The Project Gutenberg eBook of Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 Leggenda mantovana Author: Ulisse Barbieri Release date: March 18, 2024 [eBook #73195] Language: Italian Original publication: Milano: Battezzati, 1868 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PALAZZO DEL DIAVOLO, VOL. 2/2 *** IL PALAZZO DEL DIAVOLO LEGGENDA MANTOVANA VOLUME SECONDO [Illustrazione: Era uno strano gruppo che stette immobile disegnandosi in mezzo alle tenebre, nel vasto cortile del palazzo.] IL PALAZZO DEL DIAVOLO LEGGENDA MANTOVANA ROMANZO DI ULISSE BARBIERI VOLUME SECONDO MILANO NATALE BATTEZZATI EDITORE 1868. Proprietà letteraria. Tip. Guglielmini. IL PALAZZO DEL DIAVOLO LEGGENDA MANTOVANA CAPITOLO XX. Amore. Angela e Adolfo si amavano!... dal giorno che donna Isabella diè così un tacito assenso al loro amore, sorse per essi dal nulla uno di quegli splendidi sogni che abbagliano: Amare!... Vivere l’uno per l’altro!... poter ridirsi questa magica parola della vita!... Correre insieme le fiorite alee d’un giardino, ascoltare il canto d’un augello, darsi un fiore, scambiare un bacio, mormorarsi strane parole, palpitare di fremiti soavi, e poter fare tutto ciò col cuore puro... poter farlo sotto allo sguardo d’una madre, innanzi al sorriso del cielo che s’adorna di un manto più fulgido di stelle per farsi più bello ai vostri occhi!... il cui sole sfavilla di maggior luce!... di cui amate tutto!... persino quelle tristi giornate di pioggia durante le quali vi raccogliete leggendo un libro, ridicendovi le mille volte quell’eterno ritornello che è il grido eterno della vostra anima!... sempre nuovo perchè veste sempre le diverse forme delle impressioni che gli danno vita!... Questo fuggevole inseguirsi di giorni sereni e felici, questo immergersi nella voluttà dell’oggi, questo sorridere alle speranze del domani, fu la loro esistenza d’un lungo periodo di giorni e di mesi... Lo straniero, il dottore come s’ostinava a chiamarlo il marchese, era venuto qualche volta a fare una visita alla famiglia in mezzo a cui parea avesse soffiata la vita togliendola all’agonia della disperazione; vi si era fermato qualche giorno anche, ma questa volta nè Angela nè Adolfo avevano subìte le strane impressioni che prima avevan provato ed alle quali si erano abbandonati incapaci a combatterle. S’erano abituati alla sua presenza!... Erano troppo lieti di loro stessi perchè potessero formare altro pensiero che non fosse la continuazione d’un sogno delizioso!... Allora potevan temere, paventare, allora che andavasi in essi sviluppando un’aspirazione verso cui si sentivano trasportati, e che poteva svanir loro d’innanzi!... Ora, pareva ad essi che tutto ciò che non fosse l’estasi del loro affetto fosse sì nulla nella vita, che il pensiero sdegnava fermarvisi sopra nella tema forse di togliere un attimo alla continuazione della loro ebbrezza d’abbandono!.. CAPITOLO XXI. La lettera. Imprevvisti avvenimenti avevano tolta la famiglia del marchese Gian Paolo alle delizie di quel campestre ritiro e chiamarono il marchese in tutta fretta a Mantova ad adempiervi i suoi doveri di cittadino e di suddito alla signoria dei Gonzaga. Occupava egli un posto d’onore alla corte del duca Ferdinando, posto che fu sempre ereditario della sua famiglia che già più d’una volta avea offerto vita ed averi in difesa dei principi a cui erasi consacrata. Correva una trista epoca allora... in cui il dovere assumeva mille aspetti e cangiava di forme ad ogni scorrer di tempo, e subiva più l’andazzo delle cose, di quello che si rivelasse come un’inviolabile divinità... tenuto forse è vero in maggior concetto che oggi nol sia... Ma svisato, mal menato dai mille pregiudizi che si metteano a capo delle azioni individuali, in quel azzuffarsi continuo di partiti che l’un l’altro contendevansi il diritto di poter arbitrariamente seder despoti sovra le atterrate libertà in nome della libertà stessa che a guisa di ganza prendevasi a noleggio come meglio tornava il conto di adoperarla a vantaggio dei pochi che se ne facevano arma... Queste bisogna tolsero come dissi la famiglia del marchese Gian Paolo a quella tranquilla vita dei campi!... da quell’eliso che sono le quattro mura d’una parete domestica e le fiorite ajuole d’un ben coltivato giardino, per vincolarla all’etichetta della città che li circuiva colla sua pompa di lusso, indispensabile necessità d’una corte così libera in fatto di costumi come la era quella dei Gonzaga, il cui scialar grandioso e dispendioso toccava talvolta alle fantastiche forme della leggenda. Basta dare uno sguardo alle vestigia che ancor rimangono del palazzo ducale, che si può visitare liberamente, per avere un’idea di ciò che dovea essere quella splendida dimora dei duchi che v’avean stanza e lo facean campo aperto al banchettar nei tripudi alle spalle del popolino!... questo eterno Lazzaro di tutti i secoli che ne pagava le spese... La vastità di quell’imponente edificio ha tutta l’impronta d’una storica grandezza. In uno de’ suoi vasti cortili, tenevasi un ricco mercato di gioje, ad uso delle epoche così dette di fiera. Superbo ne è il teatro or caduto in disuso, e che serviva ai principeschi trattenimenti, vi si vedono sale ornate di stupendi dipinti, ad attestare che l’arte dovette cercare le sue forme più vaghe per adornare quel soggiorno della potenza. Quanti vaghi sorrisi di donna avranno dato vita al capolavoro d’un pittore... quanti misteri nascosti sotto a quelle salette damascate... quante volte con ardente impazienza su’ quei tappeti di velluto si sarà aspettato il fruscio di una veste che dovea far beato un cuore... e quanti cuori furon freddati dal pugnale di un sicario mentre anelanti vagheggiavano il bacio d’un roseo labbro che forse era quello d’una ganza!... Visitai un giorno il palazzo, e vidi una fuga di piccole stanze che doveano essere gli appartamenti prediletti dalle belle odalische!... mobili di lusso annessi al corteo ducale... Dalle ampie vetriate a larghe onde entrava il sole; vedeasi qua e là qualche vestigio di quegli antichi fregi che le avran fatte splendide di reale magnificenza... E la mente vagando nel passato vi si spingea ad interrogare quella vita passata come un turbine gravido di folgori... Sotto a quel vago appartamento nei di cui specchi dorati si sarà ammirata la cortigiana felice e superba della propria abiezione, si sprofondavano lugubremente terribili i sotterranei del castello... Di faccia ad un ricco poggio intorno a cui il gelsomino si sarà avviticchiato prodigo di fiori e di olezzo, vedevasi una specie di vôlta praticata nel muro dalla parte rustica dell’edificio; si metteva su quella piattaforma per mezzo d’una angusta porticina; ai piedi di quell’arco aprivasi come un abisso minaccioso il largo fossato del castello, l’acqua ne lambiva le basse fondamenta cupa e verdacea... l’aria vi parea più fredda... sotto quella vôlta era stata decapitata l’infelice Agnese Visconti, creduta, o voluta rea d’infedeltà da uno dei duchi Gonzaga... Quella piattaforma dove si moriva; dove il carnefice arruotava la sua scure inesorabile ed omicida sorgeva rimpetto a quella terrazza inondata di luce... A quella sala profumata si saliva da una scala di marmo, sopra i di cui gradini la galanteria avrà steso il suo tappeto a fiori arabescati... a quell’angusta piattaforma si saliva da una piccola scala, vi si veniva da un angusto pertugio; era tanto che bastasse a passarvi per morire!.. là... si andava per vivere!.. Mentre l’ultimo gemito della vittima si spegneva sotto la scure del carnefice, l’arpa di qualche sirena avrà inneggiato al piacere!.. il calice spumante si sarà vuotato sul seno ebbro di voluttà!.. Mentre lo sgherro stringeva dentro ad un cerchio di ferro due esili mani di donna che si volgevano a lui coll’atto della preghiera, e che ei rendeva inerti perchè gli fosse più agevole colpire il collo bianco e denudato che si offriva al taglio della sua scure... Là in quella stessa sala... così vicino alla morte... una di quelle ganze coperte di gemme e che si venerano regine!... con languida voluttà affidava alla diligente damigella d’onore, la sua mano alabastrina perchè gliela calzasse col guanto profumato, prima d’accingersi a trapuntare qualche gentil ricamo, in attesa che suonasse un’ora... quella d’un appuntamento che doveva farla credere a sè stessa superba della sua beltà!.. Non è a dirsi come ad Angela cresciuta tra la semplicità di quella vita domestica che formava tutta la sua delizia, tornasse a noja quel cambiamento di stato che implicava un così diverso modo di contenersi e che la vincolava in ogni suo atto... Anche quando qualche consiglio di corte chiamava il marchese alla città, ella come che malaticcia non erasi mai dipartita da quel tranquillo soggiorno dove avea i suoi fiorellini da coltivare, da veder crescere, da veder sbucciare; dove le rondini col lor stridire gajo ed allegro la salutavano all’alba... dove il rosignuolo l’allettava colla melodia delle sue canzoni! Il marchese credette bene che ripristinata come ella era in salute, lo seguisse alla città ove preser stanza, persuaso che una vita meno monotona di quella della campagna potesse anche influire a riordinare la sua gracile costituzione. Se ne richiese il dottore, come si ostinava a chiamarlo il marchese, e questi fu sollecito a convenirne, aggiungendo essere anzi quel nuovo metodo di vita, affatto necessario onde dare al corpo quella vigoria che erasi estenuata nei replicati assalti del male; in quella lotta vinta a forza di opposizioni, ed a cui la monotonia di quell’esistenza non poteva che essere pregiudichevole... in quanto che lo spirito avesse bisogno di maggior campo movimento onde ringagliardirsi!.. Il marchese aveva cieca fiducia nelle parole dello straniero della cui lealtà, del cui zelo, e della cui maestria parevagli aver avuto ampie prove; prove che nessun suo atto palese valse mai certo a smentire per quanto l’oprar suo lo si fosse diligentemente interrogato in ogni suo minimo dettaglio!... Fu la prima volta che dopo un periodo abbastanza lungo di tempo, in Angela ed in Adolfo si ridestassero le vaghe loro apprensioni riguardo al dottore, come al suo primo introdursi nella famiglia del marchese. Si danno strani contrasti nell’anima umana di cui a sè stessi non si sa molte volte render ragione!... Forse a sviluppare questo senso disgustoso, era per i due giovani bastevol causa il sapere come ei col suo consiglio fosse causa che venisse loro tolta quella libertà che ivi così ampiamente godevano, che molto loro pesava quel doversi vincolare a que’ legami di convenienze e di formule imposte a legge dal rigore dell’etichetta aristocratica delle Corti, al cui contatto era pure indispensabile che si fossero trovati benchè interamente non ne facessero parte, e solo vi fossero annessi per la posizione politica occupata dal marchese!... Il dottore s’era da qualche tempo diffatti reso con assiduo scopo quasi indispensabile alla famiglia del marchese; si ricorreva a lui per consigli in ogni più ardua emergenza, tanto più poi per la cura igienica ch’egli aveva diritto di tracciare pel completo sviluppo della salute di Angela, ad onta che ella dicesse al padre sentirsi tanto bene da non abbisognare di nulla!... V’era un sentimento che taceva soffocato nell’animo di Adolfo, e che insensibilmente ne assorbiva tutte le aspirazioni; un’idea che egli sentiva come se si fissasse nel suo pensiero; era il ritorno al suo passato, alla vecchia Margherita che aveva lasciata al suo villaggio natale, e che gli rendeva conto delle sue cose, lamentandosi sempre della sua assenza; in ogni lunga lettera ch’essa faceva scrivere dal Curato del villaggio eravi una preghiera ardente che ne sollecitava il ritorno acciò potesse prima di morire chiudere gli occhi, baciata dal figlio della sua Giulietta!... Ella, che aveva alimentato col latte del suo seno e per cui avrebbe data volontieri la vita. Collo scorrer dei giorni, in quella novella vita del giovane che non era più tutta assorta nel pensiero della sua felicità, quelle memorie del passato a cui egli si sentiva legato per un voto terribile quanto sacro... rivivevano in lui ardenti come il pensiero che le evocava... gli ritornava in pensiero la ricordanza terribile d’una notte di sangue; quella notte in cui egli aveva veduta sua madre moribonda stringersi al di lui seno e farsene egida contro un uomo che sul suo letto di agonia veniva ad insultare beffardamente alla sua vittima; egli ricordava vagamente quel suo sogghigno da demone, si ricordava che sua madre cadendo... gli aveva mormorato... _è l’assassino di tuo padre!_... si ricordava che il nome di quest’uomo era rimasto soffocato sulle labbra della morente; che con lei era sceso nel suo sepolcro!... Una lagrima ardente gli rigava le gote a quel terribile ricordo che ridestava nel suo animo il pungolo del rimorso. Cosa aveva egli fatto per vendicare sua madre che moriva maledicendo al miserabile?... che aveva egli fatto per vendicare suo padre?... Egli si era addormentato sul seno dell’amore, aveva lasciata la casa dove era morta sua madre e nella quale viveva la ricordanza del suo giuro di vendetta!... quel giuro che adulto aveva sciolto sulla tomba della vittima. Egli aveva tutto dimenticato!... Ma d’altronde lascierebbe egli Angela?... quella vaga creatura che era tutto per lui!... l’angelo che la previdenza aveva collocato sul suo sentiero, quasi per riconciliarlo colla vita, per lanciarsi verso un avvenire ignoto?... d’innanzi a lui... di faccia al suo giuramento di vendetta v’era l’impossibile... v’era il segreto d’una tomba e le tombe sono fedeli custoditrici dei loro segreti!... Tali pensieri si agitavano nell’animo del giovane la di cui anima fremeva nell’impotente sforzo d’un pensiero che lottava invano contro la fatalità!... Angela ne calmava i subiti trasporti, le tetre concentrazioni, con qualcuna di quelle sue dolci parole che sì care gli scendevano all’animo come balsamo vivificante!... Il dottore continuava assiduo le sue visite, e nella mente di Adolfo crescevano le apprensioni... ei si richiamava quel volto, che doveva aver veduto altra volta... egli intravvedeva quel sorriso che aveva veduto su altre labra, forse su quelle istesse!... e ve lo avevano modificato gli eventi che tutto distruggono o variano col loro incedere travolti nella corsa impetuosa del tempo. Ma in lui, nulla pur sempre poteva svilupparsi oltre a questa indefinita e lontana rimembranza verso la quale affannavasi il suo spirito e che vestiva le forme d’uno stravagante e vago delirio!... Una sera mentre tutta la famiglia era raccolta nella sala di conversazione del marchese, è recata una lettera all’indirizzo di Adolfo. Il giovane la legge, la sua fisonomia si altera, un senso feroce di gioja traspare dai suoi lineamenti... Involontariamente nel volger degli occhi, si trovò d’innanzi lo sguardo freddo, severo del dottore che parea ne scrutasse l’emozione evidente. La lettera era in brevi termini concepita. «Se volete conoscere l’assassino di vostro padre, il persecutore di vostra madre, trovatevi la notte del 18 marzo sullo stradale di Chiasso, al ponte della Croce. «Un uomo vi attende e vi rivelerà il segreto che da tanti anni cercate invano di penetrare...» — Finalmente! mormorò egli coll’animo ardente d’odio e di vendetta... Era il 10 di marzo... non restava che il tempo di mettersi in viaggio per arrivare al convegno, egli addusse presso la famiglia del marchese che fu oltremodo sorpresa di quella subitanea risoluzione, motivi d’interesse che lo richiamavano per pochi giorni al suo paese... disse che quella notte stessa doveva partire, fu fissato che il fratello d’Angela l’accompagnerebbe sino alla diligenza che partiva alle tre per Cremona e di là per Milano... ond’ei prendesse di poi la via di Como. Fu quella una triste sera di addii, di conforti e di speranze susurrate a fior di labbro e di lagrime che si raggruppavano sul cuore; il dottore stimò conveniente di ritirarsi, egli lanciò uno sguardo inquieto sul giovane, parve che un truce pensiero fosse balenato alla sua mente, lo guatò per un istante minaccioso e perplesso, Angela gli porgeva la mano con tenero abbandono, dal suo ciglio scattò un lampo, salutò di nuovo ed uscì!... CAPITOLO XXII. Fatalità!... Il castello ducale, ora castello Sangiorgio, opera imponente di cui l’antico feudalismo fece dono alla città colle sue lugubri e tetre memorie... torreggiava imponente nelle tenebre. L’acqua del lago che ne bagna i piedi pareva uno strato nero ed immobile, quasi drappo di morte steso intorno a quel tetro edificio; cupa verdacea ne lambiva le massiccie fondamenta, l’aliga cresceva sul suo fondo fangoso, rasente a quell’acqua aprivansi i suoi angusti spiragli, intorno ai merli anneriti, in larghe ruote volteggiava il falco, il gufo squittiva dai fessi della rocca. Veduto allora che le tenebre della notte conciliano lugubri pensieri, quando la leggenda sembra evocare le sue ombre a popolare lo spazio, quel tetro edificio assume l’aspetto d’un immane fantasma; i suoi angoli scanellati sembrano tante braccia mostruose, la corona de’ suoi merli ti pare l’anguicrinita chioma d’una testa infernale. Tale era allora, e ben molti gemiti echeggiavano sepolti nelle oscure vôlte delle sue segrete e soffocati dal fragore delle danze che facevan risuonar di evviva! le vaghe sale dei ducali appartamenti allietati dalle risa e dai canti delle ganze dei Duchi. — Semi nascosti dall’ombra sinistra del castello, due uomini stavansi a tenebroso conciliabolo... l’orologio del palazzo suonava la mezza notte... Era uno di questi un omicciatolo tozzo e tarchiato, vestiva un abito castigliano su cui il tempo aveva segnata la lunga data di sua vita, e ne mostrava palese l’agonia, rattenuta a rappezzi. L’altro era alto di statura, aveva avvolta la persona da un nero mantello, portava in capo un feltro a lunga piuma parimenti nera; del volto non si vedeva che l’occhio bieco, fisso in qualche indiavolato pensiero: egli guardò dalla parte del lago... tutto era quieto... l’aria della notte umida e grave stendeva sovra le valli circonvicine un fitto manto di nebbie... si sentiva il batter d’ali ed il gracchiare delle anitre sparse a frotte dentro le acque paludose. Tutto ad un tratto i nostri due uomini trasalirono. Essi attendevano al certo qualcuno, come lo dinotava l’attitudine inquieta dell’uomo dal mantello nero; l’altro impassibile e muto, aspettava. Di mezzo ai canneti che sorgevan dall’acqua tutt’intorno alla riva del lago, s’intese un rumore, come d’un serpente che strisci; si vide un’ombra guizzare sulle acque, un corpo nero romper di mezzo ai canneti, ed urtare la riva, era un battello guidato da un sol uomo che salutati con un cenno i due che l’attendevano disse loro, con tuono reciso saltando a terra: — Eccomi!... — È mezz’ora che t’attendiamo, marrano!... gli susurrò a bassa voce l’uomo del mantello. — Vengo dall’altra sponda, eccellenza... e l’acqua è bassa là in fondo... preferisco lottare col diavolo che col pantano di queste maledette rive!... Quegli che così aveva risposto all’uomo del mantello al quale avea dato il titolo di eccellenza, era una specie di gigante dalle forme erculee aveva una mano grossa e larga con dita e braccia pelose, portava in capo una calotta alla marinaja e vestiva un abito da pescatore; fosse egli o no finto, o fosse quello il suo vero mestiere, maneggiava la barca da maestro, e ne diè prova avvicinandosi alla riva senza che i due che l’attendevano s’avvedessero del suo battello che strisciava leggiero sull’acqua protetto dalla nebbia della