The Project Gutenberg eBook of Il salotto della contessa Maffei e la società milanese

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Title: Il salotto della contessa Maffei e la società milanese

(1834-1886)

Author: Raffaello Barbiera


Release date: August 17, 2026 [eBook #79391]

Language: Italian

Original publication: Milano: Treves, 1895

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79391

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL SALOTTO DELLA CONTESSA MAFFEI E LA SOCIETÀ MILANESE ***

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese.


Clara Maffei.

RAFFAELLO BARBIERA

IL SALOTTO
DELLA
CONTESSA MAFFEI

E LA SOCIETÀ MILANESE

(1834-1886)

Con scritti e ricordi inediti di Balzac, Manzoni, Verdi, E. Visconti-Venosta, Prati, Aleardi, Carlo Tenca, A. Maffei, Giulio Carcano, Correnti, Tommaso Grossi, Nievo, Giannina Milli, Daniele Stern, Liszt, ecc., ecc.

Quarta Edizione

MILANO
Fratelli Treves, Editori
1895.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.



INDICE


Questo libro, in cui parlano tre sommi, Balzac, Manzoni, Verdi; in cui si agita una folla di patrioti indomiti e puri della vigilia, di letterati, d’artisti italiani e stranieri, di gentildonne — questo libro di cui mi sorse l’idea ascoltando una sera le tue incantevoli osservazioni sulla vita sociale, consacro alla tua memoria o Celeste mia, o mia Sposa; a Te, che m’incuoravi a scriverlo con elevatezza d’intenti, con serenità di giudizio; a Te che lo attendevi, non senza la lacrima del presagio della tua fine precoce!...

Milano, il 14 del ’95.

R. B.


[1]

CAPITOLO PRIMO. LA FAMIGLIA DELLA CONTESSA.

Carattere e influenza del salotto Maffei. — Nascita della Contessa. — Il conte poeta e pedagogista Giambattista Carrara-Spinelli. — In casa Litta. — I parenti della contessa Ottavia Carrara-Spinelli. — Poeti, poetesse, cardinali. — Un conte che spezza la sua corona. — Rivoluzionarii e ribelli in casa Gàmbara. — Un racconto di Balzac.

Il salotto di Clara Maffei, nata contessa Carrara-Spinelli, durò mezzo secolo a Milano, e per questo tempo rimase il salotto più celebre di tutta Italia. Per cinquantadue anni, fu il centro di riunione di patrioti, letterati e artisti italiani, e degli stranieri illustri che visitando la nostra Penisola, passavano per Milano.

L’influenza, esercitata dal salotto Maffei nel decennio dal 1849 al 1859 nei destini di Lombardia e possiam dire d’Italia, non va trascurata. La sua patriotica irradiazione si diffuse oltre i limiti di Milano e della Lombardia, si diffuse in altre regioni italiane; e vi portò [2] la parola d’ordine, la parola che ben presto divenne fatto. Anche fuori d’Italia, specialmente a Parigi, che pur vanta nella sua storia politica, letteraria e galante, salotti famosissimi, il nome di Clara Maffei era conosciuto e ripetuto con reverente simpatia: le salon Maffei veniva citato alle Tuileries come ritrovo d’uomini d’alta tempra sul cui senno e sul cui ajuto il grande statista del nostro risorgimento, Camillo Cavour, contava con fiducia. Non si tratta, adunque, d’un salotto provinciale, bensì d’un salotto degno d’una metropoli. Non lo segnalava certo il lusso esteriore, non il fasto da cui la gentil padrona di casa e i suoi amici abborrivano, bensì la riunione di elevati intelletti, di forti caratteri, di cuori ardenti, devoti alla patria, al culto dell’arte e della letteratura.

Poichè è doveroso tenersi lontani da ogni esagerazione, non si creda che Clara Maffei deva essere posta nella storia delle donne notevoli a lato d’una Roland o d’una Récamier; che fosse una mente direttrice, una di quelle regine quasi imperiose di salotti, dove i frequentatori sono più o meno sudditi. La sua potenza consisteva nell’arte, così ardua, di ricever bene, di riunire nobili elementi; di esser centro d’un ordine d’idee civili, liberali, senza farne mostra. Nessuna ostentazione, nessuna posa, nessuno sforzo in lei: sembrava nata per ricevere, per guidare una conversazione eletta, per ispegnere subito abilmente gli attriti, che nel calore delle discussioni [3] possono insorgere. Era gentildonna nell’aspetto, nel discorso, nella delicata vivacità, nella scioltezza, nel gesto, nell’anima, e nella finezza colla quale sapeva porre ogni nuova persona presentata in grado di trovare ben presto nel salotto un compagno di attitudini, di gusti, di studii, un concittadino, un amico.

Tutti la chiamavano contessa benchè, quantunque nata contessa, avesse sposato il poeta Andrea Maffei cui non ispettava il titolo di conte; ma nessuna contessa d’Europa meritava più di lei quel titolo tributato più in omaggio alle sue qualità squisite che alla sua nascita illustre.


Clara Maffei nacque a Bergamo, patria d’un’altra dama amica di numerosi poeti e sapienti, la poetessa Paolina Secco Suardo-Grismondi, la buona Lesbia Cidonia del Mascheroni, lodata persino da Voltaire.

Dall’atto di battesimo si rileva che Elena Chiara Maria Antonia Carrara-Spinelli, figlia dei signori conti Giovanni Battista e Ottavia Gàmbara, conjugi, vide la luce il giorno 13 marzo del 1814, in quella città, e precisamente nella parrocchia di Sant’Agata nel Carmine.

Il padre di Clara, poeta di classiche eleganze e pedagogista, insegnava belle lettere in primarie case patrizie di Milano. A’ suoi tempi godeva bella fama letteraria; oggi, il suo nome è dimenticato. Nessuno finora si è occupato di questo scrittore lombardo che vestiva [4] di elette forme eletti sentimenti; di questo tragèdo, che affollava i teatri più cospicui d’Italia.

Egli discendeva dai Carrara di Bergamo (l’ultimo dei Carrara di Padova cadde, nel 1435, sotto la scure dei Veneziani) e precisamente dal ramo dei Carrara-Spinelli di Clusone, che avea ottenuto nel 1721 dalla Repubblica Veneta il titolo di conte per ispeciali benemerenze acquistate in Svizzera. A loro spese (dice il Libro d’oro dei veri titolati della Serenissima Repubblica), i Carrara-Spinelli aveano lavorato per il “buon successo dell’alleanza stabilita con quei Cantoni„ e s’erano adoperati “nelle moleste turbolenze della Terraferma nell’occasione de’ passaggi delle truppe di estere Corone„.

Anche il padre del nostro gentiluomo poeta (esso pure nato a Clusone) dilettavasi di poesia.

Sparsi in volumi, in volumetti e nei periodici letterarii del tempo, si trovano almeno trenta lavori del padre di Clara Maffei. Le compagnie tragiche (correva allora la moda delle tragedie come oggi delle pochades) gareggiavano nel rappresentare la sua Isabella di Lara, gli Arsacidi, Davide, Guido della Torre; tutte tragedie di stampo alfieriano recitate da attori alfieriani, tiranni e vittime frementi.

Nelle odi egli imitò assai felicemente ora il Parini e ora il Fantoni. Lasciò una versione dell’epitalamio di Catullo, delle Georgiche di Virgilio e il Radamisto tragedia tradotta da Crébillon. Inneggiò alle nozze di Napoleone e [5] alle nozze di amici; sciolse un carme all’Arco della pace di Milano e un Canto ad amore. Le sue prose educative contengono consigli preziosi, frutto di lunga esperienza, forse amara.... Apparve nel 1841 l’ultima sua opera, specchio dell’animo suo rivolto a pensieri religiosi: e un Diario ascetico tutto meditazioni, preci e salmi penitenziali.

Al pari di tutti o quasi tutti i patrizi lombardo-veneti del tempo, il padre di Clara si fece riconfermare dal governo austriaco il titolo di conte, che gli apriva molte porte: eppure non isfoggiava le borie d’altri nobili flagellate dal Parini e dal Porta, questo patrizio dal tipo del bonario. Avea occhi piccoli tagliati a mandorla, capelli ricciuti, naso lungo, mento grosso mezzo sepolto sotto le volute del cravattone di moda. Bonario il suo aspetto, ma raffinato il suo sentire. Insegnò alla figlia Clara come una gentildonna deve ricevere gli amici in una pagina che la figlia, col suo sottile discernimento, deve avere meditata; certo ella ne seguì i consigli.

A Milano il conte Giovanni Battista guidò l’educazione del primogenito della duchessa Camillo Litta Visconti-Arese, nata contessa Lomellini di Tabarca, dama di palazzo dell’imperatrice d’Austria.

Da ciò ebbe origine l’amicizia che la contessa Clara nutrì fino all’ultimo suo giorno pei Litta. Ciambellani e principi dell’impero Austriaco, i Litta erano amici del conte Carrara-Spinelli, che non inclinava punto a lodare [6] i moti democratici, peggio poi i moti demagogici a’ quali avea dovuto assistere.

La madre di Clara, contessa Ottavia Gàmbara, discendeva da patrizii di ben altri ideali. Il genitore della contessa Ottavia s’era segnalato a Brescia per le sue scalmane a favore di quel delirium tremens che fu la Repubblica Cisalpina. Racconta il Litta, negli alberi genealogici delle Famiglie celebri italiane, che quel nobiluomo, nel mutamento civile del 1797 fu de’ primi che distruggessero lo stemma patrizio; lo stemma dei Gàmbara consisteva in uno scudo con un bel gambero rosso in mezzo. Questo simbolo di regresso e l’aquila nera a due teste coronate, che sormontava lo scudo, garbavano così poco al conte, che nelle mani plebee del Governo provvisorio s’affrettò a rinunciare allo stemma e ai diritti feudali. Ma quanti reazionarii del più bel nero diventavano repubblicani del più bel vermiglio, attraverso il fuoco di quelle meteoriche rivoluzioni! È l’eterna storia del gambero: casca bruno nella pentola e n’esce rosso.

Questo conte demagogo, non ostante le sue smanie sovvertitrici, era un cuor d’oro. Illibati i suoi costumi, inesausta la sua carità verso i poveri. Appassionato pe’ fiori, un giorno si punse mondando una rosa. Non curò la puntura, ammalò alla mano che non volle gli fosse amputata, e ne morì nel 1805 a quarantun’anno, lasciando due figlie: Teresa e Ottavia, la madre appunto della contessa Maffei.

[7]

Teresa, maritata a uno scudiero d’Eugenio Beauharnais, visse ritirata, modesta, schietta, benefica: morì demente in seguito a un cattivo parto, nel 1834. Ottavia, che sposò il conte Giambattista Carrara-Spinelli, raccontava alla figlia Clara, bambina, le virtù di questa povera zia Teresa e gliela proponeva ad esempio.

Ma altre cose le raccontava la madre:

— Sai? tu ti chiami Chiarina in memoria d’una poetessa: Chiara Trinali, madre mia.

Questa Trinali era, difatti, una facile verseggiatrice della scuola anacreontica del Vittorelli. La virtuosa poetessa Veronica Gàmbara apparteneva anch’ella alla casa della madre di Clara Maffei: e nasceva in Pratalboino, feudo della famiglia Gàmbara sul Bresciano. Vi appartenevano anche una beata Gàmbara Costa, un Lorenzo Gàmbara, poeta latino, due cardinali e un terribile feudatario, morto nel 1801.

Il conte Alemanno Gàmbara del castello di Pratalboino s’era formato un nido temuto, co’ suoi bravi, appartenenti a quella razza che, come riferisce Stendhal nel Rome Naples et Florence, al principio di questo secolo nei dintorni di Brescia era tutt’altro che sterminata dalla gendarmeria di Napoleone lanciata a darle la caccia. Il volgo parlava di trabocchetti spaventosi in quel maniero, del quale poi rimasero sole poche rovine, ludibrio dei venti. Era vero che in quel castello si commettevano orribili violenze. Una volta, alcuni birri veneziani entrano nelle terre del [8] conte per isnidarne un malvivente. Il conte li lascia venire e li invita ad allegro banchetto; ma al domani un pesante carro coperto di cavoli entra in Brescia, e sotto que’ cavoli stanno ammucchiate le salme dei gendarmi trucidati. Eppure quest’uomo sanguinario usava modi cortesi, soccorreva i poverelli e pronto li difendeva dall’altrui prepotenza. Sdegnando di sposare donne ricche, s’impalmò con una marchesa povera dei Carbonara di Genova. Costei s’incapricciò poi d’un conte Miniscalchi di Verona e condusse vita licenziosa colmando d’amarezza il cuore del marito che l’amava davvero. Bandito dalla Repubblica Veneta, Alemanno Gàmbara (il quale poteva servir di modello ai Masnadieri di Schiller) ottenne alla fine perdono e passò da Zara a Chioggia, quindi rivide la patria e morì vecchio e desolato nel castello di Pratalboino, testimone delle sue antiche baldanze.

I Gàmbara di Brescia diedero un altro ardente ribelle alla Repubblica Veneta, quel conte Francesco (uno dei tre figliuoli d’Alemanno) il quale al primo turbine della licenza giacobina, alla testa d’un’orda di bergamaschi e di bresciani, irruppe a Salò, vi rovesciò il Leone di san Marco, fece prigione il rappresentante Veneto, Almorò Condulmer, disarmò gli Schiavoni e aperse le carceri. Egli rideva nel veder “tremare la sedia della vecchia verginella„ (sue parole), la già superba Venezia. Ma Salò e i dintorni insorsero contro di lui; ed egli cadde prigioniero. La Serenissima [9] (in mezzo a quei torbidi si chiamava ancora così!) si preparava a tagliargli la testa; ma Bonaparte, quell’omett del cappellin, giunse in tempo a salvarlo. Il cittadino Francesco Gàmbara fu uno de’ cinque che recarono a Napoleone la nomina a presidente della Repubblica Cisalpina. Più tardi si consacrò tutto alla letteratura: scrisse sui fatti contemporanei, compose un poema sulla lega di Cambrai contro Venezia, sfucinò una folla di tragedie e di commedie, fra cui.... Commedie ad uso degli stabilimenti di educazione! Era scritto lassù che questo ardente figlio della rivoluzione dovesse finire in mezzo a una rivoluzione: morì a Brescia nel 1848.

A ben più alta scuola di libertà fu educata, per fortuna, Clara Carrara-Spinelli; ben altri ideali alimentò in quell’anima di bambina la madre! Pure qualche goccia di quel sangue ribelle scorreva nelle sue vene.

Nel 1837, quando Balzac, allora nell’apogeo della gloria, venne a visitare la contessa Clara, questa suggerì, io credo, al grande romanziere il titolo d’un racconto, ch’era il cognome della venerata madre di lei, Gàmbara: il racconto Gàmbara di Balzac uscì difatti alla luce in quello stesso anno.

[10]

CAPITOLO II. I FONDATORI DEL SALOTTO.

La prima amica. — Nozze della contessina Clara con Andrea Maffei. — A un ballo in casa Scotti. — Lutto. — Principii del salotto Maffei. — Tommaso Grossi e Massimo d’Azeglio. — Una poesia inedita del Grossi. — Francesco Hayez, i suoi racconti e i suoi quadri. — Chi gli forniva i soggetti? — Un Epigramma inedito di Andrea Maffei all’Hayez. — Relazioni degli artisti coi patrizii. — Giulio Carcano.

La contessa Clara confessava in una lettera a Giulio Carcano che l’infanzia era stata la “sola epoca non infelicissima della sua vita„.

Fu affidata al Collegio degli Angeli di Verona dalla madre, che la raccomandava con molte lagrime a una dama veronese, la contessa Paolina Mosconi nata Michiel e alla gentil figliuola di costei, Teresa, la quale studiava pure in quel collegio e contava sei anni di più della nuova sua piccola amica.

Le due fanciulle contrassero un’amicizia tenerissima, che durò tutta la loro vita. Teresa Mosconi, sposata poi al conte Spiridione Papadopoli di Venezia, fu la prima, la più intima [11] e la più affezionata amica che la Maffei abbia avuto. In collegio, Teresa accennava alla compagna le conversazioni che la propria madre teneva col Pindemonte, con Giulio Perticari, col Monti, e con altri scrittori di grido: tali racconti accendevano in Clara il desiderio di conoscere anch’ella un giorno i poeti celebri d’Italia.

Dopo la morte della madre adorata, Clara, per volere del padre, passò a Milano, nell’istituto d’educazione di madame Garnier, ricordata tuttora per avere educate tre generazioni di fanciulle della buona società milanese. Che cosa s’insegnasse in quel tempo alle nostre damigelle non è un mistero: religione, lingua francese, bel portamento, ballo, un po’ di musica, e i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Far buona figura in società, questo lo scopo principale.

Il padre, che tratto tratto andava ad abbracciare la figliuola, le presentò un giorno un bel giovinotto trentino, alto, elegante, del cui talento poetico tutta Milano parlava: il poeta Andrea Maffei. — “Questo è il celebre cavaliere Maffei,„ le disse. “Se ti aggrada, Chiarina, egli sarà felice di offrirti la mano di sposo.„

Un giovane poeta di grido era appunto il sogno della giovinetta: e il matrimonio fu stabilito presto. La fanciulla a diciott’anni lasciò il collegio per andare all’altare. Le nozze vennero celebrate il 10 marzo 1832 in un’antica chiesa di Milano, a Santa Maria alla Porta, [12] nella cui parrocchia il conte Carrara-Spinelli abitava. La sposa era di statura piccola ma assai graziosa; di capelli neri, d’occhi bruni, pensosi, e di lineamenti finissimi.

Andrea Maffei, figlio di Filippo, cavaliere del sacro romano Impero, era nato a Molina in Val di Ledro nel 1798, non già nel 1800, come il parroco di quella chiesa, per ringiovanire di due anni l’illustre sposo, notava ne’ suoi registri. Egli contava, adunque, trentaquattro anni. Il conte Giambattista prestò il proprio consenso alle nozze della figlia minorenne: e certi Lucchi, commissario pontificio, e Colò impiegato testimoniarono. Nozze semplici, senza fasto, senza rumori. Andrea Maffei regalò alla sposa una nuova edizioncina delle sue armoniose parafrasi degli idillii di Gessner con un’affettuosa dedica in prosa che alludeva all’idillio dei loro cuori felici.

Ma, pur troppo, la felicità fu breve. Andrea Maffei s’accorse ch’egli non era tagliato per il matrimonio. Diceva: “il matrimonio è una cosa tanto seria che, prima d’incontrarlo, bisogna pensarci su tutta la vita.„ E a un amico che gli domandava un giorno perchè egli, tanto alto, avesse sposato una signora così piccina, rispose scherzando: “Quando si prende moglie, bisogna prenderne il meno possibile.„ Eppure avrà pensato che una donna è alta se arriva al cuore. E Clara Maffei voleva arrivargli al cuore. Un giorno disse: “Ah! s’io fossi sua sorella!„ Ella splendeva allora nell’incanto della primavera e di que’ pregi che [13] il suo poeta aveva decantati: e già le speranze le mancavano di parola.

Gli sposi posero il loro nido al numero 1 della tranquilla via del Monte di Pietà, in una casa massiccia, costruita nello stile del primo Impero nel luogo dove un tempo sorgeva un convento di monache francescane di Santa Chiara, leggendarie per certi prodigi compiuti, dicevasi, all’epoca di Francesco I di Francia. La sposa attendeva ansiosa il suo Andrea quand’egli dovea ritornar dall’ufficio, e, Chiara anch’essa di nome, come la santa venerata dell’antico monastero, implorava anch’essa un prodigio: che il marito non s’indugiasse troppo al caffè Martini.

Lo zio dello sposo, il cavaliere Giuseppe Maffei, regio bavaro consigliere, cappellano aulico, autore d’una diligente storia della letteratura italiana, gli aveva, difatti, ottenuto un posto onorevole presso il Tribunale d’appello; ma egli preferiva le pindariche note alle emarginate note, e sulle carte d’ufficio (come già il Porta) componeva que’ suoi versi che sono una melodia.

Dopo l’ufficio, alcune volte accorreva premuroso alla sposa; altre volte, invece, accorreva fra gli amici nei caffè dove gli elegantoni, vestiti alla moda inglese o francese, questionavano sulle nuove opere, sui balli, sulle cantanti e sulle ballerine, delle quali volevano conoscere ogni menomo avvenimento: una visita misteriosa, il recapito d’una lettera con tanto di corona, gli amori, gli starnuti.

[14]

La contessina (continuarono a chiamarla così per molti anni come quando era ragazza) perdonava volentieri, sorridendo, le innocenti divagazioni del marito; il quale, una sera.... L’aneddoto è un po’ curioso; merita d’essere raccontato.

Una sera, Andrea Maffei conduce la sua graziosissima sposina a una festa di ballo in casa di donna Fulvia Scotti; ma, ben presto, scompare, promettendole che sarebbe tornato per riaccompagnarla a casa. La festa ferve e finisce: tutte le danzatrici sfilano e se ne vanno; si smorzano i lumi, e la povera sposina rimane sola soletta e non vede neppur la larva del marito. Angustiata, immagina chissà quale catastrofe; aspetta palpitante e soffre, invano consolata da’ suoi buoni amici. — Ma perchè Andrea non viene?... Me l’ha promesso!... — Niente. Il traduttore di Gessner, in preda a una delle sue poetiche distrazioni, s’era scordata la moglie.

La nascita d’una bambina parve cementare l’unione. Esultante, la contessa le impone il nome della madre sua, Ottavia; ma, dopo nove mesi, quella culla diventa una bara. La povera mamma strazia chi la vede nel suo dolore, dolore immenso ch’ella cerca di nascondere. Un velo di tristezza scende su quel volto che non sarà mai più ilare come prima. Un sonetto del poeta, forse il suo più bello, ritrae quella desolazione, velata invano dal sorriso onde la pia si sforza di consolare il marito pure addolorato.

[15]

Tu mi guardi, infelice, e d’un sorriso

Cerchi velarmi il tuo muto dolore?...

Oh, che tutto io lo veggo in quel pallore,

In quella stilla che ti bagna il viso!

Come dall’aspro falciator succiso,

Pria che schiuda la gemma un caro fiore,

La speranza morì che del tuo core

Fece per nove lune un paradiso!

Morì; chè farsi verità non cura,

Su questa terra di dolor, la speme

Che promette il diletto e dona il pianto.

Ma l’angelico sogno in creatura

Vedrem lassù converso, ove non teme

Alcun nodo d’amore essere infranto.

Per temperare la triste solitudine della contessa vengono a visitarla più spesso amici ed amiche. Il marito le conduce i poeti e letterati più in voga; le conduce qualche artista acclamato. Anche il padre, affettuoso, non manca di circondare la figlia di begl’ingegni: e così comincia, così si forma il celebre salotto, alla cui fondazione si può fissare, con esattezza, come data, l’anno 1834. È lo stesso anno nel quale appare alla luce Marco Visconti di Tommaso Grossi. È questi uno de’ primi fondatori del salotto con Massimo d’Azeglio, il bel giovane alto, slanciato, biondo, pittore e scrittore, il cui Ettore Fieramosca era uscito l’anno avanti fra gli applausi di tutta la società milanese che, nel ’27, non s’era, invece, quasi accorta della comparsa del grande modello, I Promessi [16] sposi, definiti allora da una dama di spirito con una frase mordente che non ho il coraggio di ripetere. Massimo d’Azeglio frequentava artisti capi ameni; perciò aveva sempre in serbo qualche barzelletta da riferire infiorata dal suo caustico brio. Tommaso Grossi, — magro allampanato, che camminava per via colla testa un po’ curva e rivolta al muro in modo quasi da rasentarlo, — si faceva una festa di frequentare il circolo Maffei, nel quale la contessa era corteggiata regina e mira ai madrigali più squisiti. Di questi, oggi, scemato il culto della cavalleria verso la donna, verso la signora, sembra rotto lo stampo. E un madrigale sfavillante, degno de’ poeti più raffinati del Settecento, uscì dalla penna solita a narrare intime tragedie di fanciulle innamorate. Tommaso Grossi lo scrisse sull’album della contessa Clara, dal quale, dopo mezzo secolo d’ombra romita, esce alla luce. Il robusto dialetto milanese nella bocca della contessa risuonava graziosissimo; il Grossi n’era ammirato.... ma lasciamolo dire al geniale maestro:

Su quella soa bocchinna

Tant bella e tant graziosa,

La lengua meneghinna

L’è de color de rosa:

La gha on certo fà.... soi mi?

Savarev nanca dì.

[17]

Scaldaa in st’ideja: allon!

Ho ditt: fèmmes onor,

Scrivèmm in buseccon

Che l’è domà savor,

On ver lenguagg de strij

Pien de simonarij.

E ho scritt, ma sì: lalella!

Sta lengua del Verzee

No la me par pu quella

Che la parlava lee:

L’è fada slavia e flossa,

L’è tutt on’altra cossa.

Però, la vœur giustalla?

Prest faa, sura Chiarœu:

Basta domà passalla

Per quell so car boccœu

Furbett senza fa mostra,

Che ’l par ona magiostra.

E a on tratt la me deventa

Vergnonna, maliziosa,

Viscora, sbilidrenta

Comè ona bella tosa:

Bella?... l’è minga assee,

La me deventa Lee.

[18]

È il più leggiadro madrigale di tutta la letteratura vernacola lombarda, alla quale il pittore-poeta Giuseppe Bossi (uno dei ritrattisti delle bellezze svelate di Paolina Borghese) donò agili strofe oraziane. Si può tradurre la grazia del Grossi?... Per chi fra’ miei lettori non comprendesse il milanese, oso mettere in calce una approssimativa e scolorita versione‍[1], e passo a un’altra delle prime e più caratteristiche figure del salotto: a Francesco Hayez.


Il capo della pittura romantica è presentato da Andrea Maffei alla moglie, che lo riceve con grandi onori. Egli va nelle prime ore della sera a salutare la contessa, dopo d’aver lavorato tutto il giorno nell’ampio suo studio della casa Repossi, rallegrato da giardini di platani giganteschi. La mestizia della Maffei sparisce [19] nell’udir l’Hayez raccontare arguti aneddoti autobiografici in quel dialetto di Carlo Goldoni che l’acclamato pittore veneziano conserverà sino agli ultimi anni della vita nonagenaria, non ostante il suo lunghissimo soggiorno in Milano.

L’Hayez le racconta che ha visto l’ultimo doge di Venezia, Lodovico Manin, scendere nel giorno dell’Ascensione dal bucintoro, dopo d’aver lanciato nel mare il mistico anello, fra il tuonar delle artigliere, fra lo squillar festoso delle campane, fra gli applausi del popolo. Egli rivede quel doge; egli ricorda que’ senatori dalle toghe rosse (che dipinge ne’ proprii quadri storici) e l’ultimo bagliore della Repubblica stanca di quattordici secoli di gloria.

Go visto anca i Francesi ocupar Venesia e darla a l’Austria. Sicuro! Nella piazza San Marco stavano schierate, qua le truppe austriache, là le francesi tutte intente a guardare un bellissimo giovane generale che percorreva pomposo le file: Eugenio Beauharnais.

Il Cicognara, presidente dell’Accademia di belle arti a Venezia, prese a voler bene al piccolo Francesco innamorato dell’arte, e lo protesse come un figlio. A diciott’anni, l’Hayez fu inviato a Roma per divenire artista sul serio, ed ivi trovò un altro ajuto eccelso in Antonio Canova che lo accolse a braccia aperte.

Sàla, contessa! Canova, co ’l lavorava, el gavèva sempre in testa un baretin de carta. I lo gaveva fato marchese; ma, a lu, [20] no ghe ne importava gnente. Baréta de carta.... e quele quatro righe de statue!

Fra i letterati della scuola romantica, che incontrò in casa Maffei, l’Hayez attinse varii soggetti pe’ suoi quadri romantici, in buona parte inspirati dai crociati o dalla storia della Repubblica di San Marco. Egli fissò sopratutto l’attenzione su Valenzia Gradenigo della storica famiglia, fondatrice, dicesi, di Grado; tanto che la dipinse più volte. Dipinse il Foscarini, che ricusa di sposare Valenzia Gradenigo il giorno delle nozze perchè la trova bionda di capelli; dipinse Valenzia Gradenigo davanti agl’Inquisitori, quadro che nel ’35 compì per Clara Maffei, la quale ne adornò la parete più in vista del suo salotto; e dipinse ancora, per altre due volte, la stessa Valenzia Gradenigo al cospetto del padre inquisitore, con molta luce che scende da un finestrone e con quelle sue figurette ben disegnate, sì, ma somiglianti ad automi.

Francesco Hayez, in questo tempo e per lungo tratto dopo, fu il ritrattista più ambìto della società milanese. Ritrasse Clara Maffei nella sua aria dolcemente malinconica; e altre gentildonne e signori, il cui elenco sarebbe troppo esteso. Per Andrea Maffei (uno de’ suoi fornitori di soggetti) l’Hayez dipinse Francesco Foscari che vede il figlio per l’ultima volta, e La Meditazione. Il poeta lo ricambiò coi versi. Un epigramma allusivo alla gloriosa longevità del caro pittore fu scritto, più tardi, dal Maffei sull’album della consorte: [21] era uno dei tanti scambii di omaggio e di cortesie che allora fiorivano fra letterati ed artisti:

La Natura, matrigna a Raffaello,

Nel fior degli anni gli troncò la vita;

Ma, buona madre, rispettò Vecello,

E te, rispetta, dell’error pentita.

Letterati, artisti e patrizii vivevano nell’epoca, di cui tocco, in bell’armonia. I patrizii si onoravano di onorare gli artisti. Le commissioni fioccavano a pittori e a scultori, che adornavano i palazzi di affreschi, di tele, di statue. L’arte arrideva, innalzava gli animi e riempiva un po’ anche il vuoto della vita, non agitata ancora da frementi aspirazioni. Chi sa dire quale educativa influenza esercitavano nei cuori, specialmente delle donne, poeti gentili come il Grossi e Giulio Carcano?... Dopo questi soavi scrittori, dopo la fioritura del romanticismo a cui le signore furono attratte, nessuna gentildonna milanese scriveva certo al suo intimo amico le espressioni volgari e peggio che la contessa Antonietta Fagnani-Arese intercalava nei bigliettini amorosi a Ugo Foscolo.

Giulio Carcano fu de’ primi amici della Maffei, uno dei fondatori del salotto, nel quale egli portava quella delicatezza ch’è l’eleganza della probità.

E ora che abbiamo assistito al sorgere del salotto Maffei, gettiamo un rapido sguardo su altri salotti che lo precedettero.

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CAPITOLO III. UNO SGUARDO AGLI ALTRI SALOTTI.

Salotti italiani nel secolo XVI. — La contessa Gallerana-Bergamini. — Significato dei salotti francesi. — Salotti italiani nel Settecento. — Salotti politici a Milano. — Salotti letterarii e mondani a Venezia, a Milano, a Verona, a Bologna. — Salotti di Berlino e di Bruxelles. — Il teatro alla Scala e Stendhal. — Varie fasi del salotto Maffei. — Aurore patriottiche.

A Milano e in altre città d’Italia, prima del salotto Maffei se n’erano visti altri, sorti sul genere di quelli fioriti nel Settecento e dopo a Parigi: salotti politici e salotti letterarii. Ma fin dal Cinquecento, bellissime letterate, discendenti dall’etèra Lira di Luciano, tenevano riunioni di poeti, d’artisti, di dotti, che in quelle sale rendevano omaggio più a Venere che alle Muse. Chi non ricorda, fra le Aspasie del secolo XVI, la poetessa veneziana Veronica Franco, che finì poi Maddalena penitente e benefica? E la romana Tullia d’Aragona, nelle cui vene scorreva sangue regale? Un’altra, un’avvenente milanese, Caterina da [23] San Celso “virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con castigata pronunzia di versi volgari„ (ricorda il Bandello) fu sposata da un ricco maggiorente milanese, Gian Francesco Ghiringhello. E quelle etère passavano nel mondo onorate, inchinate da principi, da re, persino dalle sante. La castissima, religiosissima e illustre Vittoria Colonna, la prima gentildonna del suo secolo, non lodò forse, e in rima, una Beatrice spagnuola, che nessuna delle nostre signore d’oggi si degnerebbe neppur di guardare?... Altri tempi, altri costumi, altri salotti!

Alcuni salotti del Cinquecento sembravano ed erano Corti: quello ad esempio della veneziana Caterina Cornaro, regina di Cipro, nel suo castello dell’amenissimo Asolo celebrato dal Bembo.

Un antenato, per dire così, del salotto artistico letterario e politico di Clara Maffei a Milano lo troviamo, pure a Milano, nel secolo della regina Cornaro: lo teneva una colta contessa, Cecilia Gallerana-Bergamini. “Tutt’i dì i più elevati e begl’ingegni di Milano e gli stranieri che in Milano si trovano (narra ancora il Bandello) sono in sua compagnia. Quivi gli uomini militari della loro arte ragionano; i musici cantano; gli architetti ed i pittori disegnano; i filosofi delle cose naturali questionano; e i poeti le loro e le altrui composizioni recitano.„ È un salotto di maschi: son essi gli attori: e la padrona di casa li applaude. Italiana è, adunque, più che francese, l’origine [24] dei salotti, che in Francia apparvero più tardi, e riempirono il mondo civile dei loro fasti politici e galanti.

Il salotto in Italia, nacque per il semplice culto del bello e dell’amore: in Francia, nacque in opposizione alla Corte, formando una società temibile a parte. Ma anche l’Italia, anche Milano ebbe salotti temibili e temuti: quello della matronale dotta contessa Clelia del Grillo, genovese, moglie del conte Giovanni Benedetto Borromeo, nel secolo scorso; e quello della contessa Maffei, specialmente nel periodo della resistenza patriottica dal 1849 al 1859. Tutti e due questi salotti milanesi furono in opposizione al dominio d’Austria.

Maria Teresa non ebbe in tutti i suoi stati nemica più acerrima della contessa Clelia, che, nel proprio palazzo in via Rugabella (un giorno la più bella via di Milano) alimentava oltre gli studii severi dell’accademia scientifica (detta Clelia dei Vigilanti) il fuoco delle cospirazioni di alcuni patrizii milanesi desiderosi di ritornare sotto lo scettro di Spagna.

Il conte Giulio Antonio Biancani primeggiava in quel salotto-complotto. Perseguitato, è tenuto nascosto dalla contessa nelle sue fide sale; poi, stringendo il pericolo, ella lo aiuta a fuggire. Pur troppo, il Biancani, colto in un agguato, cade nelle mani dei nemici che lo riconducono a Milano, e qui l’infelice è decapitato, senza remissione, senza pietà.

Le persecuzioni che la contessa Clelia sostiene per ordine di Maria Teresa irritatissima, [25] son note. La sua fronte proterva non si piega; e, fino a’ più tardi anni, in mezzo a un mondo di liti coi parenti, conserva lucido il forte intelletto, pronta la facezia, e sparisce proprio nell’età da lei profetata: a novantatre anni.

Nelle sue sale, passarono i più illustri stranieri che vennero a Milano: eseguironsi esperienze fisiche, cui si prestò un eccelso naturalista, il Vallisnieri. Nel 1777, la Pellegrina Amoretti, d’Oneglia, ch’ebbe le lunghe treccie (come cantava il Parini nella Laura) cinte dell’alloro giuridico nell’Università di Pavia, venne accolta festosamente dalla ligure dama, regina di Milano. — La contessa Clelia conosceva il latino, il greco, l’arabo, le scienze naturali e matematiche: insomma un portento.

Liberale, ma non così tremenda, fu un’altra dama della società milanese di quel tempo: Maria Vittoria Ottoboni-Boncompagni dei duchi di Fiano, moglie al duca Serbelloni, col quale non si trovava sempre d’accordo: tutt’altro. Spiritosissima, amante della buona conversazione, traduttrice del teatro di Filippo Néricault-Destouches, — a Gorgonzola dove villeggiava e a Milano, accoglieva i Verri, i Parini; Carlo Goldoni le dedicò la Sposa Persiana.


Nel periodo dal Settecento fin dopo il primo quarto del nostro secolo, Venezia, città espansiva per eccellenza, vanta specialmente tre salotti famosi: il politico di Caterina Dolfin-Tron, il mondano di Cecilia Zen-Tron e il letterario della saggia Isabella Teotochi-Albrizzi.

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Bionda, cogli occhi azzurri, graziosa, piena di brio, pertinace nel volere, benchè malaticcia, la nobildonna Dolfin-Tron siede sul sofà come su un trono accogliendo tutti quanti nel suo circolo, — dice il grottesco e sventurato segretario del Senato Pierantonio Gratarol, suo nemico giurato e quindi giudice assai sospetto. La Dolfin-Tron, acuta politicante, prevede la prossima caduta della Repubblica; e si dichiara pronta a resistere contro i fiacchi che ne affrettano coll’inerzia la fine. In un sonetto veneziano che passa per suo, e che a me sembra veramente suo, ella esclama fieramente:

Ma mi, fia de un Dolfin, mugèr d’un Tron,

Bato grinta‍[2], per Dio! Mi no me mazzo.

E se casco, no casco in zenocion!

Il salotto dell’altra Tron s’apre con minori scrupoli a cavalieri e ad avventurieri; basta che rendano omaggio alla padrona di casa bella e fragile come un trastullo. E omaggio immortale le rende il Parini nell’ode Il pericolo, quand’ella, trovandosi a Milano nel 1787, vuol conoscere il vecchio poeta, che trema a quel fulgore di bellezza. — Il Parini, flagellatore dei cicisbei, non lesina elogi per un’altra bella veneta, alla famosa Elisabetta Caminer che tiene gran circolo letterario-amoroso; figlia di Domenico Caminer, veneziano, storico e letterato; moglie del medico e botanico vicentino Turra. Fautrice delle idee letterarie [27] moderne, la Caminer pubblica a Venezia le “Composizioni teatrali moderne„ da lei tradotte dal francese per mostrare la necessità di creare in Italia un teatro il quale commuova coi casi della borghesia e del popolo, come già un altro teatro commuove coi casi degli eroi e dei re. Quante scene lugubri in quei drammi!... C’è da morire di spavento!... Per qualche tempo, ella dirige il Giornale dei letterati, fregiato dei nomi di Apostolo Zeno, di Scipione Maffei e di Antonio Vallisnieri. I madrigali, manco dirlo, piovono sulle sue bellezze, fra’ quali quelli immancabili del riminese abate ed ex-soldato Aurelio De’ Giorgi-Bertòla, apologhista morale e sonettista osceno.

Si diverte a burlarlo, questo abate, ne’ suoi rapidi e incisivi Ritratti, la contessa Isabella Teotochi-Albrizzi. La saggia Isabella, come la chiamano con lieve iperbole adulatoria, vera Minerva delle lagune, tiene uno de’ più celebri salotti poetici d’Europa. Vi praticano Ippolito e Giovanni Pindemonte, il Cesarotti, Ugo Foscolo (ch’ella ritrae al vivo), lord Byron, vergognoso di lasciarsi veder zoppicare, Walter Scott, e quel Chateaubriand, che ospite di Venezia, ne sparla.

Accarezzata con qualche degnazione dall’Isabella come una buona sorella minore, tiene a Venezia salotto letterario e scientifico, un’altra nobildonna, Giustina Renier-Michiel, nipote del facondo penultimo doge, autrice dell’Origine delle Feste veneziane da lei descritte in italiano e in francese; tesoro di semplicità, [28] di umiltà e di coraggio. Quel giorno che la Repubblica di Venezia precipita in preda ai demagoghi, la Giustina Renier-Michiel si rivolge sdegnata ai giovani patrizii che siedono in circolo nel suo salotto e: “Cossa feu vu qua? Andè a salvar almanco la cità, se no podè salvar la Repubblica!„ ella grida. A Ugo Foscolo scrive con intimità di sorella. A Luigi Carrer, limpido elegante ingegno, prima improvvisatore di tragedie, lodato da lord Byron, poi creatore della ballata romantica in Italia, alla guisa di Schiller e Goethe, la Renier porge savi consigli e lo annovera fra gli amici del salotto ch’ella conserva anche quando ha la sventura di perdere l’udito. Ma scherza colla solita finezza persino sulla propria sordità, e ama rallegrar la vecchiaia colle adunanze de’ giovani. Oltre la gioventù e la sua Venezia, preferisce tre cose: Shakespeare (di cui traduce per la prima in italiano i drammi), la botanica, e la luna splendente fra gli alberi. Sa disegnare e sa incidere. Muore nel 1832.


Rivale della Teotochi-Albrizzi è la patrizia veronese Silvia Curtoni-Verza, in Arcadia Flaminda Caritea. Bruna di carnagione, nerissima di capelli e di occhi; piuttosto alta, e bella, tranne ne’ piedi la cui esagerazione impertinente sa nascondere con vesti lunghissime.

Corre la moda di recitare commedie nei salotti. La Teotochi recita in francese, e la Verza recita in italiano, sostituendo, secondo il vezzo delle signore eleganti del tempo, la z a tutte [29] le s; per cui pronuncia zi zignore, zarà zervito, zicuro!

Il bel salone del suo palazzo (dalla stupenda facciata del Sanmichieli) a Verona, è diviso in due scomparti a uso teatro: metà a stucchi e metà a specchi con maestosi cortinaggi di seta celeste e quadri rappresentanti gl’idillii di Teocrito, di Gessner e del veronese Pompei coi versi relativi. Il Bettinelli, uno dei tanti abati sorrisi dalle dame, chiama questo salotto “la grotta magica.„

Ippolito Pindemonte, ch’è anche ballerino dilettante da teatro, su queste scene salta colla facilità con cui scrive l’ode (saltellante) alla Malinconia, sua ninfa gentile. La padrona di casa apparisce sul palcoscenico adorna d’una preferita mezzaluna di diamanti fitta nel volume de’ capelli neri, e rappresenta le parti ora di Zenobia, ora di Tullia, ora di Berenice calcolando sopratutto sull’effetto della mezzaluna e de’ suoi occhi: effetto infallibile.

Il momento più splendido del salotto Verza fu nel 1822, quando il congresso dei potenti d’Europa vi condusse gran folla di forestieri. Allora, come nel salotto cosmopolita dell’Isabella, la grotta magica della Silvia risuonava di tutte le lingue.

È facile notare che, novantanove su cento, i mariti delle dee de’ salotti sono persone insignificanti, i quali cortesemente si ritirano nell’ombra perchè la moglie brilli sola. E il marito della Silvia, Francesco Verza, che si teneva volentieri in disparte, non tardò a lasciarla [30] tutta sola.... passando fra i più. Glielo aveano fatto sposare, poverina, solo perchè quel nobiluomo non desse il proprio nome a una popolana di cui s’era ingattito!... Negli ultimi anni vediamo la Silvia, vestita di nero e devota, visitar gli ospedali e consolare gl’infermi. Ella si rammenta ancora di tutti i suoi amici, di tutt’i suoi viaggi; si rammenta di Milano, qui venuta ospite in casa Litta dove avea trovato le nostre dame (marchesa Cusani, contessa Castelbarco, ed oltre) intente a giocare al trucco. Morì nel 1835, nella bell’età di ottantaquattro anni; tredici mesi prima della sua rivale Isabella.


Ma più del salotto della Curtoni-Verza, sono celebri i salotti della contessa d’Albany a Firenze e di Cornelia Martinetti a Bologna.

Cornelia Martinetti gareggiava coll’Albrizzi nel sapere e nello spirito allegro, arguto, capriccioso: pare la superasse in bellezza, ond’era chiamata la Venere; ma oltre la bellezza ella possedeva la grazia. Suonava l’arpa, strumento in voga; conosceva il latino, il greco e sosteneva la conversazione in italiano, in francese, in tedesco, in inglese e in spagnuolo; se peraltro è tutto vero ciò che si racconta! Certo scriveva con facilità il francese. Un suo romanzo, apparso a Roma nel 1823, Amélie ou le manuscrit de Thérèse, è definito da un adulatore “un nido di farfalle.„

Nata contessa Rossi di Lugo, fu data ventenne, in moglie a “Mimino„, (ingegner Giovanni [31] Battista Martinetti), uno dei personaggi che non parlano. Ricca e libera viaggiò molto e ricevè molto. Seduceva colla conversazione, seduceva col ballo, seduceva colla beltà. Ugo Foscolo la immortalò nelle Grazie.

La principessa Luisa Stolberg-Geldern, di origine regale, sposò Carlo Edoardo Stuart, ultimo degli Stuardi, che sotto il nome di conte d’Albany mal nascondeva la pretensione alla corona d’Inghilterra: ella passa nella storia solo per essere stata l’intima amica di Vittorio Alfieri. Questo conte repubblicano s’accese di pietà e d’amore per la sposa di quel re spodestato, quando la poveretta gemeva sotto i maltrattamenti del regio sì ma ubbriaco consorte. Egli l’ajutò a fuggire e viaggiò con lei l’Europa. Ottenuta alla fine la separazione legale e rimasta vedova, la contessa d’Albany fissò dimora col poeta a Firenze. La loro amicizia fu forte e l’amore fu sincero, benchè il ritrattista Fabre soppiantasse poi il tragedo nel cuor di Luisa; la quale si rese un po’ ridicola pe’ suoi nuovi amori tardivi. “Non credo fosse l’Albany mai troppo bella (diceva Gino Capponi): di forme massiccie ed anche nell’animo, se oso dirlo, materialotta; colta però ed assennata, ed un po’ duretta, ma non malevola; di poetico nulla affatto; vestita a mo’ d’una serva.„ Nel suo salotto sul Lungarno, a Firenze, che continuò la magnifica ospitalità italiana, sfilarono Chateaubriand, Lamartine, Canova, Sismondi, Byron, Roscoe, Rogers (poeta caro a Silvio [32] Pellico) e il cardinal Consalvi che sfoggiava le tabacchiere ricevute dai sovrani. La contessa d’Albany, fra un’arguta maldicenza e l’altra, leggeva le lettere della Staël, o narrava della Récamier, le sole due potenze d’Europa, che, senza cannoni, tenessero testa a un Bonaparte. Nata a Mons sull’Hainau, l’Albany morì di settantadue anni a Firenze nel 1824; ora riposa in Santa Croce accanto all’Alfieri, nel monumento erettole dal Fabre.

Ma, tornando un momento a Venezia, dove lasciamo la vivacissima Marina Querini-Benzon? Per essa il più voluttuoso dei poeti vernacoli veneziani, Antonio Lamberti, scrive la più popolare delle barcarole, La biondina in gondoleta.... musicata dal bergamasco Simone Mayr maestro del Donizetti. La bella Querini-Benzon dagli occhi azzurri come il cielo, dalle carni bianche come il latte, dai capelli biondi come l’oro, volle vivere da graziosa peccatrice nel suo salotto ch’ella dominava colla conversazione scintillante. Accarezzata da lord Byron, lodata da Stendhal, ammirata dal Canova, corteggiata dal Pindemonte, dall’Arici e da altri mille segnati, brillò in un tripudio continuo, addolorata solo per la morte d’un figlio, Vittore, poeta gentile, cantor d’una Nella, amico di Luigi Carrer.


Colla fragorosa invasione francese, Milano si svegliò tutta d’un tratto a una vita che prima nessuno immaginava. Le espansioni scattarono; le conversazioni si moltiplicarono; [33] i salotti militari-galanti s’improvvisarono presso le signore milanesi. Il salotto più clamoroso fu quello d’una poetessa, Annetta Vadori “una vera Aspasietta„ scrive Giovanni Rosini a Benassù Montanari. Amante dell’avvocato Gallino, consigliere di Stato a Milano, non lo sèguita quando nel 1799 egli si trasferisce a Pisa. Corre difilata a Parigi, e abita nella stessa camera dell’improvvisatore ed ex-sartore Gianni, il quale la introduce nelle conversazioni della madre di Napoleone. La Vadori le consacra l’ode: “O delle madri invidia, ecc.„ Bonaparte, andando un giorno a visitar la madre, vi trova la poetessa e, seccato di questa intrigante, prima d’andarsene dice a parte a Letizia, ma in modo d’essere inteso: “Ne ho abbastanza di questa italiana!„ Ciò vale uno sfratto: l’Annetta è consegnata al generale Fiorello, che se la pone sotto braccio e la riconduce a Milano; e qui ella s’incontra colla Cecilia Tron. Dove c’è una donna, c’è Ugo Foscolo; e il poeta dei Sepolcri e delle Grazie entra nel circolo vizioso della Vadori, la quale prima gli è amica, poi nemicissima, e accoglie gli avversarii di lui per farlo schiattar di rabbia. A tal grado sale il fanatismo ch’ella ostenta per il Monti rivale del Foscolo, che il cantor di Bassville, benchè punto sdegnoso di adulazioni, non può tralasciare di scriverle: “Cesarotti mi aveva già scritto i tuoi entusiasmi sulla Spada di Federico, ma per Dio, tu me ne parli in modo da farti credere spiritata!„

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Annetta Vadori ebbe due legittimi mariti: prima il Buturini, poi il furente demagogo, velenoso giornalista e medico Rasori; medico inventore del contro-stimolo e così spaventoso seminator di cimiteri che l’autorità alla fine dovette intervenire e fermargli la mano. Vecchia, la Vadori si rifugiò a Napoli, dove aprì una scuola d’educazione; e là scomparve.

Circolo più temuto tenne a Milano sotto il primo Regno Italico Bianca Milesi, politicante, letterata e pittrice.

Il suo circolo era furiosamente politico. C’era qualcuno che volesse rovesciare sia pur colla violenza, sia pur col delitto il bello italo regno?... In casa della Milesi aveva ricetto. Il conte Federico Confalonieri, il general Pino, il nobile Benigno Bossi, un conte Gambarana vi s’affiatarono per finirla una volta coll’aquila napoleonica. Meglio l’aquila d’Austria, gridavano i più.... È nota l’orrenda giornata del Prina, che, avvertito in tempo del pericolo di morte, esortato a mettersi in salvo colla fuga, nol volle e rispose: I saria nen Piemonteis!


Taccio d’altri salotti italiani, di quel tempo, de’ quali nessuno, nè prima nè poi, si levò al grado dei salons di Caterina di Vivonne marchesa di Rambouillet e della figlia di questa Giulia di Montausier, ancor più nota della madre: in quelle sale si arricchiva la lingua della patria e si decretavano allori ai poeti.

L’Italia non può vantare salotti eguali a quello di madama Roland, la più formidabile [35] politicante che sia mai apparsa in Europa; e neppur salotti del potere e dello splendor di quelli delle due nemiche di Napoleone I, la vaghissima Récamier (pura in un’epoca impura) e la baronessa de Staël dall’incantevole conversazione, anche allora che lodava le proprie floride braccia.

Nel salotto dell’una e nel salotto dell’altra venivano sollevati in soglio e atterrati i ministri. Talleyrand non dovette forse al salotto della Staël se fu ministro? La Récamier cantava sola soletta, all’oscuro, canzoni melanconiche; poi usciva dalle sue stanze col volto inondato di lacrime. Ispirava passioni violente agli uomini ed anche alle donne, talchè la regina Ortensia commise per lei incredibili follie. A Roma si davano entrambe appuntamenti di notte fra le rovine del Colosseo, poichè allora (si sa) continuava la moda delle pittoresche rovine, cominciata nel Settecento.

Il salon della Récamier a Roma divenne un centro artistico, illustrato dal Canova; e quello dell’Abbaye-aux-Bois, da lei signoreggiato per trent’anni, divenne un centro politico così temuto, che più di qualche diplomatico fu obbligato a rigar bene diritto. Napoleone I, avvezzo ad essere obbedito sempre e senza indugi, non potè spetrare quel cuore di donna, non potè goder di quelle grazie; talchè se ne vendicò facendo che il marito di lei, banchiere, perdesse in un momento un milione negli affari, e lei impoverisse: uno dei magnanimi tratti del grande “Robespierre a cavallo!„

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Gli ossequii che tributavano a madama Du Pétieaux, visitandola nel suo salotto di Bruxelles, principi di real sangue e prelati frequentatori assidui, non veniano provocati dalla sola singolare bellezza, ch’ella curava con arti raffinate, ma anche dal vivacissimo spirito di quella regina dei cuori. Morì quasi nonagenaria e ancor bella. Nessun salotto italiano ebbe forse il lusso di quello della Du Pétieaux. Così in Italia mancò finora un salotto la cui signora indovinasse per la prima il genio singolare d’uno de’ suoi giovani visitatori, come avvenne in Germania. La poetessa Elisa de Hohenhausen, che ne’ primordii di questo secolo teneva a Berlino uno dei due più cospicui salotti (l’altro era quello di Rachele Varnhagen von Ense), fu veramente la prima che riconoscesse il valore di Enrico Heine; il quale, appena laureato in diritto, avea ottenuto di esserle presentato. Il salotto Varnhagen contribuì poi a sviluppare il genio del poeta. Il salotto di Rachele era principalmente votato al culto di Goethe; quello d’Elisa era votato al culto di Byron.

Rachele Varnhagen von Ense professava amicizia per Enrichetta Herz, figlia del celebre medico portoghese De Lemos. Nata a Berlino nel 1764, Enrichetta, l’avvenente ebrea, sposa del brutto storto, intelligentissimo medico Marco Herz, tenne salotto, celebre nell’alta cultura tedesca. Ella cercò nell’amicizia degli uomini più insigni compenso alle sue nozze senza figli e senza amore. Ludovico Börne, i [37] tre Schlegel, i due Humboldt, il filosofo Engel, figuravano nella corona de’ visitatori di questa splendida rosa di Gerico. Rimasta vedova, lottò colla miseria, e trovò appena di che vivere mettendo a profitto la propria istruzione. Rifiutò la mano del conte che l’adorava per non contristare la propria madre colla conversione al cristianesimo; ma, morta la madre, si fece battezzare. Si serbò briosa fino alla sua morte, che avvenne nel 1847.

Quale attrice italiana ebbe il salotto di Adriana Lecouvreur o della dolce e mesta Contant, che durante gli orrori della Rivoluzione francese fu incarcerata e nella prigione si trovò a tu per tu con varie dame della Corte?... E chi ebbe un salotto filosofico come la D’Epinay, colei che chiamava Rosseau il mio orso?


Questi rapidi cenni servano, se è possibile, di qualche confronto colle memorie del salotto Maffei, la cui importanza pur tanto notevole, per un largo periodo andò crescendo. Non è possibile, peraltro, dimenticare che il teatro alla Scala, come già osservava Stendhal (il quale dal 1800 al ’21 soggiornò a Milano e ne frequentò la società più intelligente), fu per molto tempo, ed è ancora, il vero, il grande salon della città. Ma il salotto Maffei ebbe un carattere particolare, ebbe un indirizzo civile che altre adunanze non possono vantare di certo. Fino al ’48, esso fu un salotto letterario ed artistico, e insieme un salotto elegante. [38] Dal ’48 al ’59 assunse uno spiccato colore politico liberale, e fu vivissimo focolare di agitazione a pro dell’indipendenza d’Italia. Dal ’59 al’76 fu politico, letterario, artistico e mondano insieme; poi, a poco a poco, andò decadendo, finchè sparve con la morte della contessa.

Un giorno, la vita sociale rimaneva circoscritta dalla difficoltà delle comunicazioni fra i paesi, dall’apprezzamento più vivo delle intime riunioni e dalla minor copia di bisogni e di vicende. Il salotto raccoglieva e addensava il meglio di quella vita; sembrava un’isola fiorente in mezzo ad un mare monotono, quando non pareva un vulcano. Le forme decorose, che mai dovevano scompagnare i dibattiti, nobilitavano i costumi; e la causerie, questa farfalla della conversazione, non escludeva la serietà dei propositi quando ne suonava l’ora. L’abate Galiani, che primeggiò nei salons parigini del secolo XVIII, quell’argutissimo abruzzese, del quale Diderot scriveva a mademoiselle Voland: “C’est un trésor pour les jours pluvieux„ giudicava un po’ troppo alla lesta, allorchè alludendo a quei salons diceva essere la Francia una nazione la quale ha bisogno di parlare per pensare e non pensa che per parlare: benchè sessagenario, egli morì troppo presto‍[3] per vedere gli effetti (e quali effetti!) del pensiero e della parola.

I serii e talor santi propositi dei salotti italiani [39] lasciarono traccie durevoli. Bianca Rebizzo, che a Genova fondava gli asili d’infanzia, come la contessa Teresa Popadopoli, l’amica-sorella della Maffei, li fondava a Venezia, sarà benedetta finchè il bene avrà un culto. Il salotto della Rebizzo a Genova, frequentato da’ suoi alleati nella carità — quali Lorenzo Pareto, Giovanni Colla e ricche patrizie genovesi, — meriterebbe anch’esso un libro. Il salotto della signora Farina a Torino e quello di donna Emilia Peruzzi a Firenze emergono con altri nella società della nuova Italia.

Ho detto che fino alle Cinque Giornate il salotto Maffei fu artistico, letterario, mondano; pure una vena patriottica serpeggiava fin dai primordii. La contessa non tardò ad abbracciare la fede di Mazzini, primo raggio, unico raggio, che splendesse fra le nebbie. A due passi dalla sua casa, nella stessa via del Monte di Pietà, potenti memorie patriotiche parlavano allo spirito di lei e de’ suoi amici: qui, la casa dove nel 1818 si fondava dal conte Porro il Conciliatore e dove più tardi veniva arrestato Silvio Pellico; là quella di Federigo Confalonieri e della sublime sua compagna Teresa Casati, la cui immagine nelle ore di raccoglimento, la pensosa Clara avrà forse veduta balenare come un fantasma d’amore e di dolore senza fine.

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CAPITOLO IV. BALZAC NEL SALOTTO MAFFEI.

La contessa Fanny Sanseverino Porcìa. — Sue lettere, suo brio. — La contessa Bolognini nata Vimercati e la sua bambina Eugenia. — Balzac alla Scala: un ameno qui pro quo. — La poetessa dai riccioli d’oro. — Opuscoli milanesi in offesa e in difesa di Balzac. — Visita di Balzac ad Alessandro Manzoni. — Balzac e gli scultori Pompeo Marchesi e Puttinati. — Lavori di Balzac scritti o meditati a Milano. — Lettera di Balzac alla Maffei. — Confessione di Balzac alla signorina ***. — Dediche di Balzac.

Un giorno, la contessa Maffei riceve da una giovane amica questo biglietto:

“Parigi, 10 febbrajo, rue S. Honoré, 333.

“De Balzac, con Teofilo Gautier, suo amico, viene a Milano. Io lo raccomando alla mia gentilissima Chiarina e all’illustre Maffei. Il celebre letterato francese conosca così le grazie, e ammiri l’ingegno italiano. Egli troverà, [41] ne sono certa, nella vostra casa, le cortesi accoglienze a cui ha diritto; ed io soddisfo, facendovi conoscere a lui, un orgoglio d’amicizia e di patria.

L’aff.ma amica

Fanny Sanseverino Porcìa.„

E qualche giorno dopo, non più da Parigi, dov’era andata col marito a godere le feste di quell’alta società, ma da Torino dov’è passata, la contessa Fanny delinea alla Maffei un parlante ritratto del Balzac:

“Se lo immagina forse grande e snello, pallido e scarno, con una di quelle fisonomie che sono già un’ispirazione, una poesia? Si guardi, eh, da così bella aspettazione! Egli è un uomo piccolo, grasso, paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi però negri e scintillanti foco nel dialogo, il foco della sua penna. E sa ella chi lo accompagna?... Un paggio come nel “Lara„ di Byron, un giovinetto dalla voce soave, dai movimenti dolci e molli... una donna infine!...„

La contessa Fanny Sanseverino Porcìa, sorella del principe Alfonso Serafino, ciambellano dell’imperatore d’Austria, era un’amabile gentildonna di ventinove primavere, sposata da tre anni al conte Faustino Vimercati Sanseverino Tadini, cremasco. Le sue lettere alla Maffei, nelle quali descrive le feste dell’aristocrazia a Parigi, sono gioielli di finezza e di brio.

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Il 19 febbraio del 1837, Balzac giungeva a Milano. Non contava ancora trentott’anni, e sui registri dei forestieri presso la polizia si designava: possidente. Non posso dire con precisione s’egli era accompagnato dal paggio misterioso (nessuno dei cronisti mondani del tempo ne parla); certo non avea seco Teofilo Gautier. L’autore di Mademoiselle Maupin desiderava scendere in Italia con Balzac, ma non potè effettuare il suo disegno, e vide il nostro cielo solo nel 1850.

