The Project Gutenberg eBook of La legge Oppia : commedia togata in tre atti This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: La legge Oppia : commedia togata in tre atti Author: Anton Giulio Barrili Release date: April 22, 2010 [eBook #32096] Most recently updated: January 6, 2021 Language: Italian Credits: Produced by Carla, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA LEGGE OPPIA : COMMEDIA TOGATA IN TRE ATTI *** Produced by Carla, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) ANTON GIULIO BARRILI LA LEGGE OPPIA COMMEDIA TOGATA IN TRE ATTI GENOVA COI TIPI DI ANDREA MORETTI 1873 Tutti i diritti riservati. _Legge 25 giugno 1865, N. 2337._ A EDMONDO DE AMICIS, _A te, che hai veduto nella mia_ LEGGE OPPIA _alcun che di buono, a te, che hai cuore pari allo ingegno, a te, che io amo sopra tutti i miei fratelli nell'arte, è dedicata l'opera mia._ _Certo, avrei dovuto intitolarti una cosa migliore. Senonchè, ad aspettare che l'ingegno mio dèsse frutto veramente degno di te, avrei dovuto durarla di troppo, e questa pubblica testimonianza di affetto sarebbe stata anco rimandata_ «al limitar di Dite». _Abbiti dunque, lontano amico, questa mia_ LEGGE OPPIA, _e fàlle il buon viso, che solevi fare al tuo_ Di Genova, il 21 dicembre del 1872. ANTON GIULIO BARRILI. INTERLOCUTORI BIRRIA, servo. MIRRINA, liberta. CLAUDIA VALERIA, moglie di L. V. Flacco. MARZIA ATINIA, figlia di Claudia. VOLUSIA, figlia di Claudia. ANNIA LUSCINA, matrona romana. MARCO FUNDANIO, tribuno. LICINIA, moglie di M. P. Catone. FULVIA, sorella di Catone. LUCIO VALERIO, tribuno. TITO MACCIO PLAUTO, poeta comico. MARCO PORCIO CATONE, console. ERENNIO, littore. IL CÒRAGO. MATERINA, moglie di Erennio. IL BANDITORE. Donne--Magistrati--Popolo. La scena è in Roma--anno 557 _ab Urbe còndita_. Consoli L. V. Flacco e M. P. Catone. ATTO PRIMO La scena rappresenta l'interno di un tablino e parte dell'atrio, nella casa del console Lucio Valerio Flacco, sul Velia.--Pareti ornate di fregi e dipinti; soffitto a cassettoni dorati; solaio a musaico.--Nel fondo, a destra e a manca del tablino, le fauci, che mettono all'interno della casa; sui lati, l'una a riscontro dell'altra, due cortine alzate.--In mezzo alla sala, un monopodio di marmo, con suvvi uno scrigno ed altri arnesi di lusso; tutto intorno, seggioloni e scanni.--Lateralmente, distribuite a giuste distanze lungo le pareti, alcune edicole, che recano, effigiate in maschere di cera, le immagini degli antenati della Gente Valeria.--Verso il proscenio, a sinistra del riguardante, il Larario, colle statuette degli Dei Lari, sorretto da una mensola di marmo, che ha da piedi un'ara da incenso.--In un angolo del tablino, il canestro da lavoro, coi gomitoli e coi rocchetti dentro. SCENA PRIMA BIRRIA, _con uno spolveraccio di penne di pavone alla mano, sta ripulendo gli arredi del tablino.--Indi_ MIRRINA, _con un canestro di fiori_. (Birria è vestito di una tunica bigia, con maniche corte, stretta ai lombi da una cintura nascosta sotto le pieghe ricadenti dal petto. Capegli rossi e ricciuti. Calzari di cuoio.--Mirrina è vestita di una tunica talare e del peplo. Capegli pettinati alla greca. Braccia ignude. Suole allacciate, al collo del piede da maglie e correggiuoli intrecciati). BIRRIA Ah, giuro pel Dio Saturno che non è lieta cosa servire in casa di consoli. Onor de' padroni, carico alle spalle dei servi! Ecco qua; due volte al giorno lo si spolvera, questo tablino del malanno. E l'essèdra, poi, s'ha da tenerla sempre in assetto, pei ricevimenti magni. Poi c'è da curare il triclinio, poi da badare all'uscio di casa, che è sempre affollato di visite. Come son farfalline, coteste matrone! Su e giù, qua e là, continuamente in volta come le rondini, «Filò la lana, stette in casa sua»; così canta l'epitaffio. Ma gua', delle mie padrone non si potrà dire il medesimo? (mettendo da banda il canestro da lavoro) Filarono la lana, quando non le ci avevano altro a che fare; stettero in casa, quando aspettavano visite. E avanti a ripulire; avanti a spolverare! MIRRINA (passando attraverso la scena) Tu brontoli sempre, peggio del tuono. BIRRIA Venere ti guardi, Mirrina liberta! Son essi per me, quei fiori? MIRRINA Vedete che ceffo da inghirlandare di rose! E' sono per gli dei Lari; va via! BIRRIA Mirrina, che modi son questi? Da ieri vendicata in libertà per grazia profumata del Console, che non sa negar niente alla moglie, già metti contegno col tuo amato Birria? MIRRINA Amato!... quel coso!... Rosso di pelo e buono a nulla è tutt'uno. BIRRIA Non hai sempre detto così, ed io potrei ricordarti.... MIRRINA Lasciami pe' fatti miei, mal arnese.... schiavo.... delizia dello staffile! (divincolandosi da lui, per andare al Larario) BIRRIA Non ci hai proprio altro di meglio a profferirmi per colazione, stamane? (accostandosi timidamente, mentre ella sta disponendo i fiori sulla mensola) Mirrina, o come s'è fatto leggiadro il tuo collo, dacchè non ha più tema del collare di bronzo! MIRRINA E tu ammiralo! BIRRIA Farei meglio ancora.... MIRRINA (senza voltarsi) Che cosa? BIRRIA Vi coglierei il fiore che non hai voluto darmi pur dianzi. (chinandosi per baciarla sul collo) MIRRINA Numi, ei lo vuole davvero! Eccoti il fiore! (assestandogli una guanciata) BIRRIA Ah, gli è di cinque foglie e pizzica come quel dell'ortica. Or dunque, la è rotta? MIRRINA Tienla per tale. BIRRIA Vedete, che albagìa! Se non par Tanaquilla regina.... MIRRINA Regina sicuro! Impara ad obbedire, perchè, quind'innanzi, comanderanno le donne. (andandosene gravemente col suo canestro tra mani) BIRRIA Ah, sì, ci hai ragione; fin da ier sera me ne ero avveduto. MIRRINA (voltandosi indietro) E da che? BIRRIA Oh bella! da che il padrone è partito. Ah, povero Console! Egli va sicuro e tranquillo a combattere i Galli Boi; ma non sì tosto egli ha messo il piede fuor della porta Nomentana, che in casa sua spadronan le femmine. Ma bada; il padrone non è partito, e per Ercole, egli ha da sapere ogni cosa. MIRRINA Che inventi tu adesso? Il padrone è a quest'ora colle legioni sulla via di Reate. BIRRIA Era, ma gli è tornato in fretta e in furia stamane. Lo ha veduto il figliuolo di Erennio littore, che è passato or dianzi di qua, mentre io stavo in sull'uscio. E' pare che il padrone avesse a indettarsi di cose gravi col suo collega Marco Porcio Catone, poichè gli è corso da lui ed eglino sono tuttavia in istretto colloquio. E credi tu che, tornato in città, non vorrà dare una scorsa a casa? Ah, tu la smetti adesso? Or bene, e noi lo avvertiremo, noi che nulla sappiamo; gli diremo noi di una certa porticina sul vicolo, a cui s'è tolto il catenaccio; gli daremo noi la lista delle persone che hanno ad entrar di soppiatto in casa. MIRRINA Birria, tu non dirai nulla. BIRRIA E perchè di grazia? MIRRINA Perchè.... tu sei buono. BIRRIA Rosso di pelo? Eh via! MIRRINA Il rosso è color senatorio. BIRRIA Ma io sono un mal arnese, delizia dello staffile.... uno schiavo.... MIRRINA Che può diventar liberto da un momento all'altro, e tra liberti.... Ma che siete voi, uominacci stupidi, da non intender mai per loro verso le nostre parole?... Mirrina, quantunque fatta libera, è sempre Mirrina. Tu pure, se andrai a' versi alle padrone.... Una parola detta alla nobile Claudia Valeria dalla sua prediletta ornatrice, mentre sta acconciandole il capo, e la tua sorte è cangiata. BIRRIA (porgendole la guancia) Briccona! Dà il pegno! MIRRINA Eccotelo! (dandogli della mano sul volto) BIRRIA Un altro schiaffo? MIRRINA No, una carezza. Non hai notato il divario? BIRRIA Poh, non guari; ma spiegata così, può anche passare. Basta, sappi; non è niente vero del ritorno del Console. MIRRINA Ah, furfante di tre cotte! M'hai dunque ingannata? BIRRIA Ti restituisco i tuoi doni. (accennandole una guanciata) MIRRINA Grazie; non ripiglio mai nulla. BIRRIA Suvvia, Mirrina, figlia di Venere, o sorella, o nipote, che certamente qualcosa le sei, facciamoci a parlar chiaro. Che è questa ascosaglia della porticina? s'inganna il Console qui? MIRRINA Oh, non c'è niente di male, sai? Non far giudizii temerarii! Ma ecco le padrone; odo la lor voce; va via; il tuo lavoro è finito. BIRRIA Mi dirai tutto? MIRRINA Sì, tutto, ma vattene. BIRRIA Un altro di quegli schiaffi!... MIRRINA Va in tua malora! BIRRIA Udite, o Dei Lari, i dolci augurii di quelle labbra di rosa? (esce dalla fauce a sinistra) SCENA II. CLAUDIA VALERIA, MARZIA ATINIA, VOLUSIA e MIRRINA (Con poche differenze ne' particolari, Claudia Valeria, Marzia Atinia e Volusia, sono vestite ad un modo. Stola di lana bigia, per Claudia, bianca per Marzia e Volusia. Maniche lunghe, serrate al pugno con una fibbia. Due cinture; la prima sotto il seno, l'altra sui fianchi. Capo scoperto. Calzari di cuoio.) CLAUDIA Che ora? MIRRINA (guardando in alto, all'orologio solare, fuori della scena) Siam presso alla quinta. CLAUDIA Così tardi? Le nostre vigile non istaranno molto a giungere. Bada, Mirrina, tien d'occhio tu stessa l'uscio là in fondo! (accennando dietro la scena a Mirrina, che esce dalla fauce a destra) Ah che la vada bene, figliuole mie! Ci siam messe ad una bella impresa! MARZIA Eh via, di che temi? Il dado è tratto. CLAUDIA Pur troppo! Ma che dirà vostro padre, quando saprà che s'è aspettata la sua partenza, per metter mano in un intruglio cosiffatto? MARZIA Eh via! Il babbo ci ama e ci perdonerà questa alzata d'ingegno.--Infine, che gran male si fa? E operiamo noi diverso da quante sono, non dirò matrone, ma femmine in Roma? Tutte, sai, tutte ad una! Albina Lutazia, Giulia Flaminia, le tre di casa Cornelia, il meglio di Roma, sempre dopo la casa Claudia donde tu nasci, dànno l'esempio alle altre. Oramai la è una corrente, e noi non facciamo che andar pel suo verso. CLAUDIA Sì, sì, sta bene; ma tutte quelle che mi hai noverate fin qui, non son donne di magistrati. MARZIA Ci vengo. Anna Luscina, moglie a Fabrizio Luscino, pretore civile; io, io Marzia Atinia, moglie di Caio Atinio Labeone, pretor peregrino; eccotene due, donne di magistrati. E non puoi esserci tu, moglie di console, segnatamente dopo che le donne di casa Claudia, tua sorella e tua cognata, hanno mostrato di voler fare lo stesso? VOLUSIA Ed io, mamma? CLAUDIA Tu? sentiamo un poco che cosa sei tu. VOLUSIA Non sarò io moglie, appena torni il babbo, a Caio Claudio Pulcro, mio cugino, eletto e consacrato àugure l'altro dì? CLAUDIA Ah, sì, dimenticavo che esistevi tu pure. MARZIA Insomma, non temere. Il babbo tornerà vincitore dei Galli e non gli dorrà troppo di trovarsi vinto in cosa di minor conto. E poi, non saremo noi che glielo diremo, e neppure Marco Fundanio nostro alleato. CLAUDIA Un tribuno! È pur dolorosa! La gente Claudia ha sempre avuto a dirla con questi tribuni; e adesso... MARZIA E adesso si è fatta la pace. Storia romana in tre libri! Da principio furono i re. Poi comandò il Senato. Ora, la mercè dei tribuni, comanderanno un pochino le donne. SCENA III. ANNIA LUSCINA, e _Dette_. (Vestita come le precedenti, ma colla giunta del ricinio sul capo, i cui lembi le scendono sugli òmeri.) ANNIA Che gli Dei ascoltino l'augurio, mia bellissima, e custodiscano te al nostro amore, nobilissima Claudia, e te Volusia, facciano felice col più leggiadro degli Auguri. MARZIA Come sei rossa in volto, Dei buoni! ANNIA Ah lasciatemi stare! Dal Viminale fin qua! Un tremila passi a piedi, nè più, nè meno. È una indegnità. Vorrei averlo io tra le mani, quel tribuno che ci vietò d'andare in cocchio. A piedi! e con questi cenci, poi.... CLAUDIA Ah, i tribuni! Stavo per l'appunto ragionando dei fatti loro con Marzia. ANNIA Ma, domando io, che cosa gli avean fatto le donne? E' doveva esser brutto, ma brutto assai, questo Caio Oppio! Tu certamente lo hai conosciuto, nobilissima Claudia, poichè la legge è.... recente. CLAUDIA Eh.... Di venti anni fa. Li ho contati tutti, io, e con essi se n'è andata la mia gioventù. Gli era brutto davvero, più brutto di Annibale, e parve anche peggio, quando la sua legge fu promulgata. I tribuni! Io non li ho mai potuti patire, e quando penso che per voi, pazzerelle, dovrò accoglierne uno in mia casa..... Sarà la prima volta, io credo, che un tribuno varchi la soglia di un Console. ANNIA Perdonami, Claudia. Anche Lucio Valerio è tribuno, insieme con Marco Fundanio e coi due Bruti. Or non va egli in casa del collega di tuo marito, del ruvidissimo e burberissimo Marco Porcio Catone? CLAUDIA Ah, sì, quegli ci va, se la voce è vera, per sposarne la sorella. MARZIA Ma sì! Che te ne pare, bellissima? (volgendosi ad Annia) Valerio, l'elegante Valerio, innamorato della nostra Fulvia, di quella campagnuola, che, due mesi or sono, non era anche uscita da Tuscolo! ANNIA Ma!... così è. Catoneggia, sia detto con tua licenza, o Claudia, catoneggia Valerio, console e patrizio; catoneggia Valerio, tribuno e plebeo. Ora, tra i varii modi di catoneggiare, c'è quello di corteggiar la sorella del Tuscolano. Dov'ella è, si può metter pegno che egli sia, o non istia molto a capitarci.... L'altro dì, ai giuochi Megalensi, l'avete veduto? MARZIA E dove? ANNIA In teatro, alla recitazione dell'_Epidico_, di quel loro Tito Maccio Plauto. In cambio di rimanere a posto co' suoi colleghi, il leggiadro tribuno, già così alieno dalle donne, da passare in proverbio, è andato a sedersi più in alto, presso a lei, cogli occhi rivolti al suo òmero, anzichè alla scena. Si sarebbe detto che volesse contar le pieghe del suo velo.... o le lentiggini del suo collo. E si gonfiava, la