notte. — Non importa, gli rispose l’uomo del mantello, abbiamo tempo, e chi abbia volontà di lavorare, in poco tempo si fa molto e presto. Il gigante legava il suo battello alla riva. Ad un cenno tutti e tre si scostarono dalla valle e presero per una straduccia che girava dietro al castello ed andava a sboccare in quella parte della città che fu cinta di mura e di bastioni dalla paura del dispotismo austriaco che vi si era trincerato speranzoso di eternarvisi. — A domani, eccellenza? domandò il gigante. — Domani, rispose l’uomo del mantello, e se sbagli il colpo, marrano, ti fo far cento leghe per corrergli dietro finchè tu l’abbia raggiunto, se te lo lasci scappare. — Non fallo mai, eccellenza, gli rispose il gigante con truce sorriso, raddrizzandosi in tutta l’imponenza delle erculee sue forme. L’uomo del mantello parve compiacersi di quella bravata, gli sorrise in aria di protezione e gli gettò una borsa. — Per l’acquavite... il resto quando avrete finito, aggiunse salutando. I due uomini ristettero parlando tra loro finchè l’uomo dal mantello allontanatosi frettoloso si tolse ai loro sguardi: imboccata allora la via oggi detta Fossato dei Bovi, passato il vicolo del Bargello, a cui guardarono di sghembo con una brutta smorfia, mossero dietro a sant’Andrea e s’appostarono come due vampiri nei dintorni della locanda del Giglio. La locanda del Giglio era situata di fianco a quel vecchio casamento ove si stabilirono oggi le carceri della Pretura Urbana. Oggigiorno pure vi si vede una casa di vecchia apparenza vicino a cui fanno capo i carrettieri colle loro rozze ed i rivenduglioli nei giorni del mercato. Alla locanda del Giglio stazionavano vetture da noleggio. Alle tre del mattino d’ogni venerdì e d’ogni lunedì ne partiva una per Cremona a treno fisso. In casi speciali però si davano mezzi di trasporto per dove avesser desiderio di recarsi i viaggiatori. Era una locanda accreditata per le premure dell’albergatore che vi tenea pronto servizio e buoni cavallari che facevano allegramente schioppettare le loro fruste sugli stradali battuti nelle corse. La sera nella quale Adolfo aveva ricevuta la lettera che lo chiamava ad essere messo a parte del segreto che era per lui il tesoro più prezioso a cui riguardasse con un culto selvaggio ed ardente, cadeva appunto in lunedì ed ei si era recato alla locanda accompagnato da Roberto, il fratello d’Angela, che fissò rimanere con lui finchè ei si fosse partito. Usciti quindi di casa ad ora ben tarda, scambiati gli addii e rinnovati gli abbracci, consumate le ore in quei nonnulla che sono le espressioni più vere per cui il cuore svolge tutte le sue sensazioni d’affetto nei momenti supremi d’una separazione, entrambi intrattenendosi della partenza, della famiglia d’Angela, del vicino ritorno, di una sperata felicità, d’un ridente avvenire; comunicandosi dubbi, sogni e speranze in quel confidente abbandono di due giovani cuori legati insieme dall’amicizia più tenera, si eran recati alla locanda del Giglio e vi avean chiesto da cena onde aspettare l’ora della partenza. Sedevano ad un tavolo intrattenendosi tra loro; tutto ad un tratto Adolfo fe’ un atto di sorpresa. — Che hai, Adolfo? gli domandò Alberto guardandolo fisso in viso come chiedendo una spiegazione a quell’atto repentino. — Nulla, disse Adolfo, ognor più inquieto. Nell’agitazione dell’addio egli avea dimenticato un piccolo amuleto che Angela gli aveva donato come pegno del suo affetto acciò gli ricordasse di lei nel breve tempo di sua lontananza. Lasciare un dono d’Angela nelle mani istesse che glielo aveano donato, era nulla; egli l’avria ripreso con un bacio al suo ritorno, avrebbe sentito un rimprovero accompagnato da un sorriso. Gli avrebbe potuto rispondere che essa era tutto per lui e che nel momento della partenza egli non potea vedere che lei. Eppure egli sentì un tristo presentimento impadronirsi del suo cuore; gli parve che separandosi da quel dono egli si dividesse da lei... gli parve che tra lui e quella donna che era il suo angelo, sorgesse un fantasma!... Egli si spaventò come di una sinistra predizione di sventura, ebbe paura del suo pensiero. Alberto s’avvide tosto delle impressioni che dominavano lo spirito del suo giovane amico. — Hai perduto qualche cosa? gli domandò. — Sì, l’amuleto d’Angela, gli rispose Adolfo. — L’avrai lasciato a casa. — Certamente. — E t’inquieti per ciò? disse gaiamente Alberto; vado a prendertelo e te lo reco. Alberto si era alzato. — È troppo tardi per lasciarti andar solo, gli obbiettò Adolfo. Alberto diè in una allegra risata. — Affè! per bacco! cosa credi? Che abbia paura dell’orco?... va là, pazzo!... e gli battè sulla spalla con gaiezza confidente. In due salti sono di ritorno e ti reco il tuo fatato amuleto. Avrò agio a fare un nuovo saluto ad Angela prima che tu parta.... ed ecco tutto... Non gli diè tempo neppure a rispondere e corse fuori dalla locanda. Egli avea appena svoltato l’angolo della via che due ombre si mossero nelle tenebre, si udì uno squittir come di civetta che pareva venisse dal tetto del vecchio caseggiato che fiancheggiava la locanda del Giglio. Dal fondo della strada un uomo strisciò carponi dentro il vano d’una porta. Un istante dopo che Alberto era uscito, Adolfo agitato da strani e lugubri presentimenti si era slanciato fuori dalla locanda e corse anelante sulla via... gli parve d’aver inteso un gemito. Tutto era silenzio intorno a lui; suonarono le tre all’orologio del palazzo. La voce sonora del vetturino facea balzar di soprassalto i viaggiatori, e la sua frusta schioppettava gaiamente dissopra alle orecchie dei poco sbuffanti puledri attaccati al carrozzone da viaggio che partiva poi al trotto, seco portando Adolfo che andava fantasticando tra sè perchè Alberto non fosse tornato. CAPITOLO XXIII. Cosa avvenisse nel vicolo del Bargello. L’istessa notte se qualcuno fosse passato dal viottolo del Gallo Nero, si saria domandato cosa potesse far là da tanto tempo una carrozza tutta chiusa. Il cocchiere pareva ubbriaco, e sonnecchiava sulla serpa... s’era passato nel braccio le redini del cavallo... aveva lasciato cadere la sua testa sulla spalla e pareva non si desse altra cura che di dormire come meglio avesse potuto; forse aspettava qualche avventore che s’era recato a bere alla taverna e s’era lasciato prendere dal sonno... Nella taverna del Gallo Nero non ardeva alcun lume atto a far dubitare che là dentro, come in tutte le pacifiche case dei dintorni non si dormisse tranquillamente, tutt’intorno era silenzio... la notte scendeva tacita ed avvolgeva Mantova col suo mantello di nebbia... le ore scorrevano, suonò la mezzanotte, poi un’ora, eran vicine le tre; il cocchiere addormentato si scosse, dalla porticina della taverna del Gallo Nero, uscì fuori una testa a guardare nel bujo del viottolo non illuminato da alcun fanale... Era tanto bujo che non si saria scorta neppur la carrozza che si confondeva colle tenebre... se v’era un delitto da compiersi, certo mai quella marrana di sorte che non domanda mai le fedi di costume a chi vuol favorire od a chi vuol colpire, non poteva meglio darvi mano. Qualche lampione che ardeva nelle strade centrali della città, avvolto da quel denso manto di nebbia, pareva alla distanza di dieci passi, lontano a perdita d’occhio ed appena appena se ne vedeva un languido bagliore atto ad accennarlo. L’uomo che aveva messo fuori il capo dalla porticina della taverna non guardò; ascoltò, gli parve aver inteso... Un gemito... poi un rumore di passi che frettolosi s’avviassero verso quella volta... Il cocchiere aveva lasciato la sua attitudine, e stava spiando inquieto ogni alitar di vento che gli portasse un suono... si fe’ silenzio ancora... poi si sentì un rumore certo, definito, marcato di passi... due uomini entrarono nel viottolo della taverna... — Presto, disse l’un d’essi... scendi, Andrea, e dacci mano... che il diavolo ti porti se non ti sbrighi, pezzo di poltrone!.. — Son qua, son qua... rispose tosto il cocchiere scendendo dal suo posto di riserva. Quei due uomini si portavan dietro uno strano carico imballato in un nero involto fatto a forma di sacco; l’avevan deposto rasente al muro del viottolo, e fattivisi presso di bel nuovo ajutati dal cocchiere se lo caricaron sulle braccia. L’uomo che pareva spiasse avidamente il loro operato, quando vide che furon presso alla carrozza di cui era chiuso ancora lo sportello, si fe’ fuori d’un tratto e corse ad aprirlo... — Chi va là!... gli gridò piano all’orecchio una voce minacciosa, mentre un braccio erculeo lo afferrava al petto in poco gentil maniera... — Non mi conosci, per Dio!.. fe’ egli guardando in faccia il gigante che gli aveva usato quel poco garbato complimento. — Siete voi, eccellenza?... mormorò questi mentre dava alla sua voce da toro quel tuono più umile che potè; per bacco... s’avvisano i galantuomini quando sono occupati alle loro faccende e non hanno tempo da perdere. Il nero carico fu spinto dentro alla carrozza. — Come andò l’affare? chiese l’uomo del mantello nero, il quale vestiva come allora che il lettore lo vide sulla riva del lago mentre aspettava la barca del gigante. — Come lo vedete... rispose il gigante contraffacendo colle grosse sue labbra un sinistro sorriso, e segnò la carrozza entro cui saliva il compagno invitandolo. — Va bene... ed ora al lago... e scegliete bene il luogo. — Lasciate fare, eccellenza... il gigante si curvò per passare dentro alla carrozza, l’uomo dal mantello nero ne chiuse lo sportello. Il cocchiere diè una strappata alle redini, il cavallo partì... Dal viottolo del Gallo Nero a Sant’Andrea... non v’era da traversare che la piazza del Bargello; il nostro uomo la percorse, ne spiò collo sguardo il terreno, e come chi si trova soddisfatto d’un esame a cui sia unito il più notevole interesse sorrise d’un sorriso da demone, si ravvolse nel suo ferrajuolo si cacciò a passo rapido per le vie della città e sparve nelle tenebre come perduto in un abisso!.. CAPITOLO XXIV. La barca. La carrozza in cui eran saliti il gigante e quel suo ceffo di compagno seco loro recando quello strano carico, s’avviò per la strada istessa da cui eran venuti poche ore prima; svoltarono a destra e presa una via deserta fecer capo ad una stradicciuola che fiancheggiava la riva del lago. La notte era cupa, innanzi a loro non era che un vuoto pieno di nebbia entro cui si spingevano e dove pareva si dovesser perdere; ma in quel vuoto, nascosti ad ogni sguardo essi camminavan sicuri compiendo l’opera loro. Avevano cavato dalla carrozza, che rifece poi la strada, il loro carico... e lo portavano seco dietro strascinandolo pel fangoso sentiero della valle. Era qualche cosa di sinistro a vedersi; uno di quei due uomini era piccolo, sciancato, nelle tenebre pareva un mostro; aveva una barba ispida, folta, capelli rabuffi, un occhio profondamente incavato, di cui le nere sopracciglia velavano il fuoco selvaggio... Questo sguardo fiammeggiava come da due grotte scolpite in una fronte schiacciata... una fronte di rettile. Il colore del suo volto che traeva al giallastro, era livido... Era del colore della notte; i suoi abiti erano laceri e lordi di sangue... sulle mani pareva avesse del sangue... L’altro era un gigante dalla taglia di un Ciclope... se sovra l’ampia sua fronte depressa fosse scintillato un sol occhio, potea dirsi la miniatura di Polifemo... avea due braccia pelose, due gambe nude fino al ginocchio... nervose, muscolose; avea una gran barba nera che gli scendeva fin sul petto coperto d’un pelo fulvo, aveva l’occhio rosso come un cerbero, la sua voce somigliava al ringhio d’un molosso... Questi due mostri, uno dei quali era rettile, l’altro tigre, o lupo... si trascinavan dietro qualche cosa d’informe avvolta in un sacco nero... strisciavano per così dire in mezzo ai canneti agitati da una brezza sottile... e sul lor passaggio non fuggiva che qualche folaga che batteva l’ali e strideva così che quel suo strido nelle tenebre della notte ti pareva un lamento... Intorno ad essi... quasi a cornice del quadro la nebbia che li avvolge, al di là della nebbia il lago colla sua acqua fumante, calma... attraverso alla nebbia non potevasi scorgere lo scintillar d’una stella... Essi eran soli!... soli coll’opera loro, e la compievano. Si erano trascinati sino alla barca che giaceva tra i canneti; la lieve ondulazione dell’acqua aveva scostato il tratto di corda che legavala alla riva. Ve la trassero, vi caricarono il loro fardello, dieder mano al remo e la spinsero. La barca strisciando tra i giunchi si spinse oltre; i due remi batteron liberi l’onda del lago senza produrre alcun rumore, senza che nel loro tuffarsi mandassero uno spruzzo. Orecchio umano non avria potuto avvedersi che una barca correva sul lago, e come rapida correa!... Si compieva un’opera di morte... e non si sentiva la vita che la traeva al suo fato... tutto era silenzio... quei due uomini colla loro barca pareva che si confondessero colle tenebre... pareva che ne formassero una sola immagine terribile, spaventosa!... Ad un punto del lago, dove il remo che ne tasteggiava il letto non trovava fondo, sostarono e deposero i remi. Il gigante legò alla bocca del sacco un oggetto che pareva avesse la forma di un grosso masso di granito e ch’egli si barellò prima sulle braccia come fosse un giocattolo... levaron dal fondo del battello il loro carico, lo sollevarono sull’acqua e fecer per spingerlo. — Ferma! susurrò la voce fessa dell’omicciatolo. — Cos’hai? che il diavolo ti porti! gli rispose il gigante fermando il braccio che già dava impulso alla spinta; t’avverto che è un gingillo che pesa abbastanza e non ne vedo l’ora di farla finita!... — Non borbottare, vecchio orso; dopo tante precauzioni che abbiamo usate finora vorresti tu che facessimo tanto di fracasso buttandolo giù, da dar l’allarme a qualcuno che il caso ci mettesse a portata? — Affè! Carlone, che non manchi di giudizio in quella tua testa da rospo. — Avanti dunque! — Presti! I due uomini s’inchinarono fuori del battello in modo da farlo quasi ripiegar su sè stesso, e calaron sino a fior d’acqua il carico che stavan per lanciare; l’onda si schiuse gorgogliando e si racchiuse; il negro involto sparve: inabissandosi non destò alcun rumore, non accennò al suo immergersi nell’onda che per un impercettibile fremito onde si agitò la superficie a norma che il corpo si sprofondava gravitando verso il fondo. La barca aveva intanto ripreso la sua via e ritornava per dove era partita. CAPITOLO XXV. Dove si capisce qualche cosa. Nella famiglia del marchese regnava la più viva agitazione. Un servo erasi recato ad ora ben tarda alla locanda del Giglio, quando appena la corriera era partita, avea chiesto di due giovani che si erano ivi recati ed uno dei quali doveva prender posto per Cremona, e gli fu risposto che il viaggiatore era partito ma che il suo compagno avealo lasciato circa un’ora prima della partenza, mentre stavano cenando insieme in una delle sale terrene. Il servo era ritornato a casa recando la risposta avutane; di congettura in congettura interpretando quello strano ed inqualificabile avvenimento, la mente si spingeva a trarne le deduzioni le più terribili e le più allarmanti. Nè i tempi erano atti al certo ad acquietare le vigili ed affannose apprensioni d’una tenera madre, d’un padre, d’una sorella che amassero un loro caro tutta la forza dell’affetto. Correvan ogni momento strane dicerie per la città, spargevansi voci di omicidii e di rapine, e non se ne sapeva mai nulla. I duchi che aveano diritto feudale d’alta e bassa giustizia erano troppo occupati nelle loro feste di Corte per darsi cura delle pubbliche bisogna. Purchè non si gridasse contro la suprema signoria dei governatori e dei principi, importava loro ben poco che si facesse questo o quello. Scorrevano le ore, i primi albori risvegliavano la natura; non la speranza, che non sapeva trovare un palpito tra l’affannarsi della disperazione che pur tentava ancora un’ultima lotta!.... Era però vana ed impotente, che contro lei vi era un fatto!... vi era una terribile realtà: Alberto non veniva!... Donna Caterina, la povera madre che sentiva venirsi meno ad ogni volger d’attimo che si portava con sè un’ultima illusione, era straziante a vedersi... al più legger rumore che le giungesse all’orecchio essa correa sulla soglia... trasaliva allo sbatter d’un’imposta... sentiva voci che non erano che nel suo pensiero... Un ardore febbrile le animava la guancia, l’occhio avea fisso... attonito... si era abbandonata sopra una poltrona e parea che avesse esaurite le vitali sue forze in quel delirio del timore!... in quell’attaccarsi convulsivamente ad un’illusione che mente a sè stessa ed a cui non credendo si vorrebbe pur imporsi di credere!... Angela, la buona e cara fanciulla, i cui occhi aveano pianto tanto, spaventata dalla disperazione della madre, la accarezzava dolcemente cercando parole per confortarla, e la baciava e la vezzeggiava, ma ben vedevasi come in lei pure dominasse quella sinistra apprensione che facea battere con palpiti sì agitati il suo giovane cuore!... In lei pure era vivo quel senso indecifrabile eppur reale, che è la forza del presentimento... questa divinazione dello spirito che opera ed agisce allora che un grave avvenimento faccia oscillare le corde dell’anima umana e ne tragga quei suoni arcani ed imponenti innanzi a cui la ragione si smarrisce, e nella sua investigazione non trova che l’ipotesi d’una possibilità che possa darvi sviluppo!... Il marchese era cupo, concentrato, assorto; pensava. Egli svolgeva innanzi a sè le cause tutte onde avesse potuto aver motivo quello strano sparimento, ed inclinò la testa sul petto, gettando uno sguardo d’immenso dolore sopra quei due esseri che vicini a lui piangevano nel terribile abbandono d’una compresa sventura!... Erano le dieci del mattino quando fu suonato alla porta. Non è a dirsi come quel suono, elettrica scintilla, fosse corso per le fibre di tutti. Donna Caterina, Angela ed il marchese si precipitarono verso la sala d’ingresso prima che il servo ne schiudesse la porta. Sulla soglia apparve il dottore. Il dottore era, come solea mostrarsi nella famiglia del marchese, di volto calmo; s’avria detto che sulla sua fronte si fossero spianate le rughe che l’increspavano come se si fosse tolto dall’animo il peso di qualche grave preoccupazione che lo crucciasse. Accadeva diffatti talvolta che egli trasalisse nel bel mezzo d’una conversazione amichevole; che ad un moto di Angela, ad una parola di Adolfo il sorriso gli si contraesse sulle sue labbra in modo da diventare quasi una minaccia. Il suo occhio mandava allora un raggio di fuoco, il suo volto, da pallido ch’era, si facea livido, poi si immergeva in un’astrazione profonda ma che indicava solo essere il suo pensiero ben vivo sotto quell’apparente inerzia che parea un completo abbandono. Quella mattina, checchè fosse avvenuto nel suo animo, ben scorgevasi ch’egli avea superato qualche cosa; ciò che i medici alle volte chiamano una crisi, che i pittori chiamano una prova e che gli uomini d’affari chiamano un progetto. Egli non aveva però superato nè ciò che potesse interessare un medico, nè un pittore, nè un uomo d’affari. Era ben difficile leggere su quella sua fronte di marmo; pur vi si leggeva qualche cosa di sinistro sotto al velo di quella sua calma apparente. — Mio figlio!... mio figlio!... gridò donna Caterina slanciandosi verso il dottore. — Vostro figlio!... esclamò questi sorpreso. Ebbene, signora marchesa, che è egli avvenuto a vostro figlio?... Lo slancio febbrile che avea animato per un istante quella povera