Un poligrafo infaticabile, Defendente Sacchi, appena seppe dell’arrivo di Balzac, — per suggerimento, credo, del Maffei, cooperatore per la parte letteraria della Gazzetta privilegiata di Milano, — scrisse su questo periodico ufficiale un benvenuto cortese all’insigne ospite straniero:

La nostra città accoglie da due giorni fra le sue mura il signor Balzac, lo scrittore francese che in pochi anni fece il maggior numero di opere che descrivono in ogni maniera la vita dell’uomo e la società; quello ch’è anche il più popolare fra di noi, perchè i suoi scritti corrono nelle mani di tutti in originale e tradotti. Esso viaggia in Italia per raccogliere materiali onde scrivere le campagne de’ Francesi nella Penisola. Questa notizia tanto più ne riesce gradevole, perchè siamo certi che il genio di Balzac avrà dal nostro cielo le sue più belle inspirazioni.

Per verità, in quei giorni il cielo non poteva destare belle ispirazioni nè a Balzac nè ad altri: pioveva. E lo scopo di Balzac a Milano [43] non sembrava punto quello di raccogliere documenti di storia militare.

Egli raccontava ch’era venuto a Milano con un incarico amministrativo! Il conte Emilio Guidoboni-Visconti lo avea voluto qui (soggiungeva egli) per regolare i suoi interessi intricati in seguito all’eredità lasciatagli dalla madre contessa Patellani....

Tutti sanno quanto Balzac, prima editore, poi stampatore, quindi fonditore di caratteri, fosse immerso nei debiti fino alla gola in causa delle proprie speculazioni fallite tutte quante: egli si sorreggeva a mala pena con cambiali scontate e rinnovate da usuraj. Gemeva sotto il peso di dugento mila franchi di debiti e più. “J’ai plus de deux cent mille francs de dettes„ scriveva egli stesso da Milano alla gentile polacca Evelina de Hanska, contessa de Rzewuska, sua ardente ammiratrice che, rimasta vedova, divenne più tardi sua moglie.

Figurarsi se poteva sbrogliare le matasse arruffate degli altri, egli che non sapeva sbrogliare le proprie! Parecchi critici (e valorosi) hanno ripetuta la storiella dell’incarico amministrativo; storiella che Balzac dava a bere con grazia alle sue buone ammiratrici lontane. Nel ’38, raccontava da Milano alla sorella Laura Surville a Parigi com’egli fosse ancora “retenu ici pour les intérêts de la famille Visconti.„ E soggiungeva: “La politique les embrouillait tellement, que le reste du bien qu’elle possède en ce pays eût été séquestré sans toutes mes démarches, qui ont [44] heureusement réussi.„ La politica?... Quale politica?... Nessuna famiglia lombarda sceglie un romanziere (e straniero per giunta!) a suo ragioniere, a suo procuratore, a suo notajo; meno poi un Balzac, dalle caotiche idee amministrative ben note; un Balzac, mai stato uomo di legge e neppure un avvocato come Carlo Goldoni! Nè Balzac qui raccolse materiali per una storia. I lavori da lui meditati a Milano, come vedremo, furono ben altri.

La sua venuta fra noi parve un avvenimento. Tutti volevano vederlo, molti pretendevano d’averlo già visto. Parlavano solo di due cose: d’una splendida aurora boreale, apparsa qualche sera innanzi, e del signor di Balzac e della sua canna famosa che si diceva costasse tesori. Un giovanotto, che si vantava d’avere stretta intimità con Balzac a Vienna, additava agli amici curiosi del teatro alla Scala un capitano dei granatieri vestito in borghese, esclamando: “Ecco Balzac!„ E tutti a contemplare quell’ignoto granatiere austriaco, il quale, stupefatto, non sapeva a che ascrivere la generale ammirazione. “Le armi (scriveva a quel proposito il Piazza in un articolo nella Gazzetta) ebbero così per pochi istanti gli onori della letteratura.„

Ben presto si vide alla Scala il vero e autentico Balzac. Egli passava di palco in palco, corteggiatore corteggiato; e allora, nella semioscurità dell’ampia sala, mentre sul palcoscenico piroettava un ballo “di mezzo carattere„ [45] I promessi sposi, si rinnovò la scena del granatiere.

Balzac era andato ad alloggiare all’albergo, ma, annoiato, s’affrettò ad accettare una stanza deliziosa che guardava su un giardino offertagli nella propria casa, sul bel corso di Porta Orientale (ora corso Venezia), dal principe Alfonso Serafino Porcìa, il fratello appunto della Fanny amica di Clara Maffei.

“Bieco bevitor d’acqua!„ l’avrebbe definito Giuseppe Rovani se avesse visto Balzac respingere ai banchetti a’ quali veniva invitato i calici di vino. Balzac era astemio, ma in compenso divorava la frutta coll’avidità d’un fanciullo viziato.

Punto felice, egli domandava se a Milano si era felici.

Est-on heureux à Milan?

Oui, gli fu risposto.

Qu’est-ce qu’on fait après minuit?

On dort.

La contessa Maffei lo accolse nel suo salotto con entusiasmo e lo presentò al marito e a varii amici, fra’ quali lo scultore Alessandro Puttinati, Ferdinando De Lugo, uno dei più intelligenti giovanotti dell’alta società; lo presentò a una bionda poetessa, Giulietta Pezzi di Milano, e ad altre amiche.

Egli rimase incantato della piccola Maffei, com’ella stessa si definiva con spirito; e non tardò a provarne un’amicizia dolce, tenera, che si confondeva (perchè negarlo?) coll’affetto. Ma di ciò nessuna meraviglia. Egli era [46] un tendre, secondo l’espressione di Guy de Maupassant; egli voleva essere sempre ajutato dalla parola consolatrice della donna gentile, dalla sua stretta di mano, dal suo sorriso. La poesia de’ suoi ideali strideva, peraltro, un po’ troppo nel confronto della prosa del suo corpo pesante col quale sfondava le poltrone del salotto Maffei; salotto adorno nello stile del primo Impero e di tutte le eleganze del tempo.

A Balzac, avvezzo a Parigi, non piaceva Milano. Si mostrava querulo, rannuvolato. Solo il prestigio della Maffei e di Giulietta Pezzi avevano il potere di ridestarlo dalle sue tetraggini. Si bisticciava colla Fanny Sanseverino perchè questa non tollerava ch’egli dicesse male dell’Italia: e andando a trovare un’altra dama, la contessa Eugenia Attendolo-Bolognini, nata Vimercati, in via Cappuccio, là, in quel fresco salotto a stucchi, litigava un po’ anche con lei; ma bastava a disarmarlo l’arrivo d’una leggiadra bambina, Eugenia, poi divenuta duchessa Litta Visconti-Arese, regina della moda.

La poetessa Giulietta Pezzi, figlia d’un abile giornalista, era bella con que’ riccioli d’oro che le scendevano sulle spalle. Balzac voleva vedersela seduta dinanzi; la chiamava l’ange. Ma perchè egli, dopo il celestiale complimento s’addormentava?... Era un suo tic questo di dormire in piena conversazione, non ostante l’abuso di caffè cui s’abbandonava e i lavori di fantasia cui pensava sovente sprofondandosi [47] in cupo silenzio. Un altro suo vezzo (chiamiamolo così) era di accennare sempre di no colla testa, con quella sua grossa testa piantata sul collo taurino: pareva lo spirito che nega.

Nella conversazione del salotto Maffei e nelle altre, egli amava più ascoltare che discorrere. Di tratto in tratto, a qualche facezia, rompeva in una fragorosa risata; quindi si rimetteva ad ascoltare.... o a dormire.

Correva allora, più di adesso, nei salotti, la moda degli album, che ogni scrittore ed artista doveva fregiare de’ suoi caratteri o disegni. Nell’album di Giulietta Pezzi, Balzac scrisse colla sua scrittura spaventosa questo pensiero, tutt’ora inedito, che alludeva forse a lui stesso, in seguito a chissà quale punta maliziosa della sua bionda amica!

“De même que chez la nature humaine, l’âme triomphe de l’enveloppe et finit par embellir les plus grossières des formes, et qu’ainsi le masque le plus bas peut devenir sublime; de même l’art peut et doit se faire cours malgré les conditions les plus difficiles, et triomphe des données les plus absurdes. Socrate, de qui la figure était hideuse, a fini par atteindre la plus haute expression de beauté; et Michelange a fait une admirable statue avec la poussière....„

E sull’album della contessa Maffei, scrisse [48] quest’altro pensiero (inedito anch’esso) un giorno in cui il sole giuocava, pare, a capo-nascondi fra le nuvole:

“Rien ne ressemble plus à la vie humaine que les vicissitudes de l’atmosphère et que les changements du ciel. Le temps est le fond de la vie, comme la terre est le fond sur lequel agissent les intempéries et les beautés du soleil et des saisons. Tantôt, il arrive des journées splendides, pendant lesquelles tout est azur et fleurs, verdure et rosée; tantôt, des clairs-obscurs, où tout est piége et doute dans la nature; puis de longues brumes, des temps lourds, des nuées grises. La plus part des hommes ont une pente qui les porte à s’harmonier avec cette instabilité de l’air; mais pour ceux qui se réfugient dans le domaine moral et qui ne comptent pour rien tout ce qui n’est pas la vie de l’âme, il peut toujours faire beau dans le ciel. Le souvenir est un des moyens qui peuvent nous aider à rendre l’air pur et faire briller le soleil dans notre âme.

“24 avril, 1837.„

E il sole del ricordo, Balzac voleva, si capisce, nella sua impenitente inclinazione alla flirtation, lasciare in cuore alla contessa Clara, [49] sull’album della quale, qualche giorno prima, alludendo all’età di lei aveva scritto: À vingt trois ans, tout est avenir.

Fra le amiche più ammirate da Balzac, va annoverata certo la contessa Clara Maffei. Non è credibile che la contessa Maffei, appena vide Balzac salire per la prima volta le sue scale, gli sia volata incontro e, quasi inginocchiatasi, abbia esclamato: “J’adore le génie!„ Ciò fu detto e si ripete; ma la Maffei possedeva troppo il senso della misura per abbandonarsi a queste esagerazioni.

Non ostante i molti peccati descritti ne’ suoi romanzi, il grande romanziere viveva quasi immune da passionacce volgari, domandando alla donna o meglio alla signora, da quel raffinato che era, le carezze pure della devozione, il profumo dell’anima. Clara Maffei, che possedeva l’intelligenza del cuore, deve averlo capito; deve, peraltro, essersi accorta che il suo illustre amico amava più colla fantasia che coll’anima; la sola donna amata forse da lui fu la contessa Hanska, alla quale nelle lettere da Milano si confidava, anelando, malato com’era di nostalgia, di rivedere il cielo della Francia. Anche alla piccola Maffei, confidava le sue pene e le idee che gli turbinavano in capo; le parlava d’una commedia che volea scrivere.


Durante il soggiorno di Balzac in Italia, la contessa Maffei dovette certo soffrire per le espressioni sprezzanti, che sopraffatto dal malumore [50] il romanziere francese si lasciò sfuggire sui romanzi italiani, cari amici di lei. Ecco come andò la cosa, per la quale molti, a Milano e fuori, si levarono furibondi contro lo scrittore francese.

Questi, preso dal desiderio di veder Venezia, vi si recò per alcuni giorni coll’idea di ritornar presto a Milano, come fece difatti. A Venezia fu ospitato un giorno in casa della contessa Soranzo, alla cui mensa sedeva un egregio lombardo, amico della Maffei, il conte Tullio Dandolo, insieme con altri invitati. Balzac da principio parlò poco e mangiò molto; poi uscì con acerbi giudizii sui Promessi Sposi, che definì fiacchi d’ordito; e sugli altri romanzi (di Massimo d’Azeglio e del Grossi) che allora tutti leggevano con ammirazione. Il conte Dandolo lo rimbeccò; e Balzac rinnovò i suoi sprezzi, sarcastico e tutto rosso d’ira. Il batibecco minacciava di degenerare in una lite. La povera contessa Soranzo si sentiva sulle spine: si affrettò a porgere il caffè, e le contraddizioni morirono pel momento soffocate fra i sorsi del moka.

A Milano si seppero presto i giudizii di Balzac: di più la Gazzetta privilegiata di Venezia recava nelle sue appendici del 1.º aprile di quell’anno una lunga lettera del conte Dandolo ad Angelo Fava (altro amico della contessa Maffei) sulla malaugurata conversazione in casa Soranzo. Balzac non vi era risparmiato; e Angelo Fava non fece il sordo, perchè ben presto nel Vaglio, giornale letterario [51] di Venezia, rispose a Tullio Dandolo, censurando con asprezza i romanzi di Balzac e dipingendoli senza ambagi frutto d’una musa corrotta e corruttrice. Non basta: la Fama, giornale teatrale di Milano, che avea voce in capitolo, senza nominare Balzac, era già uscita con un articolo sui viaggiatori-letterati, che “acconciati da Child-Harold muovono ai luoghi celebri,„ sui “poeti da dipartimento„ che senza avere un “soldo in saccoccia„ viaggiano da artisti. E, rincarendo la dose, il giornalista eccitava la polizia a vegliar meglio su costoro perchè, in conclusione, “non erano che malviventi....„

L’allusione non poteva essere più maligna, più atroce, perchè si diceva infatti che Balzac era venuto a Milano uscendo dalle prigioni di Parigi! Chi non crede (i piccoli san Tommaso abbondano pur troppo!) legga le ultime righe d’un notevole studio sulle opere di Balzac, Pensieri su Balzac di Gaspare Aureggio (Milano, Pirola, 1839), il quale sdegnosamente difende il gran scrittore dalla calunnia e soggiunge: “Non potendo batterlo colla penna, lo lacerarono coi denti!„ È un opuscolo raro. Del pari raro e curioso è un altro opuscolo uscito a Milano mentre Balzac soggiornava qui: Difesa dell’onore delle armi oltraggiate dal signor di Balzac nelle sue scene della Vita parigina e confutazione di molti errori della storia militare della guerra di Spagna fatta dagl’Italiani (Milano, Pogliani, 1837). Il titolo dice tutto. Autore di questo opuscolo, [52] degno di nota, è certo Antonio Lissoni, che apertamente si fa conoscere, e mostra coraggio nel rivendicare, sotto il dominio straniero, il valore spiegato dagl’Italiani nelle sanguinose guerre Napoleoniche.

Un francese, che sparlava del valore italiano, non doveva dar ombra alla polizia; eppure si disse che questa vegliava su Balzac, temendo in lui un emissario pericoloso, un carbonaro, come Byron qui venuto nel 1816.

Cesare Cantù, uno de’ primi fra quanti in que’ giorni avvicinarono Balzac a Milano, mi accertava che la polizia non si occupò mai di Balzac tranne quando si mise tutta in moto per ricuperargli un orologio involatogli da un borsajuolo. L’orologio fu presto trovato, e Balzac restò stupito di vedersi ritornare nelle tasche del suo maestoso panciotto il caro girarrosto che avea messe le ali.

Può darsi che ne’ suoi eccessi di malumore Balzac abbia sprezzati i Promessi Sposi; certo egli si recò a far visita ad Alessandro Manzoni. Vi andò accompagnato da un gentiluomo letterato, allievo di Pietro Giordani, il cavaliere Felice Carrone marchese di San Tommaso. Balzac disse al Manzoni che gli pareva di vedere in lui Châteaubriand: discorse de’ proprii lavori, dissertò sul panteismo e sulla cranioscopia. Andò poi a visitare anche un altro uomo allora celebrato, lo scultore Pompeo Marchesi, che presso molti passava per un genio creatore, laddove era solo un accademico d’ingegno. Sull’album del festeggiatissimo [53] scultore, Balzac lasciò partendo questo saluto: “Je salue avec une amoureuse admiration le père de Venus désarmant l’Amour.„ Allusione a una statua mitologica che il Marchesi aveva offerta all’imperatore d’Austria e che il giorno dopo doveva essere spedita a Vienna.

Alessandro Puttinati, andando un giorno a trovare Balzac nel suo alloggio, lo sorprese sepolto nella più bizzarra veste da camera: una specie di tunica da certosino, serrata con due grossi cordoni ai fianchi e, dietro, tanto di cappuccio; e così lo ritrasse in una statuina di scagliola con un beffardo sorriso sulle labbra e colle braccia “al sen conserte„ da quel vero Napoleone ch’egli era della letteratura europea. Il Puttinati (che pur scolpì anche statue d’estese dimensioni, Masaniello, Carlo Porta, ecc.) godeva alto grido per simili statuette, ornamento dei caminetti dei salotti e sugli scrittoj dei ricchi; la sua specialità. Tutti desideravano di possederne. A Brera se ne conserva una, ch’è un incanto di finezza e di vita. Egli ritrasse, in tali piccole dimensioni, i più chiari contemporanei, D’Azeglio, Hayez, Molteni, Rajberti.... Non poteva quindi omettere il suo amico Balzac, del quale un altro scultore fece la caricatura; il francese Dantan.

L’abito fratesco di Balzac alimentava i discorsi del Caffè Martini; e si rideva. Ma guai se avessero scoperto un’altra debolezza, la maggiore di Balzac; quella di farsi passare [54] dovunque per nobile premettendo tanto di de al suo cognome, già troppo reso glorioso dal genio per essere illustrato da una genealogia fantastica. Gli eruditi conoscevano bensì un de Balzac, gentiluomo e scrittore, il quale colle sue Lettres infuse alla lingua francese un’eleganza e un’armonia nuova; ma era morto nel 1655, nella propria terra di Balzac sulle rive della Charente; e il Balzac dei possenti romanzi non discendeva da lui, nè da alcun altro nobile lombo.


Anche a Milano, Balzac lavorava assiduo come usava dappertutto, Ercole del tavolino. In casa Porcìa cominciò a scrivere i Mémoires de deux jeunes mariées. Non ostante i lavori letterarii e le visite alle contesse Bolognini e Maffei (per le quali trascurava un po’ la contessa Bossi, che lo fermò un giorno in istrada per rimproverarnelo), Balzac desiderava di vedere le curiosità artistiche di Milano, i capolavori dell’arte. La contessa Maffei lo accompagnò a Brera, come si leggerà più avanti in una lettera. Egli si recò anche a Saronno per ammirare in quel santuario gli affreschi squisiti di Bernardino Luini, di questo Raffaello della Lombardia, forse più apprezzato dagli stranieri che dagli italiani. Il Duomo di Milano incantava Balzac colle sue guglie, co’ suoi ricami marmorei, ma ancora e sempre ei sospirava alla Francia, al cielo natio.

Finalmente lasciò Milano, l’Italia, ma per [55] tornarvi poscia di nuovo. Qui lasciava molti accusatori, ma anche spiriti gentili che perdonavano al genio le stravaganze. Basta leggere la seguente lettera (inedita) in risposta ad altra lettera della contessa Maffei: egli parla caramente dell’amica indimenticabile, parla di sè, de’ proprii accusatori d’Italia, dei proprii lavori:

“Novembre, 1838.

“Merci, cara, de la page, embaumée par le souvenir, que vous m’avez envoyée, et qui m’a délicieusement rappelé votre bienaimé salon et les soirées que j’y ai passées et celle que vous appeliez familièrement “la petite Maffei„ et qui occupe une trop grande place dans ma mémoire, pour que je me permette cette expression.

“Vous avez donc encore souffert? Les médecins de Milan me feraient grand peur: a votre place je viendrais à Paris consulter quelqu’un des nos grands hommes, car nous en avons encore dans cette pauvre France.

“Vous ne m’avez rien dit de Puttinati: je l’ai donc effrayé qu’il n’est pas venu me voir un matin à son retour de Londres? Dites-lui combien il a eu tort, car j’avais pensé à lui pendant sa fugue à Londres, et il a été trop discret avec quelqu’une qui l’avait mis si fort [56] avant dans son cœur pendant notre voyage raboteux.

“La colère, dont je ne sais les motifs et sur laquelle m’a fait rester la comtesse Sanseverino est-elle calmée? Elle m’a accusé de ne pas aimer l’Italie au moment ou je travaille à une œuvre intitulée Massimilla Doni et qui fera tressaillir plus d’un cœur italien. Mais je suis si accoutumé aux injustices, que celle d’une jolie femme ne m’émeut plus: j’ai un durillon sur le coeur à cet endroit tant on y a frappé. D’ailleurs, je trouve fort impertinentes les gens, qui me proclament un homme profond et qui veulent me connaître en cinq minutes. Entre nous, je ne suis pas profond; mais très épais, et il faut du temps pour faire le tour de ma personne: c’est une promenade qui lasse: mais je ne dis pas cela pour elle. La comédie, que je méditais à Milan tout en sirotant votre the et vaguant par les roues, est achevée: j’entre, dans une quinzaine, en répétition, mais dans un si profond incognito que ce ne sera pas le secret de la comédie.

“Ce travail, que j’ai mené de front avec les livres, m’a causé une petite maladie inflammatoire dont je me reléve et qui a retardé ma réponse, car le docteur m’avit défendu d’écrire quoique ce fût, même une lettre.

[57]

“Je suis allé dans ma douce Touraine; il a fallu dire adieu à mon voyage d’automne; je ne reviendrais en Italie qu’au printemps, car je veux voir la Semaine Sainte à Rome si Dieu veut que je porte dans la métropole l’argent de la Comédie en cas où l’œuvre profane réussit. Rappelez-moi au souvenir des hôtes de votre salon: Lugo, Dolcini, la Giulietta Pezzi et tutti quanti, sans oublier de mettre mes obéissances aux pieds de la piccola Maffei: prenez votre air le plus gentil et votre meilleure ruse pour savoir en quoi j’ai perdu quelque chose, à quoi je tenais tant, dans l’esprit de la comtesse Sanseverino: dites-le moi, faites-moi l’aumône de ce petit cadeau, et surtout présentez-lui mes hommages.

“Il y a des jours où je rêve de la cathédrale de Milan et du tableau de Raphaël, que nous avons été voir ensemble; mais surtout d’un camélia encore plus blanc que le marbre le plus blanc de la plus blanche statue de l’aiguille la plus blanche.

“N’oubliez pas de me représenter au cavalier Maffei, et faites dire à l’éditeur de je ne sais quel journal à qui j’ai promis la version corrigée du Lys dans la vallée pour la traduire, que ce ne sera prêt que dans le [58] premier mois de l’année prochaine, car ce ne sera imprimé que pour cette époque.

“Trouvez ici mille gracieusetés que je voudrais faire aussi poétiques et aussi douces qu’il les faut pour une chère fleur comme vous; et croyez à une affectueuse mémoire qui frôle à une hérétique idolâtrie dont se plaindrait mon confesseur si j’avais le malheur d’en avoir un qui ne fût pas benin, attendu que ce confesseur est votre dévoué

de Balzac.„

“Je n’ai point oublié Piazza, ni Bonf.... Enfin Pompeo Marchesi aura quelque jour de mes nouvelles; mais j’ai eu tant à faire....„

Il Piazza, uno degli appendicisti della Gazzetta privilegiata, in questo periodico e nel Corriere delle dame, giornale di letteratura e di mode diffuso fra le signore, difendeva (languidamente, a dir vero) Balzac dall’accusa di denigrare l’Italia; trista usanza degli stranieri, venissero o non venissero nel bel paese. Il Bonf.... era, certo, il dottore Tarchini-Bonfanti, bel medico, successo a Vincenzo Bellini nel cuore della signora Turina, e amico per qualche tempo di casa Maffei.

Il Dolcini apparteneva a una speciale e non esigua categoria di giovani del bel mondo, il seme della quale va sparendo pur troppo ogni [59] giorno. Non solo egli accresceva la propria avvenenza coll’abbigliamento di buon gusto e accuratissimo (a quel tempo la toilette maschile era assai più osservata d’oggi), ma non tralasciava occasione per arricchire di ottimi studii la mente. Così i giovani doviziosi si preparavano a sostenere più tardi con onore i pubblici uffizii e potevano avvicinare qualunque uomo di lettere.

Il lavoro teatrale, che Balzac dice d’avere meditato per le vie di Milano e nel salotto Maffei sorseggiando il thè della contessa, non dev’essere, come si potrebbe credere, Mercadet: questa profonda commedia apparve bensì in quell’anno 1838, ma non fu certo condotta “avec les livres„. Deve trattarsi, invece, del dramma Vautrin, le cui scene si svolgono a Parigi nel 1816 dopo il secondo ritorno dei Borboni. Il dramma, il cui protagonista è un forzato, fu rappresentato a Parigi nel ’40, e dopo una sola recita venne proibito, perchè, a un certo punto, Balzac fece comparire Vautrin truccato da Luigi Filippo. — Il quadro, veduto in cara compagnia, è lo Sposalizio della Vergine che si conserva a Brera; una delle gemme di Raffaello.

Più tardi, Balzac scriveva un’altra lettera a una signorina.... della quale potrei indovinare, non precisare il nome; una signorina che gli avea trasmesso un epigramma:

[60]

“Marzo, ’39.

Mademoiselle,

“Je vous remercie beaucoup de la bonté que vous avez eue de me communiquer vous-même l’épigramme que vous avez daigné faire sur moi; car alors je pourrai le mettre sous la caricature que Dantan a produite.

“Vous y avez exagéré le peu de mérite que je puis avoir comme aussi mes défauts: mais vous n’avez peut-être pas assez insisté sur l’impudica, qui est la grande accusation vulgaire que portent sur moi les personnes auxquelles je suis inconnu. Mais si le peu d’instants que j’ai eu le bonheur de passer près de vous a causé d’aussi grandes erreurs, je dois être effrayé de nos relations à venir.

“Je suis tout épouvanté de l’importance que vous me donnez, en croyant que je doive à chaque parole dire des choses remarquables.

“Je vous en prie, ne me destituez pas du droit d’etre un homme ordinaire, car c’est sous cette forme que je tiens à me montrer et sous laquelle nous pourrons peut-être mieux nous entendre et que vous trouverez toujours en moi la più squisita farina d’oltremonte.

Vostro de Balzac.„

[61]

Anche questa lettera fu conservata religiosamente dalla contessa Maffei, fra le sue carte più preziose.

E un prezioso regalo Balzac fece, quale omaggio d’amicizia, alla contessa Maffei: le bozze di stampa de’ suoi Martyres ignorés. Bozze?... Sono addirittura una selva druidica di cancellature; è un altro lavoro rampollato dal primo e mezzo sepolto anch’esso fra i pentimenti, come Balzac soleva per tutt’i suoi lavori, la cui composizione tipografica atterriva per questo ogni più coraggioso operajo. Ricordo una sera dell’84, in cui la contessa, curvandosi dalla sua poltrona, aperse un’elegante vetrina, ne trasse quel grosso volume di prove di stampa e me le porse gentilmente a vedere, pagina per pagina. Lo storico delle opere di Balzac, visconte de Spœlberg de Lovenjoul, m’informa da Bruxelles che le bozze dei Martyres ignorés sono ora nelle sue mani; e non potrebbero essere in mani migliori.

Nel 1842, Balzac dedicò alla contessa Clara Maffei un racconto, La fausse Maîtresse, scritto per lei, e che tutti possono leggere nel meraviglioso ciclo balzachiano delle Scènes de la vie privée.

La fausse Maîtresse tratta d’una Malaga, portentosa cavallerizza “déesse de la gymnastique„ (non priva del velo di melanconia romantica di moda a quel tempo), la quale s’innamora d’un patrizio polacco a Parigi. Il tipo d’una contessa Clementina arieggia un po’ a quello della contessa Clara. Balzac vi esalta [62] l’amicizia che non conosce i fallimenti dell’amore e del piacere: “Après avoir donné plus qu’il n’a, l’amour finit par donner moins qu’il ne reçoit.„

A due geniali amici del salotto Maffei Balzac dedicò due altri racconti: allo scultore Puttinati La Vengeance e alla contessa Sanseverino Porcìa Les Employés ou la femme supérieure. Al principe Porcìa dedicò Splendeurs et misères des courtisanes, e alla contessa Bolognini-Vimercati Une fille d’Eve, scrivendole nella dedica graziosa: “Vous voyez que si les Français sont taxés de légerété, d’oubli, je suis Italien par la constance et par le souvenir.„

Tale la veridica istoria di Onorato Balzac a Milano e nel salotto Maffei.

[63]

CAPITOLO V. LISZT.

Francesco Liszt e Daniele Stern nel salotto. — Un salotto di madama D’Agoult. — I guanti gialli di Liszt. — Scritti di Liszt e di Daniele Stern sull’album della contessa Maffei. — Un romanzo d’amore. — Allegrie della Sand e di Liszt. — Una conversione. — Orazio Vernet. — Lettera di Filippo Filippi alla Maffei su Liszt. — Thalberg nel salotto Maffei.

Maria di Flavigny, nata da un emigrato francese a Francoforte sul Meno, educata a Parigi, sposata al conte d’Agoult, conosciuta nel mondo letterario col pseudonimo di Daniele Stern, viaggiava liberamente col suo amico Francesco Liszt. Correva l’usanza dei viaggi a due. La Sand e Alfredo de Musset, Liszt e la contessa d’Agoult ne erano i modelli. Giorgio Sand nel terzo volume dell’Histoire de ma vie, discorre della contessa d’Agoult, che volle averla seco a Ginevra. La Sand ne rimase incantata: la dice “belle, gracieuse, spirituelle„. All’Hôtel de France a Ginevra, dov’era alloggiata, la contessa d’Agoult aveva improvvisato un giocondo salotto frequentato [64] da poeti, da letterati, da artisti, e da signore di passaggio, fra cui una milanese, celebre già per la sua bellezza, la Marliani, definita da Napoleone Bonaparte che la vide a una festa da ballo al teatro della Canobbiana di Milano: “bella fra le belle.„ Chopin, Miçkiewicz, Nourrit, Eugenio Sue s’incontravano in quel salotto colla Sand: Chopin e Liszt eseguivano al pianoforte le loro composizioni; gli altri battevano le mani.

Le relazioni fra Liszt e la contessa d’Agoult apparivano così intime che, quando nel 1838 giunsero a Milano e furono introdotti insieme nel salotto della Maffei, questa, benchè indulgente, non potè non provarne disgusto.

Maria d’Agoult contava trentatrè primavere, Francesco Liszt, che non toccava ancora la trentina, sfolgorava nella pienezza della gioventù e del genio, mandando dagli occhi i lampi, il fuoco della sua natale Ungheria. Al nome di Liszt (che in ungherese vuol dire farina) palpitava il cuore delle signore, ammaliate dalla valentia e dalla zazzera svolazzante del sommo pianista.

Quelle mani lunghe e nervose tempestavano sulla tastiera e ne suscitavano uragani. Liszt suonò nel salotto Maffei; ma la contessa, non ostante la fenomenale bravura dell’adorato concertista, non ne serbò la migliore delle memorie. Ricordo con quale grazia una sera dell’82 (dopo tanti anni!) ella raccontava i concerti di Liszt, soggiungendo:

[65]

— Quando si sedeva al pianoforte, si levava i guanti gialli e li buttava, con un gesto da imperatore, l’uno a destra e l’altro a sinistra, perchè le dame li raccogliessero.

— E li raccoglievano?

— Eh.... qualche volta!

Prima di lasciare casa Maffei, Francesco Liszt affidò all’album della contessa questo pensiero:

“Il y a des gens qui avec peu de paroles donnent beaucoup à penser: d’autres, qui, avec beaucoup de mots éveillent peu d’idées, comme les deux aiguilles d’un horloge, dont l’une va bien vite et ne marque que les seconds, et l’autre, plus lente en sa marche, désigne les heures.

Liszt.„

“Mars, ’38.

E la contessa d’Agoult scrisse alla sua volta:

“Ce qui témoigne peut-être plus tristement de la misère de l’homme c’est la déplorable facilité avec laquelle il s’abjure lui-même, il abdique pour ainsi dire le sentiment de sa personnalité en reniant les heures passées, les opinions, les sentiments, les douleurs et les joies des jours qui ne sont plus. A mesure [66] que son cœur impuissant se détache des objets auxquels il voue un culte passager, au lieu de les ensevelir dans un religieux silence, il raille les heures d’abandon et de tendresse; il rit aujourd’hui des enthousiasmes qui la veille lui ont fait verser des pleurs; et à peine entré dans une phase nouvelle de son existence, il prend en pitié celle qui vient de finir. Il ne respecte ni les amitiés rompues ni les amours brisés: il insulte à son propre cœur en insultant aux sentiments par lesquels il a été, en vertu desquels il a agi; les affections qui ont fait partie de son être. S’il a plusieurs amis, c’est afin de se plaindre des uns aux autres: s’il change de maîtresse, ce n’est jamais sans dire à la dernière qu’aucune femme n’a été aimée de lui: il arrive ainsi au tombeau ayant menti à tout, même à son propre cœur....

“Pauvres humains, que vos rires font pitié! Quelle misère de sentir si peu sa misère!

Marie Comtesse d’Agoult.„

“2 mars, 1838.

Belle parole, degne della penna di chi scrisse le “Esquisses morales„. Alludeva ella forse a qualcuno?...

Insieme colla contessa d’Agoult, Francesco [67] Liszt aveva presentato nel salotto Maffei un giovanetto israelita, il suo allievo prediletto, Hermann-Cohen, la cui storia è sommamente romanzesca.

Il celebre ungherese amava questo giovinetto tedesco da lui incontrato sulle strade d’Amburgo.

Passeggiando un giorno per quella città, Liszt si vide avvicinare da un ragazzo pallido e tutto tremante di vergogna. Credeva che si trattasse d’un mendico, e fece atto di aprire la borsa; ma il giovinetto arrestandogli la mano, gli disse supplicante:

— No, maestro, non vi domando l’elemosina, ma la vostra protezione. Io amo la musica.... Prendetemi con voi!

E gli raccontò che, nato ad Amburgo da ricchi banchieri israeliti, aveva ricevuto per cura del padre un’istruzione commerciale, ma che si sentiva irresistibilmente trascinato allo studio del pianoforte. Rovesci di fortuna avevano impoverita la sua famiglia, alla quale non poteva essere più a carico....

Hermann Cohen (che nel mondo dell’arte venne conosciuto col solo nome di Hermann) a sei anni meravigliava per la disinvoltura nel suonare il pianoforte. Francesco Liszt gli promise di proteggerlo, e mantenne la parola. Dopo un primo concerto ad Amburgo, Hermann ne diede due altri a Mecklemburg e a Francoforte; quindi si stabilì colla madre a Parigi, dove Liszt lo raccomandò subito ai potenti, gli fece scuola e lo proclamò maestro. [68] Dovendo Liszt recarsi a Ginevra per fondarvi un conservatorio di musica, vi condusse seco Hermann e gli affidò la scuola di pianoforte; ma l’insegnamento non era adatto a quello spirito ardente e inquieto, che volle, invece, seguire il suo protettore nelle peregrinazioni artistiche per il mondo.

Nel salotto Maffei, dove Hermann suonava già da maestro, senza farsi pregare, s’incontrò in una signorina, bella, vivacissima e l’amò riamato.

La Sand, in un piacevolissimo capitolo delle Lettres d’un voyageur, parla della allegra gioventù di Hermann dandogli un altro nome. Lo descrive in un albergo svizzero, nel quale egli vive accanto a Liszt, facendosi passare per una ragazza. Difatti, quando la Sand si recò per visitare Liszt, si vide venire incontro Hermann vestito da signorina: lunghi bruni capelli gli scendevano sulle spalle. Persino l’albergatore lo prese per una jeune fille.

Gli abbracciamenti impetuosi e tutti gli altri slanci e costumi di Hermann, di Liszt e della Sand sembravano per lo meno strani ai pacifici inglesi alloggiati in quell’albergo. Le dame d’Albione scappavano inorridite pei corridoj: non così i maestosi loro mariti, che scambiando per istrioni da villaggio i clamorosi artisti, concertarono una sera, a cena, di farli agire, in una piccola rappresentazione, e a tale scopo raccolsero fra loro una colletta, che mise il colmo dell’allegria nella triade Sand, Liszt ed Hermann.

[69]

— Hermann (mi diceva un giorno la contessa Maffei) quando venne nel mio salotto, non aveva ancora diecisette anni. Il suo sorriso, quasi infantile, mi pare di vederlo.

Più tardi, egli ricercò della signorina amata, mandando apposta, fin dai Pirenei a Milano, una sorella; e allora avvenne una scena commoventissima.

Un profondo mutamento dovea seguire in quello spirito. Cominciò col frequentare le chiese cattoliche; e i suoni dell’organo, gl’inni, gl’incensi alimentarono il bisogno di fede che lo struggeva. Abjurò la religione giudaica, in cui era nato, e a Parigi ricevette il battesimo. Deciso di chiudersi in un convento, studiò teologia, ricevette gli ordini sacri ad Agen, cittaduzza vescovile sulle rive della Garonna, e, poco dopo, entrò nell’ordine dei carmelitani scalzi. Quando a Milano si seppe che il prediletto allievo di Liszt era diventato “padre Agostino Maria„ e saliva sui pulpiti spiegando un’eloquenza sublime, non si fecero troppe meraviglie, conoscendo l’indole e l’ingegno di lui. Dagli organi delle cattedrali più insigni, egli diffondeva armonie rapitrici da lui stesso create ed eseguite. Predicando a Bordeaux, vi fece eseguire una sua grande messa. Compose tutto un ciclo di cantici sacri: Gloire à Marie, Amour à Jesus-Christ, Fleurs du Carmel....

Viaggiando un giorno di maggio sul piroscafo da Valenza ad Avignone, s’incontrò in Orazio Vernet, gli si fece conoscere e gli parlò [70] con entusiasmo dell’influenza della fede sulle arti. Tutti ascoltavano a bocca aperta la predica del carmelitano, il quale parlò senza posa per cinque ore. Orazio Vernet, che racconta questo episodio in una lettera datata da Cette (si può consultare il libro di Amedeo Durande, Joseph Carle et Horace Vernet), accenna all’aria ispirata e all’eloquenza trascinante del convertito.

Nella guerra del ’70, il padre Agostino Maria accorse da valoroso sui campi di battaglia per curare i feriti; ma fu preso dal vajuolo e ne morì, a soli quarantanove anni, da lui vissuti in una febbre continua di sentimento e di pensiero.

Anche Liszt vestì poi l’abito ecclesiastico; ma quale differenza fra gli ardori sinceri di padre Agostino Maria e le pose dell’abate Liszt!...

La contessa Maffei e Liszt non mantennero più, dopo il 1838, rapporti diretti. Filippo Filippi in una lettera datata da Buda-Pest, 25 aprile 1869, così informava sul celebre concertista la contessa:

“Qui c’è Liszt, divenuto abate: gli si preparano grandi ovazioni, e si daranno in suo favore due gran concerti nei quali non si eseguirà che musica sua; uno domani sera, l’altro il 30, nelle grandi sale del Ridotto. Feci la sua intima conoscenza; e fu oltre ogni dire amabile. È un po’ ridicolo cogli abiti da prete. Porta sempre i suoi lunghi capelli bianchi ed ha una conversazione delle più aggradevoli. [71] Abita in casa del parroco della Metropolitana di Pest e non scrive che messe, salmi ed oratorii. In conclusione, è un grande artista.„

Nel salotto Maffei vediamo venire anche Thalberg, che con Liszt formava in quel tempo il più potente binomio pianistico. Pregato, Thalberg si pose al pianoforte, ma con quale degnazione! Si sapeva bene che nelle sue vene scorreva sangue principesco; ma l’avidità di lucro s’accordava un po’ male colle sue arie. Suonando in casa Maffei, al cospetto di signore, letterati ed artisti, egli pretendeva d’essere pagato. La contessa gli inviò un grazioso regalo accompagnato da graziose parole, ma egli le usò la scortesia di rimandarglielo.

La Sand venne in Italia nel 1834 con Alfredo De Musset e soggiornò fra i poetici silenzii di Venezia con lui e col bellissimo medico veneto dottor Pietro Pagello che le consacrò la barcarola

Coi pensieri malinconici

No te star a tormentar;

deliziosa barcarola che piaceva tanto anche alla contessa Maffei. Ma alla Sand mancò il tempo e l’opportunità di venire ad abbracciare la sua fervente ammiratrice, la Chiarina, colla quale stette in relazioni cordiali. La contessa mandò nell’aprile del 1847 il proprio album alla Sand, che vi scrisse il motto d’un suo libro: “Charité envers les autres; dignité envers [72] soi même; sincérité devant Dieu.„ La contessa conservava più d’un ritratto dell’autrice d’Indiana. Nel salotto, ne teneva uno coi capelli ricciuti e ondanti sulle spalle, meraviglioso, inciso dal Calamatta; e un altro nella propria stanza da letto, — stanza tutta trine, velluti e immagini, a ognuna delle quali era congiunta una memoria diletta, una storia. Maurizio, figlio della Sand, sposò Lina Calamatta, figlia del famoso incisore, che incontreremo più tardi; tutti amici amatissimi dalla Maffei.

[73]

CAPITOLO VI. MILANO PRIMA DEL 1848.

Idee di Francesco I e idee di Metternich. — Un giudizio di Massimo d’Azeglio. — Incoronazione di Ferdinando I. — L’improvvisatore Bindocci. — La Ristori. — Un brindisi dell’Imperatore e un altro di Andrea Maffei. — Il pittore Molteni. — Musicisti della società elegante. — Rossini. — Mercadante. — Poesia patriottica del Rajberti. — La contessa Samoyloff e le sue eccentricità. — L’ispiratrice della Sonnambula. — Luciano Manara.

Non ostante i drammi lagrimosi del romanticismo, de’ quali il pubblico si pasceva, come più serena d’ora vivevano i nostri padri la vita! Al punto in cui siamo col racconto, la preoccupazione politica (meno poi la preoccupazione sociale ch’era in mente Dei) non turbava l’andamento patriarcale delle adunanze o delle famiglie. Tutto scendeva tranquillo per la sua china.

“Milano deve cadere. Cercherò che cada [74] lentamente.„ — Così Francesco I diceva al conte Confalonieri, appena distrutto quel Regno Italico che avea avvezzato Milano alle grandigie d’una capitale. E Milano tornò qual’era, una primaria città di provincia, onorata da alti ingegni e da fieri caratteri che aspiravano all’indipendenza. Il processo dei carbonari del ’21 fu un uragano funereo, ma fugace, nella placida città.

Tranne quel processo, che si chiuse cogli orrori dello Spielberg, il Governo allora non bistrattava la città che, dissanguata dalle guerre napoleoniche, desiderava il lavoro proficuo, la pace. Milano continuava a ritrarre la sua opulenza dall’essere un gran centro agricolo. Non emergeva ancora nelle industrie, alle quali si slanciò solo dopo il ’60, un po’ a discapito, forse e senza forse, degli studii letterarii, degli studii di lusso, come altri li chiama.... Tuttavia, fin d’allora, impiantava qualche industria, la cui ditta acquistò poi nome europeo, come la fabbrica di porcellana detta di San Cristoforo ora Richard sorta nel 1836. L’illuminazione a gas cominciò nel 1832 col rischiarare dapprima la Galleria De Cristoforis, sotto i cui cristalli Tommaso Grossi e altri letterati passeggiavano conversando, senza troppo invidiare ai palazzi incantati dell’Ariosto. La seconda strada ferrata d’Italia venne inaugurata fra Milano e Monza il 18 agosto 1840 (la prima era stata inaugurata a Napoli), e parve un prodigio.

[75]

Massimo d’Azeglio lasciò ne’ Miei ricordi una pittura quasi idillica della Milano d’allora. Egli, lo spirito insofferente di vincoli, non trova in Milano “quell’abuso di regolarità, di formalità, di distinzioni sociali, di gesuitismo; quella mancanza assoluta d’ogni sintomo di energia e di vita„ che l’opprimevano a Torino. I Milanesi amavano sopratutto il teatro; e il governo di Vienna li faceva godere colle ballerine, co’ cantanti, profondendo al teatro alla Scala ricche doti alle quali gli accorti impresarii, col pretesto delle spese, domandavano laute appendici; e le appendici venivano sempre concesse. “È duopo ravvisare (nota Massimo d’Azeglio ne’ Miei ricordi) quanta fosse la finezza e l’avvedutezza del governo austriaco. Esso, si può dire, ha governato per tanti anni la Lombardia per mezzo del teatro della Scala. E, bisogna dirlo, fino ad una certa epoca vi è riescito bene.„

Peraltro, Metternich, in un memoriale diretto a Francesco I da Graz nel 1817, mostrava al suo sovrano la necessità di scendere ad altre concessioni per appagare lo spirito pubblico e l’amor proprio delle provincie lombarde, dando a queste un’amministrazione che “provasse agl’Italiani che non si volea trattarli alla medesima stregua delle provincie tedesche della monarchia e che non si voleva fonderle con esse.„ Aggiungeva che bisognava “conquistare il clero e gli scrittori che esercitano la più grande influenza [76] sull’opinione pubblica.„ Ma come in ciò s’ingannava! Se qualche parte del clero s’inchinò servile, gli scrittori quasi tutti tennero alta la fronte. Onore ai letterati italiani, che sfidando povertà, carceri, patiboli, infusero a poco a poco, con lavorìo lento ma infallibile, nelle masse il sentimento della patria!

L’incoronazione di Ferdinando I nel 6 settembre del 1838 a Milano, diede luogo a feste sontuose che Milano ricorda tuttora. Il monarca era accompagnato da un ricco, lentissimo, interminabile corteo di cavalli e cavalieri, di ciambellani, di guardie nobili, d’araldi, di carrozze, una delle quali (quella del rettor magnifico di Pavia) cigolò colla nota più acuta per tutto il lungo percorso. Stanco, oppresso dalla fatica delle cerimonie, Sua Maestà cinse la Corona ferrea in mezzo al Duomo, che appariva trasformato in una spettacolosa scena di teatro mercè il talento del Sanquirico scenografo della Scala, eletto ad addobbarlo per la circostanza solennissima.

La decorazione d’archi gotici, di baldacchini per l’Imperatore, pei cardinali, pei vescovi, pei diplomatici intervenuti; di panneggiamenti rossi e celesti, di veli, di dorature, d’angioli, di Fame colle trombe in bocca, d’aquile, corone, bandiere, piume bianche, lampadarii, tutto quel subisso coreografico strappò gridi di meraviglia alla moltitudine che accorse per più settimane ad ammirare; e suscitò il felice frizzo satirico d’un ignoto. Un’accademia di poesia estemporanea venne offerta alla [77] cittadinanza dal Bindocci nel ridotto del teatro alla Scala. All’improvvisatore fu dato, fra gli altri, il tema del Duomo decorato; e un ignoto gli suggerì che ogni strofa suonasse con un ritornello accettato subito dal vate:

Santo Iddio!... Che bella cosa!...

Chissà quanto costerà!...

Alla Scala, ballava la Cerrito; al teatro Re, recitava Amalia Bettini, paragonata dalla Revue des Deux Mondes alle più acclamate attrici francesi. Al teatro Carcano, la Marchionni, il Vestri, la Robotti, la Ristori, e un’attrice di effetto, la Romagnoli, rapivano il pubblico affollato. Il maestro Vaccaj fece eseguire alla Scala un suo inno per l’Imperatore. Balli, divertimenti, luminarie, acclamazioni dappertutto. Sul corso di Porta Romana, il conte Francesco Annoni, comandante della guardia nobile improvvisata per la circostanza, illuminò la facciata del proprio palazzo con tale sfarzo che la fantasia popolare vi scorse persino non so quale favolosa miriade di brillanti sulle cornici delle finestre!... Nel gran banchetto ufficiale a Corte, Ferdinando si alzò pallido, commosso, e brindò ai buoni sudditi Lombardo-Veneti, bevendo nella coppa della regina Teodolinda. E per contrasto ai lauti banchetti, nella mostra di belle arti a Brera, tre pittori esposero tre spaventevoli conti Ugolini morenti di fame coi figliuoli. I pittori andavano a gara a dipingere ritratti del nuovo [78] coronato; ma il più bel ritratto fu dipinto dal Molteni, nella cui casa, fra i lieti calici, Andrea Maffei espresse (dice un cronista del tempo) “in leggiadrissimi versi il comune tripudio.„

Il Molteni fu rimproverato un giorno di amare un po’ troppo i colori della bandiera imperiale: ma egli pronto rispose: “Cari miei, la pittura non ha colore!„


Nelle famiglie si canta, si suona. La società milanese, nell’epoca che tocco, è una società filarmonica per eccellenza. Molti nobili coltivano la musica al punto da ingelosire gli artisti di mestiere. La famiglia Belgiojoso è tutta una famiglia d’artisti: il principe Emilio incanta colla sua voce di tenore; il conte Pompeo possiede tal voce di basso che Gioachino Rossini lo vuole a Bologna per eseguire il suo Stabat Mater: il conte Antonio compone notturni, oratorii, messe e La figlia di Domenico, operetta che rappresenta al teatro Re. La contessa Rosa Bargnani delizia col suo canto di soprano i molti che sollecitano l’onore d’essere accolti nelle sue sale. Essa rappresenta il tipo più internazionale che si possa immaginare; ateniese il nonno, inglese il padre, italiana la madre sua: e delle statue greche essa ha il profilo; delle donne inglesi, la chioma bionda; delle italiane, il fuoco; Andrea Maffei le consacra un’elegante canzone sulla musica, e la contessa Clara la copre di baci, nutrendo per lei un’amicizia che il tempo non farà illanguidire.

[79]

La contessa Francesca Nava, nata marchesa d’Adda, autrice di varii pezzi per piano e due salmi a quattro voci con accompagnamento di organo, emerge quale pianista. Cirilla Cambiasi-Branca è chiamata “il Liszt delle pianiste lombarde.„ Essa è la primogenita di quel Paolo Branca, nella cui casa convengono tutte le Muse, il canto di Matilde Juva sembra quello d’un angelo: più tardi delizierà anche i superbi ricevimenti di Napoleone III alle Tuileries.

E don Diego Araciel, violinista e contrappuntista impeccabile? E don Giovanni Balabio, mecenate e suonatore di flauto da gareggiare con un magno professore, il Rabboni? E il conte Castelbarco autore di sei duetti per violini, di dodici quartetti e dodici quintetti, d’un trio per violino, viola e violoncello, d’una sinfonia e delle Sette parole della Creazione per grande orchestra e canto?... Tutta musica dimenticata; ma allora occupava i gentiluomini, la società milanese, la società italiana.

Pietro de Moyana rappresentò al teatro Carcano una farsa musicale, Emma di Fondi. Un abate, Giuseppe Prina, e il nobile Giovanni Sala, violinista e compositore di ballabili, emergevano anch’essi nella schiera musicale. Il Sala faceva ballare coi suoi valzer i più graziosi piedini; Carlo Besana colla sua voce di basso facea tremare le finestre delle case dove era ricevuto cogli onori d’un principe. Altri bassi dilettanti in voga si chiamavano Lotterio e Battezzati, festeggiatissimi nelle famiglie [80] dove si giuocava alla tombola. Men festeggiato dall’alta società erettasi ad Areopago fu, alla Scala, il conte Marco Aurelio Marliani, che vi rappresentò la sua opera Ildegonda, ispirata dalla novella del Grossi. Il duca Giulio Litta, squisito gentiluomo che molti di noi hanno conosciuto, a questo tempo era assai giovane, ma già segnalavasi per la sua passione alla musica.

Tutte, o quasi tutte le signore e i signori filarmonici più cospicui andavano in casa Maffei dove si tenevano spesso ammiratissimi concerti specialmente in onore dei forestieri illustri che vi erano presentati.


Gli anni ’37 e ’38 restarono famosi per la quantità di cantanti e di maestri convenuti a Milano, fra cui il gran Rossini.

Si racconta una delle scene più gioconde di Rossini a Milano; una scenetta del tempo (anteriore a questo) in cui il maestro capitava provvisto di tutta la sua gajezza. Egli con Bellini e Mercadante si trovava una sera all’osteria dell’Aquila. Nell’uscire, fecero una scommessa per vedere chi dei tre era capace di camminare dugento passi su un piede solo. Bellini non potè reggere e cadde; Rossini si sostenne a stento; Mercadante toccò glorioso la meta. Fanciullaggini, ma sono indizi del filosofico buon umore che allora rallegrava la vita.

In un banchetto offerto nel 1838 in onore dell’autor del Barbiere di Siviglia, il Rajberti lesse una poesia milanese che fra le barzellette [81] gittava un’ardita nota patriotica sull’Italia ancor madre di grandi:

Sâl, sur Rossini, cossa gh’hoo de di’?

Che sta povera donna strapazzada,

Serva strasciada che la perd i tocch,

Dopo che la n’ha faa tanta sventrada,

Adess de Omoni ne fa troppi pocch:

Ma quij pocch che la fa, per la Madona!

Hin ancamò i fiœu de la padrona.‍[4]

Questa poesia sollevò entusiasmo. Tutti la copiavano, e la facevano girare manoscritta. La contessa Maffei volle che il Rajberti gliela trascrivesse egli medesimo nell’album, dove la leggo per intero. Il Rajberti improvvisava al Caffè Cova satire contro coloro che si sbracciavano per adulare lo straniero; lo scultore Pompeo Marchesi, fra gli altri, non isfuggì a quegli strali che ferivano anche i buoni e gl’innocenti. L’aureo Gherardini (amico anche questi di casa Maffei) fu preso di mira dal Rajberti; perciò, quand’egli seppe che il suo crudele persecutore per un insulto d’apoplessia perdette la favella, non potè frenarsi dall’esclamare: “Ne ha tanto abusato!„

Gli ufficiali austriaci venivano specialmente accolti nella casa della contessa Samoyloff e [82] in quella di Giuditta Turina, ispiratrice di Vincenzo Bellini.

La contessa Giulia Samoyloff fu una delle figure più singolari della società non solo milanese, ma europea per le sue simpatie, per le sue stranezze, per le beneficenze. Merita che se ne tracci il profilo.

Nata in Russia nel luglio 1803, dal conte Pahlen, capo dei congiurati che strangolarono lo czar Paolo I, è allevata coi principi del sangue imperiale alla Corte di Pietroburgo. Suo marito Samoyloff muore presto; ed ella cerca e trova conforto a Milano, dove si conduce per la sua amicizia e parentela colla casa ducale Litta, dalla quale riceve un assegno di centomila lire all’anno lasciatele da un Litta, ammiraglio ai servigi della Russia e suo congiunto. Entra nella nostra società in un sontuoso ballo mascherato che un gran signore magiaro, il conte Giuseppe Batthiany, offre ai nobili di Milano: ella veste il pittoresco costume di contadina russa col cappello dal velo piovente fino a terra, abito rosso, maniche bianche. Alta, di forme opulente, dalle chiome corvine, dagli occhi d’un color verdastro più che voluttuoso, attira l’attenzione fra altre bellezze superbe, e l’Hayez la ritrae. Appassionata pei cani, ne alleva nel suo ricco appartamento di via Borgonuovo, un gran numero; si ricordano ancora i funerali da lei ordinati in onore d’una cagnolina,

Vergine cuccia delle Grazie alunna,

[83]

la cui salma fu accompagnata all’ultima dimora in giardino, da un corteo indisciplinato di altre cagne e cani, raccolti fra gli amici per rendere più solenni le estreme onoranze. Si parla ancora di una mascherata di gatti che l’eccentrica contessa lanciò per il corso un giovedì grasso, sotto un furiosissimo diluvio di coriandoli, de’ quali, nei carnevaloni avanti il ’48, si faceva un getto immenso, fantastico. Gelosa conservatrice delle sue carni, si bagna religiosamente ogni mattina in una vasca di latte. Non capisce nulla nulla di musica, e piglia fuoco per ogni musicista. S’innamora d’un oscuro baritono, bel giovane, certo Pery che a Como strilla alla peggio la parte di Carlo V nell’Ernani, e vuole sposarlo. Il “sommo Carlo„ sembra pazzo di gioia: immaginarsi che il pover’uomo passa dai digiuni forzati in una topaja alle sontuose mense della contessa in un appartamento principesco. Ma la contessa è condannata per augusti voleri a scontare il suo capriccio nuziale. Da questo momento, viene esclusa da ogni ricevimento a Corte: lo scandalo è enorme. Morto anche il baritono, per essere accolta di nuovo a Corte, la Samoyloff sceglie a terzo marito un conte dal quale si divide presto: prima si era accesa anche per il maestro Pacini, che dimenticò per lei la sospirosa principessa Paolina Borghese. I legami colla Samoyloff non giovarono troppo al buon nome dell’autor della Saffo; e i milanesi lo punirono fischiando le sue opere. Fra gl’intimi amici dell’eccentrica dama, va annoverato [84] anche Giangiacomo Pezzi, di cui si ricorda ancora il giornaletto I fiori, perch’egli v’intercalava in ogni numero fervidi omaggi poetici alle sue dive. Questo Giangiacomo Pezzi (figlio di Francesco Pezzi, il giornalista) avea raccolto un’eredità da uno zio mercante di porpore e, per reggere col lusso della Samoyloff, la sciupò tutta sfoggiando persino nell’intimità della cucina secchie d’argento. Un giorno, la contessa Samoyloff si trova nel salotto Maffei colla poetessa Giulietta Pezzi, sorella del tenero amico suo. Vederla, baciarla e sciogliersi in pianto per il dolce ricordo ch’ella le ridesta, è un punto solo. Se la stringe al cuore e più al suo volto.... ahimè con effetti pittorici veramente lagrimevoli; perchè quando la giovane scrittrice si toglie da lei, i presenti notano un doppio curioso spettacolo: il viso di Giulietta tinto di nero; e il viso della Samoyloff rigato da grosse lacrime dello stesso colore. La dama russa usava tingersi copiosamente, disperatamente, col nero-fumo le ciglia e le sopracciglia.... Questa manìa non l’abbandonò neppure in punto di morte. Sentendosi vicina a morire, supplicò la cameriera di tingerle dopo morta le sopracciglia con ogni diligenza, perchè altri non s’accorgesse che erano incanutite.

Non avendo figli, la Samoyloff aveva adottato una figlia del Pacini e un’altra ragazza che prima andò sposa al colonnello austriaco Aspas e poi al fratello del baritono di Como, Pery. Molti ridevano di lei, ma molti altri la benedicevano. [85] Nessun povero partiva dalle sue sale colle mani vuote. Quanti inventavano affanni e tragedie domestiche per commuoverla e strapparle sussidii! Una casa bancaria *** arricchita nel ladresco arruffio del periodo francese, venne salvata dal fallimento mercè la misericordia della Samoyloff.

A scopo di beneficenza, la dama russa volle recitare una sera al Teatro Re nelle Prime armi di Richelieu; mentre il canonico Ambrosoli (noto anche per una predica eloquente tenuta in Roma a favore degli Israeliti) sedeva alla porta d’ingresso per raccogliere le offerte dei generosi.

Spendendo ingenti somme in balli sfolgoranti, in cene, in beneficenze, la Samoyloff si trovava qualche volta in possesso di pochi napoleoni d’oro; eppure elargiva anche quelli ai supplicanti. Signora degna d’un trono pei modi squisiti, li spiegava tanto cogli ospiti più ragguardevoli quanto coi poverelli. E lo sapevano i molti suoi servi, incliti ladri, e il suo guardaportone ch’era un patrizio impoverito, l’ultimo (dicevasi) dei Pusterla.

La contessa Giulia Samoyloff morì a settantadue anni, nel 1875 a Parigi. Côlta una notte da malore mortale, se ne stava tutta sola nella sua camera con un cane; e questa povera bestia, accortasi del pericolo, corse ad avvertire uno degli amici di casa, uno dei tanti beneficati, che non volendo lasciare in balìa dei domestici la propria benefattrice, dormiva vicino a lei, pronto ad ogni soccorso. [86] Il cane saltò sul divano dov’egli riposava; senza abbajare, lo svegliò raspandogli il petto, e gli fece capire che una sventura stava per succedere; e ciò con un sentimento, con un’espressione quasi umana.

Morendo, la contessa Giulia Samoyloff lasciò ogni ricchezza all’ultimo suo compagno, un medico di Tolone; gli lasciò persino i ricami ch’ella soleva eseguire con arte sopraffina, mentre un giovane milanese (appunto quel beneficato ora professore di musica a Milano) andava leggendole libri e giornali nelle ore consacrate alla lettura.

Nel salotto Maffei, la Samoyloff andò solo nei primi anni allorchè esso era letterario, artistico ed elegante. Quando il carattere patriottico del salotto cominciò ad accentuarsi, ella non vi comparve più, non venne più ricevuta.

Clara Maffei non accoglieva alcun ufficiale del presidio austriaco, per quanto d’alto splendore di natali e per quanto colto: la contessa Samoyloff, invece, ne riceveva tutta una schiera, anche per il gusto di conversare nell’idioma di Goethe in cui era maestra.

