rinuccio dotto,

Li faranno e’ Pisani gran garbuglio,

Perchè loro diranno al primo botto:

Questo sarà u’ lungo gazzabuglio,

Lo quale ci darà una gran pena,

E peggio anchora se s’achorda Siena;

Però di molti chontradi abbiano

De’ gran soldati, di più chondizioni:

Anchora fieramente dubitiano

Del valoroso e francho Pier Chapponi,

Che non farà ma’ nulla che sie’ nvano.‍[569]

E presto si vedranno e’ paragoni,

Perchè abbiam gabbato errè di Francia;

Però daremo el tratto alla bilancia,

Perchè marzoccho di Francia non teme;

Ma Francia teme bene di marzoccho,

Che non si acchordi chol malvagio seme,‍[570]

Che presto ciercha dare schaccho roccho

Al mal Pisano, ch’ha messo el suo speme

In mano al Veniziano chome iscioccho:

E’ Fiorentini son francha cholonna

E Pisa è sottoposta e non madonna.

Ormai, credo in champo giunto sia

El famoso Rinuccio da Marciano,

Chon suo fiorita e magnia chonpagnia;

El signior Piero gientile e sovrano

Cho’ lui s’arma chon gran vigoria:

Chosì scrivendo, mai m’alontano

[d109]

Dalla gran verità ch’à sommo lume,

E ’l mie Rinuccio la tien per chostume.

Signior Rinuccio, techo alquanto parlo,

Ben che mai dattè pocho mi parto;

E quel ch’i’ fo chon amore vo’ farlo;

E s’io di puntino none incharto,

Qui credo el mio tempo giusto darlo;

E se i’ sono un poveretto sarto,

E non diciendo dotto, i’ me ne doggo,

E ma’ da tal dolore non mi scioggo.

Pure i’ spero di venire in champo,

A vedere choll’occhio e cholla mente,

E poi chomporrò cho’ maggio vampo

E’ fatti d’arme mi vedrò presente;

E s’io cholle rime male inciampo,

Amme perdoni el mie Signior piaciente;

E sì m’accetti cholla faccia lieta,

Sichome sarto e non chome poeta.

Rinuccio, in senpiterno mi ti lego,

E domiti per servo alla mie vita;

Però Signiore non mi far ma’ niego,

A quel ch’i’ chiego a tuo virtù infinita.

Chosì chantando humile ti priego,

Ch’amme no’ niegi la mie chiara gita,

Che passare non vuole tuo persona,

Chome mie rima di punto ragiona.

Signior, di me non è gran maraviglia

Si t’amo chome francho paladino;

Perch’i’ vidi dinanzi alle mie ciglia,

Tutto el magno popol fiorentino,

Amare te e la tuo gran famiglia;

E questo fede el magnio cittadino,

E finalmente ogni popolano

D’achordo, si tale son chapitano (sic).

Disposti bene ne l’anime loro,

Di farti chapitano in ogni modo,

Perchè non cierchi argiento nè oro,

Nè anche machinasti di far frodo;

[d110]

Però marzoccho farà far dimoro,

Chome fie ’l tempo valoroso e sodo,

Lo scietro ti darà chollo stendardo,

Per onorar tuo sangue alto e gagliardo.

I’dicho quel ch’i’ so, e non istimo,

Se non le chose giuste e bene honeste;

Chosì chantando chon amore, rimo

Questi versenti chon gioie e chon feste,

Bench’i’ so’ chiaro, ch’i’ non sono el primo,

Che chanto cholle rime magnie e deste,

Della tuo gran virtù che ’n giovinezza

T’ha presa a sichundar chon gran fierezza.

Signior Rinuccio pien di discrezione,

I’ mi ti rachomando humile pio;

Perchè s’appressa el tempo ella stagione,

Che.... o ne vero, char signor mio,

Per.... star presso al tuo padiglione;

Però mi rachomando chon Dio,

A te Rinuccio valoroso e snello

E similmente a ogni tuo fratello.

Finis a dì XVIII di luglio MCCCCLXXXXVI.‍[571]

Io Giovanni nè Sere nè Messere,

Ma sarto fiorentino sono adesso;

E chieggo a ogni dotto miserere,

D’ogni fallanza ch’ò qui chomesso.

[d111]

XXIV.‍[572] (Vol. I, pag. 356-7.)
Un breve di papa Alessandro al Savonarola.

Alexander PP. VI. Fratri Hieronymo Savonarolæ
Ordinis Prædicatorum.

Dilecte Fili, S. et Apostolicam benedictionem. Inter ceteros Vineæ Domini Sabaoth operarios te plurimum laborare multorum relatu percepimus: de quo valde lætamur et laudes omnipotenti Domino referimus, quod talem gratiam in humanis sensibus præbuerit. Nec dubitamus te ex divino Spiritu, qui gratias immortales distribuit, et posse in populo Christiano verbum Dei seminare et fructum centuplum lucrifacere. Quemadmodum, proximis diebus, per tuas literas hujus te animi atque propositi esse intelleximus, idest, ea te in tuis prædicationibus populo indicare quæ servitutis Dei esse cognoscis. Et quum nuper populo nobis relatum est, te postmodum in publicis sermonibus dixisse: ea quæ futura nuncias, non a te ipso, aut humana sapientia, sed divina revelatione dicere; idcirco cupientes, sicut nostro pastorali officio competit, super his tecum loqui et ex ore tuo audire, ut quod placitum est Deo melius per te cognoscentes peragamus; hortamur atque mandamus in virtute sanctæ obedientiæ ut quamprimum ad nos venias. Videbimus enim te paterno amore et charitate.

Datum Romæ apud S. Petrum sub annulo piscatoris, die 21 iulii 1495, Pontificatus nostri, anno quarto.

B. Floridus.

[d112]

XXV. (Vol. I. pag. 362.)
Risposta del Savonarola.

Fratris Hieronymi Savonarolæ Ordinis Prædicatorum
Alexandro PP. VI. Responsiva.

Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Etsi majorum semper mandatis obtemperandum esse novi, cum scriptum sit: «qui vos audit me audit;» scio tamen eorum potius mentem quam verba pensanda. Vn. in. t. sign, ex-d.‍[573] rescriptis, ut tenet Sanctitas Vestra, ex textu Alexandri III antiqui antecessoris vestri rescriptum ad Archiepiscopum Ravennatem in hunc modum: «qualitatem negocii, pro quo tibi scribitur, diligenter considerans, aut mandatum nostrum reverenter adimpleas, aut per literas tuas quare adimplere non possis rationabilem causam prætendas; quia patientes sustinebimus, si non feceris quod prava nobis fuerit insinuatione suggestum.» Ego igitur, qui dudum cupio visere Romam quam nunquam vidi, ut limina Apostolorum Petri et Pauli et aliorum Sanctorum reliquias ac beatitudinem coram venerari queam; majori nunc succensus sum desiderio ex occasione mandati sanctitatis Vestræ, quæ minimum vermiculum ad se vocari dignata est. Tamen quia plura obstare,‍[574] causas illi rationabiles in præsentia affari conabor; ut sciat me necessitate non voluntate detineri, quominus paream mandatis a me libentissime ac reverenter susceptis.

Primum igitur vetat corporis infirmitas, febris scilicet et dissenteriæ, quas modo passus sum; deinde propter assiduos corporis et animi æstus, pro hujus civitatis salute hoc præsertim anno subsceptos, adeo stomacho, ceterisque vitalibus membris debilitatus, ut aliquid laboris amplius tolerare nequeam; quin imo a prædicationibus et studiis ipsis abstinere oporteat ex consilio medicorum, quorum atque [d113] aliorum omnium communi sententia, nisi opportunis remediis me curandum tradidero, brevi mortis periculum incurram. Cum civitatem hanc a non mediocri sanguinis effusione et a multis aliis noxiis, mea opera, Dominus liberaverit et ad concordias legesque sanctas revocaverit, infesti facti sunt mihi tam in civitate quam extra iniqui homines. Cum cives tum alienigenæ sanguinem humanum sitientes, qui extollere cornu suum, et in prædam atque servitutem civitatem hanc occupare ardentissime affectabant. Et opinione sua frustrati, vehementissime mihi irati, odio habuerunt me gratis: sæpe quoque nunc veneno, nunc gladio in perditionem meam aspiraverant, ita ut, extra limen sine custodibus, tute ferre pedem non possim. Atque ideo, ubi me ad Regem Francorum contuli, licet fidissima custodia munitum; non passi sunt hii cives, qui rempublicam suam diligunt, me suæ jurisdictionis limites transferri. Et quamquam in Domino confidam, tamen, ne tentare Dominum videar, debitas cautiones non contemnendas judicavi; cum scriptum sit: «si vos persecuti sunt in unam civitatem, fugite in alias.»

Insuper nova hæc civitatis reformatio quam Dominus operatus est, infirmas adhuc radices habet; et, nisi quotidie roboretur et alimentetur, facile, anhelantibus pessimis hominibus, detrimentum et eversionem incurret. Cum itaque, judicio omnium prudentium et bonorum virorum, discessus meus maximæ jacturæ huic populo et modice histic utilitatis foret; credo Sanctitatem vestram exigui temporis dilationem non moleste habituram, dum hic cœptum perficiatur opus, cujus gratia hæc impedimenta, ne proficiscar, nutu divino accidisse credendum certus sum: non enim est voluntas Dei ut ad praesens hinc abeam.

Spero autem brevi tempore adfuturum, quo ex voto Sanctitatis vestræ, Romam cum ampliori apostolatus ipsius satisfactione venire me licere. Quod si forte, nunc de rebus futuris circa Italiæ excidium et Ecclesiæ renovationem, a me publice prædicatis, Sanctitas Vestra certior fieri optat; ex libello quem modo imprimendum curavi, eadem plane scire poterit, et quamprimum perfectum erit opus. Sanctitati Vestræ mittendum, ad eam tradam: ex quo quidquid a me audire [d114] possit plenissime accipiet. Nec enim alia quæ in eo continentur mihi profari concessum: sola enim quæ præcepta sunt exposui; quæ autem in arca habenda sunt, nulli mortalium aperiri fas est. Illa autem edere scriptis procuravi, ut constet universo orbi, si minus eadem successissent, me falsum fuisse prophetam; si, vero, juxta pronuntiata evenirent, gratia agatur Deo Salvatori nostro, quod de salute nostra sollicitudinem habere ostendit; ut neminem, si fieri possit, perire velit in æternum.

Demum rogo Beatitudinem vestram, ut excusationes meas verissimas et manifestas admittat; ut sibi persuasum habeat me nihil magis optare, quam eidem parere et obsequi, et non me supra vires meas ulterius gravet. Egomet mihi stimulus ero, cum primum, sublatis justis impedimentis, satisfacere potero ipsi B. V., cui me humiliter commendo.

Ex Conventu S. Marci Florentiæ, ultima julii 1495.

XXVI.‍[575] Lettera della Signoria al papa, in favore del Savonarola.

Sanctissime et Beatissime Pater, Summe Pontifex.

In rebus perturbatis nostris, nostrisque periculis, nihilque profecto magis relevavit, magisque obstitit ne multo fierent res nostrae in dies deteriores; quam Fratris Hieronimi Ferrariensis præsentia atque opera, opitulante divina clementia, quæ hunc suum ad nos virum præmisit, miserata nostros casus, ne peiora pateremur. Is est, profecto, vir bonus, Beatissime Pater, cuius vita sancta est, inculpabiles mores, religio integra, doctrina admiranda; et quod, præter cætera, rapuit rapitque populum omnem nostrum ad audiendum hunc hominem observandumque, rerum est prædictio futurarum. In quibus, si aberravisset, scissemus ex Deo non fuisse [d115] illam prædictionem, sed ex vatis tumore confectam fabulam; ut et Moyses quoque in Deuteronomio populum monet docetque, quibus sit credendum futura prædicentibus. His vero effectum est rebus, ut ingens facta sit, ad hunc diem, eius in urbe nostra auctoritas; non solum quia et privatim et publice favit in rebus afflictis nostris; consuluit, perfecit divine, quamvis sunt nonnulli et fuerunt, qui ejus virtuti invidentes, atque adversantes nostris commodis, nunc vero nostrae saluti multa ad vestram Sanctitatem nefaria detulerunt, ut solent homines perversi ipsi, moribus, facere de bonis viris ipsi iudicium. Sed, nisi fallimur, nos esse debemus locupletiores testes, si apud nos diu aliqua vitæ macula magna cum admiratione virtutis, Deique virtutis, fuerint. Indigemus, Beatissime Pater, indigemus isto Viro Dei, atque eius prædicatione, qua civitatem nostram, ut hactenus et semper fecit, reducat ad meliorem, ut dicitur, vivendi frugem; maximeque ad serviendum Deo viventi. Nihil huic potest accidere populo quod ferat ægrius, quam eius carere prædicatione; nihil gratius quam ipsum audire.

Supplicamus itaque Sanctitati, Clementiæque vestræ, et populus universus noster humillime supplicat, porrigitque omnes præces, ut Pontificia benignitate liceat Fratri Hieronymo edocere, ut hactenus fecit, civitatem nostram, et juvare consilio. Si cum Deo sunt eius omnia opera, si prædicatio divina est, si fructus peperit hactenus in nobis maximos, et quæ, proculdubio maiores quoque in dies pariturus; erit id profecto Deo gratum. Summus autem inde Pontifex, non a nobis modo et populo omni Florentino; sed ab omnibus quoque hominibus meritas laudes gratiamque reportabit. Nobis certe hoc in tempore, dari nihil majus, nihil gratius, nihil acceptius a Sanctitate vestra clementiaque et benignitate potest.

Nos urbem et populum nostrum Sanctitati clementiæque vestræ humillime plurimumque commendamus.

Ex Palatio nostro Die 13 Novembris 1495.

[d116]

XXVII.‍[576] (Vol. I, pag. 367.)
Lettera del Savonarola ad uno de’ suoi Frati.

Frater Hieronimus fratri Antonio de Olandia Priori Pratensi.

Venerabilis in Christo pater. Si impetrabitur licentia prædicandi pro me a Summo Pontifice, dabo vobis in predicatorem fratrem Dominicum de Piscia. Excitate ergo fratres et alios devotos ad orandum pro hac causa, quia res habet difficultatem; et si non impetrabitur, nescio qualiter vobis possim sufficienter providere de prædicatore. Ordinabo hic ut fratres post officium in mane cantent «Alma Redemptoris mater etc.»; post vesperas et post completorium consuetas orationes vestras «Ave Regina» et «Recordare.» Faciant etiam dicere post completorium septem psalmos pro hac causa. Ita ergo et vos facite, si vultis habere prædicatorem talem. Credo quod si ferventer oraverimus, impetrabimur a Domino gratias, et fiet magnum animarum fructum etc. Gratia Christi vobiscum. Amen.

Florentiæ, in die Purificationis M.CCCCXCV.‍[577]

Prior S. Marci.

(A tergo.) Venerabili in Christo patri fratri Antonio de Olandia Ordinis prædicatorum. Priori conventus S. Dominici.

[d117]

XXVIII. (Vol I, pag. 418.)
Tre lettere al Duca di Ferrara.‍[578]

1.‍[579]

Ill.me et ex.me Dux.

Io mando alla S. V. el libreto nostro in lingua latina, a ciò che lei l’habia in l’una e l’altra lingua; benchè non sono discrepanti di sententie, se non in certo locho, dove nel latino agionsi certe parole, non però di molta importantia. Vero è che in qualche passo uno serà commento de l’altro. Non mi occorre scrivere altro al presente, se non che io mi riccomando alla Excellentia Vostra. Gratia Domini Ihesu cum Spiritu eius. Amen.

Florentiæ, die 29 octobris 1495.

Fr. Hieronymus servus Ihesu Christi inutilis.

Ill.mo et ex.mo domino domino Herculi Ferrarie Duci etc.

2.

Ill.me et ex.me Dux. Gratia Dei tecum.

Io mando alla Excellentia Vostra el libro de la Simplicità de la vita Christiana anchora inperfecto; tanto è il desiderio mio che la S. V. viva come perfecto cristiano, che io non mi sono curato di essere notato di cupidità di laude, pur che presto veda la patria mia terrena, per virtù di Vostra Excellentia, fare qualche fructo di spirito. Nientedimeno, perchè [d118] questa è la prima stampa,‍[580] e mia intentione è di lassarlo ripossare un pezo, e poi ritocharlo et emendarlo; prego la S. V. e quanto posso la astringo, che per modo alcuno non ne dia copia, nè lo presti ad altri: ma quando alcuno lo volesse vedere, lo lega con la Excellentia Vostra, o ne la camera vostra. E se non mi fidasse in questo ne la V. E., haveria prima chiesta una litera di fede, e poi l’haveria mandato: ma tanta è la fede che io ho in essa, che credo che la observerà quanto li scrivo, insino a tanto che piacerà a Dio di publicarlo. Et se alcuno facesse, legendolo, qualche obiectione, prego quella che si degni per maestro Ludovico da li Carri farmelo a sappere, a ciò che possiamo respondere. E perchè molto si vano appropinquando le tribulation de la Italia, anzi di tuta la Christianità e di tuto el mundo, dipoi le quali verrano le consolatione; conforto Vostra Excellentia ad essere solicita a le cose divine, perchè non habiamo altro rifugio che Dio; e maxime a purgare la città da’ cativi homini, e mettere li officii in mano de li boni, et a loro dare potestà, e torla a li cativi et infami, perchè questi provocano l’ira di Dio grandemente. Noi qui siamo li primi tribulati, e seremo anche li primi consolati. Pensi la E. V. se Firenze, la quale è piena di moltitudine di boni Christiani, e la quale in questo, così in merito come in numero, excede grandemente ciaschuna città d’Italia, è tanto afflicta; quanto seranno tribulate le altre. Dice San Pietro: Tempus est ut incipiat iudicium a domo Dei: si autem primum a nobis, quis finis eorum qui non credunt Dei evangelio? Chi serà amico de Dio riderà in mezo le persequtione; ma guai a quelli che non temeno Dio. Pax et gaudium in Spiritu Sancto sit in corde tuo, domine mi. Amen.

Florentiæ, die 10 ianuarii 1496.

Servus Ihesu Christi inutilis Fr. Hieronymus de Ferr.

Ill.mo et Exc.mo domino domino Herculi Estensi, duci Ferrarie et Mutine etc.

[d119]

3.

Ill.me et exc.me Dux.

La electione del Ministro de Dio a me è stata sempre monstra conditionata; et insino a questa hora presente non ho visto di lui alcuna riprobatione. Di queste cose non si può pigliare se non tanto quanto Dio dà, et a quello ci bisogna stare contenti. Onde è scripto: Altiora te ne quesieris, et fortiora te ne scrutatus fueris. Et lo Apostolo: Non sapere plusquam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem. Il nostro Signore Dio vuole che noi stiamo in timore et in humiltà; e che si confidiamo in lui, non nelli homini: col quale se noi seremo dacordo, non ci bisogna temere cosa alcuna, dicendo el Spirito Sancto nelli Proverbii: Cum placuerint Domino viæ eius inimicos quoque eius convertet ad pacem. La Excellentia Vestra non imputi a negligentia la tardità del rispondere a quella; ma al desiderio di satisfargli a pieno, per el quale ho facto oratione molti giorni. Hora non ho potuto altramente rispondere che come la lege in questa carta. Gratia et pax domini nostri Iesu Christi sit semper vobiscum, amen. A V. S. mi ricommando.

Florentiæ, die 29 augusti 1497.

Servus inutilis Ihesu Christi
Fr. Hieronymus de Ferr.

Ill.mo ac exc.mo domino domino Erculi Estensi, Ferrariæ Duci etc.

[d120]

XXIX. (Vol. I, pag. 449.)
Breve di papa Alessandro VI, col quale si ordina di formare la nuova Congregazione Tosco-Romana.‍[581]

Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Reformationi et augumento vestræ sacræ religionis, pro ut tenemur favorabiliter attendentes, quæ omnium conditori gratissima, et pie devotioni fidelium accepta est et fructuosa: libenter ad illa intendimus, per quo utiliter et salubriter valeat provideri, quod laudabiliter ritus, mores et observantia regularis in omnibus domibus vestri ordinis, continue vigeat et prosperum suscipiat, adiuvante Domino, incrementum. Huiusmodi, igitur, pio desiderio inducti, ac sperantes quod si Domus S. Mariae de Querqua æxtra muros Viterbienses, S. Spiritus de Senis, S. Catherine de Pisis, S. Sabine de Urbe, nec non S. Dominici de S. Geminiano ordinis vestri, quæ congregationi Fratrum Lombardiæ unitæ et incorporatæ aliquandiu permanserunt, si a congregatione predicta et illius vicarii et prælatorum in presentia separarentur, ac statueretur quod tam predictæ quam etiam alie Domus vestræ, S. Mariæ supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus Viterbiensis, S. Dominici de Perusio, S. Dominici Cortonensis, S. Agnetis Montis Politiani, S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Mariæ de Saxo nec non S. Dominici Pratensis, et S. Romani de Luca et S. Dominici Pistoriensis vestri ordinis Domus, et vos nunc et pro tempore degentes in eis, Priores et Fratres, unam aliam congregationem in vicem fratrum Romanæ et Thusciæ provinciæ, ex more dicti ordinis nuncupandam, sub unius proprii vicarii degentium, constituere exinde profecto salubris propagatio ritus et mores observantiæ regularium instituere dicti ordinis domibus, et eorum fratribus proveniret. Præsertim cum dictæ Domus invicem in magna existant propinquitate, et commode a suo vicario visitari, Fratresque [d121] in ipsis degentes ad eum faciliter sese conferre, et suis opportunitatibus subvenire possunt, juxta vestrarum seriem costitutionum.

Motu igitur proprio, non alicuius nobis oblate petitionis instantia, sed de nostra mera liberalitate et ex certa scientia, S. Mariæ de Querqua, S. Spiritus Senensis, S. Dominici de S. Geminiano, S. Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe domus, et vos nunc et protempore degentes in eis Priores et fratres, a congregatione predicts Lombardiæ et illius vicarii et Prelatorum obbedientia segregamus et separamus. Nec volumus per hoc detrimentum aliquod sive damnum gravari aut quoquo modo provenire præfatis domibus. Ac etiam apostolica autoritate statuimus, ut de cetero, perpetuo futuris temporibus, tam prefatæ S. S. C. per nos a dicta congregatione separatæ, quam aliæ domus predictæ in dicta Romana et Thuscia provincia consistentes; et vos nunc et protempore in eis degentes Priores et Fratres, insimul unam novam congregationem fratrum regularis vite observande Romanæ et Thusciæ provinciæ nuncupandam constituatis, Magistroque Generali et unius eiusdem congregationis Vicarii obbedientiæ subiciamini, qui hac prima vice, per venerabilem fratrem nostrum Olivierum episcopum Sabinensem, cardinalem Neapolitanum, cum consilio dilecti filii Generalis Magistri Vestri ordinis, pro biennio nunc proxsimo futuro, deputetur; et huiusmodi biennio illasso statim ab officio vicariatus censeatur absolutus, et singulis biennis perpetuis suis temporibus, a prioribus et sociis et aliis electoribus juxta formam Constitutionum vestri ordinis, positam in capitulo de electione prioris provincialis, eligatur: quæ electio per Magistrum Generalem confirmetur nec alius Vicarius possit institui; nisi qui sit per Congregationem prima vice et legiptime electus, ipseque vicarius in dictæ congregationis domos, et illarum Priores et Fratres, pari quam prior provincialis in domos et fratres suæ provinciæ, superioritate, jurisdictione et preheminentia ac potestate fungatur. Et quolibet anno, priores dictarum domorum cum eorum sociis ad congregationem vocare et dictas domos et in eis degentes Priores et Fratres, vel legiptime impeditus per alium in capitibus et membris visitare teneatur et debeat: nec possit in sui [d122] Vicariatus officio, finito biennio, quoquomodo confirmari, aut de novo in Vicarium eligi infra biennium, tunc proxime futurum. Nec etiam interim, ab officio sui vicariatus, nisi per eamdem congregationem absolvi, aut eidem congregationi alius qui per congregationem ipsam electus in vicarium vel vice vicarium, sive locum tenentem eius: aut sub quovis alio nomine eiusdem congregationis præfici. Quod si contingat ipsum in vicariatu suo ab hac vita migrare, tunc Prior Domus S. Mariæ supra Minervam vices eius in omnibus obtineat, teneaturque infra menses sex vocare Priores antiquorum domorum dictæ Congregationis, de quorum consilio determinabit quando prefata electio fieri debeat, et quousque alius electus fuerit et confirmatus, eius autoritate in omnibus fungatur. Ipse vicarius tamen et electos confirmet.

Mandamus insuper, et districte precipimus in virtute S. obbedientiæ universis et singulis fratribus ad dictas domos quoquomodo pertinentibus: et qui de dicta provincia sint oriundi ad ipsam Congregationem Thusciæ et Romanæ provinciæ, omni excusatione postposita, illico revertantur; nec aliquis Frater ipsius Congregationis inde discedere possit, absque ipsius Vicarii expressa licentia. Concedimus preterea motu et scientia simillibus vicario, Domibus et Fratribus dictæ Congregationis Romanæ et Thusciæ Provinciæ et qui pro tempore erunt, ut omnibus et singulis prorogativis, privilegiis, gratiis, immunitatibus, et donis ac indulgentiis et indultis spiritualibus et temporalibus congregationi præfate Lombardiæ et illius Vicario domibus et Fratribus per nos in genere et a Sede Apostolica vel alias quomodolibet concessa: et quibus Congregatio predicta et eius vicarii domus et fratres ingenere utuntur, potiuntur et gaudent, ac uti imposterum poterint et gaudere, uti, potiri, gaudere libere et licite valeant. Proinde ac si pro ipsa Congregatione Romanæ et Thusciæ provinciæ, ac illius Domorum vicario et fratribus eque principaliter emanassent, quibus etiam salvis, non intelligatur per ea derogatum superioritati Magistri vestri ordinis Generalis et vestræ in eum subiectioni, non obstantibus costitutionibus et ordinationibus apostolicis, ac dictæ congregationis Lombardiæ, aut alicui ex prioribus et domibus prædictis Romanæ et Thusciæ [d123] provinciæ, concessis literis etiam in forma brevis, et privilegiis quibus illa est, si de eis eorumque totis tenoribus de verbo ad verbum, sive quavis alia expressio habenda est et in eis quævis clausulæ derogatariarum derogationis fortiores et insolitæ continerentur in his præsentibus, pro expressis habentes ac vice dumtaxat illis alias in suo loco permansuris. Quoad premissa specialiter et expresse derogamus ceterisque contrariis quibuscunque. Volumus insuper, et præsentium tenore, in virtute S. obbedientiæ districte precipiendo, sub excomunicationis latæ sententiæ pœna mandamus universis et singulis cuiuscumque conditionis, status, dignitatis, gradus existentibus; quatenus præsentibus nostris literis nullo modo, per se vel per alium, directe, vel indirecte seu quovis titulo aut quesito colore, condicere, sive impedimentum prestare audeat aut praesumat, decernentes etiam irritum et inane si secus supra premissis aliquorum premissorum scienter vel ignoranter a quoquam contingent detentari. Datum Romæ, apud S. Petrum, sub anulo Piscatoris. Die VII novembris 1496. Pontificatus nostri anno VI.


Dilectis filiis S. Mariæ supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus Viterbiensis, S. Mariæ ad Quercam extra muros viterbienses, S. Spiritus Senensis, S. Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe, S. Dominici de S. Geminiano, S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Dominici de Pistorio, S. Dominici de Prato, S. Romani de Luca, S. Agnetis de Monte Politiano, S. Dominici de Perusio, S. Marie de Saxo, Prioribus et Fratribus cum eis degentibus.

[d124]

XXX. (Vol. I. pag. 355-414.)
Lettera del Savonarola al Duca di Milano.‍[582]

Illme et Excellme Princeps. Visto quanto la Extia V. per sue lettere gratiosamente mi risponde, dico ch’io non ho puncto a dolermi ch’essa habia improbato quello che saria da improbare, quando così fosse, cioè che io aveva dicto absolutamente non essere da obedire al Pontefice; al che repugnano tutti li sacri canoni, secundo li quali io mi sono sempre governato. Secundario, ch’io sia uscito della religione in la quale più presto mi sono‍[583] sforzato confirmarmi et restringermi, seguendo la vera istituzione dei nostri fundatori. Ma come queste cose sono riferite distorte et non vere alla Excelª V., cusì so gli debano essere porte delle altre vanitate, cioè ch’io abia sparlato di quella, per darmi caricho; et questa fu la causa che me indusse a scrivere a V. Celsitudine, adciò la non si tenesse offesa in alcun modo da me, cum sit ch’io gli sia affezionato, et desideri el ben suo et de tuti gli altri principi Christiani.

Circa la nostra universale amonitione a far penitentia, io non ho a far iudicio particulare; ma essendo la Excelª V. de quelo animo et timore verso Dio, che la scrive, ne ho grande piacere, et cusì la exorto a seguire; et non essendo meglior judice de se, che la coscientia propria, non besogna a quella altro ricordo, se non a fare quanto gli dicta la ragione, et perseverare di bene in meglio; perchè in questo modo Dio la prospererà et conserverà di continuo: et ad epsa mi raccomando.

Ex conventu S. Marci Florentiæ die XXV Aprilis 1496.

Servus Jesu Xti

[d125]

XXXI. (Lib. III, Cap. VI.)
Primo abbozzo d’alcune poesie inedite del Savonarola.‍[584]

1. Canzone prima, senza titolo.

O anima cechata,

Che non trovi riposo;

Tu se’ da Dio odiata,

Pel tuo viver vitioso;

Jesu Cristo tuo sposo

Tu hai perduto.

Non chiedo aiuto,

Nè pace nè mercè:

Omè omè omè.

Tu senti forse..... segni,

A Prato e a Bibona;

E perchè tu non degni

Di credere a persona,

La mente tua è prona

A ogni vitio.

Ecco el supplicio

Che presto vene a te:

Omè ec.

Vidi l’Italia in guera,

E la charestia grande;

La peste Idio dissera,

E suo iudicio expande:

Queste son le vivande

De la tua vita

[d126]

Cieca e smarita,

Per la tua pocha fè:

Omè ec.

Astrologi e Propheti,

Homini docti e sancti,

Predicatori discreti

Tan predicti i tuo pianti;

Tu cerchi soni e canti,

Perchè sei, stolta,

Nei vitij involta.

In te virtu non è:

Omè ec.

De mille gratie e doni

Che Dio ha conceduti,

E quanti pensieri boni

Nel cor ti suon venuti,

Quanti divini aiuti;

Ma tu ingrata,

Sei obstinata

E ne laccidia se’:

Omè ec.

Ricori a Jesu Cristo

Et a la madre pia;

Lassa el costume isto

E la tua mala via;

La Vergine Maria

Piena di gratia,

Mai non si sacia

Pregar Idio per te:

Omè ec.

2. DE ASCENSIONE DOMINI JHESU.

Questa Acquila gentil che se disparte,

Et al Ciel va del suo triompho altiera;

Poi che passata havrà la quarta spiera,

So che in la quinta non staria cum Marte.

[d127]

E se io me fido ne le sancte carte,

Di tanto honor l’octava non se spiera;

Ma de lo empyreo vargarà ogni schiera

E prenderà la più beata parte.

Spirto gentil de la Cita superna,

Che fai, oimè, che pensi, hor mai che miri?

Questa è pur nostra altissima speranza.

Homo è (chil nega?) e tutto el ciel governa,

E tal triompho porta di Martyri,

Che ogni splendor di Cherubin avanza.

3. DE ASSUMPTIONE VIRGINIS MARIA, AD FRATREM JOANNEM DE ASCLA, ORDINIS PRÆDICATORUM.

Questa celeste e gloriosa Dona,

Che al mondo già parea si pocha tera,

Ogi so ben che va sopra ogne spera:

Così fra noi la Chiesa ne ragiona.

Quel che la fa di Seraphin Madona,

Che da lei prese humana carne vera,

E tutto el Ciel discende, a schiera a schiera,

Per fagli honor e dargli la corona.

Qual gloria, qual triompho, o dolce frate,

Si fa del peregrino suo salire,

Ne lalto Ciel da quei legiadri spirti?

Felice quel, Regina, che po’ dirti

Un hymno dolce qual, io non so dire,

E po tochar le vesti toe beate.

4. L’ANIMA TEMPTATA CONFORTA SE MEDESIMA.

Giù per la mala via

Lanima mia ne và.

S’ella non ha soccorso,

Presto morta sarà.

[d128]

El Demonio l’angana,

Con la sua falsità;

El senso le promette

Ogni piacer che ha;

El mondo anchor l’anvita

A far la...........

L’anima mia temptata

Or chi laiuterà?

Aiutate meschina,

Col don che Dio te dà.

Tu hai libero arbitrio

Che meritar ti fa;

Ricorri a Jesu Cristo,

Conficto in croce sta:

Se tu ’l preghi humilmente

La gratia li darà.

Habbi fide e speranza

Che forte ti farà:

Tu non puoi esser vinta,

Senza tua voluntà:

Più potente è la gratia,

Che ogne adversità:

Pensa ben de la morte,

Che presto ne verrà:

Contempla un po’ l’inferno,

Pien de penalità:

Risguarda el paradiso,

Con sua giocundità:

Accenditi in fervore,

Pien d’ogne carità;

E poi ogne faticha,

Più lieve ti parrà.

Iesu tuo dolce sposo,

Alhor t’abraccierà,

Darati il bacio suo

Pien di suavità.

L’arra di vita eterna,

La mente gusterà;

[d129]

Giubilo contento e festa

Il tuo cor sentirà;

Cantando amor amore,

Amor soma bontà.

Va, dunque, per la strada

Che Dio mostrato t’ha.

Laudando un solo Dio

In Sancta Trinità.

5. DE L’AMOR DI JESÙ.

Ben venga amore,

Ben venga amore,

I’ ti sento nel cuore.

Pensando la tua gratia

Di venir in me vile,

L’anima mia si sacia

Di te, amor gentile.

Deh! fammi esser humile,

Per tua gratia et honore.

Ben venga amore ec.

Rinfrescha a la mia mente

Li tuoi gran benefitij;

Acciò ch’io sia fervente

In tuti i sancti officij,

Deh! spengi li miei vitij,

Col tuo lume e splendore.

Ben venga ec.

Quanto più ti contemplo,

Iesu, dolce mio padre,

Più fai del mio cor templo,

Con tue gratie leggiadre;

Per la tua vergin madre

Perdonarne ogne errore.

Ben venga ec.

Tu sei mio padre e Dio,

[d130]

Tu sei mio bon fratello,

Tu se’ lo sposo mio,

Tu se’ l’amor mio bello;

Tu sai che tu se’ quello

Ch’io chiamo a tute l’hore.

Ben venga ec.

Come può star la sposa

Senza te, dolce sposo,

Se non trista e penosa,

Con l’occhio lachrymoso:

Iesu mio gratioso,

Donami el tuo fervore.

Ben venga ec.

A te honor e laude,

Altro non so me dire;

Per te l’anima gaude;

Tu se’ mio dolce Sire:

Non mi lassar morire

Senza te, dolce amore.

Ben venga amore ec.

6. IN NATIVITATE DOMINI.

Ecco il Messia,

Ecco il Messia

E la madre Maria.

Venite, alme celeste,

Su da gli eterni chori;

Venite e fate feste

Al Signor di Signori;

Vengha e non dimori

La somma hyerarchia.

Ecco il Messia ec.

Venite, Angeli sancti,

E venite sonando;

Venite tutti quanti,

Iesu Cripsto laudando

[d131]

E gloria cantando,

Con dolce melodia.

Ecco il Messia ec.

Patriarchi venite,

Venite festeggiando;

Levata è via la lite,

Chacciato v’ha di bando;

E venite lodando

La vergine Maria.

Ecco il Messia ec.

Venitene, propheti

Ch’avete prophetato,

Venite tutti lieti;

Vedete che ’l gli è nato,

Et a nui è donato

El piccolin Messia.

Ecco il Messia ec.

Pastori pien di ventura,

Che state vui a veghiare?

Non abiate paura,

Sentite vui cantare,

Correte ad adorare

Iesu cum matre pia,

Ecco il Messia ec.

Vui el trovarete nato,

Fra el bue e l’asinello,

In vil pani fasciato,

E già non ha mantello:

Ingienochiativi a quello

Et a Sancta Maria.

Ecco il Messia ec.

E’ magi son venuti

Da la stella guidati,

Con loro richi tributi,

In terra ingienochiati

E molto consolati,

Adorando il Messia.

Ecco il Messia ec.

[d132]

7. ALLA BEATA VERGINE.

Vergene, tu mi fai,

Orando, a te venire;

Perchè non resti mai

Per me pregar el Sire:

O carità, somma pietà;

Chi non ricorre a te,

Niente fa.

Io vego chiaro e vero,

Che ogn’omo è orbo e cieco,

E pargli el biancho nero

Chi non s’acosta techo.

O charità ec.

Tu sei certa speranza

Di tuti gli hom mundani;

Ch’in te non ha fiducia

Si vol volar senza ale.

O charità ec.

Se ’l non fusse el to’ fructo,

Noi saremo damnati;

Ma gli è el tuo figliol tucto

Che c’ha recomperati.

O charità ec.

[d133]

XXXII. (Lib III, Cap. VI.)
Deliberazioni della Signoria circa la libreria dei Medici.‍[585]

1.

Die XXXI mensis Augusti 1495.

Item dicti Domini simul adunati etc.

Habita notitia, qualiter in ecclesia sancti Marci de Florentia fuerunt et sunt nonnulla volumina variorum auctorum, et multa et varia in se continentia, et multum notanda, utilia profecte atque optime emendata, quae olim fuerunt Laurentii de Medicis et eius hæredum, sive eorum alumnorum et pedagogum ac preceptorum; et iudicantes Domini predicti, summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa habere, retinere ac custodire penes se et in palatio dicte dominationis, tanquam memorie digna et notabilia, ac fere singularia; idcirco servatis etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta etc., omni meliori modo etc., deliberaverunt:

Quod omnia illa volumina librorum, cuiuscumque generis, qualitatis, quantitatis vel maneriei sint, et quorumcumque auctorum, que a venerabili religioso patre priori Sancti Marci de Florentia,‍[586] domino Georgio Antonio Vespuccio proposito fiorentino, domino Marsilio‍[587] et domino Olivierio canonicis florentinis, domino Joanne Victorio de Soderinis, magistro Laurentio de Lorenzis et domino Lascari greco, et aljs eligendis per sindicos dictorum de Medicis; electa, excerpta et designata erunt pretiosiora et digna memoratu ac custodia secundum eorum iudicium, deferantur et deferri debeant quanto citius fieri potest in et ad palacium dominationis. Ibidemque, [d134] facto prius de eis claro et aperto inventario, custodiantur, clausa in uno cassone sive armario, vel alio loco ydoneo, ad id commodato in dicto palatio pro custodia et manutentione ipsorum, de quo loco extrahi minime possint, nisi precedente deliberatione et partito Dominorum pro tempore in officio existentium, sub pena indignationis dictorum Dominorum etc. Mandantes, etc.

2.

Die XVIIII mensis Octobris 1495.

Item dicti Domini simul adunati etc.

Attendentes quodam partito et deliberatione, per eos factis, sub die XXVI mensis septembres proxime preteriti, de quibusdam voluminibus librorum existentium in ecclesia Sancti Marci de Florentia, que fuerunt olim Laurentii et Pieri de Medicis, et que fuerunt, ad petitionem et instantiam dictorum dominorum, de dicto conventu ad latus ad palatium et domum‍[588] dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis; et alijs visis et consideratis, in dicta deliberatione et partito contentis; et considerantes dicti Domini, dicta volumina librorum esse variorum et diversorum auctorum, et multum pretiosa, et varia in se continentia, et multum notanda, utilia et fere singularia atque optime emendata, que olim fuerunt Laurentij de Medicis et eius heredum; et iudicantes dicti Domini, summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa conservare et illorum custodiam et curam gerere, tanquam memorie digna notanda ac fere singularia; idcirco dicti Domini, servatis servandis etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta etc.; omni meliori modo etc., deliberaverunt etc.

Quod omnia illa volumina librorum cuiuscumque generis, qualitatis, quantitatis vel maneriei, et quorumcumque auctorum sint, videlicet que revera erant dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis, que ad presens sunt in domo dicti Pieri [d135] de Medicis; et tam illa que de ecclesia sive conventu Sancti Marci fuerunt extracta et ad domum dicti Pieri de Medicis, cuiuscumque generis et maneriei existant; debeant consignari et deponi in dicto capitulo et conventu venerabilium fratrum Sancti Marci, tanquam in tutiori loco, et apud religiosos viros honeste et laudabilis vite et sanctitatis, et de quibus omnibus, una cum alijs libris qui remanserunt in dicto conventu, qui non fuerint adlati ad domum dicti Pieri, debeat fieri inventarium, quanto citius fieri potest, cum ydoneis et fide dignis testibus; cuius quidem inventarij unam copiam debeat retinere (una cum libris dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis, qui remanserunt in dicto conventu, antequam inde delati fuerint ad domum dicti Pieri) penes se Vexillifer iustitie, qui pro tempore fuerit; aliam vero dicti fratres capitulum et conventus Sancti Marci predicti. Que omnia volumina stare debeant in dicto conventu, loco depositi, et ad petitionem dictorum Dominorum et eorum qui pro tempore erunt et tamquam obligata et ypotecata, pro infrascripta quantitate pecuniarum dictis fratribus capitulo et conventui; deinde extrahi nullo modo possint, sine partito dominorum et collegiorum et duarum partium ex eis pro tempore existentium.

Et quoniam dicti fratres, capitulum et conventus, per medium quorumdam civium, commodaverunt, sive gratuite mutuare fecerunt officialibus Montis comunis Florentie summam et quantitatem florenorum duorum milium largorum de grossis, pro necessitatibus ipsius comunis, quam quantitatem commodare sive mutuare fecerant ipsis officialibus Montis pro tempore et termino unius anni proxime futuri; idcirco, dicti Domini deliberaverunt quod, per dictos officiales sive pro tempore existentes, debeant dictis fratribus, capitulo et conventui, sive illis quibus dictis fratribus capitulo et conventui visum fuerit, solvi et reddi dicta quantitas florenorum duorum milium largorum de grossis, dicto comuni sic mutuata, hac lege et conditione, quod si infra dictum tempus et terminum dicti anni, non fuerit per eos ad quos pertinebit de dicta quantitate florenorum duorum milium, dictis fratribus, capitulo et conventui, vel dictis hominibus et personis quibus visum [d136] fuerit dictis fratribus capitulo et conventui, integraliter solutum et satisfactum de dicta summa et quantitate quod tunc, et eo casu, et lapsu dicto anno, et postea quandocumque liceat dictis fratribus, capitulo et conventui, quandocumque illis visum fuerit, de dictis libris vendere tot et tanta volumina quod eis satisfiat usque ad integram satisfactionem dictorum florenorum duorum milium de grossis, vel de eo minus de quo minus restarent creditores; facta tamen primo dictis Dominis, qui pro tempore erunt, requisitione et protestatione dicte venditionis per dictos fratres, capitulum et conventum per XV dies ante dictam venditionem et, elapso dicto anno quandocunque et facta huiusmodi venditione, dicti fratres, capitulum et conventus teneantur facere dicto comuni Florentie finem generalem etc. Mandantes etc.

3.

Die XXIIII mensis Januarij 1496.

Prefati Domini simul adunati etc.

Attendentes qualiter, sub dic xviiii mensis Octobris 1495, vel alio tempore veriori, per tunc magnificos Dominos populi et comunis Florentiæ, fuit facta certa deliberatio occaxione librorum, qui olim fuerunt Laurentii Pieri de Medicis, qui exportati fuerunt, ut dicitur, de dicta domo olim Laurentii, ad Conventum Sancti Marci de Florentia; quod dicti libri tandem remicterentur, et exportarentur, et reducerentur ad eamdem domum, unde fuerunt extracti: et attendentes, quod postea dicti libri et volumina librorum devenerunt ad manus fratrum Capituli et Conventus Sancti Marci de Florentia predicti, cum certis conditionibus pactis et modis, et inter alia quod dicti fratres et seu alius vel alii, pro eisdem fratribus, mutuarunt officialibus Montis gratis et amore florenos 2000 largos de grossis, per tempus et terminum unius anni, tunc proxime futuri, et cum pacto quod, elapso dicto anno, dicti fratres vel alius et seu alij pro eis, possint eisque liceat vendere de dictis libris, tot et tantos, quod ipsi possint sibi ipsis [d137] satisfieri et consequi et habere dictos florenos 2000 largos de grossis: et hoc post xv dies a die notificationis factæ per dictos fratres, elapso dicto anno, Dominis civitatis Florentiæ pro tempore in officio existentibus, prout predicts et alia plura, sic vel aliter plenius et latius dicuntur contineri in dicta deliberatione et partito, ad quam et contentos habeatur relatio.

Quapropter prefati Domini, obtento inter eos partito, secundum ordinamenta et omnibus servatis etc.; auditis, tamen, prius duobus ex fratribus dicti Conventus Sancti Marci exponentibus, ut dixerunt ipsi Domini, quatenus ipsi fratres vellent rehabere dictos florenos 2000 largos, vel de dictis libris facere ea que continentur in dicta deliberatione, et arbitrantes; predicta debere fieri per eosdem Dominos.

Ideo prefati Domini declaraverunt dictos fratres, capitulum et conventum, paruisse et observasse omnia ea ad que tenebantur, et obligati erant, vigore dicte deliberationis et partiti; et eosdem fratres posse facere et disponere, vendere et alienare de dictis libris, eo modo et forma, et prout et sicut in dicta deliberatione continetur, et scriptum est et apparet, et per dictos fratres nil aliud debere observari in predictis, ac si requisitio et alia, de quibus in deliberatione fit mentio, legittime et debitis temporibus facta esset.

Confidentes de honestate et mira sanctitate dictorum fratrum et eorum gubernatorum etc. Mandantes etc.

[d138]

XXXIII. (Lib. IV, Cap. I e III.)
PROCESSO DI LAMBERTO DELL’ANTELLA.

1.

Copia d’una lettera di mano di Lamberto di Giovanni dell’Antella, per mandare a M. Francesco Gualterotti suo cognato: havevala nella scarsella, quando fu preso l’anno 1497.‍[589]

Eximio Domino e Magnifico mio honorandissimo. Ricevetti la vostra de’ 20 passato, risposta a più mia, e della causa principale più volte scrittavi, mi rendesti risposta. La quale cosa a mio fratello et a me è suta grandissima consolazione, per intendere che habbiamo qualche verso a’ casi nostri; et come dite che io faccia con la penna, così farò et, in tutto, seguirò vostro ordine.

M. Francesco: mio fratello et io siamo di cotesta patria ribelli per un capo solo, e questo si è, per l’amicizia e per le opere fatte verso Piero de’ Medici e fratelli contro questa repubblica; chè di niente del passato ci vogliamo scusare.

Ma non sendo in noi altro peccato, a questo vogliamo riparare, et altrimenti che dir peccavi, ma con l’opere; che se verso loro abbiamo operato una oncia, per la salute loro; vogliamo, per la rovina e ultima loro distruzione, operare cento libbre, ne’ modi e vie che per questa si dirà: ma prima vogliamo intendiate la causa che a questo ci muove.

E prima: da mezzo settembre, sarà un anno in qua, da quella venerabile testa di Piero de’ Medici siamo suti trattati in modo, che non che, sendo noi amici suoi e chiamati da lui come fummo; ma, se fussimo stati i maggiori nimici che [d139] havesse havuti in questo mondo, più non ci poteva perseguitare; e per ultimo, il dì del Corpus Domini, addì 25 di maggio, qui in Siena, la notte, nel letto fece pigliar noi e un nostro garzone, e subito fummo incarcerati e messi ne’ ferri. Pure subito ne fummo cavati, perchè fu detto a Pandolfo Petrucci,‍[590] et a lui n’increbbe, e fececi mettere in un altro luogo dove stemmo pure prigioni, ma più honorevolmente. E quivi stemmo dodici giorni, e più volte, per staffetta, mandò quella iniqua bestia, per farci perder la vita, e farci gittare in un certo luogo che si chiama il Carnaio, che mai più non se ne rivede, se non l’ossa di chi v’entra: si veniva per la nostra fatica e fede; ma tutto volontà di Dio per farci ravvedere.

In capo di dodici giorni, se ne volemmo uscire; avemmo a fare un contratto, dove ci obbligammo M. Alessandro ed io, in forma cameræ, alla pena di f. 2,000, di non ci partir di Siena o del contado, senza licenza e volontà di Pandolfo Petrucci: e tutto fu fatto per sospezione che non ci venissi voglia di vendicarci. E nel detto contratto, M. Alessandro, oltre all’obbligo in forma cameræ, s’hebbe a far procuratore Pandolfo Petrucci a rinunziare il benefizio di S. Romulo, qualunque volte lui o io ci partissimo, senza licenza sua, di Siena; allora lui lo potessi renunziare. El detto contratto fu fatto in prigione, e così in detto contratto si dice che fu fatto in prigione, et come sostenuti a stanza di detto Pandolfo Petrucci, et a lui ci obbligammo, che si mostra forzato.‍[591] A questa cosa desidererei, Vostra Spettabilità ci facessi intendere, se questo contratto forzato e fatto in prigione, et nomina l’esser fatto in prigione, è valido o no; chè non sendo valido, piglieremo qualche partito.

Del detto contratto habbiamo voluto copia, mai l’abbiamo potuto havere, perchè Pandolfo non lascia.

Questa presente lettera ho fatto pensieri vi presenti la Lisabetta mia donna e vostra sorella; e, benchè lei sia in villa, credo piglierà de’ modi e vie. E se pure non l’appresenterà lei, vedrò farvela dare per mano d’altra persona fidata; e così è di nicissità fare, rispetto che di qualche altra lettera [d140] che v’ho scritte di qui, come si sia suto, n’è suto dato qui notizia a Giacopo Petrucci, et è stato per farci male capitare. Ho dubbio che tale avviso non venga da Marco Fantoni, vostro compagno de’ Dieci, perchè la donna di Giacopo è sua sorella o carnale o cugina; per tanto di questa o d’altra abbiate advertenza, come con lui conferite; anzi in tutto da lui vi guardate, et per più conti. Chi vi presenterà questa, richiederà la risposta.

Per venire a qualche effetto et conclusione, e per mostrarvi che mio fratello ed io non vogliamo esser più amici di Piero de’ Medici; anzi in tutto nimici capitali et maggiori che egli abbia in questo mondo, perchè così vuole ragione, chè quanto più il vino è dolce tanto più diventa forte; se si può trovar qualche via o modo, che noi possiamo star costì o nel contado o in qualche luogo che noi possiamo parlare, e non stiamo in pericolo, come al presente facciamo; che qui per rispetto del contratto ci bisogna stare; se altro modo non ci è: pure, se voi et gli altri che reggete e governate cotesto Stato, vorrete, non fo dubbio che non troviate assai modi; chè se questo farete, da noi harete la salute vostra, perchè tutte le sottoscritte cose vi faremo intendere.

E per farci nel principio: vi faremo intendere chi seppe tutta la partita dell’Alfonsina,‍[592] et chi la servì di danari, et chi gnene mandò poi a Siena.

Costì in Firenze è uno che recò le gioie che mandò la contessa a l’Alfonsina, prima si partissi di Firenze l’Alfonsina; et sappiamo chi gli è e chi le detti loro, cioè alla contessa o all’Alfonsina; che questo tale servì poi a molte cose come intenderete qui di sotto.

Farovvi intendere di due che servirono di qualche centinaio di fiorini Piero e Giuliano, per la impresa che fece poscia col Sig. Virginio.‍[593]

1º Se ritroviamo quello che portò le gioie sopraddette, che credo di sì, perchè so il nome e so di chi gli è huomo et quello che gli fu dato dalla Contessa e dall’Alfonsina; troverete per suo conto molte cose, perchè più volte è venuto a [d141] parlare a Piero et all’Alfonsina dove sono stati, et massime quando il Sig. Virginio era con Piero, recò una lettera che la vidi io. Chi se la scrivessi non so; ma la sollecitava Piero che passassi innanzi, et Piero rispose et la risposta vidi: di modo si può appresso interpetrare chi la mandassi, considerato di chi è uomo et quello che diceva la proposta et la risposta, che tutto so. Ma havendo lui, come credo sia facile haverlo, tutto si intenderà; e non potendo haver lui, si può havere il principale, perchè per molti altri capi è impaniato, come al tempo potrete intendere.

2º Farenvi‍[594] intendere chi sconosciutamente de’ vostri cittadini è venuto a parlare con Piero, e di più d’uno, et più volte, e dove e quando, e di qualcuno il dì appunto.

3º Farenvi intendere di chi, non molto tempo fa, ha mandato due fortieretti pieni di cose sottili e di gran valuta, che gl’ha tenuti un tempo occulti.

4º Farenvi intender chi spacciò di costì una staffetta, la domenica mattina che fu tratto Bernardo del Nero Gonfaloniere di Giustizia et sua compagni; et vedrete che gli fu dato l’ordine a Piero che venisse, et quello havessi a fare; ma tutto governò, come fa et ha fatto dal dì primo che nacque per infino a ora, l’altre sue cose; che se faceva secondo l’ordine, mal per voi et per cotesta povera città.

5º Farenvi intender chi mandò uno a Roma, et chi egli era, et quando partì di costì, et quando egli arrivò a Roma, et quello che venne a fare; chè, infra l’altre cose, venne a sollecitar Piero che venisse a l’impresa, et che facesse certe altre cose che tutto so; perchè questo tale parlò prima meco che con Piero o con altri: et di tale venuta ne seguì certe cose, che potrebbe un dì partorir qualche gran male, se non ci riparate, et io tutto so.

6º Farenvi intender chi servì dei primi danari, per questa impresa ultima, che venne qui a Siena, prima che venissi Piero, che gli recò‍[595] il Protonotario Petrucci, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.

[d142]

7º Farenvi intendere a chi fu mandato lettera da Giacopo Petrucci, il lunedì dopo la domenica di Lazzaro; et per detto Giacopo fu mandato a chiedere a questo tale a chi gli scrisse, uno fidato, et credo che lo mandasse, ma non so chi.

8º Farenvi intendere a chi fu dato, il sabato santo, lettere mandate qui da Siena dalla Contessa; ma credo fussino lettere di Piero, et dettonsi il sabato santo, la notte, o vero la mattina di Pasqua innanzi giorno.

9º Farenvi intendere chi venne costì, subito che Piero arrivò qui a Siena, et a chi e’ parlò per parte di Piero, et con che contrassegno, et quello gli fu risposto, et quello che lui per parte di Piero propose.

10º E per farvi in tutto manifesto che di Piero de Medici, mio fratello ed io vogliamo in ogni parte esser suoi nimicissimi; oltre alle soprascritte cose, se voi altri nostri Sig. et Maggiori ci ordinate qualche luogo, dove noi possiamo star senza sospetto, che e’ non ci faccia mal capitare, come potrebbe far qui; vi promettiamo et vogliamci obbligare, che dal dì che siamo in tale luogo, infra 15 dì sicuro, di far un’opera contro a detto Piero, la quale si potrà mandare per tutto il mondo. E vogliamo si getti in forma che conterrà molte cose; in fra l’altre, tutta la sua disutile vita et viver; tutto il pensiero et l’ordine suo che egli ha disegnato di fare, se mai egli torna a Firenze, et quanto intorno a ciò seguivano. Saranno cose verissime et tutte cose che si toccheranno con mano, perchè fieno fondate sulla verità; e saranno di tale qualità che tutti gli amici suoi son forzati a diventarli nimici, et i nimici sua a incrudelir moltissimamente contra di lui, et mai fidarsi di lui, et voler sempre con lui guerra et non pace. Et oltre a questo, il popolo minuto costì et tutto il contado se gli provocheranno in eterno contro inimici, et non tanto gli amici e nimici e ’l popolo contado gli sarà nimico; ma tutto il mondo, qualunque tale opera leggerà, se gli provocherà in tutto nimicissimo, perchè così permetterà Dio et la ragione et la propria verità.

Sappiate che, se ci abbocchiamo con qualcuno deputato da cotesto stato, vi faremo intendere dell’altre cose importantissime, et forse non manco utile per cotesta repubblica, che [d143] le prime nominate; ma sono molte cose che non si possono et non è bene scriverle, et a bocca, volendo, si sopperirà. Et ancora vi vogliamo dire che se da pochi giorni in qua, in qualche cosa ci siamo operati per Piero o in suo favore;‍[596] sappiate che tutto s’è fatto per lo meglio et per non capitare male; perchè qui siamo in preda, et bisognaci mostrar di fuora l’opposito di quello che habbiamo drento, et se vorrete, i fatti et l’opere nostre tutto vi manifesteranno.

Notificandovi in tutto che, se non ci riparate, havete l’argomento in corpo, perchè gli amici sua non si stanno; e da noi se vorrete ne saprete qualche parte, chi e’ sono et quegli che per lui si travagliono: et havendone qualcuno certo, come intenderete per le cose in questa dette; so che siate savissimi, et pensarete che faranno come le ceriege, che l’una tira l’altra; così l’uno nominerà l’altro. Et se non ci reparate a questa volta; loro resteranno e voi un dì et presto ve n’andrete, et forse che non resterete per gl’avelli.

Et sappiate che uno di loro, non voglio per ora nominarlo, ma più volte gli ho udito dire: che il ritorno loro, alle uccisioni degli huomini, el 78 non fu nulla; e l’esilio de’ confini fu una piccola favilla di fuoco, quello del 34, che fè il bisavolo suo, rispetto a quello che, se e’ ritornono. faranno loro.‍[597]

Ancora vi faremo intendere il falso contratto della dote dell’Alfonsina, tutto in che modo sta et dove fu rogato et chi lo fece, et come lei di sua dote è pagata et non ha a aver niente.

M. Francesco, questa lettera a huomo d’Italia non havrei scritto, eccetto che a vostra Spettabilità; perchè si ella venisse a notizia a Piero, o qui s’intendessi, subito capitaremmo male. Pertanto so siate savio, buono et prudentissimo, et governarete la cosa benissimo, et a voi ci raccomandiamo.

[d144]

2.

Comento sopra la lettera di Lamberto, a dì 4 d’agosto 1497, constituito alla presentia di tutto il numero degli Otto.[598]

Lamberto di Giovanni dell’Antella, examinato sopra una lettera di sua mano propria e sua confessione, disse:

Sopra il 1º Cap. della lettera di sua mano disse:

1º Che Giovanni Cambi,‍[599] nel tempo che il sig. Verginio venne all’Orsaia,‍[600] mandò a dire a Mª Alfonsina a Siena, per Luca Speranzini suo huomo, che a Lucca era ordinato a’ Buonvisi che gli pagassino ducati 400 in 500; et la detta Mª Alfonsina fece loro una lettera che gli pagassino a Venturi da Siena. La qual lettera gli dettò Lamberto,‍[601] et Mª Alfonsina, disse a Lamberto che questi danari haveva ordinati Gio. Cambi, et che lui gli haveva mandato detto Luca; et dice che detti Buonvisi non pagarono detti danari, perchè dissono averli pagati a Giuliano dei Medici; et così dice Lamberto che Mª Alfonsina gli disse: il cavallaro è tornato senza danari, perchè erano suti pagati a Giuliano detto.

Item, dice sopra detto capitolo, che il sopradetto Luca recò lettere a Madonna Alfonsina a Siena, nel posolino della cavalla, le quali Mª Alfonsina lesse et referì et le mostrò a Lamberto; che dette lettere contenevano che Piero sollecitasse lo andare innanzi, et subito le mandò a Piero che era in campo verso Rapolano. Et il dì seguente fu portata la risposta a Siena dove il detto l’aspettava, le quali Mª Alfonsina dissuggellò et lesse et referì a Lamberto, che Piero rispondeva a Firenze a chi gli aveva scritto, et che diceva: — Padri miei, voi mi sollecitate [d145] che io venga innanzi et io lo farò; ma desidererei bene intender da voi, se io vengo, quello che voi fareste: et non gli referì altrimenti a cui lui scrivessi, et la detta lettera mandò a Firenze per il detto Luca, nel detto posolino.

2º Sopra il IIº Capº disse, che essendo Piero a Galera, che quivi venne a parlargli dua sconosciuti li quali furono Fantone di Bernardo Fantoni et Francesco di Domenico Naldini; et non sa quello che insieme si parlassino, et questo fu adì 10 di maggio 1496.

3º Sopra il IIIº Capº disse, che per ordine di Donato Benci overo della donna, fu mandato due forzieri pieni di cose sottili, che erano stati occulti un tempo, et andarono a Orvieto in casa M. Carlo Altoviti, circa uno anno fa; et Antº di Bernardo del Proposto scrisse a Orvieto, che detti forzieretti fussino dati al vetturale dell’Alfonsina.

4º Sopra il IVº Capº disse, che quando Bernardo del Nero‍[602] fu eletto Gonfaloniere di giustizia, il medesimo dì in domenica, fu spacciato Ungheretto per staffetta, et il lunedì entrò in Roma in casa i Medici di Roma dove era Piero, della qual venuta si dimostrò assai allegrezza. Et dico detto Lamberto, che mandò Bernardo del Fede a trovar l’Ungheretto, per intender chi l’aveva da Firenze spacciato, et che lui gli referì che Domenico Alamanni era andato per lui al Canto alla Paglia et menatolo in casa Lorenzo Tornabuoni,‍[603] et quivi fu spacciato; et dice ancora detto Lamberto, che arrivato che fu detto Ungheretto in casa i Medici detti, subito vi venne Lionardo Bartolini, et insieme con tutti dimostrò grande allegrezza.

5º Sopra il Vº Capº disse, che Fra Serafino frate di San Gallo fu spacciato a Piero de’ Medici da Giannozzo Pucci;‍[604] secondo che gli disse Fra Michele converso di Certosa, dicendoli che ancora lui era stato spacciato dal detto Giannozzo.

6º Sopra il VIº Capº disse, che Noferi‍[605] Tomabuoni portò [d146] in casa Piero de’ Medici a Roma 500 in 600 f. per questa impresa ultima, prima che Piero venisse a Siena, et gli portò il protonotario di Petrucci a Siena, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.

7º 8º Sopra il VIIº et VIIIº Capº disse, che da Siena fu spacciato un famiglio dei Signori di Siena, da Giacopo,‍[606] il quale venne a Gio. Cambi et disseli, per parte di detto Giacopo, che gli mandassi un uomo fidato; et che il detto famiglio portò una lettera cucita nello staffile. E capitando alla porta a S. Friano, il bastiere che sta fuora alla porta lo fece passar Arno, et accompagnollo alla loggia de’ Pazzi, et scavalcò all’hosteria: cavata la lettera dallo staffile, la portò alla casa di Franceschetto et quivi la dette a una donna che era in detta casa, et questa lettera fu data la notte del sabato santo.

9º Sopra il IXº Capº disse, che subito che Piero arrivò a Siena per questa ultima venuta, che Fra Michele converso di Certosa fu mandato a Firenze, et che parlò a Giannozzo Pucci col contrassegno d’uno anelluzzo stiacciato, et disseli: — Piero mi disse che io vi dica, che questo è il suo anello spezzato, et che egli è a Siena a ordine; — et che Giannozzo li rispose: — Diteli che ne venga presto, che noi siamo quei medesimi, et che facci quanto per Fra Serafino gli mandai a dire; — et che tutto questo ha saputo dal detto Fra Michele, et ancora dice che il detto Giannozzo gli rispose: Noi faremo quello che noi gli abbiamo fatto intendere per Fra Serafino.

10º Sopra il Xº disse, che il detto Giannozzo mandò a dire a Piero, che mandassi uno a Furli a trattar con Gio. de’ Medici, perchè si unirebbono con lui; et mandovvi M. Luigi de’ Rossi: et che questo gli disse Fra Serafino; et questo ritrasse da Fra Michele da Certosa, che Giannozzo l’avea mandato.

11º Discorrendo sopra tutti gli altri disse, che il contratto della dote dell’Alfonsina fu falsamente rogato, et che quello distese ser Francesco da Pescia et rogollo ser Marco da Bracciano.

12º Item disse, che quando Piero de’ Medici venne con gli Orsini all’Orsaia, che M. Bernardo Accolti lo servì di f. 200 [d147] larghi per questa impresa: et questo hebbe da Piero de’ Medici proprio et ancora dall’Alfonsina.

3.

Copia sopra lo scritto di mano di Lamberto dell’Antella.‍[607]

Magci. Sigi. Octo, e prima mi raccomando alle V. S. et pregovi habbiate misericordia di me; chè la verità è che io sono venuto solo per fare in favore e bene per questo Stato, et per fare contro a Piero de Medici; sperando, per le opere mie, da questa Signoria trovare gratia et misericordia. Et non sono suto mosso da nessuna altra causa che questa, et che e’ sia vero, vedete che per insino, credo, del mese di Gennaio passato, cominciai a scrivere a Francesco Valori, sendo Gonfaloniere, et contro alla casa de Medici; et dipoi subito che fummo a Siena, scrissi a Piero Corsini et pregalo‍[608] mi mandasse un fidato a’ confini, che volevo conferire quanto ho scritto in quella lettera. Et, non havendo da lui risposta, ch’era de’ X, di poi mi missi a scrivere a M. Francesco Gualterotti, et scrissigli tre o vero quattro lettere; pure mi rispose, et io non scrissi da Siena, per sospetto di non vi capitare male, come ho detto; et presi per partito di scrivere a Nofri de’ Rossi mio cognato, che venissi a Quercia grossa per conferire con lui, perchè sapevo era amico del vostro stato: non volse venire, chè arse la lettera. Veduto non havere altro riparo, et desiderando di seguire tale opera, mi messi a venire, et mandare con la mia lettera la donna, questa mattina; che havendo mandato per lei, sperando in Dio et nella misericordia che ho visto hanno usato questa excelsa Sigª a molti, credendo trovare da loro gratia et così spero. Ancora per mia giustificatione voglio dire, s’io fussi suto mandato o venuto [d148] per altro, harei menato altro cavallo che non ho, che non si regge; ma fu solo mio motivo.

Et perchè hiersera mi fu detto ch’io scrivessi quello sapevo, oltre a quello che per la lettera si era scritto; così farò.‍[609]

13º Et primo: a Roma venne, circa a mezzo novembre passato, Domenico Alamanni; e subito ch’e’ venne si abboccò con Piero e col Cardinale; durò molti giorni che sempre lui et Nofri Tornabuoni et Lionardo Bartolini si rinchiudevano col Cardinale et con Piero, et stavansi alle volte quattro hore o più: quello che si ragionassino o facessino non lo so, chè tra loro non entrava persona.

14º Di poi, vi capitò Lionardo de Nobili el quale anche tenne una stretta pratica con Piero et con Ser Antonio da Bibbiena, ch’era quello che haveva tutti e’ segreti; et quando poi si partì da Roma et parlò seco, che credo Bernardo del Nero fussi già gonfaloniere di giustizia, partissi molto segreto: solo lo seppi poi parecchi giorni.

15º Quando Piero de’ Medici si fu partito per venire a Firenze, credo fussi uno dì poi; sendo in Camera el Cardinale, lei‍[610] et Lionardo Bartolini et M. Lodovico et Coppo da Monte Gonzi et io, si venne a ragionamento di questa cosa di Piero; et ragionato di che gente egli haveva, io dissi a Mª Alfonsina: e’ si dice che nessuno de’ nostri Orsini non cavalcano. A che Lionardo Bartolini non lasciò rispondere et disse: gli è il vero, et ènne cagione che egli hanno mandato un loro fidato a Firenze a parlare a Bernardo del Nero, et hanno avuta una risposta che gli ha fatto tirare adietro; e questo si è ch’egli ha detto, che è buono amico della casa de’ Medici; ma che queste cose vogliano tempo assai, et ch’e’ bisogna aspettare tempo, et lui sarebbe sempre buono amico. Et per le parole che disse Lionardo Bartolini, si dimostrava che ’l mandato degli Orsini fussi stato M. Agnolo da Tiboli o uno suo fratello.

16º Ancora quando Bernardo del Nero fu tratto gonfaloniere di giustizia, sendo in Roma Cicognano da Castrocaro, ne faceva gran festa et a me disse: io son certo che Bernardo è [d149] grande amico della casa de Medici. Domandandogli quello che ne sapeva, mi disse ch’a lui, Bernardo avea fatto intendere certe cose, per le quali n’era certo; il che a me non volse dire.

17º In questo tempo che in casa il Cardinale era tanta allegrezza di questa lectione‍[611] di Bernardo del Nero e de’ compagni; mi disse Antonio da Ricasoli, che Piero gli avea detto, che aveva chiaro per se el Gonfalonieri et tanti de’ compagni, ch’erano abastanza in questo tempo. Io non gli parlavo a Piero de’ Medici, et era parecchi mesi che noi non gli avamo mai parlato, et Antonio da Ricasoli sempre cavalcava seco et sempre era con lui et intendeva qualcosa.

18º Circa a mezzo maggio, mi mostrò l’Alfonsina una lettera che gli scriveva la madre, et diceva che haveva avuto la sua lettera, et ch’el libro che la voleva che chiedessi, per sua parte, a Niccolò et Piero Ridolfi, che non lo aveva fatto; perchè era tempo a serbare gli amici ad altro che chiedere loro niente: ma che stessi di buona voglia, perchè presto ci verrebbe lei pel libro da sè. Et secondo mi disse l’Alfonsina, questo libro è di valuta di più che f. 500 larghi, et disse che se lo tenevono et da lui‍[612] non haveano havere niente.

19º In Calendi agosto, fece un anno, sendo a Bolsena Piero malato, et noi vi stavamo con lui; v’era un contadino d’età di circa 50 anni et, non sendo lasciato entrare dentro, disse alla guardia, che veniva a parlare a Piero. Fummi detto et io lo feci venire, et dicendolo a Piero, haveva la febbre; lui mi disse: intendi chi egli è, et quello ch’ei vuole. Io lo feci. Disse essere mandato da Agnolo Fortini, et che Agnolo lo mandava a fare intendere a Piero come era finito el tempo del suo confine, et ch’e’ poteva tornare in Firenze: ma che non voleva tornare nè fare altro, se non gnene faceva intendere, et ch’era parato andare e stare et fare quello che a lui pareva, o voleva. Piero me gli fece rispondere, che pigliassi quel partito che a lui fossi commodo et quello che meglio gli metteva; et altro non gli volse rispondere, che io sappia; et [d150] parlò anche con Giulio de’ Medici: credo gli dicessi quel medesimo che a me. Il detto contadino aveva perduto per via la berretta, et condussesi quivi sanza nulla in testa.

20º Io ho detto in su quell’altra lettera o examina, ch’ai 10 di giugno, fecie un anno, che Fantonano e Francesco Naldini andorono sconosciuti a Bracciano et a Galera, a parlare a Piero: presi errore, chè fu a dì 10 di maggio, che fu un mese prima.

21º Ancora, Sigi. Otto, vi dissi iersera ch’io credevo trovare modo a fare, che Giacopo et Pandolfo Petrucci farebbono insieme quistione et sarebbe la loro ruina; et questo dico per più ragioni: la prima che per certi danari (e comprendo siano somma grande) pochi giorni fa, che il figliuolo maggiore di Iacopo, presente molte persone, ebbe gran differenza con Pandolfo et vennono a triste parole; da altro canto Iacopo è grandissimo partigiano di Piero de’ Medici, Pandolfo non è così; perchè quello ch’e’ fa, lo fa cacciato da Iacopo et per paura, et disse e’ vorrebbe che Piero tornassi, per assicurarsi lo Stato. Et se e’ tornassi, sarebbe peggio per sè; perchè io mi sono trovato presente, che Piero ha promesso al protonotario figlio di Giacopo, che se mai e’ torna, che al figliuolo di Iacopo soldato, darà quattro squadre di cavalli; et oltre a di questo, a spesa de’ Fiorentini, a Siena o in su’ confini, terrà sempre gente d’arme assai; e’ quali habbino a ubbidire a Giacopo, per rispetto di levare lo Stato a Pandolfo et darlo a Giacopo; et gli ha promesso, se torna, di fare ogni sforzo che potrà, per fare che Iacopo governi lui, et Pandolfo vadi sotto. Come sanno le S. V., Pandolfo oggi è il tutto et ha almanco quattro frategli maggiori di sè; et Giacopo, che è il maggiore, non può oggi quasi niente et sta male contento, et io più volte ne l’ho sentito dolere. Se Pandolfo sapessi questa cosa, credo harebbono poca pace insieme, et a Piero de’ Medici non darebbe mai più aiuto; et quando questa Signoria volessi, stimo harebbono da lui ogni buon patto; perchè, come di sopra dico, Piero de’ Medici non gli sodisfà.

22º Quando io venni a Siena questa volta, mi disse Antonio coltellinaio, che d’agosto passato, che viene a essere ora fa l’anno; vi venne a casa sua di notte, in Siena, uno, dua volte [d151] a vedere s’io v’ero; et poi intese, che era Lionardo Federighi; quello che si volessi da me io non lo so, perchè non mi ricordo mai aver parlatogli a’ mia dì.

23º Intorno a’ fatti ancora di Gio. Cambi, mi disse un Guerrino, credo sia da Camerino, che ha tolto Piero de’ Medici per maestro del figliuolo, che dicono è dotto; dissemi haver parlato con Gio. Cambi più volte in Firenze, et che Giovanni diceva, il bisogno di Piero sarebbe che 25 o 30 degli amici sua fussino cacciati.

24º A Siena mi ha detto, pochi dì sono, un Girolamo Cinuzzi sanese, che aspettò Piero a Siena quando e’ venne qui, per fargli intendere cose a suo gran proposito per ordine del vescovo dei Pazzi: et che lui fece andare a Siena Antonio de’ Pazzi et accozzossi con Iacopo et Pandolfo. Poi si partì il detto Antonio de’ Pazzi, che Girolamo Cinuzzi non lo seppe, chè fu ordine di Giacopo et Pandolfo; non seppe intendere che ne fussi causa; et dissemi el detto Girolamo Cinuzzi che aveva tale commissione et ordine, che era la salute di Piero; et che aspettò Piero a Siena per farglielo intendere, et che Piero non lo volse udire et dissegli ch’e’ non bisognava. Ancora mi mostrò il detto Girolamo un comandamento scritto per parte della Signoria, al tempo di Bernardo del Nero, che durava otto giorni, che era per sua sicurtà; et dissemi: questo non è fatto, o non si fè senza cagione. Non mi volle dire a che fine; ma bene mi disse che aveva vòlto il vescovo a riunirsi con Piero, et vollelo per fratello, in caso che e’ si voleva assicurare che Piero non fossi loro inimico.

25º La partita nostra di prigione, fu più perchè ci trovavamo in disordine grandissimo, et quivi sopportavamo spesa assai: solo per la pigione fiorini uno e mezzo per il mese, et habiavamo assai altri debiti; e Piero de’ Medici ci mandò a dire, per Antonio coltellinaio et per il fratello, che noi facessimo ogni cosa per irlo a trovare e uscire di prigione; et se per uscire bisognava danari, che di ogni somma ci servirebbe, pure che lo andassimo a trovare; e mandocci a dire, che se noi n’uscivamo et andavamo a trovarlo, che ben presto tornerebbomo e lui e noi, che avevano grandissimo ordine di gente a piè et a cavallo. Et noi per tal cosa ci mettemmo alla [d152] ventura; ma la causa principale ne fu el debito che ci trovavamo et la spesa grande che avamo addosso; chè se questo none fussi stato, mai haremmo fatto tal cosa; ma cacciati dall’una e dall’altra, et con speranza che, se pur si trovava che quello ci aveva mandato a dire Piero non riuscisse, speravamo che lui nella casa e ne’ benefici del Cardinale, ci havessi a dare qualche avviamento, che noi potessimo vivere honorevolmente.

26º E anche, vedendo noi che ’l partito, come savamo messi nelle Stinche, s’era, se n’usciavamo, esser confinati; facemmo quel pensiero, che se pure havessimo a stare a’ confini, in quel tempo che stessimo fuori, Piero ci avessi a fare le spese et intanto assettare e’ fatti nostri et che‍[613] de’ debiti: se avessimo pensato di havere a essere ribelli, mai ci saremmo partiti.

27º All’uscita nostra; prima ne volemmo uscire circa a dì otto, et chi ci aiutava, gli uscì la scala di mano, di modo l’avemmo a tirare dentro et facemmone molti pezzi, et poi la gettammo in uno necessario che è in Mallevato:‍[614] allora ci aiutava Andrea di Giovanni Pelacane, et Antonio suo fratello, et Santi famiglio di M. Alessandro mio fratello; et come dico quella volta non riuscì. Dipoi, la seconda volta, questo Andrea Pelacane et il fratello non se ne vollono travagliare: facemmo fare la scala e tutto ciò che bisognava, al detto Santi da Pontormo famiglio di M. Alexandro, e lui solo ci aiutò e così n’uscimmo.

28º Hora, Magci Sii Otto, queste tutte scritte cose, insieme con quelle della lettera di mia mano, che V. S. hanno scritto sopra tutti e’ capitoli, è quanto io so et quanto io mi ricordo, tutte vere, et così troverete.

29º Al presente voglio scrivere la vita et modi e costumi et pensieri di Piero de’ Medici; ma prima ancora vi voglio dire questo, che se questa Signoria o questo Stato se lo vuole levare dinanzi, vi credo dare un modo molto facile; bench’io per me, quando ne avessi a dire mio parere, conforterei et consiglierei questo Stato che se e’ vogliono in tutto rovinare la casa de’ Medici, facessino ogni cosa di tenerlo vivo per le cagioni che udirete. [d153] Et prima, se e’ vive, è impossibile che lui et il Cardinale non habbino presto differentia insieme; et digià, poi che il Cardinale tornò da Milano, vi sono stati molte volte presso, chè sono stati più volte a di triste parole; et evvi in casa el Cardinale qualcuno a chi e’ presta fede, che non attendono ad altrochè mettergli in discordia. Et è forzato che e’ non possino insieme reggere, perchè Piero vuole essere il maestro lui, el Cardinale non stima niente, et qualche volta, presente ogni persona, sanza riguardo nessuno, Piero a ogni parola del Cardinale s’oppone et dicegli parole che non si direbbero a uno suo famiglio; et se pure e’ reggono, sarà causa Piero che mal si potranno rilevare, perchè spende più lui solo che non fanno tutti. Pure ch’ei possa havere danari et per ogni modo, ne piglia, pure, che havere ne possa; et come viene danari nessuno al Cardinale, bisogna ch’e’ n’abbi la parte sua; et siano quanti si vuole, che mai gli tiene dua giorni addosso che sono giucati; ma non gli giuoca, anzi gli getta. Et pensate si truovano debito f. 6000 e’ quali sono a interesse a 20 p. cento, et la spesa grandissima che hanno non possono reggere; perchè l’entrate loro sono molto indebolite, perchè nessuno di loro non ha governo; et non spendono fiorino che non costi loro lire otto, perchè chi gli provede gli fa entrare per l’uscio; et non hanno più che impegnare, perchè hanno pegno le gioie, gl’arienti disfatti, et le tappezzerie et cose sottile tutte pegno. Et se la fortuna loro facesse che un dì el cardinale morisse, che e’ potrebbe esser, ch’è malsano; Piero si condurrebbe a quello che e’ merita, che morrebbe di fame.

30º Hora vegnamo al principio della vita, modi e costumi et pensieri sua. Prima: l’usanza sua si è levarsi del letto a punto a l’hora di mangiare, et come è levato, fa intendere che provvedimento v’è da mangiare; se e’ v’è bene provvisto, mangia quivi, ma poche volte; perchè quasi sempre se ne va a mangiare in casa Sanseverino, dove si fa con magno piatto. Et non crediate che la sua sia bocca disutile, perchè a pasto, non lo serve un cappone con qualche altra cosa; del bere pochi huomini gnene passano, et a questa cosa della gola mette diligenza. Dipoi il giorno si serra per qualche camera di quegli di San Severino, dove sia qualche bella cortigiana, et anche ben volentieri se v’è qualche bello ragazzo, et quivi si sta tutto el [d154] giorno a fare buon tempo; e se vi si giuoca, vi sta più volentieri, maxime quando ha danari: all’hora della cena pure mangia quivi, perchè per quel conto v’è buona stanza. Come ha cenato, ha sempre seco qualche huomo di poco cervello come lui, et vanno fuori parecchie ore della notte a casa le cortigiane, a menarle a spasso la notte et anche sempre qualche bello garzone con loro; e tutta la notte si riducono quando in un luogo, quando in un altro a mangiare, bere, giucare, et fare altre cose disoneste, pazze et triste; et fate conto di questo, che sempre un’hora o dua il più, innanzi giorno, torna a casa a stare coll’Alfonsina; ella poveretta mai non si rallegra che sta fresca.

31º Con lui non è bene nè conditione altre qualità di persone, che qualche buffone pazzo, o qualche baro giuocatore, o qualche ruffiano.

32º (sic) O qualcuno che gli dia a ’ntendere d’essere gagliardo, pure che siano huomini che gli menino innanzi cose che sieno secondo il gusto suo; chè, come di sopra dico, a altro non pensa, se non alla gola o al giuoco, alla lussuria d’ogni qualità e alle braverie la notte; benchè lui sia el più vile huomo di Italia. Nessuno huomo da bene o savio non gli piace.

33º Io gli ho udito dire più volte, che se lui havessi Mariotto Barbieri e Golpino, non si curerebbe di star fuora; ora egli ha il Golpino, bench’io credo che lui ne vorrebbe esser digiuno d’esservi ito, perchè in quella casa pochi giorni vi durano e’ favori, chè ogni cosa nuova piace loro; et so, che poco tempo fa e’ si trovava a Siena, a piè et senza un soldo, et se e’ volle tornare a Roma, e’ se ne tornò a piè; et per vivere, da chi accattò un carlino, da chi un altro. Fu come di Bino cavallaro, che lo mandarono in tanti viaggi per tutta Italia, con tanti pericoli che fu molte volte per mettervi la vita, et di suo spese molti danari: mentre hebbono bisogno di lui non si diceva altro che Bino; dipoi lo stratiorno come una bestia, di modo quando si fece quella legge,‍[615] gli parve mill’anni lasciargli. Così si fusse ella intesa per me, ch’io non sarei in tanti affanni.

34º El più ingrato huomo non ha tutta Italia: fàgli quanti [d155] piaceri puoi, che lui sempre non ne fa conto nessuno, nè mai harai da lui una buona parola. Di qualcuna ne voglio dire, et prima: egli hanno quel frate che dette la cappa al Cardinale,‍[616] quando e’ si partì di qui; per suo ristoro, e’ lo tengono peggio che per famiglio, et non ha niente in dosso, scalzo e gnudo come più volte è suto cacciato di casa; pure hora gli danno un poco di pane come gli altri famigli. Evvi stato con lui un altro frate, che Piero gli mandò, più tempo fa, tutti a dua a recare qui non so che lettere alla Lucretia sua sorella; chè a questo habbiate avvertenza, che le scrive molto spesso; quello che le lettere si contengono, io non so, ma so bene che se ne fa conto: et anche quello altro frate, come non hebbono più bisogno, fu cacciato via. El povero Buschetto che fu mazziere, che per loro ha avuto tanto male, l’hanno cacciato più volte; ma lui fa come e’ cani, se Piero lo caccia, e’ va a trovare Giuliano; e quando Giuliano, e’ va al Cardinale; et per importitudine pure ha da mangiare. Tutti gli altri servidori vecchi, pochi o nessuno non hanno; chè gli hanno trattati per modo, che è bisognato vadino a stare altrove.

35º Un altro servidore haveva Piero, ch’era huomo da bene et haveva seguitato Piero sempre, che uscì con lui di Firenze, et servivalo delle credenze, et tagliavagli innanzi, et qualche volta cucinava per la bocca sua, et vestivalo et spogliavalo; e, oltre a questo, più volte andò a Roma e a Vinegia e altrove per danari, e arrecò più volte parecchi migliaia di fiorini per volta, et con tanta fede et amore lo serviva quanto era possibile: credo V. S. habbino di lui notizia, che si chiama Francesco Nero lombardo et era di persone da bene. La remunerazione ch’egli ebbe, fu ch’el suo Ser Piermatteo‍[617] se lo rechò a noia, et Piero lo cacciò via vituperosamente, et tolsegli e’ panni et l’armi et ciò ch’egli haveva; et me richiese più volte che io lo facessi ammazzare a uno mio famiglio: promissigli et fecimene beffe. Pensate quello che farebbe, se e’ potesse, a quegli che si tiene diservito, quando chi l’ha servito con tanta fede lo paga di tale moneta.

36º Quello che gli hanno fatto a mio fratello et a me, per [d156] al presente non ne voglio scrivere, perchè s’harebbe troppo che dire et sono la maggior parte cose pubbliche; ma non è maraviglia, perchè si diletta di stratiare gli huomini et maxime le persone da bene; chè quando può fare qualche male o qualche danno e vergogna, e’ ne ’ngrassa, et molto più a quegli che l’hanno servito: et fate questa conclusione, che chiunque lo serve, lui non stima niente il servitio, perchè gli pare che ogni persona lo debba servire et essergli obrigato per tributo.

37º Hora diremo parte de sua pensieri. Lui non vorrebbe tornare in Firenze, se non per mezzo de’ potentati; perchè con cittadini non vorrebbe obrigo, per potere tiranneggiare et fare a suo modo; et che questo sia, io so che da poi che siamo con lui, da più persone gli è stato ricordato più volte, ch’e’ sarebbe bene et suo bisogno di posare et attendere a fare una costumata vita, et far vive le loro entrate, et stare in pace et con riputatione, et sopratutto mostrare a questa Signoria di volere essere loro buon figliuolo, et con l’opere et con scriver loro qualche volta buone lettere, et chieder misericordia et raccomandarsi: mai n’ha voluto far niente, anzi sempre drieto a’ Vinitiani, al Duca e al Papa che lo hanno uccellato come una bestia che gli è; et ha havuto fede per mezzo de Sua Orsini. Et se questa via o modo gli riuscissi o fussi riuscito, la prima cosa ch’e’ vuole si è, che ser Giovanni‍[618] ritorni al luogo suo alle riformagioni, et ser Piero et frategli al suo governo et loro officii et esercitio che avevano prima, et con più riputatione che mai, come gli tiene hora che altro bene che loro non vede. Et queste due cose di ser Giovanni et de’ Bibienesi, farebbe solo perchè sa che a’ nimici et agli amici et a tutte queste terre non potrebbono più dispiacere; et lui vorrebbe mostrare, per questa via, a ogni [d157] persona, che e’ volessi fare a suo modo, et non volere consiglio di persona: chè a me et ad altri più volte l’detto, che mentre ch’ei vive, et maxime se torna a Firenze, che mai non vuole consiglio di persona; che vuole capitare più presto male per le mani et consiglio suo, che bene pel consiglio d’altri. Et non è molto tempo, che sendo lui a Roma in Camera, che v’era el Cardinale et l’Alfonsina et Lionardo Bartolini et M. Lodovico da S. Miniato et altri, quivi si ragionava del tornare a Firenze; allora lo pareva havere in mano dopo qualche ragionamento, et M. Lodovico si volse a Piero et dissegli: — Voi tornerete a Firenze et farete uno bello stato, et con uno maturo et buon consiglio di 25 o 30 cittadini farete la pratica, et con loro consiglio governerete la terra. — Egli fece presto una breve risposta, che gli fe dua fiche in sul viso, et disse: — Voi doveresti intendere che io non voglio consiglio di persona. — Come se costui fussi qualche savia testa, che se e’ governassi el più vil castello che voi havete, et lo trovassi in pace e ordinato, in manco d’un mese lo rovinerebbe et metterebegli in discordia.

38º Ma che bisogna di questo dirne più; non se n’è visto prova? Chè gli rimase el più bello Stato, el meglio fondato di Italia, et in 31 mesi lo perdè et rovinollo; et tutto per le sua bestialità, homicidii, tirannie et usurperie che e’ faceva; et crediatemi che molto peggio farebbe se e’ tornassi; chè male per questa povera città et per molti che ci sono, se e’ ci tornassi, de’ quali qui ne dirò. Prima se e’ tornassi, per forza, fa pensiero spianare queste case:

39º La prima e’ Nelli tutti, e’ Capponi la maggior parte, e’ Nasi ancora buona parte, e’ Gualterotti, e’ Bardi, Pagolantonio Soderini e ’l figliuolo, e’ Giugni tutti, e’ Corsi tutti, e’ Ruccellai parte, gli Scarfi, e’ Valori, e’ Pazzi, et degli Albizzi qualcuno, et moltissimi altri spicciolati et maxime Girolamo Martelli.

40º Et non tanto l’animo et voglia di Piero sopra a questo caso; ma e ’l Cardinale disse a Bolsena, havendo la speranza, per la venuta dello Imperatore che di già si trovava a Pisa: che se e’ tornavano, del 78 non era stato niente a l’uccisione, el 34 allo exilio dei confini niente, appresso a quello [d158] che farebbono loro; perchè si volevono assicurare di non esser mai più cacciati. Sì che vedete la loro buona volontà et dispositione verso questo popolo. Al popolo minuto, in tutto volevano levare l’arme di mano e torle loro; e qualunche e’ trovassino che havessi provisto d’arme per far loro contro, punirlo et gastigarlo per dare exemplo.

41º Di Lorenzo et di Giov. di Pier Francesco‍[619] fanno pensiero di avere tutta la loro robba, et dicono che la si appartiene a loro per certi capi tra Cosimo et Lorenzo vecchio; con questa fanno pensiero di ringrassarsi; se già non si accordassino con loro.

42º Le entrate del vostro Comune si ritornerebbono negli Orsini et nel sig. Bartolommeo D’Alviano, chè a tutti fa pensiero dare gran condotta per ingrassargli et per havergli a suo proposito, et anche al figliuolo di Jacopo Petrucci quattro squadre di cavagli, e a molti fanti a piede ha promesso, a chi fare capitano della guardia e a chi dare gran condotte, maxime a certi conestabili Corsi: pensate a quello che saresti condotti in mano de’ Corsi, chè le vostre robe et case in Firenze e in contado non sarebbon sicure, sotto cento chiavi, alle loro mani!

43º Sappiate che la sua venuta, hora ultimamente, e’ poteva nel modo ch’e’ venne, venire un mese prima, et con quella gente medesima, che furno circa 1300 persone tra piè et a cavallo. Ma non volse venire, prima perchè stette a bada et a speranza da’ Venitiani che l’havessino a servire di gente a piè et a cavallo, et di danari; chè Ser Piero tutto giorno scriveva di Vinegia, che e’ farebbono gran cose, benchè Piero anche teneva pratiche grande col Papa, et al Duca, secondo si vedeva che con forza voleva venire, per entrare come signore et non come cittadino, per potere tiranneggiare a suo modo.

44º Et come sanno le V. S., Piero haveva fatto trarre fuori una boce cheaveva migliaia di mogge di grano da’ Sanesi; sappiate ch’e’ non dice la verità, perchè e’ Sanesi non havevono per loro, et se e’ non fussi stato che dopo molti giorni che Piero venne qui, e’ venne una nave nel porto di Talomona, che ne rechò parecchie centinaia di moggia, e’ si morivono di fame. Et [d159] fatiche grandi gli fu, avere da loro tanto pane che bastassi alla gente che haveva, tre dì; et se c’entrava dentro, ci affamava affatto, perchè ci sarebbe piovuto tutto il mondo di gente, et questo è il grano che e’ n’arebbe dato: chè sappiate che infra l’altre sue virtù, rade volte dice uno vero, et non se gli può credere cosa ch’e’ dica.

45º Ancora voglio fare intendere l’altre sue virtù. Sappiate che con grandissima istantia richiese M. Alexandro mio fratello, che voleva che traessimo veleno di bòtte,‍[620] quello che se ne volessi far non lo so, ma M. Alexandro lo tenne a bada con dire che volevono essere bòtte grosse, et quivi non era se non d’acqua, et lui gli disse che quelle dell’acqua non erano buone.

46º E un’altra bella cosa: lo richiese che voleva ch’e’ facessino le monete false et d’archimie. M. Alexandro gli disse, che sapeva fare un ariento che era a 4 leghe et a ogni paragone si mostrava a 7, et reggeva al martello et al fuoco et al dorare e a ogni altra cosa, excetto che al cimento. E’ v’entrò su, et per ogni modo voleva fare monete false; M. Alexandro lo trastullò tanto che gli uscì quella fantasia: vedete che uomo da governare una città come questa!

47º Hora io voglio fare questa conclusione de’ fatti sua: egli non ha cervello anzi è pazzo, et non ha danari se non debito, et non ha riputatione, chè per tutto s’è fatto scorgere, et non ha amici perchè qualunche lo pratica gli diventa nimico, et non ha credito perchè pubblicamente è fallito; sicchè V. S. sanno che conto hanno a tenere pubblicamente de’ fatti sua.

48.º Magn. Signori mia, quanto qui è scritto, tutto sono cose verissime et certe, et così tutte quelle per via della lettera, et che da me per ogni modo avete inteso; di niente manco, et credo che per quanto qui ho scritto, giustificare V. S. che io in eterno sono et voglio essere nimico capitale di Piero de’ Medici; che quanto non fussi mai altro che questo tra noi, mai più non può essere se non guerra; et in questo luogo sono, solo perchè venni nei terreni vostri, per fargli male et per fare et per operare bene per questa repubblica [d160] e stato, chè così è giusto. Adunque, Magnifici Signori, mi raccomando a V. S. et vi prego habbiate misericordia di me, et che questa volta sia quella che si verifichi quello che per tutta Italia si dice, che questa è la casa della misericordia et che in tutto ci si vive ecclesiastico et cattolicamente. Et però imitate l’opere del Nostro Signore, che San Paolo lo perseguitò tanto, et subito che tornò a penitentia, lo prese et perdonògli et amollo grandemente, et fu poi tanto gran servo et tanto augumentò la fede. Ancora so che Cristo dice nel Vangelo, che si fa più festa in paradiso, d’uno peccatore che torni a penitenza, che di 99 giusti che si salvino. Ancora so che dice nel Vangelo, che subito ch’el peccatore torna a penitenza, Dio gli perdona, et non tanto gli perdona, ma si dimentica e’ sua peccati.

49º Et però di nuovo, M. S. mia, vi voglio pregare; da poi che il nostro Signore Iesù Christo così volentieri perdona, vi prego che perdoniate a me; acciocchè lui nella vostra fine perdoni et habbi misericordia di voi; et come più volte ho detto a V. S. et mostro per più ragioni certissime, è horamai un anno appresso che‍[621] ci convertimmo in tutto alla vostra fede, che ci partimmo da Piero de Medici. Adunque, se siamo tornati a penitentia, è giusto ci sieno rimessi e’ peccati; et se io sono venuto nel modo che io sono, n’è stato causa le cagioni più volte dette et la confidanza che ho havuto nella misericordia vostra, la quale, io so, havete usata a quegli che io non sono in peggiore grado di loro.

50º Ancora vi voglio dire questo, che io ero in tutto disposto, che se altro riparo non trovavo, di montare uno dì a cavallo, et venirmene diritto a smontare alla porta del Palazzo et gittarmi nelle braccia vostre et riferirvi tutto quello che vi ho riferito.

51º Benchè io sia presuntuoso, ricorrerò alle V. S. a chiedervi una gratia; et questo si è, che ’l mio povero fratello che si truova a Siena è infermo et è là in grandissimo pericolo, perchè diranno che io mi sia fatto pigliare in pruova; che si trovassi qualche via o modo, per via di salvo condotto, farlo segretamente levare, et lui v’è fedelissimo servidore et nimico più di me di Piero, che non si può dire più là. Certificandovi [d161] che quello ho scritto a ogni richiesta delle V. S., lui lo scriverà et affermerà tutto essere vero; chè lo amore della patria et la verità ci farebbe fare ogni nostra possa e gran cosa, per salvare questa nella quale noi desideriamo questo resto della nostra vita vivere et morire.

52º Sommi tornate a memoria dua altre cose che io voglio fare intendere. La prima, che quando Piero faceva el provvedimento de’ danari, per venire qui a questa ultima impresa; Lionardo Bartolini venne qui, un dì dopo mangiare, a lui, in camera, che io v’era; et lui haveva havuto un poco di terzana et stavasi in sul letto, et Lionardo gli parlò allo orecchio; et subito si gittò del letto et andonne in camera del cardinale, che à sotto la sua; et io stetti un pezzo, et venendomi voglia d’andarmene, presi la via della camera del Cardinale, non sapiendo che Piero vi fussi: egli era quivi, et con lui al segreto Michele del Becchuto. Quando Piero mi vidde, bollì ch’io l’avessi visto; quello si facessino non so, ma stimo fussi per provedere a’ danari; ma per male hebbono ch’io lo vedessi.