superba; facea la ruota, come i pavoni di Giunone. MARZIA Eh, queste cose s'imparano presto ed ella si fa in breve agli usi delle gran dame. Tu la vedrai, Annia Luscina; tra poco ella sarà qui.... A proposito, veniamo all'essenziale. Ci abbiamo di grandi cose... che sono in relazione colla nostra congiura. Abbiamo..., sta attenta!.... abbiamo un grande arrivo dalla Grecia. ANNIA (facendo il viso scontento) Ah, filosofi? MARZIA Meglio ancora. ANNIA Manco male; mi avevate già fatto paura. E chi dunque? MARZIA Una.... ANNIA Una? MARZIA Te la darei alle cento, e non ti apporresti. Una mercantessa di mode. ANNIA Qui? colla legge Oppia? MARZIA Sì, e per merito della legge Oppia ne avremo noi le primizie. Figùrati; appena giunta, l'avean fatta carcerare. Ma Caio Atinio Labeone, nostro marito, non è pretore dei forastieri per nulla. Egli l'ha fatta chiamare a sè ed ha sequestrato la merce. E la greca e la merce, saranno qui, per opera mia, entrando dall'uscio sul vicolo. Tutto ciò per vedere, s'intende.... e per toccare eziandio. ANNIA Ah, sia lode agli Dei immortali! La legge Oppia avrà fatto una cosa buona.... l'unica da vent'anni in qua. Vediamo dunque; io spasimo dalla voglia. MARZIA Tosto che giunga. Chetati ora! Ma che è? Forse la greca? (vedendo Birria comparso dalla fauce a destra) BIRRIA No; è Marco Fundanio, tribuno. CLAUDIA Per te, figliuola, per te! (volgendosi a Marzia) MARZIA Grazie, ed anche un pochino per te. Non sei tu sempre più bella di noi? CLAUDIA Adulatrice! SCENA IV. MARCO FUNDANIO e _Detti_, BIRRIA _in disparte_. (Marco Fundanio indossa una tunica bianca, listata di porpora, che scende poco oltre il ginocchio. Calzari allacciati sul collo del piede con striscie di porpora. Toga portata con garbo sugli òmeri. Cappello di feltro a tesa stretta, che toglie nello entrare. Mazzetta nera tra mani). BIRRIA Tra male gatte è capitato il sorcio! (tra sè) ANNIA Salve, speranza e presidio delle matrone romane. FUNDANIO Meglio amerei esser desiderio di una tra esse; ma valgo troppo poco, lo so. Comunque sia, son cosa vostra. VOLUSIA (sotto voce a Claudia) Senti, mamma, com'è carino? E' non par nemmeno uno di quelli che mettono il veto da per tutto. FUNDANIO (che ha udito le ultime parole di Volusia) Bella fanciulla, io, se potessi, non metterei che un veto solo in mia vita. VOLUSIA E a che cosa? FUNDANIO Alle tue nozze con Claudio Pulcro. Ma, per ciò fare, oltre il tuo beneplacito, mi bisognerebbe esser nobile, come uno della gente Claudia, della nobilissima tra tutte. CLAUDIA (dopo un grazioso inchino) Egli è pur vero che, di cotesti veto voi ne pronunziate troppo spesso, o tribuni. FUNDANIO Ma egli è vero altresì che se fossero consoli le matrone, il laticlavio ci avrebbe più ossequenti a gran pezza. ANNIA Oh, egli dee pur venire, il gran giorno! Dimmi, tribuno, non c'è' egli un'isola, dove le donne regnano sole, dopo aver messo gli uomini al bando? FUNDANIO Dicono, e invero, mi pare un po' troppo. ANNIA Ah, non dico già di mandarli via inesorabilmente.... FUNDANIO Meno male! ANNIA Ma di tenerli in freno e di far le leggi un po' noi. FUNDANIO Dolcissime leggi! Esse hanno la mia tribunizia approvazione fin d'ora. CLAUDIA Or dunque, Marco Fundanio, poichè a queste giovani donne la è girata così, e tutta Roma femminile lo vuole, siedi e narraci come stanno le cose. BIRRIA Ah, sentiamo! (da sè, stropicciandosi le mani) MARZIA (avvedendosi della sua presenza) Che fai tu qui? Va al tuo posto. BIRRIA Alla porticina? MARZIA No, all'ingresso dell'atrio, al balcone che guarda sulla strada, e chiunque venga, corri a darcene avviso. BIRRIA Che peccato! E' voleva esser gustoso, questo tribuno delle donne. (esce) FUNDANIO Da dove comincierò? Che tutta Roma femminile vuole l'abrogazione della legge, tu l'hai detto, nobilissima Claudia. Io dirò che; nel Foro, alla Basilica, alle Botteghe vecchie, al tempio di Càstore, nel borgo de' Toscani, al Velabro, non si parla più d'altro. Il popolo, così in di grosso, non mi pare che veda di mal occhio la cosa. E lo si capisce; tutti hanno donne, cui andare a' versi. Ma i vecchi...., i vecchi son duri. Basta; s'andrà ai comizi e là ci vedremo. I senatori, son nostri; già m'immagino che le belle matrone avranno fatto il poter loro, che è molto.... MARZIA Di ciò non darti pensiero; sanno il debito loro. ANNIA Io, tra ier l'altro, ieri e stamane, ho già veduto sessanta mogli di senatori. E ho girato senza cocchio! Ecco qui le mie tavolette; vedi? la Pubblia, le Cornelie, la Bebia; e qui la Giunia, le Flaminie, le Claudie.... insomma, ho detto sessanta. E tutte, ognuna dal canto suo, hanno fatto altrettanto. I mariti tentennano, ed è già molto che non ardiscano dire di no, come facevano prima. FUNDANIO In casa, sta bene; ma, nei comizi, come si diporteranno costoro? Ecco il guaio. Ma incominciamo dal meno. I comizi possono essere levati innanzi di conchiudere. Il rito dell'assemblea offre appigli e gretole agli avversarii, più che non vi pensiate. MARZIA O come? FUNDANIO Vedete, se già tutte le centurie fossero adunate e la discussione avviata, e ad un tratto sparisse lo stendardo inalberato sul Gianicolo, sarebbe sciolta l'assemblea senza fallo. Ciò si è veduto altre volte, chè non si fece buona custodia lassù. MARZIA Oh! ma si provvede. Una guardia di donne al Gianicolo! ANNIA E chi leverà lo stendardo sarà bravo, fosser pure gli apparitori di Marco Porcio Catone. FUNDANIO Oh, di questo non temo. Il console è uomo di virtù antica e non tenterà cose illegali. Egli, e ciò temo davvero, ci fulminerà colla sua maschia eloquenza. Un altro pericolo, e grave.... ANNIA E quale? MARZIA E quale? FUNDANIO Mangieranno, i polli sacri? VOLUSIA Come? Bisognerà che i polli mangino? FUNDANIO I polli, sicuro. Tu sei giovinetta ancora e nol sai; ma nessuna cosa di rilievo può farsi nella repubblica, senza aver favorevoli gli auspicii. Anche una assemblea è valida, se sono propizii i segni del cielo; se no, no. Ora, dico io, mangieranno, come a bestie ben costumate si addice? Può importare ai padri il contrario, e Giove ed Esculapio, patrono dei galli, possono vedere la cosa con occhio.... senatorio. MARZIA Non ci avevo pensato. Sì, questa è grave. VOLUSIA Ma.... se io potessi dire.... CLAUDIA Sentiamo la tua. VOLUSIA Non è Claudio Pulcro l'àugure? CLAUDIA Sì, e che perciò? VOLUSIA Stassera egli verrà da noi.... FUNDANIO A prender gli auspicî ne' tuoi occhi, a leggervi che il suo fato è felice.... VOLUSIA E i miei occhi non gli lascieranno leggere un bel nulla, fino a tanto i suoi polli non promettano ai mangiare a modo. FUNDANIO Possiamo dunque andarne sicuri. Egli dee conoscere i suoi polli, il tuo Claudio, ed ama certamente i tuoi occhi. Fin qui, dunque, tutto andrebbe a gonfie vele. Ma, egli c'è.... ANNIA Ancora un ma? FUNDANIO Sì, e il più grosso. Io non ho collega ad aiutarmi. I due Bruti sono contrarii. Già, gente Giunia, sempre avversi alle novità e duri come macigni! MARZIA Ma non hai dunque parlato a Valerio? FUNDANIO Se gli ho parlato!.... Averlo lui dalla nostra, lui, il più eloquente dei romani dopo Catone, sarebbe un trionfo sicuro, come se io lo tenessi nelle pieghe della toga.... Ma che volete? l'eloquenza del mio amico è incatenata al carro del futuro cognato. Lo pregai, lo scongiurai; ma invano. E mi troverò solo, e non son punto eloquente.... VOLUSIA Tu? FUNDANIO (inchinandosi) Io, certo. Colle donne ho le parole più facili; il mio estro s'accende; ma cogli uomini.... ah, cogli uomini, mi cascan le braccia. Farò quanto posso; ma prevedo male. VOLUSIA Oh brutto, questo Valerio! Mi duole perfino ch'ei porti il nostro nome. E Fulvia gli ha da voler bene? ANNIA Fulvia è sorella a Catone; catoneggia anche lei. MARZIA Lo credi? ANNIA Ma!.... E tu? MARZIA Io credo che la donna è ciò che vuole; e l'uomo la segue. FUNDANIO Questo ha da esser vero.... per gli uomini che hanno la fortuna.... (con aria languida inchinandosi verso Marzia) MARZIA Di meritare.... (ridendo) FUNDANIO Di esser tirati. L'ho detta. MARZIA Cattivo! e che altro si è fatto, se non tirar dalla nostra il tribuno Marco Fundanio? Vuoi di più? Sappiamo il debito nostro. Ti si intreccieranno corone; ti si porterà in trionfo come Bacco. FUNDANIO (a Marzia) Oh tigri! Parole, parole, e poi non sarà niente. BIRRIA (in fretta dalle quinte) Due matrone si son fermate all'ingresso, precedute da due schiavi piccini e bistorti. MARZIA Fa entrare. (Birria esce) ANNIA Ah! dovrebbero essere di Marco Porcio Catone, che ci ha i più brutti schiavi di Roma. FUNDANIO Stravaganze del grand'uomo. Ma, come qui le sue donne? MARZIA Avevo preveduto la tua mala sorte con Valerio. Ora vedremo d'esser noi più fortunate. FUNDANIO Che non posson le donne? MARZIA Or dunque, un gran colpo! Si va incontro al nemico. Tu, mamma, bada a Licinia; chè la va da consolessa a consolessa. Noi ci incaricheremo di Fulvia. SCENA V. LICINIA, FULVIA _e Detti, con_ BIRRIA _in disparte_. (Licinia e Fulvia indossano la stola, stretta all'imbusto da due cinture. Quella di Licinia, di color bruno; quella di Fulvia di color cenerognolo, o bianco. Ambedue portano in capo il ricinio). CLAUDIA (muovendo incontro a Licinia) Ben vieni, o Licinia. La casa di Lucio Valerio è tua. LICINIA Tu sei sempre cortese, o nobile Claudia. Marco Porcio rammenta sempre ciò che deve a Lucio Valerio. CLAUDIA E noi, mogli a tai valentuomini, ci siamo sempre amate. LICINIA Bontà tua! Noi povere campagnuole.... CLAUDIA Zitta! La virtù non conosce differenze di villa e di città, di patriziato e di plebe. Tuo marito dalla sua virtù fu tratto in alto, non dal favore di Lucio Valerio. (sotto voce a Marzia) Me ne fate dire, voi altre! VOLUSIA (a Fulvia) Come ti sei fatta bella! FULVIA Ah, credi? Ne godo. ANNIA (a Marzia) Come lo dice: «ne godo!» Vedete che contadina rifatta! MARZIA La bellezza, te lo dirò con mia madre, non conosce differenze di villa e di città.... ANNIA Salvo le lentiggini! MARZIA Ah sì, ne ha qualcheduna; ma certi uomini vogliono che sia questa una bellezza di più. ANNIA Che gusti! VOLUSIA (a Fulvia) Ti rammenti di Tuscolo e dei nostri bei campi? E di quella fontana, dove c'era un'eco meravigliosa, che ci rimandava tante belle cose? Io ero molto piccina.... FULVIA Ed io molto grande. VOLUSIA Oh, vediamo! Quanti anni hai! FULVIA Indovina. VOLUSIA Diciotto. Io ne ho quasi sedici. FULVIA Sono più vecchia. VOLUSIA Venti? FULVIA Va innanzi. VOLUSIA Ventuno? CLAUDIA Zitta là! non si chiedon gli anni a nessuno. FULVIA Perchè, nobilissima madre? Lasciala dire. Amo parerle giovine tanto; ma in verità, carina mia, (volgendosi a Volusia) ne ho venticinque. MARZIA Eh via! FULVIA Certamente. Son nata colla seconda guerra punica, sotto il consolato di Livio Salinatore.... quando incominciò tanta carestia d'uomini. Il che non era di buon augurio per me. CLAUDIA Cara ed ingenua sempre! LICINIA Ma, una così leggiadra adunanza?.... MARZIA Comizii femminili! FULVIA Come sarebbe a dire? MARZIA Che qui si congiura. FULVIA (mostrando di vedere Fundanio) Ah, per altro, fino a tanto egli c'è un tribuno della plebe, la repubblica non ne avrà detrimento. ANNIA (sotto voce a Marzia) Ben detto, per una contadina! MARZIA Or dunque, sediamo, con gravità romana. Vi dirò ora il perchè vi abbiamo qui convocate. Tu, Licinia, e tu, madre, siete i consoli. Fulvia, Annia, Luscina e Volusia, son le centurie.... un po' smilze.... FUNDANIO (sotto voce a Marzia) Di numero? MARZIA Ci s'intende. Io, poi, sarò il tribuno, con tua licenza, o Fundanio. FUNDANIO Oh, di gran cuore; ma io? MARZIA E tu sarai il littore. FUNDANIO Sta bene; dunque incomincio. Non vengo attorno, o centurie, a distribuirvi le tavolette pel voto, perchè questo già s'indovina. FULVIA Che ne sai tu, littore? FUNDANIO Possibile? Daresti tu il voto contrario alla dimanda.... d'un tribuno? Basta, lasciamola lì. Dirò invece che non distribuisco tavolette, perchè non ne ho. Sono côlto alla sprovveduta. Il voto lo darete ad alta voce, nè ci sarà confusione. (imitando il far dei littori) Ora, se vi pare, fate silenzio, o Quiriti. Tribuno, esponi la causa. MARZIA (alzandosi) Incomincio. Egli fu dopo la rotta di Canne, consoli Quinto Fabio Massimo e Tito Sempronio Gracco, che i padri nostri votarono la sciocca legge, proposta da Caio Oppio tribuno. Che dico sciocca? scellerata ed iniqua. «Niuna donna abbia ne' suoi ornamenti più che una mezz'oncia d'oro; nè usi vesti ricamate di varii colori; nè possa andare in cocchio per Roma, o per altre città, ovvero a mille passi in giro di quelle, se non per cagione di pubblici sacrifizii». E v'ebbero cittadini, che la diedero vinta a quel pazzo!.... FUNDANIO Per non dirne altro! MARZIA Le madri nostre si comportarono degnamente. La patria era in pericolo. Rinunziarono agli ornamenti loro, non pure al superfluo, ma al necessario eziandio; certe che gli uomini non sarieno stati da meno di loro e che, rifiorite le sorti della patria, la legge sarebbe stata cassata. Vent'anni sono trascorsi, e questa bellezza di legge è viva pur sempre. E perchè, perchè si conserva, ora che le sorti di Roma sono di tanto cangiate? Vônno ricondurci ai vieti costumi dei pastori del Lazio; pretendono che i nostri ornamenti, il lusso nostro (se lusso può dirsi un limbello di porpora, due libre d'oro lavorato sulla persona e un cavalluccio da tiro, due alle più grave, per fare le nostre visite) guasterebbero, farieno tralignare questi forti Romani! Ma, per Quirino e per Venere genitrice, chi è che li fa, questi forti