La Maffei sorridendo raccontava un aneddoto riguardo a un giovane ufficiale austriaco che desiderava (prima del ’48, si noti) di farle una visita. La contessa gli fece rispondere che non c’era mai. Qualche giorno dopo, mentr’ella si trova sulla via a passeggio con un’amica, incontra l’ufficiale. E questi, che conosce l’amica [87] l’avvicina e fattole un rispettoso saluto, le dice:

— Come mai, signora, se ne va tutta sola?


Giuditta Turina, milanese, non istruita come la Samoyloff (che parlava e scriveva cinque lingue), potea vantarsi d’aver posseduto anch’ella il suo Pacini; anzi il fortunato rivale del Pacini; il creatore della Norma e della Sonnambula.

Era bella, di statura piuttosto alta, di capelli ed occhi castani scuri. Venne sposata sedicenne dal padre (un Cantù di Pavia, negoziante di sete) a Ferdinando Turina, possessore di vasti terreni a Casalbuttano, generoso verso i poveri ma di modi poco raffinati. La giovane sposa s’incontrò una sera con Vincenzo Bellini a Genova, al teatro Carlo Felice, nel palco d’una dama ligure, la marchesa de’ Lomellini Tulot; e si accese subito per lui. Cominciati a Genova, i loro amori divamparono a Milano, a Napoli, e nei silenzi di Moltrasio sul lago di Como.

Un fratello del marito lo persuase finalmente a separarsi da una donna ch’egli non potea render felice. La divisione avvenne, ma senza scene, senza scandali.

Al pari della contessa Samoyloff, Giuditta Turina non ebbe figli. Del marito non parlava mai con disprezzo: tutt’altro. Alla morte di lui si mostrò costernata (benchè non lo vedesse da quasi mezzo secolo) e vestì il lutto più stretto. I suoi vecchi visitatori si sentirono allora in obbligo di recarsi tutti a confortarla [88] là, in via Verri, nelle sue stanze a pian terreno, che mettevano in un piccolo giardino. Il 1.º dicembre 1871, questa notissima signora (che la contessa Maffei solo appena salutava per via) morì settuagenaria. Sia pace alla sua anima che in fondo era buona, e che inspirò un miracolo di grazia e di sentimento: La Sonnambula!

Una pennellata al quadro della società milanese prima del ’40, è data da una lettera di Giulio Carcano:

“Una celebre dama russa, le sue carrozze, i suoi cani erano il soggetto di mille discorsi. Molti signori sfoggiavano l’imitazione delle mode inglesi e francesi; e accanto a queste novità, si mantenevano in certe famiglie patrizie le antiche abitudini, le tradizioni di rispetto, di cerimonia, d’un certo sussiego spagnuolo, temperato dalla bonarietà ambrosiana. I gentiluomini bigotti e bonarii permettevano ai figli di ballare, ma dopo la recita del rosario.„

Ho qui dinanzi tutta una serie di briose lettere inedite di Luciano Manara, bellissima natura leonina, una delle più splendide che onorino la razza italiana. Son lettere famigliari alla donna gentile che portò degnamente quel nome glorioso. Esse rivelano parte dei costumi della società e mostrano la calma del periodo che precedette il ’48; quel sereno che non faceva sospettare la tempesta. Allora Luciano Manara veniva chiamato per la sua squisita eleganza il milordino.

[89]

Alcuni, ligii al passato, abborrivano con orrore dalle mode di cui parla Giulio Carcano. Andava famoso per Milano un ricco sacerdote, Ferdinando Della Croce, il quale conservò sino all’ultimo giorno di sua vita (che fu il 28 marzo 1855) la zazzera incipriata in uso fra gli ecclesiastici nel Settecento: si può vederlo nella copiosa galleria dei ritratti dell’Ospedale maggiore di Milano ch’egli beneficò morendo.

E ora che abbiamo osservato i dintorni del salotto Maffei, ritorniamovi: vi va Luciano Manara, e un eccelso amico di questi: Giuseppe Verdi.

[90]

CAPITOLO VII. VERDI.

Lettera di Giuseppe Verdi. — Giuseppe Verdi e Giulio Carcano. — Loro discussioni su Shakespeare. — Pensieri di Giuseppe Verdi sul vero e sul fantastico. — Nella pace di Clusone. — Un’anima.

L’amicizia ottiene un culto quasi religioso in casa Maffei. O amicizie nobili e alte, che non illanguidite per mutar d’anni o di vicende; amicizie nate nel giorno della gloria, del pericolo o del dolore, e non spente neppur dalla morte, poichè anco dopo l’ultimo addio, vivete nei cuori dei superstiti; con quale splendore siete fiorite in parecchie anime elette, in alcune anime grandi! L’amicizia che per la contessa Maffei alimentano Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi; Tommaso Grossi, Giulio Carcano e insigni politici del risorgimento d’Italia, sono l’elogio più bello non solo di quella gentildonna, ma anche di quei tempi tanto maggiori dei nostri; tempi in cui sacrificando agl’ideali dell’amicizia e alla patria, si obbediva alla voce migliore della coscienza.

[91]

Nella vita di Clara Maffei, il 1842 segna un punto luminoso. In quest’anno ella conosce Giuseppe Verdi, colui che le sarà amico fido e venerato e per il quale ella nutrirà sempre entusiasmi senza limiti, non solo in omaggio all’artista di genio, ma anche in omaggio all’uomo di carattere. Non è vero quello che si dice dell’inamabilità di Giuseppe Verdi. Certo egli odia l’infinita schiera dei seccatori e, come Massimo d’Azeglio, vorrebbe forse che ai dieci comandamenti fosse aggiunto, undecimo: non seccare; ma nel fondo è cortese, e alle care memorie la sua gentilezza si risveglia subitanea. Gli chiesi quando conobbe la contessa Maffei, ed egli mi rispose subito:

“Busseto, 14 giugno 1892.

Signor Barbiera,

“Poco, ben poco ho a dirle della povera contessa Clarina Maffei.

“Fui presentato a Lei nei primi mesi del 1842. Da quell’epoca i nostri rapporti amichevoli sono stati sempre eguali e costanti finchè Ella visse.

“Le lettere corse fra noi a maggiore o minor frequenza in sì lungo spazio di tempo non hanno nissuna importanza e non meritano di farne parola.

“Mi creda colla più sincera stima

“devotiss.

G. Verdi.„

[92]

Il sommo maestro fu presentato a Clara Maffei all’epoca memoranda del trionfo del Nabucco alla Scala (9 marzo ’42) che rivelava un genio nuovo, e di cui tutta Milano, stupita, commossa, parlava come d’un prodigio. Egli era un giovane modesto d’aspetto e semplice di modi. Al rovescio di tanti, e ahimè! troppi altri, non posava a genio. Giulio Carcano, col quale, in quello stesso anno, s’incontrò presso la contessa, imparò ad amarlo, riamato, d’un’amicizia profonda e indissolubile. Giuseppe Verdi e Giulio Carcano si trovarono, cinque anni dopo, entrambi a Clusone, nella valle Seriana, sul Bergamasco, dove la Maffei passava ogni anno l’estate, lieta di rivedere il cielo nativo, lieta di godere la pace campestre dopo il frou-frou (com’ella scriveva ad un amico) della città e dei ricevimenti del suo salotto cosmopolita.

Ospiti entrambi della contessa, Giuseppe Verdi e Giulio Carcano lavoravano liberi, quest’ultimo sotto qualche pianta, e Verdi solo soletto su un’altura ombrosa, e ivi, nella solitudine, nei profondi silenzii, quel Genio creava. Alla sera, i due amici si rivedevano e discutevano di poesia, d’arte. L’argomento preferito era Shakespeare, della cui immensità Giuseppe Verdi si mostrava ammirato e dei cui drammi Giulio Carcano approntava allora la traduzione poetica.

Nell’anno 1847, Giuseppe Verdi, rappresentò per la prima volta a Firenze il suo Macbeth sul libretto del Piave, e Giulio Carcano pubblicò [93] per la prima volta il Macbeth di Shakespeare nella sua linda traduzione. I versi del libretto del Macbeth non erano però tutti del Piave: alcuni erano stati aggiunti da Andrea Maffei, che poi compose per Verdi il libretto dei Masnadieri.

Le discussioni del maestro col Carcano, s’aggiravano un giorno sull’elemento umano e sull’elemento fantastico nel dramma. Il primo piaceva, e piace, a Giuseppe Verdi di gran lunga più del secondo. Sull’album della contessa egli lasciò, vergato di suo pugno, questo pensiero: “Il fantastico è cosa che può provare l’ingegno; il vero prova l’ingegno e l’animo.„

Nessuno più del meraviglioso maestro possiede il genio lucido e determinato: egli è natura artistica schiettamente, gloriosamente italiana. Nessun contorno indeciso: la stessa dolce mestizia e l’elegia, come nello straziante preludio del terzo atto della Traviata, ondeggiano entro limiti ben definiti. Le sue passioni non sono passioni di dèi o di semidei che contempliamo stupiti, ma che non ci toccano; sono passioni di cuori umani, che amano come noi, che odiano come noi, che piangono nella disperazione mortale. A proposito della scena del sonnambulismo nel Macbeth di Shakespeare, Giuseppe Verdi così diceva in una delle sue bellissime lettere inedite a Giulio Carcano; lettere che trattano spesso d’arte, scritte anch’esse in uno stile reciso e scultorio, dove neppure una frase è incerta, dove [94] neppure una parola è superflua: “Quanto hai fatto bene a tradurre in prosa come nell’originale il sonnambulismo del Macbeth! Hai detto benissimo: un epiteto, una parola, un’inversione poetica possono infiacchire il vigore del testo.„ È ben vero, ch’essendo il sonnambulismo un profondo turbamento nervoso, il linguaggio poetico non sarebbe fuor di luogo; ma si vede dalle parole di Verdi quale rispetto ei senta per Shakespeare, per la manifestazione del genio altrui. Il maestro, che molti e molti anni prima di musicarlo, accennava al Falstaff (lo rilevo da una sua lettera alla contessa Maffei), alludendo sempre a Shakespeare da lui definito il “papà di tutti„ diceva:

“Copiare il vero può essere una buona cosa, ma inventare il vero è meglio, molto meglio. Pare vi sia contraddizione in queste tre parole inventare il vero; ma domandalo al papà! Può darsi ch’egli si sia trovato con qualche Falstaff, ma difficilmente avrà trovato uno scellerato così scellerato come Jago, e mai e poi mai degli angeli come Cordelia, Imogene, Desdemona, ecc.; eppure sono tanto veri! Copiare il vero è una bella cosa; ma è fotografia, non pittura.„

A Verdi non sarebbe dispiaciuto musicare l’Amleto: Giulio Carcano desiderava di approntargli il libretto.

Nel ’48, allorchè il Carcano accompagnava il marchese Anselmo Guerrieri-Gonzaga a Parigi in una missione politica, vi s’incontrò [95] con Verdi: e il nuovo incontro fu affettuosissimo e ravvivò ancor più l’amicizia. La Maffei avvertiva Giulio Carcano ogni volta che il maestro passava per Milano, affinchè si trovassero da lei insieme, nelle prime ore della sera, quando riceveva nel suo salotto solo i più intimi, gli andeghée (i parrucconi) secondo la definizione meneghina d’uno di loro, uomo di spirito.

E i più intimi qualche volta giocavano alle carte!... Carlo Tenca (del quale ci occuperemo più innanzi) ricordava nel 1869 alla contessa quel piccolo gruppo solitario di giocatori d’occasione, fra’ quali primeggiava colla sua vigorosa testa di artista creatore Giuseppe Verdi. A proposito del lieto successo del Don Carlo, che si rappresentava alla Scala, e accennando non senza pungente tristezza agli oltraggi che un velenoso giornale distribuiva allora a intemerati uomini di parte moderata, il nobile patriota così scriveva da Firenze all’amica gentile:

“Leggo nei giornali che Verdi è a Milano e vi è stato accolto con festa. Manco male che per l’arte musicale il pubblico mostri un po’ di quella reverenza che non ha per altre cose. E fortunato il Verdi, il quale può diventare milionario senza suscitare l’invidia e la malevolenza degli stolti e dei bricconi. Quanti valentuomini invece fanno fatica a vivere poveramente e si beccano il titolo di ladri e di furfanti! M’immagino ch’egli verrà ogni [96] sera da voi nelle ore dedicate agli andeghée, e chi sa che non si risusciti il tresette come si aveva costume di fare tanti anni addietro! A pensarci, sono davvero tanti questi anni trascorsi dal tempo in cui si passava con Verdi un’oretta bisticciando al tavolino colle carte in mano. Suppergiù, un quarto di secolo!„

Giulio Carcano era ciò che Mazzini diceva di Carlo Bini: era un’anima. Egli visse solo pei più nobili affetti. Impossibile immaginare una macchia, una volgarità in quel carattere, che amava con purezza e devozione Dio, l’Italia, la famiglia, gli amici, il popolo, l’arte. Patrizio d’una famiglia originaria di Como, inscritta nella nobiltà milanese fin dal secolo XII, egli faceva onore al motto del suo stemma, che pareva trovato per lui: Sine macula et nive candidior. Questo discendente di feudatari palpitava per gli umili, ne descriveva le miserie con tenerezza quando il socialismo non le sollevava ancora con brutalità. Coloro i quali lo accusavano (e lo deridevano persino!) della sua facile commozione, non sapevano che questa nasceva al cospetto di dolori veri, dei dolori delle classi diseredate, di tutta la lunga schiera degli infelici, “al duro mondo ignoti.„ Certe sue storie mestissime non sono inventate, no; il fondo n’è vero, pur troppo! Non gli fu certo estraneo l’esempio del Manzoni, narratore anch’egli di due contadini oppressi dai prepotenti: e neppure un altro modello Il Vicario di Goldsmith: [97] ma il sentimento gli sgorgava spontaneo, sincero. Quel suo modo di scrivere sommesso come un affettuoso consiglio materno era adatto per insinuarsi nei cuori. Egli vedeva il mondo attraverso un velo di lagrime; pur non gli mancavano i fieri ardimenti e nell’arte e nella politica. Nella politica, alla vigilia delle Cinque Giornate spiegò un coraggio che la storia milanese ricorda; nell’arte, mostrò più che coraggio; si cimentò con Shakespeare traducendolo da cima a fondo.

Clara Maffei nutriva per Giulio Carcano come per Verdi profonda amicizia di sorella. Vedremo uniti questi due nomi, invocati quasi come genj tutelari, in una sua dolorosa risoluzione.

A Milano, la Maffei accoglieva una società svariatissima; a Clusone, invece, nella propria casa di villeggiatura, si limitava agli amici più intimi e a persone del luogo e dei dintorni formando ivi pure un salotto, molto semplice, peraltro, e modesto.

Clusone giace lontano una trentina di chilometri da Bergamo, in bella posizione, al vivo bacio dell’aria de’ monti, quell’aria purissima, salubre, dal Parini tanto invocata a Milano, e che ridava vigore alla contessa spesso stanca rifinita dai lunghi ricevimenti in città. Scavando nel suolo, si trovarono lapidi romane che attestano dell’antichità e dell’operosità del luogo. Una di esse accenna a un prefetto romano, dimorante a Clusone e incaricato di presiedere a una fabbrica d’armi. Il Fanzago [98] lasciò in Clusone, sua patria, uno dei famosi orologi da lui costrutti. E chi non conosce l’ampio affresco dipinto nel Quattrocento in un lato esterno dell’antico oratorio dei Disciplini consacrato a san Bernardino da Siena? In alto della pittura, emerge il trionfo della Morte; al basso, una danza macabra; pagina di consolazione ai miseri, che vedono trascinati ed eguagliati nel ballo spaventevole i potenti e i felici. Ma il tempo, critico inesorabile, cancella a poco a poco la ridda funerea, degna dei foschi eremitaggi settentrionali, e che contrasta troppo colla letizia del cielo italiano, colla pace dei dintorni.

[99]

CAPITOLO VIII G. PRATI — NICCOLINI — GIUSTI.

Giovanni Prati e le sue ammiratrici. — Giovanni Torti. — Storia dell’ispiratrice di Edmenegarda. — Il cardinale conte Gaysruck. — Giuseppe Revere. — Il marchese Giuseppe Arconati Visconti. — Il tipo del Marchese Colombi di Paolo Ferrari. — Giambattista Niccolini, la contessa Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzòli nata Trivulzio. — Giuseppe Giusti in casa Manzoni, nel salotto Maffei e sul lago di Como. — Suoi terrori. — Una pagina della polizia segreta. — Carlo Cattaneo. — Enrico Cernuschi. — Abati galanti. — Felice Romani ed altri letterati.

Giovanni Prati, alto, baldanzoso e ben chiomato, giunge a Milano nel fiore splendente della giovinezza e della fama; e vien subito presentato da Andrea Maffei alla contessa. Egli ha ventisette anni, ed è celebre per la sua Edmenegarda, che i giovani e le signore sanno a memoria.

Il Manzoni (che chiamerà i versi del Prati “fiori e fieno„), il Grossi e il Torti — la trinità poetica ufficiale di questo tempo — lo accolgono benevoli.

[100]

Giovanni Torti, il bel vegliardo, anch’egli di statura vantaggiosa, di maniere dolcissime, visita la contessa Maffei e, benchè romantico quasi come il Prati, sostiene nelle sue discussioni con questi la sentenza di Boileau, che piace al Manzoni: il n’y a de beau que le vrai. Il Prati ama il vero, ma il vero avvolto in una nebbia iridescente; egli detesta, come il cantor di Bassville,

L’arido vero che de’ vati è tomba,

e s’abbandona volentieri all’immaginazione, all’impeto dell’estro, del quale offre qualche prova in casa Maffei, recitando versi che sulle sue labbra suonano più che mai armoniosi.

Egli recita assai bene. “Recita come il Monti„ dice il Maffei. I due poeti, trentini entrambi, si scambiano abbracci e sonetti. Il Prati ammira nel Maffei l’“alta eleganza„; il Maffei ammira nel Prati l’“alto volo.„

Nell’album della contessa, il cantor d’Edmenegarda scrive una rapida ballata, Olga, che nella forma risente dell’improvvisazione e nel concetto s’annoda alle liriche allusive, nelle quali l’Italia è raffigurata in una vergine bella e melanconica, vittima a’ piedi del despota. Olga è più che bella,

Fior celeste, che matura

Fra le nevi in riva al Volga,

Fior che allegra al russo despota

L’aspre notti e i corti dì.

[101]

Aspri sogni e veglie dure

Ella alterna a ree giornate;

Pensa sempre a le pianure

Di Varsavia insanguinate;

Mira il padre.... e un lungo fremito

Le fa i labbri impallidir.

Ma sorgerà un giorno felice, un giorno di libertà anche per lei:

Oh, se è ver che il Dio di tutti

Questo giorno a te destina,

Sollevarsi udrai dai flutti

Dell’orrenda Beresina

Non più l’urlo de’ suoi martiri

Ferro e fuoco ad implorar;

Ma indomabile un accento

Di speranza e di preghiera,

Perchè passi in ira al vento

Quel pensier che in Dio non era....

Il nuovo bardo è circuito da signore, che desiderano di sapere un po’ del suo ormai celebre Dasindo e un po’ dell’origine dell’Edmenegarda. La più fervida ammiratrice di lui è forse Giuseppina Appiani milanese nata Strigelli, nuora del celebre pittore Appiani e figlia del consigliere di Stato Antonio Strigelli, per la morte del quale il Prati compone un epitaffio in ottava rima. Questa signora, amica dei maestri Donizetti e Bellini (il quale, ospite presso di lei in via Monforte, creò melodie soavi su un leggìo che tuttora si conserva), [102] risplende per la bellezza: passa per una delle più leggiadre donne d’Italia; e le sue forme, sospiro dell’Hayez, si manterranno, come quelle di Ninon de Lenclos, perfette sino all’età più tarda.

Giovanni Prati si dice nato a Dasindo. Egli è nato veramente a Campo Maggiore, meschino villaggio lontano mezz’ora da Dasindo, in quella valle trentina del Sarca da lui definita

Conca di freschi rivi, urna di fiori.

A Dasindo si mostra la casa paterna del Prati; ma il primo vagito del poeta echeggiò a Campo nello squallido refettorio d’un antico convento di frati zoccolanti, soppresso da Napoleone I: è là ch’egli è nato; e la sua famiglia non possedeva blasoni com’egli, al modo di Balzac, facea credere.

L’origine di Edmenegarda, di questo poema moderno, caldo di passione, che arieggia alla Parisina di Byron ma la vince nell’ampiezza e nel movimento, non è fantastica. Fu scritto molte volte (ed è esatto) che la protagonista, bella, e più che colpevole sventurata, è una Ildegarda, sorella di Daniele Manin, sposa a un Meryweather d’origine inglese dimorante a Venezia; ma non furono ancora detti i particolari curiosi della sua passione, che inspirò una delle più fiammanti poesie.

Una sera, il Meryweather davanti alla Manin (ch’era allora una ragazza) disse scherzando:

— Le donne sono capaci di tutti i sacrifici. [103] Non sarebbero peraltro capaci di tagliarsi i capelli per un uomo.

La mattina dopo, al Meryweather veniva recata una lunghissima e folta chioma d’oro: la chioma della sorella di Daniele Manin, la quale se l’era recisa offrendola all’uomo ch’ella amava. Questi le offerse sull’istante la mano di sposo; e le nozze, rallegrate dalla prole, furono per qualche tempo felici. Ma un altro fuoco dovea accendersi in quel cuore di donna, un fuoco di passione per certo Zanadio, veneto, il Leoni del poema. Non è vero che quei fosse abbietto come il Prati dipinse l’amante di Edmenegarda. Egli amò lealmente quella donna, la cui fulgida bellezza l’aveva ammaliato. Viaggiando a lungo con lei consumò dovizie che mai avrebbe chiesto alla donna de’ suoi sogni. Questa, un giorno, vinta dal rimorso d’avere abbandonato il marito e un figlio, si ravvide, si pentì e ottenne perdono. Il marito mai cessava di sospirare a quella fascinatrice che pur lo aveva amato sacrificandogli nel mattino dell’amore, come la fata d’una leggenda, i suoi capelli d’oro magnifici.

V’ha nature che, al pari di Byron, amano sinceramente più volte. Simili alla Salamandra della favola che viveva nel fuoco, esse vivono nell’amore. Travolgono talora nella rovina e nel pianto intere famiglie; ma talora hanno il potere di spronare a nobili, eroiche risoluzioni, anime che sotto il freddo sguardo d’altri spiriti si sarebbero congelate per sempre nell’inerzia o nella fatuità. La storia intima, [104] ignorata del risorgimento d’Italia e d’altri popoli conta a mille le passioni d’amore che ai gloriosi cimenti lanciarono giovani i quali senza quel sacro fuoco sarebbero rimasti a languire in paurosi riserbi. Certo si meritano ben diverso culto, culto imperituro, divino, altre anime di donne, di donne intemerate che amano con profonda, tranquilla, immutabile devozione e sacrificio: ma esse appartengono più al cielo che alla terra, ed è per questo che spesso il cielo le riprende troppo presto....

Indicibile l’entusiasmo, che Edmenegarda sollevò a Milano. Ai seminaristi che se ne beavano di straforo, i superiori proibirono il poema dell’amore colpevole: ed essi ricorsero infuriati in appello all’arcivescovo cardinale Gaysruck, che tosto concesse loro il permesso di leggere i versi armoniosi e passionati del Prati. Bizzarro, ma liberale e buono, questo cardinale conte Gaetano di Gaysruck della Carinzia. Fumava in casa la sua brava pipa di porcellana e per le vie incedeva con un pajo di rumorosi stivaloni. Non mancava alle feste di ballo ufficiali. Non amava i chiostri; e, tutte le volte che gli era dato, impediva che le fanciulle s’immolassero alla vita monastica. Non permise che alcun ordine religioso tenesse case nella sua diocesi fintanto ch’ei ne fu il capo, non volendo tollerarvi un clero regolare il quale, anzichè da lui, dipendesse dai generalati di Roma. Ebbe il merito di ripulire la diocesi dei preti [105] scagnozzi che Carlo Porta avea flagellati; e al nome di questo poeta satirico esclamava: Würde ein Monument verdienen! (meriterebbe un monumento!) Se un commissario di polizia si permetteva arbitrii in odio ai cittadini, lo mandava a chiamare, gl’infliggeva lunga anticamera, lo tempestava di rimproveri, e, se osava ribellarsi, conchiudeva: “Scriverò a Vienna!„ Tutti lo temevano, poichè scorrea nelle sue vene sangue imperiale e sapevano che a Vienna ogni suo desiderio era comando.

L’autore d’Edmenegarda, questo araldo del risorgimento, questo lirico il più ricco di estro apparso dopo il Monti in Italia, lasciò vivo ricordo in casa Maffei. Egli era un assorto, un nevrotico incosciente. Certi suoi atti strani, che i maligni giudicavano cattiverie, altro non erano che eclissi momentanee della sua coscienza al cui risveglio egli si doleva amaramente. A Padova, mentre la povera sua moglie era in agonia, ei danzava vestito da arlecchino, in un veglione. Così almeno s’afferma, benchè altri neghi. Certo il poeta soffrì assai alla morte della moglie Elisa, spenta nel fiore de’ 24 anni “santa di mansuetudine e d’amore„, com’egli la definì in un’elegia consacrata alla memoria dell’infelice.

Un po’ strano era anche il poeta triestino Giuseppe Revere, ben presto riconosciuto per uno dei più forti e patriotici ingegni della penisola. La sua poesia sospirò fra le prime il nome d’Italia. Alla contessa Maffei, sin dal 1839 [106] scrisse un Perchè? tutt’ora inedito, che preludiava alle battaglie della libertà, in strofe sonanti:

Dimmi se nella lance dell’Eterno

Che dei popoli pondera il destin,

È d’alcun peso l’ingoiato scherno

E l’impedito pianto cittadin;

Se il secolo che ascoso Iddio matura

Glebe infeconde anch’ei seminerà;

Se al dì dell’aspettata mietitura

Rosseggiante l’aurora surgerà?

E se l’unghia ferrata dei cavalli

Che a’ lenti verni appresero a nitrir,

Sempre calpesterà queste convalli

Che rinnovan co’ zeffiri il sospir....

Oh tu! che vieni dalla sfera santa

Ove raggia l’amor che tutto sa;

Mi disvela se un dì l’itala pianta

Rigogliosa tra noi s’infronderà....

Il Revere passava a Milano per uno de’ giovani più avvenenti; ed egli n’era sì rapito, che, una volta, all’osteria, cascò in un tranello de’ suoi amici burloni. Questi, eccitando appunto la sua vanità e il suo puntiglio col dirgli che in fine egli portava tanto di busto per reggersi diritto, gli fecero, mentre imperversava un freddo da cane, scoprir nudo tutto il torso, un bellissimo torso d’Apollo; onde poi e barzellette e risate e brindisi per ammansare le furie del poeta che, come avviene, [107] voleva canzonar tutti e non essere canzonato da alcuno. Una delle figure lombarde, che più divertivano il Revere, era il Gargantini, il più comico tipo della società, vero gentiluomo, per altro d’ottimi sentimenti, leale, benefico. La fama degli spropositi del Gargantini volò oltre la cinta daziaria, oltre l’Olona. Egli diceva: “oggi mi son chiuso aritmeticamente in casa.„ Dopo una discussione in cui lasciava parlare sempre gli altri, incominciava grave: “Ebbene, ora dirò io, e dirò meglio.„ S’atteggiava a poeta, e in una sua tragedia specificò esattamente (secondo la misura commerciale del tempo) la quantità di certo vinello spedito non so da quale re a qual vassallo:

Di vin vecchio un caval, cioè due brente.

Un’altra sua tragedia finiva con questa eroica risoluzione:

Tu esigi il sangue mio?... Prendi il suddetto!

Egli era, in una parola, il marchese Colombi della Satira e Parini di Paolo Ferrari.

Giuseppe Revere rassomigliava a Ugo Foscolo nella smania dei cavalli, del lusso, nelle vanterie, e nella potenza scultoria del verso spiegata in sonetti superbi: e di Ugo Foscolo andava tutto solo mormorando i Sepolcri nella silente via delle Ore, convegno dei mesti amanti. Come il Monti, componeva a letto, sul quale passava buona parte del giorno.

[108]

Qualche editore, per ottenere le pagine pattuite, dovea mandar da lui uno scrivano, cui egli, dal letto, senza ajuto alcuno di libri, dettava veloce, mai sbagliando un nome storico nè una data, in uno stile artificiato, in una lingua purissima. Un sant’uomo, venerato dalla Maffei e da tutti, il marchese Giuseppe Arconati-Visconti, — protettore nel Belgio dei profughi italiani e più che amico fratello del Berchet cui ospitò a lungo, — comperò in blocco non so quante copie d’un’opera del Revere per venirgli onestamente in aiuto; e il Revere giubilante acquistò subito con quella somma un agilissimo tilbury, in cui, troneggiando, facea clamoroso sfoggio pel Corso, in mezzo ai gaudenti sfaccendati che lo guardavano. Ora egli dorme l’ultimo sonno in quella Roma dove, quasi obliato, condusse gli ultimi giorni, querulo e caustico sempre ma non pentito d’aver consacrato il meglio dell’ingegno e della vita alla patria.

“Recatemi alla memoria dell’ottima vostra consorte. La Porcìa me ne ha parlato con riverenza ed affetto.„

Così Giovanni Battista Niccolini scriveva ad Andrea Maffei nel maggio 1845, l’anno stesso in cui venne a Milano Giuseppe Giusti. L’autore dell’Arnaldo da Brescia onorava in Milano sopratutto due dame: la Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzòli. Ma neppur con queste frenava gli scatti nervosi del suo temperamento facilmente eccitabile. A chi lo lodava [109] rispondea di non valer nulla e d’esser nulla; modestia della quale la Maffei sembra dubitasse un tantino. Il collerico poeta lo seppe e montò sulle furie; ma la sua burrasca passò presto al pari di tante altre sue, coronata dall’arcobaleno. Giovanni Battista Niccolini, desideroso di far pace colla contessa, s’affrettò a scrivere al Maffei:

“Mille cose all’egregia vostra moglie: io non mi raccapezzo, o a dir meglio non mi ricordo d’aver scritto mai parola ond’io mostrassi di credere ch’ella dubitasse di quella modestia che a me viene dalla coscienza: escono tante volte dalla penna come dalla lingua cose delle quali più non si rammenta. Accertatela che di lei non mi hanno parlato che in bene e assicuratemi della sua gentilezza a mio riguardo.„

L’ammirazione che donna Rosa Poldi-Pezzòli dei marchesi Trivulzio nutriva pel forte ingegno del Niccolini non le impediva di punzecchiarlo con grazia per le sue facili infiammazioni amorose. Come il Parini, così l’autor dell’Arnaldo sapeva essere galante, e de’ più raffinati, nell’espressione colle dame. Un brano di lettera inedita del Niccolini che si conserva alla Braidense (e diretta appunto alla Poldi-Pezzòli-Trivulzio) segna la misura de’ madrigali del poeta al sesso bello, madrigali allora coltivati anche dai più fieri poeti: oggi invece la galanteria di buon genere è fior raro, e le signore a ragione ne lamentano la scomparsa. [110] Avendole chiesto un autografo del Parini, il Niccolini scrive a donna Rosa:

“Le chieggo perdono dell’incomodo ch’io le reco con questi miei scarabocchi: ma un proverbio fiorentino dice che, se tu dài un dito, e’ ti piglian tutta la mano. E trattandosi della sua ch’è così bella, mi spiace d’esser lontano, e non poter farlo chè v’imprimerei un bacio di quel reverente affetto col quale io mi dico

Tutto suo servo ed amico

G. B. Niccolini.„

Donna Rosa Poldi-Pezzòli, figlia del marchese Giangiacomo Trivulzio e della marchesa Beatrice Serbelloni, era un’istruita signora amica d’artisti e di poeti. Rimasta vedova, arricchì, a proprio conforto, maggiormente d’opere artistiche quel museo che il marito, educato fin da’ primi anni al culto del bello e del raro, avea voluto formarsi con armi antiche, statue, e quadri, inestimabili tesori della scuola Leonardesca. Ella commise allo scultore Lorenzo Bartolini il gruppo Pirro che precipita Astianatte, e, prima ancora, la Fiducia in Dio, portento della statuaria, ispirato però dalla Maddalena del Canova, e che Giuseppe Giusti, appena arrivato a Milano, volle vedere e cantò nel celebre sonetto. Come mai un acuto osservatore qual’era il Giusti non s’accorse che il Bartolini non iscolpì già una [111] Maddalena penitente la quale si rivolge “a Quei che volontier perdona„, sibbene una fanciulla pura, purissima, che prega Colui che nulla ha da perdonarle? Ma in quel tempo il pensiero del poeta pativa chiaroscuri paurosi....

Giuseppe Giusti giunse a Milano nell’estate del ’45, accompagnato dal genero del Manzoni, Giambattista Giorgini, che tre anni dopo, ritornò qui, capitano, alla guerra di Lombardia. Il Manzoni e il Grossi gli fecero un’accoglienza festosa. Il primo lo ospitò per un mese in propria casa. L’autore dei Promessi Sposi gli diede subito per guida un suo figliuolo perchè lo accompagnasse a vedere le rarità di Milano: dal Duomo dove, sette anni prima, avveniva l’incoronazione di Ferdinando I, che al Giovenale toscano ispirò la più rovente satira civile; al tempio di Sant’Ambrogio, uno dei più vetusti del Cristianesimo, sotto le cui arcate severe il poeta udì risuonar sommesso, come una prece d’esuli addolorati, il coro dei Lombardi alla prima crociata:

O Signore dal tetto natìo....

eseguito da una banda militare austriaca, mentre i soldati della vicina caserma di Sant’Ambrogio ascoltavano in silenzio la messa.

Giuseppe Giusti non mancò di recarsi in casa Maffei per ossequiare donna Clara.

Appena entrato nel salotto, la contessa gli va incontro sorridente; ma egli appare freddo e malinconico. Le presenta una lettera del [112] marito Andrea che alcune settimane prima aveva incontrato a Firenze, e quasi non parla. La buona signora cerca di rasserenarlo con discorsi gradevoli: ed egli risponde appena. Il povero poeta giace sotto l’incubo d’un’ossessione, d’un’idea fissa e tormentosa, che non gli lascia pace. Essendo stato tre anni prima a Firenze morso da un gatto ha paura di morire idrofobo!

Alessandro Manzoni e il Grossi, che non ignorano la causa di tanta tristezza, cercano di rasserenarlo; ma invano. La marchesa d’Azeglio, i marchesi Trotti, don Alfonso Litta Modignani, la marchesa Carolina Litta Modignani nata Trotti gareggiano nel festeggiarlo, lo conducono sul lago di Como, lo fanno incontrare nel giardino Serbelloni coll’ottimo marchese Arconati; ma pure in quel paradiso, fra quegli animi espansivi egli è tutto ritrosie, preoccupazioni e muti terrori. “I Manzoni (scrive il 22 ottobre di quello stesso anno da Pescia a don Alfonso Litta Modignani), i Manzoni che m’hanno tenuto con loro un mese, sanno la pazienza e la tolleranza che bisogna mettere a uscita con me; e vi giuro che, quando penso a certe mestizie, a certi silenzi, a certi torpori che mi assalivano in quella casa, e mi tenevano lì come un insensato, ne sento vergogna e dispetto.„

Fra gli accenti lombardi, risuonasse almeno la voce dell’Amica lontana della bella ed eletta Cecilia Piacentini! Costei, buona e gentile, che soffriva quando sapea che il poeta amoreggiava [113] a Pescia colle popolane e a Firenze colle nobili, quanto più soffrirebbe nel vederlo qui triste e cupo!

Leggier desio, diviso in molti obbietti,

Ti prostra l’alma e non ti fa felice,

poetava con verità egli, che non sempre ci appare, lungo la sua vita quarantenne, incostante nell’amore. A Firenze rende omaggi alla contessa Eugenia Caselli, madre di Eufrosina Gamba che nella capitale toscana terrà un salotto ammodo; ma egli ama sopra tutti, sopra tutte, lei, la Cecilia, arrivando al punto da sacrificarle volentieri i carnevali fiorentini per andar a Pescia a ballare in certe misere stanze ove non c’è di bello che gli occhi azzurri della signora. Ed ora e balli e corteggiamenti e amori e amici e sorriso del lago di Como e speranze d’Italia, nulla possono in lui. Ah, l’idrofobia! La morte vicina, e quella morte!... Ma la tetra, orrenda fissazione svanirà, forse; il poeta vedrà ancora nitida e serena la visione delle cose belle, scriverà ancora col brio di prima.

Tommaso Grossi, impensierito per lo stato di Giuseppe Giusti, pregò un suo amico, l’alienista Andrea Verga, di esaminare lo stato del povero poeta. L’illustre medico, che in quel momento era fuori di città, vi ritornò premuroso e sollecito, per compiere il geloso ufficio; ma nel frattempo il poeta toscano era partito da Milano.

[114]

Nel 13 settembre di quell’anno, Andrea Maffei scriveva da Napoli alla moglie:

“Se il Giusti è tuttora a Milano, ringrazialo d’aver onorata la nostra casa, e digli che la parola non può ajutarmi quanto vorrei per esprimergli quanto io l’ammiri. Egli seppe e sa parlare ai sapienti ed al popolo, e questo è il sommo dell’eccellenza a cui giunge così di rado la poesia.„

Cesare Cantù mi diceva non esser vero che il Giusti a Milano fosse pedinato dalla polizia; e nelle “Reminiscenze„ su Alessandro Manzoni afferma che la polizia non lo conosceva neppur di nome.

Duolmi dover contraddire l’insigne storico lombardo. Nelle Carte segrete della polizia austriaca in Italia, pubblicate nel 1852 a Capolago da quell’animosa Tipografia Elvetica dalla quale celatamente si spargevano in tutta Italia tante pagine liberali ed eccitatrici, è riferito al terzo volume l’ordine dell’autorità superiore ai commissarii delle provincie lombardo-venete di tenere (cito le precise parole) “costantemente sott’una, bensì inosservata, ma velata vigilanza in tutte le sue direzioni e pratiche il letterato Giuseppe Giusti di Livorno(!) trattandosi d’un individuo di sospetti principii politici ed inclinato a tutto criticare.„

La legazione austriaca a Firenze aveva bensì concesso al Giusti un passaporto per un viaggio a Milano e a Venezia; ma come poteva [115] dimenticare ch’egli era l’autore del Dies iræ e dell’Incoronazione? Il poeta toscano non patì, peraltro, mai alcuna molestia a Milano, nè altrove. Nessun governo lo molestò mai. “Dichiaro che non ho mai patita veruna molestia nè per parte del Governo nè per parte del pubblico, e rigetto da me la nomèa di vittima e di perseguitato, tanto più che ò visto parecchi cercarla.„ Così Giuseppe Giusti confessava nel suo testamento ad Atto Vannucci; un altro toscano che onorava Clara Maffei.


Abbeverato alle larghe fiumane del pensiero civile del Romagnosi (“l’ombra che pensava„ della Terra de’ morti del Giusti); dotato d’una fulminea facoltà d’assimilazione, e d’una potenza rara nello scoprire nuovi rapporti nelle cose; pronto ad abbracciare tutto lo scibile e a trattarlo spesso con originalità di vedute e rapidità di penna; ingegno scientifico e nello stesso tempo poetico per eccellenza nel vestire le materie più aride d’un’attraenza aristocratica e popolare insieme, — aristocratica nello sfolgorio delle forme elette, popolare nella chiarezza; — Carlo Cattaneo nella società letteraria di casa Maffei prima del ’48 emerge; e non solo è piacente per il bell’aspetto giovanile, ritratto dalla fine matita di un’amica, Ernesta Bisi, ma anche per il brio, per il sentimento elevato che fa tralucere nella conversazione. Più tardi, le battaglie civili, le lotte politiche e i dolori domestici [116] velano quel buon umore, tagliano le ali alle sue barzellette meneghine, ma egli rimane una delle più complesse, più oneste e più elevate intelligenze italiane.

“La patria è come la madre di cui un uomo non deve parlare come d’un’altra donna.„ Questo pensiero egli scrive sull’album di Clara Maffei; e questo è il pensiero, il culto, che spesso ritorna nel Politecnico, fondato e diretto da lui sin dal 1837, data memoranda nella storia della cultura italiana e del giornalismo europeo; poichè il Politecnico, mercè sua, acquistò veramente nominanza europea, come il Caffè dei Verri, come l’Antologia del Vieusseux. Anima poetica, ammira la poesia, ma non scrive versi in tutta la sua vita; solo molto tardi, egli compone due quartine non già per Tizio o per Cajo, come nelle sue opere complete è detto, bensì all’indirizzo d’una sua giovanissima amica, Noemi Pezzi, che gli mandava parecchie poesie di varii autori, e ch’egli, musicista nato come il Mazzini, si dilettava a musicare improvvisando, senza pubblicarne ben inteso una nota; ma soltanto per proprio sfogo momentaneo, e unico lusso della sua vita laboriosa e travagliata.

Prima del ’48, Carlo Cattaneo interveniva nel salotto, con più frequenza, forse, di Luciano Manara e di quell’Enrico Cernuschi, il quale vi entrava nel suo singolare costume alla Robespierre: calzoni che lasciavano vedere calze grigie di lana, giubba donde uscivano [117] impertinenti i larghi risvolti bianchi del panciotto, scarpe colle fibbie, cappello di feltro dal pelo un po’ arruffato.

Carlo Cattaneo si trovava in buona compagnia in quel convegno, nel quale l’ingegno qualunque fosse, otteneva senza esitanze la maggior considerazione, fosse l’ingegno d’un patrizio o d’un cittadino nato di popolo.

In questa elevata distinzione, consisteva il carattere principale e la maggior forza del salotto Maffei: e la contessa Clara che la determinava col suo omaggio all’ingegno, mostravasi degna dei nuovi tempi.


Incontriamo di frequente nel salotto Maffei il buon Francesco Ambrosoli, docile, infaticabile filologo e letterato, apprezzato singolarmente dal Niccolini. Egli era cugino di quel canonico Ambrosoli che abbiamo visto al sèguito della contessa Samoyloff, nuova edizione riveduta degli abati da salons del secolo XVIII, causeur piacevolissimo, sacro oratore facondo e articolista assai noto dell’imperial regia Gazzetta di Milano. Sullo stesso taglio del canonico Ambrosoli era un altro tonsurato, Giuseppe Pozzone, che frequentava il salotto Maffei e ricercato in altri ritrovi della città e delle ville più per le sue simpatiche espansioni e pei suoi aneddoti mondani che per la robusta bellezza delle sue liriche ben tornite. Vediamo in casa Maffei un altro scrittore tanto prodigo di penna quanto il Pozzone ne è avaro, il professore [118] Antonio Zoncada; il quale un giorno, all’università di Pavia, comincia una sua lezione dantesca in cavernoso metro, con un preludio che mette in precipitosa fuga gli scolari: “Signori, Dante è un poeta che fa spavento!„

Frequenta il salotto anche Giambattista Bazzoni, novarese, l’autore dei romanzi Il Castello di Trezzo e Falco della Rupe, che lascia sull’album della contessa una graziosa fantasia sul teatro alla Scala, a proposito della ballerina Cerrito, di questa silfide del Sebeto, che poteva vantare tutta una letteratura in proprio omaggio e suscitò a Milano tal fanatismo che un giornale teatrale, il Pirata, delirava così: “Questa celebrità della danza partì lasciandoci compresi da meraviglia.... e guai a noi, guai a chi apprezza i sublimi artisti e il loro valore se non si avesse la speranza di poterla rivedere!...„ Povera Fanny Cerrito! Chi, fra coloro che ti applaudivano come pazzi, e ti inondavano di fiori e comperavano le tue pantofole per cento lire, poteva prevedere che saresti morta in un manicomio?...


Passa per il salotto Maffei il principe dei predicatori del tempo, il bassanese Giuseppe Barbieri, bel prete, idolo delle signore che affollano la chiesa di San Fedele senza poter afferrare metà di quello ch’egli declama nel suo stile fiorito, tanto esile suona la sua voce nel vasto tempio. Passa il mite poeta Samuele [119] Biava, che volgarizza per il popolo salmi e preghiere della Chiesa, in melodie popolari, encomiate dal Tommaseo: egli canta esuli, crociati, trovatori e (da buon bergamasco) cacciatori: canta persino e idealizza il contrabbandiere, sull’esempio di Byron che idealizza i corsari.

Antonio Gazzoletti, il futuro padre del dramma San Paolo, patriota integro, lirico di facile vena, compone un’ode agilissima per la Maffei. Il veronese Cesare Betteloni, agiato signore, cantor limpido del Garda, poeta del lutto, venendo a Milano non manca di riverire la contessa; la quale rimane atterrita allorchè apprende il suicidio dell’infelice poeta.

Non scordiamo l’aitante Gussalli, che frequentò assiduo il salotto Maffei sino all’ultima ora di questo, colla gentil compagna donna Costanza Antivari, che gli sopravvive. Egli fu l’editore diligentissimo di tutte quante le prose di Pietro Giordani, nume letterario di quei tempi; troppo esaltato allora, troppo dimenticato adesso; ma così è il mondo! Antonio Gussalli era il tipo del letterato dovizioso; epicureo intellettuale, imbevuto degli scritti di Rousseau, di Diderot e d’altri enciclopedisti francesi come della poesia leggera e piccante da rarità bibliografica, alla quale anteponeva peraltro quella muscolosa e austera di Giambattista Niccolini amico suo. Non bisognava parlargli d’audaci novatori, di wagneriani! Adorava Rossini, ogni pagina del Giordani, ogni impronta dello scalpello di [120] Lorenzo Bartolini, ogni scena della regale Ristori. Qualcuno del salotto osava forse dubitare sulle bellezze sovrane della Petite Messe solennelle dell’olimpico burlone di Pesaro? Una nebbia di cattivo umore scendeva sul suo volto fortemente scolpito simile al volto d’un senatore romano. Carlo Tenca colla fine sua arguzia scriveva scherzando alla contessa Chiarina: “Gussalli vuol morire d’una messa rientrata.„ Però anch’egli ne apprezzava il buon gusto e il provato patriottismo.

Da Vicenza veniva talora il poeta delle stelle e dei baci, Jacopo Cabianca. Egli brillava fra i pudichi adoratori del fuoco della contessa Maffei. Trovo parecchie sue poesie nelle quali invidia Andrea che avea piagato per primo il cuore dell’esimia gentildonna. Come s’aggirava volentieri colla elegante fantasia nel mondo roseo degli amori!

Chiamava la contessa Maffei sua “sorella„ tanto erano amici, e da tanti anni!

È probabile che nel salotto ponesse piede talvolta Felice Bellotti, l’insuperato traduttore dei classici greci, intatto classicista in una terra di romantici. Certo vi andava un altro Felice, il Romani, il più corteggiato dei vati, l’“immenso Romani„ come Rossini con iperbole un po’ canzonatrice lo chiamava volentieri. Andrea Maffei gli mandò un bel sonetto querelandosi dell’aspetto straniero che la poesia italiana andava assumendo sempre più, egli che colle versioni dai poeti stranieri alimentava appunto, senza volerlo, il desiderio [121] di trasfondere nelle vene dell’itala Musa un sangue diverso dal natio, impoverito, al dir d’alcuni, dalle lunghe prove!

Quante volte, o Romani, in questo gelo

Di pensieri e d’affetti, in questa vile

Frenesia di guadagno, alla gentile

Arte nostra nemica, io mi querelo!

Della musa, vo’ dir, che abbassa il velo

Taciturna e sdegnosa, o qual servile

Cortigiana del tempo, indole e stile

D’altro popolo assume e d’altro cielo;

Sì che labbro non move, o in strania vesta

Più vestigio e splendor della natìa

Casta antica beltà non manifesta.

E quella è pur, che bella, itala aprìa,

Colla virtù del verso tuo, la mesta

Anima di Bellini all’armonia.

Per un ventennio, Andrea Maffei a Milano, contava fra i potenti. A proposito di Vincenzo Bellini, fu egli che accolse benevolo per primo il maestro catanese e che lo raccomandò ai magnati della Scala perchè gli fosse conceduto il battesimo dell’arte: il Pirata fu rappresentato per le intercessioni del Maffei. Quanto la voce di questi fosse ascoltata, veggo anche dalle preghiere di soccorso che a lui innalzavano uomini non nati a pregare. Angelo Brofferio, l’irruente polemista e poeta piemontese, si sentiva commosso all’affetto che gli portava una giovane artista di singolare [122] ingegno su’ cui sentimenti patriottici l’autorità, come rilevasi dalle Carte segrete della polizia austriaca, vegliava. Quella dolorosa innamorata che conobbi ne’ suoi ultimi giorni ammirando quel criterio ancor sveglio e acuto, doveva lottare coi congiunti severi, col proprio affetto trascinante, colla polizia. Numerose e strazianti lettere scrisse allora ad Andrea Maffei Angelo Brofferio, che invocava patrocinio presso le autorità politiche di Milano affine d’ottenere da queste clementi riguardi verso la bella infelice degna di miglior sorte e verso di sè, desideroso com’era di recarsi qui da Torino per confortarla. Il Brofferio chiama il Maffei suo “benefico genio„; e certo in quell’occasione mostrò cuore, prestandosi ad alleviare le pene dell’amico. Il più dipendeva dal cenno del barone Torresani, direttore generale della polizia; e questi, memore e grato che il Brofferio avesse esaltati in uno de’ suoi fervidi articoli i fascini della ballerina Cerrito, alla quale bruciava anch’egli più di qualche granello d’incenso, si mostrò umano, cortese verso la giovane. Il 29 gennaio 1846, il poeta piemontese, che avea invocato anche il soccorso dell’attrice Carlotta Marchionni, scriveva al Maffei:

“Sono due giorni che la Marchionni ha scritto al cavalier Pagani pregandolo a concorrere anch’egli nel pietoso ufficio; e colla lettera della Marchionni, partiva anche una lettera di mia moglie, la quale rappresentava [123] al cavalier Pagani come la salute di tutta la nostra famiglia dipendesse da questo desiderato provvedimento del barone Torresani, al quale io stendo le braccia supplichevolmente... Voi siete il mio benefico genio, la mia santa provvidenza.„

Il provvedimento consisteva nel proteggere nel miglior modo la giovane trovandole decoroso collocamento.


Gli ammiratori del Maffei si moltiplicavano ogni giorno. Fra tutti, merita cenno speciale un bel tipo, degno di Molière.

— Senti, Maffei, gli dice un giorno un amico. C’è un tuo fanatico ammiratore che muor dalla voglia di esprimerti a voce tutto il suo entusiasmo. Vieni domani a mangiare una zuppa a casa mia: troverai il tuo ammiratore.

Al domani, all’ora fissata, questi si trova a mensa con Andrea Maffei, e, fra una cucchiajata e l’altra di minestra, gli vuota tutto l’emporio dei superlativi e delle lodi.

Il Maffei cerca di schermirsi dalla valanga degli elogi, quand’ecco l’ammiratore, mostrandogli d’aver attentamente pesata ogni più lieve particella delle opere del poeta, e cambiando la voce dal tono più acuto al più sommesso, si permette d’osservare:

— Ma qui, in questo punto, illustre cavaliere, non le pare che si sarebbe detto meglio così e così....

— Eh, forse!...

[124]

— E in quest’altro verso non pare anche a lei, cavaliere, che l’accento.... la sillaba.... Non so se mi spiego.... forse un po’ più di lima sarebbe necessario. Non le sembra?

— Eh! non si finisce mai; l’arte è lunga, sa bene.... Ars longa!...

— Qui poi, in coscienza, non potrei passarle questa espressione. Non mi pare sia della lingua purgata. E in quest’altro inciso del sonetto.... scusi, sa.... Secondo il Crescimbeni....

— Oh, ma chi mi hai presentato?... grida il Maffei all’Anfitrione, scattando in piedi come una furia. — E tu hai il coraggio di chiamarlo un mio ammiratore?

[125]

CAPITOLO IX. LA SEPARAZIONE.

Carlo Tenca. — Il conte Alessandro Porro. — La Rivista Europea. — Dove si preparò la rivoluzione del ’48. — La letteratura civile. — Andrea Maffei e Paride Zajotti. — Un grande amore. — Sonetto (inedito) di Carlo Tenca a Clara Maffei. — Giuseppe Ferrari. — Ultimi momenti d’un lombardo a Parigi. — Separazione di Clara e di Andrea Maffei. — Memorie della contessa. — La contessa Papadopoli nata Mosconi. — Vita nuova, salotto nuovo.

Ecco il momento in cui appare la nobile figura del pubblicista e patriota lombardo Carlo Tenca, l’uomo che suscitò il più profondo degli affetti in Clara Maffei, e che per un decennio fu il capo del salotto.

Carlo Tenca, che all’aspetto sembrava un patrizio della razza più rigida e più fine, nasceva a Milano il 19 ottobre 1816. Sua madre era una povera portinaja, amata da lui con tenerezza e umiltà. Nella miseria, ei cominciò sedicenne a trarre qualche frutto da lezioni che impartiva ad agiati coetanei: così tirava avanti negli studi e aiutava i suoi cari. Uno [126] de’ suoi primi amici fu il conte Alessandro Porro, sul quale ci lasciò una pagina notevole che riguarda la storia della patria: “Egli è stato uno dei primi amici della mia giovinezza, e con lui e con suo fratello Carlo (quegli che morì ostaggio in mano agli Austriaci vilmente assassinato al buio da uno sgherro) ho vissuto per molti anni nella massima intimità. S’è studiato e lavorato insieme, e la mente soda, pratica e robusta di lui, ha, io credo, giovato non poco al buon indirizzo della mia. Io frequentavo ogni giorno la sua casa, dove, dal Quarantadue in poi convenivano i più operosi e ingegnosi giovani di quel tempo. Fu in quella casa che si attese alla Rivista Europea, di cui si affidò a me la redazione; e fu là che si preparò la rivoluzione del Quarantotto. Sono tutte memorie queste che non si dimenticano.„

La Rivista Europea, sorta nel 1838 per iniziativa di Giacinto Battaglia, raccoglieva il meglio che negli studii compievano i più serii ingegni di Milano: essa fu la madre di quel settimanale Crepuscolo, che il Tenca, solo, fondò poscia, diresse e compilò per un decennio di gloriosa resistenza contro lo straniero, spiegandovi il suo ingegno acuto, rettilineo, il suo carattere inflessibile, il suo cauto ma tenace sentimento patriottico, il suo odio profondo contro ogni fatuità della letteratura, che egli, per qualche tempo mazziniano e continuatore della scuola del Mazzini, voleva fosse esclusivamente letteratura civile.

La Maffei lesse ben presto la rettitudine di [127] quell’animo, che, a sentirne le argute celie, si sarebbe detto incline a scherzare su tutto, piuttosto che a meditare sulle gravi questioni.

Ella ebbe un giorno una visita di lui nella propria villeggiatura di Clusone. Carlo Tenca ne partì con un sentimento, il quale era più che l’amicizia.

Ne fa fede una lunga lettera inviata nel novembre del 1844 da Carlo Tenca alla contessa.

Per la prima volta in quella lettera, Carlo Tenca lascia il lei per il voi: parla di Lecco, la graziosa città del Lario, dove allora in autunno soleva raccogliersi tutta la società elegante e galante; scherza un po’ su sè stesso; tocca d’un nobiluomo milanese canzonato con garbo da una bella; e tocca d’altri ancora; pure nel dedalo delle divagazioni un filo segreto lo conduce a un cuore che sarà suo.

È una lettera psicologica, alla quale molte altre seguirono, tutte improntate d’un sentimento gentile, cavalleresco, che gli uomini pari a Carlo Tenca serbano alla donna eletta anche dopo lunghi anni trascorsi nell’intima confidenza.

Alludendo alle conversazioni passate fra loro, egli scrive alla contessa:

“Io penso pur sempre a quelle dolci veglie, in cui rinacqui con voi alla poesia dalla vita e gustai l’intera pienezza del sentimento. Le labbra possono ben comporsi al sogghigno; ma il cuore si risente tuttora di quel [128] solitario entusiasmo, che lampeggiò in me come una rivelazione.

“Vi fanno meraviglia queste mie espressioni?... Che volete? Quel benedetto entusiasmo m’ha spuntato la penna: il sentimento mi trabocca da ogni lato, e, mio malgrado, son divenuto poeta. Tant’è vero che a Lecco, in mezzo al vivere scioperato e cittadino dei villeggianti, al cospetto d’una natura amenissima e piena di dolci ricordanze, io stetti quasi sempre rinchiuso nella mia camera a poetare. Ridetene pure, mia buona amica; ed io stesso ne rido. Ma il fatto è che, invece di salire que’ gioghi, ch’io amo tanto; invece di cullarmi su quelle acque così limpide, così tranquille, passai il tempo a leggere il Chénier, a tradurne alcuni brani che Dio me li perdoni, e a sfogare in tristissimi versi il tumulto dell’anima. Questo è un misfatto di lesa assennatezza, ch’io non commetterò mai più, e di cui ho imposto a me stesso le più severe punizioni. E la prima è quella di confessarmene dinanzi a voi, in onta all’orgoglio che mi comanda il silenzio. Ma tant’è; in quei giorni io non era più padrone di me medesimo. Lontano da tutte le torture sociali, ho provato in me quasi un nuovo impeto di giovinezza; ho sentito il cuore rinverginarsi e credere, ho provato ciò che da molto tempo non provava più: la pienezza del vivere. Io ero intero ne’ miei sentimenti, ne’ miei sogni, nella mia fede, nella balda confidenza di me medesimo; e la trasformazione sarebbe stata compiuta, se.... [129] se non avessi dovuto abbandonar così tosto quei luoghi.

“Capirete che ora non parlo di Lecco. Qui si ciarla, si fuma, si giuoca al bigliardo, si ozia al caffè ed al teatro, e si muore letteralmente di noja. Che so io? M’è parso di respirarvi l’atmosfera della Corsia dei Servi, e son fuggito a tutte gambe. Non c’era nulla che potesse destare la mia curiosità, neppure le aspirazioni sentimentali di V.... a cui s’è allungato il naso di due spanne, condotto con garbo da una bella ed astuta signora. Il mercoledì, dunque, dopo una splendida festa di ballo, in cui si raccolse il fiore dei villeggianti circonvicini, salii l’imperiale della diligenza e me ne venni difilato a Milano. Debbo dirvi però che mi vi chiamava anche la malattia di mio fratello, non tanto perchè fosse gravissima, ma perchè poteva richiedere la mia presenza. Non era bene ch’io mi divertissi e gettassi danaro, quando altri poteva aver bisogno di me. E perciò son venuto, ed ora alle tante mie fortune sto forse per aggiunger quella di aver un fratello infermo e inetto a qualsiasi occupazione. Basta, mi vi son rassegnato, e Dio e la mia penna provvederanno. Non ho mai avuto tanto coraggio e tanta lena come adesso.

“Di Milano non so dirvi altro se non che qui la vita materiale opprime da ogni lato il cuore. Voi beata che respirate ancora l’aria pura e balsamica dei vostri monti, che potete darvi in braccio ai vostri sogni nella [130] quiete della solitudine. Deh, salutate per me quelle alpestri cime, e, s’egli è vero che la memoria dei giorni colà trascorsi vi stia tanto nel cuore, custoditela gelosamente, e non lasciate che l’atmosfera cittadina e lo strepito dei circoli ne appannino la purezza. Noi la ritroveremo nel venturo anno fresca e sorridente, come l’imagine d’un sogno appena interrotto, ed ella ci sarà refrigerio e conforto nell’ingrato pellegrinaggio della vita.

“Avviati per diverso cammino, avremo ancora almeno un punto di riunione e di riposo, ove, spogliate le sociali apparenze, potremo mostrarci quali siamo e, nel ricambio dei nostri dolori e delle nostre speranze, acquistar lena a proseguire. Questo pensiero mi appare tanto lusinghiero, ch’io sento il bisogno di ringraziarvi a mani giunte dell’amicizia da voi così benignamente profertami.

“A ciò solo io limito i voti che voi fate per la mia festa, e ancora mi pare di chieder troppo. Egli è che voi non sapete quanto sia dolce l’aprire il proprio animo per chi da molti anni ha vissuto solitario ed inesplorato anche in mezzo alle facili simpatie. Voi parlate di gratitudine; ma a me spetta invece ringraziarvi d’avermi reso intero a me medesimo, d’avermi dato la coscienza dell’interno mio sentire....