53º Quando fummo presi a Siena, ch’eravamo in guardia di Ser Girolamo del Dalphino, a stanza‍[622] di Piero come è detto; venne a Siena uno Pratese che gli era suto tolto una mula et menatala, la qual mula ser Girolamo l’haveva comperata et‍[623] buona derrata. Tornò uno dì nella guardia dove eravamo, et era tutto mal contento; dimandandogli che haveva, disse: mi bisogna rendere la mula, perchè è venuta una lettera a Pandolfo da Pier Giovanni da Ricasoli, et Pandolfo vuole che io la renda anche io. Gli dissi: oh! Piergiovanni è amico di Pandolfo? Lui disse: da qualche dì in qua, sì; perchè nella impresa di Piero si portò molto bene, ch’era commessario alla Castellina.

[d162]

XXXIV. (Lib. IV, cap. II.)
Deliberazioni della Signoria circa il predicare nel giorno dell’Ascensione.‍[624]

1.

Die III Maij, 1497.

Item dicti Domini simul adunati etc. Obtento partito secundum ordinamenta et omnibus servatis etc.; advertentes ad publicam utilitatem et ad negocia occurrentia pro conservatione pacifici status comunis Florentiæ; et advertentes etiam qualiter estas et tempus estivum appropinquatur, et quod congregatio personarum posset inferre periculum morbi, et pro obviando peste, et aliis iustis causis moti etc.

Deliberaverunt quod in Civitate Florentiæ et in quacumque ecclesia eiusdem civitatis, unicuique religioso et alijs ad quos pertinet, liceat predicare et predicam suam exponere, modis et formis et prout decet, et permictentes secundum sacros canones et sanctam ecclesiam Dei; et hoc solum et dumtaxat per totam diem crastinam, quæ est dies Ascensionis Domini et quarta presentis mensis maij, et non ultra vel aliter quoquo modo. Declarantes insuper, quod elapsa dicta die crastina, videlicet quarta presentis mensis maij, nequeat aliqua persona cuiuscumque gradus vel qualitatis existat, nec religiosus vel aliquis alius, aliquo modo, via vel forma, in dicta civitate Florentiæ predicare et predicam vel sermones aliquos facere publice, sine eorum expressa licentia, sub pena eorum indignatione. Et insuper declaraverunt omnibus ad quos pertineret modo aliquo, quod omnia et singula scanna et panche et panchette et alia similia, quæ essent vel esse reperientur in aliqua ecclesia dictæ civitatis, posita vel facta [d163] pro audiendo predicare etc., predictas debeant, post predicam cras fiendam, immediate removeri; adeo quod per totam diem quintam presentis mensis maij disgonbrentur, ad effectum ut supra eis dictæ predicationes audiri non possint, et quod amplius durante eorum officio, non predicetur sine licentia, ut supra. Mandantes etc.

Die 6. dicti mensis, Dominicus Donnini mazerius etc., retulit predicta notificasse ecclesijs et presidentibus ecclesiæ sancti Spiritus et sanctæ Mariæ del Carmino et sanctæ Felicitatis, et Tomasius Joannis mazerius retulit predicta notificasse ecclesijs et presidentibus ecclesiae sancti Petri maioris et sanctæ Reparatæ et sanctae Mariae servorum et sancti Marci et santi Laurentij de Florentia.

2.

Dicta die III Maij, 1497.

Item dicti domini simul adunati etc.; obtento inter eos partito per omnes novem eorum fabas nigras, et omnibus servatis etc. Quia ad eorum aures pervenit, quod in eorum civitate et territorio factæ fuerunt mulctæ, ut dicitur scommesse, per nonnullos, utrum predicabitur cras in dicta civitate nec ne, contra formam legis et bonos mores; ideo, dictis et alijs iustis causis moti etc., omni meliori modo etc., declaraverunt etc.: dictas, ut vulgo dicitur, scommesse et seu pignora, ut supra dicitur, factas non valuisse et non valere modo aliquo. Mandantes ex nunc per partes quæ sic fecissent, reducendas esse et sic reduxerunt dictas scommissas et pignora in pristinum statum et prout erant ante predictas scommissas et ac si factæ non essent, et quod hic cedant in augmentum aliarum legum de materia disponentium. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc., obtento inter eos partito per omnes novem eorum fabas nigras et omnibus servatis etc.; deliberaverunt et mandaverunt, quod nullus cuiuscumque qualitatis audeat vel prosumat, modo aliquo, per se vel alium, vel sub aliquo quesito colore impedire, dicto vel facto aut opera, aliquem cras predicament, aut aliquem religiosum, [d164] quod cras non predicet publice in quibuscumque ecclesia dictæ civitatis cuiuscumque qualitatis, aut removere scanna vel panchas seu panchettas etc., sub pena eorum indignatione. Mandantes etc.

XXXV. (Lib. IV, Cap. II.)
Lettera che racconta il fatto avvenuto nel giorno dell’Ascensione.‍[625]

Jesus. Al nome di Dio, addì 4 di maggio 1497.

Charo in luogo di fratello etc. Dipoi ti partisti non ho tua, simile non to scripto per non essere accaduto, e questa solo avisarti come stamani a ore 12 in circa è suto per ire sottosopra Firenze; e questo fu che fu battuto un tamburo, ancora mentre si predicava in Santa Maria Delfiore 2 o 3 volte, e dicesi fu umfratello di quel Decti che è confinato. Intendi che predicava frate Ieronimo, e a quel romore si levò tutto il popolo e cominciò a fuggire, e di quelli più ferventi insieme col frate incominciarono a gridare: misericordia! alzando suso certe croce d’ottone co’ crocifissi, e così le donne alta voce: misericordia! E a questo romore Bert.‍[626] Giugni, che de gl’Otto nuovi, andò in chiesa per attutare il popolo, e fu per essere tagliato a pezzi da quelli di Fra Girolamo. E molti di detti frateschi andorono nella via del Cocomero, di numero circa 60, e uscirono tutti dipoi fuori, con arma in aste, di casa Piero Franc. Tozinghi e del ricco Cambi; e venendo contro a Fra Girolamo per aiutarlo, di quelli erano con lui cominciarono a temere e a fugire. Pure non seguì altro; condussonlo a San Marco e entrato drento gridavano: viva Frate Girolamo signore. In modo qui è come una spilonca di ladri, e otti una grande invidia, che dubito fra pochi dì ci si farà tanto sangue [d165] che mal qualcuno; e stanotte si dice era ordinata una congrega di circa quattrocento armati e aveano circa 50 scure, colle quali aveano a rompere le porte di Santa Maria Delfiore e gittare in terra il pergamo, e per negligentia di qualcuno che non si svegliò delle parti, cioè de’ capi, non si fè. Pure quelli vi si trovarono ne ruppono una e inbrattorono co più brutture il pergamo, e chi dice fu avvelenato; pur scoperto questo abuonora, si nettò e per tutto si ripiallò di nuovo. Non è suto altro: ragunoronsi gl’Otto e altro non è partorito; che ànno preso troppo grande animo manimettere gl’Otto. Dio voglia che ben vadia! Per questa non dirò altro, per non avere tempo; che è suto mandato per me, e l’animo mio, so losai, quanto sia di servirti; e pertanto, achadendoti cosa alcuna di dì o di notte, o in persona o altrimenti, comandami; e quando vuoi vengha costì, mene avisa, che sempre sarò parato ubidirti. Vale e me ama. Tuus

Io. De Boromeo. Florentiæ.

XXXVI. (Vol. II, pag. 26.)
Breve, in cui viene scomunicato il Savonarola.‍[627]

Dilecti Figliuoli, salute et apostolica beneditione. Conciosia che spesse volte et da più persone degne di fede, et docti huomini tanto ecclesiastichi quanto secolari, in diversi tempi abbiamo inteso un certo Fra Girolamo Savonarola Ferrarese, dell’ordine de’ Predicatori, et alpresente, come si dice, Vicario di San Marcho di Firenze, avere seminato certa pernitiosa doctrina nella città di Firenze, in scandolo, iactura et [d166] pernitie delle semplice anime col pretioso sanghue di Cristo ricomperate: il che certo non sanza grande dispiacere dell’animo nostro abbiamo udito. Ma perchè speravamo lui enbreve, conosciuto l’error suo, doversi ritrare da la pericolosa vita, et con vera semplicità di cuore a Cristo et alla Sancta Chiesa umilmente e con debita obedientia tornare; con nostre lettere, in forma di brieve, al decto Fra Girolamo in virtù d’obedientia sancta comandamo che venisse a noi et schusassisi di certi errori contro a lui adducti; et observassi alchune cose le quale gli comandavamo che al tutto di predicare cessassi: alle quali cose non volle obedire. Et noi, mossi da buoni rispetti, noi più benignamente seco portandoci che forse la cosa non arebbe richiesto, certe excusationi per lui addutte accettamo. Et sostenemo la inobedientia sua nel perseverare nel predichare, contro la prohibitione nostra; expectando per la nostra clementia lui dovere alla retta via della obedientia convertirsi. Il che, persistendo lui nella sua durezza, altrimenti succedendo, con altre lettere comandamo, nostre in forma di breve, data adì VII di novembre nell’anno quinto del nostro pontificato; gli comandamo in virtù di sancta obedientia e sotto pena d’excomunicatione di lata sententia ipso facto incurrenda, che obedissi nell’unire el convento di San Marcho di Firenze a una certa nuova congregatione chiamata della provincia romana et toschana, nuovamente per noi creata et instituta. Il che non è facto, nè voluto in nessuno modo obedire alle nostre lettere, dispregiando la censura ecclcsiasticha nella quale esso facto incorse, et continuamente con pertinacia et dapnatione persevera. Per la quale cosa noi, volendo dare oportuni rimedi per la salute dell’anime costì, alle quali siamo tenuti pel debito dell’uffitio pastorale a noi iniuncto; acciocchè el sanghue di quelle nelle mani nostre nel dì del Giudicio non sia ricerchato: ad voi et a ogniuno di voi, in virtù di sancta obedientia, sotto pena d’excomunicatione di lata sententia, comandiamo et mandiamo, che nelle vostre chiese ne’ dì festivi, quando la moltitudine del popolo sarà presente, dichiarate et pronuntiate il decto frate Girolamo excomunicato, et per excomunicato doversi tenere da ognuno; perchè alle appostoliche monitioni nostre [d167] et comandamenti non è obedito. Et sotto simile pena d’excomunicatione admoniate tutti, et ciaschuni maschi et femine, tanto clerici quanto secolari, tanto preti quanto religiosi di qualunche ordine et in qualunche ecclesiastica degnità costituta, che el decto fra Girolamo excomunicato et sospecto d’eresia al tutto schifino nè seco conversino, parlino, nè nelle sue predicationi delle quali lo abbiamo interdicto, (o) in qualunche altro modo lodino; nè a lui aiuto et favore directamente o indirectamente prestino in qualunche modo; nè vadino a’ luoghi, a’ monisteri dove esso abitassi. Comandando a voi et a ogniuno di voi, che al dilecto figliuolo Giovanni Victori da Camerino, professore della sacra theologia, familiare et comesario nostro, in tutte le cose che a incontro al predetto fra Girolamo abbiamo commesso et comandato, aiutate et obediate secondo che da lui sarete richiesti.

Data Rome appresso a Sam Piero, sotto l’anello del pescatore.

Die XII Mai M.CCCC.LXXXXIIIX.

Pontificatus nostri anno quinto.

B. Blondus.

XXXVII. (Vol. II. pag. 34.)
Due sottoscrizioni dei frati di S. Marco e dei cittadini, in difesa del Savonarola.‍[628]

1.

Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Havendo noi inteso, dopo le nostre lettere scritte a vostra Santità, da alcuni della nostra città che poco temono Dio, quella essere [d168] stata sinistramente informata et irritata contro al nostro Padre fra Hieronimo, per haver loro scritto alla S. V. la dottrina di detto fra Hieronimo essere repugnante alla dottrina evangelica, et al ben comune della detta città, et che la residenza sua nella città è la ruina di essa, et altre cose false et inique; per maggior chiarezza n’è parso della verità e giustificazione dell’innocenza sua, (dar) piena testificazione a quella, come la dottrina di esso fra Hieronimo è stata la salute di questa città spirituale et corporale, secondo per le opere manifestamente appare, così in detta città come nelli conventi nostri, dove per le sue predicazioni e esortazioni è introdotto il vero vivere cristiano; e sempre ha esortato e non cessa di esortare alla legge evangelica e alla vera pace tutti gli uomini, i quali se seguitassero tutto quello che lui predica, saria beata questa città. E di questo ne restiamo testimonii tutti noi che siamo più di 250 frati, la più parte della terra, li quali ognora conversiamo con lui; et essendo pur di noi qualche cognizione et esperienza, et avendo abbandonato il mondo per servire a Dio, non creda la S. V. che volessimo sostenere o defendere un forestiero, se non fussimo certi della vita et bontà sua: vedendosi certamente la mano di Dio esser con lui, e che il suo stare e predicare nella città è la salute di quella, et augumento della religione cristiana, come appare per molti uomini prudenti e letterati e d’estimazione, convertiti per lui alla religione, e che continuamente si convertono, che vivono sotto l’ombra sua crescendo in perfezione di vita e di dottrina; per tal modo che in breve tempo speriamo che abbino a far gran frutto nella Chiesa di Dio. E se il testimonio nostro non è accetto, a maggior certezza abbiamo fatto sottoscrivere molti cittadini nobili e buoni della città; acciocchè la S. V. intenda che Ella è stata male informata di queste cose da chi non ha il timor di Dio; e quando Lei ne vorrà più di questi, saremo apparecchiati a darne non solo molte centinaia ma migliaia. Preghiamo dunque V. S. che si degni revocare le censure fatte contro detto fra Hieronimo, e favorirlo in questa opera, perchè certo ne averà merito appresso Dio e a questa città: massime a quelli che hanno voglia di ben vivere, fia cosa gratissima, essendosi molti contristati di simile scomunica; e noi [d169] pregheremo di continuo per lo stato di V. S. alla quale umilmente ci raccomandiamo. Ex conventu S. Marci.

2.

Beatissime Pater. Noi cittadini infrascritti, a corroborazione delle soprascritte cose a V. S. per li detti religiosi e venerandi Padri esposte e narrate; attestiamo esser la vera e sincera et indubitata verità, che la dottrina del detto P. fra Hieronimo nella nostra città predetta non è la destruzione, ma la vera salute e pace. Per la qual cosa con ogni debita umiltà premessa, preghiamo V. S. si degni il detto Padre dalle dette censure liberare, come li soprascritti religiosi e venerabili Padri pietosamente a quella hanno supplicato: il che, per la sua solita clemenza facendo, siamo certissimi non solo la gloria e onore di Dio e di V. S. dover resultar; ma la salute spirituale e corporale con l’universal pace, e vera unione della città nostra.

I nomi de’ quali cittadini che tali cose attestano e confermano per al presente, di loro propria mano, in presenza di noi sottoscritti sono questi, cioè:

(Seguono le firme di più di 350 cittadini.)

XXXVIII. (Lib. IV, cap. III.)
Bullettino per la esecuzione dei cinque cittadini che congiurarono, onde rimettere in Firenze Piero de’ Medici.‍[629]

Die XVII mensis Augusti 1497.

Magnifici et Excelsi domini D. P. L.‍[630] et Vexillifer iustitiæ populi florentini simul congregati in sala Consilij, servatis [d170] servandis etc., precipiunt et mandant vobis Octo viris custodiæ et baliæ civitatis Florentiæ; quatenus, attentis et consideratis consilijs et relationibus factis et relatis hodie per cives congregatos ad praticam, simul cum ipsis Dominis et colleges Decemviris baliæ, et aliis magistratibus et consiliarijs Consilij octuaginta virorum, et aliis civibus arrotis; faciatis et exequimini ius et justitiam super delictis commissis et perpetratis per infrascriptos cives florentinos et quemlibet eorum, videlicet:

Bernardum del Nero Filippi del Nero,

Nicolaum Aloysij de Ridolfis,

Joannem Bernardi de Cambis,

Giannozium Antonij de Puccis, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.

Mandantes etc.

Item postea, statim in alio partito, sic presentibus ipsis Octo viris baliæ, deliberatus fuit per dictos Dominos alius bullettinus eiusdem tenoris, paucis mutatis vel additis, cuius tenor est infrascriptus, per quem in sententia dictorum Octo super bullettinus, postea fuerit per ipsorum notarium insectus, videlicet:

Magnifici et Excelsi Domini Domini P. L. et Vexillifer Justitiæ populi florentini, simul congregati in sala Consilij, et servatis servandis etc., obtempto inter se partito ad fabas nigras et albas, secundum ordinamenta, et omni meliori modo etc.; percipiunt et mandant vobis Octo viris custodiæ et baliæ civitatis Florentiae: quatenus, attentis et consideratis infrascriptis consilijs et relationibus, factis et relatis hodie per infrascriptos magistratus et cives ad infrascriptam practicam congregatos, vobiscum et simul cum ipsis dominis Prioribus, super processibus infrascriptorum quinque civium florentinorum et super omnibus et singulis in eis contentis; et visis approbationibus et confirmationibus factis generaliter et particulariter de predictis consilijs et relationibus, per infrascriptos magistratus et cives prout infra dicetur; et omnibus diligenter consideratis, faciatis et exequimini ius et iustitiam super delictis commissis et perpetratis, per dictos et infrascriptos quinque cives florentinos et quemlibet eorum videlicet:

[d171]

Bernardino del Nero Filippi del Nero.

Nicolaum Aloysij de Ridolfis.

Joannem Bernardi de Cambis.

Giannozium Antonij de Puccijs, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.

Mandantes etc.

Consilia vero et relationes dictorum civium et magistratuum, de quibus in dicto bullettino supra fit mentio, et approbationes de predictis consilijs factæ per quemlibet ipsorum magistratuum et civium, et nomina cuiuslibet eorum, scripta sunt in filza causarum appellationum, existente in cancelleria notarii Dominorum manus ser Andreæ Romuli Laurentij et Mei notarij infrascripti.

XXXIX. (Vol. II, pag. 52.)
Minuta di due lettere della Signoria all’ambasciatore in Roma.‍[631]

1.

Die X Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.

Per altra vi demo notitia della captura di Lamberto dell’Antella, la quale ha causato che pure si è scoperta la radice di qualche maligno humore in persone da non poter perseguire; finalmente‍[632] altro che vani effecti, dove intervengono pochi huomini di qualità. Et non dimanco, saria inesplicabile a narrarvi con quanta unione et buona volontà si proceda per questi magistrati a chi specta, et altri cittadini sopracciò deputati allo examine et investigazione trita di ogni [d172] cosa; sanza havere alcun respecto ad altro, che a resecare dove sia mancamento, et portare buona et evidente securità alla conservatione della nostra libertà et dignità pubblica: et si va con tale ordine che indubitatamente si spera ne habbi ad sortire un iudicio generoso, giusto et maturo. Ecci parso darvi questa notitia per ogni respecto, et maxime per vostra notitia et consolatione; a fine che, se cosa alcuna vi fossi portata fuor della verità (come spesso interviene), voi possiate stare con l’animo interamente quieto: come veramente potete et havete a stare, perchè se mai fu repubblica unita et disposta alli sopraddecti effecti, et ad conservarsi immune da ogni specie di tyrannide, non che da quella che sarebbe manifesta; questa è epsa. Et non si è visto un minimo cenno in contrario di nessuno, per cosa che insino a qui si sia havuta a fare, nè si vede segno alcuno che altrimenti habbia a succedere.

2.

Die XXI Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.

Poichè vi scrivemo a dì 15, per staffetta habbiamo avuto tutte le vostre lettere, che l’ultima è de 18, et molto vi commendiamo della diligentia vostra in ogni parte; et sebbene voi potete havere desiderato più spesso nostre lettere, havete solo a tribuir la dilatione a essere stati parecchi dì in non piccola occupatione: prima nelle examine, et poi nel iudicar con iustitia et dignità pubblica, et finalmente nella resolutione circa la executione da farsi, di questi parricidi et perfidi nostri cittadini. Perchè, se ben mai è caduta in alcuno una minima discrepantia, che ne sarebbe lo effecto conveniente,‍[633] come per altre vi s’è scripto; nondimeno, procedendosi in questa repubblica con gravità, et secondo li modi che civilmente si debbe; et volendo intorno a ciò, non solamente il consiglio et parere, ma lo assenso per expresso di moltissimi magistrati et cittadini, e pur bisogna consumarvi qualche tempo. Pure questa sera, per gratia dell’altissimo Dio, s’è concluso molto unitamente, et con grandissimo animo et promptissima volontà [d173] di numero grande di Magistrati et cittadini, ut supra, et erano circa a 200: che si metta ad executione la sententia, quale a dì 17 del presente fu, eodem modo promulgata, contra Bernardo del Nero, Niccolò Ridolfi, Giovanni Cambi, Giannozzo Pucci et Lorenzo Tornabuoni, capi et autori dello errore, di perder la vita et la roba, et così è successo. Di che speriamo la nostra repubblica haver immortale obbligo a Dio; per havere passato questo pericolo imminente alla libertà, per la avaritia, ambitione et perfidia di quegli soli scelesti et dolorosi‍[634] cittadini; et che‍[635] avere purgato simile humore, si starà gran pezzo in buona valetudine: et maxime la brigata è tutta inanimata a invigilar et extirpar qualunche simile tristo rampollo si vedessi surgere, et questo popolo non potrà più restare contento.‍[636] Et, come per altra vi si dixe, state sicuro che qui non è huomo che non sia di optima dispositione, et insino alli propri coniuncti sono stati sollecitatori che la iustitia si faccia. Sappiamo che la S. di N. S., come amatore et padre clementissimo di questa repubblica, harà piacere d’intendere questo successo; epperò habbiamo voluto darvi la presente notitia, perchè, volendo, lo possiate conferire a S. S. e a tutti gli altri amici nostri in cotesta corte.

Siamo a hore VII di nocte, et in questo punto s’è finita la executione della iustitia sopra decta. Dio habbia havuta misericordia di quelle anime, che veramente, havendo voluto tradir la patria, ne hanno bisogno. Et per non tardar la staffecta, rimetteremo a rispondervi per un’altra, all’altra parte della lettera vostra.

[d174]

XL. Minuta di una lettera della Repubblica Veneziana all’ambasciatore in Roma, circa le cose di Piero de’ Medici.‍[637]

Die IV Aprilis, 1498.

Quod Nuntio Mag. Petri de Medicis dicatur et respondeatur in hunc modum.

Domine Petre: le lettere ne havete monstrate del Rev. Card. et Magnif. Pietro, a vui directive, insieme cum le scripte da Fiorenza, ne hanno dichiarito el novo pensier de quelli amici de casa de Medici; sopra el qual, per laffectione portamo al dicto Mag. Pietro, volemo farvi intender quanto ne occorre, et cum brevità, secundo el nostro costume.

La dispositione nostra amorevole et optima verso casa de Medici, credemo la experientia dele cosse passate haver possuto demonstrar, et più cum effecti cha cum parole; in modo che, si come la expulsione del Magnif. Pietro ne fu molestissima, cussì continuamente havemo desyderato et procurato el suo ritorno: il che, piui che mai, vossamo fusse al presente, sapendo l’amore el porta a la Sig. nostra. Ricordano i soi amici,‍[638] che per nuy, cum le forze nostre, o sole o accompagnate, el sia reponuto in casa; circa il che nuy vi diremo ingenuamente la nostra opinione. Pare a nuy, che quando se prehendesse per la Sign. nostra tale impresa, questo senza dubio produria molte difficultà, opposite da tutti quelli che troppo attendeno a le sue particular passione; immo tegnimo, che la cossa se riduria piui facile et factibele, quando da altri non fusse deprhensa‍[639] la intention nostra. Confortamo, però, [d175] el Rev. Card. et el Mag. Pietro, che cum la solita sua prudentia et dexterità, voglino proponer et praticar la cossa cum la Santità del pontefice, et cercar de tirar la Beatitudine soa a questa via, cum quelli mezzi li apparerano sijno expedienti; perchè, ritrovandose Fiorenza neli termini la è al presente, credemo, in molti casi; non meno opererieno le lettere cum dexterità, cha le forze cum le arme, come fano mentione le lettere per vui presentate. Et a ciò chel Mag. Pietro cognossi ben el desyderio nostro de la sua restitutione: da mò li dechiarimo, ad la secunda parte proponeno li soi amici, che quando Pisani habino ad esser ne la libertà, ne esta scripto et ben veduti, acarezati et honorati, sì che in questo non se habi ad aver alcuna dubitatione; et insieme, che nuy siamo cauti de dover haver le spese per nuy facte ne la defension de Pisa, come offeriscono quelli amici vostri. Stanti fermi questi doi presuppositi, nuy se adaptessamo ad ogni altra cossa fusse conveniente.‍[640]

Ne havemo dicto molto largamente el concepto del cuor nostro; et però sia tenuto el tuto per vui secretissimo, et confortate in nostro nome el Reverend. Card. et el Magnif. Pietro, ai quali scriverete el tutto secretissimamente in zifra, che facino el medesimo: mettendo questo sentimento nostro in constructo et proposito de le cose sue.

De parte 134
De non. 36
Non sync.‍[641] 7

[d176]

XLI. (Vol. II, pag. 87.)
Lettera di un Anonimo, circa alcune prediche fatte da frà Mariano da Gennazzano, in Roma.‍[642]

Amantissime etc. Depoi che voi non mi avete atenuta la promessa, di tenermi raghuagliato delle prediche di Frate Jeronimo; voglio in parte, sotto brevità, farvi intendere quello che à detto Frate Mariano contro al prefato Frate Jeronimo. La domenica della settuagesima chominciò ad esporre lepistole di San Pagholo ad Efesios, e disse chome gli Efesij furono sempre chostanti e fermi in osservare quanto della fede avevano udito predicare da Paulo, nonostante che dopo San Paulo fussino tentati da falsi predicatori lasciare la dottrina di S. Paulo: Secus fecerunt Ghalate. Onde el prefato apostolo, scrivendo a Ghalati, circa principium, dice: o insensati Galati quis vos fascinavit non crederunt (sic) veritati etc.; replicò tre volte le prefate parole, eschlamando alta voce, e volle denotare lui avere a Firenze predicato la verità, e dipoi el popolo fiorentino essere stato male persuaso. La domenica della sessagesima, esponendo in novo, in quello demostrare quanto è luomo trachallido,‍[643] e disse che non si doveva credere a uno del mondo sanza pegnio; ma bene, soggiunse, chel pegnio erano le buone opere, el qual pegnio nonna lui;‍[644] e disse al medesime proposito, che erano certi che sapevano sì bene falsifichare un Dorino che non si chognoscerebbe, non che‍[645] pocho pratichi, da banchieri, sanza paraghone del fuoco: e così andò mordendo per tutta la predica con simili bottoni.

Dipoi, venendo qua le dua prime lettere di Jeronimo, e lessonsi per tutto Roma e vennono nelle mani del pontefice, e [d177] presone tanta alterazione quanto dir si può: di che naque el brieve mandò costagiù. Dipoi, avendo inteso come non cessava di predicare, dinuovo è querelato con lo oratore acramente e minacciava dello interdetto; e tiensi per ognuno che, seghuendo le prediche, lo farà. Non si ragiona daltro in palazzo per tutti e prelati, e pochi se ne schuopre in suo favore; ma molti non chalano‍[646] dattendere il pontefiscie, che debba fare ogni provissione per sopire questa cosa, che anno paura non generi scisma; e per questo rispetto si disse, che el pontefiscie mandò a dire a Fra Mariano, che dovessi mostrare lo errore della ostinazione del dire, che chi tenessi che fossi eschomunicato, stanti a termini, dica nella predicha, sarebbe ereticho.‍[647] Fra Mariano la prima domenica di quaresima ebbe maggiore aldienza non suole, perchè si sapeva la chommessione aveva auta: fuvi de cardinali, el chardinale di Siena, quello di San Giorgo e quello di Santa Croce, di Chartagine che è dotto; eravi ancora Farnese e quello de Medici e San Dionigi. Seguitò nel principio l’ordine suo dello esporre, e poi dimostrò che Cristo aveva detto: diligite inimicos vestros e benefascite his qui oderunt vos; ed entrò ne casi di Fra Jeronimo, tanto passionatamente e tanto incautamente che non fu nessuno che non restassi malissimo sadisfatto, tanto vituperosamente e inchonsiderate e indigente‍[648] parole. Referirò alcune delle sue parole, acciò veggiate quanto può la passione in quegli che fanno professione delle dotrine.

In primis, parlò de plenitudine potestatis pontificis, asserendo li apostoli avere operato in virtute Spiritus Sancti descendenti a Paraclitum luminum, e che quello è il vero lume, non quello del Ferrarese che predica nel lume del diavolo e à ardire di dire chel ponteficie è ferro rotto; e chominciò a gridare; reabupto arupeus in ec verba,‍[649] sepius reiterando: lebreone, elladrone, lo scelerato ribaldone. Queste [d178] parole assai poi disse: e’ porta la cappa chorta e predicha povertà, e à la tascha piena di duchati; e chredi a me che io lo so, e sappi chettu non chonoscerai mai un frate, se non per un altro frate, perchè noi abiamo più schogli‍[650] chuna cipolla; sicchè, settu vuoi chonoscere un frate, domandane unaltro frate; e quivi fece a sonaglio, vennene in più particulari scioccamente. Poi posò e disse: papa Alesandro che non si fa fare le medaglie in sua lolde; e parlò di non so che medaglia che dice: Frate Jeronimus Savonarola vir dottissimus e profeta santissimus; e qui replicò le prefate parole e altre più vituperose. Agiunse che Fra Jeronimo si fa simile addio e allui e agli apostoli, in quella predica dove dico che, se quelle cose che gli a predicate non fussino vere, e che non si intendessino chome le predichate; che le farebbon dubitare gluomeni che quelle cose della fede, insino a qui conformate nella chiesa, fussino state burle. E cominciò a gridare, che questo era il più eretico luogo, el più venenoso che gli avessi scritto; e non domandate con che parolacce lo svillaneggiava e rimproverava, sempre dicendo: o papa, o chardinale, come sopportate voi questo mostro, questa idra; è venuta a questa lautorità della chiesa, che uno ebriachone se l’abbia a gettare sotto gli piedi, sì vituperosamente? Disse dipoi: i voglio che tu sappia che or fa duanni, molti huomoni da bene della patria fiorentina vennono a me, a domandarmi parere se si avevono a partire di Roma; perchè il frate aveva detto che per tutto il maggio andrebbe sottosopra, e che aveva veduto il fuoco; e nonne chaschato un chamino. E allora cominciò a gridare: tu sarai prima arso tu, scelerato ribaldo; sa tu quando tu vedi queste visioni? Quando tu ai ingurgato di quel buon trebbiano; tu sai bene chio so ogni chosa, e poi di che sei il profeta santissimo; e chotesti tua fanciugli saranno e primi, quando tu sarai arso, a mettere le fattelline nel capannuccio. Che state voi a vedere? O collegio, o pontefice, fate provissione; vo’ non sapete bene quello chellui machina, e dirà cose che farà schurare el sole; ma voi non provedete: oggimai vi si può fare le fiche neglocchi; e se non fussi per reverenza ve le [d179] farei; e nondineno le fece loro negliocchi, lunghe quanto il dito era, e gridava che pareva un vero fuor di se.

Ho scripto queste ineptie; acciò voi veggiate come si può, sanza mormorazione, udire simil parole. Io avvertivo tuttavolta quello che facevano i cardinali; e invero loro e tutti quegli che l’udirono, mostrarono molto aver per male quello avevono detto;‍[651] perchè aspettavano dovessi proporre quegli errori, chelloro dichono aver detto Frate Jeronimo, e confutargli con buone e fondamentali ragione; ma e’ nonnapaghò, e però s’aiuta col gridare. Priegovi mi facciate qualche parte delle sue cose, massime di quelle predicha al presente; perchè ce qualche huomo da bene che volentieri legge le sue cose, e io n’arò consolaziono asai. Finis.‍[652]

XLII. (Vol. II, pag. 90.)
Breve di Alessandro VI, alla repubblica fiorentina, nel quale si ordina che il Savonarola venga imprigionato, e mandato a Roma.‍[653]

Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Intelligentes, superioribus temporibus, graves admodum et pernitiosos errores, iniquitatis filii Hieronymi Savonarolæ Ferrariensis, ordinis fratrum predicatorum professoris, quos continuo ausus temerarie in ista nostra civitate, non sine animarum periculo et scandalo plurimorum, seminare non cessabat; sibique quondam ad nos mandavimus venire, et se de erroribus predictis excusare, ac etiam nonnulla observare quæ sibi præcipiebamus, et a predicatione omnino cessare; et eum minime parere voluisset. Deinde in virtute obedientiæ et [d180] sub excomunicationis latæ sententiæ pena, ipso facto incurrenda, per alias etiam ei iniunximus, ut in uniendo conventum S. Marci de Florentia cuidam novæ congregationis Romanæ et Thusciæ provinciæ nuncupatæ, per nos institutæ, obedi ret; quod minime facere curavit. Ecclesiasticam censuram in qua continue pertinaciter et damnabiliter insordescebat, negligendo. Post modum, vero, volentes animarum Chripsti fidelium saluti consulere, sub excomunicationis latæ sententiæ pœna, per reliquas nostras in forma brevis literas, etiam mandavimus; ut ipse Hieronymus in Ecclesiis dictæ civitatis, diebus festivis, dum populi adesset multitudo, declararetur et pronuntiaretur excomunicatum et per excomunicato haberetur.‍[654] Volens, sub simili pœna, omnes et singuli utriusque sexus tam ecclesiastici quam seculares, etiam religiosi cuiuscumque ordinis et in quacumque Ecclesiastica dignitate constituti, ipsum Hieronymum ut excomunicatum et de heresi suspectum penitus evitarent, nec secum conversarent aut loquerentur, nec in predicationibus aut quibuscumque modis ipsum audirent, nec sibi ausilium directe vel indirecte prestarent quomodocumque vel qualitercumque, nec accederent ad loca vel ad monasteria, ubi ipsum contingeret residere, prout in singulis literis apostolocis plane continetur. Cum autem sicut, non absque gravi animi displicentia, fidedigna quod plurimorum relatione accepimus; prefatum Hieronymum in sua obstinatione, animo perseverans voluntario, mandata et monita nostra parvifaciens, in maiori et aliis Ecclesiis dictæ civitatis predicare, ac diversos errores seminare et populum seducere, suggerendo, quibusdam falsis rationibus, se excomunicatum non esse et multa, in fidei Catholicæ ac nostræ huius sanctæ Sedis potestatis præiudicium, damnabiliter affirmando; et in processionibus publice incedere et intervenire ac celebrare, et Chripsti fidelibus Eucaristiæ sacrum ministrare non erubuerit; et quod plurimi cives et incolæ dictæ civitatis predicationes suas audire, et cum eo conversari, sibique ausilium et favorem prestare presumpserant et présumant in dies, non sine animarum suarum periculo; pernitioso quo exemplo et scandalo plurimorum, vobis prohibitiones nostras scientibus, [d181] et in illarum contemptum id permictentibus a quibus, tamen, cum civitas ista semper huius sanctissimæ Sedis devotissima fuerit, Nosque continue per utili, quieti et saluti ac reintegrationi status vestri insistamus. Hæc expectanda non erant, nec ulterius sub dissimulatione sunt pretereunda.

Nos volentes desuper debite providere, vos attente requiramus et monemus in Domino. Vobis, nihilominus, in virtute sanctæ obedientiæ districte præcipiendo, ut per vestram in hanc sanctam Sedem reverentiam ac devotionem, eumdem Hieronymum ad nos, sub fida et bona custodia trasmictatis; qui si ad nos veniret et ad cor rediret, intuito etiam vestro, et quia nolumus mortem peccatoris sed ut convertatur et vivat; per nos, more pii Patris, benigne recipietur et tractabitur. Vel saltem, tamquam membrum putridum, in aliquo loco privato bene observatum recludere debeatis, in quo cum aliquibus conversari et scandalum ulterius seminari non possit. Quod si forte, quod non credimus, facere contempseritis; significamus vobis quod, pro servanda dignitate et auctoritate nostra et huius sanctæ sedis, civitatem istam vestram, quæ hominem ita pernitiosum, excomunicatum et publice nuntiatum ac de heresi suspectum, contra mandata nostra, substinere presumit; ecclesiastico supponemus interdicto et ad alia graviora remedia, de quibus expedire noverimus, et procedere curabimus.

Datum Romæ apud S. Petrum sub Anulo Piscatoris, Die XXVI Februarii 1498 Pontificatus nostri anno VI.

[d182]

XLIII. Due lettere d’un agente segreto del duca di Milano.‍[655]

1.

Illmo Principe et Exmo Sre mio.

Qui dai più canti si ha adviso che Vitelleschi et Bayoni si mettono ad ordine per uscire alarme, et se scrive in diversi modi; perchè alcuni teneno siano ad uno volere,‍[656] al modo usato; alcuni scrivono altrimente, cioè: che tra epsi Vitelleschi et Bayoni sono nate alcune discordie, et che per questo li Vitelleschi aspirano con lo Ill. S. Duca de Urbino, et hanno intelligentia assieme, per rimettere li Oddi et altri fuorusciti in Perugia. Io, quantunque existimo che V. Ill. S. ne habi adviso per altre vie, nondimeno mi è parso dargliene notizia; maxime havendo visto alcune lettere de alchuni del Borgo San Sepolcro, che fanno mentione di questa cosa, quali concludono che fra pochi giorni si intenderanno i successi di questo preparamento al arme de quello Cantone.

Il Magn. M. Zoanne, per quanto ha udito, o da quello amico segreto‍[657] o da altra persona, pare habi adviso che ad Firenze bollino l’animi de alcuni de quelli principali, che hanno fino ad hora governato; et che, per questa cosa del Frate o sia per altra caussa, fra pochi giorni se ne habi a riuscire a qualche movimento o tumulto, per mutare forse quel Stato in altra forma; et ognuno tene non possi durare il presente governo; o sia perchè Francesi hanno facta pocha dimostrazione curarse de’ soij amici in quella città et altrove; o perchè quello populo sia straccho, et si accorga che le cose del Stato el republica loro vanno ogni dì de male in pegio. [d183] et corrono pericolo de ruynare, incomenzando accorgerse de la hypocrisia et vanità del Frate, et di molte altre cose simulate. Qui anche si è dicto, che la parte Fratescha ha mandato ad Lyone, per respondere in bona....‍[658] de’ dinari, perchè la Maestà del re gli habi ad mandare succorso, la quale offeriva mandarcelo per mare, et fare altri movimenti, se Fiorentini lo subvenivano de 200m ducati; quali le offerivano darli, sol si moveva per forma, che ne potesse reuscire la securezza del Stato loro, cioè de quelli che hanno per anchora il governo in mano. Io non credo tante cose; chè nuovamente hanno fatto divulgare essere giunti in Asti alchune genti d’arme, et un thesorero che ha incommenzato ad dare denari, et molte altre cose vanno facendo divulgare, ad designare le cose ad suo proposito. Il che mi è parso dovere significare alla Celsitudine Vª alla bona gratia della quale indesinenter mi raccomando.

Ex Bononia XX Martii 1498.

Fidel. Servus
Joannes Franchedinus.

(A tergo.) Illmo Principi et Exmo domino domino meo observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.

2.

Illmo Principe et Exmo Sigre mio. Data alligata lettera de Paulo de Fiorenza, ho participato, secondo il solito, con li Magnci Zoane et Segretario veneto, quali, etiam che ci sia adviso di queste cose del Frate per altre vie, nondimancho quello che ne scrive Paulo particolarmente gli è gratissmo intendere; et ne ringratiano generalmente Vª Illma Sigria. Pare a caduno di loro cosa di non pocho momento, che quella città di Fiorenza, per causa et opera di questo Frate, sii in tale agitatione et pericolo, di venire a qualche novi scandali et inconvenienti maggiori che li passati, come per una mia de heri ho in parte specificato a Vª Illma Sª; et Dio voglia che [d184] quella Sigria che si trova essere hora, sappi reuscire meglio che non ha facta qualche altra, ad beneficio di quella Repubblica. Saltem, per estirpare la mala impressione et erronea persuasione de quello loro bon Frate, ad modo de molti de loro, quello ne habi ad seguire non credo habi andare in longo; che se ne vedranno effectti, se hanno cervello et sentimento quelli a chi toccha o po tocchare. Mi raccomando sempre et humilmente.

Bononiæ 29 Martii 1498.

Fidel. Servus
Joannes Franchedinus

(A tergo.) Illmo Principe et Exmo domino domino meo observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.

XLIV. (Vol. II, pag. 108.)
Due lettere che annunziano quelle scritte dal Savonarola ai Principi.‍[659]

1.

Domino Nicholao del Nero, oratori Florentino in Hispania.

Pro regibus Hispaniarum.

Carissimo fratello. Tu sai quanto tempo in questa città, el venerabile Frate Hieronymo da Ferrara se è sforzato introdurre el ben vivere cum la fede di Christo, et di quanto bene è stato causa, maxime della salute di tutto questo popolo, et quanta experientia se è facta della sua singolare doctrina el della integrità de vita, et quanti segni mirabili siano visti delle cose per lui predicte, parte verificate in la [d185] nostra città: et così speramo s’habbia ad verificare el resto. Lui non cessa predicare la renovatione della chiesa, et conversione de infideli alla vera fede de Cristo, minacciando molto ad questa Italia et maxime ad Roma, per la scellerata et pessima vita de’ prelati et preti, in li quali senza dubbio regna omne abominatione de vitii. Et per questo, sentendosi loro pungere et reprehendere di quello che pubblicamente non si vergognono fare, si sono adirati et voltati insieme cum tutti li captivi, così della città nostra come di fuori, ad perseguire crudelmente questo servo di Dio; unde el Papa, sotto pretesto di disubbidienza, lo ha excomunicato perchè non predichi. Ma essendo troppo manifesta la malignità e iniquità di decta excomunica, facta per ruinar questa città et tutto el ben vivere, non se ne tiene conto alchuno; anzi dicto Fra Hieronymo ha scripto al Papa una lettera molto terribile di sua propria mano,‍[660] come la vedrai per la inclusa copia, la qual ho procurato de haver ad puncto. Et ultra, ha detto in pergamo, di voler scoprire cose da far stupire el mondo, et provarle, non solo cum rasone et via humana, ma cum miraculi;‍[661] le quali cose sono da stimare assai et doverebbono far resentire ogni fedel cristiano, udendo tanto vitupero nella chiesa de Dio, el qual mi maraviglio come habbi comportato fin ad qui: et però credo senza dubbio abbia ad seguir quello che minaccia questo nostro padre, quando mai‍[662] lui non lo dicesse; perchè altramenti bisognerebbe dire che Dio havesse abbandonata la chiesa sua.

Et, però, sapendo io che la Maestà de quelli Sermi Re et Regina sono zelantissimi della fede di Christo; le ho scripte queste cose degne de adviso, acciocchè li possi informar del tutto, perchè a loro principalmente tocharebbe ad provvedere ad simili errori cum li debiti Concilii, che già erano usati farsi. Et certo, sarebbe maior merito ad pigliar cura di questa, et perseguire questi scellerati, che far guerra ad Turchi et a Mori; perchè, non provedendogli, el fondamento della fede cristiana va per terra, et quelli che li ponno far qualche [d186] remedio, non facendolo, ne haranno ad render rasone ad Dio.

Non sarebbe maraviglia ch’el decto padre ne scrivesse un dì, qualche cosa ad quelli principi, essendone inspirato da Dio; perchè dice lo vuol fare noto ad tutto el mondo, et io l’ho molto confortato ad ciò, per la fede che io ho in la devotione di cotesti christiani et chrystianissimi Re et Regina; ad li quali Dio daghi victoria et felicità sempre, in questo et nell’altro seculo. Bene vale.

2.

Domino Joachino de Guasconibus, oratori Florentino in Gallia.

Pro rege Francorum.

Magnifico et honorando ambasciadore. Credo havete inteso quante persecutioni sieno nuovamente excitate contro el nostro P. Fr. Hieronymo da Ferrara, maxime da Roma, per scoprir lui le ribalderie della cherica abominabile a Dio et al mondo. Unde el Papa, sotto colore di disubbidientia, lo ha excomunicato, minacciando a voi dello interdecto, acciò non predichi; istigato maxime da alcuni cattivi della vostra città, che vorrebbeno poter fare ad lor modo. Ma tutti li boni et amatori della verità et del vivere civile, conoscendo tanta expressa iniquità, per la qual si cerca di ruinar tutta questa città et el viver Christiano, non ne fanno stima; maxime havendo tanti anni experimentato la singolare doctrina et sancta vita di questo homo, el li fructi mirabili facti in la nostra città, del ben vivere, et da quanti pericoli per li boni documenti et sancte orationi sue siamo stati liberati. Et queste cose ne ha predicte, che habbiamo tocco con mano esser seguite; tra’ quali è questo della excomunica et persecutione grave che haveva ad venire. Certo, cosa mirabile è ad veder quanto più ogni dì se accende in fervore, predicando tuttavia approximarse la renovatione della chiesa, et conversione de Pagani alla fede di Christo; et minacciando terribilmente de’ flagelli ad tutta Italia, maxime ad Roma, per le intollerabili iniquità sue.

[d187]

Et, però, el Papa cum tutta quella corte, fulmina; chè non vorrebbono essere biasimati di quello che non si vergognano far pubblicamente, in vituperio di Cristo. Ma il bon servo di Dio, disposto per la verità a mettergli la vita, per questo non resta; anzi ha scripto, per divino instincto, una lettera molto rigida al Papa, come vederete per la inclusa copia, la qual ho cercato de haver ad puncto, ad ciò la possiate monstrare alla Maiestà di cotesto cristianissimo sire. Et oltra, predica haver ad scoprire cose che farà stupir tutto el mondo; le quali proverà, non solo cum rasoni humane, ma etiam cum miraculi divini. Grande cose sono queste, et non più udite nè viste ai tempi nostri, et da fare riscaldare ogni adiacciato pecto; maxime vedendo in quanto vituperio è ridocta la chiesa de Dio. Et pare che nessuno se muova ad provederli, cum fare li debiti Concilii, como già si soleva; et spetialmente chi gli potria provedere, come è quello christianissimo Syre; che dubito non ne habbi, e lui et li altri a chi specta, ad rendere una gran rasone a Dio, provocandosi gravemente contra se medesimi l’ira d’epso Dio, per tanta negligentia et poca cura havuta dello honor suo: che senza dubbio et senza comparatione, sarebbe molto maggior merito ad provvedere ad simili inconvenienti, che ad sottomettere tutti li infedeli; perchè mancando el fundamento, ruina tutta la fede di Cristo. Et, però, non me maraviglio, se el Padre dice che la chiesa si habbi ad renovare; che quando questo non fussi, bisognerebbe dire che l’havessi in tutto abbandonata. Dio metta in core a cotesto Syre et ad chi può, di non lassare in tanto vilipendio el pretiosissimo sangue de Christo, che, in vero, sta peggio in mano di questi scellerati prelati et preti, che non staria in mano de Judei et de Mori; perchè pur quelli credono qualche cosa, ma questi, per le opere sue, mostrano non credere nulla. Et chi ne vole esser certo, vada ad Roma et veda quel che se fa in pubblico; non dico poi in occulto, chè sotto el ciel non si potria pensare le maggiori scelleraggini. Dio sia quello che gli proveda.

Stimo questo servo di Dio habbia ad far o ad manifestar qualche gran cosa; et sono certo che de’ primi lo haranno [d188] ad sapere, lo farà noto ad cotesto christianissimo Syre; perchè più volte ha decto quello essere electo ministro de Dio, et molto desidera et ama la salute sua; et io per me, crede potrebbe‍[663] fare un gran bene ad se et ad noi insieme, li quali per suo amore siamo in captivi termini, et in obbrobrio ad tutto el mondo, che non è piccolo incarico all’anima sua; ma molto più è quello che io ho predecto dello honor de Dio.‍[664] Pur stiamo in bona speranza de sua Maestà, cum la gratia de Dio, che ci bisogna.

XLV. (Lib. IV, Cap. VII.)
Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè il fine della terza ed il principio della quarta giornata, dove si ragiona dell esperimento del fuoco.‍[665]

Soffia. Ecco che io tel dirò che nuova trappola fabbricorno, per sviare la moltitudine delle persone del‍[666] credito (dal) seguito che haveva il frate. Ordinorno con i frati detti zoccoli,‍[667] che per invidia s’eron fatti contrarii, che un loro frate, chiamato fra Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle cose che diceva fra Hieronimo. Et messonlo nella chiesa di S. Croce a predicar pubblicamente, e dire che queste profezie del frate erano sogni, e che non eron vere; senza mostrarne per‍[668] ragione alcuna del suo detto. Ma perchè allora non predicava fra Jeronimo (che aveva posato il predicare, per rispetto de’ Brevi e minacci del Papa, e perchè così ancora aveva per il meglio la Signoria terminato che posassi alquanto, per non irritare [d189] il Papa contro la città), ma predicava fra Domenico da Pescia suo compagno, perchè al popolo et a’ fedeli non mancassi al tutto del verbo di Dio; nacque che, predicando questi duo frati in contrario l’uno dell’altro, quel de’ zoccoli, non potendo mostrare ragione alcuna del suo dire che le profetie di fra Hieronimo non fussino vere, si messe a dire in pergamo una mattina, o pur vennegli detto, che con lo adversario era parato farne experimento con entrare seco nel fuoco. Il che avendo‍[669] rapportato a fra Domenico, e vedendosi provocato, volentieri, per difesa della verità, accettò l’invito; dicendo: per amor di Cristo e della sua verità esser parato a questo experimento, con fiducia certa di uscir del fuoco, inleso e senza pericolo alcuno. Ma poi questo frate mutò parlare; e disse non volere entrare a questo experimento con fra Domenico predetto; ma che v’era un altro frate de’ zoccoli, che entrerebbe con seco a questa prova. Et messon su un fra Giuliano Rondinelli nostro fiorentino, uomo più presto di poco giudizio che di prudenza assai; del quale questi nostri Fiorentini maligni ne possettono meglio disporre, che del Pugliese predetto; e feciongli dire che entrerebbe nel fuoco con fra Domenico, per far questo experimento. Ma, vedi s’egli era suo di che diceva,‍[670] e così scrisse che arderebbe; ma non se ne curava di ardere insieme con fra Domenico, per liberatione della Città.

Didimo. Sciocco mi par veramente questo suo parlare, come tu hai detto; perchè a tale experimento si ha da andare con fede certa di vincere, chi crede aver la verità del suo, come in simil caso hanno fatto delli altri Sancti passati.

Soffia. Fra Domenico, sentendo quest’aura offerta di quest’altro frate zelante di difender la verità, la accettò come la prima. Donde, seguitando questo ragionamento, si convocorno un dì insieme dinanzi alla Signoria; et quivi se ne stipulò un contratto, per mano del Cancelliere della Signoria, fra tutta dua questi frati: et che si facessi un fuoco in su la piazza de’ Signori per il tal giorno (e quivi fermonno quanto la capanna del fuoco dovessi esser lunga) e che, alla tal’ora del tal giorno, ognuno di loro quivi si presentassi, et dovessi entrare in detta [d190] capanna, e quivi serrati si mettessi fuoco: e chi di loro ne usciva illeso, s’intendessi avere la verità dal suo.

Didimo. Tutto questo ordine che tu hai narrato, di voler fare questo experimento, l’ho inteso dire ancora da altri; ma che alfine nulla ne fu fatto. Et questi nostri amici, adversarii di questa opera del frate, dicano che dalla parte di fra Hieronimo rimase, che non si venne all’effetto et allo experimento predetto.

Soffia. Tutto il contrario è vero, e cotesto che lor dicono è falso; e questa fu la trappola et ultimo tradimento, che questi fraudolenti usorno, come qui di sopra io ti ho detto; chè, per venire all’intento loro, fintamente e fraudolentemente facevan dire a un lor frate di voler fare quello che lui non voleva fare. Credi tu, Didimo, che la intenzione di cotesti maligni fussi che si facessi lo experimento? Non lo credere; chè mal per loro se si faceva. Credi tu che i frati di S. Francesco volessino che il loro frate, che scioccamente diceva che arderebbe in quel fuoco, vi entrassi, e che egli ardessi; che sarebbono stati incontinente lapidati, o almanco vituperati, se non morti? Non lo credere; ma sappi del certo che, da chi guidava questa danza, e da Compagniacci e da Doffo Spini capo loro, era stato promesso che lo experimento del fuoco non si farebbe; chè non faceva per loro a venire a simil prova. Ma li promessono che al frate loro non sarebbe fatto nocumento alcuno, e che metterebbono tante dispute e cavillationi a campo, che al cimento del fuoco non si arebbe a venire; e bastava loro che quel frate de’ Rondinelli dicesse a parole di volervi entrare, ma non in fatto, nè in verità. Questo fu il tradimento Che loro usorno, come io ti ho detto.

Didimo. E ’l punto sta qui, in che modo tu mi mostri e provi che questo, che tu hai detto, sia vero; e che la intenzione loro fussi di non venire a tal cimento, ma metter tante dispute e cavillationi, che allo experimento non si avessi a venire.

Soffia. Io te lo mostrerrò, e proverrò in più modi che così fu vero. Et il primo modo, per il quale io te lo dimostro è questo: che colui, che così l’ordinò e che lo fece, l’ha detto lui proprio, che era capo e guida do’ Compagniacci; uomo ardito [d191] e baldanzoso; o non si curava di dire il male, poi che l’aveva fatto, anzi si vanagloriava, Doffo ti dico: che, poi che il frate fu morto, più e più volte, et in più luoghi, se ne vantava de’ modi e dell’astutie che aveva usate di levarsi dinanzi quel frate. Et in fra le altre volte che così diceva, te ne dirò per ora un luogo, dove più volte e’ lo disse, et adveravanlo.‍[671] Lui usava molto in bottega di un dipintore, che si chiamava Sandro di Botticello; uomo molto noto nella città, per essere allora de’ primi eccellenti Pittori che ci fussino; et in bottega sua era sempre un Accademia di Scioperati, come uno ne era il prefato Doffo. E quivi più volte, ragionando in su la morte del frate, Doffo disse che non fu mai intentione loro mettere il frate di S. Francesco nel fuoco, e che lo assicurorno di questo; ma bastava loro che gli facesso giuoco tanto, che, col dilungare la cosa, loro venissino a loro intento di spegner queste cose del frate, e levarlo di qua. Donde che, parlandone così Doffo più volte in detta bottega di Sandro, e sendovi ancora presente Simone, fratello di detto Pittore, ne fece memoria nella sua cronica;‍[672] cioè a un suo libro, dove il prefato Simone descrive tutte le cose notabili di quelli tempi. E parendogli che questo detto di Doffo fussi da notarlo, per scoprir la verità che era occulta di questa materia, lo scrisse a questo suo libro legato in asse, che è come cronichetta delle cose occorrenti in quei tempi in Italia: et io ho visto detto libro e letto. Hor vedi, Didimo, se questo ti basta a mostrarti questa verità, ch’io ti ho detta.

Didimo. E’ non si può negare che questa non sia assai sufficiente prova a mostrare, che il capo proprio di questa Compagnia, che guidava il tutto, sia quello che l’abbi confessato e scoperto quel che a li altri era occulto: e tanto più si può prestar fede, quanto che sia stato scritto, come cosa da notare, in quella Cronachetta, che di’ aver vista e letta.

Soffia. E se questo libro non ti basta, el successo della cosa come ella seguì in quel giorno, che era ordinato per lo experimento (se tu lo gusti bene, e se tu hai punto d’ingegno) ti dovrebbe bastare, e far chiara la mente tua; che dal [d192] frate nostro non mancò punto, anzi da li adversarii, che non si facessi lo experimento detto.

Didimo. Se tu mi dirai quel che successe in quel giorno, poichè s’erano fatte le promesse da tutti e dua quelli frati, col contratto che tu di sopra hai detto; io per adventura potrò esser più chiaro di vedere e giudicare, se fu vero o no, quello che dicano questi nostri amici: che restassi dalla parte di fra Jeronimo di non ultimarsi questo esperimento.

Soffia. Sta attento, che io ti narrerò appunto il vero come andò questa cosa: chè fui al tutto presente. E tu, inteso che avrai il modo con che si precedette per questa parte, farai giudizio, se il lume dell’intelletto in te non sarà spento. Questo dì, che le parte avevano stipulato d’essere in piazza de’ Signori a fare questo effetto, era il Sabato dell’ulivo di quella Quaresima del 1498. Venne il primo fra Hieronimo a hore 21, che era l’ora promessa in sul contratto, con tutti i suoi frati in processione, che credo fussino più di 200; parati quasi tutti con pianete e piviali, e colla Croce innanzi: e lui e fra Domenico nelli ultimi. Haveva fra Domenico indosso pianeta e piviale col camice, e con un crocifisso di legno in mano, in croce, alto quasi due braccia; e fra Hieronimo con un piviale e col vaso del Sacramento in mano, e con molte torce e lumi in mano di cittadini intorno al Sacramento: et io fui uno di quelli che lo accompagnai. Et entrammo nella loggia de’ Signori, che era partita per il mezzo con asse; et a questi di San Domenico fu assegnata quella parte verso Mercato nuovo. Venne poi l’altra parte de’ frati de’ zoccoli (et entrorno in quella parte della loggia verso il Palazzo) senza processione, senza paramenti, senza lumi; come se havessino andare a vedere una giostra: hor gusta tu, Didimo, questo per il primo segno. Giunto ognuno nel luogo suo, fra Hieronimo posò il vaso del Sacramento in su uno altare, che quivi era stato ordinato in quella loggia, con molti lumi intorno; et mandò subito alla Signoria, che facessi entrare e’ frati l’uno e l’altro nel fuoco, come e da chi la Signoria aveva quivi ordinato, e che lui e li sua erano quivi parati. E stato così un poco, risposta non veniva; e fra Hieronimo di nuovo manda a sollecitare. Et eccoti venire quattro cittadini a fra Hieronimo, tra [d193] quali il più vecchio era Pier degli Alberti, et a lui per la età toccò a parlare e disse, da parte de’ frati di S. Francesco, che non si contentarono che fra Domenico portassi allo experimento del fuoco quella pianeta o piviale, che aveva indosso; per rispetto che tal vestimento potrebbe essere incantato, o maleficato che non ardessi: e che però fussi contento fargliene cavare. Hor piglia, Didimo, per il secondo segno, volendo poi poter ben giudicare.

Didimo. Questi mi paion segni di poca fede delli adversarij in sin qui; ma procedi più oltre, e dimmi quel che rispose fra Hieronimo.

Soffia. Rispose e disse in sustanza, e quasi in questo effetto: Magnifici Cittadini, Voi sapete che non per altro si è fatto il contratto per mano del Cancelliere della Signoria, se non perchè, fuor di quello, nessuna parte possa domandare altro. Questo è fuor del contratto: habbiate patientia; io non voglio innovare altro che quel che ha ordinato la Signoria. E da altra parte vi dico, che questa non è domanda da veri cristiani. Noi non usiamo, nè temiamo d’incanti; la fiducia nostra è solo in Dio. Dite a quelli vostri Padri di S. Francesco, che loro credono che l’incanti vaglino in questo caso, che ne ponghino addosso al loro frate quanti e’ vogliono, che non li stimiamo cosa veruna. Allora Piero replicò e disse: O Padre fra Hieronimo, che fa a voi, andare il frate vostro più con una veste che con un’altra? Oh! se loro chiedessino una gran cosa che diresti voi? Questa è una piccola cosa; siate contento concederla. E così ancora quelli altri cittadini, per esser piccola cosa, ne lo confortavano; in modo che lui disse, per non stare a disputatione e passare il tempo: io son contento; pigliate un’altra pianeta o piviale di questi mia frati che son qui, e mutatela; con questo inteso, che non chieghiate altro. E così si fece; e mutossi quivi questa vesta di sopra; et partironsi commendando assai fra Hieronimo, che così avessi fatto e conceduto.

Didimo. Questa risposta di fra Hieronimo fu saviamente detta. Ma che seguì poi, e che fine ebbe questa disputatione?

Soffia. Non creder che qui si fermassino con le loro cavillationi, ma mettendo tempo in mezzo, che era già passato 22 hore, nulla si spediva: donde fra Hieronimo mandò di [d194] nuovo a sollecitare. Et ecco di nuovo tornare la medesima ambasceria, et il prefato Piero degli Alberti, con parole adulatorie verso di fra Hieronimo, dicendo: Padre, voi siete stato assai commendato di quel che, per vostra humanità, havete compiaciuto a questi frati di S. Francesco; e tanto più sarete commendato, se voi concederete ancora un’altra cosa, che vi adomandono. Rispose il frate: Piero, egli è meglio che voi non la diciate, perchè sapete, poco fa, dissi non voler concedere più altro, e fusti contento; e come hora vi mutate? Replicò Piero: Padre, non vi turbate; ella è quasi la medesima, che la prima. Dicano i nostri frati che il medesimo sospetto è nell’altre veste di fra Domenico d’esser maleficate, che era in quella mutatasi; e che vogliono che si spogli del tutto. Hor nota qui, Didimo, per il 3º segno; e giudica tu, se ti piace, che costoro volessin venire allo esperimento, o cavillando fuggirlo.

Didimo. Io ti dirò il vero: considerando questi modi, che tennon costoro, mi fanno credere che fussi vero quel che poco fa dicesti che havea detto Doffo Spini; di metter tante cavillationi a campo, che non si verrebbe allo esperimento. Vedesi che questi andamenti non sono altro che subterfugii per non far nulla; ma che disse fra Hieronimo?

Soffia. Rispose: o Piero, che cose adimandate voi? Volete voi che questo huomo vadia ignudo? che così volete che si spogli del tutto. Questo religioso ha portato tanti anni l’abito di San Domenico, e non lo lascierà mai insino alla morte, se non li sarà tolto per forza. Preterea, come poco fa vi dissi, questo non è combatter da cristiani, aver fantasia all’incanti. Io vi dico da parte di tutti nostri frati, che non vogliamo far altro, che quel che dice il contratto che ha fatto far la Signoria; e siamo parati a observare e venire allo esperimento, e per noi non sta.‍[673] Replicò Piero molte parole; e che si poteva mutare altre veste e non andare ignudo. E tandem non potendo avere altro, questi ambasciatori si partirno, et andorno su alla Signoria a querelarsi. Et intanto si avvicinava a 23 hore. E stando così un poco, venne ambasciata dalla Signoria, che fra Hieronimo fussi contento, siccome havea fatto mutare la prima vesta a fra Domenico, così lasciassi mutare le altre. E [d195] fra Hieronimo fu contento obbedire la Signoria; e disse, che questi frati di S. Francesco eleggessino uno, chi volevono di questi di S. Domenico (che ve n’era quivi più di cento), e spogliassinlo, e rivestissino fra Domenico de’ panni di quell’altro; con questo inteso che, se chiedessono più altro, che non lo concederebbe. E così rimasono; e venne quivi incontinente un de’ loro frati de’ zoccoli, chiamato fra Piero della Strada, et andò sguardando tutti quei frati di S. Domenico, e scelsene uno a suo modo, che era frate Alexandro Strozzi. Il quale, come si vidde pigliare da quel frate, credette esser eletto per andar nel fuoco; e tutto lieto corse a’ piedi di fra Hieronimo, chiedendo la benedizione per entrar nel fuoco. Al quale fra Hieronimo rispose: questo non tocca a voi; avete andare con fra Domenico, e spogliarvi, e rivestirvi de’ suoi panni e lui de’ vostri: E così andorno in Palazzo nella Camera dell’Arme, e spogliorno fra Domenico insino alle calze, scarpe e calcetti et ogni cosa; e, così rivestitosi de’ panni di quell’altro, due frati di S. Francesco lo ricondussono nella loggia, dove era prima, col suo crocifisso in mano con che escinne; e quivi lo guardavono, acciocchè forse non si fussi mutato altri panni. Vedi che segno ti par questo altro. Et hor fatto questo, fra Hieronimo manda a sollecitare che s’entri allo experimento, chè di già si avvicinava la sera. Et eccoti tornare la medesima imbasceria la 3ª volta. E quel venerabil cittadino Pier degli Alberti, cominciò a parlare a questa volta con un altro colore rettorico, che non aveva fatto insino a qui: e tu, Didimo, da questo suo parlare potrai haver l’altro segno da fare il tuo iuditio. Hor questo Piero disse prima male de’ frati di S. Francesco, per captare benevolentia dall’altra parte; e disse: Padre fra Hieronimo, questi frati di S. Francesco son troppo importuni. Io l’ho detto loro; pure habbiate patientia. Voi n’havete più discritione, et havete usato più urbanità di loro. E’ ci resta solo una cosa, e questa si è: quel Crocifisso, che fra Domenico ha in mano, non vorrebbono che ’l portassi seco nella capanna del fuoco, per il medesimo rispetto sopradetto. Hor come fra Hieronimo ebbe udita questa proposta, si volse e disse: Piero, non v’ho io detto che questi vostri non combattono da Cristiani, ma da infedeli? Come ardiscono loro [d196] proibire che Cristo nostro e lor Signore non si porti in sua difensione? In che dunque confidano questi vostri, se non voglion Cristo? Preterea voi havete, poco fa, due volte promesso non chieder altro; et hor tornate con nuove domande. Questo vuol dir altro. Credete voi che noi siamo senza intelletto? e che noi non veggiamo che non volete venire allo experimento ordinato; ma volete consumare il tempo con queste cavillationi, per condurci a notte, alfine di far qualche altro male? No, che io non ne voglio sentir altro; chè, consentito questa volta, ne verresti all’altra. Noi vogliamo osservare il contratto, chè quel più vi haviamo concesso. Noi non andiamo con incanti, nè con superstitione alcuna; ma semplicemente, confidandoci in Cristo e non in altro; e con fede, anzi certezza, entrando nel fuoco, di uscire inleso; e chi, per la parte nostra entrerrà, che non si arderà un capello, non pure un pelo della Cappa o della vesta; perchè la nostra fiducia è tutta in Cristo crocifisso per noi; e con lui vogliamo star nel fuoco e fuor del fuoco, nè lo vogliamo lasciar per nessun modo. Anzi fra Domenico, non solamente con quel crocifixo che lui ha in mano; ma etiam col Sagramento, che è qui in su l’altare, andrebbe nel fuoco, se li paressi di portarlo. Donde, finito questo parlamento, quelli cittadini, che non potevono haver altro da fra Hieronimo, si partirono. Ma lui mandò dire alla Signoria che, per lui non mancava, nè per li sua frati, di osservare quanto avevono promesso, e che eron parati a obedir quanto lei comandava. Per il che la Signoria, vedendo che gli era presso a notte, dettono licentia a ognuno che se n’andassino: che senza licenzia questi frati non si sarebbon partiti. E però, vedendo la Signoria che il tempo della notte forse e senza forse arebbe dato occasione di scandolo, volse che ognuno, senza far altro experimento, se ne partissi innanzi che fusse scurato il giorno. Hor giudica tu, Didimo, se questi tua amici dicano il vero o la bugia, che da fra Hieronimo rimanessi a far lo experimento del fuoco, o dall’altra parte. Tu hai inteso hora tutto il vero; chè a tutto quel che io ti ho detto mi trovai presente. Hor, se tu hai preso e gustato tutti li segni et il procedere di questa materia, giudica tu quel che te ne pare.

[d197]

Didimo. Io veramente credo che non si troverrà persona di cervello e senza passione, che avessi veduto tutti questi andamenti e modi dell’esser proceduto per l’una e l’altra parte in questo caso, che mai possa dire con verità che sia restato dalla parte di fra Hieronimo; ma più presto dall’altra, vedendosi sempre con nuove cavillationi haver fuggito lo experimento, con dilungare il tempo sino a notte. E questo è il giudizio che ne fo. Ma io ti voglio ben dire una cosa di mia fantasia, in che mi pare che quella Signoria manchasse. Se io fussi stato allora de’ Signori, io arei fatto pigliare l’un frate e l’altro, e messili in quella capanna e messovi fuoco; se io avessi avuto concorso di tanti delli altri Signori, che fussino stati della mia opinione; et haremo veduto questo miracolo.

Soffia. Tu hai ben detto, se tu avessi auto tanto concorso delli altri Signori; ma sappi che v’era chi l’arebbe fatto dalla parte de’ frati di S. Domenico; ma il concorso non vi era, perchè e’ più di loro erano macchiati d’una medesima pece. Et anco sappi, che ben conoscevano che loro andavono contro la verità, e non potevono sperare cosa buona per loro del miracolo; anzi ne avevono da temere, e fortemente: che così bisogna dire che il rimorso della coscientia, che mai non falla, gliene dimostrassi. Bastava loro tenere tali modi, che finalmente con loro astutie e cavillationi e bugie dessin la colpa ad altri, che aveano loro; intanto che avessino il frate nelle mani, e guastassino quel governo. Questo era lo intento loro, e non il cercare il miracolo. Ma questi Compagniacci, che havevono preso l’arme, et erano lì quel giorno in piazza, non ebbono però tanto animo, che mettessino le mani addosso al frate; perchè vi era la guardia grande ordinata dalla Signoria‍[674] (che era pur officio loro provedere alli scandoli e tomulti); et ancora vi era tanti altri cittadini da bene, proveduti in favor di questa parte, che superavano assai i Compagniacci. E però non si mosson per allora, benchè molte parolaccie usassino. Ma la notte seguente, che fu il Sabato dell’Ulivo, come è detto, non attesono ad altro che sollevar gente della plebe e popolaccio con dire: che gli era rimasto da frati di S. Domenico di non voler fare lo experimento. E l’altro dì, che fu la [d198] Domenica dell’ulivo, verso la sera, assaltorno la chiesa di S. Marco: dove non era guardia, nè preparatione di difesa alcuna. E quivi, messo fuoco nelle porte, tanto vi si combattè sino a mezza notte, che ebbono alfine, d’accordo, il frate nelle mani. Hor eccoti qui, Didimo mio, narrato di tutto quello ricercomi in questa giornata di voler sapere: donde e come nacque tant’odio contro il frate, e che lo perseguitassino insino alla morte. Et io te l’ho dette tutte le ragioni, intanto che tu vedi che gli è preso, et è nelle mani de’ Farisei e de’ suoi nimici. E, se io ti volessi dire il resto, e li strazzi che li feciono, e quanti versi tennono per farlo morire; bisognerebbe un’altra giornata, e tu vedi ch’egli è già sera, e non è tempo da finirti et explicarti l’altre cose.

Didimo. Io veggo che gli è vero quel che tu di’, e che non ci è tempo, e che l’ora è tarda; però io ti lascierò per oggi, et un’altra giornata tornerò a rivederti, e fornire questo restante di questo servo di Dio. Che veramente, per quanto insin qui mi hai detto, non posso credere se non che fussi un servo di Dio; e però non posso fare che non mi doggha, vedendo che già è preso da sua nemici. Ma, se oggi noi lo lasciamo qui nelle mani de’ Farisei, un’altra volta lo lascieremo in Paradiso, dove arà la sua perpetua pace e quiete. E partendomi da te, con Dio ti lascio.

Soffia. Vade in pace.

Didimo. Et tu quoque vale.

Dell’Apologia in modo di Dialogo, in diffusione delle cose predicate in Firenze dal Rev.º fra Hier.º Savonarola da Ferrara.

Quarta giornata. Delle cagioni allegate dolorosamente e falsamente da’ Compagniacci e da’ cattivi, dell’aver preso fra Hieronimo per farlo morire, come feciono; apponendoli che voleva metter Cristo nel fuoco et arderlo, e che gli era eretico et scismatico e scomunicato dal Papa. E qui appresso si pongano le risposte a tutte queste calunnie.

Didimo. Nell’ultimo giorno, che noi fummo insieme a parlamento delle cose del nostro Reverendo fra Hieronimo, [d199] tu mi narrasti lungamente che tanto fu ostinata e dura la persecutione, che feciono quelli Compagniacci, insieme con li altri cattivi cittadini di Firenze, che alfine lo presono et ebbenlo nelle forze loro; e dicestimi che il resto che seguiva poi di questa captura lo riserbavi in altra giornata. E però io son tornato di nuovo a darti molestia: e so che tu mi harai scusato, per il tanto desiderio che io ho d’intendere il tutto, sino al fine d’ogni cosa, di questo Padre.

Soffia. Tanto quanto allora dissi, tanto voglio osservare.

Didimo. Io comincierò a interrogarti sopra una parola, che nel fine quasi del parlare tuo ti uscì di bocca; e questa fu che, narrando tu la sua captura fatta da Compagniacci, dicesti che l’ebbono d’accordo. Io non intendo che accordo fussi questo; chè per allora, essendo sera, non vi fu tempo da dimandartene. Arò caro, se ti piace, che mi dichiari meglio questa parola, e che accordo fu questo.

Soffia. Io tel dico. Doppo che fu combattuto quivi un gran pezzo, da vespro quasi insino a mezza notte in circa, che vi era de’ Secolari, benchè pochi (che forse erano quivi rimasti doppo vespro, et combatterno assai per difensione di quelli frati di quel convento, che tutti erano ridotti in coro), si cominciò per qualcuno a cercare di posare il combattere. E dissono alcuni di questi Compagniacci, tra’ quali fu uno Guglielmo Alexandri, di voler parlare, da parte della Signoria, o a fra Hieronimo, o a qualcuno di quelli frati. E fu fra Malatesta, che s’intromisse a parlare con loro; e’ quali dissono che la volontà della Signoria era, che fra Hieronimo venissi in palazzo alla Signoria. Al che fu risposto che ne mostrassino il partito della volontà della Signoria. Et uno di loro, che fu il detto Guglielmo Alexandri, disse: La Signoria fa a nostro modo; non ne dubitare punto che il partito c’è; e doppo altre parole fecion venir quivi un Mazziere, over comandatore de’ Signori, con le fave nere in mano del partito della Signoria. Il qual partito se fu della Signoria o no, Dio lo sa; e fra Malatesta venne, e a fra Hieronimo et a tutti i frati che già s’erono poi ridotti in Libreria, e mostrò, o per timore o per voglia che’ egli havesse, che la cosa era in gran pericolo; e che e’ bisognava andare, o che i frati sarebbono quivi tutti morti: e [d200] così spaventò assai tutti i frati. Donde quelli de’ Compagniacci che erano a tal parlamento, come fu Duccio Adimari, e detto Guglielmo, et il Grasso de’ Medici et altri, affrettando la cosa, promessono con larghissime parole a’ frati tutti di condur salvo il frate alla Signoria, e così salvo ricondurlo al suo convento: che forse, se si aspettava il giorno, sarebbe stato soccorso da molti, che, per esser notte e non veder che cosa fusse, non si mossono. E così con questi patti si dette loro nelle mani; e fra Domenico da Pescia volse andare et andò con seco in sua compagnia. E questo fu l’accordo, che io volsi ieri dire quando così parlai; et hora che mi hai ricerco che tel dichiari, come ho fatto, sappi ancora che molti de’ suoi frati, in questo suo partire, volevano andar con lui, etiam che credessino andar alla morte; ma lui non volle che nessun vi andassi, se non fra Domenico. I quali, prima che di lì si partissino, tutti a dua si comunicorno quivi l’un l’altro per viatico; quasi aspettando la morte ad ogni punto. E bisognò che il frate a qualcuno di questi suoi frati comandassi per obedienza, che non si partissi, e che non lo seguitassi: tant’era accesa in loro la carità verso del loro Maestro. E così questi Compagniacci, in quella notte, lo menorno via preso cum fustibus et lanternis, con tante grida e strida di quel popolaccio, quanto si può pensare che sia nell’Inferno: e chi gli dava pugna e calci, e chi lo chiamava frataccio e chi fra Cipolla e chi in un modo e chi in un altro, con tanti strazii e villanie che, se tu l’avessi sentite, ti parrebbe che fusse stata molto simile questa captura a quella del nostro Salvatore. E così lo condussono al Palazzo dove erano congregati li Farisei, che con gaudio lo aspettavono, per fare ogni male: e quivi, in cambio di rimenarlo al suo convento, come havevon promesso l’altro giorno, cominciorno a tormentarlo e darli della corda, perchè non rispondeva a lor modo, a quello di che lo esaminavono et interrogavano. E quivi furno eletti 16 esaminatori, tra’ quali era un Doffo Spini capo de’ Compagniacci, come ti dissi nell’altra giornata. Hor pensa tu com’egli stava, tra 16 cani arrabbiati con tanto ardire, che ponessino alla fune e tormenti un religioso, senza causa e senza aver licentia da alcuno suo superiore. E benchè dichino in su quel processo, che è fuori, che [d201] vi fu la commissione del Papa in due Canonici, non fu vero, e non può essere, perchè nel medesimo processo si riprova. Perchè dicano averli dato, alli 10 di Aprile, 3 tratti e mezzo di fune, et tamen il frate non entrò prima in Palazzo che la mattina de’ 9 di Aprile; e non poteva, in sì poco tempo, haver mandato et esser venuto lettera, o licentia alcuna da Roma.

Didimo. Io veggo, per quello che mi racconti, in prima la bugia di questi Adversarij, e poi quanto stratio costor feciono di questo povero frate; dove si manifesta quanto odio et veleno loro havevono conceputo contro di lui. Ma io non veggio già che cagione o delitto li apponessino, di sì subita presura e tormenti; perchè non si essendo venuto alla prova del fuoco, che di sopra io ti dissi, non potevon dire che l’avessin trovato in dolo, nè in fraude alcuna.

Soffia. Chi ha voglia di venire a una fine ec.

XLVI. (Vol. II, lib. IV, Cap. IX, X, XI.)
Altro brano dello stesso Manoscritto del Violi.

Sesta giornata. Del vero processo di fra Hieronimo di sua mano scritto, e delli altri tre processi, contra di lui falsamente scritti da’ suoi inimici.

Soffia. E’ mi par vedere Didimo venire molto in fretta verso casa mia; qualche altro scrupolo gli sarà stato messo nel capo. Egli è desso! O Didimo mio, che hai tu di nuovo che tu ne vieni così affannoso?

Didimo. Io non so qualche volta dove io cammini; tanto è astratta la mia fantasia sopra queste cose di fra Hieronimo, che bene spesso, uscendo di casa et non pensando, io mi conduco qua a casa tua, che a pena io me ne accorgha: et insino a tanto che io non sia resoluto da te del tutto in queste cose, non pare che io mi possa quietare. Tu sai che nella giornata, [d202] in che noi, parlando sopra la scomunica fatta da papa Alessandro VI contra a fra Hieronimo, a stanza et per suggestione di quelli cattivi di Firenze; tu incidentemente toccasti ancora un motto del Processo che contra di lui fu fatto, e dicesti volermene dire un altro giorno, sopra questa materia, la verità come essa sta appunto. Et per questo io sono stato in proposito tuttavia di tornare da te per saperne il vero, e tanto più sono spinto, perchè, poco fa, uno di questi mia amici, che tu sai che son contrarj a questa opera, scontrandomi, mi assaltò a parlar meco in su questo processo; e ti posso dire che ci si fanno molto gagliardi, con dire che e’ fu un seduttore, e che questo suo processo e la morte sua l’ha dimostrato. E però non ti maravigliare, se io ne venivo così ratto e sopra pensiero, e ti prego che tu mi illumini di questa cosa come mi hai fatto delle altre, e che io sappia come io debba rispondere a questa calunnia, che altre che calunnia non penso e non credo che la si possi essere.

Soffia. Tieni saldo e fermo cotesto tuo credere, che quello che loro ti dicano sopra questa materia, non è altro che calunnia, come io ti mostrerò in questa giornata, prima che tu ti parti da me; perchè essendo tu venuto a posta per questo, voglio e spero per gratia di Dio mandartene sodisfatto; e vedrai che, da uno in fuori che lui scrisse di sua mano, tutti li altri processi sono falsissimi, e falsamente da’ suoi malevoli composti. Et in quanto tu di’ che lo chiamano fra Hieronimo seduttore, e che per seduttor fu morto, non te ne alterare, Didimo mio, di questo loro parlare; perchè ancora Christo signor nostro fu chiamato seduttore da quelli Giuda che lo feciono crucifiggere, e per seduttore lo accusorno a Pilato e che e’ subvertiva il popolo, e per seduttore volsono che morissi; et ancora poi che fu morto lo chiamorno seduttore, dicendo a Pilato che lo facessi levar di croce e custodire il sepolcro, dicendo: seductor ille dixerat: post tres dies resurgam, cioè questo seduttore ha detto che resusciterà doppo tre giorni. Però lassa pur dire questi cattivi, che io non me ne piglio punto di scandolo, del parlare di questi cattivi; anzi ne piglio edificatione, considerando etiam che per questa via, lui si è assimigliato più al suo e nostro Signore, che volse ancora lui morire [d203] per queste via, et esser chiamato seduttore, benchè non fussi vero. E se così questi cattivi dicano di fra Hieronimo, considera, Didimo mio, che non ha a essere maggiore e di miglior nome il servo che il Signore, sí come disse Jesu Christo a’ suoi discepoli: Non est maior servus Domino suo, et si me persecuti sunt, et vos persequentur. Ma torniamo al proposito di quello che tu vuoi sapere del processo, et lasciamo andare costoro che son ciechi.

Didimo. Sì, Soffia mio carissimo, questa cosa del processo, chè per ora da te altro non desidero.

Soffia. Sappi, adunque, che quattro furno i processi che in quel tempo furno fatti sopra di Fra Hieronimo, quando che lui stette preso et incarcerato; et uno di questi è solo vero processo, chè lui scrisse di sua mano, e che li fu dato da scrivere, et inpostoli che de’ casi suoi ne scrivessi la verità sopra le interrogationi che li furno fatte:‍[675] e lui così del tutto ne scrisse la verità. E questo suo processo vero di sua mano, un nostro cittadino chiamato Giovanni Berlinghieri, che era allora uno del numero de’ Signori, et era huomo litterato, gli pose su le mani, et tennesi questo tal processo per sè; nè mai, poi che fu uscito de’ Signori, volse che alcuno più lo vedessi, nè in vita di Fra Hieronimo, nè etiam doppo che fu morto. Questo Giovanni Berlinghieri si trovò esser de’ Signori, in quel tempo che Fra Hieronimo fu preso, cioè d’aprile 1498, et uscì de’ signori; et poi di maggio entrò la Signoria, al tempo della quale poi Fra Hieronimo fu sententiato e morto; sì che Giovanni non si trovò a giudicarlo, ma portossene quel processo vero; et vedendo come questo frate fu poi morto, non volse mai mostrarlo poi a persona, dicendo che non l’haveva.

Didimo. Io non ho saputo mai più che di Fra Hieronimo, fussin fatti tanti processi, quanti tu hai narrato; e mi son creduto sino a qui, che quel solo processo che è fuori stampato fussi di lui fatto, e non altro, eccetto che la esamina che di lui fece poi Romolino. Hor, perchè tu hai detto che furno fatti di lui quattro processi, e di già mi hai scoperto uno che [d204] tu di’ che è quel vero che ebbe Giovanni Berlinghieri; tu mi dirai ancora come stanno questi altri, e se di questo primo tu hai ancora che dirne altro; perchè il dire tu che questo è il vero, et li altri no, non par che basti, se tu non me ne dimostri qualche segno di verità.

Soffia. Il primo segno che io ti voglio dire, e la prima coniectura per la quale si apparisce che questo sia la vera confessione di Fra Hieronimo, e che tutto sia in suo beneficio, e secondo la verità da lui prima tanto predicata; e pubblicamente detta, è questo: che Giovanni predetto, richiestone doppo morte del frate, da molti credenti la sua dottrina, non lo volse mai mostrare; forse per non scoprire sè, o quelli che in tale opera erano stati adversi et persecutori di questo frate. El che è così da presumere, che questo sia il vero processo e l’altro no, e che questo non concordi con quello che è fuori; perchè se questo processo fussi stato concordante con quello che hanno mandato fuora e fatto stampare, l’harebbe Giovanni mostro ad ognuno, e non occultato. Ad ognuno, dico, l’harebbe volentieri fatto vedere, e tanto alli fedeli e credenti di questa opera del frate per farli chiarì, perchè erano in errore; quanto etiam et molto più alli contrarj per compiacer loro; e però, non l’havendo voluto mai lasciar vedere, maxime a quelli credenti, chè ne fu ricercato da molti; questo è segno e coniettura manifesta, che questo scritto di sua mano non concorda con quello stampato e pubblicato, che è fuora.

Didimo. Questo segno che tu hai detto ha assai del verisimile, che in quel processo scritto del frate fussi più presto cosa che contrariassi a quel processo stampato che con quello concordassi; pur non di manco questa è sola coniectura e non probatione, se altro non vi si aggiugnessi, maxime non ne dicendo tu se non parole, che lui cioè Giovanni l’habbia dinegato mostrarlo a persona alcuna.

Soffia. Io veggo che è forza, che io ti apra ancora più manifesto segno, che non era mia intentione nominare persona; ma perchè io ti veggo ancora star sospeso, son forzato pigliare animo a nominarti qualche uno che a Giovanni ne parlò, e le parole che gli rispose.

Didimo. Tanto più ne rimarrò satisfatto, quanto tu più [d205] mi mostri che Giovanni havessi questo scritto nelle mani, e che lui lo volessi occultare.

Soffia. Sappi, adunque, e tieni per certo questo che adesso ti dico: il prefato Giovanni Berlinghieri, doppo alquanti anni morto il frate, si infermò: et gravemente; et allora sperandosi che, almanco doppo sua morte, Giovanni fussi contento lasciar questo scritto che si potessi vedere; vi andò a parlargli dua suoi parenti, e dirotti chi e’ furno poi che così mi costringi. Questi furno Alessandro Pucci, et Mª Sibilla sua donna, i quali erano tutti a dua suoceri di una figliuola di detto Giovanni, sperando per la parentela ottenere questa domanda, et pregoronlo che dovessi mostrar e compiacerne loro di questo scritto del frate. E dirotti ancora più oltre, da chi e’ furno mosse queste dua persone a far questa domanda. Fra Bartolommeo da Faenza, che era frate dell’ordine che era Fra Hieronimo, uno dei suoi credenti, ma haveva veduto miracoli più volte; sapendo che Giovanni haveva questa cosa, desideroso di vederla usò queste dua persone parenti di Giovanni per impetrare questa gratia. Ma odi quel che Giovanni li rispose e disse: nè a voi nè a persona del mondo lo mostrerrei, perchè sarei per avventura cagione della morte di più di quaranta cittadini di Firenze. A Dio non piaccia che io sia cagione di tanto male; habbiate pazienza, perchè non è bene che io facci quello che voi mi domandate; anzi voglio prima che io muoia gittarlo nel fuoco, e vederlo ardere, chè non voglio dare occasione alla morte di persona. Hor che di’ tu qui, Didimo; bástati questo segno della verità di questo tal processo? Di chi credi tu che Giovanni dubitassi d’esser morti tanti cittadini, non già delli amici del frate, che in tale scritto non havevan colpa, nè fattovi nulla; ma sì bene delli suoi persecutori che havevono fatto il contrario e l’opposito di quel che diceva questo processo vero, e di man propria del frate.

Didimo. E’ non si può negare che questo non sia manifesto segno, che la verità sia in questo scritto che tengano occulto; perchè le parole di Giovanni Berlinghieri, che tu hai allegate, se le son così come tu l’hai narrate, mostrano la malignità e la colpa grande in costoro che dettono la morte, [d206] o furon causa della morte del frate, dubitando lui che sarebbon morte, se questo processo si palesassi.

Soffia. E’ pare che tu dubiti, se questa risposta di Giovanni fu così come io te l’ho narrata. Credi tu che io ti dicessi affermative una cosa, della quale io non ne fussi certificato prima? Sappi che tutte queste parole di Giovanni, io hebbi da tutte a tre quelle persone che io ti ho narrato che richiedevano Giovanni di questa; perchè tutti tre erano mia amicissimi, et hebbi sempre io con loro grandissima familiarità sin che vissono.

Didimo. Io ti credo assolutamente, e non dubito punto che non sia vero quello che tu mi hai detto; e tanto più ti credo, che non posso credere haver permesso Dio, che cotesto huomo habbi serbato cotesto scritto a caso; ma che forse un dì si habbia a palesare per testimonio di questa verità.

Soffia. Ella è opinione di alcuni, che benchè Giovanni dicessi quelle parole di voler ardere questo processo innanzi alla sua morte, che non dimanco poi nol facessi; e però potrebbe per avventura un dì, quando a Dio piacessi, verificarsi quello che tu hai detto.‍[676]

Didimo. Horsù tu hai detto assai di questo primo processo; e di quest’altri tre che tu di’ che ne furno fatti, tu ne dirai quel che e’ sono, e che di loro sia seguito.

Soffia. Io ti ho detto che questi altri tre furno falsamente fatti, per calunniare il frate quanto e’ potevano; volendo con tal calunnia coprire sè e la loro cattività e maligna intentione, che non paresse che havessino presi et morti tre religiosi, senza causa alcuna e tanto vituperosamente, e non havendo altro rimedio a voler dar qualche coperta alla loro iniquità che fingere questo frate uno huomo diabolico. Ma diciamo un poco di quelli altri due, che insieme con lui feciono morire. Di questi non hanno mandato fuori nè stampato processo alcuno; anzi dipoi si è trovato quel che loro scrissono in prigione, che non v’è un peccato al mondo. Immo più forte [d207] ti dico, che viddono un miracolo espresso di Fra Domenico in prigione, innanzi che lo mandassino a morire, come un’altra fiata io ti dirò per non uscir qui ora di proposito. Bastiti questo per adesso, e nota bene se questo altro segno che io ti ho detto ti scuopre la malignità, et perversità grande di questi indiavolati et maledetti persecutori di questo frate.

Didimo. Chi ha punto di giudizio e ponga da canto la passione, non sarà mai possibile che, considerato tutte le circonstantie che sono in questo caso, che possa mai dire, se non che questa fu rabbia di questi persecutori, e non fu cosa di iustitia, nè di verità alcuna. Ma torna al dirmi di questo secondo processo quel che tu ne sai.

Soffia. Quando questi scellerati viddon da principio, di non poterne, con tormenti nè con altro, trovar cosa da giustificarsi di haver messo le mani violente in questi poveri religiosi, come già te ne toccai un motto nella III giornata, che allora infra tre o quattro giorni già il popolo nella città mormorava di loro; però fabbricorno così in fretta fretta un processo falso di poche carte, cavato, come allora si disse, in parte da quel (di) Fra Hieronimo, con certe postille aggiunte in più luoghi, che guastavano tutto il detto suo; e le quali postille si disse essere state fatte da ser Cecchone che fu cancelliere di quelli esaminatori, et posonvi su qualche calunnia contra il frate, e fecionlo stampare a un cartolaio e venderne. Ma non fu più che veduto fuora, che etiam da quelli che erano dalla parte di questi adversarij, e de lor savi della sapientia humana, fu giudicato cosa di poco fondamento, e più presto con poca prudentia composta; e però subito fu mandato un bando in fra tante hore, sotto grave pena, riportarli a quel Cartolaio donde li havevono comperati. Hor vedi, Didimo, che processo fu questo che lor medesimi compositori di quello processo presto sene ebbono a vergognare.

Didimo. Questo che tu hai detto del mandar fuori questo tal processo, e subito ripigliarlo, dimostra la sciocchezza loro, et insieme la malignità; e così sempre interviene a chi non va retto a Dio, che, benchè per far male usi l’astutia e la malitia, nondimanco sempre par che perda il cervello, e dimostri ancora la sua astutia sicome è scritto: Adducam consiliaros [d208] in stultum finem. Ma dimmi, Soffia, donde cavi tu questo, che mandato che fu fuori tal processo, lo facessino di subito, per bando, riportarlo donde era stato levato?

Soffia. Che questo fu cosa pubblica, et ancora io dissi se tu leggessi quella cronicha del Botticello, che altra volta io ti ho detta, tu troverresti a carte 434 che lui dice che fu messo questo bando da parte della Signoria, o degl’Otto, che tal processo si riportassi, e che ne fu riportati molti; ma che lui nol volse già riportare quello che lui comperò.

Didimo. Horsù diciamo che questo sia abastanza quanto al secondo processo che tu hai detto, il quale apparentemente si vede assai esser macchiato di falsità. Venghiamo al terzo, e dimmi quale è questo terzo, e quel che tu ne giudichi, e come tu lo intendi.

Soffia. Il terzo processo è questo che è fuori stampato, il quale scrivono esser fatto e scritto sotto dì 19 di aprile 1498, il quale io ti ho detto che è similmente falso, e mostrerotti la sua falsità in più luoghi, se tu mi ascolterai.‍[677]

Didimo. Mostrami, e di’ quello che tu vuoi, che io ti ascolterò sempre più che volentieri, per trovar la verità di questa cosa, chè altro io non cerco.

Soffia. Cominciati da principio di questo processo, dove e’ dicano haver cominciato ad esaminare Fra Hieronimo alli 9 d’aprile, che la notte innanzi a detto dì 9 fu da loro preso; e dican alli 10 haverli dato tre tratti e mezzo di fune, et a questa esamina, oltre alli esaminatori secolari che quivi son nominati, dicano vi intervenne due canonici commessarii del Papa. Questa per la prima è una expressa bugia, et una manifesta falsità, perchè il frate è preso la notte innanzi alli 9 del mese, et alli detti dì 9 lo cominciano a esaminare secondo che è scritto in detto processo: non è possibile che in sì breve tempo habbino mandato a Roma per la commissione, e la sia venuta in sì poche hore, che tra l’andare e tornare son più di duegentonovanta miglia; però si vede già che in sul principio questo processo si dimostra falso, e Dio lo permette che [d209] le opere de’ cattivi hanno sempre qualche cose che si scopre la lor cattività.

Didimo. Questa tua ragione non è talmente gagliarda che non vi si possa rispondere; perchè potranno dir questi adversarij, che prima havessino fatto venir tal commissione.

Soffia. Sciocca e stolta sarebbe stata cotesta loro risposta, se così la dicessino, e sarebbon simili a quello stolto che ordina di desinare la lepre avanti che l’habbi presa.

Didimo. Horsù ammettiamo che questa prima habbia apparentia pur di qualche falsità, e dimmi se tu ne mostri altra miglior ragione di questa, da convincere questi nostri amici; che ti so dire che in questo processo fanno grandissimo fondamento, e dicano che gli è soscritto da tante altre persone qualificate che si trovorno presenti a tal sua confessione, in modo che io non veggo per che via si possa bene uscire di questo. Io per me non so già cavarne i piedi, se tu non mi mostri il modo.

Soffia. Ben sai se fussi vero quel che quivi è scritto, e noi lo presupponessimo per vero, che saria difficil cosa uscire di tal laccio; ma se io ti mostrerrò molte falsità che vi son dentro, bisognerà che tu e loro confessino, non volendo esser protervi, che a un tal processo pieno di falsità non se li possa nè deva prestar fede.

Didimo. Horsù procediamo avanti, tu ne hai già dette una di queste falsità, benchè la non concluda molto. Séguita di dire l’altre, che forse haranno più apparenza, e più demostratione.

Soffia. L’altra falsità, che si vede ancora sul principio di questo processo, è questa: che dicano haver dato a Fra Hieronimo in tutto tre tratti e mezzo di fune e non più, e che poi in tutte l’altre esaminationi è stato esaminato a parole; questa ancora è un’altra gran bugia et espressa falsità, come dopo se n’è trovato il vero. E prima voglio che tu sappi, per giustificatione di quel che io ti dico, che uno di quelli che si trovava ad esaminare più volte Fra Hieronimo, fu messer Hormannozzo Deti, nostro dottore fiorentino, quale era allora de’ Signori; e dipoi, morto il frate, trovandosi a cena una sera in casa Guglielmo de’ Pazzi, dove era ancora alla medesima [d210] cena Schiatta Ridolfi, amici e parenti di detto Guglielmo, e ragionandosi pure quivi a tavola in sul frate, del quale di sua morte in quei tempi spesso si ragionava; il prefato Schiatta interrogò messer Ormannozzo, e disse: deh! ditemi in verità come trassinasti‍[678] voi Fra Hieronimo con la fune, che ho inteso che molto egli si doleva? Rispose messer Ormannozzo: gliene davono,‍[679] quando quattro tratti, e quando sei. Allora Schiatta si volse al vescovo de’ Pazzi, che era lì a quella cena e disse: quattro e sei fa dieci; notate Monsre quel che ha detto messer Ormannozzo, e quanto gli è contrario al processo stampato, che non li dettono più che tre tratti di fune e mezzo. Et allora, perchè il detto Vescovo era stato molto contrario al frate, roppe quel ragionamento e non volse che se ne ragionassi, nè se ne disputassi più oltre, per non scoprirsi il vero. Párti, Didimo, che questo detto del processo sia falso e reprobato, per la testificazione di uno di quelli che lo tormentava? Così ne disse, e feciene buon testimonio poi Schiatta a più riprese.

Didimo. Non si può con verità negare, che questo parlare dell’esaminatore non sia sufficiente probatione della falsità, in parte, del detto processo; e non dico a questa, come io dissi alla prima che tu allegasti, ma séguita più oltre se tu hai altra prova che questa.