Romani? VOLUSIA Noi! FUNDANIO (sotto voce, da sè) Finora no. ANNIA I nostri mariti trionfano in cocchio; noi andiamo umilmente a piedi.... e non c'è mica occasione di trionfi, per noi. FUNDANIO (sotto voce, ad Annia Luscina) Eh via, s'ha da credere? ANNIA Eglino in tuniche palmate, in toghe ricamate, listate di porpora; noi in lana greggia, e d'un solo colore. Se capita un forastiero a Roma, torrà noi per uomini, e per matrone romane i nostri mariti. FUNDANIO Se capita un forastiero con questa sorta d'occhi, io, nella mia qualità di littore, lo accoppo! MARZIA Conchiudo. Le cause che fecero proporre la legge, dato che ragionevoli cause ci fossero, non esistono più. E per dignità nostra, e per decoro del nostro sesso, e per ragione d'uguaglianza cogli uomini, si chiede la cassazione della legge. E la si concederà, se non si vuole la nostra vergogna. Ho detto. (segni di approvazione di tutti, salvo da parte di Fulvia, che è rimasta sovra pensieri) FUNDANIO Ottimamente,... tribuno. Ma consenti ad un amico del vero di mettere in sodo, che, bene o male in arnese, siete poi belle del pari. MARZIA Grazie,... littore, sebbene, a te non spettasse parlare; ma vedi? come la bruttezza può esser scemata, così la bellezza può essere accresciuta, da un po' d'ornamenti. Olà, Birria! (a Birria) BIRRIA Padrona! MARZIA Vanne a Mirrina, tu, e dille che si faccia innanzi. Or ora vedrai. (a Fundanio) BIRRIA (da sè) Ah, questa poi di fargliela vedere!.... Che volesse invescarlo di Mirrina? MARZIA Non vai? BIRRIA Vo, corro, volo. (esce) FULVIA (a Marzia) Che è ciò che prepari? MARZIA Tu pure vedrai. La donna bella che può diventare bellissima; la natura rinfiancata dall'arte! SCENA VI. MIRRINA _elegantemente vestita e Detti;_ BIRRIA _segue, con alcuni capi di vestiario sulle braccia_. ANNIA Ah, buoni Dei, la leggiadra matrona! LICINIA In verità, l'ottava meraviglia! Ed è la tua ornatrice? (a Claudia) CLAUDIA Sì, ed ornata alla sua volta da quella bricconcella di Marzia, colle spoglie venute di Grecia. (Tutti, tranne Fulvia che rimane in disparte, vanno a considerare minutamente Mirrina) MARZIA Eccovi; fo come Iperide, l'oratore ateniese, allorquando, per guadagnare la causa della sua bella cliente, la messe in mostra nell'Areopago. Questa è l'acconciatura greca, coll'anadèma ed i capegli ricadenti a ricciolini sul fronte. A noi, con queste tunicacce, non andrebbe; ma, con una veste sontuosa, fa spicco. Non è egli vero? Eccovi; questa è la nostra stola, ma più aggraziata, colle maniche serrate al pugno da armille d'oro, stretta da due cinture all'imbusto e colla giunta dello strascico. Dite, non aggiunge maestà al portamento? (Mirrina fa alcuni passi lungo la scena) Vedete adesso! (pigliando un pallio diploide dalle mani di Birria e aggiustandolo alla persona di Mirrina) Questo è il pallio che addoppiato si rafferma alla spalla con un bel fermaglio d'oro. Togliete questo! (come sopra, togliendo dalle mani di Birria e spiegando un ampio velo di fine tessuto di colore scarlatto, che aggiusterà sul capo di Mirrina) Abbiamo il velo porporino, i cui lembi si raccolgono sulle braccia, e ravvolgono bellamente la persona. Guardate il grazioso meandro che corre a' piè della stola! E questi sandali traforati! (Mirrina solleva il lembo della stola sul collo del piede) ANNIA Le armille alla noce del piede! Oh bella! Le metto subito anch'io. VOLUSIA Ed io! FUNDANIO (a Marzia) Così che, mi pare inutile di andare attorno pei voti. Hai il «come tu chiedi» all'unanimità. MARZIA Ma.... egli pare.... cioè, non affatto. (muovendo verso Fulvia) Che ne sembra a te, mia divina, di questi ornamenti? FULVIA Bellissimi. MARZIA Con che aria lo dici! Pare che a te non farebbe caso di vestir più sfoggiato? Invero, saresti la prima.... e l'unica, poichè il seme di tai donne finirebbe con te.... Ma già si capisce; sorella di Catone!... FULVIA Oh, egli non è per cotesto. Non farmi così austera per vezzo d'imitazione. Mio fratello pensa a suo modo, ed io.... se pensassi diverso, non mi terrei men buona sorella per ciò. MARZIA Ma allora.... FULVIA Cara mia, a dirti schiettamente ogni cosa, non sento.... come chiamarla? MARZIA La vanità; di' pure la brutta parola. FULVIA Non volevo andare tant'oltre. Non sento.... Via, mettiamo il desiderio.... Non sento il desiderio di comparire. Questo è il mio modo di pensare. O si piace, o non si piace; e gli ornamenti che fanno? MARZIA Orgogliosetta! Lo sai, che piaci così disadorna, lo sai? FULVIA Io? MARZIA Non lo negare! Fosti veduta alla recita dell'_Epidico_.... e fu veduto e notato anche un altro. FULVIA (arrossendo) Ah! MARZIA Ma l'amico è dunque molto possente su te? Egli t'ha ammaliata a segno di farti dimenticare la tua.... Come chiamarla? FULVIA Dignità; di' pure la gran parola. MARZIA Arguta! mi rendi la pariglia? Orbene, sì, io la dirò, senza cercarne un'altra; la tua dignità femminile. FULVIA Io non t'intendo. MARZIA Sì; non è forse noto che Lucio Valerio (parlo del tribuno, e non del babbo console) difende a spada tratta la legge? E non fu udito a dire che le donne sono ornate anche troppo? FULVIA Eh, può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra. MARZIA Sì, ma egli ha aggiunto che le donne sono fatte per la casa.... FULVIA Anche qui.... MARZIA Che egli, qualunque sia la donna che condurrà in moglie, l'avrà per ottima, purchè governi la casa, sappia filare e distribuire il lavoro alle fantesche. FULVIA Ah, è ben poca cosa che egli richiede, per trovare una moglie! MARZIA E non basta. Che l'uomo dee mantener fermo il suo diritto e la maestà maritale contro l'orgoglio delle donne.... FULVIA (con piglio d'incredulità) Ha detto questo? Valerio tribuno? E a chi? MARZIA A Fundanio, qui presente, che voleva indurlo a caldeggiare la parte nostra. FULVIA (scossa dalle parole di Marzia) A te, Fundanio? (Fundanio, che s'era avvicinato, rimane alquanto dubbioso: Marzia gli accenna ripetutamente degli occhi) MARZIA Rispondi! Ciò che hai narrato a me, non puoi ripetere a Fulvia? FUNDANIO Egli è che.... Infine, sì, ha detto questo ed altro ancora. O fosse il suo pensiero, o non mirasse che ad entrare nella grazia del Console tuo fratello, egli ha per giunta chiamato la donna: questo sesso arrogante! questo indomito animale! Animale! FULVIA (con accento di corruccio) Anche questo? MARZIA Cara mia, egli può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra. FULVIA Non mi far celia! Cotesta non è più materia da scherzo. Che così parli mio fratello, padrone; egli ha moglie; se la intenda con lei. Ma Valerio, che non l'ha ancora!... Vuol trovarla, e a modino, se pensa e ragiona così. MARZIA Pure, sarai tu quella. FULVIA Oh, nè egli mi ha chiesta, nè io.... FUNDANIO Ti chiederà. VOLUSIA (facendosi innanzi con un velo di color giallo e brillante, che ella ha già indossato) E tu porterai un flammèo di sposa come questo. Provalo! Io l'ho già messo. Ah, come ti va bene! vuoi vederti allo specchio? FULVIA (respingendo il velo) Lascia, te ne prego. A te, non a me, queste allegrezze nuziali! (l'abbraccia) FUNDANIO (a Fulvia) Ma dimmi; e che farai, quando Lucio Valerio chiederà la tua mano. FULVIA Tribuno, vuoi saper troppo. VOLUSIA Oh! quello che tu farai, lo so io. FULVIA Tu? VOLUSIA Sì, fatti in qua! Sai che l'abrogazione della legge sarà proposta nei comizi. I comizi non sarebbero validi se i sacri polli non mangiassero. La capisci tu, questa relazione tra i polli e i comizi? Io no, ma così è. Ora, io te lo giuro, non accetterò la mano di Caio Claudio Pulcro, se, il dì dei comizi, i suoi polli non mi useranno la cortesia di mangiare. FULVIA Brava! Comincia così, tu che lo puoi; comanda agli uomini! A far diverso, ci si perde della sua dignità e non ci si guadagna nulla in compenso. MARZIA Tu sei nostra; ho capito. Il tribuno Valerio ha da tenersi saldo, se può. FULVIA Ah, quanto a lui!... Ma mio fratello, piuttosto.... (con aria peritosa) MARZIA Vinci; è l'essenziale. Tuo fratello farà come mio padre, come mio marito, come il marito di Annia Luscina, come tutti i senatori; se la recherà in pace. Infine, che cosa domandiamo noi? Un po' di lusso non guasta. Ci volete? Fateci belle! ANNIA Brava, ben detto; fateci belle! Ah, se le donne volessero sempre mettersi d'accordo! FUNDANIO (da sè, mentre le donne si accomiatano nel fondo della scena) Primo guadagno; non si graffierebbero più! FINE DELL'ATTO PRIMO ATTO SECONDO La scena rappresenta un tablino in casa di Marco Porcio Catone. Soffitto di legno a cassettoni, senza ornamenti, o dorature; pareti rozzamente dipinte; pochi e semplici arredi. Un Larario nel fondo, con entro le immagini di Saturno e di Opi. A destra uno stipo di ferro, con suvvi un gruppo di terra cotta, che rappresenta la lupa e i gemelli. A sinistra una tavola, su cui si vedono pezzi di stoffa e una scatola di aghi da cucire. A fianco della tavola una sedia alta con spalliera e senza bracciuoli, collo sgabello davanti, e vicino ad essa un canestro da lavoro. Sulla tavola è anche un codice dalle carte di legno. SCENA PRIMA VALERIO, _e un servo che sta per andarsene_. (Lucio Valerio è vestito a un dipresso come il suo collega Marco Fundanio nell'Atto primo. Per far varietà, può avere sotto l'angusticlavio una tunica intima, di color violetto, e sovra ambedue la toga anch'essa violetta). VALERIO Bene, non importa; aspetterò. Va pure per le tue faccende, che, tornando egli da Tuscolo, non abbia a sgridarti. (il servo esce) Se Fulvia venisse! Di solito, a quest'ora, ella si aggira per l'atrio. Che è ciò? (vedendo il codice sulla tavola) Ah, il _Trinummo_, la nuova commedia di Plauto. Che vena, che festività, che sale, in questo capo ameno di Sarsinate! E come il popolo ha ragione di volergli bene! Sarà bello, come tutta la roba sua, questo _Trinummo_; ma io preferirò sempre l'_Epidico_. E perchè? Lo sai tu, Valerio tribuno, il perchè? Com'era bella Fulvia, l'altro giorno, in teatro! Dei buoni! e che fatica ho durato, per salir fino a lei! Quella benedetta scalinata non volea più finire. Ci aveva le gambe impacciate, il tribuno Valerio! Egli, avvezzo ai frastuono delle assemblee, si trovava lassù, tra il primo e il second'ordine di sedili, come un pulcin nella stoppia. Ah, mai ho sudato tanto come allora; e in fede mia, se non era la vergogna, avrei dato volta, appena fatti i primi scalini. Ma quando giunsi da lei, come fui pagato della mia costanza, al vedere imporporarsi la bella guancia, all'udirmi dare il benvenuto da quella voce divina!... E tarda ancora! Tra poco sarà qui il Console, e addio colloquio sperato! Pazienza, leggiamo! (squaderna il codice, leggicchiando a spizzico) Ah, se la piglia colla moda! «Volesse Dio che in questo paese, più che alla moda, s'avesse un po' di rispetto al costume dei nostri vecchi e alla parsimonia antica! Questa è la morale, oggidì: quel che ti piace, è lecito. L'ambizione è santificata dall'uso; le leggi! poverine! vedetele in Campidoglio; le sono impiccate al muro con chiovi di ferro. La moda, sì, la moda maledetta, bisognerebbe impiccarvi!» La scena è in Grecia; ma qui si parla di Roma. Questa piacerà a Catone. Il suo amico poeta lo serve a puntino, con questi colpi di frusta.... Ma infine, perchè questo ritardo? (alzandosi spazientito) Ah, donne, donne!... E dicono che amate? Non è vero. Vi lasciate amare, e voi.... voi non sentite un bel nulla. Infatti, se ella mi amasse, sarebbe già qui! (passeggia stropicciando il codice tra le mani) Figurarsi, se non lo sa! Son qui tutti i giorni!.... Ed io, sciocco, che mi disponevo quest'oggi a chiederla in moglie.... che stavo mulinando le parole da dire a Marco Porcio!... Stupido animale! Vedi come corrispondono alle tue premure le donne! Per la prima che amo, son bene conciato davvero. (battendo stizzito il volume sulla tavola) SCENA II. MACCIO PLAUTO _e Detto_. (Maccio Plauto, bel vecchio di cinquantott'anni, indossa una tunica e una toga di color amaranto carico. Un bastonello tra mani. Calzari di cuoio. Pètaso di feltro, pendente giù dalle spalle). PLAUTO Orbene, e che ti ha fatto il mio povero _Trinummo_, da maltrattarlo in tal guisa? VALERIO (da sè) Eccone un altro! Addio colloquio! PLAUTO Tribuno della plebe, tu usurpi l'autorità degli Edili. Soltanto ad essi spetta di ammettere, o di scartare la roba nostra. VALERIO Perdonami; ero sovra pensieri, per certe cose mie.... che non francano la spesa d'essere raccontate. Ma, tu lo sai, Tito Maccio; io ti stimo grandemente. PLAUTO E grandemente ami. Fai tutto alla grande. VALERIO Io amo? E chi, di grazia? PLAUTO Tale che non è lungi di qua. Non ho i più bei piedi, ma ho i due migliori occhi di Roma. VALERIO Ed infatti tu hai veduto in me ciò che io non vedo, nè so. PLAUTO Saresti tu l'ultimo a conoscer te stesso? Non mi farebbe meraviglia. L'uomo, sia detto sui generali, è il meno sagace degli animali. VALERIO Di' pure il più stupido! Io stavo per l'appunto dicendolo a me stesso, quando tu sei entrato. Ma, poichè vuoi farmi innamorato per forza, che pensi tu della donna! PLAUTO Dei buoni! io non potrei parlartene che per mia esperienza. VALERIO E quale è stata la tua esperienza? PLAUTO Grama assai, Lucio Valerio; oh, grama assai! Ne amavo una.... Tra parentesi, non ne ho amato che una.... sul sodo. Ero giovine, venuto a Roma per desiderio di gloria, con un viatico di baldanza, di fede, di speranza e di amore; tutte cose da giovani, che non sono mai troppe, a chi fa il viaggio della vita. Ne mangi oggi, ne mangi domani, e, senza avvedertene, la