“Non so che dire: Momo s’è dato al serio. Se cito questo verso del Giusti, non è già coll’intenzione di fare un bisticcio sul fiume Serio, il quale è diventato per me il re dei [131] fiumi‍[5]; ma soltanto per confortarmi coll’esempio di quel sublime derisore dell’umanità. Ed io pure ripiglierò il mio costume di satireggiare; ma voi non vi lascerete ingannare da quell’apparente scetticismo. Voi sapete che anche in mezzo al riso havvi in me un istinto generoso, che m’induce a sperare nel bene, e mi comanda d’andarne in traccia; sapete che nel fondo del mio cuore si cela un sentimento che non è nè dubbio nè derisione, ma fede e sacrifizio. E il riso stesso, credetelo, può essere talvolta l’abnegazione di chi sente profondamente le miserie della vita e col pigliarle a giuoco si studia di farle parer meno gravi agli altri. L’abnegazione di chi camminando sull’orlo d’un abisso, saltella spensieratamente per scemare ai compagni lo spavento della via.

“Ma io seguito a parlarvi di me, come se valesse la pena di darmi ascolto, e non aveste altri pensieri che debbono occupare la vostra attenzione!„

Sono questi i brani più espressivi della lettera, che rivelano quell’ammirabile carattere.


Una crescente inquietudine invadeva lo spirito della contessa. Ella sentiva sempre più una forza invincibile allontanarla dal marito.

Questi contrastava, oltre tutto il resto, con troppe sue idee, e anche co’ suoi sentimenti [132] patriottici. Il poeta devoto alle autorità costituite, ossequioso verso il barone Torresani, il conte Bolza e Paride Zajotti, non pensava che costoro, in fin de’ conti, erano i più feroci inquisitori dell’idea italiana; la quale andava guadagnando sempre più le menti, ed animava gli amici più intimi e più cari della gentildonna e lei stessa. Per citare un fatto, Clara Maffei si era recata un’estate ai bagni di Venezia presso l’ottima amica Teresa Papadopoli; e un bel giorno si vide arrivare.... che cosa mai? Una lettera del marito, il quale la pregava, ov’ella andasse a Trieste, di recarsi alla casa di Paride Zajotti!.... La contessa non ascoltò certo la preghiera; conservò (si capisce perchè) quella lettera, la quale allontanava sempre più ogni speranza di possibile buon accordo coll’uomo ch’ella avrebbe pur voluto amare, e di cui sapeva apprezzar tutte le qualità lodevoli. Poichè i nemici di Andrea Maffei (ne ebbe tanti!) esagerarono a questo riguardo coi più neri racconti la portata delle cose, ecco, in omaggio alla pura verità, il suo scritto, nuova scintilla ed esca all’incendio che covava da più tempo per un insieme di circostanze e di fatti, non ultimo de’ quali (devo dirlo?) il giuoco, ne’ cui vortici il Maffei, come già il Manzoni da giovane e Ugo Foscolo, si lasciava trascinare profondendovi somme non lievi. La lettera d’Andrea Maffei reca la data del 3 luglio 1842:

[133]

Cara Clarina,

“Aggiungo alla lettera che ieri ti scrissi una preghiera. Se vai, come dici, a Trieste, tu non puoi dispensarti dal visitar la moglie del presidente Zajotti. Egli probabilmente con tutta la sua famiglia sarà nel mese corrente a Recoaro e potrai lasciare alla porta un biglietto; se no, fa questa visita, dalla quale non posso esimerti senza rompere apertamente con un uomo a cui si legano le memorie della mia gioventù e di cui non posso individualmente lagnarmi. Venezia e Trieste non sono Milano; e gli odii che bollono qui contro di lui sono ignoti o dimenticati costà. Spero che non vorrai disdirmi questo favore e caramente ti abbraccio

il tuo Andrea.„

I contrasti d’opinioni e di simpatie si accentuarono sempre più; e fu in mezzo ad essi che apparve a Clara Maffei la figura di Carlo Tenca.

Già un altro degli amici del salotto, Ferdinando De Lugo, lo stesso che incontrammo con Balzac presso la contessa Maffei, nutriva per questa dama gentile, e da lungo tempo, più che amore, culto profondo, passione elevata, suscitando in Andrea, che se n’era accorto, forse non ombre di gelosie, bensì ombre di malumori.

[134]

Ferdinando De Lugo, d’aspetto aristocratico, di maniere squisite, nato a cose più che comuni in onore della patria, rivelava — e si comprende dalle sue lettere — un sentire che non è di tutti. Egli fu uno dei tanti naufraghi della rivoluzione; uno di coloro che, degni di emergere dalla folla, ne rimasero sopraffatti, travolti, e lasciati in un angolo solitario. Sarebbe riuscito un eccellente ambasciatore d’Italia; e del diplomatico egli aveva difatti l’impronta. S’accese per la contessa Clara Maffei, appena la vide: un vero colpo di sole!

Certo non era impotente la psiche (secondo l’espressione oggi di moda) della gentil donna lombarda. Non lo avreste detto vedendola così esile, mezzo sprofondata nella sua poltroncina, con quell’aria mite e triste, quale Carlo Tenca la descrisse mirabilmente in un sonetto milanese, tuttora inedito:

Sura Chiarœu, quand lee l’è lì setada

Dent del so poltronin, comè in scruscion,

Con quel so fa de stracca e rassegnada,

Come vuna che cova un gran magon;

No soo, mi pensi a on’anima borlada

Giò in fall dal ciel in de sto mond birbon,

A on quaj angiolin pers, fœura de strada,

Che sent el cruzzi de la soa preson.

L’è on angiolin, el so ben, bell, graziôs,

Anch quand la rid, no gh’è chi no le dis:

Ma s’ciao, quand l’è lì smorta e senza vôs,

[135]

Coi œucc che cerca in alt, me sa duvis

Che propri in quel vardà, tutt cœur, pietôs,

Ghe sia quajcoss che squaja el paradis‍[6].

Al pari di Carlo Tenca, Ferdinando De Lugo fu uno dei tipi più serii, più alti di cavalleresca devozione. Egli non dimenticò mai, in tutta la sua vita, l’amica della sua giovinezza. Allorchè l’infelice, solo, desolato, lungi da lei, lungi dalla patria, in terra d’esilio, nella tumultuosa Parigi, era prossimo a morire d’una paralisi atroce, rivolse commosso ancora a lei per l’ultima volta il pensiero, come a un’immagine consolatrice. Son rari questi affetti perenni, queste devozioni costanti verso il proprio ideale, che nei giorni dell’abbandono arride di nuovo, benchè mestamente, colla dolcezza d’una primavera.

“Tutto invecchia per me, fuori che il mio affetto per voi. Ripenso sempre ad una corsa [136] sul Lago di Como, saran venti anni, ai primi di maggio. Di tutte le perdute memorie della mia non più giovane vita, è questa la sola ch’è ancor viva nel mio cuore.„

Così le scriveva Ferdinando de Lugo, mortalmente malato!

Il filosofo Giuseppe Ferrari, continuatore di Vico, informava da Parigi la contessa sugli ultimi giorni del De Lugo che non ostante le cure affettuose d’un medico emigrato veneto, spegnevasi in quella metropoli sulla fine del luglio del 1862: e un’amica carissima della Maffei, donna Costanza Gussalli nata Antivari, spettatrice pietosa degli ultimi spasimi e delle ultime lagrime del poveretto al ricordo dell’amica lontana e amatissima, aggiungeva a quelle di Giuseppe Ferrari altre notizie; tutte prove che in certe anime l’amore trionfa d’ogni delusione più amara e d’ogni strazio.


È facile immaginare la procella de’ sentimenti diversi che alla vigilia d’un passo decisivo agitava l’animo di Clara Maffei. La sua convivenza col marito non poteva certo continuare. Ella chiese la separazione: e, di buon accordo con lui, l’ottenne.

Il 16 giugno 1846 si divisero con atto notarile steso da Tommaso Grossi, il quale, da esperto letterato e notajo, trovò una formola decorosa per velare gli attriti fra’ due conjugi. Giulio Carcano e Giuseppe Verdi furono testimoni all’atto.

[137]

“Trovandosi la signora contessa Chiara Maffei nata Carrara-Spinelli, per ragione di salute nella necessità di assentarsi per lungo tempo da Milano, e non volendo per sua delicatezza porsi in istato di dover abusare, come ella dice, della conosciuta generosità del di lei marito coll’aggravarlo del maggiore dispendio che importerà l’andamento di due case separate, di pieno accordo col medesimo, si conviene e stipula quanto segue:

“1.º Col giorno 16 corrente giugno in cui la signora contessa Chiara Maffei si ritirerà nella sua casa di campagna di Clusone, cesserà la di lei convivenza col marito....„

Così Tommaso Grossi nell’atto, che prosegue, e a cui dopo mezzo secolo non è, parmi, irriverenza accennare, per istabilire alla fine la verità tante volte alterata.

La contessa partì per Clusone; e Andrea Maffei per Venezia. Nella questione d’interesse, come in tutto il resto, il Maffei si comportò assai nobilmente. Molto egli sofferse del distacco; e a Venezia dove altri credeva egli potesse presto lenire nella lontananza la ferita, esprimeva con lagrime tutta la sua amarezza all’amica d’infanzia della moglie, alla buona contessa Teresa Mosconi, sposa al conte Spiridione Papadopoli

Essi tenevano insieme lunghi colloquii nelle sere di quell’estate, in piazza San Marco, al caffè Florian. Le lettere della Mosconi-Papadopoli alla Maffei sono echi appassionati del dolore che il poeta provava per la perdita d’una compagna, la quale avrebbe potuto abbellirgli la vita; d’una compagna della quale, solo perdendola, [138] cominciava a conoscere il valore, le qualità preziose. In una delle sue assennatissime e calde lettere la contessa Papadopoli diceva alla sua amica:

“Andrea non ti suscita nemici, e anzi fa di tutto per conservarti le sue amiche. Son sicura altresì che tu non credevi ferir così mortalmente tuo marito separandoti da lui: conosco il tuo cuore che si sarebbe certo continuato ad immolare piuttosto che render Andrea così infelice. Egli stesso, forse, non sapeva quanto tu gli eri necessaria, quanto perdeva perdendoti. Egli era cieco; dormiva sopra un precipizio; il suo destarsi fu terribile: io lo capisco molto bene e ne ho compassione. Infatti, mia cara, quale avvenire per lui?... Egli, sì improvvido nella sua economia; avvezzo ad un ménage sì comodo, ad un chez-soi così aggradevole, ora che la sua salute e la sua età stavano per fargliene gustar le dolcezze!... Che cosa vuoi?... Ti confesso che ne ho compassione e che le sue lagrime mi hanno commosso: perdonamelo! Forse quando tu mi esporrai i tuoi dolori, le tue torture, la mia compassione per lui si diminuirà; ma, per ora, devo creder la sua colpa ben grande se ha meritato questo castigo!„

Anche Clara Maffei soffriva della separazione. Inviò al marito una dignitosa, mestissima lettera d’addio; e, sul proprio album, scrisse una pagina, in cui geme un cuore [139] deluso, ma non pentito della risoluzione irrevocabile alla quale dopo un’intima lunga tempesta era alla fine venuto. È così delicata, e così bella nel dolore questa pagina che merita d’essere apprezzata dagli spiriti gentili e conosciuta da chi non crede si possa serbare incolume la propria dignità in simili conflitti:

“Martedì, 16 giugno 1846.

“Esco dalla casa maritale col cuore addolorato, ma colla coscienza sicura, perchè, se Dio m’ajuta, questo passo fatale non sarà che il principio d’una vita tranquilla; e per mio marito, pel quale avrò sempre della stima e dell’affezione, potrò diventare una tenera sorella.

“E voi, amici miei dilettissimi, Saulina, Carcano, Verdi, Guerrieri, Bellerio, Belli, Ninetta, che tanta parte prendeste a’ miei dolori, che così efficacemente mi proteggeste, possa la mia vita provarvi che nel giudizio amoroso che formaste di me non vi siete ingannati; possa io essere sempre degna della vostra amicizia che sarà in avvenire quasi il solo mio conforto; guidatemi, consolatemi e saprò sopportare ogni sciagura, se a voi sarò vicina. Iddio vi benedica: io lo implorerò ogni giorno per voi tutti ed anche per chi può in questa occasione avermi abbandonata....

“Madre mia, Ottavia mia dilettissima, vegliatemi, onde la mia esistenza sia quale mi propongo di condurla, o chiamatemi presso di voi.„

[140]

In seguito alla separazione, avvenne, naturalmente, un cambiamento nel salotto. Alcuni, ch’erano più amici del poeta, dileguarono; altri rimasero fedeli alla contessa e ne difesero a spada tratta la riputazione così facile ad essere lacerata dai malevoli, quando una signora è costretta a separarsi dal marito.

Ai vecchi elementi conservati del salotto, bisognava aggiungerne di nuovi; ma occorreva molto giudizio. Anche su questo, l’ottima Teresa Mosconi-Papadopoli diede all’amica preziosi consigli:

“Tu sei sempre ed in tutto troppo buona, ecco il tuo male; ma ora che rinnovi la tua società, va cauta, e fa anche qualche sacrificio di cuore alla tua riputazione: accetta questo consiglio dalla tua sorella-mamma. Ricòrdati ch’io ti ho accolta nelle mie braccia bambina, che ho asciugate le tue lagrime e quelle della povera tua madre, quando v’imposero il crudel sacrificio di separarvi; ricòrdati che la povera Ottavia ti ha raccomandata al mio cuore, ed ha reso santo il mio affetto per te. A questo titolo ascolta e rispetta i miei amorosi consigli.„

Sento il dovere di accennare ai particolari della separazione de’ coniugi Maffei, perchè essa non va assolutamente confusa colle volgari separazioni che contristano la società moderna. Da essa ebbe origine la fase più seria, più notevole dello storico salotto. Con [141] Andrea Maffei, il salotto sarebbe continuato col suo carattere letterario, artistico, elegante; non sarebbe mai divenuto un salotto politico, patriotico, fino al punto al quale lo condusse Carlo Tenca.

Nel 1846, si chiude di fatti lo smagliante periodo letterario e artistico del salotto Maffei, e si prepara il periodo politico, così drammatico ne’ suoi entusiasmi e ne’ suoi conati.

Dal ’42, il salotto era passato dalla via Monte di Pietà a un appartamento nel secondo piano al numero 2 della tranquilla piazza Belgiojoso, vicino alla casa che si dice fosse dimora di Giuseppe Parini e vicino a quella abitata da Alessandro Manzoni. Nel ’46, la contessa, separata dal marito, si trasferì in via del Giardino, ora via Alessandro Manzoni, al primo piano della casa al numero 46; e, dal ’50 in poi, portò il salotto al numero 21 della via Bigli.

Quelli che Shakespeare definisce “i semi dei tempi„ già maturano. I patrioti si raccolgono in casa Porro, ed altrove; alcuni si raccolgono presso Clara Maffei, che, coll’indole sua socievole ed espansiva, e colla sua intelligenza, non avrebbe potuto condannarsi all’isolamento e alla morte del pensiero.

[142]

CAPITOLO X. NEL QUARANTOTTO.

Le dame milanesi in casa Borromeo. — L’alta società austriaca a Milano. — La Essler. — Nel salotto Maffei cominciano due correnti di idee in conflitto. — Il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga e il conte Cesare Giulini della Porta. — Cesare Correnti. — Agostino Bertani. — Eroi eleganti ed eroi religiosi. — Ancora Cernuschi. — Manara, Morosini, Carlo De Cristoforis e i due Dandolo. — La principessa Cristina Belgiojoso. — Clara Maffei e Mazzini.

Alla vigilia della rivoluzione delle Cinque Giornate, il salotto Maffei, in via del Giardino, appare profondamente mutato. Non più affollati ed eleganti ricevimenti, non più brio. Più che alla letteratura e all’arte, si pensa alla patria; e a questo pensiero — luttuoso pensiero per una morta adorata che si vuole far risorgere dal suo sepolcro viva ancora, grande ancora — le anime si torturano e le letizie si velano. I sentimenti che scaldano il cuore dei pochissimi, i quali si raccolgono intorno alla contessa, sono i sentimenti di Mazzini, [143] fiamma altrice del risorgimento, sprone a correre la via del dovere.

Giuseppe Mazzini esercita ancora i suoi fascini nella gioventù per le pagine caldissime che la sollevano ai forti ideali e fanno sembrare più meschina la vita dei giovani d’indole meno generosa sviati dietro al fluttuare dei veli voluttuosi delle ballerine. L’eminente ingegno letterario del Mazzini, scrittore di pagine le quali, anche oggi, emanano un calor di densa vita fremente, un bagliore d’incendio segreto che serpeggia di frase in frase cercando una via d’uscita trionfale, un non so che di sacro e di misterioso come d’una catacomba abitata da un profeta che mesto e grave vaticini; quell’ingegno, dico, quelle pagine ispirate e ispiratrici non possono non ammaliare alla vigilia d’una riscossa le anime italiane più poetiche, alla cui sensibilità il romanticismo contribuisce non poco.

Il salotto Maffei è divenuto patriottico, ma non è ancora così spiccatamente politico come negli anni che seguirono il ’48.

Al principio di quell’anno parecchi Milanesi non vogliono più fumare i sigari, monopolio del Governo; ed ecco, nel 3 gennaio vengono slanciati sulle strade gruppi di soldati che marciano fumando con aria di sfida. Il popolo li fischia: i soldati sguainano le sciabole, menano colpi alla cieca e numerosi cittadini cadono vittime.

Cinquantadue gentildonne milanesi si raccolgono allora in casa Borromeo per soccorrere [144] le vittime e le loro povere famiglie; girano per la città di porta in porta affine di raccogliere i soccorsi, i quali sono atto di carità e protesta insieme. La contessa Maffei gareggia con altre dame benefiche nel raccogliere l’obolo della pietà anche fuori di Milano. A Venezia, due giovani dame, la contessa Giustinian nata Michiel (carissima amica della Maffei) e la marchesa Bentivoglio nata Da Mula, imitano le signore milanesi raccogliendo le offerte che vengono trasmesse al Comitato di Milano composto in gran parte d’amici della Maffei.

Intanto, nell’alta società austriaca a Milano scoppiano lo screzio e lo scompiglio. Non pochi austriaci, commossi all’eccidio lo disapprovano, e tremano per il pericolo cui, ove avvengano rappresaglie, sono esposte le loro innocenti famiglie. La contessa Samoyloff, che riceve in conversazione gli ufficiali più eleganti, chiude inorridita le sue sale e fugge da Milano. L’ottuagenario generale di cavalleria austriaca conte Walmoden-Gimborn, indignato, dice ai suoi soldati: “Se avevate insulti da vendicare sui cittadini, dovevate dar loro prima le armi e poi combatterli, non farvi assassini!„ Egli è un vecchio e valoroso soldato; inviato quale ad latus di Radetzky a Milano, ne ignora, ne vuol ignorare i fini; e presto se ne allontana. Il governatore della Lombardia, conte Spaur, al quale il conte Gabrio Casati, podestà di Milano, si reca per protestare, risponde più colle lacrime che colle parole. Raineri, il vicerè, qui messo a sostituire [145] il principe Eugenio del rovesciato Regno Italico, si scagiona egli pure dall’accusa d’avere ordinate le violenze, delle quali, veramente, sembra doversi incolpare uno solo: Radetzky.

Per apportare unità nelle misure militari del maresciallo Radetzky e unità nell’indirizzo che le autorità civili dovevano seguire in certi eventi, il principe di Metternich avea pensato fosse necessario stabilire a Milano una conferenza composta del vicerè Raineri, di Radetzky, del conte Spaur e del suo fido conte Carlo Luigi di Ficquelmont, lorenese. Ma questo quartetto classico non andava punto d’accordo: dissidii tra Ficquelmont e Radetzky; gelosie fra gli uni e gli altri: così l’unità di governo, bramata da Metternich, si risolveva in nulla.

Il conte di Ficquelmont era il capo dell’alta società austriaca a Milano. Nei primi mesi del ’48, abitava nel palazzo Marino, dove colla moglie e colla figlia accoglieva il 6 marzo ’48 a sontuoso banchetto la leggiadra contessa Beckers nata Festetics, la baronessa Betsi Meyendorff, il generale principe Carlo di Schwarzenberg, il barone Hübner, il generale conte Edoardo Clam-Gallas, tipo del gran signore austriaco, lo stesso che fu il comandante del primo corpo d’esercito nella guerra d’Italia nel ’59. La principessa Clary, classica bellezza, splendeva in tutto il suo incanto. In quelle riunioni non mancavano le discussioni sul rombo minaccioso che percorreva l’Europa: neppur mancavano le celie argute [146] dello spirito viennese. Il conte di Ficquelmont, che portava sulle larghe spalle la testa d’un Socrate, cercava di tener lieta la brigata e rideva delle illusioni del gabinetto di Vienna riguardo a Milano. “Tutto ciò che noi faremo qui (diceva) sono colpi di spada nell’acqua.„ La baronessa Betsi Meyendorff teneva salon: il conte Edoardo Clam-Gallas, che abitava nella casa Greppi, apriva le sue sale addobbate con lusso principesco alle soirées fumantes, frequentate solo da fumatori; perciò vi accorrevano ufficiali di tutte le armi, di tutti i gradi, di tutte le età: vero campo di Wallenstein, diceva il gajo barone Hübner, il medesimo che, sorpreso nel turbine delle Cinque Giornate, rimase nascosto a Milano nella casa d’una signora, e che poi fu ambasciatore d’Austria a Parigi e a Roma. Nel Caffè Cova (divenuto ben presto il Caffè dei cospiratori) il maresciallo Radetzky sedeva famigliarmente insieme cogli ufficiali di tutti i gradi, sfoggiando vivacità e gajezza giovanile che contrastava co’ suoi ottantun’anni suonati. Gli altri ufficiali superiori, Wohlgemuth, Wocher e Schœnhals erano della partita. Il maresciallo si divertiva sopratutto a burlare il conte di Wallmoden perchè, non ostante l’età (era suo coetaneo) faceva il galante col sesso bello e russava in pieno pranzo!

Ma il buon umore non durò a lungo.

I giovani liberali della società elegante e, quindi, fra questi, alcuni amici di casa Maffei, non desistevano dall’idea di nuove manifestazioni. [147] Al teatro alla Scala doveva ballare Fanny Essler, l’ammaliante danzatrice-mima, levata agli astri anche da un carme del Prati. Il “tremendo angelo„ come questi definiva la Essler, avea lasciati stupendi ricordi a Milano, dove nel ’38 e più nella stagione di carnevale-quaresima del ’44-45 ella avea sulle scene della Scala spiegati i suoi fascini, nella Beatrice di Gand e nell’Esmeralda, in guisa che il suo ispirato cantore le domandava in una lingua a lei quasi ignota:

.... Ma chi ti apprese

Vagabonda gentil, que’ virginali

Rapimenti d’amore, e dentro al sangue

Quel trasfuso ineffabile mistero

D’ingenue grazie e di pudor’ celesti;

E gli sdegni potenti, e le paure

Sublimi e caste dell’infame amplesso?

Nel 9 gennaio del ’47, la Essler avea sfolgorato di nuovo alla Scala nella Figlia del bandito, ballo di Giulio Perrot, musica di Cesare Pugni; e tutta la città scioglieva allora più che mai inni alla sua figura elegantissima e slanciata, alla sua bellezza fidiaca, al suo genio, al suo buon cuore pronto a soccorrere i poverelli. Per Milano non si vedevano che ritratti della Essler vestita da figlia del bandito; sui cembali si strimpellavano i “walzer Essler„ composti da G. Tutsch; otto giovani, fra i più ricchi, uscirono in quel carnevale sul corso vestiti nel costume dei briganti [148] del ballo; un Giacomo Gilardi inventò i sigari alla Essler, fumando i quali si svolgea (ignoro con quale meccanismo) un fogliettino col ritratto della diva. Ricorrendo l’onomastico di lei, molti ammiratori le offersero una sontuosa cena, durante la quale si eseguì una cantata, poesia e musica di Giovanni Sala; la banda militare suonò una serenata sotto i balconi dell’alloggio di Tersicore; insomma non si adorava che la Essler, non si sognava che lei.

Ma un anno dopo giusto, qual cambiamento di scena!... Gli stessi entusiasti ammiratori del ’47 s’accorsero ch’ella era.... viennese, e che perciò doveva scontare in un momento solo tutti i trionfi ricevuti in più stagioni.

Venne la sera del 12 febbrajo 1848, e la Essler si presentò nel ballo romantico Faust. Per le mani di molti giovanotti liberali, convenuti nel teatro alla Scala, correva una satira litografata contro Fanny; altri, invece, s’erano astenuti dal teatro, in seguito alla diffusione d’una circolare anonima che diceva:

Un altro sacrificio, fratelli! Bisogna assolutamente astenersi dal teatro alla prima rappresentazione della Essler. Cedete il luogo ai Tedeschi, che vorranno applaudirla anche in nome nostro. L’Essler fu benefica verso i poveri, ed abbiasi tutta la riconoscenza, non il sacrificio del nostro decoro! ecc.

I genii infernali, gli spiriti dell’aria, le fiammelle vagabonde indicanti le anime dei trapassati ond’era pieno il ballo, indispettirono il [149] pubblico, che non vide di meglio per gridar basta! basta! E giù fischi, urli, mentre gli ufficiali applaudivano; fischi, urli, anche all’indirizzo della Essler, che svenne.

Già l’avevano avvertita molti giorni prima che una tempesta sarebbe scoppiata; perciò ella avea indugiato a presentarsi sulle scene facendo spargere la voce che s’era fatta male a un piede; ma, alla fine bandì i timori, e sfidò l’uragano che la travolse.

Fanny Essler, raccolti cinque o sei milioni, guadagnati specialmente in America dove gli impresari se la contendevano fra loro coi pugnali, si ritirò dalle scene nel 1851, l’anno stesso che sua sorella Teresa, la viragine maestosa e alta come un granatiere e anch’essa ballerina, sposavasi morganaticamente col principe Adalberto di Prussia. La buona Fanny a Milano non isfoggiava gli sfarzi d’altre celebri dee della scena: viveva ritirata, modesta, al pari d’una oscura borghese qualunque. Tutti g’innumerevoli mazzi di fiori che riceveva ogni mattina e ogni sera da parte di signori dell’alta società austriaca e anche da parte d’Italiani, erano da lei invariabilmente mandati ad adornar gli altari della chiesa di San Fedele in omaggio ai Santi e alla Madonna‍[7].


Il 9 marzo il conte di Ficquelmont lasciava Milano non senza aver dato alla sua società [150] uno splendido pranzo d’addio al Marino. La stessa sera dell’ultimo banchetto (7 marzo) avea luogo un memorando spettacolo al teatro alla Scala dove si rappresentava il ballo Faust colla Maywood. Il teatro, benchè male rischiarato, presentava un aspetto solenne: i palchi erano occupati tutti: si notavano tutte le signore dell’aristocrazia milanese e tutte le signore dell’aristocrazia austriaca. Gli ufficiali, nei primi posti d’orchestra, formavano, colle loro bianche divise, due lunghe linee compatte; erano quelli i posti loro assegnati in teatro da un privilegio che risaliva al 1815, e che, visibilmente, segnava la recisa divisione morale fra gl’Imperiali e Milano. Si sentiva fremere qualche cosa nell’aria: si sentiva che un uragano terribile stava per iscoppiare... Ed ecco folgoreggia!


Nella lotta dei Cinque Giorni, Clara Maffei non resta inoperosa; cura assidua i feriti negli ospedali, li conforta; e così tante altre signore della società milanese, più che mai unite nel sentimento patriottico e nella carità generosa verso i caduti, siano amici nostri o nemici.

Durante il periodo successivo alla lotta cittadina delle Cinque Giornate, fra quei pochi intimi che Clara Maffei vede quasi ogni giorno nel suo salotto, si trovano due preclari dirigenti la pubblica cosa, i quali rappresentano due correnti diverse di idee; le correnti che dividono, pur troppo, il Governo provvisorio.

Sono il conte Cesare Giulini della Porta e il [151] marchese Anselmo Guerrieri-Gonzaga. Il primo rappresenta le opinioni dell’aristocrazia patriotica lombarda, e quindi ripone esclusivamente ogni speranza nel Piemonte, nella Casa di Savoja, in Carlo Alberto. Il Guerrieri-Gonzaga, invece, come quasi tutti i giovani del tempo, vibra ancora alle lusinghe, alle aspirazioni mazziniane. Il Giulini e il Guerrieri continuano la sera nell’intimità del salotto Maffei le discussioni che li hanno divisi durante il giorno nel palazzo municipale. La Maffei, mazziniana, parteggia col Guerrieri; anzi lo rimprovera quando lo vede aderire a qualche atto in contrasto colle opinioni sino allora da lui professate; ma il gentiluomo mantovano non può sempre obbedirvi: la realtà delle cose comincia già a scuotere la sua fede: la suprema necessità del momento gli fa conoscere quanto i concetti del Giulini mirino a un fine più pratico.

Se badiamo a Cesare Correnti, — anche questi amico di Clara Maffei, e uscito anch’egli, come quasi tutti gli uomini della rivoluzione, dal misticismo alla battaglia delle Cinque Giornate, — Anselmo Guerrieri-Gonzaga fu con lui non tiepido fautore della fusione della Lombardia col Piemonte, poichè (sono sue parole pronunciate a Mantova nell’86 in occasione che nell’Accademia Virgiliana si scopriva un busto in onore del Guerrieri-Gonzaga) “poichè non poteva la Lombardia far casa a parte, nè patteggiar sola, e peggio vantaggiandosi con danni d’altre parti d’Italia; [152] al postutto non trattarsi d’indipendenza lombarda ma d’indipendenza italiana.„

Il Correnti va più in là ancora: aggiunge che egli e il Guerrieri-Gonzaga, ben prima d’altri desideravano la fusione.

Mi sono imposto l’obbligo di serbarmi strettamente imparziale con tutto e verso tutti in un libro di carattere storico qual’è questo; riporto perciò qui sotto testuali le parole esplicite del Correnti. Certo se v’à epoca nella storia, in cui le contraddizioni, il tumulto delle idee e la confusione regnarono sovrane, fu quella. Era un caos; caos ben naturale e persino necessario, poichè da quello, a un fiat onnipotente, doveva uscire pochi anni dopo l’Italia.

“Si è detto, si è scritto che Guerrieri e Correnti (si perdoni al mio nome che per necessità qui si registra) erano i soli che nel Governo provvisorio avversassero l’unione della Lombardia al Piemonte. Soli non erano; e se avessero cercato compagni ne avrebbero trovati troppi; ma questo non importa gran fatto. Importa assai più il sapere che molti mesi prima dei primi moti di Milano, e quand’altri ricantava ancora l’esecrato Carignano del Berchet, e sbertava l’esercito sardo come accozzaglia di contadini insaccati nell’uniforme, essi già si erano indetti co’ patrioti piemontesi, ed erano deliberatissimi di promuovere l’unione della Lombardia da tanto tempo inerme col Regno Sardo, di cui ad ogni occasione essi celebravano l’esercito forte e [153] disciplinato; importa sapere come essi soli si travagliassero per ottenere la conciliazione o almeno la rassegnazione dei repubblicani capitanati allora da due uomini di gran mente, di meritata autorità e d’inespugnabile pertinacia, il Cattaneo e il Sirtori; importa sapere che appena si persuasero che il temporeggiare portava pericolo d’invelenire i dissidj e di disanimare l’esercito, essi stessi si presero il cómpito di dettare e difendere a costo d’impopolarità il decreto, con cui si presentava al Paese la formula del voto di fusione.„

Così il Correnti.

Anselmo Guerrieri-Gonzaga, nato da patrizia famiglia a Mantova nel 1819, si trovava alla vigilia della rivoluzione, a Milano, impiegato al fisco; qui attendeva in pari tempo alle discipline giuridiche e letterarie in cui emerse più tardi colla traduzione in versi della prima parte del Faust, dell’Ifigenia e di Ermanno e Dorotea di Goethe e delle Odi d’Orazio. Ampia la fronte, animato penetrante lo sguardo, il capo leggermente inchinato, lievemente ironico il sorriso, il marchese Guerrieri-Gonzaga univa insieme, al pari di tanti patrioti rivoluzionarii, il sentimento cavalleresco verso la dama e il culto alla patria. Urbano il suo frizzo, innocente il suo madrigale, pronta la cortesia. Nessuno scrisse tanti versi in omaggio a Clara Maffei come il Guerrieri. A ogni anniversario onomastico della dama gentile, le offriva poesie su bella carta a ricami e colorata.

[154]

Il Correnti, che lanciò Milano alle Cinque Giornate, — e a cui Tullo Massarani eresse degno monumento nel descriverne in più volumi la vita, i tempi e nel raccoglierne le opere disperse come le foglie della Sibilla al vento della rivoluzione e dell’affannoso mattino dell’Italia nuova, — portava nel salotto Maffei la frase scintillante ed alata, lieto di ritrovare anche in quelle conversazioni compagni di speranze e d’intenti. All’aspetto, ai lineamenti, a certi segni caratteristici, avresti scambiato il Correnti per qualche artista israelita francese; egli era, invece, lombardo, patrizio milanese d’antica data; artista sì, ben era, e dell’immagine e della parola, e sognatore presago dell’Italia libera sin dagli anni primi, in cui vedea, più che sorrisi, tombe e rovine. Ei cantava:

Inebrïanti immagini,

Fantastiche pitture del pensiero,

Armonie, che dall’animo muovete....

Svanite! — il cielo è tempestoso e nero,

La natura è un sepolcro — e voi ridete!...

In disperato gemito

Si volga il sospirar de la tua lira:

A terra i fiori che ti stan sul crine;

Piangiam, piangiam!... Siamo nati in grembo all’ira.

La nostra culla è appesa alle ruine!

Il conte Cesare Giulini della Porta, una delle primarie figure del salotto Maffei e di tutta l’Alta Italia, era del legno raro (per dirla con una frase heiniana), in cui s’intagliano gli uomini di Stato.

[155]

Nato da antica famiglia patrizia che diede a Milano lo storico Giorgio Giulini suo bisavo; educato dal padre all’amore della pubblica cosa, Cesare s’illuminò nei primi anni, alla luce del fratello maggiore Rinaldo, fortissimo ingegno, di eccelse speranze, morto innanzi tempo.

Cesare Giulini apparteneva a quella schiera di giovani, che come i Correnti, i Visconti-Venosta, i Massarani ed altri, divennero precocemente uomini, uomini di forte sentire, risoluti ad operare a pro del loro paese. La memoria e l’erudizione svariatissima e sicura di Cesare Giulini erano prodigiose. Studii speciali aveva compiuti nella scienza diplomatica e nella storia delle più celebri famiglie d’Europa ch’egli conosceva nei particolari più minuti. Quanti aneddoti raccontava in casa Maffei, masticando distrattamente qualche lettera che si toglieva di tasca! Le sue distrazioni rimasero famose al pari della sua erudizione. Una sera, discorrendo, masticò una lettera dai grossi suggelli di ceralacca, e avrebbe tutto inghiottito se gli ascoltatori non l’avessero pregato di risparmiarsi quel pasto.

Allorchè il Giulini venne chiamato al Governo provvisorio di Milano avea già compiuto sulle cose agrarie di Lombardia eccellenti studii resi noti nel Congresso degli scienziati, tenuto a Venezia nel 1847. Nutrito degli scritti di Cesare Balbo e di Massimo d’Azeglio, non cessava dal proclamare, anche a chi non voleva sentirlo, che il tempo delle [156] sétte era passato: da ciò la sua scarsa fiducia nel sistema di Mazzini e la fiducia inconcussa in coloro che volevano operare, combattere alla luce. Nei Cinque Giorni, egli, eletto uno de’ tredici che ressero Milano in quel tempestoso momento, passava di barricata in barricata, esponendosi inerme, o quasi, ai pericoli. Avuto l’incarico d’un mandato in nome della città al campo di Carlo Alberto, vi andò ed ebbe liete accoglienze dal re sabaudo, il quale non tardò a comprendere la forza di quella mente.

Il 5 agosto ’48, Milano capitolava; e il Giulini lasciò non un addio, ma un arrivederci al salotto Maffei e a Milano. Riparò nel Piemonte, donde stabilì poi fra Torino e Milano, fra il gabinetto di Cavour e il salotto Maffei un filo conduttore di preziose informazioni, di parole d’ordine, d’aspirazioni concrete, che servirono a preparare e ad alimentare la tenace e lunga battaglia della resistenza contro l’Impero.


Un’altra figura appare nel salotto Maffei durante il ’48, una figura storica: Agostino Bertani. Durante la lotta, il dottor Bertani cura abilissimo i feriti. Egli è ben conosciuto come giovane di aperto e colto ingegno. Frequenta molto l’alta società, come quegli che pur essendo di opinioni repubblicane predilige le abitudini aristocratiche, le quali non dispiacciono nemmeno a Enrico Cernuschi e ad altri baldi ingegni della Montagna. Il Cernuschi corre alle barricate combattendo da prode [157] senza scomporsi e nello stesso abbigliamento ricercato col quale la sera avanti si presentava in un crocchio di belle signore.

Il conte Enrico Martini, dagl’impeti baldi e generosi, dall’elegante affabilità de’ modi, una delle più note figure quarantottiane, era amico di casa Maffei. Carlo Alberto lo ebbe caro e lo adoperò in più negozii diplomatici. Morì nel 1869, dopo una vita d’avventure e di sventure tremende.

Fra le figure semistoriche che abbondano nell’epopea del risorgimento, vediamo apparire nel salotto Achille Mauri e quell’Angelo Fava, che abbiamo incontrato al tempo delle animosità contro Balzac. Angelo Fava, veneto di Chioggia, dottore in medicina e letterato, brioso parlatore nelle conversazioni e simpatico, era stato eletto a educatore dei due prodi fratelli Enrico ed Emilio Dandolo; i quali in quest’epoca fortunosa e sfortunata del ’48, compirono prodigi di valore. Che gentil schiera di giovani eleganti e prodi e.... credenti!... Il Morosini e i due Dandolo, Carlo De Cristoforis, Luciano Manara (che primeggia su tutti i giovani combattenti dell’alta società lombarda per valor vero di stratega) sono figure raggianti di eroica poesia, di fortissimo culto all’ideale. Quei soldati della libertà, quei giovani, attingono forza a combattere nel nome della patria e nel nome di Dio. Il Morosini e i due Dandolo, avanti di accorrere fra i primi alle barricate, si confessano e si comunicano a pie’ degli altari.

[158]

I due Dandolo, amicissimi di casa Maffei, sono fra i più cari, fra i più ammirati gentiluomini che ne onorino il nome.

Nel ’48, la contessa Clara s’incontra a Milano con un’amica illustre che non vede da più tempo: la principessa Cristina Belgiojoso; la singolarissima gentildonna lombarda, che, nel ’48, sembra voglia divenir la Giovanna d’Arco dell’indipendenza italiana; ella, modello della duchessa di San Severino nella Chartreuse de Parme di Stendhal. Alla testa d’una colonna di volontarii, arruolata a tutte sue spese, la principessa entrò in Milano decisa di combattere e di sconfiggere i nemici d’Italia. Qual’altra donna prese parte così attiva e così battagliera per la libertà? Nata nel 1808 dal marchese Trivulzio, era moglie al principe Emilio Belgiojoso, il musicista eminente pel nome, pel talento musicale, per l’avvenenza. Virile, prontissimo l’ingegno della principessa; ingegno storico e filosofico; vasta la cultura; spiritosa, tagliente spesso la parola; generoso l’animo e audace. Caduta Milano, ne fu bandita; andò a Roma e vi stette durante l’assedio, poi si portò a Parigi, dove aprì un salotto di fama mondiale, che accoglieva i più insigni uomini della Francia. Viaggiò in Oriente e narrò i suoi viaggi prima nella Revue des Deux Mondes, poi in volumi che attestano il suo spirito di osservazione. Il suo Essai sur la formation du dogme catholique non piaceva e non potea piacere al Manzoni, che tuttavia le rendeva onore: il suo Essai [159] sur Vico è certo più notevole lavoro, e rimane uno dei piedestalli della riputazione letteraria dell’ammaliante fœmina vir, sotto una caricatura della quale, disegnata da Alfredo De Musset, questi scriveva (non senza intenzione):

Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen.

Al ritorno degl’Imperiali, non poche famiglie lasciano Milano per isfuggire il ferreo dominio militare del maresciallo Radetzky sotto cui la città è piombata. Così la contessa Maffei, con Carlo Tenca e colla madre di questi, ripara per qualche tempo a Locarno, dove ha occasione d’incontrarsi col suo primo maestro di fede politica: Giuseppe Mazzini.

Non si può affermare che la gentildonna lombarda inspirasse troppo vive simpatie all’agitatore genovese; che questi si affrettasse a considerarla un astro di prima grandezza nella costellazione di signore trascinate nella sua orbita politica.... Giuseppe Mazzini prevedeva forse ciò che sarebbe divenuto fra pochi anni il salotto Maffei?...

[160]

CAPITOLO XI. LA LOTTA DEI DIECI ANNI.

La parola d’ordine e il Crepuscolo. — Risoluzione di Mazzini. — Napoleone III e il conte Arese. — Visita di Tullo Massarani a Mazzini. — Decisione antimazziniana. — Emilio Visconti-Venosta e Camillo Cavour. — Arresto di Antonio Lazzati. — Un programma borgiano. — Il 6 febbrajo. — Fuga di Carlo De Cristoforis. — Processi di Mantova. — Un salvamento. — Giuseppe Finzi. — La contessa Maffei e la polizia.

Nel 1850, la contessa ripiglia, per non interromperle più, le intime riunioni, nel suo grazioso appartamento al numero 21 nella via Bigli; quieta e storica via, in una casa della quale dimorò una madre di prodi, Adelaide Cairoli-Bono, e, in altra, mentre il popolo combatteva nelle Cinque Giornate, veniva dai duci dell’insurrezione respinto l’armistizio offerto dal maresciallo Radetzky.

Sono due le sale che la contessa destina per ricevere gli amici. Nella sala più riposta, [161] risiede ella, senza atteggiarsi a far centro alle conversazioni, che ora alimentano più che mai la fiamma patriotica del suo spirito. Le sale sono addobbate con velluti oscuri, con quella accogliente armonia, con quel gusto squisito, quali le dame vere sanno scegliere. Specchi di Venezia, quadri a olio moderni, incisioni del Calamatta, e ritratti d’amici insigni adornano le pareti. Trine finissime sulle poltrone, sui divani; e vasi; e fiori, molti fiori, specie in primavera, olezzano fra i candelabri, sulle mensole, sul pianoforte e sulla tavola presso la poltrona dove la contessa siede discorrendo di tratto in tratto e ascolta. Ella possiede l’arte, così difficile, d’ascoltar bene; e, se parla, non ascolta, come altri, sè stessa. Mentre il suo labbro discorre o sorride, le mani, affilate, lavorano assidue d’uncinetto a qualche rete, a qualche vesticciuola pei bambini poveri. Tollera tutte le opinioni, tutte le idee; non tollera mai e poi mai la maldicenza.

Non è punto vero che nel salotto Maffei nojosi poeti leggessero i loro poemi, commediografi le loro commedie, o economisti le loro dissertazioni, come nel Mondo della noja di Pailleron. Gli amici parlavano delle cose del giorno, le discutevano, e spesso un’idea severa, patriotica, veniva gettata e faceva pensare, o un motto arguto facea sorridere. Si parlava di letteratura, d’arte, d’industrie, d’economia politica, persino di filosofia, ma tutto veniva annodato al pensiero dominante, la risurrezione d’Italia e ogni pedanteria era sbandita.

[162]

Dopo le luttuose rovine del ’48-49, le discussioni erano gravi, tristi, sostenute da un piccolo nucleo d’amici patrioti che si chiamavano: Carlo Tenca, i fratelli Visconti-Venosta, Tullo Massarani, Antonio Allievi, Carlo De Cristoforis, Giacomo Battaglia, Romolo Griffini, Stefano Jacini, Cesare Giulini della Porta, Antonio Lazzati, Giulio Spini, Giulio Carcano, Innocente Decio, Giuseppe Finzi. Il dottor Francesco Rosari frequentava il salotto fin dall’epoca delle Cinque Giornate. V’erano alcune signore, quali donna Saulina Viola Barbavara, la signora Bianconi-Robecchi e qualche altra.

Parecchie signore della società milanese vivevano ritirate in campagna, perchè Milano offriva omai troppe tristezze e squallore.

La Maffei riceveva tutto il giorno e tutte le sere. Si era certi di trovare nel suo salotto qualcuno, fra le tre e le sei dopo il mezzogiorno; poscia, dopo il pranzo, fino alla mezzanotte. Giuseppe Verdi continuava a visitare la gentile amica, ogni volta che veniva a Milano.


In questo gruppo di patrioti, passa ben presto una fiera parola d’ordine: resistenza ad ogni costo, in ogni occasione, ad ogni ora, contro lo straniero. Si vuole assolutamente debellar la fortuna; si vuol conquistare il primo inviolabile diritto dell’uomo: l’indipendenza. E questo sentimento, sacro, radicatissimo, deve esser propagato, tenuto vivo, in mezzo alla buona società; a tale scopo [163] le signore del mondo elegante devono prestarsi alleate efficacissime; e alleate promettono di essere, e sono difatti. La Maffei ne dà l’esempio. Il suo salotto traduce in atto a gradi, senza fretta ma senza posa, per dirla con una frase di Goethe, la parola d’ordine; ed è questa la sua potenza contro cui nulla può. Quel fuoco s’irradia anche fuori di Milano; è come un faro nella tempesta, nel quale si affissano altri patrioti. Così tutti i più egregi italiani che vengono a Milano non mancano di penetrare in casa Maffei; fra questi due bresciani: Giuseppe Zanardelli e Gabriele Rosa; il primo, che a Brescia apre sotto gli occhi degl’Imperiali un gabinetto di lettura convegno di cospiratori, — il secondo reduce dallo Spielberg dove stette rinchiuso tre anni in una cella attigua a quella del Confalonieri. Il salotto Maffei è asilo di libertà in mezzo a una terra soggetta. A chi vi pone il piede sembra di approdare ad un’isola libera e sicura.

È una lotta temeraria, certo, questa che si osa. Da una parte, un vasto Impero vincitore e il diritto della spada; dall’altra, un pugno di vinti e il diritto della ragione; e che questo, oggi o domani, debba trionfare si prevede, si sente: quando mai la ragione non taglia più delle spade?

Si confida ancora in Mazzini. Il Crepuscolo stesso di Carlo Tenca comincia mazziniano. Questo giornale, che nella storia della stampa rifulge di puro splendore, nasce presso la contessa Maffei. Ne è fondatore, direttore e scrittore [164] Carlo Tenca; il quale vi mantiene inalterato un carattere, vi mantiene la parola d’ordine della resistenza, a ogni minaccia, e ad ogni lusinga più pericolosa della minaccia. La resistenza dura un decennio, dal 6 gennaio 1850, giorno in cui il Crepuscolo esce per la prima volta, fino al giorno in cui, liberata la Lombardia, vede raggiunto il suo scopo e sparisce, per cedere il posto ad altri periodici più rispondenti alla novella vita accelerata.

Ogni domenica, quando il settimanale Crepuscolo esce nel suo aspetto serio, e ricco di articoli che trattano a fondo le più urgenti questioni della letteratura, della scienza, dell’arte, dell’industria, sembra di avanzare d’un passo verso la meta. In ogni numero del Crepuscolo, si legge una rivista politica del Tenca, il quale per deliberato proposito non parla mai dell’Austria, sia per mostrare col silenzio che non ne riconosce il diritto di dominio in Italia, sia per non cadere in sequestri e nella soppressione del periodico, la cui voce nel sepolcrale silenzio suona come voce d’amico che conforta e fa sperare.

Ma in ogni pagina quante velate allusioni, che allora nella tensione degli spiriti, acuiti dalle sciagure, si capiscono subito e a volo! La parola letteratura include Italia. La letteratura si confonde colla politica: è la voce della patria, ne sostiene le ragioni, ne ajuta il trionfo.

“Per noi, la letteratura d’oggi somiglia a una carovana sorpresa dal vento del deserto. [165] La bufera ne ha scompigliato le file, e sottratto, per un istante, a’ loro occhi la meta del cammino. Ma poi, cessato il turbine, i superstiti si raccolgono, contano i caduti ed i dispersi, e ripigliano la loro via, intenti al medesimo punto raggiante dell’orizzonte.„

Così il Tenca nel programma del Crepuscolo; e tutti comprendono che sia quel “punto raggiante.„

Gli amici del salotto Maffei sono scrittori del Crepuscolo, e la contessa si adopera a procurare associati, a guadagnare simpatie al periodico. E il salotto e il giornale, per la concordia, per la disciplina, riescono più utili forse alla causa liberale dei comitati mazziniani detti di Pensiero ed azione, i quali, in questo tempo, si vanno costituendo nel Lombardo-Veneto; comitati che pur vantano fior di patrioti, ma che non sempre frenano le impazienze in modo da assicurare il pieno conseguimento dello scopo, senza provocare sanguinose rappresaglie, le quali invece, pur troppo! lo allontanano.

Troviamo fra gli assidui cooperatori del Crepuscolo, Emilio Visconti-Venosta, il quale scrive articoli letterarj; sostiene principii di umanesimo puro parlando della “Capanna dello zio Tom,„ il romanzo più possente negli effetti che sia stato mai scritto come quello che spezzò le catene a tanti schiavi. Tratta di Channing e del Caino di lord Byron, in un mirabile studio. Tullo Massarani spazia fra gli studii italiani in Francia; s’aggira fra’ popoli della Romania, [166] rivela all’Italia un originalissimo poeta, Enrico Heine. A Carlo De Cristoforis, la natura concesse un singolare accoppiamento di facoltà, poich’egli discorre colla stessa competenza di cose militari e sul credito. Il medico Romolo Griffini tratta le quistioni di igiene; Antonio Allievi l’economia; Giacomo Battaglia del romanzo in Italia; Enrico Fano della condizione degli operaj; Innocente Decio di cose giuridiche e statistiche; Giuseppe Zanardelli d’arti e d’industrie bresciane. Sono della famiglia anche Paolo Emiliani Giudici, Eugenio Camerini, Antonio Colombo, che manda corrispondenze politiche da Torino, ed altri animosi. Il Camerini, critico ricco di dottrina e d’acutezza, di stile sfavillante, ricrea lo spirito colle sue corrispondenze letterarie dal Piemonte, da quella terra a cui si rivolgono i proscritti, i nostri pensieri, le speranze.

Fra i cooperatori del Crepuscolo è Carlo Cattaneo, che vi tratta di scienze ed industrie. Benchè di vedute politiche ormai diverse, il Tenca si vale dell’opera preziosa dell’amico suo personale, nel cui pensiero balena pur sempre la sognata grandezza d’Italia.

Togliamo un momento dall’ombra dell’oblio dov’è sceso, carico d’anni come Matusalem, un barone berlinese, grande amico del salotto Maffei, in cui appariva immancabile tutte le volte che scendeva in Italia, e scrittore pur esso del Crepuscolo: Francesco Neugebaur, consigliere aulico di Prussia, già console e diplomatico. Nessuno più di lui odiava il feudalismo, [167] i sostenitori del diritto divino. Egli amava l’Italia d’affetto così fervido che avrebbe sacrificati i suoi baffi bianchi accuratamente impegolati pur di vederne meno infelici. Da Berlino inviava lettere condite di pepe, sale e di singolarissimi spropositi di lingua sullo stato della Germania. Ogni volta che agli ufficj del Crepuscolo arrivavano le corrispondenze del barone, l’ilarità scoppiava irrefrenabile. Scriveva: homo, stiffàli, il tale star fecchia canallia.... e altri fiori della Crusca che, riportati nel salotto Maffei, ne rompevano per il momento la serietà. Carlo Tenca rifaceva da cima a fondo le lettere del Neugebaur, salvando dall’eccidio le notizie appetitose.

Innumerevoli erano gli articoli del Tenca stesso; articoli d’ogni genere, ma specialmente di politica e di letteratura, ch’egli componeva sempre di notte. Se qualche scrittore del Crepuscolo (li chiamavano crepuscolanti!) all’ultimo momento mancava agl’impegni, ei lo suppliva e talvolta scriveva lui il giornale quasi tutto. In tali eccessi di lavoro, soffriva spasimi alla testa, ch’era costretto di calmare con vesciche di ghiaccio; e continuava così fino al mattino in cui il tipografo veniva a ricevere i manoscritti del giornale da pubblicarsi infallibilmente all’ora fissata.


Giuseppe Mazzini ripiglia ormai risoluto la sua azione. In nome della democrazia d’Europa e specialmente della democrazia francese, scrive agli amici che quest’ultima, sconfitta [168] dal colpo di stato di Napoleone III, vuol riprendere la lotta; ma avendo i capi in carcere o in esilio, non può agire, e perciò invoca che la democrazia italiana prenda essa l’iniziativa d’una generale sollevazione contro i despoti con un fatto luminoso il quale risvegli nelle moltitudini il coraggio. All’agitatore sembra che l’ora di operare sia giunta; gli sembra che Milano potrà dare il segnale dell’insurrezione europea, rinnovando i prodigi delle Cinque Giornate per le quali è divenuta gloriosa.

Intanto a Napoleone III non isfuggono le condizioni in cui l’Italia è piombata. Il nuovo sovrano promette a un inclito lombardo, al conte Francesco Arese, amico suo, che, appena assodate le sorti in Francia, anche all’Italia rivolgerebbe il pensiero. L’Arese s’affretta a comunicare a Camillo Cavour tale promessa, che presto è nota agli amici di Milano, al salotto Maffei.

Occorrono dieci milioni, secondo Giuseppe Mazzini, per iniziare la levata d’armi nei paesi italiani occupati dall’Austria: e, a tal uopo, ei bandisce un prestito patriottico.

Salotto Maffei in Via Bigli.

Uno degli amici di casa Maffei, Tullo Massarani, si reca a Londra per conferire coll’agitatore e conoscerne davvicino i divisamenti. Mazzini lo riceve nell’unica stanza angusta, meschina, in cui alloggia; e avendo offerto al Massarani e ad un amico di questi che lo accompagna, le sole due seggiole della camera, siede sul letto, e parla. La sua parola [171] è animata, i suoi occhi vibrano lampi. Egli è vestito tutto di nero; è magro, pallido,

Pallido in volto più che re sul trono,

(direbbe di lui Vittorio Alfieri, come disse di sè): e confida nella sua stella, nella patria!...

Tullo Massarani ritorna in Italia, recando non poche cartelle del prestito mazziniano: e la madre, al confine, gliele cuce, intrepida, entro le fodere dell’abito, ben sapendo che, se vengono scoperte, l’unico amatissimo figlio suo non potrà sfuggire l’arresto, un processo, la morte.

I comitati Pensiero e azione, sorti nelle principali città venete e lombarde per effettuare il sogno mazziniano, sono mira alle riflessioni di parecchi eminenti liberali di casa Maffei, che, come Emilio Visconti-Venosta, Tullo Massarani, Antonio Lazzati, Giuseppe Finzi di Mantova e qualche altro, direttamente o no, vi hanno parte. Se ne parla, se ne discute, non senza preoccupazione. Non mancano, difatti, gravi dubbii sulla loro opportunità. E non tutti li approvano, sembrando che il momento dell’azione risoluta e decisiva non possa essere imminente. Si opina da alcuni che una cospirazione non seguita da un’azione ben preparata e forte, conduca a inutili eccidii. I miracoli delle Cinque Giornate, avvenuti in un’epoca nella quale tutta quanta l’Europa sollevavasi, non possono ripetersi ora isolatamente, contro un impero che veglia [172] sospettoso. Tuttavia non pochi sono i giovani, che, ardenti d’amor patrio, anelano di romper gli indugi.

Una sera, nel salotto, si viene a una deliberazione decisa: se si debba sì o no, seguire l’agitatore nella subitanea insurrezione da lui suggerita.

La prevalenza è per il no: e allora vi si accentua il distacco netto fra i patrioti che fino a questo punto militavano concordi nel partito mazziniano. Un vigoroso intelletto di statista spiega insieme col Giulini Della Porta la sua influenza: Emilio Visconti-Venosta, giovanissimo d’anni ma di senno maturo. Il Visconti ormai s’affida, più che nell’astro di Mazzini, nell’astro sorgente di Camillo Cavour, il cui genio comincia a suscitare le più vive speranze.


In un giorno tristissimo, uno de’ giovani più simpatici e più serii del salotto Maffei, il notajo Antonio Lazzati, diviene oggetto di generale compianto e di trepidazioni.

Dal Comitato centrale (presieduto dal nobilissimo Attilio De Luigi) il Lazzati era stato inviato a Mantova per consigliare a quel Comitato la prudenza. Egli erasi già all’uopo abboccato col prete Tazzòli, uno dei principali cospiratori, con Luigi Castellazzi, che essendo segretario del Comitato teneva carte gelosissime, e con altri affigliati; e avea fatto ritorno a Milano, fiducioso (com’egli stesso narrava in casa Maffei) che i suoi colloquii avrebbero [173] frenati, almeno per qualche tempo, gl’impazienti compagni di fede; quand’ecco d’improvviso viene arrestato e condotto nelle carceri di Mantova.

Come mai il Lazzati potè essere scoperto?... Da chi tradito?... Egli andava di frequente a Mantova, per oggetto della sua professione; non poteva quindi aver destati singolari sospetti da parte della polizia. In un’adunanza tenuta a Mantova dallo Scarsellini, Canal, Zambelli, Carlo Montanari ed altri sotto la presidenza del prete Tazzòli, il Lazzati, obbedendo al mandato imperativo de’ suoi amici di Milano e al proprio stesso sentimento, aveva combattuta una strana proposta messa avanti da alcuni veneti: rapire a Venezia l’imperatore Francesco Giuseppe mentre di sera in gondola andava a teatro, e quindi tenerlo in ostaggio obbligandolo a rinunciare al dominio del Lombardo-Veneto!... Tale divisamento ripugnava a molti patrioti; al Lazzati poi pareva fra altro, superlativamente assurdo, poichè un monarca non poteva essere rapito da una città come fosse una contadinella in un viottolo solitario della campagna. In fondo, il Lazzati avea combattuto un attentato contro l’imperatore; l’aveva impedito colla sua eloquenza, col suo senno: l’autorità avrebbe dovuto piuttosto premiarlo, e invece lo arrestò in seguito alla denuncia d’uno di quegli affigliati, intervenuti alla riunione: il Castellazzi.

Il maresciallo Radetzky avea istituita in Mantova una commissione militare inquirente [174] per giudicare i delitti d’alto tradimento. A capitano istruttore di questa commissione, la quale potea assumere il motto del duca Guarnieri “nemica di pietà e di misericordia„ era un boemo, Carlo Krauss, uomo di prontissimo ingegno, ma parea sceso da un Torquemada. Il Krauss, che dopo essere stato governatore di Boemia vive tuttora, in riposo, non può aver dimenticate le arti crudeli colle quali cercò di strappare al Lazzati, appena lo ebbe nelle mani, la verità sulle relazioni de’ suoi amici di Milano. Fra i tanti arresti, allora avvenuti, il solo Lazzati era milanese; il solo Lazzati rappresentava l’agitazione patriotica del salotto Maffei e di Milano: e da lui si speravano relazioni e delazioni. Ma come il Krauss s’ingannava!... Nei processi politici v’hanno tre categorie d’imputati: gli eroi, i deboli, i traditori. Antonio Lazzati apparteneva alla prima. Egli negò sempre alle accuse; resistette sempre alle suggestioni, alle arti diaboliche spiegate per istrappargli fatti, circostanze, nomi. Se alcuni patrioti di casa Maffei non morirono sul patibolo lo dovettero (e alcuni per fortuna son vivi ancora) al silenzio eroico di Antonio Lazzati.

Poichè questi negava imperterrito, il capo guardiano delle carceri di Mantova, Francesco Casati (pur troppo un milanese!) lo cacciò nelle orrende prigioni della Mainolda, unite alla pretura di Mantova. Questo tristo Casati, speciale aguzzino del Krauss (può ella, Eccellenza Krauss, negarlo?...) fingeva d’essere [175] protettore dei carcerati politici; usava le arti più lusinghiere per indurli alla confessione. Nei colloquii con loro nelle carceri, mostrava una bonarietà ambrosiana edificante: era così blando,

Che parea Gabriel che dicesse: Ave!