Soffia. Di quel che io ti ho detto, ti dovrebbe bastare la fede e testimonianza di Stiatta che sai che fu huomo da bene; ma per più chiarezza, io ti soggiugnerò quello che ho letto in quella cronica del Botticello a carte 436, dove lui dice e descrive molte cose occorse in quei tempi, et intra l’altre dice questo: che haveva parlato a un huomo degno di fede, che si era trovato in una sera a veder dare al frate quattordici tratti di fune, dice lui, dalla carrucola a terra.

Didimo. Oh! questa è ben cosa horrenda a sentirla dire, non che provarla; et mi maraviglio come un corpo delicato come era il suo, potessi reggere a tali tormenti in una sera, e che e’ non morissi.

Soffia. Io ti dico che lo lacerorno in modo, che secondo [d211] che pubblicamente si diceva, non poteva alzar le braccia, e che bisognava imboccarlo quando mangiava.

Didimo. Oh! povero frate, tu eri nelle mani de’ cani. E’ volevono che tu dicessi a lor modo, o che tu morissi in su’ tormenti. Ma andiamo più avanti, se ci è altro che dire in questo processo di falsità, che veggo che non si può negare questa che tu hai narrata; dicendo loro che nel processo che in tutte le esamine loro, che durorno dieci giorni interi mattina e sera, non li haver dato più che tre tratti e mezzo di fune; e tu mi mostri uno che testifica haver veduto dargliene in una sera quattordici tratti. Questa non può esser più chiara falsità.

Soffia. Eccene ancora molte altre, le quali udite che tu le harai, ti parranno ancora più chiare che questa.

Didimo. Horsù dimmi ancora queste altre.

Soffia. A voler che tu intenda, bisogna prima che tu sappia che un ser Cechone che era in quel tempo qui nella città cancelliere de’ Dieci, intervenne a quella esamina e processo che fu fatto del frate, e fu operato per cancelliere di quelli esaminatori. O che lui vi si ingerissi perchè era inimico del frate, o che e’ vi fussi chiamato io nol so; unum est che lui fu scrittore di tutta questa opera. Et similmente hai da sapere, che doppo la morte di questo ser Cechone, che visse pochi mesi doppo il frate, si sono ritrovati in casa sua li scritti originali di questa esamina, di mano di detto cancelliere, che lui scriveva dì per dì, quando esaminavono il frate; quali originali sono in molte parte tanto varij e discordanti da questo processo che hanno fatto stampare e publicato fuori, quanto è vario il dì dalla notte; et ha permesso Dio che ser Cechone non li ardessi, acciochè questa sua falsità che ha posta nel processo un dì venissi a luce, per manifestare la verità di quanto il frate esaminato e tormentato disse.

Didimo. Questa sarebbe una gran riprova dello scritto suo, e manifesta chiarezza della falsità di tale processo, se discordassi dalla originale esaminatione; perchè si suole sempre fare che lo esemplo concordi con lo esemplare, altrimenti si chiamerà falsamente estratto. Ma dimmi in che modo si sono così ritrovati questi originali?

Soffia. Qualcuno de’ fedeli di questa opera ha havuto [d212] tanta industria, e tanto mezzo con quelli di casa sua, che li hanno havuti; et essene havuto copia, et io li ho visti e letti, et tamen cosa alcuna che il frate dicessi a suo benefitio e secondo la verità, non vi hanno posta in questo processo stampato; ma aggiuntovi quello che è paruto loro per mostrare che il frate fussi cattivo huomo, per coprire la loro ingiustitia di haver morto un innocente.

Didimo. Horsù mostrami questa varietà che tu hai detto, e questa discordanza dal processo, per arguirne quella falsità che tu ne inferisci.

Soffia. Ecco che io la dimostro nel primo capitolo di questo lor processo stampato, dove interrogato il frate della‍[680] Chiesa, che ognuno sa quanto e’ l’haveva publicata per revelatione da parte di Dio; lor fanno e mostrano che il frate risponda e dica che non haveva questo per revelatione: e poi più giù dicano che questi erano suoi trovati e per suo studio, et affermano che lui dica che non parlava a Dio, nè Dio a lui in alcun modo di quelli che Dio suol parlare a’ suoi santi profeti; ma che affermava presontuosamente quello che non sapeva. Questo dice in sostanza el primo capitolo di detto lor processo. Hor odi, Didimo, quello che dicano quelli originali. Nella esamina fatta alli 11 di aprile, circa le sue profetie et revelationi, interrogato, dice: Quello non è caso di stato; se io son vero profeta, o sì o no, Dio lo mostrerrà; e detti altri Profeti sono stati in peggior termine di me. Nessuno ha a giudicare, dice quivi il frate, la intentione dell’altro huomo; ma solo lo exteriore. Poi, poco più giù, interrogato delle sue profetie, di nuovo dice: Questo non appartiene a voi il saperlo, e soggiunge e dice: Se io vi dirò sì, non mi crederete; se io dirò no, io dirò le bugie. E vedesi qui. Didimo mio, in questa prima esamina, che lui non volse dirlo loro apertamente, in che modo gli erano revelate queste cose che lui haveva profetato; et occultavasi quanto e’ poteva in questa esamina delli undici dì, benchè havessi di già havuti tre tratti e mezzo di fune il dì avanti, come dice il processo. Vedi poi la esamina fatta alli 12 della mattina, et penso che dovessi toccare di nuovo della fune perchè non diceva a lor modo. Vedesi che pur lo interrogavano [d213] di nuovo sopra queste sue profezie e revelazioni, chè la voglia loro era che le negassi. Hor vedi quello che lui risponde, e che si vede scritto in questi originali. E’ dice così, parlandone honestamente: Poichè io son costretto dico, che mi parla a voce viva come a voi,‍[681] et io a lui; e dice vederlo oculatamente e che egli è un Angelo. Vedi poi l’altra esamina, la sera del detto dì 12 d’aprile, che di nuovo lo domandono sopra questo angelo che li parlava; risponde e dice: Che li parta con voce humana, come noi a lui, e lui a noi. E dimandato in che forma li appariva, e di che vestito, risponde: Come un giovane d’età di 15 anni incirca, et vestito quando di rosso, e quando bianco, e di altri colori. Queste sono le parole e risposte di Fra Hieronimo, in questi giorni che io ti ho detto. Guarda se nessuna di queste tu le trovi in su il processo stampato; anzi dican quivi tutto il contrario: e però chi ha punto di giudizio, può conoscere quanta expressa falsità sia in questo lor processo che hanno publicato et mandato a stampa.

Didimo. Questo che tu mi narri della contrarietà del processo con li originali, è tanto cosa manifesta, che non si può negare che qui non sia stata commessa una expressa falsità. Hoimè! come è possibile che nel processo si dica, che il frate confessi che Dio non li habbi parlato in quel modo che Dio suole parlare alli suoi veri Profeti; e che li originali, donde debba esser tratto il processo, dicano che l’angelo gli parlava a voce viva, e di che età gli appariva, e come era vestito? Queste due cose non stanno, e sempre più si debbe prestar fede allo originale che alla copia et allo esemplo; e però vi si arguisce espressamente, questo processo essere stato falsamente e tristamente fatto. Ma séguita pure, se tu or trovi altra discrepanza, chè quante più sono, tanto più mostrano la malignità di chi l’ha fatto.

Soffia. Ben sai che vi è ancora delle altre. Vedi che un altro poi ne pone nel terzo capitolo del processo, e dice che l’intento di Fra Hieronimo era solo la gloria del mondo, et haver credito e reputatione; et tamen li originali della esamina fattagli nelli 11 d’aprile, dicano che l’intento suo era [d214] buono et che ha havuto buona intentione; e così dice nell’esamina de’ 12 dì, che l’intento suo era di condurre questa opera sua, e soggiugne e dice: Lassatela stare, se la sarà da Dio la darà segno manifesto, se l’è da huomo la cadrà; e dette loro per consiglio quello che disse Gamalsel dell’opera di Christo. Di queste parole non ne parla il processo cosa veruna, ma dimostra tutto il contrario: il frate, li dice, voleva condurre l’opera sua. Séguita poi nel 4º cap. dove si parla del governo che il frate augumentava nella città; ser Ceccone vi aggiugne una parola et una sua chiosa, e dice: tutto faceva per gloria del mondo, e per haver quello voleva nella città. Et questa medesima chiosa et postilla la pone, nella penultima carta del processo, a tutte le cose sue; e dice tutto esser da lui fatto per gloria del mondo, e per esser sempre famoso: et tamen nella detta esamina et originali delli 11, dove si parla di questo governo non vi si vede, nè vi si legge, nè trova questa chiosa. Anzi dice quivi il frate, che l’intento suo era indurre un vivere civile, e simile al Venetiano, e che i buoni cittadini fussino quelli che governassino. E poi nella esamina de’ 12, interrogato del Consiglio Grande, cioè del nuovo governo; dice, che la‍[682] viene da Dio; e, pur costretto a dire in che modo, risponde: che questo consiglio l’hebbe da chi li parla come di sopra è detto; il che voleva dire dall’angelo, come di sopra.

Didimo. Deh! Soffia mio, non ne dir più di questa falsità del processo, che tu ne hai già dette tante che sono più che a sufficientia, a mostrare la malignità e sceleraggine di chi lo compose; e bastava dirne una sola di queste falsità, perchè una partita falsa di un libro, tra i mercanti, fa falso tutto il libro, e giudicasi che non se li debba più prestar fede. Non sai tu ancora quel detto virgiliano: Crimine ab uno disce omnes? Però non bisogna che ti affatichi più a ricontarmi altre falsità.

Soffia. Io tene dirò pur ancora un’altra, e poi non più. Nell’ultimo capitolo del detto processo, presso al fine, è scritto che fra Hieronimo disse, domandato circa lo experimento del fuoco: che non haveva certezza alcuna che il suo [d215] frate entrandovi non arderebbe, benchè havessi detto in pergamo che entrandovi ne uscirebbe inleso; ma dice quivi quel processo, che lo disse per darsi reputatione, infino all’ultimo, el più che poteva. Hor guarda qui, Didimo, che bugia è questa; perchè in quelli originali della esamina delli undici, interrogato, se invero voleva far quello experimento, quando e’ venne in Piazza, risponde: Io non vi saria venuto, se io non l’havessi voluto fare. E dice che era certo che il suo frate non arderebbe, e che era ancora in animo di non lasciare ardere quello di S. Francesco, ma sì bene lasciarlo un po’ cuocere; e poi soggiugne nell’altra esamina de’ 12, fatta da mattina, dice così: Che quanto allo experimento che si haveva a fare del fuocho, che lo farebbe di bel nuovo; e che dell’esser certo che Fra Domenico non havessi ad ardere, l’haveva da Dio nel modo sopradetto. E così poi nell’altra esamina, fatta da sera del medesimo dì a hore 22, domandato se l’angelo li haveva detto dello entrare nel fuoco; rispose di sì, e col sacramento; e dice, che questo (fu) la prima o ver seconda notte avanti il caso, e che fu questa apparitione nella sua cella. Hor vedi tu qui, Didimo, quanta gran bugia è questa, in fine di detto processo; et quanto questo loro scritto e stampato, si reprova dalli originali delle esamine predette.

Didimo. Io ti ho detto che tu non ti affatichi più in dimostrarmi questa falsità del processo; perchè oramai la si vede più chiara che il sole, et hotti detto, allegandoti la sententia virgiliana, che un solo atto scoperto vitioso et maculato, manifesta tutti li altri esser simili; e se non ti pare a sufficientia il detto di Vergilio, piglia la legge civile che dice: Semel malus, semper præsumitur malus in eodem genere mali; et il medesimo ti arguisce la legge di Christo che dice: Qui in uno peccaverit factus est omnium reus; e però ser Cechone è scoperto falso. In capitolo tale si ha a pensare in tutto il resto; però non dir più di questo: passiamo a qualche altra cosa. Tu hai detto di sopra che i processi del frate furno quattro, e di già tu ne hai discussi tre; e però resta che tu venga al quarto, e dicane quello che tu ne intendi.

Soffia. El quarto processo fu quello che fece Romolino, quando e’ venne da Roma qua mandato da Papa Alexandro, [d216] il quale giunto qui, lo cominciò ad esaminare addì 20 di maggio, e così alli 22, et ultimo loco alli 23 lo fe’ morire; havendo lui in questi giorni datoli tre tratti di fune, secondo che si legge in questi residui di questi originali rimasti qua delle esamine che ne fece detto Romolino; benchè il processo proprio che fece qua non ne rimase copia, portandolo seco a Roma, e presentollo al Papa; e nè lì e nè qua mai si è possuto vedere, e stimasi l’ardessino, acciò la vergogna loro non si manifestassi, nè la loro iniquità d’haver morto l’huomo senza peccato alcuno. Ma questo pocho di originali qui della sua esamina fatta da Romolino, furno scritti etiam da ser Cechone et altri, così subbrevità, che erano presenti a tale esamine quando si faceva. Hor tu hai da sapere che questi pochi di originali che si trovano della esamina fatta da Romolino, sono in molti luoghi assai differenti da quelli originali, che io di sopra ti ho detto haver veduti e letti, delli 11 et 12 dì di aprile, delle esamine fatte da quelli cittadini primi esaminatori; et veggo che questi variano assai da quelli altri, e forse potrebbono haver lacerato tanto questo frate in su tormenti che l’harebbono, come uscito fuor di sè, fattolo in qualche cosa variare, e dir quel che non fussi.

Didimo. Hoimè che hai tu detto, Soffia? È egli lecito a un Profeta o servo di Dio ridirsi, etiam che fussi tormentato? E’ si legge pur de’ Martiri che in tanti tormenti, in quanti egli erano posti, stavano fermi e costanti, e sopportavano non solo ogni generatione di martirio; ma ancora la morte per non si ridire, e per mantenere la fede che e’ credevono et predicavano, e se questo fussi vero che tu di’, tu mi metteresti il cervello a partito.

Soffia. Non ti scandalezzare, Didimo. Io non ho detto che sia vero, ma ho detto che forse potrebbe essere, perchè i tormenti molte volte cavono l’huomo del suo libero arbitrio; ma quando e’ fussi ancor vero, che il frate paressi quanto al suono delle parole haver in qualche cosa variato, e tu voglia sapere come simili variationi s’intendano, e se gli è male o no, e se gli è lecito dir così o no, e se gli è differenza da Profeti a Martiri della fede, e come questa cosa stia; eleggi una giornata quando tu vuoi, che io credo con l’aiuto di Dio fartene [d217] andare sodisfatto, perchè in questo giorno non disputiamo d’altro che della validità o falsità del processo, e se noi volessimo entrare qui nella materia del ridirsi o no, noi interromperemo il nostro quesito, e non faremo forse bene nè l’uno nè l’altro.

Didimo. Ben sai, voglio intenderla bene questa cosa, perchè mi pare che essa importi il tutto; e perchè tu hai detto che io elegga una giornata per questo effetto, io non ci veggo la più presso ora che domani, e così questa eleggo, se non ti è molesto per altre occorrentie; perchè non voglio star troppo con questa pulce che tu mi hai messa nell’orecchio.

Soffia. Horsù, e domani sia la giornata che lasserò stare ogni mia comodità per satisfarti. Seguitiamo adunque questo discorso del processo di Romolino, cioè quel che si trova in questi pochi originali fuor di questa cosa.

Didimo. Horsù seguita e di’ quel che tu vi trovi.

Soffia. Dico che quivi si legge che giunto Romolino alli 20 di maggio 1498, si fa menare il frate nella sala superiore del Palazzo dove è la fune, et lettoli il breve della autorità sua, e similmente el generale lettoli il breve che haveva dal Papa, e dettoli prima una gran villania e spaventatolo, e minacciato assai, poi Romolino lo domanda la prima cosa se gli è vero quello che è scritto nel processo; e lui risponde: Io sono stato esaminato da questi Cittadini, e con tortura, e senza. Io non so se mi interrogate di cose nuove. E Romolino instando, disse: È egli vero quello che è scritto lì? E Fra Hieronimo risponde esser vero. Ma nota, Didimo, e non ti facci ombra questa risposta, perchè e’ son quattro e’ processi del frate, come di sopra io ti ho detto; e può molto bene il frate dire esser vero el processo che lui scrisse di sua mano, che di sopra io ti ho detto (chè quello è tutto vero), e non importa che bene Romolino intenda d’un processo, et il frate risponda et intenda di un altro, come io ti mostrerrò poi nell’altra giornata quando parleremo del modo di variare le risposte, come io ti ho poco fa promesso. Ma perchè questa risposta del frate dovette essere scura e così tra denti, perchè era spaventato et impaurito, non dovette esser chiara. Però Romolino di nuovo lo ridomanda del medesimo, secondo che si legge [d218] in questi originali, et il frate, secondo che quivi è scritto, affirmavit, e disse Fra Hieronimo: Dio mi aiuti. Per il che si può presumere per queste sue parole, che fussi battuto o spaventato, dicendo Dio mi aiuti; e Romolino poi seguitando lo domanda di più altre persone, et finaliter poi li dice: Che ti aveva fatto il Papa che voi dicevi che non era christiano, nè Papa? Et voltatosi quivi a’ ministri, comanda che sia spogliato e posto alla fune. Hor vedi qui, Didimo, che procedere è questo, e se questi ti paion modi di justitia, metter questo poverello subito alla fune senza cagione alcuna; perchè se lui gli haveva risposto come e’ voleva, non accadeva, nè era giusto metterlo a’ tormenti. Ma bisogna dire, o che la risposta non fu chiara nè a modo che voleva Romolino, o che questo procedere non fu altro che la rabbia e l’odio grande che li havevano posto; e però si sforzavano a farne ogni stratio.

Didimo. Io veggo che tu di’ il vero, che costoro pigliavono piacere de’ martirij di questo huomo, come di un loro inimico capitale. Ma dimmi, se il frate disse cosa alcuna a questa tanto loro insolentia e rapacità.

Soffia. Il frate, allora, nell’essere spogliato con tanta rovina, se li destò lo spirito; et inginocchiatosi innanzi a loro, secondo che si legge in questi originali che io ti ho detto haver visti e letti, parlò in questa forma, e disse: Horsù uditemi, Dio tu mi hai colto. Io confesso che io ho negato Christo. Io ho detto le bugie. Signori fiorentini, io l’ho negato per paura de’ tormenti, siatemi testimoni; se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho havuto da Dio; Dio tu mi dai la penitentia per haverti negato. Io la merito. Io ti ho negato, io ti ho negato, io ti ho negato per paura de’ tormenti. E così dicendo, dice questo originale, che mostrava il braccio manco quasi guasto, dicendo: Jesu aiutami, questa volta tu mi hai colto. Hor che ti par qui, Didimo? Che di’ tu di queste parole? Lui si vede spogliare, et andare al tormento, e confessa il vero, e non lo vogliono credere; il che si vede, perchè lo tirano incontinente in su la fune, e tormentanlo.

Didimo. Io sto stupefatto a queste parole, et considerato anco quelle altre prima, che lui confessa nel processo, a Romolino; [d219] e dall’altro canto veggo la rabbia di questi cani che l’hanno nelle mani, che vogliono, o che patisca mille morte et essere a ogni hora tormentato, o che lui dica a lor modo. Io per me non so che mi dire, ognun pensi per sè stesso se fussi in questi termini, nelle mani de’ suoi nimici, quello che farebbe.

Soffia. E si vede manifestamente, che quelle prime parole che confessa a Romolino del processo, le disse stimando di non esser di nuovo tormentato; ma poi che vede che non li giova, lui ritorna a dir la verità, e confessa haverla havuta da Dio; ma che l’ha per paura negata, per non esser tormentato. Ma come si intendano sanamente questi variati parlari, io ti ho promesso in quest’altra giornata satisfartene; però per al presente non ti dirò altro. E passeremo avanti, con dirti che doppo queste parole ultime dette da Fra Hieronimo, lo tirano in su la fune, e puoi pensare che gliene dettono quella che volsono; per la quale, secondo che quivi si legge in questi originali, lui disse: Non mi lacerate; io vi dirò la verità certo certo. E dovette dir di nuovo a lor modo, perchè si vede che lo domandarono perchè havete negato il processo? Risponde: perchè io sono un pazzo; e soggiugne e dice: quando io sono in su tormenti, io mi perdo.

Didimo. Horsù, Soffia mio, se tu hai che dire altro in questo caso expedisciti; che io per me da un canto non mi posso partire dalla fede, che io ho havuta sempre in questo huomo e nelle cose sue; ed all’altro canto, per questo parlare io ci son confuso, e parmi mill’anni che sia domani; acciò mi chiarisca questo passo di questi variati parlari, perchè questo è il potissimo fondamento che hanno questi nostri amici adversarij del frate, con dir che lui si è ridetto, e però, secondo loro, le cose che lui in vita disse restano bugie e favole.

Soffia. Domani mi ingegnerò di farti chiaro; hora per hoggi voglio ancora tu noti un’altra cosa: che oltre a questa esamina detta de’ 20 di maggio, pur da Romolino nella medesima sala superiore, vi è ancora in questi originali la esamina delli 21, e dannogli in 2 volte della fune. Hor pensa come egli stava, et ridomandato se quello che disse e confessò hieri è vero; risponde, e dice: Io feci come huomo appassionato, che [d220] volevo sbrigarmi da questa briga grande; perchè queste passioni corporali, solo a vederle, mi sono più che a un altro dieci tratti di fune. Gusta bene, Didimo, queste parole; che a me pare che non voglino inferire altro, se non che quello che disse loro fu per paura della fune, e non per la verità; benchè di nuovo qui e’ dice quello che e’ vogliono (col tormento della fune) e fanno che scopriva el processo di Romolino. E molto lo esaminò, per sapere se ha tenuto pratiche con Cardinali et maxime col Cardinale di Napoli, contro del Papa per conto del Concilio; e fannoli dir quello che non era, perchè si vede l’altro giorno alli 22, che lui nello alberghettino, dove non è la fune, ne dice in presentia di alcuni cittadini, secondo che si trova scritto in questi originali; che hieri haveva detto molte cose del Cardinale di Napoli che non eron vere. E qui Fra Hieronimo pianse,‍[683] dicendo che haveva udito dire a Romolino, che a Roma per una favola si dava dieci tratti di fune; e che pensassi che per cosa d’importanza non se ne dava uno solo; e che vedendo che lo domandava molto spesso del Cardinale di Napoli, dilatò le cose fuori del vero; e però dice; che mai con lui tenne pratica del Concilio, anzi che gli fu adverso nella separatione che si fece nella congregatione di Lombardia,‍[684] e che però per sua conscientia si voleva ridire. Hora se tu avvertisci, Didimo mio, bene a queste parole; tu vedrai che tutto quello che il frate havessi confessato a questi adversarij suoi, non è altro che confessione extorta per minacci, per paura e per tormenti, la quale non vale, come alla giornata seguente più a lungo intenderai.

Didimo. Io son contento quietarmi, aspettando la giornata di domani, maxime ancora che in questo che tu mi hai ultimamente narrato, si vede expressamente che qui non è stato altro che rabbia, odio, forza e violenza; ma non già via o verso di ragione, o di giustitia alcuna. Hor se ti resta altro che mostrarmi [d221] e dirmi di questi processi, espediamoci hora mai di questa materia tanto fastidiosa.

Soffia. Noi habbiamo parlato assai di tutti a quattro processi fatti sopra di questo nostro frate, i quali io ti dissi di sopra, nel principio di questa giornata; e solo mi resta in ultimo dirti una testimonianza di più persone che dimostrano la espressa falsità del processo stampato, del quale di sopra habbiamo detto che feciono quelli cittadini esaminatori, insieme con ser Ceccone loro cancelliere.

Didimo. Harò caro di intendere questa testimonianza che tu di’.

Soffia. Sappi che questo ser Cecchone non visse molto, doppo la morte del frate, e non aggiunse a l’anno; et in questo molto si gloriava d’havere operato assai in queste esaminationi del frate, e dicevane tutto il male che sapeva dire, dimostrandolo in ogni luogo per huomo astuto o pieno di malitia, e calunniandolo in ogni cosa benchè a torto; et intra l’altre cose diceva che Fra Hieronimo, come astuto, per spaventarlo, li haveva detto che se non levava certe postille che gli haveva poste di sua mano in sul processo, che e’ non viverebbe un anno. Donde che, havendo lui una sua villa non molto discosto da Firenze, dove spesso andava, e quivi ancora parlava del frate ogni male, etiam col prete della parrocchia di quel popolo della sua villa. Il quale, come credulo di questo male che udiva da ser Cecchone, venendo un giorno a Firenze per sue faccende, et accaso scontrandosi in un calzolaio chiamato Neri Zoppo che faceva bottega in sul Ponte vecchio, et era una buona persona, et huomo semplice; questo prete cominciò a dirli villania, e che gli era di quelli Piagnoni, che andava a udire le prediche di quello heretico di fra Hieronimo; in modo che questo prete eccitò, et inanimò tanto alcuni fanciulli, che cominciorno a trar de’ sassi a questo calzolaio, in maniera che lui si hebbe a fuggire in casa che non lo ammazzassino. Occorse poi, che di lì a poco tempo, essendo ser Cecchone in quella sua villa con suoi compagni alquanto indisposto; e lì giuocando con loro alle carte in casa sua per passar tempo, se li mosse un catarro subito che pareva che lo affogassi; e però mandato per il detto prete, e [d222] posto ser Cechone in sul letto, il prete mandò fuor di camera l’altre gente per confessarlo: non vi fu mai hordine che li ne potessi parsuadere di confessarsi. Anzi sempre rispondendo: io non posso, io son dannato per haver tradito il sangue giusto; e così in ispatio di due o tre ore, se ne morì affogato da quel catarro. Per la qual cosa, el prete poco stette che ne venne a Firenze, e giunto alla bottega di questo Neri calzolaio, e gittatosi in ginocchioni gli chiedeva perdono. Ma questo Neri non lo riconosceva, e maravigliandosi di questo atto, il prete gli disse: Io sono quello che vi feci trarre i saxi da fanciulli e dissivi villania, male informato da ser Cecchone che diceva che Fra Hieronimo era un ribaldo, e voi altri che lo seguitavi; e più usava dire, che quel frate disse: che non viverebbe un anno, se non levava quelle postille che haveva poste di sua mano nel processo fatto da lui; e facevasene beffe. Donde io, essendomi trovato alla sua morte, e veduto che non si è voluto confessare; ma è morto disperato, dicendo esser dannato per haver tradito il sangue giusto; e però ho conosciuto che il cattivo era ser Cecchone, e non il frate, e chieggovi perdono. Questa cosa mi recitò detto Neri a me, non una volta sola; ma più di sei, in quel modo che io te l’ho detta. Hor guarda, Didimo, se ti par che si debba credere che quel processo sia vero, o falso? Che altra testimonianza vuoi tu della sua falsità, che questa del proprio falsatore?

Didimo. Questa cosa della morte di ser Cecchone, non havevo io più intesa a questo modo; qui si vede la falsità confessata, la profetia verificata, e la pena che ne ha portata chi fece tal delitto. O Signore, la tua parola e la tua giustitia non mancha mai. Ma dimmi che postille erano quelle di ser Cecchone in sul processo?

Soffia. Io nol so, e non telo saprei dire, e si stima ben da molti che le sieno quelle parole che, dove il frate narrava le sue visioni e quel che lui predicava e pronuntiava, il processo dice: e tutto era per gloria del mondo, e per mia superbia. E stimasi che queste fussino le postille, e la falsificatione del processo stampato, le quali parole si trovano in diversi luoghi scritte in quel processo stampato: ma non si può saper di certo che postille quelle fussino. Io ho ben visto in [d223] quelli originali una esamina, la quale‍[685] soscritione dice: Io Fra Hieronimo mi soscrivo a quanto è scritto di sopra, in 6 carte d’una mano, benchè vi sieno in alcuni luoghi certe postille di mano di ser Francesco di ser Barone.‍[686] Ma che postille fussino, o quello che le contenessino, questo non si sa.

Didimo. E’ basta assai saper (che) il postillatore e falsatore habbi confessato il suo delitto, e portatone la penitentia.

Soffia. Tu hai inteso questa testimonianza e confessione di ser Cecchone di haver tradito il sangue giusto, et hai inteso le parole del Prete e di Neri quello ne hanno detto. Hor te ne voglio dare un altro testimonio, o forse due di questa falsità chiara di tal processo.

Didimo. Quanto più testimoni saranno, tanto più si può prestarli fede, quando e’ concordano in una medesima sententia.

Soffia. Quando fu qui Romolino a Firenze a far l’effetto che si fece, era seco un giovane per cancelliere da S. Gimignano, il qual giovane nella partita di Romolino, trovandosi alquanto malato di febbre, fu ricettato da maestro Marcantonio da S. Gimignano, qui in casa sua, medico de’ primi della città; il qual medico ricercando questo giovane che li piacessi mostrarli quel processo che si haveva fatto Romolino della esamina del frate, gli rispose non ce ne esser rimasto copia alcuna, ma che Romolino l’haveva portato al Papa. Per il che il medico lo interrogò, che almanco fussi contento dirli che peccato havessino trovato in questo frate, per il quale havessi meritato la morte; rispose, che non solo peccato mortale, ma etiam veniale non si era trovato in questo huomo. Del che il medico maravigliato, replicò e disse: oh! perchè dunque è stato morto così vituperosamente? Rispose: per non haver voluto obedire al Papa, et andare a Roma. E di nuovo replicando il medico: egli è pur fuori un processo stampato di lui che conta molti mali. Al che rispose il giovane: cotesto è un bugiale fatto qua da’ cittadini, innanzi che noi venissimo. Hor tu hai udito. Didimo, questo altro testimonio che si trovò a tormentare il frate con Romolino, quel che lui dice: si è pur ritrovato [d224] in fatto a tutte queste cose, e se questa testimonianza non ti bastassi, ascolta quest’altra del proprio esaminatore, che ti farà al tutto chiaro.

Didimo. Et ancor quest’altra udirò volentieri, maxime dicendo del proprio esaminatore che, se così è, sarà da prestarli fede indubitata.

Soffia. Al tempo che Romolino detto era già stato fatto Cardinale, che per questo homicidio del Profeta, o per altro che si fussi, guadagniò il cappello da Papa Alexandro VI; era in corte di Roma messer Piero Ardinghelli, il quale fu padre di messer Niccolò Ardinghelli nostro fiorentino, che ancora lui hoggi usa la corte, e sperasi un dì venga al cappello per sua virtù e sufficientia. Questo messer Piero, desinando una mattina col cardinale Romolino; come fa l’un cortigiano con l’altro, e ragionando pure in sul frate; li dimandò fiducialmente e disse: Revmo Monsre, se gli è lecito saperlo, che peccato grande trovasti voi in Fra Hieronimo, che li facesti fare sì vituperosa et acerba morte? Rispose presto quella verità che sentiva dentro, quia in repentinis cognoscitur habitus, e disse: nullo peccato a dirvi el vero. Allora messer Piero maravigliandosi replicò, dicendo: perchè dunque lo facesti morire? Rispose: perchè così volse il Papa Alexandro, acciocchè nessuno s’avvezzassi a disubbidire la Sedia Apostolica, et a non voler comparire al papa quando è domandato con citatione; e soggiunse poi messer Piero e disse: quel processo che è stampato fuora, dimostra pur tanti mali. Rispose il cardinale: cotesto non è processo nostro, fu cosa fatta da quelli cittadini là, per loro fantasia e lor cautela, et è cotesto un bugiale. Hor vedi qui, Didimo, se questo testimonio del proprio esaminatore ti basta? Questa interrogatione di messer Piero al Cardinale, e questa sua risposta fu cosa nota allhora in corte, e qua fu scritta in quel tempo da più nostri fiorentini, sì che la fu cosa vera come io te la ho detta. Hor pensa che fede tu puoi dare a questo tal processo, e se tu o qualunche altro che habbia punto di giudizio, stante queste cose e testimonianze che io ti ho dette, potrà dire che sia juridico, o da esserli potuto prestar fede alcuna, o se più presto dirà che sia cosa subreptitia, et apocrifa, e falsificata per ogni verso!

[d225]

Didimo. Io confesso, et certamente credo che tu dica il vero, che in questo processo siano state fatte mille corruptele e mille inganni, considerato il modo con che hanno proceduto questi suoi nimici contra questo frate, e considerato poi la morte di Ser Cecchone, et il segnio manifesto che Dio n’ha dimostrato, e sì ancora considerato le parole che sono uscite di bocca a Romolino, ed al suo cancelliere, e similmente considerato la discordanza di quelli originali col processo, e tutto raccolto insieme, non si può dir altro se non che qui sia scritto il falso. Ma io non posso far ancora che io non vacilli alquanto in quel che di sopra io dissi, se fussi vero che il frate si fussi ridetto; ma perchè tu mi hai promesso domani chiarirmene, io mi quieto aspettando domani, e perchè già il dì è assai calato, io ti lascierò se tu non hai altro che dirmi in questa materia.

Soffia. Vattene in pace e torna domani a tua posta, che noi discorreremo tutto quello che ti ho promesso, che spero che tu resterai satisfatto. Una cosa in questo ultimo ti voglio ricordare, che tu facci oratione e preghi Dio, e così doverrebbono fare tutti li fedeli di questa opera, e pregare che il Signore un dì quando li piacerà facci venir fuora, e manifestare quel processo vero di mano propria del frate, del quale hoggi ne’ primi ragionamenti assai discorremo, e dicemo che l’hebbe Gio. Berlinghieri; sì che preghiamo tutti che se Gio. Berlinghieri non l’ha arso, o stracciato, il Signore un giorno lo facci manifesto, perchè allora si vedrebbe la pura verità; e similmente ti dirò ancora un’altra cosa, che non credo che sien vivi al mondo hoggi tre o quattro persone al più, che la sappino. Questo è un secreto che Fra Hieronimo confidò in una persona, quando era in prigione, la qual persona hebbe comodità di parlargli qualche volta, in quelli quarantanove dì che stette in carcere; e fra Hieronimo li dette un scritto di sua mano di parecchi fogli, con commissione che non lo manifestassi se non in certo tempo.‍[687] E quella persona di poi si è morta, e non si sa a chi lei habbia lasciato tale scrittura; e però voglio dire che simile oratione ancora si debbe fare per questo conto, e pregare il misericordioso Dio che voglia hormai che [d226] queste scritture che manifesterebbono la verità venghino a luce, acciò li servi suoi non stieno più in queste tenebre et in questa oscurità, di vedersi fuori un processo di questo servo di Dio pieno di falsità. Ma nota bene, che quivi non si legge un peccato che habbia riscontro, e che si possa dire: questo è vero, perchè e’ s’è riscontro esser così la verità. Sogliono i giusti giudici, quando hanno a giudicare un malfattore, o di furto o di homicidio, etiam che lui confessi il delitto, volerlo prima riscontrare, e mandano a riscontrarlo; acciocchè non si potessi dire, che non per verità, ma per tormento havessi confessato essere delinquente, e quando così riscontrano, allora lo giudicano e sententiano. Questi cattivi e scelerati non vi hanno posto un delitto che possa haver riscontro; ma solo lo incolpano di peccato di cogitatione e della mente, dicendo che tutto faceva per gloria del mondo, e per sua superbia, e vanagloria. Guarda, Didimo, che astutia è questa di non porre peccato che non possa havere riscontro, per non scoprire la loro iniquità. Ma sappi che hanno fatto come dipingevano li antichi la malitia, cioè che con la lesina alfine si dà nell’occhio, et accicchasi: così costoro che hanno giudicato alla morte l’huomo, per solo peccato mentale e di cogitatione, hanno manifestata la loro iniquità et ingiustitia, perchè la legge grida: Cogitationis poenam nemo punit, nisi Deus; cioè a Dio solo appartiene punire il peccato della mente e del cuore. Nè possano scusarsi, o che questo fussi crimen læsa maiestatis, perchè tutto è incontrario la verità. Perchè questo huomo altro non faceva, che difendere la libertà che Dio haveva data alla città, et ingegnare di guardarsi dalla tirannide e da chi volessi violar lo stato libero di Firenze; sicchè tu vedi per tutti i versi, Didimo mio, che processo è questo, malitioso e tristo, e falsamente da falsi e tristi huomini composto.

Didimo. Io veggo che tutto è vero quanto mi hai detto e narrato; ma andiamo alla giornata di domani che tu mi hai promesso satisfarmi, che in questa è detto assai, e già la sera ci ha assaltati.

Soffia. Vattene in pace, e torna a tua posta, che io mi ingegnerò con l’adiuto di Dio satisfarti.‍[688]

[d227]

XLVII. (Lib. IV, Cap. VIII.)
Dal secondo libro del Vulnera Diligentis di frà Benedetto.‍[689]

Del fine dello esperimento, quanto alle inconvenienti obiectioni fatte alli Frà Minori, di quelli delia famiglia; et come par loro defecto non andò innanzi la cosa del miracolo, et de’ pericoli che portò il Profeta di esser morto. — Capitolo 11.

Agricola. Hora accadde che quel frate Francesco di Puglia sopradecto, el quale haveva mossa simulatamente questa cosa, visto pure esser comparso fra Hieronimo, il che avanti non credette mai, et haver menato fra Domenico da Pescia, per mandarlo nel fuoco con quello ch’el detto fra Minore havea fictamente ordinato, incominciò ad sinistrarsi.

Volpe. Et che fe’?

Agricola. Stavasi suffitto non so dove in palazo, con quello frate Giuliano laico che s’era offerto al fuoco, et nessuno di loro usciva fuora, come quelli che con ordine della Signoria adversa del Profeta, non volevono che la cosa havessi effecto, per paura di non perdere la vita. Ma fra Hieronimo aspectava pure che venissono fuora al cimento, com’era venuto lui, adciò si mandassi nel fuoco l’uno frate et l’altro, et havessi effecto la cosa, secondo la capitulazione facta.

Volpe. Haveva ordinato la Signoria di Firenze chi fusse sopra questa cosa del fuoco?

Agricola. Quattro cittadini furno dati dalla Signoria sopra al fuoco: dalla parte del Profeta era messer Francesco Gualterotti et Giovanbatista Ridolfi; dalla parte de’ frati Minori era Tommaso Antinori et Piero degli Alberti. E’ quali passate alquante hore da che el Profeta fu comparso, furno mandati dalla Signoria a domandare fra Hieronimo, per qual causa tanto s’indugiava di fare lo experimento et che non [d228] s’indugiassi più questa cosa; et el Profeta rispose et dixe: che aspettava loro et che era venuto per ciò; et sapevagli male che il popolo stessi tanto a disagio. Et breviter disse che facessino comparire el frate di San Francesco a loro posta, perocchè dal canto suo era in ordine di mandare fra Domenico da Pescia nel fuoco. Li comessari referirno alla Signoria la imbasciata e responsione del profeta; onde quando la parte contraria sentirno questo, ciascheduno de’ fra Minori più che mai cominciorno a temere; et fra Francesco di Puglia allora in palazo, incominciò a mettere obiectione et fare exceptioni, et dixe che si dubitava frate Domenico da Pescia havere le vestimenta incantate: Oh! poca fede di frate. Se Christo et la verità era dal canto suo, posito etian che fra Domenico havessi le veste incantate, il che era falso, come mai poteva credere che Christo si lasciassi superare dagli inganni et incanti? Ma nota che li fra Minori, quando si capitulò, dubitandosi loro che fra Hieronimo non amaliassi o incantassi i panni di chi lui mandava nel fuoco, dicevano el loro dubbio; al che fu risposto, che provedessino d’uno abito a lor modo secondo l’ordine predicante, et con quello vestissino frate Domenico da Pescia avanti che entrassi nel fuoco. Et lor dissono di farlo; tamen quando si condussono al cimento non l’havevono proveduto, et pur facevono la obiectione. Onde vennono el primo tracto ad mancare delle convenzione facte.

Volpe. Che rispose Fra Hieronimo ad questa lor tale obiectione?

Agricola. Che credi? Incominciò così ad ridere et dette licentia, orato ch’hebbe, a’ frati di Santo Francesco, che dispogliassino frate Domenico et vestissinlo con le vestimenta d’un altro de’ sua frati ad lor beneplacito, et dixe poi: Costoro mettono tempo in mezo, idest per condurci qui di nocte, et non staranno contenti anco a questo. Et così li fra Minori menorno fra Domenico in palazo, nella Camera dell’Arme, et lo dispogliorno nudo, et cercorno fra’ sua panni se vi era alcuna poliza scripta ovvero incanto, et non trovorno incanto alcuno, et vestironlo delle vestimenta d’uno frate di quelli del Profeta, che a lor beneplacito havevano preso, e chiamavasi per nome frate Alessandro Strozzi che ancora è vivo. Ma [d229] credi tu che per questo, epsi fra Minori fussino contenti? Non lo credere; imperò mossono un’altra obiectione simile alla prima; et dissono che le veste, cioè li paramenti sacrati con li quali frate Domenico voleva passare pel fuoco, etiam erano incantati et per quello incanto epso non poteva ardere. Et el profeta concesse loro di nuovo che lo parassino con altre veste sacrate: et così fu facto. Onde gli fu misso indosso un altro camice et una pianeta verde con stola, amido et manipulo. Et el Profeta mandò loro a dire, che non mettessino più exceptioni, nè più tempo in mezzo, perchè questo non era secondo la capitulazione et ordine dato; ma che uscissi fuora chi haveva a entrare nel fuoco col suo frate. Et loro la menavano pure per la lungha quanto potevano; anzi spogliato che hebbono frate Domenico da Pescia, e rivestitolo d’altre veste, epsi fra Minori domandorno di parlare alla Signoria secretamente; il che non si conveniva, massime non essendo presenti e’ frati del Profeta. Ma frate Domenico, mentre era in palazo, veggendo questi prolungamenti, et spesso veggendo parlare nell’orecchio dalli fra Minori, hora a uno cittadino, hora a un altro; istomacato di simili bisbigliamenti et prolungamenti di tempo, si volse a Piero degli Alberti, ch’era per la parte de’ fra Minori, et dixe: O Piero, che s’indugia egli tanto al presente? Perchè non si va hora a metter fuoco? Che bisogna hora menare la cosa per la lunga et metter tempo in mezo? ora è mutato lo habito; hora non c’è più sospecto. Che dunque più s’indugia? Io veggo, Piero, che la cosa s’intorbiderà. Et così fra Domenico molto si affaticava in sollecitare Piero, adciò la cosa havessi effecto, replicando sempre queste parole, cioè: La cosa s’intorbiderà, la cosa s’intorbiderà. Allora Piero delli Alberti rispose a fra Domenico et dixe: Non habbiate paura, che a ogni modo e’ frati v’andranno nel fuoco. Et fra Domenico pur diceva: No, Piero, e’ fanno per intorbidare. Che bisogna che si facci tante cose? Su andianne. Et Piero rispondeva: No, fra Domenico, io vi dico che gli andranno, et se non vi vanno, io dirò che lor sieno e’ maggiori ribaldi del mondo; ma e’ vogliono prima dire una parola alla Signoria et non si perrà[690] molto. Et [d230] decto questo, alzò la testa verso le finestre della corte, dov’era la guardia della Signoria, et con alta voce dixe: Questi padri di Sancto Francesco chiedono di parlare un poco alla Signoria. Et così e’ decti frati furno introdocti, et secretamente parlorno alla Signoria ch’era adversa di frate Hieronimo et di fra Domenico, et quello che si conchiusono non si seppe. Hor pensa quanto el populo stava a disagio. Ma certamente queste cose et tucte queste obiectione con le altre che ferno, erano cose ordinate in prima, adciò stando el populo a disagio nascessi murmorio, et dal murmurio qualche discordia o qualche romore, utinam non procurato, respecto al quale s’apichassi la mistia et tornassi la briga in capo al Profeta e ad alcuni altri de’ sua. Et in segno di ciò, ecco che in questo mezo si levò in piaza grandissimo romore; et ebbe principio da uno certo Bravo staffieri, o vero amico di Giovanni Manetti adversario grande del Profeta. Et di questo piccol principio tucta la piazza si levò in arme, et incominciorno i nemici del Profeta con grande romore e in grande numero a venire inverso el palazo. Ma el Profeta, sentendo questo gran romore (mentre lui però parlava con Piero degli Alberti, che allora era suo grande avversario) subito lassò di parlar seco, et voltossi al Sanctissimo Sacramento che havea posato in su uno certo altare facto a posta, e prese el decto Sacramento in mano, e con prestezza si voltò con epso inverso el romore. Et Piero degli Alberti allora gli dixe: Padre non habbiate paura. Et el sancto Profeta rispose: Non ho paura, no. Di che ho io haver paura, che ho il mio Signor meco? Ma certo, mirabile et grande cosa è a narrare quello che accadde. Imperò non sì presto hebbe facto el Profeta col Sacramento questo atto, che la guardia ordinaria della piaza, ch’erano forestieri, andorno contro ad li altri inimici del Profeta, che venivano inverso el palazo, et gridando forte, dissono a quelli che tornassino indietro, che non era advenuto male alcuno: per la qual cosa la parte adversa incominciò alquanto a rattenersi d’andar più avanti. Et in tucto questo el cielo si turbò, et incominciò a tonare fortemente con molti baleni et venti, et misse una sagipta con grande spavento et terrore di tucto el popolo, et venne una repentina et tempestosa acqua, in [d231] modo che ciascheduno tremava et tucte le porte ancora della ciptà erano serrate. Et così piacque a Dio col segno et terrore del cielo di fare che non seguissi scandalo alcuno, posito fussi ordinato. Questi (chi ben considera) furno tucti segni di gran tradimenti.

Volpe. Che seguì di poi?

Agricola. Seguì ch’el sopradecto fra Francesco di Puglia colli altri sua, essendogli, come decto è, stato concesso da fra Hieronimo tucto quello che havea domandato, circa alle vestimenta et alla pianeta che fece mutare a fra Domenico; ancora non per questo volse mandare el frate suo, che entrassi nel fuoco insieme con fra Domenico, perchè le convenzioni ovvero capitoli facti dicevono che non dovessi entrarvi l’uno senza l’altro. Ma che ferno li fra Minori? Certamente senza alcuna erubescenza menorno fra Domenico nella Loggia, donde s’era partito per mutarsi le vestimenta, et tenevonlo in mezo di loro per paura, perchè fra Hieronimo non lo incantassi, et cominciorno di nuovo a mettere altre obiectioni et fare nuove exceptuazioni. Onde, dandosi loro a intendere che per vedere essere in mano a frate Domenico un Crocifisso di legno, lui volessi entrare nel fuoco con epso; pertanto dixono che non volevano che lui entrassi nel fuoco col detto Crocifisso, perchè si dubitavano che non fussi incantato, et pur ritornavano a ogni punto sul dubio dello incantesimo. Allora fra Hieronimo dixe alli comissari che riferivono le imbasciate, in questa forma et in sententia: Questi Padri hanno paura che noi siamo incantatori et diabolici, et dubitonsi che noi habbiamo incantato insino al Crucifisso, et credono la nostra confidentia essere nel diavolo et non in Christo. Ma io voglio, che ciascheduno vegha con li propri occhi la nostra confidentia et fortezza essere in Jesu Christo, et non ne’ diabolici incanti. Et in manifesto segno: ecco io sono contento che fra Domenico nostro non porti seco nel fuoco el Crucifisso di legno, ma porterà con seco el Sacramento del corpo del nostro Salvatore Jesu Christo. Tamen el sopradecto fra Francesco di Puglia con li altri sua fra Minori, vedutisi costretti, risposono, senza vergognarsi, che non volevono; e biasimavano fra Domenico e fra Hieronimo, dicendo che loro volevono ardere Christo. Ma [d232] el Profeta rispose, che chi teneva che el Sacramento potessi ardere, era infedele et eretico; perchè el Sacramento non può ardere, ma ben possono ardere le spetie et gli accidenti, e’ quali miraculosamente, come dice San Tommaso, stanno qui senza subiecto, ut fides locum habeat; et etiam può ardere chi li porta, et può ardere la cosa in che è portato. Ma perchè li fra Minori mostravono havere sospecto, che el piedistallo in che era il Sacramento non fussi incantato; disse fra Hieronimo: Forse alcuno ha sospecto che noi habbiamo collegato el diavolo in quello tabernacolo. Come volete voi però ch’el diavolo stia per incanti insieme con Christo? Ma crediatemi di questo, che solo quello velo con che è coperto non arderà. Breviter li fra Minori non volsono achonsentire; et l’hora era già tarda; et loro multiplicavono nuove exceptioni, come quelli che insieme dacordo con la Signoria, non volevono che la cosa havessi effecto, per quello ch’è detto innanzi. Pensa tu che e’ vennono a tanta insania, che lor dissono che temevano che quella hostia, non ch’altro, non fussi consacrata. Et fra Hieronimo, conoscendo el advedendosi che con simile indecente obiectioni volevono quivi condurlo di nocte; però dixe che havea loro concesso tante cose che non ne volea conceder più. Ma li fra Minori, senza solvere le ragioni che erano decte lor contro, pur dicevano con indignata et tortuosa vista, che non volevono che fra Domenico entrassi in decto fuoco col Sacramento, et che si dubitavono che l’hostia non fussi consacrata. Breviter, el Profeta ancora rispose a quelli di nuovo, con maturo parlare et optime ragioni, et dixe: Se io vi concedessi questo, non già per questo sareste ancora contenti, ma troveresti nuove liti per non venire al cimento del fuoco. Non vi dia noia l’entrare fra Domenico col Sacramento nel fuoco: non vi dia noia, dico, perchè el Sacramento non può ardere se non in quanto alle spetie; et di questo lassatene lo scrupolo a me, perchè io so certo che il mio frate uscirà del fuoco inleso et senza nocumento alcuno. Et sottogiugnea dicendo a detti fra Minori: Se io non vo in verità, portando el Sacramento nel fuoco, vengo adunque per questo piuttosto a concitarmi contro el Signore; epperò non vi dia noia in che modo io facci entrare nel fuoco el mio frate, o col Sacramento, o col Crocifisso, [d233] o con altra Croce. Andate pur voi nel fuoco con chi vi pare, che io non me ne curo. Et così rispose ancora a l’altra ragione di detti frati dicendo: Voi dite che temete che quella hostia non sia consacrata, et che in quello cristallo o vaso dove si tiene decta hostia, non vi sia facta qualche malia. Ad questo vi dico, che se così è che l’hostia non sia consacrata, adunque io concito più el Signore contro di me; perchè io vengo a fare il peccato della idolatria, facendo adorare una hostia non consacrata. Et ancora se io ho facta malia nessuna, o costretto demonio nessuno in quello cristallo o vaso, come temete; ne seguita questo che, faccendo io adorare quello che non è Sacramento, et dipoi facendo ancora quest’altro, cioè la Nigromanzia, in costringere el demonio; ne seguita dico che il Signore, come tristo idolatra et incantatore mi farà mal capitare, et permetterà che il mio frate muoia et arda nel fuoco. Ma se voi dicessi: No, el frate che ha entrare nel fuoco, cioè fra Domenico, va semplicemente et per la sua semplicità, el Signore non permetterà che lui arda; onde può stare che voi el quale non vi tocca a entrare nel fuoco, habbiate facto qualche malia, o non consecrato o simil cose; io vi rispondo: che frate Domenico non per questo saria excusato d’uno grave peccato; perchè mettendosi lui a una cosa così facta, doverria averla pensata molto bene, et però non saria scampato per simplicità. Ma el Signore più presto permetterebbe che gli ardessi in decto fuoco, per la sua prosumptione, mettendosi a tanto pericolo così leggermente. Onde, aggiugnendosi ancora, oltre al suo defecto, la mia malignità, et tanti incanti che voi temete; chi dubita che lui non ardessi? Breviter, quell’hostia che dite che non è consacrata, io non l’ho consacrata, ma l’ha consacrata un altro; et èssi tolta una hostia consacrata adcaso, et non sono ito colà et misso nello pisside una hostia ad mio modo: sicchè non vi dia noia el modo del nostro entrare. Benchè io vi dico, che anche questo forse vi concederei senza mio obbligo, così come senza obbligo vi ho concesso le altre cose; ma cognosco che ancora troverresti cavillationi, sicchè pertanto fate or voi.

Volpe. Che risposono e’ fra Minori a queste ragioni?

Agricola. Non risposono altro, se non che dissono che [d234] non volevono ad nessun pacto, che fra Domenico portassi seco il Sacramento nello entrare nel fuoco. E fra Hieronimo diceva, che voleva mandare el suo frate ad suo modo, et che mandassino el loro frate come a loro pareva; tamen quelli non volsono mai adconsentire, et così per loro defecto non andò innanzi la cosa da loro mossa et principiata; anzi si partirno et ferno faccia di meretrice, imperocchè senza erubescenza alcuna, bugiardamente andavano dicendo che havevono havuto victoria, et così scripsono lectere per tucto.

Volpe. Che seguì di frate Hieronimo, quando si furno partiti e’ fra Minori?

Agricola. Frate Hieronimo, allora fu licenziato dalla Signoria con tutti li sua frati; et con quello ordine bello et honorevole che vennono, con quello medesimo etiam ritornorno alla loro chiesa, cantando: Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuæ. Et mentre passorno per li loro adversarii, chi diceva: dagli, dagli adosso; chi diceva: hora è tempo; alcun altro diceva: su qua, che stiamo noi a fare? Altri dicevono loro: excomunicati; altri: pinzocheroni et hipocriti; altri: sodomiti; et chi una parola ingiuriosa et chi un’altra. Ma come piacque a Dio, sebben furno ingiuriati con male parole, tamen non furno per allora altrimenti offesi. Drieto alli frati venne, in defensione del Profeta, uno valentissimo soldato fiorentino chiamato Marco Salviati, con circa venticinque compagni armati, per li casi che potevano advenire; et nota che giunti che furno e’ frati col Profeta alla loro chiesa di San Marco, donde processionalmente s’erano partiti, et lasciato in orazione più di mille donne, trovorno etiam esse donne non essersi mai partite di chiesa ad fare oratione, et erano state più che di sei hore continue. Onde il Profeta, subito ch’ebbe posato el Sacramento, montò in pergamo et recitò la cosa com’era andata, de verbo ad verbum; et io che mi ritrovai esser presente ad queste cose, viddi et conobbi che fra Hieronimo non lasciò alcuna cosa, che lui non recitassi in pergamo, secondo la mera et pura verità: et questo è quanto seguì dello experimento del fuoco. Ma noto ti sia questo gran segreto, che pochi giorni passorno dopo el prefato cimento, che più persone andorno dal superiore spirituale [d235] della ciptà di Firenze, per licentia et facoltà di farsi absolvere; perchè quelli tali, innanzi al cimento havevono coniurato manibus propriis amazzare in quello dì del cimento el Profeta. Et se tu ti vuoi meglio certificare, va et domandane Messer Bartolommeo Redditi che ancora vive, al quale dal prefato superiore gli fu decto, et lui ne ha renduto et del continuo rende verace testimonio. Et il decto superiore fu messere Pietro Maria da Perugia, che allora era vicario generale dello Archiepiscopo di Firenze.

XLVIII. (Lib. IV, Cap. IX, X, XI.)
Un altro capitolo del secondo libro della stessa opera.

Del numero de’ vari Processi pertinenti al propheta Hieronymo, et del Processo di frà Domenico et di frà Silvestro. — Capitolo 17.

Volpe. Grato molto mi saria d’intendere el numero de’ Processi varj che hai visti et lecti, et che mi dicessi etiam in quello che truovi contradictione et dissonanza, et così in quello che non truovi contradirsi.

Agricola. Gli è da notare che quando el profeta Hieronimo, Domenico et Silvestro furno separatamente, el primo tratto, martoriati dalli seculari, cioè dalli Commissarj o vero Examinatori facti dalla Signoria di Firenze, che fece pigliare il profeta; epsi examinatori volsono che ciascheduno di quelli facessi uno processo sopra tre domande; la prima: se facevono intelligentie contro allo stato di Firenze; la seconda: se havevono quantità di danari cumulati; la terza: se le cose che profetava fra Hieronimo procedevano da Dio, o pure se erano cose decte fictivamente, sanza fundamento soprannaturale. Et così sopra queste tre principali domande, el profeta et li altri sua compagni, cioè fra Domenico et fra Silvestro, scrissono separatamente l’uno dall’altro; perchè sempre, infino che li sententiorno [d236] a morte, gli tennono separati. Et questi tre processi non contenevono iniquità alcuna, nè inganno alcuno di fra Hieronimo, ma cose degne di laude et di honore. Hora di questi tre processi veri, io ne ho visto solamente dua et più volte gli ho lecti, cioè quello di fra Domenico da Pescia et quello di fra Silvestro Marruffi da Firenze. Quello di fra Domenico è vero in tucto et per tucto; quello di fra Silvestro ancora è vero, ma non in tucto, perchè in alcuno loco è stato levato, come per li altri processi si può provare con ragione, et in alcuno loco, ancora è stato aggiuncto, et conoscesi la addictione chiara. Ma quello che scrisse fra Hieronimo di sua propria mano, non fu mai pubblicato dagli examinatori, perchè non era a loro proposito, cum sit frate Hieronimo in epso processo manifestare non esser suto seductore, ma havere in verbo Domini decto la verità, et che tamen, come volse Dio, questo processo pervenne nelle mani di uno certo adversario del profeta, chiamato per nome, Giovanni Berlinghieri. Et questo tale era de’ Signori di Firenze, quando che fra Hieronimo fu morto; però gli pervenne el vero processo nelle mani; e sebbene era inimico del Profeta, nientedimeno per curiosità lo conservò. Onde accadde alquanto tempo dipoi, che il detto Giovanni fece parentado con Alessandro di Antonio Pucci, e dette una sua figliuola per donna a uno figliuolo d’Alessandro. Et facendo un giorno un convito al suo genero et altri sua parenti, entrorno, mentre che erano a mensa, ne’ casi di fra Hieronimo; et qui era alcuno che credeva et alcuno che non credeva, et entrorno ne’ facti del Processo; perchè alcuno disse: el vero Processo, scripto di sua mano, non si esser mai visto nè publicato, et non si sapeva dove si fussi. La mensa è una dolce colla che fa lubrica la lingua: el detto Giovanni essendo così allegro nel convito, rispose e disse, che il vero Processo di fra Hieronimo era in piè, et che lo haveva appresso di sè; e così, quasi per vanagloria, havendo la cosa nello scriptoio serrata, andò ovvero mandò per esso, et presente tucto el convito, tenendolo così in mano aperto, lo mostrò ad tucti li sua parenti convitati; ma non lo volse lassare leggere a persona, nè etiam lo volse leggere epso. Onde questo fu manifesto segno che il Processo non conteneva errori, perchè lo aria lassato [d237] leggere ad ciascuno; imperò epso Giovanni era adversario del Profeta. Fu pregato da più persone che lo dovessi leggere o farlo leggere; ma lui non volse mai, nè etiam volse che li uscissi delle mani; ma rispose et disse: basta che io vi ho mostro el vero processo, scritto tucto di propria mano di fra Hieronimo; et sottogiunse ridendo et disse: così si fa la mostra della cintura di Prato; et decto questo, lo portò in camera, et serrollo dove era serrato prima. Et questa cosa fu publica et divulgata per Firenze. Ma deh! odi quello seguì dipoi.

Volpe. Che cosa?

Agricola. Non passò molto tempo che el sopradecto Giovanni Berlinghieri morì. Ma sappiendo alcuno de’ primi di Firenze, di quelli che examinorno fra Hieronimo, ch’epso Giovanni era morto, et ch’el vero Processo gli era restato nelle mani; andò a trovare con prestezza la sua donna, perchè temeva non si pubblicassi el decto Processo, et così si conoscessi la falsità delli altri Processi, che furno falsamente facti stampare sopra fra Hieronimo, et così rimanessino svergognati li examinatori et in pericolo di esser morti: onde domandandolo non gli fu dato. Et quello allora disse alla donna del decto Giovanni in questa forma, secondo che lei et altri sua parenti hanno ancora testimoniato; dissegli adunque: fate distracciare et ardere quello processo et scripture di fra Hieronimo, et non le publicate nè date fuora, per conto alcuno; perchè metteresti le spade in mano al popolo di Firenze et a’ Frati di San Marco, et così la pregò molto strectamente.

Volpe. Tu mi fai maravigliare.

Agricola. Queste non sono migha favole, ma sono cose verissime, et la casa di Alessandro Pucci, per molti e molti anni ne ha renduto testimonianza; imperocchè Mª. Sibilla sua donna, che sai di quanta nobiltà, prudenctia et sanctità si può laudare, fu una di quelle persone che si trovò a quel convito sopradecto, et che dalla donna di Giovanni fu ragguagliata, et ne ha dato notitia a molte et molte persone, che sono forse più di cento; sicchè tu vedi con che buon fondamento io parlo. Et questo basti quanto al numero dei veri et non falsi processi.‍[691]

[d238]

Volpe. Chi fu quello gran ciptadino che andò a trovare la sopradetta donna di Giovanni Berlinghieri, et che gli decte el consiglio che hai decto?

Agricola. Fu Piero degli Alberti che etiam vive, quello, dico, ch’era degli Examinatori del Processo, quando fra Hieronimo sotto di quelli fu morto.

Volpe. Seguita di dire quello che vuoi.

Agricola. Quanto al numero degli altri processi, che particolarmente furno facti sopra fra Hieronimo, dalli seculari et dalle persone ecclesiastiche; dico averne lecto tre o quattro; et l’ultimo fu quello che papa Alessandro VI gli fe’ fare, quando, con cosa facta, mandò da Roma el mandatario suo, chiamato per nome Romolino Spano, che dipoi fu facto cardinale, et maestro Giovacchino Veneto generale dell’Ordine Predicante. Et in questo ultimo processo, che ebbi l’originale proprio nelle mani, che fu facto sotto brevità et dal notaio ser Cecchone, mentre che fra Hieronimo actualmente era martoriato, trovai che essendo legato fra Hieronimo alla tortura, confermò con alta voce, che tucto quello che havea predicato et predecto in verbo Domini, erano cose vere et non false, et che vi voleva mettere la vita, et parlò molto vivamente. Tamen li comissari apostolici non apprezzando le sue parole, lo ferno tirare in alta tortura et lo martoriorno crudelissimamente. Et lui, visto che non volevano intendere la verità, incominciò a mutar vocaboli, ma non sententia, fingendo di non esser quello che lui era, fingendo, dico, senza mendacio, nam fingere licet sed non per duplicitatem. Ma di questa materia noi ne tratteremo più oltre. Et così accusandosi in genere peccatore et havere errato, cessorno di martoriarlo. Et nota che questo termine del confessare la verità apertamente et dipoi occultarla, fra Hieronimo lo tenne quasi tante volte, in quanto dalli seculari et dalli ecclesiastici fu diversamente martoriato, che furno, in 45 giorni che lo tennono vivo, molte volte; [d239] et sappi che lui et li sua compagni furono tormentati con diversi tormenti, e furno con tormenti interrogati di tucta la vita loro, poichè nacquono. Item in questo medesimo ultimo processo, lessi che alcuno di loro fu interrogato d’alcuna cosa, ohimè! debbolo io dire? Io lo dico pure: e’ fu (da) alcuno di loro domandato, se gli haveva mai comissa sogdomia alcuna.

Volpe. Deh! io non credo poi che fussino domandati di tanta scena‍[692] e abominevole cosa!

Agricola. Che tu pensi forse che regnassi vergogna negli interrogatori? La cosa è più vera che io non dico, et non l’ho per terza copia; ma hollo lecto in sul proprio originale, cioè in su la prima boza che fece ser Cecchone di ser Barone, quando pigliava e’ capi di quello che diceva fra Hieronimo et li altri sua compagni, mentre erano tormentati separatamente.

Volpe. Da chi havesti tu questo tale processo?

Agricola. Hebbilo da M. Jacopo Monelli canonico del Duomo di Firenze, homo exemplare et di virtù ripieno.

Volpe. Et lui donde l’ebbe?

Agricola. Tu vuoi sapere troppo oltre: io lo so perchè me lo disse; ma lui anchor mi disse ch’io non ne dicessi nulla. Ma se tu lo vuoi sapere, ascolta nell’orecchio e te lo dirè pian piano: sappi che lui lo hebbe dalla propria donna di ser Cecchone, et se non mi credi, va a trovar messer Jacopo, el quale anchora vive, et lui te lo dirà, et così conoscerai che io non ti ho decto mendacio alcuno.

Volpe. Questo tale processo non fu messo in istampa?

Agricola. Perchè non era a proposito di papa Alessandro, nè delli adversi del Profeta, che già lo haveriano forse facto.

Volpe. Che altri processi hai tu visti?

Agricola. Io ne ho visti et lecti due altri che furono facti, innanzi a questo ultimo, dalli seculari, cioè dalli examinatori che dalla Signoria di Firenze furno ordinati: uno è quello che fu messo in stampa; l’altro se ben mi ricordo, è quello che fu transcripto nelle Pandette di Palazzo de’ Signori. Tamen questi dua, in molti luoghi non si concordano, anzi si contradicono de directo; imperocchè in quello delle Pandette appare esser scripta questa sententia: Cittadini mia, quando [d240] voi trovate questi inimici che non credano le cose che ho decte, et che habbino facto qualche errore, castigateli grandemente come inimici della fede di Christo. Chi considera bene questa sententia, fra Hieronimo viene ad haver confermato et non negato le cose profetate. Tamen nel processo stampato non appare questa sententia in loco alcuno, ma più presto l’opposito. Ecco adunque che, contradicendosi questi processi, vengono a dimostrare espressamente quanta fussi la malitia et somma iniustitia degli adversi. Et sappi che la subscriptione di frate Hieronimo, come appare etiam nel processo delle Pandette di Palazzo, dice ch’el processo è suto postillato o vero glosato da ser Francesco di ser Barone. Et un altro ancora ne ho lecto de’ 25 aprile, che dice nella subscriptione el medesimo. Onde la ratificatione del processo che è in stampa, viene a essere falsa, perchè è discrepante da quella che appare scripta nel libro del Palazzo. Per la qual cosa non si debbe prestar fede ad nessuno di quelli processi; ma solamente si debbe prestar fede, in tucto e per tucto, a quello scripto proprio di mano di fra Hieronimo et di fra Domenico da Pescia. Quello di fra Silvestro è in gran parte vero, ma non tucto, come dissi poco fa; et el difecto pare essere proceduto da altra mano che dalla sua, benchè non v’è cosa di molto momento.

XLIX. (Lib. IV, Cap. IX, X, XI.)
Dalla terza parte del Vulnera Diligentis.‍[693]

Seguita la declaratione del texto, quando il propheta Hieronymo, essendo ginocchioni in judicio, si voltò ad parlare a Dio, dicendo: Dio tu mi dài la penitentia, per averti negato.

Contiensi in questo capitolo, quanto epso Propheta fu d’animo virile e di cor generoso nel sancto martyrio. Contiensi etiam el parlare che fece ad ser Cecchone falso notaio — Capitolo 11.

Propheta. Parlato, adunque, che io ebbi alli miei Tyranni et Cruciatori le sopradecte parole del prefato testo, lassai di [d241] parlare ad quegli, et humilmente voltai il mio sermone a Dio et dixi in questa forma: Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato. Io lo merito ec. Hor nota, figliuol mio, che altrimenti si debbe parlare a Dio et altrimenti all’huomo,‍[694] imperocchè sempre a Dio si de’ parlare con grande humilità et submissione: il che non sempre è necessario usare inverso l’huomo, salvo ad chi si expecta, et nel modo et quando si conviene. Per la qual cosa parlando io al Signore et dicendo: Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato; venni humilmente (se ben consideri) ad replicare la generalità della negatione di qualunque mendacio, secondo che da te è stato dichiarato innanzi, senza descendere ad alcuno particulare negamento.

Agricola. Io so bene, che gli era molta tua usanza di humiliarti nel conspecto di Dio; come appare ne’ volumi delle tue predicationi; ma alcuni de’ tua figliuoli spirituali harebbon voluto, quando eri presente‍[695] li mali Presidi et Vicarii che ti interrogavono et martoriavano, che tu havessi risposto loro parole mordaci et increpatorie‍[696] senza tanti riguardi, nel modo che facevono gli antichi nostri martyri, presente e’ tyranni: onde per questa ragione, alcuni vanno dubitando utrum se tu ti portasti valentemente o pur poltronamente in battaglia, et non si sanno così bene risolvere.

Propheta. Differenti homini; differenti nature, pareri et instinti; differenti tempi; differenti gesti, opportunità et modi di operationi; Scriptum est: tempus loquendi et tempus tacendi et cetera. Et con tucto questo è da notare, che in uno medesimo tempo et in una medesima operatione, può esser lecito ad alcuno tacere et ad alcuno parlare, et così in essa procedere l’uno in un modo e l’altro in un altro, per respecto di differenti nature et pareri humani et instinti divini. Onde tu vedi bene, che quando Sancto Valerio Episcopo e Sancto Vincentio martyre, che erano stati presi et messi in carcere per la fede di Christo, furono condocti dinanti ad Datiano; et che [d242] con molti modi epso Datiano cercava far loro abbandonare la Christiana Religione; el beato Valerio episcopo, vir miræ innocentiæ, quantunque fussi superiore del beato Vincentio che era giovinetto, nientedimeno gli stava cheto et non rispondeva cosa alcuna, come se gli fusse mancato l’animo et non sapessi parlare, nè rispondere al tiranno. Et dall’altro canto il beato Vincentio, chiesto licentia di parlare, rispose a Datiano le più vivaci, le più pungitive et, per modo di dire, quasi le più dispectose parole, che dire si possa, da fare quodammodo risentire et arrabbiare una pietra, non che uno huomo. Tamen l’uno et l’altro è canonizato per sancto; nè mancho essential merito hebbe l’uno appresso di Dio per tacere, che se havessi l’altro per parlare. Item Jesu Christo, quando fu preso, non rispose mai ad Herode, et poco a’ principi de’ sacerdoti et ad Pilato, et dolcemente, et anche con adiuratione. Tamen Paulo apostolo fece tucto l’opposito, presente Nerone, insieme con Sancto Pietro; imperocchè dicendo Nerone ad quegli: Quomodo ausi essent, de regno suo milites alio Regi colligere; respondit Paulus: Non solum in tuo arguto, sed de toto orbe colligimus milites æterno Regi. Respecto alla quale risposta, furno amazati inumerabili christiani come testifica Lino papa, descriptore della lor passione. Molti altri exempli et varie operationi virtudiose di Sancti potrei addurti, che pretermitto per brevità. Dalle quali si può racchorre et chiaramente conoscere che gli electi da Dio, nella via delle virtù et della testimonianza della verità, caminano chi un modo et chi in un altro, secondo differenti nature, pareri, tempi, opportunità et divini instincti. Io, adunque, quando ero nelle mani de’ mia adversi, et ch’ero martoriato et examinato da quegli; procedetti, parte secondo la mia natura, parte secondo che mi dectava el mio naturale iudicio, parte secondo che mi pareva richiedessi la opportunità del tempo, del luogho et delle persone, et parte procedetti secondo el divino instincto.‍[697] Et simile hanno facto gli altri gran Sancti di Dio nelle loro adversità et grandissime tribulationi. Onde tu ben [d243] vedi che sancto Paulo, nelle sue tribulationi, talhor si faceva Romano, talhor Hebreo et Phariseo, tamen senza mendacio; et quando usava uno termine et quando un altro. Item talhora malediceva il sommo sacerdote degli ebrei dicendo: Percutiet te Deus, paries dealbata; et dall’altro canto si excusa di quello che haveva decto ad epso sommo sacerdote, dicendo: Nesciebam, fratres, quia Princeps est sacerdotum. Hor eccho, adunque, ch’el mio procedere che feci nelle tribulationi, non è stato disforme da quello de’ grandi Sancti passati; et però non posso essere iustamente denotato di pusillanimità et di poco animo, così nel naturale, come nel soprannaturale. Figliuol mio, se io fussi stato di poco animo; io mi sarei fuggito quando gli adversi mia vennono la santa Domenica dello Olivo per pigliarmi, che sai pure che io potevo, perchè la Signoria mi decte nove hore di tempo ad potermi securamente partire da Firenze, come è noto ad ciascheduno.‍[698] Ma io non volsi farlo; et più presto volsi entrare nelle mani de’ mia adversi, che abbandonare le mie pecorelle: adunque non fui pusillanime et di poco animo. Ulterius, se io fussi stato di poco animo, et mancato ne’ tormenti; io non harei increpato alcuni degli examinatori che mi martoriavono, et maxime Piero di Bertoldo Corsini, che tanto mi molestava che io gli facessi qualche miracolo et che tanto mi dava noia della città di Pisa, dicendo, che io era uno ciurmadore. Al quale io risposi et dixi: che li Fiorentini riharebbono la città di Pisa, ma che lui non si troverebbe ad goderla. Et narraigli in proposito di questo, la figura di quello che fu morto dalla calcha, il quale non credette ad Eliseo propheta, come appare nel quarto libro de’ Re, al 7º capitolo. Et gli dixi che egli non saria vivo nel 1500; et che questo era il suo miracolo, segno et portento. Il che come sai, tucto si adempiette appieno. Preterea, se io fussi stato di poco animo, io non harei composto in carcere l’opere che io composi: le quali cose, acciò che sappi, excitorno e’ mia adversi ad maggiore iracundia et odio inverso di me, maxime perchè in esse si conteneva che io desideravo d’esser morto, et ch’io confirmavo le nostre cose [d244] profetate esser state divine et non humane ispirationi. Preterea, se io fussi stato di poco animo; io non harei decto a’ mandatarii del papa, quando vennono da Roma per amazarmi, che ciò ch’io havevo decto l’havevo hauto da Dio, come è decto innanzi. Preterea, se io fussi stato di poco animo, io non harei detto allo Episcopo de’ Pagagnotti, mentre che in piaza, coram populo, mi digradò, le parole ch’io dixi. Imperò, mentre che quello faceva le ceremonie della degradatione et che dixe: Separamus te ab Ecclesia militante atque triumphante;‍[699] io arditamente gli risposi et dixi, che non era suo officio di separarmi dalla chiesa triumphante, et replicai dua volte la risposta dicendo: Militanti sed non triumphanti: hoc tuum non est. Alla quale risposta epso si humiliò et dixe: Amen, Dio ve ne dia la gratia. Et se bene ti ricorda, questo medesimo ti fu decto da epso episcopo che anchor vive. Preterea, se io fussi stato di poco animo; io non harei facto l’acto che io feci, la nocte che mi fu dato el comandamento, et detto che io mi preparassi alla morte; perchè havevo ad esser morto la mattina con Fra Domenico et Fra Sylvestro. Onde io, come sa ciascheduno, sentendo questo, non me ne turbai niente; anzi volsi la medesima nocte riposarmi alquanto et dormire un poco, come quello che non stimavo il vivere al mondo cosa alcuna, nè più me ne curavo che si curassi Dio. Et certamente tu leggerai forse di pochi haver facto il simile; cioè che, sappiendo quello havere ad esser morto infra poche hore, vogli prima tamen riposarsi et dormire alquanto. Per tucte queste cose, adunque, et per molte altre che potrei dire; si può cognoscer chiaramente quanto nelle mie grandi tribulationi, et nella crudel morte che mi fu fatta fare cogli altri mia carissimi fratelli, io fussi et d’animo virile et di cor generoso. Ma ben sai, che io usai ancora alcuni termini di humilità; secondo che cognoscevo esser expediente all’honor di Dio, alla salute mia et al bene universale degli electi del Signore, alli quali qualunque cosa acchaduta di noi, e’ pigliano in buona parte et cooperano loro in bene: così alli captivi impugnatori, e’ pigliono in mala parte, et resulta loro in male et peggio. Ma io voglio [d245] che tu sappi, che io usavo anchora con li mia adversi examinatori certi dextri modi di parlare pungitivo, et non pareva mio facto, et maxime inverso del falso notaio ser Francesco di ser Barone, stipulatore et componitore de’ processi falsi. Imperò, venendo tal volta quello con astutia al carcere, solo, et per parlarmi, et per vedere se poteva haver da me più una parola che un’altra, reprensibile da potersi adtacchare; io alle sue domande et interrogationi, davo certe risposte corte et bifurcate, che dall’un canto epso cognosceva che io le diceva in sua reprensione et increpatione, et non per rispondergli approposito, et dall’altro canto erano decte in tale modo, che pareva che indirectamente io gli havessi risposto al proposito della sua domanda: et così si partiva da me confuso.


Declaratione d’alcune parole, che dixe il propheta Hieronymo al falso notaio ser Francesco di ser Barone, quando epso notaio andò al suo carcere malitiosamente per interrogarlo. — Capitolo 12.

Agricola. Io non so, Padre mio sancto, se uscirò troppo fuora del proposito ad dirti una cosa che non voglio per niente tacere. Imperò, e’ sono vivi ancora dua testimoni religiosi, cioè Frate Francesco Funandoli et Frate Gabbriello di Lorenzo tintore da Prato, ora predicatori, li quali parlarno al prefato ser Francesco notaio, pochi giorni innanzi ch’epso morisse, mentre ch’era malato nella sua villa di Monte Cucholi dove malamente perì. Imperocchè, andando questi dua religiosi ad accattare del grano in elemosina, et passando dalla casa della villa del detto falso notaio; epso gli chiamò, perchè era sublevato in terreno, et gli fece sedere, et fece trovar loro da fare colezione parecchie mele et un poco di vino con un poco d’acqua, et incominciò a ragionare ad quegli de’ casi sua, et dixe loro che tu eri stato uno grande rubaldo. Et dixe che venne non so che notte alla tua prigione, per parlarti et interrogarti con astutia, come hai detto; et ti domandò per quale causa tu cercavi fare venire e’ principi nella Italia, et che tu gli rispondesti solamente questa parola et dicesti: Per gloria. Hor dimmi, ti priego, dixe quello il vero?

[d246]

Propheta. Così fu et dixe la verità. Imperocchè quando lo sollecitavo con lettere il re di Francia, che dovessi venire in Italia et restituire Pisa alli Fiorentini, et observare li capituli et le promisse facte; et le lettere anchora che erano già scripte, et volevo mandare a’ principi Christiani che dovessino fare Concilio, per respecto de’ mali portamenti di papa Alexandro VI; acciò fussi et per ragione naturale et in oltre per segno soprannaturale manifesto ad tucto il mondo, come Dio ci haveva revelato et comisso che dicessimo che quello non era Christiano nè vero papa: tucto facevo per gloria. Ma che non fussi vero papa, utrum se procedeva per defedo di eletione, o veramente perchè Dio l’avessi dipoi riprobato et absoluto da tale officio, per le sue enormi sceleratezze o veramente perchè non havessi forma di christiano, cioè non baptezato, questo non è expediente che dica.‍[700] Basta che Dio ci haveva così commesso come appare nel processo di Frate Domenico da Pescia, cioè in quello che comincia così: In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Amen; et che finisce così: In simplicitate cordis mei, letus obtuli universa.‍[701] Et questa è una dell’altre gran falsità che usò di fare il decto malo notaio nel processo; perchè non scripse di questa cosa, nel modo ch’io aveva decto, come chiaramente si cognosce nel leggere il decto processo di Fra Domenico. Perchè io dissi loro che questa cosa ci era stata revelata da Dio, et descesi al particulare della revelatione; tamen el captivo et falso notaio non misse questo gran particulare et magno secreto nel Processo, con consentimento degli scellerati examinatori; ma attese iniquamente ad caluniarmi, et ad scrivere di sua fantasia molte et molte cose che della bocca mia non erano mai uscite, nè mai erono state in mia volontà; et attendeva quanto poteva ad interpretare ogni mio parlare in mala parte. Hora tu hai inteso come, per gloria, scrivevo a’ principi che dovessino venire in Italia.

[d247]

Agricola. Et per qual gloria utrum humana aut divina?

Propheta. Qui sta el puncto. Ma che dixe el notaio a’ sopradetti frati circa ad questo?

Agricola. Dixe formalmente così: Ma io ch’ero captivo, quando Fra Hieronimo dise per gloria, interpretai in me medesimo et dixi: per gloria, idest pro gloria humana.

Propheta. Ben la sua interpretazione non fu vera, perchè io lo facevo per gloria di Dio, et non per mia humana gloria. Hor ecco, che già tu hai inteso uno de’ modi delle sue falsificazioni per sufficienti testimonii, et hai inteso una delle bifurcate parole ch’io usavo inverso di quello. Et ben sai ch’io non gli dixi per qual gloria, sì perchè non ne domandò, sì etiam perchè cognoscevo la sua mala intentione, et con che malitia et iniquità et doppiezza veniva ad interrogarmi: et però gli rispondevo con prudentia, et non mi venivo ad laudare nè ad incolpare. Et così el captivo notaio rimaneva preso da Dio nella sua astutia, sicut scriptum est: capiam sapientem in astutia sua.

Agricola. Certo che meritamente quello rimase preso nella sua astutia, poichè veniva con animo d’interrogarti et intenderti malamente. Ma e’ disse ancora a’ sopradecti religiosi, che inoltre ti domandò et dixe: Non vi confessavi voi di questa cosa? Et che tu rispondesti, che no. Et dixe che fuor di queste due cose, tu non meritavi una scopata; et che per questo, quando si publicò et stampò el processo, l’ebbe per male.

Propheta. Et dove si trova, che l’huomo sia tenuto ad confessarsi del bene et delle cose che non sono peccati?

Agricola. Però dico io che lui pigliava la fallacie in ogni cosa. Preterea e’ dixe ancora che ti rispose dicendo: Ben, come facevi voi ad celebrare, che voi non vi confessassi di questa cosa? Et che tu gli rispondesti formalmente così: Quando l’huomo ha perso la fede et l’anima, non si cura come l’anima sua vada, e può fare ciò che vuole et mettersi poi ad ogni cosa grande.

Propheta. Che ti pare di questa responsione?

Agricola. Parmi una risposta mozza, nella quale al tucto resta suspesa l’applicatione del particulare; perchè non per [d248] questo venisti già a dire d’esser tu che havessi persa la fede et l’anima;‍[702] et quanto ad questo la sententia è chiarissima. Ma ad che fine, gli rispondesti tu in questa forma?

Propheta. Per dargli una gran coltellata ad traverso al volto, che non paressi mio facto; perchè io volsi ch’egli intendessi ch’io indirectamente dirizavo quel parlare ad lui proprio, il quale, per haver persa la fede et l’anima, non si curava come la sua anima andassi; et che per questo si metteva ad compiacere alli pessimi examinatori, faccendo inverso di me ciò che voleva di gran male et di gran falsificatione. Onde tu ben vedi, che nella mia suscriptione d’alcun processo che hai letto,‍[703] appare che io do notitia delle postille ch’esso falso notaio interseriva in epsi.

Agricola. Gli è poco tempo che io lessi, oltre al falso processo stampato, che a Roma s’appella el bugiale, una examina quadripartita de’ 21 et 23 et 24 d’aprile 1498,‍[704] la quale fu facta sopra e’ casi tua; et appare in epsa la sustantia delle sopradette interrogationi, tamen al tucto falsificate dal prefato notaio con sue postille, delle quali postille tu ne dai chiarissima notitia, etiam nella tua subscriptione che appare in epsa examina.

Propheta. Hor ecco, adunque, che per sufficienti testimonii, e per la confessione del notaio, et per la mia suscriptione che hai decta; tu resti al tucto certo della mia innocentia. Per la qual cosa gli è da notare che, respecto al parlare della mia subscriptione della examina de’ 21 et 23 et 24 d’aprile, non vengono ad essere autentici e’ sua processi, nè di valore alcuno; nè si debbe prestar fede ad veruno processo che lui habbi stipulato o scripto, ovvero ne sia stato rogato. Ma tu vedrai forse un giorno, io dico forse, essere tracte l’ossa sua del sepulchro, che si sa di puncto dove che sono, et così quelle di Alexandro Sexto et di alcuni altri; et esser facto tale cosa di quelle, che ne resterà perpetua memoria in terrore et exemplo de’ mortali, mentre che durerà el mondo.

[d249]

L. I tre processi apocrifi del Savonarola.

1. Il primo falso processo, fatto e messo a stampa per ordine della Signoria.

Processo[705] de fra Hieronymo Savonarola
da Ferrara
.‍[706]

¶ Questa e la examina et processo de frate Hieronymo da Ferrara Sauonarola facta di lui da li spectabili et prudenti homini Commissarii et examinatori de li Signori Fiorentini per commissione de la sancta Sedia Apostolica‍[707] solenemente electi et deputati come in esso fidelmente appare.

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI.

¶ Questi sono li commissarii che furno iuridicamente electi et deputati cioe.‍[708]

[d250]

¶ Tutti Citadini Fiorentini. I quali nella infrascripta examina procedeno‍[711] in questo modo infrascripto: incompagnia anchora et in presentia di messer Simone Rucellai. Et messer Tomaso Arnoldi Canonici Fiorentini per ordine et commissione della sanctita del Papa.‍[712]

¶ Adi. IX del presente mese daprile il dicto fra Hieronymo fu interrogato et examinato nella sala disopra del Barigiello. Prima a parole poi con minacci poi con tortura et hebbe dicto di in due uolte tracti, iii. et mezo di fune.‍[713] Dipoi [d251] adi. xi. xii. xiii. xiiii. xv. xvi. xvii. fu ogni dì examinato circa alle moderne cose con parole et conforti senza alcuno tormento o lesione di corpo. Et benche in tutti dicti dì in alcuno cose uariasse et dicesse quando auno modo et quando a unaltro nientedimeno adi. xviii. interrogato di nuouo a parole et senza tortura o lesione di corpo confesso et affermo quanto nella dicta exanima si contiene. Et dipoi questo soprascripto di adi. xix. di aprile medesimamente senza tortura o lesione di corpo ma con parole humane et conforti‍[714] hauendo di nuouo rilecto et ben considerato tutta la infrascripta examina confermo et disse in presentia de dicti canonici examinatori et commissarii essere vero in tutto et per tutto quanto in dicta examina si narra‍[715] et così se soscrito spontaneamente de sua propria mano.

¶ La verita e questa che circa a. xv. anni fa essendo io nel monasterio di san Giorgio la prima volta che io fui a Firenze con fra Tomaso Strada che le morto: il quale parlava auna sua sorella monacha. Et in quel mezo inchiesa pensauo de comporre una predicha: nel pensare mi venneno alla mente molte ragione furno circa a. vii. per le quale si mostraua che alla chiesa era propinquo qualche flagello. Et da quel puncto in qua cominciai a pensare molto simile [d252] cose et molto discorsi le Scripture.‍[716] Et andado a san Gimignano a predicarui cominciai a predicarne et in dui anni che io ui predicai proponendo queste coclusione che la chiesa haueua a esser flagellata: rinovata et presto. Et questo non haueuo per riuelatione, ma per ragione delle Scripture. Et così diceuo et in questo modo anchora predicai a Brescia. et in molti altri luoghi di Lombardia qualche uolte di queste cose doue stetti ani circa, iiii. da poi tornai a Firenze che dal di che io fui in san Giorgio, come disopra e dicto alla tornata mia in Firenze, ui corse anni circa a. vii. di tepo. Et cominciai il primo di dagosto in san Marco alleggere Lapocaiypsi che‍[717] nel M.cccc Lxxxx. Et proponeuo simelmente le medesime coclusione sopradicte: dipoi la quaresima predicai in Sancta Liberata il medesimo non dicendo perho mai che io lauessi per rivelatione: ma proponendo che credessino alla ragione affirmando questo con più efficacia che io poteuo: dipoi passato la pasqua di questa quaresima: fra Siluestro tornando da san Gemigniano mi disse che dubitando delle cose che io diceuo et riputandomi pazo li apparue in uigilia uisibilmente secondo che disse uno frate nostro morto: il quale lo riprese et disseli queste parole: tu no dei pensare questo di fra Hieronimo: che tu lo cognosci dipoi hebbe molte altre apparition simile secondo mi disse fra Siluestro.‍[718] Et perho oltra al desiderio et accensione che aueua a predicare simile cose maccesi ad affermarle anchora in qche parte più che prima: [benche in facto fusseno tutti miei trouati et p. mio studio.] Et vedendo la cosa succedermi bene andai più auati. Vedendomi crescere la gratia et la riputatione nel populo di Firenze: cominciai adire che io laueuo p. reuelatio. Et così cominciai a uscire fuora forte. [Il che fu una mia gra presumptione.] Et molte uolte diceua delle cose che mi referiva fra Silvestro pesando [d253] qualche uolta che fusseno uere: nientedimeno io no parlava a Dio nè Dio a me in alchuno spetial modo: come Dio suol parlare a suoi sancti apostoli o profeti o simili: ma andauo pur seguitando le mie prediche con la forza et la industria del mio ingegno [et presumptuosamente affermauo quello che non sapeuo esser certo:] volendo ciò che io trouauo con lo ingegno fuse uero. Et tanto poi mi inebriai in questa cosa che io usci a dire che ero più certo di tal cose che io non ero li in perghamo et che doi et doi fano quatro. Et tutto per dare più credito alle cose che io diceuo: et per confermarle piu nella mente deli huomini: et‍[719] faceuole uerisimile con ragione et similitudine stando sempre più forte nella mia opinione: [per parere, pur che io dicessi il uero et che fusse da dio: ma non sapeuo nulla: ma la gloria del mondo macecchaua.‍[720]]

¶ Et a questo modo mi condussi in sino á lanno M.ccccxciiii. di poi essendo cominciato questo gouerno dal. M.ccccxciiii. in qua cominciai ad affermare più le cose mie, non solo p. gloria: ma per uolere condurre lopera del gouerno di Firenze, si per riputatione si per hauerlo al mio senso et per potermene ualere come di sotto si dirà: et ancho per hauere credito fuora di Firenze et così affermauo di Pisa et de beni della cipta di Firenze et de mali et daltre cose particulare. In questo medemo modo non ero certo di potere fare miracolo o segno supernaturale come più volte hauemo dicto che si farebbe a luogo et tempo [ma lo affermauo per dare riputazione allopera mia.]

¶ [Quanto alle visione di fra Siluestro quale le fusseno non mene curauo ma mostrauo ben curarmene assai: pche erano trouate tutte di mio ingegno et di mia astutia. Et se pure le cose di fra Siluestro mi ueniuano al proposito laueria dicte et attribuitole a me per dare più riputatioe alle cose nostre come era qualche bel puncto, o qualche gentilezza.] Ma‍[721] sapiate di certo che questa cosa che io ho conducta lho [d254] conducta con industria si prima per la philosophia naturale: la quale molto mi serviua aprouare le cose et efficacemete persuaderle et poi la expositioe della Scriptura aiutaua la materia et sempre il mio ingegno uersaua in queste cose grande et universale cioè circa il governo di Firenze et circa le cose della chiesa: et poco mi curaua di cose particulare, o piccole.‍[722] [In fine dico essere stata tutta mia industria: et benche fra Silvestro mi dicesse più suoi visione: il forte era nel mio ingegno: tamen io lo pigliauo et diceuo erano da dio secondo mi ueniuano al proposito et fingeuo et mostrauo alui di credere che lauesse da dio: et lui confortauo che non ne dubitasse ne lui ne fra Domenicho intendeuao la mia intentione: perche con loro andauo: con grande industria et astutia.]

¶ Come di sopra dico io cominciai a predire le cose più anni inanzi che fra Silvestro mi referisse suoi visione: et quado no fusseno state le visione di fra Silvestro quello medesimo arei dicto: nietedimeno come etia ho dicto disopra mene seruiuo quando mi uenivano aproposito.

¶ Et sappiate che fra Siluestro ha questa natura sin da giovinetto come e notto‍[723] a molte gente che lui fa insogno quello che fanno li altri in vigilia: perche si leua ua atorno parla: mangia scriue: legge predicha dice messa cercha de bastoni per casa et se può da: et non se può destare se non si percuote o co la maza, o con altro, o con lamano diricta al cuore et quando si desta pare che si sciolga da uno grande legame et che uenga dell’altro mondo dicendo Jesus Jesus: et tra laltre cose che la facte che io so et ho uedute una nocte si leuo et venne in choro quando ueranno‍[724] li altri frati et prese uno pugno di segatura delle casette dove si sputa: et se ne misse in boccha dicedo, o le buona: dipoi ne trasse nel [d255] volto alli altri frati. Vna mattina legendo io nellorto sadormento circa alfine della lectione: et così adormentato ando per lorto et entrato nella uigna cauo una canna: et feceli la coccha: et così colse uno bello grappo duua in quello luogo et cadedo in terra il grappolo: frate Antonio da Rada lo prese et fra Siluestro gli de della canna in sul capo dicendo danne anche ame: et comincio a mangiare di quella uua: et io era presente et io viddi tutto: et perche l’uva non li facesse male essendo buona ora lo feci destare.‍[725]

¶ Vnaltra uolta si leuo essendo nella cella del priore: che era fra Francesco saluiati: et tolsegli ipanni che lui haueua adosso et strassinoli per tutto il dormitorio: molte uolte dormedo insieme con lui lo udito cichalare et dire idefecti de frati et de secolari: et intra glialtri diceua una uolta di Padolfo rucellai: Tu fai come il fornaio: che fai fare i frati e non ti fai tu. Vnaltra uolta a sancta Maria Magdalena si leuo et uestissi et andò in chiesa: et entrato in perghamo comminciò a predicare. Et molte altre cose simile a facto: et spesso p. lo adrieto: hora lo fa rare uolte excepto qualche cichalaria.

¶ Lopinione mia circa alle predicte cose di fra Siluestro dico essere una complexione così facta et una occulta dispositione o infirmita la quale si sono sforzati molti medici di curare et finalmente se ben mi ricordo fu cocluso che nel processo del tempo se ne guarirebbe come se poi uisto che al presente no fa tanto spesso.‍[726]

¶ Quanto allo intento mio et fine al quale io tendeuo: dico inuerita essere stata la gloria [del modo]‍[727] et hauere credito, o riputatone: et per uenire a questo effecto ho cerchato de mantenermi in credito et buon grado nella cipta di Firenze [d256] paredomi che la dicta cipta fusse buono instrumento affare crescere questa gloria:‍[728] et farmi credito anchora di fuori: maxime uedendo che mera prestato fede et per aiutare anchora questo mio fine predicauo cose per le quale ichristiai cognoscesseno le abominatione che si fanno a Roma. Et che si cogregasseno affare uno concilio il quale quando si fusse facto sperauo di deponere molti prelati et ancho il Papa. Et arei cercato desserui et essendoui confidauo di predicare: e fare tale cose che ne sarei stato glorioso [o con essere stato fatto grande nel concilio o con restare in assai stima et riputatione di mondo.]

¶ Et per condurmi meglio al soprascripto mio intento et fine: essendo già introducto nella cipta di Firenze il gouerno ciuile: il quale mi pareua essere optimo instrumento alla mia intetione: cerchauo di stabilirlo al mio proposito: et per tal modo che tutti iciptadini fusseno beniuoli a me, o uero seguitassero il mio consiglio, [o per amore, o per forza:] et era mio animo che nella cipta di Firenze: si fermasse et stabilissi dicto gouerno ciuile al modo Venetiano al più si potesse: nel quale intendeuo che regessero quelli che erano mei amici più che li altri: et per questo li fauoriuo co ogni mia industria a me possibile nel tempo che sordino el cosiglio benchè io uedessi molte contradictione da gradi: io fauoriuo il populo per fare il cosiglio grade a ogni modo. Poi che fu facto per paura che le. vi. faue non fessino qualche disordine tentai lapello. Il quale beche hauesse molte contraditione pure si fece dipoi ebbi desiderio che si leuassino. xx.‍[729] et persuasi prima irrenutiare a Giuliano Salviati. Poi a messer Domenico Bonsi. Il quale si monstro alieno, et uuolmi arricordare che io lo dicessi achora a Fracesco ualori: il quale lhebbe per male la renutia del xx., et disse a Giuliano Saluiati. Tu hai guasto questa cipta a renutiare. Dipoi nelle predicatione tocchauo questo caso de. xx sotto couerta in questo modo cioè. Elce unaltra cosa da fare che no hauete anchora facto.