vettovaglia si scema. Un bel dì, fai per guardar nella sacca.... Addio roba mia; la è sfumata. Per fartela breve, vidi la bella in teatro, alla recita della mia prima commedia, che non dispiacque ai Romani. Gloria ed amore!... Queste due allegrezze mi capitarono insieme. Ma come fare per giungere fino a lei, e, giunto, per rimanervi? La poesia era una magra raccomandazione, in quella casa di gabellieri arricchiti. Cerca cerca, non trovai niente, più al fatto mio che di darmi al traffico, per diventare un grosso mercatante. Lo vedi di qui, un poeta mercatante? Io fui proprio quel desso e pigliai presto il tracollo. Fino a tanto ne ebbi nel forziere, pagai; quando non ce ne furono più, mi diedi per morto in balìa del mio ultimo creditore. Le dodici Tavole parlano chiaro: «Se il debitore non paga, nè altri per lui, il creditore lo porti via con sè, carico di ferri, del peso di quindici libbre; o meno pesanti, se al creditore piace». Vedi che cortesia di Tavole! E fortuna che di creditori io ne avevo uno solo! Se ne avevo due o tre, c'era l'altro articolo che faceva proprio al caso mio: «Il creditore tolga al debitore la sua libertà, e, se gli torna, lo venda di là dal Tevere. Se poi ci sono più creditori, il terzo giorno del mercato, se lo facciano a spicchi». E la legge pietosa aggiunge che, se un creditore, poverino, ne tagliasse un po' più del necessario, non gli si mandino per questo i littori a casa. Io dunque ebbi un solo creditore e cansai di finire salciccia; ma ebbi il peggio che da un solo mi potesse toccare; fui posto alla màcina, come un giumento. VALERIO Povero Tito Maccio! A tutti, in Roma ne seppe male. PLAUTO Ma non a lei, non alla donna per cui mi trovavo in quel guaio. Quando ella udì della nuova arte che imparavo, rise, rise saporitissimamente. Poverina! Aveva così bei denti! VALERIO Tu le hai perdonato? PLAUTO Che vuoi? Macinando grano pel mio creditore, macinavo filosofia per me; non di quella greca, col mantello unto e bisunto, col bastone e gli scartafacci; filosofia vera, filosofia paesana, che m'è andata in tanto sangue. Meritai allora d'esser libero, poichè avevo vinto me stesso. Dal creditore mi riscattai, tornando a scriver commedie, che gli Edili accettarono e pagarono. Quanto agli amori, alla larga! Feci come il cane, che non passa più rasente alle botteghe dove fu bastonato. VALERIO Non amasti più? PLAUTO Amai sì, ma leggermente, pochin pochino, ad oncie, a scrupoli, come il greco Arcàgato spaccia le sue medicine, che il malanno se lo porti. L'amore, Valerio mio, non dee soggiogarci; non la passione ha da vincer l'uomo, bensì l'uomo la passione. VALERIO Parole! Ci s'accosta al fuoco per riscaldarci, e la fiamma ci s'appicca alla tunica. PLAUTO Ah sì! ti ho veduto infatti alla recita del mio _Epidico_, ed eri un incendio. Via, Lucio Valerio, lascia correre tutto il male ch'io t'ho detto delle donne. Era la vendetta d'un autore inascoltato, che ti vedeva tutt'occhi e tutt'orecchi per lei. VALERIO Chi, lei? PLAUTO Oh bella! Lei; quella che è lei; l'unica che possa e debba esser lei. Se non lo sai, t'istruisco; lei è un modo dittico e calzante di dire F.... U.... L.... VALERIO Basta! Se ti sente qualcuno.... PLAUTO Eh, se mi sente lei, non le dorrà certo. Amate, ragazzi, amate; è questa ancora la più bella commedia, anzi il più bel poema del mondo; nè Omero l'ha scritto, nè Ennio, che è l'Omero latino, scriverà il somigliante. VALERIO Ah, io temo che ella non mi ami! PLAUTO Davvero? Oh povero amico! Ma senti! il mio _Epidico_ t'ha fatto servizio; vuoi che ti faccia servizio l'autore? Ne entro a lei, e.... VALERIO No, non incomodarti, non c'è bisogno. PLAUTO Aah!... Al fratello dunque? L'ho lasciato nel Foro, dove siamo scesi, tornando da Tuscolo; appena e' torni in casa, ti servo. VALERIO No, per amor del cielo! Questa passione del tuo amico è ancora un segreto. PLAUTO Sì, come la tosse. VALERIO Perchè? PLAUTO Tutta Roma lo sa. Se tu fossi uno di quei vagheggini sconclusionati che s'aggirano intorno a questa e a quella, nessuno avrebbe posto mente alla cosa. Una più, una meno, chi ne fa conto? Ma veder cercata da Valerio una donna, da Valerio, il benvoluto del popolo, da quel Valerio, di cui era tanto più notevole l'austerità, quanto più era appariscente la persona, chi non si sarebbe fermato a ragionarci su? Caro mio, una cosa è da farsi, e presto; parlarne al Console. VALERIO Ci pensavo fino da ieri.... PLAUTO Bravo; così va fatto. VALERIO Ma.... non ardisco. PLAUTO Tu, tribuno della plebe? VALERIO Io, sì, io, tribuno della plebe, non ardisco. Che c'entra l'ufficio, nelle cose del cuore? Io non ardisco parlare, non ardisco confessare il mio segreto a quell'uomo, da cui dipende la mia felicità. PLAUTO Ha da stiacciare la noce, chi vuole la polpa. Il guscio del Console è un po' ruvido, concedo; ma il cuore è ottimo. Fa a modo mio, Lucio Valerio, parlane a lui, e quest'oggi. Egli è tornato di buon umore dalla campagna. Tutto era in ordine colà. Il grano promette; la vigna ha fatto prodigi; sei altri vitelli son nati in questo mese; gli schiavi di catena han lavorato di buona voglia a sterrargli un campo che sarà messo a coltura; l'aia, il cortile, la stalla, sono lucenti come uno specchio. Egli non ha avuto che a lodare e, rimontando in cocchio, mi ha detto che se ne andava più contento all'impresa di Spagna. Sai che partirà fra quattro giorni, appena sia respinta, com'è da credersi, la proposta del tuo collega Fundanio. Vedrai, gli è proprio il momento buono per entrargli del tuo negozio. Te la concede, amico mio, te la concede; tu se' nato vestito. VALERIO Tu mi consoli, Tito Maccio; credo che avrò la forza di aprirgli l'animo mio. Ma ecco; mi par la sua voce. SCENA III. MARCO PORCIO CATONE, ERENNIO _littore e Detti_. (Catone indossa il laticlavio, tunica di lana bianca, partita sul dinanzi da una larga striscia di porpora. Toga bianca di lana. Petaso in capo, che deporrà nello entrare. Capegli rossi e crespi. Calzari di cuoio. Erennio ha tunica bigia, e toga. Capegli lunghi e barba. Fasci senza scure, nella mano destra, appoggiati sull'òmero. Una verga bianca nella mano sinistra.) CATONE (di dentro) Per tutti gli Dei dell'Averno, che sì ch'io t'ho a conciar come meriti, matricolato furfante! PLAUTO Ahi! gira il vento. CATONE (entrando, sempre rivolto indietro) Non ammetto scuse. Fammene un'altra di queste e dal servizio della tua padrona ti mando difilato a girare la màcina. PLAUTO È dura cosa, la màcina; io la conosco. CATONE Ah, non badare, Tito Maccio! Del resto tu avevi il debito. Chi non paga di borsa paghi di persona. ERENNIO (in disparte) Così sta scritto. CATONE Ma vedi questi bricconi! Se la va di questo passo in Roma, tra un anno, o due, bisognerà darsi alla macchia. PLAUTO Con chi l'hai tu? CATONE Col mio servo, per Bacco, o, a dire più veramente, col servo di mia moglie. Una perla, quando io l'ho comperato! Ed ecco, me l'hanno guastato anche lui! Ah greci! Chi ci libera dai greci! Noi li abbiamo vinti; essi ci ammorbano. L'è una vera peste ellenica. Ieri parto, lasciando la casa sana. Torno, e già c'è penetrato l'inimico. Figùrati Valerio.... Ohè, Valerio! VALERIO (che era andato verso la fauce a curiosare nel peristilio, torna sollecito) Son qua. CATONE Figùrati; entro in casa e trovo il servo di mia moglie che usciva. Si tira da un lato, il manigoldo, e con la sua voce sguaiata mi sfrombola un _chere despòtu_; mi saluta in greco! A me! Ma dove le imparano, dico io? Perfino Erennio, il mio littore, ha impallidito dallo sdegno. Non è egli vero? ERENNIO La lingua dei padri è sacra, come il diritto dei Penati di Roma. PLAUTO (da sè) Bravo, il littore! O non pare una delle Dodici Tavole? CATONE Ma! Eppure egli c'è in Roma della gente che se ne dimentica, gente a cui non è più sacro il Campidoglio, gloria e amore dei nostri antichi, nè i numi laziari, nè i laziari costumi. Grecheggiano! È la loro manìa. Nulla distingue più i giovani romani educati in Roma, dai giovani greci educati in Atene. E il vecchio spirito romano se ne va, cede di contro all'alito di questa genìa, la più perversa e intrattabile del mondo, la quale non ha dato, che cicaloni, spaccamonti, acchiappanuvole. VALERIO Pure, ha dato Leonida! CATONE Ti concedo Leonida. Ma abbiam mestieri di andare per fuoco da loro, noi che ci abbiamo il tempio di Vesta? Leonida! Leonida! Io ti oppongo Quinzio Cedicio, tribuno militare nella prima guerra punica, che salvò l'esercito romano, tratto in agguato, in una stretta di Sicilia. Toccava alle nostre armi la sorte di Caudio, e con peggiore vergogna, poichè, gl'inimici stavolta erano cartaginesi. Che fa Cedicio? Piglia con sè pochi animosi, si tira addosso tutto l'impeto dei nemici, cade crivellato di ferite sopra un monte di cadaveri; intanto, l'esercito romano sfila e si salva. Ora, io lo dimando a te; che cosa ha fatto Leonida, più di Cedicio? Rispondi! PLAUTO (piano a Valerio) Io non lo so; ma so quello che hai fatto tu;.... una sciocchezza! CATONE Che cosa borbotti anche tu? Tu che vai sempre a cercarmi in Grecia gli argomenti delle tue commedie? PLAUTO (da sè) La burrasca si volge su me! (a Catone) Dei buoni! Ma i poeti, nelle commedie, fanno tutti così. Spacciano i fatti loro come avvenuti ad Atene, acciò la favola paia più facile a mandar giù.... Piace il greco? Diamo alla commedia il sapor greco; ma sia romano l'amaro; questo è l'essenziale. Tu sai quel che dicono gl'intendenti di me; che mi son gittato il pallio greco addosso, ma alla scapestrata, così che di sotto mi scappa d'ogni parte la toga. CATONE Ed è più degna portatura, la toga! Ah, giuro a Saturno, e ad Opi, vecchi dèi paesani; o ci casco sotto, o sradico fin le ultime barbe di questi cialtroni da Roma. SCENA IV. LICINIA, FULVIA _e Detti_. (Licinia e Fulvia sono vestite come nell'Atto primo, ma senza il ricinio in capo.) LICINIA (a Valerio, che è andato incontro alle donne, fino alla fauce) Che è ciò? In collera forse? Abbiamo udito a gridare.... CATONE Ah, siete qua, voi, maestre di greco? LICINIA Di greco? e chi lo sa, il greco? CATONE Eh, non lo si sa? ragione di più per cincischiarlo. È la lingua alla moda; che importa non saperla? ci si prova ugualmente e si fa quanto basta per disimparare la propria. E non è solo la lingua che si perde; è il costume che si corrompe; è la fibra romana che s'infiacchisce. O padre Quirino! Ancora non sono i cent'anni da che Pirro minacciava di abbattere la giovine potenza romana; son forse venti, che, dopo la strage di Canne, Maertale consigliava d'incalzare alle porte di Roma; Cartagine è in piedi; Annibale è vivo ancora e fremente vendetta; e già i romani credono di potere impunemente gittar fra le ciarpe gli austeri costumi che furono la loro difesa, e diedero loro la padronanza d'Italia! PLAUTO Marco, non sei tu troppo severo con essi? CATONE Non sono severo. Amo ciò che facevano i nostri padri; vorrei che i figli fossero di quella tempra su cui si fiaccarono i ferri di tante nazioni congiurate ai danni di Roma. Si traligna, te lo dico io, si traligna. Ami le citazioni greche? Eccotene una. Noi siamo infemminiti; non sapremmo più tendere l'arco di Ulisse; i nervi intorpidiscono nel braccio. Ah, i nostri padri non conoscevano mica tante delicature, e non erano meno felici per questo! Una casa comoda, senza sfoggio di marmi, di arredi e di vasellame d'argento; il rame luccicava alla parete e la sobrietà negli occhi; servi erano quanti bastavano a lavorare la terra, non già per accudire agli svariati uffizi di portinaio, cameriere, valletto, arricciator di capegli, coppiere, scalco, cantiniere, cuoco, sguattero e va dicendo. Allora i padroni faticavano in compagnia dei servi, davano loro l'esempio de' gravi travagli e de' pasti frugali, sotto il pergolato domestico. Io mi glorio di queste mani, che hanno seminato esse il mio grano e potato le mie viti; me ne glorio assai più che di vederle impugnare questo bastoncello d'avorio. Austere erano le nostre madri, perchè traevano la vita nel loro santuario, preparando il pasto, intendendo alla nettezza della casa, o torcendo il fuso, mentre venian ragionando d'antiche storie e di fortissimi esempi alla famiglia raunata. I giovani, allora, succinti, abbronzati dal sole, crescevano saldi alla fatica, destri ai giuochi del Marte sabino, non già alle amorose follie del Marte greco. Anch'essi concedevano un'ora alla gioia, si sollazzavano anch'essi, ma di gaie favole campestri, piene di sale paesano, che davano il riso facile e largo. PLAUTO Riso che tu hai dimenticato stamane, tornando da Tuscolo. CATONE Ah, gli è vero, Tito Maccio, e tu mi riprendi a ragione di questa mia sfuriata. Ma se mi fanno uscire ad ogni tratto dai gangheri! Basta, siam gravi e pacati; non è egli vero, Erennio? Qui non bisogna avvilire la dignità dell'ufficio. ERENNIO Quando il Console tuona contro i molli costumi, egli è sempre nella dignità dell'ufficio. CATONE Ah, ah! Bravo, Erennio! Tu almeno non citi dal greco. Andiamo, via; l'ora è tarda, e questa benedetta dignità dell'uffizio ci chiama al campo di Marte. LICINIA Sei giunto pur dianzi!... CATONE Ci ho le mie legioni da passare in rassegna. Cara mia, a giorni si parte. Sarei già in viaggio per questa impresa di Spagna, se Marco Fundanio non m'avesse gittato quella sua proposta tra' piedi. Cassare la legge Oppia! Una legge che, se non la ci fosse, bisognerebbe proporla! O dove è andato a pigliar l'imbeccata, quel ragazzaccio di Fundanio? Già si capisce; me lo avran