madre si estinse, un singhiozzo irruppe dal suo petto... Il marchese che interrogava il dottore coll’occhio anelante... immoto... fisso su lui, si fe’ muto... Angela si serrò contro la madre... ella provò uno strano sentimento alla vista del dottore; fu come il risvegliarsi in quel momento d’un senso assopito nella sua anima... quel senso di paura che involontario avea giganteggiato nel suo cuore e che soltanto aveva obliato nell’abbandono dell’affetto di cui avea fatto centro un cuore!... prima... si sentiva troppo felice per poter avere altro pensiero che non fosse un sogno d’amore!... La voce del dottore avea lasciato intravedere una infrenabile emozione nell’accentare ch’ei fe’ quelle sue parole. — Egli pure non ne sa nulla!... mormorò la marchesa con voce semispenta. — In nome di Dio!... che avvenne mai, donna Caterina?... La marchesa taceva immergendosi col pensiero nella cupa disperazione del suo dolore. — Che avvenne, marchese?... ridomandò egli ansioso e vieppiù agitandosi, mentre il suo sguardo gli roteava nell’orbita inquieto e sanguigno. Le sue labbra, come gli accadeva sovente, s’eran contratte, egli domandava e parea pregasse coll’interessamento di chi attenda per sè stesso, e vi era l’accento quasi del comando in quelle sue parole. Angela lo guardò con ispavento... si strinse di nuovo a sua madre, e le parve che avrebbe voluto chiudere sulle labbra del marchese la parola che vedea come gli stesse per uscire. — Sentite, dottore, gli rispose in quello stesso momento il marchese coll’abbandono confidente della sventura, che cerca un eco al proprio palpito d’affanno — in nome di Dio! Non avete voi veduto Alberto?... — Io no!... ma perchè questa domanda?... — Egli è uscito stanotte, e non è più ritornato. — Uscito!... esclamò il dottore, sul cui volto balenò il lampo sinistro d’un pensiero che ne contrasse i lineamenti come fosse soggetto ad un arcano terrore. Uscito! ripetè egli. E non è ancora ritornato?... — No... ed è scorso per noi una tal notte d’angoscia, dottore!... che il labro non saprebbe ridirvela... Egli ha accompagnato Adolfo!... — Adolfo s’era recato alla locanda del Giglio?... vi avete mandato?... — Sì... — Ebbene?... — Adolfo era partito solo, il suo compagno l’avea lasciato qualche tempo prima... e doveva tornare alla locanda dove non fu più veduto ricomparire. — Adolfo è partito!... gridò il dottore, per dio!... dite il vero, marchese?... — Sì, Adolfo è partito!... ma non è d’Adolfo che io domando!... Ma comprendete voi, dottore, il terribile pensiero che si agita nella mia mente, che passa sulla mia anima e l’agghiaccia di spavento!... La fronte del dottore si fece fosca!... — Partito!... ripetè ancora fra sè a bassa voce!... Egli stette silenzioso per alcuni istanti... quella agitazione convulsa era passata... ei ricompose le sue labra ad un sorriso... e si volse al marchese che l’interrogava col suo occhio inquieto... Ben vedevasi come egli cercasse far argine alle emozioni della sua anima... — Io non saprei in vero, marchese... balbettò egli... ma non resta che un sol mezzo... informarsi pienamente se qualche avvenimento disastroso abbia avuto luogo questa notte... tranquillatevi intanto, marchese, io farò quanto meglio potrò... farò quanto possa suggerirmi l’interesse che mi lega a voi... e ritornerò, spero, in grado di acquetare la vostra agitazione... Mio Dio!... accadono tante piccole cose nella vita che assumono talvolta l’apparenza d’una grave sventura... Il marchese Gian Paolo strinse con trasporto la mano del dottore che gli parlava d’una speranza... Donna Caterina gli volse pure uno sguardo in cui lampeggiò quell’ultimo resto di vita che ancora l’attaccava ad una illusione... Il dottore, a cui pareva non tardasse che il momento di togliersi di là, tanta inquietudine leggevasi ne’ suoi sguardi, inquietudine che poteasi credere motivata dall’interesse ch’egli prendesse per la possibile sventura ond’era minacciata la famiglia del marchese, gli strinse di nuovo la mano e rinnovandogli parole di speranza e promesse di ricerche che gli rendesser conto dell’avvenuto, uscì precipitoso ed affannato da quella casa nella quale era entrato col sorriso della soddisfazione sulle labbra atteggiate all’orgoglio d’una vittoria.. . . . . . . . Qualche ora dopo due uomini montati sopra due robusti cavalli uscivano a briglia sciolta da Porta Leona e correvan l’istessa via sulla quale s’era avviato la trabacca dell’oste del Giglio; taluno dei passeggieri rise di cuore vedendo a fianco d’un Ercole dalle forme d’atleta un omiciattolo che più gagliardamente stava in groppa al suo Bucefalo che al certo non era di razza inglese ma che galoppava sonoramente. Il dottore si recava sul finir del giorno alla casa del marchese... vi portava la delusione d’una vana ricerca. CAPITOLO XXVI. I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione. Ne è d’uopo di lasciare per poco Mantova e quei personaggi del nostro racconto che avranno forse interessato il lettore; il marchese con tutta la sua buona fede, Angela e la marchesa coi loro presentimenti di sventura, per recarci sul luogo dove successero i primi avvenimenti che diedero principio a questa narrazione. Era di là per l’appunto che Adolfo riceveva la lettera che traevalo alla ricerca dell’assassino di suo padre, dell’uomo per opera del quale sua madre era morta dopo aver tratta fra le angoscie la vita!... Angoscie che doveva a lui solo, a quest’uomo che s’era cacciato sul sentiero della sua esistenza, ad avvelenarne ogni istante!... In una sera trista trista, mentre il cielo era fosco di nubi, l’aria grave, mentre il tuono lontano lontano, fremeva nelle vallate, Ambrogio il carbonaro era seduto d’innanzi alla sua capanna che il lettore può riconoscere ad onta dei guasti operativi dal tempo. Non aveva più neppure la poesia di quel primo suo aspetto, quasi sinistro; allora, nascosta quasi dai ramosi alberi, circondata da un’alta siepe di frassini... pareva un agguato... oggi non era più nulla, avevan tagliata la siepe... i grandi alberi che s’incurvavano sopra il suo tetto eran morti... non restava sul terreno che il segno dove essi eran cresciuti, ad attestare che là morirono utilizzati dal carbonaro che ne fe’ legna da alimentare il suo focolare deserto. Le assi della capanna eran sconnesse, l’aria e l’acqua vi penetravano a vicenda, non era neppur qualche cosa di orribile!... era qualche cosa di squallido, di disgustoso... l’orribile ha la sua poesia, ha il suo bello; lo squallido non ha nulla, è ciò che è... una cosa da cui si allontana per non crucciarsi l’anima!... Il carbonaro sedeva sopra un sasso colla faccia nascosta tra le mani, assorto come in un doloroso riandare del suo passato... Egli pensava che sotto a quel misero tetto sorridevagli un giorno, una donna, che si assideva al desco ammanitogli frugalmente quando rientrava sulla sera canticchiando una canzone stanco del lavoro. Che un bambinello correvagli incontro e gli saltellava intorno aggrappandosi al suo vestito finch’egli se lo fosse recato in groppa... ripensava al certo che qualche gioja egli l’aveva gustata in quella capanna che ora non conservava di sè che una squallida nudità. Allora la sua bella siepe di frassini era verde e folta, l’usignuolo veniva a cantare là... vicino ad essi mentre erano intenti a ciarlare prima dell’ora del riposo; lo sentivano trillare i suoi gorgheggi, e gliene veniva all’animo una calma, una pace, quasi una felicità. Poi le cose cambiarono... e la pace fuggì dalla capanna ospite spaventata. L’usignuolo non venne più a cantarvi d’intorno perchè vi sentì dentro voci di minaccia... e grida ed imprecazioni... perchè egli confidente non vedeva più al finestrino che si apriva, sporgere una bella testa di donna che lo riguardava rapito, nè più senza fuggire vedeva passarsi d’innanzi un vago fanciullino dalle bionde chiome che saltellava per il prato. Egli vi vide entrare ed uscire faccie arcigne e fosche, v’intese rumori che gli parevan strani, e che disturbando la sua pace lo decisero a scegliere un’altra siepe, un’altra casa intorno a cui intuonare le sue vaghe armonie. La donna del carbonaro era morta... del fanciullo, ei non se ne curava e non lo vide più tornare; era morto egli pure? era stato raccolto da qualche cuore pietoso?... egli non lo sapeva e non se ne curò; al secondo giorno che più nol vide comparire egli si era detto alzando le spalle, un fastidio di meno!... Ma gli anni passavano ed a seconda che quel vuoto spaventoso veniva a farglisi attorno, sentì nella coscienza farsi vivo il pungolo dei rimorsi... e ripensò con spavento a quella sua vita di colpe... si ricordò di Francesco... che egli aveva raccolto ferito, che aveva ospitato sotto la sua capanna, e di cui aveva venduto il cadavere... e gli parve che da quel momento la maledizione fosse scesa sulla sua casa. Da allora, non più pace, non più lavoro... non più il sorriso della sua donna, il bacio del suo bambino... la sua donna tremava di spavento, forse d’orrore quand’egli a notte tarda si ritirava nella capanna, e vi deponeva nell’angolo più nascosto la sua carabina, forse fumante ancora per la recente scarica che avea fatto sussultare la dormiente dal suo letto, che gli aveva fatto stringere al seno palpitante la sua povera creatura. Tutto si mutò intorno a lui, al pane del lavoro spezzato sulla tavola e diviso nella famiglia, successe l’orgia, ed il vino vuotato a colme tazze tra gli ebbri compagni... e il disordine della notte, ed in mezzo a ciò il fantasma del delitto che ne spingeva i passi errabondi... Fu dal giorno che ei fuggì innanzi ad Adolfo spaventato come da una visione infernale, fu d’allora che questo gli sorse contro angelo sterminatore a contendere un bottino, e due vittime alla sanguinaria sua banda, che la fatalità inesorabile gli camminò a lato. Dopo aver rinunciato al lavoro egli si vide preclusa sino la strada alla colpa, perchè i suoi compagni che lo vider fuggire d’innanzi ad uomo lo chiamaron vile; essi non sapeano che quell’uomo era una fantasima per Ambrogio, che gli parve fosse sorto dalla tomba per vestire le sembianze della prima sua vittima: di Francesco che egli avea sì infamemente tradito!... Il dolore e gli stenti avevano tratto a morte la sua donna; suo figlio non era più ritornato alla capanna che stava sola là... ad attestargli il passato... rinnovatrice spietata delle sue memorie, pagina terribile del libro della sua vita in cui dovea leggervi col terrore dei rimorsi, colle paure d’un’anima nella quale il fatalismo avea snervata ogni energia... È una maledizione!... È una maledizione!... esclamò egli alzandosi da sedere... gettò uno sguardo spaventato verso la capanna e mosse alcuni passi come per allontanarsene... È la mano di Dio!... Oh! io non avrò mai pace!... Le campane della chiesa del paese suonavano l’avemaria della sera... Quella lenta oscillazione del bronzo arrivava insino a lui, accompagnata dal vento della sera, umido e grave; la pioggia incominciava già a cadere sottile... Il cielo s’era fatto più fosco, Ambrogio fremè in tutto il corpo come se avesse inteso una voce far eco al grido che gli era uscito dal labbro... Egli cadde in ginocchio sovra un sasso, e stette muto, tremante, finchè ogni suono cessò, e d’intorno a lui non udì che il cader della pioggia sulle fronde degli alberi, e il fischiar del vento nel basso della valle. Avrebbe voluto pregare, ma la parola non trovava cemento, forse era dominata da un pensiero... Egli si era alzato però più calmo, entrò nella capanna, si gettò sul suo giaciglio, e stette aspettando l’indomani in cui parea avesse pensato di dar compimento ad un progetto che or vedremo farsi palese. CAPITOLO XXVII. Don Luigi il parroco. Le campane del villaggio suonavano a festa, una folla di gente era accalcata sulla piazza; le giovani del contado vi sfoggiavano le loro spille d’argento appuntate alle trecce d’ebano ed i nastri rossi che lor sventolavano dietro le spalle; le donne avean cuffie di pizzo linde e bianche, calzari di legno che rendevano un fracasso indiavolato battendo su pei ciottoli... I rivenduglioli facean ballar nelle tasche il sonante metallo che avean buscato nella mattinata, le carrette stavano attaccate alle rozze in attesa che finisser le funzioni per riprender la strada per la quale i girovaghi, nelle domeniche, sogliono condursi a tutte le piazze della provincia. Era l’ora della predica, all’invito che facea ai fedeli la campana della chiesa col suo martellare a rompicollo, come moveva l’estro al campanaro che ci teneva a dar prova della forza muscolare delle sue braccia, la folla s’avviò verso la chiesa che si gremiva di gente, talchè innanzi allo sguardo offrivasi un livello orizzontale di cuffie e di lucidi dischi di spille che scintillavano al chiaror delle lampade e dei ceri accesi dagli altari intorno ai quali la folla si era prostrata divotamente, e credeva sul serio, che quello sgraziato del figlio di Dio fosse stato condannato con tanto talento da suo padre ad esser sacrificato e mangiato, e masticato da tante bocche di fedeli, quanti erano le migliaia di preti, delle migliaia di chiese, e quante eran le bocche dei milioni di cattolici che agevolavano ai fornai il consumo della farina nella fabbrica delle ostie più o meno consacrate... e che io credo i soli che abbiano trovata l’utilità della Comunione e della Messa!... La predica era incominciata; il parroco del paesello era un buon parroco, un uomo ben pasciuto, ben tarchiato, per trarne la desunzione che l’astinenza dal bicchiere e dai buoni bocconi non era una delle sue più grandi virtù, ma ciò dopo tutto non provava ch’egli non fosse un buon uomo... tant’è vero che per essere buoni bisogna esser tranquilli, e che per esser tranquilli bisogna aver con che soddisfare ai proprii gusti ed ai proprii bisogni... Egli credeva di far molto meglio usufruttando vivente d’una lauta tavola da cui ogni giorno avanzasse qualche cosa da dare a qualche povero della parrocchia, di che nell’infliggersi la penitenza d’un digiuno che se poteva contribuire a dimagrarlo non gli dava alcun piacere e non era utile poi ad alcun altro... Parlava a quella buona gente dei doveri del cuore, dei loro obblighi; li condiva con qualche tiratina di future beatitudini celesti, ma così in via d’accessorio come una salsa piccante che insapori un piatto. Diceva loro saggie cose come credeva che meglio lor potesser convenire e come ad ei parea più facile far loro accettare. Ambrogio il carbonaro durante la predica era rimasto appoggiato ad una colonna del tempio, come uomo nel cui animo duri ancora una lotta; egli aveva ascoltato e stavasi incerto su cosa dovesse fare; scorgevasi che qualche cosa egli avea divisato, ma mal s’avria indovinato che cosa, perchè la sua fisonomia se tradiva un interno turbamento nulla diceva di quel ch’ei pensasse, e stavasi tutto chiuso in sè stesso, e incerto egli pure di quel che far si dovesse. Quando don Luigi finita la predica... dalla sagrestia passava alla sua casa, si vide muovere incontro il carbonaro; Ambrogio era pallido e visibilmente commosso, egli si gettò d’innanzi al prete scomposto negli atti e stette in faccia a lui articolando colle labbra tremanti alcune parole che egli al certo non comprese poichè si fermò quasi atterrito... — Che volete buon uomo?... domandò egli dopo che ebbe atteso per alcuni istanti una spiegazione. La voce parea soffocata nella gola del carbonaro, che a quella domanda come riscosso da un intorpidimento mentale, levò sul prete il suo sguardo inquieto, oscillante... e parve che fosse come richiamato in sè da quel suono che lo toglieva alla preoccupazione d’un pensiero. Il prete lo guardò alla sua volta con sorpresa; quel senso quasi di pauroso timore che gli aveva cagionato quell’improvviso ed inaspettato incontro, accompagnato da sì strani modi, svanì di faccia a quella vaga manifestazione di dolore, di incertezza che potè leggere sul volto del carbonaro. Egli comprese che nell’animo di quell’uomo s’agitava forse una lotta... Ei non sapeva qual fosse, ma gli si rivelò per quell’intuizione facile a coloro il cui ministero li mette a contatto delle varie manifestazioni dell’anima umana... — Che volete buon uomo?... ripetè egli ancora facendo, un passo verso il carbonaro, e procurando di dare alla sua voce tutta la possibile dolcezza. Lo sguardo immoto d’Ambrogio che si fissava compreso quasi da arcano sbigottimento in quello del prete, si animò a quella voce che era un invito alla confidenza... a quella parola che pareva promettergli un conforto... un tremito improvviso corse le sue fibre... L’ultima battaglia del cuore contro l’istinto, della coscienza contro la paura, si vinceva in quell’istante supremo in cui da quell’animo concentrato in sè stesso, coi segreti del suo passato, usciva un’aspirazione verso il bene!... Egli cadde alle ginocchia del prete e gli mormorò con voce che rompeva il singhiozzo del petto anelante, — padre, io sono un grande colpevole!... — Il buon prete fu commosso da quello slancio, egli guardò quell’uomo che inchinava d’innanzi a lui la sua fronte che aveva forse altra volta sfidato Iddio, e si sentì compreso da tutta l’imponenza di quel ministero d’amore che fa del pergamo la dottrina della fratellanza umana, che ha per tempio il cielo col suo arabescato padiglione di stelle, che ha per terreno il cuore in cui può coltivare tante nobili aspirazioni d’amore e di virtù!... Egli sollevò il carbonaro e fattogli cenno di seguirlo, lo fece sedere vicino a lui nella modesta cameretta che gli serviva di studio ed in cui si raccogliea nell’aspirazione della preghiera pregando forse dal cielo pace e conforto a questa progenie di infelici che costituisce l’umana famiglia!... La stanza o per meglio dire il gabinetto di don Luigi era come dicemmo modesto; v’era però quella decenza che non si scompagna mai dalla proprietà, per quella stima che si deve avere di sè stessi onde ne è impedito di venir meno a noi in tutto ciò che fa parte della nostra esistenza; quella proprietà che si mostra nell’esteriorità dei suoi atti, come nell’adempimento de’ suoi doveri morali. Vi si vedeva una ricca libreria adorna delle più belle opere di quel tempo che non mancava di insigni scrittori, le figure di santi onde andavano adorne le pareti erano opere d’arte piuttosto che goffe immagini; di sopra al suo semplice inginocchiatojo era sospeso un quadro a larga cornice rappresentante Gesù, allora che nell’orto di Getsemani prega dal cielo coraggio e fermezza. Era un bel quadro!... ed era ben atto ad inspirare la pietà del sacerdote, quell’immagine d’uomo prostrato d’innanzi all’idea della Divinità, mentre chiede a sè stesso come potrà compire la grande sua opera... sbigottito e scoraggiato dalla perversità a cui egli si offre olocausto!... L’immagine di Maria, tipo eterno di bellezza, di poesia e d’amore da cui il genio trasse le più splendide aspirazioni all’idealità d’una forma che non fu mai altro che la divinazione del bello!... spiccava di prospetto al primo, dentro una bella cornice di ebano intarsiato maestrevolmente a rabeschi; ai due fianchi della libreria v’era un san Giuseppe ed una Maddalena... null’altro!... v’era insomma una famiglia invece d’un calendario ed in mezzo a quella conviveva il buon prete. La dolce armonia di quella stanza, la fisonomia aperta del prete, da cui non si rivelava altro senso che non fosse quello d’un’infinita bontà, parve riconducesse dal suo smarrimento l’animo agitato del carbonaro... egli portò alle labra la mano che don Luigi gli abbandonò con atto di conforto, come per sostenerlo in quella lotta che forse impegnava