Ma quando non riusciva ne’ suoi intenti, gettava gl’infelici a macerare nelle carceri umide della Mainolda, e a soffrir ivi freddo, fame, tutto, finchè non confessavano.

Un brutto giorno Antonio Lazzati fu trascinato a sostenere un confronto col suo delatore, il Castellazzi. Questi gli comparve dinanzi, beffardo, colla caramella nell’occhio e disse in presenza (s’intende) del Krauss: “Ah, il signor Lazzati di Milano! Soprabito bianco, berretto d’incerato, come quella sera in cui venne a Mantova.„ Il Lazzati, fremente di sdegno, lo fulminava muto collo sguardo. E il Castellazzi a continuare nella denuncia, colorendo i particolari dell’adunanza di Mantova, non tacendo, peraltro, che il Lazzati aveva sconsigliato da atti temerarii e anzi aveva raccomandato col massimo calore la prudenza. A un certo punto, continuando la denuncia, il Lazzati, cieco d’ira, si gettò come una tigre sul Castellazzi afferrandolo per le spalle.... Ciò bastò al Krauss. Il Lazzati s’era, a’ suoi occhi, tradito più che non l’avesse tradito il Castellazzi, e lo fece condurre dal Casati nella carcere dove si trovavano insieme altri patriotti.

[176]

In questa prigione stavano insieme il ricco, soccorrevole Carlo Augusto Fattori di Venezia, il pittore Giuseppe Boldini pure di Venezia, l’ingegnere Francesco Montanari di Mirandola (il quale aveva avuto incarico dal Comitato Mantovano d’impadronirsi di sorpresa delle fortezze di Mantova e di Verona), Angelo Giacomelli di Treviso, e Tito Speri.

L’entrata del Lazzati nel carcere è descritta con pochi tratti tragici da Angelo Giacomelli nelle Reminiscenze della mia vita politica: è una scena pietosa:

“La sua comparsa tra noi col solito accompagnamento (del Casati e de’ secondini) ci fece molta impressione, perchè sul suo viso erano le traccie di molte sofferenze, tanto era pallido e smunto, benchè robusto della persona. Teneva nelle mani dei pezzi, o meglio delle croste di pane nero, che pareva custodir gelosamente; altri pochi suoi effetti erano portati dai secondini, che indi provvidero la camera d’un sesto giaciglio.„

Il Lazzati era riserbato al patibolo.... Vedremo ben presto qual romanzo d’amore abbia salvato quel magnanimo. Ah, il suo delatore, ch’espiò, è vero, per lunghi anni e in mille modi la propria colpa, ma che pur resta nella storia macchiato d’un nome orrendo!...

Sotto qual infernale influsso lo sciagurato abbia infranta la fede, non è ancora ben certo. Per iscusarlo, in casa Maffei e altrove, si affermava ch’egli avea parlato sotto il bastone; [177] ma egli non fu bastonato, mai! Rammento di quale sdegno ardevano gli occhi del buon Lazzati quando, trentadue anni più tardi, nello stesso salotto della Maffei si lesse l’articolo d’un giornale che negava ogni colpevolezza del traditore. Ricordo come adesso quali fiamme salivano al viso dell’intemerato patriota, solitamente misurato e freddo. Ricordo le sue affermazioni sulla colpevolezza di colui; affermazioni recisissime, ch’erano il grido della sua convinzione, del suo cuore memore pur troppo di quali condanne le denuncie erano state origine.

Un altro amico di casa Maffei, Giuseppe Finzi, fu arrestato e trascinato nei processi di Mantova, più terribili persino di quelli dei Carbonari del ’21. Anch’egli dolorò nelle carceri del Castello e nella Mainolda: anch’egli, come il Lazzati, oppose recisi dinieghi, superbi, eroici silenzii; ma anch’egli fu tradito!

Inenarrabile la tristezza in cui piombò il salotto Maffei per questi ed altri arresti di amici, di conoscenti. La contessa ne era desolata; ma non si lasciava vincere dallo sgomento. Ella e i suoi amici del salotto ordirono d’accordo segrete comunicazioni coi carcerati. Importava far loro conoscere notizie che potessero servire di valida difesa; importava sostenerli nei duri cimenti; e tentar persino la fuga degl’infelici. Quali mezzi non furono scongiurati?... Il denaro, questa chiave d’oro che apre tante porte, non fu risparmiato [178] certo dai più facoltosi: uno de’ più magnanimi e più ricchi amici di casa Maffei, nello slancio sublime del cuore, offerse tutte le proprie dovizie per salvare dal patibolo un amico.... Altro ora non posso aggiungere....


La scoperta della cospirazione di Mantova, i numerosi arresti, i tremendi processi e la quasi certezza che ove una rivolta scoppiasse, i prigionieri sarebbero i primi a soffrirne le rappresaglie, ribadiscono negli amici nostri la convinzione che il momento d’agire non è certo il più opportuno, tanto più che la pubblica opinione non vi è punto preparata, e la città, stanca di trambusti, di pene, inclina ora alla tregua.

Lontano dal campo dell’azione, Giuseppe Mazzini non lo conosce, non può conoscerlo bene; meno poi lo conoscono i fuorusciti ch’egli lancia a Milano per farla insorgere colle armi.

Fra questi, è certo Brizzi, romagnolo, già ufficiale alla difesa di Roma. Giuseppe Piolti de’ Bianchi, milanese, pittoresca testa e anima d’apostolo, pronto al sacrificio, ma pronto del pari ad illudersi, si unisce con lui.

La prima idea del Brizzi (oggi si può rivelarla) è addirittura borgiana. Egli vorrebbe avvelenare tutti insieme i capi civili e militari di Milano che devono raccogliersi una sera di carnovale a banchetto nel palazzo del Marino; e a tal uopo si accorda con un cuoco il quale promette che attossicherà ben bene le vivande!... Appena il Brizzi palesa il proprio [179] disegno al Piolti de’ Bianchi, questi lo respinge con orrore; e il Brizzi stesso è costretto a confessarne l’enormità. Si decide allora di ricorrere alle armi; e una notte si fa larga distribuzione di stili a varii operaj in un caffè della Corsia de’ Servi, per la sua forma lunga e stretta chiamato volgarmente Caffè del Luganeghin. Già invano alla vigilia della rivolta, in casa del medico Strambio, i più assennati liberali deliberano di respingere la proposta della immediata sollevazione; invano Emilio Visconti-Venosta oppone la propria autorità alle risoluzioni dei più eccitati.

Con Enrico Besana, Emilio Visconti-Venosta parte in segreto, di notte, alla volta di Lugano per raggiungere Mazzini, che da Londra si è ivi portato affine di esser più vicino allo svolgimento del dramma. L’animoso giovane spera di persuadere l’agitatore, il quale gli avea più volte espressa ammirazione e simpatia; spera di strappargli un contr’ordine; ma una orribile bufera di neve lo incaglia sulle montagne dove, per isfuggire alla vigilanza, ha dovuto scegliere il cammino. Procedere è impossibile; deve retrocedere col compagno; e, scorato, nella sera del 5 febbraio, ritorna a Milano quando tutto è già pronto per l’insurrezione del domani.


Il 6 febbraio 1853, è l’ultima domenica di carnevale; e tutta la città è in festa. Questo giorno venne scelto apposta dai congiurati perchè i militari sono lasciati liberi in giro per la [180] città a godersi un po’ di spasso, e le caserme intanto restano quasi indifese e sguernite. La parola d’ordine è terribile: pugnalare tutti i soldati e ufficiali austriaci che s’incontrano; disarmare le sentinelle, impadronirsi delle caserme e prima di tutto del Castello. Parecchi militari ungheresi, frementi anch’essi libertà, hanno giurato di unirsi coi pugnalatori.

Il Brizzi calcola d’esser seguito da cinquecento fidi, alcuni de’ quali, ahimè! racimolati nei bassi fondi romagnoli e in anticipazione pagati: ma, nel momento dell’azione, egli se ne vede attorno appena cinquanta. In qualche punto della città, gli stili dei prezzolati sicarii trafiggono alla schiena poveri, quasi scemi soldati che vanno a divertirsi o portano tranquilli nelle ceste il pranzo ai padroni; si tenta di disarmare qualche sentinella; ma la rivoluzione che, secondo l’idea di Mazzini, dovea essere il segnale d’un sollevamento grandioso di tutta Europa, muore prima di nascere in un miserando conflitto di pochi. Intanto uno dei fuorusciti, cui era stata affidata da Mazzini la somma per il primo impianto d’un nuovo governo, istigato dalla moglie, fugge col denaro e di lui non si hanno più traccie.

Il sistema dei pugnalamenti proditorii, indegno di un popolo civile che aspira ad esser libero; tutta l’accozzaglia d’errori, in cui, non ostante le più evidenti dimostrazioni, Giuseppe Mazzini ha voluto ostinarsi, dànno il colpo mortale al suo prestigio. Così si eclissa, così [181] tramonta un Grande, il cui ideale posava su un piedestallo malfermo e celava il capo fra le stelle.


Intanto, a Milano, ciò che era previsto succede. Il poter militare, inferocito, cerca i colpevoli e trova gl’innocenti. Un terror di morte piomba su tutta Milano. La città cade nel più pauroso stato d’assedio. Un proclama del comandante militare di Lombardia, Strassoldo, lo impone. Il maresciallo Radetzky ordina che le autorità giudiziarie sequestrino i beni di coloro che avessero partecipato “ai nuovi conati d’alto tradimento„ e persino di quelli che, conoscendoli, avessero tralasciato di denunciarli. In un solo giorno sono arrestati dugentocinquanta cittadini; e una Corte marziale improvvisata ne uccide nel Castello col piombo sette, e nove col capestro. Si pronunciano altre venti condanne di morte; ma, per clemenza suprema, il maresciallo Radetzky le commuta nel carcere duro a vita. Quarantaquattro cittadini sono inoltre condannati a pene minori, ai ferri. Squadre di soldati a cavallo colle sciabole sguainate percorrono le strade. I cittadini devono restare almeno trenta passi distanti dalle sentinelle: e chi non risponde subito al Chi va là? è freddato. Vietata ogni riunione di più di tre persone. Nessuno può metter piede sul pubblico passeggio de’ bastioni dalle sei della sera alle sette del mattino. Chiusi i teatri; chiusa l’Università di Pavia; tutti gli alberghi, tutti i caffè, tutte [182] le osterie chiuse alle dieci della sera. Spenti tutt’i fanali a gas e ogni proprietario di casa è obbligato di tener un lume alla finestra durante la notte. Vietato il suono delle campane; vietato il transito per le porte della città tranne ai convogli dei morti....

Nel salotto Maffei si trepidava per tutt’i prigionieri, ma specialmente per il Lazzati e per il Finzi. Si temeva che l’autorità militare volesse la loro vita per rispondere anche dalle fortezze di Mantova al 6 febbrajo, per vendicare i dodici soldati uccisi e gli altri cinquanta feriti nella sommossa. Il Lazzati era il solo affigliato milanese caduto nei processi di Mantova; e, pur troppo, era probabile che dovesse scontar sul patibolo la trista follia commessa da altri il 6 febbrajo nella sua città nativa. Lo stesso Lazzati, quando seppe nel carcere del tentativo sanguinoso d’insurrezione, si vide perduto. E pur troppo le previsioni sue e quelle degli amici del salotto Maffei non s’allontanavano dal vero!... Il poter militare decise d’impiccarlo!...

Una giovane signora di Milano, nota a casa Maffei, e alla quale Antonio Lazzati avea inspirato un’ardente passione, nel delirio dell’angoscia, della disperazione mortale, non vedeva ajuti per salvare da morte il suo diletto, non iscorgeva via di salvezza. Chi pregare? chi invocare? chi supplicare mai?... Il maresciallo Radetzky, che teneva il proprio quartier generale a Verona, non riceveva alcun supplicante, o meglio questo non era lasciato [183] passare fino a lui dal Benedeck, più implacabile dello stesso maresciallo. Quella infelicissima trova per somma fortuna in un’altra signora, più che una consolatrice, un’alleata per raggiungere lo scopo pietoso. Come colei ch’è l’arbitra del cuore d’un possente generale, quell’alleata non s’indugia a supplicarlo; e tanto fa, tanto prega, tanto s’adira, che quegli si lascia strappar la promessa d’intromettersi perchè Antonio Lazzati sia salvo! Il generale si porta subito da Piacenza, dove risiede, a Verona per raggiungere l’intento; ma ivi trova le più ostinate opposizioni. Al quartiere di Radetzky ne nasce un contrasto, un conflitto vivacissimo, quasi furibondo.... Alla fine, dopo lunghi tentennamenti e sforzi, la concessione è accordata!...

Il 28 febbraio 1853, Antonio Lazzati, Tito Speri e Carlo Augusto Fattori vengono condotti tutti e tre insieme dinanzi al Tribunale di guerra per udire la loro condanna: a Tito Speri il capestro; al Fattori e al Lazzati è condonata da Radetzky “in via di grazia la pena di morte„ infliggendo al primo, per la sua minore attività nella congiura, cinque anni di carcere in ferri, e al Lazzati quindici anni di carcere in ferri “per la migliorata sua condotta politica in questi ultimi tempi„. Questa la frase trovata per giustificare la clemenza o meglio per larvare la potente intercessione!... Quindici anni di catene son pur terribili da sopportare; ma almeno è risparmiato il supplizio!... L’altro amico di casa [184] Maffei, Giuseppe Finzi, venne condannato a diciotto anni di catene.


Le apprensioni del salotto Maffei non si arrestavano qui, pur troppo! Manco male che qualcuno de’ suoi amici poteva salvarsi colla fuga!...

Una mattina, qualcuno corre a informare la contessa Clara che uno de’ suoi amici, uno de’ giovani più ferventi, il nobile Carlo De Cristoforis, ricercato dalla polizia, ha potuto fuggire. Una fuga eroicomica. Pochi momenti prima d’essere arrestato, il De Cristoforis si rifugia nell’Ospedal Maggiore, dove un medico suo amico lo accoglie e lo mette a letto, come un povero ammalato; e intanto i suoi amici gli ordiscono la fuga dalla città. Egli si traveste, si trucca da domestico d’un ufficiale e, a cassetta d’una carrozza di questi, varca sotto gli occhi de’ gendarmi le porte di Milano rigorosamente guardate. Cammina per campi, per ville, e arriva al Lago Maggiore; lo attraversa nel fondo d’una barca, nascosto in un ammasso di reti di pescatori; quindi ripara a Zurigo. Nel 19 luglio del ’54, con sentenza del conte Giulay, controfirmata da Radetzky, Carlo De Cristoforis veniva condannato in contumacia, per alto tradimento, a dodici anni d’arresto in fortezza e alla perdita della nobiltà.

Carlo De Cristoforis era stato uno de’ primi amici del salotto Maffei cui Mazzini s’era rivolto per preparare l’insurrezione a Milano. [185] Benchè audacissimo, il De Cristoforis aveva cercato di dissuadere l’agitatore dall’impresa, la quale avrebbe provocate fiere rappresaglie dal Governo militare specialmente contro i detenuti politici nelle carceri di Mantova. Ma Giuseppe Mazzini non ascoltò lui più che altri; e allora il De Cristoforis agì da solo e cercò di sconsigliare i molti del partito d’azione che a lui si rivolgevano per averlo compagno o capo. Scoppiato il sanguinoso tafferuglio del 6 febbraio, il De Cristoforis accorse in ogni punto della città per verificare se il moto era serio, pronto anche a mischiarvisi se tale fosse stato; ma vide, invece, l’opposto! Alla sera, si seppe che in vicinanza del Verziere c’era stato un tentativo di barricate, di questa architettura de la libertaa, come il Rajberti chiamava le barricate dei Cinque Giorni; e Carlo De Cristoforis volò anche al Verziere volendo penetrare sino al punto dove eransi sentite alcune fucilate. Ma gli amici, tra i quali i fratelli Visconti-Venosta e il pittore Gerolamo Induno, lo trattennero; e fu bene per lui, perchè essendo armato, se veniva preso dai soldati slanciati per le vie a vendicare i loro commilitoni feriti o morti, egli non sarebbe sfuggito alla fucilazione o al capestro. Non isfuggi, peraltro, ai sospetti della polizia che qualche giorno dopo corse per arrestarlo.... con quel brillante successo che sappiamo.


Tullo Massarani, condiscepolo e amico intimo del dottor Carlo Poma, che a Mantova [186] lasciò la vita sul patibolo; amico di Tito Speri cui toccò la stessa fine gloriosa, e di Giuseppe Finzi, cospirava senza tregua, meritando la vigilanza speciale della polizia. Per un miracolo, egli non fu coinvolto nei processi di Mantova. Una notte, verso l’alba, è destato dalla polizia che gli viene a perquisire tutta la casa. Il commissario perlustratore, vedendovi molti libri, esclama: “Quanti libri! Sarebbe meglio che fossero bottiglie!„ Facezia vuota in apparenza; ma non è: essa è l’eco dei principii già banditi dal Metternich, il quale, prima di cadere, aveva detto: “Quei poveri Lombardo-Veneti noi li abbiamo annojati! Dovevamo divertirli meglio, tenerli allegri.„ Guai al Governo che annoja i governati!

Il Massarani avea distribuito dovunque varie cartelle del prestito mazziniano; una delle quali era stata acquistata da un medico, il dottor Ciceri, che venne subito arrestato, in seguito alla denuncia d’un altro medico, un Vandoni. Da una riunione di mazziniani, quest’ultimo fu tosto condannato a espiare la sua perfidia.

Un operaio, certo Colombo (morto poi vecchio nel ’93), fu scelto a sorte dai congiurati per compiere la vendetta, e lo freddò d’una pugnalata un pomeriggio, in via Durini, mentre il tristo stava per andare a casa a pranzo, e le figliuole lo attendevano, come il solito, alla finestra.

Un’altra volta, la polizia tornò di notte da Tullo Massarani per arrestarlo; ma, per equivoco, [187] arrestò il cugino di lui, il quale fu in grado di provare la propria innocenza.

La vita insomma degli amici del salotto Maffei e di tanti altri, che, pur alimentando in cuore la fiamma patriotica, non erano a quello affigliati ed agivano col medesimo scopo in altre riunioni, scorrea insidiata ogni momento e cinta da perigli; forse non senza ebbrezza dei cospiratori consacrati a un ideale, certo con mortali spasimi delle povere madri.

La contessa Maffei non si mostrava punto atterrita dello stato d’assedio e delle perquisizioni che da un momento all’altro potevano capitarle. Distrusse, è vero, le carte pericolose, non l’amabile sua disinvoltura, che l’accompagnò in ogni frangente.

La polizia le usò peraltro riguardi, di cui sarebbe ingiustizia tacere. Non entrò mai nella sua casa a perquisire; neppure chiamò la contessa ad audiendum verbum, in un tempo di rigori in cui le chiamate fioccavano, e benchè fosse noto quali patrioti la visitassero ogni giorno, ogni sera, e con quali altri o arrestati, o fuggiti, ella conservasse segrete relazioni. La polizia non recò neppure molestie alle signore patriote amiche della Maffei, tranne alla signora Saulina Viola Barbavara, la cui casa perquisì senza frutto; e non toccò la poetessa Giulietta Pezzi, mazziniana, più che mai tenace ed ardente, prima e dopo il 1853.

Mentre la Maffei accoglieva nel suo salotto elegante di via Bigli gli uomini riflessivi che avversavano l’azione subitanea, la Pezzi accoglieva [188] nella sua modesta dimora in via Amedei gli uomini veementi che la volevano a ogni costo. Il Pezzotti, lo Scarsellini, ed altri si radunavano e congiuravano presso di lei. Ogni sera le depositavano in casa i fasci delle cartelle del prestito mazziniano che durante la giornata non erano state vendute; e la scoperta d’una sola cartella voleva dire condanna di morte! Il Pezzotti, superbo della propria umile origine (era figlio d’un cappellajo), brutto, un insieme di forza e di dolcezza, di audacia e di mestizia, non isfuggì agli sgherri, venne arrestato il 24 giugno 1852: in carcere, ingojò le carte che celava indosso e si strangolò per timore di compromettere collo scritto o colle parole, in un momento di debolezza o di delirio, i suoi compagni. Angelo Scarsellini spirò sulle forche di Mantova il 7 dicembre di quel medesimo anno.

La Pezzi — proprio la poetessa ridente dai riccioli d’oro che piaceva a Balzac, l’autrice di Une fleur d’Israël, del dramma Carlo Sand, da lei dedicato nel ’48 a Mazzini, de Gli artisti, dell’Egberto, — appena cominciarono a infierire le perquisizioni e gli arresti si preparò a sfuggirli con un terribile divisamento. “Se sento i gendarmi salir le scale — ella disse — mi lancio dalla finestra colla mia bambina!„

A Verona fu arrestata bensì una eletta signora, conosciuta dalla Maffei, la contessa Marianna Catterinetti-Franco-Fontana, la quale accoglieva i cospiratori di Verona più in vista: [189] Aleardo Aleardi, Pietro Montagna, il conte Alessandro Murari Bra, e, fra altri, quel Carlo Montanari, che nel ’53 salì il patibolo. Fu incarcerata; ma dopo poche ore la tolsero dalla prigione e l’affidarono a un’altra signora veronese, moglie del noto capo di polizia Martelli, nella cui casa ella potè tener seco le due figliuole Lavinia e Giulia; e alla fine fu lasciata libera, perchè intrepida seppe tacer sempre ogni nome, ogni fatto, con una fortezza virile che altri, pur troppo, a Mantova non ebbero.

Mentre non usavasi misericordia verso gli uomini, perchè riguardi verso le donne?... — Eppure, nell’agosto del ’49, entro il Castello di Milano, non s’era usata alcuna pietà verso due infelicissime giovinette!...

Appunto, perchè nel furor delle rappresaglie erano state commesse vendette orribili, si cercò poi, io credo, col trattamento umano verso le signore d’attenuare (seppure era possibile) quell’impressione.

E poi l’Austria non voleva impacciarsi troppo con donne. Tranne due o tre femmine dei bassi fondi, delatrici volontarie e d’occasione, non ebbe donne spie. Le spie sullo stampo della Dora di Sardou non fiorirono sotto la dominazione austriaca in Italia.

In casa Maffei, in questa ròcca, certo le spie, nè maschi, nè femmine, in nessun modo, poteano aver adito!

Vi erano ammessi solo uomini di fede provata; e le poche signore amavano fortemente, [190] come la contessa Maffei, la patria; e per la patria cospiravano coi loro amici, spiegando quel carattere che, nella donna, davanti al supremo pericolo, spesso eguaglia e supera persino la fermezza dell’uomo.

Lo spirito di disciplina, sorto coll’idea concorde della resistenza implacabile contro il dominio straniero, affermatosi nel nucleo dei patrioti veggenti e decisi di non favorire abbagli funesti, doveva continuare sino alla fine nel salotto Maffei, e continuò imperturbato, non ostante la nuova politica adottata poi dal gabinetto di Vienna verso i Lombardi-Veneti; non ostante le promesse e le lusinghe imperiali, pugni di sabbia d’oro disseminata su una terra bagnata di sangue.

[191]

CAPITOLO XII. LA LOTTA DEI DIECI ANNI.

Primizie della politica di Camillo Cavour nel salotto. — La nuova politica di Vienna. — L’arciduca Massimiliano e la società milanese. — Duelli fra cittadini e ufficiali. — La contessa Maffei e altre dame nella lotta patriotica. — Vita gaja. — Il salotto si ravviva; nuovi frequentatori. — Scherzi satirici.

Perquisizioni della polizia, arresti, processi, condanne, esilii, patiboli, terrori nelle famiglie, pianto e angoscia delle madri.... È questo il quadro di Milano. Triste è il salotto Maffei; triste è la contessa, anche per altre sventure. Ella ha perduto un amico, de’ più antichi e più fidi: Tommaso Grossi. Un giorno, mentre il poeta se ne stava curvo davanti al fuoco del caminetto, sollevò d’improvviso la testa ad una chiamata e battè del cranio sul marmo.... L’autopsia provò che l’infelice, contrariamente a quanto un famoso medico curante affermava, era morto per gli effetti di quel colpo.

Un anno dopo, la contessa è straziata da [192] più acerbo lutto. A Venezia, le muore l’amica Teresa Papadopoli. Il tristissimo annuncio le vien comunicato da Francesco Venturi. Questo dotto legista, nato ad Avio presso Roveredo, patriota della prim’ora, inviato nel ’49 da Daniele Manin presso i Governi di Toscana, di Torino, di Roma, è fra gli amici più intimi e più fidi della Maffei; uno de’ più apprezzati pel sentimento patriotico, per la dottrina e per l’integrità del carattere. Egli, con delicato pensiero, inviò da Venezia alla contessa un braccialetto dell’estinta con alcuni capelli tolti alla salma, non trovando parole per consolare l’afflitta amica.

“Ottimo amico mio (scrive la Maffei a Giulio Carcano), imploratemi ed inspiratemi coraggio e rassegnazione: per ora, il cuore è come stretto da una inesorabile mano di ferro: le lagrime non cadono più, e sono ammutolita e prostrata da questa grande sventura. Dio mio, che ho mai fatto per condannarmi a questa completa solitudine d’affetti? So che mi restano dei buoni amici: se non avessi questi, parmi impazzirei. Ma Teresa era più che una sorella per me, e, colla sua morte, è spezzato l’ultimo legame che ancora m’univa alla mia infanzia, a quella sola epoca non infelicissima della mia vita. Nello sciogliere questo nodo, mi si rompe proprio il cuore. Perdonatemi questo forse troppo forte grido di dolore; ma oggi non so che gemere: in seguito spero saper essere più calma.„

[193]

Calma e conforto, la contessa traeva a poco a poco dalla devozione degli amici e, fra questi, Carlo Tenca.

“L’amore più intenso, più profondo e più durevole, è quello nel quale si possono esercitare tutte le potenze migliori del nostro cuore: la protezione, la pietà, il sacrificio. La donna, la quale mostra di non aver bisogno che della nostra adorazione, del nostro culto, ma che all’infuori di ciò, basta a sè stessa, c’inspirerà della passione, un misto, altissimo se vuolsi, di sensi e di imaginazione, ma non si collocherà nell’intimo dell’anima nostra; non ci darà tutte le compiacenze dell’amore. L’amore è spesso soddisfazione d’orgoglio o di vanità; ci esaltiamo nella persuasione di occupare la mente e l’anima della persona che noi preferiamo e che crediamo ambita da tanti; ma una più dolce e potente soddisfazione ci dà l’amore che mette noi al servizio della debolezza altrui e che ci fa esercitare la più bella parte delle nostre facoltà. Qui è la vera simpatia. Ciò spiega anche l’amore tra caratteri differenti, i quali si completano l’un l’altro.„

Così il Tenca pensava, in quei giorni, e sempre; così scriveva, spiegando la propria consacrazione a quella dolorosa anima gentile.


A scuotere la contessa e tutti gli amici del suo salotto, arriva un giorno, per fortuna, una singolare notizia: la partecipazione delle [194] armi piemontesi alla guerra di Crimea. Il conte Emilio Dandolo, frequentatore di casa Maffei, è in segreti rapporti con Camillo Cavour; così il conte Giulini; e agli amici del salotto entrambi recano solleciti le primizie della politica ardita e sagace del grande statista. Si avvalorano le speranze; risorge nei liberali l’ardimento: l’aurora d’un’azione seria e definitiva sembra alfine spuntata!...

Camillo Cavour, che vuole attrarre nella sua orbita quanti egregi patrioti vanta Milano e il resto di Lombardia, dà, in questo tempo, agli amici di casa Maffei affidamenti della sua politica liberale e unitaria. E sono questi affidamenti segreti il ponte che conduce a lui definitivamente la maggior parte di coloro che militavano a favore del concetto d’un’Italia repubblicana. Nelle trattative che corrono attivissime fra Camillo Cavour e i patrioti del circolo Maffei, e dal cui esito dipendono le sorti della patria, ha parte principale un giovane che abbiamo più volte nominato: Emilio Visconti-Venosta.

E qui cade a proposito di rivolgere meglio l’attenzione a questa nobile figura della storia del risorgimento, la cui influenza sui giovani lombardi nel decennio che corse fra il ’49 e il ’59 fu potente. La sua posizione sociale che lo pone a contatto con tutti, la sua avvenenza, il suo ammaliante e acuto ingegno, la sua cultura, i suoi modi simpatici, l’audacia accompagnata da freddezza ch’ei mette nell’affrontar tutt’i pericoli nella cospirazione, [195] segnalano lui, giovanissimo, fra gli stessi anziani. In mezzo alla gioventù, Emilio Visconti-Venosta gode d’un’autorità che negli anni giovanili raramente s’accorda ai coetanei. Di lui si può ripetere ciò che il Manzoni diceva del d’Azeglio: “è nato seducente.„ Durante il giorno, studia e compone articoli destinati al Crepuscolo e alle riviste straniere, nutrendo per le belle lettere, al pari di tanti altri statisti del risorgimento, culto, passione. Alla sera, Emilio Visconti-Venosta entra in qualche convegno di giovani, fra’ quali ordisce le trame di una politica segreta e attiva; quindi, lasciati diremmo così i soldati e gli ufficiali del partito, passa verso la mezzanotte ad abboccarsi collo stato maggiore dello stesso partito nel salotto Maffei. Nelle cospirazioni che precedettero i processi di Mantova, egli fu uno dei più ardimentosi; e se non finì sul patibolo di Belfiore a ventidue anni, lo deve all’eroico silenzio de’ suoi amici, specialmente del Lazzati e del conte Ulisse Salis. Col Mazzini, che aveva in lui riposto le sue compiacenze, mantenne per qualche tempo attiva corrispondenza; ciò non ostante, Emilio Visconti-Venosta, benchè addolorato, non esitò a rompere ogni vincolo con lui quando lo vide persistere su una via che non conduceva a pratici risultati. Camillo Cavour indovinò presto il senno del giovane Emilio; e col mezzo del Giulini e del Dandolo, si accaparrò quella mente, di cui dovea ben presto lodarsi, impiegandone le rare qualità in ardui mandati.

[196]

L’attitudine de’ patrioti, se non fiaccata, resa più circospetta dai processi di Mantova e dai supplizii, si fa adesso di nuovo apertamente operosa; e vediamo anche farsi più numeroso e più animato il circolo di casa Maffei.

La contessa allarga i suoi inviti, apre le sue sale a un maggior numero di persone attratte dalla sua gentilezza e dall’aureola di severa rispettabilità dell’ingegno e fama de’ suoi intimi. Allargando i ricevimenti, la Maffei è guidata dall’intenzione (ch’essa esprime poi a chiare note) di riunire ciò che v’ha di meglio nella società seria e nella società elegante, sia di signori che di signore, perchè si affratellino tutti in un preciso concetto patriotico; concetto che adesso è quello d’una più vivace resistenza, d’una più sciolta e implacabile battaglia al dominio straniero: ella vuole che tutti gli amici del salotto, alla loro volta, ne facciano la più attiva propaganda nelle famiglie, nei circoli, dappertutto.

L’irradiazione, che emana da questo focolare di patriotismo per varii anni, è incredibile. I molti cospicui forestieri, specialmente francesi, che vengono a Milano e che quasi sempre hanno lettere per Clara Maffei, trovano nel salotto la nota altissima del sentimento patrio. Così, ritornando ai loro paesi, ne parlano nelle famiglie, nei giornali, nei libri, nei ministeri, nelle reggie. Nessuno meglio di loro è testimone che la questione nazionale italiana, creduta spenta a Novara, ardeva sotto le ceneri.... Tale propaganda (è necessario insistere) [197] d’ogni giorno, d’ogni ora, d’ogni minuto; questa infrangibile disciplina degli animi che ricevono sempre una nuova parola d’ordine in casa Maffei, esercita una forza possente a sostenere lo spirito pubblico nella guerra della resistenza, che forma la pagina più virtuosa della storia di Milano. La lotta delle Cinque Giornate è splendida d’una grandiosità da epopea; ma è l’eroismo di pochi giorni sublimi, è la folgore che incenerisce; — la lotta della resistenza è d’apparenza meno abbagliante, ma è l’eroismo segreto di dieci anni; è il raggio che feconda.

La guerra di Crimea è dichiarata e si combatte: e le armi piemontesi ritornano vittoriose in patria che ne trae auspicio di nuovi allori più gloriosi. Il piccolo Piemonte ha ormai voce in Europa. Camillo Cavour è ammirato, e temuto. Lo teme il governo di Vienna che, per eclissare il suo prestigio nelle terre Lombardo-Venete, muta verso queste d’un tratto politica. Non più la politica delle repressioni feroci, bensì delle concessioni clementi; non più giudizi militari, non più processi politici; cessa il regime del patibolo; comincia il regime del sorriso.

L’imperatore concede amnistia generale. In forza di questa, i processi di Mantova sono troncati d’un tratto: possono ritornare in patria gli emigrati e tutt’i condannati che languivano nelle fortezze dell’impero. Anche il Lazzati e Giuseppe Finzi ritornano, dopo cinque anni di carcere, e nel salotto Maffei vengono [198] ricevuti con grandi feste; ma al giubilo si mesce la commozione nel vedere sul loro volto sparuto le traccie de’ patimenti.... Si sciolgono i sequestri, inflitti alle proprietà di cospicue famiglie lombarde; e, come segno di pace, l’imperatore annuncia una sua visita, e arriva. Ed arriva a Milano colla bella sposa un giovane colto e cavalleresco, Massimiliano, che spera di conquistare i milanesi colla cortesia della quale è maestro: i giovanotti mondani cogli inviti ai balli, alle caccie, ai banchetti; gli uomini politici con idee di riforme e con promesse di cariche cospicue e onorificenze. Egli non solo desidera, vuole che il Lombardo-Veneto non sia più trattato quale terra di conquista; e sogna di formarne uno stato autonomo sotto la protezione dell’aquila imperiale.

“Il popolo, in massa, non possiede intelligenza ma istinto, e codesto istinto è sempre giusto. I reggitori che lo sanno dirigere verso un graduato e libero sviluppo, raccoglieranno pace e prosperità. Se poi questo istinto è disconosciuto sistematicamente pel momentaneo soddisfacimento di una politica che vive alla giornata, ne seguirà una immensa irragionevolezza e terribili catastrofi.„

“L’avarizia è nei principi un delitto, giacchè il popolo sa che il danaro loro esce dalla borsa sua.„

“Quel governo che non vuole dare ascolto alla voce dei governati, è un governo tarlato e precipita a una prossima rovina.„

[199]

“Non i popoli sono fatti pei principi, ma i principi per i popoli.„

“Le bajonette rivolte all’esterno sono armi difensive; rivolte all’interno non possono servire che al suicidio.„

Di chi sono questi aforismi?... Si direbbero d’uno degli amici del salotto Maffei. Invece sono d’un arciduca d’Absburgo, proprio di Massimiliano‍[8]. Immaginarsi se un principe, il quale sente così, non può sperare ascolto; ma è straniero; la bandiera ch’egli innalza non è, non può essere la nostra.

Appunto per le sue qualità di principe elevato e seducente, egli segna per l’idea unitaria il più pericoloso momento; e subito se ne avvede Cavour, che ne è preoccupato, e mette tosto in guardia gli amici di Milano, gli amici del circolo Maffei che godono presso di lui speciale considerazione. Ed, ecco, allora la contessa Maffei rendersi più che mai battagliera e intransigente con quanti mostrano d’accogliere le prime mitezze della nuova politica di Vienna, non diremmo con favore, ma senza opposizioni recise. Frequentatore del circolo è il giovane Stefano Jacini. Nato da ricca e stimata famiglia lombarda, allievo delle università di Germania, erudito per forti studi, e per lunghi viaggi in Europa, economista di salde speranze, egli è uno de’ primi, e perciò [200] non può sfuggire all’occhio dell’arciduca. Addolorato per le lagrimevoli condizioni nelle quali versa da più tempo la Valtellina, dove il pane manca agli agricoltori e i contadini sono costretti di far bollire le erbe dei campi, quando non muojono letteralmente di fame, Stefano Jacini accetta, dopo alcuni dubbii e ritrosie, l’invito che Massimiliano gli porge: di scrivere una memoria sullo stato doloroso di quei lavoratori, per alleviarne il peso. L’Jacini, animato anche dal patriotico intento di mostrare come il Governo avesse fino allora trascurata una delle più ragguardevoli regioni, si accinge allo studio magistrale, che più tardi sarà tradotto in inglese da un grande amico d’Italia, Gladstone. Ma gli amici del salotto Maffei non approvano punto l’adesione del giovane economista, convinti che dallo straniero nessuno debba accettare incarichi di nessuna specie, sieno pure a sollievo dei sofferenti!

Carlo Tenca non ascolta certo le preghiere del Governo. Egli vien pregato con cortesia dal governatore d’annunciare sul Crepuscolo la venuta dell’imperatore d’Austria; il semplice arido annunzio, come fatto di cronaca, senz’altro: ma Carlo Tenca, freddo e risoluto risponde di no. Il Governo invita tutte le famiglie nobili, aventi (come si dice) i diritti di Corte, perchè si dispongano ad accogliere l’imperatore e andare a’ suoi ricevimenti, a’ pranzi; e quasi tutte queste famiglie nobili gli rispondono con qualche scusa che mal nasconde il vero motivo del rifiuto.

[201]

Se qualcuno non sapendo resistere ai modi affabili dell’arciduca, accoglie qualche invito a Corte o presso i ministri del seguito, è messo al bando della società, gli vien tolto il saluto, è perseguitato dal ridicolo, è provocato a duello. Il duca Melzi, che entra illuso nella schiera massimilianista, il duca Scotti, il marchese Corio, e qualche altro, non isfuggono ai sarcasmi. Il giornale umoristico l’Uomo di Pietra, diretto da Bernardino Bianchi, poi prefetto, e scritto da Antonio Ghislanzoni, Carlo Baravalle (Anastasio Bonsenso), Carlo Righetti (Cletto Arrighi), Emilio Treves e altri capi scarichi e arguti, ne coniano di belline; le quali entrano subito in circolazione nella società milanese, cui sono sempre piaciuti il buon umore e il frizzo; questa volta poi il frizzo e il ridicolo sono armi necessarie per la causa liberale.

Nel maggio 1858, Alessandro Manzoni è quasi morente per una doglia sotto al cuore. I suoi ammiratori, tutta Milano n’è costernata. Si recitano tridui per la sua guarigione persino a Parigi alla Maddalena e a Londra per cura del cardinale Wiseman. Massimiliano manda a chiedere frequentissime notizie dell’infermo; ma questi, nè allora nè poi, fa atto di adesione al premuroso arciduca, come non ne avea fatta prima del ’48 alle avances di Metternich, durante il soggiorno di questo principe a Milano, secondo narra un diplomatico austriaco, l’Hübner, nell’Année de ma vie; il quale non esita a collocare per questo le vieux Manzoni, le célèbre auteur des Promessi Sposi, nel [202] numero dei patriotes rigides. — Massimiliano, che ama le belle arti, ch’è anima d’artista egli stesso, accarezza gli artisti: va a visitare, fra altri, il pittore Domenico Induno e gli commette un quadro, scegliendo un bel tema che avrebbe tentato un artista liberale qual’era veramente quel degno fratello di Gerolamo: Eugenio di Savoja. Ma Domenico Induno non dipinge il quadro, e non restituisce la visita.

L’arciduca, desideroso d’ammirare Gustavo Modena, gli fa dire col mezzo d’un certo Robaglia (impresario del teatro di Santa Radegonda) ch’ei può liberamente da Torino dove vive emigrato, passare a Milano, chè l’indulto imperiale non si farebbe aspettare a favore del più eccelso attore del mondo. E il più eccelso attore del mondo risponde al Robaglia in un biglietto, inedito tuttora, condito di quel sale e pepe ch’ei spargeva volentieri nelle sue lettere umoristiche e originalissime:

Sig. G. Robaglia a Milano,

“Da Torino, 14 aprile.

“Le sono gratissimo delle sue cortesi offerte; ma c’è un guajo, ed è: che il teatro di Santa Radegonda non può venire di qua da Buffalora, ed io ho una spina in un piede la quale non mi permette di venire di là, dunque...

“Dunque mi devo limitare a concambiare cordialmente i suoi saluti protestandomi

Suo obb.mo e devoto

Gustavo Modena„.

[203]

Le classi intelligenti, le classi alte della società, cui il governo direttamente si rivolge poichè in esse vede il timone della nave, sentono in questo momento, dinanzi a tutta l’Italia, una grande responsabilità; e come già nel ’48, rispondono degnamente al loro cómpito. Sin dai moti carbonari del ’21, i più illuminati di quelle classi compresero quale fosse la via più onorevole da battere; e quanto sfidassero impavidi la morte, e sostenessero nell’esilio o nello Spielberg le più dure prove, è noto a tutti; ma forse non tutti ricorderanno che da quegli uomini del ’21 fu dato l’abbrivo alle idee emerse nel ’48 e avvalorate nelle guerre dell’indipendenza italiana.

Nel salotto Maffei si ordiscono manifestazioni contro il Governo e persino duelli contro gli ufficiali per tener viva l’attitudine di ostilità che può solo, alla sua volta, tener viva l’idea nazionale.

Gli ufficiali austriaci, a Milano, formano una famiglia a parte; qui si sentono più che mai in terra d’esilio.

Tutti di ragguardevoli famiglie, parecchi di famiglie patrizie, ricchi, di figure signorili, allevati nel Teresiano di Vienna e nella migliore società, potrebbero figurar bene in qualunque festa; ma essi, almeno i più ragionevoli, comprendono che le famiglie italiane degne del nome, hanno tutte le ragioni di non accoglierli, finchè le loro sciabole strisciano padrone sulle nostre vie. Appartengono anch’essi, infine, chi alla Polonia, chi alla Boemia, [204] chi all’Ungheria, a terre, insomma che, al pari del Lombardo-Veneto, aspirano a più lieti destini; e mentre alcuni, accesi di furor soldatesco, e incitati dal contegno ostile della cittadinanza, vorrebbero che si ritornasse al regime Radetzky; altri non restano insensibili agli sforzi sanguinosi dei popoli d’Italia, che sfidano tutto pur di godere alla fine la loro parte di libero sole. Così, fra gli ufficiali e i funzionari stranieri, si segnano due correnti: quella di chi non approva la politica mite, e quella di chi non solo l’approva ma deplora sia giunta troppo in ritardo per isperarne gli effetti. Alcuni funzionari stranieri della stessa polizia, specialmente ungheresi, cercano di salvare qualcuno dei nostri; e già qualche altra volta l’han fatto. Un poeta, amico di casa Maffei, Antonio Gazzoletti, imprigionato a Trento, nei giorni della più ferrea repressione, venne liberato in grazia di un commissario ungherese, il quale da una valigia del poeta, fece sparire in un baleno carte ed armi, che volevano dire immediata fucilazione. Il Gazzoletti ne rimase profondamente commosso. “Una lagrima più eloquente di qualsiasi poema (scrive la vedova del Gazzoletti nei Cenni biografici dell’amato compagno) una lagrima gli velò il ciglio, e traendosi dal dito un anello: Portatelo per mia memoria, replicò; così la vostra resterà scolpita nel mio cuore, fino agli estremi del viver mio. — E così fu; poichè sin negli ultimi giorni di sua vita, riandando con sua moglie i tempi passati, benediceva [205] ancora a quel generoso che lo aveva salvato.„

Durante un carnevale, in casa del barone Ciani, si dà un ballo, al quale interviene un gentiluomo dell’aristocrazia austriaca, il barone Schönfeldt. Le signore, nel vederlo, fanno atto di ritirarsi; e allora un giovane audace si avvicina al barone stupito di quella fuga, e gli dice con garbo:

— Perdoni, signor barone, ma qui ella non può rimanere.

— Come? Io sono invitato!

— Mi dispiace, ma non vede?... Le signore si ritirano per lei. Ella, ch’è cavaliere, si ritirerà per loro!...

— Va bene; ma ella mi darà soddisfazione!

— Volentieri.

Quel giovane è uno degli amici più stimati di casa Maffei, Manfredo Camperio, milanese, libero spirito, avventuroso, patriota e soldato. Cospiratore prima del ’48, egli si fece allegramente imprigionare nella cittadella di Linz; ma ne evase per trovarsi nelle Cinque Giornate nelle quali si segnalò slanciandosi tra i primi all’assalto del palazzo del Genio in via del Monte di Pietà; quindi sotto il comando del general Medici combattè a Stabio e s’arruolò semplice soldato nella cavalleria piemontese facendo il suo dovere nella fatal giornata di Novara. Deposta per il momento la spada, trascinato dall’istinto di viaggi (che lo anima tuttora) Manfredo Camperio sbarcò in Australia, e poi ritornò a Milano per gettarsi [206] nelle cospirazioni di casa Maffei e.... accettare la sfida del barone Schönfeldt.

Il duello ha luogo alla sciabola, e dura quindici minuti, durante i quali il Camperio ferisce due volte l’avversario e rimane ferito egli stesso. Padrini del Camperio sono due altri amici di casa Maffei: il conte Emilio Dandolo e Carlo Prinetti.

In certi duelli fra cittadini provocanti e ufficiali provocati, si tira a sorte chi dei nostri deve battersi. Nelle partite d’onore, sono osservate col massimo rigore le regole del codice cavalleresco. Durante le trattative e sul terreno, perfetta cavalleria d’ambe le parti; quindi i nostri dicono agli avversari: “E qui finiscono le nostre relazioni.„ E gli ufficiali comprendono benissimo.

Nella serie dei duelli, che ricordano un po’ le sfide a singolar tenzone dei poemi romanzeschi e dei romanzi storici, v’ha quello del giovane Alfonso Carcano, di cui son padrini il marchese Soncino e Giovanni Visconti-Venosta; il duello d’un Tadini; di Gustavo Viola, figlio d’una delle più intime amiche della Maffei; il duello alla pistola presso Canobbio fra l’ufficiale Brünner e un Caroli, bergamasco, uno degli elegantoni che, prima di pranzo, formano capannello alla bottiglieria della Sincerità in angolo al Monte Napoleone e la Corsia dei Servi; e il duello di Giacomo Battaglia.

A questi scontri, le signore di casa Maffei e di tutto il resto della società milanese s’interessano al sommo, tutte concordi nel sostenere [207] la grande questione; tutte animate d’un patriottismo così caldo e militante, che il non essere in questi giorni intransigenti sarebbe cosa non solo antipatriotica, ma contraria alla moda e di cattivo genere.

Ma il patriottismo delle signore sarà chiamato ben presto a serie prove, quando comincerà la partenza dei volontarii per il Piemonte.

La società, intanto, ha mutato carattere. Cessato lo stato d’assedio, anche i ritrovi privati di Milano e il salotto Maffei si son fatti meno circospetti; le società sono più numerose e più vivaci. I ritrovi, i teatri, i balli, ripresi. Tutti vivono animati da una comune, crescente speranza; tutti si preparano a un grande avvenimento. Il salotto Maffei, oltre che il carattere patriotico assume un carattere sempre più gajamente mondano. Gli uomini serii si trovano colle signore alla moda. Troviamo in questo periodo del salotto Maffei un giovane ingegnere milanese, Giuseppe Colombo, che un giorno sarà ministro; un matematico che doterà Milano di istituti d’alta cultura, il Brioschi; un medico mantovano, che mette ogni cura nel celare la propria svariata sapienza, Cesare Todeschini; e Lamberto Paravicini egregio chirurgo. E ancora: l’ingegnere Emilio Bignami Sormani, uno dei cooperatori del Crepuscolo, ed Enrico Fano, che siederà nel Senato del nuovo Regno. Più tardi troviamo il valtellinese Romualdo Bonfadini, pubblicista e storiografo di larghe vedute, fervido nella parola, scultorio nello stile; e un profugo poeta, parlatore [208] brioso, caro al Manzoni, Giovanni Rizzi di Treviso. Intervengono due altri veneti, il pittore Antonio Zona, ritrattista di grido, dal colorito tizianesco, che dipinge per la contessa una giovane Violinista dall’adorabile espressione soave e il chiomato Filippo Filippi, musicista e critico musicale, il solo che, fanatico della musica tedesca, porti la nota tedesca (musicale!) nell’italianissimo salotto. Un giornalista e drammaturgo, Leone Fortis, triestino, profugo e vero tipo di profugo talchè nel vederlo si è tentati a ripetere quel verso dei Profughi di Parga del Berchet:

Chi è quel Greco che guarda e sospira?...

interviene qualche sera alle conversazioni. La sua gentil compagna, Luigia Coletti, sorella del patriota e scienziato Ferdinando Coletti di Padova, non frequenta le riunioni di casa Maffei, ma conta fra le amiche intime della Chiarina.

Chi sapeva leggere negli astri prevedeva l’avvenire di Ruggero Bonghi. Questi fu presentato alla Maffei da Giulio Carcano (che lo incontrò sulle rive del Lago Maggiore) con una lettera piena di fausti presagi a favore del pensatore e pubblicista napoletano.

A mano a mano, vediamo venire il più acclamato nostro commediografo, Paolo Ferrari, dall’armoniosa parola, dall’amenissima conversazione; Giuseppe Guerzoni, avvenente giovane, letterato, foscoliano passionato, poi milite di Garibaldi e storico delle geste dell’eroe; un archeologo e numismatico, Biondelli, [209] il quale, forse distratto, comincia un giorno una sua lezione così: “Signori! il mondo è antico, ma i suoi monumenti sono ancora più antichi!„ Ed ecco un famoso naturalista, il barone Emilio Cornalia; lo storico Bartolommeo Malfatti; Francesco Rodriguez, traduttore elegante di poeti inglesi; le famiglie Negri, Ricordi, Garavaglia; il marchese Carlo Ermes Visconti, Carlo d’Adda, il conte Galantini, i Camozzi di Bergamo, il conte Giovio, Giuseppe Piola (poi senatore), il conte Carlo Belgiojoso, mite spirito gentile, cultore delle belle lettere e delle belle arti, fratello del conte Paolo, matematico, pure uno de’ frequentatori del salotto e che più tardi reggerà la pubblica istruzione a Milano. E fra i professori: Camillo Boito, aperto e brillante ingegno, Agostino Frapolli, chimico, e Vincenzo Botta, parente dello storico piemontese, già professore di filosofia nell’università di Torino e nel 1849 deputato al Parlamento sub-alpino.

Valendosi dell’amnistia, concessa da Francesco Giuseppe, è tornata dall’esilio la principessa Cristina Belgiojoso, e colla figlia, divenuta più tardi la marchesa Trotti, viene a visitare Clara Maffei. E ancora: la contessa Visconti di Saliceto nata San Martino, donna di molto spirito, e la contessa Morando. Fra le dame più giovani e più elette, si nota una gentildonna lombarda d’alto patriotismo e di forte cultura, Laura Scaccabarozzi nata marchesa d’Adda, che nelle agitazioni liberali [210] accoppia al coraggio la più fine sagacia e quell’elegante scioltezza che lo abbellisce. Rimasta vedova, si rimaritò con Giovanni Visconti-Venosta. È nipote del marchese Camillo d’Adda Salvaterra, coinvolto nei processi della Giovane Italia nel 1831.

Donna Lucrezia Mancini colla figlia frequenta pure il salotto; così donna Francesca de’ Lutti poetessa trentina, allieva d’Andrea Maffei; il quale nell’egregia casa Lutti a Riva di Trento viene amorevolmente ospitato per tanti anni dopo la divisione dalla moglie. Francesca de’ Lutti, autrice d’un poema, Maria, comparisce di tratto in tratto in casa Maffei, accompagnata dal nobile Vincenzo de’ Lutti, egregio musicista e letterato. Fra le belle signore, si nota la contessa Colleoni nata Viola, dal volto soffuso di quel pallore che un patrizio generoso, patriota, il conte Carlo Leoni di Padova, chiama magnetico. È sorella di Emilia Viola, divenuta più tardi Ferretti, virile ingegno, nota nella letteratura sotto il nome di Emma. La contessa Della Somaglia maritatasi poi al conte Marco Greppi; donna Paolina Sala Taverna madre di tre egregi gentiluomini, Gerolamo, Giacomo e Marco Sala, nonchè moltissime altre signore dell’alta società lombarda, frequentano casa Maffei.

Le conversazioni del salotto s’aggirano sulla politica, sulla letteratura patriotica che si diffonde a bella posta; sugli scherzi satirici che passano manoscritti di mano in mano e che persino si rappresentano. Si attribuisce (e credo [211] giustamente) al conte Carlo d’Adda uno dei più caustici scherzi poetici del tempo. Famosa poi una tragedia per marionette composta da Giovanni Visconti-Venosta e rappresentata da quella famiglia vivacissima di giovani che si riunivano in casa Dandolo. La tragedia aveva per argomento la guerra di Crimea e l’imperatore Niccolò di Russia: sotto il velo della parodia, e in versi pomposi e faceti satireggiava da cima a fondo contro il dispotismo, incarnato nello czar. Le allusioni furono colte a volo; e il successo calorosissimo si rinnovò per tre sere davanti a tutta la società di Milano accorsa alla tragedia che si voleva rivedere non so quante altre volte ancora; ma la polizia la proibì, e pose sotto rigorosa vigilanza l’autore; uno de’ più spiritosi e più colti gentiluomini, patriota tenace, e fine novellista e romanziere della scuola d’Alessandro Manzoni.

[212]

CAPITOLO XIII. AL CAMPO!

I primi giorni del ’59. — Tumulti al Teatro alla Scala. — Tutti al campo! — Augusto Verga e altri giovanotti della società elegante. — Gaetano Negri. — La contessa Maffei e gli emigrati. — Morte e funerali di Emilio Dandolo. — Comico salvamento del conte Bargnani. — Giovanni ed Emilio Visconti-Venosta.

Gli avvenimenti incalzano; e nel salotto Maffei le notizie arrivano a folate. Nel novembre del ’58, si parla d’una guerra in primavera in cui le armi della Francia saranno alleate colle piemontesi. La città è in fermento, e si libra più che mai alla speranza di sorgere, dopo tanti secoli di servitù, a libera vita.

L’ultima sera del ’58, la contessa Clara riceve una folla di liberali giubilanti che parlano a voce bene alta dell’imminente tempesta.

Qualche loro amico, Leone Fortis, non si trova peraltro in mezzo alla gioconda riunione, dovendo proprio in quella notte, in seguito a una “perquisizione politica„ abbandonare colla moglie Milano per comando della polizia. [213] La contessa raccoglie lì per lì, nel suo salotto, una somma a favore del Fortis e gliela invia co’ suoi augurii, a mezzo di Giuseppe Guerzoni e di qualche altro amico, alla stazione; somma mille volte benedetta, pioggia provvidenziale su un’arida landa!

Le brusche parole, che nel ricevimento di capo d’anno Napoleone III rivolge al barone Hübner, ambasciatore d’Austria a Parigi, fanno sussultar di gioia gli amici della Maffei appena esse arrivano nel salotto. Il carnevale è cominciato allegro: si va in maschera. C’è forse ragione d’essere oggi malinconici perchè domani si andrà a battersi? Alla Scala si rappresenta il Simon Boccanegra di Verdi; e alla fine del primo atto, si leva un frastuono di battimani e di voci: Viva Verdi! che dalle iniziali del maestro, vogliono dire, si sa, Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! — Un’altra sera (il 9 gennaio) scoppia una grandiosa dimostrazione al guerra, guerra della Norma. Anche gli ufficiali austriaci, sorti in piedi, battono le mani al guerra, guerra! Le batte il generale Giulay, comandante delle truppe. Tutti vogliono finirla con uno stato penoso: guerra!

Nel salotto Maffei, il fervore patriotico aumenta di giorno in giorno, d’ora in ora. Già il famoso “grido di dolore„ lanciato da re Vittorio Emanuele nel suo memorando discorso del 10 gennajo, ha fatto passare al salotto una serata allegrissima. I giovani, impazienti di menar le mani, si dispongono a partire pel campo: così parte tosto una schiera [214] di giovanotti appartenenti al salotto Maffei e ad altre società eleganti. Il primo è il nobile Giulio Venino, poi divenuto capitano d’artiglieria; e, subito dopo, il principe Gian Giacomo Trivulzio, Giulio Vigoni, i nobili fratelli Sala, Ulrich, Augusto Viola, il commediografo Leo Castelnuovo (conte Leopoldo Pullè), Ernesto Turati, i due Majnoni, l’Esengrini, il giovane Nava, e Fadini, Radaelli, Rosales, Mazzoni. Questi ultimi si trovano a Vigevano con uno dei don Giovanni più belli della società milanese, Augusto Verga. Nato a Milano, il Verga sfuggiva alla coscrizione austriaca riparando in Inghilterra, dove riuscì ad arruolarsi nella Legione straniera. Ma alle prime voci guerresche nel ’59, eccolo pronto di ritorno in Italia, portando seco nel Piemonte il suo bell’uniforme di ufficiale britannico, dentro il quale (scrive Leopoldo Pullè) sembra Apollo vestito da ussaro inglese.

Il conte Pullè fugge da Milano col favore del padre, il commediografo Riccardo Castelvecchio. Gaetano Negri, giovanissimo, s’avvia anch’egli lietamente verso il Piemonte. Il futuro sindaco di Milano, che si è fatto già notare da alcuni amici pei principii liberali, per la cultura e pel forte ingegno, è accompagnato al campo dallo stesso suo padre!

Le signore incoraggiano tutti i giovani a partire, amici e fratelli; punzecchiano, sprezzano i ritardatarii; alcune fissano a questi ultimi un termine irrevocabile per la partenza. [215] Mentre i mazziniani non vorrebbero che i giovani emigrassero per non impoverire di braccia forti la Lombardia nel caso che l’agitatore ordinasse un ultimo e disperato tentativo d’insurrezione, Camillo Cavour segretamente esorta i suoi amici della Lombardia e del Veneto ad estendere più che è possibile l’emigrazione de’ giovani, perchè accorrano ad arruolarsi in Piemonte; premendo a lui di creare un motivo di più, onde l’Austria, stanca della ospitalità piemontese prodigata agli emigrati, stanca di vedere i suoi coscritti accolti sotto le bandiere nemiche, dichiari alla fine guerra al Piemonte.

È indicibile quanto la contessa Maffei e le signore e gli uomini principali del suo salotto si adoprino per la fausta riuscita dell’ardito disegno. Dalla contessa e da’ suoi amici sono aperte sottoscrizioni segrete per riunire le ingenti somme che occorrono a promuovere una emigrazione vasta e continua. Non solo devono partire i ricchi e gli agiati, ma anche i giovani di famiglie povere, ai quali bisogna naturalmente provvedere i soccorsi e i mezzi di trasporto.

La sola questione del modo di evadere si presenta assai grave. Il recarsi da queste provincie in Piemonte è cosa irta di difficoltà. Il Governo austriaco, che si è accorto ben presto del movimento, cerca d’impedirlo con tutte le forze, in tutte le guise. I confini sono guardati con rigore da colonne di truppe e di cavalleria. Il passaggio riesce perciò arduo e costoso. Ma [216] forti sussidii da parte della società milanese non si fanno attendere. Alcuni si quotano per quattrocento, per cinquecento lire al mese, e più. La contessa Maffei prodiga la sua attività e compie prodigi per procurare sussidii e il modo di varcare le frontiere a quanti si rivolgono a lei o a’ suoi amici. Nello stesso tempo ella accorre nelle famiglie degli emigrati per confortare con quella gentilezza che le è propria, tante madri desolate per la partenza dei loro cari.

“L’emigrazione dei giovani continua (scrive la contessa a Giulio Carcano) ed ormai si possono contare più quelli che restano che quelli che partono. La duchessa Visconti credeva d’avere fatto il sacrificio d’un solo figlio; ed ora è qui sola, chè anche gli altri due seguirono l’esempio del fratello; e così ogni famiglia, ricca o non ricca, vede partire i figli. Questo fatto è grandioso ed onora altamente il nostro paese. I signori che servirono nel ’48 nell’esercito, ora riprendono servigio; sicchè non sono i soli giovani, ma anche gli uomini che toccano quasi la quarantina che si arruolano, o con un grado se l’avevano nel ’48 o come soldati semplici....