sobillato le belle patrizie! Queste poppatole non pensano ad altro che a lisciarsi, a razzimarsi, a coprirsi d'oro e di porpora, come di gualdrappe e sonagli si cuoprono i cavalli alla fiera.... Mettimele in qualche commedia, Tito Maccio, e ci faremo un po' di buon sangue. LICINIA Marito mio.... poichè ti vedo di buon umore. CATONE Anzi buonissimo. Di' su! Non ti amo io sempre anche quando alzo un pochino la voce? LICINIA Epperò ardisco parlare. Tu l'hai col tribuno Fundanio. Ma che c'è egli di male, se le donne chiedono di potersi ornare un tal poco, per piacer meglio ai mariti? PLAUTO (da sè) Ai mariti! ben detto! CATONE Che c'è? Che c'è? che siete sciocche e sguaiate. Ohè, dico, non mi mettete la casa a soqquadro! Poc'anzi il servo che pizzica di greco; adesso la ribellione alle leggi. Ah, volete lo sfarzo! Vi darò tutto io! Avrete porpora ed oro a staia, ancelle, staffieri e donzelli e carrozze da scarrozzare! All'uscio non picchieranno che visitatori a modo! il ricamatore, l'orefice, il lanaiuolo; trecconi, merciai di frange d'oro, di tuniche, di camicette; tintori, vuoi in color di fiamma, vuoi di violetto, o di cera; sartori d'abiti, colle maniche alla foggia asiatica; rigattieri, tessitori, profumieri, e più sorte di calzolai, che vi calzino, ora alla greca ed ora alla romana. Ve li darò io, i fronzoli; ve lo darò io lo sfoggio, da piacer meglio ai mariti. Vedrete che larghezza di console! Roma è guasta; bisogna correggerla, risanarla col ferro e col fuoco, incominciando di qua. Che te ne sembra, Valerio? Saremo noi così sori, da lasciarci soverchiare dalla ambizione e dalla follia delle donne? Suvvia, che pensi? VALERIO Ah, io?... Penso che le donne son pure inesplicabili, coi loro capricci. (Fulvia, che fino ad ora è stata arcigna con Valerio, si muove per andarsene, verso la fauce) CATONE E bisogna frenarle!... Dove vai tu? (a Fulvia) Fèrmati, e fa tuo pro' dei consigli! Oh, vedete qua, che cosa mi tocca di udire in casa mia? contro il diritto e la maestà maritale? Da brave, bandite il vecchio costume e mettetevi le leggi sotto i piedi! Oramai, non vi mancherà più che di ber vino e di costituirvi in repubblica di Amazzoni. ERENNIO (da sè, in disparte) La donna che berrà vino, sia flagellata dal marito e poi ripudiata. È legge di Romolo. CATONE Andiamo via, se no, perdo il mio buon umore e Plauto mi riprenderà di bel nuovo. Venite? (a Plauto e a Valerio) Erennio, precedimi e raduna gli altri littori. Piglierete i fasci colle scuri, poichè si va fuor del Pomerio, al campo di Marte. (Erennio esce) A voi altre il buon dì, e non mi preparate altre molestie; intendiamoci! (Catone esce. Valerio si accosta a Fulvia, che non lo degna pur d'uno sguardo; indi, inchinatosi a Licinia, si allontana, in atto disperato) PLAUTO (accompagnandosi a Valerio) Amico mio, quest'oggi, non fai che sciocchezze. Da prima citi Leonida al fratello; adesso dài della capricciosa alla sorella. VALERIO Ah! darei del capo ne' muri. PLAUTO Senti, fa meglio ancora; dà un giro in piazza; lascia il Console pe' fatti suoi e torna qua, ad implorare il tuo perdono. (Plauto e Valerio escono) SCENA V. FULVIA e LICINIA, _sole_. FULVIA Finalmente, sono andati. Ah! non ne potevo già più. LICINIA Hai udito tuo fratello, che tantafera? FULVIA Ho udito Valerio che gli teneva bordone, io! Tutto a modo suo, che pare il suo eco! LICINIA Confessa, per altro, che sei stata troppo in contegno con lui. Poverino! Egli soffriva, come se fosse alla tortura. FULVIA Ti pare? Ne godo; soffra un pochino anche lui. Oh, io non amo gli uomini così umili ed obbedienti... LICINIA Cogli altri uomini? FULVIA Ci s'intende. Ed egli imparerà a volersi mettere sulle pedate di mio fratello, a chinar la testa, come se parlasse un oracolo, a dirgli così sia, in tutto e per tutto. Dimmi, cognata; come ti è parso che se ne andasse? LICINIA Colle mani ne' capegli. Non vorrei che se li strappasse, povero giovinotto! FULVIA Oh, imparerà, imparerà a disprezzare le donne! Lascia che strappi! LICINIA Purchè non pigli i tuoi rigori sul sodo e non si allontani per sempre! FULVIA Mi spaventi, cognata! Credi che davvero non tornerà? Oh, se non tornasse, se non tornasse subito, sento che l'odierei. LICINIA Ih, che furia! Non avrai da odiare; il tuo scongiuro fa effetto. Hanno aperto l'uscio di casa. Mi par lui, nell'androne. FULVIA Sì, è lui. Che cosa viene a fare? Io me ne vado. LICINIA Eh via, fanciullona! Andrò io e farete la pace. Questo qua non è così intrattabile come il Console. (esce dalla fauce) FULVIA Te ne vai? Ah, eccolo sotto l'atrio! (siede in fretta e piglia un pezzo di stoffa, per mettersi a cucire) SCENA VI. FULVIA e VALERIO VALERIO (avanzandosi peritoso verso di lei) Fulvia! FULVIA (alzando gli occhi in atto di meraviglia) Sei tu? Hai dimenticato qualche cosa? VALERIO Oh, nulla. (si aggira irresoluto qua là; indi si accosta alla scranna di lei) Lavori? FULVIA Lo vedi. VALERIO (accennando il drappo che ella ha sulle ginocchia) Che è ciò? FULVIA Lana. VALERIO Che risposta! FULVIA E qual altra, se è lana? Non hai tu occhi? VALERIO Ah, così non li avessi.... (Fulvia alza le spalle in atto d'impazienza) che non sarei venuto in tanta pena! FULVIA Ti senti male! Chiamo Licinia, che è dotta di farmachi.... (in atto di smettere il lavoro) VALERIO No, gli è inutile; Licinia non ha farmachi per me. FULVIA E tu va da un medico. VALERIO Non valgono i medici, per questo mio male! FULVIA Un male insanabile, adunque? VALERIO Ben dici, insanabile! (accosta uno scanno davanti alla tavola, e fa per sedersi) FULVIA Fatti più in là; mi togli la luce. VALERIO Ma, la vien di lassù, la luce, e non da questa parte. FULVIA Io non la penso così. VALERIO E sia; eccoti servita! (ritira lo scanno dall'altro lato della tavola: ripiglia il codice di Plauto, e leggicchia a caso) «Il rimproverare un amico, quando ei se lo meriti, per qualche suo mancamento, è cosa increscevole, ma utile assai, nella vita». Hai tu a riprendermi d'alcuna cosa? Dimmi, te ne prego. FULVIA Parli con me? Credevo che tu leggessi. VALERIO Sì, ho letto una massima di Plauto. Non ti par giusta? FULVIA Chi ha da pentirsi di qualche suo mancamento, può giudicarne. Io non so nulla. VALERIO Ah! Fulvia!... Se tu me lo consenti.... vorrei dire una cosa. FULVIA E tu dilla. VALERIO Ma temo che tu vada in collera.... FULVIA E tu non la dire. VALERIO Infine.... la gente dice.... FULVIA Che cosa dice la gente? VALERIO Che io.... ti amo. FULVIA Ah, dice, questo? Ma tu avrai risposto.... VALERIO Che è vero. FULVIA Cortese bugia! Ma io non ne avevo bisogno, perchè non m'importa nulla.... di quanto dice la gente. VALERIO Bugia! E perchè? FULVIA Perchè io sono una donna, e le donne, tu non le ami, le stimi soltanto per quel poco che valgono; stare in casa, filare, tessere e distribuire il còmpito alle fantesche. VALERIO Io? FULVIA E dici che bisogna tenerle a freno, rintuzzarne l'orgoglio.... VALERIO Io? FULVIA E le chiami superbamente: questo sesso arrogante.... questo indomito animale.... VALERIO Io, Fulvia? Ma io non ho detto ciò? FULVIA Fundanio t'ha udito. VALERIO Fundanio!... il tribuno? FULVIA Lui, sì, lui! Non sei tu del resto contrario alla sua proposta? VALERIO Ma non ne viene di conseguenza che io abbia detto queste parole. Ah! Marco Fundanio avrà da fare con me! FULVIA Sì, bravo! un litigio tra voi! Vi sgozzerete nel Foro.... VALERIO Al Campidoglio, nel tempio di Giove, dovunque lo troverò, dovrà rendermi conto.... FULVIA Di ciò che non potresti negare. Fundanio avrà male udito; a me non fa mestieri la testimonianza di Fundanio. Io t'ho udito, e basta. Ah, noi siamo inesplicabili, coi nostri capricci? Siam capricciose, adunque? Siam pazze? VALERIO Non ho inteso dir ciò. Non sapevo spiegare a me stesso i tuoi inaspettati rigori. Te ne chiedo perdono. FULVIA Gli è comodo assai! Ma, se tale non era l'animo tuo, chè non hai risposto al Console? VALERIO A tuo fratello? Al grande Catone? FULVIA Ah, in fede mia, bella scelta ha fatto la plebe romana! Un tribuno, che ha paura di dire il fatto suo ad un Console! VALERIO Che parli tu di paura? Di' rispetto, amore, venerazione, per quel nobile uomo, le cui virtù io mi propongo ad esemplare in ogni atto della mia vita. FULVIA Orbene, imitalo e non se ne parli più. VALERIO (dopo una breve pausa) Non adirarti, Fulvia. Che debbo io fare per.... FULVIA Lasciare in pace questi aghi.... e questa matassa, che mi si arruffa. VALERIO Ti aiuto a dipanarla? FULVIA No. Il tuo esemplare potrebbe coglierti sul fatto e trovarti bene infemminito, o forte romano! Dove andrebbero gli austeri costumi, che debbono essere la forza e il presidio di Roma? VALERIO (passeggia a passi concitati per la sala; indi si accosta da capo) Che cosa fai? FULVIA Me l'hai già chiesto una volta. VALERIO E tu non m'hai risposto. FULVIA Segno che non credevo necessario di dirtelo. VALERIO È lunga assai; mi pareva una veste nuziale. FULVIA E so lo fosse? Che cos'ha da importartene, a te?... VALERIO Ah, gli è che ho fatto un sogno.... ad occhi aperti. Avevo chiesto una fanciulla in isposa.... bella, oh, bella, come.... FULVIA Lascia i paragoni. VALERIO Sì, perchè nessuna cosa al mondo può paragonarsi a lei. Il capo di casa me l'aveva concessa, ed ella portava il mio anello di ferro, emblema della nostra fede, là, nel quarto dito della mano manca, dove ci hai la vena che corrisponde al cuore. FULVIA Che c'entro io? VALERIO Ah, dicevo così per dire. Tu eri.... cioè, ella era la mia _sperata_. Poco dopo, con gran cortèo di congiunti, di amici, e di pronubi, andavamo al Pontefice massimo, per la cerimonia nuziale. Era bella, nella sua lunga veste di candida lana, colla cintura stretta alla vita dal nodo d'Ercole, colla sua corona di fiori e verbene sul capo, ravvolta nel flammèo, meno splendido delle sue guance, suffuse del colore della modestia.... come le tue in questo punto. Ed ella veniva a casa mia, toccava l'acqua e il fuoco, preparati sul mio limitare; nè io diventavo il suo signore, ma essa la signora mia, per tutta la vita. E fui felice allora..... e lo ero ancora stamane, pensando che avrei chiesta la mano di quella donna a suo fratello.... FULVIA Ah, non ha più padre? VALERIO No, ella è sotto la potestà d'un suo fratello maggiore. FULVIA E non l'hai chiesta? VALERIO No, perchè ella non m'ama.... ed io perderò la ragione. FULVIA (alzandosi da sedere) Sarebbe un gran male! Una mente così salda, formata a così buona scuola, ornata di così savie massime!.... Non potresti più fare il tuo discorso per la legge Oppia, tuonare anche tu dai rostri, contro la vanità di questo sesso arrogante.... di questo indomito animale. VALERIO Ah, non temere! Tacerò, lo giuro al tuo genio tutelare, tacerò! FULVIA (con accento ironico, passeggiando lungo la scena) Ma parlerà il Console per noi, e giungeremo egualmente ai nostri fini. VALERIO Ma che debbo io fare? Mettermi contro di lui? FULVIA (fermandosi con piglio risoluto davanti a Valerio) Se veramente ami la donna di cui sognavi, gli è il meno che tu possa fare per lei. Ti dicono eloquente, l'unico in Roma che possa contendere al Console la palma del Foro. Perchè starti addietro, quando puoi procedere a pari? Farti eco umilissimo altrui, quando puoi dir cose nuove e ben tue? Ah, siete, stolti, voi, colla vostra manìa di metter freni da per tutto, di far camminare il mondo a ritroso, di tener noi sotto un'eterna tutela! Non ci fate villanìa di parole; ma i fatti, i fatti vostri, ci offendono. Roma, Roma, voi dite! Anch'io l'amo, ma non di questo cieco amore, che soffoca i suoi cari, e, a tutto volendo provvedere, diventa una nuova maniera di supplizio. Nulla di troppo, o censori! La corda troppo tesa si spezza. Anch'io m'attenterò di tuonar le mie massime. Una repubblica che non può reggersi, se non facendo violenza a tutti gli istinti di natura, non è degna di vivere. Sparta è caduta sotto il suo medesimo peso. Vada anche Roma, se ha da essere quale la vorreste voi, indietreggiando cent'anni, e così vadano tutti gli Stati, dove è pregio di cittadini la ruvidità, virtù la ferocia, e le catene simbolo dell'unità e della forza. VALERIO Hai ragione; che dirti? hai ragione. Ma andar contro a lui?... Sarebbe un tradimento. Impossibile! impossibile! E come ardirei io guardarlo in faccia? come rimetter piede in questa casa? Via, Fulvia, mia diletta Fulvia, che te ne giova, a te, di questi vani ornamenti?... Non sei tu bellissima tra le belle? Te ne supplico, non mi mettere a contrasto col console; io non sono da tanto. FULVIA Ah, tu vuoi l'amor facile? Il mio è a prezzo d'un sacrifizio. Guadagnalo. VALERIO Fulvia, te ne scongiuro.... FULVIA Non una parola di più! VALERIO Dimmi, almeno.... Mi ami tu? FULVIA (dopo essere rimasta alquanto perplessa) No! (si libera da lui, e fugge per la fauce) VALERIO Ah! fermati, Fulvia!... Partita! Che farò io? Austerità romana, tu corri oggi un gran risico! (si allontana precipitoso) FINE DELL'ATTO SECONDO IL PROLOGO A sipario calato, si avanza sul proscenio il Còrago. Egli porta una lunga sottana, di colore amaranto, che giunge fino a' piedi, con un paio di lunghissime e larghe maniche, le quali coprono l'intero braccio, fino ai polsi. Ha in mano una verga nera. Signori, io sono il Còrago.... non vi spaventi il vocabolo!... sono colui che nei teatri romani forniva le decorazioni, i vestiti, le macchine e tutti gli apparati scenici, raccogliendo in sè i moderni uffici di vestiarista, attrezzista e trovarobe. Non son nuovo alle chiacchiere