ancora gli ultimi suoi sforzi. — Padre... mormorò egli; credete voi che Dio possa perdonare un assassinio?... Per quanto don Luigi fosse disposto ad una rivelazione strana, in quanto che palese vedevasi d’innanzi la violenta agitazione di quell’uomo, pure, a quella recisa dichiarazione... a quella parola assassinio, buttata là, senza preamboli, egli trasalì e guardò in faccia il supplicante che curvò la fronte sotto il fascino di quello sguardo che pareva gli ricercasse le più profonde latebre del cuore per trarvi il pensiero della sua colpa. V’era però una tale espressione di dolore in quel volto pallido ed abbattuto dai rimorsi e dalle sofferenze, che lo sguardo di don Luigi ripresa la sua bonomia naturale si fe’ ad interrogarlo coll’abituale dolcezza. — Dio può tutto perdonare, o fratello... gli disse egli... anche i più gravi delitti purchè l’anima che si volge a lui non finga un pentimento che non sia maturato nel cuore... — Sono pentito, padre!... ripetè Ambrogio con voce debole e tremante, ed il suo sguardo smarrito si animò alla confidenza... Padre!... io ho tanto sofferto... che la morte mi peserebbe meno del pensiero della mia colpa!... Padre!... la maledizione del cielo si è gravata sulla mia casa da quel giorno terribile in cui la mia mano si è lordata di sangue... Padre!... mia moglie è morta nella miseria... quasi di fame... ed io non ho neppure vegliato al suo letto di morte!... mio figlio non è più tornato sotto il tetto che era fulminato dalla maledizione di Dio!... ma io ho tanto sofferto che Dio avrà misericordia di me... La parola della fede dalle labbra del sacerdote passò rugiada vivificante sul cuore del colpevole; Ambrogio che parea non si sapesse decidere ancora a richiamarsi i dettagli tutti di quell’orribile fatto che per spavento gli ammortiva tutte le forze dell’anima... ad ogni parola del prete traeva forza per quell’atto confidente che gli scemava dal cuore il peso della stessa sua colpa... L’animo umano è come la ruota a cui basta dare il primo impulso perchè giri sopra sè, ed a cui basta continuare indi un piccol moto perchè prosegua nel suo roteare. Apertosi una volta all’abbandono vi si slancia; quand’abbia aperta una via a sè d’innanzi, corre!... ond’è che tanto sia facile a questa viziata o malata natura umana l’inclinare alla virtù od al delitto... e sull’una o sull’altra via lanciarsi con tanta foga di bene, con quanta vertigine si corre talvolta su quella del male... Il carbonaro nulla tacque nè a sè stesso, nè al prete... egli analizzò tutto quanto concorse a fare di lui ciò che era; ei nulla tenne celato... si trovò infame... e si chiamò infame!... ei sentì di non poter nulla nascondere perchè gli parve che l’occhio della Divinità fosse dentro al suo cuore e vi leggesse le pagine più ascose; egli disse come traesse a morte nella sua capanna il ferito... come avesse accettato quel patto vile, come da quel giorno si fosse dato ad ogni ribalderia con dissoluti compagni... Disse della morte di Giulietta, dell’orfano che correa il mondo in cerca dell’assassino di suo padre, che non avrebbe al certo risparmiato anche il figlio ove lo avesse trovato sul suo cammino.. e come gli paresse di non sentirsi tranquillo senza che a costo della sua stessa vita egli non avesse fatta al figlio ogni rivelazione di ciò che riguardava l’assassinio di suo padre. La possibile conseguenza d’un nuovo spargimento di sangue che potesse essere e con ragione il frutto della rivelazione del carbonaro, suggerì al buon prete qualche consiglio di prudenza; quell’animo avvezzo alla rappresaglia, al sangue, non trovava quiete al suo spirito agitato dal rimorso che segnando alla vendetta del figlio l’uomo con cui egli aveva patteggiata la morte d’una vittima... V’era un carnefice da colpire, v’eran un colpevole ed un complice, ed egli complice e colpevole denunciava nello stesso tempo al braccio inesorabile della vendetta. Ciò era logico secondo lui. Don Luigi s’oppose dapprima a questo progetto, gli parve arbitrario diritto il sostituirsi vindice quando la punizione era nel diritto di Dio... Per quanto fosse uomo sentì di esser prete e sacerdote di pace non fautore di atti violenti che avrebbero fatto versare dell’altro sangue sul sentiero della vita. Ma quando Ambrogio con quel linguaggio energico che gli veniva dalla sua natura assoggettata alla pressione della sola idea con cui egli credeva poter riparare al suo fallo, gli mostrò che l’odio di un uomo pendeva eterna minaccia sul capo d’un altro innocente sinchè questi non sapesse il nome che affannoso andava cercando.... quando gli dipinse l’orfano prostrato sulla tomba del padre invocando invano un nome alla muta inesorabilità della morte, quando gli disse come chiuso in un pensiero che logorava la sua vita ei non domandasse altro al cielo che questo nome!... L’uomo si destò disotto a quell’abito che ammortisce le aspirazioni!... Egli sentì che vi era un animo lacerato su cui versare l’unico balsamo che ne potesse acquietare lo spasimo, che v’era una creatura da difendere, e che nella possibilità di un fatto il cui sviluppo era nascosto nei misteri dell’avvenire, nella certezza d’un male che già esisteva, nella prolungazione di una tortura, nel pericolo che una nuova vittima cadesse suggello al delitto per assicurare l’impunità del colpevole, non era poi delitto dar braccio a questa provvidenza, che se si serve per colpire o per sollevare dell’opera umana, potea ben presiedere a motrice di quel fatto istesso che ora si compieva intessendo le fila di quell’imperscrutabile e continuato lavoro che essa compie e rinnovella sulla via dei secoli, seguitando il suo cammino verso l’eternità, ch’è l’infinito!... — Che Iddio e la tua coscienza t’inspirino, o fratello, diss’egli versando nell’animo del colpevole la santa parola del perdono. Occorreva sapere però ove si trovasse Adolfo. Don Luigi gli promise d’interessarsene, e gli disse che fra qualche giorno si recasse da lui. CAPITOLO XXVIII. La nonna Caterina. La casa dove abitava la nonna Caterina era ben triste dacchè Giulietta ed Adolfo vi aveano disertato. Dacchè il piccolo Adolfo non vi imbizzarriva con quella gaiezza propria dei fanciulli quando non ancora quel sentimento alle volte troppo importuno, che è la ragione, non ne abbia gelato sul labbro la festività della speranza baldanzosa e fidente! Tutto era squallido; nel piccolo giardinetto del cortile non vi crescevano i fiori, le finestre ne erano chiuse, il raggio del sole parea men brillante, meno vivo, quando passava dal cristallo per versarsi nella camera deserta come volesse animarla d’una vita che non era più. Era la stessa di una volta; vi era il letto dove Giulietta avea sognato tante volte sogni d’amore e di gioia.... Vi era la cuna nella quale dormiva il piccolo Adolfo e che ella si stava a risguardare tante volte, e pensava quando egli grandicello avrebbe corso i vicini prati, quando avria saltellato di balza in balza, su per le chine della montagna... quando gli avrebbe portati i bei fiorellini fecondati dal sole e si saria assiso sulle sue ginocchia raccontandole tanto belle cose!... quelle vaghe ingenuità, quei nonnulla in cui vive il cuore di una madre, in cui palpita e si sente rinascere alle sue aspirazioni di vergine quando vagheggia insonni ancora le gioie della maternità!... Ahimè!... di quel passato non restava più nulla... Vi eran due tombe nel cimitero del paese!... un ramingo ed una vecchia che piangevano sui morti... e che aspettavano invano!... La nonna Caterina sedeva una sera d’innanzi alla porta della triste dimora. Il sole si coricava infuocando l’orizzonte colla sua porpora di re. La vecchia guardava le alte vette delle montagne che si stendono al di là dove il Ceresio bagna le valli della Svizzera. Le parea di sentirsi l’animo più lieto che nol fosse altre volte. Caterina guardava ansiosa a sinistra della via come chi attenda persona cui sommamente interessi di vedere... scorreva il tempo ed una viva impazienza si appalesava sulla sua fisonomia che esprimeva ognor più le agitazioni dell’animo... finalmente dall’angolo della strada apparve un uomo... dinanzi a lui correa saltellando un ragazzo che gridava alla vecchia con quanto fiato aveva in corpo: — Eccolo! mamma Caterina. L’ho aspettato perchè non era alla parrocchia; Don Luigi si avanzò verso la buona vecchia che levatasi dalla sua seggiola gli mosse incontro tutta festosa. Essa volle prendere a tutti i costi la mano del prete che baciò con trasporto, e si acquietò solo quando egli la richiese del perchè l’avesse fatto chiamare. — V’ha forse qualche buona nuova eh... mamma Caterina?... gli domandava don Luigi con dolce bonarietà commosso dalle cordiali dimostrazioni della vecchia. — Altro che buone nuove, reverendo!... Non glielo ha detto quel ragazzaccio di Carlino?... già è uno sventato che non raddrizzerebbe le orecchie ad un mulo!... È un’ora che l’ho mandato, sa, reverendo!... Un’ora!... Domando io cos’ha fatto!..,, sarà stato a saltar per la piazza, come fa sempre quando lo si manda due passi distante da casa!... Oh questi benedetti ragazzacci!... farebber perder la pazienza ad un santo... non è vero, reverendo?... Don Luigi sorrise, lasciando passare quella sfuriata della vecchia che stava per tirar dritto colla rozza loquacità propria delle vecchie di campagna. — Dunque che nuove abbiamo, mamma Caterina? le domandò di bel nuovo; ha forse scritto il nostro Adolfo? — È proprio quello che volea dirle e di cui avevo incaricato quel ragazzaccio. — Lasciamo stare il ragazzo, e ditemi su dunque quello che più ci riguarda. Vi ha detto dov’è? — Altro che me lo disse!... ho fatto legger la lettera dal fornaio, e mi dice che è un letterone coi fiocchi... la guardi, reverendo, la guardi!... Essa trasse di tasca la lettera di Adolfo e la porse a don Luigi, che la scorse rapidamente. — Avete fatto più che bene a farmene avvisato, mamma Caterina; devo dare appunto informazioni di lui a persona che s’interessa vivamente di cosa che lo riguarda. — Come scrive! non è vero? M’ha detto il fornaio che parla come un libro. — È un buono e bravo ragazzo, e il cielo lo farà felice, mamma Caterina. — È quello che spero anch’io. Che piacere avrei a vederlo!... io che l’ho portato tante volte su queste mie braccia!... era un demonietto che non voleva saperne di star fermo. Oh reverendo! sarei ben felice se potessi vederlo prima di morire!... — È in casa di buona gente a quel che pare, e che lo amano!... — Oh in quanto a questo, reverendo... altro! È un buon uomo quell’uomo che lo ha tolto con sè... è un uomo a modo!... gli ho fatto una zuppa di cavoli e l’ha trovata eccellente!... Non è vero che è una prova di animo buono che un marchese trovi che una povera donna abbia fatto bene una zuppa di cavoli?... — Che Adolfo avea condita col toglierlo ad un poco allegro incontro! gli rispose sorridendo don Luigi. — Ma questo però non toglie... ripetè la vecchia. — Questo non toglie che siano gente d’ottimo cuore in cui egli ha trovato una famiglia. Vi dice che ha lasciato la campagna del marchese e che si è recato alla città. — Oh reverendo!... se potessi sperare di vederlo prima di morire!... — Ne avreste proprio volontà eh... mamma Caterina? — Se ne ho volontà?!... saltò su la vecchia, nel cui occhio scintillò un raggio di gioia. Se ne ho volontà! non chiederei altro al buon Dio per chiudere gli occhi in pace. Don Luigi porse la lettera alla vecchia e la guardò con dolce commozione. — E voi lo vedrete... e lo vedrete presto; gli disse egli col suo tuono di voce calmo e sereno. La mamma Caterina sarebbe saltata con tutto lo slancio del suo cuore al collo di don Luigi se un sentimento di rispetto più forte in lei della sua stessa emozione non la avesse rattenuta, mettendo solo sulle sue labbra una viva esclamazione di gioia!... Qualche giorno dopo quell’abboccamento, Adolfo ricevea la lettera che è a cognizione dei nostri lettori; era del carbonaro e lo aspettava al ponte della Croce, sulla strada dove egli sorse provvidenzialmente tra lui ed un nuovo assassinio, che avrebbe insozzata d’una nuova colpa la sua anima ed aggravata la sua coscienza d’un rimorso di più. CAPITOLO XXIX. I cortili del palazzo ducale erano affollati di paggi e di staffieri; nelle sale del principesco appartamento splendevano i dorati doppieri e scintillavano di luce le vetriate degli ampj veroni!... Il duca Federico più che mai gajo era sceso nel salone seguito dal suo codazzo di cavalieri e vi riceveva l’ambasciatore di Sassonia che erasi recato alla sua corte onde intendersi seco lui per alcune vertenze politiche che la corte dei Gonzaga avea contratte colla famiglia reale sassone. Il più eletto fiore della nobiltà erasi dato convegno nelle sale dei Gonzaga onde festeggiarvi il fortunato ospite; eranvi arrivati ricchi equipaggi dalle vicine castella e vi portavano vaghe donzelle sfavillanti di gemmate treccie, con tutta la pompa d’un lusso che si voleva metter in mostra, gareggiando ogni famiglia un po’ alto locata, a non lasciarsi offuscare, se non altro dalle esteriori splendidezze dalle corti amiche con cui nello stesso tempo si giocava a dispetti ed a cortigianerie!... La famiglia del marchese Gian Paolo stavasi tutta raccolta nel suo dolore... Sanguinava il cuore sotto l’impressione di quella dolorosa catastrofe di cui non sapevano cosa pensare... Nulla v’ha di più orribile del dubbio, di quest’aspide che si attortiglia al verde tronco della vita e ne sugge tutta l’anima col suo alito avvelenato!... Esser certi d’una sventura, toccarla con mano, averla d’innanzi allo sguardo nella sua forma anche la più terribile, è pur sempre minor affanno che dubitarne, mentre l’anima che s’attacca alla speranza onde mentir a sè stessa con una pietosa illusione, veste di sembianze ognor più crudeli, ciò che è una timorosa apprensione, od una spaventevole verità!... Alcuni colpi vibrano sul maglio della mesta dimora. Un paggio mandato dal duca invita il marchese a recarsi immantinenti alla Corte... la fanciulla e la madre si guardano in volto chiedendosi se siavi una sventura da temere!... si è così facili a pensare al male quando si è infelici!... quando tutto quello che ci attornia, non ha che quella sola e triste sembianza; quando sembra che ogni atto della nostra vita sia un nuovo anello che ci unisca a quella pesante catena sotto il cui peso ci sentiamo venir meno, nè ci è permessa pur la speranza della felicità nella tema di renderci più terribile la delusione. Il marchese tranquillata Angela e la sposa, si allestì alla meglio e vi si recò; sapeva dell’arrivo dell’ambasciatore sassone e credette fosse chiamato a null’altro che ad un convegno d’etichetta!... Il duca Federico s’era trattenuto intanto coll’ambasciatore, e la lor faccenda parea avesse raggiunto il suo sviluppo, perchè stringendosi la mano chiusero il loro segreto colloquio... e rientrarono uniti nelle sale dove i convitati tutti attendevano con un sorriso sulle labbra l’apparire di sua altezza!... . . . . . . . — Come va, marchese, gli disse il duca Ferdinando porgendogli la mano quando lo vide presentarsi sulla soglia. — Male, altezza!... ad onta delle investigazioni fattesi in nome di vostra altezza ed ordinate da voi, nulla si è potuto rintracciare su quel disgraziato avvenimento!... Non so ancora, duca, se debba piangere un morto, o temere, chi sa qual trista sventura!... — Bisogna convenire, marchese, esclamò il duca stizzito, che se fosse avvenuta disgrazia a vostro figlio, avremmo qui dei maledetti mariuoli che si dan molta briga per isfuggire alle travi de miei patiboli!... — Vostra eccellenza sa che voci ben strane corrono tutto giorno... e di cui la città si allarma invano!... — Parliamo d’altro, marchese!... Il marchese guardò in volto al duca sulla cui fronte parea si stendesse quel velo di noja che da una circonlocuzione che tardi ad arrivare al suo scopo, e ricacciandosi nel petto un sospiro, ripetè egli pure... Parliamo d’altro, altezza!... sono ai vostri ordini!... — Alla buon’ora!... Avete veduto l’ambasciatore?... — No, duca!... — Ve lo presenterò più tardi... vorreste fare per distrarvi un viaggio in Sassonia?... ve lo do a compagno e non ne sarete malcontento. — In Sassonia, altezza?... domandò il marchese un po’ imbarazzato. — Un magnifico paese, marchese... d’altronde sarete presto di ritorno, vi manderei a trattare colà più un affare di famiglia che una politica bisogna... — Quando piaccia all’altezza vostra... — Siamo dunque intesi?... — Perfettamente!... — Viaggerete coll’ambasciatore. — Non importa con chi quando si tratti di servire il mio principe!... — Sempre bravo e leale!... marchese, m’impegno a metter sossopra la città per aver nuove di vostro figlio, e le avremo. Il marchese sorrise, di quel sorriso che non accetta la speranza. Il duca lo portò fuor della sala e s’intrattenne lungo tempo seco lui... Due giorni dopo egli partiva per la Sassonia, lasciando Angela piangente al letto della madre. Mentre confortava entrambe colla promessa d’un sollecito ritorno, il suo cavallo sbuffante batteva nel cortile l’ugna ferrata; egli partì salutando di nuovo Angela, la vaga fanciulla che, asciugandosi gli occhi umidi di lagrime, si sforzava a sorridergli dal balcone. CAPITOLO XXX. L’ammalata. Collo scorrere del tempo che precedeva questi rapidi avvenimenti tardavano ognor più alla famiglia novelle di Adolfo; alle indagini praticate su quello strano scomparire del fratello che l’avea accompagnato, non avea risposto che il mistero. Il marchese ne avea altamente parlato alla corte del duca Federico. Si eran dati ordini di accurate ricerche, ma tutto tornò infruttuoso. Si credette per qualche tempo ch’ei potesse esser partito con Adolfo. Nelle lunghe e melanconiche serate in cui si rimpiangevano gli assenti dal domestico focolare, si accarezzava una possibile speranza; la si era seguita nel suo svolgersi, ma con quella ritenutezza che teme investigando di distruggere un’illusione; la si voleva accettare colle sue possibili probabilità, tanto per aver qualche cosa a cui credere, e tornava intanto sempre più strano ed incomprensibile quel silenzio che rispondeva solo ed inesorabile alle ansie più inquiete e febbrili!... L’incognito assiduo sempre; prodigo di cure, in quei giorni di dolore si era mostrato così premuroso, così attaccato alla famiglia, da cancellare dal cuore di chicchessia qualsiasi sinistra impressione che l’animo avesse potuto subire. Notavasi in lui strana gioia, dirò quasi.. ed ogni atto che gli desse campo a manifestarsi l’angelo che portava un po’ di balsamo alle ferite del cuore che si doleva; il raggio che versava un po’ di calma tranquilla in mezzo a quell’uragano di disperazione!... Si avrebbe detto che era tanto il suo affetto per quella famiglia, da gioirne per la sventura che gli forniva i mezzi di dare l’opera sua... tesoro di disinteressamento che non chiedeva altro che di manifestarsi. Egoismo sublime di quelle poche anime elette che si sentono felici pel bene che possono operare. Egli avea assecondate tutte le illusioni che vestivano questi avvenimenti; aveva anzi date tutte le probabilità a quelle possibili deduzioni, aveva torturato il suo cervello per trar fuori da quel buio un raggio che fosse guida, ed una speranza che fosse conforto. Vi era un sol cuore restìo a subire quelle impressioni... un cuore in cui non potea tacere una voce arcana che vi parlava strani sospetti, disordinati sensi.... per cui l’affetto parea menzogna, il disinteresse codardia, l’abbandono servilismo. Si avrebbe detto che la povera fanciulla avesse paura di quell’uomo che era tutto cuore e