¶ Poi si fece la legge contra il parlamento: la quale et [d257] con predicationi et scripti molto sollicitai: uededo poi certe diuisioe tra ciptadini presi a fauorire quella parte che mi pareua più a proposito di questa opera mia et prima in generale dipoi cominciai al particulare per cognoscere meglio il fine de ciptadini et finalmente mi ristrinsi a unirli insieme. Et perche non può essere unione senza capo: paredomi più a proposito Fracesco ualori presi a fauorirlo: maxime credendo no si potesse fare tyranno: et questo uenne et da me et da lui: in quanto el ueniua a me et si comendaua se stesso dicendo essere buono ciptadino che quanto a questo nessuno lo superava: et in doi modi io lo fauoriuo. Et incomendarlo che gliera buono ciptadino laltro in cofortare qualche ciptadino chestesseno con lui uniti: benche a pochi: perche a pochi parlauo. Come era Giouan Baptista Ridolfi: benche nello diceuo sotto coperta: et per uno buon modo: ma tale che lui mi poteua intendere perche mi pare sauio. Ma Giouan Baptista mi sputaua parole per le quali comprendevo non sintendeua bene con Francesco benche parlaua in generale: cosi anchora parlai a Alamanno et Jacobo Saluiati: Intendendo che non stauano ben con Francesco et confortaili a stare ben co lui. Et loro mi disseno essi‍[730] fa troppo grade ebisogna darli qualche sferzata et tenerlo adrieto. Et io haueuo per male che fusseno disuniti da lui perche mi pare sempre siano iti bene et erao di quelli riputauo mei amici. A Giuliano Saluiati non mi ricordo auerlo dicto: ma mia intetione era uandasse a Luca di Antonio delli Albizi: Antonio Giraldi: Et Lionello Boni anchora li comendai liquali tutti tre ne diceuano male. Anchora li comedai a Domenico mazinghi et cosi a molti altri i quali usauano in san Marco et simile anchora a cofessori et a frati mei: et tutto a fine che lui‍[731] fusse seguito et hauesse fama. Vero e che io cofessauo alloro che gliera strano et per fare anchora più stabile il dicto gouerno della cipta di Firenze: et che ogni due mesi non sauessi a mutare: era mio animo di stabilirlo co modo Venetiano: cioe di fare uno Duce‍[732] o uero ghonfalonieri a vita o per qualche [d258] longo tempo secodo si fusseno accordati. [Et questo faceuo per gloria et ripulatione mia per hauer quello uoleuo nella cipta.] Et arei desiderato che fusse stato Duce‍[733] uno che non hauessi figlioli ne molto parentado: perche stesse piu sotto posto alle legge et no si potesse fare tyranno ma non ne trouauo nessuno nella cipta di Firenze che mi piacesse benchè se Francesco Valori non hauesse hauuto quelle strane conditioni lui per il primo lharei posto et dopo lui Giouan Baptista Ridolfi: ma mi daua noia il grande parentado che ha: questo perho non conferi io mai con persona se non con frate Nicolo da Milano‍[734] et credo con fra Siluestro et fra Domenico.

¶ Et ebbi già sospitione che Fracesco ualori: et altri di quelli che erano detti amici mei: non si uolessero restringere et fare uno stato fra loro: perho predicauo et scriueuo contro a tale strecto gouerno accioche per amore, o per forza questi tali fauorisseno questo gouerno ciuile:‍[735] nel quale perho uoleuo loro fusseno i principali: et laltra parte stesse sotto: cioe che il fauore del consiglio fusse per li amici mei: iquali uolentieri fauoriua circa ecasi dello Stato: per che mi pareuano buoni: beche in generali parlassi.

¶ Questo soprasscripto mio intento et concepto non lo mai conferito con persona: ma bene ho cercato di condurlo a fine p. mezzo di religiosi: et ciptadini et seculari: a quali non perho mai parlato particularmente ma in genere [per no essere gioto allaccio: perche qualcuno si sarebbe potuto mutare et machare dalla affection nostra et are publicato la cosa et così ne sarei stato imputato.]

¶ Quanto alle intelligetie expresse, o particulari che si facesseno in san Marco per nostro mezo: dico non uinesser facta alchuna che io lo sappi ma in genere era dichi andaua alla predicha che si cognosceuano tutti inuiso et io li cognosceuo et questo era la forza principale di questa cosa: et tutte le prediche tendeuano al soprascripto fine: et così le diuotione et processione che si faceuano i san Marco [et le hipocrisie et le famigliarita et amicitie di ciptadini] le cofessione et [d259] oratione co cati et tutte simile altre cose erano per acrescer lopera mia: ma cognosceuo bene che tra quelli uenera di quelli che no andauano bene: che ui ueniuano per loro utile: et quelli ciptadini ne qli io molto cofidauo si stauano uniti se hauessino facto quello diceua loro hauerebbeno mantenuto me et lopera mia.

¶ Circa iparticulari della cipta io non mi extendeuo p. due ragione. La prima p. mantenermi la riputatione. La seconda perche non mene intendeuo: maxime hauendo dicto tate uolte imperghamo di non me ne uolere impaciare, che non uoleuo dire una cosa et non lo fare. Et sapendo che Francesco Valori Pagolo Antonio Soderini et Giouan Baptista Ridolfi et iloro adherenti erano prudenti: ne sapeuano piu di me. Et io lassauo fare alloro. Et ero come il Duca di Millano passato al signore Ludouico:‍[736] onde non conferiuano meco le cose particulare et alloro bastaua hauermi per insegna et instrumento coprendosi sotto il mio mantello. Et io imperghamo et fuora confortauo questa parte nostra a stare unita et essere animosi affare quello fusse utile allopera nostra.

¶ Et una di queste utilità era che fusseno i primi a questo gouerno ciuile: et quando hauessi uoluto qualcosa particulare non larei conferita con ciptadini: per conseruare la riputatione mia ma larei facto per mezo di fra Siluestro, o di qualche altro frate: secondo mi pareua al proposito: come circa alli officii benche rarissime uolte perche non li cognosceuo et non mene intendeuo: sappiendo maxime che senza me erano soliciti isoprannominati egli adherenti loro al usare del mio mantello: di che di sopra fo mentione era il uenire a san Marco, monstrarsi essere del frate: fauorirlo nelle prediche con laudarmi et dire cose simile et benche molti uenisseno a san Marco p. diuotione: credo molti anchora p. beneficiarsi‍[737] et uedersi et fare una meza intelligentia.

¶ I ciptadini i quali usauo p. mezani a mandarli qua et la erano Andrea Cabini: Piero Cinozi: Girolamo Beniueni: Francesco dauanzati: Carlo Strozi assai: Jacopo Saluiati: [d260] quando Giuliano era ghonfaloniere. Alexandro Nasi: Piero di Pagolo delli Albizi: et in effecto non teneuo fermo nessuno se non Andrea Cambini con Francesco Valori: perche io mi guardauo p. mantenermi la riputatione. Et quasi tutto lo effecto di tale imbasciate: era circa in mantenergli in fede nostra: et mandauoli a Signori: a dieci: alli otto: dicendo stesseno forte et non dubitasseno che Dio li aiutaua: et notate che uno de principali fundamenti che io haueuo allo intento mio dicto di sopra cioè a mantenermi la reputatione et fama di buona vita. Erano il proposito fermo di non mimpaciare mai de particulari: sappedo maxime che i ciptadini mi seguitauano lo faceuano meglio: et meglio lo sapeuano fare che io non intendeuo et a me bastaua che mantenesseno il gouerno che io desiderauo in ogni modo che lo potesseno mantenere [o p. fraude o per qualcuno altro modo:] li nomi de Ciptadini erano questi. Francesco Valori: messer Domenico bonsi: messer Francesco Gualterotti: Giouan Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Domenico Mazinghi: Luca di Antonio de glialbizi: Francesco del Puglese: Giuliano Alamanno: Jacopo Saluiati: Bernardo delinghilese dischiata Ridolfi:‍[738] Piero Lenzi: Berto da filichaia: Francesco di martino dello scarpha:‍[739] Francesco mannegli: Almerigo Corsini: Simone et Nicolao del nero: egli adhererenti. De quali sono quelli ciptadini che sono scripti in sul ruotolo della suscritione‍[740] era su uno quaderno di carta pecora che erano nello schanello mio in san Marco.

¶ Circa allo arere tenuto pratica con iciptadini dico che nel tempo che sono stato a Firenze: molti ciptadini manno parlato, ma con nessuno ho tenuto pratica particulare di stato come e di fare piu una cosa che unaltra particolarmente: ma nello uniuersale sie tutto il mio intento et stato di tenerli uniti ed animati.

¶ Con Francesco Valori parlauo di raro: ma Andrea Cambini [d261] portaua imbasciate fra me et lui: et quando dicto Francesco mi parlaua: mi parlaua molto di se: stimo lo facesse per che io auesse di lui buona opinione: et qualche uolta mi disse et mando adire p. Andrea Cambini che stauano male: che io facessi oratione: il forte de ragionamento de Francesco erano che lui auesse auctorita nella cipta: et achora mi parlo di uolere dare la figliola di Filippo suo nipote per donna a Matteo Strozzi: al quale Matteo io poi nacenai dalla lunga: et lui mi rispuose non uolersi in parentare con Francesco: perche stimaua che per imodi suoi douesse capitar male. Similmente mi disse dicto Francesco che harebbe uoluto dare dicta figliola di Filippo a Giouanni di Ncolo mannegli la quale cosa non ebbe di poi effecto: parlauo ancora alle uolte con messer Agnolo Nicolini: et a Pagolo Antonio Soderini: et a Giouan Baptista Ridolfi: et a più altri di quelli ueniuano a san Marco p. uarie cagione: messer Bartholomeo Ciai ma parlato qualche uolta ma non mi ricordo diche ragionamenti. A piero Guicciardini parlauo anchora spesso:‍[741] et incitaualo dicendo si portaua freddo p. l’opera nostra. Francesco Renuccini quando era de Signori uenne a me una sera inanzi le. xxiiii. hore a pigliare parer da me circa allimposta de preti. Lionello bono‍[742] anchora quando era de Signori mi uenne a parlare et dissemi male di Francesco Valori che era male ciptadino: che cercaua el be proprio. Et io lo difendeuo perche desiderauo ce auesse auctorita come ho dicto: benchè anchora mi dispiaceua p. la sua natura che era huomo da scacciare tutti isuoi amici. Alexandro di Papi di‍[743] Alexandri fu anchora questi di a me p. lo experimento del fuoco: a sapere se haueuano a tirare la praticha inanzi: et per conto di Lanfredino mi ueniua predicta‍[744] cagione: Piero di Pagolo delli Albizi. et Alexandro Nasi: a quali tutti rispuosi disi.

[d262]

¶ Circa affare magistrati maxime Signori X. del otto‍[745] non ne parlauo mai expressamente dicendo fare il tale, o il tale: perche non cognosceuo così particolarmente tutti iciptadini. Nelle prediche confortauo in genere li buoni ciptadini: ma quando era instrutto da frati di qualchuno che fusse buono allopera nostra: are comendatolo con parole generale in circuli di frati: e di ciptadini che sene faceua spesso ne chiostri nostri: dicendo questo saria buono p. lopera nostra. Il simile faceuo di quelli che cognosceuo. Verbi gratia: Francesco Valori: Giouan Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Giuliao Saluiati: Domenico mazinghi: Domenico Bartholi: Lorenzo et Piero Lenzi: et simili iquali similmente comendauo dicendo sarebbeno buoni per lopera nostra, o simile parole generale ma non diceui‍[746] mai fate il tale che mi saria stato charico: io considerauo più al ghonfalonieri che ad altro: officio rimettendomi a frati che cognosceuano iciptadini più di me.

¶ Et di hauere fauorito altramente alcuno p. hauere officio non si trouera: excepto che Francesco scarsi‍[747] uenne una uolta da me a pregarmi che fusse facto oratione per lui perche el fusse facto de. x. dolendosi che non era facto mentione di lui in dignità alchuna. Di poi essendo stato facto mi uenne a ringratiare delle oratione.

¶ Dello hauere tenuto pratica con Signori o altre persone fuora del dominio nostro di cose di Stato. Dico che al Re di Francia in quelli principii che ritorno in Francia scrissi tre ouero quattro lettere‍[748] confortandolo alla restitutione delle cose de Fiorentini. Et allo ritornare in Italia dicendoli che facendo altramente el capitarebbe male. Il simile li mandai a dire p. Nicolao Alamanni la prima uolta che parti di qua p. andare in Francia. Et anchora gliho mandato a dire p. piu Frazosi che sono passati di qua p. ritornare in Francia: ma il Re non ma mai atteso ne datomi risposta p. lettere ne p. imbasciate: i modo che p. Nicolao Alamani nellultima et [d263] penultima uolta che lui parti di qua no lo mandato adire altro et ancho non confidauo in dicto Nicolao ne mi pareua huomo da farci fondamento perche non stimauo potesse parlare al Re.

¶ Venne già a me uno frate Ludouico da Valenza maestro in Theologia: et dissemi parlandomi perho copertamente che il Papa uorebbe che i Fiorentini mandasseno a lui imbasciatori ouero li scriuessino qualche buona lettera: et molto mi stringeua affare opera che il populo stesse edificato ala uia del Papa: et rispuosemi‍[749] che questa cosa non poteuo fare come arebbe facto Lorenzo, o Piero: et lo rimissi a Francesco Valori: Piero Filippo et Pagolo Antonio et di lui poi non intesi altro.

¶ Messer Luigi Tornaboni mi misse gia inanzi di tenere pratica colla prefectissa di Sinigaglia‍[750] dicendo che ella haueua il modo a sapere delle cose di Francia. Et io dubitando dinganno lo rimissi a Francesco Valori. Et di poi non intesi altro.

¶ Passando di qui il Cardinale Burgens: et parlandoli mandai p. lui a sollicitare la uenuta del Re di Francia et la restitutione delle cose nostre. Similmente mandai Filippo Lorini in Fracia p. dire al Re il medesimo circa alla tornata et restitutione dicta mandato da me co saputa perho de dieci che allora erano: et le risposte furno come di sopra.

¶ El Signore Carlo Orsino et Vitellozo Vitelli quando tornorno di Francia furno da me in san Marco a confortarmi affare quello poteuo per il Re di Francia: et uenneno a me come io fussi il signore della terra: A quali risposi che pregherei dio per il Re et che ero di bona uoglia affare per il Re cio che potessi.

¶ Piu altri anchora Franzosi et Napolitani cacciati da Napoli: che diceuano andare atorno p. le cose del re di Francia et per cose di stati: mi ueniuano a uisitare per simili effecti: perche pareua loro che io fussi amico del Re di Francia: [d264] et tenessi la parte sua et io li rimmetteuo tutti a Francesco Valori.‍[751]

¶ Fu anchora da me messer Dolce da spuleto ibasciatore del Duca durbino: a offerirmisi: et fu in quel tempo che il Duca durbino sera tornato a casa sua, et io scrissi una lettera al dicto Duca.‍[752] Della quale lo effecto era che non si partisse da Fiorentini. Et partendosi che non li fusse contra: [pensando che lui fusse buono a mantenere lopera mia: p. che benche non li parlassi mai mili monstrauo affectionato non che lui ma ogni altro che auesse fauorito me et la parte che mi seguitaua: acciocchè fussino i maggiori col populo et che reggessino di fora et dentro et maxime fauoreuile hauendo le gente darme.] Et decta lettera mandai per lo imbasciatore del decto Duca che mi uene aparlare che fu il predicto messer Dolce.

¶ Anchora dico ebbi per male che messer Hercule fusse casso‍[753] per questi medesimi effecti et ebbi sospecto Piero Filippo non ne fusse stato causa per mettere inanci il Cote Renuccio. Et questo perche messer Hercole mera affectionato per mezzo di fra Nicolo da Millano che già fu Cancellero de dicto messer Hercole et ancho sapeuo era affectionato a Francesco Valori et etiam feci qualche opera con Francesco Valori: perche no lo facessi cassare et in questo modo hauedo le gete darme amici rimaneuano li amici mia più forti: et il gouerno di drento et di fuori andaua alloro modo: et in ogni cosa fusse occorsa nella terra si poteuano meglio difendere et a questo senso lo faceuo.‍[754]

¶ Il Conte Checcho da monte doglio mi mando gia uno suo canceliero pregandomi li fusse fauoriuile alla restitutione delle suoi terre et io gli scripsi che non era tempo a mouere simile cose: et per non dare materia alli altri populi de tetare simile causa: et pure lui facendo grande instantia: ne feci dire alla Signoria et a. x. pur qualche parola: ma pure freddamete perche come ho dicto no pareua fusse da fare in [d265] quel tempo et quado hauessi uisto il tempo larei facto per farmelo amico.

¶ Messer Agamenon Marescotti da Bologna podestà passato e stato anticamente nostro familiare: et pregai Jacopo Salviati che era electionario che lo elegessi: et cosi fu facto podestà: et questo feci si per hauere il fauore suo: si per il ben li uoliua: che pareua fusse al proposito allopera mia. Così hebbi grato questo podesta che e al presente: per essere padre dello Vicario dellarciuescouo di Firenze. Il quale e nostro amicissimo benchè di questo non ne feci opera alchuna.

¶ Marcuccio Saluiati‍[755] mi fu menato da Fra Ruberto suo fratello inanci al caso del fuoco: circa a. vi. di per che io lo confortassi al ben uiuere: et così fei: et hebbilo caro per hauerlo amico: et lui mi fece molte proferte inanci si partisse: dicendo io metterei la uita per uoi.

¶ Intesi Giouani della uecchia che era nostro amico da frate Cosimo tornaboni: che ebbi charo: ma no li parlai mai.‍[756]

¶ Al Duca di Ferrara al Duca di Milano ho ancora scripto circa al ben uiuere: ma non per cose di Stato: circa il fare de conducte non mene sono impaciato: se non con racomandare legiermente alcuno come uno figliolo di messer Nicolo da Esti da Ferrara: et uno Conte Cristophano da Gonzaga: et uno de Rangoni da Modena: et alchuni altri che io non cognoui iquali racomandai a Francesco Valori et a Domenico Mazinghi: et altri de dieci pure legiermente dicedo il tale uorebbe essere conducto, fate uoi.

¶ Circa alla guardia della piaza ch se ne fusse icapi dessa guardia io no sapeuo e ben uero che io confortai in perghamo che dicta guardia si conducesse: non mi ricordo gia se io ne parlai con particulari ciptadini: ma Francesco Valori dipoi lhebbi mossa mene lodo a bocca: et confortomi [d266] la seguitassi tato se facesse stimo anchora mello mandasse a dire p. Andrea Cambini: la cagione di questa guardia fu per securta nostra p. questi incontrarii a noi stessino sotto: et non hauessino facto qualche insulto come temeuamo.

¶ Circa al non obedire al Papa et non andare a Roma dico procede‍[757] per non essere morto per la uia, o a Roma come era da Piero di Medici, o dalla Legha p. essere io contra al proposito loro.

¶ Circa alla scomunica dico che benche a molti paresse non fusse nulla, nientedimeno io credeuo quella fusse uera et da obseruarla:‍[758] et obseruaila un pezo: ma poi uedendo che lopera mia andaua in ruina presi partito a non la obseruare più anzi manifestamente a contradirla con ragione et con facti: et stauo obstinato in questo per onore et riputatione et mantenimento dellopera mia.

¶ Circa al cominciare al predicare nella septuagesima che fu adi. xi de febrajo: dico che prima aspectai le lettere di messer Domenico bonsi: quelli che egli scripse alla Signoria et unaltra a me. per le quale auisaua che il Papa non era disposto a dare licentia che io predicasse: unde mosso da me perche uedeuo che lopera mia ruinaua. mi dispuosi a ripredicare p. sostenere la mia opera: et di questo non fui excitato da alchuno ciptadino particulare: ma più presto gli amici mia sene dolsene come fu Alamanno et Jacopo Saluiati et Domenico mazinghi. E ben uero che alchuni di quelli che usauano in San Marco mi diceuano quando si predica,‍[759] noi ci moiamo di fame: et Giouanni di Jacopo di dino mi ricordo uenne a me a San Domenico et domandomi quando saueano a fare igradi:‍[760] ma non mi chiari‍[761] quando sauessi aricominciare perche cosi di fare costumaua di non manifestare sempre il certo del di quando uoleuo predicare.

¶ La cagione perche io usci di sancta Liberata il secondo [d267] di di quaresima: non fu per obedire al Papa ma per paura di essere morto: et poi che io fui conducto apredicare in San Marco io fermai il predicare: non obstante la lectera de. iii. di marzo di ser Alexandro bracci: per la quale lui mauisaua della grande alteratione del Papa e di tutta la corte et del pericolo che correuano i Fiorintini la: perche stimauo fussino minacciati.‍[762]

¶ Circa alle lettere che ebbe dalli imbasciatori, o scripte alloro dico che ho scripto qualche uolta a Giouachin guasconi confortandolo a confortare il Re‍[763] atornare in Italia: et restituire le cose a Fiorentini: et ho facto ogni opera che dila tenesse le cose calde:‍[764] et questo feci perche intendeuo che il uescouo de Soderini scriueua freddo: et questo per mei frati: et io laueuo per male: non mi ricordo perho del chiaro se io scripsi, o mandai a dire a Giouachino quanto disopra e dicto perche io a lui: et lui a me ci habbiamo scripto poche lettere: ma Giouacchino scriueua bene spesse al figliolo: il quale poi mi mostraua le lectere: et a lui io a bocca diceuo quello mi ricorreua di risposta.

¶ Da messer Domenico Bosi ho auuto due lectere: una auisaua che il Papa non mi uoleua dare licentia del predicare laltra mi riprendeua dello hauere cominciato a ripredicare il più frequente che mhabbi scripto e stato ser Alexandro braccia: il quale mae proprio a scripto due lettere di cose generale et in mia laude et conforti: ma il forte delle lectere lui scriueua a ser Bastiano da Firenzuola suo genero: il quale poi mi referiua tutto et leggeuami le decte lettere. Il contenuto desse era per la practica delle cose mei et daltre cose: et tutto si cominciaua con Francesco Valori.

¶ Messer Ricardo bechi scripse anchora a Giouanni suo fratello delle cose mie: ma lauamo a sospecto perche scriueua cose contra a noi.

¶ Dell’ordine et preparatione che si fece il uenerdi sancto [d268] hora lanno: non ne seppi ne so altro particulare: se non in questo modo io ho inteso da Filippo Arigucci: che allora era de Signori che uoleua gittare dalle finestre del palazzo. Bernardo del nero che era allora ghonfalonieri di iustitia: et che in quel tempo il dicto Filippo mando a dimandare madonna Camilla de Rucellai qllo si haueua affare allora et che lei gli mado a rispondere che lei haueua hauuto in reuelatione che gittassero delle fenestre Bernardo del nero et che madonna Camilla lo disse a fra Malatesta frate di san Marco: se questo gittar di Bernardo del nero delle finestre era inspiratione diuina: et fra Malatesta ne domando me: se poteua essere inspiration diuina: et sera licito il farlo: et io rispuosi uoi sapete come sa a rispondere per me in questi casi rispetto alla irregularita ma io non lo confortai si facesse: rispecto alla irregularita dicta: ben mandai a dire et a confortare Filippo Arigucci per Domenico Mazinghi che io adoperaua a simile imbasciate che stessi forte con qualchuno de sua compagni: et così confortai Domenico Mazinghi che era ghonfalonieri di compagnia affare il simile et cosi confortai facessi come suoi compagni: et stare forte tutti contra la opinione di Bernardo del nero: perche era contra allopera nostra: ma no cofortai che fusse morto: bene arei hauuto charo che fusse stato mandato uia. Il fine di gittar Bernardo a questo modo delle finestre credo fusi perche era contrario allopera nostra: et per leuar uia un capo allaltra parte.‍[765]

¶ Con Piero de Medici non ho hauuto pratica alcuna perche li sono stato sempre molto contrario: ne ho hauuto il maggiore inimico uolendo il Re di Francia introdurlo in Firenze come ciptadino: quando torno da Napoli io disputai con in‍[766] Re che non lo facesse. E ben uero che Dino di Jacopo di Dino mio amico mi scripse da Roma che Piero uoleua uiuere bene: mi chiedeua instructione del suo uiuere et mi se [d269] ricomandaua: et io li rispuosi che Piero uoleua appicchare la pratica meco et perho che io non uoleuo entrare in altro se non che pregherei dio per lui.

¶ Vnaltra uolta fu a me anchora uno che io non conobbi: et dissemi come Piero mi si racomandaua: et che uoleua ben uiuere: et tornare come ciptadino: ma questo tale nocturno‍[767] a me se non una uolta et come di sopra dico non lo conobbi: era uestito da prete: piccolo di statura bruno di carne e di eta danni quaranta in circa la Contessa suocera di Piero et Lanfonsina‍[768] sua donna quando cera molto me lo raccomandorno alle quale rispuosi che non credeuo che Piero mai ritornasse.

¶ Et col Cardinale de Medici non ho auuto pratica se non che due uolte mha scripto raccomandandosi: che le cose sue‍[769] fusseno restituite: et come e noto et per molti si sa: furon restituite alchune cose piccole di che non accade al presente far mentione: dico ben se fusse occorso che Piero fusse tornato: mio animo era dirgli quello che ho predichato: lho facto a buon fine maxime non essendo tu qui instato et quando tu fussi instato non tharei predichato contra: ma parlato de uitii in generali.

¶ Delle cose di Pisa dico non dissi mai hauerla in pugno: ma dissi bene Pisa tu lharai in ogni modo: e uero che io dissi ho in pugno più gratie: ma non specificai mai di Pisa [perche parlauo cauto per non essere preso et in sermone]. E ben uero arei hauuto caro per ogni mezo si fusseno rihaute le cose uostre per essere uero propheta; perche mi ueniua al proposito e uero che il Re di Francia mela promisse poi mela disdisse. Et per hauermela disdecta lo comunicai con la Signoria era allhora quando tornai dal prefato Re da Poggibonzi.

¶ Quando feci quella predicha oue io narrai di alchuni huomini di grande ingegno che si douessino fare frati fu p. [d270] messer Vliuieri arduino et per messer Malalesta che sapeuo erano alla predicha et altri simili: et di poi a messer Malatesta in particulare alleghai qual cosa di illuminatione: et più cose expresse et dissigli che messer Philippo Varamoro et messer Pandolfo de Medici cerano apparsi. et decto che si facesse frate: et uuolmi anco aricordare che io dicessi a messer Malatesta che non si facendo frate che andarebbe allo inferno.‍[770] Questi simili uoleuo con meco p. magnificare lopera mia: et hauere dal mio ualenti huomini [di quello anchora che io ho decto di sopra che sono nello inferno. lho dicto per darmi riputatone non che non lo sapessi.]

¶ Hebbi una uolta in secreto una lettera senza subscriptione da frate Siluestro: dal quale poi intesi che gliera stata mandata da una nuora di Tanai che e de lenzi:‍[771] p. la quale io era auisato che mi hauessi cura: perche era uno che mi uoleua fare male. Il che presumpsi fusse di Jacopo: [non so certo se poi io dissi hauer hauuto questo p. riuelatione: ma credo certo lo dicessi. Il simile dico di quelli secreti che io diceuo:] il quale si uoleua far grande:‍[772] [quali diceuo da me‍[773] spaurirlo.]

¶ Circa anchora quelli che io dissi che non uoleuano si rihauesse Pisa: et quellaltra predicha nella quale io narrai che ecerano tanti: peggio dico che io non ne seppi mai alchuna cosa certa o particulare: ma lo dissi perche stimauo così: et se era alchuno che lo uolesse fare‍[774] si ritirasse indrieto: et dargli spauento: [et a me attribuire riputatione.]

¶ Circa la chiauetta‍[775] et chassetta di che ho facto mentione tante uolte et che ho detto appartenere alla Chiesa: lho [d271] facto per dare terrore, minacciare, et p. fare tenere adrieto le mani a chi mi uoleua male: et infine sono state parole: ma altro particulare secreto o reuelatione non uera drento.

¶ La predicha che io feci loctaua della donna. M. cccc.xcv. quando io monstrai essere ito in paradiso:‍[776] [lo feci p. attribuirmi riputatone et gloria et] fu una intentione che io feci stando nella libraria greca di san Marco: non che in facto la fusse come la dissi et come mingegnai persuaderlo al populo.‍[777]

¶ Della congregatione di Lombardia mi separai per restare libero et fare a mio modo.

¶ Echani in cathena et galline che piglierieno le uolpi‍[778] chio predichai in perghamo furono tutte cose trouate da me per [darmi riputatone et] inanimare emia et sbigottire gli aduersari: quando in perghamo diceuo alle uolte al proposito di chi mi auesse uoluto amazzare. Io ti ueggho. Io ti ueggho et tu miuedi uoltandomi uerso le donne: perche non si potessi dire il dice per il tale. Io diceuo tutto al mio proposito per sbigottire chi lhauesse uoluto fare: [et darmi riputatione] non che io ne sapesse altro.

¶ Le polize dichi io feci mentione nelle prediche di uolerle fare et dare in mano di alchune persone: perche le tenessero guardate insine a certo tempo: et poi saprisseno: furno tutte fauole et ciance p. sbigottire i contrarii a me: [et quanto dighano‍[779] fu in questa cosa fu solo che io dissi a fra Siluestro io diro di darui una poliza laquale contera i peccati di Piero Capponi: che esso fra Siluestro li sapeua perche lo confessaua: [d272] ma non nelli dei; et infine fu una finctione p. sbigottire ma in facto non ne fu altro.]

¶ Circa ibarbari‍[780] che io ho predicto più uolte che ueranno contro la Italia: dico et credo certo che in Italia habbi a uenire flagello alla Chiesa da gente Barbare: perche sempre iflagelli alla Chiesa in Italia sono uenuti da gente Barbare: et p. questo mio discorso lo dissi ma non p. altra certeza particulare: benchè mostrassi esserne più certo che non era in facto.

¶ Circa la reuolutione‍[781] della chiesa et la conuersione delli infideli io ho predicto douere succedere: dico che lo hauuto et ho dalle Scripture sacre: et credo certo p. lordine della scriptura solamente senza altra reuelatione particulare: ma dello hauere a essere presto non ho expressamente dalle Scripture: ne da reuelatione: bene mi sforzauo di prouarlo con molte ragione le quali anchora sono scripte in diuersi luoghi: [benchè io affirmasse oltra a queste ragione hauerle p. reuelatione era solo per darmi riputatione et credito.] Le cose che io disopra allego circa alle Scripture facte lo tracte di Daniele san Hieronymo: sancto Augustino Origene: et San Tomaso.

¶ La uita stretta che faceuo p. me et faceuo fare ad altri: la solitudine et il poco monstrarmi che io faceuo tutto era a riputatione et honore [del mondo:] et p. restare in opinione et concepto appresso delli uomini di sanctita.

¶ Circa alla coronella di cuori che si induceua a uno cuore solo: la quale io designai: quando io disse essere ito in paradiso fu p. animare ogniuno alla unione del gouerno ciuile: per potere peruenire alla perfectione di dicto gouerno Venetiano con quel modo habbiamo dicto disopra.

¶ Circa al Vicario dello Arciuescouo di Firenze: dico che le pratiche che io ho tenute seco sono state generale: et come le altre dello Stato: confortandolo a castigare et sottomettere i preti che non erano nostri amici: et quando nhaueua qualchuno nelle mani che hauhessino facto qualche errore: mi [d273] domandaua consiglio. Anchora mi domando consiglio duno che haueua ueduto una uergine Maria: che uoleua uenire a fare gridare il populo misericordia et io gli dissi che non lo consentisse per niente che erano ciurmarie: et quando torno questa ultima uolta a Firenze: mi uenne a parlare di nocte offerendomisi et diceua non uolersi dimostrare mio amico: p. potere meglio difendere le cose nostre. Haueuami dato auctorita di confessare et communicare ciascuno che appartenesse alla sua iuridictione: et questa teneuo con lui p. hauere anchora il clero a mio proposito. Haueua anchora decto Vicario colligatione con li octo: aquali haueua dato la sua auctorita contra a preti. Se ben mi ricordo‍[782] hebbi ben p. male che cacciasse tanto lo experimento del fuoco come fece. Il che fece da se sanza che io nulla mandassi apissicare.‍[783] Vero che io non li mandai a dire altro in contrario: p. non parere che io non uolesse fare lo experimento et p. mantenermi in reputatione messer Baldo inghirlani: et io ci operamo che questo uicario ritornasse p. essere nostro amico grande: et laltro fusse rimandato.

¶ Circa il tyranno che adi proximo io dissi in perghamo che si uoleua fare: quelli che cacciauano le cose nostre: dico che io li dissi p. rianimare lemia che pareuano freddi: accio che si ritenessono: non che io nhauessi coniectura alchuna: et etiam p. dare terrore allaltra parte che non si leuasse. Et infine fu anchora perche io ho hauuto sempre in fantasia che il Duca di Milano abbi uoluto fare tyranno Lorenzo di pierfrancesco‍[784] non che io ne sapessi altro: et sempre ho hauuto Lorenzo in buono conto et p. huomo da bene.

¶ La subscriptione facta in san Marco dico che io non lordinai ma i frati mia lamosseno loro: et mello disseno: et io lhebbi caro perche si mostrasse questa unione di ciptadini et questa beniuolentia uerso di me et aquistare riputatione con il Papa: et etiam questa scriptura confirmaua et uniua piu iciptadini che erano alla uolunta nostra: tra quali dico non era che io sapessi altra intelligentia ordinata ma in facto stimauo [d274] si cognoscessino: e che questa subscriptione operasse nel consilio.

¶ Dello hauere saputo delle Signorie inanci che si publicassino dico fra Siluestro mi referiua alle uolte benche di raro la Signoria quando era facta prima che la fusse publicata: ma non mi diceua da chi sello hauesse: et di questa particularita non mi ricordo molto bene perche non ui attendeuo.

¶ Quanto alla parte del consilio diche sono stato interrogato: dico che hauendo grande sdegno contra alla corte romana perche per hauendola ripresa mi haueua perseguitato: et anchora: p. i costumi loro ero in animo di fare opera: p. fare congregare concilio: et hauemo‍[785] deliberato di fare scriuere cinque lettere p. diuerse persone‍[786] che concitasseno cinque Re a fare concilio le quale lettere erano di questo tenore: che pareua degna cosa che tali Re fussino ragguagliati delle cose grande di qua: et essendo qua uno predicatore che dice cose future: et detesta euitii della chiesa: et dice prouare le cose soi con ragione naturali hauendo anchora decto predicatore scripto una lettera al Papa: di tal tenore et la coppia debbe essere nel mio scannello: o lha fra Nicolo da Milano doueriano essendo capi della christianita prouedere a tali mancamenti et congregare concilio et decte lectere furno facte p. preparare la mente de decti Re et altre lectere‍[787] che io mera deliberato scriuere aciascheduno di loro: p. tale effecto di concilio: et gia lhaueuo cominciato abozzare et le bozze debbono essere nel mio scannello: et in ciascheduna di decte prime cinque lettere era copia della decta disopra che io haueuo scripta al Papa. Il Re‍[788] a chi aueuo scripte queste lettere sono questi. Lo imperadore. Re di Francia. Re di Spagna. Re di Inghilterra: et il Re di Vngheria; quella dello imperadore la feci scriuere a Giouanni di Nicolo Cambi: quella del Re di Francia feci scriuere a Domenico mazinghi: che scripse in nome suo a Giouachin Guascon: la quale haueua poi a mostrare [d275] al Re: quella di Spagna feci scriuere a Simon del nero in nome desso Simone a Nicolo suo fratello che la communicasse a quello Re:‍[789] come haueua a fare Giouachino: quella Dinghilterra fu commessa a Francesco del pugliese: il quale haueua in Firenze uno amico suo inghilese et a questo inghilese fece scriuuere tale lectera: et uolendo scriuesse al Re disse che scriuerebbe a un suo amico di lì che la mostrarebbe al Re. Quella dungheria mandai la minuta a Ferrara a un mio amico Ferrarese: perche scriuesse poi lui a decto Re. La minuta di queste cinque lettere io feci dare a ciascuno de soprascripti p. fra Nicolo da Milano che epso fra Nicolo le fece: et stimo lui habbi le copie et le decte lettere furno fatte circa un mese fa.‍[790]

¶ Il mio fine fu in principio perche i costumi della chiesa mi dispiaceuano‍[791] per lo sdegno che haueuo delle scommuniche et breui facte contra di me: mi excitorno a fare più presto p. tormi uia questi obstaculi dalli occhi mia: [et anchora verano le cause della gloria delle quale ho fatto mentione di sopra.] Chi sapesse questa cosa del concilio et delle decte lettere; o con chi lhabbi tractato: dico che de frati lo sapeuano fra Siluestro fra Domenico et fra Nicolo da Milano. De ciptadini lo sapeuano tutti esoprascripti che scripseno decte lettere: et Girolamo beniuieni: ma con nessuno mai la consultai et pratichai, et mai da nessuno ne sono stato excitato.

¶ Tutto che io ho facto ho designato di fare come disopra lho facto [p. essere sempre famoso nel presente et nel futuro: et p. auere tale credito nella cipta di Firenze; et che tutte le cose di grande importantia non‍[792] facessino senza la mia uolunta.]‍[793] Et poi che io fusse stato stabilito in Firenze [d276] a questo modo haueuo animo a far cose grande in Italia et fuora de Italia p. forza di Signori co iquali haueuo contratto amicitia: et trattato cose grande: come e questo del concilio. Et secondo che le cose fusseno passate haremo pensato dellaltre. Et maxime haueuo intentione suscitare iprincipi Christiani et principalmente quelli fuori di Italia dopo il concilio a sogiogare glinfedeli e di farmi Cardinale o Papa non pensaua molto: perche quando hauessi conducto questa opera senza esser Papa sarei stato di auctorita et reuerentia il primo huomo del mondo: et quando io fussi stato facto Papa non lharei ricusato: benche mi paresse essere maggiore cosa essere capo di decta opera che esser Papa: perche uno huomo senza virtù può essere Papa: ma tale opera si richiede a huomo di excellente uirtu.

¶ Circa allo hauer decto al crucifixo se io mento tu menti: dico che benche io non miricorda hora sopra che articulo lho dicessi: niente dimeno io lo diceua sopra cose che io credeuo esser uere et secondo l’ordine di dio.

¶ Circa a confesori io ne metteuo molti in san Marco: confortandoli che confessassino assai: non p. intendere da loro le confessioni: perche non lharebbono facto p. la pena grande: et anco p. conseruarmi la riputatione appresso di loro: perche se io li hauessi richiesti di simile cosa mi sarei al tutto scoperto maligno ma io lo faceuo p. hauere piu concorso: et per tenere li amici nostri confortati allopera nostra: et anchora perche fussino piu uniti.

¶ Circa lo experimento del fuoco dico così che io hebbi p. male molto che fra Domenico proponesse quelle conclusione et prouocasse questa cosa et harei pagato una gran facenda non lo hauesse facto. Similmente mi dolse che li amici mia lo stringesseno: che io p. me non lharei uoluta: et se io lo consenti lo feci p. diffendere lhonore mio più che poteuo:‍[794] et se io hauessi predicato allhora quando la cosa si mosse: et quando la cosa si stringeua: mi sarei ingegnato di extinguerla con dire che quelle conclusione si poteuano prouare [d277] con ragioni naturali, et dissine male a fra Domenico: che lhauesse così incalcata parendomi cosa grande et periculosa: finalmente ui censenti p: non perdermi di riputatione: et sempre dissi che ci conduciauamo a questo cimento p. esser prouocati et p. rispondere. Stimauo al tutto che il frate di San Francesco non ui hauessi a entrare: et non ui entrando lui: non era obligato anche a entrare il nostro: et se pure fusse occorso che il nostro hauesse auuto a entrare ancho lui: uoleuo entrasse con il sacramento nel qual sacramento aueuo speranza non lo hauesse a lassare ardere:‍[795] et senza il quale non lharei lassato ire: et conferendo questa cosa con Giouan Baptista Ridolfi in san Marco due uolte: innanci al di del cimento: Giouan Baptista disse che il frate di san Francesco non ui entrerebbe mai: et il simile credeuo io:‍[796] et così non ui entrando lui non era obligato ancho a entrarui il nostro onde p. sbigottire più il frate di san Francesco che non ue entrasse: e p. dargli maggiore terrore operai chel fuoco fusse grande che mandai fra Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di dicto fuoco: similmente haueuo dato ordine che il fuoco saccendesse da una delle bocche: et dallaltra entrasseno ifrati: et drieto alloro se metesseno scope che serasseno laltra boccha in modo paresse che non potessero tornare adrieto. Il che tutto disegnai perche il dicto frate di san Francesco si sbigottissi et non ui entrasse: et così restaua disobligo ancho il nostro‍[797] di questo ordine di accendere il fuoco: serrare la boccha al sopradicto modo ne parlai con fra Domenico et fra Siluestro et quelli quatro ciptadini che ueniuano a me nella loggia il dì dello experimento et uolmi aricordare lo mandai aricordare a Lanfredino lanfredini che era proposto p. Piero degli Albizi et Alexandro nasi: benchè non sono chiaro se io nello mandai a dire, ma certo sono che io me ne dispuosi mandarnelo adire.

¶ La intentione de ciptadini mei amici che sollicitano‍[798] questo cimento: stimo fusse p. auere questo honore et restare [d278] di sopra: ma io arei hauuto molto charo che la cosa si fusse rotta: et distornata: p. non hauermi a condurre a tale cimento.

¶ Dello hauer dato ordine che la cosa non si conducesse ouero si rompessi p. mezo de mia amici: dico che non larei mai facto: perche mi uedeuo spaciato: et ne perdeuo il credito: manifestandomi che io uolessi fuggire il cimento: ma il mio fundamento principale fu: che il frate di san Francesco non ui entrasse mai et per ogni dimonstratione che si fece circa il fuoco, come disopra e decto fu perche si sbigottissi et non ui entrasse: et cosi restaua de sopra il facto nostro.

¶ Et dello hauere io certeza che fra Domenico o altro de mei che uentrasse: come dissi imphergamo che io aueuo che non arderebbe dico che non lo haueuo altrimenti: [ma lo dissi p. darmi riputatione sino allultimo più che poteuo.]‍[799]

¶ Et perche sono stato domandato: se io direi queste cose inanci al populo, ho risposto et così affermo che dubiterei di non essere lapidato.‍[800]

Latificatione[801] di sua propria mano del processo.

¶ Io fra Hieronymo di Nicolo Sauonarola da Ferrara del ordine de predicatori sponte confesso esser uero quanto di sopra e scripto nella presente charta et altre uintitre scripte duna mano et in fede dicio mi sono soscritto di mia propria mano questo di. xix. daprile M.cccc.xcviii.‍[802]

Testimonii

¶ Ego Ludouicus de adimaris Canonicus Reuerendissimi in Christo patris et. D. D. Raynaldi de Vrsinis dei et [d279] Apostolico Sedis gratia Archiepiscopi Florentini Vicarius generalis interfuimus confessioni suprascripti Fratris Hieronymi Sauonarole: qui lectis sibi‍[803] pro omnibus et singulis suprascriptis in uiginti quatuor cartis precedentibus descriptis et annotatis sponte et ex certa scientia confessus fuit omnia et singula predicta fuisse et esse uera, loco et tempore modo et forma ibidem adaptatis: et suprascriptam subscriptionem in fine predictorum cantantem sub nomine fratris Hieronymi: et que incipit.

¶ Io fra Hieronymo di Nicolo: et finit questo di. xix. daprile. M.cccc.xcviii. fuisse et esse scripta manu sua propria et ideo in predictorum omnium et singulorum fidem et testimonium nos subscripsimus propria manu, dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.

¶ Ego Dominicus Castellanus de Castellanis juris utriusq. doctor: et Vicarius Fessulanus predictis interfui: et audiui uiua uoce omnia ipsum predicta confitentem: et ita est pura ueritas: et istorum fide: dicta die: propria manu me subscripsi.

¶ Ego frater Franciscus de Saluiatis Prior ad presens conuentus sancti Marci de Florentia: omnibus supradictis interfui: et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.

¶ Ego frater Io. sinibaldi de Florentia ordinis predicatorum ad presens magister nouitiorum dicti conuentus me subscripsi dicta die.

¶ Ego frater Cosimus philippi de Tornabuonis de Florentia frater Professus dicti conuentus predictis oibus et singulis interfui: et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.

¶ Ego frater malatesta Sacramorus de Arimino ordinis professus in congregatione sancti Marci de Florentia predictis [d280] omnibus etiam interfui et in predictorum fidem me subscripsi dicta die: XIX.

¶ Ego frater Georgeusantonius de Vespuccis de Florentia ordinis predicatorum licet nondum professus predictis omnibus etiam interfui et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.

¶ Ego Petruspaulus de Urbino frater professus dicti conuentus sancti Marci predictis omnibus et singulis etiam interfui et ideo in predictorum omnium fidem me subscripsi dicta die. XIX. aprilis. M.CCCC.XCVIII.

2. Il secondo falso processo, fatto dalla Signoria e non pubblicato.‍[804]

A dì 21 di aprile 1498.

La infrascripta è la seconda examina facta in più giorni, come appresso si vedrà, di fra Girolamo da Ferrara, dalli examinatori et commissari che intervenneno alla prima examina, sanza tortura o lesione alcuna di corpo.

Io fra Girolamo da Ferrara sopradetto, alle interrogationi di nuovo a me facte, rispondo come appresso:

Lo intento mio dicho chio non lo comunicai mai, nè etiam me ne confessai mai, non obstante che cotidianamente consagrassi et comunicassi; et la ragione del non confessarmene era, sì per non mi manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato absoluto, non volendo lasciare la impresa; ma non ne facevo conto, atteso la cosa grande a che [d281] io mi dirizavo: et quando l’homo ha perso la fede et l’anima, e’ può fare ciò che vuole, et mettersi poi ad ogni impresa grande.‍[805] Confesso bene hora di essere uno gran peccatore et vommi molto ben confessare et fare gran penitenza.

Alla parte degli spiriti, che già si dissino essere in San Marco, circa septe anni fa, et de’ quali io sono stato interrogato; rispondo: che quanto alli spiriti io non li viddi mai. È vero che, in quel tempo, alcuni de’ frati di San Marco dicevono sentire per il convento, di dì e di notte, spiriti, in modo che tutti erano impauriti; ma io non ne vidi altro segnio, se non che uno giorno, io fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale, alhora di nona, nella sua cella era legato con le mani et piedi alla lettiera; et io lo vidi con la spuma alla bocha, tutto insensato, come sogliono fare quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa uno mese, et io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, et dicendo orationi: poi el converso che fu trovato legato, tornando poi in sè, diceva che gli pareva vedere huomini a modo di Ghezi.‍[806] El medesimo disse un altro converso che è morto.

Delli spiriti che si dicevano essere in Sª Lucia, non ve ne so dire altro; se non che una volta che io vi sono stato, da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; et perchè io, come ho detto, ci vo molto raro, non ne so altro: ma se ne domandi fra Cristofano loro confessore.

Di danari o cose date a’ mia fratelli o parenti a Ferrara, dicho che, più tempo fa, i danari che mi diè el conte della Mirandola a dispensare, ne mandai solamente a mia madre fiorini 40 d’oro per suoi bisogni, et a mio fratello detti un’altra volta fiorini octo.‍[807] Et Pandolfo Ruccellai, prima fussi frate, ajutò una mia sorella per maritarsi, di fior. 20, che era el terzo della dota. Altri danari o cose non si troverà habbi mai dato a’ mia. Et si domandi Bartolomeo Lapi el quale, trovandosi [d282] a Ferrara, soccorse e’ mia fratelli, l’anno passato, di certo grano; et a me gli raccomandò, dicendomi che ero troppo strano e crudele a non gli soccorrere, perchè sono molto poveri.

E’ ragionamenti havuti con messer Bartolomeo Ciai dicho, che di quelli mi ricordo di certo sono questi: una volta mi ragionò de’ misteri del Sacramento del altare; un altra volta mi chiese parere se doveva fermarsi nell’ufficio che haveva; un altra volta, approssimandosi la sua rafferma, mi pregò ne facessi fare oratione per lui. Poche altre volte mi ha parlato da più mesi adrieto, et di che altra materia non mi ricordo.‍[808]

Della monacha del munistero di Casignano, che si chiamava nel vulgo la prophetessa, confesso che io feci opera con li Otto, chella fussi rimessa nel munistero, per levarmi quello stimolo degli occhi. Di poi, con il vicario passato del vescovo di Fiesole, m’operai che lui facessi stare detta monacha stretta et non mi scrivessi contro.

Circa il segno della † et del nome di Jesu, che fra Silvestro dice che io gli dissi havere scolpito nel petto mio; confesso esser vero che io glene dissi, et feci opera per che me lo credessi, et dicevogli che era per mia devotione; ma tutto fu una fintione che io feci per monstrargli d’esser buono.

Il benedire, che fra Silvestro dice che io facevo di pater nostri et altre cose simili, a S. Domenico di Fiesole, confesso esser vero che io lo feci, et facevolo par satisfare a chi mi seguitava; ma me ne rimasi poi per le parole di fra Domenico et fra Silvestro che me ne dissono male.

Confesso anchora essere vero, che fra Silvestro mi disse, che lo guardassi bene che le visioni che lui mi riferiva havere, che elle non fussino sogni; ma io, come altra volta ho dicto, gne li persuadevo, et così mi mostravo credere che elle fussino cose da Dio: non però che io le credessi.

La visione di quello pontefice, che io disegnai già haver visto vestito di biancho, con altre circonstantie; dicho che fu [d283] unamia fintione, per darmi reputatione, et non che io in verità ne sapessi altro.

La cagione, perchè io mandai fra Malatesta et fra Ruberto Salviati a Piero Popoleschi magnifico Gonfaloniere di Giustizia, quando era a casa, a’ dì proximi;‍[809] fu per sbigottirlo et per tirarlo dal nostro. Mandagli a dire che, siccome io havevo mandato a dire per Giuliano Salviati a Bernardo del Nero, quando era Gonfaloniero, che non fussi contro all’opera nostra, altrimenti che capiterebbe male; così mandavo a dire lui che fussi contento non voler esser contro noi.

Del sapere el segreto della Signoria, prima chella fusse publicata, ne dicho el medesimo chio ho detto altre volte: questo è che di raro io ne intendevo qualchuno da fra Silvestro; ma io non vi attendevo et non mi curavo di questi particolari, perchè, quando altrimenti havessi facto, non si sarebbe concordato con la oppinione che io cerchavo s’havessi di me, maxime che io reputavo che quelli che si coprivano sotto el mio mantello, attendevano loro a cose simili; et io mi stavo sul generale, rimettendomi alloro del particolare.

L’ardere della soscriptione‍[810] fatta per Roma, che io disse havere designato di fare, fu perchè ci pareva che ne dessi troppo gran carico.

La predicha che io feci el dì della Ascensione passata, et nella quale seguì quello tumulto; dico che io volsi predicare ad ogni modo per non cedere, et tutto fu per mia caparbietà et subtile superbia; et benchè sentissi el romore che se ne faceva, stimava fussino minaccia. Messer Domenico Bonsi, Tomaso Soderini et Tomaso Capponi mi confortarono a non predicare, et Tomaso Capponi‍[811] dicto mi sollecitò allora del miracolo; Francesco Valori la pinse innanzi et me ne persuase: ma quando mai non havessi detto cosa alcuna, medesimamente harei predicato per le ragioni sopra dette.

In corte di Roma io havevo pochi amici, et vi tenevo poche pratiche, et di quelle vi tenevo, mene riposavo di più sopra ser Alexandro Bracci, el quale scriveva poi qui a ser [d284] Bastiano suo genero che poi tutto mi riferiva, come altra volta ho detto.

Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicationi: Gladius Domini super terram cito et velociter; lo diceva sotto la generalità de’ flagelli che io reputo debbino venire alla Chiesa et all’Italia, per l’ordine delle Scripture Sacre; non per revelatione, come altre volte ho dicto. Et così non intenderò allora, per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime revelatione; ma essendo poi venuto el re di Francia et essendomi ito la cosa bene, me ne servì dappoi, dicendo: io lo predissi, quando non si vedeva nugoli in aria, che così più volte ho usato dire.

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A dì 23 d’aprile 1498 de mane.

La intentione mia, come altra volta ho detto, era che li cittadini i quali io domandava buoni, governassino il tutto, o almeno delle quattro parti le tre; et che li altri li quali erano domandati Arrabbiati (benchè io mi guardassi di nominarli in quel modo, per mantener l’honor mio), stessino senza governo più che si potessi, et attendessino affar altro. Et questa era ancora la intentione de’ cittadini che mi seguitavano, i quali habbiamo nominati in molti luoghi; et questo so perchè et nelle predicationi et in particolari, li confortava a essere solleciti al bene comune, il quale bene comune s’intendeva essere el governo de’ predetti cittadini, con depressione delli altri. Et ne ragionai alcune volte con Francesco Valori, parlando sempre in generale, perchè così usavo, cioè che attendessi al ben comune, et lui m’intendeva; et similmente ne ragionai alli altri prenominati: tutti m’intendevano che questo ben comune voleva dire che favorissino quelli che andavano secondo el proposito nostro.‍[812] Et anchora so questo, perchè venivano et frequentavano le prediche et la casa, et offerivano per questo la roba e la vita, et poi nelle pratiche io sapevo che favorivano questa parte. Et questo intendevo qualche volta da’ frati mia, et qualche volta da loro medesimi cittadini, massime da quelli che io ho dicto che io [d285] usavo per mezani, et anchora qualche volta da Francesco Valori el quale usava dire: questi ribaldi vogliono guastare questa terra; et intendeva per questi rubaldi, quelli che si domandavano Arrabbiati. Et dissemi qualche volta et mandommi a dire per Andrea Cambini: io vorria fare le cose, cioè favorire et adiuvare questo bene comune, cioè questa parte che habbiamo detto; ma niuno mi seguita et io rimango qui solo; et questo diceva perchè li altri cittadini che seguitavano la parte nostra, non si dimonstravano molto favorevoli a lui. Et però io mavvedevo che non erano bene dachordo, perchè mi pareva che ogniuno attendessi a grandigia, et che ciaschuno volessi essere el primo et d’essere più tosto seguitato che seguitare altri, maxime questi primi che habbiamo altra volta nominati. Et parevami ancora che non si fidassino l’uno dell’altro et che andassino con troppi rispetti; et però li confortavo et con prediche et in particulare che stessino uniti, et io non attendevo ad altro che a questo. Delle altre cose particulari non me ne curavo, perchè a me bastava che tali huomini fussino bene uniti insieme; perchè, sendo così uniti, sapevo che erano di tanto intellecto et prudentia, che haveriano saputo guidare meglio di me et sanza me maggior cosa. Et in effecto li nostri ragionamenti, perchè erano rari et brevi, stando io insulla reputatione, erano sempre su questo generale di mantenere et accrescere el bene comune; cioè che la nostra parte governassi, et laltra, di quelli che si domandavano Arrabbiati, stessi bassa. Ma non fu mai mia intentione, che totalmente fussi esclusa nè chacciata; perchè havevo caro chella fussi uno obstaculo a questi maggiori della nostra parte, havendo sospetto che, finalmente, questi cittadini maggiori prenominati non pigliassino tanta forza, che si facessino poi uno stato fralloro più stretto, et guastassino il Consiglio Comune.‍[813] Et credo certo che, quando fussino stati ben dachordo, secondo la mia intentione, che havrebbono havuto l’intento di havere el Consiglio al loro modo. Ma fralloro vedevo molti sospetti, et anche li mediocri cittadini a me affectionati, non si fidavano di quelli [d286] maggiori; onde dicti mediocri cittadini qualche volta se ne dolevano mecho, dicendo che non andavano bene a questo mio intento, come era Lionello Doni, Antonio Giraldi, dalli quali poi intendevo che delli altri se ne lamentavano, che non venivano a riferirmelo a me, perchè non mi potevano parlare.

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A dì 23 d’aprile 1498, da sera.

Di nuovo, dicho chel mio disegno era di regnar‍[814] in Firenze, per ajutarmi poi col mezo de Fiorentini, per tutta Italia; et voleva che la parte che si diceva mia, de’ cittadini di Firenze, subjugassi l’altra parte, col favor del consiglio, però, et col castigare i detti dell’altra parte, quando havessino errato.

Di fare questo col arme, non havevo anchora pensato; ma quando fussi bisognato, mi vi sarei volto. È ben vero ch’io havevo caro che i mia stessino preparati con le arme et raccolti insieme; acciò che, quando fussi venuto el bisogno, non havessino havuto a prepararsi, et havessino potuto di subito rispondere ogni volta che glaltri si fussino mossi; ma che e mia se movessino no, se non erano provocati; et havevo disegnato che Francesco Valori fussi il primo et il capo di tutti, et li altri andassino a casa sua, et però cerchavo unirli tutti allui.

Et, infine, pigliate che tutte le parole che io dicevo in pergamo, di pigliare l’arme et di farle a ferri puliti, o daltre cose simili, tendevano a questo fine di inanimire e’ nostri per fare forte et gagliarda la parte di quelli che si dicevano mia, et che in ogni evento la restassi superiore all’altra.

Della scomunicha del generale del nostro ordine, della quale io sono domandato se io lhebbi, et perchè io non la publicai, et etiam non la osservai; dicho; essere vero che io lhebbi et non la publicai, ma di poi fu stampata et publicata;‍[815] et io non la observai, scusandomene che non observando [d287] quella del papa, molto meno dovevo observare quella del generale.

Quella poliza che fu appichata al pergamo in Santa Reparata, di febraio proximo, che diceva: Ego autem constitutus sum Rex, dicho che io non la ordinai; credo fussi opera di fra Domenico,‍[816] et crediate che io non lharei mai attribuita a me, perchè, benchè io sia stato uno gran superbo et uno gran tristo, non però fui mai tanto superbo chio mattribuissi le cose o proprietà di Dio.

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A dì 24‍[817] d’Aprile 1498. Verbis.

Di nuovo dicho, la mia intentione era, se veniva l’interdetto, che non si observassi, et volevo obstare alla contraria parte, cioè a quella che s’addomandavano Arrabbiati. Et principalmente io attendevo a questo di havere una Signoria a nostro modo, et per questo mezzo sforzare ognuomo ad non observare lo interdetto. Et, se pure non lhavessimo havuta tutta detta Signoria a nostro modo; volevo io per tal modo unire e’ cittadini, che et la Signoria et el popolo stessino sotto, et con parole et con minaccj sforzassimo dicta Signoria ad non observare dicto interdicto. Et quando pure questi che si domandavano Arrabbiati, lhavessino voluto muovere contro a questo nostro intento; volevo che la nostra parte prevalessi contro di loro, oltre alle minacce, con le arme; et questa nostra intentione lhavevo predicata sotto coperta, per tal modo, però, che mi intendevano. Et sapevo che Francesco Valori era di questa intentione, perchè ragionando con lui qualche volta di questo caso et d’ogni altro che potessi occorrere di pericolo; lui diceva queste parole, cioè: io sono per mettere la vita, la roba, gli amici et parenti, et obstare a questi rubaldi; ma voi aiutatemi con orationi ed anche con le provisioni humane, exhortando masime Gio. Battista Ridolfi, Pagolantonio Soderini, et Salviati, a seguitare questa nostra impresa. Et dipoi in quest’ultimo mi disse: che io attendessi alla impresa, et che Pagolantonio era disposto a [d288] mettervi la vita et la roba et figliuoli. Et somni ricordato che, essendo Francesco Valori et Gio. Battista Ridolfi nel nostro Chiostro di S. Marcho (la domenica dell’ulivo, quando cominciò lo insulto contro a noi),‍[818] che io li confortai tutti et due insieme, a uscir fuora et prehendere le arme et congregare li amici, per obstare al popolo che già era mosso contro di noi. Et perchè io sapevo che Gio. Battista era tutto nostro, non dubitavo mai di lui, che non havessi a fare come io volevo, sendosi maxime dimostrato el dì dell’Ascensione passata: vero è che io non parlavo così largo con lui come con Francesco Valori. E’ quali Gio. Battista et Francesco, poi che io glhebbi exortati alluscire fuora et prendere le arme, mi risposono et dissono: noi saremo insieme. Et io così li lasciai et mi credetti che fussino iti a fare tale effecto; et aspettando che venissino a S. Marcho con le arme, et non venendo, et udendo dire chel populo moltiplicava et che nessuno de’ nostri amici ci soccorreva; mi spaventai et invasai per tal modo che, havendo io uno Crocifisso in mano, in mezo de frati che facevano oratione; mi mossi per andare verso la porta del chiostro, per vedere se potevo resistere cogli amici o morire; ma non fui lasciato da molti seculari che vi erano. Infra i quali mi ricordo di Francesco Davanzati et Gio. Battista Ridolfi et altri assai, de’ quali al presente non mi ricordo o non li conosco per nome; ma da detti Francesco et Gio. Battista lo potrete sapere; et mi dicevano queste parole: noi non vogliamo che voi usciate fuora, perchè senza voi non siamo nulla et vogliamo morire con voi. Et maravigliami et mi sbigottj allhora, vedendo lì Gio. Battista, credendo che fussi ito, come dissi, con Francesco Valori a fare quanto era rimaso con loro.

Anchora venne una volta Luca di Antonio delli Albizi et Francesco del Pugliese, sendo de’ Signori, di notte a S. Marcho, circa a hore 3 di notte; et parlarono con fra Silvestro nella sua cella, et poi parlarono ancora mecho; et per quanto mi ricordo, i ragionamenti furono in confortarci l’uno [d289] e l’altro a seguitare questa nostra opera, offerendosi a fare ogni cosa per me, et che a ogni modo volevano che si facessi el fuoco pel carnesciale presente.

Con Bartolomeo del Vantaggio ho tenuto pratiche di mandare lettere a Roma, a più persone et maxime a Dino di Jacopo di Dino,‍[819] al Cardinale di Napoli, et già a diversi Cardinali, quando io cercavo la unione de’ conventi di Fiesole et di Pisa; el quale Bartolomeo più volte disse, metterebbe la roba et la vita per me, perchè era molto mio amico.

E perchè voi mi domandate che io dica ogni altra cosa che mi restassi in petto, et in specie de pratiche tenute con cittadini o altri, et che io l’apra et narri interamente; rispondo: come non mi resta altro a dire; et, havendo detto cosa di che io ne merito mille morti, non crediate che io ritenessi hora quelle cose che sono molto minore. Vero è che io non ho molta memoria di cose agibili et maxime particularj; et di questo me ne sono testimonio e’ frati nostri; però non vi maravigliate se non ho detto così ogni cosa a un tratto. Ricordandomi d’altro, lo dirò volentieri senza riservo alcuno, ec.

Io Frate Hieronimo di Niccolò Savonarola da Ferrara dello Ordine de’ Predicatori, spontaneamente et sanza alcuna tortura, confesso et affermo essere vero in tutto et per tutto quanto di sopra ho detto et confessato, et si contiene nella presente carta et altre sei‍[820] precedenti scripte tutte d’una mano; benchè in alcuni luoghi sono alcune postille di mano di ser Francesco di ser Barone. Et in fede di ciò, mi sono sottoscripto di mia propria mano,‍[821] questo dì XXV[822] d’aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel segreto della sala maggiore del Consiglio di Firenze.

Quem Ferrara tulit, furia extulit, abstulit ignis,

Cuique urna est Arnus, ego ille Hieronimus.

[d290]

3. Il terzo falso processo del Savonarola, fatto dai Commissari del Papa.‍[823]

A dì XX di maggio 1498.

L’esamina che seguirà qui appresso è di Fra Girolamo Savonarola, fatta dal R. in Cristo Padre fra Gioacchino Turriani da Venezia, Generale dell’Ordine di S. Domenico, e dal R. M. Francesco Romolino clerico Ilerdense, Auditore del governatore di Roma, in questa cosa commissari del Papa, sotto detto dì e anno;‍[824] et ancora in presentia di Pagolo Benini, Biagio di Giovanni, dua del numero de’ Gonfalonieri di Compagnia del popolo e Giovanni Canacci dei numero de’ XII Buoni Uomini, e Piero delli Alberti del numero de’ Dieci di Libertà e Pace, e Francesco Pucci del numero delli Otto di Guardia e Balía; deputati a intervenire alla soprascripta Esamina, con e soprascritti commissari apostolici.

Il ritratto fatto da detto fra Girolamo, secondo li interrogatorii fattili, è questo:

Messer Francesco Romolino sopracripto interrogò a parole: Tutto quello che voi avete confessato a questi Signori, e che è sottoscritto, è vero, e che abbiate confessato per vero e non per tortura?

Rispose: è vero.

Di nuovo interrogato, se con lui avevano praticato o intervenuto, nelle cose da lui confessate, altre persone ecclesiastiche;

Rispose: Hora ch’io mi sono partito, anzi pentito de’ mia peccati; io dirò coram Deo, che mai mi dia salute, e siatemi [d291] testimoni; ch’io non comunicai mai questa cosa con persona, eccetto che con quei tre frati, cioè fra Domenico, fra Silvestro e fra Niccolò. Io havevo grand’animo, e benchè io non confidassi potere condurre il Concilio, cercavo di potere eccitare altri; epperò non mi sarei mai confidato con persona, e quelli frati a cui io feci scrivere le lettere, lo feci far loro in confessione.

Di nuovo domandato, se con Principi n’aveva tenuto pratica, e di quelli ne’ quali aveva fiducia e perchè;

Rispose: co’ Principi o Signori d’Italia, con nissuno, perchè tutti gli avevo per mia inimici, ma con oltramontani a questo modo: col Re di Francia, per averli qualche volta parlato, avevo qualche fiducia; nell’Imperadore speravo per havere inteso che facilmente si saria tirato; il Re di Spagna, per havere inteso che era nemico della Corte‍[825] e dei costumi e modi di essa, stimavo d’averlo; il Re d’Inghilterra stimavo d’averlo, per avere inteso che era buon uomo; il re d’Ungheria non conoscevo. Ma il mio fondamento era sui primi tre, e stimava al tutto s’havessero a muovere, per i cattivi portamenti della Corte: coi prelati di nuovo affermo non haver tenuto pratica alcuna.‍[826]

Domandato de’ Cardinali che fussino suoi amici, e coi quali avesse tenuto pratica alcuna;

Rispose: che aveva per suo amico il Cardinale di Napoli, benchè su lui non confidasse molto; e benchè per suo mezzo avesse impetrato già e ottenuto la separazione della Congregazione di Lombardia,‍[827] era suto per mezzo di Piero de’ Medici; e che poi, partito Piero, stimava che Piero e ’l Cardinale de’ Medici l’havessono provocato contro di lui. In ultimo non aver tenuto seco pratica, nè con altri Cardinali o prelati, per averli reputati suoi nemici.

Da M. Jacopo Mannelli intese che il Cardinale di Lisbona li voleva bene; nientedimeno con lui non aveva mai praticato cos’alcuna.

[d292]

Con M. Filino, di che fu interrogato; disse non haver mai tenuta pratica alcuna, e chegli era nimico, e che di questo se ne domandasse l’oratore di Ferrara e ser Alessandro Bracci.

Domandato, se fra Domenico e fra Silvestro li rivelavano le confessioni; disse di no, e che fra Domenico non confessava.

Domandato circa la scomunica, di non averla osservata;

Disse; confesso aver fatto male ed essere peccatore; epperò domandava misericordia.

Domandato circa l’aver detto che il Papa non era cristiano, nè battezzato, nè vero Papa;

Rispose: non l’haver mai detto; ma che ben era una lettera nella sua cella che lo diceva, e che lui l’aveva composta, la quale, dice però, non pubblicò mai e che l’aveva abbruciata.‍[828]

Domandato che dicesse il vero, e non dicendo altro; M. Francesco Romolino comandò che fusse spogliato per darli della fune. Lui, mostrando grandissima paura, s’inginocchiò e disse: Or su uditemi; Dio tu m’hai colto, io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, che io ho negato per paura dei tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per haverti negato, io lo merito. In questo mezzo era spogliato, e di nuovo s’inginocchiò, e mostrava il braccio manco, dicendo averlo guasto, e del continuo diceva:‍[829] Io ho negato Dio per paura de’ tormenti. Tirato su, diceva: Jesu aiutami, a questa volta tu m’hai colto.

Domandato sulla fune, perchè aveva ora detto così;

Rispose; per parer buono: non mi lacerate, che io vi dirò il vero certo, certo.

[d293]

Perchè havete negato ora?

Rispose: perchè io sono un pazzo.

Posto giù disse: Com’io vedo i tormenti, io mi perdo; e quando sono in una camera con pochi pacifici, dico meglio.

Domandato, se il processo fatto da lui, in tutto e per tutto era vero;

Rispose era vero, e perche è vero confesserollo sempre.

Domandato, perchè poco fa l’haveva negato;

Rispose: io lo dissi, stimando forse che havresti paura a mettermi le mani addosso, e però dissi quelle parole.

Domandato, se fra Silvestro li rivelava la confessione;

Disse che in particolare non gne ne rivelava; ma in generale, per avventura, li può aver narrato alcune cose, non però che lui dicesse averle in confessione. Et aggiunse che per sapere le cose di Firenze, non li bisognava le confessioni di fra Silvestro; perchè non era cosa a Firenze, che, per altri mezzi, non havesse notizia e possuto sapere.

Domandato in che modo;

Rispose: da’ cittadini, e da fra Silvestro quale praticava molto con i cittadini, e per mezzo loro senza le confessioni le poteva sapere. Oltr’a questo disse, che non si saria fidato di fra Silvestro, nè di fra Domenico ad una simil cosa, perchè non lo scoprissero; massime fra Silvestro, per esser lui huomo largo, e l’haveva per huomo inconsiderato e non così buono, fra Domenico l’haveva per buono e sincero. E disse: io ero il più tristo di loro, e per la mia sottil superbia volevo esser tenuto profeta e huomo santo, e non mi confessavo di questo peccato, per non mi scoprire; nientedimeno io sapevo ch’io facevo male.

Dipoi detto M. Francesco, li fece leggere un’inquisizione formatali contro, dov’erano più capitoli, e ad uno ad uno l’interrogò, s’era vero quello che in detti capitoli si narrava.

1º Che nelle sue prediche aveva detto cose contumeliose contro il Papa e la Sede Apostolica e che tendevano all’heresia;‍[830]

Rispose: che nelle sue prediche non haveva mai nominato [d294] il Papa; ma haveva bene usato tal circustantie, che era possutosi intendere, ch’e’ diceva per il Papa; et ancora in segreto con alcuno haveva usato simili parole, ma non in prediche.

2º Di non haver osservato la scomunica;

Disse: esser vero.

3º Che lui, fra Silvestro e fra Domenico si revelavano le confessioni, uno all’altro;

Rispose: che lui non confessava, e non confessando non revelava; è ben vero che stuzzicava Silvestro per intender da lui i casi segreti occorrenti; ma non disse mai: rivelami confessioni; perchè io non mi volevo scoprire.

4º Dell’haver detto d’haver visioni da Dio e parlatoli;

Disse: haverlo detto per honor suo e per reputazione.

5º Dell’haver predicato, indotto, e persuaso nuova forma di vita cristiana e di sacrifizi, com’eretico e scismatico, dividendo la inconsutile veste della Chiesa di Dio;

Rispose: questo non haver fatto;‍[831] se già non s’intendeva per qualche ceremonia che lui ha predicato, e per haver ristretto la vita de’ suoi frati e monaci; di altro non si ricordava, eccetto ancora non haver temuto censure e scomuniche.

6º Dell’haver detto: il Papa non esser cristiano nè battezzato nè esser Papa, nè avere obbedite nè osservate le censure;

Disse haver risposto di sopra a questa parte.

7º Dell’haver scritto lettere in vergogna del Papa, e concitato Concilio;

Rispose: non haver scritto, ma havea fatto scrivere; ben haver deliberato di farlo, com’haltra volta ho detto; ma che da poco in qua haveva disegnato questa cosa del Concilio, e lui essere stato motore, et havea messo su lui i cittadini che ne scrivessero, e non loro lui.‍[832]

Domandato quello che credeva fare, e se vedeva quanti scandoli era per generare;

[d295]

Rispose: la mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcorno a questo, ed ero sì pazzo che io non vedevo il pericolo in che io ero, e qui me ne sono accorto. Item disse: che s’era deliberato scrivere una lettera al Papa, chiedendoli perdono e che voleva tornare a lui come è scritto nel Vangelio del figliuolo prodigo.

8º D’aver predicato cose scandalose, e generato divisioni, e fatto fazioni nella città di Firenze, e favorita la sua fazione;

Rispose: che quello ha confessato d’aver favorito la parte sua era vero; ma non confortato l’omicidio. La guardia della Piazza di Firenze, disse, la confortò e ne parlò con Francesco Valori, e tutto il suo intento fu per tenere in tremore la parte contraria a sè.

Circa alla morte di quei cinque cittadini che furno morti d’agosto; dico: ch’era contento che fussino morti e che fossero scacciati; ma non se n’impacciò mai in particolare, e sapeva che Francesco Valori v’era caldo; e che mandò a raccomandare Lorenzo Tornabuoni a Francesco Valori ma freddamente, in modo che Francesco potè intendere che non se ne curava; chè quando voleva una cosa di Francesco Valori, gli mandava a dire: io la voglio; quando non se ne curava, gnene mandava a dir freddamente; e stimava questa ambasciata gnene mandasse per Andrea Cambini.

Circa il volere mandare nel fuoco fra Domenico con il Corpus Domini in mano; confessò esser stato sua pazzia, superbia sottile o presunzione.

Domandato, se era consacrata; disse di sì; chè tolse un’ostia consacrata da uno de’ suoi frati, e che del non consacrare suo non se ne dubiti; perchè il non consecrare dice che era maggiore e doppio peccato, e che così dicevano i dottori. Dello scandalo che seguì, il dì che fu assaltato e poi preso; dice che, invaso, uscì di sè, visto i suoi portarsi freddi; e aggiunse: volete voi vedere, ch’io fui pazzo? che havevo havuto tempo dalla Signoria dodici ore per andarmene, e non me ne andai.

Circa all’aver detto: Dio, s’io mento tu menti; disse non si ricordare appunto quando, e in che termine lo disse; ma [d296] se gli è scritto, io l’ho detto, la mia superbia m’accecò; ben so che quando io lo dissi, mi sforzai di dirlo in cosa vera.

Circa alli spiriti di S. Lucia, dice non ne sapere il particolare, perchè non praticavavi. Circa l’aver detto: se la Vergine Maria e l’Angelo ci dicessero: — Queste cose non sono vere, — non li crederò; dice lo disse per confermare le cose sue e per superbia. Item soggiunse: le cose di fra Silvestro m’hanno ingannato, perchè mi parevano vere, benchè qualche volta ne dubitavo; ma poi entravo lì con l’ingegno e le facevo verisimili.

Essendoli detto: che in questa parte di fra Silvestro si contradiceva;

Rispose: non v’essere contradizione, dicendo le cose referiva fra Silvestro li aguzzavano l’ingegno, e se ne serviva. Item disse di sopra:‍[833] che le visioni poteano essere da Dio e dal Diavolo.

Da poi fu licenziato, con dirli che pensasse la notte, per dire il dì seguente il vero et lo intero.

················

A dì XXI di maggio.

Fra Girolamo soprascritto, dinanzi a’ soprascritti datoli il giuramento per M. Francesco soprascritto, et domandato se tutto quello haveva confessato prima a’ Fiorentini, et di poi ieri a lui, era vero.

Rispose: R. Monsignore, quello che io dissi hieri a lei, io lo dissi com’huomo appassionato, e che volevo strigarmi da una gran briga; perchè queste passioni temporali, solo a vederle, mi sono più che ad un altro dieci tratti di corda. Tutto quello ch’io scrissi e fu scritto la prima e la seconda volta fu vero, e ho da ringraziare que’ cittadini che andarono meco dolci; e se in principio non dissi l’intero, fu perchè io andavo velando la mia superbia; ma visto quella dolcezza che mi usavano, mi disposi poi a dire il vero; e se vi pare che io abbia detto poche cose, non ve ne maravigliate, [d297] perchè le mie cose erano poche e grandi. Quello che io dissi ieri, negando e ridicendomi, fu per paura; feci male e ne chieggo perdono a quella Signoria: sono stato un cattivo, voglio salvar l’anima mia e scaricar la coscienza, e così ratifico e ratificherò di mia mano, e perchè altre volte mi offersi, quello che avevo detto breve e oscuro meglio dichiararlo, e così mi offero ora.

Dopo queste parole, detto Fra Girolamo sottoscrisse a tutto quello che aveva detto hieri, che l’aveva scritto il Cancelliere di M. Francesco Romolino. Io Fra Jeronimo da Ferrara.‍[834]

Di nuovo, sendo domandato delle cose minori et non le confessando; rispose queste parole: Io ho dato un milione di ducati; credete che io non terrei ora un ducato, sarei pazzo.

Domandato se haveva mai detto che Cristo fu un uomo come gli altri, e che a lui saria bastato fare il simile;

Rispose: che questa cosa saria da matto; fu una cosa m’appose il Ponzo. Se volevo esser profeta santo e savio, non crediate che io havessi detto una cosa simile, che era contraria a questo mio intento. E perchè di queste parole se n’allegrava M. Piero Beccanugi; disse: non se li poteva prestar fede, perchè li era avversario.

Domandato di quelle parole hebbe già a dire di Maometto;

Disse: che e’ fu huomo grosso, e che a lui saria bastato l’animo, quando havesse voluto ingannare, di fare una cosa più simile alle cose di Dio, e haverla condotta meglio che non fece Maometto. Questo, dice, lo disse in pergamo, et che la legge di Maometto fu legge bestiale.

Domandato che pratica aveva già avuto di donne, e quello haveva già avuto da loro per via di revelazione;

Disse: che nel principio, quando cominciò ad affermare queste cose, parlò di donne, e da loro ebbe delle cose le quali poi predicava sotto nome di revelazione, per suo cervello; ma in questo ultimo non ha parlato loro, perchè aveva questo rispetto in questo ultimo, che non voleva donne si potessero avvantare di avergliene detto. Le donne dalle quali [d298] ebbe dette cose sono: M. Vaggia Bisdomini, M. Camilla Rucellai, M. Bartolommea Gianfigliazzi, la quale aveva sua devozione e sua spiriti, secondo diceva; ma a questa non prestava molta fede, chè mi pareva pazza.

Domandato, se haveva fatto confessare da’ sua frati e assolvere, non ostante la scomunica, e che ei conoscessi e sapessi che la scomunica valessi, e che coloro fussero irretiti nella scomunica;

Disse: essere vero.

Domandato di nuovo, con minacce di fune, sopra la pratica del Concilio, che ne dicesse loro il vero con chi l’haveva praticata e comunicata;

Rispose: O frate, ove sei tu condotto! E cominciò a piangere e dolersi, e disse: quando io penso com’io sono in questa cosa entrato, non posso fare che non mi dogga, che vi sono entrato non so come, me lo pare sognare; e finalmente narrò la cosa a questo modo:

Questa parte del Concilio, io l’ho trattata da tre‍[835] mesi in qua e non prima, e venne da mia gran superbia; e venendomi quella fantasia, pensai come l’havessi a condurre, e dissi: in Italia non posso aver mezzo co’ Veneziani, nè con Milano, meno col Re di Napoli è debole, e i Fiorentini non sono d’accordo; co’ Cardinali, que’ che sono a Roma non è da fidarsene, perchè andrebbono a pubblicare al Papa. Però mi voltai fuori d’Italia, e questa è la pura verità, stimando che gli Oltramontani vi dovessero condescendere, per haver esosa la corte; e per il primo era il re di Francia col quale ho qualche credito, e così cominciai con quella lettera ch’io feci scrivere a que’ cittadini, dei quali io mi fidai perchè erano di quelli che mi credevano; e lo messi loro in confessione perchè, scoprendosi la cosa innanzi al tempo, conoscevo che si faceva scandalo. E discorsi‍[836] che col re di Francia erano i cardinali San Pietro in Vincula e San Malò, e quali in questo caso haveriano fatto il volere del Re. E San Pietro in Vincula lo facevo volto a questo e lo sapevo, perchè un ser Cristofano, che fu già cavaliere di corte della Mirandola, venne [d299] a me con una lettera di familiarità di detto San Piero in Vincula, e dissemi che non passeriano molti dì, che in Firenze veneria una squadra di Cardinali a far Concilio: io perchè lo tenevo bugiardo e versipelle, non li risposi altro particolare. Ben ebbi caro quello che mi disse, e presupposi, per le lettere di familiarità mostrommi, ch’ei havesse detto quello per il Cardinale di S. Piero in Vincula; e così feci concetto che ’l re di Francia havesse a muovere a questa cosa S. Piero in Vincula e S. Malò.

A S. Malò ho scritto qualche volta, non di pratica di Concilio; ma lui non mi rispondeva, ma quando scriveva a Niccolò Alamanni, quando era qui, li commetteva: raccomandatemi a Fra Girolamo. E quando S. Malò fu qui, mi venne a visitare e mostrommi stimare, e presemi per mano e fra l’altre cose mi disse: non vi par che la Chiesa abbia bisogno di reparazione?

Dell’Imperatore stimavo, anzi speravo quello c’ho detto di sopra, e stimavo lui havesse a muovere il Cardinale Burgens il quale, quando fu qui, mi venne a parlare in S. Marco, e dissemi male del Papa, e io il simile a lui e dettili una lettera di mia mano al re di Francia, scrittali per le cose d’Italia e de’ Fiorentini.

Al Cardinal di Napoli non scrissi mai di simil cose; ma speravo bene da lui, perchè intendevo era in differenza col Papa. Filippo Valori mi disse già haver praticato uno scisma contro questo Papa, con più Cardinali, tra’ quali era il Cardinale di Napoli, ch’era malcontento per aver aspirato al Papato e ancora aspira.

Di nuovo, interrogato che uscisse più oltra, massime circa Napoli,‍[837] il quale M. Francesco molto l’interrogava;

Di nuovo disse: al Cardinale di Napoli non havere mai scritto, nè fatto scrivere per questa cosa.

Di nuovo interrogato;

Disse: al cardinale di Napoli havere scritto, non già espressamente, [d300] acciocchè se le lettere fussino prese non si sapesse; ma li diceva ch’era tutto suo, e che in ogni faccenda che bisognasse era per fare ogni cosa per lui, e che lui scriveva così in genere, e che l’intendeva.

Domandato perchè l’intendeva;

Rispose: per quello aveva inteso da Filippo Valori, e che Filippo li aveva detto male del Papa in nome del cardinale. Con Filippo, dice, si allargava, perchè l’aveva per suo amico, e per uomo savio; e quando era a Roma li aveva scritto più lettere, parlandoli molto bene del cardinale di Napoli. Poi soggiunse: la fantasia mia era che il cardinale di Napoli ragunasse gli cardinali amici, ed io tenessi edificato questo popolo, perchè, bisognando poi, i cardinali fussero venuti qui e fattoci il Concilio.

Item disse: che un Michelangiolo da Orvieto, huomo del cardinale di Napoli, fu già qui a lui, e li parlò in nome di detto cardinale; ma che ancora lui non haveva pensato di muovere il Concilio, ma che altri lo movesse, e lui poi seguitarlo e aiutarlo, e che l’effetto era che il cardinale di Napoli movesse al Concilio quei cardinali che lui potesse, e quelli altri dei principi soprascritti si movessero e unissero qui a Firenze, e qui si facesse Concilio.

Di nuovo, domandato circa le lettere del concilio e scritte perciò, e circa ai particolari più oltra;

Disse: che al detto Cardinale n’haveva scritto, ma non espresse e sotto coverta generale, e che mandava le lettere sotto le lettere di M. Alessandro Bracci, che le dava a ser Bastiano, e ancora per via de’ Gaddi e di Braccio del Vantaggio, e per mano de’ medesimi aveva le risposte; e che la risposta del Cardinale era: che fra Girolamo attendesse a dar fuoco alla cosa, e stringessela; ma che le sue parole erano generali, e che da lui ha avuto circa quattro lettere di questa materia.

Al cardinale di Lisbona, disse haver scritto qualche volta, ma non in particolare di questa cosa, e haveva in opinione che il re di Spagna l’havesse a muovere. Il cardinale di San Giorgio, dice, li mandò già a parlare per M. Niccolò Deli, dicendoli che era tutto suo, e offerseli;‍[838] ma, disse, non si saria [d301] fidato di questa cosa, di San Giorgio. In ultimo disse: che il capo di questa cosa, secondo il suo giudizio, aveva da essere il cardinale di Napoli, il quale era di poi per tirare degli altri cardinali.

Di nuovo minacciato, disse: Napoli, Napoli, e che con lui e con gli altri cardinali ha avute le pratiche sopraddette.‍[839]

Fu legato e tirato su, et hebbe un tratto di fune; e domandato di più cose da M. Francesco, disse direbbe il vero; dipoi passò giù.

Domandato, se era vero quello haveva detto, e voleva ridirsi di nuovo;‍[840]

Rispose: questo che io ho confessato è vero, e che io ho avuto qualche pratica col cardinale di Napoli; e con San Piero in Vincola non ho tenuto altre pratiche, perchè non bisognava sovvertirlo.‍[841]

Domandato delle confessioni, d’averle sapute da fra Silvestro o altri;

Disse: che a fra Silvestro non haveva detto: ditemi la confessione del tale; perchè voleva mi tenesse buono; ma domandavo in genere e con astuzia, non di cose di libidine o altri peccati simili; ma che mi ragguagliasse delle cose circa lo stato, e questo per due conti: l’uno per sapere chi erano mia amici, l’altro per potere poi dire simili cose, e parerò d’essere un profeta.

Di nuovo, domandato e minacciato che dicesse il vero;

Disse: in presenza di tanti io non posso dire, e in presenza di pochi dico meglio. Ed essendoli detto che, in presenza di tante migliaia di persone, in pergamo, parlava sì animosamente;

Rispose: allora io ero signore.

Domandato, se crede in Cristo, mostrandoli che se ne dubitasse, visto quello che lui ha fatto;

[d302]

Rispose: e’ può ben stare, credere in Cristo e fare quello che ho fatto io, com’il Demonio; Demones enim credunt et contremiscunt.

Domandato, se ha usato incanti;

Rispose: che se n’è fatto sempre beffe, e non gli ha mai usati.

Di nuovo tirato su e datoli un tratto di fune, poi posto giù, dopo che vi fu tenuto assai bene, e dinuovo domandato, se è vero quello che ha confessato;‍[842]

Disse: tutto essere vero e confermò ogni cosa.

Di nuovo domandato, circa il risapere le confessioni da tutti i suoi frati;

Disse: che in genere li haveva domandati dei peccati che regnavano, non alla scoperta nè in particolare, perchè da loro saria stato reputato un tristo.

Di nuovo, domandato circa la pratica del Concilio;

Disse: che confermava il sopradetto di Napoli, e che San Piero in Vincula li scrisse già una lettera, dicendoli che lo voleva per amico, rispetto alle cose qui di Firenze; e che più lui non cercava altramente la pratica con S. Piero in Vincola, perchè sapeva era ben disposto.

Domandato, chi fu quello, in verità, che li pose innanzi le cose della profetessa, di che nella prima esamina si fa menzione;

Disse: fu M. Alessandro Tornabuoni e non M. Luigi, e che equivocò per errore.

Confessò essersi impacciato circa ai frati di Vallombrosa, per farli separare dal generale.

Item, havendo predicato e detto che, posto alcuni fondamenti, a chi teneva ostinatamente che la scomunica valesse, fusse eretico; domandò di questo essere assoluto e tiene la scomunica valere.

················

Addì XXII di maggio, a ore 13.

Fra Ieronimo soprascritto, domandato, a parole, dal [d303] sopraddetto M. Francesco Romolino, senza il generale e col giuramento, se le cose dette fino a qui sono vere;

Rispose: ogni cosa è vera, eccetto quello haveva detto del Cardinale di Napoli, la qual cosa disse haver detto per paura.

Domandato che cosa era, disse: dell’haver tenuto pratica col Cardinale di Napoli o altri Cardinali del Concilio, che non l’ha mai tenuta con persona, se non com’haveva detto prima che ieri; e che pensando alla confessione, vedeva che non poteva essere assoluto e voleva ridirsi; e un riscontro ne dava, che si sappi da fra Niccolò da Milano suo cancelliere, che non ha mai scritto lettere di questa cosa; e fra Domenico e fra Salvestro che sapevano questa mia fantasia, non lo potranno dire.

Di Ser Cristofano Cancelliere della Mirandola, Burgens, Lisbona, che se gli mostrasse amico, e del Cardinale San Giorgio, tutt’esser vero.

Il Cardinale Orsino, quando venne qui travestito, disse, l’andò a trovare a San Marco; e andandolo stuzzicando e interrogando come credeva le cose sue havessino a succedere, lo richiese di predizione; al quale, dice, rispose in generale, e parveli si partisse mal satisfatto di lui.

L’Arcivescovo di Firenze, disse, li ha scritto più volte, e datoli tutta l’autorità sua.

Domandatoli, come haveva comunicato la parte del Concilio con fra Silvestro, e fra Domenico;

Disse: l’haveva fatto a parole.

Per comandamento di detto M. Francesco, fu citato dal cursore del Papa ch’era quivi, cioè ad crus, cioè per domani a conchiudere et ad udir sentenza;

Rispose: Io sono in prigione, s’io potrò, io comparirò.

Di nuovo, domandato circa li spiriti di S. Lucia;

Disse: se ne domandi il confessore loro; e ridendo, narrò che una volta vi andò col crocifisso in mano, e che una di quelle monache, spiritata, li tolse il crocifisso di mano e gettognene via, dicendoli: frataccio! E presolo per la cappa, li cominciò a dare in modo, ch’hehbe che fare a sbrigarsi da lei, e non vi tornò poi di quel pezzo.

[d304]

Di nuovo, sottoscritto il Processo fatto dal cancelliere di M. Francesco, dov’erano scritte le soprascritte cose.

················

Detto dì XXII, a ore 24.

Nell’Alberghettino, in presenzia di Giovanni Baldovinetti, Lionardo Gondi, Giulio da Castiglione, Giovanni Canacci, Biagio di Giovanni d’Agnolo, ser Francesco Fortini, ser Francesco di ser Barone.

Fra Hieronymo, domandato dai soprascritti che aprisse meglio quello che haveva promesso di aprire, circa le cose della città;

Disse: Che si facesse presupposto che lui e i cittadini della sua setta attendevano principalmente a tre cose. La prima: che il Concilio fosse ben fornito di loro partigiani, per havere a lor modo gli offizi, o almeno il più, e in specie le sei fave della Signoria Dieci e Otto. E io non entravo nè m’impacciavo di particolare, per la mia superbia; e facevo come fa un Signore che ha un capitano nel quale si riposa, ed il mio capitano era Francesco Valori ed io sopra di lui mi riposava. La seconda: che si procedesse rapidamente contro gli avversari nostri, quando però havessino errato; ma ogni piccolo errore fusse riconosciuto. La terza era, che stessino uniti e avvisati e provvisti con l’arme; non che si muovessino i nostri, ma se gli altri si volessino muovere, per poter rispondere.

Domandato, quello haveva pensato di dire o fare, non riuscendo le cose temporali per lui promesse e presto, come pensava uscirne;

Rispose; e’ non ci mancava modo; perchè questi presti di Dio, si possono in terra allungargli.

················

Addì XXIII di Maggio detto.

F. Hieronymo, F. Domenico, F. Salvestro, a ore 22, furono degradati e poi arsi in Piazza dei Signori.

Il Generale, M. Francesco soprascritti dettero sentenza rogata per Ser Rinieri da S. Gimignano.

[d305]

Il tenore della sententia fu che, come Commessari Apostolici, havendo inteso i soprascritti haver fatto i delitti sopra narrati, nelli interrogatoi fatti a F. Hieronymo a dì XX; e trovato loro essere eretici e scismatici, et haver predetto cose nuove, giudicarne dover essere degradati e consegnati, o vero lasciati in mano del giudice secolare. Così seguì.

LI. I processi di frà Domenico.

IL VERO PROCESSO SCRITTO DI SUA PROPRIA MANO.‍[843]

Deus et Dominus noster J. C. scit quod ego F. Dominicus, propter ipsum victum, nihil ex his mentior.

IL PROCESSO ALTERATO DALLA SIGNORIA.‍[844]

Io Fra Domenico, vostro servo in Cristo, scrivo la semplice verità.

In San Marco, a’ nostri tempi, non si fece mai intelligentia, soscriptione o pratica alcuna di stato, nè per stato come falsissimamente è stato apposto. Se più ciptadini frequentavon la casa, noi e’ quali non iudichiamo e’ secreti del cuore, ma attendiamo alla salute delle anime, pensiamo et meritamente crediamo che lo facessino loro, come anche le donne [d306] et fanciugli et l’antra minuta gente sanza stato (co’ quali mescolatamente erano per il convento nostro), non per havere per nostro mezzo temporale stato; ma per devozione et affectione che ci portavono, o per confessione o conlloquio di qualche cosa spirituale per lor consolatione, per non havere alcuna volta faccenda, o per non sapere ove si stare con lor più contento. Et finalmente che, essendo qui grande et non ignobil moltitudine de’ nostri frategli, molti de’ ciptadini nostri conversavano volentieri, dove hanno suoi figliuoli, parenti, amici o confessori, non è da maravigliarsi di questo, ma bene assai di chi si maraviglia di ciò; maxime essendo in San Marco uscita qualche opera et buon principio in salute di questa ciptà. Et in tante tribulationi, non per nostra cagione ma per e’ peccati; non vedendo e’ cordati huomini et anche tutti li altri insino alli fanciulli, altro remedio vero che lo adiutorio di Dio, mediante le orationi; molti stavano per questo volentieri ove stimavano Iddio più propitio et più pregato.

Mai intesi nè mi adviddi per alcun modo, che in San Marco si facessi o pur pensassi intelligentia alcuna, nè si tenessi pratica veruna o familiarità di cittadini per conto di stato: ho sempre creduto che chi vi praticava lo facesse, come anche le donne e’ fanciulli et li altri di bassa mano, non per stato, ma per sua divotione et affetione; per confessarsi; per parlare di qualche cosa spirituale, per loro consolatione; per non sapere alcuna volta che si fare o dove stare con più contento; per havere quivi figliuoli, parenti, amici o confessori; finalmente, perchè stimavano, forse, Dio quivi più propitio et pregato nelle tribulazioni.

Per questa cagione, Domenica qui accaso, al tempo dello improvviso tumulto si trovò tanta gente d’ogni sorte. Nè era per alchun modo factasi acciò preparation d’arme, con ciò sia che [d307] alcuni de vostri non ultimi ciptadini quivi fussino sopraggiunti senza alcuna preparatione, come ha dimonstro lo effecto. Era vi un pochissimo numero d’arme, et in mano di certa bassa genterella, et era piuttosto cosa da ridersene che da temere da chi havesse veduto con gli occhi. Sopraggiunse, dopo il tumulto, alcuno con qualche arme in adiutorio; ma tanti pochi che non fanno numero et pur genterella minuta. Io non sapevo che alcuna arme fussi in convento nè pensavo acciò, ma quando domandato, vifussi stato excitato a pensare, harei risposto che qualche piccola cosa ve ne fussi, non già per offendere o per far tumulto, ma perchè so che alquanti di bassa condictione accompagnavano già a Santa Reparata el nostro Padre fra Hieronymo con qualche arme, per suspecto che e’ non gli fussi facto villania, perchè chi ama teme; et ritornando alcuna volta per qualche tempo, lasciavono quivi le lor bazzicature poche in una cameretta picchola da albergar forestieri, presso alla porta, ove albergando già una volta a caso come forestiere,‍[845] (perchè non ho stanza a San Marco alcuna volta quando vengo da Fiesole, infra l’anno, se non è a caso), un dì in [d308] quella camera, prima di tre che sono quivi, tanto picchole che oltre allecto non vi entra più nulla; vidi a cinque piuoli appicchata alcuna celatina et una capsetta, qualche corazza: et questo non era ordine nè saputa, come certo stimo, del padre fra Hieronymo, nè di mia volontà el quale sempre di tal cosa mi risi, come quello che ero certo che tal defensione, quando nulla ci accadessi, sarebbe niente.

Per queste cagioni, molti furono quivi la domenica sopraggiunti dal tumulto, senza preparationi; il che mostra che non si era fatta alcuna preparatione d’arme per tumultuare; conciò sia che più cittadini delli infimi furono quivi trovati al vespro inermi et improvidi. Oltre a qualche arme che credo vi fusse, sopragiunse qualchuno con qualche arme per adiutorio de’ frati; massime che forse credevano che questo insulto fussi contro alla volontà della magnifica Signoria. Onde io, doppo il romore, andai dua o tre ore per il convento, pregando con ogni diligenza ogni uno che non traesse, et si quietassi, et non sonassi; et mai attesi ad altro che a tranquillare et quietare. Et se arme dunque erano, ben che poche, in casa, non erano di mio ordine, nè saputa, di certo; nè mai mi piacque vedervene. Ma ben che io le detestassi, non toccava a me a levarle et a provedere, perchè non havevo alcuna autorità in San Marco.

Però al dì della Domenica, essendo, quando si levò el romore, in una stanzetta a comporre et a scrivere mie fantasie; et sentendo trarre, andai subito discorrendo per el convento, et con ogni diligentia pregavo ognuno che e’ non traessi et che e’ non sonassi la campana et che si quietassi in tutti e modi; dicendo che avevan fatto male a trarre et che e’ si attendessi a pacificar la cosa. Onde parecchi hore, andando el padre fra Hieronymo co’ frati per el dormitorio et per alchune stanze più intrinseche et quiete, cantando con clamore le letanie et altre orationi, et preghando e’ frati lo lassassino andar via; io non feci altro che andare in qua et in là per casa, pregando ogniuno che non traessi. Intanto venne un altro mazziere; et dicendo chi una cosa et chi un’altra a quello che diceva del Padre [d309] fra Hieronymo andasse alla Signoria; domandando noi di vedere o sapere di questa cosa di tanto pericolo el partito della Excª Signoria, et non rispondendo lui molto a proposito, perchè come m’ha detto qui el signor Bernardo da Diacceto, di questo non si fe’ partito; pregai il detto Mazziere che ritornassi per il partito.