in pubblico; i comici antichi mi usarono spesso la cortesia di farmi venire sul proscenio, per chiarire l'intreccio e dire tutte quelle cose che all'autore mettesse conto di far sapere alla gente. E questa cicalata era il Prologo. Il Prologo dopo il second'atto! E perchè no? Plauto l'ha messo qualche volta dopo il terzo, facendogli anche tener le veci di quarto, per riempire una tela, che gli riuscìa troppo smilza. Al quale proposito, l'autore m'incarica di dirvi che, s'egli non è andato oltre i tre atti, così fece per guadagnarsi la vostra benevolenza. Si ascoltano più volentieri i supplicanti che parlano meno. D'altra parte, i cinque atti non sono di regola fissa; l'essenziale è di vedere, in ogni azione drammatica, la pròtasi, che espone, l'epìtasi, che rannoda, e la catastrofe, che scioglie l'intreccio. La sua commedia è in prosa, sebbene di tempi che oramai non si sa più scompagnare da un certo chè di poetico. Ma i latini avevano per la commedia un verso fatto a posta, che arieggiava la prosa; tanto che Cicerone istesso, orecchiante de' primi, non sapeva distinguerlo da questa. De' versi italiani, il martelliano sarebbe piaciuto all'autore; senonchè, gli parve troppo sdolcinato per una commedia di toga ciò che si attaglia ad una commedia di gala e di cipria. L'endecasillabo è troppo nobile; o dà un tuffo nel grave, o piglia un volo nel lirico; ad ogni modo, mirabilmente adatto alle cose patetiche, non riesce mai in commedia così spezzato, da dissimular la cadenza e il suo bazzicare co' tragici. La prosa è più spicciativa; e poi a sudar versi che sembrino prosa, che sugo? Nè vi paiano troppo volgari i personaggi storici ch'egli ha posti in iscena. E' ci sono, per necessità del soggetto; ci sono, colla lor faccia di gente viva, non già colla pàtina che il tempo imprime sui bronzi antichi e sulle antiche pitture. Per venire alle corte, la festività un tantino plebea di Maccio Plauto ci è mostra dalle sue commedie e da quel poco che si conosce de' fatti suoi; per farci riviver Catone, le sue virtù e i suoi difetti, l'uomo intiero, visibile da tutti i lati, abbiamo i suoi libri, i detti memorabili e le testimonianze di gravissimi istorici. Il rigido moralista, simpatico ai posteri perfino nelle sue sfuriate, fu molto ascoltato a' suoi tempi, ma poco obbedito. Fu un bene od un male? Non è da disputarne qui; solo e' mi pare di poter dire che il valent'uomo esagerava alquanto la tesi. Progresso ce n'era prima di lui; doveva essercene con lui e dopo di lui. Egli è un uomo per molti rispetti esemplare, ma, quanto a novità, non sa sceverare il bene dal male. Egli stesso, che, giovine ancora, erasi nutrito di greca filosofia, egli stesso che avea condotto e fatto conoscere a Roma quel grande Ennio, con cui s'inizia, per le lettere latine, l'imitazione de' greci, non vuol vedere che nella civiltà greca è l'antidoto pe' suoi stessi veleni; odia il greco Epicuro, che snerva la fiera indole sabina, nè pensa al greco Zenone, le cui dottrine, sotto l'Impero, rialzeranno i caratteri inviliti, e se, pur troppo non potranno più dar norma al vivere, insegneranno almeno a morire. Ma basta; se no, volgo alla predica. Lascio l'autore colle sue fisime, e aggiungo invece una parolina per me. Avrete notato la stretta osservanza dei tempi e costumi romani, nelle decorazioni, nel vestiario e in tutto l'altro che io ci ho messo del mio, perchè la commedia riuscisse proprio togata. Se più non si è fatto, non ne incolpate noi, ma le condizioni del Teatro italiano. Se Catone, verbigrazia, vi comparisse in un azione mimica, per distribuire il premio di virtù ad un centinaio di ballerine, e' ci avrebbe i suoi dodici littori, come la verità storica richiede, i quali anzi eseguirebbero un passo di mezzo carattere, coi fasci e le scuri. E le donne non verrebbero fuori per l'abolizione della legge Oppia che in numero d'ottanta, o novanta, senza contar le comparse. Ma non siamo nel caso, e la diversa fortuna del dramma e della pantomima era già notata ai tempi d'Orazio. Il male c'è; consoliamoci pensando che dura da diciotto secoli, e che durerà forse.... altri diciotto. ATTO TERZO La scena rappresenta un ampio colonnato d'ordine etrusco, sul Campidoglio, colla veduta di Roma nel fondo. Fuori del portico si vedono magistrati, apparitori e cittadini, che vanno e vengono. È giorno comiziale, e molto popolo si accalca lassù.--Di dentro è Erennio littore, che passeggia lentamente col suo fascio sulla spalla. Poco stante entra Catone dall'intercolonnio, colla toga a sghembo, di cui tenta ravviare i lembi sugli òmeri.--Erennio lo saluta, abbassando il fascio infino a terra. SCENA PRIMA CATONE _e_ ERENNIO CATONE Ma si può dar di peggio? Vedete come mi hanno stazzonato quelle Megère. E mancò poco non mi facessero a brandelli la toga! ERENNIO (avvicinandosi) Che hai, prestantissimo Console? La repubblica avrebbe ricevuto in te alcun detrimento? CATONE Smetti le frasi e dammi una mano. Così! Queste maledette donne che corrono le vie di Roma a guisa di cavalli sfrenati! Ma che siamo ai baccanali di Grecia? A vederle, come si dànno moto di qua e di là, e questo affrontano, e quell'altro tirano pel lembo della toga, dimandandogli il suo voto contro la legge! Vergogna! Io, io, ho dovuto arrossire per esse. E a mala pena m'hanno veduto a sboccare sul Foro.... È lui; sì, no; ci ha i capei rossi; è lui, sì, è lui, il Console! E in quattro salti mi son capitate ai fianchi, come una muta di cani, sguinzagliati addosso al cignale. Che te ne pare, Erennio? Non arrossisci anche tu? ERENNIO Perchè non hai voluto che ti accompagnassimo? Le verghe dei littori son di betulla; ma.... CATONE Ma tu se' un bietolone; sia detto con tua buona pace. Che cosa potevano fare le verghe, anco di dodici littori, contro quella turba di furie, scaturite d'inferno? ERENNIO Oh, questo, poi!... Tu non potevi, per la dignità del laticlavio, aprirti la via colle mani.... Ma era dell'ufficio mio il menar legnate da orbi. Se c'ero io, se c'ero, le accomodavo secondo la legge. CATONE Vedi dunque di far buona guardia costì, mentre io salgo al Tabularlo. Vorrei esser lasciato una mezz'ora tranquillo. ERENNIO Lascia fare; ho la consegna. (fa il gesto di menare a tondo il suo fascio) CATONE (avviandosi) Ah! giornataccia! giornataccia! Se le donne son matte, saranno savi gli uomini? (esce a sinistra) SCENA II. ERENNIO _solo, indi_ MIRRINA, BIRRIA, MATERINA _e uno stuolo di Donne_. ERENNIO Ah! per Roma quadrata! Vengono proprio a questa volta. Vigiliamo l'ingresso. (si pianta dinanzi alla porta per cui è entrato Catone) MIRRINA (affacciandosi all'intercolonnio, seguita dallo compagne) È entrato per di qua. Donne, seguiamolo! BIRRIA (a Mirrina) Purchè non sia per fargli il bocchìno! MIRRINA Tira via, sciocco! ERENNIO Olà! che cos'è questo chiasso? Fatevi indietro! MIRRINA (avvicinandosi sempre più, insieme colla folla) Con che diritto? È luogo pubblico. Il Campidoglio appartiene a tutti i romani. ERENNIO Ecco, dirò. Non c'è nessun testo di legge che lo stabilisca. Il Campidoglio è fatto per gli Dei protettori di Roma e pel popolo radunato in giusti comizii, non già per la moltitudine tumultante. Capite? tu....mul....tuan....te! Chi tenta tumulto e sedizione in città, sia punito di morte. BIRRIA Va là, burlone! Queste donne hanno a parlare di cose più gravi col Console. ERENNIO (squadrando la sua tunica di schiavo) E se il tumultuante è di condizione servile, sia battuto con verghe e precipitato dal sasso Tarpeo. BIRRIA Alla larga! MIRRINA Che sasso? Che Tarpeo! Vogliamo andare dal Console. ERENNIO Ah! ricalcitrate? Vi parlerò da pubblico uffiziale. «Se vi pare, allontanatevi, o Quiriti!» (con gravità) MIRRINA E se non ci paresse? ERENNIO Ecco; il «se vi pare» è una locuzione, una formola, introdotta pel rispetto dovuto alla maestà del popolo romano. Così fu stabilito _ab antiquo_. Ma non ve fidate, perchè se non vi allontanaste colle buone.... MIRRINA (andandogli incontro con gesto petulante) Che cosa faresti? ERENNIO Ehi, dico, giù quelle mani! Farei rispettare la legge. La legge è dura, ma è legge. MATERINA A me! a me! (facendosi strada in mezzo alla calca) Che leggi vai tu sfringuellando? Vuoi, o non vuoi tirarti da banda? ERENNIO (con atto di stupore) Oh!... Materina!... MATERINA Sicuro... sua moglie, o Quiriti, e vedremo se non lascierà passare sua moglie. ERENNIO Che fai tu qui? Va a casa e medita le Dodici Tavole. Autorità di vita e di morte sulla moglie, è data al marito. Il testo parla chiaro. MATERINA Tirati in là colle tue dodici.... Favole! Io l'ho tutte in un calcetto. Figuratevi, Quiriti! Ei non fa che rompermi il capo colle sue leggi. Ma le faremo e le disfaremo noi, le tue leggi! Si comanda noi, oggi, e, se piace a Dio, si comanderà per un pezzo. ERENNIO Materina, dico! Non mi fate pasticci! Avreste bevuto vino, stamane? Sarà bastone e divorzio. MATERINA Bastone a me? Tu hai già sentito qualche volta di quante foglie sieno i miei garofani. BIRRIA (sottovoce a Mirrina) Com'io i tuoi, Mirrina! MATERINA Ripudiarmi, poi! Ah, lo volesse Giunone liberatrice, ch'io le porterei un voto largo tanto! ERENNIO Oh, insomma! La pazienza è stata già troppa e forza dee rimanere alla legge. MATERINA Sì, eh? Qua una mano, voi altre! TUTTE (facendo impeto sul littore) Dal Console! dal Console! ERENNIO Indietro, olà! Ehi, dico, Quiriti, se vi pare!... (atterrato Erennio, la turba si scaglia verso la porta e sparisce) Altro che parere! questo è sentire.... (tastandosi le membra indolenzite) E il Console che dirà? Suvvia, coraggio, inseguiamole! (raccatta il fascio da terra ed esce per la porta anzidetta) SCENA III. FUNDANIO _e_ MARZIA ATINIA _fuori del colonnato_. (Marzia Atinia sarà sfoggiatameate vestita, ma diligentemente coperta dalla rica, lungo ed ampio velo nero che dal sommo del capo le scende fino ai piedi). FUNDANIO (entrando da sinistra) Ah bella! gustosa davvero! Il povero littore è andato ruzzoloni, egli e i suoi fasci. Marzia Atinia, tu qui? Sola? ATINIA (entrando con lui dalla parte opposta) Non sola; con mia madre, mia sorella Volusia ed Annia Luscina. Ci sono anche le donne di Catone, che siamo andate a prendere, per condurle qua, sotto pretesto di sciogliere un voto all'ara di Giunone. Noi salivamo appunto la gradinata del tempio, quando io t'ho veduto venire a questa volta.... FUNDANIO Dolce inseguimento, che piacerebbe anco al Console! Io tenevo dietro ad una baraonda di donnicciuole, che gli han dato la caccia fin qua. Anche la tua liberta Mirrina era del numero. ATINIA Sollevazione universale! Patrizie e plebee hanno fatto causa comune. Ma veniamo al sodo. Lo stendardo sul Gianicolo?.... FUNDANIO Venivo appunto di là. Il terrazzo è pieno di popolane, che vi fanno la guardia. Vedi? stanno inalberando il vessillo comiziale. Anche gli auspicî son tornati favorevoli.... ATINIA Lo credo. Volusia è stata inesorabile con Claudio Pulcro, come Fulvia con Lucio Valerio. FUNDANIO A proposito di Valerio, sai? Egli sta grosso con me, per quelle parole che Fulvia gli avrà riferite. È naturale. Erano la chiave di tutto l'intrigo. Tu m'hai messo in un bell'impiccio, o divina. ATINIA Te ne duole? FUNDANIO Dei buoni! Si tratta d'un ottimo collega.... d'un amico! A questo mondo si ha così poche persone che ci voglian bene! ATINIA T'aiuti di tutto, mi sembra! (ridendo) Via, non pensarci; a cosa fatta, vi metterò io in pace. FUNDANIO Eccolo! Scende dal Tabulario, con Porcio Catone. SCENA IV. CATONE, _col bastone d'avorio_, VALERIO, ERENNIO _e Detti_. CATONE Animo, dà il catenaccio anche a questa! (Erennio chiude la porta a chiave) Così! Ah, mègere d'inferno! Si sbizzariscano a lor posta, adesso; le mura sono a prova d'unghie e di strida. Ma che! donne ancora?... (vedendo Atinia nel portico) VALERIO È la moglie del pretor peregrino, la figlia del Console tuo collega. CATONE (inoltrandosi, con piglio sarcastico) Marzia Atinia, in compagnia d'un tribuno! ATINIA Tu pure ci sei, con un tribuno, mi sembra.... CATONE Ah, ma questi è il mio caro Valerio. FUNDANIO (piano ad Atinia) Chè non gli rispondi tu pure: il mio caro Fundanio? ATINIA (a Catone) Ah sì, il tuo caro Valerio, il nemico delle donne! VALERIO (confuso e sottovoce) Io?... Anche tu? ATINIA Fundanio invece è l'amico nostro, il difensore della nostra causa. CATONE Benissimo! sentiremo la sua eloquenza! FUNDANIO Mi duole di averti a trarre d'inganno, prestantissimo Console. Non sentirai nulla. Parlerà invece un altro, che in materia d'eloquenza non la cede a chi si sia. CATONE Ah! Ah!... e sarebbe?... FUNDANIO Non lo sai? CATONE No, per Apolline. FUNDANIO (a Marzia Atinia) Infatti!... lo chiama ancora il suo caro Valerio! (piano a Valerio) E tu, non gli hai detto?.... VALERIO (con piglio iracondo) Lasciami stare! CATONE (dopo essere rimasto alquanto sopra pensieri) Chiunque egli sia, vedremo il campione; udremo le salde ragioni! ATINIA E credi tu che non si trovi nella nostra causa niente di buono da dire? Saresti, in fede mia, poco grazioso con noi! CATONE No, non lo sono. Amo mia moglie e mia sorella, ma tante smancerìe le lascio.... ai tribuni delle donne. FUNDANIO (inchinandosi) Accetto il titolo, come tutto ciò che mi viene da te. CATONE (dopo avergli dato un'occhiata, tra burbera e ironica, si volge ad Erennio) Dimmi, littore; gli è tempo? ERENNIO (che sarà stato prima fuori del colonnato) No; ci vorrà un bel pezzo prima che le centurie sian tutte ai posti assegnati. I censiti durano molta fatica a traversare il