parola, opera e pensiero per la sua famiglia!... e che per lei parea un serpe che si stringesse intorno alla vittima per soffocarla tra le sue spire mortali!... gli parea!... Ma chi sa spiegare la stranezza dei presentimenti, talora divinazioni del pensiero, tal’altra arcane impressioni che sembrano un delirio convulso della fantasia?... A far più triste il dolore della giovinetta, che gemea in quell’angoscioso abbandono, una nuova sventura maturava col tempo, e questo inesorabile esecutore delle vicende umane l’avvicinava col suo scorrere; la marchesa Caterina era caduta ammalata, e si avevano serie apprensioni sulla sua malattia a cui l’età già cadente dava alimento di consunzione!... Il marchese era sempre trattenuto lontano dalla famiglia. Vi era una fatalità che pareva stringere intorno alla giovinetta un vuoto fatale!... Ed intanto in mezzo a quel vuoto un uomo si avvicinava a lei... un uomo la stringeva... si immedesimava colla sua famiglia che andava sfasciandosi. Essa lo sentiva ed avea paura del suo pensiero che gli mostrava quell’opera che le parea mostruosa e che si andava compiendo collo scorrere d’ogni nuovo giorno!..... Il male progrediva rapidamente. — Dottore, diceva l’ammalata all’incognito che la vegliava con assidua premura, voi avete salvato Angela, ma voi non potete salvar me... in Angela vi era una vita da rinvigorire... in me è la vita che si scioglie... e niun farmaco potria stringerne il nodo. Il dottore taceva guardando mestamente l’ammalata, ed un sorriso che animò il suo sguardo d’un lampo fuggevole come il pensiero che l’avea acceso, errò sul suo labbro. La porta della camera si aperse e comparve Angela. Veniva dal giardino e portava un fiore a sua madre!... La comparsa d’Angela in quella camera triste e melanconica fu come un raggio di sole che brilli di mezzo alle nubi agglomerate nello spazio: qualche cosa di luminoso, di soave parea riflettersi su quella fronte di vergine, animata dallo slancio dell’affetto!... Essa guardava sua madre!... il suo volto era mesto... non triste... era un istante in cui forse accarezzava una speranza. Un vivo incarnato colorava le sue guancie, le pupille de’ suoi grandi occhi brillavano, i suoi labbri umidi composti in atto di sorridere lasciavano vedere la doppia fila de’ suoi denti bianchi, lucidi come perle. I suoi bei capelli erano composti in vago disordine. La marchesa si sollevò sul suo guanciale per guardare con miglior agio in volto quella bella e leggiadra creatura. — Oh come t’amo! mormorò ella stringendosi sul cuore quel bel viso d’angelo illuminato da un raggio di sole che, entrando dallo schiuso balcone, parea sorridere a quel quadro che Michelangelo e Carrer avrebber potuto creare in diverso modo bello, ma non più bello!... — Ebbene? domandò la fanciulla; ti sentiva parlare sin dal giardino, madre mia, ed ora non dici più nulla?... — Io? mormorò l’ammalata confusa, mentre una penosa emozione contraeva il suo volto che si fe’ più pallido. L’incognito non ascoltava; egli parea assorto in una profonda astrazione, ed i suoi occhi eran fissi sul volto d’Angela come in lei fosser concentrate le facoltà tutte della sua anima. — Come mi fa bene il tuo abbraccio, mia buona madre!... gli ripetea Angela stringendosi alle labbra ardenti la sua fronte su cui cadeva una lagrima. Guarda i bei fiori, non è vero?... se non era per te, madre mia, io non li avrei spiccati dal loro gambo... ogni volta che io lo faccio ne provo pena, ma a te piacciono tanto!... non è vero che ti piacciono i fiori?... Intanto che Angela parlava, cresceva l’emozione penosa che agitava l’ammalata, la sua mano che stringea quella di Angela rallentò la sua pressione, il suo alito si fe’ debole debole, mandò un sospiro, e mormorò un nome! Angela gettò un grido disperato. — Dottore!... dottore!... essa muore!... L’incognito si scosse... gettò uno sguardo su Angela... uno sguardo di fuoco!... Angela non lo vide, essa era china sul letto della madre e la chiamava coi più teneri nomi che potesser far rivivere l’anima, se nuovo Pigmalione potesse rianimarsi al soffio dell’amore! Angela si trovava per la prima volta in faccia a questo annichilimento precursore del disfacimento... in faccia a questo tacersi di tutte le fisiche facoltà, che nell’essere ancor vivo danno l’idea d’un cadavere!... e si era gettata ginocchioni a’ piedi del suo letto, folle di terrore e di disperazione!... e copriva di lagrime e di baci quelle membra inerti che non rispondevano all’appello di quella suprema disperazione dell’affetto!... CAPITOLO XXXI. Agonía. Quando donna Caterina rinvenne si trovò accanto Angela ed il dottore che vegliavano intenti al suo letto; l’ammalata ebbe un sorriso di riconoscenza e d’affetto, poi quei due angeli che parea stesser là, in atto di contendere alla morte quella preda su cui, già librata in atto di colpire oscillava l’inesorabile falce. Morire... e lasciare sola sulla terra quel vago fiore che era Angela!... essa la vedeva già perduto il bel sorriso del suo labbro di diciasette anni, curvarsi sotto il peso del dolore e dell’abbandono; essa la vedeva vestita di nera gramaglia... nelle ore silenziose della sera quando la natura sembra mandare l’ultimo saluto alla luce, per seppellirsi nelle tenebre, la vedeva recarsi presso una bianca croce di marmo del cimitero, e là sciogliervi tra le lagrime la sua preghiera, ultimo e santo tributo dell’affetto che bagna una lapide mortuaria, nella pia lusinga che quelle lagrime sian vedute dall’occhio che si è infossato dentro la bara, mentre dentro l’occhiaja d’un teschio spolpato ei s’è fatto putredine... putredine che pur essa sfacendosi subì la eterna legge dell’annientamento che è la vita della riproduzione!... In un impeto di pauroso trasporto la povera madre si strinse al seno già scarno e livido la fanciulla, che ne baciò convulsamente le labra e ruppe in singhiozzi. Esse s’eran comprese!... le loro anime si eran parlate quel terribile linguaggio dell’agonia e della disperazione. Si eran strette al seno come volesser far argine al loro pensiero, come volessero fondersi in una sola cosa che potesse animarsi d’una medesima vita, palpitare di un sol palpito... — Avete bisogno di riposo, donna Caterina, disse a bassa voce il dottore, che immobile ai piedi di quel letto, parea stesse lugubremente analizzando, tutte le sensazioni che riflettevansi sovra quelle due fronti per cui l’anima non aveva che una manifestazione!... Angela levò bruscamente lo sguardo sul dottore... eravi una strana espressione di dispetto e d’amarezza in quello sguardo di fanciulla, eppur ardente come per lo scatto d’una reazione che ella stessa forse non avrebbe saputo spiegarsi... Aveva ella indovinata, oppur sospettata in quell’accento, la crudele voluttà di richiamare la mente che avesse vagato per qualche istante rapita nell’illusione d’una speranza, alla realtà del dolore?... Poteva ancora essere la vigile circospezione del medico che teme da una sensazione troppo protratta un maggior squilibrio organico in un corpo che già stia per compiere l’opera della sua decomposizione!... In questa certezza... che era pur troppo evidente, perchè pensò forse Angela, non ci lascia egli almeno questo istante di oblio?... perchè dirci con quella freddezza glaciale che analizza ogni pulsazione del cuore quando ogni suo battito ne scema la vita; pensate!... pensar che?... pensare che fra poco di tutto ciò che vive vicino a me non resterà che un cadavere freddo, muto, inanimato... Poi, una lapide, poi una memoria!... pensar che?.. ai dolori che mi aspettano... all’abbandono che mi circonderà colle sue spire agghiacciate!... tali erano forse i pensieri che produssero in Angela quel senso, che parve quasi di indignazione, contro le parole del dottore... Egli sorrise.... e v’era tanta dolcezza in quel suo sorriso che Angela istessa si pentì all’istante di quel suo atto che forse poteva offendere la sua premurosa vigilanza... L’ammalata parve raccogliersi in un pensiero... Angela ed il dottore la videro chiuder gli occhi come volesser ritenere il volo delle immagini che passavano nello spirito; scorse un istante, la sua fronte espresse un infinito senso di dolcezza... ne’ suoi occhi che si fissarono larghi, aperti, espressivi sul dottore, vagò un lampo di vita... Angela mandò un grido di gioja... anche il dottore sorrise, e parve aver letto più che Angela in quel sorriso... Egli ne ebbe quasi una rivelazione aspettata, perchè come per moto involontario si fe’ più presso all’ammalata la quale tratta di sotto alle coltri la mano gliela tese. — Ebbene, marchesa?... domandò il dottore chinandosi sull’ammalata... — Ho fatto un bel sogno, dottore, disse donna Caterina... — Credete voi, dottore, che non possano sognare i moribondi?... Ho ancora tanto di vita che mi lascia pensare qualche volta... e lo devo a voi, dottore... continuò essa stringendogli la mano con espansione... aveva dei tristi pensieri oggi... vedete... non vi sembro ora rinvigorita?... che ne dite, dottore?.. La voce di donna Caterina erasi infatti improntata d’un’accentazione ferma... dolce... s’avrebbe detto che come per magica evocazione la vita rifluisse in quel corpo affranto... — Diffatti, mormorò il dottore... Angela baciò con trasporto la fronte dell’ammalata. Donna Caterina fe’ segno al dottore che desiderava restar sola colla fanciulla, a cui sorrise con tutta l’espressione d’un amore che sa di sentire in sè un ultimo resto di forza per manifestarsi; il dottore si ritirò salutando. — Angela... parlò l’ammalata poi che fu sola con essa, e poi che ne ebbe accarezzate le belle chiome e baciate le labbra... — mia buona Angela!... passarono tristi idee nel mio spirito da qualche ora in cui mi sento vicina alla morte... ho pensato a te, Angela... a te, che rimarresti sola... che ti ricorderai di me quando io non sarò più lì, al tuo fianco per animarti con una parola negli scoraggiamenti della vita!... per dirti, quando la delusione ti rapirà ai tuoi sogni, spera!... spera ancora, povero angelo!... Eppure, vedi!... ho fatto un sogno!... ho sognato che tu potresti aspettare che le politiche vicende permettano il ritorno di tuo padre, sicura di te stessa, sicura del tuo avvenire... ho sognato, Angela... che potrei chiudendo gli occhi alla luce sul mio guanciale... sorridere ancora di gioja invece di piangere di dolore. Angela fissò lo sguardo in quello dell’ammalata, trepido, incerto... parve che ella indovinasse, o che avesse paura d’indovinare!... La morente continuò.... — Ho provato le mille volte un senso di terrore, all’idea di lasciarti esposta ai pericoli di questa corte libertina... sola... qui dove tutto si viola... dove le oscene canzoni cantate nelle damascate sale del duca Ferdinando, insultano ai gemiti soffocati nelle torri del suo Castello!... — Che vuoi tu dire, madre mia!... balbettò Angela con terrore!... — Voglio dire, riprese l’ammalata... che ho veduto un uomo spendere i suoi giorni, le sue notti insonni intorno al mio letto... e che mentre l’ho veduto prodigarti tutte le premure d’un fratello... l’ho veduto, Angela!... l’ho veduto guardarti con quella dolcezza che domanda una parola di concambio, per lunghi istanti!... rapito in te come da un pensiero che si svegliasse allora sepolto nel suo animo!... tu non hai compreso nulla, Angela!... Ma io sì che ho compreso!... io... che cercava intorno a te un cuore che potesse vivere per far lieta la tua esistenza!... — Lui!... mormorò Angela pallida più della morente!... oh è impossibile, madre mia!... — Egli ti ama!... Angela!... — Il dottore!... ripetè la fanciulla come volesse persuadere sè stessa di ciò che aveva inteso, agitata da un vago senso di indicibile terrore. L’ammalata la guardava con quel suo sguardo che parea le chiedesse un ultimo conforto. Al pensiero d’Angela lampeggiò un baleno, quel baleno comprese tutta un’esistenza!... fu un risovvenirsi di ogni minimo particolare che era concorso a segnarne i passi... Bello della sua maschia fierezza, della sua ingenua lealtà, gli apparve Adolfo!... Adolfo, che aveva salvata la vita al padre suo generosamente esponendosi ai colpi di una masnada infellonita!... Adolfo... che ella aveva amato come sentiva di poter amare il suo cuore puro ed ardente!... che era scomparso dopo quella notte fatale in cui aveva perduto il fratello... Adolfo di cui più nulla aveva inteso... che le si era eclissato d’innanzi agli occhi abbagliati, come una visione; come uno di quei sogni durante i quali si teme di svegliarsi per non subire lo sconforto d’una delusione tanto più amara con quanto maggior fascino si offersero al nostro spirito!... Poi l’immagine del dottore gli si era presentata vestita di fosche tinte... si rammentò che anche ad Adolfo era disgustosa quella sua quasi forzata intrusione nella sua famiglia... ma poteva ella farsi una giusta misura di questa impressione?... Non poteva essere una di quelle mille bizzarrie della sorte, per le quali si è inclinati talvolta a sentimenti inesplicabili di simpatia e di avversione?... Infine, che poteva ella imputare a quell’uomo tranne quel suo attaccamento geloso quasi, e che forse le tornava opprimente per la sua strana insistenza?... non era ciò in lei una sconoscenza, piuttosto... alla quale sentivasi in obbligo di riparare in ammenda dello sprezzo con cui talvolta aveva risposto alle sue cure, ed all’avversione con cui le aveva accettate?... Oppressa sotto l’incubo di tali pensieri Angela si tacque e chinato il capo sul seno palpitante parea stesse in attesa d’una parola che dovesse piegarla fragile giunco sull’altare del sagrificio!... Il dottore si mostrò sulla soglia. — Venite, dottore... mormorò l’ammalata. Il dottore accorse e baciò con affetto la mano della morente... — La fareste voi felice, dottore?... gli disse ella volgendo un timido sguardo sulla fanciulla che stava annichilita ai piedi del letto... — Io?... esclamò il dottore il cui sguardo lampeggiò di gioia chinandosi sul volto di Angela sino a suggerne l’alito anelante!... E che?... voi vorreste, signora... — La felicità di Angela!... mormorò la marchesa, con voce che s’era fatta fioca... fioca... Dal petto della fanciulla irruppe un singhiozzo. Gli occhi della marchesa s’eran chiusi; stette immota per alcuni istanti come sfinita da quello sforzo. — Salvatela!... salvatela, dottore!... gridò Angela afferrandogli ambe le mani. La morente schiuse le ciglia... vide Angela ed il dottore chini, intenti, ansj sul suo guanciale. Levò con estremo atto la destra che posò sul capo abbattuto di Angela, sorrise e spirò!... Due giorni dopo sopra una fossa del cimitero cadeva a vangate la terra gettatavi sopra dal becchino, inesorabile tumulatore d’ogni grandezza umana; una fanciulla vestita di nero piangeva su quella tomba, un cocchio aspettava al cancello del Cimitero, e al cancello attendeva pure un uomo, che stavasi muto ed impassibile guardando quella vaga immagine di fanciulla inginocchiata presso alla pietra sepolcrale sopra cui il prete, dopo che vi fu distesa l’ultima vangata di terra, pregò in tuono freddo e lugubre — Pace!... CAPITOLO XXXII. Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti. Splendono di faci le ampie sale del palazzo della Valle; vi si ode un rumore insolito, la gente vi trae d’intorno e si parla a sommessa voce come d’un avvenimento. Si guarda a quell’edificio che fu silenzioso e muto come una tomba sino a quella notte in cui vi si sviluppa la vita!... e si susurrano strane cose Si era parlato del matrimonio della figlia del marchese Gian Paolo... Nello sposo si era riconosciuto il nipote del vecchio negromante... e parve di sinistro augurio quel festeggiarsi nella casa del diavolo, quelle nozze che s’eran strette tacitamente al letto d’una moribonda. Non vi era concorsa la splendida pompa di un rito; non si eran veduti splendidi equipaggi scorazzare la città. Una carrozza chiusa era entrata dal portone del palazzo. La sposa ne era scesa pallida ed abbattuta. Un’altra carrozza vi formava corteggio; i battenti dell’ampio portone si eran rinchiusi... Tra gli sposi ed il resto della città sorgevano le alte mura disadorne del palazzo; parea a tutti che intorno a quelle mura che solean guardare con paura si scorgesse un cerchio magico di fuoco come quello che segnan le streghe intorno al campo delle lor tregende. Era tanto tempo che non si parlava di Enrico... L’erede della casa della Valle che era partito da qualche anno, nè si sapea per dove!... Parea ad alcuni che fosse comparso qualche volta nei dintorni della casa deserta, che vi fosse entrato una notte e ne fosse uscito tosto, e si vociferava di un delitto che si era compiuto quella notte istessa. Ma erano voci vaghe, eran parole che s’avea paura a pronunciare per tema che il diavolo che metteva mano nelle cose del nipote del mago e che avea stanza nel palazzo maledetto, mettesse le corna negli affari di chi si interessasse troppo dei suoi!... Quell’uomo che aveva patteggiato col demonio la sua sorte, che avea fatto echeggiare le vôlte delle vaste camere del palazzo della Valle delle scomposte grida dell’orgia! che poi era sparito!... come mai poteva aver contratto matrimonio con una sì vaga fanciulla qual era la figlia del marchese Paolo?... Quello che pareva più strano ancora era ch’egli avesse lasciata deserta la casa della Valle, mentre per aver sposata la figlia del marchese dovea pur aver abitato la città... la corte, con cui la famiglia del marchese era in contatto... e le dicerie sbrigliandosi all’impazzata prendevan strane forme, e si diceva che per compiere quella sua opera di stregheria avesse assunti aspetti sotto cui passava incognito agli occhi di tutti, e si lasciava solo vedere da quelli da cui volea esser veduto. Dicevasi ch’egli entrava nel palazzo senza che la porta si aprisse, e che quand’egli entrava si sentivano rispondergli gli spiriti che lo abitavano; quegli spiriti, dicevasi, aveano una voce che parea un canto di sepolcro quando salutavano il lor signore. Angela sentì il rumore della porta del palazzo che si chiudeva dietro lei piombargli sul cuore come quello d’una prigione che separa il recluso dall’esistenza. Entrava nella casa del suo sposo, lasciava quella ove era nata. Ciò era naturale. Eppure le parve che si staccasse da tutto ciò che le era caro; sino dalle memorie del suo passato. E l’avvenire?... la povera fanciulla non osava spingervi il pensiero... l’uomo che sua madre aveale dato dal suo letto di morte a compagno de’ suoi giorni, le aveva detto: Venite... Ella era andata!... Aveva dato un addio al giardino dove correva giuliva cogliendo fiori e farfalle!... dove più tardi avea sentito l’alito ardente di un bacio infuocargli la guancia!... Al balcone dove lo aspettava trapuntando un nome in sembianza di fiore!... a tutto ciò che gli parlava di lui, della sua infanzia. Aveva chinata la fronte come una martire... volea veder sorridere sua madre, e pagava quel sorriso col prezzo della sua vita! era pagarlo molto!... Quando la carrozza si fermò nella corte essa si riscosse dai suoi pensieri... Suo marito le porse la mano, essa vi si appoggiò tremando; un sogghigno errò sulle labbra di quell’uomo il cui occhio nero e scintillante parea scrutasse le più segrete latebre di quel giovane cuore per trarvi il mistero de’ suoi palpiti anelanti. — Vi faccio sempre paura?... domandò egli coll’accento di una compita galanteria, ch’era in lui il più insultante dei cinismi. La giovinetta fremè e non osò levare sopra lui il suo sguardo di vergine, che avrebbe indovinato la lascivia del demone!... In un angolo del cortile si vide agitarsi una forma vivente. Era una specie di