“Annibale Sanseverino raggiunse il fratello; nè valsero a trattenerlo le giuste osservazioni sulla sua salute e le angoscie della povera madre sua. Anche nella settimana scorsa, quando le notizie non erano buone, venne il giovinetto Noghera a prendere congedo. [217] Lo consigliai di tardar di pochi giorni a partire quando la posizione fosse più sicura, ed egli mi rispose. “Se tutti ci abbandonano, noi dobbiamo tanto più protestare col sacrificio della nostra vita!„ Come avete ragione di dire che il bene è più contagioso del male, e come fa bene all’anima questa convinzione facendo tutti il nostro dovere. Dio sarà con noi, non è vero? Io lo credo, lo sento nell’intimo del cuore. Ve lo ripeto: tento di nulla lagnarmi; anzi sono orgogliosa di soffrire anch’io con tutt’i buoni, ma soffro davvero, chè la separazione di tanti cari ed il pensiero dei pericoli che dovranno affrontare i nostri prodi giovinetti mi stringe il cuore. Dio li protegga! Anche Negri è in Piemonte: lo accompagnò suo padre. I parenti quasi tutti assecondano con mirabile abnegazione lo slancio generoso dei figli.„

Ogni sera, un nuovo racconto di fughe audaci, curiosissime, e di vani inseguimenti intrattiene i crocchi che si vanno formando nel salotto animato più che mai, pel quale passa un alito libero, vibrante, allegro.

Il modo col quale l’infaticabile Comitato dell’emigrazione la favorisce, non potrebb’essere più ingegnoso. Il Comitato ha scelto e fissato in tutti i punti della Lombardia uomini fidati, pronti ad agevolare in ogni guisa la fuga de’ giovani. Questi si presentano a loro con una carta speciale detta scontrino, ricevuto dal Comitato, e, presentando lo scontrino, [218] ricevono asilo, vivande, denaro, vetture, cavalli, barche, barcajuoli, guide e travestimenti per varcare il confine, deludendo ognora la vigilanza. I giovani della campagna vengono di notte a piedi, cautamente, a Milano; e qui all’alba, trovano subito chi li avvia a destinazione sicura. Lo sa bene Giovanni Visconti-Venosta, che nel Comitato è attivissimo e delle fughe è spesso orditore audace e fortunato. Le spie presso i confini spesseggiano, ma non è raro che, in aperta campagna, cadano freddate da qualche palla vendicatrice.

L’emigrazione diviene ormai un avvenimento politico. Ben presto, in tutta Milano, in tutta la Lombardia, dai più alti ai più umili strati sociali l’emigrare non è più una manifestazione ma una necessità, in vista della guerra che si annuncia imminente. Son quasi diecimila i giovani che emigrano e accorrono al campo; fatto veramente memorabile! Ai massimilianisti così manca ogni giorno più, il terreno sotto i piedi; il salotto Maffei, che dei massimilianisti è il più implacabile nemico e persecutore, ne gioisce, ne esulta; e Camillo Cavour, intanto, nel suo gabinetto di Torino raddoppia le classiche fregatine di mano. Come il grande statista dice agli amici nostri del salotto Maffei e come ripeterà poscia al barone di Talleyrand, ministro di Francia a Torino, egli temeva che Massimiliano colle sue singolari qualità, col suo prestigio, potesse vincere alla lunga le resistenze milanesi; ma, grazie a Dio (sono sue parole) “le bon gouvernement de [219] Vienne intervint, et, selon son habitude, saisit sans retard l’occasion de faire une maladresse, un acte impolitique, le plus funeste à la fois pour l’Autriche et le plus salutaire pour le Piémont.„

Quest’atto fu l’improvviso richiamo di Massimiliano a Vienna. Alla Corte della capitale austriaca, le riforme escogitate dall’arciduca destarono vivissime gelosie; le sue ambizioni di regno davano ombra. L’arciduca, irrequieto spirito, illudendosi di lasciar nome luminoso nella storia, aveva sconfinato, veramente, dal programma a lui prestabilito: programma, il quale doveva limitarsi ad atti di pura clemenza, di pura cortesia verso gl’ingovernabili, come il gabinetto di Vienna ci definiva volentieri ad ogni affermazione della nostra italianità.

Il 20 febbrajo 1859 segnò alla fine il termine del dominio delle blandizie e delle lusinghe di Corte. L’arciduca Massimiliano abbandonò per sempre Milano. Se ne partì colla sposa Carlotta fra due ale di popolo silenzioso. Chi poteva prevedere la fucilazione di Queretaro che fra otto anni avrebbe spezzato quel petto di principe degno d’alti destini? Chi poteva immaginarsi che quella sorridente bellezza femminile, la quale avea gioita la luna di miele nelle reggie di Milano e di Monza, sarebbe impazzita per lo strazio di quella morte crudele, aggirandosi squallida larva nei tetri silenzi d’un castello del Belgio nativo?...

[220]

Nello stesso giorno in cui parte Massimiliano, muore, a soli ventinove anni, un fervente apostolo della libertà, uno de’ più intimi amici di casa Maffei: Emilio Dandolo, fratello d’Enrico, morto a ventidue anni difendendo Roma dai Francesi nel ’49. Avea combattuto egli pure a quell’assedio a soli diciott’anni, dopo d’avere operato miracoli di valore alle barricate dei Cinque giorni. Caduta Milano, imprese a viaggiare in Crimea, nell’Egitto, nell’Asia, insieme col suo amico marchese Lodovico Trotti, degno patriota che compì sempre nobilmente il proprio dovere in tutte le campagne dell’indipendenza.

Ed ora il Dandolo, che sembrava chiamato a splendido avvenire nella sua patria libera ed una, e proprio alla vigilia di raccogliere i frutti della sua instancabile opera patriotica, muore miseramente consunto da tabe polmonare.

Nelle Cinque Giornate, Emilio avea compiute col fratello Enrico, cose che sembrano favole e sono verissime. Alle barricate di casa Origo, Enrico, rimasto solo, sostenne le fucilate di venti granatieri ungheresi, e si ritirò uccidendone tre, applaudito da tutti coloro che ansiosamente lo stavano osservando, affollati al di là delle acque del Naviglio. Emilio Dandolo con Emilio Morosini, con Carlo De Cristoforis, fece retrocedere in via Borgonovo un cannone con settanta uomini!

Due giorni prima di morire, Emilio Dandolo, dal letto di morte diceva all’amico Lodovico [221] Mancini, che, con lui aveva combattuto nelle Cinque Giornate:

— Spero di levarmi in tempo per riprendere il fucile....


I funerali del compianto patriota vennero celebrati due giorni dopo la morte e riuscirono una memoranda manifestazione liberale.

Fin dalle prime ore del mattino, sulla piazzetta di San Babila, stavano raccolte migliaia di cittadini che attendevano. La facciata della chiesa era tutta coperta di panni neri coll’iscrizione: Pace all’anima di Emilio Dandolo, la sola permessa dalla polizia, che non volle accettare la seguente:

PACE ALL’ANIMA GENEROSA, LEALE E FORTE
DI

EMILIO DANDOLO
CHE NELLE LETTERE E NELLE ARMI
LASCIÒ MEMORIA DI VIRTÙ CITTADINE
E UN ALTO ESEMPIO.
PEREGRINANDO CERCÒ VIRILE ISTRUZIONE
E NEL FIORE DI SUA VITA
COMPIANTO DA QUANTI LO CONOBBERO ED AMARONO
PASSÒ DALLE SPERANZE TERRENE ALLE IMMORTALI.

I genitori del Dandolo aveano stabilito di far trasportare la salma del loro caro estinto ad Adro nella Bresciana per seppellirla nella cappella della famiglia; ma gli amici pensarono che il trasporto della bara a un camposanto suburbano poteva far nascere una significantissima [222] manifestazione politica, quale il Dandolo avrebbe desiderata ne’ suoi sogni di patriota. Ed ecco, escono dalla chiesa i sacerdoti colla croce; esce la bara portata dal marchese Lodovico Trotti, dal pittore Eleuterio Pagliano, da Alessandro Mangiagalli e da Ignazio Crivelli. Giulio Carcano, Giovanni Visconti-Venosta, il conte Lana di Brescia, i due Caccianino e Signoroni, stanno ai lati del feretro. Quattro mutilati del battaglione Manara reggono le nappe del drappo funebre. E dietro vengono altri amici e signore vestite a lutto, col capo e col volto coperto da un velo nero. Clara Maffei, Teresa Kramer e altre dame fanno parte dell’immenso corteggio. Una curiosità è un negro che piange: è il moro Latif che fin da bambino era stato venduto da un negoziante turco e che Emilio Dandolo aveva comperato in Egitto, riscattandolo dalla schiavitù.

All’uscire dalla chiesa, Lodovico Mancini depone sulla bara una ghirlanda tricolore di camelie. Mille grida in un sol grido si levano: “viva l’Italia!„ Dalle finestre, dai balconi sventolano centinaja di fazzoletti bianchi, si battono le mani, si lacrima di commozione. Il corteo giunge lento al cimitero di San Gregorio (un antico vastissimo cimitero oggi scomparso) e la fossa già spalancata per accogliere il feretro, appare tutta circondata e lampeggiante da una fitta siepe di soldati colle baionette nei fucili. Ma dell’armi, delle minaccie non si teme. Due fra i più noti amici di casa [223] Maffei, Antonio Allievi e il conte Bargnani, pronunciano libere parole. Quest’ultimo termina gridando: “Evviva la Terra dei morti! A noi la vendetta!„

Il conte Bargnani, per le sue parole, vien ricercato subito dalla polizia. All’alba, il poliziotto Sommaruga si presenta nell’appartamento del conte in via Sant’Andrea per arrestarlo, mentre una siepe di gendarmi circuisce la casa. Ma il conte non è là. Egli ha passato la notte fra amici, e, proprio in quel momento, sta per ritornare a casa solo e senza alcun sospetto. Per fortuna, gli va incontro un macellajo, certo Ruscelli, che gli dice a bassa voce:

— Conte, torni indietro subito! La coprirò io col mio corpo.

Il conte Bargnani è sottile e piuttosto piccolo; il macellajo è una balena. Così il primo trova nel secondo una specie di baluardo ambulante, e, allontanandosi rasente al muro, coperto dalla mole del suo salvatore svolta, non visto, nel vicino deserto Vicolo di Cornovate e fugge in casa del nobile Poldi. Quivi si taglia la barba, si traveste da lacchè inglese, e con don Giovanni Poldi esce in carrozza fuori di Porta Ticinese deludendo la vigilanza delle guardie. Giunto presso Pavia, indossa abiti da contrabbandiere del Ticino; e, coi contrabbandieri del fiume, lo passa allegramente: è salvo.

Intanto il Governo avea decretato di porre sotto processo i capi del funerale Dandolo. [224] Alcuni, messi sull’avviso, non rientravano da alcuni giorni nelle loro case, e la polizia non li trovò. Furono quindi pochi gli arrestati; fra’ quali un grande amico del salotto Maffei, Costantino Garavaglia, Costanzo Cardano e il moro del Dandolo, che rimasero in carcere fino al domani della battaglia di Magenta. Emilio Visconti-Venosta, il quale non era rientrato in casa la notte degli arresti (quella del 27 febbrajo) sfuggì alle ricerche della polizia e passò in Piemonte. Il fratello Giovanni, trattenuto a Milano perchè aspettava all’alba un manipolo di giovani bresciani inviatigli da Giuseppe Zanardelli, e ai quali dovea dare i miracolosi scontrini per passare il Ticino, fu svegliato nella notte da due commissarii e da quattro gendarmi. Egli si alza tranquillamente; e intanto che i poliziotti fanno una minuta perquisizione per tutta la casa e cercano il fratello Emilio, che credono nascosto, egli apre d’improvviso un uscio segreto e giù via, corre a rifugiarsi in casa di Clara Maffei, donde poscia munito dei miracolosi scontrini passa di borgo in borgo, di pericolo in pericolo, e si trova verso sera a Lonate Pozzuolo presso il Ticino, dove entra nella casa d’uno sconosciuto. Per fortuna, questi è un galantuomo, un liberale, e si dispone a proteggerlo.

— Stia tranquillo, le farò io passare domattina il Ticino, — gli dice. — E a braccetto d’un commissario!

— Diamine!... Mi pare un po’ difficile.

[225]

— Vedrà! Lasci fare a me!

Il giorno dopo, si avviano in carrozzella per la strada maestra al ponte del fiume. Un commissario, vedendo avanzarsi il veicolo, si fa sulle prime scuro in viso, ma poi, scortavi persona di sua conoscenza, saluta.

— Caro commissario! — esclama quel signore campagnuolo balzando giù dal legno, da una parte, mentre il Visconti-Venosta scende dall’altra. — Come sta?...

— Bene; e lei?

Minga mal!... La trottata mi ha fatto bene....

E qui volgendosi al Visconti: — Come trotta eh, quel cavallo, signor ingegnere?

Il Visconti sentendosi dare dell’ingegnere, lo guarda.... ma rimane serio, e risponde:

— Ah! veramente una cara bestia!

— A proposito.... — soggiunge il signore, volgendosi al commissario, come uomo colpito da una felice inspirazione — a proposito.... — E qui accostatoglisi, e abbassando la voce:

— Caro signor commissario, lei mi ha detto una volta che cercherebbe un posto nelle strade ferrate per suo nipote.

— Sì, certo! Magari!

— Ebbene, se vuole, la presento io all’ingegnere capo....

— Sarebbe mai quel signore ch’è con lei l’ingegnere capo?...

— Precisamente.... siamo venuti qui a beverne un bicchiere, poi andiamo ad ispezionare i lavori.

[226]

— Oh che fortuna! Potrei parlargli?...

— Perchè no?... Egli potrà dirle se suo nipote può ottenere un posto.

Il commissario sorride, si leva il cappello, e tutto umile si avvicina al Visconti-Venosta che ha capito a volo e che lo aspetta con aria di grande importanza.

— Il signore m’ha fatto l’onore di dirmi ch’ella è l’ingegnere capo delle strade ferrate....

— Precisamente.

— E mi ha incoraggiato.... soggiungendomi che ella è tanto gentile....

— La prego, signor commissario, non faccia complimenti....

— Ecco, le dirò, signor ingegnere, ho un nipote che ha studiato da ingegnere come lei: un bravo giovine, veda.... oh un bravo giovine! Non è una di quelle teste calde.... che di quando in quando vengono da queste parti e che i miei uomini acchiappano come le mosche.

Il Visconti guarda in viso il commissario per iscrutare se mai egli sia più furbo di quello che sembra, e se abbia finto il minchione fino allora per pigliarlo nella rete. Ma non tarda a persuadersi ch’è in buona fede....

— Ah vedo! — esclama come cadendo dalle nuvole. — Lei vuol parlare di que’ giovinastri che fuggono da Milano per andarsi ad arruolare di là nell’esercito Piemontese?... Sono teste sventate, tanti matti, che poi se ne pentiranno!...

[227]

— Ah! crede anche lei?...

— Credo bene. Ma torniamo un po’ a suo nipote. Lei mi diceva, adunque, che questo suo nipote ha studiato da ingegnere....

— Sì, e sarebbe felice di entrare nelle strade ferrate.

Qui il Visconti si prende il labbro inferiore tra il pollice e l’indice della destra, e si mette a pensare. E il commissario zio pende da que’ pensieri.

— Ecco qua! — esce a dire finalmente l’ingegnere capo. — Ecco qua; ma prima di tutto, debbo farle una domanda. Suo nipote aspira a un posto superiore od inferiore?... Perchè io le parlo franco. Noi, di posti superiori, per ora, non ne abbiamo assolutamente.

— Oh, egli non pretende tanto!

— Ebbene.... sa ella che cosa deve fare?... Stenda la sua buona istanza.... l’età, gli studi fatti, il grado cui aspira, ecc., ecc.... Io vado ora girando un po’ qui lungo il tronco.... Poc’anzi, mi hanno detto che i miei ingegneri sono al di là del fiume, ma torneranno presto. Stasera, io ripasso di qua, ella mi consegna l’istanza in tutta regola.... ed io le prometto di pensare seriamente a far ottenere il posto a suo nipote, anche per un ben dovuto riguardo a lei, ch’è dei nostri.

Il commissario non sa come esprimere l’immensa gratitudine. Ma il Visconti taglia corto e:

— Siamo intesi; stasera ella è servito. E, adesso, aspetto da lei un piacere.

— Dieci, cento! Mi comandi!

[228]

— Vorrei che mandasse un uomo di là col battello ad avvisare i miei ingegneri ch’io sono qui ad aspettarli.

— Ma subito, si figuri!... Vincenzo, Ambrogio, Filippo.... qua subito. E, se ella vuole andare in persona, è padronissimo. Un po’ di spasso in barca.... fa bene, al dopo pranzo. Il tempo è bello!...

— No, grazie.... non vorrei abusare della sua gentilezza.

— Ma s’immagini!

— Ebbene, signor commissario, giacchè insiste.... Che bel tempo!...

— Bellissimo!

Mentre le rive sono guardate da file d’ulani e di gendarmi, questo ragguardevole ingegner capo, in una barca condotta da quattro doganieri austriaci che remano a tutta lena, attraversa il fiume; e poco dopo è in terra libera e s’avvia a Torino per raggiungere il fratello Emilio.

Questa felice gherminella non tardò ad esser nota in casa Maffei suscitandovi alte risate; e la contessa fu tutta lieta che i fratelli Visconti-Venosta, pe’ quali nutriva, oltre la grande ammirazione per l’ingegno, speciale simpatia da chiamarli persino i me fiœu, fossero giunti nella terra promessa. Qualche anno dopo, la Cronaca grigia raccontò l’avventura del Ticino com’è qui narrata, solo incorrendo in qualche lieve inesattezza che mi son fatto scrupolo di correggere.

[229]

“.... I miei esuli amici sono tutti a Torino sani e fidenti (scriveva nel marzo del ’59 la Maffei); ma non lieti perchè sentono l’amarezza dell’esilio, benchè lo prevedano breve. Emilio mi scrisse una deliziosa lettera che porta l’impronta del suo magon[9] di essere lontano dalla sua famiglia, dagli amici, ed io aggiungo, dalla cupola del Duomo.„

Il lettore comprende che questo Emilio è il fratello di Giovanni Visconti-Venosta.

Assunto al seggio di ministro degli esteri e ad altri gradi elevati, Emilio Visconti-Venosta non potè in seguito frequentare il salotto Maffei, ma conservò sempre colla contessa la buona antica amicizia. Un copioso carteggio passato fra lui e la contessa non fu trovato dopo la morte di quest’ultima: è probabile che la Maffei l’abbia fatto scomparire nel tempo in cui le perquisizioni potevano piombare d’improvviso e impadronirsi delle corrispondenze patriotiche, come erano appunto quelle. Nello stesso modo, altri carteggi della contessa andarono distrutti dalle fiamme prudenti, specialmente subito dopo il ’48 e la promulgazione dei rigori militari.

[230]

CAPITOLO XIV. MILANO LIBERA.

Le famiglie milanesi e i feriti di Magenta. — Ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III. — Scene grandiose. — Ufficiali francesi nel salotto Maffei. — Amici morti in battaglia. — I garibaldini nel salotto Maffei. — Ippolito Nievo. — Tèleki. — Il ricevimento più memorabile della contessa Chiarina. — Giannina Milli e le sue improvvisazioni patriotiche.

Gli occhi di tutta l’Europa sono rivolti su Milano. La città appare una fantasmagoria. La sera del 4 giugno ’59, arrivano notizie sulla vittoria di Magenta; e il domani, fra delirii di gioia, le bandiere tricolori, cucite di nascosto, sventolano dai balconi, dalle finestre, sui negozi, sui campanili, sugli abbaini, abitati dai più poveri, dappertutto. E dappertutto coccarde tricolori: sui cappelli, sui petti, all’occhiello degli abiti: ne portano le signore, i bambini, i sacerdoti. Gli evviva continui: Viva l’Italia!... Viva i nostri soldati! Viva gli alleati!... — Il [231] nome di Magenta si ripete da tutti. Molti piangono di commozione; si baciano, si abbracciano; e si va.... si corre.... a leggere i manifesti che il municipio pubblica a ogni momento. La Congregazione municipale esorta i cittadini ad erigere le barricate, nel timore d’una rappresaglia del presidio militare; e chi si arma di badile, chi di zappa, chi di piccone per rinnovare le barricate del ’48. S’improvvisa la Guardia nazionale. Il municipio ordina che chiunque possiede armi, munizioni e cavalli li rechi al quartier generale della guardia. Il presidio lascia intanto Milano; e il dominio straniero dispare per sempre. — Un triste spettacolo succede ora al tripudio. Arrivano i primi feriti su’ carri; ne arrivano altri, lenti, lenti; e quelle teste bendate, quei volti rigati di sudore e di sangue, quegli sguardi languidi, quei corpi immondi di polvere, di fango, di fumo, quei lamenti, stringono il cuore. Sono feriti italiani, francesi, austriaci; e tutti, amici e nemici, vengono accolti con alti sensi di pietà; quella pietà che è gloria suprema e inesauribile dei Lombardi. I convogli dolorosi continuano, spesseggiano, formano una fila interminabile che vien da Porta Nuova: barelle portate a mano o in ispalla, con uno o due feriti, moribondi, o morti, spirati lungo il viaggio penoso sotto la sferza del sole: carri, omnibus, carrozze pubbliche e private cariche d’infelici, muti, chiusi nell’assopimento foriero della morte, o imploranti soccorso.

Molte signore vanno premurose a ricevere [232] i feriti e li portano nelle proprie case per curarli. Non v’è famiglia agiata che non ne accolga uno o più: le sale delle case sono trasformate in ospedali; e gli ospedali tutti della città ricevono a centinaia i feriti e gl’infermi. L’antico Monastero Maggiore (il solo che il Barbarossa quando distrusse Milano volle salvo) ne accoglie cinquecento. — I medici e il clero gareggiano nei soccorsi: la carità femminile è instancabile. Bende e filaccie escono in gran copia da mani di popolane e di gentildonne: ma non bastano ai bisogni: i chirurghi e i medici ne domandano ancora; e molte giovinette e signore vegliano le notti per prepararne.

Il mattino del 7 giugno la scena cambia di nuovo; ritorna l’esultanza. Giunge l’avanguardia del maresciallo Mac-Mahon, il vincitor di Magenta. Irrefrenabile la curiosità di vedere gli alleati liberatori, la brama di salutarli col grido del cuore riconoscente! Arrivano i fanti, i cacciatori d’Africa, gli zuavi, gli artiglieri, le bandiere lacere e affumicate dai combattimenti gloriosi. Nel vederli, è un urlo solo di giubilo: si gettano pioggie di fiori sulle teste, ai loro piedi; le signore porgono agli ufficiali mazzolini di fiori: ai soldati si offrono sigari, bottiglie di vino, che tracannano avidamente. È uno spettacolo pittoresco, sublime nella sua confusione, nel suo disordine: queste faccie brune, aduste, dagli sguardi balenanti e fieri, quest’insoliti uniformi dai vivaci colori, questi tamburi [233] che rullano, queste fanfare rallegrano, eccitano, esaltano la folla che invade le vie, e ondeggia fitta, immensa fiumana; e altra folla sui balconi, alle finestre, sui cornicioni degli edifici, sui tetti, confonde il suo applauso di riconoscenza, d’amore. E nuove acclamazioni, nuovi evviva frenetici salutano le avanguardie italiane, che entran rapide, precipiti fra le musiche. Adesso la curiosità diventa affanno e l’entusiasmo delirio. Si cercano i volontarii lombardi che partirono per il campo. Sono vivi?... Non ci sono, non si vedono.... Che siano fra i caduti? fra i feriti?... Ma qualcuno d’essi, sorridendo, fa segno che ha ravvisato, che riconosce i suoi parenti, i suoi amici accorsi ad incontrarli; ed è allora una esplosione di gaudio, di esultanza divina, inenarrabile, che soffoca le parole; parlano le lagrime.

E subito dopo, un altro spettacolo più grandioso, un altro delirio. Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrano in Milano, passando per l’arco del Sempione, in mezzo alla folla che frenetica applaude, in mezzo ai fiori che piovono sui cavalli dei due monarchi liberatori; e dietro a loro gli ufficiali e soldati. Napoleone un po’ curvo, dall’occhio velato e stanco; non guerriero che sussulta al trionfo, ma politico che medita Villafranca. Vittorio Emanuele è diritto, vigoroso sul suo cavallo come un vincitore antico, e gira qua e là lo sguardo vividissimo non sovra un popolo di conquistati, ma sovra un popolo di amici, di figli. E continuano [234] le acclamazioni, che nella piazza del Duomo e sul corso di porta Orientale prorompono come inni; sono applausi e grida; e tra le mille bandiere tricolori alle case e sulle vie, cadono nuovi fiori, e, tra il pulviscolo, il lampo di quelle file d’armi che jeri si volgevano contro il nemico e che oggi scintillano nella luce del trionfo, quell’onda di cavalli, quel fluttuare di fanti e di popolo inebbriato di gioja, è tale spettacolo che mai eguale Milano ha veduto, mai eguale forse vedrà.

Alla sera, non ostante una pioggia dirotta, ancora folla, folla sterminata per le vie. Preceduta dalla guardia nazionale e da bandiere e da fiaccole, una moltitudine si reca alla villa dove trovansi Napoleone e Vittorio Emanuele. La calca entra nel cortile e stringe da presso i due Sovrani che si presentano sullo scalone. Alla sera dopo, spettacolo alla Scala; e si rinnovano gli entusiasmi febbrili. Accanto alle signore, nei palchi, siedono gli ufficiali brillanti di decorazioni; e sono le signore del salotto Maffei, le signore dell’alta società milanese e delle città vicine.


Nelle sere seguenti, il salotto Maffei, ornato di fiori, illuminato a festa, riceve una folla d’amici entusiasti: accoglie ufficiali italiani e francesi che sono festeggiati, acclamati. Le signorine suonano al pianoforte gl’inni nazionali; la contessa è la prima a battere le mani. Quel volto è acceso d’una fiamma, quel corpicciuolo è fremente; quell’anima italiana [235] è felice. Il salotto, in questo momento, è un salotto italo-francese. Tutti conversano in francese. La contessa Maffei abbonda in cortesie, in premure, verso gli ufficiali liberatori: vuol lasciare in tutti loro grata impressione della riconoscenza, del patriottismo e dell’ospitalità italiana.

Fra gli ufficiali francesi vediamo il conte de Vogüé, il capitano conte de Novion che sull’album della contessa, fra un inno e l’altro suonato al pianoforte dalle signore, delinea con garbo d’artista varie caricature; vediamo il capitano di stato maggiore Teodoro Joung, che diventerà segretario generale al ministero della guerra al tempo di Boulanger e scriverà un libro inspirato a sinceri sentimenti di simpatia pel nostro paese. Il luogotenente della guardia imperiale francese Rayat (morto poi, nel ’70, combattendo contro la Comune) consacra alla contessa una poesia. Troviamo Emilio Saigey, che nella Revue des deux Mondes scriverà su Clara Maffei un profilo squisito. Appena può rimettersi dall’amputazione d’un braccio ferito, un altro valoroso ufficiale, Fly Sainte-Marie, si reca a visitare la contessa e le lascia il proprio ritratto in omaggio. Lo stesso Napoleone III manda la propria fotografia colla firma autografa alla contessa, che la appende alla parete del salotto, vicino al posto, dove suole star seduta ricevendo. E quanti altri valorosi ufficiali francesi si potrebbero accennare, divenuti poi generali!... Se alcuni superstiti potranno leggere queste [236] pagine, sentiranno svegliarsi nel cuore teneri e profondi ricordi di unanimi festeggiamenti, di femminili sorrisi, premio al valore!

Giuseppe Verdi scrive da Busseto all’amica sua Chiarina una lettera stupenda in cui le confessa che avrebbe anch’egli ben voluto impugnare la spada per l’Italia se la sua salute glielo avesse permesso; è dolente, il grande Italiano, è mortificato di non averlo potuto, e quasi se ne accusa colla donna gentile!... Così egli sente, così scrive colla semplicità d’un cuor leale e forte, il maestro, le cui note ardenti pur valsero tanto per la risurrezione d’Italia nostra! E lo confessa a lei, perchè ad altri (ei soggiunge) parrebbe una millanteria.

“Quanti prodigii in pochi giorni! Non par vero!... L’altro ieri, un povero prete mi portò i saluti di Montanelli che aveva incontrato a Piacenza soldato semplice ne’ volontari. L’antico professore di diritto patrio che dà si nobile esempio! Ciò è bello, è sublime!„

Così Giuseppe Verdi, di cui è doveroso raccogliere ogni parola che insegna.

La liberazione di Milano riconduce i patrioti emigrati, i patrioti ch’erano accorsi al campo; ma non tutti, pur troppo! D’alcuni si piange la morte. Fra i più vivamente rimpianti, sono Carlo De Cristoforis e Giacomo Battaglia; entrambi morti nella stessa ora e nello stesso [237] combattimento a San Fermo; entrambi intelletti e cuori elettissimi; entrambi del gruppo più intimo della contessa Maffei.

Avevamo lasciato Carlo de Cristoforis profugo nel Piemonte, dov’egli avea riparato per isfuggire alla polizia che lo ricercava dopo i moti del 6 febbrajo 1853. Egli, che nel ’48 avea combattuto sui campi lombardi e poscia all’assedio di Roma, salutò con gioja la partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea; e anche allora strinse le armi militando in quella campagna col grado di luogotenente. Dichiarata la guerra del ’59, s’arruolò con Garibaldi, che lo nominò capitano; e a Casale, a Sesto Calende e a Varese, fu l’anima della propria compagnia. “Ho bisogno di San Fermo,„ disse Garibaldi al Medici vedendo su tutta la strada fra Rebbio e San Fermo accampati i nemici; e il general Medici (come narra esattamente Jessie W. Mario nel Garibaldi e i suoi tempi) spedì subito a San Fermo la compagnia del capitano De Cristoforis, ordinandogli di attaccarlo di fronte. Cominciato il fuoco, Carlo de Cristoforis, avanzando di molti passi da’ suoi, corse all’assalto fra una grandine di palle, e cadde mortalmente ferito colla fronte e col petto lacerato mentre agitando la sciabola in alto, gridava: “Viva l’Italia!„ Dovette il fratello suo, dottor Malachia de Cristoforis, arruolatosi come chirurgo nelle ambulanze, riceverlo morto fra le braccia!... Il povero Giacomo Battaglia era anch’egli nel fiore della vita (contava soli ventisette [238] anni) e anch’egli trattava con pari valore la penna e la spada. “Aveva (rammenta Tullo Massarani nel forte libro Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo) poco più che ventenne dato alle scene un “Girolamo Olgiati„ tutto un bollore di patria e di poesia...; modesto e gentile come una donzella, ma fiero in faccia al nemico quanto uomo dovea esserlo, s’era battuto con un ufficiale austriaco per non so che sottigliezza di galateo; e n’era uscito con l’onore d’un contegno ammirato anche dagli avversarli, e con una bella ferita.„ Era figlio di Giacinto, fondatore della Rivista Europea. Con quali lacrime la madre ricevette il corpo del figlio!... e con quale tenerezza la contessa Maffei tentava di consolarla!

Come il pittoresco costume degli zuavi, così le camicie rosse garibaldine mettono nel salotto Maffei una nota giuliva. Fra i garibaldini italiani, si vede nel salotto un poeta e romanziere, alto, bruno, dall’aspetto burbero, ma di cuor valoroso e gentile, Ippolito Nievo. Tra gli stranieri ardenti amici d’Italia spicca un ungherese di gran nome, che sarà soldato dei Mille: Tèleki.

Il conte Alessandro Tèleki è una delle più belle figure, uno dei più liberali e più avventurosi gentiluomini accolti nel salotto Maffei. Cominciò a combattere nelle lotte dei Carlisti nella Spagna, e fu fatto prigioniero dai realisti; quindi tornò nel proprio possedimento di Kolto dove ospitò Petöfi, e prese parte in Transilvania alla guerra della rivoluzione. [239] Fatto prigioniero, fu condotto ad Arad; ma potè fuggire riparando illeso a Costantinopoli, dove seppe che in patria era stato condannato alla forca. Da Costantinopoli passò a Parigi, ma dopo il colpo di stato venne, come inviso ai Bonaparte, bandito; onde dovette rifugiarsi a Londra. Ma anche a Londra la polizia napoleonica non lo lasciò in pace; egli allora chiese e ottenne ospitalità a Guernesey presso Vittor Hugo. E nel ’59 eccolo prima a Torino dove si abbocca coi migliori patrioti italiani, e poi a Milano per organizzare un anno appresso la legione magiara e salpar con essa da Quarto alla liberazione delle Due Sicilie.

La sera del 31 dicembre 1859, ha luogo il più memorando ricevimento del salotto Maffei. Tutti gli amici della contessa vengono ad augurarle lieto “il primo anno della redenzione italiana.„ Questo è il motto del momento, la parola d’ordine. La folla è tale che persino l’anticamera è rigurgitante. Le signore sfoggiano abbigliamenti speciali, in cui non manca un fregio tricolore. Molti occhi sono rivolti su una bruna giovane di trentadue anni, di Teramo, poetessa, non bella, ma di volto espressivo: Giannina Milli, l’improvvisatrice della nostra rivoluzione. Ella è sollecitata dalla Maffei a improvvisare qualche lirica. Ingenua di modi e di cuore, la Milli sulle prime si schermisce quasi impaurita, poi sorge, coi neri occhi fiammanti, e, in mezzo, a religioso silenzio successo all’allegro mormorio, improvvisa un [240] sonetto sulla libertà. Appena finito l’ultimo verso, scoppiano applausi. La poetessa singhiozza di commozione, e va a nascondere le lagrime sul petto della madre sua. La contessa l’avvicina, le bacia la fronte infocata, non senza lagrime anch’essa. Alcune settimane dopo quella serata trionfale, Giannina Milli manda manoscritte alla Maffei alcune quartine che, meglio di tutte, dipingono le impressioni dell’improvvisatrice nei momenti vulcanici dell’estro, e ricordano quella sera memorabile:

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oh che strazio nell’anima sentìa!...

Ansia, spossata, delirante ancor,

Del cortese altrui plauso il suon venìa

A me qual eco di un dileggio allor.

E, singhiozzando, tra le fide braccia

Della madre correami a rifugiar,

Quando l’amica tua pietosa faccia

Dolcemente su me vidi raggiar.

Nel sorriso, nell’umida pupilla

Era l’eloquio che mentir non può,

E più mi disse una soave stilla

Che l’infocato mio fronte bagnò.

Oh ti sien grazie, o mia cortese!... Io molto

Più che non dico amar posso, e soffrir;

Ma ne’ convegni, il vedi, ilare ho il volto,

E sorrido all’altrui schietto gioir.

Sol quando accolta nella fida stanza,

Libera sciolgo a’ miei pensieri il fren,

Vanir la gioia dalla mia sembianza

Tu vedresti qual rapido balen.

[241]

Mi vedresti arrossir del facil vanto

Profuso al carme che in oblio cadrà

E superbir del tuo tenero pianto

Qual di un trïonfo che l’egual non ha.

Chè se propizio il ciel sperar mi lice

Al caldo voto che dal cor mi vien,

Tu scorderai l’errante trovatrice,

Ma non l’amica che stringesti al sen!

Come premio, la Maffei condusse la Milli in casa di Alessandro Manzoni. Alla poetessa sembrò di vedere un nume nell’autor de’ Promessi Sposi. Questi offrì graziosamente alla Maffei un mazzolino di fiori che andò a fregiare il petto della poetessa, orgogliosa e beata di tale reliquia.

In quel ricevimento del primo d’anno dell’indipendenza, emergeva il conte Cesare Giulini della Porta, del quale si narrava un nuovo recente servigio reso alla causa nazionale. Alla vigilia della guerra egli andò a Corsico, e là, ajutato dalla sua potente memoria, notò tutt’i reggimenti austriaci che passavano; quindi potè mandare in Piemonte precise notizie delle truppe nemiche. Cavour, convinto più sempre del singolar valore di lui, si affrettò ad offrirgli una prefettura, un’ambasciata, un portafogli; ma egli, modesto, rifiutò tutto. Il 19 novembre 1862, a soli quarantasette anni, il Giulini moriva, con acerbissimo dolore degli amici del salotto Maffei, che nei giorni più ardui aveano trovato in lui un ispiratore e una guida sapiente.

[242]

CAPITOLO XV. IL SALOTTO NEL ’59.

Il primo carnevalone di Milano libera. — Ballo a Corte con Vittorio Emanuele e Camillo Cavour. — L’Olimpo femminile. — Feste in casa Beretta e in casa Trotti. — Nuovi visitatori del salotto Maffei. — Luisa Colet. — Ritorna Massimo d’Azeglio. — Pacifico Valussi e la Perseveranza. — Esortazioni di Cesare Correnti alla contessa Maffei. — Milano nuova.

Chi ricorda gli splendori del carnevale del ’60, sostiene che Milano, dopo d’allora, n’ebbe forse di simili, certo non di eguali. La città è rapita in un’ebbrezza di feste, di espansioni. Vittorio Emanuele apre la reggia a un ballo che rimarrà memorabile per il brio, per la bellezza, per il lusso delle signore, e pei personaggi politici che fanno gruppo intorno al Re Galantuomo. Camillo Cavour, gajo, sorridente, si mescola alla folla delle dame e le corteggia con tale squisitezza che sembra non abbia fatto altro in tutta la sua vita. Fra le beltà che brillano nella magnifica sala delle Cariatidi, [243] dipinta da Francesco Hayez, lo arresta la bellezza bionda della giovane contessa Alemagna-Bassi, colla quale s’intrattiene a conversare. Le gentildonne Castelbarco, Litta, Jacini, Cagnola, Visconti, D’Adda, che appartengono all’Olimpo femminile di Milano, rendono ancor più brillante la festa, dalla quale il solo Vittorio Emanuele, rosso in viso, e stanco delle interminabili presentazioni d’etichetta, non vede l’ora di partire. Milano mantiene intatto il vanto della bellezza che, nei primordii del secolo, Stendhal ammirava nella nostra società, facile allora e quasi impetuosa nei godimenti, e ora così diversa, in tutto o quasi tutto, che, se quel fine osservatore ritornasse, non la riconoscerebbe più.

Le beltà, che da questa epoca beata del risorgimento fino al ’70 (e alcune anche più tardi) formarono il così detto “Olimpo„ non sono cancellate dalla memoria dei milanesi. I nomi della contessa Eugenia Litta-Bolognini, contessa Mina Durini (figlia dell’illustre storico Pompeo Litta); Archinto-Gargantini e Dal Verme-Gargantini; Alemagna-Castelbarco; Mina Bassi-Cusani; — quelli della contessa Gola Della Porta, Sofia Simonetta Prinetti, Giulia Prinetti-Brambilla, Anna Prinetti Esengrini, contessa Maria Greppi Padulli, marchesa Luigia Visconti d’Aragona, marchesa Teresa Visconti Sanseverino, principessa Cristina Castelbarco Cicogna, contessa Martini Landriani, donna Bice Bassi Castelbarco; — e ancora i nomi di Paola Righetti-Boselli; Campagnani-Bonfanti; [244] Laboranti-Fontana; Perelli-Paradisi; Bisleri; Rosa Maggioni; Luisa Biffi Legnani, e altri nomi, che la penna scriverà in una nuova sperata edizione di questo libro, sono ricordati sempre da ammiratori e da ammiratrici.

Gli spettacoli alla Scala, centro della vita milanese, anche per il gran numero di forestieri accorsi d’ogni dove, sono affollatissimi. Nei palchi, troneggiano le dame più eleganti, visitate da ufficiali italiani, ma più da ufficiali dell’esercito francese d’occupazione che ha posto in Milano il suo quartier d’inverno. Sembra d’essere ritornati ai bei giorni del primo impero di Napoleone I e di Eugenio Beauharnais. Alle opere di Donizetti, Rossini e Bellini, chi bada?... Animatissime le conversazioni nei palchi e nella platea. Solo i balli (danza la Pochini) destano curiosità negli stranieri, mercè le leggiadre e agilissime figliuole di Tersicore, fiori del popolo schierati a brillare davanti al fiore dell’aristocrazia nel tempio dell’arte, della gioja e della bellezza.

Sontuose riescono le feste offerte dal primo sindaco di Milano, conte Antonio Beretta (già membro del Governo provvisorio di Lombardia), che, un po’ secondo il programma del Bonaparte a’ tempi del Primo Regno Italico, lancia tosto la città sulla via di diventare una metropoli. Ma nessuna festa, neppur quella a Corte, pareggia il ballo offerto in casa Trotti; ballo mascherato del quale si parlerà a lungo nei ritrovi eleganti, e anche nei ritrovi artistici; [245] difatti gli svariatissimi costumi delle damigelle e delle dame son disegnati da esimii pittori e qualcuno, speciale, da qualche patrizio, più che dilettante di pittura, artista vero, come il conte Alessandro Durini, il quale ideava lo stupendo costume della sposa.

Sontuose altre feste di ballo nelle case patrizie, nella Società del Giardino, dove comparisce una sera la maestosa figura di Nino Bixio; e, oltre ogni dire animati i veglioni alla Scala rallegrati vieppiù da cene nei palchi a tende calate, ne’ quali la gajezza sfolgora tra lo spumar dei vini e dei motti di spirito. Le cavalcate in maschera sul corso sotto pioggie di fiori, lo sfilar degli equipaggi superbi in tal numero che non se ne vedrà eguale per un pezzo; le illuminazioni delle vie, i concerti, gli evviva accrescono brio alla città risorta, al tripudio.

Il salotto Maffei rimane modello d’ospitalità squisita anche in mezzo al carnevalesco tumulto della città. Fra le antiche care conoscenze che ritornano a visitar la contessa, primeggia Massimo d’Azeglio, mandato a Milano in qualità di governatore. Egli è sempre franco, arguto, simpatico tipo di statista e di soldato, di artista e di scrittore. Una conosciutissima scrittrice francese in questi giorni guizza dappertutto per comporre il libro L’Italie des Italiens, Luisa Colet. Ella è accolta dalla Maffei, e non finisce d’inneggiare al d’Azeglio di cui sembra innamorata. La buona contessa, per accontentarla, la conduce un giorno dal Manzoni [246] al quale ella ripete lo stesso cantico dei cantici. Se trova per via l’autor dei Promessi Sposi, la Colet ha il coraggio di fermarlo per lodargli di nuovo Massimo d’Azeglio; e allora il Manzoni per consolarla: Oui, oui, il est né séduisant! E si noti che Massimo d’Azeglio non la può soffrire!

Nel suo libro, infiorato d’allusioni maligne contro la principessa Belgiojoso, Luisa Colet riporta un dialogo ch’ella dice d’avere avuto colla Maffei. Loda assai questa dama; ma, pur di dirne qualche cosa di male, ne censura e ne deplora.... le scale lunghe.

Giannina Milli così scriveva alla Maffei qualche anno dopo che avea incontrata la Colet nel salotto:

“E madama Colet è rimasta a Milano? Io l’ho sempre tenuta per donna di ottimo cuore, e di eccellenti intenzioni per la patria nostra. Quello che in lei mi spiace sovranamente è quell’io benedetto che s’infiltra, volere o non volere, in tutto ciò che pensa, dice o scrive. Non lessi mai l’opera sua sull’Italia, ma un giorno ne trovai un volume sul tavolino d’una mia amica, e, sfogliandone alcune pagine, fui sorpresa di trovarvi un lungo dialogo ch’ella dicea aver avuto con me e a cui, di certo, non ho mai preso parte.... e vi fo una figura di pedante ch’è una compassione. Del resto, mi mostra anche una gratitudine che non merito, poichè dice ch’io l’assistei amorevolmente durante la sua malattia in Milano!...„

[247]

L’Inghilterra, che generosamente colla voce del Gladstone ci ha ajutati a risorgere, manda alcuni suoi figli nel salotto Maffei. Vi troviamo, presentato da Tullo Massarani, un gladstoniano de’ più assennati e de’ più autorevoli, John Webb Probyn, al quale dobbiamo un bel libro: Italy: from the fall of Napoleon I in 1815 to the year 1890, pieno di simpatia per noi, e dedicato al Massarani.

J. W. Probyn, esprimeva in una lettera alla Maffei il suo pensiero sull’Italia; pensiero ch’è pur sempre quello di tanti suoi conterranei. “La nostra Italia mi è sempre cara, sopratutto ne’ suoi momenti difficili; ma non ho paura: la sua causa è troppo giusta per non trionfare.„

Madama Bazin, il generale Casanova, la contessa Batthyany, molti ufficiali piemontesi, molti deputati s’incontrano nel salotto. Fra le nuove conoscenze, che la contessa fa a mano a mano, lieta di vedersi sfilar dinanzi tanti ingegni, tante speranze della nuova Italia, si nota un giovane economista veneziano dall’ardente parola: Luigi Luzzati.

Un altro economista veneto, Fedele Lampertico di Vicenza, è presentato dal Cabianca. E un altro veneto ancora visita la contessa: un pubblicista provetto, d’integro carattere, patriota della vigilia: Pacifico Valussi, friulano; lo stesso che viene eletto a primo direttore della Perseveranza, giornale serio e ascoltatissimo, in cui scrivono parecchi amici del salotto e quasi tutti i collaboratori del [248] Crepuscolo. Il Valussi è specialmente noto per avere confutata con coraggio l’opera massima di Giuseppe Ferrari “La mente di Vico„ in cui, quello spirito singolare ma scontento e incontentabile dichiarava coi Lamartine, coi Metternich e con tanti altri forestieri morta, addirittura, la Nazione italiana; questa povera nostra terra, lacerata per secoli e secoli dalle spade e dalle penne straniere, particolarmente francesi, le quali, anche oggi, lungi dal riposare, gettano contro di noi più veleno che inchiostro.

“Come è tutta bella la nostra Italia! (esclama Clara Maffei scrivendo a Giulio Carcano nel ’61). Ovunque si volga lo sguardo od il pensiero, si benedice Iddio d’essere nati su questa terra; e quando poi si pensa che ora è proprio nostra e che certo fra non molto sarà tutta indipendente ed una, l’anima, non avvezza a tale gioja, non sa quasi esprimerla che colla manifestazione della sorpresa, delle lagrime, col ringraziare senza fine il Cielo di questo gran bene e col rendere un omaggio di riconoscenza e d’ammirazione ai tanti nostri prodi che col loro sangue prezioso ce l’acquistarono.„

Milano, che fino a questo momento conservò una fisonomia propria, il carattere spiccatamente ambrosiano, a poco a poco andrà perdendolo per diventare una città cosmopolita. I milanesi puro sangue, pur palpitando [249] per l’Italia, al cui ideale sacrificarono averi e vite, rimpiangono a buon diritto la sparizione dell’antico carattere della città nativa.

Più di tutti, lo rimpiange Cesare Correnti, il quale pur tanto pensò e oprò per quest’Italia una e che, caldeggiando coll’Jacini il traforo del Gottardo, contribuì forse più di tutti a trasformare il carattere, la vita, l’avvenire di Milano. In una lettera elegiaca da Como (15 marzo 1861) alla contessa Maffei, così il Correnti raccomanda l’amatissima città che lo vide nascere e promovere con Carlo Cattaneo e con altri animosi la gloria delle Cinque Giornate:

“V’ho detto che vi raccomando Milano: ve lo ripeto. Voi siete uno dei buoni genii del luogo. Non ditelo a nessuno, ma ricordatevene sempre: quest’Italia nuova, Dio la benedica! ma fin qui è un corpo che non ha ancora trovato un’anima. E, intanto, l’anima del nostro vecchio Milano se ne va. Forse mi farà cieco il dolore; forse, avendo finito io, mi par che molte cose, le quali mi furono sante e dilette, minaccino di finire!„

[250]

CAPITOLO XVI. DOPO IL ’59.

Nuovo carattere del salotto Maffei. — Ancora d’Ippolito Nievo. — Teobaldo Ciconi. — Aleardo Aleardi e la Maria de’ suoi canti. — Il maestro Gomes. — Arrigo Boito, Franco Faccio, Emilio Praga. — Mezzo secolo festeggiato. — La guerra nazionale del ’66. — Il cuore di Luigi Calamatta. — Nuovi eroismi. — Venezia libera. — Enrico Martin ed Ernesto Legouvé.

Liberata Milano e la Lombardia, il salotto Maffei ha raggiunto il suo scopo principale. Non è più, naturalmente, una riunione di congiurati a favore della libertà; non è più battagliero, ma è pur sempre patriotico, e ora più che mai elegante e mondano. Gli uomini politici, che bandirono la necessità della resistenza, per agevolare a Camillo Cavour l’effettuazione de’ suoi arditi disegni a pro della causa nazionale, continuano a intervenirvi: sono gli uomini del partito di Destra che consolideranno l’edificio dell’indipendenza e condurranno l’Italia a Roma e al sospirato pareggio del bilancio.

[251]

I più intimi non possono però frequentarlo assidui come prima. Chi fu chiamato al Senato del nuovo Regno, chi alla Camera dei deputati, chi al municipio o ad altri seggi della vita pubblica, alla quale consacrano la maggior parte del loro tempo e della loro attività; perciò essi lo visitano solo di tratto in tratto, nelle prime e tranquille ore della sera o avanti il pranzo, un po’ schivi di confondersi colla società elegante che affolla sempre più il salotto.

Ora il salotto Maffei cessa dall’esercitare, come riunione concorde, come potenza disciplinata, il suo influsso sulla pubblica cosa: le sue forze migliori sono disperse; tutti i suoi amici pensano e agiscono come vogliono.

E qui può sorgere la domanda: il salotto Maffei, che esercitò tanto potere sulla politica della redenzione, ne esercitò alcuno nella letteratura e nell’arte?...

Non si può dire che, con tanti letterati e con tanti artisti eccelsi che vi furono accolti nello spazio di mezzo secolo, il salotto abbia esercitata influenza sulla letteratura e sull’arte, facendovi difetto un capo-scuola che nell’arte e nella letteratura dettasse legge. Certo la gentil padrona di casa era manzoniana nell’anima; tali erano Giulio Carcano, Giovanni Rizzi e parecchi altri; ma questi non vietavano altri gusti, altre scuole letterarie. Giuseppe Verdi manteneva cordiali relazioni colla contessa, con Carlo Tenca e con altri amici del salotto; ma la sua natura ha sempre abborrito da quello spirito di proselitismo (si [252] passi la frase, brutta ma ormai dell’uso) del quale non andò invece immune un altro sommo: Wagner. Anzi è curioso il vedere come nel salotto della più antica e più devota amica di Giuseppe Verdi, le idee wagneriane abbiano preso radice: Filippo Filippi le predicava fra una barzelletta e l’altra nelle conversazioni del salotto e nelle appendici della Perseveranza; Franco Faccio e Arrigo Boito, per tacere d’altri minori, le adottarono con trasporto. Il Mefistofele (prima edizione) non nacque in casa Maffei; ma il suo autore vi primeggiava fin d’allora fra i musicisti.

Manzoniano, specialmente nelle Confessioni d’un ottuagenario, appariva Ippolito Nievo, di Padova; ma già egli cercava una via nuova, specialmente nella lirica, e l’avrebbe arditamente battuta se gli fosse bastata la vita. Il Tenca antivedeva in lui un poeta originale; e originale egli sembra veramente in molte parti delle sue Lucciole. Noi l’abbiamo veduto fra i Garibaldini del salotto Maffei nelle affollatissime riunioni del ’59; lo rivediamo ora alla vigilia della spedizione dei Mille.

Ippolito Nievo non amava forse troppo Milano perchè gli pareva che questa città imitasse Parigi: in Milano, non vedeva di originale che

Un tempio e un uomo:

Manzoni e il Duomo;

come scriveva in una satira frizzante; eppure [253] a Milano era rivolta l’anima sua; qui viveva il suo alto ideal d’amore, la cugina Melzi, la Pisana delle Confessioni d’un ottuagenario, vivace, arguta, adorabile e adorata. Il Nievo trovava in Milano, e precisamente in casa Maffei, l’amico suo più carissimo, Francesco Rosari, al quale scrivea lettere addirittura soavi.

Col Rosari, il poeta passava le ore più felici. Andavano a desinare insieme nei sobborghi sotto qualche pergolato all’aria aperta. Una delle loro mete era la cascina Bullona, dove un parroco allegro gli invitava a tracannare buoni bicchieri di birra. Il Nievo spianava allora la fronte, dissipava la sua abituale mestizia e abbandonavasi alle risate. La contessa Clara Maffei ammirava vivamente i suoi romanzi, le sue novelle, i suoi versi. Volle da lui il suo ritratto vestito da garibaldino, e lo collocò in un ricchissimo album di fotografie, insieme coi ritratti de’ più valorosi. Nel ’59, egli combattè difatti con Garibaldi in Lombardia, poi tornò a Milano, donde l’anno appresso ripartì arruolandosi fra i Mille. Finita la spedizione gloriosa, e ordinata collo scrupolo più rigido l’amministrazione garibaldina affidata dal Generale alla sua incorruttibile onestà, il Nievo salpava da Palermo sull’Ercole. Non si mancò d’avvertirlo che quel logoro piroscafo non poteva tenere il mare e correva pericolo; ma egli sfidava i pericoli; non voleva attendere un altro piroscafo che sarebbe partito da Palermo tre giorni dopo, poichè gli urgeva sopratutto ritornare a Milano per rivedere [254] l’amatissima cugina, colei ch’egli chiamava il “diamante„ del suo cuore.

L’Ercole colò, pur troppo, a picco nel Tirreno; e Ippolito Nievo, come un altro poeta, Shelley, annegò miseramente in quelle onde. Allorchè una sera del marzo 1861, venne portata nel salotto Maffei la luttuosa notizia, fu generale la commozione, ma fu generale anche l’incredulità. Nessuno voleva credere. “È tanto fortunato quel giovane, si diceva: scampò da tanti pericoli, sarà incolume anche stavolta!„ E lo aspettavano ansiosi; e ansiosi andavano a battere alla sua cameruccia in via Brera. Ma quando si seppe delle condoglianze inviate da Garibaldi alla famiglia d’Ippolito Nievo “prode tra i più prodi„ secondo l’espressione dell’Eroe, i dubbii svanirono e la realtà apparve in tutta la sua tragica desolazione. Il Nievo moriva a soli ventott’anni; poco dopo, moriva di mal sottile sua cugina.

In questo frattempo, Giannina Milli presentò alla Maffei un poeta e patriota siciliano nato nell’ultimo anno del secolo scorso: Leonardo Vigo, l’autore del poema Ruggero, che al dire di lui stesso “è il muggito d’una gente ferita al petto da un despota„. Vediamo il commediografo Teobaldo Ciconi, udinese, consunto ormai dalla tisi come quella ventenne contessina Vittoria Fiorio, la cui morte ei pianse in facili versi rimasti popolari:

Con vent’anni nel cuore

Pare un sogno la vita, eppur si muore!

[255]

L’autore della Figlia unica, delle Pecorelle smarrite, della popolarissima Statua di carne soccombe nel ’63 a soli trentanove anni.

Incontriamo in casa Maffei il poeta civile più acclamato, il poeta alla moda, il prediletto delle signore: Aleardo Aleardi. A prima vista, egli poteva essere scambiato per un tenore di grazia, ma appena apriva bocca, si comprendeva che per fortuna era ben altro. Egli splendeva in quel tempo, nello zenith della sua gloria e de’ suoi teneri affetti. E quanti, troppi, teneri affetti!... Come il Gazzoletti scriveva alla Maffei, egli s’innamorava ogni giorno; ma non era mai pago de’ proprii idoli. Anima non volgare, anelando all’ideale, sperava, al pari del Raffaello del suo idillio gentile, di trovarlo in questa valle di delusioni:

Onde questa mi piovve insazïata

Ansia d’un bello che non trovo in terra?

Si fantasticava da più di qualcuno (anche nel salotto Maffei) chi fosse mai la Maria del carme sull’immortalità dell’anima; carme improntato come ogn’altro suo scritto del suo proprio fulgido sigillo poetico. Quella Maria non era certo un sogno; era (si può dirlo trattandosi d’un così ideale trasporto) la signora Maria Hermann, napoletana, moglie d’un signore triestino dal quale viveva divisa. Lasciato il marito, ella comparve un bel giorno a Verona, e vi soggiornò molto tempo presso la contessa Giuseppina Guerrieri-Malaspina. [256] Donna di grande bellezza, di vivace ingegno; di loquela affascinante, ospite d’una fra le più ricche e cospicue famiglie veronesi, ebbe tosto d’intorno o meglio a’ suoi piedi il fior fiore della società di quei tempi. Ella (soggiunge un mio cortese informatore) sparve d’un tratto da Verona e non se ne seppero più nuove.

Aleardo Aleardi (il suo vero nome era Gaetano) discorreva spesso colla Maffei di Alessandro Manzoni, da lui venerato come la più degna manifestazione dello spirito di Dio sulla terra; spesso parlava del proprio amore all’Italia, tacendo delle persecuzioni e della prigionia nella fortezza di Josephstadt che quell’amore immenso e sincero, il più durevole certo e il più sincero, gli era costato. Egli scriveva di frequente alla Maffei lettere garbatissime colla sua scrittura minuta, regolare, lieve, da damigella; ora la pregava di fargli ottenere il ritratto del Manzoni colla firma autografa del Grande, ed ora le raccomandava un maestro di musica o un poeta.

“Mia nobile Amica. Non ho parole per esprimervi la mia gratitudine. Il ritratto del nostro Grande, che volere o non volere è la più alta individualità della terra, e la più degna manifestazione dello spirito di Dio, è già pendente a una parete della mia stanza da letto, come le imagini d’un santo. È in compagnia di Beniamino Franklin e di don Mazza, prete veronese, amicissimo mio, modesto e grande operaio del bene, infaticabile paladino di carità. [257] Immaginatevi che tra le altre idee gli venne questa: egli incaricava gente a comperarsi sugli iniqui mercati dell’Africa dei negri e delle negre giovinette, e, qua trasportati, li educava nella morale cristiana e nelle discipline della civiltà, perchè diventati adulti potessero tornando nella lor patria spargerne i semi con voce più ascoltata perchè fraterna. Insomma, era un uomo davvero.„

Il maestro brasiliano Gomes fu presentato alla Maffei dall’Aleardi, che glielo raccomandava e non invano:

“Vi ringrazio della bontà vostra verso il giovane Gomes. Egli avrebbe bisogno d’essere raccomandato alla plejade dei potenti che regnano alla Scala: ma il povero selvaggetto non ha coraggio di pregarvene. Venite voi, misericordiosa, se potete, in soccorso della sua timidezza.„

Nel 19 marzo 1870, al teatro alla Scala, si rappresentava con esito felice il Guarany di quel simpatico maestro, allora trentenne, dalla folta irta chioma, dagli sguardi di fuoco, rassomigliantissimo nel volto e nei gesti a un altro celebre americano, l’umorista Marc Twain.

Arrigo Boito fu presentato alla Maffei, nel ’63, dal fratello Camillo, architetto, novellista e critico d’arte. E le furon presentati Franco Faccio ed Emilio Praga. Questi tre giovani amici, Arrigo, Franco, Emilio, i due primi veneti e il [258] terzo milanese, muovevano baldi alla conquista d’un’arte nuova e della gloria.

Arrigo Boito e Franco Faccio, volendosi recare a Parigi, domandarono alla contessa Clara Maffei una commendatizia per Giuseppe Verdi che, in quel tempo, si trovava in quella capitale; e la ottennero tosto. Appunto dall’anno 1863, data la conoscenza d’Arrigo Boito col Verdi, il quale lo accolse benevolo e lo elesse a suo poeta per le parole dell’Inno delle nazioni ch’egli doveva musicare per la mostra mondiale di Londra.

Se gettiamo uno sguardo all’avvenire, come ci apparisce diversa la sorte dei tre giovani amici, uniti, a quell’ora, in un solo affetto fraterno, in un solo ideale!

Emilio Praga, figlio d’un agiato conciatore di pelli, per rovesci di fortuna, si trova da un momento all’altro piombato nella povertà. Le visioni di marine, di clivi, di fiori, di figurine gentili della fresca sua Tavolozza, s’intorbidano nelle Penombre. Non si applaude alla sua poesia; i fischi gli trapassano il cuore. Soltanto un amico dei giovani, Eugenio Camerini, ed Emilio Treves nel Museo di Famiglia vorrebbero incoraggiarlo; qualche solitario studente lo ammira entusiasta. E quello spirito debole, non sa reggere alla lotta, cede; e sull’esempio di Alfredo de Musset al quale rassomiglia nell’aspetto, e di Carlo Baudelaire di cui rifà qualche tetra lirica, s’abbandona alle ebbrezze mortifere; e spira a trentacinque anni di delirium tremens, separato dalla moglie, [259] lontano dall’unico figlio Marco, da lui celebrato infante nell’affettuoso Canzoniere del bimbo. Lascia pochi versi inediti, amarissimi, come le Ore cattive dedicate alla madre e che lo definiscono:

Mi creasti poeta,

E un infelice io sono!