Così un vostro ciptadino de’ Capponi rispose che mandassi per el partito; perchè non lo havendo, volevano piuttosto morire quivi insieme col padre, non trovando nessuno, nè sappiendo che moto fossi questo, se del popolazzo oppur d’ordine della Signoria. Anzi, stimando che la magnifica Signoria dovesse mandare più presto acquietare. Vedendo ardere le porte et farsi obscuro, comessi questo a Dio, e andomene in choro con gli altri, et apparato oravo con loro, ogni punto expectando la morte. Non m’impacciavo di dire: non trahete, o di quietare nulla; sì perchè non appartiene a me, el quale già dua anni non sto a San Marco, se non quando mi è imposta predica o qualche altra faccenda o obbedienza; sì perchè, non sapevo di questo tumulto la volontà di Dio, alla cui provvidentia in tutto havevo commesso questa cosa; sì perchè non sapevo [d310] come la cosa andassi, e la volontà della Magnifica Signoria.

Così stimo di certo, el padre fra Hieronymo absorto a pensare di Dio, per queste ragioni non pensava a impacciarsi d’altro, che di prepararsi con tutti li frati intorno allui a vita eterna. Et così circa sei hore continue, tutti oliato all’altar grande parati, molti expectavano ogni punto esser tagliati a pezzi, cantando sempre: Salvum fac populum tuum Domine, et benedici hæreditati tua; et quando nessuno si voltava indrieto o mancava,‍[846] qui vi era sempre chi attendeva a raccorlo con gli altri et a dire fortemente: Orate fratres. Nè sapevamo della cosa altro che gran romori et terrori continui. Chi fossi contro et con che ordine, chi in favore et defensione, non era possibile saperlo nè avvedersene mai bene. Anzi ogni cosa era confusa, et chi ci difendeva lo faceva per et (sic) per amor di Dio et de sua servi, et non per far male a nessuno: et veramente Iddio et gli angeli sua ci furono in adiutorio, essendo già arse le porte, et essendo sì pochi et male in punto, per noi, che et que’ pochi credo certo per volontà et inspiratione di Dio,‍[847] el [d311] quale suole adoperare qualche mezzo, a riparare a tanta strage et obscurità quanta era quella, maggior certo che non si scriverrebbe: veder circa cento cinquanta frati, figliuoli di huomini da bene et nostri cittadini, in tante angosce et terrori.

Danari non ha il Padre fra Hieronymo, nè noi, salvo che ho inteso essere in mano del Priore di San Marco circa dugento ducati, non so se lasciati da un ciptadino al convento o pure in deposito, et è una pazzia et favola da sciocchi dire che lui in San Marco habbi tesori o le migliaia. Poteva bene, quando venne il re di Francia in Firenze, occultare e’ vasi di Piero, e’ quali non sapeva quasi se non io, dove e’ fussino, et negagli a chi venne per essi da parte della contessa,‍[848] et allei andai a dire che aspectavano alla città alla quale ne detti notizia, et hebbegli, et sempre habbiamo ad epsa cipta facto et cercato bene, et siamo or paghati come fu Jesù nostro. Ma non sono li ciptadini quelli, che ci incitano tante persecuzioni et infamie lor di negromanzia o d’altro; Anzi è el demonio el quale ha messa questa opinione nel popolo, che peccavo a portare il Sacramento [d312] nel fuoco. Io son certo che io non havevo ad ardere, et però non ne seguiva scandolo anzi hedificazione della fede, et però il diavol si adirò.

Ma quando io sarò innanzi a Christo, lo monsterrò a tutto questo popolo; se io lo portavo da me o pure di volontà et movimento intrinsecho di Iddio el quale quel dì voleva così. Nè bisogna che ognuno intenda‍[849] o perchè così lui volessi; ma chi non l’intende: dica io non l’intendo, et non si scandalezzi o mormori. Ma a tutte le opere di Cristo hanno a esser segno, cui contradicetur. Basta a me che io venni deliberato a entrare a ogni modo, nè mai pensai da havere a essere apuntato del Sacramento; perchè sapevo che, bene che etiam senza sacramento, Iddio me ne harebbe liberato, voleva per allora che io facessi così. Pensavo bene che molti e’ quali non sono amici di Dio, del miracolo non ne havevono a far fructo; ma harebben decto che el sacramento el quale non può ardere, lo havessi facto; come se e’ fussi vero che le spetie del Sacramento non possino ardere, con ciò sia che più volte sono arse, et possono essere conrrose da’ topi, et in altri modi corropte e smaltite, come accade ogni volta che l’homo si comunica. [d313] Dimmi: non può ardere colui che lo porta nei fuoco, non può ardere el velo et e’ panni? Mille hostie addosso a uno che entrasse nel fuoco, non havendo la verità dal suo, nollo scamperebono. Se adunque è nato scandolo, Iddio la volontà del quale io feci, mene darà premio; perchè ho assai meritato in questa infamia et persecutione sì grande.

Ecco, magnifici Domini, quello che io posso dire o scrivere; altre cose secondo le varie suspitioni non vi posso nè dire nè scrivere; perchè i’ vi testifico innanzi a Dio et a tutta la sua Corte, che altro non nè (sic) ho o posso havere in mia coscientia et memoria; perchè altro non ho facto o detto, nè mai tenute pratiche di ciptadini, se non sfuggiascamente, et mal volentieri ho lor parlato; perchè la mia conditione o professione m’inclina fortemente a fuggire la conversatione maximamente de laici. Nè mai ho desiderato, quando e’ si havevono a fare e Magnifici, che e’ sia assumpto questo o quello, come nostro amico in Christo tamen; ma solo quelli che habbino a cercar l’honor di Dio et il ben comune, et raffrenare le abominationi, disonestà et li altri vitii. La qual cosa, stimando secondo la opinione di chi delle cose parla, [d314] che scadendo affare certi Octo, quando furono creati per ritrarre li peccatori dal male et animare la lor laudata virtù al bene; gli chiamai in pubblico Sermone Octo maschi; non perchè, per nostra pratica o mezzo si fussi mai facto alchuno offitio o per alcuna spetialità mia o del convento. Ecce coram Domino, che io non mento nè nulla mi ritengho. Prego vostre benignità non appuntino le nostre parole sofisticamente, sapendo la sapientia vostra che le parole debbono servire alla intentione. Ad gloria di Dio somma verità, el quale vi spiri a prestar fede et far di noi la sua volontà, quia benedictu in sæcula. Amen.

Al primo partito della magnifica Signoria haveremo ubbidito; ma ben che io pregassi qualche mazziere e cittadino, che andassino per il partito della Signoria, per il quale si vedessi quale era la sua volontà, non tornava nessuno; onde io credetti insino all’ultimo, che la Signoria fussi di questo tumulto mal contenta, et attendessi a rimediare et mandare aiuto a San Marco: et sotto questa speranza mi stavo con li altri a fare oratione in choro, havendo commesso la causa a Dio, et non me impacciando di null’altro.

Li amici del Convento erano quelli che volevano, tra’ quali alcuni vi praticavano più familiarmente; come era Girolamo et maestro Domenico Benivieni, Piero Mascalzoni, Giovanni Carnesecchi, Marcello Vernacci et Francesco Boni, non però molto spesso; Boninsegna Boninsegni, con grande affectione et reverenzia: vi veniva similmente Francesco Davanzati, Ruberto Ridolfi; qualche volta Simone Canigiani, non però spesso, doppo la morte di Carlo Strozzi; Antonio Tornabuoni qualche volta; così Niccolò di Giunta, Francesco del Pugliese et altri, e’ quali si confessavano da Fra Silvestro; Mazzeo Mazzei, quivi vicino, e Lapo suo fratello: qualche volta Ser Giuliano da Ripa, vicino; alcuna volta Bernardo del Barbigia; Tommaso Morelli, per raccomandare alle orationi la figliuola et la famiglia; Giovanni Bocchi, el quale si confessava da Fra Silvestro; Bartolommeo Orlandini, qualche volta, per causa di sua figliuola, o in conpagnia di Niccolò di Giunta; Niccolò Valori, Benedetto Bonvanni; Cambio, che vi havea già il figliuolo; messer Baldo, messer Luca Corsini, Antonio Lanfredini, antico familiare; rare volte Piero Guicciardini, et parlava meco delle tribolationi della città, et quando io credevo che elle finissino, et simili cose buone. Alcune volte, Gio. Battista Ridolfi, Francesco Valori, massime alli ufici et alle processioni della settimana della Annuntiata non mancò mai. Andrea Cambini et il fratello, qualche volta; Giovanni Vettori, rarissime volte, et veniva a mostrarmi una compositione d’una Croce fatta da lui di pezzi di osso; Antonio Giraldi, et qualche volta Luca d’Antonio dogli Albizi; così di rado Alessandro Acciaiuoli, Alessandro Nasi; Lutozzo, qualche volta; Domenico Mazzinghi, antico familiare nostro, rarissime volte; già Paolantonio Soderini et di già Tommaso suo figliuolo; Matteo Strozzi rarissime volte;‍[850] et simili altri, de’ quali non mi ricordo, i quali io non conosco, perchè non mi piacquero mai le familiarità dei laici: e quali credo, e così sino a ora ho creduto, che praticassino in San Marco per le ragioni dette, non per stato; nè anche so che loro nel fare li ufici favorissimo più l’uno l’altro, che li altri cittadini che non vi venivano; et credo che e’ dessino favore a ogniuno che credevano essere atto a tali uficii et il bisogno della città. Io, quando si havevano a fare i magistrati, non desideravo che fussi assunto nessuno come nostro amico, benchè in Cristo, ma solo chi Dio vedeva che fussi al bisogno. Onde se non sia creduto che la revelatione de’ predetti Angeli, almeno secondo la oppinione di chi parla, stimando certi Otto havere a correggere e vitii, et per ritrarre e peccatori con la paura del male, et per animare la virtù laudata al bene, gli chiamai in predica Otto maschi, non perchè per mezzo alcuno nostro fussino eletti, con ciò sia che appena dua o tre ne conoscessi, non etiam per alcuna spezialità mia o del convento. Io non pensai mai altro che allo honore di Dio et al bene della virtù et della città, in tutto quello che io ho predicato, o parlato, o operato; sia quel che piace a Dio di me.

Addì 16 di aprile 1498.

In nomine patris et filii et spiritus santi amen. Io fra Domenico servo di Dio, domandato et richiesto che io scriva circa le cose delle prophetie et della verità predicata dal Reverendo Padre fra Hieronymo; el puro vero, quanto ne so, testifico dinanzi alla somma Trinità et alla immaculata regina di Firenze, madre del nostro Re et Redemtore, Cristo victorioso triompfatore della morte, et dinanzi a tutta la celeste corte; che quello che qui di sotto ne scriverrò, a petitione delle magnificentie vostre, et è la semplice verità.

Circa le cose future predicate da Fra Girolamo, non hebbi mai dubitazione, et così credevole fermamente; le predicavo, nè ingannavo io il popolo, perchè andavo con sincerità; massime perchè, oltre a quelle illuminatione et ispirationi che detto Fra Girolamo, credeva avere da se, sapevo le altre da frà Silvestro, come lui, onde le credevo a li angeli et a Cristo et alla Madre, et non a frà Girolamo, se non come quello che credevo essere eletto per principale annuntiatore di queste cose.

[d315]

El nostro Padre Fra Hieronymo exponendo, credo, Amos propheta, nelle sua predicationi; a quel parlare di detto profeta, non sum propheta; avendo dato alcuna expositione la qual non era tempo dare anchora, perchè non era volontà di Dio, simile parole disse a queste,‍[851] come apparisce in quella predica, perchè epsa è inferma intra le altre. Un’altra volta, innanzi a quel tempo, non mi rammento quanto; essendo io in una sua predica, in Santa Reparata, nota’ che lui predicando delle sue revelationi et prophetie, disse: Come io habbi quelle cose, una volta spero te lo dirà et aprirrà qualcuno de mia compagni;‍[852] e io credo el‍[853] domandassi, se ben mi ricordo, a casa, se tali parole aveva decto da sè: intesi che no. Dunque, ecco io ve lo dico; ma pregovi vi ricordiate del parlar di San Paulo, cioè che Dio elegge le cose e le persone inferme et stolte et che non sono,‍[854] a dire o ad operare quelle cose le quali vuole che apparischino sua.

[d316]

Io adunque, per una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto et, non mi essendo monstro meglio il contrario, credo: che Pisa si habbia riavere, et habbino ad esser vostre delle altre terre che non furon mai vostre; et che Firenze habbi a esser più ricca, più potente et più gloriosa che mai, per virtù non sua, ma di Dio et della sua Madre: e così delle altre cose predecte dal Pre Fra Hieronymo, circa la flagellatione et renovatione della Chiesa, et la conversione de’ Turchi, innanzi che passi questa generatione che vive. Et ho dentro tenacemente affixa questa fede; nè per questo debbono le Magnificentie vostre alterarsi, perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me nè alla ciptà, et in queste cose ciascuno è libero a credere quello ch’ei vuole: nè mi dà noia, come tali cose siano state da Dio manifestate;‍[855] nè ho mai ingannato il popolo, predicando anch’io, perchè ho fermamente così creduto con ogni sincerità, a gloria di Dio et comforto della ciptà vostra parlandone, et non per alcuna mia gloria o altro human respecto.

[d317]

Circa el modo, dunque, per el quale el Pre Fra Hieronymo habbia havuto simili prophetie; vi dico che oltre alle sue inspirationi et illuminationi, le quali lui ha avute; Fra Silvestro conferendogli, come di già havete inteso, altre sue apparitioni et visioni angeliche in diversi modi, nelle quali epsi Angeli comandavono al detto Fra Silvestro che riferisse al Padre Fra Hieronymo, ora una imbasciata et ora un’altra, da parte loro o di Dio; infra le altre cose che decti Angeli monstrorono et dissono al decto Fra Sylvestro, (credo più anni fa, cioè circa e’ principii o non molto poi) una fu questa; che vedendo, credo, Iddio, che Fra Hieronymo fuggiva, o per humiltà non ardiva dire a noi quelle cose di cui era inspirato; Lui, o perchè e’ non vuole dare tanti doni o ogni cosa a uno solo, o per altro rispecto secondo la divina sapientia; apparsono a Fra Silvestro li Angeli di noi tre, et con una fune o piuttosto catena d’oro ci legorono tutti a tre insieme, et dicendo che stessimo uniti et havessimo et facessimo un core et una anima di tre che Dio voleva così. Onde se mai fusse accaduto tra noi punto di qualche leggiere stizza o parolame,‍[856] eravamo da loro ripresi. Et [d318] dissono a Fra Silvestro che stessi umile; così noi, perchè le prophetie et revelatione non salvano, ma son date per utilità della Chiesa, et che quelle tali apparitioni o vero revelationi, nonlli erano date propriamente per lui, ma per el padre Fra Hieronymo. Non dissono per tutti a dua noi, come stamani smarrito da vostre presenze, non sapendo in quel subito acconciar bene le parole alla intentione recta, per errore scripse: Ser Francesco.‍[857] Ma ben volevano che qualche volta, predicando io per el Pre Fra Hieronymo, onde sono chiamato el factoraccio; io dicessi qualche cosa, benchè di rado, da parte loro, come se io l’havessi havuta. Dunque essendo noi un core, et essendo tali dimonstrationi date a Fra Sylvestro, per el Pre Fra Hieronymo, et alla sua predica, se non sempre, almeno quando bisogna, ordinate; volendo decti Angeli, et così al Padre Fra Hieronymo, per bocca di Fra Salvestro da parte di Dio venendo, comandavano che quando tali cose epso Fra Hieronymo havessi a riferire, per loro impositione, al popolo o a frati; lui le dicessi come se e’ l’havessi lui proprio, [d319] perchè questa era la volontà di Dio.‍[858] Onde non mentiva in questo, avendole Dio facto anche altre volte, come si può nelle scripture vedere, et 2º perchè eravamo un core, et 3º perchè erano ordinate alla predica et a lui, et 4º perchè el lume della prophetia, et però di queste et d’altre cose era impresso dentro alla mente di Fra Hieronymo. El quale lume è quasi el tacto‍[859] in questa cosa. Imposonci decti Angioli, che questo secreto per niente uscisse di noi tre, et che se e’ se ne sapeva per nostra colpa nulla, Dio si adierebbe con esso noi, et priverebbeci di tali gratie in tutto. Le quali Dio, come lor dissono, ci haveva comunicate, perchè ci voleva per questi mezzi adoperare a fare di molte utilità alle anime. Mal volentieri, con tutto questo, habbiamo parlato delle cose future; et solo tanto quanto ci è stato imposto, guardandoci sempre non dire se non ci era inspirato o decto: dite questo. Et se qualche rarissima volta, per humana fragilità o levità, havessi nessun di noi manifestata qualche cosa, non ci essendo di [d320] quella stato così imposto, ne siamo stati ripresi et castigati assai.

Imperocchè già più anni fa, apparvero gli Angeli di noi tre a Fra Silvestro (dico li Angeli, perchè così ho creduto che fussino), et di una cordella o vero catena d’oro ci legarono insieme, cantando, se ben mi ricordo: Ecce quam bonum et quam iocundum habitare fratres in unum; et dissono che noi stessimo uniti insieme, et facessimo un cuore et un’anima di tre; che Dio voleva così, et che noi stessimo humili, perchè le revelationi non salvano, ma sono date per utilità della Chiesa. Et più volte sono apparsi, ridicendo queste et simili cose, et che quelle rivelatione gli erano date, più per Fra Girolamo che per lui, et alla sua predica hordinate erono. Onde comandorono, che quando Fra Girolamo havessi a dire loro imbasciate fatte‍[860] a Fra Silvestro, esso Fra Girolamo lo dicessi come se le havessi haute lui proprio; che questa era la volontà di Dio; et perchè eravamo un cuore, et perchè erano ordinate alle prediche, massime havendo fatto altre volte Dio, come si accenna per le Scritture. Imposero detti Angeli strettissimamente, che questo segreto non uscissi di noi tre, et che se mai per nostra colpa se ne sapeva nulla, Dio si adirerebbe et priverebbeci in tutto di tali gratie.

Io non dissi mai, nè dico di havere prophetie o apparitioni o visioni angeliche, salvo che nella sala del Consiglio, expressamente una volta, dopo la messa grande. Allora dissi, che io avevo veduto in quella sala Angeli che inspiravano al bene et ad andare, nello eleggere, rectamente a Dio;et e’ demoni che inspiravano il contrario: chi accepta le buone inspirationi et chi le captive. Credo anche dicessi, che Jesù Christo Re di quel consiglio et della ciptà di Firenze, gastigherebbe chi non andava rectamente o seguitassi intelligentie, o simili parole delle quali non mi ricorda. Questa tal visione nulla finxi, nè per alcuna cosa che io humanamente sapessi, o per relatione di cosa alcuna da persona così parlai; anzi perchè la mattina, a buona ora, Fra Silvestro mi riferì questa visione facta a lui, et dissemi da parte degli Angeli, che io dicessi aver veduto io così; nè mentivo perchè eravamo uno core et una cosa, et per le altre ragioni decte de sopra, et perchè havevo a fare semplicemente la obbedienza di Dio decta per gli Angeli.‍[861] Et così [d321] ne venni in palazzo, non sapendo nulla di quello poi seguì, et quando seguì, mene stupii,‍[862] et credo certo che io pensassi, costoro non credono che questa sia stata visione, ma che io l’habbia fincto, stimando che io habbi prima saputo questa cosa. Ma Dio‍[863] che io per me niente nolla sapevo et che andai semplicemente, et che quando mi fu imposto che io dicessi di haver veduto io, mi parve cosa nuova, a entrare in quella mattina in opinione di huomo apto a prophetia, in cospecto di tanti eccellenti ciptadini. Ma io sapevo et anche ebbi certo segno che Dio così voleva, conciosiache dicendomi Fra Silvestro da parte di detti Angioli, come mi sono adesso ramentato, che io predicassi el psalmo; Anima mea Domino et omnia quæ etc.; fantasticando a che proposito mi disse sopra quel psalmo, cioè sopra alquanti versi, quasi che subito, cioè non con molta fatica di mente,‍[864] inspirata una aptissima expositione, cioè secondo el proposito delle gratie et de benefici facti da Dio alla città di Firenze. Non seppi, dunque, innanzi che io venissi in palazzo, [d322] quello che seguì per altra via; come nè anche predicando sapere la partita e rotta dello emperadore, ma mi fu inspirato et facta dir così.

Mai per detto d’alcuno cittadino troverete che io abbia predicato, se non ho che e’ poveri sieno aiutati a simili cose; nè mi ricordo che e’ ciptadini mi habbino mai decto predicate questo o quello, maxime di cose che in alcun modo appartenghino a stato. Potrebbe essere che qualche volta mi habbino decto ch’io predichi contra ai giuochi o altri vitii, ma non mi ricorderei nè chi nè quando mi habbi decto tale cose o simile. Et non solo e ciptadini non mi davono la norma de quello che io havessi a predicare, se non come ho decto di qualche cosa appartenente a buon costumi; ma nè etiam el Pre Fra Hieronymo, el quale, quando io haveva a predicare, non mi voleva mai dir nulla di quello ch’io havessi a dire, et qualche volta el disse, cioè, che lui lasciava ispirarmi da Dio, et de mio predicar non s’impacciava. Così Fra Silvestro mi exortava alcune et assai spesse volte a predicar di cose divote, et non tractar nè de reggimento et del bene comune, se non quanto richiede el bene vivere et similia. Anche lui, oltre a queste exortazioni [d323] predecte, mi lasciava predicare a mio modo.

Mal volentieri parlavamo di cose future, se non ci era inposto; et perchè io predicava alcune volte per Fra Girolamo, mi facevano e detti Angeli dire, qualche volta, rare volte però (come espressissimamente quando io predicai una sol volta non molte parole nella sala del Consiglio), loro apparendo a Fra Silvestro, mi fecero dire, che io dicessi di havere veduto nella detta sala io quella visione di Angeli, che inspiravano al bene, e’ Demoni che per il contrario instigavano al male; cioè, a non andare rettamente alle elezioni. Et in verità, quando venni in Palazzo, per via humana, non sapevo nulla di seguito; et quando seguì, mi stupì: li Angeli a buon’ora mi fecero così inporre, et così mi comandorno che io dicessi, et non mentivo per le ragioni sopradette. Parvemi però strano quando mi fu inposto, che io dicessi di haver veduto io, perchè la umiltà mi incitava a fuggire oppinione di huomo sì atto a profetia; pure mi bisognò ubbidire semplicemente.

Non seppi dunque per altra via innanzi, in Palazzo, quello che poi seguì, come nè anche predicando potevo sapere, per via humana, la partita con fretta dello Imperatore da Livorno, ma me fu inspirato dalli medesimi Angeli, et fatta dire così. Questi medesimi Angeli apparendo dissero, che io uscirei del fuoco senza dubbio illeso, et che io facessi un buono et fedel cuore, et portassi meco il Sacramento. Onde in questo non offendevo Iddio, perchè non havevo a ardere; chè Dio così aveva spirato, lui sa il perchè. Venni adunque con animo deliberato di entrare nel fuoco ad ogni modo, nè mi pensai d’havere a essere imputato del portare il Sacramento, nè chè questo avessi a essere quello che tirassi a dreto quel frate Minore: pensavo bene che del miracolo, molti non ne havessino a fare frutto, ma a dire che il Sacramento, el quale non può ardere, l’havesse fatto. Ma possono ardere le specie, et chi lo porta, e il velo. Hebbi ancora qualche sospetto, che quel frate Minore non havessi a reggere; ma a trovare qualche occasione, come ei fece; ma dicevo: Forse Iddio per la sua ostinatione et cecità lo condurrà tanto oltre, che e’ bisognerà che egli stia, et non potrà tornare indietro; massime vedendo io la cosa tanto bene in punto et tanto oltre. Per me dunque non restò, e Dio mi è testimonio: et chi altrimenti dice, sarà chiaro el dì del Giuditio che lui ha errato.

Non sono stato in questi dua anni, de continuo a San Marco, anzi molto interroctamente, e come quello che ero indegno priore altrove. Et per le quadragesime intere sono stato a Prato, a Lucca; però non vi doverete maravigliare, se circa qualche prophetie et revelationi, gli altri narrassino qualche particolarità le quali io non possa narrare, come quello che molte cose non ho potuto intendere. Non ho altro a mente, se da me voi altro desiderate intendere, come buoni confessori domandatemi, et io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè havendo sempre havuta la coscienza tenera, so molto bene che dire le bugia in iudicio o tacere quello che si debbe manifestare è peccato. Sonmi ingegnato di andar tanto appunto, quanto se havessi ora a morire, il che mi potrebbe facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato, et ho guaste le braccia, maxime el sinistro, el quale con questa‍[865] già due volte ho guasto; onde vi priego siate clementi, credendo alla verità delle mia semplici scritture.

Domandato stamani chi mi [d324] havea detto, quando già predicai ch’e’ vi era chi voleva ammazzare el Padre Fra Hieronymo; risposi per allora non me ne ricordare. Ripensando poi bene che non mi ricorda haverlo predicato; immo mi pare esser più che chiaro, che mai dissi di nessuno in particolare. Et se pur fu che mai ne predicassi, se non in comune; mi vuol ricordare che, se pur fu tal cosa, venisse dalli angioli nel modo predecto, perchè so che altrimenti mai harei atteso a ragionamento di alcuno.‍[866] Chi costui o costoro fussino, o quando, nulla so, nè averne predicato nè d’altro, quanto a questa o altra parte, mi potrei ricordare; sì per la debolezza della memoria, sì perchè sono molto exausto et consumato. Havete ora, clementi ciptadini, ogni cosa etiam scrupolosissimamente da me, Idio vi faccia contenti. Il che spero sarà, perchè non mi troverrete in bugia nè crederete alle calunie vane che mi fossino opposte, valete in Domino.

Siami hora lecito, egregi ciptadini, raccomandarvi el vostro misero (servo), dal quale dopo la prima tortura della fune, non havete havuto altro che importi, perchè lui è vixuto alla [d325] semplice, et non s’è impacciato in vostre cose; ma solo in predicare, come sanno quelli che mi hanno udito, quello che appartenga al ben viver et allo honore di Jesù Cristo Re di Firenze. Così questa seconda fune se pure, non mi credendo mi darete, e non troverete altro nè c’è, et mettetemi a pericolo della morte.

Sia facta la volontà di Dio.‍[867] Non mi potetti mai avvedere, non mai hebbi un minimo sospetto che il Pre Fra Hieronimo ingannassi o andassi punto finctamente; anzi mi pareva rechissimo et sempre l’ho giudicato huomo singulare. Et havendogli gran reverentia, speravo per e’ sua mezzi haver da Dio gratia di poter fare qualche bene alle anime; et reputandolo huomo di Dio, come suo subdito l’obbedivo con ogni simplicità et sollicitudine. Adoperavami alle faccende dello spirito et delle cose spirituali, comunemente così della religione come del convento, quando io ero in San Marco. Non però adoperava me solo, ma etiam li altri; et me più facilmente nelle cose di Dio, et qualche faccenda spectante acciò, maxime del governo della religione, essendo io Priore. In questi principii quando si mutò [d326] lo stato, et così poi qualche volta, mi mandò a fare qualche imbasciata alla Signoria di cose appartenenti al reformare el governo et la ciptà, come si può recordare el savio vostro Lorenzo Moregli, al tempo della Signoria del quale, cioè quando lui era de’ Signori, venni circa dua volte in palazzo per parlare alle loro Signorie del far la sala‍[868] e simili, cose delle quali non mi rammento, furono pochissime imbasciate. Dipoi iarsera ripensando, non ho saputo ritrovar nulla, perchè io possa comprendere che mai el Pre Fra Hieronymo andassi lietamente, et piangho a Dio diventato in questa cosa stupido.‍[869] Sapevo che esso, per commessione della medesima revelatione haveva deliberato scrivere ad alquanti principi: che questo papa non è cristiano nè Papa; et questa chiavetta‍[870] credo volessi un dì aprire. Sapevo etiam, che aveva compilato el tenore delle lettere; ma che e’ fusse el tempo di mandarle, o che e’ l’havesse mandate, non sapevo; [d327] non pensavo avanti a iarsera questa cosa, nè mi veniva in fantasia, quando epso l’havessi manifestata questa cosa del Papa, revelata di sopra in quel modo lui mi ha decto. Allora credevo che fussi el tempo di fare el fuoco, et passando per esso salvo, si sarebbe soprannaturalmente provata in questa conlle altre.‍[871] Et però diciavamo alla magnifica Signoria et al popolo, che non era tempo ancora di fare el miracolo, ma volavamo però, provocati, al predicatore di Santa Croce rispondere; acciò si vedessi se noi predicavamo o tenevamo il falso: così è processa la cosa con ogni simplicità.

Quando era facta la Signoria, innanzi ch’ella si publicassi, mi ricordo che circa due volte, passando per el secondo nostro claustro, ove era qualche frate et qualche brigata, non però di molto affare; havere, fermandomi un po’, udito dire simil parole: noi crediamo che le orationi sieno state exaudite, et che e’ sarà una buona Signoria, et el tale andò con gran silentio et favore, et per quanto apparì, doverrà haver vincto; et non si apponevano et non era vero el lor pronostico, come al tempo suo si dimonstrava. Et a me non venne mai persona alcuna, per [d328] manifestare e’ vostri secreti, ma ne anche se’ fussin venuti, li harei uditi; perchè la conscientia mi havrebbe spronato a dire: state cheti non parlate quello che havete sotto sacramento etc. Et veramente a me non pare havere praticato in San Marco, se non persone di assai buona coscientia, benchè con molti pochi praticavo, et sempre ho avuto questo costume di non m’intromectere a conversare con chi non mi toccava. Onde qualche frate mi s’è lamentato qualche volta, dicendo voi non mi parlate mai, come era el Pre Fra Baptista (Dio li facci pace), et io rispondevo a lui et alli altri: che volete che io faccia; la mia natura è questa di non praticare con chi non ho faccenda. Onde familiarmente conversavano in Chiesa et per casa nostra, cioè per e’ claustri, delle quali,‍[872] in più anni, non so ancora e’ nomi. Qualche volta ho detto a frati in pulpito, et a qualchuno laico, che se io in Fra Hieronymo conoscessi uno minimo errore o inganno io lo harei scoperto et pubblicato; et certo lui ha testificato qualche volta, che io lo haria facto pur troppo, et in verità così harei facto, et hora farei, se nulla di lui sapessi di duplicità: mai mi accorsi di niente. Finis. In simplicitate cordis mei letus obtuli universa.

Uno deposito trovai a San Domenico a Fiesole di 60 in 70 ducati; non li ho mai numerati; e quali haveva quivi in mano di Fra Tommaso Busini, o vero Fra Francesco Federighi; portò Francesco et Raffaello Martelli, per comprare non so che casetta: quivi li lasciai innanzi la quaresima.‍[873]

Cinquanta ducati mi portò el medesimo dì Lorenzo Tornabuoni, i quali io rendei al detto Lorenzo in mano propria nel secondo claustro in San Marco, come credo sia scritto in sur uno mio memoriale, et forse in sur un libro del Convento, intitolato Debitori e Creditori. Parmi ricordare fussi allotta con Lorenzo, Simone Tornabuoni, o vero Donato, salvo il vero; benchè lo chiamai un poco da parte, se bene mi ricordo.

Francesco di Amideo debbe havere errato un zero; ma se bene fussino stati 300 scudi quelli i quali lui mi portò da parte di Lorenzo, basta che lui testifica che erano dati a me da Lorenzo per distribuire per l’amor di Dio in maritare fanciulle. A me però pare certo non fussino più che 200; et se pur 300 fussino, io non me gli ritenni, ma circa a 200 ne hebbe madonna Vaggia sorella di un nostro padre vecchio, Fra Giuliano Adimari, per maritare una sua fanciulla grande, al tutto senza provedimento; come può testificare Gentile figliuolo di detta madonna Vaggia, et un cognato di detto Gentile, el quale stava con lei in una medesima casa. Detta madonna Vaggia disse, che venendo mai in migliore fortuna, darebbe detta quantità per l’amor di Dio. Et altri 100, se pur così furono, in quel tempo gli dovetti distribuire in simile opera, o in mettere qualche fanciulla nel monastero. È buon tempo che questo fu, cioè non so quanti anni innanzi che Piero de’ Medici se ne andasse; et però non havendo buona memoria naturalmente, massime di queste cose, che non si appartengono alla mia professione, et però fatte che io le ho non vi penso più, et non me ne ricordo; per questo dico, non mi sarebbe possibile rendere più a punto ragione di questa cosa.

Piero Calderini debbe essere vivo; lui dunque dirà che e’ non dette a me danari per elemosina, mentre che Lorenzo Tornabuoni era sostenuto.

Altri danari non so; se non che già quando si fece la sala mi sono ricordato che Andrea Cambini, havendo in San Marco circha a 40 ducati, io gli adoperai per prestare al Comune; et lui poi gli riebbe et fecene, come ei disse, una dota in sul monte ad una sua figliuola.

Ecce coram Deo, in simplicitate cordis mei scripsi universa. Nè mai mi potetti advedere, nè mai pure lo immaginai, che Fra Girolamo ingannasse: et dissi più volte et predicai, che se in lui io havessi conosciuto un minimo inganno, io lo harei scoperto et pubblicato; et lui ha qualche volta testificato, che io lo harei fatto pur troppo: et in verità lo harei fatto, perchè non mi piacque mai punto la duplicità.

[d329]

LII. Il Processo di frà Silvestro, in diversi punti alterato dalla Signoria.‍[874]

Io Frate Silvestro d’Andrea Maruffi da Firenze, de l’ordine de’ Predicatori, confesso et dico esser vero quanto apresso si narrerà.

Prima, quanto a’ mia sogni, e quali io referivo a Frate Iheronimo, et de’ quali nella confessione sua si fa mentione; dico cusì, che io sin da fanciullo, maxime in quel tempo che io aplicai l’animo a qualche studio, cominciai a recitar la nocte quanto avevo lecto o udito el dì; benchè non con molta frequentia. Di puoi, nella età de XIIIJ anni varcati, mi feci frate di San Marcho, e per la religione e per lo studio mi cominciorno e’ sogni a destare in muodo, che qualche volta referivo tucte l’epistole di San Paulo. Una altra volta, a Vinegia, dixi e recitai in sogno una predica tucta in tedescho, nel monasterio nostro di San Domenico, che l’avevo udita da un frate tedescho del medesimo ordine; presente frate Bernardo di Bardo da Firenze, e molti altri frati, et presente el decto frate tedescho che aveva facta decta predica. E così frequentissimamente referivo lectioni, prediche, uficio, cose udite e lecte, comm’è testimonio tucto el convento nostro; et cusì di tempo in tempo venni seguitando, fino a hoggi; benchè al presente non li recito con quella vivacità che pel pasato, che mi cavorono libre octo de sangue.‍[875]

Frate Iheronimo cominciò a predicare l’anno 1490 in San Marcho, e a esporre la Epochalisse: e di puoi in Santa [d330] Maria del Fiore, dove e’ predicò la renovatione della Chiesa et l’altre cose sua: e predicando io, in questo tempo medesimo, in San Gimigniano, e esendomi referito tucte le decte cose che Frate Girolamo predicava, e maxime circha alle sua profetie, n’ebbi grandissimo dispiacere, e difendevolo colla lingua e non col cuore; comme vi ne farebbe fede Fra Malatesta,‍[876] comme in quello tempo che io tornai da San Gimignano io non credevo alle cose sua, ma credevo che fussi sotile inganno del dimonio. E dixilo a detto Fra Girolamo doppo la tornata mia, insino a dirgli che mi pareva pazzo e fuor di sè; con ciò sia che, sendo stato mio maestro, sempre m’era parato che fussi stato alieno da queste cose, in tanto che egli aveva facto e composto uno Tractato contro a’ predicatori delle novità. Mi rispose, che predicava con buono fondamento, e che io sapevo che non era pazzo o sognatore, e che non si meterebbe a dire tal cose senza gran fondamento; et agiunse che io ne facesse oratione, e che messer Domenedio mi spirerebbe a credere quello che fusse la verità. E così facendo, o per la mia natura che io avevo di sognare, o perchè fussi illusione diabolica, a me parve più volte essere ripreso da spiriti del non gli credere: e così referendolo a lui, mi rispose, che certamente Idio mi voleva bene. Maxime che in quel tempo lui mi rifiriva avere, quando faceva oratione, uno segno da Dio quando le cose erano vere, che si sentiva scolpito la crocio e ’l nome di Gesù nel pecto.

E così io le referiva spesso di questi mia segni; e lui mi diceva che facendo oratione sopra queste cose nostre, se gli mostravano verità e non sogni. E cusì, per la reverentia e fede grande ch’io gli avevo, comminciai a credergli quello che e’ diceva absulutamente: niente de meno spesso mi insorgevano dubitationi de no. E sempre mi diceva che io stessi sopra di lui, ch’era chiarissimo che erano da Dio: e cusì mi sono stato sino a uno mese fa, quando credendo e quando dubitando; ma hora astutamente credo essere inganno. Tra gli altri sogni che io avevo riferiti, e che sono suti predicati, mi ricorda che, ora dua anni, tornando da Prato, e facendosi oratione in convento, la nocte innanzi che se avessi a far la [d331] Signoria, mi parve vedere tucta l’aria piena di spiriti buoni e cattivi, con fuoco e coltegli in mano; e finalmente cacciati e’ mali spiriti, rimasono solamente e’ buoni. Il che io referì la matina a Fra Domenico, e lui poi lo predicò in Palazzo; e disse avergli veduti lui, secondo che m’è suto referito. L’ultimo sogno ch’io facessi, fu la nocte precedente al dì che s’aveva a fare el fuoco; ove mi parve vedere il fuoco in piaza, e che Fra Domenico ne uscissi con l’hostia in mano, vestito di rosso; e del fuoco si facessi dua parti, e uscitone puoi, si cantassi Te Deum laudamus; et cu’ l’olivo si facessi pace universale. Questo è quanto mi ocurre dirvi circa le profetie di fra Girolamo, e per quanto atiene a me.

Circa le intelligentie che si facevano in nel convento de San Marco di citadini tra loro o col mezo de’ frati, dico: che dalla suscriptione che si fece l’anno passato in fuora, per mandare a Roma, che io non so altra espressa intelligentia, soscritione o ordine: et quella per Roma io la seppi in questo modo. Essendo un dì nel chiostro con più frati de’ nostri, fu decto che a Roma era ito una suscriptione di ciptadini, i quali testificavano Fra Girolamo predicare falsa doctrina: e per questo fu da’ medesimi frati giudicato essere bene farne una in contrario; e cusì si ordinò una lectera al papa, in nome del convento, in sur uno ruotolo di carta pecora; e mandossi per ser Philippo Cioni e per ser Benedecto de Terrarossa, a’ quali si decte commesione che atendesino a tale suscriptione, e fussino rogati di tucti quelli che si suscrivesino. La quale dipuoi s’andò seguitando nel modo che ella s’è trovata. E de’ frati v’atese Fra Ruberto da Gagliano. E io richiesi e confortai molti a soscriversi: tra gli altri, Antonio Giraldi e Luca d’Antonio degli Albizi; e’ quali non si volsono suscrivare dicendo, che ella era a stanza di Francesco Valori; e me dissono che noi eramo semplici e ingannati; alegandomi deto Luca la suscriptione del 66, che pareva che fossi facta a buon fine, e dipuoi fu cativo. Ancora Francesco del Pugliese, Iacopo et Alamanno Salviati, Francesco da Sommaia et alcuni altri, di chi io non mi ricordo, mi disono che la non piaceva loro; ma dapuoi che era principiata, erano contenti di soscriversi; e cusì feciono. Intelligentia o ordine che si facessi [d332] in San Marco, non ne so altro;‍[877] e se pure v’era, era fra ciptadini medesimi, senza mia saputa o intervenimento.

Delie processioni, comunioni e altre cerimonie se ne faceva a San Domenico e a San Marco, dove interveniva homini d’ogni sorta; ma non vi si fece mai pratica di stato di nisuna ragione, ch’io sappi. Una delle prime processione fu circa lo Advento pasato, dove si trovò Andrea Cambini, el Grasso sensale di panni, Girolamo de’ Rossi da Pistoia, Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi e ’l Frate Barbieri, Guasparri orafo: non mi ricordo nè credo fusino più, fra Girolamo, innanze che ella si facessi, nello ospitio fece parecchi parole di questa sustantia: cioè, che Dio era consueto a fare gran cose per lo mezzo delle orationi; et avendo lui predicato la fede, la renovatione della Chiesa, et altre sua cose, e provatele con ragione, e non essendo credute, bisognava che Dio mettessi le mani a’ miracoli: e che Dio gli farebbe in omgni muodo, ma che bisognava molte oratione fuor dello ordinario; e ch’e religiosi, che v’erano, pregassino per la Chiesa, e quelli secolari per la città, e fusino testimoni de quello aveva decto. E cusi seguitò la processione, senza dire altro. Una altra se ne fece in San Marco, dove fu circa a 40 persone d’ogni sorte de huomini da bene. Di quelli mi ricordo, son questi: Piero Cinozzi, Francesco di Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Filippo da Gagliano, Antonio Berlinghieri, ser Nicholò Michelozi, Rinieri Tosinghi. In queste processioni, si fermavano e’ frati in quattro parti del convento: nel primo luogo si faceva oratione per la conversione degli infideli; nel secondo, per la renovatione della Chiesa; nel terzo, per la congregatione nostra di San Marco; nel quarto, per tucta la ciptà. Si sono facte di puoi quattro volte queste processioni publicamente, doppo la messa, per li chiostri e per chiesa e orto; e qui è stato sempre parechi centinai di persone, cusì di huomini comme di donne.

Circa l’ordine di fare favore più a uno che a uno altro nel fare de’ magistrati: dico, non sapere che vi fussi alcuno certo o determinato ordine, ma bene qualche volta ne’ chiostri e nella libreria è sentito dire a molti cioè a uno Benedecto [d333] Buonvanni, Alexandro Nasi, Andrea Cambini, a Ruberto Ridolfi e altri simili, che praticavano la casa: e’ sarebbe buono fare Francesco Valori gonfalonieri. E cusì ragionavano di qualche uno altro per fare Signori; quali al presente non mi ricordo. Ricordami che quando Francesco Valori era gonfalunieri de iustitia, io intesi dire in San Marco, ne’ chiostri, da Giannozzo Pucci, che Francesco Valori haveva decto, che non si facessi gonfalunieri Bernardo del Nero. E nel medesimo tempo intesi dire, che Francesco predecto voleva si dessi favore a far gonfalunieri Antonio Canigiani, e uno altro che non mi ricordo chi: nè ancora mi ricordo de certo chi mi dicessi questo; benchè stimo più presto Andrea Cambini che altri. Anchora d’octobre passato, Francesco del Pugliese, per uno, mi disse che Francesco Valori desiderava e faceva diligentia che Piero Corsini fussi gonfalonieri de giustizia de’ novembre e dicembre passato; e non essendo puoi riuscito, Francesco Valori mi disse un dì, averlo hauto molto per male. Quando si fece la presente Signoria, mi ricorda che io udie dire da più persone de quelle usavano in San Marco, e nominatamente a Benedecto Buonvanni, a Andrea Cambini, Piero Cinozi, Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Giovanni di Lionardo Carnesechi, Lionello Boni, che desideravano che Giovanni de Iacopo de Dino di messer Guccio fussi facto gonfalunieri de iustitia, e non Piero di Niccolò Popoleschi. Similmente mi narrò che quando fu gonfaloniere di giustizia Piero di Daniello degli Alberti; che quelli che riferirno in San Marco non lo volevano. D’altri favori o disfavori che fussino facti a altri, non mi ricordo.

Circa il sapere il segreto delle Signorie prima fussino pubblicate; dico che Andrea Cambini, quando fu facto gonfalonieri de giustizia Bernardo del Nero, mi rifirì quella Signoria, dicendo averla intesa da Francesco Valori, che era allora gonfalunieri. Una altra volta mi rifirì quella Signoria che fu de genaio e febraio passato, quando fu gonfalunieri Giuliano Salviati: ma de questa s’apose de la metà; e tra gli altri mi si ricorda che nominò Alexandro degli Alexandri e Carlo della Tosa, che puoi non furono. Più altre volte quelli che usavano in San Marco ci referivano delle Signorie [d334] che e’ credevano che fussino; e quando s’aponevano de tre o quatro, e rarissime volte de più che la metà; come quelli che giudicavano dal vedere quelli che stavano al segreto allegri o manenconosi, o per aver cusì desiderato. Alexandro Nasi, quando era de collegio, essendo stato al segreto di una Signoria, mi disse puoi: noi haremo buon capo e buon membri, ma io non voglio rompere el giuramento. E tra gli altri particolari mi ricorda, che mi disse: El capo non sarà amico del Valori, ma gli è homo da bene et buono. E fu puoi quando sedè Paulo Antonio Soderini. Francesco Carnesechi mi disse, quando fu facta questa Signoria: Io credo che noi aremo Lanfredino de’ Signori. E io gli dissi: Sapetelo voi? Risposemi de no. E Francesco Valori, mi ricorda che a una Signoria, prima che fussi pubblicata (ma non mi ricorda quale; ma son certo che fu da setembre in qua), mi disse: io ho paura d’una cactiva Signoria, e temo de non essere confinato; che vorrei più tosto che mi fussi tagliato il capo. Questi rubaldi debbono sapere questa Signoria da questi ministri. E stimo mi nominassi allora messer Nicholò Altoviti e messer Francesco Gaddi, de’ quali decto Francesco me n’aveva decto male, dicendomi che eran dua ladroncelli; e vedevo manifestamente che voleva male a tucti dua. Da messer Bartholomeo Ciai io non intesi mai segreto de nessuna Signoria; ma bene lo viddi parlare una volta a fra Girolamo, e molte volte con frate Malatesta. Altri segreti di Signoria non ho mai saputi, che de sopra m’abbi decto.

Circa il prevedere in San Marco d’armi, mi ricordo che XV dì inanze al caso, ci fu decto da uno de’ nostri portinari che una nocte ci sarebbe scalato el campanile dalla compagnia de’ Compagniacci, per fare vilania a Frate Girolamo. Stimo fussi Fra Barnaba de Cante o Fra Bartholomeo Cavalcanti: onde nacque ch’e frati, per paura che cusì non fussi, ordinarono, e io intra gli altri,‍[878] che la notte stessino 6 in 8 secolari, de quelli che vi usavano, alla guardia del campanile, del chiostro e della porta, armati: e questa commessione fu data a Fra Francesco de’ Medici; e per uno gli le dissi io. [d335] El decto Fra Francesco mi dixe essersi fornito d’arme, con Francesco di Lorenzo Davanzati, Giovanni Carnesechi e Giovanni Capelli: e’ particolari arete meglio da fra Francesco. E più viddi una sera, inanzi al caso, armati nella scuola del primo chiostro de San Marco; Cesare Stradi, Nicholo calzaiuolo, Alesso Balduvinecti, Buoninsegna Buoninsegni, Piero di Pagolo degli Albizi, e degli altri v’era, che io non mi ricordo. Alexandro di Gino Ginori mi oferse alcuni scoppiecti, che aveva in casa; e io lo rimessi a fra Francesco de’ Medici. Circa a quelli che io viddi armati il dì della domenica dello ulivo, e de’ quali io mi ricordo, sono questi: Francesco de Lorenzo Davanzati, che era armato con coraza e celata, e tucta nocte stecte in casa in San Marco, andando in qua e in là a solecitare quelli che erano nel convento, che dovessino solecitamente guardare che nesuno intrassi drento nel detto convento; Paulo calzaiuolo viddi trare saxi e scoppiecti; e Agnolo d’Andrea della Robbia, che è soldato armato di tucte armi, et con una roncha; et fece gran defesa, secondo mi fu referito. Jacopo da Firenzuola traheva con lo scoppiecto; Zanobi rigatieri, fratello dello spedalingo di Bonifazio, fu de’ primi a uscir fuora con circa 15 o venti compagni armati; e con lui conobbi uno Girolamo Gini merciaio, et Bartholomeo Mei merciaio: e questo fu in su ’l primo rumore. Del numero di questi che uscirono fuora al rumore, secondo mi fu riferito, ne fu morto uno. Giovanni di Francesco di Dino di messer Guccio viddi io solecitare e confortare quelli che erano alle guardie de quelli luoghi de San Marco, dicendo: Guardate bene questa porta e quest’altra, che persona non entri. De più nomi particulari non mi ricordo, perchè poco mi rapresentai dove fusino. E frati, che erano armati, con questi viddi Fra Francesco de’ Medici, uno Fra Giuliano d’Octaviano di Cesare Petrucci, uno frate Philippo de’ Lapacini, uno frate Pagolo d’Antonio di ser Bartholomeo de ser Giovanni, Frate Antonio e Fra Pelegrino, conversi: questi mi rifirivano apunto gli altri ciptadini che v’erano armati, perchè erano con esso loro.‍[879]

[d336]

Circa a chi ritenessi Fra Girolamo il dì del caso, che non uscissi fuora; dico che io lo viddi con uno crocifixo in mano, appresso al capitolo del primo chiostro, dicendo: Lasciatemi andare, perchè propter me orta est hæc tempestas. Aveva dreto e frati, che cominciorno a piangere; e così de molti secolari innanzi, infra’ quali era Giovambatista Ridolfi e Giuliano da Gagliano; e cominciorono ancora loro a gridare: No, no, padre; comme faremo noi puoi? E cusì tucti gli altri che erano presenti, e quali mi parevano tucti poveri homini.

Circa a quelli citadini che sono venuti a San Marco mentre erano de’ Signori, dico che mi ricordo certo di questi: Francesco Guasconi, Dionigi Nasi, Berto da Filicaia, Lionello Buoni, Philippo Arigucci, Francesco Rinuncini, Matteo di Noferi del Caccia quando era gonfalonieri, Francesco del Pugliese, e Luca d’Antonio degli Albizi; e quali tutti parlavano con Fra Girolamo: e ragionamenti di tucti io non sapevo. Piero Cinozi vene anchora quando era de’ Signori, la sera de berlingaccio; che prima v’aveva mandato una buona quantità di migliacci facti in Palagio.

De altre pratiche di ciptadini, o ragionamenti particolari hauti in San Marco de cose de stato, o atenenti al publico, cusì da’ frati comme da’ secolari, dico che Fra Nicholò da Milano mi disse, già più volte, che gli era necessario alla cità de Firenze fare uno dogie per quatro o sei anni, o a vita; perchè a questo modo d’oggi ogni dì si muta stato. Et entrato ne’ particulari, diceva che bisognava fussi qualche homo buono, senza pasione, iustissimo, e amorevole della cità; dicendo che se Francesco Valori non fussi stato bizzarro, comme era, e non avendo figliuoli, sarebbe stato buono. Ancora nominava Lorenzo e Piero Lenzi, e simili, senza molto parentado. Pier Antonio Carnesechi, Alamanno e Iacopo Salviati, Alexandro Nasi, circa 4 mesi fa, mi dissono che era bene tòrre el favore a Francesco Valori, perchè gli aveva troppa autorità; et dissonmi che in questa opinione era ancora Lanfredino Lanfredini. Il fine disono essere perchè non comandassi loro, e non si facessi sì grande: stimo anchora in questa [d337] cosa fussi Piero di Paulo degli Albizi. Filippo Arrigucci, quando era de’ Signori, venendo io el sabato santo qui in Palazo a riconciliare dua o tre de’ Signori, mi disse: Questo ribaldo dei gonfalunieri volle fare ieri tagliare a pezzi parecchi ciptadini, e credo nominassi Francesco Valori; e dissemi gli haveva voluti fare amazare in Santa Maria del Fiore, la matina quando si predicava. E questa state passata Michele Niccolini, che fu de’ Signori in compagnia con deto Philippo, mi disse, Filippo avergli più volte decto: S’io avesse compagnia, io gicterei el gonfalunieri (che era Bernardo del Nero) a terra da le finestre. E disegli perchè Dio voleva cusì. Et dimandandone io Fra Girolamo, se de questa cosa sapeva cosa alcuna, e dicendomi di no;‍[880] io presumpsi che questa cosa nasciessi da mona Camilla Rucellai, perchè Filippo gli prestava fede. Hora due anni, quando Fra Girolamo era a Prato, secondo mi ricorda, Piero de Lucantonio degli Albizi, Neretto Neretti, che allora erano degli Octo, venono a Prato per Fra Girolamo, e cusì venimmo la nocte in Firenze. E fu la decta venuta perchè predicassi in sul fare de quella Signoria: de che si fece allora horatione.‍[881]

Quelli che venivano frequenti in San Marco e parlavano qualche volta a fra Girolamo, et chi più e chi meno, et che gli reputavo amici di Fra Girolamo, sono questi quelli de cui hora mi ricordo:

Francesco di Filippo Valori, Andrea di Antonio Cambini, Giovanbatista di Luigi Ridolfi, Giovanni di Niccolò Cambi, messer Domenico di Baldassarri Bonsi, Nicholò di Bartolommeo Valori, Antonio di Giovanni de’ Giugni, messer Luca di Bartolommeo Corsini, Rinieri di Gio. Francesco Tosinghi, Domenico di Niccolò Magaldi, Alamanno d’Averardo Salviati, Iacopo di Giovanni Salviati, Francesco di Filippo del Pugliese, [d338] Berto di Tedice da Filicaia, Giovanni e Nicolò di Bertoldo degli Albizi, Giovanbatista Bartoli, Giovanni Lenzi, Bartholomeo di Pandolfo Pandolfini, Simone d’Antonio Canigiani, Francesco Rinuncini, Francesco de Lionardo Manelli, Francesco di Liunardo Boni, Marcello Ventacci, Alexandro di Iacopo Alessandri, Bernardo de Inghilese Ridolfi, Bastiano Locti, Lorenzo de Locto Salviati, Raffaello de Alfonso Picti, Adovardo Rucellai, Lorenzo d’Antonio Rucellai, Giovanni di Francesco de Dino Gucci, Piero Mascalzoni, Bernardo del Barbigia, messer Antonio Malegonnelle, messer Enea della Stufa, messer Baldo Inghirlani, messer Bartholomeo Redditi, messer Francesco da Iesi, Antonio Berlinghieri, Francesco Zati, Piero suo figliuolo, Giovanni Nelli, Girolamo di Francesco Inghirlani, Pier Pagolo Nerli, Pietro del Benino, Bertoldo Corsini, Antonio di Bartolommeo Corsini, Andrea Strozzi, Antonio Tornabuoni, Domenico di Bernardo Mazinghi, Francesco di Lorenzo Davanzati, Giovanni di Filippo Cappelli, Alexandro Cappelli, Cesare Stradi, Alesso Balduvinecti, Boninsegna Boninsegni, Piero de Pagolo degli Albizi, Iacopo Manucci, Lionello Boni, Mazzeo, Lapo Mazzei, Piero de Nicholò Cambi, Marchionne e Pagolo Dazzi, Alexandro Rondinelli, Amerigo Corsini, Lionardo Cambini, Giovanni Nesi, Antonio Lanfredini, Michele Strozzi, Lionardo Strozi, Maso de Bartholomeo degli Albizi, Piero Cinozzi.

Li infrascripti sono quelli che qualche volta venivano a me e a degli altri frati de San Marco, usando dire le infrascripte parole, non tucti insieme, ma uno o dua per volta, in varii tempi. Le decte parole sono queste, o cosa di simile efecto: Se gli Arabiati hanno una Signoria a loro modo, e’ ci caccieranno da Firenze:

Francesco Valori, Andrea Cambini, Giovanni Cambi, Nerecto Nerecti, Piero Mascalzoni, Bernaldo Ridolfi, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò di Tedice Albizi, Francesco de Lionardo Manelli, Raphaello Picti, messer Baldo Inghirlani, Francesco Zati, Domenico Mazinghi.

Li infrascripti anchora gli reputavo nostri amici, e venivano qualche volta a San Marco, e parlavano a Fra Girolamo; ma di rado e non sì spesso come e sopranominati:

[d339]

Messer Francesco Gualterocti, che questo carnovale venne a San Marco, con Andrea Cambini e Nicholò Valori, e con Fra Girolamo siedono un buon pezzo; Simone del Nero, Luigi de la Stufa, che parlò con Fra Girolamo tre dì innanzi al caso del fuoco; Bernardo Nasi, che da tre mesi in qua è venuto a San Marco, e parlato a Frate Girolamo 3 in 4 volte; e una volta so gli parlò de uno suo figliuolo che si voleva far frate; Pier Francesco Tosinghi, Tomaso Tosinghi, Giuliano Salviati, Paulo Antonio Soderini, Luca d’Antonio Albizi, Piero Guicciardini, Lorenzo di Lotto Salviati, messer Bartolomeo Ciai, Antonio de Simone Canigiani, che veniva alle prediche, Nicholò Ugulini, Agnolo di Lorenzo Carducci, Guido Cambi, Girolamo Ginori, Niccolò Cambini, Alfonso Picti, Alexandro Acciaiuoli; ser Bastiano da Firenzuola, veniva spesso a parlare a Fra Girolamo con lectare di ser Alexandro Bracci.

Tucti li infrascripti parlavano meco, quando a solo quando a dua, o a tre per volta, in diversi dì mi disono quanto apresso: cioè, che non darebono mai fave nere, alcuni dicevano a quelli che non credevano a Fra Girolamo; alcuni, a chi volessi fargli male o cacciarlo via; alcuni, agli Arabiati: perchè tucti non dicevano a un modo, e con le medesime parole; ma lo efecto era el medesimo, de non dare loro fave nere ai signori Octo e Collegi, e che agli altri ufici andavano più larghi. E nomi lor son questi: Francesco Valori, Andrea Cambini, Rinieri Tosinghi, Domenico Magaldi, Antonio Giraldi, Iacopo e Alamanno Salviati, Francesco del Pugliese, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò Albizi, Francesco Boni, Marcello Vernacci, Raphaello d’Alfonso Picti, Adovardo Rucellari, Alexo Balduvinecti, Piero de Paulo Albizi, Giovanni de Iacopo de Dino, Benedecto Buonvanni.‍[882]

De’ religiosi amici di Fra Girolamo, di quelli mi ricordo:

Messer Iacopo Manelli, messer Castellano, messer Piero Maria da Peruscia, vicario dello arcivescovo de Firenze, messer Marco Strozzi, messer Domenico Benivieni, messer Giuliano [d340] canonico di San Lorenzo, messer Amerigo de’ Medici, messer Ruberto di Niccolò Gherardini, messer Francesco di Ceseri Petrucci, messer Girolamo spedalingo degli Innocenti, messer Taddeo capellano de Sancta Maria del Fiore; e altri preti, e’ nomi de’ quali non mi ricordo.

Quelli che avevano le chiavi del convento: Girolamo Benivieni, maestro Domenico Benivieni, Piero Cinozzi, Girolamo de’ Rossi da Pistoia. Maestro Antonio Benivieni l’ha tenuta sempre, secondo la consuetudine, perchè è medico. Altri non aveva le chiavi.

Io Frate Salvestro d’Andrea Maruffi da Firenze, frate dello ordine de’ Predicatori, confesso sponte essere la verità quanto di sopra nelle presenti carte è scripto, cioè 8 carte de una mano, e dua carte scripte di mia mano propria; e a fede del vero mi so’ soscripto de mia propria mano.

················

A dì 27 aprile 1498; nel Segreto.

Frate Salvestro, tirato in su la fune, e puoi posto giù, disse quanto apresso:

Quando si faceva la suscriptione per mandare a Roma, in San Marco Francesco Valori mi disse: Ella sarà buona anchora ad altre cose. El decto Francesco mi disse ancora un’altra volta: Io m’ò rechato molte nimicitie per la morte de quelli cinque ciptadini; perchè trovandomi nella pratica ove si tractò la morte loro, facendosi insulto alla Signoria; io, che sino allora non avevo creduto che dovesino morire, visto che io ne restavo in pericolo, e che m’era dato caricho per quello acto del bosolo,‍[883] che io feci alli signori, volli che più presto morisino loro che la facesino puoi fare a me. Quando a’ dì proximi si fece quella pratica, per rispondere al papa, per le cose di Fra Girolamo, nella quale molti parlorono in suo favore; Andrea Cambini venne a me e dissime: E’ se n’è facto magiore aquisto, che avere aquistata una cità.

Sopra l’opinione mia de facti di Fra Girolamo, dico essere ocurso, che almanco 20 o 25 volte, quando lui aveva a [d341] predicare, pocho inanzi alla predica, veniva a me in cella, e dicevame: Io non ho che predicare; pregate Idio per me, che dubito che Dio non m’abbi abandonato per qualche mio pecato. E diceva di volersi confessare; e cossì si confessava; et niente de meno faceva di puoi de belle prediche. E l’ultima volta che fece questo acto fu il sabato, quando puoi lasciò le prediche la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico che Fra Girolamo ci à ingannati.‍[884]

LIII. Esamine o processi degli altri accusati.‍[885]

1. Esamina di Francesco del Pugliese.

INTERROGATORI DI FRANCESCO DEL PUGLIESE.

1. Sopra la lettera scripta in Inghilterra pel caso del Concilio. — 2. Sopra l’essere stato il dì del caso in San Marco. — 3. Sopra le parole usò andando a Bibbona, tra via; et in spetie con Pandolfo Corbinelli, che fra pochi dì si faria ec. — 4. Sopra le pratiche e usare in San Marco; et la [d342] sobscriptione‍[886] di andare a Roma. — 5. Sopra le sei fave,‍[887] campane, et dua sale, che dixe haveano al loro modo quando fu de’ signori. — 6. Sopra la sobscriptione de’ cictadini a 500 f. per uno, ad che fine, et lo intero di questa cosa ec. — 7. Per che mezi e’ confidava esser gonfaloniere di iustitia così presto.

2. Esamina di Niccolaio calzaiuolo.

A dì 10 di aprile 1498. Al Bargello.

Nicholaio di...., calzaiuolo da Firenze, domandato a parole, narrò quanto ad presso. Il dì dinanzi havea havuto.... tracti di fune.

A San Marco cominciai a pratichare otto anni fa; et uno giorno, hora fa tre quaresime, essendo io a bottega mia, vennono a me Lionardo da Empoli banchiere al canto alla Paglia, Marcello Vernacci, Francesco Boni et Lorenzo di Antonio di Sandro Rucellai, et dixonmi: Vuo’ tu morire per la fede di Christo? A’ quali rispuosi di sì, ma che non ne ero degno. Et loro sobgiunsono: Noi voliamo che tu accompagni Fra Girolamo quando va a predichare. Et così io cominciai ad accompagnarlo armato; et ho sequitato fino al presente tempo.

Circa alla provisione dell’arme facta a San Marco, dico: Che poi entrò questa quaresima, Fra Francesco de’ Medici mi dixe: Il vicario, cioè Fra Girolamo, m’ha decto che c’è uno poco di sospecto, e bisogna fare qualche guardia. Io dirò a Francesco di Lorenzo Davanzati che ci provveggha di arme: fara’ gli motto. Dipoi l’altro dì io parlai a Francesco in San Marco, et dixigli: Fra Francesco m’ha decto vi facci motto: havv’egli decto nulla? Et lui mi rispuose: Sì, io farò il bisognio.

Dipoi a qualche dì Fra Francesco mi dixe: Francesco non fa nulla; se tu lo vedi, ricordagiene. Et io lo ricordai a Francesco; et lui mi rispuose: Io rivedrò Frate Francesco, et parlerogli; [d343] e’ non c’è sospecto. Dipoi di nuovo Fra Francesco mi dixe: Io ho parlato a Francesco; fagli motto stasera alle due hore, et mena teco dua garzoni di casa, et uno merciaio chiamato Girolamo Gini. E così io andai a casa di Francesco, il quale mi diè dodici partigiane, dieci meze teste, cinque rotelle, tre targoni con l’arme sua, et sette targoni bianchi, che accattò da Matteo Strozi. Et subito gli portai a San Marco, et consegnai tucto a decto Frate Francesco: et fu circa quindici giorni inanzi alla pasqua.

Poi mi dixe Fra Francesco: Sappi da Lionello Boni, se egli ha nulla. Et io gli feci poi motto; Lionello mi rispuose: Havere dieci balestre; che gliene darebbe cinque. Et così me le diè, con dua bombardelle et uno archobuso et trenta passatoi; et dixemi: Mandale segrete. Et io le mandai per Piero del Mancino, legnaiuolo, mio nipote.

Anchora mi abbatte’ in San Marco, di questa quaresima; che in dua sere vi vennono tredici coraze, che le mandò Giovanni di Filippo Cappelli, che le arrecò uno texitore di via di San Gallo, per ordine di Giovanni di Lionardo Carnesecchi.

Anchora, pochi giorni innanzi al caso, decto Giovanni Cappelli mandò a’ San Marco otto archibusi, che gli arrechò uno contadino, et consegnògli a Frate Francesco de’ Medici; che così mi dixe il detto Frate Francesco.

Anchora; epso Giovanni Cappelli vi mandò uno bariglione di polvere, et delle pallottole di piombo.

Di chi prese arme et maneggiossi il dì del caso, dico: Che di quelli, io vidi Iacopo da Firenzuola, Stefano miniatore, Candela legnaiuolo, et uno tedescho, quale io non conosco, trahevano decti archibusi. Deiphebo dalla Stufa si armò; chè vi haveva coraza et partigiana. Io anchora vi havevo la coraza.

Ancora in San Marco erano quattro coraze, di quelli accompagnavono Fra Girolamo, et uno giaco di Bartolommeo Mei merciaio, che accompagnava Fra Girolamo.

Di quelli che la domenica si armarono et presono l’arme in San Marco, che io me ne ricordo: Iacopo Orlandini; Lionello Boni, che mandò per la coraza a casa sua; Francesco [d344] di Lorenzo Davanzati, che haveva quivi la coraza; Bonaccorso Mei merciaio; Bonaccorso da Filicaia, decto Azerello; il Rosso Panciatichi, che fu morto; Giovann’Antonio calzolaio; uno sarcto che rimase morto; Antonio da Marcialla; Alexo Baldovinetti, che prese una balestra che vi haveva; Marco del Taxo, legnaiuolo; uno Pratese, che non lo conobbi; dua Côrsi, che non conobbi; Ugolino cimatore. Giovanni Caccini mandò per la sua coraza a casa; poi la vidi in dosso a un altro. Zanobi rigattiere; Luca dalla Robbia si armò in San Marco. Pagolo dalla Robbia andò a casa a armarsi, et tornò. Pagolo ceraiuolo, trasse con l’arcobuso. Francesco di Lorenzo Davanzati, et con lui messer Baldo Inghirani, comandavono et ordinavono le factioni. Uno figliuolo di Giovanni Centellini vi venne armato di fuora. De’ frati, circa sedici presono l’arme.‍[888]

3. Esamina di Fra Francesco de’ Medici.

A dì 12, in sala del Consiglio, sine tortura.

Fra Francesco de’ Medici disse: Che l’arme venero per suo conto, perchè Fra Silvestro gli disse, che era buono si provedessi a fare stare qualche f.‍[889] la sera: e che lui dicendo a Francesco Davanzati, che lo servisse d’armi tanto che si provedessi: di che Francesco vi mandò partigiane dodici, dieci meze teste, cinque rotelle, tre imbracciature, sette targoni bianchi. Dice Nicolaio averli havuti da Matheo Strozi, e quali arecò el loro garzone: et questo è circa XV dì. Il sospetto processe per le baie havevano ciascuno giorno et notte.‍[890]

Et che Francesco Davanzati richiese Giovanni Cappelli d’arme; che vi mandò XIII coraze, e non so che celate, tre corazine, otto archibusi, uno bariglione di polvere: le quali tutte cose mandò Francesco a casa detto Giovanni per esse.

Nicolò calzaiuolo, disse, v’arechò cinque b.‍[891] d’acciaio, da casa Lionello Boni.

[d345]

Item disse, che vi arecò Nicolaio calzaiuolo un archobuso, tre bombardelle di Lione Boni.

Quelli havevano arme. Nicolaio calzaiuolo, coraza bianca e partigiana. — Bartolomeo Mei, coraza, partigiana. — Iacopo, vocato el Bientina, traheva coll’archobuso. — Girolamo Gini, coraza e partigiana. — Lucha della Robbia, coraza e partigiana. — Pagolo della Robbia, el simile. Lazarello......‍[892] — Francesco Davanzati vi stette insino a ore quatro, colla coraza et celata, la domenica sera. — El Grasso del Monacha, Iacopo da Firenzuola, et altri. — Lionello Boni, colla coraza. — Deyphebo della Stupita; et altri, insino alle 24 ore. — Francesco del Pugliese, Giovan Baptista Ridolfi, messer Baldo, senza arme, e a ore 24.

Della qual cosa sabato sera hebbe notitia di qualche preparamento d’uomini e d’arme, ma in generale, F. G.‍[893]

4. Esamina di Paolo ceraiuolo.

Die xii aprilis 1498.

Andai al vespro; e detto, ne volli uscire: e’ mi si fecie inchontro asai persone. Fecomi ritornare in drieto, co’ sasi; e ch’i’ ero pizocherone, e volomi amazare. Dipoi venne la furia, e quali non vidi mai; ma udì’ le ghrida ghrande, e che volevano amazare tutti quegli ch’erano in Sa’ Marcho.

Vidi armato Francesco Davanzati, Diofebo de la Stufa, Lionello Boni, Piero Cinozi, et armato quelo che fa e chapegli in Piaza, quelo de la Robia, Francesco del Pugliese; Francesco Valori; non vidi arme; Govan Batista Ridolfi, no vidi arme; Bernardo Nasi, nè mi ricorda se s’era armato; Chanbio Bonvani, Benedetto Bonvani, un figliuolo di Salvi di Bartolo, messer Francesco da Chole, Bernardo Martini, un figliuolo di Lionardo Bencini, uno de’ Boni picholo, no so el nome, Iacopo Manuci e ’l figliuolo, Girolamo de’ Rosi, Lapo Mazei, uno o vero dua de’ Ginori; Piero Cinozi vi dirà forse [d346] el nome, ch’io no lo so. Ser Zacheria di Domenicho di Stefano, Alesandro Puci, Marcho Puci, Simone Dolciati, Priore Strinati, quelo de’ Lorenzi che stava a l’Opera, et molti citadini, ch’io non so dire el nome, e di molti no me ne richorda. Uno de’ Panciatichi, no so el nome.

E detta sera in choro mi ginochiai a piè di Fra Govanbatista de la Serpe, che mi cofesasse, mentre che chonbatevano insieme; e mai no mi parti’ di choro: e poi quando vene quelo degli Alesandri, sempre fui a la presenza, e sempre chol mantelo e chol chapucio. Dimandate chi v’era, e questi e degli altri che no mi ricorda. Messer Baldo, Piero Lenzi, Bertoldo Chorsini.

Avisovi, che sendo là la matina che s’aveva a fare el fuoco,‍[894] vidi mandare per asai torchi, e io entrai nel sechondo chiostro. Disomi che avevano ordinato ch’i’ portasi e torchi. Senza dire nula, mandai a chasa mia per uno, per andare apreso; perchè istamai‍[895] che altrimenti non are’ veduto. Disomi coloro,‍[896] dond’io avevo auto el torchio. Disi ch’era mio e per fare onore al chorpo del Nostro Singniore; e vidivi parechi di magore ghrado di me. Uno de’ Lapacini.

Pagolo ceraiuolo ha scripto di nuovo.‍[897]

5. Esamina di Piero Cinozzi.

A dì XII aprilis. In sala del Consiglio, 1498.

Piero Cinozzi, sopra le intelligentie, e ciò che si contiene nel primo interrogatorio, disse non sapere nulla.

Sopra secondo,‍[898] rispose: Che maestro Girolamo suo cugino:‍[899] Piero, havendosi a fare e signori: chi sarebbe buono? Lui gli rispose: Iddio v’ispira.

[d347]

Item, che andò a San Marcho circa ore una di notte, et stettevi insino alle sei; e che fecero una processione, che v’era circa sei persone; fra’ quali era Francesco Davanzati, ser Nicolò Michelozi, Antonio Berlinghieri, e Filippo da Ghagliano; e fu el dì doppo la Ephifania.

Circha le pratiche di Fra G. dice: Era circa devotione et cose della anima; et che mai hebbe commissione alchuna da lui, nè da altri cittadini a F. G., excepto la soscriptione gli diè F. G., la portò a F. G.

Disse, non havere portate lectere o inbasciate, e da chui, e maxime da persone da fuori usciti, o huomini o donne.

Disse, non era a Sancto Marco el dì del caso, se non al vespro.

Disse, non sapere lectere o altre scripture fussino in Sancto Marcho, quello ne fussi.

Et prima, sopra alla intelligienza, dicho: Che mai ebbi intellingienza in San Marcho chon persona. Vero è, che sendo richiesto da’ frati ched io faciessi fede di quello aveva predichato Fra Girolamo a una lettera inschrivevano al papa, mi soschrissi in su folgli pechori e in sun uno ruotolo, che è una medesima chosa, ch’elgli aveva predichato buona dottrina.

Sopra dare e magistrati, dicho: che mai chiesi, nè per me nè per altri, a persona, fave nè boce‍[900] nè chosa alchuna.

Sopra la praticha avevo in San Marcho. Come si sa, io v’ò uno figliuolo, che non mi avevo altro che quello, e quello era tutto el mio bene; e più due fratelgli chugini, e uno nipote:‍[901] e senpre ched io potevo, ero quivi, e avevone la [d348] chiave: e quando achadeva avere a fare nulla pel chonvento, lo facievo; e avevo chonoscienza chon tutti e frati: e detto ched io avevo el mio uficio, la mia gioia, parte del tempo mi stavo nell’orto, chon uno chomverso che si chiama Frate Pellegrino, a ragionare cho lui; e anchora favellavo chon Frate Girolamo ispeso delle chose di messer Domenedio; e mai parlai cho lui di dare uficio, o di intelligienza, anzi, la mattina che si fecie la singnoria,‍[902] v’andavo, e’ non vole ched io emtrassi demtro, mandandomi ad dire che no vuole che si potessi dire che cholà si faciessi intelligienza. Sommi trovato a molte procisione e divozioni, e massime a una che si fecie a dì 7 di gennaio 1497, che durò dall’un’ora insino presso alle 7 hore. E in questo si è, e in ongni altra chosa ched io mi sono trovato in San Marcho, non’ò veduto, nè ne so, se none tutto bene; e mai si troverrà chom verità, di me, altro.

Sopra el dì del chaso, dicho: Che ’l di del chaso andai a udire el vespro in San Marcho; e detto el vespro, me ne venni a chasa, e stetti in sull’uscio tutto el dì. Veddemi Piero d’Antonio di Taddeo, Allessandro Ginori, e Simone Ginori, e Antonio di Lodovicho Masi, e tutti e vicini.

Sopra a fare la singnoria, dicho: Che mai si troverrà ched io ebbi tenuto praticha di fare e signiori, e chiesto fave e boce, o chosa alchuna. In luogho nessuno. Vero è, che maestro Girolamo mio chugino mi domandò una volta, overo due, diciendo: Piero, e’ s’à fare la signioria, ed è pocha chonoscienza: chi sarebbe buono? Dissi: Fa chi Dio ti spira.

Sopra la lettera, o imbasciata, o altro; dicho: Che mal ebbi inbasciate dalle chomesse,‍[903] nè da persona, nè lettere; e quando l’avessi aute, l’arei portate a’ signori, e fatto quello che richiede mio debito: e mai si troverrà che da lei,‍[904] o da altri io abbi tenuto praticha nessuna; e se altrimenti trovate, nonne abbiate chompassione nessuna di me, chome sempre v’ò detto.

[d349]

················

A dì 16 di aprile 1498. Nel secreto. Hore 24.

Piero Cinozzi, di nuovo interrogato sopra tutti li interrogati sopra scritti, di nuovo affermò quanto ha decto di sopra; et al tutto in tutto esser innocente.

················

Item, die 27 di aprile, 1498. Al Bargello. Con la stanghetta.‍[905]

Piero decto, domandato circa più cose, confessò havere dicto a Fra Salvestro, che non renderebbe fave se non a quelli che credevano al Frate. Et questo dixe in presentia di Fra Salvestro, che gli diceva gle ne haveva decto più volte; et dixe: Io non me ne ricordo mi sia decto.

6. Esamina di Fra Luca della Robbia.

A dì XII. In sala del Consiglio, SINE TORTURA.

Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia fo fede qui di quello che io feci, e di quello che io vidi fare agli altri.

Prima, dodici dì inanzi al chaso fu’ richiesto una sera da Frate Francescho de’ Medici, se io volevo andare a stare in Sancto Marcho alle volte la sera, perchè avevano un po’ di sospetto; e io gli dissi di sì: e dimanda’ gli se io vi portavo arme, e lui rispose di sì. E chosì feci. E andavovi delle tre sere l’una; e quello che io vi portai si fu una spada e una partigana, e una meza testa. E chosì vi stetti tre o quattro sere; e quelgli che io vi conobbi si fu Nicholaio chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina, Ridolfo Panciatichi, Baccio mercaio; e chosi parechi altri, ’e quali non chonosco per nome. E l’arme che v’erano, si erano queste qui di sotto, cioè: dieci o dodici chorazze, e chosì altre tante mezze teste, e da sedici o diciotto pardigane, da cinque o sei balestre, e altre tante rotelle; e chosì targhoni, e da quatro archi busi: e quest’è quante arme io vi vidi. Donde elle si venissino, io nollo so. E di poi la domenica dello ulivo, andando [d350] io al vespro, udito che io ebi el vespro, dissi a tre mia chonpangni se volevano venire a udire la sua predicha a Santa Maria del Fiore, perchè io non avevo mai udito la sua predicha. Dipoi andamo; e quando fumo dal chanto d’Andrea Chanbini, chomincorono a tirare di molti sassi e fanciugli inverso el popolo: e quando e’ furono dalla chasa d’Andre’ Chanbini, furono parechi che trasseno in chasa Andrea Chanbini. Et choloro che traevano erano gharzoni e fangugli; e choloro ch’erano in chasa si rivolsono, e traevano. E dipoi io dissi a quegli mia chonpagni, che volevo andare a chasa a bere, perchè avevo una gran sete: e loro vennono chon esso mecho. E chosì beuto che noi avemo, ce ne venimo per ire in Santo Marco; e quando fumo al chanto alla Macina, vedemo per la via Largha di molti armati: e dicendo io a choloro se volevano venire in Santo Marcho, sì mi dissono di no. E io andai allora in San Marcho. E chome io fu’ là, io vi vidi di molti armati; e quali erano Francesco Davanzati e Lione Boni e Pagholo della Robbia, Nicholaio chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina, Ridolfo Panciatichi, e Bacio merciaio, e di molti altri, e quali io non so e nomi loro. E dipoi istandoci chosì nel chonvento, fatta che fu la sera, el popolo chaccò‍[906] fuoco nelle porte. E veduto questo, Frate Girolamo venne in choro, e prese el Sagramento in mano, e ginochiosi, e chosì fecono tutti e frati e secholari; e Fra Girolamo chomandò che si posasse l’arme: e chosì fu fatto. Tutti e secholari posoro l’arme, e da quatro o sei non si chavoro le coraze; et tutti gli altri si disarmorono: e quelgli sei posorono le spade, e chi le partigani. E quegli che io chonobbi, si fu Pacholo della Robbia, e chosì gli altri, Ridolfo Panciatichi; e gli altri non chonoscevo; e Lucha della Robbia. E dipoi istando chosì, e aspetando la morte, el popolo entrò drentro, e venne alla porta del choro; e dipoi uscì fuora del chore tre frati cho’ torchi e cholle chroce in mano, gridando: Viva Cristo. Entrarono là tra loro, e scaramucorono un pocho; e dipoi tutti si fugirono, esendo e secholari in choro: quelgli quatro o sei che avevano le chorazine uscirono fuora, e tutti si fugirono chi pel chonvento e chi fuora, e andamo [d351] nel sechondo chiostro; e quivi ve n’era fugiti assai. Entrando là, choremo lor dreto: e io difilandomi drieto a tre, ne gunsi uno; e mena’ gli cholla spada in su le rene: se io lo feri’ no ve lo so dire, perchè si fugì. E dipoi andai, e presine uno autro, e non gli feci male; se none che spogliai. E dipoi ritornamo nel primo chiostro; e quegli tutti si fucirono fuora. Dipoi andamo per quelle stanze, e trovamo quivi di molti armati; entrando dredo sì si rachomandavano, e no’ dicevamo che non avessino paura, perchè non torceremo loro. E dipoi facendomi inchontro, fu uno povero uomo che mi menò d’una spada ruginosa, e ferìmi un pocho nella ghola; e io mi gli achostai, e tolsigli quella spada, e de’ gli chol pome della spada in sul viso: benchè io non gli fei male. Spogliamo quello che voi chiamate el Changniaco; e chosì toglemo di molte arme; e le dette arme le pigliavano quegli frati, e che’ quegli che traevano coll’archo buso, non gli chonoscevo, puro io m’ingenierò di daveli ad intendere. E’ ve n’è uno omo picino, che doveva avere 40 anni, zuchone; e uno tedesco, u’ bello giovane: e chosì uno omo grasso, che aveva el mantello e chapucco; e questo è quello che io vidi. E chosì è la verità.

················

Die xviii d’aprile 1498.‍[907]

Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia schrivo qui di mia mano quello che io feci in Santo Marcho, e quello che io vidi fare agli altri; cioè, che io quando e’ venne el popolo là, mi armai d’una meza testa e una chorazina e una spada e una partigana per difendermi; dipoi presi una rotella: e questo feci, perchè vidi fare agli altri. E quegli che io chonobi si fu Lionello boni‍[908] e Francesco Davanzati, Iacopo del Bientina, chon uno ischoppietto in mano, e Girolamo Gini chon arme in mano, e uno che si chiama el Monacho; e Pagholo della Robbia armato cholla choraza, meza testa, spada e partigana, dimolti altri armati, e quali non so e nomi loro: e chosì quegli che [d352] traevano chollo archo buso, che se io gli vedessi, duti gli chonoscerei. Dipoi, quando el popolo entrò drento, tuti ci riducemo in choro; e dipoi ch’egli ebono rotti tutti gli usci, quando e’ furo a l’uscio del choro, egli era il choro pieno tra frati e secholari, e Fra Girolamo è in choro chol Sagramento in mano, e’ resto erano ginoghioni intorno a’ Sagramento; e quatro o sei in fuora, tutti gli altri erano disarmati; e quelgli ch’erano armati, si erano uno co l’altro Pagholo della Robbia; l’altro si era Nicholaio chalzaiolo, a gl’altri no chonoscho per nome. Dipoi istando tutti ginochioni intorno al Sagramento, aspetando la morte; e quando e frati erano intorno al Sagramento aveano dimolti torchi in mano: e dipoi un frate aperse l’uscio, e aveva uno torchio, entrò là tra loro; e chosì dua altri, e chominciorono a menare cho que’ torchi; e dipoi togliemo le spade che avava posate, e ucimo fuora, e chominciorono tutti a fugire, e noi chorravamo lor drieto. Io andai nel secondo chiostro, gli afrontamo difilandomi dreto a tre; ne gunsi uno, e mena’ gli colla spada in sulle rene; e se io lo feri’ non potetti vederlo, perchè fugì via. Dipoi andai adosso a un altro, e non gli volli dare di filo. Ver’è che io gli detti chol pome della spada in sul viso. Chosì menavo agli altri di piatto, per far loro paura; e chosì ne spogliai dua; uno nel sechondo chiostro: e sanno loro che noi faciavamo poi loro onore, e non faciavamo loro dispiacere: e chosì ispiolglai quello che voi chiamate el Changliacio; e come io dissi, quelle arme che io tolglievo loro se le missono indosso quelgli mia dua fratelgli frati. E chosì vidi qualche frate che se ne mise di quelle che spogliavano. Ora quello è detto che io so, e chosì è la verità.

················

A dì 27.

Frate Francesco dice gli dixe, che e’ portassi sua arme in San Marco.

[d353]

7. Esamine di Lionello Boni.

Die XIIII aprilis 1498. In curia Bariselli.

Lionello Boni, examinato, disse circha l’arme mandò a Sancto Marco; disse, che Nicolò calzaiuolo gli chiese arme; al quale gli prestò cinque balestre, tre maschietti, bombardelle tre, et trenta passatoi; le quale arme gli prestò circha uno mese fa, perchè disse le voleva portare a Santo Marcho, perchè dubitava vi fussi fatto qualche baione. Disse, che el dì del fuoco portò la corazza sua a Sancto Marcho; perchè credeva havere ad venire in piazza coll’arme, la quale lasciò a Sancto Marcho, et el di del caso se la misse. Disse, che lui la portava solo a sua difesa, perchè el dì della Assensione,‍[909] non havendo arme, gli parve havere le budelle nel catino.

Disse, che non haveva praticha nessuna, nè intelligentia alcuna fe’ mai. El dì del caso, disse, alle 23 hore si naschose su fra le camere, con Giovanni Caccini et duo fanciulli, et uscinne el lunedì mattina.

La corazza dice si misse per difendere Fra Girolamo. Quelli de’ quali si ricorda, v’era con arme Francesco Davanzati; con corazza et spada.

················

Die XV. aprilis. In dicta curia.

Item disse, che el dì del caso haveva in dosso la coraza, et uno falcione; et che essendo in Sancto Marcho, che nella bucha dove fu, v’era anchora Girolamo Mazinghi.

[d354]

Spettabili et dengnissimi cittadini. Essendo io stato già due volte dinanzi alla presenza vostra, et da quella esaminato di più chose, ed avendo resposto et dettovi la verità d’ongni chosa, non so che altro dirvi, se none che replicho et chonfesso quello medesimo ho detto l’altre volte. Ma avendomi ier sera dato questo foglio cho’ la nota di sopra, ischriverò a parte a parte. Et primo:

Quanto alla parte della intelligienza, vi dicho di nuovo, none aver mai avuto intelligenza alchuna; salvo, chome vi dissi, mi soscrisi a la soschrizione di Roma, a fare fede chome lui predichava la fede di Dio e la verità. E questo quando mi soschrissi era palese, e in pubricho. E andando al papa, non ci pensai puncto, perchè non era chontro a la nostra ecielsa Signoria.

Quando si faccieva i magistrati, l’ordine ch’io tenevo era questo, che ne facievo horazione a Dio, che m’ispirassi a chi io avevo elegiere.

La praticha ch’io tenevo in Sa’ Marcho era questo, ch’io andavo la mattina alla messa; et chom’era finito l’uficio, mi tornavo a chasa: e chosì il dì tornavo al vespro, e legievo il mio uficio; e poi me n’andavo a mia chonsolazione. E questo era il dì delle feste, e ’l dì de lavorare istavo a bottecha.

El dì del chaso io andai la mattina alla messa, et dipoi me n’andai a desinare: tornai dipoi al vespro; e detto il vespro, venne uno rimore; di che inteso, dicievano che a Santa Maria del Fiore vi si chacciava la gente de la predicha: e in su questo, di tratto giunse giente in sulla piaza; che chredo io alle bocie fusino più garzonotti che uomini. Dipoi rinforzando, esendo io quivi, mi misi la chorazza e ’l falcione a lato, e stettemi da quello uscio che va nella Sapienza; che a me mi pareva quello, è il vero, esere più sicuro della mia persona che luocho vi fussi. Et quando venne il maziere da parte della nostra escielsa Signoria, dicendoci che noi posasimo l’arme, et che se noi volevamo uscire di quivi uscisimo, e chi voleva rimanere rimanessi, io posai l’arme, et stettimi pel munistero: e lunedi a ore XXI o circha me ne uscii, e andamene a chasa.

Et più mi dimandate le pratiche aveva Frate Girolamo. [d355] Io nollo so, perchè, chome v’ò detto di sopra, udito l’uficio, io me n’andavo a fare e fatti mia. E questo era il minore pensiero ch’io avevo.

Et più dite di lettere e inbasciate e altro, io non ne so nulla, chome v’è detto di sopra, e l’altre chose.

Io Lionello Boni ho fatto questa fede di mia propria mano, questo dì 15 d’aprile 1498. Et alla vostra signoria mi rachomando.

8. Esamina di Francesco Davanzati.

Die XIIII aprilis 1498. In curia Bariselli.

Francesco di Lorenzo Davanzati, examinato in curia Bariselli, della soscriptione, dice fe’, perchè disse che la volevano mandare a Roma, per manifestare la sua doctrina essere buona. Circa al favore degli ufici, dice: Qualche volta ragionando con F. S.,‍[910] F. B. Cavalcanti, e con Ruberto Ridolfi, Giovanni di Leonardo Carnesecci, essere a fare la signoria o gli Otto: e’ si vuol vedere di fare qualchuno fussi sufficienti. E qualche volta nominavano; chome fu Filippo Buondelmonti, quando si fe’ el gonfaloniere di iustitia.

Disse, che è circa tre settimane in circha, che Francesco de’ Medici gli richiese qualche pezzo d’arme: perchè noi habbiamo sospetto di non essere offesi. Il che vi mandò dodici partigiane, x meze teste, sei rotelle, tre targoni coll’arme sua, sette targhoni bianchi, hebbe da Matteo Strozzi; una corazza: disse per acopagnare el Fratre. Da poi, non portando arme, la lasciò lì.

Interoghisi delle parole usò con Piero Corsini, del tagliare il capo a 20 cittadini.‍[911]

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A dì 24 di aprile. Nel segreto, verbis.

Circa l’arme mandò in San Marco.

[d356]

Circa quelli confortò et richiese a mandare arme in San Marco.

Circa la sobscriptione, quello ne sa, et come la passò.

Circa la inbasciata portò il dì del cimento.

Circa quello fece il dì dello scandolo; et quello dixe a Fra Girolamo in chiostro, quando voleva venire a palagio.

Circa l’ordine del venerdì santo, hora fa l’anno.

Circa le pratiche di San Marco.

Circa il favore si facevano l’uno all’altro, nel fare delli ufici.

Circa il sapere e manifestare a Fra Girolamo le Signorie inanzi fussino pubblicate.

Circa le inbasciate portate per conto di Fra Girolamo.

Circa l’avere detto di non rendere fave nere, se non a quelli credevano a Fra Girolamo.

L’è interrogato de 20 capi parlatone con P. Corsini.

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A dì 26 di aprile 1498.

Circha a l’arme ch’io mandai in San Marcho uno mese fa o più, che Fra Francesco de’ Medici mi disse: Aveteci voi da prestare arme nesuna? Io gli disi: Che arme volete voi? Lui mi dise: Quelle che voi avete. Io gli disi: Io ò dodici partigiane, et dieci mezze teste, e sei rotelle, e tre targhoni. E più mi dise: Sapete voi nesuno amicho quivi di casa, che c’avesi da prestare qualche targhone? Io già disi: Matteo Strozzi so che n’à. Lui mi dise: Io vorei che voi gli dicesi per nostra parte, che ce ne servisi di qualchuno. Io lo trovai in Merchato nuovo, et disigli per parte di detti frati, chome e’ vorebono che gli prestasi parechi targhoni. Lui dise: Sì bene; mandino por esi a lor posta. Et di poi e’ mandorono detti frati Nicholaio chalzaiuolo, et due o tre loro fattori pelle dette arme. Et dipoi andorono in chasa Matteo Strozzi, e ebono sette targhoni.

Circha a chi portasi arme in San Marcho, Fra Francesco detto ne richiese Ruberto Ridolfi et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli, et anche potrebe essere che ne richiedese Lesandro Pucci et Bernardo Martini; pure di questi io non lo so chiaro. Ruberto Ridolfi dise, che no ne aveva in [d357] chasa, perchè quando e’ fu podestà et fu vicario di Valdelsa, che perdè ogni chosa; pure vedrebbe di provedercene qualchuno. Et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli disono di provederne. Alesandro Pucci dise, non ne avere, et che darebe qualche danaio; stimo dicesi‍[912] fior. uno.

E più Giovanni Charnesechi dise, che soleciterebe Giovanni Chapegli; che vi mandasi non so che choraze et schopietti, et polvere et pallottole.

Circha alla soschrizione, da quella che andò a Roma in fuora, io non so altra soschrizione, et no mi trovai mai a altra soschrizione.

Circha alla inbasciata fatta il dì del cimento, la sera dinanzi Fra Girolamo mandò Giovanni di Iachopo di Dino per me a parlare a uno de’ signori che desiderava avere la loggia pe’ sua frati più tosto che la ringhiera: di che ci fu detto che era uflcio de’ X. Et andando a’ X, e loro disono di servillo;‍[913] e Giovanni di Iachopo di Dino rimase innanzi a loro pel chonto de legniame. Et dipoi Pagholo Antonio Soderini si levò da sedere, e sì mi dise: Francesco, di’ a Fra Girolamo che a me parrebbe che dovesi più tosto tòrre Santo Romolo, ch’è più sicuro. Et io gli fe’ la inbaciata.

Et di poi la matina del cimento Fra Girolamo mi mandò a parlare a qualchuno de’ X, e che ’l fuoco si dovesi apichare da uno de’ lati, et ch’e frati entrasino da l’altro lato, et dipoi ch’eli erano entrati, ch’el fuocho s’accendesi dietro a loro, acciochè e’ non potesino fugire.

Di che io andai in palagio, et parlai a Pier Francesco Tosinghi; di che vi fu presente Adovardo Chanigiani: et dipoi tornando inverso San Marcho, ischontrai pella via tre de’ detti X, cioè Domenico Mazinghi, Giovan Batista Ridolfi et Luigi della Stufa, se io non erro, et disi loro quel medesimo; di che vi fu presente Adovardo detto.

Circha il dì dello scandolo, quello ch’io feci là vi fu i’ rumore: et io m’andai a mettere la choraza ch’io v’avevo, che l’avevo anchora sabato matina, chon chredendo andare in [d358] piazza cho l’arme; et chosì avevo arechato uno choltello bolognese. Et Piero Francesco Tosinghi, mi dise, che la matina non si aveva a portare arme. E tanto si è, che ’l dì io me la mesi, e ’l choltello a lato; et steti chon esa ischoperta circha d’una meza ora; et dipoi mi vi mesi su la mia ghabanella paghonaza, e ’I choltello a lato, e ’l chapuccio in chapo, et veni in sulla piaza di San Marcho in chapuccio et in ghabanella, perchè egli era uciti fuora parechi armati; et io gli chonfortai a tornare drento, perchè eglino stavano meglio in chasa che fuora, et più sichuri stavano.

Et di poi mi ritornai nel chiostro, e sì mi steti pel chiostro e in chiesa, e mai tenni in mano arme da ofendere; et tutavia teni in mano uno chrocifiso picholo d’ottone; et quella fu l’arme mia.

Et il dì detto non mi ricorda mai che io parlasi a Fra Girolamo; che se io gli avesi parlato, io ve lo direi.

Et di poi egli era in chiesa chol Sacramento in mano, et Fra Domenicho aveva in mano uno chrocifiso; et tuti que’ fraticini intorno, chi chol chrocifiso et chi cho una croce rosa in mano; et chosì v’era qualche secholare; et quivi si chantava Salvu’ fa’ popollo tuo, Salvu’ fa’ popollo tuo. E Fra Girolamo diceva; Abbiate fede. Et Francesco del Pugliese ed io eravamo fra loro frati, et chantavamo: e stimo a questo modo insino che doveva essere dua ore et mezzo di notte circha. Vero è che in quelle dua ore e moza incircha Fra Girolamo mi dise due o tre volte: Che fanno questi nostri nemici? Io gli disi; E’ chombattano chome voi sentite et vedete. Et più già disi, che fuora era di molto popollo, sechondo si diceva et sentiva. Et in effetto alle dua ore ½, in circa, Francesco del Pugliese ed io ci partimo di chiesa, et andamocene in chamera d’uno frate; e sì ci si aviò dietro uno amicho di Francesco del Pugliese, che stimo sie tesitore o divettino, povero, et e’ none aveva arme: et quivi stemo tutta notte. E la matina in sul dì, Ghuglielmo degli Alesandri, et Piero di Francesco Chavalchanti ce ne chavorno per loro ghrazia; et Piero Chavalchanti m’achompagniò insino a chasa.

Circha al venerdì santo, io non ne so nulla. Vero è ch’io udi’ dire, ch’e cholegi erano su alla porta del palagio. E se [d359] io sapesi nulla, io ve lo direi. Ma e’ n’è vivi sei di noi; intendete da loro se lo sanno.

Circha alle pratiche di Sa’ Marcho, io per me non so pratiche nesuna.

Circha al favorire degli ufici, io nollo so per me. Vero è che quando e’ s’aveva a fare o signoria o Otto, che Ruberto Ridolfi ed io dicevamo: Die ci dia ghrazia che noi abiamo una buona signoria o buono uficio d’Otto, per tuto bene della patria nostra. E questo è la verità.