saio bigio mezzo nascosto dalle tenebre, da cui usciva una testa bianca che si tese intenta a guardare. Angela impaurita, si strinse al braccio del marito. — Affè! disse questi ridendo, vi sgomentate per ben poco! è la vecchia custode del palazzo che vorrebbe vedere la sposa! Marta!... vecchia strega!... gridò egli con accento di mordace ironia; cacciati nella tua tana e non metter fuori i tuoi occhiacci che spaventan la mia bella!... Affè! nol sai ancora che fai paura ai morti con quel tuo viso da megera? Non si agitò più nulla nell’angolo del cortile. — È sparita come ad uno scongiuro, disse ridendo Enrico, che si passò sotto al braccio la mano tremante d’Angela. Dalla carrozza del corteggio era scesa una brigata di giovani che si fecer intorno agli sposi. — Amici! la tavola ci aspetta, disse loro Enrico accennando coll’atto di precederli, ed affè! che le mura di questa casa hanno ben bisogno di sentire un po’ l’allegro cozzo dei bicchieri vuotati in un giorno di festa!... Era imbandita una sontuosa mensa nella gran sala del palazzo. Era una vasta sala che abbracciava tutta l’ampiezza del fabbricato. Splendeva di doppieri, e le pareti ornate di vaghi dipinti, parean sorridere agli sposi; il sorriso degli amorini e degli angeli pareva fatto più vago da quello sfarzo di luce, da quella pompa di ricchezza. Diroccata come è, la si vede anche ora nell’immensa vastità del suo spazio, co’ suoi quadri che appena appena conservano qualche vestigio della loro antica splendidezza. Dovevano essere capolavori d’arte; ora non sono più che informi frastagli... scheggiature di ciò che erano, intorno a cui si ammucchia il frumento. Era una magnifica sala che ora si è terrazzata facendone due piani da usufruttare come magazzeno. Dopo qualche ora l’orgia vi si era accampata regina!... s’era inneggiato agli sposi, ed all’amore; si era inneggiato alla voluttà ed al piacere, ed Angela che pensava al pallido viso di sua madre morente, sentiva alle sue orecchie rintronate da quel fragore un ronzío di parole che suonavan bestemmie al suo animo non contaminato. Pallida e muta come una statua di marmo a quel banchetto del vizio che calpestava ogni pudore per sbrigliarsi nella sua dimostrazione più aperta. Oh come essa avrebbe benedetto a Dio, se Dio avesse potuto toglierla a quell’abisso in cui si sentiva trascinata da una inesorabile fatalità!... Ma a che serve la preghiera? stolto delirio del pensiero che si tributa ad una larva muta ed impotente nella sua fatua impassibilità... Ella comprese tutto!... tutta la menzogna di quella vita di apparenti sagrificii, di false abnegazioni!... essa comprese la ragione dei suoi arcani presentimenti... si vide perduta!... le balenò trucemente al pensiero la sparizione del fratello... quella di Adolfo... Guardò suo marito e vide sulle sue labbra uno di quei sogghigni che tante volte vi avea colti a volo quando stavan per vestirsi coll’ipocrisia del sorriso!... comprese tutto... e dinanzi a lei vide l’indissolubilità d’un nodo che l’univa a quell’uomo per cui il suo orrore era pari al disprezzo!... Amare un essere da cui si sente d’esser divisi, e divisi dalla mano stessa che vi stringe come in un artiglio di demone!... Voler, potendo, rinunciare alla vita per sottrarsi a lui!... Voler, potendo, patteggiare l’eternità d’un supplizio per avere un’ora di gioia!... e dover darsi a questo essere mostruoso da cui sentite che vi vengono tutte le vostre sventure!... Esser vicini a concedergli ciò che custodite gelosamente nel sacrario della vostra anima e dover dire: quest’uomo è mio marito!... quest’uomo ha un diritto sopra di me che la legge gli accorda, a cui io non posso sottrarmi!... È una cosa ben orribile!... Era questo lo stato d’Angela dal momento che le si squarciò dinanzi la benda! dal momento in cui imprudentemente suo marito gli avea detto: guardami!... sono non come fui, ma come mi avrai per sempre! La povera fanciulla sentì che la ragione si smarriva; sentì le sue tempia battere come se il cervello stesse per schizzargli fuori!... e volse uno sguardo supplice a quell’uomo che la dominava col suo fascino da serpente. — Amici! esclamò egli levando colma la tazza; alla salute di mia moglie!... ho divorato un’eredità, ma ho dato la caccia ad una dote! _Parce sepultis!_ ed ora posto a tutti!... Egli lasciò cadere il bicchiere vuoto sulla tavola e ricadde ebbro. Angela gettò un grido e si lanciò verso la porta. Scrosciò un riso sotto alle vôlte della sala; sulla soglia era apparsa la vecchia Marta avvolta nel suo scialle grigio. Essa avea l’aspetto di un fantasma; la sua testa bianca e calva usciva come da quella forma d’imbuto attortigliato: le occhiaie profonde mandavano un raggio... quel raggio si posò melanconicamente in volto alla fanciulla... quella fronte di marmo livida e raggrinzata si animò come accesa dal soffio d’un pensiero... le sue braccia scarne si protesero verso Angela, che non arretrò impaurita... Il largo sciallo si aperse... e fanciulla e fantasima sparvero come un baleno!... I convitati balzarono dalle seggiole, ma vi ricaddero guardandosi in volto pallidi di terrore. Enrico mandava dalla gola il suo rantolo d’ubbriaco. Un silenzio di morte era succeduto al vivo frastuono dell’orgia!... CAPITOLO XXXIII. Il Convegno. Era una notte tetra ed oscura quella in cui Adolfo si recò al convegno del ponte della Croce. Era arrivato la sera al paese, aveva abbracciata la vecchia Margherita che non si saziava dal guardarlo e le pareva essere un miracolo del Cielo il vederselo d’innanzi, bello, giovane, cambiato di modi... Un giojello per cui avria tolto patto di morire sul momento per vederlo, se appunto in quel momento non avesse sentito di più il desiderio di vivere per prolungare quella gioja che le era tanto cara, perchè le fu sì a lungo tardata. Davvero!... che s’ha da esser tanto matti, da non aver senso comune quando si dice... (credo per burla) avere la tal cosa!... e poi morire!... è vero che le son cose che non si dicono che quando s’è innamorati... vederti!... averti!... con quel che segue!... e in tal caso c’è tanta materia in capo da far girar la bussola a modo da dir queste ed altre bestialità, a cui la ragione non dà il passaporto... e si rimandan da dove son venute!... Adolfo s’era armato del suo fucile ed aveva lasciata la vecchia Margherita che gli corse dietro sin sulla soglia scongiurandolo in nome di tutti i santi a non cacciarsi in qualche brutto impiccio, chè la fisonomia del giovane gli diceva chiaramente ch’ei non pensava a gingilli!... e la carabina che s’era messa ad armacollo le parea più terribile d’uno scongiuro al diavolo per cui quella notte parea fatta apposta ond’ei ne avesse sollazzo!... Adolfo appoggiato alla sua carabina ritto sul fianco sinistro del ponte, attendeva. Un debol raggio di luna che si fe’ largo tra le nubi che si accavallavano per lo spazio, projettava la gigante sua ombra al disopra degli sterpi della siepe vicina ed irraggiò per un istante quel pallido viso, bello come una di quelle maschie figure del Rembrandt, che fanno sì stupendi i foschi suoi quadri!... La sua pupilla parea rapita in profonda astrazione, ed aggiravasi con moto rapido ed inquieto nell’orbita dilatata in quell’attitudine naturale in chi vigila sulla propria sicurezza!... in chi si cimenta ad uno di questi giuochi terribili in cui si mette a posta la vita!... Il solo lampo di quello sguardo lo diceva vivo... cupo ed immoto così come ei si stava si saria preso per un simulacro che si confondeva colle tenebre. Dietro di lui si avvallavano le praterie distese sul fianco destro della strada. La valle dava l’idea d’un abisso coperto di nebbie; davanti a lui per ripido declivio s’innalzava la montagna colle alte sue vette screziate dai baleni d’uno spesso lampeggio che veniva preparando la procella. Le fronde degli olmi stormivano appena, agitate da un’aria grave, umida. S’intese un fischio acuto, prolungato... pareva un segnale. Adolfo si scosse, un fremito corse le sue fibre, portò la mano all’arma ed aspettò... Sullo svoltar del sentiero che faceva capo al ponte parvegli scorgere un’ombra la quale mosse alcuni passi e poi ristette — Chi va la?... gridò il giovane. Si ripetè il secondo fischio. — Ci sono — disse Adolfo. — Eccomi — rispose la voce... I due uomini mossero l’uno verso l’altro... Adolfo ed Ambrogio il carbonaro, questi due uomini, congiunti in un pensiero dalla fatalità che li aveva tratti l’uno verso l’altro!... che aveva fatti l’uno stromento dell’altro!... si incontrarono... estranei l’uno all’altro, eppur attratti entrambi da un senso di interessamento comune. Adolfo non presentì che egli era vicino all’uomo che aveva patteggiato l’assassinio di suo padre; Ambrogio non provò terrore alla vista del figlio di colui alla cui morte egli aveva concorso colla sua opera; a colui che forse avrebbe ucciso, se il caso non glielo avesse spento a scanso di fatica!... Eran l’uno per l’altro un anello di ricongiungimento all’avvenire; che importava il passato?... Adolfo, chiedeva il nome d’un uomo da maledire e da punire... Ambrogio sperava il perdono od il castigo ed offeriva la vita in ammenda della sua colpa. — Ho ricevuta una lettera... mi veniva dato un convegno e sono venuto, disse Adolfo fissando il suo sguardo sul carbonaro. — Sono io che la scrissi... e venni... gli rispose Ambrogio dominato da profonda emozione. — E potete?... esclamò il giovane con trasporto, facendo un passo verso quell’uomo. — Ve lo scrissi... espiare il mio passato... e dirvi il nome dell’uomo che non potendo disonorare vostra madre vi ha ucciso il padre!... — Voi... Io vi benedirò come un angelo!... — Voi mi maledirete... mormorò Ambrogio sulla cui fronte passò un’ombra di tristezza... Si fece un istante di silenzio. — Maledirvi!... ripetè Adolfo!... Ma non sapete che sin d’allora che al letto di mia madre morente, lo vidi insultare alla sua agonia... ho giurato che Dio istesso non potria strapparlo alla mia vendetta!... perchè dove egli fosse io l’avrei sentito!... perchè la natura devo pure avere un palpito che dica al figlio — ecco l’assassino di tuo padre!... Un madido sudore bagnava la fronte di Ambrogio... — Eppure non lo avete trovato!... disse egli!... eppure ove la voce d’un uomo che vi parrà ben reo... e che ha bisogno del vostro perdono, non vi dicesse chi è quest’uomo... voi non lo trovereste... perchè non è vero... no... che il sangue delle vittime si imprima sulla fronte dei caini!... perchè io... vedete!... io ho ucciso!... e nessuno ha scoperto sulle mie mani il sangue di cui mi sono tante volte lordato. Adolfo... strinse involontariamente la canna del suo moschetto e retrocedè d’un passo... Ambrogio sorrise. — Giovane, disse egli... se volli dirti ciò si fu perchè la vita ha le sue realtà, come la coscienza i suoi rimorsi... un legame di sangue ha unito il segreto che tu chiedi alla mia vita... quale esso sia lo saprai... ma or non di me... ma di tuo padre io voglio parlarti. Di tuo padre che io ho veduto spirante sotto alla mia capanna di carbonaro, e di cui ho numerato il palpito che ne accelerava la morte che mi risparmiava un delitto... perchè io l’avrei ucciso ove egli non fosse morto!... — Tu!... gridò Adolfo... che aveva mosso un passo verso Ambrogio, pallido di terrore, ed in atto di suprema minaccia!... Le sue mani rattratte nella convulsione di quell’impeto avevan sollevato l’arma su cui si poggiava fremendo, e che a guisa d’una mazza stava per piombare sul capo del carbonaro... Un lampo balenò al suo pensiero nell’atto che il colpo fatale stava per scendere inesorabile e tremendo — La sua mano s’arrestò, l’arma ricadde senza ferire... strinse il braccio del carbonaro e gli mormorò all’orecchio con voce che nulla aveva d’umano — L’uomo!... l’uomo che ti pagava questo assassinio!... vuoi tu palesarmelo, miserabile?... — Era quanto voleva dirvi... gli rispose Ambrogio il cui volto rimase calmo... soltanto la sua fronte erasi fatta d’un livido pallore... egli aveva aspettata la morte... Si fe’ silenzio... un silenzio di pochi attimi che parve una eternità ad entrambi... tutto ad un tratto Adolfo levò il capo... Ambrogio pure fe’ un atto... entrambi si scordarono colpiti da un’uguale sensazione. Parve loro d’aver inteso un rumore di voci... poi come uno stormir di fronde... ascoltarono più nulla s’intese... un lampo serpeggiò in fondo alla vallata... guardarono, non vider nulla... tutto d’intorno a loro era tenebre e silenzio. — A costo della mia vita vi ho qui chiamato per questa rivelazione che mi pesa sul cuore come un rimorso, riprese Ambrogio... sì... io fui lo strumento di cui una mano infame si servì a compiere un delitto che dava sfogo ad una vendetta... Voi dite d’averlo veduto al letto di morte di vostra madre!... quest’uomo che si è messo tra voi e la vostra famiglia come un aspide!... che ha mercanteggiato l’assassinio d’un uomo!... che ha fatto morire di dolore una donna!... ebbene... sapete voi perchè... quand’anche aveste dovuto uccidermi, io sono venuto qui... solo... per svelarvi questo segreto della mia vita?... perchè io sento in me che l’esistenza di quell’uomo è una minaccia permanente, eterna che sovrasta a voi... perchè il rettile che s’avviticchia alla preda non la lascia fin che non ne resti ombra... e finchè voi vivete!... egli sarà presso di voi!... v’era una donna che egli avrebbe uccisa perchè non fosse d’altri che sua... ed egli non può non far erede del suo odio insoddisfatto il figlio di questa donna!... voi non lo avete incontrato mai?... dite voi?... ebbene!... è una menzogna la voce che avrebbe dovuto dirvi egli è là!... perchè egli deve essersi cacciato sul vostro cammino come l’edera che s’avviticchia all’olmo!... come la serpe che striscia tra gli sterpi!... egli si deve essere cacciato tra voi e la felicità ogni qual volta voi siete stato per toccarla... — Il suo nome... il suo nome!... mormorava Adolfo!... nella cui mente pareva s’andasse formando un pensiero animato dall’esaltazione del carbonaro sul cui labbro quelle parole pareano assumere la forma d’un’arcana divinazione!... — Il nome!... ripetè egli, domandatelo alle donne ch’egli ha svergognate, alle famiglie in cui si è intruso, operatore di malefici... sgherro tra gli sgherri del duca era chiamato il mago del castello!... e poi che fu scomparso dalla scena delle sue turpitudini, venduto com’era a chi meglio patteggiava la sua coscienza, ricomparve l’erede d’una casa maledetta!... Erede d’un tesoro che ha dilapidato là... dove voi eravate... ricco in mezzo a quel serraglio di ganze che è la corte dei Gonzaga!... e si chiamava... — Lui!... gridò Adolfo colpito come da subita rivelazione... livido il volto di terrore, lui!... Due spari rintronarono per l’aere... due lampi che quasi si fusero in un solo come prodotti da un solo scatto, rischiararon le tenebre... due grida di dolore uscirono da due petti... due uomini caddero... due uomini si slanciaron fuori da un cespuglio e corser verso i caduti. Dal destro lato della via s’intese il galoppo d’un cavallo... i due banditi ristettero... la forma erculea d’un uomo si vide sorgere di sopra alla siepe... Il galoppo avanzava, dalla bocca dell’uomo uscì una bestemmia e scomparve correndo giù verso la vallata seguito dal compagno. Il cavallo che venia di corsa... si era fermato restio... e scalpitante innanzi al ponte della croce!... — Che il diavolo ti porti!... mormorò il cavaliere... Ebbene, cos’hai?... e gli diè di sproni nel fianco... l’animale non si mosse. — Per Dio!... gridò il cavalcatore indispettito... padron Beppo me ne dirà di belle per la testardaggine di questa malnata rozza!.. e borbottò di nuovo tra sè qualche sonora imprecazione come per dar forza al suo ragionamento!... Gettando allora uno sguardo innanzi a lui... il cavalcatore che era un cavallaro del paese s’accorse che là s’era compiuta qualche trista faccenda... e non tardò ad avvedersi che due uomini stavan stesi sul terreno... — Ha più giudizio che non sembra questa maladetta rozza, disse fra sè e scese. Era un certo Antonio giovane di stalla; il suo padrone teneva locanda proprio presso alla casa di Giulietta... Il ponte della Croce aveva bastevol rinomanza per dargli tosto a capire di che si trattasse, nè tardò molto a comprendere il perchè avesse intesi quei due colpi che gli avean fatto affrettare il passo a tutta corsa. Come ei fu presso ai due caduti riconobbe tosto Ambrogio il carbonaro, e diè un’esclamazione di sorpresa; l’altro nol conobbe, chè Adolfo mancava da troppo tempo, ed era ben cangiato da quand’era partito dal paese, d’abiti e di modi e nel volto, che gli si era ingentilito in quella nuova vita nella quale s’era messo. Ambrogio era stato colpito al petto, ed era morto; il cuore di Adolfo batteva ancora; le sue labbra articolarono un lieve lamento; il giovane si chinò sovra di lui. Che fare?... non era quello il luogo più adatto a meditare sul da farsi, ed era la più spiccia torlo alla meglio di là... A dir vero egli si guardava d’intorno poi con tanto d’occhi spaventati da far credere che egli non vagheggiasse altro che una buona corsa; si stese sul davanti della cavalcatura il ferito, lasciò il morto ove si trovava, chè ormai non potea più trovar incomoda la sua posizione, diè di sprone al cavallo... e s’avviò difilato verso il paese... Adolfo vi fu tosto riconosciuto e recato alla vecchia Margherita; essa lo vegliò colle cure tenere di una madre, ed andava borbottando ad ogni leggier lamento che escisse dalle sue labbra che copriva di baci. L’aveva detto io!... il diavolo questa notte non poteva a meno di mettervi le corna!... CAPITOLO XXXIV. Sparita!... I convitati d’Enrico cessaron dalle risa e si guardaron sbigottiti; un arcano terrore si dipinse sui loro volti fattisi lividi. Quella scena muta, rapida, ed imponente aveva qualche cosa di strano. Nella mente d’ognuno sorsero vaghe paure di fantasmi e di spettri; quella vasta sala quasi nuda d’arredi... quel palazzo che fu deserto per tanto tempo ed il cui silenzio di morte erasi violato quella notte dalle grida scomposte dell’orgia, assunse quelle forme chimeriche per cui dal popolo lo si teneva in conto come d’una casa maledetta dove i demonj venissero a danzarvi la tregenda. Ripensaron cose a cui prima avevan sorriso con disprezzo.... La lampada che illuminava quel quadro pareva che oscillasse ai loro sguardi... e projettasse lampi di luce sanguigna... Il grido della sorpresa morì soffocato nella loro strozza, e quando Enrico scosso dal torpore in cui lo avevan tenuto le troppo frequenti libazioni, eccitate dalla febbrile sua esaltazione, sorse dal suo posto e cercò a sè vicina la sposa, e richiese collo atto i suoi esterrefatti compagni.... trovò tutti quegli sguardi fissi su lui... quei volti spauriti!... Egli provò una strana sensazione quasi di paura!... gli parve che qualche cosa di terribile succedesse d’intorno a lui, ben non sapea che cosa... che la sua mente non ancora libera ben non comprendeva.... pur presentì che qualche cosa, che che si fosse, doveva essere avvenuto di strano!... Quando gli fu detto che Angela era sparita, che un fantasma comparso sulla soglia improvvisamente l’aveva involata a quel banchetto... rapita a lui!... che ebbro di lascivia pregustava già col pensiero le gioje dell’imene!... un grido di rabbia ruggì sulle sue labbra, i suoi occhi rotearon sanguigni nell’orbita, le pugna serrate minacciarono il cielo, e parver sfidare l’opera qual si fosse che si frapponeva tra lui e la sua vittima... Ma sopra il suo capo non era che la vôlta della sala fregiata dei suoi dipinti, colle sue figure sorridenti ed immote... colle