Foro. Tutte le donne di Roma son fuori.... CATONE Salvo quelle che son dentro.... e ci staranno un bel tratto, a smaltire le bizze! ATINIA (a Fundanio) Vedi Valerio, com'è rannuvolato! FUNDANIO Eh, lo vedo pur troppo. ATINIA Se tentennasse!... Bisognerà provvedere. Accompagnami! (a Catone) Saluto il Console, e vo' nel tempio a pregare gl'Iddii che confondano la sua eloquenza. CATONE Sèrviti! (Marzia Atinia e Fundanio si allontanano) SCENA V. CATONE, VALERIO, ERENNIO _in disparte_. CATONE Gli Iddii faranno quel che vorranno, per utile e gloria di Roma. Tu prega a tua posta e va attorno per voti, con quel Fundanio di costa. Buon per te, che tuo padre è fuori, e tuo marito ha dato il cervello a pigione. Ma chi sarà questo oratore? Cornelio Cetego?... Un uomo consolare! Non credo. E poi, me ne avrebbe fatto un cenno ieri, quando ci siamo incontrati. Sempronio Gracco?... È amicissimo mio.... Impossibile!... Sulpizio Gallo? Quel ragazzaccio che sa tanto di greco e comincia a volerla dire co' vecchi? Lui, forse! Che ne dici, Valerio? VALERIO Perchè darti pensiero di ciò? (con aria impacciata) Chiunque egli sia, la palma dell'eloquenza sarà data a Catone! Ed egli.... il tuo avversario, di un'ora.... sarà ben dolente di aversi a misurare con te. CATONE Perchè dunque s'è messo alla prova? Ma, gliene dirò io, delle ragioni! E che cosa mi potrà egli argomentare in contrario? Tu se' buon giudice, Valerio; senti un po' qua.... VALERIO (perplesso, cercando schermirsi) Ma.... io.... CATONE Senti, via! Comincierò da noi. La colpa di questa sommossa femminile s'appartiene a noi magistrati; a voi tribuni, che avete condotto anco le donne a muovere le sedizioni tribunizie; a noi consoli, che dovremo ricever leggi da un tumulto di donne. Ed anche alle donne dirò il fatto loro! Che nuova usanza è cotesta di correr fuori e affrontare, come fate, gli altrui mariti per via? Perchè ognuna di voi non s'è volta al proprio? Sapreste per avventura esser più lusinghiere cogli estranei, che co' mariti vostri, più fuori di casa, che in casa? Senonchè, anco in casa, e coi vostri, sarebbe pessima cosa; avendo le leggi nostre saviamente disposto che le donne fossero in potestà dei padri, fratelli e mariti loro. E noi comporteremo ch'esse scendano in piazza, nei parlamenti e negli squittinii? Ponete freno, vi dico, io, come altre volte v'ho detto, ponete freno, vi ripeto ancora una volta, a questo sesso arrogante, a questi indomiti animali.... VALERIO Ah! CATONE Che è ciò? VALERIO Nulla, nulla; notavo l'energia della frase.... (da sè) Erano le parole sue! E Fundanio l'ha poste a mio carico! Oh, aspetti, aspetti! CATONE (proseguendo) Esse, già baldanzose, diventeranno audaci. Darete cinque; vorranno cinquanta. Che chiedono esse, in tanta angoscia, e con veste di supplicanti? Di sfoggiarla in porpora e oro; d'esser portate attorno in cocchio, a guisa di trionfanti; di togliere ogni misura allo spendere, ogni ritegno allo spreco! Oh! tempi mutati! Grecia ed Asia s'impadroniscono di noi, non noi di esse. Non si ha in pregio che l'arte greca e le greche delicature; i nostri Iddii romani di terra cotta fan ridere! ah, io vorrei averli sempre favorevoli a noi, questi umili Iddii, come furono in passato, contro Annibale e Pirro! Costui, per mano di Cinea, suo ambasciatore, fe' tentar con lauti presenti uomini e donne di Roma. Uomini e donne ributtaron le offerte. Ma adesso? Se Cinea tornasse, troverebbe le matrone romane in volta per le vie, colle palme tese per raccogliere.... che dico, per raccogliere? per fare a ruffa raffa coi doni stranieri. Respingete la proposta di Fundanio, o Quiriti! Troppo è già il lusso tra noi. Non fate che nascano disuguaglianze e invidie perniciose. La povera, sopraffatta dallo sfarzo della ricca matrona, chiederà nuovi ornamenti all'esausto marito. Negherà egli; ma, non dubitate, ella troverà un altro che dica: son qua. E avremo corruzione maggiore. Conservate il freno sapiente della legge Oppia, o Quiriti; che non v'accada come colle fiere selvatiche, istizzite da lunga prigionia, che, appena lasciate, più feroci diventano. E gli Dei faccian prospero ciò che sarà da voi decretato. ERENNIO (da sè in disparte) Che oratore! Se avessi potuto parlar io così a mia moglie, come l'avrei fulminata, annichilita! In quella vece!... CATONE Questo è il concetto; che te ne pare, Valerio? VALERIO Robusto.... incalzante.... CATONE E che cosa si potrebbe rispondere? dico io; che cosa? Parole, sì, ed ornate; ma ragioni, no certo. VALERIO Eh.... potrei dirtelo io, che cosa si risponderà.... debolmente... CATONE Di' pure, alla libera. E' sarà un esercizio per me. VALERIO Si comincierà da un elogio alla gravità dell'uomo ed alla sua grande autorità, che mette in pensiero chiunque abbia a trovarseli contro. E ciò sarà giusto. CATONE (con impazienza) Concedo; va innanzi! VALERIO Poi, si potrà continuare a un dipresso così:... «Ma egli, il Console, ha consumato molto più parole nel biasimar le matrone, che nello sconfortar la proposta. Ha chiamato questo fatto una sedizione di donne; una sedizione, perchè elleno han chiesto di rivocare, or che la Repubblica è prospera e forte, una legge fatta per tempi infelici e difficili? Sedizione! La parola è grave; ma io non vedo il fatto che la richieda. Son venute fuori, a impacciarsi della cosa pubblica, tu dici. Orbene, quante volte non hanno esse adoperato del pari? Volgerò contro te le storie mirabili che tu hai scritto, o Catone. Impara da esse quante volte siano le donne uscite fuori, e sempre per benefizio pubblico». E qui ti si citano le spose sabine, che fecero posare la guerra tra padri e mariti; le matrone, condotte da Veturia al campo di Coriolano; le donne d'ogni condizione, che diedero tutti i loro ornamenti per riscattar la città dal furore dei Galli; le vedove che sovvennero del loro danaro l'erario, nella guerra coi Cartaginesi; la processione femminile, da Roma al mare, per ricevere il simulacro di Cibele, venuto di Frigia in aiuto e difesa di Roma. «E se non ti maravigliasti tu ch'elle uscissero tante volte per benefizio pubblico, perchè troverai a ridire se una volta escono per utile proprio. Che fanno di così reo? Vengono e pregano. Ah, in fede mia, orecchie superbe ci abbiamo, che, mentre i padroni ascoltano i lagni de' lor schiavi, noi sdegniamo esser pregati da libere e nobili donne». (segni di stupore in Catone. Nel fondo, dietro il colonnato, saranno apparse Fulvia ed Annia Luscina, e Plauto, che stanno intenti ad udire) «Vana è la difesa del Console, quando egli tocca del merito della legge. Son forse le leggi così provvidamente ordinate, che più non s'abbia a mutarle? E non ve n'ha di tali, che il tempo ha reso inutili, o contrarie allo scopo? Questa legge non è delle prime e sacrosante di Romolo; nemmanco delle Dodici Tavole. È nuova, e fu fatta quando Roma, per la rotta di Canne, era minacciata dell'ultimo eccidio. I socii ribellati; non uomini per l'esercito; non ciurme alle navi; non denaro all'erario. La repubblica, per far soldati e marinai, comperava gli schiavi dai loro padroni, con promessa di pagarli a guerra finita. Tutti davano il proprio, dall'opulento senatore alla vedovella meschina. E già allora questa tua legge Oppia si mostrò vana cosa; imperocchè, dov'erano più le donne ornate d'oro e di porpora, quando tutti, uomini e donne senza eccezione, e per spontaneo moto e per legge, s'erano d'ogni cosa spogliati? E più vana apparisce ora; nè solamente vana, ma iniqua; imperocchè la repubblica è forte e noi non le diamo già più straordinario tributo di danaro, o di schiavi. E se tu, fiorendo la repubblica, custodisci gelosamente il tuo, perchè solo le donne vorresti tu escluse dal benefizio dei tempi?» CATONE (con stupore sempre crescente) Valerio! VALERIO «Finisco. Noi uomini useremo porpora e toga intessuta a colori; toghe ricamate porteranno i nostri figliuoli; porpora ed oro i magistrati delle colonie e dei municipii; nella porpora si concederà alle famiglie di bruciare i lor morti; solo alle donne romane niente sarà consentito? Vedranno coperte d'oro e di porpora, trascorrere in cocchio, le mogli dei sudditi ed alleati latini; noi stessi risplendere di mille ornamenti nelle magistrature, nei trionfi, ne' sacerdozii; e con ciò, pensi tu, non vi sarà emulazione, nè invidia? No, tu non stabilisci che una nuova classe di schiavi; laddove noi vogliamo che la donna rifulga liberamente di tutte quelle grazie, che la fanno per noi il più caro dono de' cieli. E se tu nieghi loro gli attributi del loro sesso; che non concedi loro per contro gli uffici del nostro? che non le armi, non le spartisci in legioni e non le conduci in Ispagna con te?...» CATONE (fuori di sè per lo stupore e lo sdegno) Valerio! Pensi tu quel che dici? ERENNIO (da sè) Bene! Ora il console me lo fulmina, me lo annichilisce! VALERIO (perplesso) Io?... Penso che in tal guisa ti si potrebbe rispondere. Ah! (vedendo Fulvia che gli accenna di farsi animo) Infine, sì; penso tutto quello che ho detto. ERENNIO (vedendo anch'egli le donne) Ahi! Non son tutte chiuse nel Tabulario, le streghe! VALERIO Sì, sappilo; io t'amo, ti venero, o Marco; nè tu potresti avere fratello minore, o figliuolo, che ti rispettasse di più. Ma io, vedi, non son più padrone di me. CATONE (con accento d'ira profonda) Anche te hanno ammaliato le donne? VALERIO Ah no; di' piuttosto che una di esse m'ha richiamato al mio debito di giustizia, una sola che adoro.... e adorando lei, non vengo meno alla mia divozione per te. CATONE Mia sorella! VALERIO Lo sapevi? CATONE Sì, e godevo dell'amor tuo; ma ora.... VALERIO Ora? ERENNIO (da sè) Non è più come allora. CATONE (con piglio risoluto) Dimmi su; parlerai contro la legge? VALERIO Tu metti a prezzo.... CATONE Rispondi! parlerai? VALERIO Ah, la è dura!... Io.... (attignendo coraggio dalle mute eccitazioni di Fulvia) Or bene, sì, parlerò, dovesse costarmi la vita! CATONE Ah, per gli Dei infernali, non riconosco più Roma. Littore, precedimi. (le donne, al muoversi di Catone, si appiattano dietro il colonnato) ERENNIO (precedendo il Console) Sconfitto anche il Console! In fondo, ci ho gusto. Non sarò il solo. (ad alta voce, sulla gradinata) Quiriti, il Console! (si odono squilli di tromba da varii punti del Foro) CATONE (tornando indietro) E bada, che non t'uscisse di mente! Mia sorella non sarà tua, fino a tanto la tua eloquenza, insieme colla legge Oppia, non avrà anche distrutta l'autorità del capo di casa. (parte furibondo) SCENA VI. FULVIA, ANNIA LUSCINA, PLAUTO _e_ VALERIO _indi_ CLAUDIA, LICINIA, MARZIA ATINIA _e_ VOLUSIA. (Le donne tutte appariranno chiuse dal capo alle piante nella rica, come Marzia Atinia, essendo di sotto sfarzosamente vestite. Fulvia sola conserva la sua veste degli Atti antecedenti, e porta in capo il ricinio. Del rimanente, le vesti, gli ornamenti e le acconciature delle donne saranno, salvo la varietà dei colori, e di qualche accessorio, simiglianti al vestiario indossato da Mirrina nell'ultima scena dell'Atto primo). FULVIA (inoltrandosi amorosa verso Valerio) Valerio! VALERIO (mestamente) Hai udito? FULVIA Ah! io non sarò che tua, sempre tua! ANNIA (facendosi incontro a Valerio) Che eloquenza, tribuno! Consenti che io ti rapisca agli occhi innamorati di Fulvia, per congratularmi con te. Il nostro sesso non ha mai avuto un più valente campione. PLAUTO (intromettendosi) Sì, ma ci ha troppo fuoco. Tempera, amico mio! tempera! Il Console parlerò fieramente; metterà fiamme dal labbro. Tu, sii grave e pacato; riposerai l'uditorio, entrerai nelle grazie dei vecchi, che amano d'esser trattati con ossequio, e ti sarà più agevole il vincere. (da sè) Se l'amico mi sentisse a dar consigli di questa fatta contro di lui, sarei bell'e spacciato. ANNIA (affacciandosi all'intercolonnio) Ah, ecco, parla il Console! (Valerio e Fulvia la seguono, per star ad udir l'oratore, ma spesso guardandosi e sempre tenendosi stretti per mano) Bolle, come un mare in tempesta! Dei buoni, che furia di sarcasmi!... E' vuol fare di nostra carne rocchi. PLAUTO Credo che sarebbe eccellente. ANNIA Antropofago! PLAUTO Eh, soltanto per metà! mangiatore di donne. ANNIA Ah, ecco Claudia coll'altre. Vedi? Ci avresti da farne una indigestione. (andando incontro a Claudia, a Licinia, Marzia Atinia e Volusia) Ecco dunque il gran giorno! Ecco l'ora che deciderà della nostra sorte. Il Console ha cominciato la sua invettiva. CLAUDIA Licinia non ardiva accostarsi, fino a tanto fosse qui suo marito. ANNIA Bah! adesso siam tutte in ballo. O si vince, o si muore, ma tutte insieme. LICINIA (a Plauto) Tito Maccio, che te ne pare? Siam pazze? PLAUTO Eh, non dico che siate savissime. Ma alle donne va bene un granellin di follia, un pizzico di capricci. A proposito di capricci, eccone uno. Siete brune come tante larve. ATINIA Siamo in gramaglia. Se la legge non casca, ci buttiamo tutte quante in vedovanza. ANNIA Anzi meglio; ci si ritira sul monte Sacro. PLAUTO Come la plebe, per farla in barba ai patrizi. VOLUSIA No, come i patrizi offesi dalla plebe, nella persona di Coriolano. PLAUTO E di lassù ci piglierete colla carestia; ci affamerete.... ANNIA Peggio ancora. Troveremo dei Volsci, che ci terranno. PLAUTO Oh, se li troverete! io lo giuro. ANNIA E coi romani, non più pace, nè tregua. PLAUTO Ma noi, Veturie a rovescio, verremo in lunga fila di supplicanti ad implorare la mercè dei nuovi Coriolani; ci butteremo ai loro piedi, abbracceremo le loro ginocchia.... ATINIA Non vi concederemo