Circha a sapere et manifestare a Fra Girolamo la signoria innanzi fusi pubrichata, di questo io non ne so nulla. Accetto che, quando io fu’ de’ signori, e mi fu detto la sera dinanzi da parecchi ch’io sarei de’ signori; e la matina io andai in San Marcho a udire mesa, et trovai Fra Salvestro; lo gli disi, ch’io stimavo la matina essere de’ signori, et che facesi fare orazione per me. E lui mi menò a Fra Girolamo; che questa fu la prima volta ch’io gli parlai, et disigli che preghesi Iddio per me; e chome io stimavo essere de’ Signori. E Die ’l volesi ch’io non lo avesi mai chonociuto.

Circha alle inbaciate portate per conto di Fra Girolamo, io non ò mai portate inbaciate, se none quelle ch’io vi disi a Francesco Valori, che gli faccesi rafermare la Sapienza‍[914] per uno altro anno: et questo stimo mi dicesi Fra Chosimo Tornabuoni per parte di Fra Girolamo.

E questo è la verità: e se voi mi trovate altrimenti, fatemi quel ch’io merito: e a voi mi rachomando quanto so et posso.

E più mi richorda, ch’io disi il detto dì, nel chiostro, a Nicholaio chalzaiuolo: Istati chostì a la porta chon quarche chonpagnia.

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Die XXVII aprilis 1497.

Francesco decto. Inter cætera dice, essere vero che a quelli del Frate, ne’ render delle fave, faceva qualche cosa meglio che alli altri.

Die XVIII aprilis 1498.

[d360]

9. Esamina di Fra Girolamo Gini.

Ego frater Hieronimus Andreæ de Ginis fo fede chome gli è vero, che circa du’anni passati, essendo io usato un tempo in San Marco, e andando a udire le prediche di Fra Girolamo, che un dì Frate Ruberto da Ghagliano mi richiese ch’i’ dovessi fargli conpangnia quando Fra Girolamo andava a predicare; che allora credo fussi suo compagnio; e dimandando dell’arme, se si poteva portare, intesi essere di volontà della Signoria, e quando degli Otto: e questo credevo, perchè molte volte vidi degli Otto impersona, o uno tavolaccino e uno famiglio d’Otto, el quale non mancava mai.

Et etiam è vera cosa, chome molte volte vi sono abergato, richiesto da Frate Francesco de’ Medici, maxime da circha un mese o poco più in qua: e veniva più persone perchè havevano sospecto non n’esser offesi. Quegli vi venivano, ch’io mi ricordo, sono questi: Bartolomeo Bartolomei merciaio, Nicholaio calzaiuolo, Luca d’Andrea della Robbia, Iacopo del Bientina, Lazerello da Filicaia cioè Buonacorso, Ridolfo Pancatichi, Diofebo della Stufa, Zanobi righattiere: e così ogni sera, circa a 15 dì inanzi el caso, vi stava sei o otto.

E più dico che una sera, forse otto o dodici dì inanzi al caso, da parte di Fra Francesco de’ Medici, andai con Nicholaio chalzaiuolo a casa Francesco Davanzati, e venne dua garzoni di casa, no so o vetturali o ortolani; e da Francesco Davanzati s’ebbe dodici partigane cho’ manichi neri, e dieci meze teste e cinque rotelle coll’arme sua, e tre targoni: e così andorno in casa Matteo Strozzi da l’uscio dirieto, e io aspettai in casa Francesco; ed ebbesi sei o sette targoni sanza dipigniere: e così si portorno in Sa’ Marco. Potetto’ essere quelle sere abergai in Sa’ Marco, otto sere.

E così dico, el dì che fu el caso, ch’io ero in Sa’ Marco a udire el vespro; e detto che fu el vespro, volendo andarmene in libreria, si levò un grande romore di giente che tornavono [d361] da Santa Maria del Fiore; e da uno, che si chiama Francesco del Beretta, intesi chome erano stati assassati: e venendo el rimore e ’l popolo quivi, andai in una stanza dalla porta del chiostro, che si chiama la squola, vedendovi di molti huomini; e quivi mi messi un vestito nero di maglia e una meza testa e una spada e una rotella; e vidi quivi parechi balestra, e così dodici o sedici coraze in uno cassone, che non so niente donde fussino venute. Vero è che molti corsono quivi per l’arme che in una furia furno levate; tra’ quali vidi Diofebo, Alesso Baldovinetti, Bartolomeo Bartolomei, Luca della Robbia, Zanobi rigattiere, uno sarto overo orafo, el quale uscendo poi fuori fu ferito; et così vidi quivi Nicholaio: poi vidi Francesco Davanzati con una coraza rossa, Lionello Boni con una coraza azura, Tomaso Spini armato; et così dimolti ch’io non conobbi. E cessato el romore alquanto, posi la rotella giù in una camera nella scuola e mai imprima ero uscito fuori. Di poi, andando pe’ chiostri colla spada e in ghabbanella, cholle pianelle in piè, venne la sera; dove Fra Girolamo venne in coro, e lì pigliò el Sacramento in mano, e Fra Domenicho un crocifixo, e cominciorno a chantare: Salvum fac populum tuum, Domine etc. Et così stando alquanto, fu appicato el fuoco alla porta della chiesa e del chiostro; e Fra Girolamo disse, che si ponessi giù l’arme: dove usci’ di coro, e andai in sagrestia, in una corticina; e da uno pozzo che v’è lasciai la spada e la meza testa, e ritornai in coro; dove, inginocchiato in sulle scalee dell’altare, aspectavo tuttavia di morire, stimando morire per Cristo. E così entrando loro dalla porta della sagrestia, fu aperta loro la porta del coro da certi frati, e fattosi loro incontro con croce in mano e con torchi; tra’ quali conobbi uno Fra Giuliano Maria grande, Fra Marco Gondi, e cierti ch’i’ non conobbi: e così usci’ fuora io, sanza arme nessuna; e Ridolfo Pancatichi, no so già s’aveva arme: così venne drento Andreucco Calderai, armato con un pugnale in mano, e a lui dissi che mi dessi, ch’ero sanza arme. Non mi volse dare, ma tirossi in sulla scala, ed io da un altro fu’ ferito nella testa, che m’uscì molto sangue, in modo no potevo appena stare impiè. Achosta’ mi allor’a Andreucco, ch’era in [d362] sulla scala, e disigli che uscissi fuora, perchè già erano stati spinti indrieto, che m’averia fatto piacere a me. E così mi tornai allora in coro in s’uno cierto letuccio o pancha a sedere, che non potevo regermi. E così vidi Ridolfo Pancatici ferito a morte qui in terra, e Fra Domenico lo comunicò. E dipoi Fra Girolamo andò su, e di subito tornò: e dare‍[915] due archibusi in coro, e uno tedesco e uno i’ mantello e ’n capuccio, grasso.‍[916] Chosì poi Fra Girolamo tornò giù, e allora allora tornò su; dove venne Ghugliemmo degli Alesandri, e uno de’ Riccalbani, per parte de’ commessari. E così andorno, e ritornorno; e Fra Girolamo disse di volere andare alla Siginoria. Et così andai in una cella d’uno frate, e faca’ mi la testa, e dalla libreria trovai Gioranni Bettini; e lui mi dimandò chome stavo della testa. Risposi: mi dolevano più dua fiorini avevo perduto, che allora avevo ritrovati. Chosì dimandai se potevo uscire sicuro. Disse che, stando un poco, tutti usciremo sicuri. Et avendo auto quatr’anni volontà d’essere frate, come le Vostre Signorie per più pruove possone essere certi, mi vestirno. Queste sono le cagione del mio non esser fatto frate a caso. Havevo studiato du’anni, avevo data la bottegha a u’ mio cogniato: la pigione diceva in lui dal primo di d’aprile in qua. Havevone richiesto Fra Domenico, Fra Girolamo, Fra Salvestro e degli altri, più volte. E questo è quanto vi posso dire di verità.

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Die XVIIJ aprilis 1498.‍[917]

Frater Jeronimus Andree Zenobij de Ginis, nondum professus.‍[918]

Che domenicha fe otto dì, era secolare in Santo Marcho, e sentendo el romore si chavò el mantello nella scuola del convento, e quivi preso una rotella et una spada et uno giacho di maglia e meza testa; li quali prese per diffendere sè e frati, bisognando, e disse:

Che lui che essendo preghato prima da frate Ruberto dagliano,‍[919] che coll’arme accompagnassi Frate Girolamo e che circha l’armi aria, et allui era detto da parte della Signoria o degli Otto, potevano portare l’arme; et questo gli disse detto frate Ruberto.

Et che la sera del caso, trovando lui Giovanni Vettori dalla libreria, dicendo chome lui stava della ferita, et che detto frate Girolamo‍[920] haveva duo fiorini in mano, dicendo: io ho più caro questi duo fiorini che io ho ritrovato, che più mi dolevano che la ferita ho.

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Jesu Christo. A dì 19 d’aprile, 1498.

Io frate Girolamo d’Andrea Gini fo fede dinanzi Addio e gli huomini come gli è vera cosa che, essendo la domenicha dell’ulivo, cheffumo adì VIII d’aprile 1498, nella chiesa di San Marco al vespro, nella qua’ chiesa da parechi anni in qua: sono stato la magiore parte del tempo; effinito detto vespro sentii un romore d’uomini e donne che tornavano da Santa Maria del Fiore, e veduto giente assai, andai in una stanza dalla porta del chiostro, chessi chiama la scuola; e quivi m’armai di queste arme: cioè uno pitocho forte, una rotella, una spada e una meza testa, e mai mi partì del chiostro nè uscì fuora: et cessato alquanto el primo romore, posi giù la rotella, e tolsi la mia gabanella elle pianelle, e restommi la spada, e così andai per que’ chiostri. E venuto la sare,‍[921] el romore crescendo, venne fra Girolamo in coro e pigliò el Sacramento, e quivi in ginocchioni cho e’ frati, cantando: Salvum fac populum tuum Domine etc.: mi posi qui in ginochioni, ed eravi cierti altri, a e’ quali Fra Girolamo disse, che li dovessi [d364] diponere l’armi.‍[922] Per la qual cosa mi partì di coro, e andai in sagrestia, in una corticina chevv’è appiè d’un pozo, e qui lasciai la spada ella meza testa, e ritorna’ mi in coro e posimi quivi in ginochione in sulle schalee dell’altare, aspettando la morte per l’amore di Christo. Entrando all’ultimo uscio dal coro quegli di fuora, si fecie loro incontro parecchi frati, tra quali era uno ch’a nome frate Giuliano Maria e un altro frate Marco Gondi, gli altri in su quello non conobbi, e avevano croce in mano e dicevano: Viva Jesu Christo. Ed io mi feci inanzi, e da una pila d’aqqua benedetta mi scontrai in Andreuccio Calderai, e allui mi offersi se mi voleva dare,‍[923] che era armato e avea un pugnale in mano: non mi dette altrimenti, ma andò dalla scala chevva su; e in quello ebbi d’una lascía o altro nella testa. Essendo rimessi indrieto, ne fu presi e spogliati, e io parlai con Andreuccio ch’era in su quella scala; e perchè e’ non mi aveva voluto dare, che arebbe potuto, e perchè m’è alquanto parente, lo consigliai si partissi; acciò non fussi guasto. Così mi tornai in coro dove trovai Ridolfo Panciatichi ch’era in terra ferito a morte, e standomi a sedere pel sangue m’uscii, vidi fra Domenicho comunicallo. Et così fu arecato in coro due archibusi,‍[924] et uno tedesco n’era che traeva, e vidivi Pagholo della Robbia armato e Lucha suo fratello et uno certo Grasso, che non so el nome suo, chemmi pare forestiere o gli è stato un tempo di fuora, e Francesco Davanzati colla coraza solamente: di poi parechi frati presono l’arme. Eravi quivi dimolti disarmati, tra quali conobbi Francesco del Pugliese in mantello e chapuccio, Raffaello delle Colombe e Bartolomeo suo fratello, uno che si chiama ser Zacheria e Iacopo del Bientina, e certi altri ch’i’ non conobbi: chosì durando la cosa, si partirono in ultimo et andorno suso; dipoi imediato si tornò giù, poi si tornò su, dove venne Ghuegliemmo degli Alesandri e uno de’ Ricalbani per parte de’ Commessari, e dipoi ritornorono ch’erano in libreria, e disse di venire, dove poi trovai Giovanni [d365] Bettini chemmi dimandò come istavo della testa: risposi che mi davano più noia dua fiorini ch’io avevo perduti, chella ferita, e’ quali avevo ritrovati che allora gli avevo in mano, e dimandalo se potevo partirmi sicuro: dissemi ch’i’ stessi um pocho che saremo tutti savati. In questo tempo, avendo io auto desiderio più di quatro anni d’essere frate; mi venne pensiero d’adimandallo al priore e gli altri; perchè a ogni modo m’era stato promesso in questa pasqua. E che questa sia la verità ne potrei dare molte prove delle quale ne dirò alcuna: l’una si è che m’ero spodestato della botteghe e avevola data a uno mio cogniato, ella pigione dice in lui‍[925] dal primo di aprile in qua; l’autra che 2 anni sono passati, o atteso apparare gramatica per venire a questo effetto, chemmasegnato‍[926] Messer Niccholò priore della Sambucha, che sta a casa in sulla piaza del Re. Ancora l’anderei io‍[927] affare compagnia a Fra Girolamo quando andava a predicare, dicho ch’io ne fu’ richiesto da frate Ruberto da Gagliano e fra Santi Rucellai, e dell’arme si portava intendevo essere di comessione degli Otto o della Signoria; e questa m’era agievol cosa a credere, perchè molte volte vidi degli Otto in persona, ma uno tavolaccino e uno famiglio d’otto non manchava mai.

10. Esamina di Bernardo Ricci.

Die XVIII aprilis 1498, examinato.

Bernardo de’ Ricci disse: Ch’è circa XV giorni, che Francesco Valori gli disse, che haveva sentito che in casa messer Agnolo Nicolini, e in casa que’ Nerli, e in casa di Piero degli Alberti, si faceva raunate; sichè vorei tu ne andessi a sentire qualche cosa, perchè io me ne risentirei colla Signoria, e ingegnere’ mi con quella. A che Bernardo detto la ’mpose a Nicolaio calzaiuolo che ei n’andessi a sentire e [d366] riferillo a Francesco Valori. Et ciò fece pur perchè sentissi Francesco, che lui l’aveva commesso che tale opera seguissi.

11. Esamina di frate Roberto Ubaldini da Gagliano.‍[928]

Ad veritatem manifestandam, pro gloria Dei omnipotentis. Die xxi aprilis 1498.

Requisitus ego Frater Robertus Ubaldinus de Gagliano, civis florentinus, et frater professus, licet indignus, sacri ordinis Predicatorum, in conventu Sancti Marci Florentie, a magnificis Dominis Florentinis et ab eorum commissariis, in secreto aule Magni Consilii populi Florentini, facio fidem:

Qualiter de anno Domini MCCCCLXXXXVII, et de mense iunii, seu iulii, vel alio veriori tempore, cuius memoriam puntualiter non retineo; essendosi ordinato in San Marco di mandare al Sommo Pontefice una attestatione in nome de’ Frati della congregatione di Sancto Marco predecto, in favore di Fra Hieronymo da Ferrara, allora vicario di decta congregatione, testificando che lui, el quale era stato excommunicato per causa di predicare errori et doctrina pernitiosa et suspecta di heresi, non era heretico nè seditioso, et che la sua doctrina non era pernitiosa, nè induceva il suo predicare divisione in la città, ma sì bene unione et pace; et però supplicandosi di grazia al Sommo Pontefice che absolvessi decto Fra Hieronymo; offerendo, se la testificatione di circa 250 frati non bastassi, la soscriptione di molti cittadini nobili et buoni della terra; et che se anche quella non bastassi, promettendone dipoi non solo molte centinaia, ma etiamdio migliaia; ser Benedecto da Terrarossa et ser Philippo Cioni notai fiorentini, mia amici, sapiendo che io facevo assai buona lettera, mi feciono scrivere questa tal cosa in carta buona di mia mano, et loro haveano a esserne rogati. Et soscripto [d367] che vi fu Francesco Valori et messer Domenico Bonsi et messer Francesco da Jesio, mi fu da Fra Silvestro commesso che io attendessi con diligentia a tale soscriptione; et io acceptai la commissione et attesi alla opera stando nello hospitio, et in presentia quando di ser Benedecto, quando di ser Philippo, et quando di tuct’a dua; et alcuna volta di qualche altro che vi si trovava, così frati come seculari; et leggevo tale capitulo a’ cittadini che venivano a soscrivere, et ad alcuni dictavo la soscriptione, et alcuni no, che voleano scrivere a loro modo, et io gli lasciavo dir come voleano. Erano condocti quivi, chi da sè, chi da qualche frate, chi l’uno amico da lo altro, et chi da Giovanni Spina et Francesco suo fratello, chi da Giovanni Carnesecchi, Andrea Cambini, Benedecto Buonvanni et altri amici che lo ricordavano loro.

Et essendovisi soscripti alcuni in quel tanto tempo che io non mi vi trovavo, come è quando andavo a dire la messa o altro, che erano persone ignobili, come fu, credo, non so che barbieri et notaii; et essendo scriptosi Piero Mascalzoni, Niccolò di Ghardo, et non so chi altri; Fra Silvestro, leggendoli, me ne riprese dicendo: Che io attendessi a soscrivere huomini da bene et nobili, come di sopra era promesso nel capitolo; che questi huomini di poca auctorità non erano al proposito, non rispondendo a quel che di sopra si prometteva. Onde io ne mandai via molti, che io non lasciai poi soscrivere: ma anche poi in me pensando che si dovessino scandalizzare, ne lasciai soscrivere d’ogni sorta. Alcuni si soscrivevano, et dicevano: questo è il Vangelio di Sancto Giovanni; io voglio menare il tale et il tale; et poi ne menavano detti altri, chi sì et chi no. Anche io mandai per alcuni miei parenti et amici, che non vi volsono venire; come fu messer Giovanni Cerretani, Ghuglielmo Altoviti, messer Giovanni Buongirolami, et altri che io non mi ricordo al presente. Alcuni vi vennono, et soscripsonlo. Fecilo, perchè stimavo bene fare testimonianza alla verità, havendo io scientia di questo, secondo e theologi, et de iure, essere obligato parimente‍[929] chi non dà testimonio al vero quando bisogna, et chi iura el falso: et sapevo che la doctrina di Fra Hieronymo era [d368] solida el sana, et non heretica. Alcuni vi soscrivevano, et promettevano poi di menarvi di quelli adversarii di Fra Hieronymo, de’ quali ora non mi ricordo. Bene ho a memoria che Piero di Lucantonio delli Albizi promisse menare Piero delli Alberti, che li aveva decto venire, et poi non vi venne. Alcuni dixono di farvi venire Alphonso Strozi; alcuni dixono di Iacopo di Tanay; alcuni, Philippo Giugni, dicendomi se noi li accepteremo, che loro dubitavano. Io rispondevo, che gratiosissimamente, et che faremo loro sempre ciò che la charità richiede, et che habiavamo ognuno per amico; et andavo in verità di cuore. Non vi venivono poi questi tali. Bene vi venne Iacopo Stiattesi, et non so chi altri; che non haremo mai credutolo. Partivomi alle volte di quivi, et restavavi de’ frati, che a caso vi si abbattevano. Vennonvi alcuni, che non si volsono soscrivere; come fu Antonio Giraldi, Luca d’Antonio delli Albizi, Gianozo Pucci et il Bucto de’ Medici,‍[930] et alcuni altri, a’ quali Fra Silvestro poi parlava da parte, et Fra Domenico; et chi convertivano a soscrivere, et chi no. Fra Silvestro conduxe Giannozzo Pucci, el quale a me parve che la soscrivessi forzato et molto malvolentieri.‍[931] Mandossi a casa a messer Agnolo Niccolini: non la soscripse, ma dixe che voleva venire a Sancto Marco, et dire che non stava bene a dire male de’ cittadini, et che poi la soscriverebbe; ma che farebbe una soscriptione cavillosa, che non ci farebbe fructo. Quelli notaii si maravigliorono di tal risposta, et lasciaronlo stare. Mandossi a casa Giuliano Salviati; et non la soscripse, se io non mi ricordo male. Mandossi a casa Lorenzo Tornabuoni, per Fra Cosimo.‍[932] Dixe, avere per male d’essere stato delli ultimi richiesti, che credeva essere de’ primi; et soscripse di sopra in certi spatii che vi erano piccoli. Ma innanzi a lui erano scripti forse 200 o più. Non si finì tal cosa, et rimase imperfecta, perchè la pestilentia ci venne in convento appuncto alhora. Commissesi a Andrea Cambini [d369] che conferissi con Francesco Valori quanto era seguito; et intesi io poi da Andrea, che Francesco rispose: Che la si ardessi, che mai non se ne trovassi copia alcuna, et per niente che la non si mandassi a Roma. Dicendolo a Fra Hieronymo, non mostrò farne molto conto; et credo che per inadvertentia così si restassi. Io credendo fare bene, et per obedientia, attesi a tal cosa, non solo di Fra Silvestro, ma di Fra Hieronymo; el quale, inteso che io havevo tale opera in mano, fu contento che io la tractassi, perchè havevo notitia delli huomini.

Circa la mia compagnia et conversatione con Fra Hieronymo; nacque prima da la lectione che mi leggeva, che ero suo discepolo; et oltre a questo, suo adiutore a scrivere, maxime quando componeva alcuna cosa et opera o tractati della fede et De Simplicitate Christiane vite, et tucte le altre sue opere. Et ne’ primi tempi scrivevo buona parte delle sue lettere, che mandava a frati, a prelati, a monasterii o al generale o al Conte della Mirandola, et cose di non molta importantia; perchè le cose di grande importanzia lui le scriveva da sè, o le faceva fare a Fra Domenico. Accompagnavolo fuori alla predica, et di fuori, et quasi per tucto, et servivolo in molte cose necessarie a uno simile prelato. Andai a Pisa, a Lucca, a Pistoia et Prato con lui, andandovi lui a predicare, innamorato della sua doctrina et optimi et honesti costumi: et da presso a tre anni in qua, o due anni, et più, non mi sono impacciato di sua faccende; maximamente di lettere, che le ha fatte Fra Niccolò da Milano. El resto della sua persona faceva Fra Baldassarre Bonsi et Fra Francesco de’ Medici; et io stavo al mio studio, et a mia devotione, servendo alle volte in alcune commissione impostemi per obedientia.

Ma parechi anni sono mi mandò a Roma, tornato che io fu’ da Sancta Maria del Saxo, pel caso della separatione; con lettere del nostro reverendissimo generale dell’Ordine, et con lettere del Cardinale de’ Medici, et altre raccomandatorie della causa nostra; et, se io non erro, di messer Guidantonio Vespucci al Cardinale di Napoli: et finalmente, quella obtenuta dopo uno certo tempo, havendoci Fra Hieronymo decto [d370] che tal cosa era la volontà di Dio per riformare la nostra relligione, et per fare gran cose, et che haveva a venire tanto Spirito Sancto, et in tanta abbundantia che noi stupiremo, et che haveva a essere una congregatione perfectissima, alla quale havevano a correre li huomini stupefacti, et di ogni relligione haveano a venire a noi, et seculari huomini di gran cervello et credito, et che la haveva a essere la più perfecta di tucte le relligione, non mi parendo a me vedere a tante promesse larghissime rispondere così larghi effecti quali io mi haveva concepti: benchè io in questo ero troppo indiscreto, che poi quando lo fece in processo di tempo, molti frati si infirmavano, et non si poteva reggere,‍[933] bisognò, maxime per rispetto de’ giovani, ricorreggere. Pure vedendo io maxime una cosa di scandalo, cioè essersi facti tre gran maestri in casa, lui et Fra Domenico et Fra Silvestro, et haversi usurpato ogni dominio et libertà et exemptione; nè essere in alcun modo subiecti, come si richiedeva, alla professione loro; et veduto che ogni cosa fra loro tre si concludeva et diffiniva; benchè vi si aggiunse un quarto, che pur si consigliavano molto con uno Frate Antonio de Holandia tedesco, che è padre di religiosa vita; et poi che li altri padri et frati vi restavano per dire di sì a quello che loro facevano; mi ristrinsi mormorando, et dolendomi di tal cosa, et con Fra Hieronymo, chiamando la loro, una tyrannide, et con alcuni altri frati e quali trovavo havere le medesime tentatione che io: maxime uno predicatore frate Antonio da Radda; et per questo fumo poi sempre tenuti bassi, maxime io, et fummi tolto in casa et fuori ogni credito et opinione: di che io ringratio Dio, perchè mi torna più utile alla anima. Questo credo solo fussi, perchè io non havessi ardire a contradire loro; excepto che pure Fra Hieronymo saviamente, con piacevoleze con ogni mansuetudine et humilità allegando molte ragioni, concludendomi mi teneva quieto; et io vedendo molti buoni frutti et unione d’animi et relligiosa vita in communi, havevo poi scrupolo di conscientia, et stavomi in mia quiete per non contradire alle opere di Dio; che Fra Hieronymo mi metteva scrupolo, dicendo che io li havevo facta resistentia [d371] a molte cose che mi haveva decto, che così era stata la volontà di Dio: et humiliavomi a lui, domandandoli perdono. Et pure queste dubitatione mi ritornavano, maxime vedendo Fra Silvestro tucto el dì consumare pe’ chiostri con circuli di cittadini a torno, et chiachiere; il che io dannavo, et dispiacevami: et pure di nuovo me ne doleva, et mormoravo con diversi padri et frati; ma finalmente bisognava havere patientia: et simile di Fra Domenico, el quale credo sia huomo di buona purità, ma di dura cervice, et troppo credulo a revelatione et sogni di donne et di capi deboli et stolti; et chi non li credeva, era tra noi in continuo martyrio: et questi tali rarissime volte venivano a stare con li altri a cose comune, per essere occupati in queste loro faccende, che a me erano tucto scandalo.

Quanto a le arme, che venissino in convento, non ve ne so dire nulla; se non che, due anni fa, veniva ser Giovanni Vitelli prete, et lasciavami sempre in cella uno suo falcione a serbo, perchè ogni mattina accompagnava Fra Hieronymo con meco alla predica: et io non havevo scrupolo a serbarlo, perchè Fra Hieronymo et Fra Silvestro mi dettono licentia; che io serbavo anche uno suo mantello, che adoperava Fra Hieronymo quando havea predicato, essendo sudato. D’altre arme non so nulla.

Quanto allo havere io altra soscriptione in fogli o quaterni secreta, questo non è già vero. Io non seppi mai, nè so d’altra soscriptione, fuor di quella che sopra ho scripta.

Quanto al predicare io per Fra Hieronymo; io predicavo per obedientia, non già che lui mi dicessi mai: Predica così o così; ma io predicavo lo Evangelio, et non predicai mai di Stato. Chi mi ha udito, lo sa. Io exponevo le sacre Scritture secondo e sacri doctori. Bene è vero che, credendo io alle prophetie di Fra Hieronymo, io exposi molte figure (non le extorcendo) del Testamento vechio, ad tale proposito.

Et predicavo la excomunica non valere, sostenendola con ragione assai efficace et probabile, secondo che alhora mi pareva, havendo el falso fondamento in mente mia, che Fra Hieronymo fussi huomo mandato da Dio: di che mi dolgo et pento, et ho domandato la absolutione. Et offersimi [d372] andare nel fuoco, et sarevi andato senza alcuno dubio, se me lo imponeva: et, a quel che io vegho, rimanevo ingannato, et sarei arso, se già Dio non mi faceva misericordia per la mia rectitudine et innocentia et pura intentione.

Quanto alle confessione, sono ito puramente, non tractando altro che cose appartenente alla coscientia; nè mai loro me ne richiesono, che io facessi pratiche o altro; nè io lo harei facto, se me ne havessino richiesto, dispiacendomi tal cose. Una mactina, in questa quadragesima, Giovanni Minerbecti havendo udito la predicatione di Fra Hieronymo, et dire che si tractava di fare in Firenze uno tyranno, essendo mio noto, mi domandò se io sapevo che fondamento havessi tale cosa; dicendo, che molto gli dispiacerebbe et dorrebbe el vivere tyrannico, ma che molto amava la libertà della sua patria, et il vivere popolare et bene comune. Risposigli: Che io senti’ dire a Fra Hieronymo, che non credeva che havessi havere effecto, perchè non erano molti huomini da bene in numero quelli che lo cercavano, nè di molta prudentia. Et lui lo hebbe caro, et consolossene, et stectesene. Et un’altra volta, più tempo fa, Andrea Larioni voleva parlare a Fra Hieronymo; et non si potendo, mi fece domandarli se Piero Capponi andava male contro al consiglio o al ben comune,‍[934] perchè erano stati richiesti da lui d’alcune cose che, s’e’ li andava male, non le volevano fare. Fra Hieronymo mi rispose, che non sapeva nulla di male di Piero Capponi, ma più tosto bene: pure, che costui fussi cauto in vedere se questo, in che era richiesto, era bene o male; et se erano richiesti contro al consiglio o al bene comune, nol facessino, perchè capiterebbono male. In simil sententia et così dixi a lui. D’altre pratiche, o parole appartenenti a epse, non mi ricordo havere havute.

Quanto a soscriptione di danari, io non lo senti’ mai dire più da persona, se non hoggi da voi; ma io non ne so nulla: excepto che io so bene, che havendo noi facta una compera di libri‍[935] da li uficiali de’ rubelli, et prima da la Signoria per ducati tremila larghi, et restando debitori di ducati mille [d373] larghi, Bernardo Nasi gli promisse per noi, per tempo di 18 mesi a monsignore d’Argentona‍[936] in Francia: et noi facemo fare poi da altri promessa al decto Bernardo per decto tempo; et non habiavamo‍[937] disegno di pagarli, altro che cercarli da diverse persone nostri amici: et questo so perchè l’ho tractate io tucte queste cose, che già cinque anni sono stato librerista in San Marco. Et potrebbe essere (benchè io nol so) che Fra Domenico, o qualche altro, per prevedere che al tempo si potessi pagare, harebbono richiesti alcuni amici, et forse fattoli soscrivere ciascuno a qualche parte per pagare tal debito; ma dicolo da me, pensando come possi essere questa cosa: intendetelo da loro, che io per me non ne so altro.

Ricordomi d’essermi trovato con Fra Cosimo Tornabuoni, che mi tolse per compagno a caso, sono circa otto mesi o più, in casa de’ suoi fratelli, con m. Alexandro friere, che alhora andava a Roma; et a richiesta del detto Fra Cosimo scrivendo io, faremo una cyfera, con la quale decto m. Alexandro tenessi avvisato della excomunica et delle cose da Roma, Fra Hieronymo, della dispositione del pontefice, del protectore, del procuratore, de’ cittadini di là propitii, o prelati, o de’ contrarii, fra’ quali ne fu nominato uno, credo che lo chiamassino Antonio de’ Pazi. Et in convento nostro era uno certo nome, che non si potessi troppo fidare di decto m. Alexandro. Hora, se Fra Hieronymo se ne fidava, o sì o no, io nol so; ben so io, che vi venne più volte a parlargli.

Che io sappi o habbi veduto pratiche di cittadini con Fra Hieronymo, o altri. Io usavo pure con Fra Hieronymo assai, et mai, fuora di comune cose, non potetti notarlo di simile secreti o tractati o intelligentie, nè mai credetti che in convento si facessino intelligentie. Et invero, Fra Hieronymo sapeva pochi nomi di cittadini, che non ne conosceva molti. Ma Fra Silvestro era quello che ne haveva sempre atorno uno cerchio, piena la cella o chiostri o l’orto, dato che a tucti ci dispiacessi. Chi si fussino quelli che con lui usavano, sarebbe lunga cosa a raccontarla: ma vienmi a mente Benedecto Buonvanni, Andrea Cambini e Lionardo Cambini, Mazeo [d374] Mazei, Ruberio Ridolfi, Antonio Giraldi, m. Francesco da Yesi, ser Niccolò Michelozi, Francesco Davanzati, Antonio Berlinghieri, Lionello et Francesco Boni, Francesco del Puglese, Bernardo Carnesechi, m. Luca Corsini, Girolamo de’ Rossi, Giovanni Carnesechi, Bernardo Martini, m. Bartholomeo Redditi, Marcello Vernacci, Raphaello Picti, Piero Federighi, Girolamo Benivieni, Antonio Megliorocti, Carlo del Benino, Thomaso Spini, Lionardo Strozzi, Raphaello Strozzi, Berto da Filichaia, Francesco Rinuccini, Domenico Mazzinghi, et quasi innumerabili altri huomini da bene erano quivi tutto el dì, e quali credo che venissino tucti a buon fine, et drieto alla buona doctrina presi, come noi altri, secondo che noi estimavamo. Bene è vero, che poi che vi si predicò, vi usorono alcuni di questi più reputati cittadini, Francesco Valori, et altri dei Dieci, degli Octo, et Uficiali di Monte, et molti altri pure: io non potevo coniecturare che venissino per altra causa, che per communione et processione et prediche. Se male veruno ci era, loro lo sanno. Et da le suspitione che di sopra ho decte in fuora, le quale anche furono poi tolte via, come ho decto, quando vidi ristringere le austerità, et il bene vivere della relligione moltiplicare; io non potetti mai notare Fra Hieronymo di nulla, ma sempre vidi in lui gran segni di sanctità et devotione, humiltà, oratione, buone parole et optimi costumi et exempli, et conversatione mirabile, et doctrina sana et firma et solida; in tanto che io per tale cosa attestare mi sarei messo a ogni morte. Ma poichè sì sottilmente ci ha simulato et ingannato, ringratio Dio et le Vostre Signorie che ci ha chiariti;‍[938] et preghianvi che vogliate mantenere quelli buoni figliuoli là, che non sieno dispersi, ma adiutarli et mantenergli che possino perseverare nel cominciato bene insino al fine. Et perchè hieri ci fu decto che Vostre Signorie volevano rimandarci a casa Fra Domenico et Fra Silvestro; sappino Vostre Signorie, che noi facemo consiglio tutti insieme di non gli rivolere più, perchè sono scandalosi: tenetegli voi, et fate quel che vi pare bene, con misericordia: o el pontefice o el [d375] generale, a chi si appartiene, dispongano, et Vostre Signorie; ma noi non vorremo maculare la nostra innocentia col peccato d’altri.‍[939] Et tucto ciò che io vi ho decto, è la pura et nuda verità.

12. Esamina di Domenico Mazzinghi.

A dì XXIII d’aprile 1498.

Domenicho di.... Mazinghi, domandato a parole chome passò la lettera che lui scripse a Giovachino per la cosa del Concilio, rispose chome appresso.

Circha il fine di marzo passato, Fra Girolamo mandò per me, et dissemi; Io vorrei da te uno piacere; io so che tu se’ affetionato all’opera di Dio; io vorrei che tu scrivessi una lettera a Giovachino, della quale ti farò dare la minuta; et voglio che tu v’interchiuda drento copia d’una lettera ch’io ho scritto al pontefice. Risposigli, ero presto a fare quello volessi, che fussi bene et l’onore di Dio. Dipoi il seguente dì, Fra Nicholò da Milano mi diè la detta minuta, colla copia della lettera di Fra Girolamo al papa. Io dipoi scripsi detta lettera di mia mano; et oltre a quello che si contiene in detta minuta, di mio capo v’aggiunsi anchora, chome qui il dì di carnasciale s’erano confessati et comunicati più di tremila persone, quando gli altri attendono a dissolutioni.‍[940] Et così la mandai a Giovachino. Et inoltre gli scrissi un’altra lettera da chanto, per la quale narravo la vita di Fra Girolamo, et e frutti che faceva; et che per questo la città era in divisione; et che aveva bisogno dell’aiuto di Dio; agiugnendo, che quando vedessi il tempo commodo, mostrassi quella prima lettera al re di Francia.

Da Giovachino ò havuto la risposta. Monstra havere havuto a grado il mio scrivere, et per essere morto il re, che non ha potuto mostrargli la mia lettera; et questa cosa non l’ò mai comunicata con persona.

Circha le subscriptione fatte in San Marcho per mandare [d376] a Roma, dicho: Che io non ne seppi altro, se non che io fui richiesto da Fra Salvestro ch’io le subscrivessi; et chosì le sobscrissi: che n’era già subscritti circha 200.

Circha il dar favore nel fare detti uffici più a uno che a un altro, dicho; non me ne essere impacciato. È ben vero che qualche volta, quando s’haveva a fare el ghonfaloniere di giustitia, trovandomi con Fra Salvestro, quando a solo et quando con dua o con tre di quelli usavono in San Marcho, dicievamo: e’ sare’ buono il tale. Et di quelli che intervenivono a questi ragionamenti non mi ricordo hora.

Di soldati che Fra Girolamo m’habbi rachomandati che si soldassino, dico; non mi ricordare, se non d’uno da Ferrara, del quale non si fece poi altro.

Dello havere provisto San Marcho d’armi, dicho: non ve n’havere mai vedute, nè sapere mai che ve ne fussi; nè etiam ve n’ho mandate, o datone ordine, chomessione o licentia a persona che ve ne mandi. È ben vero che, circa XXV giorni sono, io schontrai in sulla schala del palagio Giovanni Cappegli, il quale mi disse che haveva certe coraze in casa, che le voleva mandare in San Marcho. Et io gli risposi: Tienle in casa tua. Et di chi fussino dette corazze non intesi allhora altro da lui; nè Giovanni mi ragionò d’altre arme.

Francesco di Lorenzo Davanzati, circa XX giorni innanzi cho Fra Girolamo fussi preso, mi disse: E’ sarebbe bene mandare a San Marcho dua pezzi d’artiglierie per difesa di quegli frati. Et io gli risposi: Io non me ne voglio impacciare.

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A dì 24 d’aprile 1498.

Di nuovo il decto Domenicho, domandato in presentia di Giovanni Cappelli, delle parole havute con detto Giovanni circa il mandare dell’arme a San Marcho, rispose a questo modo.

In primo luogo, io raffermo una volta il medesimo detto per me; ma havendo di nuovo ripensato, mi voglio ricordare, che poi ch’io hebbi detto a Giovanni Cappelli che si tenessi in casa le coraze di che m’avea parlato, io gli dissi, alzando il capo: Io ne lascio el pensieri a te; fa’ ciò che tu vuoi. È [d377] ben vero, che io non intesi se non di corazze. E il concetto mio era d’havergliene dato licentia per queste parole.

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(Seguono le due lettere di cui s’è fatto parola nell’esamina.‍[941])

✠ Jhs. A dì XI d’aprile 1498. In Bles.

Amantissimo et honorando mio Domenicho. Nelli mia affanni di chorpo e di mente m’è venuto un gran contento di due vostre lettere, avendo l’una il dì de’ 29 passato, che m’ànno dato tanta consolazione, che da poi sono fuori di chostì non n’è auto la simile; tanto per vedere che di me vi ricordate et sietevi dengnato spendere il tenpo in farmi due grande lettere, quanto ancora per darmi notizia di quanto in esse si chontenghono; che non potevo intendere materia, che più mi confermassi l’oppinione auto del nostro padre Fra Girolamo. Che se non fussino queste persechuzioni, et da’ principali, io non lo terrei tanto vero servo di Dio; però che li buoni et le loro buone opere sono senpre inpungnate dal nimico di Dio e nostro: et lo fa fare il più delle volte da i sua seghuaci. Io attendo con grandissimo disidero quello sarà seghuito dentro della città, per le chontroverxie vi sono tra chi vuol vivere bene et chi male, et chome il papa l’arà seghuitata; se la lettera schritali il padre Fra Girolamo l’arà umiliato o indurato il chore per volontà di Dio, come fece a Faraone. Alsì, chome aran determinato loro quistione et promesse i frati sottoschritti d’entrare nel fuocho; che certamente choxe seghuono a’ nostri tenpi ch’è di gran secholi non credo sien sute. Io ò fatto noto di qualchuni, e farollo dove crederrò abbi a giovare. Ma a quello a chi voi disideravate, arete intexo essere defunto,‍[942] e forxe ora patiscie pena d’avere operato quel non dovea, e d’avere ommesso quello a che Idio l’avea chiamato, et che per i servi di Dio li era stato detto. Questo ch’è ora suciesso nel rengno, ò in lui buona speranza; ma ancora non so ne può dare troppo giudizio [d378] per esere novello. Ma la sua volontà mostra essere buona, secondo vedrete per le lettere publiche. E io, se arò modo e chomodità, li farò intendere queste cose; et voi priegho non vi gravi tenermi avixato di tuto, chè non potrei avere coxa più grata.

Le pratiche nostre di qua son supite, sendo manchato chon chi l’avamo a fare. Il quale ci trattava in modo, che ora credo se ne penta; che m’à fatto consumare, non mi vedendo fare choxa utile alla mia patria, e averci condotti in istremità. E ora che avea mostrato dovere fare qual choxa,‍[943] li è mancato la vita. Costui‍[944] inanzi facci quello dice avere in animo di fare, passerà tenpo; e noi aremo bixogno di presteza. Mandavi a confortare: però chredo penserete alla vostra salute, et chredo che qualchuno vi stimerà più; perchè à ora da più pensare.‍[945]

Sendo stato per vostro introdotto et volontà che ’l mio prete sia ne’ luogho dove i ghovernatori del Cieppo l’ànno messo, non posso eserne altro che chontento, stimando abiate tuto bene esaminato: bixogna hora l’aiutiate coll’orazione a fare che facci il debito suo.

Domenicho mio caro, e’ mi pare esere dileggiato a avere eletti tanti schanbi; et datomi tante volte speranza del mio ritorno, e nulla viene a seghuizione. Parmi non vi sia charità nè dischrezione avermi tenuto qua il terzo anno,‍[946] e non avere considerazione a la mia brighata e fanciulle da marito, e a le mie coxe che vanno in disordine, et alla mia età, che non sono quel solevo; e bixongnerebbe esere di ferro a regiere a tanti disagi; e se non fusi la gratia di Dio, io non regievo mai uno anno. E vegendo io che chi è chostà non v’ubidiscie, piglerò io alsi sichurtà a ritornarmene. Io vi priegho per l’amor di Dio, che operiate la mia licenza, e farete l’utile della città; chè io ci son stato poco profittevole, et hora sarei tanto meno, quanto è la mia chontenteza.

Preghovi mi rachomandiate a que’ mia padri di Santo Martino, [d379] e choxì a quelli servi di Dio di San Marcho, et masime al venerando padre Fra Girolamo. Et vi precho vi richordiate di me ne le vostre orazioni, preghando Idio ve le esaldischa, et ci dia grazia ci riveggiamo presto. Idio vi confermi ne la sua grazia.

A dì 12.

Vostro Giovachino Ghuaschoni, oratore.

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Spectabili viri Dominico Mazinghi, florentiæ.

Spectabilis vir etc. Intenderete per le lettere ho scripto allo ufficio, in che termine si riduchono le cose. Et veramente crediatemi, che molto più sanza comperatione iudicheresti quando qui fussi, essere da temere questa cosa; e non solo non ci essere speranza di poterci far fructo alcuno, stando ferma questa contraditione et inobedientia, ma al continuo non ci si ode se non derisione, minacci et pericoli gravissimi, et publici et privati. Sapete quanti inimici, et di che ragione, ci sono: et se per questo modo la cosa va al loro proposito e in modo, che chi si truova qui; si dovrebbe più maravigliare quando qui non venisse qualche furia, maxime da rebelli Pisani, Sanesi et altri disperati, che ce n’è molti, che se altra cosa seghuisse. Se adunque qui non è da farsi cosa utile al proposito, ma più presto si vede acquistare charico, mi pare che si doverrebbe ragionevolmente per ogniuno giudichare essere molto meglio revocarmi di qui, che tenermi con tanto pericolo, et maxime essendo la spesa sì grande. Et di questo vi priego et gravo quanto posso me ne prestiate fede, che in nessuno modo posso sopportare tanto peso; chè sono certissimo, se sapessi la metà, ne haresti tale compassione, che a ogni modo ne provederesti. Et poi che sanza fructo tanto pericolo et spesa sopporto, con ogni sicurtà vi priegho et gravo, che prima bene consideriate ogni cosa; et mettiate voi nel luogho mio; et dipoi considerando non ci essere publica utilità (se altrimenti non rimediate), se è bene io così rimanghi qui. Nè altro per hora. Iddio ti ghuardi.

Romæ, die 19 martii 1497.

Vostro Domenico Bonsi, oratore.

[d380]

13. Esamina di Giovanni Cambi.‍[947]

A dì XXIII di aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel secreto, a parole.

Giovanni di Nicholò Cambi, domandato della lettera per lui scripta allo Imperatore circa il concilio, chome passò, rispuose ad questo modo.

Sono giorni circa quaranta, che standomi in casa ocioso, mi venne in animo di mandare allo Imperatore il libro del Triompho della fede fatto da Fra Girolamo, havendo inteso che era bello libro; et mandavolo al decto Imperadore chome a huomo docto, et che si dilecta di cose simili. Et così feci una lettera a Sua Maestà, nella quale narravo chome il detto Fra Girolamo era gran profeta et prediceva cose future; maxime la conversione de’ Turchi, la ruina d’Italia e la renovatione della Chiesa. Et che non era dubio la Chiesa stava male, come Sua Maestà può ben sapere; et che a Sua Maestà prefata s’apparterrebbe rimediare, chome si faceva pe’ tempi passati, per mezo de’ concilii.

Dipoi andai con tal mia lettera a San Marco, non per trovare Fra Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e trovati Fra Salvestro et Girolamo Benivieni, la lessi loro. Dipoi la lasciai a Girolamo Benivieni, perchè la facessi latina; et lui così mi promisse di fare. Dipoi a tre giorni andai a San Marco, et mi fu decto che io facessi motto a Fra Girolamo, che mi voleva parlare. Et così andai a lui; et inginocchiatomegli inanzi, e’ mi dixe: Io ho vista la boza della tua lettera allo Imperadore; sia contento non l’havere per male. Poi sobgiunxe: La sta secondo il gusto mio, o poco mancha. Et che vi voleva agiugnere alchune parole, et darmi copia di una lettera havea scripto al papa, perchè ve la includessi. Et io rispuosi essere contento a tucto. Dipoi non li ho parlato. E tornatovi dopo alchuni dì, trovai facta la lettera, et sobscripsila; et quivi la lasciai a’ frati, i quali la [d381] mandorono, secondo intesi poi, per via di Vinegia, col decto libro del Triompho della fede. Et questo fu circa XX giorni innanzi pasqua.

Questa cosa io non la comunichai con persona, excepto la donna mia, perchè Fra Girolamo mi avea decto che io non la comunicassi con persona. Credevomi al tucto che Fra Girolamo fussi vero profeta; et havevo in tristo concepto chi non gli credeva. Hora mi ridico et ne chieggo perdono.

Alla sobscriptione facta in San Marco per mandarla a Roma, mi sobscripsi. Venne per me un giovane vestito di mantello et cappuccio pagonazo, che non lo conosco, et dixemi andassi a San Marco. Et io vi andai, et credo facessi motto a Fra Salvestro. Fummi monstro decta sobscriptione, et io mi vi sobscripsi. Altro non ne seppi poi. Et così circa altre pratiche di San Marco non ne so altro.

Hassi a mandare per lui, et farsi dare copia delle lettere scripse allo Imperadore.‍[948]

14. Esamina di Baldo Inghirlami.

Yhs. Die XXIII aprilis 1498.

Essendo richiesto io Baldo di Francesco Inghirrani, minimo dottore di legge, da quegli prestantissimi ciptadini deputati dagli excelsi Signori alla examina di Fra Ieronimo Savonarola da Ferrara, che io scriva sopra certi capitoli datimi in loro presentia da ser Francesco di ser Barone loro cancelliere, che di mia propria mano scriva la verità; volentieri l’ò fatto, in testimonio della verità, e per la mia innocentia, questo dì 23 d’aprile 1498.

Quanto al primo capitolo, sopra alla inibitione fatta a uno vicario, credo da Urbino, che qui veniva rimandato indrieto per lo offitio degli Otto, e della venuta del vicario Perugino; dico essere la verità, che essendoci stato imposto allo offitio degli Otto da’ nostri excelsi Signori, che sedevano al presente, che venendo un certo vicario da Urbino, e dubitando [d382] che essendo lui amico d’un m. Felino auditore di Ruota, amicissimo alla casa de’ Medici, non fussi al proposito del presente pacifico stato; e dicendoci la Signoria avere scripto lettere all’arcivescovo nostro che rimandassi il vicario Perugino, il quale non era deposto dallo arciveschovo; io insieme con quegli mia maggiori dell’ofitio degli Otto, tutti d’acordo, per ubidire a’ nostri excelsi Signori, per partito del nostro ofitio, mandamo ser Bartolomeo di Banbello nostro coitatore che andassi incontro a detto vicario, e gli dicessi, che si ritornassi indrieto, e che e’ s’era scripto allo arciveschovo per e nostri excelsi Signori, circa a’ casi del vicario, la loro intentione: e fumo meri executori de’ nostri Signori, e io non v’ebbi cattiva intentione.

Circa al vicario Perugino, chome a bocha dissi alle vostre Prestantie, pigliando scusa che Fra Ieronimo in su la sua examina‍[949] diceva che mi disse, che facessi favore al vicario Perugino, di tal cosa non mi parlò, e maraviglia’ mene; ma che e’ fu m. Bartolomeo Redditi e uno ser Gabriello di vescovado, e uno altro non mi ricordo chi, che mi parlorono, che non essendo rimosso il vicario Perugino, e soprastando a Roma, che io parlassi a qualcuno de’ Signori che scrivessino di nuovo in suo favore allo arciveschovo che lo rimandassi. E intendendo detto vicario essere buono e dotto e severo nel fare iustitia, et maxime per la buona relatione che fece ser Stefano di veschovado allo ofitio nostro, della dottrina e sufficientia sua molto lodandolo, chome potete da lui intendere; ne parlai una parola a Giuliano Salviati e Alexandro Accaiuoli e a Francesco del Pugliese, che di nuovo scrivessi la Signoria allo arciveschovo, e tutto a buona intentione. E da detto m. Bartolomeo e ser Gabriello potete intendere chi lo favoriva; e ser Stefano sollecitò le lettere della Signoria insieme con m. Bartolomeo Rediti. E tutte le lettere e risposte dell’arcivescovo in commendatione di detto vicario, apariscono nella cancelleria.

Sopra al capitolo del vicario de’ Medici qui, ciò è di messer Lionardo substituto del vicario Perugino, dico: Che [d383] essendo venuto Francesco Valori, e non so chi altri, non in mia presentia, allo offitio degli Otto, e narrando quanto si doveva operare che quegli e quali potevono operare qualche cosa in favore de’ ribelli della casa de’ Medici non avessino qualche commodità, per mantenimento di questo pacificho stato; ricordò essere a Prato uno vicario del cardinale, amicissimo loro; e qui è uno de’ Medici vicario, il quale lui e’ fratelli erano stati familiari del cardinale de’ Medici; ed essendo Guliano a Bologna, e per questo mezo operare per la via de’ preti qualchosa. Ne conferimo co’ nostri excelsi Signori, e facemone praticha di più cittadini, chome è noto; e inteso il loro parere, di fare di torne l’occasione a chi volessi malignare contro al presente stato; e atteso una lettera di mano propia di Guliano de’ Medici, mandata in que’ dì a uno de’ Fortini, credo confinato a Rimini, la quale lui proprio mandò agli Otto, che conteneva che stessi di buona voglia, che presto tornerebbono in Firenze; e mostrossi detta lettera a’ Signori da’ Dieci. Dipoi l’oblio degli Otto mandò per detto messer Lionardo sustituto vicario, e sì gli dicemo: che lui non risedessi più vicario, per buona cagione, essendo lui della casa de’ Medici. Non che lui fussi in dolo alcuno; ma per tôrre la suspitione si poteva avere di lui. A parole, senza partito, facemo che lui non facessi offitio, confortandolo che e’ si faceva per lui e per la casa sua; e achadendo nulla, al vicariato sarebbe messer Lodovico Adimari, il quale era substituto ancora lui, e non era persona suspetta al presente reggimento. E la intentione mia non fu altro, che fare quanto eravamo stati consigliati da’ cittadini della praticha, a retta intentione.

Circa al capitolo delle intelligentie de’ cittadini di San Marcho, e di fave, e d’ufitii, e di manifestare le Signorie in San Marcho; a questo rispondo, non ne sapere cosa alcuna nè di cittadini, nè di ufitii, nè di fave; nè mai avere inteso cosa alchuna, e solamente lo andare mio a San Marcho a prediche o a messe o a confessione era a buona intentione, e non per fare cosa alchuna tornassi o contro al publico o privati, ma solo per la salute dell’anima mia. Dello avere manifestate Signorie, cioè il segreto, in San Marcho, non feci mai; e trova’ mi al segreto quando fu’ de’ Signori, nè mai ad alchuno [d384] etiam per cenni lo dissi, nè etiam quando fu’ de’ Signori andai mai in San Marcho.

Circa a la presura di Fra Pagolino, dico: andando un dì allo ofitio, Simon del Nero disse: Io ò fatto pigliare Fra Pagolino, per rispetto che e’ faceva ragunate di gente, e diceva pazie, per levare scandolo; e operai che sanza partito fussi relassato sanza fargli nulla.

Circa alla provisione dell’arme di San Marcho, non seppi mai nulla ve ne fussi; nè io vi mandai mai arme, chome potete riscontrare.

E intorno al dì del caso di San Marcho, quello vi facevo, dico: Che ero ito al vespro, chome v’era molti altri; e volendomene uscire dopo il vespro, che si levò il romore, in sulla piaza, da certi, mi ritornai drento nel chiostro; e uscendo, certi armati che v’erano, fuora, operai che ritornassino drento a posare l’arme; dicendo loro che e’ facevano male, e davano caricho a San Marcho, e che le cose di Dio non si difendevano coll’arme: e quello vi stetti, chome potete intendere da chi v’era, non adoperai mai arme alchuna. E come prima potetti il dì, con un maziere e tre tavolaccini, con certi cittadini, usci’ dallo uscio dell’orto, e andai a casa; e d’ordine o di nulla vi fussi, non seppi nulla.

Circa al capitolo della subscriptione di Roma, a che fine, e chi ne fu mezano e sollecitatore, rispondo: Che essendo una mattina a San Marcho alla messa, uno ser Benedetto da Terrarossa, overo ser Filippo di Cione, mi disse: Vieni nello hospitio. E quivi andai. Ed eravi credo Fra Ruberto da Gagliano, e uno altro frate, non so chi; e sì mi dissono: Io credo che tu sappia che egli è stato mandato overo scripto da certi, chome Fra Ieronimo predica falsa dottrina et heresia. E per questo, a chiarire la mente del papa della verità della sua dottrina, avendo letto la epistola s’aveva a soscrivere al papa per justificatione della sua dottrina, e non a cattiva intentione di cosa alcuna, e vedendo molti dottori soscripti, e maxime messer Domenico Bonsi e messer Antonio Malegonelle, semplicemente la soscrissi, chome dico, non a mala intentione. E senpre quando ne sono stato domandato, l’ò detto, e il contenuto della epistola; e per iustificatione della [d385] sua dottrina l’avevo fatto. Nè mai poi di tale subscriptione ne intesi nulla, o non arei saputo contare venti de’ soscripti.

Circa al capitolo delle arme di Corbizo da Castracaro, che si missono in casa mia quando Corbizo ci fu; mi maraviglio di tal cosa, conciosia che io non conoscha Corbizo, nè mai gli parlai; nè per lui in casa dove abito, nè in chasa e mia fratelli fu messe arme, nè da altri, chome potete da detto riscontrare.

Circa al capitolo de’ frati che uscirono di casa dall’uscio dirieto, rispondo: Che tornandomi in casa con Girolamo mio fratello, il quale à donna e molti fanciulli, e confessando lui e la donna e’ figliuoli in San Marco, ed essendo stati malati in casa, de’ detti frati si sono confessati e vicitati qualche volta, e tutto a bene; e sono forse usciti dallo uscio dirieto che riesce nella via della Stufa, per loro commodità, chome facciamo noi.

Circa alla domanda fatta d’alchuni delle vostre Prestantie, della auctorità datami dal vicario Perugino, o allo offitio degli Otto, sopra a’ preti, dicho: che non è vero nulla; nè tal cosa arebbe mai acceptato l’ofitio degli Otto, per non ci inpaccare de’ preti e cheriche, se non per casi atroci o di stato.

E questo è tanto quanto m’occorre in rispondere a’ capitoli fattimi per le vostre Prestanzie. E tutto quello che io ò scripto in questo foglio di mia propria mano, è la mera verità; e sempre troverrete che io arò auto buona intentione e mente; e lo andare a San Marcho o a prediche, tutto per utilità della anima mia a buona fine: e di queste cose ne starò a ongni cimento; e solo mi resta racomandarvi la mia innocentia alle vostre Prestantie etc.

15. Esamina di Simone del Nero.

Die 23 aprilis 1498.

A dì 23 di aprile 1498. Nel secreto, a parole.

Simone di.......‍[950] Del Nero, domandato circa la lettera [d386] pel concilio scripta a Niccolò suo fratello, rispuose a questo modo.

A dì 24 di marzo passato, Giovanni Spina venne a me a casa, et dixemi per parte di Fra Girolamo, che io gli facessi motto. Onde io subito andai a lui a San Marco; et andato nella infermeria, trovai Fra Girolamo con lo imbasciadore di Ferrara. Et lui, lasciato decto oratore, si voltò a me, et dixemi, dopo alchune parole: Tu sai che io ho predicato la renovatione della Chiesa et la conversione delli infideli; Dio vuole che questa opera vada innanzi. Io voglio che tu scriva una lettera a Niccolò tuo fratello, oratore vostro in Spagnia, della quale te ne darò una minuta; adfine che havendosi a monstrare poi là, la sia di qualità che si possa monstrare. Et così anchora ti darò copia di una lettera che ho scripto al papa, perchè la mandi con decta lettera tua. Rispuosigli: Nicholò non vi sarà, perchè sono più mesi gli mandai la licentia. Oltra questo, Nicholò m’ha scripto, che quelli re sono volti alla impresa di Affrica. Et Fra Girolamo mi replichò: E’ bisognia che e’ faccino prima questa. Infine io gli promissi di scrivere, et fare quanto mi havea decto, secondo quella minuta. Et così mi parti’. Dipoi la sera medesima Fra Girolamo mi mandò per uno frate (el quale io non conobbi) la decta minuta, con la copia della lettera scripta al papa. Et io ne feci dua copie, et manda’le a Nicholò per dua vie. Questa cosa non comunicai mai con persona; perchè Fra Girolamo me la commisse in confessione.

Alla sobscriptione per Roma mi sobscripsi in San Marco, la quale per me non mi piaqque. Pure lo feci, perchè prestavo fede a fra Girolamo: non obstante che da lui mi tenni ingannato, quando egli acceptò uno mio figliuolo che vi si fece frate. Venne per me, quando mi sobscripsi, Piero Cinozzi.

Di intelligentie o altre pratiche di San Marco non so ragionare; ben confesso che io vi andavo alle prediche, et erovi fervente; perchè, come ho detto, prestavo fede a Fra Girolamo.

La copia della lettera che io scripsi a Niccolò mio fratello, sarà con questo scripto, et è quella propria mi mandò Fra Girolamo.

[d387]

16. Esamina di Alessandro Pucci.

A dì 24 di aprile 1498. Nel secreto, verbis.

Alexandro di Antonio Pucci dice che circa venti giorni sono, andando lui a San Marco, Francesco Davanzati gli dixe: Noi habiamo inteso che questa compagnia de’ Compagnacci vuol venire una nocte a San Marco; e bisognia provedervi di arme. Ha’ ne tu? A cui, dice, rispuose di no; ma offerse dargli uno scudo per comperarne. Et Francesco, dice, gli rispuose; Se e’ bisognerà, noi te lo dirèmo. Et che di questo medesimo ne ragionarono un’altra volta. Dice vi era presente Giovanni Carnesecchi et Ruberto Ridolfi; ma che altre arme non vi mandò. Ruberto Ridolfi dixe di mandarvene anch’egli. Giovanni, il medesimo.

Il dì della domenica dello ulivo, dice, quando da principio i fanciulli cominciarono a trarre saxi a San Marco, lui per uno uscì fuora, et trasse certi saxi contra chi ne traheva a San Marco: et che dipoi visto il maziere, dice si ritirò in chiesa, e non s’impacciò poi di altro.

Domandato se Fra Girolamo volle uscire fuora; dice di sì, col Crocifixo, secondo intese da altri.‍[951]

Di chi pigliassi l’arme, dice: Lionello Boni, Deiphebo della Stufa, Pagolo della Robbia, Francesco di Lorenzo Davanzati. Pagolo ceraiuolo traheva l’arcobuso: videlo trarre dal leggio in chiesa, et uno altro anchora, che non lo conobbe. Item, vi vide Leonardo Cambini, Cambio o vero Benedecto Bonvanni, Giuliano da Gagliano, in mantello et cappuccio, disarmati: Giovanni Caccini in corazza. Item, Francesco del Pugliese in mantello et cappuccio, che dice soffiava come uno thoro. Item, dice vi vide certi altri giovanetti che piagnevano; et lui gli confortava dicendo: noi andrèno a cena con Dio. Item, delli altri ch’egli vide da principio, poi non gli rivide; chome Francesco Villani, Giovan Baptista Ridolfi, Alessandro [d388] Nasi, Alexandro Acciaiuoli; Adovardo Rucellai, dice intese era in sul tecto. Francesco Davanzati, dice, dixe che harebbe targoni da Mateo Strozi, secondo vuol ricordarsi. Anchora gli parve dicessi, harebbe mezzo di haverne dalla Parte Guelfa.‍[952]

17. Esamina di Tomaso, Comandatore.‍[953]

A dì 24 di aprile 1498.

Tomaso comandatore dixe: Che la domenica dello ulivo, sentendo il rimore, se ne venne a Palagio; et essendo in capo della scala alla catena, dixe: Che cosa è questa? Io ho inteso che il popolo diceva: corriamo a San Marco col fuoco, che Fra Girolamo ci ha fatto morire di fame. Et essendoci m. Bartolommeo Ciai et m. Francesco Alfani, quivi alla presentia, m. Bartolommeo dixe: Se e’ correranno a San Marco col fuoco, nui correremo al Palagio col fuoco. Et m. Francesco Alfani dixe: Allhora voi non parlate con prudentia, che non havete avuto tal beneficio dal Palagio, che doviate parlare così: e’ si vorrebbe dirlo alla Signoria. Et che dipoi m. Bartolommeo se n’andò, scrollando il capo, verso la scaletta, et Tommaso verso l’audientia. Et altro non intesi allhora.

18. Esamina di Andrea Cambini.

A dì 26 di aprile 1498.

Magnifici et excelsi signori mia. Sendo così suto richiesto da quelli excelsi cittadini deputati sopra la examina, vedrò di redurre insieme su questi fogli tutte le cose che in varii tempi et volte ho exposte dinanzi alle loro Prestantie. Et prima, ricercato da loro dovessi dire tucto quello sapevo de’ secreti et intentioni di Francesco Valori, circa le cose della [d389] cictà et dello stato; dico che, per quello nel praticare con lui potecti ritrarre, a me pareva che lui fussi molto vôlto al presente modo di governo. Vero è, che diceva havea bisogno di qualche correctione: ma affermava il tempo presente non lo conportare. Con Piero de’ Medici havea hodio inconparabile, in maniera che pel sospetto grande ne havea, al continovo dubitava di molti, et erane in gelosia; et per adventura, el più delle volte, sanza probabile ragione. In maniera che adgunto questo acidente del sospecto a la natura sua difficile, interveniva che nel praticare era salvatico et dificile. Al publico, per quanto a me si mostrava, era molto affectionato et amorevole. Inteligentie o ubrigatione, testifico Dio che mai m’acorsi o intesi che con cictadini havessi. Vidilo già confidare tucto in Paulo Antonio et Lorenzo di Pierfrancesco.‍[954] Da’ casi di Bernardo del Nero in qua, mancato la confidenza, insalvatichì con l’uno et con l’altro; ma con Paulantonio da dua mesi in qua, per le dimostratione fatte in favore del Frate, s’era rassodato et tornato in fede. Con Giovan Batista Ridolfi, inanzi a la morte di Nicolò, era in grandissima confidentia; da quello tempo in qua, benchè lo cultivassi, non trovavo vi si confidassi come prima. Confidava ogi, più che in persona, in m. Francesco Gualterocti et Antonio Canigiani. Mostrava etiandio confidare molto in quelli cictadini che soctoscrisono et consentirono la morte de’ cictadini d’aghosto passato; et usava dire, havea acquistato 150 consorti, per lo interesse haveano insieme contracto. Et mi ricorda che sendo entrati alcuni de li amici sua, maxime dello stato presente, in sospecto che pella morte di tali cictadini Francesco, per asicurarsi, non cercassi nuove amicitie, et facessi qualche ristringnimento; io, andandolo scalzando, glie ne dissi molte volte; et sempre me lo negò, dicendo: che non si voleva fare stendardiere o capo. E così, dicendoli io et altri, molte volte, che, havendo preso e carichi havea, viveva troppo ad benefitio di natura; sempre neghava, e diceva: Quando a Paulantonio e Giovan Batista e questi altri, parrà loro da fare più una cosa che un’altra, io concorrerò con loro; ma capo non intendo io farmi. Et mi ricordo che è circa [d390] uno mese che, sendogli decto, credo da Nicolò suo nepote, che Piero Martelli et Alphonso Strozi haveano usato dire che io sarei uno dì constrecto a manifestare tutti e secreti sua; lui ridendo me lo referì, et disse: Io sarei vituperato, se havessi a intendere quanto sciocamente io mi governo. Poi si risolveva con dire: Che mi può egli essere fatto? Di fuora non intesi mai che con principi havessi intelligentie o pratiche. Temeva il duca di Milano molto, et però era vôlto a le cose di Francia. Confidava assai in Paulo Vitelli, et sperava che in ongni sua ocorentia non li havessi a mancare. Di Lorenzo di Pier Francesco era intrato in grande sospecto, et usava dire che gli avea i sensali per la Italia, et maxime s’acrebe questa suspicione in lui, dopo la venuta di Frate Lauro.‍[955]

Ad Frate Hyeronimo et tucta quella casa di San Marco mostrava essere tanto affectionato quanto dire si potessi; et havea tucta la fede sua in loro; et afermava per la salute loro esere per fare ongni cosa: et quando acadeva ci fussi aviso e pratica alcuna apartenente a loro, m’usava spesso per mezo a farlo loro intendere; et così loro, quando acadeva loro bisogno di nulla, per via mia glieno facevono intendere, et lui gli aiutava et consiglava. Et mi afermò molte volte, che era tanta la reverentia portava ad Fra Hieronymo, che si farebe gran coscientia a richiederlo, o fargli dire o fare cosa alcuna a stanza sua. Et io non mi ricordo mai che a me gli facessi fare inbasciata alcuna di cose apartenente al publico. È bene vero che a questi dì, quando si tractò di sospendere la predica et se ne fe’ pratica, m. Francesco Gualterocti et lui mi commisono che io gli facessi intendere, come sendo il dì, che fu uno sabato, chiamati dalla Signoria per questo, loro erano in parere consigliare si sospendesino; e però glie ne facevono intendere, a ciò lui esaminassi se era meglo se ne levassi da sè, e aspectare la resolutione della pratica. A che lui rispuose: voleva piutosto che e Signori ne lo richiedesino, perchè da sè non le leveria. Ricordomi ancora che l’anno passato, la vigilia della Ascensione, sendo altercatione circa al predicare o no, Francesco Valori mi mandò [d391] a intendere se voleva a ongni modo predicare; et lui disse di sì: et uscita la pratica, gli fe’ intendere come era diterminato per la Signoria, che la mactina predicassi, et che lo poteva securamente fare.

Ancora mi ricordo che, havendo io inteso da Francesco Valori, quando era gonfaloniere di giustizia, chi era la Signoria li scanbiava, io la dissi a Frate Silvestro di San Marco, et ancora ad altri, maxime a Nicolò Ridolfi, perchè lo facessi intendere a Bernardo del Nero che era in villa: così havendo intesa di quella di Giuliano Salviati, come si diceva (che ve ne fu molti poi non riuscirono), parlando io con Fra Silvestro, gle ne dissi come gl’aveo inteso.

Che Francesco Valori sia andato a casa citadini privati, dico che io non ho notitia; ma mi pare havere inteso che un dì di festa andassi con Nicolò Machiavelli et Tommaso Guidecti a vedere Francesco dello Scarfa, ma non lo afermerei di certo; così è ito molte volte a visitare Antonio Canegiani malato: così andò due volte a visitare il vescovo de’ Soderini.

Sendosi l’anno passato, Francesco Valori acozato con Nicolò Ridolfi, Lorenzo Tornabuoni et Gianozo Pucci, separatamente però, et con loro rasectatosi circa lo sdengno haveano concecto de l’esere ritenuti in Palazo, et esendo poi molto stimolato da loro di dovere vivere con qualche ordine, et sapere chi erono gli amici sua; mi ricordo che, havendo io desinato con lui una mactina, andato nello scrictoio, preso in mano certi stracti havea, dove erano scricti tucti e veduti et seduti‍[956] sino all’anno 1494, et legendogli a uno a uno, n’estrasse circa 300 cictadini delle migliori qualità v’erono, e usò queste parole; Quando s’avessi usare inteligentia, si vorebe esere con questi tali; ma io non intendo entrare in queste pratiche nè farmi capo. Et così ripuose decti stracti, nè mai più vidi ne tenessi conto.

Ancora mi ricordo che sono circa a venti giorni che, sendo io con Francesco Valori fra la piaza del Grano et quella de’ Signori, Berto da Filicaia lo scontrò, et tiratolo da canto, gli parlò molte parole; et spicatosi da lui, Francesco [d392] mi disse: Che credi tu che costui m’abia decto? costui era sul dirmi, che noi siamo disordinati, et che noi doveremo ordinarci. Io gli ò resposto, che vadia a trovare questi altri, Pagolantonio et Giovanni Batista Ridolfi; et dicoti, che io non mi voglio fare stendardiere.‍[957]

Sono circa XV dì, che Fra Silvestro di San Marco mi dette una poliza, havuta da uno suo frate, sulla quale era scritto come Tonmaso Capponi havea detto sullo sportello della botegha sua, che inanzi passassino molti giorni, le cose si chiarirebono, et che havea parlato con molti giovani de’ Conpangnacci. Et io la mostrai a Francesco Valori, el quale disse: Questa sarebe mala poliza, se fussi d’altri che di Tonmaso; ma si vorebe che e’ Dieci la vedesino. Et io gli dissi: Io non voglio questo uficio. Et così mi restò la poliza, et stracia’ la.

Similmente detto Frate Silvestro era usato, quando intendeva qualche cosa di carico o pericolo di Francesco Valori, o di Firenze o fuori, farmelo intendere, perchè glie ne riferissi. Et essendo, più tenpo fa, Francesco Valori in mala opinione di molti di quelli frequentano San Marco, che mostravono temere della grandeza et volontà sua circa le cose publiche, mi ricordo che io ne parlai già con Fra Silvestro; et facendogli fede della buona intentione sua, lo richiesi ne facessi ancora lui fede a quelli gli capitavono a le mani. Simile ho usato lodargli qualche altro cittadino di quelli non frequentano le prediche, perchè lui gli mettessi in buono concetto: e questo a nesuno altro effetto, se non per la benivolentia havevo con quelli tali, desiderando fusino honorati. Et emi ancora intervenuto che, trovandomi qualche volta con certi sviscerati di San Marco, che sapevo non legevono altro libro; io harò lodato loro uno Piero Corsini, Filippo Buondelmonti et Francesco Scarfi, maxime ne’ tenpi che el ghonfalone locava ne’ loro quartieri;‍[958] et facendo loro fede che, non obstante che non frequentino le prediche, per essere amorevoli della cictà, [d393] senpre farieno bene: et per questa via vedevo indurgli a prestare loro favore.

Circa a le intelligentie si dice esere in San Marco, io non intesi mai che vi fussi altra inteligentia che una inclinatione d’animi a benivolentia l’uno verso l’altro, di quelli a’ quali piaceva questa opera: ma che mal vi si facessi ordine o ristringnimento alcuno, io non hebi notitia alcuna, nè mai in pratica alcuna simile mai intervenni. È bene vero che, usando molti di noi insieme, come era meco uno Alexandro Nasi, Alexandro Acaiuoli, Francesco Manelli et Piero delli Albizi, et simili; ne’ tenpi del creare i magistrati, secondo ci trovavàno‍[959] insieme, andando ragionando insieme, discorrevàno fra noi quelli si trovavono habili, et disputavàno insieme le qualità loro, maxime di quelli non erano noti credesino al Frate, mostrandoli l’uno a l’altro. E facto tali discorsi, dicevàno: Questi ci parebono a proposito della cictà. E questo, come dico, era ne’ nostri parlari familiari, secondo la sorte dava ci trovasino insieme. Et io per me, quando ho voluto dare favore a più uno che un altro, ho preso la via del lodarlo. Et è vero che, trovandomi questa state passata in Sancta Reparata, et scontrandomi con Piero di Lorenzo Davanzati, che ero stato parechi dì in casa malato, et entrati in ragionamenti della Signoria s’avea ad fare; dissi: do’ vedeva volti gli huomini al ghonfaloniere? et mi rispuose: non havea inteso nulla; et dove io ero vôlto, io? Rispuosigli: che io farei ongni altro che Pier Filippo. E questo facevo per lo odio era fra Francesco Valori et lui; et di questo ne fu’ tanburato a’ Conservadori, et absoluto.‍[960] Che io non sia in inteligentia alcuna, pare lo pruovi, che, poi si fe’ questo Consiglio, mai octenni partito alcuno di ofitii grandi o minimi.

Ancora mi ricordo essere in varii tenpi suto domandato da molti, di conditione maxime bassa et deboli: Che huom è, et come va il tale? verbi gratia, Filippo Buendelmonti, Piero Corsini o Francesco Scarfi: che nomino questi, perchè sono acaduti in facto. Et io respondevo: e’ sono huomini da bene, et non faranno mai se non bene.

[d394]

Circa a la soscrictione si fe’ questo maggio o giungno passato in San Marco, a richiesta di quelli frati, come dissi hieri a boca; che era nata da lettere di ser Alexandro‍[961] da Roma, che scriveva che intendeva là era suto mandato certa soscrictione di cictadini contro al Frate, et confortava a fare loro fare testimonianza delle cose sua, et fructi facti nelle cictà. Et e frati ne chiesero parere a Francesco Valori et Giovan Batista, et furono confortati a farla. Et così e frati medesimi la portorono, et fecono soctoscrivere; et io la soctoscrissi, in fra gli altri, come testimone; nè mai ne tenni conto da poi, o intesi quello se ne fussi; che v’era d’ongni sorta di huomini secolari, religiosi et forestieri. Le lettere erano di ser Alexandro adiricte a ser Bastiano suo genero, o a’ Manelli; et debono esere in piè.

Di fare loro predicare, che i cani fusino in catena,‍[962] o più una cosa che un’altra; io, nè per parte di Francesco, nè mia, non persuadecti mai loro che predicas’no più d’una cosa che altra: et loro lo sanno.

Circa a l’arme et artiglierie erano in San Marco, io non hebi mai notitia alcuna, nè mai intervenni a pratica di farvelo mettere; ma m’è venuto a la memoria, che, circa uno mese fa, domandòmi Ruberto Ridolfi se haveo arme in casa. Gli rispuosi, non haveo, o poche; et lo domandai quello ne voleva fare. Disemi, che e frati erano ongni dì minaciati d’essere arsi in casa; et che però crederebe fussi bene, in quelle case intorno et nel convento, fussi qualche arme. A che gli rispuosi: che per niente lo facesino, chè n’arebono carico, et sarebono cagione di muovere scandolo. Nè poi ne ’ntesi altro; chè mostrò restare satisfatto del parere mio. Simile lo dissi a Francesco Davanzati, con lui insieme, a ciò lo obviasse; che sono vivi.

Ancora mi trovai questo anno in certa pratica, dove si tractava fare provedimento di denari; et havendo Guido Manelli, che era nella pancata dove io, disputato il modo gli ocoreva, et subgunto che si provedessi non si gictasino via, et che i cictadini non se gli ’nborsasino col comperare gli ’nstantiamenti; [d395] è vero che, sendo il dì poi con Francesco Valori et Antonio Canigiani, et ragionando di quello s’era decto in tale pratica, che loro ancora v’erono stati; io dissi loro quello Guido havea decto.‍[963] E questo ho decto perchè ne sono suto richiesto.

Racomandomi umilmente alle Signorie et Clementie vostre; et le priego, che, se non vogliono havere riguardo a me, che confesso non lo merito per esere entrato in pratiche non conveniente ad me, e per haver voluto meglio ad altri che a me; vogliate haver compasione di cinque figliuoli mi truovo, restati su l’amatonato et condocti, havendo perduto il loro, andare a le mercè d’altri.

················

Die 27 aprilis 1498.

Andrea di Antonio Cambini, constituto alla presentia di me ser Francesco, disse; et prima:

Circa alla cerimonia et segreto fece Fra Girolamo in San Marcho, dixe: che, essendo la prima domenicha dello Advento in San Marco, intendendo vi s’aveva a fare certe divotione, vi restai insieme con Alexandro Nasi, Francesco Davanzati, Piero Cinozi, Girolamo de’ Rossi, uno barbieri chiamato il Frate, uno orafo, et Giovanni Spina, et Benedetto Buomvanni: et circha a un’ora di nocte, havendo Fra Girolamo tutti li frati parati di camici, piviali et pianete nello hospitio, lui‍[964] si levò su, et fece uno sermoncello. L’effecto del quale fu, che lui si dolse che, avendo provato con tante ragioni la verità predicava, li huomini ogni dì diventavano più duri; et che però facessino orationi tutto quello Advento, nel modo haveva ordinato, acciò che Dio si disponessi, poichè gli uomini non volevano stare contenti alle ragioni, provassi questa verità con miracoli; et che si confidava che, facendole, senza dubio alcuno obterrebbono questa gratia. Dipoi si volse a tutti quelli che v’erano, et inpose loro non dovessino parlare di queste cose, ma tenessinle segrete.

Ricordomi che, sendo gonfalonieri di giustitia Francesco [d396] Valori, et circa alla fine dell’ufficio suo, lui nel ragionar seco mi mostrò che harebbe gran desiderio che Antonio Canigiani fussi lo scambio suo: et parlando io dipoi con Fra Salvestro, gli conferi’ questo desiderio di Francesco, et loda’ li molto Antonio Canigiani. Et questo facevo a fine che Fra Salvestro, con quelli gli capitavano alle mani, lodandolo loro, gli facessi favore. Et dicendomi Fra Salvestro, Bernardo del Nero; io dissi: e’ sarebbe meglio Antonio. Similmente mi ricordo che nel fare la Signoria passata, sendo, credo, nel chiostro con Fra Salvestro, et venuto a ragionamento delli gonfalonieri v’erono da fare, io gli lodai Francesco dello Scarfa, monstrando che era uomo da bene, et per fare bene. Et sappiendo era affectionato a Giovanni di Iacopo di Dino, gli dissi: E’ ci sarebbe anchora Giovanni di Iacopo di Dino, che sarebbe buono; ma io non credo vi si conduca.

Così mi ricorda, che sendo con lui in cella, io dissi: noi habbiamo viso di havere una mala Signoria; et s’ella è, e’ ci chacciaranno da Firenze, et io sarò de’ primi.

Così, sendo una mactina Francesco Valori et io con Fra Salvestro, Francesco cominciò a ghignare; et volsesi a Fra Salvestro, et disse: Voi sapete bene che c’è chi dice, che sarebbe bene examinare Andrea Cambini, et saperebbesi e segreti mia. Al che io risposi: Da me chaverebbono pochi segreti, chè io non ho che dire, et sono parato andarmene, et morire quando e’ bisognassi.

Anchora dico, che sendo quest’anno, Alamanno Salviati, Alexandro Nasi mal contenti di Francesco Valori, credo per le cose seguite d’agosto, et parlando di lui molto male, io ne parlai con Fra Girolamo, et disseli: che sarebbe bene che parlassi con loro, et levassi loro quelle albagie del capo. Così sendomi noto che Giovan Batista Ridolfi, poi fu facto de’ Dieci, havendo voluto una mactina parlare a Francesco Valori, et havendoli detto lui, che non poteva allora, che era con Naldo per una sua faccenda; della quale risposta Giovan Batista era entrato in gelosia, che Francesco non fussi di lui mal contento; io, per provedere che salvaticheza non nascessi fra loro, ne parlai con Fra Girolamo, et lo confortai, capitandovi Giovan Batista, a dirglene qualche cosa, et mostrarli questo [d397] essere per la natura di Francesco, et non per nessun’altra ragione; facendoli fede, come Francesco li portava amor grande.

A messer Giovanni Bentivogli, quando andai a Bolognia, parlai secondo la commessione havevo circa alle cose dei grani et della ciptà; e del presente reggimento li parlai tanto honorevolmente quanto io seppi, lodandoli et mostrandoli quello che pel tempo era per farsi. E mi ricorda che dicendomi: che è del Frate? io li dissi: El Frate attende alle prediche et alle orazioni, et li ciptadini a governare la ciptà.

Ricordomi ancora, quando tochò il gonfalonieri in Santo Spirito,‍[965] l’ultima volta, Francesco Valori, nel ragionar mecho, mostrò havere desiderio che Piero Corsini fussi facto, et molto me lo lodò. Et io sendo a ragionamento con Fra Salvestro, li riferi’ quello che Francesco m’avea detto.

19. Esamina di Bartolommeo Mei.

A dì 27 di aprile 1498.

Bartolomeo di Cristofano Mei, setaiuolo minuto, dice sarebbe entrato nel fuoco, se Fra Girolamo gle n’havessi decto.

Dice stava la nocte a San Marco, et tenevavi il giaco, et il dì del caso se lo misse.

Circa tre anni, Fra Salvestro, che l’ha confessato cinque anni, gli dixe nel confessarlo: Egli è buono che tu vadia con Fra Girolamo, perchè non gli sia facto villania; perchè egli è in pericolo di esser morto per la via. Et dice gli dixe, che anchora si dubitava il duca di Milano era suo inimico. Et così ancora lui acceptò, et andò poi con Fra Girolamo. Et quando si mutava uno ufficio di Otto, et lui diceva: Chome porteremo noi l’arme? Et Fra Salvestro gli rispondeva: Andate via; e’ sono scripti quelli che hanno accompagnare Fra Girolamo.‍[966] Et Fra Ruberto da Gagliano gli diceva anchora qualche volta il simile.

[d398]

Il dì del caso, dice si armò circa le 22 hore col giaco, celata e spada.

Al legìo, in coro, arrecò uno arcobuso Pagolo ceraiuolo et uno altro; uno tedesco, uno altro; et quivi trassero certi colpi. Uno colpo trasse Pagolo, dalla porta di verso i Tessitori.

Il bando, dice, udi’ dire che era ito; ma dice, non lo intese.

Ridolfo Panciatichi gli dixe: Io sono morto.

Nicolaio calzaiuolo, dixe, era stato prima preso, et spogliato: poi prese Lucantonio Cavalcanti, et spogliollo.

Ihesus.

Io Bartolomeo di Christofano dicho, che dipoi tornai da Roma, avendo volontà di fare la volontà di Dio, chomincia’ d’andare in Sa’ Marcho, et udi’ Fra Girolamo in Sa’ Lorenzo. Parendomi diciesi la verità, presi per mezo di Fra Christiano, per chonfesoro Fra Salvestro, et lui m’à chonfessato insino chomenciò la moria in San Marcho; et incominciorno avere gelosia no fusi morto Fra Girolamo. Pregato io loro l’achonpangieri,‍[967] e perchè mi pareva quello aveva detto, et diceva, fusi la verità. Et io in chonfesione più volte disi: che per l’onore di Dio et per questo suo servo meterei la vita. Dipoi incominciai andare cho lui: eravamo tre overo quattro, cho l’arme; non per ofendere persona, ma per difendere lui.

E perchè el sospetto incominciò a chresciere, sechondo dicevano, vene de li altri. E quelli ufici d’Oto che sono seghuiti, quando s’andava cho lui, diceva Fra Silvestro e Fra Ruberto da Ghagliano, potevamo andare sichuri, per la licenza avevano da li Oto per tuti quelli andasino cho lui. E Stefano, famiglio d’Oto, chontinovamente venuto in nostra chompagnia, e uno tavolacino. Quelli sono venuti v’è noto chi erano, e chi sono stati, perchè è suta chosa ciascuno vedeva chi eravamo chiaramente.

Dipoi questa quaresima, dipoi tornò a predichare in San Marco, parve a que’ padri fusi in magior pericholo, masime de l’esere perseghuitato, preghomo molti di numero, cioè que’ medesimi a 6 per sera, chontinovasimo l’andarvi, per [d399] ghuardare; e per e gharzoni di casa di Sa’ Marcho vene, una sera‍[968] io v’ero, partigiane e rotelle, e non so che targhoni quanti: Nicholaio‍[969] mi dise, venivano da amici di chasa. Dipoi a forse 10 dì, per le mani di detto Nicholaio, chome una sera vene 9 choraze; disemi el simile, da amici erano prestate: et chosì vi vidi 4 overo 6 archibusi, o no so bene 2 overo 3 bonbardelle picholine, e 2 schopieti: eravene uno di Nicolaio: questo so; l’altro non so di chi fusi: e chosì v’era meze teste; lui anco sa di chi erano, io per me non lo so.

E quando el dì si levò romore, si mesono in doso a molti; che fu uno quello povero vuomo di Ridolfo Panciatichi: li altri non so dirvi la verità chi erano, perchè io m’armai, e fu’ meso a l’ucio viene dalla Sapienza, Pacholo della Robia e suo fratello ed io: vidi Francesco Davanzati e Lionello Boni armati, et uscir fuora, no so chi, perchè intendete dove ero. E quando ci fu detto Francesco era morto, e arso la chasa, e che quello de’ Pechori‍[970] anche ispichati, e volendo vedere dov’era Fra Girolamo, andai in chiesa. Pasando, vidi la porta ardere; e tornai per el mantello: no trovandolo, tolsi questa ghabanella, e ritornai in choro; e quivi in ginocchioni aspetavo esere morto. Vidi trare a un tedesco molte volte uno archibuso, inanzi entrasi persona drento. Di poi entrato, per romore, serorono l’uscio. A Pagholo ceraiuolo vidi trare una volta a l’uscio de’ Tessitori, e venono a la porta d’andar in saghrestia, dando due volte drento; un frate aperse, e dreto a lui andò molti altri frati cho torchi aciesi in mano: e io steti fermo ginochioni aspetando, chome è deto di sopra. Vidi andare fra loro tre secholari, Pagholo della Robia et suo fratello, et Girolamo Gini; et noi abbraccavamo l’uno l’altro: et passato un pezo, tornorono; et avevamo molti per espogliati presi.‍[971] A loro fu fato ghrande abraccata.‍[972] La porta della chiesa ardeva forte: et fu Fra Francesco de’ Medici chon altri frati cierchamo per la chasa, e non trovando se non quelli [d400] rachiusi, d’andare dov’era e chapi, ch’erano el fratello di Fra Girolamo chon quelli vi disi; et insieme tornamo in choro. Et in quello stante, vene per la porta di chiesa insino a la porta entra in choro, e per dov’era la tela, fruchavano cho lancia lungha; et quel frate ch’aveva la rochola tolta da uno lato, et di là Pagholo si difendevano. Et uno frate salse dietro il chrocifiso chon sasi: fugiron fuora. E in quello era suto portato due archibusi in su legìo, che li traeva uno tedescho zuchone; et per el fumo e ghrida e stracheza, cie ne andemo cho’ frati dreto a Fra Girolamo in dormentorio; et quivi venne uno mandato da’ chomesari; dise: frati e secholari si tirasino da parte, ch’ongniuno si perdonava: volevano Fra Girolamo e Fra Domenico et Fra Silvestro. Alora chon forse 70 cie n’andamo in una chapella in dormetorio, che v’era el chorpo di Nostro Signore; e quivi stemo insino a che fumo mandati via.

E de l’avere portato imbasciate a citadino nesuno, no troverete; nè che io sapi nesuna chosa in privato nè in pubrico di nesuno, nè da nesuno mi fusi mai imposto alchuna chosa; salvo el dì del fuoco, che s’aveva a fare in sulla piaza, Piero Cinozi mi mandò a lo speziale di Naldo, per torchi per achonpangniare el chorpo di Nostro Signore.

E la chontinova usanza mia di San Marcho era per fare bene, chome stimo vi sia noto; quella chompangnia si raghuna in Sa’ Michele per opera di charità, et a’ malati, sepelir morti, e cho’ limosine per sovenire e poveri a ongni loro necessità e bisongni, et a conducier qualche fanciulla a onore cho le borse delle buone persone: et nonne io; ma Dio tal opera atribuischo.

Se altrimenti trovate, fate di me quello vi pare. E a botegha mia non vi si ragionava se non di chiachiere e novelle, in modo mi sono sute danose: Idio lo sa. Me trovai così quando la presi, non ò posuto fare altro.

[d401]

LIV. Atti e Deliberazioni della Signoria, circa l’esperimento del fuoco.‍[973]

1. Soscrizione dei Frati Minori.

Die XXVIIII martii 1498. — Frater Franciscus ordinis Minorum, presentibus Dominis, ratificavit omnia que in subscriptione eius erant, iterumque se dixit paratum omnia illa facere.

Iterum, sumptis verbis etc., disse, non si potere eguagliare con Frate Girolamo, nè per lettere nè per bontà;‍[974] ma perchè Fra Girolamo era actore principale, chiedeva lui. Et quanto al provarsi con Fra Domenico, a questo rispondeva, che haveva electo Fra Girolamo perchè cessassi al tutto questo male; perchè, morto Fra Domenico et sè, si rimarrebbe in simil confusione.

Iterum, che preparerà 3 o 4 frati, et che lui elegga. La substantia sta qui: che quando il fuoco sia acceso, si mandi per il predicatore.

Offerì Frate Giuliano Rondinelli, benchè absente.‍[975]

2. Circa fratres ignem ingressuros.

Die XXX mensis martii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati etc., attendentes diversitatem ortam in eorum civitate [d402] et populo propter discordantiam Fratrum Sancti Dominici habitantium in ecclesia Sancti Marci, ac asserentium aliquas conclusiones contingentes, et Fratrum ordinis Minorum negantes eas, et consequenter diversimode in rebus futuris Ecclesie sententium; et quod duo ex supradictis religionibus, ad probandas et comprobandas dictas conclusiones que indigent probatione supernaturali, nuper, coram eorum Dominationibus convenerunt ad invicem, promictentes eorum propria manu se subscribendo papirum, pariter ac simul ignem ingredi, ad libitum prefatorum Dominorum, ut ex igne exeunti inleso rationabiliter credi possit; ad hoc, ut huiusmodi popularis seditio tollatur e medio in omni eventu eorum altercationis:

Ideo, servatis servandis, et obtento inter eos partito, secundum ordinem etc., deliberaverunt et deliberando voluerunt, quod casu quo in isto experimento per ignem, a dictis partibus fiendo, pereat dictus ex fratribus Santi Dominici, tunc et eo casu, Frater Hieronimus Savonarola de Ferraria, huius ordinis Santi Marci, primarius et eiusmodi doctrine seminator, ac etiam frater Dominicus de Piscia, eiusdem ordinis, et eiusmodi doctrine professor et predicator, intelligantur et sint confinati et relegati in perpetuum extra dominium Florentinum, nec possint remicti aut restitui, nisi precedente deliberatione Dominorum pro tempore existentium, cum eorum venerabilibus Collegiis et Octoviris, per quadraginta quatuor fabas nigras, obtempta postea per opportuna Consilia eorum civitatis Florentie. Si vero in dicto experimento perierit tantum dictus ex fratribus Minoribus sic ignem ingressus, salvo remanente dicto ex fratribus Santi Dominici, tunc et eo casu intelligantur, ut supra, et sint relegati et confinati in perpetuum extra dominium, frater Franciscus ordinis fratrum Minorum predicans in presentiarum in aedibus Sancte Crucis dicte eorum civitatis Florentie; et cum eo frater Laurentius de Corsis dicti ordinis fratrum Minorum; qui non possint restitui, nisi servata forma ut supra servanda in restitutione dictorum fratris Ieronimi et fratris Dominici ordinis Predicatorum. Sed si quilibet ex dictis sic ignem ingressis periret, quoad effectum huius partiti et relegationum predictarum, voluerunt non aliter [d403] haberi, quam si solus dictus ex fratribus Sancti Dominici perisset;‍[976] ac, casu quo, quacumque ratione vel causa, per dictas partes, vel aliquam dictarum partium, staret tempore requisitionis eorum Dominationum de ignis ingressione fienda quod non ingrederetur, pollicitus vel pollici (sic) ignem ingrederentur vel eiusdem ordinis sacerdos aut sacerdotes eius vel eorum loco surrogatus vel subrogati ingrederentur; constitutus in mora vel constituti ingrediendi ignem vel patroni et principes factionis dicti constituti vel dictorum constitutorum in mora intelligantur et sint confinati ut supra, vel alter eorum vel altera eorum pars intelligatur et sit confinata, ad declarationem eorum Dominationis, ita quod effectus sit, quod pars per quam staret quod non fieret experimentum, patiatur relegationem; et si per utramque fieret, utraque patiatur relegationem. Et supradicta omnia et singula deliberaverunt omni meliori modo etc.; confinantes ut supra, ex nunc prout ex tunc, et ex tunc prout ex nunc, casibus suprascriptis. Mandantes etc.

3. Contra fratrem Hyeronimum.

Die VI aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., deliberaverunt etc., quod casu quo ardeat Frater Dominicus de Piscia,‍[977] frater ordinis Predicatorum, in ecclesia Sancti Marci de Florentia, qui ingressurus est ignem, ut convenit, cum Fratre Iuliano de Rondinellis ordinis Minorum; tunc Frater Ieronimus Savonarola, eiusdem Fratris Dominici doctrine primarius, intelligatur et sit rebellis; et sibi, dicto casu, assignaverunt tempus trium horarum ad egrediendam urbem Florentie. Mandantes etc.

[d404]

LV. Deliberazioni fatte nel giorno del tumulto e durante l’assedio di S. Marco.‍[978]

1. Bannum confinationis.

Dicta die VIII aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., deliberaverunt precipi et banniri etc., quod unusquisque eorum civitatis dimictat arma; et Frater Hyeronimus Savonarola suprascriptus sit confinatus extra dominium Florentinum; ad que confinia se representare debeat intra XII horas etc. Mandantes etc.

Bannitum dicta die incontinenti etc., hora xxii eiusdem diei. Mandantes etc.

2. Contra non evacuantes ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod omnes layci qui sunt in ædibus Sancti Marci de Florentia debeant intra unam horam exinde discedere; alias intelligantur rebelles Communis Florentie etc. Mandantes etc.

Bannitum incontinenti super platea dicte ecclesie.

3. Contra euntes ad ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod omnes cives qui ibunt ad ecclesiam Sancti Marci intelligantur esse et sint rebelles Communis Florentie, ad declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.

[d405]

4. Contra intrantes ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod nullus ingrediatur ecclesiam Sancti Marci de Florentia, sub pena furcarum, ad declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.

LVI. Deliberazione che nomina la Commissione, per esaminare i frati.‍[979]

Cives ad examinandum fratres.

Dicta die XI mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., attendentes quod superioribus diebus verbotenus commiserunt et preceperunt spectabilibus viris Carulo Danielis de Canigianis, Ioanni domini Giannozii de Manettis, Ioanni Antonii de Canaccis, Bartolo Pieri de Zatis, Baldassarri Bernardi de Brunettis, Piero Danielis de Albertis, Benedicto Tanay de Nerlis, Doffo Angeli Scolai de Spinis, Tommasio Nicolaii de Antinoris, Francisco Luce de Albizis, Iuliano Bernardi de Mazinghis, Piero Bertoldi de Corsinis, Braccio domini Dominici de Martellis, Laurentio Mattei de Morellis, Andree Ioannis de Larionibus, Antonio Iacobi de Rodulfus, et Alfonso Filippi de Stroziis, omnibus civibus florentinis, quod examinarent Fratrem Hieronimum Savonarolam de Ferraria, Fratrem Dominicum de Piscia, et fratrem Silvestrum, fratres ex ordine Predicatorum sancti Dominici, et omnes alios fratres et alios quoscumque; et ut dicta eorum commissio et preceptum validiori et efficaciori modo possit sortiri suum effectum. Ideo, obtento inter eos partito, secundum [d406] ordinem, et omnibus serratis etc., deliberaverunt et deliberando preceperunt prefatis civibus, quatenus in dicta examinatione prosequantur eorum auctoritate quolibet remedio opportuno.‍[980] Confirmantes ex nunc omne et totum id quod in dicta examinatione facta, vigore dicte auctoritatis et precepti verbotenus eis facti, fecissent vel exeguissent. Ac etiam ad cautelam confirmantes ex nunc prout ex tunc, et ex tunc prout ex nunc, quicquid facient in futurum in predictis et circa predictas examinationes, modo et forma supradictis.