sue immagini di guerrieri e di vergini... Intorno a lui regnava il silenzio dello sbigottimento, l’orgia non aveva più le sue grida allegre e spensierate, il canto non rallegrava più la mensa nuziale.... Marta!... Marta!... gridò egli lanciandosi sulla soglia della sala. Marta!... ripetè l’eco che si perdeva lontano lontano.... Marta!... Marta!... Pareva uno scherno che finisse con un gemito.... Si gettò all’impazzata giù dalla scala.... scese nel cortile, e chiamò ancora. Chiamò finchè nell’impotenza d’uno sforzo convulso la bile rimescolata nel sangue gli soffocò nella strozza la parola e ne uscì informe gorgoglio. Nulla!... regnava nel palazzo un lugubre silenzio.... parvegli solo d’aver inteso un riso che nulla aveva d’umano.... Enrico si lanciò verso l’ala sinistra del caseggiato da dove gli parea fosse venuto quel riso.... si trovò d’innanzi la porta da cui si metteva ad una stanza dalla quale era uscito tanti anni addietro quando la vecchia Marta sentiva il martellar d’una picca, e le parve d’intendere il cader come d’un corpo nell’acqua che sotto vi scorreva, ed arretrò impaurito come se sovra quella soglia si fosse rizzato uno spettro a contendergli il passo!... Quando i suoi compagni scesero in cerca di lui, lo trovarono ritto, immobile nel mezzo del cortile, fisso lo sguardo su quella porta ed in preda ad una di quelle arcane impressioni per cui il linguaggio umano non ha che l’enigma d’una parola, povera forma vincolata da mille convenzioni, fatua larva in faccia a quell’immenso mistero che è l’esistenza!... CAPITOLO XXXV. Salvo!... Il giovane cavallaro che aveva recato Adolfo sulla groppa del suo cavallo e che in sì buon punto era arrivato ad impedire che lo si finisse del tutto come quei messeri non avrebbero tralasciato di fare, come fu giunto al paese collo strano suo carico, fe’ avvisare padron Beppo, il quale fatte mille meraviglie per il che e per il come, dopo aver ordinato d’allestire il miglior suo letto, e chiamata la moglie a dargli mano fe’ trasportar sopra il ferito, mentre mandava tosto pel medico che non si fe’ aspettare. Guardata la piaga, interrogati i battiti del cuore, la rapidità delle pulsazioni, egli dichiarò essere la ferita pericolosa, che però nessun organo vitale del petto era leso, e potersi sperare ancora la guarigione da una cura vigile ed assidua. Fu avvisata Margherita, la sua vecchia governante che vi accorse piangente e disperata; venne il buon parroco ad averne nuova, e seppe come Ambrogio fosse caduto vittima di quell’aggressione che egli non sapeva a che attribuire ed a cui applicò il suo più semplice significato, e ritenne per un’aggressione nè più, nè meno di quelle che non eran troppo rare a succedere in quei tempi di violenze e di rapine.... Il carbonaro aveva espiata la sua colpa, Dio gli perdonerebbe.... ed il buon prete, ministro di perdono, pregò per lui, e credette colla preghiera intercedergli l’eterna misericordia ch’ei si era guadagnata coll’espiazione. La ferita di Adolfo lasciò molto a temere per qualche tempo, ma poi non tardarono i primi sintomi d’una prossima convalescenza; a poco a poco il pallore delle sue guancie si animò, nello sguardo scintillò la vita che parea fuggisse collo scorrer d’ogni giorno... giorni d’angoscia e d’affanno per la povera vecchia che vegliava al suo letto d’agonizzante colla premura d’una madre!... Finalmente ei fu salvo... Il dottore lo dichiarò colla compiacenza di sè stesso, e con somma gioja di quanti s’interessavano per il giovane, a cui tutti quei del paese avevano simpatia e che lo sospettavano vittima di qualche infame tranello. Non appena coll’animarsi in lui della vita, la mente lo ritornò alla piena conoscenza dell’esser suo, due pensieri gli si affacciarono, occupando tutte le sensazioni della sua anima; Angela!... la vaga fanciulla, che aveva incontrata sul suo sentiero come una benedizione del cielo!... e congiunta a quella soave immagine.... Mostruoso insieme d’un’idea che assimilava i palpiti più dolci del suo cuore, ai fremiti convulsi del suo odio furente, alle trepidazioni del suo terrore angoscioso, un fantasma d’uomo... Egli l’aveva indovinato sulle labbra d’Ambrogio... egli l’aveva presentito, l’uomo che era sorto tra lui e la felicità, col suo beffardo sogghigno da demone.... L’uomo ch’egli aveva chiesto a Dio per colpirlo col braccio armato delle sue folgori vendicatrici... quell’uomo era là... vicino ad Angela!... Il giovine si agitò sul suo letto come il torturato sull’aculeo che lo strazia!... Ei non sentì le sue carni lacerarsi, nè le sue membra frangersi... ma in quella tortura terribile dell’impotenza che vorria trovar la forza nella convulsione del desiderio... quando in questo desiderio si accentrano tutte le aspirazioni dell’animo... ei provò ciò che nè gli aculei, nè i carnefici hanno mai fatto provare alle loro vittime... Il corpo sviene sotto la pressione d’un dolore... nelle membra rotte cessa il palpito che le anima.... la natura ha imposto una sosta al martirio, ha lanciato una sfida ai martirizzatori... Alla forza che strazia... ha detto... qui ti fermerai perchè al di là di quel dolore vi ha il deliquio o la morte... Due sonni che sono una sosta del martirio... Ma v’ha qualche cosa di più orribile della tortura dell’aculeo e di tutto quell’apparato di tormenti con cui la tirannide credette far sfoggio della sua potenza impotente... ed è l’accentrarsi del pensiero in un’idea fissa, irremovibile, eterna come il tormento che vive con lei... Muta perchè non chiede, e non ascolta; chiusa in sè... per cui tutto non è più che lei sola!... quando ogni palpito si anima in lei... ogni atto è lo scatto d’un sol fremito, febbrile, vertiginoso, convulso. Aver d’innanzi al pensiero ciò che sia l’angoscia più disperata dell’anima... Vestirla con tutte le forme del delirio... e per distruggere questo sogno che è una realtà, voler dare la vita... sè stessi, tutto... e sentirsi impotenti a fare... Impotenti a lottare contro questo pensiero che è là... d’innanzi a voi... come un insulto orribile!... mostruoso sarcasmo della fatalità che si fa giuoco della disperazione. Voler frangere la catena che danna a vita il forzato... voler atterrare le mura che lo seppelliscono come in una tomba, e meno che voler distruggere un delirio che è in voi, che fa parte di voi... a cui voi date vita... che vi tortura eternamente, e che eternamente s’incarna con voi da farne un tutto!... Se una catena si può frangere per quanto salda sia... se le mura d’un carcere si possono atterrare... v’è qualche cosa d’impossibile.... ed è la distruzione del pensiero, fatuità indefinibile che vi traduce una realtà con tutte le forme della vita, che ve le sminuzza d’innanzi... che vi trasporta sino a toccare, a vedere, a sentire... Era questo lo stato di Adolfo... Egli vedeva quella figura d’uomo che era l’assassino di suo padre... l’uccisore di sua madre!... schifosa sembianza di ragno che intorno ad un viso di angelo stendeva le immonde fila della sua tela... Egli vedeva quell’agonia della vittima che si dibatte contro la brutalità del carnefice... E mentre coll’alito avria voluto distruggere quell’orribile sogno che era una verità ch’egli presentiva... si trovava là... corpo animato dalla vertigine che si disfaceva sotto lo sforzo del voler rifarsi per essere diverso da ciò che era... Da questo stato d’agitazione non ne poteva venire di conseguenza che un continuo peggioramento del ferito. Lo scorrer di qualche mese non fu che un continuo trepidare per la sua esistenza per quanti s’interessavano intorno al suo letto... la gioventù vinceva è vero sul male, era però una vittoria lenta e penosa... ed il tempo scorreva intanto maturando i tristi eventi a cui pareva congiungesse quel non so che di fatale che così spesso si fa fosca guida delle vicende umane... Frattanto che il nostro eroe, a cui le cure renderanno vita e salute, riprenda lena al compimento degli inquieti progetti che s’agitano nella sua mente inferma... ritorniamo sui precorsi avvenimenti che abbiamo lasciati di sbalzo per riannodare le fila del nostro racconto. Come dicemmo, nella casa della valle, la notte in cui Angela era sparita dalla sala del banchetto, tra le braccia di quel fantasma che aveva assunto le sembianze della vecchia Marta, regnò la più concitata agitazione... fu un correre per tutta la casa... un sussurrarsi dai convitati mille cose strane, assurde le une più delle altre, quali potevano essere prodotte da quel fatto, inqualificabile per quanti vi assistettero, muti spettatori esterrefatti dalla sorpresa... I tempi correvano pieni di pregiudizj; quella casa era fatta centro di sortilegi e di diavolerie da persuadere, come la cosa più naturale del mondo, l’opera soprannaturale di qualche spirito che vi potesse compiere chi sa che strane faccende.... Ne divenne da ciò che da quella notte si fe’ d’intorno ad Enrico un vuoto inesorabile.... Era forse il principio del castigo che ricadeva sul colpevole! I suoi stessi compagni d’orgia e di dissolutezza s’allontanavano da lui come da una minaccia di sventura... Egli si trovò solo... nel silenzio del suo vasto palazzo, solo colle memorie che gli ricordavano ben terribili cose... Per la prima volta egli si sentì opprimere da quel peso d’un passato che ritornava su lui come un arco di cui egli fosse centro a sostenere la vôlta, e sotto cui sentiva mancare le sue forze che si esaurivano in quella lotta terribile del pensiero che vuol fuggire il passato, spaventato dall’avvenire.... e che si sente ingojato da questi due vortici che lo stringono e si fondono in quell’abisso di disperazione che è il vuoto dell’anima.... Marta era sparita.... La casa della valle somigliava ad una tomba dentro cui vivesse un fantasma. Si vedeva un lume ardere nella stanza che il signore aveva scelto per abitazione.... La porta ne era chiusa, ei ne usciva e vi rientrava.... e quei della borgata lo sogguardavano silenziosi e quand’era molto lontano o quand’era entrato nella casa si parlavan tra loro a voce bassa bassa e dicevan a chi più... mille stranezze fantastiche sui misteri della casa della valle. CAPITOLO XXXVI. Mastro Antonio il Barbiere. Non molto discosto da porta Leona, a sinistra della borgata, esisteva una bottega coll’insegna d’una forbice e d’un bacile, forbice e bacile erano a dir vero di struttura poco artistica.... l’una era un arnese arrugginito dal tempo e dall’acqua, l’altro era di ferro corroso e pareva più un coperchio d’una delle nostre marmitte di ghisa, di quello che dovesse essere. Dopo tutto l’uno e l’altra formavano l’insegna della bottega di mastro Antonio il barbiere... Ad attestare l’ingegno del barbiere si vedeva appeso al muro un vetro contornato da una larga cornice d’ebano dietro cui era stirato un drappo nero, tela o cartone che fosse; e serviva di specchio agli avventori di mastro Antonio che erano i villani dei dintorni ed i lavoranti della borgata. Attorno alla bottega eran disposte in bell’ordine varie panche su cui uno dopo l’altro si succedevano gli avventori, sui quali il nostro figaro del 1600 sfoggiava la prodigiosa agilità della sua terribile arma... Pare che da quando la civiltà del Galateo statuì, come articolo principale l’indispensabilità dei barbieri, questi non fossero gran fatto dissimili tra loro, e ci tenessero a non violare la tradizione che ce li tramandò adorni dei rispettivi loro meriti! Barbiere allora volea dir però molte cose che oggi non soglia esprimere una tale qualifica. Eravi un’applicazione più ampia allora a quell’epiteto, perchè appunto più ampia era la sua missione... Adesso che la civilizzazione ha sviluppato in ciascun uomo la facilità di far imbrogli, gli imbroglioni non hanno più la patente dell’individualità; se ne è costituita una grande famiglia che agisce per conto proprio e senza bisogno d’intermediarj. Fedele dunque al costume dell’epoca, mastro Antonio era un uomo che non veniva meno alle qualità essenziali della sua professione. La sua bottega come quella di tutti i barbieri era il Club..., in miniatura, delle grandi riunioni; vi si parlava di tutti e di tutto... si occhieggiavano dai vetri le belle ragazze che passavan per via, e non c’era fallo che chiestone il nome a mastro Antonio non lo sapesse a mena dito, e non ne desse le più precise informazioni. Io credo che l’antica Mitologia, che ha simboleggiato virtù e colpe... opere... e cose, per dar forma al pettegolezzo avrebbe dovuto scegliere un barbiere. Una sera c’era ressa d’innanzi alla bottega di mastro Antonio... pareva che si discorresse di cosa ben importante chè tutti avrebber voluto sapere: ognuno che passava si mettea nel numero, tutti tendevano tanto di orecchi; si sentivan esclamazioni, si vedevano atti di sorpresa. Mastro Antonio era nel suo elemento come un capitano in mezzo alla mischia... aveva d’intorno a sè gente che voleva sentire a tutti i costi ciò che egli accennava di voler dire, e che non diceva mai... Aveva scoperto nientemeno che il segreto del palazzo della valle... Immaginati lettore l’effetto ch’egli aveva prodotto d’intorno a sè quando aveva detto... Amici... nel palazzo c’è un mistero... — Certo che c’è un mistero.... saltò su uno del crocchio.... — C’è.... altro che c’è.... borbottò un omaccione dondolandosi per darsi importanza. — Bello!... soggiunse un terzo.... sta a vedere che cosa sia poi!... — Ed è qui che vi voglio!... conchiuse mastro Antonio, girando d’intorno il suo sguardo che pareva lanciasse una sfida a tutta quella folla di curiosi... — Sai qualche cosa... sai qualche cosa?... gli si domandò da tutte le parti... e il cerchio gli si strinse tanto vicino che ei dovette farsi largo colle braccia onde non rimanerne soffocato.... — Se ne so?... se ne so?... disse egli con mistero.... Nientemeno che ho inteso.... — Cos’hai inteso?... — È una cosa da far strabiliare.... c’entra il diavolo come i santi nelle litanie!... — Ve l’assicuro io, parola di mastro barbiere... figuratevi che venivo per la strada delle Pradelle.... era sera tarda.... c’era una nebbia da non vederci a un palmo, e passavo vicino al palazzo.... Potete immaginarvi se mi son guardato ben d’intorno.... ed ho veduto.... Nessuno del crocchio fiatava.... non si sentiva un alito, tutti eran sorpresi alle parole di mastro Antonio e pareva che coll’atto impaziente del pensiero, tutte quelle persone volessero collo sguardo fisso su lui, strappargliele fuor dal labbro... dal labbro che pareva fosse tanto tardo a mandarle fuori, quanta era l’ansia con cui ardevano intenderle... Era tanta la loro attenzione che nessuno di loro fe’ mente ad un nuovo personaggio arrivato per la strada della città e che visto quel crocchio a sollecito passo vi si avvicinò con qualche agitazione. Era questi un giovane; poteva dimostrare dai 24 ai 28 anni... era pallido, di sembianze dilicate, portava calato sugli occhi un largo feltro nero, alla bandoliera un mantello; vi si era avvolto sino al mento e se lo discostò quando fu frammischiato a quel crocchio di curiosi, animato egli pure da quel sentimento generale che in lui parve prima svogliatezza, e che manifestandosi con varia gradazione a norma che il barbiere particolareggiava il suo racconto parve raggiungere un’ansia febbrile. — Cos’avete veduto mastro Antonio?... si domandò in coro. — Nientemeno che un’ombra... — Un’ombra!... si mormorò con un fremito... tutti si guardaron in viso e s’eran fatti pallidi di paura... L’incognito solo non impallidì... nel suo ciglio balenò un lampo. — Un’ombra... seguitava il barbiere... che mi pareva diversa dalle altre ombre. Per Bacco!.. dicono che le ombre sono lunghe lunghe... quella mi pareva piccola piccola, pareva avvolta in una coperta del color della nebbia.. Mi pareva che fosse venuta fuori dai canneti della riva... e veniva verso il palazzo della valle, come se avesse paura d’essere seguitata o veduta da qualcuno... si fermava ad ogni tratto... in volto io non la vedevo perchè mi pareva che non avesse volto... poi ripigliava il cammino, e veniva avanti finchè fu arrivata dietro al palazzo; stette come guardando per qualche istante... poi costeggiò le mura, entrò nell’acqua... si sprofondò dentro dentro, e ne uscì di nuovo... sempre rasente al muro della casa... la vidi farsi grande grande, poi intesi una cantilena, mi parea quella della vecchia Marta che è scomparsa dal palazzo dopo che il nipote del mago vi portò sua moglie, la bella fanciulla che pure non s’è più veduta; mossi qualche passo in fretta per veder che fosse... L’ombra era sparita e sapete cosa ho sentito?... proprio vicino al luogo dove prima aveva veduto diventar grande grande quell’ombra maledetta; invece di quel brutto canto della strega, ho inteso una voce dolce dolce come quella d’un angelo che cantava non so che cosa, ma una cosa sì mesta e sì dolce che son rimasto là strabiliato come venissi dal mondo della luna o peggio.... voleva ascoltare ancora, ma non intesi più nulla, non sentivo intorno a me che il vento che soffiava maledettamente e mi trovai tutto bagnato dalla nebbia che veniva giù come la fosse pioggia d’estate!... S’era fatto profondo silenzio intorno a mastro Antonio fin ch’ei contava la sua storia, e quand’ebbe finito fu un ronzio di parole che venne fuori da quel crocchio, come vapore che si sprigioni da una chiusa pentola che bolle!... — Davvero la è una strana storia mastro Antonio!... Saltò su l’omaccione; e non vorrei che fosse il cervello che ti desse tracollo.... — Vi dico che ho veduto con questi occhi, e sentito con queste orecchie, messer Momolo!... e non avete che a andar ronzoni intorno a mezzanotte per persuadervi che dentro alla casa della valle vi sieno o no le ombre, o che so io.... L’omaccione squassò le sue larghe spalle, e fe’ una smorfia che avrebbe dovuto essere un sorriso.... Ciascuno commentò quel racconto a suo modo e chi vi vide una cosa, chi l’altra, chi le streghe, e chi il diavolo e chi sospettò di qualche serio intrigo. Il giovane dal feltro nero che non ne aveva perduta parola, s’era scostato guardingo dal gruppo e non appena vide che si disperdeva, rifatta la strada a solleciti passi, ristette poco distante dalla bottega di mastro Antonio e parve riflettere sopra una deliberazione che stesse per prendere.... Mastro Antonio il barbiere era entrato nella bottega... ei vi passò davanti, lo vide solo e schiusane in fretta la porta coll’atto di chi brami non esser veduto, si cacciò dentro e comparve quasi improvviso d’innanzi al barbiere. Questi non potè rattenere un grido di sorpresa e forse di paura, impressionato com’era dal racconto che veniva d’aver fatto con tanto calore. — Non sono nè un’ombra, nè un ladro.... s’affrettò a rispondere il giovane, che vedeva il barbiere spalancare su di lui due occhi spaventati; sono semplicemente un uomo che deve farvi una domanda. — Una domanda? mormorò il barbiere, che riprendeva un po’ d’animo vedendo che realmente aveva a che fare con un uomo che non era uno spirito. Affè è uno strano modo questo di venire a far... la... — È un modo qualunque per chi non voglia esser veduto entrare, e ne ho i miei motivi... Mastro Antonio... ho sentito il vostro racconto... — Ne ho tanto piacere signore!... l’hanno inteso tanti... sarete uno di più... — Forse uno di meno. — Di meno cosa?... — Uno di meno che ha creduto alle vostre fanfalucche di ombre e di spiriti... volete insegnarmi da dove avete veduto venir fuori l’ombra che accennavate?... il luogo dove è sparita, e dove avete inteso quel canto?... Mastro Antonio spalancò sul giovane i suoi grandi occhiacci e credette ch’ei diventasse matto per volgergli una simile domanda. Il giovane che parve