tanta libertà! PLAUTO Via, via!.. Per fortuna avremo amici nel campo. Eccone uno laggiù, (additando Valerio, in contemplazione di Fulvia) che sarà sul monte Sacro.... che c'è anzi fin d'ora. La sua felicità è senza confini. Poveretto! E Marco avrà cuore di dividere quelle due creature, che s'amano tanto? FULVIA (additando verso il Foro) Ah, vedi? Il Console scende dai rostri! ATINIA Che è? Ha finito? Infatti egli è sceso. VOLUSIA E come lo applaudono! Oh brutti! VALERIO (traendo Fulvia in mezzo alla scena) Mia sempre? FULVIA Fino alla morte. Va! sii uomo; egli finirà col rispettarti. Ma sii cortese, ossequioso con lui; è mio fratello! Va, va! _Voci_ (di dentro) Viva il Console! Viva! FUNDANIO (di dentro) Il Console ha finito. Chi gli risponde? VALERIO (slanciandosi alla gradinata) A me, Quiriti! Rispondo io! (esce) _Voci_ (di dentro) Sì, Valerio, tribuno! Ai rostri Valerio! SCENA VII. _I precedenti, tranne_ VALERIO. PLAUTO Bel fuoco giovanile! Tienlo caro, o Fulvia; è desso il fuoco sacro, ch'egli ha attinto da' tuoi occhi. FULVIA (intenta ad ogni moto di Valerio) Ecco, ascende il suggesto, s'affaccia a rostri. Stende la mano in atto di voler parlare. Che silenzio tutto intorno! Vedi come sono intenti, come pendono tutti dalle sue labbra! Incomincia.... loda il Console.... il popolo approva. PLAUTO Vedi tuo fratello, che gronde sugli occhi! Pare il monte Algido, quando mette il suo cappello di nuvole. Lo guarda a squarciasacco, come se volesse sbranarlo. Ah, bene, Valerio! Cortesie su cortesie! Le centurie applaudono! Avanti, avanti così! Ah, Dei immortali! prodigio, portento!... Catone spiana le rughe.... sorride.... Bene, calma, Valerio, calma sempre! La causa è vinta! ANNIA (accorrendo) È vinta? Così presto? Allora butto via questo velo. PLAUTO Non ancora; volevo dire che la è come vinta. Sentite, eh, come parla dei fatti vostri, al tempo di Romolo... di Coriolano.... Vedi, Annia Luscina? anche di Coriolano! E come vi loda! come vi esalta! VOLUSIA Fa bene. PLAUTO E giù applausi! Applaudono tutti e tutto, queste care centurie! Già, i fatti generosi della storia han sempre questo potere su noi; commovono, inteneriscono, comandano anche alla fredda ragione.... ANNIA Che dici? La ragione è dalla parte nostra. PLAUTO Chetati, Annia Luscina! Parlavo della fredda ragione. Tu lo sai pure; ragioni ce n'ha di calde e di fredde. Voi avete le calde.... ANNIA Io credo che tu ti prenda spasso di noi, poeta comico! Non c'è caldo, nè freddò che tenga, quando siamo nel nostro diritto. VOLUSIA E il torto lo avete tutto voi altri. ATINIA Uominacci! ANNIA Scellerati! Prepotenti! PLAUTO Ih, che vespaio! Avete ragione; la calda e la fredda; va bene così? Ma bada, Annia Luscina; nella foga del dire, t'è sfuggito un lembo della rica, e mostri un polso, che non è da gramaglia. (accennando uno splendido braccialetto d'oro che porta Annia Luscina) Ma che vedo? (scoprendo una stola intessuta di porpora, e man mano tutti i capi d'un vestimento sfoggiato) Che splendidezza? Tu sei più in fronzoli che non fosse Giunone, quando scese sul monte Ida a far perdere la tramontana al marito. Ah, erano queste le vostre gramaglie? Queste le vesti da supplicanti? E poichè tutte siete imbacuccate ad un modo, io mi penso che tutte, levata la prima scorza.... (Volusia gli si scopre, elegantemente vestita) Anche tu fanciulla? (Marzia Atinia fa lo stesso) Anche tu! Ma gli è proprio un trionfo di donne! E m'immagino che tu pure, o nobile Claudia.... CLAUDIA (scoprendosi a mezzo) Un po' meno, un po' meno, come s'addice ad una vecchia matrona. PLAUTO Di bene in meglio! E Licinia del pari? (Licinia si schermisce, stringendosi nella rica; ma Plauto la scopre tanto da vedere il vestimento elegante di lei) In verità, la bellezza ci guadagna, e Catone sarà ben duro di petto, se resisterà a questi colpi. Ma, ora che ci penso.... E se la legge non è abrogata? ANNIA Te l'ho detto; di questo passo ci si ritira sul monte Sacro. PLAUTO Con que' socchi leggiadri? Eh via! (accennando la calzatura di Annia Luscina) FULVIA (che non si sarà mossa dal suo posto) Ecco, ha finito! Vittoria! Scende dal suggesto tra gli applausi universali. FUNDANIO (di dentro) Or dunque, ai voti! _Banditore_ (di dentro) Quiriti, al ponte dei suffragii. Venga innanzi la prima centuria! PLAUTO (affacciandosi dall'intercolonnio) Ah, ah! come si vota quest'oggi! ridendo. Il ponte dei suffragi è pigliato d'assalto. Qua la tavoletta, distributore, e via! Eccola già nella cesta. Si finirà presto, così! E qui sotto, vedete i personaggi più gravi, che parevano i più caldi partigiani della legge, come circondano Valerio! Vedi, eh, Fulvia, come gli stringono la mano, congratulandosi con lui! Perfino Cornelio Cetego! E Sempronio Gracco! Gli è tutto dire! Povera legge Oppia, ti vedo brutta! ANNIA Nacque, visse, morì. PLAUTO Breve compendio di più lunga vita. Ma zitto! la prima centuria ha votato. Aspettate; contano. Ah, non c'è nemmanco da farne due mucchi! VOLUSIA Vanno tutti da una banda, i voti! PLAUTO Segno che son tutti contrari. MARZIA Che gli Dei sperdano l'augurio. _Il Banditore_ (di dentro) I voti della prima centuria, son tutti per la cassagion della legge. (applausi) PLAUTO Ah, non c'è' più timore. Ciò che la prima fa, le altre fanno. Ecco, infatti; Catone si ravvolge nella toga e s'alza dalla sedia curule.... Viene a questa volta. Guai, a voi, troppo ornate matrone! ANNIA Sì, venga; lo accoglieremo come va. LICINIA (a Claudia) Io mi tiro in disparte. SCENA VIII. CATONE, _seguìto da_ ERENNIO, _con altri Littori e Detti_. CATONE (Rientra in scena, colla toga stretta ai fianchi, con piglio iracondo, borbottando alcune frasi sconnesse fra i denti. Vede le donne in vesti sfoggiate e rimane stupefatto a guardarle. Claudia Valeria sostiene con dignità il suo sguardo; Annia Luscina, più vivace, gli fa una mezza riverenza, a cui egli risponde con un ghigno ironico e quindi fa l'atto di tornarsene indietro seccato. Ma in quel mentre gli vien veduta Licinia, che vorrebbe starsi nascosta. S'avanza a lei, la trae fuori del crocchio, e meravigliato di vederla tutta ravvolta nella rica, le scioglie i lembi del velo. Licinia appare come le altre, nobilmente vestita, sebbene non così sfarzosamente. Egli dà un balzo indietro, tra per stupore e per rabbia). Ma la è una ribellione universale! La follia s'è impadronita dunque di Roma? Sta bene! Due donne consolari! (volgendosi poscia a Marzia Atinia ed Annia Luscina) E due mogli di pretori.... dei primi magistrati della città, dopo i consoli!... La sedizione, il disprezzo delle leggi, il mal esempio, hanno tolto le nostre case a baluardo, donde potessero più sicuramente rovesciarsi sul popolo! (Claudia gli risponde con un gesto severo) A te, nobile Claudia, non dirò altro.... sebbene, come Console rimasto in città e depositario del comando supremo, potrei.... _Il Banditore_ (di dentro) Le centurie hanno votato. Marco Fundanio e Lucio Valerio tribuni, la vostra dimanda ha il consenso del popolo. FUNDANIO (di dentro) Ciò che il popolo ha statuito, abbia forza di legge. Quiriti, la legge Oppia è cassata. _Voci_ (di dentro) Viva Marco Fundanio! Viva Lucio Valerio! Viva! CLAUDIA Vedi? non potresti più nulla. La legge Oppia è sepolta. CATONE E sia, col piacer degli Dei! Ma son marito.... e questa donna.... oh, avremo a dircela insieme. In casa mia non è abrogata la legge. ERENNIO Undicesima Tavola; i suffragi del popolo decidono; ciò che il popolo ha statuito.... CATONE (stizzito) Eh, va in tua malora, tu e tutte le dodici.... ERENNIO (scandolezzato) Oh! CATONE Me la facevi dir grossa! Usciere di tribunale! Repertorio ambulante di leggi!... Una dovevi trovarmene, una sola, da metter fine a questo sconcio baccanale. (le donne offese si ritraggono in disparte) PLAUTO (mettendosi in mezzo) Càlmati, via! È dinanzi a te il fiore delle matrone romane. CATONE Ah, sì, gli è vero! Fiore velenoso, ma fiore! Ma già ve lo annunzio, o nobili matrone, che ridete della sconfitta del Console; uscito appena di magistrato, domanderò la censura. Ho fede di ottenerla, perchè dirò ai miei concittadini: «la repubblica è inferma; volete voi un medico che la risani, curando le sue membra col ferro e col fuoco? Eleggetemi censore». E mi vedrete all'opera. Vi prometto una legge, più rigida della legge Oppia a gran pezza. FULVIA (avvicinandosi) Che durerà ancor meno di questa. CATONE Ah, sei tu? sei tu, che hai stregato Valerio? Quel Valerio! Una perla! (Valerio apparisce dal fondo) Ma almeno tu non hai profittato della abrogazione; sei vestita come prima. FULVIA (guardando Valerio che si avvicina) Mi ha trovato bella così; rimarrò dunque così. SCENA IX. VALERIO, _indi_ FUNDANIO _e Detti_. VALERIO (S'accosta timidamente. Annia Luscina, Marzia Atinia, Volusia, Claudia Valeria, vorrebbero farglisi incontro festose; ma egli le prega col gesto di rimanersi, e va a mettersi dall'altro lato di Catone) CATONE Ah, ti trova bella? Ma io gliene caverò il ruzzo, a quel.... VALERIO Taci, te ne prego, padre mio; imperocchè io come padre t'amo e ti venero. Fui contro te; ma potevo io resistere? Tu stesso, qualche anno addietro, messo al punto di guadagnarti l'affetto di Licinia, che avresti tu fatto?... Non dirmi il contrario. Licinia non lo crederebbe. Ho vinto, insieme con Marco Fundanio, al quale io non perdonerò già certe sue invenzioni.... FUNDANIO Non mie. ATINIA (intromettendosi) Mie; perdonale a me. (Valerio s'inchina e stringe la mano a Fundanio) CATONE Ah, qui si perdona.... si.... VALERIO Cose da nulla, che non meritano l'attenzione del Console. ATINIA (piano a Fundanio) Sebbene da piccole cause.... FUNDANIO Derivano i grandi effetti! Io lo desidero vero.... per me. VALERIO Abbiam vinto, ripeto; ma la vittoria non è dovuta alle mie parole, tanto meno eloquenti delle tue: bensì è dovuta all'ardore, con cui tutta Roma sposò la causa di queste leggiadre matrone. Non ci ho avuto merito; non ci ho dunque colpa; e perchè vorresti farmi patire una pena? Io, per me, porto opinione che questa vittoria non insuperbirà le donne gentili, ed esse ne useranno con temperanza, bene intendendo che tu difendevi la legge, non per avversione ad una onesta larghezza nello spendere, ma per timore di esorbitanze possibili. Che se queste avvenissero, se così fosse adulterato il nostro concetto, tu allora mi avresti, e ardentissimo, dalla parte tua.... CATONE (tra burbero e rabbonito) Avresti fatti meglio a non discostartene mai. Basta; cosa fatta capo ha; dimentichiamo questa pazza giornata. LICINIA Perdoni? CATONE Bella forza! Come fare altrimenti? Dopo aver soggiogato il popolo, questo bel cianciatore soggioga anche me. Mi chiedevi Fulvia? Le darai l'anello! VALERIO Eccolo! (mettendo l'anello in dito a Fulvia) CATONE Ah! non si perde tempo? VALERIO Non già per timore che tu abbia a cambiar di parere, ma perchè.... CATONE Sì, ho capito; son vecchi come la stirpe umana, questi perchè.... ERENNIO (facendosi innanzi) Console, poichè si perdona a tutti, apre le porte del Tabulario? CATONE E per che fare? ERENNIO Non sai? C'è una turba di donne sotto chiave, e tra esse quella sciagurata di mia moglie. Anch'io le perdono. Tavola nona: non si hanno a far leggi per casi particolari. CATONE (ridendo) E tu apri, e tirati il malanno e l'uscio addosso! (Erennio va al Tabulario) PLAUTO Ah bene! un matrimonio? In fede mia, qui c'è da farne una commedia, ed io ho una voglia matta di scriverla. CATONE Bravo! per mettere alla gogna un amico!... PLAUTO Hai ragione; lasciamola scrivere da un altro, nei tempi venturi. CATONE Se la scrive, io fo voto che me lo fischino. PLAUTO Poverino! perchè? Io ho una paura maledetta dei fischi, e tremo sempre a verghe, quando ci ho qualcosa di nuovo da mettere in scena. Posteri uditori, fatelo per amor mio; applaudite! (Cala il Sipario) FINE DELLA COMMEDIA ERRATA CORRIGE Pag. 36.--«pretendono che il lusso nostro»--_leggi:_ «pretendono che i nostri ornamenti, il lusso nostro». » 111.--«Venga innanzi la centuria»--_leggi:_ «Venga innanzi la prima centuria». Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate nella lista ERRATA CORRIGE sono state riportate nel testo. Sono stati inoltre corretti i seguenti refusi (tra parentesi l'originale): 11--E tu ammiralo [ammmiralo]! 39--Mirrina solleva il lembo della [delle] stola 50--Ne [Nè] amavo una 96--e le greche [grece] delicature; 103--chiuse dal capo alle piante [pianto] 106--dei Volsci, che ci terranno [teranno] Grafie alternative mantenute: dei / dèi mègere / Megère Petaso / Pètaso *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA LEGGE OPPIA : COMMEDIA TOGATA IN TRE ATTI *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. 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START: FULL LICENSE THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free distribution of electronic works, by using or distributing this work (or any other work associated in any way with the phrase “Project Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full Project Gutenberg™ License available with this file or online at www.gutenberg.org/license. Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg™ electronic works 1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg™ electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to and accept all the terms of this license and intellectual property (trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your possession. 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