Nel labirinto, in cui cerco una meta,

Sanguino.... e ti perdono!

Se tu avessi saputo

Ciò che il fato allestiva,

Morire in culla mi avresti veduto

Calma e forse giuliva!

Franco Faccio fu più fortunato. Ossequioso, insinuante, ottenne che si rappresentassero nel primo teatro, alla Scala, le sue opere, delle quali (ironia della sorte!) sorvive una sola marcia funebre, che venne eseguita a’ suoi squallidi funerali. Caduto come autore, Franco Faccio risorse come interprete; e dopo il povero Angelo Mariani, fu salutato il primo direttore d’orchestra del nostro paese. Clara Maffei, ch’egli chiamava nelle lettere “mia buona amica e madre„ gioiva delle feste prodigate al suo amico e, quando egli venne nominato commendatore, scriveva al dottor Francesco Rosari: “Quanto è stato onorato il nostro commendatore Faccio! È una parola più lunga di lui; ma non superiore al suo merito. Se sapesse trovare una intelligente e brava moglie, la sua vita sarebbe completa e soddisfatta.„

[260]

Invece la sua vita finì incompiuta, nell’ebetismo, come quella del povero Donizetti! La continua fatica del provare, del dirigere spartiti, in cui profondea tutta l’anima sua, spense a poco a poco la luce della sua pronta intelligenza, della sua portentosa memoria. Una bionda cantante inglese, innamorata di lui, si uccide miseramente a Londra; ed egli, già inebetito, muore qualche anno dopo a Monza in una cella accanto a quella del proprio padre pur egli demente, che nulla sospettava della vicinanza del figliuolo. Rideva e danzava per la sua cella, quel padre (un vecchio cuoco) nella lieta illusione che il suo Franco fosse lontano, a Pietroburgo, a Berlino, in mezzo a nuovi clamorosi trionfi; e, l’anno dopo, inconsapevole di tutto, spirava anche lui nel mese stesso e nel giorno stesso del figlio! — Orribile è il pensare che quel celebre maestro avvezzo a comandare, temuto, a legioni di artisti, deve morire dopo aver subito i più brutali maltrattamenti da parte d’un infame infermiere che, alla sera, all’insaputa di tutti, gli lega colle corde i polsi e i piedi nel letto, lo abbandona solo così e, cantarellando, va ad ubbriacarsi!...

Arrigo Boito fu il più fortunato di tutti e tre i giovani artisti. Nel ’68, ei dà coraggioso col suo Mefistofele alla Scala una battaglia in nome de’ proprii ideali. Che importa se l’opera cade sotto una bufera di disapprovazioni?... Egli ne soffre, ma con dignità, con alterezza, e non dispera. Ragionevolmente accorciata, la sua [261] opera risorgerà tredici anni dopo, e verrà salutata da quegli stessi che l’avevano atterrata. Da allora, la fama di Arrigo si estenderà incontrastata: egli comporrà pregevoli libretti per Giuseppe Verdi, e verrà acclamato sulle prime scene del mondo insieme col Grande.

I nomi di Franco Faccio, di Arrigo Boito e di Emilio Praga brillarono di nuovo fraternamente uniti quando, nel ’66, deliberarono di accorrere insieme al campo garibaldino per rendere Venezia all’Italia.

Fu curiosa l’apostrofe che un ufficiale rivolse al Faccio vedendolo così piccolo accanto al Boito così alto: “Così piccolo, ella vuol combattere?... Vada almeno nella fila dei piccoli!„ Ma il Faccio: “Prego di lasciarmi col mio caro amico: al suo fianco, farò meglio il mio dovere.„ — Fu lasciato.

Emilio Praga e Francesco Faccio rimasero congiunti nella memoria degli amici di casa Maffei e della contessa per l’omaggio ch’essi vollero offrire colle rime e colla musica in occasione che la gentile amica compiva i cinquant’anni.

La sera del 13 marzo 1864, in casa di Clara Maffei, si celebrò difatti una festa eccezionale. Gli amici, tutti uniti, festeggiarono il mezzo secolo della contessa, che non nascondeva certo i suoi cinquant’anni, ma anzi, vispa e briosa, li proclamava con aria trionfale a tutti quanti. Emilio Praga preparò due strofe graziose; Franco Faccio le musicò con garbo, e un coro di signorine e di signore le eseguì fra acclamazioni [262] interminabili. Fu una serata deliziosa. Lumi fulgenti, fiori, fiori dappertutto! Quanti fiori! La poesia, inedita, del Praga era questa:

La Cinquantina.

Siam venuti, donna Clara,

Per veder la Cinquantina,

Quella dama tanto rara

Che le giunse stamattina;

Ma dov’è? non è arrivata?

O è nascosta in mezzo ai fior?...

Ah, burlata — è la brigata:

Quella dama è lunge ancor!

Venne, infatti, stamattina,

Ma fermossi un sol momento;

All’ignota pellegrina

Non garbò l’appartamento,

E in uscir, dicea sdegnata:

Troppi vezzi!... Troppi fior!...

Ah, burlata — è la brigata:

Quella dama è lunge ancor!

Sempre nuove presentazioni rendevano intanto ancor più animato il salotto Maffei, la cui serenità e gajezza non venne turbata da vive preoccupazioni nè da tristi avvenimenti che nel 1866, al tempo della guerra per la liberazione del Veneto.

Alla guerra del ’66, si rinnovarono le scene d’abnegazione del ’59. Accorrere al campo era dovere de’ giovani; istigarli ad accorrere era cómpito delle signore. A un giovanotto che [263] si atteggiava a bella posta ad imbelle, le signore inviarono a casa una bambola! Splendido esempio di patriotismo offerse un illustre amico di casa Maffei, un vecchio: l’insigne incisore Luigi Calamatta. Questi, non ostante i suoi sessantacinque anni, lasciò il bulino per la spada, accorrendo fra i primi all’appello di Giuseppe Garibaldi.

Il Calamatta, nativo di Civitavecchia, era nipote di quel restauratore di Porto Anzio che morì avvelenato da alcuni invidiosi. Egli dirigeva da par suo il Gabinetto d’incisione a Brera. Bel vecchio dalla folta barba, dal grande vivido sguardo, tutte le volte ch’entrava nel salotto Maffei facea rivolgere verso di lui tutti gli sguardi. Giorgio Sand, ben lieta che il proprio figlio Maurizio avesse sposata la figliuola dell’insuperabile maestro del bulino, non cessava dal lodarne il carattere. Nell’Histoire de ma vie, ella lo dipinse in due tratti:

Calamatta, aimable compagnon dans le rire et dans le mouvement de la vie d’artiste, est un esprit sérieux, recueilli et juste que l’on trouve toujours dans une bonne et sage voie d’appréciation des choses de sentiment. Beaucoup de caractères charmants comme le sien inspirent la confiance, mais peu la méritent et la justifient comme lui.

Appena cominciata la campagna del ’66 fra le balze del Tirolo, non so in quale frangente, il nostro Calamatta corse serio pericolo. Garibaldi, considerando la grave età e l’ingegno prezioso del vecchio milite, sacro all’arte, gli [264] ordinò allora di raccogliersi nelle ambulanze; e quegli fu costretto ad obbedire al comando, ma assai a malincuore.

L’amor di patria del Calamatta era ben noto anche per la fiera risposta da lui lanciata al Lamartine. Il poeta delle Meditazioni lo aveva pregato d’incidergli un bel ritratto; ma, memore del noto insulto del poeta francese all’Italia (che veramente, nel tempo in cui lo intercalava in un molle verso, era più terra di morti che di vivi) il Calamatta gli rispose sdegnato ch’egli apparteneva all’Italia, quindi era un morto e che il signor committente andasse a farsi incidere dai vivi!

Fra i militi della guerra del ’66, si notavano non pochi amici della contessa, i quali compirono assai nobilmente il loro dovere.

Nel triste giorno in cui si combatteva a Custoza, parecchie dame correano presso la Maffei a chiedere notizie dei loro fratelli o dei figli, che erano al campo. Fra esse, una colta gentildonna pavese, la contessa Elena Castellani nata contessa Dattili di Borgo Priolo, che aveva al campo entrambi i figli, Carlo e Luigi.

L’annuncio della battaglia di Custoza, dei feriti, de’ morti, che gli strilloni de’ giornali vociavano a notte per le vie affollate, riempiva di trepidazione, d’angoscia il cuore delle povere madri. Commoveva il caso d’un giovanetto diciannovenne, Pietro Gabba, che, sottotenente nel 1º reggimento granatieri a Custoza, si slanciò il primo contro il nemico all’attacco del Monte Croce e lo respinse, ma cadde mortalmente [265] ferito: trasportato a Verona, morì venti giorni dopo per le ferite, e a Milano d’ond’era partito impavido, ritornò in una bara.

In più acerbo cordoglio, gettò gli animi la disfatta di Lissa. Salivano, scendevano le scale della Maffei signori, signore: le notizie dolorose si incrociavano, si contraddicevano, e pur troppo venivano confermate dalle notizie di fonti credibili: era uno spasimo. Nel ’59, gli annunci delle perdite amarissime di giovani valorosi eran temperati dal gaudio delle vittorie: nel ’66, invece, pur troppo! nessuna vittoria, e molti giovani fiorenti sacrificati invano.

Ma passi, passi presto la triste visione; passi e splenda l’altra visione di Venezia libera, libera alfine; di Venezia tradita a Campoformio dal primo Napoleone, tradita nelle sue speranze a Villafranca dal terzo Napoleone, il quale ripara alla incompiuta promessa del ’59 coi negoziati del ’66. Il salotto in questo periodo sfolgora per l’eleganza e il brio. Ogni giorno, ogni sera, ogni ora, arrivano lettere entusiastiche da Venezia. L’Aleardi assiste, il 19 ottobre ’66, all’ingresso trionfale delle truppe italiane in piazza San Marco, sotto un cielo azzurro sorridente, fra gli applausi e i gridi d’una folla immensa, delirante di gioia, fra lo sventolìo delle bandiere tricolori, fra le fanfare nazionali confuse alle mille e mille voci; e ne scrive alla contessa. O giorni che penna umana non può ritrarre! E quante eclissi di speranze e quante perdite da quei giorni! Quante labbra [266] adorate, che gridavano evviva, ora mute per sempre!...

Quando, nel marzo del 1868, un’eletta di cittadini francesi trasportò da Parigi a Venezia le ossa del grand’esule Daniele Manin, il salotto Maffei dimostrò a quegli egregi quanta venerazione la città delle Cinque Giornate nutriva pel Dittatore; il quale in mesi terribili resse con fortezza e senno Venezia e poi nell’esilio serbandosi puro, intemerato, suscitò legioni d’amici all’Italia, e al momento giusto seppe sacrificare volentieri, senza rimpianti, i propri antichi ideali repubblicani per riconoscere che solo dalla monarchia Sabauda, solo dalla politica di Camillo Cavour l’Italia poteva ricevere l’unione da tanti secoli invocata.

Carlo Tenca invitò la contessa Maffei ad accogliere colla maggior festa Ernesto Legouvé, Enrico Martin ed altri che aveano accompagnata la bara di Daniele Manin a Venezia, quando sostarono per pochi giorni a Milano: e la contessa diede in loro onore un bellissimo ricevimento. Nuovi legami di amicizia si annodarono allora tra i Francesi e gl’Italiani; legami che ahimè! la morte di tanti incliti patrioti, e, peggio, la morte di tante illusioni allentarono e troncarono con discapito d’ambe le nazioni sorelle. Quale entusiasmo anche allora per la Francia!... — Storia antica!

[267]

CAPITOLO XVII. MANZONI E VERDI.

Pensieri del Manzoni sulle donne innamorate, sui grandi poeti, sulla Religione, sulla Chiesa. — Ricordi di Enrichetta Blondel. — Sentimenti del Manzoni sulla propria casa paterna. — Donde trasse il tipo di don Abbondio e del dottor Azzeccagarbugli. — Incontro di Giuseppe Verdi con Alessandro Manzoni. — Emilio Broglio.

Abbiamo accennato qua e là all’amicizia che la contessa Maffei nutriva per Alessandro Manzoni: è giunto il momento di dirne qualcosa di più, poichè ora quell’amicizia si conferma, si eleva.

La contessa Maffei visitava Alessandro Manzoni ogni domenica dopo la messa, nella casa del poeta in via Morone n. 1, e parlava a lungo con lui, ammirata di quella mente, di quella coscienza. Ella soleva chiamarlo il “nostro grande sant’uomo.„ Nessuno più di lei adorava quel genio e quella rettitudine. Dopo averne uditi i colloquii, durante la visita [268] domenicale, ella ne riportava i detti più preziosi nel suo libro di memorie dove li trovo scritti accuratamente colla sua fine mano di scrittura dagli asteggi eleganti.

Un giorno, ella chiese al Manzoni che cosa egli pensasse sulla sincerità dell’amore nell’uomo e nella donna. Ei le rispose: “Ho l’idea, forse suggeritami dall’esperienza, che le donne blaguent sul sentimento, mentre gli uomini al contrario sono fanfarons d’indifférence.„ Un altro giorno gli domandò quali fossero, secondo lui, i più grandi poeti. Ed egli: “Virgilio e Shakespeare. Chiunque voglia scrivere poesia deve leggere Shakespeare. Come conosce tutt’i sentimenti!...„

Alessandro Manzoni le definiva sempre la poesia “la quintessenza del buon senso„ definizione che conduce a quella di Victor Hugo sull’ideale: “L’idéal n’est autre chose que le point culminant de la logique.„ Il Manzoni narrò un altro giorno alla Maffei come divenne credente. Il fatto d’avere smarrita la moglie, Enrichetta Blondel, in una folla a Parigi, d’essere entrato angoscioso e tremante nella chiesa di San Rocco e d’avere esclamato: “Dio, se esisti, rivelati a me; fammi trovare Enrichetta....„ è perfettamente vero. L’ombra di qualche dubbio sulla fede pare sorgesse qualche volta nell’animo acutamente analitico del Manzoni; ma era ombra fuggevole. Nell’album della contessa, leggo: “Le doute me tue, disse Goethe a Cousin; e a me venne detto da Manzoni.„ L’autore della Morale cattolica disapprovava [269] recisamente l’indirizzo politico del Vaticano. Diceva alla Maffei: “Interessi della Chiesa?... Parole di partito, trovate da Montalembert. Dicano onore, decoro, e c’intenderemo.„ E ancora: “Povera religione!... Preti, vescovi e papa la distruggerebbero se la luce potesse perire benchè avviluppata da tenebre!„ Alessandro Manzoni voleva che l’indulgenza fosse una delle virtù del Vaticano, preferendo in tutto alla severità l’indulgenza. Nell’album della Maffei, leggo in prova di questo un suo detto: “Come la malignità è odiosa anche quando coglie nel vero, così l’indulgenza è amabile anche quando le accade di travedere.„

Sentiva l’amore il Manzoni?... Certo non s’innamorava facilmente. Egli adorò la prima moglie, Enrichetta Blondel, e ancora dopo molti anni che l’avea perduta, ne parlava commosso ai più intimi, a Clara Maffei. Ho veduto nel giardino della villa Manzoni a Brusuglio, due robinie moribonde, cui sono uniti i più soavi e più dolorosi ricordi d’amore del Manzoni. Nella parte del suo giardino, che guarda i monti, il poeta piantò due robinie giovinette. Una sera, egli stava colla sua Enrichetta appena sposata là in mezzo al verde e in quella pace conversando. La Blondel s’avvicinò alle due robinie, e colle sue mani attortigliò l’una coll’altra dicendo allo sposo: “Così vivranno le nostre vite!„ E le robinie crebbero attortigliate e forti, insieme. Quando morì la Blondel, il Manzoni, soffocato quasi [270] dai singhiozzi, si portò presso le due robinie e nel loro tronco incise col coltello una croce; e volle educare egli stesso per lungo tempo in giro alle piante un’ajuola di fiori.

“Manzoni è stato male un giorno (scriveva la Maffei a un amico). Immaginatevi il mio sgomento. Quale perdita sarebbe per me quel santo, che, col suo consorzio, m’illumina il cuore, forse più che co’ suoi scritti, poichè in lui veggo la vera attuazione del Bene!„ E due mesi dopo: “Jeri visitai Manzoni di ritorno da Brusuglio. Stava benissimo, grazie al Cielo! M’accolse come una figlia. Di mente poi è un miracolo. Non solo ha tutta la potenza del pensiero — e di qual pensiero! — ma la prontezza, la vivacità dello spirito e spesso, anzi sempre, quando ne ha l’occasione, una repartie pronta come il più spiritoso dei francesi!„ E ancora: “Passeggia, fuma come un giovinotto.„

Il Manzoni parlava alla Maffei delle inspirazioni attinte ai paeselli lombardi quando dimorava al Caleotto presso Lecco, alla cui amministrazione cittadina, da giovane (pochi forse lo sanno) egli avea preso parte.

Il Manzoni vendette poi il Caleotto, palazzo paterno (ora lasciato in abbandono), coi possessi uniti e colla cappella sotto la quale era seppellito suo padre don Pietro.

Uno de’ motivi della vendita fu che il Manzoni voleva sottrarsi alla soggezione d’un amministratore impostogli dal padre nel lasciargli, morendo, quei beni.

[271]

Il Manzoni si pentì, poi, amaramente, d’aver venduta la tomba di colui del quale portava il nome. Egli soffriva tutte le volte che ripensava al Caleotto. Quando l’ingegnere Scola, nuovo proprietario del palazzo, si recò a Milano e a Brusuglio per avere dal Manzoni schiarimenti sopra certi diritti d’acqua, gli disse ossequioso che, se avesse voluto ritornare a dimorar qualche tempo al Caleotto, sarebbe stato grand’onore per lui l’ospitarlo. Il Manzoni lo ringraziò e, sospirando commosso, rispose: “Io non verrò mai più in que’ luoghi! Se vi ritornassi, non vi farei che piangere tutto il giorno‍[10].„

Alessandro Manzoni preferiva Brusuglio; la villa ivi eretta dalla madre Giulia Beccaria, la quale vi avea deposto la salma del suo diletto Carlo Imbonati.

Il Manzoni, parlando di varii scrittori milanesi a lui carissimi, esprimeva a Clara Maffei la sua ammirazione per la potenza di Carlo Porta nel creare tipi veri e vivi; egli stesso volle creare un prete sul taglio di quelli del gran meneghino; e creò don Abbondio, ritraendo un parroco di Germanèdo, paesello distante due chilometri da Lecco. Quel disgraziato servo dell’altare era la favola di tutto [272] il territorio per la sua pusillanimità. Bastava che qualcuno alzasse la voce, tremava. Si raccontano molte burle che una specie di bravi (certi giovinastri dei dintorni) gl’infliggevano, comandandogli questo e quello, per ridere allegramente alle sue spalle.

Così il dottor Azzeccagarbugli non è un’immaginazione del Manzoni, bensì la riproduzione fedele d’un lungo, allampanato e sudicio legulejo di Lecco, colà assai noto per l’abilità nel trovare cavilli.

La contessa Maffei ci raccontava una sera curiosi esempi della scrupolosa precisione con cui il Manzoni voleva accertare i fatti, e dei dubbii che lo assalivano anche dopo d’averli accertati. Ad alcuni, che gli riferivano qualche fatto singolare del risorgimento di cui erano stati testimoni ed attori, il Manzoni, dopo averli attentamente ascoltati, domandava: “Ma ne siete poi ben sicuri?...„

Un giorno, l’autore dei Promessi Sposi, che conosceva a menadito i nomi delle piante, s’incurvò sopra un alberello che il suo giardiniere mondava, e gli chiese: “Come si chiama questa pianta?„ E, avutane risposta, egli che non si fidava della propria scienza e neppure di quella del giardiniere, andava ripetendo: “Ma siete poi ben sicuro che questa pianta si chiami così?...„

Pensava a lungo prima di scrivere un biglietto; scritto, lo rileggeva più volte e, inviatolo alla posta, lo faceva talora ritirare (raccontava la Maffei) nel dubbio che gli fosse [273] sfuggito qualche errore! Quando ristampò la sua lettera famosa al marchese Cesare d’Azeglio intorno al Romanticismo, ne volle rivedere le bozze tredici volte; e si trattava d’una ristampa. Questi sono gli scrupoli legittimi degli autori coscienziosi, si chiamino Ariosto, Renan, Giusti. Ma è anche vero che il sommo scrittore si lasciava avviluppare troppo dal dubbio: i fisiologi moderni non tarderanno forse a collocare Alessandro Manzoni fra gl’infermi affetti dalla malattia del dubbio.

Certo egli soffriva la malattia degli spazii. Qui non si parla della “mobil vertigo„ come egli la chiama, di cui soffriva sulle alture, e di cui tocca nell’inno A Parteneide; ma dell’impressione penosa che provava in una larga strada se non vi era accompagnato da qualcuno. Per questo, passeggiando, rasentava da un lato il muro e tenevasi all’altro il fido Luigi Rossari.

Mi raccontava la contessa Maffei, e me lo riconfermava il vecchio e gentil parroco di Brusuglio, col quale il Manzoni amava discutere di filosofia rosminiana, che il poeta si sentiva di tratto in tratto invadere la testa da un caldo flutto di sangue; e che da quell’impressione ei trasse la similitudine del Cinque maggio:

Come sul capo al naufrago

L’onda s’avvolve e pesa....

Il Manzoni nutriva per la Maffei vera affezione. [274] Tutte le volte che passava sotto il balconcino di lei guardava su, e se scorgeva fra le piante d’edera onde quel balconcino era adorno il volto della contessa, le faceva un saluto grazioso agitando il fazzoletto.

Alessandro Manzoni avrebbe voluto visitar lui la Maffei; ma questa non gli permetteva che salisse le lunghe sue scale. Pure il Manzoni volle in qualche fausta occasione vincere le resistenze e far visita all’amica gentilissima, la quale, giubilante, staccava allora dalle spalliere d’edera, ond’era ombrato il poggiuolo del salotto, una foglia di quella pianta simbolica e la inviava agli amici lontani.


La contessa desiderava ardentemente che Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi, i quali non si erano mai veduti, s’incontrassero almeno una volta. È necessario raccontare la storia di questo incontro, poichè esso accese, nel Verdi, oltre la profonda ammirazione che già nutriva per il Manzoni-artista, l’ammirazione per il Manzoni-uomo. Dopo questo incontro, Giuseppe Verdi amò con intenso affetto Alessandro Manzoni. Tutti sanno che alla morte dell’autore de’ Promessi Sposi, Giuseppe Verdi scrisse spontaneo la Messa di requiem (eseguita per la prima volta nella chiesa di San Marco a Milano il 22 maggio 1874) quale tributo alla memoria dell’uomo insigne e amato.

Nel maggio del 1867, Alessandro Manzoni, subito dopo qualche parola dettagli dalla contessa, vergò sotto un proprio ritratto parole [275] di dedica per Giuseppe Verdi; e questi, nel 24 di quello stesso mese, appena ricevuto a Sant’Agata il prezioso dono dell’autore dei Promessi Sposi, espresse in una lettera memoranda alla Maffei tutt’i suoi sentimenti di riconoscenza e di entusiasmo per il Grande. La moglie del maestro, signora Giuseppina Verdi-Strepponi, era stata presentata, intanto, ad Alessandro Manzoni dalla contessa che le era molto amica; e Giuseppe Verdi invidiava di tutto cuore alla moglie tanta fortuna.

Sono sicuro del perdono del sommo maestro se dopo quasi trent’anni traggo dall’ombra d’un album una sua pagina, solenne omaggio ad Alessandro Manzoni. Il mondo conosce e ammira la Messa di requiem; e niuno conoscerà il sentimento donde quelle note sgorgarono?...

“.... Quant’invidio mia moglie (scrive il Verdi alla contessa Maffei) d’aver visto quel Grande! Ma io non so se, anche venendo a Milano, avrò il coraggio di presentarmi a Lui. Voi ben sapete quanta e quale sia la mia venerazione per quell’uomo, che, secondo me, ha scritto non solo il più gran libro dell’epoca nostra, ma uno de’ più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità. Io aveva sedici anni, quando lo lessi per la prima volta. Da quell’epoca, ne ho letto pur [276] molti altri, su cui, riletti, l’età avanzata ha modificato o cancellato (anche su quelli di maggior reputazione) i giudizi degli anni giovanili; ma per quel libro il mio entusiasmo dura ancora eguale; anzi, conoscendo meglio gli uomini, si è fatto maggiore. Egli è che quello è un libro vero; vero quanto la verità. Oh, se gli artisti potessero capire una volta questo vero, non vi sarebbero più musicisti dell’avvenire e del passato; nè pittori veristi, realisti, idealisti; nè poeti classici e romantici; ma poeti veri, pittori veri, musicisti veri.

“Vi mando una mia fotografia per Lui. M’era venuta l’idea d’accompagnarla con due righe, ma il coraggio m’è mancato, e mi pareva d’altronde una pretensione che io non posso avere. Se lo vedete, ringraziatelo del suo ritrattino, che, col suo nome, diventa per me la più preziosa delle cose. Ditegli quanto sia grande il mio amore ed il mio rispetto per Lui; che io lo stimo e venero, quanto si può stimare e venerare su questa terra e come uomo e come altissimo e vero onore di questa nostra sempre travagliata patria. Addio, e grazie di tutto e per tutto.„

L’incontro fra Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi avvenne un anno dopo a Milano, [277] in casa del primo, il 30 giugno 1868: era un martedì. Giuseppe Verdi ne rimase commosso e poco dopo scriveva da Sant’Agata alla sua ottima amica Chiarina:

“.... Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate? Io me gli sarei posto in ginocchio dinanzi, se si potessero adorare gli uomini.... Quando lo vedete, baciategli la mano per me, e ditegli tutta la mia venerazione.„

Qui non si arrestarono i ricambi d’affetto dei due eccelsi artisti. Nel 19 marzo 1869, l’autore dei Promessi Sposi si ricordò dell’onomastico dell’autor di Rigoletto, e gl’inviò una sua carta di visita con queste parole:

“A Verdi — Alessandro Manzoni, eco insignificante della pubblica ammirazione per il gran Maestro, e fortunato conoscitor personale delle nobili ed amabili qualità dell’uomo.„

Appena il Manzoni cadde infermo, senza lasciare, pur troppo, buone speranze di guarigione, la contessa Maffei s’affrettò a informarne Giuseppe Verdi, che ne rimase rattristato fino alle lagrime....

[278]

Un giorno del ’73, si vide un signore, vestito di bruno, alto, austero, dal passo veloce, scendere nei tetri colombarii del Cimitero monumentale di Milano dov’era stata provvisoriamente deposta la salma del Manzoni e là ristare, commosso, a lungo, dinanzi a quella tomba.

Nessuno a Milano, tranne la contessa Maffei e un suo famigliare, seppe di quella visita. Il visitatore era Giuseppe Verdi.

Sempre cagionevole di salute, la Maffei provava di tratto in tratto il bisogno d’uscir dal suo salotto e respirare un po’ d’aria salubre. E allora, Giuseppe Verdi e la moglie la invitavano nella villa di Sant’Agata. La contessa una volta vi andò all’improvviso per fare una sorpresa agli amici. Ma udiamo raccontar da lei le accoglienze ricevute: è una lettera gaja a un amico, una delle pochissime lettere gaje da lei scritte:

“Sant’Agata, 19 maggio 1868.

“Da questo luogo, ove l’anima veramente si ritempra ed il cuore si conferma nella fede che vi è del Bene e dei Buoni, voglio scrivere a Voi, ottimo amico, che siete una delle persone che più amo e stimo. Sono proprio felice d’avere effettuato il pensiero di venire a trovar Verdi. Egli m’accolse come una sorella; mi conobbe tosto, ma non credeva ai [279] proprii occhi. Mi guardava attonito: poi gettò delle esclamazioni; vi fu una tale commossa esultanza che mi provò che il suo affetto grande e profondo ei me lo rende per sola benevolenza. Mi promise immediatamente di venire a Milano, e verrà presto.... La casa è elegante e confortabilissima; il giardino vasto e bello; porteremo a Milano dei boschi di fiori. Stamane Verdi mi parlò delle piante di rose, di cui vi mando una foglia per ricordo. Oggi andremo a Busseto; poi a visitare la casa ove egli nacque. Tutto è caro e sacro con noi.„

E il Tenca a lei:

“Non dubitavo che Verdi vi avrebbe fatte molte feste e che vi avrebbe resa oltremodo gradita la dimora presso di lui. È così caro il poter contare sulle vecchie amicizie e il ritrovarle dopo molti anni vive e fresche come in passato!„

La contessa conservava religiosamente tutt’i ricordi di Giuseppe Verdi. Talora, di prima sera, nel salotto, passava a qualche intimo (uno dei così detti andeghée) le più belle lettere del maestro perchè le leggesse; e quegli non s’accontentava di leggerle; ammirato, se le copiava nel proprio taccuino, dove le conserva tuttora. Nelle questioni d’arte, i giudizii [280] di quelle lettere erano, come si può immaginare, altissimi: nella musica e nella drammatica, per esempio: sulle commedie più forti di Paolo Ferrari che a Verdi piacevano; su qualcuna di Achille Torelli; e via via. Intorno alle questioni politiche, egli vedeva con una chiaroveggenza lucidissima, da politico consumato.

Il ricordo della consorte di Giuseppe Verdi non può essere disgiunto da quello di lui e di Chiarina Maffei, della quale ella era una delle amiche più affettuose e più apprezzate. Giuseppina Verdi-Strepponi rappresentava agli occhi della contessa, come agli occhi di tutti, il tipo più serio della compagna fida, docile, esemplare. Quel giorno in cui la Chiarina seppe d’un grave pericolo da lei corso con Giuseppe Verdi sul lago della villa di Sant’Agata, ne fu tutta costernata. I conjugi Verdi, per non rattristarla, non volevano ch’ella ne sapesse nulla; ma la contessa non tardò a conoscere la verità e ne rimase turbata per qualche giorno. Era avvenuto che, un dopo pranzo d’estate, il maestro avea invitato cortesemente alcuni suoi ospiti a fare un giro con lui e colla moglie sul lago. La signora Giuseppina, nello scendere nella barca dove il marito, fermo, le porgeva la mano, si vide non so per quale accidente, d’un tratto travolta nell’acqua, dove il maestro pur cadde colla barca capovolta sopra di lui. Quel vigorosissimo uomo fu presto a salvare la moglie e se stesso. Tutto ciò avvenne in un [281] attimo, colmando di terrore gli astanti, che dalla sponda aveano dovuto assistere alla scena.

È noto che la signora Giuseppina Strepponi (sposata dal maestro a Collange, piccolo villaggio della Savoja) fu la prima interprete del Nabucco, in cui emergeva, come in ogni altra opera interpretata da lei, per la voce estesa, magnifica, e per l’espressione drammatica. Suo padre era il maestro Feliciano Strepponi, autore di quattro opere (Chi fa così fa bene, Francesca da Rimini, Gl’Illinesi e l’Ullà di Bassorra), morto nel 1832 a Trieste, nel cui teatro Comunale tre anni dopo Giuseppina esordì come cantatrice guadagnando subito l’attenzione di quel pubblico diviso allora in due furiose fazioni: l’una parteggiante per Giuditta Grisi e l’altra per la Ungher. Pel matrimonio con Giuseppe Verdi, la Strepponi si ritirò dalle scene: così la sua carriera teatrale si chiuse presto: fugace, ma fulgida come una meteora.


Impossibile chiudere questo capitolo manzoniano, senza toccare d’uno de’ più diletti amici del Manzoni e del salotto Maffei: Emilio Broglio, il patriota milanese, economista, storico, ministro della pubblica istruzione, tutto vita, tutto gajo splendore. Camillo Cavour, che avea tesori di spirito, ammirava nel Broglio oltre gli ottimi studii lo spirito; e così Daniele Manin che si onorò d’averlo avuto a suo cooperatore nell’insurrezione lombardo-veneziana [282] nel ’48. Egli piaceva tanto al Manzoni che questi, così alieno dagli armeggii politici, si trasformò nel 1861, con Massimo d’Azeglio, in agente elettorale per promuovere la sua elezione a deputato nel collegio di Lonato-Desenzano! Tutti sanno con qual fervore il Broglio si fe’ banditore delle idee unitarie del Manzoni in fatto di lingua; ma tutti non sanno quanto brio egli recava nel salotto Maffei sia che discorresse del Manzoni, o del Rossini (altro suo idolo) o di mille cose sulle quali trasvolava con una sicurezza da disgradare Diderot. Amicissimo della Maffei, veniva nel salotto con grande frequenza. Intercalava a’ più serii discorsi episodii ameni che rendevano la sua conversazione divertentissima. Egli rappresentava assai bene il salotto Maffei dove si dicevano e si facevano cose serie, ma in cui (tranne nel più tetro periodo delle repressioni) si rideva anche molto. Nessuna pedanteria nel salotto Maffei. Con tanti uomini e signore di spirito, la pedanteria era impossibile: e se questa pianta spinosa vi fosse fiorita, nè i Broglio, nè i Verdi, nè i Manzoni, nè tanti altri vi avrebbero posto piede neppure una volta!

“Lo spirito (scriveva la contessa al nipote dottor Cesare Olmo) deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare anche il parlare serio da tutti perchè scevro da pedanteria (che uccide qualunque [283] influenza amabile) e forse utile sugli altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e pensieri sublimi!... La sua santa altissima memoria è un precetto intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il vero spirito che crea e non distrugge, coll’esser serii ma con disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre nell’anima quel santo grand’uomo!„

E ancora allo stesso:

“Addio, amatissimo: lavora, studia, ma divertiti, anche; godi della gioventù: è così lunga la vecchiaja!...„

[284]

CAPITOLO XVIII. LA RICONCILIAZIONE.

Incontro curioso di Andrea Maffei colla moglie. — Storia d’un sonetto del Manzoni. — Andrea Maffei in pericolo di vita. — La contessa va a Firenze. — Nuove conoscenze: Paolo Mantegazza, Atto Vannucci, Francesco Dall’Ongaro. — Bianca Rebizzo: il suo salotto, i suoi casi, la sua carità. — Alessandro Manzoni visita la contessa Maffei. — Riconciliazione di Andrea Maffei colla moglie.

Dopo la pacifica separazione, i rapporti fra Andrea Maffei e la moglie furono radi, ma non ostili. Il poeta non pubblicava libro senza inviarlo in omaggio alla moglie.

Peraltro, non si vedevano. Stettero diciotto anni senza vedersi neppure una volta, quando, nel 29 novembre 1868, in casa di donna Laura Scaccabarozzi d’Adda (poi moglie a Giovanni Visconti-Venosta) avvenne un loro incontro grazioso. Quella cortesissima gentildonna, da me pregata, lo raccontava in una lettera che, commettendo un’indiscrezione, mi permetto [285] di riportare: è una scenetta da proverbio, che avrebbe potuto inspirare chi creò l’elegante Caprice.

“Eravamo nell’autunno del 1868. Io avevo l’abitudine di stare in casa la domenica per ricevere i miei amici più intimi: fra questi, la Chiarina Maffei. Essa non lasciava mai passare quel giorno senza farmi la sua visitina. Ciò era noto ad Andrea Maffei, che più volte mi disse di non voler venire da me alla domenica per non incontrarsi con sua moglie; difatti, veniva sempre in altri giorni della settimana. Il 29 novembre, ch’era una domenica, stavo discorrendo nel mio salotto col professore Bartolomeo Malfatti quando, con mia somma sorpresa, mi si annunzia il cavalier Maffei. Naturalmente, pensai subito, con qualche inquietudine, a un possibile incontro con Chiarina; e, mentre appunto stavo cercando il modo di prevenirla che in quel momento c’era nel mio salotto suo marito, ecco aprirsi di nuovo l’uscio e mi viene annunciata la Chiarina. Questa, entrando, s’avvide subito di chi era con me. Mi salutò affettuosamente come sempre; salutò il Malfatti, suo intimo amico; e fece un leggero inchino al Maffei sedendosi a me vicina. Il Maffei non riconobbe subito sua moglie; e chiese a bassa voce al Malfatti: “Chi è quella signora?„ Il Malfatti rispose: “Ma non riconosci tua moglie?„ Andrea Maffei, alzatosi immediatamente, si volse a Chiarina [286] e le disse: “Oh, Chiarina, scusate se non vi ho riconosciuta: incolpatene la mia povera vista che diventa tutti i giorni più debole.„ “Lo so, disse Chiarina; e ho capito che non m’avevate riconosciuta.„ Si scambiò qualche parola a proposito del deplorevole indebolimento della vista del Maffei; poi Chiarina disse che veniva dall’aver fatta una visita a Manzoni, il quale le aveva dettato un sonetto da lui scritto nel 1802 e ancora inedito; e volgendosi a suo marito, gli porse il sonetto dicendogli: “Volete leggerlo? v’interesserà.„ Il Maffei lo prese; poi visti i minuti caratteri di sua moglie, soggiunse: “non posso leggerlo; leggete voi, Chiarina.„ Chiarina lo lesse; ma, quando arrivò all’ultima terzina, il Maffei l’interruppe recitandola a memoria. E vedendo la sorpresa di sua moglie, “Ma non ti ricordi, Chiarina, esclamò, che una sera il Rossari venne da noi e ci lesse quel sonetto che il Manzoni gli aveva dato la sera stessa?„ Hai ragione, Andrea; ora me ne ricordo. Mi pareva, infatti, che quei versi non mi fossero nuovi!„

“Erano passati dal voi al tu; le mie inquietudini erano cessate. Dopo pochi minuti, Chiarina si alza, saluta me e il Malfatti, porge la mano anche al Maffei e se ne va. Il poeta rimase ancora per poco; ripetè di non aver riconosciuta la moglie; aggiunse poi di averla trovata assai bene, e non fece alcuna di quelle allusioni spiritose e un po’ sarcastiche che erano in lui così frequenti.

[287]

“Aveva egli voluto incontrarsi con sua moglie? Certo sapeva che, venendo da me in domenica, l’incontro era possibile; dunque, in ogni caso era disposto ad affrontarlo.

“Nel dopo pranzo della stessa domenica, Chiarina venne di nuovo da me. Era molto impressionata dall’incontro con suo marito; mi disse ch’egli, come avea sempre usato di fare, le aveva mandato una copia d’una sua ultima pubblicazione; che avrebbe voluto ringraziarlo, e che, siccome il giorno dopo era la festa di sant’Andrea, avrebbe pure voluto cogliere l’occasione per esprimergli i suoi augurii, ma che non credeva opportuno di farglieli direttamente; perciò mi pregava di scrivere io stessa al Maffei in suo nome. Sulle prime, rifiutai; mi pareva più semplice, più naturale che tutto ciò si facesse senza intermediarii; ma Chiarina insistette, ed io finii per cedere, e scrissi al Maffei.„

Il sonetto del Manzoni era quello che comincia:

Come il divo Alighier l’ingrata Flora

Errar fea per civil rabbia sanguigna;

indirizzato dal poeta al napoletano Francesco Lomonaco per la vita di Dante: quel Lomonaco che nel 1799 scampò per uno sbaglio di nome a’ supplizii de’ quali furon vittime a Napoli i suoi amici repubblicani partenopei e che nel 1.º settembre 1810, stanco di soffrire, si [288] affogò a Pavia. — Bartolomeo Malfatti, nato a Mori nel 1828, crebbe a Trento nella casa e sotto le cure della contessa Cloz-Salvetti; storico e geografo, collaboratore del Crepuscolo, e professore di geografia, prima a Milano, poi a Firenze. Era assai apprezzato nel circolo Maffei ch’egli frequentava.


Nella primavera dell’anno dopo quell’incontro, Andrea Maffei cadde mortalmente malato di risipola, a Firenze, in un albergo. Aveva sapiente e amorosa assistenza, ma non forse alcun vero conforto. La contessa, appena ne apprese la notizia, non esitò un istante, chiuse il salotto e accorse al letto dell’infermo.

Nel momento di separarsi dal marito, nel 1846, ella gli avea scritto:

“Addio, Andrea mio: esco da questa casa coll’animo addolorato, ma almeno tranquillo, poichè so che ci lasciamo con dell’affetto e della stima reciproca. Addio; vivi coi nostri amici, con quelli che in questa circostanza furono il nostro sostegno e santificarono, quasi, col loro ajuto un passo per sè stesso fatale, ma per me inevitabile e necessario se non alla felicità, almeno alla soddisfazione di tutti e due. Ricordati ch’io ti lascio ma non t’abbandono, e che in ogni circostanza triste della tua vita io ti sarò vicina come una sorella. Non dubitare di queste mie parole poichè sai che non ho mai mentito e che posso garantire della profondità de’ miei sentimenti.

“Ti ringrazio d’esserti condotto così dignitosamente, e quando seguirai l’impulso del tuo cuore sarai sempre tale. Addio, addio.„

Andrea Maffei (nell’anno 1868).

E ora, dopo ventitrè anni, Clara Maffei, fedele alla promessa, la manteneva. Vincenzo de’ Lutti, Anselmo Guerrieri-Gonzaga e Giovanni Prati, avvertiti della venuta della contessa a Firenze, le andarono incontro alla stazione. Al Maffei non sembrò vero di vedersi accanto la Chiarina d’un giorno, che lo assisteva. “Povero Andrea! quanto patire, ella scrivea a un amico di Milano. Che cos’è il mio piccolo sacrificio in confronto di quanto egli soffre?... Non ho alcun merito. Vorrei solo potergli sempre inspirare fiducia e pazienza; e, intanto, devo dargliene l’esempio col mio contegno tranquillo e sereno.„

A poco a poco, mercè le cure, Andrea Maffei risanava; e la contessa approfittando degli ultimi giorni del proprio soggiorno a Firenze girava cogli amici nei dintorni poetici, nei templi e nelle gallerie, di cui ammirava entusiasta i portenti. Nella società fiorentina, così ospitale, contrasse nuove elette amicizie e conoscenze. Donna Emilia Peruzzi, moglie allo statista Ubaldino, la quale teneva e tiene tuttora a Firenze un fiorente, celebre salotto politico e letterario, l’accolse con festa. L’Aleardi la volle alle sue smaglianti lezioni di estetica che nell’Istituto di studii superiori recitava alle sue ammiratrici. Le venne presentato un abate, Giambattista Giuliani, che spiegava Dante con Dante, [292] e due ex-abati: il Trezza, illustratore di Lucrezio, e Francesco Dall’Ongaro, creatore dello stornello politico, attico ingegno. Il baldo poeta della fisiologia, Paolo Mantegazza; il dolce poeta degli affetti domestici, Emilio Frullani; lo storico de’ martiri della libertà, Atto Vannucci; uno dei più eleganti scrittori d’Italia, Eugenio Checchi amatissimo dal Maffei; ed altri ancora andavano a visitare la gentildonna lombarda, che nell’albergo dove alloggiava, s’era improvvisato un genialissimo salotto. A Firenze, la contessa s’incontrò anche in una dama milanese di rari pregi, che già conosceva: Bianca Rebizzo, insigne nei fasti della carità.

Il salotto che quest’inclita milanese, vera soccorritrice del popolo, tenne a Genova per più anni, non può essere dimenticato. Era nata a Milano nel 1800 da Carlo De Simoni, capitano di Napoleone I, morto nel fiore della giovinezza, e da Anna Opizzi, che la allevò in ristrette fortune. Sposatasi al genovese Lazzaro Rebizzo, lo seguì in varii paesi; fu più volte con lui in Francia e in Germania: nel 1833, ottenne di riposarsi un po’ a Venezia; e nella città di Daniele Manin divenne intima della famiglia del grande Dittatore. Nessuno, forse, ella amò tanto come Ernesta Viezzoli-Manin, dolce, bionda, dagli sguardi melanconici, e per l’alto sentire degna sorella a Daniele. Questa angelica Ernesta, all’annuncio che il fratello era stato imprigionato dopo il fiero suo indirizzo al Governo austriaco, fu [293] presa da tale angoscia che spirò all’improvviso fra le braccia dell’atterrito consorte.

Nel 1835, Bianca Rebizzo fissò la propria dimora a Genova, nella cui città promosse per la prima gli asili dei bambini poveri, lottando a lungo contro le ripugnanze della poveraglia, che voleva lasciare i suoi figliuoli nel fango della via e nel fango della vita, piuttosto che affidarli a un asilo e a quell’affettuosa madre de’ poverelli. Un filantropo, Giacomo Cervasco, le aprì il varco nei tugurii; ed ella vi penetrò col suo dolce sorriso, colla sua inesauribile misericordia, scoprendo, fra colpe e dolori, esempii sublimi di sacrificio. Nel ’50, fondò il Collegio italiano per le giovinette di condizione civile.

E alla carità sposò nel suo cuore, aperto a tutti gl’ideali, l’amor di patria. Goffredo Mameli, Nino Bixio le furono amici. Questi forti versavano l’ardore delle loro anime nei colloquii ch’essi tenevano con lei nella sua casa; nella quale andavano anche Lorenzo Costa, autore del più bel poema che si conosca su Cristoforo Colombo, Terenzio Mamiani, il pittore Nicolò Barabino, e il poeta conte Jacopo Sanvitale, vecchio esule, indomito patriota di Parma, nemico giurato d’ogni despota, autore d’una Nostalgia, che fino al 1866 rimase il carme degli esuli. Per un suo sonetto contro Napoleone I, egli stette imprigionato quattordici mesi: un mese per verso!

Bianca Rebizzo moriva a Genova poco dopo il suo incontro con Clara Maffei.

[294]

Il 21 ottobre 1869, ricorrendo il suo giorno onomastico, ricevette, come il solito, moltissimi fiori; ma non sapeva più sorridere.... li contemplava triste.... Era presentimento?... Pochi giorni dopo Bianca Rebizzo spirava, e le sue stanze serbavano ancora di que’ fiori.


Nella società fiorentina, nella società milanese, ed in altre, non si discorreva, intanto, che della conciliazione improvvisa dei Maffei; ma questa si limitò, a dir vero, solo a un’amicizia benevola, mista di gratitudine da una parte e d’affetto di sorella dall’altra. Nel bel mondo, non mancò qualche risolino forse poco benevolo su questo tardo ravvicinamento di due coniugi che per molti anni battevano liberi vie diverse; ma la contessa, superiore sempre alle dicerie degli sfaccendati, non se ne occupò, nè punto nè poco.

Crollava, come soleva, la testa, alzando le spalle e avea ragione di scrivere: “Nulla so di quanto nel mondo si dice o si dirà di questa nostra posizione; ma sapete che ad esso non ho sacrificato un sentimento.... Non amo i pompieri morali, nè li amerò mai: arrischiano, per salvarci dalle vampe dell’entusiasmo, di farci annegare.„

Appena la contessa ritornò a Milano, una fra le prime visite che ricevette, fu quella di Alessandro Manzoni. Il venerando poeta, co’ suoi ottantaquattro anni, s’affannò a salir su per le scale della Maffei, e, appena la rivide, prendendole entrambe le mani, esclamò: — “Vengo [295] a congratularmi! Brava!... Bravi tutti e due!„

Sulla fine del novembre dello stesso anno, la visita del Manzoni fu seguita da quella di Andrea Maffei risanato. L’idillio di Gessner rifioriva; e la contessa, parlando delle sue nuove soddisfazioni, le notava col tocco delicato che le era proprio in una lettera a Francesco Rosari:

“.... Una di queste vive soddisfazioni me la fa provare in modo altissimo mio marito. Viene ogni giorno a visitarmi. Oggi andremo insieme da Manzoni. Non posso dirvi quanto egli sia buono, gentile, riservato, generoso. Dio ascolta le preghiere de’ miei poverelli e quella che sempre gli innalzo di accordarmi la pace del cuore e prima ancora quella della coscienza!.... Andrea partirà mercoledì per passare l’inverno a Riva di Trento, e tornerà qui nella primavera per istarvi un mese. Di salute è bene; d’umore, lietissimo. Viene ogni mattina, e sin’ora mai alla sera.„

Da questo momento, Andrea Maffei fu tutto riguardi verso la moglie. Di tratto in tratto, le regalava gingilli eleganti, mazzi di rose, ventagli, come nei giorni del fidanzamento. La contessa, che da più anni, in un ricco album di fotografie di monumenti classici, avea collocato come primo monumento classico il ritratto di Andrea Maffei, lo lasciò lì, lì ancora al suo posto; ma non taceva cogli amici le [296] attenzioni squisite del poeta ringiovanito, nella devozione cavalleresca verso di lei, e nell’affetto.

Il traduttore di Schiller soggiornava quasi tutto l’anno a Riva di Trento, in casa de’ suoi fidi ed esemplari amici Lutti. Tutte le volte che veniva a Milano, scendeva all’albergo della Bella Venezia, occupando le basse camerette abitate già nel ’48 dal Mazzini e dal Gioberti e in quelle componeva melodici versi. Alla mattina poetava, mentre si facea arricciare le folte e argentee chiome dal servo Luigi; quelle chiome, che “in onda di giacinti„ per usare d’una espressione di Giacomo Zanella, gli scendevano alle spalle, accrescendo maestà alla sua bella persona. La malattia gli aveva fatti cadere molti capelli, ma gliene restavano ancora moltissimi. Scriveva a Clara:

“Le poche tracce della grave infermità prodigiosamente superata se ne andranno, mi confido: ma dubito assai che i miei capelli così forti, così fitti m’abbiano a ricrescere; ogni mattina, il pettine me ne strappa una pioggia. L’uccello, fuggito al vischio, non si lagna delle piume perdute, ma lieto riprende il suo volo nell’aria.„

Ed egli lo riprese subito il suo volo di poeta, con nuove linde versioni delle quali, premurosamente, parlava alla moglie:

“Tradussi il primo canto del Child-Harold. Come battistrada, mando ora innanzi il quarto [297] canto sull’Italia, poi la farò finita colla musa, pubblicandone l’intero poema, che mi propongo indirizzare a te. Tu avesti i miei primi versi, e avrai gli ultimi.„

E gentili così correvano tutte le altre lettere. Mai una parola amara: bensì espansione e stima.

Quando, nel ’78, morì d’improvviso a Brescia quella virtuosa e gentil poetessa che fu Francesca Lutti, Andrea Maffei ne sofferse nel profondo dell’anima, e così si confidava alla moglie:

“Cara Clarina. Non ti scrissi da un pezzo; ma, credimi, la sventura, dalla quale fui colpito nella morte della Francesca mi ha così confuso e addolorato, che per molti e molti giorni la penna non mi reggeva fra le dita. Era la mia creazione, la mia figlia d’arte, ed una comunanza di sentimenti e di studio me l’avea fatta un bisogno del cuore e dell’intelletto!„

Si potrebbero moltiplicare le prove de’ nobili sensi del poeta. Certo la Chiarina e gli amici tutti, imparziali, ne tenevano conto e le ammiravano, ben lieti che quelle prove cancellassero del tutto antiche impressioni meno lusinghiere.

[298]

CAPITOLO XIX. NUOVO PERIODO LETTERARIO E MUSICALE.

I. U. Tarchetti. — Achille Torelli. — Vittorio Betteloni. — L. Capranica. — Graziadio Ascoli e altri sapienti. — Giovanni Verga. — Scrittrici alla moda. — Una poetessa americana e il suo salotto. — Francesco Coppée e i suoi versi declamati da madame Doche. — Adelaide Tessero. — Teresa Stolz. — Antonio Bazzini e altri musicisti. — Serate musicali.

La schiera de’ frequentatori del salotto Maffei, degli amici e amiche della contessa, le quali la visitavano al giorno e nella sera, è così lunga, che tutto un capitolo non basterebbe alla semplice enumerazione de’ nomi. Proviamoci a ricordarne ancora alcuni. Perdoneranno i dimenticati?... Perdoneranno le dimenticate?...


Un romanziere piemontese, malcontento di tutti e di tutto, melanconico ingegno, rapito innanzi tempo dalla morte, Iginio Ugo Tarchetti, si atteggiava talora a ribelle; ma la sua penna gittava torrenti di affetti gentili.

[299]

La contessa gli perdonò quanto ei scrisse contro la vita militare, nella quale ella vantava a buon diritto prodi amici. Ella avrebbe voluto che quel giovane non fantasticasse troppo, ma ne ammirava i pregi singolari. Allorchè egli morì non ancora trentenne, ne seguì la bara, esprimendo a tutti il proprio dolore nel vedere uccise con lui tante speranze. Al domani de’ funerali, l’intimo amico del Tarchetti, Salvatore Farina, si recò commosso a ringraziarla del tributo reso al povero giovane; ma ella non volle ringraziamenti; e, accogliendo l’autor d’Amore bendato, mentre stava abbigliandosi davanti allo specchio, gli disse:

— Venite pure avanti, Farina: così vedrete che non mi tingo.

Un altro giovane, bergamasco, allevato nella Svizzera tedesca, Bernardino Zendrini; discendente dal celebre idraulico della Repubblica Veneta; alto, magro, ossuto, nervoso; dall’ampia fronte, dalla erudizione precisa e copiosa, dalla geniale conversazione, tempestata di motti di spirito all’Heine, suo maestro e donno, era molto amico della contessa Maffei, e amico d’un’altra dama: la gentildonna più cara a Margherita di Savoja, la contessa Andriana Marcello nata Zon, che continuò per più anni a Venezia e nella sua villa di Mogliano, le ospitali tradizioni dei salotti veneziani.

Achille Torelli, acclamato pe’ suoi spigliati Mariti, preconizzato quale ristauratore della [300] commedia italiana, venne accolto con festa dalla Maffei e dal Manzoni che nel vederlo gli disse: “Così giovane, e già così celebre!„ Difatti, egli era allora poco più che ventenne.

Il poeta Vittorio Betteloni (figlio di Cesare), l’autore d’In primavera e d’altri versi pieni di freschezza (versi che non cantano ma parlano) appariva nel salotto Maffei nelle placide ore di prima sera nelle quali continuavano a raccogliersi i più fidi amici della contessa.

Il marchese Luigi Capranica, romano, gentiluomo affabile, dell’antica razza, entrava nel salotto con quel suo dondolìo tutto particolare, sorridendo fra la fulva barba. Per difendere un giorno a Roma la moglie d’un suo amico dalle maldicenze d’un nobilastro, provocò quest’ultimo a un duello alla spada; e il ferro dell’avversario lo colpì trapassandogli il polmone. Durante tre anni, Luigi Capranica, scampato per miracolo da morte, giacque infermo presso il cognato marchese Guiccioli a Venezia, sotto il cui cielo risanò a poco a poco. A Venezia, egli presiedeva il Comitato nazionale segreto, provocando i sospetti della polizia che una bella mattina lo pregò di lasciare le lagune. Sono popolari i suoi romanzi Giovanni delle Bande nere, Sisto V ed altri, caldi d’amore per l’Italia, caldi d’odio pei pontefici. Nel salotto Maffei, egli condusse la bella e gentil contessa Marya Obniska, sua moglie.

Un altro Romano, Fabio Nannarelli, già precettore di casa Ruspoli, protetto dal Mamiani, [301] e cantore delle cascate del Velino, frequentò per qualche tempo casa Maffei; così un altro poeta di sapor classico: Corrado Gargiolli di Fivizzano, fanatico per Giambattista Niccolini, di cui sapeva a memoria tutti i versi editi e inediti. Il pover’uomo lo recitava un po’ troppo il suo Niccolini!... Ma chi frenava allora qualche sorriso canzonatorio nell’ascoltarlo paziente, non prevedeva certo la tragica fine dell’infelice. In un triste giorno del 1885, ei si affogò a Pisa nell’Arno, dopo d’aver declamato squarci del suo Niccolini a un carabiniere stupefatto.


Augusto Vera, di Amelia, filosofo hegeliano; Pietro Rotondi, traduttore di Longfellow, e il grecista Virgilio Inama contano fra i più stimati amici di casa Maffei. Un filologo fra i primissimi del mondo, il goriziano Graziadio Ascoli, apparisce di tratto in tratto, anche nelle più affollate e più festose sere di domenica colla figlia: e quella sua testa di profeta, di pensoso sapiente, spicca e contrasta fra le signore e i giovanotti alla moda. Due suoi allievi arrivano quasi ogni sera insieme, Carlo Giussani, e Pio Rajna, fortunato scopritore delle fonti dell’Orlando furioso.

Appena la Storia d’una capinera ed Eva, fanno conoscere il nome di Giovanni Verga, questi è presentato nel salotto. Clara Maffei apprezza sopratutto i Malavoglia, e ogni altro forte lavoro del giovane siciliano, che con mano ferma e poderosa coglie bruscamente [302] il vero e svela le miserande condizioni de’ lavoratori della sua isola dei solfi, de’ fiori, e degli spasimi, facendone presentire l’imminente rivolta. I due Luigi: Capuana e Gualdo appartengono anch’essi al gruppo de’ giovani romanzieri. Il nobile Gualdo è il milanese più parigino che sia mai apparso all’ombra del Duomo: parigino nell’abbigliamento accurato sino allo scrupolo, nei gusti artistici, nell’accento con cui parla il francese e nelle frasi che usa nello scrivere romanzi ne’ quali (come nel Mariage Excentrique) egli si sforza di analizzare le sensazioni. Il pubblicista Eugenio Torelli-Viollier visita qualche volta la contessa. Il commediografo Stefano Interdonato, ed altri giovani scrittori non mancano mai alle riunioni, obbedendo volentieri alle raccomandazioni della signora, che suol dir loro colla sua grazia: “Ricordatevi! Siatemi fedeli!„

Tutte le volte che il conte Guglielmo Capitelli, poeta affettuoso, filantropo, figlio d’un insigne patriota, passa per Milano, fa visita alla Maffei, cui reca notizie della sua Napoli, delle sue peregrinazioni e de’ suoi studii geniali. Così, giungendo a Milano, la contessa Caterina Percoto non tralascia di venir nel salotto, accompagnata dal suo ammiratore Carlo Tenca, il quale giustamente loda in lei la coscienziosa pittrice de’ costumi popolari del Friùli, la novellista fine, che mai passa la misura, la donna semplice, quasi ingenua di modi, e di principii liberali.

Ingegno virile, ardito, è Emma (Emilia Ferretti [303] nata Viola) cui abbiamo già accennato altra volta: è una delle scrittrici più lette della Nuova Antologia, autrice di studii su Zola, su Goethe, su Flaubert, e di romanzi. Ella è salutata fra le bellezze femminili del salotto. Maria Torriani (La marchesa Colombi) e Sofia Albini, orgoglio di Giovanni Rizzi, di cui è la migliore allieva, vengono esse pure annoverate presto fra le amiche della Maffei, la quale è felice quando scorge balenare sull’orizzonte della letteratura qualche lampo di nuove promesse.


Nel leggere il grazioso Regno della donna, la contessa Clara Maffei, che ne conosce e ne apprezza assai l’autrice, ripete un detto espressivo: “l’ingegno cerca e il cuore trova.„ Questo motto di Giorgio Sand, secondo la contessa, potrebb’essere l’epigrafe de’ libri di Cordelia o della signora Virginia Treves-Tedeschi, che, com’è noto, è la stessa persona. Cordelia fu presentata alla Maffei nell’ultimo periodo del salotto, insieme col marito Giuseppe Treves.

Matilde Serao vi fece una momentanea apparizione qualche sera nell’estate dell’81, l’anno clamoroso dell’Esposizione nazionale: vestita tutto di bianco, parlatrice fervida, allegra.

Si discorreva d’un’altra animosa scrittrice, dell’americana miss Anna Lynck, di Nova York, moglie a quel Vincenzo Botta, che abbiamo incontrato altra volta, e che dall’America, dove avea riparato dalle tempeste [304] politiche, ritornava di tratto in tratto in Italia e non ometteva di visitare la Maffei e gli amici del salotto. La signora Botta-Lynck era nota a Nova York per un salotto simile a quelli d’Europa. Le due signore non si conoscevano, ma si mandavano, attraverso l’Oceano, affettuosi saluti: la Maffei in prosa, la Botta-Lynck in poesia. La poetessa americana amava sinceramente l’Italia; ne cantò i dolori, la risurrezione, le glorie.


Nel marzo del ’76, entrò nel salotto un giovane snello e bruno come un tunisino, elegante come un parigino autentico, qual è veramente: Francesco Coppée. Venendo a Milano, l’autore del Passant volle riverire l’amica di tanti poeti; la quale riportò di lui l’impressione più gradita. “Egli ha tutte le buone qualità dei francesi, e non ne ha i difetti,„ ci disse la contessa di quel mite e fine romantico, la cui modestia, rara nei poeti, rarissima nei francesi, incantava davvero.