LVII. Altre Deliberazioni.‍[981]

1. Contra euntes ad Sanctum Marcum.

Die XII mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt quod banniatur et precipiatur in locis publicis civitatis Florentie, quod ullus cuiuscumque gradus, status, conditionis aut dignitatis existat, etiam mulieres, non audeat occulte vel palam ire et intrare in ecclesiam et monasterium Sancti Marci de Florentia; et si quis ad presens ibidem esset, exceptis fratribus dicti conventus, statim discedat, sub pena ribellionis, in quam incurrat eo ipso quo contrafecerit, absque aliqua alia declaratione fienda etc. Mandantes etc.

Bannitum, dicta die, per Matteum Verdiani bannitorem dicte Dominationis, ut retulit.

[d407]

2. Pro fratribus detentis in Palatio.

Dicta die V maii, 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod custodia Fratrum Ieronimi et Dominici et Silvestri, detentorum in eorum Palatio, pertineat solum et dumtaxat magnifico domino Buonaiuto de Butis, uno ex numero dictorum Dominorum, et nullus alius, infrascriptis tamen exceptis, possit ad dictos Fratres accedere, sine licentia dicti Buonaiuti. Possint tamen ad eos accedere semel et pluries suprascripti Domini et eorum notarius, simul, et de per se, et alii ad ipsorum Fratrum gubernationem constituti etc. Mandantes etc.‍[982]

LVIII. Condanna dei tre frati.‍[983]

Condonnatio.

Die XXIII mensis maii 1498. — Presentes spectabiles domini Octo in sufficienti numero congregati, servatis servandis, et obtento partito, absente tamen Francisco Cini eorum collega; attentis processibus et confessionibus et maleficiis perpetratis et commissis per Fratrem Ieronimum Savonarolam de Ferraria et Fratrem Silvestrum de Florentia et Fratrem Dominicum de Piscia, ordinis Predicatorum et conventus Sancti Marci de Florentia, et omnibus in eis contentis, et nefandissimis eorum scelerum (sic) esaminatis et intellectis: [d408] et attenta eorum et cuiuslibet eorum degradatione ab Episcopo coram populo facta, et coram reverendissimo totius ordinis santi Dominici Generali ac comissario apostolico, et coram dignissimo Comissario sanctissimi nostri Pape: et attenta consignatione de eis facta per sententiam latam per dictos dignissimos commissarios auctoritatem habentes a Summo Pontifice, de qua publice, patet per breve eius, in manibus secularibus, adeo ut iustitia administretur; quapropter ipsos, ne a predictis immunes et impuniti remaneant et sint,

Ieronimum Savonarolam ferrariensem

Silvestrum de Florentia et

Dominicum de Piscia,

et quemlibet eorum, condemnaverunt, ut ipsi et quilibet eorum subspendantur laqueo, et etiam comburantur ut anima a corpore eorum separaretur, publice, in platea et super platea magnificorum Dominorum. Et sic fiat bullettinum capitaneo platee ut predicta ad exequtionem mandet. Mandantes etc.

Actum in aringheria magnificorum Dominorum nostrorum, et presentibus testibus ser Francisco ser Baronis, et ser Filippo Dominici Morelli, civibus et notariis florentinis.

Incamerata per Lucam famulum dictum Formica, sub die 24 maii.

LIX. Altre deliberazioni e condanne.‍[984]

1. Relegatio.

Dicta die XXVII maii 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., iustis et rationabilibus causis, ut dixerunt, moti etc., confinaverunt etc. extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro tempore et termino decem annorum [d409] continuorum proxime futurorum, et casu quo non servarent confinia intelligantur rebelles communis Florentie, videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum de Mediolano, Fratrem Cristophorum de Mucello et Fratrem Robertum de Gagliano, omnes fratres conventus Santi Marci de Florentia; et quod debeant se presentare ad dictos confines extra dictum territorium, infra quatuor dies a die quo fuerit sibi personaliter notificata huius modi deliberatio, sub eadem pena etc. Mandantes etc., Incamerata die 28 eiusdem, per Ioannem Franciscum Gori tabulaccinum.

2. Circa relegationem quatuor fratrum Sancti Marci.

Dicta die (29 maggio 1498). — Item dicti Domini, simul adunati, etc. Attenta quadam deliberatione per eos facta sub die XXVII presentis mensis maii, per quam potet qualiter ipsi Domini confinaverunt et relegaverunt quatuor Fratres capituli et conventus Santi Marci de Florentia extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro tempore et termino annorum decem proxime tunc futurorum; et eo casu quo non servarent ipsa confinia intelligerentur rebelles communis Florentie, videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum de Mediolano, Fratrem Cristoforum de Mucello et Fratrem Robertum de Gagliano; et quod ipsi deberent se presentare ad dictos confines extra dictum territorium, infra quatuor dies a die qua sibi fuerit notificata huiusmodi deliberatio personaliter et in personam, prout ibidem clarius continetur: et attento qualiter ipsi quatuor Fratres fugam arripuerunt, adeo quod ubi sint penitus ignoratur: Ideo deliberaverunt etc., quod talis notificatio, que secundum dictam deliberationem fieri debebat eisdem Fratribus personaliter, sufficiat fieri ianuis ipsius Santi Marci de Florentia, vel vicario sive priori dicti conventus Sancti Marci; et quod dicti quatuor Fratres sic relegati, infra X dies tunc proxime futuros a die notificationis facte dicte ecclesie sive priori vel vicario dicti capituli, intelligantur rebelles, si se non presentaverint ad huiusmodi confines, eo modo et forma prout rebelles [d410] efficiebantur vigore dicte prime deliberationis, si infra quatuor dies in dicta deliberatione contentos se non representassent etc.

Mandantes etc. Notificata per Pierum Gori mazerium dicte Dominationis, dicta die, vicario dicti conventus, et ianuis dicte ecclesie, et incameratam supradicto die, prout retulit.

3. Licentia sonitorum.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., dederunt licentiam etc., eorum sonitoribus eundi, pro hac die tantum, ad sonandum et honorandum‍[985] dominum Franciscum Romulinum nunc Florentie commorantem etc. Mandantes etc.

4. Altra condanna.

Dicta die (4 giugno 1498). — Prefati Domini, simul adunati etc., servatis servandis, et obtento inter eos partito secundum ordinamenta etc., iustis et rationabilibus causis moti, et omni modo etc., deliberaverunt et deliberando confinaverunt extra civitatem, comitatum et districtum Florentie infrascriptos fratres, pro tempore et termino annorum X continuorum proxime futurorum a die notificationis. Et casu quo non servarent confinia, tunc et eo casu intelligantur rebelles Communis Florentie, et a die huiusmodi notificationis infra decem dies tunc proximo futuros debeant se presentare extra dictos confines sub pena rebellionis; et de dicta presentatione debeant fidem facere per publicum instrumentum ipsis magnificis Dominis, et quo notificatio de eis facta, facta legittime intelligatur ad ecclesiam Sancti Marci de Florentia sive vicario dicti conventus; et habeatur pro legittime facta ac si personaliter facta esset infrascriptis fratribus, quorum nomina sunt hec, videlicet: Frater Malatesta Sacramoro de Rimino, Frater Antonius [d411] Christofori de Radda, Frater Stefanus ser Bartholomei de Unigiana, Frater Bartholomeus Ioannis de Cavalcantibus, Frater Tommasius Bernardi de Caianis, et Frater Ioannes Sinibaldi de Sinibaldis; omnes fratres capituli et coventus Sancti Marci de Florentia, ordinis sancti Dominici observantie etc. Mandantes etc.

Dicta die notificata dicto domino vicario personaliter, et ianue dicte ecclesie per Pierum Bartoli mazerium, ut retulit; et per eundem mazerium incamerata.

5. Relegatio.

Dicta die VIII mensis iunii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt, et deliberando confinaverunt et relegaverunt Fratrem Maurelium Savonarolam, fratrem dicti conventus Santi Marci de Florentia, et fratrem carnalem olim Fratris Ieronimi Savonarole de Ferraria, ad eundum, standum et permanendum extra civitatem, comitatum et districtum Florentie in perpetuum; ad que confinia se representare debeat personaliter intra tres dies proxime futuros a die notificationis, et fidem dicte sue representationis mictere ad dictos magnificos Dominos infra X dies proxime futuros a die notificationis predices, sub pena rebellionis: et predictam notificationem voluerunt fieri eidem Fratri Maurelio vel ianuis ecclesie dicti Sancti Marci. Que notificatio facta altero de dictis duobus modis habeatur pro legittime facta etc. Mandantes etc.

Die XI dicti mensis notificata vicario dicti conventus personaliter, et ianuis dicte ecclesie, per Ugolinum mazerium dicte Dominationis, ut retulit.

6. Quod claudatur subterranea via.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., ut suppositiones removeantur et scandala non oriantur, deliberaverunt [d412] et deliberando commiserunt Paulo.... de Beninis civi florentino, et uno ad presens ex numero gonfaloneriorum societatis populi Florentini, quatenus claudere faciat atque replere aditum nuper subter terram perforatum,‍[986] quo itur ab ecclesia et conventu Sancti Marci de Florentia ad situm Sapientie de Florentia, eo modo et forma prout erat ante quam huiusmodi aditus flerent etc. Mandantes etc. Notificata incontinenti eidem Paulo personaliter.

LX. Altre due Deliberazioni, fra le moltissime che si continuarono a fare, in danno e persecuzione del convento di San Marco e dei Piagnoni.‍[987]

1.‍[988]

Die XVI Julij 1498.

Item attento qualites Ieronimus Iacobi de Torsellinis civis Florentinus et Filippus Ghori forbiciarius populi sancti Laurentii de Florentia varia et quam plura rasionamenta habuerunt de rebus pernitiosi fratris Ieronimi de Ferrara, quæ rasionamenta versabantur contra et adversus Rempublicam Florentinam et contra gubernantes eam, et qualiter de morte ipsius dolebant: ides, ne impuniti remaneant, et pena eorum aliis transeat in exemplum, servatis servandis et obtempto partito deliberaverunt et condempnaverunt dictos et infrascriptos. Ieronimum Iacobi de Torsellinis et Filippum Ghori Forbiciarium ad dandum et solvendum; videlicet dictum Ieronimum florenos decem de auro in auro eorum provisori et etiam ipsum privaverunt a Consilii maiori per duos annos. Dictum vero Filippum ad dandum et solvendum [d413] eorum provisori florenos viginti de auro in auro: et quod de carceribus in quibus ad presens sunt non relapsentur nisi prius solverint.

Mandantes etc.

2.‍[989]

Dicta die XXVIIIJ Junii 1498.

Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt quod a fratribus ecclesie sancti Marci de Florentia restituatur presbiteris et ecclesie santi Laurentij de Florentia, el battaglio campane Belfortis penes dictos patres existente, et insuper eidem ecclesie sancti Laurentii consignetur campana dicte ecclesie sancti Marci etc. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc., revocaverunt suprascriptum solum in ea parte qua dispositur quod dicta campana ecclesie sancti Marci consignetur ecclesie sancti Laurentii, et voluerunt quod loco dicte ecclesie sancti Laurentii consignetur ecclesie fratrum observantium sancti Francisci extra portam sancti Miniatis; et propterea concedatur mazerius si opus fuerit etc. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt et preceperunt Signorino Francisci eorum preceptori, quatenus vadat ad dictam ecclesiam sancti Marci et Campanam dicte ecclesiae capiat et eam conducere faciat ad ecclesiam dictorum fratrum observantium sancti Francisci extra portam sancti Miniatis, et ad hoc affectum, ex parte dictorum dominorum, rogat quoscunque magistros quatenus cum canapis et ferramentis et curribus dictam campanam conducant ad dictam ecclesiam dictorum fratrum etc., sub pena eorum indignationis etc. Mandantes etc. Qui Signorinus retulit se fecisse ommia predicts.

[d414]

CONCLUSIONE AI DOCUMENTI

Per non ingrossare soverchiamente questo volume, abbiamo dovuto tralasciare la pubblicazione di molti documenti, e di parecchi scritti originali del Savonarola, uno dei quali, che avevamo anche promesso, era l’Esposizione di Abacuc. Quest’opera si trovava in un codice della Marciana di Venezia, e dovemmo superare infinite difficoltà, per aver copia d’un manoscritto che i più abili si dichiaravano incapaci di leggere. Pare che sia un autografo disteso in grandissima fretta; certo non somiglia gran fatto agli altri manoscritti del Savonarola. Riscontrammo questa copia, coll’altra certamente autografa, e che trovammo più tardi in fondo alla Bibbia magliabechiana insieme con moltissimi altri opuscoli, i quali potrebbero formare un discreto volume di operette inedite del Savonarola, delle quali diamo qui sotto i titoli.

Nei fogli che precedono la Bibbia, vi sono le Regole per la interpetrazione della Sacra Scrittura, e l’applicazione di esse fatta ai primi capitoli della Genesi. Seguono alcune Considerazioni religiose, ed un breve scritto sulla Passione del Signore. Sono tutte in latino e fanno 18 colonne d’un manoscritto così piccolo, che una mano ordinaria avrebbe avuto bisogno d’uno spazio, per lo meno, quintuplo. Nel medesimo carattere sono i seguenti trattati che si trovano in fondo alla stessa Bibbia.

Cantica Canticorum Salomonis (da col. 2 a 17);

Moralitas super 16 cap. Ezechielis (da col. 18 a 20);

Expositio in Abacuc prophetam (da 20 a 32);

Circumferatur Arca, idest Crucifixus qui est forma Christianorum (sono appunti di Prediche, vanno dalla col. 32 a 33);

Privilegia Ordinis ex Mari magno Sixti IV (col. 33 bis).

Segue un’esposizione dell’Apocalisse; un sermone evangelico; [d415] un’esposizione del Salmo 54, in cui si ragiona della vera nobiltà e termina alla colonna 45.

Seguono, poi, questi altri sermoni:

In Solemnitate Omnium Sanctorum (col. 46);

In commemoratione omnium fidelium (col. 46 a 52);

Die S. Andræ (col. 52. a 56).

Segue un trattato, De ambitione, poi altri, e finalmente:

Quæ hodie sunt regulæ pugnandi optimæ (col. 61 a 65).

Conditiones huius vitæ (col. 65);

De Veritate.

Alcuni di questi opuscoli sono semplici abbozzi, o contengono idee che si trovano ripetute nei lavori già stampati; altri sono lavori compiuti e meritano di essere conosciuti. Noi ce ne siamo valsi nella compilazione di questa biografia; ed una scelta dei migliori fra di essi, è già pronta per essere pubblicata, in un volume di Opere inedite o rare del Savonarola, non appena tempi più tranquilli lo permetteranno.

Per nostro consiglio e sotto la nostra direzione fu fatta del pari una copia diligentissima, non solo di tutti i trattati, ma anche di tutte le postille marginali di questa Bibbia; lavoro che richiese molto tempo e moltissima spesa, e che ora si trova nelle mani di un letterato inglese che avrebbe in animo di tradurlo e pubblicarlo in Inghilterra, dove gli studi biblici hanno assai più favore che presso di noi. Comunque sia di ciò, se non tutti, parte almeno di questi scritti del Savonarola, verranno certamente alla luce.

La mancanza di spazio ci ha impedito, ancora, di pubblicare la corrispondenza degli agenti del Duca di Milano, che noi potemmo cavare dagli archivi, allora imperiali, mediante la rara cortesia del dottor Dansi, che seppe non solo vincere difficoltà quasi insuperabili; ma volle ancora farne di sua mano la copia e donarla a noi generosamente. Questa corrispondenza, però, che al nostro proposito non era di grande importanza, come abbiamo già detto, verrà pubblicata ben presto nell’Archivio Storico di G. P. Vieusseux, tanto benemerito delle lettere e degli studi storici in Italia.

Conchiudiamo finalmente la serie dei nostri documenti, con una singolare e notevole testimonianza, data intorno al [d416] Savonarola da uno scrittore contemporaneo, in un Ms. slavo del secolo XVI. Dobbiamo questo documento alla cortesia del dottissimo sig. Sceviref, professore nell’università di Mosca; il quale, possedendo il Ms. stesso, volle favorirci di una traduzione che riportiamo fedelmente, insieme con una notizia intorno a quell’antico scrittore. Questa notizia è cavata da una Storia della letteratura russa, scritta in italiano dallo stesso Prof. Sceviref, in compagnia del Prof. Rubini. Speriamo di vedere ben presto pubblicata quest’opera, di cui molto ci fa sperare la dottrina degli autori.

················

Segue le notizie intorno a Massimo Greco, e brano di un suo scritto.

«Massimo Greco, monaco del Monte Athos, chiamato Monte Sacro; nato nella città di Arto in Albania, fece i suoi studi a Parigi presso il famoso ellenista Lascaris, poi nell’Università di Padova, in Firenze, in Venezia dove conobbe il celebre Aldo Manuzio. Abitava il convento Vatopedo del Monte Athos, quando nell’anno 1506 fu chiamato in Russia dal gran principe Basilio, il quale gli confidò la sua biblioteca ricca di manoscritti greci, latini, giudaici e slavi. Massimo corresse i libri liturgici, ne tradusse molti dalla greca nella lingua slava, e lavorò ad una fortissima e variata polemica contro le varie sètte che minacciavano l’ortodossia russa. Scrisse molte epistole allo zar, ed ai bojari, decise molte quistioni che gli furon proposte dai suoi contemporanei. Era quest’uomo fonte immensa di vasta erudizione e di una teologia sana ed illuminata; e pertanto, modello di critica, egli fu in Russia vittima dell’ignoranza del secolo, vittima delle cabale di corte; soffrì l’esilio, fu martire, e infine canonizzato dalla chiesa. Solo nella sua cella, senza pietoso aiuto che gli porgesse pane; privo d’ogni consolazione cristiana, scriveva con un pezzo di carbone, su bianco muro, una cantica sacra allo Spirito Santo.

«Bella e piena di una fervida eloquenza è la sua orazione diretta contro i tiranni del secolo XVI.‍[990] Questo monaco ci lasciò [d417] più di 150 opuscoli riuniti in un solo codice manoscritto, che si stampa adesso dai dotti professori dell’accademia ecclesiastica di Kazan. Fra questi opuscoli, se ne trova uno intitolato: Sopra il perfetto vivere monacale. Qui, discorrendo dei vari conventi che conobbe nelle contrade latine, parla prima di Parigi, come centro dei studi teologici e di ogni civiltà umana; poi ragiona di Firenze, ed ecco quello che ne dice:»

«Firenze è la più bella e la più buona di tutte le città d’Italia ch’io vidi. Vi è un convento di monaci chiamati predicatori di Dio, la chiesa del quale è dedicata all’apostolo ed evangelista San Marco. Questo convento ebbe per suo abbate un vero monaco, Girolamo, di nascita e di dottrina Latino; ma ripieno di ogni sapienza dello spirito della Scrittura Santa e di ogni dottrina esterna, vale a dire filosofia: uomo santo, acceso di un zelo divino. Vedendo che la sua città era soggiogata da due vizi: il vizio di sodomia e la corruzione della giustizia, riunita coll’usura disumana, pensò Girolamo colla parola ammaestratrice, ispirata dalle Scritture Sante, portare un soccorso morale ai suoi concittadini e distruggere affatto la perversità dei loro costumi: con questo scopo cominciò a predicare nella chiesa di San Marco. Molti uditori di ogni specie, fra i quali vari nobili, i primi cittadini della città, si affollavano intorno a lui: fu amato da tutti; fu pregato di continuare le sue prediche in quella chiesa cattedrale. Predicò Girolamo ogni domenica, ogni giorno festivo, tutti i giorni della quaresima, esponendo la sua parola ammaestratrice da una tribuna alta, ove restava per lo spazio di due ore e più; ed ebbe la sua parola tanta forza nel popolo, che la più gran parte della città volle seguire le sue salutifere dottrine, e dai costumi libidinosi ed immondi passò alla castità e purezza; la corruttela della giustizia, riunita all’usura, si trasmutò in giustizia, misericordia e carità; i cittadini, volendo imitare quel Zaccheo citato nel Vangelo, distribuivano i loro averi, per le mani del loro maestro, ai poveri bisognosi. Potrei citare moltissimi esempi della correzione che produsse il predicatore, nei costumi del popolo; ma per [d418] non essere noioso coi miei racconti, ne citerò uno solo, di una povera vedova, che basterà a provare la forza che ebbe la parola di questo uomo ispirato da Dio, sopra lo spirito del popolo Fiorentino.

»Un ragazzo, figlio di una povera vedova, trovò nella strada un sacco di danaro con 500 monete d’oro, e lo portò alla sua madre. Vedendo questo denaro, la vedova non sentì nessuna gioia, malgrado che potesse per mezzo di quello, uscire dallo stato della sua miseria: non celò il danaro trovato; ma lo portò al predicatore della città, dicendo: — Ecco, santissimo padre e maestro, guarda: il figlio mio trovò questo sacco per strada. Prendilo e, come tu sai fare, trova quello che l’aveva perduto: rimettigli il suo avere; affinchè non senta un dolore sconsolato per la sua perdita. — Il maestro ammirò la probità della vedova, e data a lei la sua benedizione, la congedò.

»Un giorno, avendo terminato in chiesa il suo insegnamento, disse, alzando la voce: — Se qualcuno ha perduto denaro, che esca nel mezzo e dichiari la quantità del denaro perduto, la forma del sacco che lo conteneva, il giorno della perdita; e dopo queste indicazioni, riprenda il suo. — Un giovane uscito dalla folla, rispose esattamente a tutte queste domande. — Ecco, giovane, — disse il maestro, — il tuo perduto avere, e la povera vedova che lo ritrovò per strada; non dimenticare che essa ti salvò da una grande sciagura. — Il giovine prese cento monete d’oro e le recò alla vedova, con un grandissimo piacere. Questa vedova merita di essere più lodata di quella citata nel Vangelo. Potrei, ripeto io, citare ancora molti memorabili racconti, che furono tanti frutti dell’insegnamento divino di questo uomo; ma, avendo paura di parere troppo lungo, passo alla fine che ebbe la santa predicazione.

»Una metà della città si rese docile alla dottrina di Girolamo e cambiò i suoi costumi; l’altra metà, non solamente rimase sorda e disubbidiente alla sua parola, ma era piena d’inimicizia contro di lui; e per fargli un’ingiuria pubblica, contaminò collo sterco umano la tavola, dove soleva appoggiare le sue braccia, quando, stando in piedi, [d419] spandeva alla gente le onde del suo eloquente insegnamento. Ed egli, imitando in tutto la dolcezza e la pazienza del nostro Signore, soffriva tutto, non bramando altro che il miglioramento degli uomini. Con questo scopo inveì ancora contra coloro i quali, essendo investiti dei poteri clericali, non seguivano le orme degli Apostoli e non curavano il gregge di Cristo. Senza paura svelava egli i loro vizi, e spesse volte diceva: — Se fossimo vissuti secondo il Vangelo del nostro Signore G. C., i popoli eterodossi, vedendo la nostra vita simile a quella degli angeli, si sarebbero convertiti al nostro Dio; e questo ci sarebbe di una grandissima salvazione, e ci porterebbe il godimento dei beni eterni; ma ora, vivendo contro la legge divina, nè correggiamo noi stessi, nè abbiamo cura della correzione altrui. — Che altre parole possiamo udire dal Giudice giusto se non quelle già dette? — Guai a voi, dotti e farisei ipocriti, che chiudete agli uomini il regno del cielo: non ci intrate voi, e ne impedite l’ingresso agli altri. — Queste parole pervennero sino al Papa, ai cardinali ed a tutto il clero che l’attorniava. La dottrina di Girolamo fu odiata da loro fin dal suo principio: lo chiamarono eretico, bestemmiatore e adulatore. Da Roma gli venne l’ordine di non continuare la predica, come, secondo gli Atti dei SS. Apostoli, a loro pure fu proibita la predicazione del nome di Gesù Cristo. L’ordine diceva: che, se egli non cessava la predica, era anatemizzato come eretico. Ed egli, non solamente non seguì il consiglio degli improbi; ma acceso di maggior zelo, dichiarò la loro epistola irregolare ed ingiusta; perchè gli proibiva di adempire al suo dovere d’insegnare in chiesa ai fedeli; e con maggior forza continuò a svelare i loro vizi. Senza dubbio, così penso io, si risolvette fin d’allora, a ricevere la morte per la fede e la gloria di Dio, se necessità vi fosse. Uno che si accende di zelo per Dio, spregia non solo i beni, ma pure la vita. Testimonio ne sono le parole di Cristo che disse: Volendo gustare la morte, per la gloria del mio Padre e per la salvezza dell’uomo, bramo di tutte le mie brame di mangiare questa Pasqua con voi. Così parlò pure San Paolo, uno dei più [d420] fervidi zelatori di Cristo: Voglio sciogliermi dal mondo ed essere con Cristo; ed altrove: La vita mia è Cristo, e morire, per me, vuol dire acquistare.

»Il Papa non cessò mai di perseguitare Girolamo, volendo cacciarlo dal suo pergamo; ma egli, sordo alle minaccie, continuò ad ammaestrare il popolo, ed a svelare l’iniquità del Papa. I nemici, però, avevano già deciso la sua morte e la eseguirono in questo modo. Avendo scelto un generale, per nome Gioacchimo, lo mandarono a Firenze, munito dalla potenza papale, di togliere a Girolamo il posto di Abbate del convento; di giudicarlo e condannarlo a morte con fuoco, come spergiuro e calunniatore della chiesa apostolica Romana. Arrivato a Firenze, mostrò il generale ai capi della città le bolle del papa; chiamò Girolamo al giudizio, e come un martire l’espose alla tortura. Arditamente rispose il giusto alle calunnie dell’improbo giudice; ma falsi testimonii, scelti fra la gente scontenta delle sue predicazioni, accumularono calunnia sopra calunnia; e su questo falso fondamento lo condannarono a un doppio supplizio; e insieme con lui altri due uomini santi, suoi coadiutori: tutti e tre furono impiccati e poi bruciati. Tal fine ebbero questi tre santi monaci, e così fu ricompensata dallo sleale Papa la vita loro esemplare. Sul trono papale regnava allora Alessandro uscito di Spagna, il quale colla sua iniquità e malvagità, superò ogni delinquente.

»Quanto a me, mi allontano talmente dalla sentenza di quegli sleali giudici, che sarei pronto, con tutta la gioia del cuore, assimilare quei tre monaci agli antichi difensori della fede cristiana, se non fossero Latini. Io vidi in questi santi monaci, come negli antichi, uguale zelo per la gloria del nostro Signore G. C., e per la salvezza e correzione dei fedeli: nè ciò ho sentito da altri; ma l’ho veduto coi miei proprii occhi, essendo stato più volte presente ai loro insegnamenti. E non solo riconobbi in loro lo stesso zelo, che negli antichi, per la vita che menavano secondo la fede; ma anche la stessa sapienza, lo stesso spirito; uguale arte nell’indagare il senso delle Scritture Sante, uguale ampiezza di ogni dottrina esterna, principalmente in Girolamo. Egli [d421] alle volte, rimaneva due ore di seguito, ed anche più, sulla cattedra sua, spandendo a largo fiume le sue dottrine abondanti; nè cavandole già da un libro tenuto nelle mani, ma svolgendole tutte dal tesoro della sua immensa memoria, nella quale si celava uno spirito affatto divino, e perito nell’arte di svelare le Scritture Sante.»

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.


[d423]

INDICE DEL VOLUME SECONDO.

LIBRO QUARTO.
[1497-1498.]
 
Capitolo    
I. Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra Ezechielle. Costumi e vita di Piero de’ Medici a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente. 1
II. Predica, e tumulto avvenuto il giorno dell’Ascensione. Scomunica e risposte del Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito, comincia a scemare. 15
III. È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la congiura de’ Medici. Processo e condanna degli accusati. 39
IV. Opuscoli editi e inediti del Savonarola. Il Trionfo della Croce. 56
V. Il Savonarola riprende le prediche nella Sessagesima. Secondo bruciamento delle vanità; nuovi brevi del Papa; continua la predicazione. 75
VI. Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa: nuovi Brevi e minacce; al Savonarola è inibito di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo addio al popolo; sua lettera al papa e sue lettere ai principi. 98
VII. L’esperimento del fuoco. 113
VIII. Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i suoi due compagni sono menati in prigione. 135
IX. Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati della repubblica, dopo aver compilato due falsi processi, non possono convincerlo reo. 153
[d424]
X. Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti amici del convento. Arrivano i commissari apostolici, e rimettono a più fiera tortura il Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi ultimi scritti, composti nella prigione. 175
XI. I commissari apostolici rimettono alla tortura il Savonarola che, dopo un terzo processo, risulta di nuovo innocente. Condanna e supplizio dei tre Frati. 195
Conclusione. 217
 
DOCUMENTI.
 
Documento    
I. Lettera del Savonarola al padre, restituita alla sua vera lezione. III
II. Primo scritto in prosa del Savonarola. VI
III. Lettera del Savonarola ai suoi genitori. X
IV. Saggio di un sunto assai imperfetto delle Lezioni sull’Apocalisse. XI
V. Catalogo di opere del Savonarola, cavato da un antico manoscritto. XIV
VI. Saggio dei primi appunti che il Savonarola faceva per le sue prediche, cavato da un codice autografo nella Biblioteca Magliabechiana. XVIII
VII. Un brano delle Giornate di Ser Lorenzo Violi, in cui si discorre delle Prediche del Savonarola. XXV
VIII. Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola. XXIX
IX. Lettera del Savonarola a Stefano da Codiponte. XXXII
X. Tre Lettere dei Dieci, in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione lombarda. XXXIV
XI. Breve d’Alessandro VI, con cui si separa San Marco dalla Congregazione lombarda. XXXVI
XII. Lettere di Iacopo Salviati e Girolamo Savonarola a Piero de’ Medici, relative ad una convenzione tra i Frati di San Marco e quelli di Lombardia, circa il Breve venuto da Roma. XXXVIII
[d425]
XIII. Tre lettere della Signoria in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione lombarda. XL
XIV. Dispaccio della Corte di Napoli a papa Alessandro VI, circa la venuta dei Francesi in Italia, scritto da Giovanni Pontano. XLIII
XV. Breve discorso di Iacopo Nardi, fatto in Vinegia dopo la morte di papa Clemente VII, l’anno 1534, ad istanza di alcuni gentili uomini viniziani; per informazione delle novità seguite in Fiorenza, dall’anno 1494 insino al detto anno 1534. LV
XVI. Due capitoli della terza parte del Vulnera Diligentis di frà Benedetto. LXV
XVII. Lettera dei Dieci, in cui si parla della seconda legazione affidata al Savonarola. LXXV
XVIII. Legazione affidata al Savonarola. LXXVIII
XIX. Lettera della Signoria al re di Francia, circa i danari che Carlo VIII chiedeva di continuo. LXXIX
XX. Tre lettere inedite del Savonarola a Carlo VIII. LXXXI
XXI. Lettera del Savonarola a Carlo VIII, in data del 26 maggio 1495. LXXXV
XXII. Lettera di un agente segreto del Moro. XC
XXIII. Poesie di Giovanni, sarto fiorentino. XCII
XXIV. Un Breve di papa Alessandro al Savonarola. CXI
XXV. Risposta del Savonarola. CXII
XXVI. Lettera della Signoria al papa, in favore del Savonarola. CXIV
XXVII. Lettera del Savonarola ad uno de’ suoi Frati. CXVI
XXVIII. Tre lettere al Duca di Ferrara. CXVII
XXIX. Breve di papa Alessandro VI, col quale si ordina di formare la nuova Congregazione Tosco-Romana. CXX
XXX. Lettera del Savonarola al Duca di Milano. CXXIV
XXXI. Primo abbozzo d’alcune poesie inedite del Savonarola. CXXV
XXXII. Deliberazioni della Signoria circa la libreria dei Medici. CXXXIII
XXXIII. Copia d’una lettera di mano di Lamberto di Giovanni dell’Antella, per mandare a M. Francesco Gualterotti suo cognato: havevala nella scarsella, quando fu preso l’anno 1497. CXXXVIII
[d426]
XXXIV. Deliberazioni della Signoria circa il predicare nel giorno dell’Ascensione. CLXII
XXXV. Lettera che racconta il fatto avenuto nel giorno dell’Ascensione. CLXIV
XXXVI. Breve, in cui viene scomunicato il Savonarola. CLXV
XXXVII. Due sottoscrizioni dei frati di San Marco e dei cittadini, in difesa del Savonarola. CLXVII
XXXVIII. Bullettino per la esecuzione dei cinque cittadini che congiurarono, onde rimettere in Firenze Piero de’ Medici. CLXIX
XXXIX. Minuta di due lettere della Signoria all’ambasciatore in Roma. CLXXI
XL. Minuta di una lettera della Repubblica Veneziana all’ambasciatore in Roma, circa le cose di Piero de’ Medici. CLXXIV
XLI. Lettera di un Anonimo, circa alcune prediche fatte da frà Mariano da Gennazzano, in Roma. CLXXVI
XLII. Breve di Alessandro VI, alla Repubblica fiorentina, nel quale si ordina che il Savonarola venga imprigionato, o mandato a Roma. CLXXIX
XLIII. Due lettere d’un agente segreto del duca di Milano. CLXXXII
XLIV. Due lettere che annunziano quelle scritte dal Savonarola ai Principi. CLXXXIV
XLV. Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè il fine della terza ed il principio della quarta giornata, dove si ragiona dell’esperimento del fuoco. CLXXXVIII
XLVI. Altro brano dello stesso Manoscritto del Violi. CCI
XLVII. Dal secondo libro del Vulnera Diligentis di frà Benedetto. CCXXVII
XLVIII. Un altro capitolo del secondo libro della stessa opera. CCXXXV
XLIX. Dalla terza parte del Vulnera Diligentis. CCXL
L. I tre processi apocrifi del Savonarola. CCXLIX
LI. Il vero ed il falso processo di frà Domenico. CCCV
LII. Il Processo di frà Silvestro, in diversi punti alterato dalla Signoria. CCCXXIX
LIII. Esamine o processo degli altri accusati. CCCXLI
LIV. Atti e Deliberazioni della Signoria, circa l’esperimento del fuoco. CDI
[d427]
LV. Deliberazioni fatte nel giorno del tumulto e durante l’assedio di San Marco. CDIV
LVI. Deliberazione che nomina la Commissione, per esaminare i frati. CDV
LVII. Altre Deliberazioni. CDVI
LVIII. Condanna dei tre frati. CDVII
LIX. Altre deliberazioni e condanne. CDVIII
LX. Altre due Deliberazioni, fra le moltissime che si continuarono a fare, in danno e persecuzione del convento di San Marco e dei Piagnoni. CDXII
Conclusione ai Documenti. CDXIV

[d429]

Errata-corrige.

  Errori. Correzioni.
 
Pref. pag. XXV, v. 22. scolastici. Onde scolastici; onde
Vol. I, pag. 203, nota 1. mutava ogni giorno mutava ogni due o tre giorni, ed anche ogni giorno.
Vol. II, pag. 1, nota 1, v. 3. Giornale Giornate
Vol. II, pag. 1, nota 1, v. 4. Cl. X. 35. Stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32.
Vol. II, pag. 127, v. 13. Minori Domenicani
Vol. II, pag. 127, v. 15. Domenicani Minori
Vol. II, Docum. pag. XXV, nota 1, v. 1. X. 32 stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32.
Vol. II, Docum. pag. XXXVIII, v. 20. circa il ed al
Vol. II, Docum. pag. CCCXLI, v. 10. processo processi

NOTE:

1.  Vita del Padre Girolamo Savonarola. Ginevra, 1781.

2.  Della Storia del P. Girolamo Savonarola, libri quattro, dedicati a S. A. Pietro Leopoldo. Livorno, 1782.

3.  Hieronymus Savonarola und seine Zeit. Aus den quellen dargestellt, von A. G. Rudelbach. Hamburg, 1835. — Avvertiamo il lettore che, forse, troverà alcuna di queste notizie, accennata novamente nelle note. Nondimeno, credemmo necessario di raccogliere nella prefazione tutto ciò che più importava conoscere intorno ai biografi.

4.  Girolamo Savonarola, aus grossen Theils handschriftlichen Quellen dargestellt, von Fr. Karl Meier. Berlin, 1836.

5.  Nel corso della nostra opera e nell’Appendice, si vedono le prove di ciò che diciamo.

6.  Storia di S. Marco del P. Vincenzo Marchese dei predicatori, pubblicata la prima volta a Firenze, nel San Marco illustrato; e poi negli Scritti varii del P. Vincenzo Marchese, Firenze, 1855, Le Monnier.

7.  Jérôme Savonarole, sa vie, ses prédications, ses écrits, par F. T. Perrens. Paris, 1853.

8.  Art chrétien, par Rio. Paris 1836.

9.  Neue Propheten, Drei historisch-politische Kirchenbilder, von D. Karl Hase. Leipzig, 1851. Sono tre saggi sopra Giovanna d’Arco, il Savonarola e gli Anabattisti. — Savonarola, ein Gedicht von Nicolaus Lenau, vierte Auflage. Stuttgart und Tübingen, 1853.

10.  The life and martyrdom of Girolamo Savonarola, illustrative of the history of Church and State connexion, by R. R. Madden, London, 1854.

11.  Fra i più recenti lavori, dobbiamo citare quello del Sig. Bartolommeo Aquarone. Noi ci asteniamo dal giudicarlo, perchè scritto da un nostro amico, e venuto alla luce quasi insieme col nostro.

12.  Venne poi stampato a parte: Vita del P. F. Girolamo Savonarola, scritta dal P. F. Pacifico Burlamacchi, lucchese. Lucca, 1764.

13.  Vita R. P. Fr. Hieronymi Savonarola, auctore Ill. D. Joan. Franc. Pico. Parisiis, 1674. Questa edizione curata dal Quetif, è in tre volumi; i due ultimi e la metà del primo, contengono le aggiunte fattevi dallo stesso Quetif.

14.  Frà Benedetto, Cedrus Libani, lib. II, e la biografia anonima, che trovasi nella Magliabechiana, fra i Ms. del Conventi, 1, VII, 28.

15.  Nel convento di S. Marco.

16.  Nella Riccardiana.

17.  La medesima che è citata nella nota 1.

18.  Le opere del Razzi si trovano manoscritte nella Magliabechiana e nella Riccardiana.

19.  La curiosità che destavano questi processi era tale, ed il tempo che dovemmo impiegare a compiere il nostro lavoro fu così lungo; che non ci era possibile impedire che altri pubblicasse alcuni dei documenti, che noi andavamo trovando e dei quali, certo, non volevamo far mistero. Per queste ragioni, non possiamo presentare come inediti, tutti i documenti intorno al processo, che noi scoprimmo In Firenze; nè possiamo astenerci dal metterli nella nostra Appendice, perchè quelle pubblicazioni, curate da chi non aveva fatto studio particolare del soggetto, dovettero, per necessità, riuscire imperfettissime. Così avvenne della pubblicazione d’uno dei processi apocrifi del Savonarola, fatta dal chiariss. Prof. Paolo Emiliani Giudici nell’appendice alla sua Storia dei municipii italiani. Più diligenti furono gli eruditi compilatori del Giornale Storico degli Archivi Toscani, nel pubblicare altri documenti, una parte dei quali noi avevamo ritrovati, e parte ne avevamo raccolti, dietro alcune indicazioni date dal Meier. Nondimeno, anche questa pubblicazione riusciva assai incompiuta e scorretta, come avremo occasione di mostrare nell’appendice.

20.  È nostro debito il dire che, se abbiamo potuto compiere con diligenza e precisione questo esame, lo dobbiamo in gran parte alla gentilezza del conte Carlo Capponi. Egli possiede una collezione delle opere, opuscoli, lettere del Savonarola, e di tutto ciò che riguarda la sua vita; così compiuta e bene ordinata, che non crediamo alcun privato, in Italia o fuori, abbia nulla di simile. Ha messo, poi, a nostra disposizione, così i libri come i MS. della sua biblioteca, con tanta cortesia, che noi sentiamo l’obbligo di attestargliene pubblicamente la nostra gratitudine. La medesima testimonianza dovremmo rendere ancora a molti altri, che ci furono larghi dei loro favori; ma non potremmo tralasciare i nomi del P. Marchese, che ci ha sempre incoraggiato con paterno affetto; e del dott. Danzi di Milano, che, senza neppure conoscerci, volle aiutarci come fratello.

21.  Dopo incominciata la stampa di quest’opera, abbiamo avuto la fortuna di rinvenire un MS. che per molti e molti anni avevamo invano cercato, e che era conosciuto col titolo: Giornate di Lorenzo Violi. Si trova nella Magliabechiana, Stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32: è intitolato Apologia, per modo di dialogo, in difensione delle cose predicate dal Rev. P. F. Hieronimo Savonarola. Un brano di questo MS., che pubblichiamo nel Doc. IV dell’Appendice, metterà in chiaro quali prediche furono con diligenza raccolte e quali no.

22.  Prediche sopra Ezechielle ec., come sopra. Bisogna notare, che in questo volume il quaresimale e l’avvento sono uniti sotto la stessa numerazione: l’avvento, perciò, finisce colla predica ottava. Il quaresimale comincia colla nona.

23.  Predica XLIII e XLIV. Intende riferire più particolarmente a quelli che, avendo dei benefici in famiglia, cercavano di osarne illecitamente, vendendoli o facendo vestir l’abito a chi non voleva.

24.  Predica XIX.

25.  Predica XVII.

26.  Predica XXII, sospesa. Una delle accuse che il Savonarola moveva assai spesso al clero, era di non credere nella transustanziazione: tanto era lontano da quel protestantismo che alcuni gli vorrebbero attribuire.

27.  Predica XXII, sospesa.

28.  Qui riferisce a Mariano da Gennazzano, di cui fra poco conosceremo le segrete trame. Ma il Savonarola era così alieno dal venire a personalità, che in questa occasione, quasi unica, si scusò col popolo di aver troppo chiaramente fatta allusione a persona che, pure, non nominava.

29.  Qui allude all’offerta del cappello cardinalizio.

30.  Predica XXVIII; sospesa.

31.  Nardi, Storia di Firenze, pag. 115.

32.  Più oltre dovremo parlare di Lamberto e della sua relazione, che daremo nell’Appendice.

33.  Giovanni de’ Medici, più tardi papa Leone X.

34.  Il fiorino, il cui rapporto colla lira andò sempre mutando, valeva allora fra le 5 e le 6 lire.

35.  Ritorno di Cosimo.

36.  Dopo la Congiura dei Pazzi.

37.  Vedi nell’Appendice la sovraccennata relazione dell’Antella, documento importante, dal quale abbiamo cavato tutta la descrizione della vita e costumi di Piero.

38.  Guicciardini, Storia di Firenze, Storia d’Italia; Nardi; Parenti; Pitti, ec.

39.  «Per le quali cose ingagliardito Piero, richiedendo di favore la Lega, gli mancò sotto il Duca di Milano.» Guicciardini, Storia di Firenze, cap. XV.

40.  Ora, Porta Romana.

41.  Per tutta questa narrazione, vedi Nardi, Guicciardini, Cerretani, Parenti, Pitti, Sismondi ec.

42.  Vedi lettera, più sopra citata, del Benivieni a Clemente VII.

43.  Il Nardi dice, che erano 500 cavalli leggieri e altrettanti o più fanti «benissimo a ordine e genti fiorite»; il Guicciardini, Storia d’Italia, dice 600 Cavalli e 400 fanti; il Parenti 120 uomini d’arme, 300 Cavalli e 1500 fanti; l’Ammirato ed il Sismondi dicono 800 Cavalli, e 3000 fanti. Noi abbiamo preferito di seguire la relazione dell’Antella, che doveva conoscere queste cose meglio d’ogni altro.

44.  Il Borgia diceva che il fatto «non era suto di suo consentimento e saputa.» Vedi Lettera a Lorenzo di Filippo Strozzi, scritta da un tale Antonio servo tuo, in data del 20 maggio 1497. Magliab. Cl. XXXIV, Cod. 288.

45.  Il Violi, a carte 53 retro, parla minutamente di Doffo Spini. Vedi il MS. magliab.

46.  Nardi, Storia di Firenze; Parenti, idem; Burlamacchi, Vita ec.; Barsanti, Idem; Violi, Le Giornate, ec.

47.  Vedi queste Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.

48.  Questi fatti sono dal Violi, dal Burlamacchi e dagli altri biografi minutamente descritti.

49.  Così lo distinguevano da molti altri di simil casato, in Firenze.

50.  Il racconto di questo fatto abbiam cavato, non solamente dai biografi e storici sopra citati; ma anche da alcune lettere di privati, che si trovano manoscritte nella Magliabechiana. Una è di Alessandro Giugni a Lorenzo di Filippo Strozzi, in data del dì 4 maggio 1497 (Cl. XXXVII, 288); un’altra, indirizzata al medesimo, nello stesso giorno, è scritta da Jo. de Boromeo (Cl. XXIV, 288).

51.  Questo opuscolo, di cui si trovano diverse edizioni del tempo, S. L. et A., ci è servito moltissimo a comporre il racconto autentico e minuto del fatto, che ivi è narrato da un testimonio oculare. Il suo titolo è: Predica del venerando P. F. Hieronymo da Ferrara, facta la mattina dell’Ascensione 1497. V’è premesso un Prohemio che incomincia: «Hieronymus Cinoctius Barnabe Rodiano suo salute.» Il Cinozzi ha scritto anche una breve Vita del Savonarola, che è manoscritta nella Riccardiana.

52.  Vedila nel Quétif, vol. II, pag. 170.

53.  Burlamacchi, Nardi, Parenti, Barsanti, Cinozzi, Violi. Vedi anche le Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.

54.  Di questo fatto abbiamo qualche notizia anche in una Lettera a messer Lorenzo di Filippo Strozzi, scritta da Antonio servo suo, in data del 20 maggio 1497. «In la terra, come sai, i rumori sopra il Frate sono suti grandi, et parvero le cose in termine da dovere chiarire qualche animo. Et per evitare inconvenienti, s’è fatto sopra ciò, questa mattina, una gran pratica; et la Signoria e altri, intendo, s’affaticano comporre e’ ciptadini in bona pace, et di levare via queste parti del Frate e non Frate, che dànno disonore e danno alla città, al pubblico et al privato; et in questa pace pare s’intenda ch’el Frate sia exiliato.» Magliab., Cl. XXXIV, 288.

55.  Più volte il Savonarola accenna a questa violenza dei sermoni del Gennazzano, la quale, d’altronde, era assai nota.

56.  Aveva la data del 22 maggio 1497, ed è stata da tutti erroneamente creduta una risposta al Breve di scomunica. Il Breve, scritto il 12 dello stesso mese e ritardato per via, come si vedrà, non era anche arrivato a Firenze. Gli storici contemporanei non ci dànno il giorno preciso dell’arrivo; ma ci dicono che fu verso la fine del mese: le lettere manoscritte da noi esaminate, fino a quel termine, non parlano ancora di scomunica (vedi anche quella del 20 maggio, citata più sopra). D’altronde, se la lettera da noi riportata nel testo, fosse scritta in risposta alla scomunica, non avrebbe alcun senso. Di ciò sembrò avvedersi anche il Meyer; ma egli non trovò modo a correggere l’errore, ritenendo con molti altri, che il breve partito da Roma il 12, dovesse, verso il 16 o 17, essere in ogni modo giunto a Firenze.

57.  Violi, Burlamacchi, Pico, Barsanti. Marchese, Nardi, Parenti, ec.

58.  Qui si vede quanto fosse vero quello che il Savonarola aveva detto, che il papa, cioè, avesse accettato le scuse del suo non andare a Roma.

59.  Per questo Breve vedi l’Appendice. Il Padre Marchese sembrò dubitare che questo fosse il vero Breve, perchè vi manca la forma dovuta; ma noi torneremo, altrove, sopra tal quistione.

60.  Questa epistola trovasi anche nel Quétif, vol. II, pag. 188.

61.  È latina e si trova pure nel Quétif, vol. II, pag. 191.

62.  Violi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, ec.

63.  Di ciò parlano minutamente il Nardi, il Violi, il Burlamacchi, Barsanti, ec.

64.  Queste lettere si trovano pubblicate nei Documenti del P. Marchese.

65.  Vedi la lettera stessa nel Quétif e nel P. Marchese.

66.  Molte altre lettere scrissero i Magistrati. — Una del 21 luglio, lodava mess. Alessandro e mess. Ricciardo, per le cure avute nel ben disporre i cardinali verso il Savonarola, raccomandava l’adoperarsi sempre più, e diceva esservi molti che oppugnavano la cosa. Scrissero di nuovo il 1º agosto, lodando l’ambasciatore, e rallegrandosi che «la Sua Santità si mostri benevola e propizia verso di noi:» mandavano anche due lettere di ringraziamento ai cardinali di Capaccio e di Perugia, i quali s’erano adoperati in favore di quella causa. L’11 agosto, raccomandavano di fare ogni sforzo possibile, per ben disporre i sei cardinali proposti agli affari ecclesiastici, ed ai quali sembrava dovesse andare la causa del Savonarola. Il 26 settembre scriveano al cardinal Caraffa, raccomandandogli d’adoperarsi appresso al papa; il 28 settembre, al Bracci, perchè sollecitasse il cardinal Caraffa; il 13 ottobre, lo stesso; il 7 novembre, mandarono due lettere, di cui parleremo più basso. Vedi Documenti del P. Marchese.

67.  Più tardi Pio III.

68.  Lettera a Lodovico Pittorio, cancelliere del duca Ercole I di Ferrara. Vedila nel P. Marchese. Il fatto, poi, della offerta di quel cardinale trovasi ripetuto nel Burlamacchi, Barsanti, Souveges; e viene dal P. Marchese riconfermato.

69.  Vedi il Guicciardini, Storia d’Italia, e gli storici contemporanei.

70.  Fu pubblicata dal Perrens, nell’appendice al suo primo volume.

71.  Di ciò parla l’ambasciator di Roma, nelle sue lettere.

72.  Daremo in Appendice queste due dichiarazioni o lettere al papa. Fra le sottoscrizioni alla seconda di esse, v’è il nome di un Niccolò d’Alessandro Machiavelli, che il Perrens erroneamente credette fosse quello del Segretario fiorentino, che era invece figlio di Bernardo.

73.  Lettera del Savonarola a suo fratello Alberto, in data del 21 luglio. Vedi P. Marchese, Documenti ec.

74.  Il non avere ciò osservato, fu causa dell’errore gravissimo in cui è caduto il sig. Perrens, dicendo che il Savonarola si mostrasse timido e indifferente nel fatto della peste.

75.  Probabilmente sono quelli, di cui si trova un abbozzo imperfetto e monco, nel volumetto intitolato: Alcuni sermoni devoti di F. Jeronimo Savonarola, sopra il principio della Cantica e altri luoghi; Venezia 1556. Quelli sulla Cantica sono anch’essi solamente abbozzati; ma vi si trovano dei brani in italiano, meno imperfetti di quelli sopra Geremia, e non senza pregio. L’originale di questi, insieme con molte altre selve di sermoni, lezioni ec., si trova nella Magliabechiana, ed è un prezioso codice di appunti autografi, del quale parleremo nell’Appendice.

76.  Vedi P. Marchese, Documenti ec.

77.  Ibidem.

78.  Ibidem.

79.  Era scritto in data del 15 luglio 1497; fu pubblicato allora a Firenze, e più tardi a Venezia, 1538, nel volumetto intitolato: Alcuni devotissimi trattati di F. Jeronimo Savonarola ec.

80.  Durante questi mesi, il Savonarola scrisse varie lettere. — A Maria Angiola Sforza, sul ben vivere, 24 maggio 97. — A Francesco Pico, sullo stesso soggetto, 8 maggio 97. — In un’altra allo stesso, dice che la scomunica non ha avversato l’opera sua, che i frati stanno, invece, lieti e contenti; 2 luglio 97. — A due giovani donne ferraresi, consigliandole a bene apparecchiarsi, per meglio condurre il loro proponimento di farsi monache; 24 maggio 97. — A messer Bertrando Ferrarese, protonotario apostolico: si congratula della sua fede, la quale, provata nelle tribolazioni, non viene da lume naturale; 12 luglio 97. — Al Duca di Ferrara: lo conforta alla fede, ed a credere che Dio procede misuratamente nelle sue cose, senza alterarne un jota; 1 agosto 97. — A Giovanna Caraffa moglie del conte Gio. Francesco Pico: si congratula della sua fede, la conforta a non temere le tribolazioni; 13 agosto. — Alla stessa. «Non bisogna avere coscienza troppo scrupolosa: la carità estingue ogni peccato, e più piace a Dio colui che vive lieto nel bene, di colui che si tormenta negli scrupoli. Nei dubbi si consigli coi buoni e stia al loro arbitrio. Il marito è capacissimo di consigliarla, il rimettersi a lui sarebbe anche assai accetto al Signore.» 6 novembre 97.

81.  Durò in tutto due mesi e mezzo.

82.  Il Nardi, il Machiavelli e molti storici parlano di questa cattura dell’Antella. Vedi nell’Appendice la lettera che aveva indosso.

83.  Queste notizie abbiam cavate dalla lettera che si trovò indosso all’Antella, e dalla confessione che scrisse dipoi. Non sappiamo il giorno preciso di questa cattura; ma in una lettera del 10 agosto, che la Signoria indirizzava all’ambasciatore di Roma, si parla del fatto come già avvenuto. Archivio delle Riformagioni, Minute di lettere ad ambasciatori: secondo l’antica numerazione, il codice era segnato Cl. X. Dist. 1, Nº 198.

84.  La lettera sopra citata, dice che la cattura dell’Antella «ha scoperto la radice di qualche maligno umore, in persona da non poter perseguire;» ma poi cerca dar poco rilievo alla cosa, aggiungendo che sono vani effetti; «perchè se mai vi fu repubblica unita a distruggere la tirannide, questa è dessa.»

85.  Nella narrazione di questo giudizio, abbiano seguito sempre i documenti autentici; e fra gli storici ci siamo valsi principalmente del Pitti (Archivio Storico, vol. I), che racconta questi fatti con grandissima precisione.

86.  Questa è la rivelazione di cui abbiamo più volte parlato, e che daremo nell’Appendice.

87.  Di ciò parla il Nardi nella sua Storia di Firenze, pag. 153.

88.  L’avola di Piero era una Tornabuoni.

89.  Diverso da Giovanni Cambi storico e tutto del popolo, diverso anche da quel ricco Cambi di via del Cocomero; era propriamente di quei da S. Trinità.

90.  Era suocero d’una sorella di Piero. Per tutte queste notizie vedi Nardi, Storia di Firenze, pag. 130, vol. I; Cerretani, idem, MS. magliabec.; Parenti, idem; Guicciardini, idem, cap. XV; Pitti, idem.

91.  Pitti, Storia di Firenze.

92.  Per vincere una deliberazione nella Signoria, che era composta di 9 membri, si richiedevano 6 voti; lo stesso numero ci voleva negli Otto, perchè i due terzi erano la maggioranza legale: quando si andava per maggioranza numerica, dicevasi votare per le più fave.

93.  Pitti, Storia di Firenze.

94.  Il Pitti suppone che il notaio tralasciasse di segnare i pochi voti contrari, non potendo supporre che non ve ne fusse alcuno.

95.  Pitti, Storia di Firenze.

96.  Vedi il Pitti, che riporta fedelmente i discorsi tenuti nella Pratica. Vedi anche il Cerretani ed il Parenti.

97.  I Gonfalonieri delle Compagnie ed i Buoni Uomini, ma qui principalmente i primi.

98.  Il Nardi, il Pitti ed altri parlano dell’effetto che produsse l’arrivo di quelle lettere. Lo stesso frammento di Pratica, che abbiamo trovato nell’Archivio delle Riformagioni, incominciando a darci il sunto della discussione, dice così: «E’ nostri magnifici et excelsi signori, fatto leggere più lettere da Roma da Ser Alexandro, et da Milano da Ser Francesco Pepi, et da alcuni altri cittadini esistenti a Roma, senza subscriptione,.... fu dimandato consiglio ec.» Cl. II, Cod. 137, Frammenti di Pratiche.

99.  «Quando si dubita di tumulto, secondo le leggi comuni, si soglion torre via gli appelli.» Così nel Guicciardini, Storia di Firenze, pag. 160.

100.  Tutta questa discussione è riportata fedelmente dal Frammento di Pratica, più sopra citato.

101.  In questa narrazione ed in questi discorsi, abbiamo fedelmente seguito il Pitti, Storia di Firenze, (Vedi Arch. Storico Vol. I).

102.  Pitti, Cerretani, Nardi. Secondo il Pitti andarono nel Palazzo del Bargello; ma il Cerretani, forse con più esattezza, dice che andarono in quello del Capitano, che era accanto alla Dogana vecchia e vicino al Palazzo dei Signori.

103.  Minute di Lettere ad ambasciatori, 1496-97; Archivio delle Riformagioni. Vedi Appendice.

104.  Questo dobbiamo dire, perchè più tardi troviamo una provvisione che toglie ogni bando di ribelli.

105.  Nardi, Cerretani, Pitti, Machiavelli, Parenti, Guicciardini, ec.

106.  Vedi il processo a stampa. Qui si rammenti il lettore, che tutte le alterazioni del processo, furon fatte sempre e solo a danno del Savonarola; quindi si può creder pienamente tutto ciò che vien detto in suo favore.

107.  Processo fatto dai commissari del Papa. Vedi appendice.

108.  Vedi lib. II, cap V di quest’opera. Il Machiavelli ed il Guicciardini furon tra i primi a muovere tale accusa contro al Savonarola; e la loro autorità si tirò dietro quasi tutti gli altri. Il Guicciardini cercò, nella sua Storia di Firenze, correggere in parte l’errore commesso nella Storia d’Italia; ma lo fece piuttosto moderando le espressioni, che correggendo i fatti. Quei due storici, sebbene nella loro giovanezza avessero conosciuto il Savonarola, scrissero assai più tardi, e quando già il suo nome era soggetto di mille ingiuste accuse; per il che, non sempre riescì loro di sfuggire tutte quelle opinioni erronee, che si spargevano per calunniare il frate repubblicano. Pure, anche l’autorità del Guicciardini e del Machiavelli deve cedere al vero, quando questo risulta così chiaro da documenti di cui non si può disputare l’autorità.

109.  Il Guicciardini parla di questa nimicizia nella sua Storia di Firenze.

110.  Pitti, Storia di Firenze; Cerretani, idem.

111.  Lettera dei Signori, in data del 7 novembre 1497. Vedi P. Marchese, Doc. XVII.

112.  Hieronymi Savonarolæ, Lamentatio Sponsæ Christi adversus tepidos, et exhortatio ad fideles Christi ut praecentur pro renovatione Ecclesiæ. Florentiæ apud Laurentium de Morgianis, 1497. Quest’opuscolo venne proibito a Roma. — Qui dobbiamo accennare ad un’altra operetta che dal Meyer e dall’Audin de Rians viene attribuita al Savonarola; sebbene, a nostro avviso, egli non ne sia il vero autore. Quest’operetta ha per titolo: Loqui prohibeor et tacere non possum; il Meyer la vide manoscritta nella biblioteca Bouturlin, l’Audin la trovò stampata nei quattrocentisti della Riccardiana, dove anche noi l’abbiamo esaminata. È un opuscolo di sei carte, stampato senza data, e senza nome d’autore; le idee non sarebbero lontane da quelle del Savonarola, sebbene il latino, più studiato, ci fece fin da principio dubitare che egli ne fosse l’autore. «I pastori,» così incomincia, «lasciano deviare le pecorelle a loro arbitrio, scacciano quelle che restano nella buona via, minacciano con pene severissime quelle che cercano la sorgente di acqua pura; onde mi è vietato il parlare (loqui prohibeor). — Ma io vedo questi pastori dissipatori interdire i ricchi pascoli al gregge, e le pecorelle magre e stente sono abbandonate in cibo alle bestie selvagge; onde io non posso tacere (tacere non possum). — I giudici e gli anziani, a cui spetterebbe il giudicare, siedono sulla sedia di perdizione e rovesciano ogni ordine; l’arbitrio è in luogo della legge, e la malvagità sopprime la debole voce del giusto; onde mi è vietato il parlare.» E così continuando la prima parte di questo scritto, conclude finalmente: Ideo loqui cogor et exclamare compellor. Ed allora tutto pieno di speranza, egli esclama: «Ecco già ogni servo loda il suo Signore. La mia bocca è piena, o Signore, del tuo amore, e canterò la tua gloria: già cade la notte e sorge l’aurora d’un giorno migliore; la nostra redenzione è vicina.»

Senza dubbio tali idee si potrebbero attribuire al Savonarola; se, in due o tre luoghi, non fosse troppo chiara l’allusione a lui stesso, come già morto. Eccone un esempio: «Fratres et discipuli carissimi qui, ab ipso fonte uberrimo, prædulcissima eloquia, magno obtectamento, frequentius hauserunt; qui tanquam exanimes et velut stupidi altiora doctrinæ mirabantur; qui virum omni quavis scientia præclarissimum magnaque sanctitate venerandum firmissime asserebant, Instanter prædicabant, omnique demonstrationum genere id animis hominum inserere nitebantur. Nunc, ac si lethæi fluminis unda demersi, in silentio trahunt dies suos, et ad unuscuiusque rei pavent occursum. Nonnulli ex eis, timore perterriti, digito labris imposito, silentium indicant, si quos noverint hilari vultu loquentes magnalia Dei. Nec desunt qui, asperiori obedientiæ malleo simplicium dorsum incurvent; quia et obliquis oculis intuentur quos pristinæ fidei quippiam servasse crediderint.» E qui noi troviamo nell’esemplare riccardiano, segnato nel margine, con caratteri antichi: la fede nel Frate; come pure in un altro luogo, dove l’autore nomina «martyres Dei inclytos,» la stessa mano ha segnato nel margine: il Frate e i tre compagni, segno evidente che l’opuscolo era conosciuto non essere del Savonarola. Nella Riccardiana esso è legato con molti altri del Savonarola e dei suoi discepoli, ed è preceduto da una lettera di Gio. Franc. Pico della Mirandola, A li electi di Dio abitanti nella città di Firenze, datata il giorno della Resurrezione, 1498. In questa lettera il Pico conforta ad aver fede nella dottrina del Savonarola, le cui profezie certamente si verificheranno. È facile che anche l’opuscolo seguente fosse lavoro del giovane Pico. (Vedi Riccardiana, 123, quattrocentisti.)

113.  Nella bibliografia premessa al Burlamacchi, se ne cita un’edizione del 1497. La più parte di questi opuscoli del Savonarola furono ristampati in varie collezioni fatte a Venezia, due delle quali videro la luce nel 1537 e 1538, col titolo: Alcuni devotissimi trattati, ec.

114.  Stampata a Firenze, 1497; ed a Venezia, Alcuni devotissimi trattati ec.

115.  Data in Firenze, in San Marco, a dì 17 ottobre 1497; stampata a Firenze nel medesimo anno.

In questo luogo accenneremo altri opuscoli del Savonarola che, o furono scritti in questo anno, o sono stati da noi tralasciati nei capitoli antecedenti. Noteremo prima di tutto l’Esposizione dei dieci Comandamenti, indirizzata alla badessa delle Murate e stampata in Firenze, sin dal 1495. È una minuta e diligente guida per far l’esame di coscienza. — Anche nel 1495 fu stampata, e poi ripubblicata molte volte, l’Epistola alla Contessa della Mirandola che aveva divisato monacarsi. Si parla in essa del fine da proporsi nel vestir l’abito, e del modo come conseguirlo; della perfetta unione che il fedele deve cercare di aver con Cristo, facendolo vivere nella sua anima.

Le Dieci Regole da orare nel tempo delle grandi tribolazioni furono stampate nel 1497, insieme con l’Epistola alle Suore d’Annalena: il Meyer cita, delle prime, anche una edizione del 1495. Esse sono; 1º Pregare Iddio che mandi buoni pastori; 2º Che ci faccia distinguere i veri dai falsi profeti; 3º Che ci faccia conoscere come le cerimonie esteriori, senza lo spirito interno, non hanno valore; 4º che ci faccia amare la semplicità e sprezzare le cose terrene; 5º Che confermi questo lume coi doni dello Spirito Santo. Queste regole sono per evitare le tribolazioni; le altre cinque che seguono servono a sopportarle, quando vengono. 1º Comunicarsi spesso; 2º Pregare assiduamente; 3º Pregare il Signore che raffreni la potestà avversa; 4º Che la faccia finir presto; 5º Che faccia perfetti i buoni, e volga i peccatori a penitenza.

Trattato sul mistero della Croce. È una figura della Croce con alcuni motti ed una breve spiegazione.

Trattato del Sacramento e mistero della messa. Son due pagine in cui si ripetono cose già dette.

Regole a tutti i religiosi, composte da F. Jeronimo e date ai suoi frati. 1º Povertà, 2º Castità, 3º Obbedienza, 4º Lasciare ogni distrazione, 5º Fuggire le cattive conversazioni, 6º Continua orazione. Alla fine di quest’opuscolo è una figura della scala della vita, i cui gradini portano scritte le sopraindicate virtù.

Esposizione dell’Ave Maria, ad istanza di certe devote donne. È una semplice dichiarazione letterale.

Epistola ad una devota donna bolognese. Dà alcune regole per la comunione.

Frater Hieronymus dilectis fratribus suis. Esamina il perchè i suoi frati sieno travagliati quasi tutti da doglie di capo: lo attribuisce alla soverchia meditazione; onde raccomanda loro di serbar misura.

Un capitolo fatto in San Marco il dì di Santa Croce (settembre 96). Raccomanda il digiuno e l’astinenza.

Epistoletta a uno familiare. Son due sole pagine, in cui lamenta che l’Italia non ha voluto ascoltarlo; onde i tanti guai.

116.  Un altro MS. di quest’opera, trovasi nella biblioteca di San Marco a Venezia; cod. XLI, clas. IX. dei MS. latini. Sembra anch’esso autografo; ma non è stato esaminato da alcuno, per la grande difficoltà della scrittura. Noi lo pubblicheremo fra le cose inedite del Savonarola, dopo averlo diligentemente riscontrato coll’altra copia, certamente autografa, che si trova in fondo alla Bibbia magliabechiana.

Vogliamo notare alcune parole che, nel MS. Marciano, si trovano a pag. 50: «Non cogitant nisi præsentia, de futuris malis aut non habent fidem firmam aut, tanquam præsumptuosi, putant misericordiam Dei tam magnam, ut SINE OPERIBUS salvet homines.» È sempre la idea opposta a quella che formava la dottrina fondamentale di Lutero.

117.  Qui s’intende parlare della forma, e non delle opinioni di questi autori, uno dei quali era cattolico, l’altro protestante.

118.  Proemio. Moltissime sono le edizioni del Trionfo dello Croce, fatte nel quattrocento ed in tempi posteriori. Il Savonarola lo pubblicò in latino, e subito dopo ne fece una traduzione, o piuttosto una parafrasi italiana, da servire all’universalità dei fedeli. Noi abbiamo seguito l’edizione italiana, perchè la forma ne è assai più semplice e disinvolta; le formole scolastiche le quali, in parte, si trovano ancora nell’edizione latina, sono qui abbandonate per meglio adattarsi alla popolare intelligenza. De veritate fidei in dominicæ Crucis triumphum, S. L. et A.; Libro di F. Hieronymo dell’ordine dei predicatori, della verità della fede sopra il glorioso trionfo della Croce di Cristo, con una prefazione di Domenico Benivieni. S. L. et A.

119.  Lib. I, cap. I.

120.  Lib. I, cap. II.

121.  Lib. I, cap. III e IV.

122.  Dal cap. V al cap. XIV.

123.  Proemio del secondo libro, vedi anche lib. I, cap. V.

124.  Lib. II, cap. I.

125.  Lib. II, cap. II.

126.  Lib. II, cap. III a VII.

127.  Cap. VIII.

128.  Fino al cap. XII.

129.  Cap. XV.

130.  Lib. III, cap. III.

131.  Lib. III, cap. VII.

132.  Lib. III, cap. IX.

133.  Lib. III, cap. XIII.

134.  Lib. III, cap XIV a XVI. Vedi anche lib. I, cap. X.

135.  Lib. IV, proemio, cap I e II.

136.  Stampato, vivente l’autore, era stato fatto sopra quello più ampio di Pico della Mirandola, in forma assai compendiosa, per servire al popolo. — L’astrologia è contraria alla ragione ed alla religione, distrugge la libertà individuale e non riconosce la provvidenza divina: tali erano i principali argomenti del Savonarola, che abbiamo ambe altrove accennati.

137.  Lib. IV, cap. IV e V.

138.  Cap. VI. Abbiamo citato quasi testualmente le parole dell’autore, le quali sono alquanto più prolisse, e perciò più esplicite ancora di quello che non apparisce qui sopra.

139.  Con grande elogio ne parlò anche il P. Lacordaire.

140.  Nardi, Storia di Firenze, vol. I, p. 137.

141.  Si noti ancora qui, come queste parole son contrarie alla dottrina fondamentale della Riforma: giustificazione per la sola fede.

142.  Qui riferisce ad una predica antecedente; che fu da noi riportata, e nella quale il Savonarola faceva intendere che, quando fosse venuta la scomunica, egli avrebbe dato volta alla chiavetta. Ma, come abbiam visto, un vero Breve di scomunica non era venuto, nè la lettera ai frati della SS. Annunziata determinava alcuna accusa contro la dottrina del Savonarola.

143.  La morte del Duca di Candia.

144.  Forse qui vuol riferire alla causa di Bernardo del Nero e degli altri complici, che certamente il Savonarola credeva colpevoli, sebbene non avesse fatto nulla per provocarne la condanna.

145.  Il Savonarola non intendeva di fare propriamente un miracolo; ma bene credeva che, quando la salute della Chiesa lo richiedesse, il Signore avrebbe, per mezzo suo, operato qualche cosa di soprannaturale: e di ciò sembrava convintissimo.

146.  Prediche XXII sopra l’Esodo e sopra alcuni Salmi, fatte in S. M. del Fiore, cominciando la domenica della Settuagesima, il dì 11 febbraio 1498; raccolte per M. Lorenzo Violi: Firenze 1498. Vedi predica I.

147.  Sermone fatto a molti sacerdoti, religiosi e secolari a San Marco, a dì 15 febbraio 1497 (stile vecchio). Trovasi, anche, insieme colle prediche sopra l’Esodo.

148.  È ben lungi, però, dall’accennare ai dommi.

149.  Prediche sopra l’Esodo; vedi predica fatta la domenica della Sessagesima.

150.  Prediche sopra l’Esodo, predica della Quinquagesima.

151.  Burlamacchi, 115 e seg.; Nardi, 140.

152.  Predica della Quinquagesima.

153.  Lett. dello Strozzi al Piovano di Cascina. Vedi Perrens, Doc. XV.

154.  Lettera ai Dieci, in data del 17 febbraio 1498. Vedi P. Marchese, Documenti ecc.

155.  Tutto ciò è minutamente raccontato in una lettera anonima, intitolata: Copia d’una lettera venuta da Roma, della predica di M. Mariano da S. Ghallo, contro a Fra Girolamo. Il Gennazzano aveva a S. Gallo il suo monastero. Vedi Appendice.

156.  Fu stampato, vivente l’autore, S. L. et A. Vedi l’edizione fattane da Audins de Rians, Firenze 1848. Egli lo credè scritto nel 1493, perchè il gonfaloniere Salviati che invitò il Savonarola a comporlo, tenne quell’ufficio nel 93, e nel gennaio e febbraio 98. Basta, però, dare un’occhiaia al trattato stesso, per vedere che riferisce di continuo a fatti assai posteriori al 93.

157.  I trattati a cui riferisce sono: il Trionfo della Croce; Della semplicità della vita cristiana; e De veritate prophetica.

158.  Sermone IV, sopra l’Esodo; fatto l’ultimo di febbraio, primo giorno di quaresima.

159.  Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 138.

160.  Questo breve, sconosciuto finora, trovammo nel Codice Riccardiano 2053. Il Meyer pone la data del 28 Febbraio 98, ad un altro breve di cui parleremo più basso. Vedi Appendice.

161.  Prediche sopra l’Esodo, vedi quella fatta il terzo giorno di quaresima.

162.  Così chiamavansi allora i Dieci della guerra, secondo una legge favorita dal Savonarola, nel principio del governo popolare.

163.  Qui riferisce a cagioni tutte politiche, come il desiderio di mutare il governo di Firenze.

164.  Fra Bernardino da Monte Feltro, cacciato al tempo di Piero dei Medici. Vedi Parenti, Storia di Firenze.

165.  Tutti questi discorsi son riportati dalla Pratica stessa, che si trova nell’Archivio delle Riformagioni. Vedi Frammenti di Pratica, come sopra.

166.  La Decima ecclesiastica e le cose di Pisa.

167.  Documenti del P. Marchese.

168.  Il Perrens volle da ciò trovare argomento a negare che quella Signoria fosse veramente avversa al Savonarola; ma i fatti che seguirono poi, rendono un tal dubbio impossibile.

169.  Burlamacchi.

170.  Prediche sopra l’Esodo, predica VII. Di questo sermone e del precedente, parlò il Machiavelli nella sua lettera ad un amico, scritta il giorno 8 marzo 1498. In essa egli non si mostra punto favorevole al Savonarola; perchè, come altrove dicemmo, nella prima giovinezza esso inclinò piuttosto verso gli Arrabbiati; e, solo in età più matura, modificò il suo giudizio intorno al Savonarola. Ecco in qual modo egli ne discorreva allora: «Trovandosi, adunque, il nostro Frate in casa sua, chi avrà udito con quale audacia ei cominciasse le sue prediche, e con quale egli le seguiti, non sarebbe di poca ammirazione; perchè... cominciò con spaventi grandi, con ragioni, a chi non le discorre efficacissime; mostrando essere ottimi i suoi seguaci, e gli avversari scelleratissimi; toccando tutti quelli termini, che fossero per avvilire la parte avversa e fortificare la sua; delle quali cose, perchè mi trovai presente, qualcuna ritratterò.» E così, ragguagliando minutamente, viene a dire: «e cominciò a squadernare i libri vostri, o preti, e trattarvi in modo che non ne mangerebbero i cani.» Intorno all’esserci chi volesse farsi tiranno, «tanto ne disse, che gli uomini fecero, poi, il dì pubblicamene conjettura di uno, che è tanto presso al tiranno quanto voi al cielo! Del Papa, poi, quello ne dice, che di qualunque ne vogliate scelleratissimo uomo dire si puote; e così, secondo il mio giudizio, viene secondando i tempi, e le sue bugie colorendo.» Queste ultime parole, sebbene esageratissime contro al Savonarola, ci dimostrano quanto grande dovesse essere allora l’opposizione contro Roma.

171.  Predica XI.

172.  Predica XVIII.

173.  Predica VII.

174.  Predica XVI.

175.  Predica XII. Uno degli argomenti su coi tornò spesso in queste prediche, fu il carattere indelebile del sacerdote. «Il papa, esso diceva, non può toglierlo; si porta anche in inferno; la scomunica non rende inefficace l’amministrazione dei sacramenti: tale è anche l’opinione di S. Tommaso.» Vedi prediche XII e XIII.

176.  Predica XIII.

177.  Vedi nel P. Marchese, Documento XX.

178.  Vedi nel P. Marchese il Documento XXI.

179.  Ciò conferma tutto quel che abbiam detto sul Breve di scomunica.

180.  «Ita turbamur, ut quieturi non simus, donec honorem Sanctæ hujus Sedis, tot modis a tenui isto vermiculo, calore vestro, ulceratum, consuluerimus.»

181.  La Decima ecclesiastica e gli aiuti a sottometter Pisa.

182.  «Tamdiu duraturo, quamdiu vestro isti monstruoso idolo favorem praestabitis.» Il sig. Perrens pubblicò questo breve, senza data, dal codice di S. Marco in Venezia; il Meyer vi pose la data del 26 febbraio (vedi p. 145 nota 2). Ad ambedue questi autori, poi, era affatto ignoto l’altro breve che noi abbiamo trovato nella Riccardiana, colla data del 26 febbraio, e che risponde meglio alla cronologia dei fatti; mentre questo citato qui sopra, deve esser di qualche giorno posteriore al 26 febbraio; e risponde perfettamente a ciò che dice il Bonsi, nelle due lettere del 7 e 9 mano: noi ne abbiamo trovato un’altra copia nel Codice Riccardiano 2953, ma è pure senza data.

183.  Nardi, pag. 142. Di questa Pratica non abbiamo trovato altra memoria che questa: «Die XVII 1497. Omnes, eodem die, decreverunt Fratri Hieronymo, ut omnino a predicatione cessaret.» Vedi Frammenti di Pratiche.

184.  Vedi P. Marchese, Doc. XXII.

185.  Non sarà forse inutile riferire qui alcune idee di F. Benedetto intorno alla Chiesa; perchè esso è uno dei più fedeli seguaci del Savonarola. (Vulnera Diligentis, L. I, cap. 9, Ms. magl., cl. 34, cod. 7.) Uno degli interlocutori dice che «la Chiesa non è altro che la congregazione dei fedeli, sive unitas justorum. L’altro domanda: — Perchè non si dice absolute, Ecclesia est Papa? — Perchè il Papa non è propriamente il capo primo della Chiesa, ma è Vicario del capo sommo della Chiesa, il quale è Gesù Cristo; questi, non essendo restato sulla terra, ha lasciato autorità al suo Vicario di potere legare e sciorre, iustamente tamen et non iniustamente. — Adunque,» riprende il primo interlocutore, «Gesù Cristo e i suoi eletti formano propriamente la Chiesa; ed impropriamente si può dire: la Chiesa essere composta da tutti coloro che credono. Con questo non si vuol dire che il Papa non sia aliquomodo Ecclesia; nè ancora che in quanto Papa possa errare....» «Papa quidem canonice, ut oportet, dicendo rem ad fidem et christianos mores pertinentem errare penitus non potest. Et ita faciens, dicitur tota Ecclesia quæ errare non potest, virtualiter in ipso Papa fecisse. Et breviter, tanto in sustantia è addire così, quanto vulgarmente dire: el Papa in quello che, decidendo canonicamente non erra, si dice essere tutta la Chiesa che non può errare, cioè virtualmente nel Papa. Immo la Chiesa non può errare nel suo vero membro, idest in qualunque vero cristiano. Imperò il cristiano, in quanto cristiano, non può errare, come il Papa in quanto Papa è al tutto impossibile che erri, e saría bestemmia dire opposite.» «Quando, però, il Papa giudica in causa propria, come Alessandro VI quando condannava il profeta (intendi il Savonarola), perchè lo accusava di aver fatto ingiusta opera; allora non è la Chiesa virtualiter che giudica, ma il Papa in causa propria. Ed in questi casi può errare, o per ignoranza, o anche per colpa; ed allora esso non è, se non putrido membro della Chiesa....» «Ora, assimigliando la Chiesa a similitudine d’un corpo umano, dico et concludo: La Santa Chiesa non avere, se non uno capo asceso in cielo, e questo è Gesù Cristo figliuolo di Dio; e non avere in terra, se non un collo, dependente dal capo, e questo è il Sommo Pontefice.» Questo linguaggio, sebbene rozzo ed incolto, ci fa conoscere esattamente quali erano le idee dei seguaci del Savonarola sull’autorità del Papa e sulla Chiesa.

186.  Ultimo dei sermoni sopra l’Esodo.

187.  Seguiamo la lezione del Codice Riccardiano 2053, seguita ancora dal Meyer. Il Burlamacchi riporta una parafrasi di questa lettera, chiamandola una correzione al Papa; altri contemporanei (come vedremo più basso) la chiamarono una lettera terribile. Il Rudelbach (Savonarola und seine Zeit., Doc. XII) segue una lezione anche più ardita della nostra, ma non dice donde l’abbia cavata. Vi si trovano fra l’altre, queste parole: «Io dunque sono apparecchiato a sostenere questa verità, per la quale ora da voi sopportiamo tanti mali; a provarla, dico, contro di voi e contro tutti li suoi adversari, e con ragioni naturali e soprannaturali, col divino aiutorio. E saranno queste cose in tal modo manifeste, ecc.»

188.  Teodorico Brie nella sua Storia del Concilio di Costanza scriveva queste parole: «Nam et beata Petri cathedra, ut nosti, plerumque pastore vacavit. Imo et ipsa, eadem quam et sponsam meam nomino, sæpissime vacasti; nec propter hoc quisquam autumet, te non mansisse sponsam meam. Sufficeret namquæ unus justus etsi omnes cæteri essent hæretici, ut et ego sponsus tuus semper et essem et remanerem.» In Rudelbach, pag. 32.

189.  Vedi P. Marchese, Storia del Convento di S. Marco, pag. 225 e seg.

190.  Il Savonarola venne, nel suo processo, interrogato continuamente intorno ai suoi rapporti con quel cardinale, e rispose che non aveva avuto con lui alcun accordo; ma lo sapeva favorevole alle sue idee.

191.  Raynald, ad ann. 1492. Rimandiamo nuovamente il lettore al P. Marchese, pag. 225 e seg.; tanto più che nel riportare il senso delle sue parole, in una nota del nostro 1º volume, qualche errore di stampa ha fatto credere che noi volessimo attribuire anche a lui l’opinione di creder nulla la elezione del Borgia, cosa alienissima da uno scrittore così scrupolosamente cattolico.

192.  Vedi queste lettere nell’Appendice.

193.  Francesco del Pugliese doveva scrivere in Inghilterra; un amico del Savonarola, in Ferrara, doveva occuparsi di quella al re d’Ungheria; Giovanni di Niccolò Cambi doveva scrivere in Germania. La minuta di queste lettere fu scritta da frate Niccolò da Milano, che da circa tre anni era segretario del Savonarola. Qui bisogna notare che, paragonando la lettera del Del Nero con quella del Mazzinghi, si troverà la prima assai più modesta; perchè il Mazzinghi (siccome dice egli stesso nella sua deposizione) non s’era contentato di seguire la bozza ricevuta, ma aveva voluto aggiungere di suo molte lodi in favore del Savonarola. Vedi nell’Appendice le deposizioni di Simone del Nero, del Mazzinghi, di Giovanni Cambi e di Roberto Ubaldini da Gagliano, che era stato segretario del Savonarola, prima di frate Niccolò da Milano.

194.  Di queste Lettere ai principi, si è voluto da qualcuno mettere in dubbio la incontrastabile autenticità; ma ne parlano le Deposizioni dei complici, ne parla il processo del Savonarola, ne parla lo stesso fra Benedetto (nella parte III del Vulnera diligentis), oltre moltissimi altri scrittori.

195.  La morte del figlio.

196.  Queste lettere furono pubblicate in parte dal Baluzio, in parte dal Meyer; il quale, però, non avendo bene esaminate le deposizioni dei testimoni, errò di molto nel determinarne la data. Le lettere ai re d’Ungheria e d’Inghilterra sono smarrite.

197.  Questo viene confermato dal Comines, il quale descrive minutamente lo stato in cui si trovava allora l’animo del re Carlo: «Si avoit son cœur de faire et accomplir le retour en Italie, et confessoit bien y avoir fait des fautes largement et les comploit....» Dice che il Papa scriveva continuamente al re, e che gli mandò «quelque messager secret, que je conduisis en la chambre du roy notre sire....» Ma il re «avoit mis de nouveau son imagination de vouloir vivre selon les commandements de Dieu, et mettre la justice en bon ordre et l’Eglise.» S’era già messo a tuttuomo per volerne riformare gli abusi; «mais,» così osserva il Comines, «il eust eu bien à faire, à ranger ces gens d’Eglise.» Liv. VIII, chap. XVIII.

198.  Il P. Marchese suppone che il Cardinale, nel seguire l’esercito francese che passava per Firenze, andasse a visitare il Savonarola; nel processo di quest’ultimo è detto: «S. Piero in Vincola lo facevo volto a ciò, e lo sapevo; perchè un ser Cristofano, che fu già del Conte della Mirandola, venne con una lettera di familiarità di detto S. Piero in Vincola, e dissemi che non passeria un altro dì che in Firenze verria una squadra di Cardinali a fare Concilio: io, perchè lo tenevo bugiardo, non risposi altro.»

199.  Questa è la ragione, perchè le lettere furono ritrovate nel suo scrittoio senza data. Anche di quella al re di Francia non fu trovata che la bozza. Il Baluzio pubblicò, nelle sue Miscellanee, le lettere al re di Spagna ed all’Imperatore, tradotte in italiano da frate Ignazio da Ferrara. Il Meyer ripubblicò queste due e l’originale latino di quella lettera al re di Francia; anche il Perrens pubblicava in latino questa lettera, credendo d’essere il primo. Quelle al re d’Ungheria e d’Inghilterra sono smarrite; ma ripetevano certamente le stesse cose.

200.  Fra Marco della Casa, Burlamacchi, Razzi, Barsanti, P. Marchese.

201.  Paolo Somenzio da Cremona risedeva a Firenze; Giovanni Trachedino era a Bologna, ed a lui facevano capo moltissimi degli agenti ducali. In quei mesi di marzo e aprile il Trachedino scriveva lunghissime lettere al Duca, parlando dei molti apparecchi che facevano gli Arrabbiati contro al Savonarola, e del buon volere della Signoria; ripeteva continuamente aver ricevuto avviso: «che a Firenze bollino l’animi de alcuni di quelli principali, che hanno fino ad ora governato; et, sia per questa cosa del Frate, sia per altra causa, tra pochi giorni se ne habbi a riuscire in qualche movimento o tumulto, per mutare forse questo Stato in altra forma.» Un numero grandissimo di queste lettere si trova nell’Archivio di Milano: ne daremo qualcuna in appendice.

202.  Abbiamo altrove accennato a quella che fece un predicatore di Santo Spirito.

203.  Si è preteso da alcuni che la sfida fosse partita dal Savonarola; ma ciò è assolutamente falso. La narrazione di questo esperimento del fuoco è stata travisata da tutti gli scrittori moderni e da gran parte degli antichi. Noi crediamo d’averla messa, finalmente, nella sua vera luce; valendoci non solo del Burlamacchi, Barsanti, Pico, Nardi, Cambi ec.; ma principalmente del secondo Libro del Vulnera diligentis di frà Benedetto, e della Giornata IV di Lorenzo Violi. Essi furono testimoni oculari del fatto, onde le loro parole debbono avere grandissima autorità; ed i loro scritti, insieme con altri documenti originali, ci hanno permesso di rifare questa parte, finora, assai oscura nella biografia del Savonarola.

204.  Nel processo a stampa, il Savonarola dice apertamente d’aver fatto il possibile per trattenere frà Domenico.

205.  Burlamacchi. Vedi anche il Cerretani, che descrive minutamente queste cene dei Compagnacci.

206.  Che l’esperimento del fuoco fosse voluto e ordito dalla Signoria e da’ Compagnacci, vien messo fuori d’ogni dubbio dalle parole del Violi e di frà Benedetto. Questi dice: «E volevano condurre, sotto questo trovato, frà Hieronimo, in caso che facilmente potessi esser morto dalli sua adversi, avanti avessi fine la disputa, o vero avanti avesse effetto l’opera del miracolo, et tamen mostrarsi ignoranti et innocenti.» (Vulnera Diligentis, lib. II, cap. 9.) Il Violi, poi, dice espressamente che i Compagnacci «ordinorno con i frati delli Zoccoli, che per invidia s’eran fatti contrari, che un loro frate chiamato frà Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle cose che diceva frà Hieronimo, e messonlo in Santa Croce a predicare pubblicamente e dire ec.» (Ms. magliabechiano a carte 39.) Vedi nell’Appendice.

207.  Le conclusioni eran queste:

Ecclesia Dei indiget renovatione; flagellabitur, renovabitur.

Florentia, quoque, post flagella renovabitur et prosperabitur.

Infideles convertentur ad Christum.

Hæc omnia, autem, erunt temporibus nostris. Excommunicatio nuper lata contra Rev. Patrem nostrum, fratrem Hieronymum, nulla est.

Non observantes eam, non peccant.

208.  Questo si trova detto espressamente nelle stesse Deliberazioni dei Signori. Deliberazioni 1497-8, a carte 27. Vedi nell’Archivio delle Riformagioni.

209.  Il Burlamacchi, pag. 133, parla di queste assicurazioni date ai Frati Minori: «Ed era, in fatti, stato promesso loro che in niun modo v’entrerebbono. Imperocchè pochi giorni innanzi s’era fatta una cena nel palazzo de’ Pitti, dove i più capitali nemici del Frate si erano trovati; e quivi fu concluso che i frati Minori non entrerebbero nel fuoco, e che sol bastava loro che i frati di San Marco si conducessino in Piazza, che frà Domenico solo v’entrasse, il quale era da loro chiamato il Fattoroccio!» Il Violi dice: «Messon su frà Giuliano Rondinelli nobile fiorentino, uomo più presto di poco giudizio che di prudenza assai; del quale questi nostri fiorentini maligni ne possettono meglio disporre che del Pugliese predetto, e feciongli dire che entrerebbe nel fuoco con frà Domenico.... E questa fu la trappola e ultimo tradimento che questi fraudolenti usorno, come qui di sopra io ti ho detto, che per venire all’intento loro fintamente e fraudolentemente facevan dire a un lor frate, di voler fare quello che lui non voleva fare. E da’ Compagnacci e da Doffo Spini capo loro, era stato promesso che lo esperimento del fuoco non si farebbe, che non faceva per loro a venire a simil prova; ma li promessono che al Frate loro non sarebbe fatto nocumento alcuno, e che metterebbono tante dispute e cavillazioni a campo, che al cimento del fuoco non si avrebbe a venire: e bastava loro che quel Frate dei Rondinelli dicesse a parole di volerci entrare, ma non in fatto nè in verità.» (MS. del Violi, come sopra.)

210.  «Ad instantiam et requisitiones Dominorum Florentinorum.» Così è scritto nello strumento stesso della Signoria, che il Meyer pubblicò dall’Archivio delle Riformagioni; ma che pure era stato pubblicalo fin dal tempi del Savonarola. Il Padre Marchese (Doc. XXIV) ne dette una copia, alquanto diversa, che i Dieci mandarono a Roma: la firma del Francescano, però, è dappertutto la medesima.

Quanto alle istigazioni fatte, a fin di persuadere il Francescano, vedile in Frà Benedetto e nel Violi. Questi racconta ancora, che il Doffo Spini soleva radunarsi con molti scioperati nella bottega di Sandro Botticelli, e «quivi, ragionando più volte in su la morte del Frate, Doffo disse che non fu mai intenzione loro, mettere il frate di San Francesco nel fuoco, e che lo assicurarono di questo; ma che bastava loro che gli facessi giuoco tanto che, col dilungare la cosa, loro venissino a loro intento di spegnere queste cose del Frate.» Ciò il Violi aveva letto in una cronaca di Sandro Botticelli, ora smarrita. Anche fra Benedetto, come abbiam visto, affermava nella sua narrazione, che si trattava d’uccidere il Savonarola. Pico suppone che le prime istigazioni venissero da Roma; e certo allora vi fu grande intesa tra gli Arrabbiati ed il Papa.

211.  Degli altri discorsi noi abbiamo dato solo un sunto, ma le parole del Canacci abbiamo copiate letteralmente dalla Pratica, (Frammenti di Pratiche, come sopra.) Queste parole del Canacci furono dal Nerli (Commentarj, lib. IV) trasformate in questo modo: «Come dovesse bastare che i due frati, per non gli mettere al pericolo di dover bruciare nel fuoco, dovessero esser messi in un tino d’acqua che fusse anche tepida, per manco offenderli; e uscendone asciutti, avrebbero fatto miracolo soprannaturale.» Questa piacevolezza venne da molti ripetuta; ma il Canacci era commosso dal pericolo in cui si trovava la patria, e più disposto al piangere che al ridere.

212.  Le sue parole son le ultime che si trovano nella Pratica; sono interrotte e poco leggibili.

213.  Burlamacchi. Vedi ancora il contratto, colle firme ed il discorso del Savonarola, di cui si parla più basso.

214.  Lo disse anche nelle Lettere ai principi.

215.  Vedi nell’antico archivio Mediceo (Filza 69) alcune lettere di Leonardo Strozzi al Piovano di Cascina, qualche brano delle quali fu già pubblicato dal Perrens (vol. I. Appendice, pag. 492). Una di esse, in data del 5 aprile, dice: «So che costì verranno mille novelle, et voi desideroso saperne chiaro; dico di queste cose del Frate, che poco d’altro ci si ragiona.»

216.  Questo fatto è confermato nei processi del Savonarola e di frà Domenico.

217.  Vedi Burlamacchi, e l’opuscolo citato.

218.  Risposta a certe obbiezioni, circa l’esperimento del fuoco. Questo discorso fu pubblicato, vivente il Savonarola, insieme col contratto e le firme di coloro che s’erano offerti ad entrare nel fuoco. Vedi anche frà Benedetto ed il Violi.

219.  Vedi il processo di frà Domenico.

220.  In questo modo, l’opuscolo citato sarebbe uscito alle stampe due volte e in due modi diversi. La lettera di Leonardo Strozzi al Piovano di Cascina (5 aprile), che più sopra abbiamo citata, lo conferma, dicendo: «È uscita oggi fuora, nuovamente stampata, le medesime conclusioni (sic) con aggiunta delle soscrizioni di quelli frati ec.»

221.  Vedi la lettera dei Dieci, nei documenti del Padre Marchese. Documento XXIV.

222.  Una lettera dello Strozzi al Piovano di Cascina (6 aprile 1488) dice: «Credo sia per aspettare, che da Roma sopravvenga breve o altro impedimento; dalla banda di costoro (i frati di San Marco) era ed è ordinato tutto: e se si farà, che stimo ormai di no, sarà non manco bello a vedere l’ordine che il miracolo.» Dice che il Savonarola ha predicato e confermato: «che il miracolo non potrebbe mai aver luogo per incantesimi; e che, quando pure non avesse luogo l’esperimento, non erano lontani altri segni soprannaturali.» Vedi questa lettera nel Perrens; le medesime cose sono riconfermate dal Burlamacchi, pag. 123.

223.  Deliberazioni dei Signori come sopra; è intitolata: Contra fratrem Hieronymum.

224.  Sembra che il Papa mandasse un breve di proibizione; ma lo facesse a bella posta arrivar troppo tardi.

225.  Burlamacchi, pag. 130. «Perciocchè ben si sapea, che la intenzion degli avversari altro non era, che ammazzare il Padre frà Girolamo in piazza!» E Frà Benedetto (Vulnera Diligentis, Lib. II, Cap. 9) dice che volevano «far nascere nel popolo qualche stravagante discordia, rispetto alle quali cose nascessi tumulto e nel tumulto fusse fatto morto Fra Hieronymo con alcuni altri fedeli, dalla parte contraria.»

226.  Burlamacchi e Frà Benedetto.

227.  Vedi, fra le Deposizioni o Esamine dei complici, quella di Francesco Davanzati.

228.  Burlamacchi. Il Savonarola nel discorso di cui si parla qui sotto, dice: «Costoro volevano fare la cosa a 20 ore; io dissi di no, perchè bisognava andare sobrii.»

229.  Esortazione fatta al popolo in San Marco, il dì 7 aprile 1498. Vedila in fine delle prediche sopra l’Esodo.

230.  Esortazione ec. Burlamacchi.

231.  Burlamacchi, Frà Benedetto.

232.  Burlamacchi, frà Benedetto, Violi.

233.  Nardi, Storia di Firenze. Sebbene il Violi dice che eran le ore 21; noi seguiamo il Nardi che va d’accordo col Burlamacchi e con le parole che dice il Savonarola nel sue discorso.

234.  Burlamacchi, 130.

235.  Burlamacchi, Violi, Frà Benedetto. Il Violi dice che i frati Minori vennero dopo dei Domenicani; ma da tutti gli altri apparisce che erano già nella loggia.

236.  Vedi Burlamacchi e Violi; ma per questi particolari, il più minuto è fra Benedetto che si trovò presente a tutto.

237.  Il marzocco, come abbiamo detto, è il leone di marmo che trovasi sulle scale esterne del Palazzo; il tetto dei Pisani era di faccia, e propriamente dove è oggi la Posta.

238.  Burlamacchi, Violi, frà Benedetto, Nardi ec.

239.  Vedi gli scrittori sopra citati, ed il processo di frà Domenico.

240.  Tutto ciò viene minutamente raccontato da frà Benedetto.

241.  Ibidem.

242.  Il Burlamacchi ed il Violi raccontano che, quando lo Strozzi fu chiamato, egli credette che doveva entrare nel fuoco; onde se ne mostrò lietissimo e chiese la benedizione al Savonarola.