Una sera, i cesellati versi del Coppée vennero declamati da una celebre attrice parigina, madame Doche, la stessa che rappresentò a Parigi per la prima volta la Dame aux camélias.

La contessa Maffei avea raccolto, per festeggiare la nuova sua ospite di passaggio, molte sue amiche e i suoi amici. Le sale erano affollatissime: fu una serata di gala e di dolci emozioni. Madama Doche, pallida, bruna, un po’ pingue, vestita d’un abito di [305] seta bianco, recitò con soavità d’inflessioni e con sentimento penetrante pagine poetiche del Coppée, inni d’affetto patriotico, che, se non erro, l’esimia attrice scelse a bella posta affine di risvegliare un moto di simpatia per la Francia, appena uscita dalla sanguinosa tragedia del ’70. Tutti le erano d’intorno, rapiti alla doppia musica del verso e della interpretazione.

In una serata somigliante, un’altra attrice, avea recitato pure applauditissima; un’appassionata attrice italiana dai pronti intuiti e vera signora nelle parti di signora: Adelaide Tessero. Una ballata di Francesco Dall’Ongaro, La Croce del Verbano, declamata con fuoco da colei che infondea tanta vita negl’idillii di Leopoldo Marenco e nelle commedie di Achille Torelli, commosse l’uditorio.

Impossibile ricordare le infinite cantanti che deliziarono delle loro voci il salotto. Ne venivano dai più remoti lidi; alcune meravigliose per la bellezza con strascichi di velluto interminabili, vere stelle comete; brillavano e ben presto sparivano dal firmamento di casa Maffei e d’Italia, per ignota destinazione. Fra le cantanti celebri, noto la Pantaleoni, interprete delle opere del povero Ponchielli, e Teresa Stolz, interprete delle opere Verdiane. Quando la Stolz si decideva a cantare, era una festa. Ella lanciava sulla folla elegante le sue note vibrate come squilli. Nel “Pace, o gran Dio!„ della Forza del Destino, commoveva persino i matematici.

[306]

Nell’ultimo periodo del salotto, si eseguì molta musica eccellente. Carlo Andreoli sedeva al pianoforte spiegando il suo magistero di musicista serio e profondo. Alfredo Catalani, cereo, sparuto, coi segni della morte vicina sul volto inspirato, suonava al piano sue delicatissime composizioni, aneliti vaghi a sfere lontane, a velati paradisi d’amore. Egli ci ricordava un altro giovane d’ingegno portentoso, il povero Adolfo Fumagalli, rapito a soli ventisette anni! Antonio Bazzini, uno de’ più antichi amici del salotto, raggiava di giusto orgoglio paterno quando udiva suonare Alfredo Catalani, il quale fu senza dubbio il suo più eminente allievo. Franco Faccio e il suo sostituto nella direzione dell’orchestra alla Scala, Gaetano Coronaro di Vicenza; Ugo Bassani di Venezia, amico di Liszt; qualche tedesco, chiomato come un re merovingio, ed altri si notavano nel novero de’ migliori musicisti nel quale una sera, modesto, e inchinevole come un salice, comparve anche Massenet. Nella schiera delle pianiste emergevano una delle signorine Garavaglia, la signorina Fumagalli, e donna Vittoria Cima, amica affezionatissima della Chiarina, una fra le più colte signore della società milanese.

Tutte le novità musicali piovevano sul pianoforte del salotto, come tutte le novità letterarie piovevano sul tavolino da lavoro della contessa. Ogni estate, prima di partire per la villeggiatura di Clusone, la Maffei radunava gli amici e le amiche per offrir loro una serata [307] musicale. Fra gl’invitati, si vedevano giovani avvocati ed economisti, che anelavano un seggio nel Parlamento, ignari di ciò che il Tenca andava dicendo ex corde alla Maffei: “Nulla più della politica dà la sfiducia e il disgusto di questa povera vita umana.„ Giovani spose formavano, a parte, gruppi degni delle Grazie del Canova e degl’inni del Foscolo, il grande poeta della suprema bellezza femminea, del quale la contessa Maffei teneva, in un posto speciale del salotto, un ritrattino prezioso. E fino a mezzanotte, al profumo de’ fiori, sparsi dappertutto — que’ fiori ne’ quali la contessa scorgeva un sorriso di Dio — si protraevano le musiche, i canti, le conversazioni vivaci.


Ma la serata classica di casa Maffei era l’ultima d’ogni anno. Alla mezzanotte del 31 dicembre, la contessa volea vedersi intorno tutti quanti gli amici in quello ch’ella definiva il suo “salottino cosmopolita„.

Era allora il momento più animato e più espansivo. Grande l’affluenza delle signore, d’uomini politici, di letterati e d’artisti. Quel salotto s’affollava in modo ch’era impossibile movervi un passo. E nuovi visitatori continuavano sempre a venire, in cravatta bianca e in guanti bianchi che infilavano per le scale; ma per qualche minuto dovevano rimanere pazienti ad aspettare che fosse possibile un varco nella folla. L’adito era arduo nella stessa anticamera ove le signore, davanti agli specchi, [308] davano l’ultimo tocco sapiente alle loro acconciature.

Anche coloro che, a quell’ora tradizionale, venivano chiamati intorno a una patriarcale tovaglia, non mancavano d’accorrere a salutare, fosse pure con una sola stretta di mano, la gentil padrona di casa che aveva l’occhio a tutto e volea salutar tutti.

I reduci dal teatro alla Scala, dai circoli, o dagli uffici de’ giornali, portavano le ultime notizie, le recentissime; ma non si faceano commenti: la riunione era consacrata agli augurii, che allo scoccar preciso della mezzanotte nell’orologio del salotto, diventavano generali, in mezzo al susurro crescente delle voci allegre, allo sfruscìo degli abiti delle signore e dei fogli di carta di musica che si stava per eseguire.

La contessa non perdeva d’occhio neppur uno degl’intervenuti. Quell’esile, aristocratica personcina, vestita, secondo il solito, di nero, con signorile semplicità, penetrava in tutti i crocchi. Su quel volto dai finissimi lineamenti, subitamente acceso da una febbre di contentezza, illuminato da un sorriso — quel mite sorriso tutto suo — ogni visitatrice, ogni amico leggeva un augurio. Ella rivolgeva a ciascuno una parola: una domanda premurosa; e, appena il primo dei dodici rintocchi solenni della mezzanotte scoccava, ella stringeva giubilante la mano a uno a uno; e non so come mai quell’esile corpicciuolo che, per dirla con una frase victorhughiana, pareva [309] un pretesto preso dal Creatore per far vibrare un’anima, non si spezzasse in quel movimento incessante, in quella veglia faticosa.

Dopo gli augurii, si eseguiva ottima musica, in mezzo al silenzio improvviso che la contessa, scherzando, intimava con un colpo secco di ventaglio sul pianoforte. Un maestro di bel nome sedeva al piano e accompagnava qualche cantante di grido o qualche stella sorgente della scena lirica, che avea desiderato penetrare nel celebre salotto dove potea farsi conoscere in un momento da critici famosi e da maestri ragguardevoli.

Dopo la musica, veniva il thè, il consueto thè, al quale la contessa attendeva da così lungo ordine d’anni, con speciale premura e che distribuiva agli amici, aiutata da alcune graziose signorine. E poi musica ancora, e augurii ancora. Quella dama cortese non finiva di ringraziare per quella visita di fin d’anno, a cui teneva come a patto d’amicizia. Ella che, indulgentissima, non ammetteva schiavitù nel suo circolo e lasciava venire e andare gli amici a loro piacimento per tutte le altre sere dell’anno, non tollerava scuse posticcie per quella serata a lei sopratutte carissima; e se qualcuno, il giorno dopo, visitandola, mendicava tutto contrito qualche giustificazione, ella era capace di tenergli il broncio.... per un minuto secondo.

Nei ricevimenti della mezzanotte del 31 dicembre, venivano persino i più anziani, come il conte Medin e l’avvocato Bartolommeo Benvenuti, [310] due patrioti veneti, che avevano figurato in prima schiera nel Governo provvisorio del ’48 a Venezia: il primo dalla parola recisa come taglio di spada; il secondo tranquillo, acuto, limpidissimo ingegno, lustro del Foro italiano. Una volta, in uno dei più affollati ricevimenti, venne anche il glorioso generale Carini, conosciuto dalla contessa nel 1867. Innumerevoli poi le lettere d’augurio d’illustri lontani d’Italia e di Francia. Tutti si ricordavano di lei; ella si ricordava di tutti.

[311]

CAPITOLO XX. PENSIERI DI CLARA MAFFEI.

Cultura della Contessa. — La sua carità. — I suoi scolari di Clusone e i suoi poverelli. — Suo concetto della famiglia, della società, della vita. — Suoi sentimenti religiosi. — Suoi consigli ai giovani. — Suo spirito d’indipendenza.

Teofilo Gautier diceva che madame de Girardin non era punto una bas bleu. Con più ragione si deve dirlo della contessa Maffei. La sua istruzione, attinta specialmente alla Revue des Deux Mondes, come quella di parecchie fra le nostre signore, veniva allargata e alimentata ogni giorno, ogni ora, dalla conversazione di persone coltissime, dotte, nonchè dai libri che gli autori le offrivano in omaggio e da altri che gli amici le procuravano di continuo, specialmente quando villeggiava nel suo Clusone, asilo di pace e di meditazioni serene.

Clusone era sempre il suo più gradito soggiorno. [312] Ivi ella rivelava le parti migliori del suo spirito. “Quanto ho ragione (scriveva) d’amare questi monti: m’inspirano pace e coraggio; e nella loro contemplazione, come pérdono d’importanza le piccinerie terrene, e quelle sociali, che sono le più misere, impasto di vanità e di convenzione!„

A Clusone non voleva rumori mondani:

“Io andrò a Clusone verso la metà di luglio, per istarvi tranquillamente, se Dio me lo concede, fino a novembre. Godo della ferrovia in parte già compita; ma temo sarà turbata la quiete, la semplicità di quei monti. Lunedì, il console d’Austria e quello di Francia verranno a Clusone per cercarvi alloggio. A quello d’Austria, ch’io conosco, ho dato delle lettere. — Venite, gli ho detto, a patto però di non portarmi dell’eleganza, del frou-frou: ne ho abbastanza di quello di Milano. — Tu, quando sarai vecchio (scriveva al nipote) saprai quanto stanca....„

Tutte le volte che lasciava la campagna per il suo, pur tanto caro salotto di Milano, la contessa soffriva. Carlo Tenca trovava le giuste ragioni di quel rammarico e le spiegava così:

“Capisco che vi deva dispiacere di lasciare il vostro Clusone. Passare da codesto luogo così ameno e tranquillo in quest’aria greve e agitata della città è sempre cosa che stringe l’animo. Qui in Milano siete compensata da [313] affetti più vivi, da più antiche consuetudini, e da una maggior soddisfazione dello spirito; ma coll’inoltrarsi negli anni diventa più accetta la semplicità, e fin anche la rozzezza del costume piace se non è scompagnata dalla bontà. Che cosa diventa questo nostro ciarlìo cittadino a fronte di codesta serena e semplice vita della campagna?„

Un’eletta amica di Clara Maffei, la contessa Barbara Grismondi di Bergamo, mi dipinge in una bella lettera la vita d’illuminata carità che Clara Maffei conduceva in villa: “Era l’angelo dei poverelli; visitava gli ammalati, i suoi prediletti poveri vecchi, portando a tutti quel conforto che rialza l’animo e ravviva la fede.„ E la stessa Maffei a un amico di Milano:

“La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei lavori, della lettura, de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’ miei poverelli che mi dànno gioja immensa e mi fanno assai più bene ch’io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, le altre spesso mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così.„

Una bella scena di quella vita in campagna è resa in un’altra lettera della Maffei:

[314]

“Andrò anch’io nei quartieri d’inverno (si era sulla fine d’un ottobre), vi andrò lasciando con mestizia e profonda gratitudine questi luoghi che amo sempre più. Fra le tante mie simpatiche occupazioni, mi sono presa a insegnar a leggere il francese. Ho due scolari tanto assidui e intelligenti; una maestrina di diciott’anni e un giovinetto di dodici che l’anno scorso a caccia perdette la mano destra. Sono due buone e care creature. Facciamo anche delle letture italiane; ed or ora il ragazzo leggeva la visita di Renzo al Lazzaretto. La commozione lo costrinse a fermarsi.... e piangevamo tutti e tre, e anche di compiacenza. Era un semplice ma sincero omaggio a quel libro, vero Vangelo pel cuore e per l’intelletto.„

Anche a Clusone, alla sera, la contessa riceveva; ma per lo più persone dei luoghi. Non vi mancavano comiche macchiette, che divertivano quel fino canzonatore del Tenca.

Una giovinetta gentile, Velleda Ferretti, figlia della scrittrice Emilia Ferretti-Viola, teneva affettuosa compagnia alla contessa. “Velleda è la mia orgogliosa gioja,„ diceva la Maffei; e da lei si faceva leggere le riviste e i libri. Il più bel libro per lei era però sempre lo spettacolo della Natura.

“Il più bel libro è lo spettacolo della Natura nella sua contemplazione. L’anima vi sente proprio la celeste sua origine; perciò si innalza sempre più. Il soggiorno di Clusone mi [315] fa sempre tanto bene allo spirito: poi, sola, posso darmi più esclusivamente a quelle occupazioni che soddisfanno e vi lasciano qualche cosa di buono nel vostro intimo.„

Nella calma campestre, allo spettacolo degli affetti domestici di tante povere famigliuole che soccorreva, Clara Maffei sentiva più che mai l’acuto rimpianto di non possedere una famiglia propria. L’amicizia è luce delle anime, ma la famiglia è l’aria necessaria in cui respirano. “Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici; nulla li sostituisce (scriveva la contessa a un giovane solitario). Nulla li sostituisce; ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai e trovai forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma, pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non è tutto.„

Ella poi insisteva sulla necessità dell’indulgenza, e la raccomandava sempre, a voce e in iscritto; raccomandava l’amabilità, questa preziosa cartella di rendita che costa poco e rende assai; e dimostrava la necessità di occuparsi anche delle piccole difficoltà, delle minuzie della vita per renderla più agevole.

“.... Ella (allude a una signora del suo salotto) non conosce i modi di alleviare le piccole [316] difficoltà: è sempre stata una delle cause de’ suoi dispiaceri. Il suo spirito superiore rifugge a certe transazioni ed occupazioni: eppure, la vera superiorità sta, parmi, nel saper tutto accettare; e il render facile e serena la vita è un dono divino, per ottenere il quale ci vogliono sforzi di volontà, la fede, e la coscienza che si deve farlo.„

In altre sue lettere, tutte quante elevate, si leggono questi pensieri su varii argomenti:

.... Come pochi bastano a gettare l’onta su molti! È perchè i molti sono buoni; ma buoni a nulla. La terribile verità è questa: manca quel tale coraggio civile di cui tutti parlano.

.... Se ognuno fosse francamente quello che è, molti ci guadagnerebbero; per lo meno i migliori. E per gli altri, forse, vi sarebbe più probabilità di ricondurli sulla retta via, perchè si scorgerebbero più chiaramente le loro tendenze, e non c’è anima che non ne abbia di buone. Alle volte, queste sono sopite anzichè sviluppate; e da ciò viene il male.

.... Nella vera e forte capacità di sentire, sta, io credo, in noi donne, tutta la nostra possibilità di fare e d’essere qualche cosa di bene per tutta la vita; o si è assolte nell’affetto, o si trova la generosità del perdono e della devozione; ma sempre coll’amore: da ciò deriva ogni nostra superiorità. Chi adempie a’ suoi doveri, per retta coscienza se si vuole, [317] ma con una certa aridità, potrà non meritare mai rimproveri, essere fors’anche stimabile, ma esercitare qualche buona influenza giammai. Far l’elemosina, ma esercitare quella carità che ci lega d’amore a quelli che possiamo aver la fortuna d’alleviare.

.... La mia vita, grazie al Cielo, ha poche varietà, perchè ormai pochissimi sono i suoi scopi: godere nella dolcezza degli affetti e delle meste memorie, desiderare il bene sotto ogni aspetto, e trovare la pace nella moderazione dei desiderii, ed in fatto di felicità saper godere di quella degli altri.

.... Io non leggo libri di filosofia, ma sono a modo mio filosofa, tentando sempre di sopportare le sventure che Dio vuol darmi, e vincendo colla ragione tutte quelle che vorrebbe alle volte creare l’inquieta fantasia. In fatto di ideale, cerco d’avere il bene e non ciò che può contristarmi: cerco le dolci memorie, la dolcissima speranza a qualche aspirazione e la fede che Dio assecondi ed ajuti i buoni fermi propositi.

.... Il bene! Ecco una fonte di care gioje e di quelle che non svaniscono perchè ne è dolce anche il ricordo.

.... Il vivere del solo pensiero del mio benessere mi è insopportabile più assai che il soffrire; e diventerei odiosa a me stessa, s’io non sentissi la pietà, lo sgomento di perdere i miei cari e di non poter alleviare i loro patimenti.

.... Ebbi tali e sì lunghi sfinimenti da qualche [318] tempo in qua, che proprio potevo scrivere poco. E poi sapete che allora mi prendono tutte le malinconie, e io mi sono prefissa di pensare il meno possibile sugli altri, e chiudere in me stessa lagrime e lamenti quando l’animo ne è pieno.

.... Scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero la sua meta. Se per voi venissero i giorni dello sconforto e del dolore, come vi sarà dolce ricordare quei passati anni!

.... Quanti dolori in questa lunga vita umana! Misero colui che non l’accetta quale prova per un’altra, serena, e tutta pace ed amore!

.... Chi sa alzare il pensiero al disopra di questa povera terra, trova coraggio per ogni dura prova.

Al nipote Cesare Olmo mandava suggerimenti e consigli, sui quali altri giovani dovrebbero meditare:

.... Profitta dell’alacrità della giovinezza per prendere delle buone abitudini. S’io sono un tantino attiva come tu cortesemente mi dici, è perchè, figlia unica adorata ed adorando la mia Mamma, volevo sempre fare quanto ella faceva, e quell’intelligente, eletta Creatura era sempre occupata: si riposava nel baciarmi, nell’abbigliarmi, nel rendermi il meno mesta possibile, povera Mamma! Sia benedetta la santa sua memoria! Più le occupazioni [319] sono serie, per necessità, positive, quasi aride, e più bisogna sollevare lo spirito ad altre sfere; altrimenti, Cesare, non avrai che delle materiali e però molto meschine soddisfazioni, e nelle lotte inevitabili della vita, non avrai nessuna di quelle forze che vengono dalla vera superiorità dell’animo: difficilmente trionferai, e la vittoria sarà lontana dall’appagarti come credevi. Tu dirai che sono una vecchia idealista. Non lo nego: lo sono, e ne benedico il Cielo, perchè così trovai sempre il coraggio e la pace. Sai però, anche, aver io dato la sua parte alle necessità positive: vi deve sempre essere equilibrio nelle proprie facoltà.

.... Làsciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata.

.... Stare coi buoni, ma non iscacciare i tristi quando possiamo credere d’essere loro d’ajuto a correggersi, e non aver mai lo scrupolo d’averli collo sdegnoso nostro abbandono precipitati nel male.

La contessa rimaneva a Clusone sino alla fine dell’autunno. I suoi amici più intimi andavano a visitarla anche là, e alcuni vi s’intrattenevano più settimane, Carlo Tenca vi soggiornava a lungo. Non mancò di andarvi ogni anno sino all’ultimo della sua vita, ben superiori, egli e l’amica, alle misere ciarle del mondo.

[320]

“Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie azioni e del mio vivere, e potermi dire: io appartengo a me medesima, e solo io voglio essere giudice del mio operare. E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. È a duro prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa quando non si vuole usarla che pel bene.„

Così sentiva, così pensava questa donna, che resse il più celebre salotto italiano e fu una delle gentildonne più ossequiate e più geniali di questo secolo.

[321]

CAPITOLO XXI. ULTIMI GIORNI DEL SALOTTO.

Fine di Andrea Maffei. — Suoi ultimi versi improvvisati. — Amici scomparsi. — Addio di Giuseppe Verdi alla contessa. — Disposizioni testamentarie e funerali di Clara Maffei. — Il suo monumento. — Epigrafi di Ruggero Bonghi.

Il salotto decade.

“La mia società va languendo e direi spegnendosi. Io lascio scorrere l’acqua per la sua china. Bisogna ricevere senza orgoglio e neppur senza troppa umiltà,„ aveva scritto, alcuni anni prima la Maffei a un’intima amica sua, alla signorina Maria Carcano, degna figlia di Giulio Carcano e di Giulia Fontana, anime gentili, unite in un sol nodo d’affetto, care alla contessa. — Ella si sente stanca, rifinita più che mai. Le perdite dolorose d’amiche e d’amici carissimi le riempiono il cuore di lagrime; e un velo di tristezza scende nel salotto, che crolla, non ostante cerchino di ravvivarlo alcune giovani briose, fiori delle rovine.

[322]

Muore una delle più intrinseche e affezionate compagne d’ideali di Clara, una delle anime più delicate: la contessa Gina Della Somaglia Greppi. Il 4 settembre dell’83, dopo lunga malattia, muore a Milano Carlo Tenca; e la contessa, senza lagrime, ma trangosciata, pallida come una larva, ne accompagna la salma al cimitero. L’anno dopo, a Lesa, sul lago Maggiore, muore Giulio Carcano, e il 27 novembre dell’85, a Milano, nell’albergo della Bella Venezia, dopo non lunga malattia, spira Andrea Maffei.

Appena Carlo Tenca cadde malato, la contessa sospese le serate musicali, consacrandosi alla cura dell’infermo, il quale dinanzi a una serie di sventure onde era stato negli ultimi anni colpito avea serbato stoica serenità, e, anche prossimo a morire, mostrava la calma imperturbabile d’un savio antico. Avea sortito vera tempra di filosofo, egli che, a proposito di certi indegni attacchi diceva a Clara: “Non sento offesa se non quando mi viene dalla mia coscienza: di quel che altri possa dire o pensare di me non mi curo affatto.„ Lavorò assiduo sempre, infaticabile, e senza chiasso. “Voi sapete, soggiungeva all’amica sua, ch’io amo l’operare modesto e produttivo, e aborro da tutto ciò che sa di spettacolo.„ Non si facea schiavo di rispetti umani: e il rispetto umano, che cos’è difatti, molte volte, se non una mancanza di rispetto verso noi stessi? — Nutrito del cibo degli Enciclopedisti, ei non era fra i tementi [323] dell’ira ventura; ma al pari del Littré e d’altri sapienti increduli, rispettava la fede religiosa delle anime. “So che la fede religiosa è un gran balsamo (scriveva alla contessa credente). È un gran balsamo, lo so, e nessuno più di me la rispetta in quelli che ne hanno bisogno per alleviare i mali della vita e per tollerare le ingiustizie sociali.„

La contessa si recava ogni giorno in casa del Tenca (in quella casa, al N. 12 di via Andegari dov’egli vivea da tanti anni solo con una vecchia domestica) per prodigare all’infermo le sue cure affettuose, raccogliendo all’uopo tutto il coraggio di cui, dopo lunghe afflizioni, era ancora capace. Un riflesso di que’ giorni di pena ineffabile è rimasto in una lettera della contessa al nipote Cesare Olmo:

“Ora non ricevo che intimamente. Non ho lena morale per fare gli onori a delle brillanti soirées, e poi mi stancano molto e voglio tenere tutta la mia forza per conservarmi al caro mio sofferente. È un modello di virtù oggi, come è stato in ogni ora dell’operosa e tanto provata sua vita. Quando esco per andare da lui, quasi le gambe mi mancano; e mi sento turbata, timorosa al suo aspetto sempre calmo e quasi sereno. L’animo mio pure s’inspira al coraggio, a quelle speranze che Dio infonde in chi tutto tenta accettare, con terribili schianti ma con ferma rassegnazione. Pure sono assai misteriosi i suoi decreti! Un uomo così altamente buono soffrire [324] tanto ed aver dovuto lottare tutta la vita! È molto considerato, è vero; e resterà d’onore ed esempio al paese e ad ognuno che lo conobbe intimamente. E questo non è un piccolo conforto per chi sente l’orgoglio dell’affetto!„

Andrea Maffei resse anch’egli con coraggio sino all’ultimo. Ricordo che, qualche settimana avanti d’ammalarsi a morte, venne a leggermi, colla sua voce piana e grave, dalle pause frequenti, una sua nuova poesia per una giovane e abilissima arpista dalle chiome innanellate, ch’egli avea condotto in casa della moglie. Si vedea che soffriva: la sua alta, elegante persona s’incurvava ancor più sotto un tetro pensiero; tuttavia egli non n’era turbato e si preparava ad abbandonare con serenità la vita che non gli era stata avara di sorrisi. Egli presentiva la fine, e non la celava agli intimi. Pochi giorni prima di morire, andò a visitare un suo vecchio amico, il dottor Andrea Verga, e si congedò da lui improvvisando questi versi:

Quando la Morte si farà vicina

Del letto alla cortina,

Tu ciò che il mondo ignora

Deridi, e t’addormenta

Nelle tenèbre che non hanno aurora.

Recitati questi versi, di scatto il vegliardo si alzò, disse al Verga addio, e scomparve. [325] Alla sera, si recò al Teatro Fiando, allo spettacolo delle marionette, per trovarvi Ernesto Rossi, che gli avea dato ivi appuntamento. Poi si pose a letto dal quale non dovea levarsi mai più. Soffriva atrocemente, e al Verga andava dicendo con fioca voce: Finiscimi!

Morì nella bassa cameretta dove alloggiava da più anni, su un modesto lettuccio di ferro. La moglie non avea fatto a tempo di venire da Clusone per assistere gli ultimi momenti del marito. Pochi amici intimi stavano intorno a quel morente, che, d’un tratto, gettò indietro con forza la testa pallidissima, e spirò.

Gli furono celebrate esequie solenni. Al Cimitero monumentale, Gaetano Negri parlò dell’opera del traduttore celebrato, dinanzi a gran folla, che ben conosceva il nome di quel poeta e l’onda belliniana de’ suoi versi. La bara venne trasportata da Milano a Riva di Trento e, per cura della famiglia Lutti, fu sepolta in quel lembo d’Italia per il quale il Maffei avea un giorno composto un sonetto irredentista, non isfuggito al plauso di Benedetto Cairoli che volle il poeta fra i senatori del Regno d’Italia:

Italo non sarà questo ridente

Suol che perpetua primavera abbella?

L’onda di questo lido è differente

Dall’itala di Sirmio onda sorella?

Itali non saranno il cor, la mente

D’ogni nostro garzon, d’ogni donzella?

Nè suona forse a chi parlar ci sente

La melodia dell’itala favella?

[326]

E noi fratelli della madre istessa,

D’un amor, d’un accento e d’un desìo,

Noi dal suo grembo scompagnar si vuole?

No! fin che l’orma del tuo genio impressa

Stampi, Italia, in noi pure, e fin che Dio

A noi pur riconduca il tuo bel sole‍[11].

Agli ultimi di giugno dell’86, di sera, nel salotto regna uno squallore quasi sepolcrale. Pochi vengono a stringere la mano della contessa, immota nella sua poltrona e quasi annientata. I suoi occhi d’una profonda espressione di tristezza, girano qua e là in cerca di qualcuno. Il balconcino del salotto nereggia coperto dalle frondi di edera; sul pianoforte chiuso, fiammeggiano le ultime rose; e dalla via Manzoni salgono, intanto, i fragori delle carrozze e della gente, contrasto a quel cupo silenzio. Dei pochi amici intervenuti, nessuno parla; nessuno ha il coraggio di offendere con un tentativo di dialogo la quiete piena d’angoscia. Si comprende che mille visioni dolorose passano davanti agli occhi della donna che non si vede più d’intorno tanti amici carissimi, strappati alle sue conversazioni dalla morte. Forse ella ricorda le parole a lei dirette un giorno da Carlo Tenca: “È doloroso lo scomparire di coloro con cui si hanno avuti comuni pensieri, speranze, opere, vita! Quale [327] solitudine ci si fa intorno!„ E forse rammenta quest’altre, pure di lui: “Le perdite che facciamo non ci toccano solamente negli affetti più cari; lasciano un vuoto nella società che non si riempie o si riempie male. La vecchia generazione porta con sè virtù e caratteri che vanno sempre più illanguidendo in quelle che le succedono; e chi è vissuto in altri tempi ed è rimasto fedele alle buone tradizioni che lo hanno educato si trova a disagio in questo ambiente sociale che ora ne circonda e nel quale diventa sempre più rara la nobiltà del sentire e dell’operare.„


La sera dopo, la contessa non occupa più il suo antico posto.... Colpita da meningite, giace in uno stato lagrimevole; non può più levarsi dal letto, e la malattia inesorabile di giorno in giorno s’aggrava. Alla porta di casa Maffei vengono a prendere notizie numerose persone, e lasciano la loro firma: da Paolo Ferrari, all’Ascoli, ad Arrigo Boito, ai primarii magistrati della città, pure frequentatori del salotto. Giuseppe Verdi vuol essere informato a ogni momento della malattia dell’amica amatissima; e, appena apprende che ormai non v’ha più alcuna speranza di salvezza, lascia affannoso Montecatini, dove s’era recato per la solita cura estiva, e arriva a Milano prima dell’alba; e a quell’ora fa aprire il portone della casa, sale precipitoso, e giunge appena a salutare per l’ultima volta colei che per tanti anni gli fu sorella. Nella stanza, avvolta [328] nelle tristi penombre, si muovevano alcune figure di signore, intime amiche della contessa, che non l’aveano lasciata un istante. La poveretta non era ancora spirata. Si avvide ella della presenza di Verdi?... Qual gioja sarebbe stata per lei l’accorgersi che, nel momento supremo, era venuto Giuseppe Verdi, colui, del quale solea dire: “Egli ha santo il cuore, quanto altissima la mente!...„

Il 13 luglio 1886 fu l’ultimo della povera contessa.


Nel testamento, la Maffei ricordandosi dei poverelli del suo Clusone, lasciò ventimila lire per istituirvi e mantenere un asilo di carità per l’infanzia; e aggiunse: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella fede in Dio, nell’amore del bene.„

I suoi funerali furono semplici, quali ella li avea desiderati. Non molto numeroso corteo d’amici accompagnò la bara al tempio e all’ultima dimora nel Cimitero monumentale. Parecchi erano ai bagni, ai monti, ai laghi, in villeggiatura, e rimasero mortificati di non poter rendere un tributo d’onore alla salma della gentildonna carissima.

Il sole cadeva dietro ai cipressi, quando il feretro fu calato nella fossa “in piena terra„ com’ella avea prescritto nel testamento. A noi pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura, la quale, indovinando [329] spesso gli altrui dolori, li consolava con parole profonde; e che tanto avea amato la patria e onorati i forti caratteri e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto, sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco convoglio di fiori che sia appena passato.


La sera del 1.º luglio 1888, pochi amici si raccoglievano di nuovo nel Cimitero monumentale di Milano, davanti a un piccolo monumento. Il sole discendeva dietro una fila di cippi, di statue, di lapidi, e pareva donare il suo bacio a quel mesto segno di riverenza e d’affetto che si stava per inaugurare in memoria di Clara Maffei. Gli eredi, gli amici, gli estimatori della signora avevano riunito il loro obolo per erigere quel marmo, perenne omaggio all’estinta. È un monumento grazioso, scolpito da un giovane artista meridionale, Salvatore Pisani, che interpretò felicemente il comune pensiero. Consta d’una croce, e d’un angelo che accanto alla croce sparge fiori sulla tomba: la croce, simbolo della Fede da cui tanta forza la poveretta avea attinto ne’ suoi dolori; l’angelo, simbolo della bontà di lei. Uno degli amici, Emilio Bignami Sormani, quale segretario d’un’eletta di signore promotrici del monumento, pronunciò poche parole d’elogio della sepolta. [330] Nessun altro discorso. Parlava abbastanza la mestizia dei volti delle signore, di tutti; parlavano abbastanza le epigrafi di Ruggero Bonghi scolpite sul sepolcro:

Sulla fronte:

A

CLARA MAFFEI

CHE NATA AD AMARE A COMPATIRE A PERDONARE
PURE TROVÒ NELLA SUA DEVOZIONE ALLA PATRIA
L’ENERGIA DELLO SDEGNO L’ARDIRE DELLA LOTTA
E TUTTA ACCESA NEL DESIDERIO DEL BENE
CUSTODÌ FINO ALL’ULTIMO IMMUTATI
GLI ENTUSIASMI DELLA FEDE DELL’AMICIZIA DELLA PIETÀ
LE AMICHE GLI AMICI LA EREDE
CON MEMORE AFFETTO QUESTO RICORDO
POSERO.

Sul fianco:

UNA SERENA PACE DIFFUSE INTORNO A SÈ MENTRE VISSE
IN UNA PACE ETERNA L’HA RACCOLTA IDDIO


NATA A BERGAMO CONTESSA CARRARA-SPINELLI
A DÌ 13 MARZO 1814
ANDÒ SPOSA AL POETA ANDREA MAFFEI NELL’ANNO 1832
MORÌ A MILANO IL 13 LUGLIO 1886.

La contessa aveva lasciato nel testamento che “sulla croce in camposanto„ fossero scritte [331] solo queste parole: Implorate misericordia e pace all’anima di Clara Carrara Spinelli-Maffei; ma gli amici credettero che un elogio era a lei ben dovuto. Si sparsero rose sulla tomba; si guardò ancora quel sepolcro, il quale chiudeva chi si vide intorno il fiore di due generazioni; e si disse l’ultimo addio. Il sole era scomparso: le tenebre della notte scendevano come veli funerei, come ombre d’oblìo sulla città dei morti; ma nei cuori restava una folla di luminose e incancellabili memorie.

[332]

CAPITOLO XXII. CONCLUSIONE.

Le fonti di questo libro. — La signora nella società moderna. — Ricordi storici. — Lettera inedita di Cesare Correnti. — Versi inediti d’Ippolito Nievo.

È finito questo libro?... Nol credo; non già pei numerosi documenti che reputo utile lasciare inediti e che senza arricchirlo, ingrosserebbero solo il volume, ma per le comunicazioni che altri forse mi faranno, e che attendo ed invoco a complemento del lavoro.

Nei dieci anni consecutivi ne’ quali frequentai il salotto Maffei, ebbi l’onore di conoscervi tutti i principali patriotti del periodo più memorando: dalla cortesia squisita dell’erede della contessa, dottor Cesare Olmo, che pubblicamente ringrazio, ebbi tutte le lettere, tutt’i documenti della rimpianta gentildonna, venuti in suo possesso; numerose altre carte da altri amici mi furono generosamente affidate: elette dame vennero pure gentilissime in mio [333] ajuto colle loro comunicazioni, le quali illuminavano qualche momento della vita del salotto: giornali e libri autorevoli furono da me consultati, non senza però che io non sentissi il dovere di verificarne a uno a uno i dati coi ricordi vivi di persone vive, veri documenti umani: non risparmiai indagini e fatiche, per ordire coscienzioso una tela istoriata che si svolge mostrando a mano a mano le varie fasi per le quali il salotto Maffei è passato durante mezzo secolo: eppure, ciò non ostante, m’accorgo che forse e senza forse qualche cos’altro si deve aggiungere per compiere la tela, per dipingere il quadro in ogni punto.

L’interesse di questo libro non dovrebb’essere puramente regionale. Il salotto Maffei, si è visto, non fu lombardo, ma italiano; si fregia di nomi che come quelli del Manzoni, Verdi, Liszt, Balzac, sono celebri non solo in Italia e in Francia, ma in tutta Europa, in tutto il mondo. La sua storia non dev’essere obliata, mi sembra, in quella così vasta e agitata del risorgimento, nè in quella della vita sociale moderna, la quale accenna a cambiare carattere se pure non lo ha cambiato da qualche anno.

Nascerà mai più un salotto Maffei?... Il regno dei salotti è passato come il regno delle signore. La donna, la signora, che nel secolo scorso e in buona parte di questo, stese il suo scettro, e che nelle cospirazioni patriotiche spiegò le sue ostinate energie e i suoi fascini per affrettare il conseguimento dello scopo [334] supremo, è oggimai rientrata nella penombra. Oggi ella non brilla più coll’uomo negli splendidi apostolati; e nessuno può ripetere: Au bout de toute grande chose il y a une femme; manca la donna, e manca la “grande cosa.„

La donna è un fiore ch’esala il suo profumo all’ombra: è vero; ma v’hanno epoche nella storia, in cui si combatte per un ideale, che il suo spirito creato per gl’ideali è ausilio prezioso, è l’ala che solleva, è l’iride che abbellisce la tempesta. Oggi, quasi ogni ideale è frantumato. Questa seconda metà del secolo (fu detto giustamente) è perciò l’opposto della prima. La consacrazione pura e disinteressata di tante anime grandi per il trionfo delle idee liberali; l’olocausto quasi allegro di vite fiorenti in nome d’una patria ch’esisteva solo nei sogni di solitarii pensatori e poeti, oggi sembra una bella favola d’un’epoca leggendaria: si combatte, sì, ancora, ma per altri principii e per altri istinti; non per l’idea poetica ma per la vivanda, non per il cuore ma per la borsa, non più con amore ma con odio. Certo le diseguaglianze sociali, talvolta tanto crudeli, specie nelle classi le quali gemono nella miseria vestita di penoso decoro, e che tacciono (le sole forse che tacciono!) meritano alfine giustizia; ma pure in mezzo alle gare di carità che fervono dappertutto, sentiamo qualche cosa che stride, che irrita, che divide gli uni dagli altri, che divide una classe dall’altra: non è più l’affettuosa fratellanza de’ giorni del pericolo, è il [335] disaccordo; non è più la coesione, ma la disgregazione. Il teatro e la letteratura sono torbidi specchi di torbida vita. La Musa lasciava passare un giorno tutte le impurità per raccogliere le sole purezze; oggi è il contrario. Sono questi, ormai, fatti storici, caratteri del secolo che muore; — che muore con molta scienza; ma non è sublime, no; ed è fosco. Fra le cose belle che vanno travolte si notano appunto le consuetudini eleganti, di quell’eleganza, non puramente esteriore, da parata, da turf, ma l’eleganza intellettiva, spirituale, quasi innata che illeggiadrì la vita anche in Italia, in questa “dolce terra latina„ per ripetere la filiale carezza di Dante.

La socievolezza fine e colta della generazione passata non è apprezzata più, non è più capita dalla generazione presente, la quale va, corre, assordata da troppo fragore d’impetuosi movimenti per porgere l’orecchio a voci delicate e gentili. Si è tutti spinti, in verità, da una veemente forza centrifuga, che ci fa obbliare i santuarii tranquilli della ragione interiore, i nidi accoglienti, gli asili del pensiero più nobile e la grazia.

Forse questo libro farà ridestare con qualche palpito patriotico sopito, il desiderio di una vita più intellettualmente ornata e più alta?...


L’eleganza di buon genere accompagnò in tutte le fasi il salotto Maffei. L’abbiamo veduto sorgere coi poeti, coi musicisti, coi pittori di nobilissimi soggetti, in un’epoca in cui [336] la patria scaldava il cuore di pochi. L’Italia allora si librava nella musica; ma ben presto altra musica, quella della mitraglia, la scosse. E allora vedemmo i frequentatori e gli amici del salotto correre alle barricate e ai campi di battaglia frammisti al popolo eroico, colla serenità e alcuni persino collo stesso abbigliamento col quale sarebbero volati a una festa. Come gli amabili Greci, di cui racconta Erodoto, i quali si profumavano i capelli prima di scagliarsi sul nemico; come que’ prodi di cui inneggia il Leopardi:

Parea ch’a danza e non a morte andasse

Ciascun de’ vostri o a splendido convito;

così que’ valorosi correano lieti ed eleganti incontro ai cannoni. Mi narra un degno patriota, il quale nell’ultima delle Cinque Giornate, venendo dalla campagna, si cacciò, in mezzo al fuoco nemico, sino a Porta Tosa, che quando, fugato quello, questa si spalancò d’improvviso, gli comparve in cima a una barricata, tra la folla dei combattenti, fiera e superba visione, uno degli amici più gloriosi di casa Maffei, Luciano Manara, che colla sciabola in alto gridava vittoria; ed era vestito del panciotto bianco, cravatta bianca, calzoni neri, giubba nera, scarpini lucidi.... insomma da ballo! Su quella fronte creata per l’alloro, ardeva ancora la febbre del cimento disperato; in quella voce, che per più ore avea lanciati miracolosi comandi, fremeva il trionfo. Era l’uomo elegante e l’eroe.

[337]

Da quell’epoca di riscossa e di valore un nuovo elemento di vita si diffuse nella società, il sentimento patriotico: nelle vene dei nostri giovani corse un brivido nuovo. Ed è curioso il vedere da quali incanti essi furono attratti, dopo che l’Italia, prostrata a Novara, si trascinava, spasimando, quasi come un ferito sul campo di battaglia. Da un lato Mazzini, il più potente incantatore della fantasia; dall’altro, Camillo Cavour il più potente incantatore della ragione; e qui a Milano, o meglio, qui nel salotto Maffei, a poco a poco il primo perde il suo prestigio e l’altro lo accresce: il genio del primo è troppo assorto fra i bagliori dell’ideale per compiere l’azione; il genio dell’altro infrangibile, tagliente e limpido come il diamante, percorre la sua via e arriva alla meta. E in mezzo a queste due potenze, ne vediamo spuntare un’altra, ben diversa, inviataci da oltr’Alpi per sedurci: un principe di Absburgo, Massimiliano, agitato dalla vertigine d’un inane sogno d’impero. Ma i nostri non lo seguono: la libertà ch’egli promette sarebbe la parodia di quella cui si aspira.

Eppure Cavour temeva tanto il prestigio dell’arciduca che raccomandando agli amici del salotto Maffei la resistenza ad ogni costo, arrivò sino al punto da scriver loro queste testuali parole: “Ma fate metter Milano in istato d’assedio!...„

La signora del salotto Maffei, d’umore sempre eguale (virtù rara che le signore dei salotti [338] devono possedere per reggerli) nei giorni aspri della lotta s’accende, opera e fa oprare. “L’amour de la patrie Italienne est sa vie entière;... (scriveva nella Revue des Deux Mondes del ’60 Edgar Saveney.) Suivant le cours des évènements, elle brille d’un éclat fièvreux ou s’affaisse. Sa voix douce et sympathique vibre quand elle parle de l’Italie. Elle a une eloquence qui va au cœur.„ E così le altre signore del salotto: signore patriotiche (si noti bene) non politicanti. Quest’ultime sono la più antipatica degenerazione di quelle: vino diventato aceto. — Le signore di casa Maffei ebbero il merito di bandire una moda singolare nel bel mondo; la moda più nobile che sia stata mai ideata: quella del patriottismo, della lotta; così le altre signore erano costrette ad adottarla se non volevano essere tacciate di cattivo gusto. Nelle cospirazioni, a quale disciplina si sottoponeano volentieri e allegre; disciplina, schiavitù d’idee, di sentimenti, di parole, che dovevano essere quelle e non altre. Volontaria schiavitù per la libertà!


Risorta l’Italia, la contessa Maffei ebbe l’orgoglio di vedere i suoi cospiratori più tenaci, i più eletti amici suoi toccare i fastigii del potere. Ma non tutti: qualcuno, come succede nelle mischie, venne trabalzato e confuso nelle file e lasciato a terra mentre gli altri capitani volavano innanzi. Dimenticato dalla gloria fu il povero Ferdinando De Lugo, uno dei più attivi [339] preparatori delle Cinque Giornate, il quale finì negletto a Parigi; e chi oggi più lo ricorda?... Cesare Correnti ne scriveva un giorno all’afflitta contessa tristi parole: “Avevo in animo di far una corsa quest’autunno a Parigi, e speravo abbracciare il vecchio amico che mi fu, in momenti ardui, fido e sapiente consigliere, e per cui non ho potuto far nulla. Quanto ingegno, quanta nobiltà d’animo, e che fine umile e dolorosa! Sento dir qui che Lugo da più d’un anno non viveva, ma agonizzava, e lo credo. Lontano dagli amici, lontano da ogni cosa più diletta, lontano dalla patria risorta a vita novella, gli mancò prima della vita le consolazioni della vita. Rimpianti inutili, e quasi rimorsi. Avrei dovuto scrivergli spesso, sempre; ma mi pareva che sarebbe venuta un’occasione presto. Ecco ora la bella occasione! Noi siamo fatti così: aspettiamo qualche cosa, che ci ravvii a far quel che si dovrebbe. E viene la morte.

“Perdonate. Ho detto noi, e dovevo dir io.„

Ma sono le vittime inevitabili, pur troppo: la via del trionfo de’ popoli, come la via Appia, è seminata di tombe.

Incorruttibile come il mare in cui trovò tomba, poeta-umorista d’un riso che fa piangere, garibaldino che alle battaglie dell’indipendenza d’Italia si lanciò come al fulgor d’un ballo, Ippolito Nievo fu tra i molti che il salotto Maffei pianse estinti innanzi tempo, colui che avea sortito l’ingegno più elevato. Tanto ei s’accalorò per il Crepuscolo di Carlo [340] Tenca che volle intitolare Crepuscolo una sua concitatissima ode inedita la quale comincia:

Tenebre e luce, secoli

Di secoli ed istanti,

Vizii e virtù, delirii

Di gioja e angosce e pianti,

Ecco la via. Se un aspide

Ti fiede, o Madre, il piè,

Se minaccioso un turbine

Si spiega incontro a te,

Osa! — tra nembi e folgori

Sorgi su l’alta via,

E le mortali invidïe

Schiaccia immortale o oblia!

Al vero, al bello, al giusto

Drizza tua meta e va:

Lambi coll’ala i culmini,

E incedi, o Umanità!

Nelle effusioni del canto, il poeta scordavasi la lima, che il Leopardi diceva già smarrita a’ suoi tempi; ma egli spazia securo per gli ampii orizzonti ai quali era nato. In Crepuscolo, segue l’umanità nella storia e finisce coll’impeto di chi muove a un assalto:

Avanti, avanti! — Tenebre?...

Scïenza mai non muore.

Vizii?... Lor germe il saggio

Si strapperà dal cuore.

Sventura?... In loro affinasi

Ciò ch’è sublime e grande

Tempo?... Il destin degli uomini

Oltre ogni età si espande.

[341]

Osa, o gran Madre! — L’ultimo

Verbo di quel destino

Sulla ragion riverbera

Uno splendor divino:

“Un sol voler nell’anima

Com’una è la virtù!

In terra un solo popolo

Come un sol Dio lassù!„

Infamia al pusillanime,

Infamia a chi non crede!

Feconda di miracoli

L’Umanità che incede.

A lei splendete, o Genii,

Che nel pensier gigante

Torreggiate sul retore

Pigmeo sillogizzante!

Casa Maffei era il vero tempio dell’amicizia, di quest’amore senz’ali. La contessa viveva della medesima vita de’ suoi amici; e il lettore se ne sarà accorto da questo libro dal quale, si spera, la figura di lei esce nitida abbastanza per essere amata. La sua grazia “la grâce plus belle encore que la beauté„ per dirla con un maestro di grazia, il La Fontaine, risplende tuttora nella memoria dei più. Così potesse ella suscitare una gara d’emulatrici e far rifiorire il regno dei forti propositi e delle eleganti consuetudini, il cui strappo offende gli spiriti raffinati che ne deplorano la sparizione come d’una corda infranta alla lira umana.

Fine.


[343]

INDICE.

Capitolo I.
La famiglia della Contessa.
 
Carattere e influenza del salotto Maffei. — Nascita della Contessa. — Il conte poeta e pedagogista Giambattista Carrara-Spinelli. — In casa Litta. — I parenti della contessa Ottavia Carrara-Spinelli. — Poeti, poetesse, cardinali. — Un conte che spezza la sua corona. — Rivoluzionarii e ribelli in casa Gàmbara. — Un racconto di Balzac Pag. 1
 
Capitolo II.
I fondatori del salotto.
 
La prima amica. — Nozze della contessina Clara con Andrea Maffei. — A un ballo in casa Scotti. — Lutto. — Principii del salotto Maffei. — Tommaso Grossi e Massimo d’Azeglio. — Una poesia inedita del Grossi. — Francesco Hayez, i suoi racconti e i suoi quadri. — Chi gli forniva i soggetti? — Un Epigramma inedito di Andrea Maffei all’Hayez. — Relazioni degli artisti coi patrizii. — Giulio Carcano 10
 
[344]
Capitolo III.
Uno sguardo agli altri salotti.
 
Salotti italiani nel secolo XVI. — La contessa Gallerana-Bergamini. — Significato dei salotti francesi. — Salotti italiani nel Settecento. — Salotti politici a Milano. — Salotti letterarii e mondani a Venezia, a Milano, a Verona, a Bologna. — Salotti di Berlino e di Bruxelles. — Il teatro alla Scala e Stendhal. — Varie fasi del salotto Maffei. — Aurore patriottiche 22
 
Capitolo IV.
Balzac.
 
La contessa Fanny Sanseverino Porcìa. — Sue lettere, suo brio. — La contessa Bolognini nata Vimercati e la sua bambina Eugenia. — Balzac alla Scala: un ameno qui pro quo. — La poetessa dai riccioli d’oro. — Opuscoli milanesi in offesa e in difesa di Balzac. — Visita di Balzac ad Alessandro Manzoni. — Balzac e gli scultori Pompeo Marchesi e Puttinati. — Lavori di Balzac scritti o meditati a Milano. — Lettere di Balzac alla Maffei. — Confessione di Balzac alla signorina ***. — Dediche di Balzac 40
 
Capitolo V.
Liszt.
 
Francesco Liszt e Daniele Stern nel salotto. — Un salotto di madama D’Agoult. — I guanti gialli di Liszt. — Scritti di Liszt e di Daniele Stern sull’album della contessa Maffei. — Un romanzo d’amore. — Allegrie della Sand e di Liszt. — Una conversione. — Orazio Vernet. — Lettera di Filippo Filippi alla Maffei su Liszt. — Thalberg 63
 
[345]
Capitolo VI.
Milano prima del 1848.
 
Idee di Francesco I e idee di Metternich. — Un giudizio di Massimo d’Azeglio. — Incoronazione di Ferdinando I. — L’improvvisatore Bindocci. — La Ristori. — Un brindisi dell’Imperatore e un altro di Andrea Maffei. — Il pittore Molteni. — Musicisti della società elegante. — Rossini. — Mercadante. — Poesia patriottica del Rajberti. — La contessa Samoyloff e le sue eccentricità. — L’ispiratrice della Sonnambula. — Luciano Manara 73
 
Capitolo VII.
Verdi.
 
Lettera di Giuseppe Verdi. — Giuseppe Verdi e Giulio Carcano. — Loro discussioni su Shakespeare. — Pensieri di Giuseppe Verdi sul vero e sul fantastico. — Nella pace di Clusone. — Un’anima 90
 
Capitolo VIII.
G. Prati — Niccolini — Giusti.
 
Giovanni Prati e le sue ammiratrici. — Giovanni Torti. — Storia dell’ispiratrice di Edmenegarda. — Il cardinale conte Gaysruck. — Giuseppe Revere. — Il marchese Giuseppe Arconati Visconti. — Il tipo del Marchese Colombi di Paolo Ferrari. — Giambattista Niccolini, la contessa Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzoli nata Trivulzio. — Giuseppe Giusti in casa Manzoni, nel salotto Maffei e sul lago di Como. — Suoi terrori. — Una pagina della polizia segreta. — Carlo Cattaneo. — Enrico Cernuschi. — Abati galanti. — Felice Romani ed altri letterati 99
 
[346]
Capitolo IX.
La separazione.
 
Carlo Tenca. — Il conte Alessandro Porro. — La Rivista Europea. — Dove si preparò la rivoluzione del ’48. — La letteratura civile. — Andrea Maffei e Paride Zajotti. — Un grande amore. — Sonetto (inedito) di Carlo Tenca a Clara Maffei. — Giuseppe Ferrari. — Ultimi momenti d’un lombardo a Parigi. — Separazione di Clara e di Andrea Maffei. — Memorie della contessa. — La contessa Papadopoli nata Mosconi. — Vita nuova, salotto nuovo 125
 
Capitolo X.
Nel Quarantotto.
 
Le dame milanesi in casa Borromeo. — L’alta società austriaca a Milano. — La Essler. — Nel salotto Maffei cominciano due correnti di idee in conflitto. — Il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga e il conte Cesare Giulini della Porta. — Cesare Correnti. — Agostino Bertani. — Eroi eleganti ed eroi religiosi. — Ancora Cernuschi. — Manara, Morosini, Carlo De Cristoforis e i due Dandolo. — La principessa Cristina Belgiojoso. — Clara Maffei e Mazzini 142
 
Capitolo XI.
La lotta dei dieci anni.
 
La parola d’ordine e il Crepuscolo. — Risoluzione di Mazzini. — Napoleone III e il conte Arese. — Visita di Tullo Massarani a Mazzini. — Decisione antimazziniana. — Emilio Visconti-Venosta e Camillo Cavour. — Arresto di Antonio Lazzati. — Un programma borgiano. — Il 6 febbrajo. — Fuga di Carlo De Cristoforis. — Processi di Mantova. — Un salvamento. — Giuseppe Finzi. — La contessa Maffei e la polizia 160
 
[347]
Capitolo XII.
La lotta dei dieci anni.
 
Primizie della politica di Camillo Cavour nel salotto. — La nuova politica di Vienna. — L’arciduca Massimiliano e la società milanese. — Duelli fra cittadini e ufficiali. — La contessa Maffei e altre dame nella lotta patriotica. — Vita gaja. — Il salotto si ravviva; nuovi frequentatori. — Scherzi satirici 191
 
Capitolo XIII.
Al campo!
 
I primi giorni del ’59. — Tumulti al Teatro alla Scala. — Tutti al campo! — Augusto Verga e altri giovanotti della società elegante. — Gaetano Negri. — La contessa Maffei e gli emigrati. — Morte e funerali di Emilio Dandolo. — Comico salvamento del conte Bargnani. — Giovanni ed Emilio Visconti-Venosta 212
 
Capitolo XIV.
Milano libera.
 
Le famiglie milanesi e i feriti di Magenta. — Ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III. — Scene grandiose. — Ufficiali francesi nel salotto Maffei. — Amici morti in battaglia. — I garibaldini nel salotto Maffei. — Ippolito Nievo. — Teleki. — Il ricevimento più memorabile della contessa Chiarina. — Giannina Milli e le sue improvvisazioni patriotiche 230
 
[348]
Capitolo XV.
Il salotto nel ’59.
 
Il primo carnevalone di Milano libera. — Ballo a Corte con Vittorio Emanuele e Camillo Cavour. — L’Olimpo femminile. — Feste in casa Beretta e in casa Trotti. — Nuovi visitatori del salotto Maffei. — Luisa Colet. — Ritorna Massimo d’Azeglio. — Pacifico Valussi e la Perseveranza. — Esortazioni di Cesare Correnti alla contessa Maffei. — Milano nuova 242
 
Capitolo XVI.
Dopo il ’59.
 
Nuovo carattere del salotto Maffei. — Ancora d’Ippolito Nievo. — Teobaldo Ciconi. — Aleardo Aleardi e la Maria de’ suoi canti. — Il maestro Gomes. — Arrigo Boito, Franco Faccio, Emilio Praga. — Mezzo secolo festeggiato. — La guerra nazionale del ’66. — Il cuore di Luigi Calamatta. — Nuovi eroismi. — Venezia libera. — Enrico Martin ed Ernesto Legouvé 250
 
Capitolo XVII.
Manzoni e Verdi.
 
Pensieri del Manzoni sulle donne innamorate, sui grandi poeti, sulla Religione, sulla Chiesa. — Ricordi di Enrichetta Blondel. — Sentimenti del Manzoni sulla propria casa paterna. — Donde trasse il tipo di don Abbondio e del dottor Azzeccagarbugli. — Incontro di Giuseppe Verdi con Alessandro Manzoni. — Emilio Broglio 267
 
[349]
Capitolo XVIII.
La riconciliazione.
 
Incontro curioso di Andrea Maffei colla moglie. — Storia d’un sonetto del Manzoni. — Andrea Maffei in pericolo di vita. — La contessa va a Firenze. — Nuove conoscenze: Paolo Mantegazza, Atto Vannucci, Francesco Dall’Ongaro. — Bianca Rebizzo: il suo salotto, i suoi casi, la sua carità. — Alessandro Manzoni visita la contessa Maffei. — Riconciliazione di Andrea Maffei colla moglie 284
 
Capitolo XIX.
Nuovo periodo letterario e musicale.
 
I. U. Tarchetti. — Achille Torelli. — Vittorio Betteloni. — L. Capranica. — Graziadio Ascoli e altri sapienti. — Giovanni Verga. — Scrittrici alla moda. — Una poetessa americana e il suo salotto. — Francesco Coppée e i suoi versi declamati da madame Doche. — Adelaide Tessero. — Teresa Stolz. — Antonio Bazzini e altri musicisti. — Serate musicali 298
 
Capitolo XX.
Pensieri di Clara Maffei.
 
Cultura della Contessa. — La sua carità. — I suoi scolari di Clusone e i suoi poverelli. — Suo concetto della famiglia, della società, della vita. — Suoi sentimenti religiosi. — Suoi consigli ai giovani. — Suo spirito d’indipendenza 311
 
[350]
Capitolo XXI.
Ultimi giorni del salotto.
 
Fine di Andrea Maffei. — Suoi ultimi versi improvvisati. — Amici scomparsi. — Addio di Giuseppe Verdi alla contessa. — Disposizioni testamentarie e funerali di Clara Maffei. — Il suo monumento. — Epigrafi di Ruggero Bonghi 321
 
Capitolo XXII.
Conclusione.
 
Le fonti di questo libro. — La signora nella società moderna. — Ricordi storici. — Lettera inedita di Cesare Correnti. — Versi inediti d’Ippolito Nievo 332

NOTE:

1.  Su quel suo bocchino così bello e così grazioso, la lingua meneghina è color di rosa: ha un certo fare.... che so io? Non saprei neanche dirlo. — Scaldato in quest’idea, via! ho detto: facciamoci onore: scriviamo in milanese schietto, che è tutto sapore, un vero linguaggio di maliarde, pieno di fattucchierìe. — E ho scritto, ma sì: cuccù!... Questa lingua del mercato non mi par più quella che parlava Lei: è divenuta slavata e floscia; è tutt’altra cosa. — Però, vuol lei accomodarla? Presto fatto, signora Chiarina: basta soltanto passarla per quel suo caro bocchino, furbetto senza farne mostra, che pare una fragola. E a un tratto, la mi diventa monella, maliziosa, vispa, smagliante come una bella ragazza. Bella?... Non basta punto: la mi diventa Lei.

2.  Resisto pertinace.

3.  Nel 1787.

4.  Sa lei, signor Rossini, che cosa devo dirle?... Che questa povera donna malmenata, serva pezzente che perde gli sbrendoli, dopo che ne ha partorito una quantità, adesso d’omenoni ne fa proprio pochi; ma quei pochi, per la Madonna! sono ancora i figli della padrona!

5.  Il Serio bagna Clusone.

6.  Signora Chiarina, quando lei è lì seduta dentro la sua poltroncina, così accoccolata, con quella sua aria di stanca e rassegnata, come una che cova un profondo accoramento; non so, io penso a un’anima caduta per isbaglio giù dal cielo in questo mondo birbone, a qualche angioletto smarrito, fuori di strada, che sente il cruccio della sua carcere. Lei è un angioletto, so bene, bello, grazioso anche quando lei ride; non c’è alcuno che non lo dica. Ma via! quando ella è lì, smorta e senza voce, cogli occhi che cercano in alto, mi pare che proprio, in quel guardare, tutto cuore, pietoso, ci sia qualche cosa che disveli il paradiso. — (Questo sonetto reca la data dell’autunno 1844).

7.  Morì a Vienna nel 1884.

8.  V. le sue Memorie, pubblicate dall’imperatore Francesco Giuseppe nel 1867.

9.  Tristezza che fa nodo alla gola.

10.  Parole che lo stesso ingegnere Scola riferì al cavaliere Francesco Clerici, consigliere di Corte d’Appello di Milano, alla cui gentilezza devo queste notizie e la riconferma di altre, pure inedite, che qui seguono sul sommo scrittore.

11.  V. Liriche di Andrea Maffei (Firenze, Succ. Le Monnier), da cui furono riportati anche i sonetti alle pagine 15 e 121.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.