243.  Frà Benedetto, Burlamacchi e Violi.

244.  Frà Benedetto.

245.  Frà Benedetto è minutissimo nel narrare questi particolari, di cui più generalmente parlano anche il Burlamacchi ed il Violi.

246.  Burlamacchi, frà Benedetto.

247.  Burlamacchi e frà Benedetto.

248.  Ibidem. Notevoli sono, fra le altre, queste parole di frà Benedetto, nell’opera citata: «Ma noto ti sia questo gran segreto, che pochi giorni passarono, dopo el tentato cimento, che più persone andorono dal superiore spirituale della città di Firenze, per licenzia e facoltà di farsi assolvere; perchè quelli tali avevano voluto manibus ammazzare, in quello dì del cimento, el profeta. E se tu ti vuoi meglio certificare, va e domandane M. Bartolommeo Redditi che ancora vive, al quale dal prefato superiore gli fu decto; e lui ne ha renduto e del continuo rende verace testimonio.»

249.  Burlamacchi, Violi, frà Benedetto. Nel suo processo, frà Domenico dice che egli non volea cedere questo punto, poichè frà Silvestro aveva visto i loro angioli, e questi gli avevan fatto dire che entrasse nei fuoco col Sacramento.

250.  Il Nardi dice che la pioggia impedì l’esperimento, e ciò venne poi ripetuto da molti; ma il Burlamacchi, Violi e frà Benedetto, metton fuori di dubbio che fu un ordine espresso della Signoria.

251.  «Ferno faccia di meretrice; perchè senza erubescenza alcuna, andavano dicendo che avevano avuto vittoria e così scrissono lettere per tutto.» Frà Benedetto, Vulnera Diligentis, L. II, cap. 7. Vedi anche Violi e Burlamacchi.

252.  Burlamacchi, frà Benedetto.

253.  Ibidem.

254.  Burlamacchi. Questo fatto, si trova narrato in un gran numero di manoscritti, che riportano anche la deliberazione stessa, la quale fu pubblicata dal Perrens.

255.  Questi due Brevi furono pubblicati dal Quetif.

256.  Nardi, pag. 149; Burlamacchi, ec.

257.  Burlamacchi.

258.  Nardi, pag. 150. A questo proposito lo stesso autore osserva: «Tanto fu sempre quest’uomo simile a se stesso, che mai dimostrò sbigottirsi in alcun suo travaglio o pericolo.»

259.  Giovanni Cambi, Storie; negli Erud. Toscani, vol. XXII, pag. 119. Vedi nell’Appendice le deposizioni dei testimoni.

260.  Il ricovero dei trovatelli, accanto alla chiesa dell’Annunziata.

261.  Burlamacchi, pag. 136.

262.  Burlamacchi; frà Benedetto, Cedrus Libani: in questo poemetto di cui si è altrove parlato, l’assalto del convento è minutamente descritto. Anche dalle esamine degli accusati si cava la narrazione di tutti questi fatti.

263.  Questi fatti vengono raccontati assai minutamente dal Burlamacchi e da frà Benedetto; ma essi esagerano di molto le cifre, per le quali bisogna ricorrere all’esame degli accusati, ed al processo di frà Domenico.

264.  Colui che aveva introdotto il maggior numero di armi fu Francesco Davanzati. Vedi, nell’Appendice, le esamine di Luca della Robbia, Bartolommeo Mei, Francesco dei Medici ecc. Vedi anche i processi dei tre frati.

265.  Fra Domenico, nella sua sempre veridica confessione, dice che, oltre quelle poche armi che servivano per accompagnare il Savonarola, esso non sapeva che alcuna arme fosse nel convento, nè pensava a ciò: queste armi, egli dice, non furono introdotte per ordine nè saputa, come certo stimo, del P. Fra Hieronymo nè di mia volontà, el quale sempre di tal cosa mi risi.» Lo stesso viene confermato nelle deposizioni o esamine degli altri accusati.

266.  Nelle esamine di Lionello Boni e Bartolommeo Mei, si accenna a queste due bombardelle: il primo dice di averne udito dir qualcosa, all’altro pare d’averle viste. Qualche moderno scrittore, avendo a questo proposito trovato assai spesso la parola artiglieria negli antichi autori, ha creduto che in S. Marco vi fossero cannoni! Ma ciò, come vedremo, è una delle tante esagerazioni che corsero intorno al Savonarola: la parola artiglieria significava allora ogni arme da fuoco, ed in San Marco, al di là di 4 o 5 fucili, non si usò altra artiglieria; giacchè le bombardelle, se pure vi erano, restarono inutili.

267.  Esamina di Niccolò Calzaiuolo.

268.  Questo non apparisce chiaramente dalle deposizioni del frati stessi; ma sì da quelle degli altri.

269.  Vedi la sua esamina. Questi è diverso da quell’altro Luca d’Andrea della Robbia, di cui parla frà Domenico; esso era soldato e combattè gagliardamente.

270.  Cedrus Libani etc.

271.  Processo di frà Domenico.

272.  Burlamacchi, pag. 136; processo di frà Silvestro: la dichiarazione di questo frate deve aver molto peso; perchè egli cercava, nella sua esamina, denigrare la memoria del Savonarola. Vedi anche la esamina d’Alessandro Pucci.

273.  Burlamacchi e frà Silvestro, ut supra.

274.  Esamine degli accusati; processi; frà Benedetto, Cedrus Libani.

275.  Vedi il bando stesso nell’Appendice.

276.  Frà Domenico dice che, fino all’ultimo, egli non volle credere che la Signoria favorisse veramente i nemici di San Marco.

277.  Questo fatto è minutamente raccontato nel Burlamacchi, Nardi, e in tutti gli scrittori contemporanei. Vedi anche le lettere della Signoria nel P. Marchese, documenti XXV e XXIX.

278.  Ibidem.

279.  Cioè dalla via del Maglio.

280.  Di questo fatto parlano il Burlamacchi e gli altri biografi, come pure quasi tutte le esamine degli accusati. Frà Benedetto, nel suo Cedrus libani, dice così:

E’ figli del Profeta eran, cantando

Le litanie avanti al Sacramento,

Di punto in punto el martirio aspettando.

Et io che fui presente a tal spavento,

Per voler che ’l Profeta non perissi,

Più presto d’esser morto ero contento.

Forza fu li inimici s’assalissi,

Da venti el più, e con doppieri accesi;

Acciò foco per foco si sentissi.

E’ volti delli avversi furno incensi,

E le lor teste percosse a tal forma,

Che furno espulsi et alcun morti e presi;

E discacciar sì pochi sì gran torma...

e così continua dicendo che fu miracolo divino.

281.  Frà Benedetto, Cedrus Libani:

Ed io con alcun altri l’alta scorsa

Del tetto della Chiesa gittavamo,

Che dell’uscirne ai nemici fu forza.

L’arme e scuti a furia rompevamo,

Che lapide paria dal ciel piovessi:

Così lor forze indietro tenevamo.

282.  Ne parla il Burlamacchi, ne parlano parecchie esamine degli accusati.

283.  Vedi nell’Appendice. Un altro bando dichiarava ribelli quelli che andavano a San Marco; ma ciò non impediva che i fanti della Signoria continuassero ad aiutare gli assalitori.

284.  Burlamacchi e le deposizioni dei testimoni.

285.  Burlamacchi; Esamina di frà Luca della Robbia, di Girolamo Gini e di altri.

286.  Frà Benedetto, Cedrus Libani, cap. VIII; dopo aver raccontato il fatto conclude:

Allor cessò ciascun di far ripari,

Ogni uom di far difesa allor restò,

Per non volere al santo esser discari.

287.  Frà Benedetto, Cedrus Libani, cap. IX.

288.  Burlamacchi; frà Benedetto, Cedrus Libani; Violi, giornata quarta; Esamine degli accusati.

289.  Burlamacchi ed altri non lasciano alcun dubbio sul nascondersi di frà Silvestro. Non ci è stato possibile trovare nessuna autorità, che venisse a confermare un altro fatto di simile natura, raccontato prima dal Vasari, e ripetuto poi da altri: che, cioè, il celebre pittore Baccio della Porta, conosciuto più tardi col nome di frà Bartolommeo, si trovasse allora nel convento, e per viltà si nascondesse. Questo ci sembra assai poco verosimile: la resistenza fu minore assai che non si disse; la più parte dei frati e molti dei secolari restarono disarmati, obbedendo agli ordini del Savonarola; poteva Baccio fare lo stesso. Frà Silvestro, è vero, si nascose; ma ciò fu solo per non venir fatto prigione. Per essere imparziali, però, dobbiamo aggiungere come dalle esamine degli accusati apparisce, che anche uno dei secolari si nascose; onde il fatto di Baccio della Porta non sarebbe impossibile; ma solo non ne trovammo menzione di sorta in tutti i processi. Il Vasari, d’altronde, vissuto assai più tardi, non fu punto amico di San Marco nè del Savonarola; è, quindi, un’autorità assai poco sicura in questi fatti. Noi incliniamo a credere che la sua asserzione sia falsa.

290.  Vedi in appendice, la sua esamina.

291.  Burlamacchi; Violi, Giornate, gìorn. IV; frà Benedetto, Cedrus Libani. Quest’ultimo dice:

El sangue iusto, o crudel, non dovevi

Concedere alle genti scellerate,

Che d’esser morto qui quasi ’l vedevi.

Parte di Juda furno tue pedate....

292.  Burlamacchi, pag. 143.

293.  Burlamacchi, frà Benedetto ec.

294.  Frà Benedetto, dopo aver minutamente descritto ogni cosa, conclude:

Tremila, in circa, fu la gran canaglia,

Che menò via il pastor com’un agnello,

Per forza no, con persa lor battaglia.

Cedrus Libani, cap. X.

295.  Burlamacchi.

296.  Burlamacchi, ec. Il racconto di questa giornata è stato messo insieme dalle opere del Burlamacchi, Pico, Razzi, Barsanti; ma specialmente dal Cedrus Libani di frà Benedetto, dalle esamine degli accusati, dai processi, da varie deliberazioni della Signoria, e dai documenti del P. Marchese. L’abbondanza dei materiali, in luogo di agevolare, ha cresciuto assai le difficoltà. Tutti narrano i medesimi particolari del fatto; ma ognuno in modo diverso, secondo che li ha visti, o si rammenta, o gli conviene di dirli; perchè agli accusati spesso faceva comodo alterare o diminuire la parte che essi avevano avuta in quella giornata. Così, solo un esame diligente, faticoso e minutissimo dei documenti, ci ha fatto pervenire a quella che si può dire autentica narrazione dei fatti; perchè fondata tutta sopra il riscontro fedele de’ testimoni oculari.

297.  Nardi, 154 e seg.; Burlamacchi; P. Marchese, documenti XXV e XXX.

298.  Vedi Comines, Mémoires, Lib. VIII, chap. XVIII. «Estoit le plus deshonneste lieu, car tout le monde y pissoit et estoit rompue à l’entrée.»

299.  Comines, Mémoires, Liv. VIII, chap. XVIII. Vedi le sue parole, citale nel cap. 6 di questo libro. Anche il Guasconi, annunziando al Mazzinghi la morte del re Carlo, diceva: «Et ora che ha mostrato dovere fare qualchoxa li è mancato la vita.» Vedi la lettera nella esamina del Mazzinghi.

300.  Vedi i loro processi nell’Appendice.

301.  Burlamacchi, pag. 144.

302.  Burlamacchi, pag. 145.

303.  Vedi i Frammenti di Pratiche più sopra citati.

304.  Legalmente gli Otto avrebbero dovuto essere i giudici nel processo del Savonarola.

305.  L’ufficio degli Otto scadeva alla fine di quello stesso mese d’aprile; per i Dieci ci volevano, invece, altri due mesi.

306.  Così, almeno, parrebbe dal Frammento di Pratica che abbiamo avuto sottocchio.

307.  Vedi, tra i citati Frammenti di Pratiche, quello del 9 aprile 98.

308.  Vedi la deliberazione del dì 11 aprile 1498. Gli scrittori variano nel determinare il numero degli esaminatori; il Nardi dice che furon 12, il Pico 15, il Burlamacchi 16; noi abbiamo seguito l’autorità incontrastabile della deliberazione della Signoria. (Archivio delle Riformagioni.)

309.  Il Burlamacchi racconta il fatto e dice che fu Francesco degli Albizzi; ma è caduto in errore, perchè noi troviamo il nome di quest’ultimo in fronte al Processo stampato. Bartolo dei Zati è il nome che, trovatosi nella commissione formata l’11 aprile, manca nel Processo dove gli esaminatori sono ridotti a 16 da 17 che erano.

310.  Burlamacchi, Pico, Barsanti, ec.

311.  Ibidem.

312.  Ibidem, frà Benedetto, Violi, ec.

313.  Quindi l’idea d’un genuino processo, scritto da lui, è mera ipotesi.

314.  «Inventum est, item, in posterioribus confessionum libellis obtestatum, se vi tormentorum multa dixisse, et abalienari animo cum torqueretur.» Pico pag. 83. Nel Processo stesso ve ne sono diverse prove.

315.  Burlamacchi, pag. 145-6; Pico, pag. 77; Barsanti, pag. 315.

316.  Pico, Burlamacchi, Barsanti.

317.  Lorenzo Violi, Giornata VI. Vedi Appendice.

318.  Burlamacchi, Pico, ec.

319.  Burlamacchi, pag. 145-6, Pico, pag. 26.

320.  I più fedeli seguaci del Savonarola, quelli che meglio erano in grado di conoscerne la dottrina, hanno scritto su questo argomento volumi interi. Vedi nel Pico, cap. XVII; Frà Benedetto, Vulnera Diligentis. Lib II, cap. 21 e passim; il libro III di quest’opera, affatto sconosciuto e da noi trovato nella Riccardiana, discorre lungamente sopra di ciò. Tutta la VII Giornata di Lorenzo Violi, anche ne parla a lungo. Vedi Appendice.

321.  Burlamacchi, Pico, ec.

322.  Burlamacchi, pag. 147; frà Benedetto, Vulnera Diligentis, Lib. II, cap. 20. Ser Ceccone potrebbe esser quell’amico segreto di cui parlano il Franchedino e le altro spie del Moro, nelle molte lettere che scrivevano. Vedine qualcuna in Appendice.

323.  Il Violi parla sdegnosamente di questa violazione delle leggi; e così anche frà Benedetto.

324.  Ecco cosa dice a questo proposito il Nardi, Storia di Firenze. «E io, per non essere accusato dalla mia istessa coscienza, reo d’una verità da me taciuta, sono costretto a dire che un cittadino grande e nobile, che fu uno degli esaminatori di detti frati, e come inimicissimo loro a tale uffizio eletto; essendo egli, poi, stato confinato con molti altri cittadini, dopo la tornata dei Medici nella città; e ritrovandomi io in villa sua, ed essendo da me addomandato, a certo proposito, sopra la verità dei detto processo; mi rispose ingenuamente, presente la sua donna: esser vera cosa, che del processo di frà Girolamo, a buon fine, s’era levata qualche cosa e a quello aggiunta qualche cosa. Queste furono le sue formali parole della risposta, le quali io non so se sono vere; ma so che veramente le riferisco, e così credo appunto con verità riferire.» Vedi Burlamacchi, Violi, Pico, ec. In generale, noi abbiamo sempre appoggiato la nostra narrazione sugli autori contemporanei e documenti originali; ma in questo capitolo, siamo stati più che mai scrupolosi, ed accertiamo il lettore, che quasi ogni frase è appoggiata sopra un documento originale.

325.  Più basso, vedremo che ripetè queste parole.

326.  Questo brano, nel processo a stampa, fu interamente tralasciato; ma si trovava nella prima bozza che fu letta dal Violi. Vedi il brano della VII Giornata, che riportiamo in Appendice.

327.  Vedi il processo in Appendice.

328.  «Nobis fuit cum homine patientissimi corporis et sagacissimi animi, qui contra tormenta animum obdurasset, et veritatem multis tenebris continue involveret; quique videretur ad hoc eo consilio accessisse, ut aut simulata sanctitate æternum sibi nomen apud homines pareret, aut in carcerem et in mortem iret: multaque et assidua quæstione, multis diebus, per vim, vix pauca extorsimus; quæ nunc celare animus erat, donec omnia nobis paterent sui animi involucra.» P. March., Doc. XXXIV. È ben vero che la Signoria mentiva, quando diceva il Savonarola patientissimi corporis; ma è singolare, però, che il P. Marchese si adiri contro chi scrisse questa lettera, e quasi la chiami ingiuriosa al Savonarola; mentre essa è certo uno splendido monumento in onore della sua fama. E qui bisogna notare che alcuni degli ammiratori del Savonarola, per soverchio amore, gli hanno fatto qualche volta più torto che i suoi nemici stessi. Il Nardi, per esempio, sebbene si confessi più volte poco informato intorno al processo del Savonarola; pure credette di potere affermare che i tormenti furono leggieri, e la sua autorità fu cagione che un numero infinito di scrittori lo ripetesse, senza osservare che tutti i biografi, cronisti e scrittori contemporanei affermano il contrario, e che il contrario diceva la Signoria stessa.

329.  Processo.

330.  Nel processo si vorrebbe far credere che il Savonarola lo leggesse egli stesso; ma dai biografi e dalle firme del testimoni si cava il contrario. Uno dei testimoni era l’Adimari, e nella sua sottoscrizione, egli dice: «lectis sibi suprascriptis» etc.

331.  Vedi nell’Appendice la VI Giornata del Violi, documento preziosissimo a ben giudicare il processo.

332.  Vedi Vulnera Diligentis, Lib. II; cap. 16 e seg., ove si parla minutamente del processo. Vedi anche la terza parte dell’opera stessa, che versa quasi tutta intorno al processo.

333.  Burlamacchi, pag. 146; Pico, pag. 79.

334.  Burlamacchi.

335.  Infatti, del processo si trovano due edizioni del secolo XV: di una si può vedere qualche copia assai rara nelle biblioteche di Firenze; dell’altra non conosco che una copia sola, posseduta dal conte Carlo Capponi. Evidentemente questa è l’edizione fatta in fretta dalla Signoria, e poi ritirata con pubblico bando. Sul principio v’è scritto: «Questa è la examina et processo de frate Hieronymo da Ferrara Savonarola, facta di lui da li spectabili e prudenti homini, commissarii et examinatori de li signori Fiorentini, per commissione de la Santa Sedia Apostolica solenemente electi et deputati, come in esso fidelmente appare.» L’altra copia, invece, dice: «dalli spectabili et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi Signori Fiorentini, dalle loro excelse Signorie solennemente electi et deputati.» Ora è da sapere che la Signoria voleva rimettere al Papa tutto il carico e la responsabilità del processo; onde in una lettera al re di Francia espressamente affermava che il Romolino ed il Turriano avevano, per autorità del Papa, pronunziata la sentenza; e che la Signoria non era di nulla responsabile: «Quo fit, ut nec mortis ejus nos auctores fuerimus etc.» Vedi Padre Marchese, Doc. XLI. La sentenza degli Otto diceva, presso a poco lo stesso. Ecco perchè, nel processo stampato dalla Signoria, si trova la frase, per commissione della S. Sede Apostolica, frase che manca nell’altro. Per la medesima ragione, ancora, in fine del processo venne stampata la lettera del papa a Francesco di Puglia, e l’altra ai Francescani. Chi poi avesse fatta la seconda edizione, è difficile affermarlo; ma nel Burlamacchi, pag. 148, si trovano queste parole: «Era nondimeno questo processo (falsificato) molto leggieri, nè conteneva cosa di momento alcuno. Onde non volevano pubblicarlo; ma comporne ancora un altro che avesse qualche apparenza. Con tutto ciò permesse Iddio che fusse divulgato; perciocchè ser Ceccone ne mandò una copia ad un suo amico che gli aveva data la fede di non mostrarlo a persona; dipoi s’ingannò, dando (l’amico) il detto processo alla stampa, acciò si divulgasse.» Questo passo, bene considerato, spiega molte cose: spiega il secondo processo che fu fatto dai Signori, scontenti del primo, e spiega la seconda edizione del primo.

336.  Rimettiamo sempre il lettore alla VI Giornata del Violi; ed al Vulnera Diligentis, lib. II, cap. 17, intitolato: Del numero dei vari processi, ec; cap. 18, intitolato: Delle contradizioni et falsità che sono nel processo stato stampato. Dalle parole di frà Benedetto risulta: che la prima bozza scritta, falsificando le risposte del Savonarola, era molto diversa dalla copia che si pose in Palazzo; e ciò viene confermato dal Violi che notò molte delle differenze che vi erano. Questa seconda copia differiva ancora dal processo a stampa; e lo stesso frà Benedetto riportò qualcuna delle differenze che aveva notate, fra la copia messa in Palazzo e quella stampata; come per esempio, il seguente brano, che manca affatto nella seconda: «Cittadini mia, quando voi trovate questi inimici che non credono le cose che io ho dette, e che abbino fatto qualche errore, castigateli grandemente come inimici della fede di Cristo.» Egli osservò, ancora, che la sottoscrizione del Savonarola, come pure quella dei testimoni, erano state alterate; ma non dice il come nè il dove; onde ciò ch’egli osserva intorno a questo proposito, rimane alquanto oscuro; ripete, però, molte volte, che la vera sottoscrizione del Savonarola tornerebbe tutta a suo onore. Neppure ci dice se quella sottoscrizione da lui veduta era veramente autografa; e queste cose tutte non possiamo ora verificarle, perchè il processo che si trovava in Palazzo fu bruciato, al tempo dell’assedio di Firenze, come ingiurioso alla memoria del Savonarola. Varchi, Storia di Firenze, ediz. Arbib, vol. II, pag. 365.

337.  Vedi i citati Frammenti di Pratiche, nell’Archivio delle Riformagioni.

338.  Questo secondo processo fu trovato, per la prima volta, da noi. Vedi l’Appendice.

339.  Il Nardi, p. 158, dice erroneamente, che furono letti i processi, includendovi, così, il secondo processo che fece la Signoria, e quello fatto, assai più tardi, dai commissari apostolici; ma questi non avevano nessuna forma legale, e non potevano esser letti nella Sala del Consiglio. Noi ci siam, poi, sempre più persuasi, che solo il primo processo fu letto nella Sala del Consiglio, vedendo che le parole che lo stesso Nardi fa dire al cancelliere, dopo la lettura, son quelle medesime che trovansi scritte in fine del processo a stampa. E qui ripetiamo, ancora, che il Nardi, minutissimo e coscienziosissimo scrittore, è assai poco esatto e preciso, quando discorre di questi processi: pare che egli ne scrivesse di memoria e molto tempo dopo seguiti i fatti.

340.  Burlamacchi. Frà Benedetto dice che ne ebbe 33.

341.  Ne parla il Violi, e lo ripetono il Barsanti ed il P. Marchese.

342.  Frà Benedetto, Vulnera diligentis.

343.  Chiunque legge le due copie del processo, potrà facilmente distinguere la vera dalla falsa. Se poi ci fosse bisogno ancora di un’autorità, abbiamo quella gravissima di frà Benedetto, il quale, nel lib. III del suo Vulnera diligentis, parla continuamente del vero processo di frà Domenico; e a distinguerlo da ogni altro, ne cita le prime e le ultime parole, oltre un lunghissimo brano che nella copia alterata manca, quasi, del tutto. Vedi Frà Benedetto, Vulnera diligentis. L. III, cap. 3 e 9; Riccardiana, Cod. 2985. Vedi nell’Appendice I due processi.

344.  Vedi il processo, che, in questa prima parte, è senza data.

345.  Questo si ritrae dallo stesso processo di frà Domenico.

346.  Vedi nell’Appendice, il processo di frà Domenico.

347.  Vedi processi; esamine degli accusati; Burlamacchi; Machiavelli, Frammenti storici; ec.

348.  Frà Benedetto parla di qualche alterazione fatta nel processo di frà Salvestro. Vedi Vulnera diligentis, Lib. II e III, nei capitoli dove esamina i processi.

349.  Vedi il processo, nell’Appendice.

350.  Vedi nell’Appendice, l’esamina di 17 accusati.

351.  Andrea Cambini dice nella sua esamina, che neppure il Valori avrebbe osato entrar nella cella del Savonarola, quando era occupato a studiare.

352.  Vedi nell’Appendice.

353.  Frà Benedetto, Cedrus Libani.

354.  Ibidem. Vedi anche le notizie intorno alla vita di frà Benedetto, scritte dal P. Marchese, Scritti vari.

355.  Vedi il Doc. XVIII, nel Perrens.

356.  P. Marchese, Doc. XXX.

357.  Perrens, Doc. XIX.

358.  Marchese, Doc. XXX e seg.; Nardi pag. 144-45.

359.  Ibidem.

360.  Documenti del P. Marchese. Molti e molti furono i consigli del Savonarola, che si volevano praticare, nel tempo stesso che si cercava la sua morte, o poco dipoi. Uno di questi fu il gonfaloniere a vita; un altro fu quello di riformare l’amministrazione della giustizia. Il Savonarola avea detto: «Formate una Ruota, o sia tribunale di cittadini ricchi e ben pagati, acciò non siano corruttibili: se ora non ci sono danari abbastanza, fate subito un buon giudice forestiero delle appellazioni.» Il 20 aprile, quando il Savonarola cominciava ad esser torturato di nuovo, venne fatta la provvisione che aboliva il Bargello e ristabiliva il Capitano del Popolo ed il Podestà; volendo in questo modo creare quello che il Savonarola aveva chiamato «un giudice forestiero delle appellazioni.» Vedi la provvisione nell’Archivio delle Riformagioni. — Non molto di poi, vennero di nuovo aboliti il Capitano e Podestà; e fu fatta una nuova provvisione, che fondò la Ruota, anch’essa consigliata dal Savonarola.

361.  Frammenti di Pratiche.

362.  Vedi nell’Archiv. delle Riformagioni, le deliberazioni del 30 aprile 98.

363.  Nardi, Storia di Firenze.

364.  Provvisione del 23 aprile 98. Ebbe negli Ottanta, 60 fave nere contro 23 bianche; e nel Consiglio maggiore, 706 nere, contro 305 bianche. È noto che il bianco disapprovava.

365.  Nardi, Storia di Firenze.

366.  Ve ne erano quattro del medesimo nome, ed uno d’essi era anche seguace del Savonarola. Il seguito della narrazione mostrerà di che colore fosse quello di cui discorriamo.

367.  Le parole della Pratica son queste: «Saria bene di nuovo esaminarli, perchè e’ credono si sia avuta la tortura; acciocchè, andando a Roma, e’ si sappia ogni cosa che lui ha in corpo.» Archivio delle Riformagioni, Frammenti di Pratiche.

368.  I nuovi Dieci erano stati eletti, quando si cominciò il processo del Savonarola. Il Popoleschi, adunque, quando era gonfaloniere, si faceva eleggere dei Dieci: sempre nuove e più enormi illegalità.

369.  Frammenti di Pratiche, Archivio delle Riformagioni.

370.  P. Marchese, Doc. XXXVI-VII. Vi è la lettera della Signoria all’oratore in Roma, scritta lo stesso giorno 5 di maggio; e la lettera al Papa in data del 6, che comincia: «Cum torqueremus adhuc Hieronimum Savonarolam, proximis diebus etc.» Altra prova, quando non vi fossero le mille già addotte, che il Savonarola non fu torturato solo il 19 aprile, come dice il processo; ma s’andò continuando sino all’ultimo.

371.  Perrens, Documento XIX; Nardi, Burlamacchi, Marchese ec.

372.  Vedi: Meditazioni sul Salmo XXX. L’Audin de Rians, nella sua bibliografia di edizioni del Savonarola, fatte nel secolo XV, numera cinque edizioni italiane ed una latina di quest’operetta. L’originale fu scritto in latino.

373.  L’Audin ne cita otto edizioni latine, cinque italiane, una tedesca; e tutte del sec. XV. Anche questa meditazione fu scritta in latino.

374.  Questa idea è in opposizione diretta colla dottrina di Lutero e di Calvino. Lutero pubblicava il suo scritto De servo arbitrio, in cui combatteva la libertà umana; Calvino andava ancora più oltre colle sue idee sulla predestinazione.

375.  Ecco di nuovo assai chiara la dottrina cattolica.

376.  Cioè a dire, scolastico.

377.  Christus canonisirt ihm durch uns, sollten gleich die Päbste und Papisten mit einander darüber zerbersten. M. Luther, Vorrede über Savonarola’s Auslegung des 51 Psalms. Questa prefazione stampata nella edizione tedesca delle opere di Lutero, si trova anche pubblicata in latino.

378.  Regola del ben vivere cristiano, composta mentre era in carcere ec. Firenze, 1498, 1529; Venezia 1547.

379.  Burlamacchi, Barsanti, ec.

380.  Ibidem.

381.  «Ma questo poco di originale qui, della sua esamina fatta da Romolino, furno scritti etiam da ser Ceccone et altri, così sub brevità, che erano presenti a tale esamine quando si faceva.» Violi, Giornata sesta. Nel processo è detto qualche volta, espressamente, che anche il cancelliere del Romolino scriveva; e frà Benedetto, nel riportarne un brano, discorre così: «Non ti sia grave di leggere un poco (te ne priego) le parole formali scripte da ser Lodovico Menelli.» Vulnera Diligentis, Parte III, cap. 3. — Vedi anche il Processo nell’Appendice.

382.  Nel Processo stesso è scritto, in margine, più volte: tortura, torturato.

383.  Ecco queste parole, come si trovano nella III parte del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, che le riporta da una copia di mano di ser Ceccone, anch’essa falsata, secondo il solito sistema; ma in più luoghi diversa da quella che diamo nell’Appendice: «Jussus expoliari. Orsù uditemi. Iddio tu mi hai colto. Inginocchiasi. Io confesso che io ho negato Cristo. Io ho detto le bugie. Signori Fiorentini, io l’ho negato per paura di tormenti. Siatemi testimoni. Se io ho a patire, voglio patir per la verità. Ciò che io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio tu mi dai la penitenzia, per averti negato. Io lo merito. Io ti ho negato. Io ti ho negato. Io ti ho negato per paura di tormenti, per paura di tormenti. Erasi inginocchiato e mostrava il braccio manco quasi guasto. Giesù aiutami, questa volta tu mi hai colto.» Tutto questo, si riferisce sempre al lume profetico. Ricordiamo che questo III Lib. del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, non è altro, in grandissima parte, che un comento del terzo processo del Savonarola.

384.  In questo, come negli altri processi del Savonarola, si può ritenere per indubitatamente vero tutto ciò che è a favore dell’accusato, perchè di certo non fu inventato dagli esaminatori nè dal notaio.

385.  Il Violi e frà Benedetto poterono, per mezzo della moglie di ser Ceccone, avere di questo processo una bozza, di proprio pugno del notaio. Questo non è certo il processo vero; perchè le alterazioni erano fatte nel momento stesso che si scrivevano le risposte, le quali venivano, poi, copiate e ricopiate, sempre con nuovi cambiamenti. E così, nella prima copia vista da frà Benedetto, si trovavano diverse domande e risposte, che mancano in quella che si pose in giro e che noi diamo nell’Appendice. S’interrogò, per esempio il Savonarola; «se aveva mai commessa sodomia;» e di ciò non v’è niente nella copia che noi abbiamo. A tale proposito frà Benedetto dice: «La cosa è più vera che io non dico, e non l’ho per terza copia; ma hollo letto in sul proprio originale, cioè in sulla prima bozza che fece ser Ceccone, quando scieglieva i capi di quello diceva frà Hieronimo.» Più basso dice: «Et in quest’ultimo processo ch’ebbi l’originale proprio nelle mani.» Altrove dice egli stesso che l’ebbe per mezzo della moglie di ser Ceccone. Frà Benedetto, Vulnera Diligentis, Lib. II, cap: 16, 17, 18; Violi, Giornate — Vedi Appendice.

386.  Vedi il Processo nell’Appendice.

387.  In fondo il Processo non v’è firma, e ve n’è una nel mezzo, di cui nessuno vide mai l’autografo, e vi mancano affatto quelle dei testimoni.

388.  A Milano ne abbiamo trovata una copia mandata al Duca.

389.  Burlamacchi, Barsanti, ec.

390.  Ibidem.

391.  Questa lettera si trova riportata nel Burlamacchi.

392.  Burlamacchi.

393.  Burlamacchi, Pico, Barsanti, Violi, frà Benedetto, ec.

394.  Il Burlamacchi, il Benivieni e moltissimi altri, annoverando le profezie del Savonarola, ragionano minutamente di questa; e danno molti particolari per accertare la verità del loro racconto. Si noti che il Burlamacchi morì l’anno 1519; onde bisogna credere che i devoti, e forse il P. Bottonio, abbia aggiunta quella parte del racconto, che riguarda la verificazione della profezia. Vedi a questo proposito, anche nel P. Marchese i Documenti, XLII e XLIII.

395.  Questa orazione si trova nel Burlamacchi, e fu stampata, anche, insieme colla esposizione del Miserere.

396.  Ove ora è la Posta delle lettere.

397.  Nardi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, e frà Benedetto nel Cedrus Libani.

398.  Burlamacchi e Pico. Anche frà Benedetto, nella sua III parte del Vulnera Diligentis, cita queste parole.

399.  Burlamacchi, pag. 160; Nardi 169; Vulnera Diligentis, Parte III.

400.  Burlamacchi ec. La sentenza stessa incomincia: «Vexilliter Justitiæ et Octo viri Reipublicæ Florentinæ; omnes, excepto uno Francisco Cino, in curia congregati.»

401.  È singolare che dopo un Processo politico, si dovesse condannare il Savonarola, principalmente per la sentenza del Papa.

402.  Vedi l’Appendice.

403.  Burlamacchi ec.

404.  Leopardi.

405.  Burlamacchi, Barsanti, ec.

406.  Burlamacchi, Pico, Barsanti, Razzi, frà Benedetto, Nardi, Guicciardini, Rinuccini, Cerretani, Parenti, Cambi, ec.

407.  Questo particolare è riferito dal Nardi, che ci si trovò presente.

408.  Burlamacchi.

409.  Frà Benedetto, Cedrus libani.

410.  Vedi sempre i medesimi autori citati più sopra.

411.  Pico, Vita ec.

412.  Nardi, Storia di Firenze; Gio. Cambi, idem.

413.  Vedi i biografi citati, e i documenti in appendice.

414.  Come il celebrare la messa nel palazzo della Signoria, che venne concessa, in vece, ai frati di San Miniato. Gli fu tolta, anche, la direzione dei Buoni Uomini di San Martino.

415.  Nell’Archivio delle Riformagioni, v’è un gran numero di lettere e deliberazioni a questo proposito. Ne daremo qualcuna nell’Appendice.

416.  P. Marchese, Storia di San Marco.

417.  Vedi le Deliberazioni della Signoria, dal 28 maggio all’8 giugno, e quelle del 29 e 30 giugno: vedi anche P. Marchese, Storia di San Marco.

418.  Nardi, Storia di Firenze.

419.  Cambi, Storia di Firenze, vol. II, pag. 134; nelle Delizie degli Eruditi Toscani.

420.  Anche l’Osservatore Fiorentino ricorda questo fatto generalmente noto.

421.  P. Marchese, Documento XXXIX.

422.  Omnipedum nequissimum.

423.  Questa lettera fu pubblicata fra i documenti del Meier, che la trovò nella Biblioteca del conte Bontourlin in Firenze.

424.  P. Marchese, Documenti, Doc. XL.

425.  Guicciardini, Storia d’Italia, ediz. Rosini, vol. III, pag. 15.

426.  Machiavelli, Principe, cap. VIII.

427.  Coll’andare del tempo non cessava; anzi cresceva quella superstiziosa venerazione che i frati di parecchi conventi di Toscana nutrivano pel Savonarola, adorando i suoi abiti, facendogli orazioni, conservandone le reliquie, celebrando un ufficio per lui espressamente composto, e nel quale lo chiamavano santo, martire e profeta. Questi, veramente, non ardiremmo chiamarli discepoli del Savonarola. Un Officio proprio per fra Girolamo Savonarola e i suoi compagni, fu pubblicato dal conte Carlo Capponi, Prato 1860, edizione di soli 46 esemplari.

428.  Fu autore di molti scritti. Varchi, Storia di Firenze, ediz. Arbib, vol. I, pag. 580.

429.  Vedi il Discorso di Paolino Bernardini di Lucca, fatto in questa occasione, e pubblicato dal Quetif. Vedi anche una lettera di frà Vincenzo Ercolani perugino, che fu pubblicata dal signor Aquarone fra i documenti alla sua biografia del Savonarola.

430.  De Servorum Dei beatificatione, vol. VIII.

431.  Il Trionfo della Croce, e la Semplicità della Vita Cristiana.

432.  Questa lettera fu pubblicata molte volte, ma sempre scorrettamente. Il Conte Carlo Capponi ne trovò l’autografo in casa Gondi, in Firenze, e la pubblicò nel suo opuscolo: Alcune lettere di Frà Girolamo Savonarola. Essendo però il medesimo di soli 80 esemplari, noi abbiam creduto di dover ripubblicare questa lettera; e la riproduciamo fedelmente, per far conoscere anche l’ortografia del Savonarola in quella età giovanile.

433.  Cioè: il mio mutato pensiero avrebbe impedito il mio atto. Questa ragione che adduce pel suo silenzio, mostra chiaramente l’affetto del suo animo.

434.  Qui riferisce all’operetta che diamo nel Documento II.

435.  Cioè: passeranno.

436.  Fu trovato dal C. Carlo Capponi, insieme colla precedente lettera, fra le carte dei Grandi: non è l’autografo, ma un’antica copia, mandata da uno dei Savonarola, che l’avea cavata da un libro di famiglia e l’accompagnava con una sua lettera.

437.  Intendi, della medicina.

438.  Questa lacuna è nell’originale.

439.  Sottintendi, quis.

440.  Non odono.

441.  Qui intende i malvagi.

442.  Forse: advola.

443.  I cattivi.

444.  Zobia, parola di dialetto ferrarese, per Giovedì. Anche in Toscana si usava dire dai contadini: Giodie, per Giovedì.

445.  Errore, invece di settembre.

446.  Queste son, forse, parole scritte dal Gondi cui fu mandato il MS.

447.  È senza data; la trovammo nella Riccardiana Cod. 2055.

448.  Nell’originale non vi è data.

449.  Codice Magliabechiano, MS. dei Conventi, VII, 15. Vi sono anche Sermoni sul Genesi, ed altri molti. Il Codice IX, 28, anche dai Conventi, contiene Sermoni sul Salmo Quam bonus e sul Genesi. Son due codici, non autografi, travati da noi quando era già cominciata la stampa di quest’opera, e contengono, oltre ai Sermoni già pubblicati, i primi, ma assai imperfetti abbozzi, di quelli inediti sull’Apocalisse, sul Genesi, e qualche altro ancora. Non avendo potuto discorrerne nel testo diamo qui un saggio della lezione sull’Apocalisse. Si vedrà che son sempre le stesse idee del Savonarola; ma la compilazione ne è tanto imperfetta, che appena può giovarne la lettura. Più compiuti sono i Sermoni sul Genesi, e ne daremo altrove un saggio più esteso.

450.  Trovasi in un’antica biografia, scritta da un contemporaneo del Savonarola. Vedi nella Magliabechiana, MS. dei Conventi I, VII, 28. Molte delle opere che cita questo catalogo sono ora stampate. In una Miscellanea di cose attinenti al Savonarola, che è più moderna e trovasi nel Convento di San Marco in Firenze, si parla di tre volumi MS. di opere del Savonarola: il primo autografo, gli altri due copiati. Secondo noi, il volume autografo è quello che citiamo nella nota al documento che segue a questo; gli altri due sono i Codici dei Conventi VII, 15; IX, 28, citati più sopra.

451.  Questa è la Bibbia postillata, che trovasi in Magliabechiana.

452.  Probabilmente, un quadro della Storia della Chiesa fino a’ suoi tempi, per provare la necessità della sua missione.

453.  Forse un compendio del Trionfo della Croce.

454.  Forse un compendio dell’opera De Regimine Principum.

455.  Forse, quelli sull’Apocalisse, riportati nel Doc. IV.

456.  Di questi si è accennato nelle nota al Doc. IV.

457.  Qualche cosa simile al libro: Della semplicità della Vita Cristiana.

458.  Due operette stampate a Venezia, come si dice nel testo.

459.  Sermoni sopra i Treni o Lamentazioni di Geremia. Vedine qualche brano nel Doc. che segue.

460.  Intendi: habet Frater Nicolaus de Aurifice.

461.  Opera inedita che trovasi inedita nella Marciana di Venezia: la daremo alla luce.

462.  Qui il nostro catalogo sembra accennare a qualche lavoro, diverso da quello del Doc. IV.

463.  Se non vi è errore nel codice, si tratta di qualche scritto sulle api, pigliando ad esempio la loro industria.

464.  Forse intende dire delle opere di Sant’Antonino.

465.  Intendi: Super Arcam.

466.  Forse: Breviati.

467.  Forse esposizione del Salmo che incomincia con queste parole.

468.  L’Autore spesso si ripete in questo catalogo.

469.  Una selva di Sermoni, stampata a Venezia, 1556; e di cui l’autografo si trova nello stesso codice dal quale caviamo il documento che segue.

470.  Qualche regola o guida pei Confessori.

471.  Forse il Trattato sulla logica, o qualche cosa di simile.

472.  Sulle occulte virtù delle pietre, il Savonarola parla spesso nelle sue opere filosofiche.

473.  Nel testo abbiamo notato, come quest’opera fu dal Savonarola compilata in due forme diverse.

474.  Il Codice trovasi fra le cose rare. Vedi carte 32, 33, 34.

475.  Questi Sermoni discorrono sulle Lamentazioni di Geremia: manca il primo.

476.  Ciò farebbe supporre, che questi Sermoni siano antecedenti a tutti gli altri a stampa: il Savonarola ancora non ardisce profetare.

477.  Forse intende dire dei frati, chiusi nei chiostri.

478.  Una parte del codice, da cui son cavati questi brani, fu stampata a Venezia, 1586, col titolo: Alcuni Sermoni sulla cantica, ec. In essa si trovano parimente mescolati il latino e l’italiano; ma nell’autografo, però, si può vedere come la mano è sempre più rapida nello scrivere latino.

479.  Per volgo.

480.  Magliabechiana. MS. dei Conventi, stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32. Questo prezioso MS., lungamente smarrito, fu dopo molte ricerche da noi trovato, quando appena era cominciata la stampa del nostro lavoro: ce ne siamo perciò ampiamente giovati. Non era segnato nel catalogo della biblioteca, ed era legato col titolo: Savonarola, Apologia. Il Razzi, che conobbe personalmente il Violi, ci dice che questi occupò assiduamente la sua vecchiezza a scrivere le Giornate; e, morto in età di 80 anni, le lasciò incompiute; non potendo procedere più oltre della tredicesima. Esso era figlio di Iacopo d’Andrea; nacque il 14 febbraio 1464; fu primo di sua casa ad essere squittinato ed approvato agli uffici della repubblica.

481.  Questa lacuna è nell’originale.

482.  Idem.

483.  Carta 19.

484.  Leggendo più basso, si spiega di quali Prediche ragiona.

485.  Non si riferisce ad alcun luogo particolare; ma lo riportiamo perchè utile a conoscere gli usi tipografici di quei tempi, ed il modo che teneva il Violi nel mettere a stampa le opere del Savonarola.

486.  Codice Magliab., Cl. XXXVII, 288, a carte 9.

487.  Promette.

488.  Fiorino.

489.  Quest’affettuosa lettera noi trovammo nel Cod. Ricc., 2033. Il chiar. conte Carlo Capponi, dietro nostra notizia, la pubblicò insieme con altre lettere dello stesso Codice, nel suo pregevole opuscolo: Alcune Lettere, ec. Ma non avendone egli stampato che soli 80 esemplari, noi crediamo di poterla pubblicare nella nostra appendice, come tuttora ignota al pubblico, e degnissima certamente d’esser conosciuta.

490.  Forse qui manca: causa.

491.  Qui l’originale ha «et e. e. e. e. et c. p. p.;» una delle moltissime abbreviazioni del Savonarola, che senza grande esperienza de’ suoi scritti ed un continuo riscontrare la Bibbia, non si possono spiegare. — Non vogliamo in questo luogo tralasciar di parlare d’un’altra lettera del Savonarola in data del 18 maggio 1493 trovata recentemente nell’archivio di Lucca ed ora pubblicata nel Giornale Storico degli Archivi Toscani. Si tratta di un parere dato alla repubblica di Lucca, che chiedeva se si potevano ricevere gli Ebrei prestatori. Il Savonarola dice che: gli Ebrei «non, sunt e civitatibus Christianorum pellendi;» ma che, l’usura essendo proibita, non si debba loro concedere alcuna facoltà di praticarla.

492.  Archivio delle Riformagioni, Dieci di Balia, Cl. X, Did. 3, num. 43. Filza 10, carte 155 verso.

493.  Cioè, da.

494.  Riccardiana, Cod. 2053, scorrettissimo.

495.  Il codice, assai scorretto, ha continuamente superiositate, forse in luogo di superioritate, anch’essa parola che non è nei classici. Allora non s’era anche, dal Bembo ed altri, proposta la riforma par far scrivere correttamente i brevi papali.

496.  Archivio di Firenze, carte strozziane, cod. 133, fol. 23.

497.  Ci siamo indotti a pubblicare queste lettere dalla Signoria, perchè scritte da Bartolommeo Scala cancelliere dalla repubblica e padre dalla famosa Alessandra Scala, celebre erudito e letterato, amico del Savonarola ed autore d’uno scritto in suo favore. Ancora perchè questa disputa coi frati Lombardi, come si vedrà appresso, fu di grandissima importanza nella vita del Savonarola. — Vedi due volumi di lettere dello Scala, di scrittore moderno e recentemente acquistati dall’Archivio di Firenze: lett. 414, 437, 479. Non vanno oltre l’anno 1493, in cui morì lo Scala; e riguardan tutte cose di ufficio.

498.  Questa lettera, come si vede, non riguarda solamente la separazione; ma deve riferirsi anche alla prima chiamata del Savonarola a Roma.

499.  Abbiamo copia di un gran numero di questi dispacci della corte di Napoli ai governi d’Italia, scritti tutti dal celebre Giovanni Pontano dell’Umbria. Questo che diamo come saggio, è indirizzato a Luigi de’ Paladini, ambasciatore a Roma.

500.  Abbasciare per abbassare, nel dialetto napoletano.

501.  Ad ora.

502.  È noto l’odio degli Orsini contro al Borgia, ed i mali umori che, per ciò, nacquero colla corte di Napoli, che li proteggeva.

503.  Di ciò s’è parlato nel testo.

504.  Giuliano della Rovere.

505.  Virginio Orsini.

506.  Ascanio Sforza, fratello dal Moro.

507.  L’ambasciator di Milano.

508.  L’imperator Massimiliano.

509.  Stutare per spegnere, parola del dialetto.

510.  Codice Riccardiano 2022. Era nostro intendimento di pubblicare un altro discorso del Nardi, dove si parla minutamente delle infamie dei Medici, ed a quello accennavamo nella nota della pag. 57, vol. I; ma, essendo stato pubblicato dal signor Gelli, nell’Appendice alle Letture di Famiglia (anno 1856); diamo, invece, quest’altro discorso che, pure, riguarda i tempi di cui ragioniamo. Trattandosi del lavoro d’uno scrittore classico, e non di semplice documento, abbiamo creduto inutile riprodurre l’antica ortografia.

511.  Il re Carlo.

512.  Intendi, Lorenzo che fu padre d’Alessandro e Caterina de’ Medici.

513.  Vedi il prezioso codice riccardiano 2085, sconosciuto a tutti i biografi del Savonarola. Riportiamo questi due capitoli perchè danno grandissima luce a comprendere quale fosse l’indole delle visioni del Savonarola e de’ suoi seguaci.

514.  Nel più fitto della notte.

515.  Di questo disegno dal Buonarroti, non so che altri abbia mai parlato, nè dove si ritrovi.

516.  Il Savonarola chiamava barbieri i Francesi e tutti coloro che dovevano flagellare la Chiesa e l’Italia.

517.  Questo si potrebbe riferire alla prima bozza del processo, fatta da ser Ceccone, e minutamente esaminata da Lorenzo Violi nelle sue Giornate; me qui frà Benedetto vuol parlare di un processo autografo, di cui egli ed altri sostenevano l’esistenza, come si vedrà altrove.

518.  Qui il Ms porta in margine: 1490 in Sermone 18.

519.  Qui altra nota marginale: Domenica secunda, in quadragesima. Forse vorrà riferire allo stesso anno 1490.

520.  Archivio delle Riformagioni; lettere dei Dieci di Balía, vol. XIV, foglio 44, retro. Il documento della prima legazione, di cui parlano minutamente tutte le storie, non abbiam ritrovato in archivio.

521.  Delle fortezze.

522.  Vespucci.

523.  Questo era necessario, non solo per passare in mezzo all’esercito; ma, ancora, per difesa contro i nemici della repubblica e tutti partigiani dei Medici, che tentavano d’ucciderlo.

524.  Altra lettera, in data del 19 giugno 95, trovasi a carte 18 dello stesso codice, e contiene il seguente paragrafo: «Habbiamo inteso quello haveasi operato Fra Hieronymo, et ne habbiamo avuto (lettera), et lui seguirà l’ordine impostoli; et voi, per nostra parte, lo pregherete et conforterete a seguire questa sua sancta opera, nella quale questa città e popolo ha grandissima fede et opinione; et voi, ancora, vi sforzerete aiutarla per tutte quelle vie et modi occorreranno alle prudentie vostre.»

525.  Ibidem, foglio 46.

526.  È la 464 nei due volumi di lettere della Scala, che si trovano nell’Archivio delle Riformagioni.

527.  Si trovano nel codice Riccardiano 2053. Ivi è detto che furono inviate, post admissionem regni Neapoletani.

528.  Così dice lo stesso codice Riccardiano.

529.  Osservare.

530.  Queste idee si trovano ripetute continuamente nelle sue prediche.

531.  Sottintendi: Vostra Corona.

532.  Da tutte queste lettere si vede, sempre, quanto fermamente il Savonarola credesse alla sua missione profetica.

533.  Questa lettera, scritta in francese, venne tradotta e pubblicata a Firenze assai scorretta, di che il Savonarola si dolse. (Vedi vol. I, p. 344). La lezione che noi seguiamo è del codice Riccardiano 2053; ed è una traduzione assai diversa. In fine di essa troviamo scritto: questa è a stampa più corretta; ma noi abbiam creduto doverla, nondimeno, pubblicare; sia perchè il Savonarola disapprovò quella a stampa, ora divenuta rarissima; sia perchè ci parve che, in luogo di più corretta il codice dovesse facilmente dire più corrotta.

534.  Qui v’è nel Ms. el quale, che abbiam tolto, perchè confonderebbe il senso.

535.  Sono le tre lettere inedite de noi pubblicate.

536.  Questo colloquio ebbe luogo in palazzo Riccardi, e noi ne abbiamo ragionato.

537.  Abbiamo aggiunto questo quando, per rendere più chiaro il senso.

538.  Qui vuol dire; Giacchè sebbene molte ec.

539.  Qui ci siamo avvicinati alla lezione a stampa, essendo il Ms. assai scorretto.

540.  Nel Ms. manca la data che si trova, però, nella rarissima edizione già menzionata.

541.  Bacinetti, vassoi.

542.  Queste cifre son certo esagerate.

543.  Magliabechiana, Classe XXV, cod. 547.

544.  Per questi idiotismi, bisogna raccomandarsi all’intendimento del benevolo lettore.

545.  Italia.

546.  Il Capponi era commissario al campo, insieme con Pier Giovanni de’ Ricasoli.

547.  Pare che sia un epiteto dispregiativo, forse parola dell’antico dialetto pistoiese.

548.  L’insegna di Firenze.

549.  Antonio Canigiani uno dei più valorosi commissari fiorentini.

550.  Qui doppio non sta nel senso di falso, ma di grande, verace, forte.

551.  Altra insegna della repubblica, sotto forma di Leone.

552.  Lo imperatore.

553.  Vico Pisano.

554.  Rinuccio d’Anghiari.

555.  Pier Giovanni de’ Ricasoli.

556.  Essendo il Canigiani ritornato per assumere l’ufficio dei Dieci.

557.  Argutamente.

558.  Fraude, frode.

559.  Qui l’originale ha una lacuna.

560.  Vedi la nota 3 a pag. XCIV.

561.  Anche questa pare che sia una parola dispregiativa.

562.  A guisa degli schiavi.

563.  In coro, insieme.

564.  Qui si vede subito il Piagnone, che deve sempre ragionar di profezie e profeti.

565.  Qui forse vuol dire: stia ciascuno ben lieto, perchè non sempre vi sono profeti.

566.  I patti di accordo e sottomissione.

567.  Il Ms. ha una lacuna; forse dovea dire: dorma, forma.

568.  Questa parola manca nel testo.

569.  Fin qui le parole sono in bocca dei Pisani; ora l’autore ripiglia il suo discorso.

570.  Che Firenze non s’accordi colla Lega.

571.  Abbiam pubblicato queste poesie, non già secondo l’ordine cronologico, ma secondo che si trovavano nel codice: invertimmo solo l’ordine delle due ultime, perchè ci pareva che il soggetto lo richiedesse.

572.  Questa lettera e la seguente furono assai imperfettamente pubblicate del Perrens e dal Meyer. Il primo le trasse dal Codice di S. Marco a Venezia; il secondo dal Codice riccardiano 2053, ma con molte lacune ed errori. Noi abbiamo seguito fedelmente la lezione del Cod. riccardiano, sebbene neppure sia molto corretta.

573.  Questa è forse una citazione.

574.  Forse, obstant.

575.  Trovasi fra la lettere della Scala, più sopra citate, col numero d’ordine 517.

576.  Questa lettera noi trovammo nel citato Codice Riccardiano, e ne demmo copia al conte Capponi, che la pubblicò nell’opuscolo, altre volte citato, di cui tirò solo 90 esemplari. Vogliamo qui rammentare una lettera del Savonarola, in data del 13 maggio 1493, indirizzata agli Anziani della repubblica lucchese, che lo avevano consultato sull’ammettere in città gli Ebrei prestatori. Il Savonarola si pronunziò per l’affermativa, sebbene con certe riserve. Quella lettera fu pubblicata dal Bongi, nel Giornale dagli Archivi Toscani, Anno III, Aprile-Giugno 1859.

577.  Secondo lo stile nuovo, 1496.

578.  Queste tre lettere si trovano nella Biblioteca di Modena, e furono pubblicate nello stesso opuscolo del conte Capponi.

579.  È di assai poco momento; fa solo vedere che il Savonarola, nel tradurre le sue opere quasi sempre vi faceva dei mutamenti: riferisce probabilmente al Compendio di rivelazione.

580.  Cioè il primo getto del lavoro, e non le prove di stampa; come anche a noi era sembrato, leggendo questa lettera la prima volta.

581.  Codice Riccardiano 2053.

582.  Trovasi nell’Archivio di Milano, la dobbiamo alla cortesia del Sig. Danzi di Milano e del Padre Marchese.

583.  Questa parola manca nel MS.

584.  Si trovano autografe in un Codice posseduto dal conte Giberto Borromeo a Genova. Ne avemmo notizia dal P. Marchese, e le pubblichiamo, quasi unicamente, come curiosità letteraria, per dare un’idea del modo come il Savonarola componeva. Ci siamo, poi, accertati che sono primi abbozzi, paragonando alcune poesie già pubblicate, con un esemplare delle stesse che si trova in questo Codice.

585.  Vedi i libri delle Deliberazioni, nell’Archivio delle Riformagioni.

586.  Ciò dimostra in che concetto di dottrina e di amore alle cose antiche, fosse tenuto il Savonarola.

587.  Questi è Marsilio Ficino.

588.  Accanto al convento di S. Marco, dove era anche il così detto Giardino di S. Marco, in cui i Medici avevano raccolto un Museo di statue antiche.

589.  Trovammo questo Codice, la prima volta, nella Biblioteca dal march. Gino Capponi, Cod. XCIII, carta 94 a 101. Altra copia ne è nella Magliabechiana di Firenze, Cl. XXV, 338.

590.  Era capo e quasi padrone della repubblica di Siena.

591.  Intendi: e però il contratto si mostra forzato.

592.  Alfonsina Orsini, moglie di Piero de’ Medici.

593.  Virginio Orsini.

594.  Il Ms. Magliabechiano dice: farenvi; quello della biblioteca Capponi: farovvi.

595.  I danari.

596.  Questi Antella non erano di sicura fede.

597.  Che le uccisioni del 1478 (fatte in seguito alla congiura dei Pazzi), e gli esili del 1434, (fatti, quando Cosimo bisavolo di Piero tornò dal suo esilio) furono nulla, rispetto a quello che faranno essi, tornando.

598.  Questa è la prima confessione o esamina.

599.  Uno dei congiurati, di quei cinque che furono condannati.

600.  Luogo tra Arezzo e Perugia, presso al Lago Trasimeno; lo chiamano anche Ossaia.

601.  Lo stesso Lamberto dell’Antella.

602.  Quello che fu tenuto capo delle congiura.

603.  Uno dei cinque condannati.

604.  Un altro dei medesimi.

605.  Parecchi dei Tornabuoni furono implicati nella congiura, Cosimo di Lorenzo riuscì a fuggire; ma i suoi beni vennero confiscati.

606.  Petrucci.

607.  Seconda esamina.

608.  Pregailo.

609.  Quel che segue continua la numerazione della prima esamina.

610.  La moglie di Pietro.

611.  Elezione.

612.  Sembra che sia qualche libro di Piero, che i Ridolfi ritenevano, senza dovere aver nulla da lui.

613.  Una parte de’ debiti.

614.  Era nome d’un carcere, in Firenze.

615.  Legge che gli permetteva di ripatriare senza pericolo.

616.  Il cardinale fuggì da Firenze in abito di frate.

617.  Riferisce forse a qualcuno ch’era appresso a Piero.

618.  Il Nardi, Storia di Firenze, pag. 46, parlando della cacciata de’ Medici racconta: «Il popolo minuto corse alle case di Ser Giovanni Guidi notaio e cancelliere delle Riformagioni, e parimente alle case di Bernardo d’Antonio Miniati, stato lungamente provveditore del Monte; contro a’ quali il popolo, per più tempo avanti, aveva conceputo un odio mortale, per essere costoro reputati sottili inventori delle molte e incomportabili gabelle e gravezze poste alla città.»

619.  I loro cugini, che s’erano dati al partito popolare.

620.  Rospi, ranocchi.

621.  Presso che un anno.

622.  Ad istanza.

623.  A buona derrata.

624.  Archivio delle Riformagioni; Deliberazioni dei Signori e Collegi, vol. 89, carta 35 retro.

625.  Magliabechiana, CL. XXIV, n. 288.

626.  Bartolommeo Giugni ch’è degli Otto nuovi.

627.  Il Breve latino si trova pubblicato nell’appendice del Perrens. Questa traduzione italiana fu stampata nel secolo XV, e pubblicata anche dal P. Marchese, il quale non volle credere che questo fosse il solo breve di scomunica. Noi, leggendo i brevi posteriori dal papa e le risposte del Savonarola, come pure le sue prediche, non ne trovammo mai accennati altri.

628.  Magliab. Class. XXV, cod. 337; furono pubblicate dal signor P. E. Giudici, nell’Appendice alla sua Storia de’ Municipi italiani.

629.  Archiv. delle Riformagioni, Deliberazioni dei Signori e Collegi, vol. 89, carte 72.

630.  Domini Priores Libertatis.

631.  Archivio delle Riformagioni: Minute di lettere ad ambasciatori, 1496 e 97. Nell’antica classificazione il codice era segnato CL. X, Dist. I, N. 98.

632.  Non altro.

633.  Non vi è stata discrepanza, circa l’effetto, il fine ultimo del giudizio.

634.  Forse: dolosi, ingannatori.

635.  Per.

636.  Non potrebbe esserne più contento di quello che è.

637.  Riportiamo questo abbozzo di lettere, sebbene riguardi un tempo posteriore, per dare un esempio delle molte altre che scrisse, e delle pratiche che fece la repubblica veneziana, onde favorire il ritorno di Pietro de’ Medici. — Vedi cancelleria ducale di Venezia; vol. 37 dei Secreti, carte 3, a tergo. Vi sono parecchi altri di questi abbozzi.

638.  Vorrebbero i suoi amici. Forse anche: i suoi amici ricordano le promesse da noi fatte.

639.  Forse: compresa.

640.  Quanto all’aiutare la libertà dei Pisani, lo abbiamo fatto in ogni modo; e ci sarebbe caro riavere le spese incorse. Stando fermi questi due presupposti, ci adattiamo a qualunque altro conveniente partito.

641.  Queste cifre rappresentano il numero dei votanti nel Consiglio. La repubblica di Venezia aveva tre surta di voti: il , il no, ed il non sincero, per quelli che non erano abbastanza illuminati nel soggetto.

642.  Magliabechiana, Cl. XXXV, n. 190.

643.  Lo scrittore di questa lettera era, come si vede, assai ignorante: il lettore deve aiutarsi col suo buon senso.

644.  Il Savonarola.

645.  Non che dai poco ec.

646.  Non cessano di sollecitare.

647.  Qui il senso è molto oscuro; ma in sostanza vuol dire, che frà Mariano dovea dimostrare l’errore di chi afferma che, sapendo d’essere scomunicato, si possa continuare a predicare.

648.  Furono le sue parole.

649.  Ex abrupto erumpens in hæc verba.

650.  Forse, sfogli.

651.  Forse vorrà dire: quello avevano udito.

652.  È senza data.

653.  Cod. Riccardiano, 2033.

654.  Qui si riferisce chiaramente al Breve di scomunica da noi riportato.

655.  Di queste lettere se ne trova un gran numero nell’Archivio di Milano. Riportiamo solo queste due, per non moltiplicare i documenti; giacchè i fatti in esse riferiti non sono, generalmente di grande importanza al nostro proposito.

656.  Cioè: sieno d’accordo.

657.  Uno di questi amici segreti, era certo il notaio Ser Ceccone.

658.  Forse: per rispondere in buona parte dei denari; cioè pagare.

659.  Si trovano nell’Archivio delle Riformagioni, in un volume intitolato: Lettere ed altri documenti, 1505 e 1519.

660.  Di questa lettera s’è ragionato nel testo.

661.  Anche di ciò abbiam tenuto discorso.

662.  Quando anche.

663.  Il re di Francia.

664.  Più che il far bene a noi, che siamo suoi alleati, dovrebbe muoverlo il bisogno di provvedere all’onor di Dio.

665.  Dal MS. Magliebechiano più volte citato.

666.  Persone di credito.

667.  I frati Minori.

668.  Forse: senza mostrare però.

669.  Forse: venendo.

670.  Se diceva di sua volontà.

671.  È forse errore nel MS.; dovrà dire, ascoltavanlo.

672.  Questa Cronica di Simone Botticelli è smarrita.

673.  Non manca.

674.  La quale, però, aveva ordito tutto a danno del Savonarola.

675.  Come abbiamo detto altrove; piuttosto che processo, furono alcune poche risposte scritte di sua mano, e nelle quali, come già aveva fatto a voce, riconfermò la sua dottrina.

676.  Queste carte, che non erano veramente processo, par certo che andassero bruciate: esse, per altro, poco o nulla aggiungerebbero alla conoscenza dei fatti.

677.  Qui il Violi è tratto in inganno: furono due edizioni di uno stesso processo, e non due processi diversi come habbiam già detto nel testo.

678.  Come trattaste.

679.  Forse: davono, davamo.

680.  Forse: rinnovazione della Chiesa.

681.  Forse: come voi.

682.  Forse: che sì.

683.  Pianse pel dolore di avere, nel delirio della tortura, nominato il cardinale di Napoli. Questo almeno si caverebbe del falso processo.

684.  Questo è falso, perchè il cardinale di Napoli lo aiutò nella separazione dai Lombardi. Del resto, non fa maraviglia che il Violi lo dicesse, perchè anche le carte viste da lui erano falsificate.

685.  Forse: la cui.

686.  È la seconda esamina fatta per ordine della Signoria.

687.  Questo è forse lo scritto che lasciò al carceriere.

688.  La Giornata seguente, come la terza parte del Vulnera Diligentis, ragiona a lungo sulle interpretazioni allegoriche e mistiche, da dare alle risposte del Savonarola.

689.  Vedi i due codici magliabechiani più volte citati.

690.  Penerà.

691.  Esaminando e riscontrando bene tutti questi discorsi, intorno ad un preteso vero processo; si vede che sono ipotesi, e bisogne venire alla conclusione che di vero non ci fu altro che le poche risposte date a voce, nel primo giorno, e poi scritto di mano propria del Savonarola. Più tardi esse furono bruciate; ed, in ogni modo, non aggiungerebbero nulla a quello che già sappiamo del processo.

692.  In luogo di osceno.

693.  Codice Riccardiano 2985, carte 32 a 36.

694.  Qui incominciano quelle sottili distinzioni, di cui abbiamo parlato nel testo.

695.  Quando eri in presenza delli ec.

696.  Imprecatoria.

697.  Ecco il divino istinto, introdotto a spiegare le risposte date nel processo, come noi abbiamo già notato nel testo; e tutto ciò è sempre appoggiato agli esempi cavati dalla scrittura.

698.  Queste parole sono scritte da frà Benedetto, che si trovò quel giorno in convento.

699.  Altri storici riferiscono, che il vescovo dicesse solo: ab Ecclesia triumphante.

700.  Qui, forse, l’autore vuol difendere il Savonarola dall’accusa, che non considerasse valida la elezione d’Alessandro VI, perchè simoniaca, sebbene riconosciuta poi dal consenso della Chiesa.

701.  Qui frà Benedetto cita la parola, per distinguere il vero dal falso processo.

702.  Ecco un’altro dei sofismi, che pure erano frequenti e sinceri nell’animo del Savonarola.

703.  La seconda esamina.

704.  La medesima.

705.  Abbiamo detto nel testo, come di questo processo si trovino due edizioni nel tempo. Noi riproduciamo fedelmente, o quasi a fac-simile, quella che è più rara e che noi crediamo fatta dalla Signoria: nelle note registriamo quei passi, in cui l’altra edizione differisce da questa. Poniamo fra parentesi solo alcune di quelle parole o periodi, che più visibilmente ci paiono interpolate dal notaio ser Ceccone: distinguerle e notarle tutte sarebbe impossibile.

706.  Nel secondo verso, l’altra edizione ha queste parole: «In dei nomini amen. Anno domini nostri ab eius salutifera incarnatione M. CCCC. XCVIII. In ditione die vero VIIII aprilis.»

707.  Queste parole: «Per commissione de la sancta Sedia Apostolica,» mancano nell’altra edizione. Ciò, come abbiam visto, c’indusse a credere che questa che diamo, sia la prima edizione, pubblicata in grandissima fretta e poi soppressa dai Signori fiorentini. Quelle parole, nondimeno, erano una evidente menzogna: il Savonarola era stato preso il dì 8, l’esame era cominciato il 9; come v’era stato tempo di ricevere commissione da Roma? O forse quella commissione s’era già ricevuta, prima che il Savonarola fosse preso?

708.  Qui l’altro processo a stampa aggiunge queste parole: «La infrascripta è la examina di Fra Hieronymo di Nicolo Savonarola da Ferrara dell’ordine de predicatori, facta di lui dalli spectabili et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi signori Fiorentini, delle loro excelse Signorie solennemente electi et deputati cioè:

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI.»

Poi seguono i nomi.

709.  Colui che nel giorno dell’esperimento del fuoco, tentò in ogni modo la rovina del Savonarola.

710.  Il famoso capo dei Compagnacci. Esso era di quegli Otto nuovi, nominati contro il parere della Pratica.

711.  Procederono.

712.  Qui ritorna la stessa osservazione fatta più sopra, che il Papa, cioè, non potè dare questa commissione; e questo fu osservato e minutamente discusso da frà Benedetto, nel suo Vulnera Diligentis, ed anche dal Violi.

713.  Qui è da notare che ambedue le edizioni, vanno dal giorno 9 al giorno 11, senza punto accennare ciò che avvenisse il 10; il che risponderebbe a ciò che abbiamo narrato nel testo: dopo il primo esperimento, si discuteva quel giorno con ser Ceccone, sul modo come continuare il processo. Alcune copie manoscritte del processo, però, cercano riempire la lacuna in questo modo: «A dì IX del presente mese d’aprile, il detto Fra Hieronymo interrogato et esaminato a parole, senza tormento, sopra le cosa che nella infrascripta esamina sono contenute e descritte. Dipoi a dì X di detto mese fu esaminato nella sala di sopra del Bargello, prima a parole ec.» Ma queste copie non hanno autenticità, sebbene qualcuna di essa può supporsi che fosse stata messa in giro dalla Signoria stessa; giacchè una ne abbiam trovata negli Archivi di Milano, insieme con altri documenti mandati a Lodovico il Moro.

714.  Questi conforti rendono chiaro, che il Savonarola fece della obbiezioni a firmare il processo.

715.  In altre copie manoscritte, si trova aggiunto: «che sono carte 24 di foglio con questa d’una medesima mano.» Abbiamo già notato che frà Benedetto, osservando la stampa, dice non essere possibile che fossero 24 carte manoscritte, ma assai meno. Sebbene la stessa cosa si trovi affermata anche in fine di questo processo; ciò che dice frà Benedetto si spiega, nondimeno, col rammentarsi che molti brani furono soppressi dal notaio, e così il processo a stampa venne più breve.

716.  Qui è evidente la sincerità e religione dell’accusato.

717.  Che fu.

718.  Qui si vede che frà Girolamo e frà Salvestro prestavano sincera fede alle visioni. Questa prima parte del processo sembra, invero, abbastanza genuina; ma niuno può dubitare, che la chiusa del periodo seguente, non sia una giunta di ser Ceccone.

719.  Se si leva questo et, e quel tutto che è in principio del periodo; il senso muta grandemente e s’avvicina assai più al vero.

720.  Qui le alterazioni sono molte, e non è possibile indicarle tutte.

721.  Si vede chiaro che questo ma deve legare colla fine del paragrafo antecedente. I due passi da noi segnati in questo paragrafo, sono assai alterati o anche aggiunti da ser Ceccone, cui riusciva più facile fare la interpolazione in principio ed in fine del paragrafo. Dobbiamo, però, rammentare, che i segni da noi posti, indicano quei periodi che più visibilmente ci sembrano creati di pianta, o alterati nella sostanza; ma è sempre una nostra opinione.

722.  Questo è linguaggio del Savonarola.

723.  L’altra edizione ha: noto.

724.  Altra edizione: verano.

725.  Tutto questo è un evidente sonnambulismo, che il Savonarola e frà Domenico credevano ispiratione divina. Fra Salvestro non aveva, sul principio, opinione ferma; ma vedendo, poi, la fede dei suoi compagni, si credette anch’egli inspirato da Dio.

726.  Secondo le idee del Savonarola, anche la malattia poteva creare l’occulta disposizione a ricevere le visioni divine.

727.  Il Savonarola voleva la gloria di Dio e cercava credito per meglio promuoverla. Ser Ceccone, ogni volta che trovava la parola gloria, aggiungeva sempre del mondo, e così mutava tutto il senso del discorso.

728.  Di Dio.

729.  I venti Accoppiatori.

730.  E’ si fa.

731.  Il Valori.

732.  L’altra edizione: Duge, cioè Doge.

733.  Vedi la nota antecedente.

734.  Era stato segretario del Savonarola.

735.  Qui si veda quanto amasse la libertà al di sopra de’ suoi amici.

736.  Ludovico il Moro governava in nome di suo nipote il duca Gio. Galeazzo, ma faceva quel che voleva.

737.  L’altra edizione: beneficarsi.

738.  Bernardo de l’Inghilese di Schiatta Ridolfi. Molti di questi nomi furono certamente aggiunti dal notaro, per avere occasione di processarli.

739.  Scarfa.

740.  Le due lettere indirizzate al Papa, in favore del Savonarola, che moltissimi cittadini e tutti i frati di San Marco firmarono.

741.  Il padre dello storico era uno degli ardenti seguaci del Frate, e nello storico stesso s’era trasfuso una parte di questa simpatia, come si vede nelle sue Opere inedite e ne’ suoi Manoscritti.

742.  Lionello Boni.

743.  Degli.

744.  L’altra edizione: perdicta.

745.  Il magistrato dei Dieci e degli Otto.

746.  L’altra edizione: dicevo.

747.  L’altra edizione dice: Scarfi, e così deve stare.

748.  Son quelle che abbiamo date fra i nostri Documenti.

749.  Forse: risposimi, mi venne risposto; certo è il Savonarola che rispose.

750.  Allora vi fu più d’uno che pretendeva di profetare.

751.  Si vede sempre quanto il Savonarola fosse alieno dagl’intrighi.

752.  Questa lettera non abbiamo.

753.  Non avesse le Condotta che bramava.

754.  Cioè per difesa, non per offesa.

755.  Colui che difese il Savonarola nel giorno dell’esperimento del fuoco.

756.  In parecchi MS, si trova qui aggiunto il seguente passo: «El sig. di Faenza che regge mi si mando gia a raccomandare p. usare della seruitu de Vinitiani, et questo fu p. uno frate dellordine nostro et della Congregatione di Lombardia observante che si chiamaua fra Marcho da Blanzare, mandato a parlare di questo a Francesco Valori et fugli risposto da lui et da. x. che non lo poteuano aiutare p. allora.»

757.  Procedè.

758.  Fosse veramente pronunziata e da osservarla, per evitare scandalo.

759.  Quando si predica?

760.  I gradini di legno in chiesa, par farvi sedere il popolo. L’altra edizione dice: «i grandi.»

761.  Non mi chiarii, non mi manifestai.

762.  Qui s’intende poco il senso. Parecchi Mss., fra i quali quello di Milano, dicono così: «Io non fermai il predicare non obstante la lettera de III di marzo di Ser Alessandro Bracci.... perchè stimavo fossino minaccie.»

763.  Il re di Francia.

764.  L’altra ediz. aggiunge: et di qua scrivesse calde.

765.  Qui le aggiunte dal notaio confondono il senso di tutto questo paragrafo. Nella fine del periodo, nondimeno, si vede chiaro che il Savonarola era contrario a Bernardo del Nero; ma non ne voleva la morte, nè s’era mescolato nella lotta.

766.  L’altra edizione: il.

767.  Noctornò, non tornò.

768.  L’Alfonsina.

769.  Gli oggetti che aveva lasciati in San Marco, furono scrupolosamente restituiti; parte a lui, parte consegnati ai magistrati, come cose pertinenti alla repubblica.

770.  Noi abbiamo visto come il Savonarola non facesse mai forza, per indurre qualcuno a vestir l’abito.

771.  Nuora di Tanai de’ Nerli, la quale era della famiglia Lanzi.

772.  Così le due edizioni a stampa: e qui si vede chiaro che le aggiunte hanno guastato il senso. Altri Ms., come quello di Milano, dicono: «El simile dico di quelli segreti che io dicevo sapere d’uno che si voleva fare grande: i quali dicevo da me per spaurirlo.»

773.  L’altra edizione aggiunse qui: per.

774.  Cioè: che davvero non volesse riavere Pisa.

775.  Il significato di questa frase lo abbiamo spiegato altrove.

776.  Il mistico viaggio al trono della Vergine.

777.  Egli medesimo disse al popolo, che era stato un viaggio immaginario.

778.  La venuta dei Francesi che punirebbero i tristi.

779.  L’altra edizione ha: di ghanno, cioè d’inganno, di finzione. Il Savonarola avevo più volte minacciato di rivelare i peccati d’alcuni che credevano tenerli celati, come coloro che cospiravano per la tirannia, pel governo ristretto, o altri: ma, come egli stesso conferma, era un modo di dire per sbigottire i nemici delle repubblica. Quanto poi a Piero Capponi, che pure era amico del Savonarola, non sappiamo a cosa volesse alludere: la frase, se non è invenzione del notaio, si potrebbe riferire all’essere stato il Capponi amico d’un governo alquanto ristretto e non del tutto popolare. Questo verrebbe riconfermato dagli scritti inediti del Guicciardini, recentemente pubblicati.

780.  L’altra edizione ha: barbieri; questo era il nome che il Savonarola dava ai Francesi.

781.  I Ms. hanno, invece: renovatione.

782.  Il punto dovrebbe esser qui; non già innanzi al Se.

783.  I Mss., hanno a istigare.

784.  De’ Medici.

785.  L’altra ediz. dice: havevo.

786.  Queste lettere, due delle quali abbiamo pubblicate fra i documenti, son quelle che precedevano le lettere ai Principi.

787.  Son quelle ai Principi.

788.  Qui è un errore di stampa, l’altra ediz. dice: I Re.

789.  Qui il senso è confuso; ma una lettera era quella che andò al re, un’altra quella che andò all’ambasciatore fiorentino presso la sua corte: la prima era in nome del Savonarola, l’altra no.

790.  Qui è determinata chiaramente l’esistenza e la data di queste lettere, della cui autenticità alcuni vollero dubitare.

791.  Cioè a dire: la causa furono i cattivi costumi; le scomuniche, poi, mi eccitarono a fare più presto.

792.  L’altra edizione aggiunge: si.

793.  Queste parole furono aggiunte per moderare la forza del passo che segue, e che certo fa grande onore al Savonarola.

794.  Fino a che potette, e fino a che non gli parve che l’onore della religione non vi fosse impegnato, il Savonarola si oppose in pubblico a quell’esperimento.

795.  Qui è chiaro, cha egli credeva si potesse uscire illesi dal fuoco.

796.  Questo dubbio lo manifestò sul pergamo, quel giorno stesso.

797.  Qui ci vorrebbe un punto, per far chiaro il senso.

798.  L’altra edizione ha: sollecitavano.

799.  Abbiamo già detto che le alterazioni sono moltissime, e che abbiamo indicato solo alcune di quelle che più si poterono distinguere o ci sembravano più visibili.

800.  Questa, secondo il Nardi, sono le parole che disse il Cancelliere nella sala del Consiglio, quando lesse al pubblico questo processo dal Savonarola.

801.  L’altra edizione dice: Lattificazione, cioè L’attificazione, o anche Ratificazione.

802.  Frà Benedetto (Vulnera diligentis) dice che la soscrizione fu alterata, perchè il Savonarola vi accennava alle aggiunte di ser Ceccone; ma, se egli lesse veramente la sottoscrizione autografa, non la riportò nel suo libro.

803.  Qui si vede che il Savonarola non lesse il processo, ma gli fu letto; onde poteva bene il notaio ingannarlo, leggendolo altrimenti che non era scritto.

804.  Questo processo e quello che segue furono trovati da noi, parecchi anni or sono, nei Codici Magliab. XXV, 357, XXXVII, 394; e poi li riscontrammo nel Codice che ora si trova nell’Archivio di Firenze e con una copia di quello che si trova a Milano, fatta dal sig. Dansi. Allora si dubitò che questi due documenti fossero veramente quali noi li credevamo; ma, quando ne potemmo con certezza dimostrare il carattere, nacque, invece, il desiderio di darli alla luce. Così essi furono pubblicati nell’Appendice alla Storia dei Municipii italiani dal professore P. E. Giudici, assai scorrettamente e senza neppure dichiarere se erano genuini o apocrifi. Nè di ciò intendiamo muoverne accusa all’autore, che non si era proposto di fare studio particolare d’un soggetto assai intricato.

805.  Ora non staremo ad indicare quei passi che più visibilmente sono aggiunti dal notaio, perchè quasi tutto questo processo è un impasto di menzogne.

806.  Specie di corvo.

807.  All’esattezza di questi fatti non si può prestare alcuna fede.

808.  Tutto questo paragrafo manca nel Codice Magliabechiano. In questo processo, noi abbiamo seguito principalmente la lezione milanese, confrontandola cogli altri Codici.

809.  Non è molto tempo.

810.  Le due lettere sottoscritte dai frati e da’ cittadini.

811.  Il Cod. Magl. ha, invece, Soderini.

812.  È inutile combattere queste false asserzioni.

813.  Dunque si conferma, che il Savonarola voleva un governo largo e libero, e non voleva un governo stretto, neppure fra le mani dei suoi amici.

814.  Dominare.

815.  Non ci è venuto alle mani nessuno esemplare di questa scomunica; e, per quanto la memoria ci ricorda, non ne abbiamo trovato menzione negli storici.

816.  Il Ms. Magliab. dice: di frà Silvestro, anzi di Frà Domenico.

817.  La sola copia di Milano ha la data del 25 aprile.

818.  Il Cod. dell’Archivio, invece delle parentesi, ha in margine, questo fu la domenica de l’Ulivo, quando cominciò lo insulto. Nel codice magliabechiano v’è, invece, una diversa disposizione delle stesse parole.

819.  Il Codice dell’Archivio ha: Dino di Francesco di Dino.

820.  Il Codice dell’Archivio dice: sette.

821.  Non sappiamo che alcuno abbia mai visto questo autografo.

822.  Il Codice dall’Archivio dice: XXIV.

823.  Vedi la prima nota al processo antecedente.

824.  Nella più parte dei codici da noi riscontrati, manca affatto tutto quello che segue fino a: Rispose; è vero; ed il processo comincia colle parole: Di nuovo. Questo brano non si trova che in un solo dei due Codici Magliabechiani da noi riscontrati, (XXXVII, 324). Questi processi manoscritti hanno molte varianti e molte aggiunte o lacune: sembra che la signoria stessa, nel metterne in giro delle copie, ora aggiungesse ed ora togliesse, perchè essi non erano che un ammasso di menzogne.

825.  Di Roma.

826.  Qui si vede che hanno riportato le risposte del Savonarola, più fedelmente.

827.  Abbiamo notato che altrove gli fanno dire precisamente il contrario.

828.  Nel Cod. Magliab. ed in quello di Milano, v’è in margine questa postilla, che manca in quello dell’Archivio: «La detta lettera fu quella che aveva disegnato scrivere a’ re, di che si fa menzione nella parte del concilio.» — Questa lettera, però, non era bruciata.

829.  Nella copia che noi abbiamo del Codice milanese, c’è una lunga lacuna, che incomincia da questo punto e va infino alla metà dal paragrafo settimo.

830.  Il Codice dell’Archivio dice: a’ benefici.

831.  Anche in questo processo si vede, che, quando si trattava di quistioni essenzialmente religiose, le risposte del Savonarola non erano dubbie.

832.  Qui finisce la lacuna della copia milanese.

833.  Si vede chiaro, come questa sia una compilazione fatta, raffazzonando le varie risposte del Savonarola.

834.  Prima si dice che sottoscrisse, e poi si pone la firma!

835.  Il Codice dell’Archivio dice: da quattro mesi.

836.  Pensai.

837.  Circa il quale. Questo fu il punto in cui più infieriva la tortura, per ordine del Romolino il quale o aveva qualche commissione o qualche odio particolare contro al cardinale di Napoli; onde, dopo avere più fieramente lacerato il Savonarola, ne alterò anche più del solito le risposte.

838.  Gli si offerse.

839.  Qui si vede che è sotto la tortura. Le copie di questo processo hanno spesso in margine: tortura, torturato, in quei luoghi dove del processo medesimo apparisce.

840.  Si vede che le risposte, non solamente sono alterate; ma alcune vengono affatto tralasciate.

841.  La copia di Milano ha: sollecitarlo.

842.  Qui i giudici stessi ci fanno sapere, quanto erano convinti della verità di ciò che scrivevano.

843.  Riccardiana, Cod. 2053 (non autografo, ma antico). Questa esamina rimase affatto ignota a coloro che desiderarono pubblicare tutti i documenti che avevamo raccolti, intorno ai processi del Savonarola e de’ suoi compagni.

844.  Ne trovammo due copie nella Magliebechiana. Una, di assai difficile scrittura, vi resta tuttavia; l’altra andò nell’archivio centrale. Dopo che noi lo trovammo, quegli archivisti vollero pubblicarlo, sotto il nome di Deposizione, senza conoscere se fosse vero o apocrifo. Una terza copia ne trovammo nell’Archivio di Milano. Si noti che la Signoria credeva di dar questo processo, quasi inalterato.

845.  Era priore di Fiesole, e quivi generalmente dimorava.

846.  Guardava verso la zuffa o lasciava di pregare.

847.  Intendi: ci aiutavano.

848.  Questo spiega le voci sparse da alcuni, che il Savonarola avesse ritenuti danari di Piero.

849.  Forse: lo perchè.

850.  Paragonando questo col vero processo, si vede come i nomi propri sono tutti aggiunta e invenzione del notaio.

851.  Cioè, disse anche lui: io non son profeta.

852.  Lo stesso frà Domenico.

853.  Gli domandassi.

854.  Qui manca, forse: grandi, elevate, o simile. Frà Domenico parla di sè, e a far quasi una rivelazione agli esaminatori. In questo processo il lettore può conoscer veramente cosa erano le profezie di frà Girolamo e de’ suoi compagni.

855.  Nè mi dà noia il pensiero di conoscere, come frà Girolamo abbia avute queste rivelazioni.

856.  Forse: paroluzze.

857.  Ser Ceccone. Questo parrebbe riferire ad altra esamina scritta dal notaio: forse qualche primo tentativo di compilare, anche per frà Domenico, un falso processo.

858.  Qui si può chiaramente e sicuramente esaminare quanta superstizione vi fosse nelle profezie e visioni del Savonarola; come, pure, quanta credulità fosse in quei frati.

859.  Avevano certezza di quelle visioni, come se le toccassero!

860.  Forse: imbasciate fatte da loro a frà Silvestro.

861.  Qui si vede con quale ingenuità frà Domenico riferisce come sua la visione comunicatagli da frà Salvestro.

862.  Riferisce ai fatti avvenuti, quando l’imperatore Massimiliano minacciava Firenze.

863.  Forse manca: sa.

864.  Forse manca: mi sentii ispirata.

865.  La tortura.

866.  La scrupolosa verità, con cui frà Domenico cerca riferir le cose, è veramente ammirabile.

867.  Pare che, in questi ultimi momenti, la tortura venga spesso ripetuta.

868.  La sala del Consiglio.

869.  Egli stupiva e non sapeva credere come fosse vero il falso processo del Savonarola, che gli mostravano come autentico. Frà Domenico non era uomo da sospettare che la signoria fosse capace di falsificare.

870.  Questo aprir la chiavetta, era la frase adoperata dal Savonarola, quando voleva minacciare il concilio.

871.  Questa colle altre cose.

872.  Delle quali persone.

873.  In questo e nei paragrafi seguenti, si vede come gli esaminatori creassero di pianta nomi e fatti, anche quando più volevano serbare apparenza di veridici.

874.  Lo trovammo, insieme coi falsi processi del Savonarola e di frà Domenico, nel Codice dell’Archivio di Firenze, in quello di Milano ed in un Codice assai poco deciferabile dalla Magliabechiana. La copia dell’Archivio di Firenze venne data alla luce da quegli Archivisti, insieme col falso processo di frà Domenico, sotto il medesimo titolo di Deposizione ec.

875.  Qui è chiaro che si tratta di una malattia e non altro.

876.  Sacromoro, colui che tradì.

877.  Vien sempre confermato, che in S. Marco non si facevano intelligenze.

878.  Anche qui si vede che il Savonarola e frà Domenico non vi presero parte.

879.  In questo luogo, la copia di Milano aggiunge il seguente paragrafo che, poi, nella copia stessa è cancellato: «La notte mi ricorda havervi visto a un grasso zuchone, d’età d’anni 45 in 50, di pelo biancho, porta una berretta alla francese con un gabbano alla forestiera, di mediocre statura, e gli sentì dire: Io vorrei ci fussi stato M. Manfredi.»

880.  Qui si conferma, che il Savonarola non s’era impicciato nelle accuse violenti contro a Bernardo del Nero e suoi congiurati, e si vede anche, come la risposta che, a questo proposito, gli è stata messa in bocca nel suo processo, è in parte alterata.

881.  Nella copia di Milano, si trova qui aggiunta una lunga lista di nomi, che poi sono cancellati, con questa postilla al margine: «Questi si cancellano, perchè sono nominati e scripti di mano di frà Silvestro, nel foglio precedente.» Son forse le aggiunte e pentimenti del notaio.

882.  Nella copia di Milano v’è qualche differenza nei nomi, che è inutile di notar per minuto, sapendosi che molti di essi furono aggiunti dal notaio.

883.  Battè il bossolo sul banco dei Signori, minacciandoli per non volere così condannare i congiurati.

884.  È singolare questa conclusione, dopo alcune premesse che provano solamente la buona fede e sincerità del Savonarola: quelle ultime parole son certo aggiunte dal notaio.

885.  Archivio dello Riformagioni. — Istruzioni e lettere esterne dal 1491 al 1502, Cl. 10, dist. 1, Nº 87. Questi precetti che, con poca esattezza furono chiamati anche Deposizioni di testimoni, vennero scoperti dal Meier il quale, però, non ne fece altro uso che citarli due o tre volte. Noi ci demmo a studiarli minutamente, e vista l’utilità che v’era da cavarne, ci decidemmo a pubblicarli insieme cogli altri documenti relativi al processo del Savonarola. Più tardi il codice fu mostrato al Perrens che ne fece qualche estratto e lo pubblicò nel suo appendice. Quando noi cominciammo la stampa dal nostro lavoro, gli Archivisti di Firenze si affrettarono a pubblicare questi processi, meno uno solo: noi li diamo tutti fra i nostri documenti, per le ragioni già allegate.

886.  Le due sottoscrizioni, dei cittadini e dei frati.

887.  Cioè la maggioranza dei voti nella Signoria, e nei due Consigli, la facoltà di sonare le campane che radunavano il popolo.

888.  Questi fatti si trovano illustrati nel testo dell’opera.

889.  Fante.

890.  Il convento era insultato.

891.  Balestre.

892.  L’Azerello, cioè Bonaccorso da Filicaia, detto Azerello.

893.  Fra Girolamo, che di questi apparecchi appena ebbe qualche notizia vaga.

894.  L’esperimento del fuoco.

895.  Stimai.

896.  Mi chiesero.

897.  Le ultime parole son di mano di qualcuno dei notai. Queste esamine sono scritte generalmente dagli accusati stessi, quando parlano in proprio nome.

898.  Sopra il secondo capo dell’interrogatorio.

899.  Forse manca: avendogli domandato.

900.  Voce, voti.

901.  Uno di questi suoi parenti, era Placido Cinozzi, autore d’una biografia del Savonarola.

902.  Vi andai il giorno in cui si fece la Signoria: non volle che entrassi.

903.  Forse: imbasciate commesse, per commissioni.

904.  Forse: la Signoria.

905.  Fu chiamato fra Salvestro ad esser presente.

906.  Cacciò.

907.  Costretto a scriver di nuovo, ripete le stesse cose. Forse volevano vedere se si contradiceva.

908.  Lionello Boni, di cui più basso segue l’esamina.

909.  Ascensione.

910.  Fra Silvestro.

911.  Parole scritte in piè di pagina, di mano del notaio e degli esaminatori, come son pure quelle che seguono.

912.  Dicessi.

913.  Infatti furono ricevuti nella Loggia de’ Lanzi.

914.  Il locale della Sapienza.

915.  Cioè: ed era. Questo Gini più volte dice: are, in luogo di era; come si vede anche nella seguente esamina, che noi pubblichiamo per la prima volta; ove dice: sare, in luogo di sera. Gli Archivisti, non avendo considerato a ciò, stamparono: «Fra Girolamo andò su, e di subito tornò a dare due archibusi in coro.» Il che è a dir poco strano.

916.  Erano i due che usavano l’archibuso: il tedesco faceva fuoco da più ore.

917.  Questa esamina non fu pubblicata dagli Archivisti.

918.  Avea allora vestito l’abito.

919.  Da Gagliano.

920.  Gini, cioè l’accusato. Sono gli esaminatori che scrivono ora, più basso riprende a scrivere il Gini.

921.  Cioè: la sera.

922.  Qui si vede se era possibile, che fra Girolamo venisse a dar fucili in coro.

923.  Voleva esser ferito, per amore di Gesù Cristo.

924.  Qui si conferma ciò che abbiamo detto innanzi.

925.  La pigione si paga in suo nome.

926.  Che m’ha insegnato.

927.  L’andare io: è sempre l’e in vece di a.

928.  Queste esamina ci dà molte notizie importanti, e merita di essere attentamente considerata.

929.  Ugualmente condannabile.

930.  Andrea di Bernardo de’ Medici, soprannominato il Brutto.

931.  Era colui che si fingeva Piagnone per meglio cospirare in favore dei Medici.

932.  Lorenzo Tornabuoni, fingeva del pari che Giannozzo Pucci, per lo stesso fine. Ambedue furono poi decapitati.

933.  Per le troppe astinenze e fatiche mentali.

934.  Era opinione che il Capponi non amasse un governo molto largo.

935.  La libreria dei Medici.

936.  Filippo di Comines.

937.  Altro disegno di pagarli, che cercandoli ec.

938.  S’era riuscito a far loro credere, che i falsi processi fossero genuini e veri.

939.  Ecco a che giunse la debolezza di quei frati!

940.  Nella nostra narrazione, abbiano di tutto ciò fatto parola.

941.  Ne abbiamo parlato anche nella nostra narrazione.

942.  Il re Carlo VIII.

943.  Carlo VIII era tornato col pensiero alle cose d’Italia.

944.  Luigi XII.

945.  Pare che sieno le parole che mandava a dire il nuovo re di Francia.

946.  S’era noiato di restare in Francia.

947.  Non è lo storico.

948.  Parole del notaio.

949.  Qui si vede, come si servivano del falso processo, per cavare altre confessioni.

950.  Bernardo.

951.  Che il Savonarola si volesse arrendere, per evitare spargimento di sangue, viene sempre confermato.

952.  Il magistrato della parte Guelfa.

953.  Specie di bidello della Signoria.

954.  De’ Medici; quelli che avevano preso il nome di Popeleschi.

955.  Una delle tante spie, che venivano a brigare contro la repubblica.

956.  Veduti o seduti nei maggiori uffici. La differenza fra queste due parole, l’abbiamo spiegata nel testo.

957.  Tutto ciò dimostra l’onestà del Valori.

958.  Quando il Gonfaloniere si doveva scegliere fra quelli del loro quartiere.

959.  Trovavamo, e così più basso: discorrevan per discorrevamo.

960.  Accusato ed assoluto.

961.  Bracci.

962.  Che la parte avversa fosse frenata.

963.  Questo era per legge proibito.

964.  Fra Girolamo.

965.  Nel quartiere di Santo Spirito.

966.  I loro nomi sono scritti presso i magistrati che hanno dato il permesso.

967.  L’accompagnerei.

968.  Una sera che io v’ero.

969.  In margine è scritto: Nicholo, intendete, calzaiuolo.

970.  Colui che fu ammazzato sulle scale degl’Innocenti.

971.  Credevamo fossero stati spogliati e presi.

972.  Abbracciamento.

973.  Archivio della Riformagioni; Deliberazione dei Signori a Collegi, anni 1497-98, carte 27, 29 e 33 tergo. Questo documento fa seguito alla sottoscrizione della due parti, che già c’era pubblicata e che fu ristampata dal Meier, Doc. XVII, dal P. Marchese, Doc. XXIV. Per questi documenti, come per quelli che seguono sotto i numeri LV, LVI, LVII e LIX, dobbiamo ripetere ciò che s’è detto nella nota al numero LIII. Furono accennati dal Meier, raccolti da noi, e pubblicati dagli Archivisti di Firenze.

974.  È notevole questa confessione di un avversario.

975.  È singolare, anche, questo offerire un assente.

976.  Si cercava che, in ogni modo, fossero puniti solo i frati di San Marco.

977.  Qui non si tien conto dell’avversario, perchè egli stesso diceva di dover bruciare.

978.  Nel medesimo Codice, carte 33 e 34. Vedi la nota al Doc. LIV.

979.  Lo stesso Codice, carte 55.

980.  Qui si sottintende la tortura.

981.  Lo stesso codice.

982.  Seguono a questa altre deliberazioni di minore importanza. Alcune di esse riguardano la condanna di circa venti cittadini seguaci del Frate, ai quali viene, poco dopo, condonata buona parte della pena. Vedi la nostra narrazione.

983.  Libro dei Partiti dagli Otto di Custodia e Balía; maggio a agosto 1498, carte 51. Questo documento è stato più volte pubblicato.

984.  Deliberazioni dei Signori, ut supra, carte 51, e seg.

985.  Per festeggiare la ingiusta condanna ed il falso processo.

986.  Sotterraneo che traversava la via del Maglio, ponendo in comunicazione il convento di San Marco, col locale della Sapienza già ceduto ai frati.

987.  Non pubblicate dagli Archivisti.

988.  Partiti degli Otto di Custodia e Balía, Vol. 70, carta 150.

989.  Deliberazioni dei Signori, Vol. 85, carte 68.

990.  Il Prof. Sceviref ci ha letto un brano di questa orazione, che somiglia molto ad una predica del Savonarola.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine volume (Errata-corrige) sono state riportate nel testo.