comprendere l’espressione di quella significante pantomima... trasse di tasca una borsa e la porse al barbiere. — Questo denaro por voi buon uomo se può valere a farvi metter da banda la vostra paura per le ombre... e se aderite alla mia domanda, non dovete che accompagnarmi fuor della porta, una semplice indicazione mi basterà... e che anima viva non sappia una parola di ciò. Il barbiere non se lo fece dire due volte, fe’ passar la borsa del giovane in una delle larghe sue tasche bisunte, tolse il suo cappello da una panca e precedette il forestiere a cui era venuto, pensava lui un sì strano gusto, contento se non altro che lo pagasse tanto bene. CAPITOLO XXXVII. Timori e speranze. Come il lettore avrà potuto facilmente indovinarlo il giovine dal feltro nero che era capitato così d’improvviso in mezzo al circolo del barbiere non era altri che Adolfo... Egli aveva lasciato il paese appena le forze glielo consentirono, ed ardente d’amore e di vendetta, dopo aver trovato colla mente il filo tenebroso che era stato dalla fatalità allacciato intorno alla sua esistenza, veniva in cerca dell’uomo che dopo aver assassinato suo padre, fatta morire di dolore sua madre, s’era frapposto tra lui e la felicità, e da cui presentiva tutta l’immensità della sventura che doveva essersi compiuta durante la sua lunga agonia. Egli si era recato a Mantova, ed aveva trovata deserta la casa del marchese; egli era occupato ancora della sua missione, la marchesa Caterina era morta, Angela la seppe sposa dell’uomo che solo egli odiava con tutto il veleno del cuore in mezzo a coloro a cui prodigava i tesori del suo affetto. Gli si era parlato del giovan signore del palazzo della valle come di persona nei cui fatti il volgo non fermò mai il pensiero compreso dal superstizioso terrore che avvolgeva un tal luogo. Aveva inteso di quello strano matrimonio, di quella sparizione più strana ancora... Adolfo gli si era cacciato alle peste da buon segugio!... Che che dovesse succedere, di lui!... di quanti lo circondavano! era d’uopo ch’egli avesse la vita di quest’uomo, di questo miserabile con cui doveva saldare un ben serio conto, in quel giuoco terribile alla cui posta aveva messa la vita!... Mille pensieri tumultuavano nella mente di Adolfo dopo che mastro Antonio accennatogli quanto gli chiedeva e che sembrava tanto interessarlo, lo lasciò solo d’innanzi a quella casa dentro cui un segreto presentimento gli faceva creder che si celasse rapita ad ogni sguardo, in preda a chi sa quali tristi vessazioni la sua Angela!... Egli stette immoto, contemplando quell’imponente edificio che assumeva le strane forme d’un immane fantasima, d’un mostro vivente che avesse la potenza dell’operare!... e questa sua opera era un’opera d’inferno!... il giovane sentiva quasi l’impotenza di continuare nel disordine del pensiero, lotta contro l’ignoto, quella larva infame che egli doveva afferrare per far sua... Egli avrebbe chiesto a Dio un attimo della sua onniscienza se avesse creduto che Dio!... questa chimera dell’immaginazione, avesse potuto ascoltarlo; ma egli era qual si trovava; solo in faccia a ciò che voleva compiere, solo colla cupa disperazione della sua anima, compresa da una speranza a cui domandava la vita, fosse pure coll’illusione d’un sogno! La notte scendeva intanto umida di nebbia, e densa di tenebre; non spirava vento, s’udiva solo il passo di qualche borghigiano di Portaleona che si recava alla sua casa, la canzone di qualche operaio e il mormorio dell’acqua che rasente al fianco sinistro del palazzo, correva via per la sua strada, calma e tranquilla sovra il suo letto d’alghe e di sassi. Concentrato così in quel suo disordinato vaneggiare, il giovane non s’era accorto che il tempo era scorso: ei quasi non si ricordava più perchè fosse venuto colà, perchè colà si trovasse, a quell’ora... era rapito così lontano... in tal profonda astrazione che non si saria più ricordato di vivere se la campana del castello non l’avesse richiamato in sè col batter della mezzanotte! Mezzanotte!... è l’ora dei convegni... l’ora in cui l’amante scambia il bacio furtivo, e rinnova un giuro sulle labbra della sua bella, che dimentica poi l’indomani con un’altra!... è l’ora in cui l’assassino aspetta silenzioso, forse tremante, che la fatalità metta una qualche vittima alla portata del suo pugnale avido di sangue. La casa della valle giganteggiava isolata in mezzo alle tenebre, non vi si vedeva indizio di vita, non lume oscillava la sua luce dalle ampie finestre, tutto ad un tratto un fremito corse le fibre del giovane... tese l’orecchio... gli pareva d’aver inteso... aspettò ansioso... Lungo la riva che fiancheggia la casa vide agitarsi qualche cosa che aveva una forma umana... Intese un canto che gli parve strano come quella visione... era monotono e gutturale, pareva un rantolo d’agonizzante... ei guardò ed ascoltò concentrando in quell’azione suprema della sua volontà tutta la vita della sua anima, giungendo così a quella percezione acustica che ha talvolta dal prodigio... a quella percezione per cui i figli del deserto indovinano lo sbalzo della tigre quando ancora non ne sentono il ruggito, lo scalpito del cavallo, o lo strisciar del serpe. Pare che in certi momenti l’anima sia soggetta ad arcane divinazioni!... che le facoltà umane si moltiplichino, si sformino e si informino schiave e dominatrici nello stesso tempo, per servire allo sviluppo di quell’attività del pensiero che sembra tacere in noi e scattar improvvisa quando si sia sotto la pressione di qualche fatto eccezionale. Adolfo vedeva ad onta delle tenebre che lo circondavano, sentiva!... Vale a dire che per lui, la cui intelligenza era rischiarata dal racconto del barbiere, per quanto strano ed inverosimile ei si fosse, quella forma di fantasima come a tutti era parso, era un essere vivente, quel canto era un segnale!... Lo comprendeva per la stranezza istessa di quelle note che avevano un suono informe e strano appunto perchè chi le mandava dava loro quell’impronta che valesse a non farle credere umane! Quell’oggetto su cui si fissava tutta l’attenzione del giovane avanzava lentamente e con precauzione rasente al fianco della casa, poi ad un tratto scomparve... dal labbro di Adolfo sfuggì un piccol grido... ch’ei soffocò per la tema che a qualcuno potesse rivelare colà la sua presenza, avanzò di qualche passo ed attese... non sentì più nulla... il canto era cessato... Scorse un mezz’ora d’ansia indicibile... Era certo che qualche mistero si nascondeva dentro alle mura di quel palazzo fatto segno dal pregiudizio alla paura del volgo. Quell’ombra che era già stata veduta da mastro Antonio, non essendo un’impressione della sua stravolta e delirante fantasia, era dunque un essere reale... Veniva da qualche luogo e si recava in un luogo prefisso per compiervi un’opera qualunque. Onde venire a conoscenza di ciò, l’unico mezzo era di scoprire chi fosse quella strana creatura o cosa venisse a fare colà. L’aveva veduta sboccare dietro alla casa, rasente a quel ramo dicorrente che ne bagnava il fianco sinistro; veniva dunque dalle Pradelle, dalla valle, ed era entrata nel palazzo. Adolfo girò intorno a quella casa, e si appostò di dietro al palazzo sulla strada da dove poteva supporre che fosse venuto quell’essere che gli era scomparso sotto agli occhi, entrando nella casa della valle, come la notte prima era per mastro Antonio sparito sotto l’acqua del fiume... CAPITOLO XXXVIII. Il Fantasma. Visitando anche oggi il vecchio palazzo dei Ceresara, volgendo a destra del cortile si scende giù da una gradinata a quel ramo del Mincio che ora si è incanalato e che allora scorreva libero la campagna. I conti Ceresara trassero profitto dall’acqua che bagnava l’ala sinistra del lor caseggiato onde servirsene agli usi della casa e per l’abbeveraggio dei cavalli. Oggi erettavi sopra una tettoja se ne fece un lavatojo dove si lavora a forza di braccia il bucato, e dove convengono vispe lavandaje dalle guancie rosse, e dalla nervatura che non sarà andata forse a genio di qualche damerino troppo ardito... Dice il proverbio, che colle cuoche e colle lavandaje c’è da far conti alla larga, e forse il proverbio ha ragione. In quel vano che staccava le due ale del palazzo e ne spezzava il quadrato, diviso com’era tra la casa signorile e la rustica abitazione, che probabilmente sarà stata occupata dal servidorame dei conti Ceresara e dai vassalli delle terre; in quel vano ripeto che lasciava adito all’interno del cortile, era sparita l’ombra veduta da mastro Antonio, e l’essere umano veduto ed espiato da Adolfo. Se oggi però si scende al canale dalla corte del palazzo, allora non vi scendeva a che dopo aver aperta la seracinesca di legno di quercia che ne chiudeva l’entrata. Al di là della seracinesca eravi una piccola porta quasi rasente al canale che vi si vede anche oggi... il livello dell’acqua doveva essere allora più alto giacchè l’acqua della corrente passava per quella specie di sotterraneo e seguitava il suo corso; oggi l’acqua del canale appena ne bagna il terreno. Adolfo poi che ebbe atteso alquanto tempo, impaziente nella sua ricerca a cui era attaccata tanta parte della sua speranza, s’avvicinò più ancora alla riva e gettò uno sguardo ansioso lungo il fianco del palazzo; vide o gli parve vedere qualche cosa che si moveva sulla superficie dell’acqua precisamente presso al luogo dove gli parve fosse scomparso l’oggetto che aveva attirata la sua attenzione. Quella cosa, pareva una specie di zattera formata da poche assi di legno connesse insieme ond’ei trasse argomento che avesse potuto servire a trar colà la persona che avea scorta prima avvicinarsi a quel luogo... Un lampo di gioja balenò nel suo sguardo che lo confermò coll’attenta ricerca nella trattane desunzione... Egli che temeva essere giuoco d’un’illusione che poteva ritornarlo nel disinganno e nella disperazione, comprese che v’era una realtà, qualunque potesse essere in quel convegno notturno d’un fantasma che era un essere umano. Poco spazio lo divideva da quell’oggetto galleggiante, ei si provò a scender nell’acqua, l’acqua era bassa; avanzò con risolutezza e toccò la zattera, che era diffatti una zattera mal connessa, ma che bastava però a reggere per poco tragitto chi vi si fosse avventurato; vi montò sopra ed aggrappandosi alle fenditure della muraglia fu presso al vano che abbiam prima accennato... Adolfo ringraziò il cielo col muto trasporto del pensiero, d’un balzo toccò terra e si trovò di faccia alla chiusa saracinesca. La saracinesca era ben salda ond’ei si persuase in un attimo che l’oggetto da lui veduto, a meno che non fosse un fantasma, di là non poteva essere passato... se era un fantasma non doveva aver avuto bisogno di una zattera per arrivarvi; ne veniva dunque di logica conseguenza che non era passato di là, e che se non era nel vano dove egli si trovava, doveva essere entrato da qualche parte. La porticina che abbiamo notata e che metteva al sotterraneo allagato, era difatti al di qua della saracinesca... il giovine vi si avvicinò... il chiavistello di ferro ond’era sbarrata cigolò sotto la pressione della sua mano robusta, la porticina si aperse. CAPITOLO XXXIX. Marta!... Il giovane ristette attonito; s’era messo sulle traccie d’un fatto avvolto dal mistero il più impenetrabile, su cui la superstizione dell’epoca gettava il suo mantello quasi egida inviolabile, e che che ei si fosse questo mistero, stava per esser suo... L’ignoto.... questo spettro del pensiero si dissipava innanzi a lui per lasciarvi succedere il reale: cosa sarebbe poi questa realtà? Per lui che galoppava sì rapidamente sul giovane destriero delle illusioni v’era di che aver paura di sè stesso. Frattanto che egli lottava colle sue riflessioni, e si abbandonava alle mille emozioni che andavano svolgendosi nella sua anima agitata, intese uno strano rumore dal sotterraneo innanzi alla cui soglia era restato immobile e trepidante; udì lo scricchiolare come di una scala di legno sotto la pressione d’un passo, intese una voce, Adolfo fremè in tutte le fibre del suo corpo... e si portò la mano alle tempia come volesse rattenerne i battiti convulsi... Angela!... mormorò egli pallido come un cadavere.. è ben la voce d’Angela!.. nell’attimo istesso un’ombra si agitò sotto l’oscura vôlta... una forma umana passò la soglia della porticina... Adolfo tese la mano contratta, l’ombra non gli svanì d’innanzi come un sogno... egli sentì un corpo che si dibatteva, intese un grido, una massa inerte gli cadeva ai piedi tramortita; a quel grido un altro vi rispose dall’interno dei sotterraneo, fioco come un lamento, supplice come una preghiera... Adolfo s’era lanciato oltre alla soglia innanzi a cui esanime era caduta una vecchia ravvolta in un grigio scialle da farla parere un fantasma.... Egli aveva indovinato in quel grido la voce di Angela la quale chiamava con accento supplice e che aveva l’espressione del terrore: Marta!... Marta!... CAPITOLO XL. Spiegazioni!... A toglier dalla meraviglia il lettore a cui parrà strano quell’incontro di Angela e della vecchia Marta; di Marta che era da tanto tempo sparita dal palazzo, e d’Angela così vicina al suo persecutore dopo ch’eragli stata rapita dalle braccia nella sala del banchetto in quella notte d’orgia che celebrava un delitto.... diremo che la vecchia custode poi che si trovò tra le braccia la spaventata fanciulla, approfittando del disordine a cui aveva dato luogo la sua strana apparizione aveva scese a precipizio le scale.... s’era trovata nel cortile, e quando sostò riflettendo su quanto era avvenuto, si chiese come potesse salvare quella fanciulla che non aveva avuto paura del suo deforme aspetto, che non era arretrata compresa di spavento d’innanzi a lei, che aveva indovinato un cuore sotto le sue sembianze di strega, come la chiamavano quei della borgata, con accento di insultante disprezzo. La notte era tetra e si poteva a stento scorgere quell’informe cosa nero-bigia che era la vecchia Marta abbracciata a quella bianca forma di vergine che era Angela. Era uno strano gruppo che stette immobile disegnandosi in mezzo alle tenebre nel vasto cortile del palazzo. S’intese un fragore come di passi che s’incalzino gli uni sugli altri sulle scale per dove la vecchia era scesa; un lampo rischiarò foscamente la notte e guizzando illuminò la destra ala della casa; un pensiero sorse nella mente di Marta che era tutta intenta nella ricerca di un mezzo di salvezza. S’era risovvenuta che là... v’era una stanza, inviolabile per il signore del palazzo; inviolabile come la tomba d’un estinto, e più ancora che la tomba d’un estinto!... una stanza a cui egli non s’avrebbe potuto avvicinare perchè v’era guardiano il fantasma d’un assassinato: quella da dove ella lo vide in una notte parimente fosca e terribile, parimente minacciosa di procella, uscire coi capelli irti... col terrore sulla fronte, spaventato dal suo grido di pazza che gli pareva la voce della coscienza e che gli andava ripetendo come minaccioso rimprovero: Caino!... Caino!... Il lettore si ricorderà di quel roco grido della vecchia Marta che cacciava Enrico fremente di terrore su per i deserti scaloni a racchiudersi nel suo appartamento solo coi fantasmi del suo agitato pensiero che non gli avran certo consentito una delle più calme sue notti. Marta strettasi fra le braccia la semiviva fanciulla, corse a quella volta e vi si racchiuse... Aveva appena fatto ciò, che la voce agitata di Enrico faceva echeggiare le vaste solitudini del palazzo colle sue grida che chiamavano la vecchia e la fanciulla. A lui non rispondeva che il fischio del vento, lo squittir dai comignoli dei gufi che salutavano la bufera, e l’eco che ritornava a lui le vane sue grida come uno scherno che gli strappava dall’animo un fremito impotente d’ira e di minaccia!.. CAPITOLO XLI. Rivelazioni!... L’istessa notte in cui stanno per compiersi questi avvenimenti che rapidamente volgono al loro termine, uno dei famigli d’Enrico bussava alla porta del suo appartamento. Il signore della Casa della Valle tutto chiuso in sè colle sinistre memorie del suo passato avea fatto serrare la porta della sala dei banchetti; non più i canti d’allegre brigate erano echeggiati sotto le vôlte del vasto salone!... Intorno ai capolavori d’arte che ne adornavano le pareti, il ragno intesseva le sue fila, il pipistrello aveva ampio campo a svolazzarvi intorno, e poteva appendersi colle anche alate a qualche barba di santo od al naso di qualche amorino!... Le sale del piano signorile eran chiuse e deserte, ei vi si aggirava talvolta, tetro e cupo... cercando a sè d’intorno qualche cosa d’animato e non trovandovi che le sue memorie... triste compagnia contro cui non valeva a lottare tutta la forza della sua anima che andava prostrandosi sotto il peso di quella maledizione che sentiva gravare su lui compiendo insensibilmente l’opera del suo annientamento. Ai colpi battuti sulla porta della sala dove egli si trovava, Enrico si scosse. — Sono il vostro umile servitore che chiede dirvi una parola, disse una voce che ei riconobbe per quella di Ambrogio il gigante che più d’una volta abbiamo veduto immischiarsi ne’ suoi affari. Enrico aprì bruscamente, e poi che vide sulla soglia quella sinistra figura di bandito, che girava tra le dita la sua berretta di felpa, gli fe’ segno che si spicciasse a fargli il messaggio per cui dovea esser venuto. — Reverendo messere... borbottò il bandito, sono venuto a darvi una buona nuova. — Una buona nuova?... esclamò Enrico fissandolo tra minaccioso ed accigliato... Di che vuoi tu parlarmi marrano?... — D’un racconto di fantasmi che ho inteso ora nella bottega di mastro Antonio il barbiere. — E che parli tu di fantasmi?... mormorò Enrico fattosi pallido come un morto. — Lo dissi così, messere... per servirmi dell’espressione di mastro Antonio, il che non toglie ch’egli veda lucciole per lanterne, e che la paura gli abbia dato di tracollo al cervello... Il gigante raccontò allora quanto veniva d’aver inteso nella bottega del barbiere. Enrico l’ascoltò lasciando sfuggir dalle ciglia lampi di gioja selvaggia. — Affè!... esclamò egli, tu sei un astuto mariuolo, Ambrogio!... — Vi par che s’abbia a credere che le ombre camminano sull’acqua e vi spariscan sotto, e cantino e faccian tai cose da vivi?... scommetterei la guaina della mia daga, che v’è da aguzzar gli occhi per veder chiaro!... e vedrei tutt’altro di quel che ha veduto il barbiere!... Se volete che mi metta in posta, la mezzanotte non tarda tanto, e farò ben io passare alle ombre il grillo di venir a gironzare nei dintorni del palazzo. Enrico pareva rapito in profonda astrazione, perchè non diè risposta alle parole del gigante; egli si immerse ne’ suoi pensieri e parea stesse annodando le intricate fila che gli si venian svolgendo nell’immaginazione esaltata. — Dove è sparita quest’ombra?... questo diavolo?... questa cosa qualunque come a te pare? esclamò stizzito e di malumore. Cosa dedurresti tu da questa maledetta fantasticheria da inspiritati?... — Io dedurrei, messere, che l’ombra invece di esser sparita sotto l’acqua del canale sia entrata nel vano che v’è appunto al di là della saracinesca.... Non v’è là una porticina che mette a quella parte rustica dove nessuno abitò mai... dopo la morte di vostro zio?... Enrico impallidì di terrore.... e strinse con violenza il braccio d’Ambrogio come volesse sulle labbra soffocargli le parole che aveva profferite. — M’avete domandato cosa ne pensi.... borbottò il gigante, affè, messere, fatemi avviso se avete intenzione di rompermi le braccia a questo bel modo!... — Che sai tu di quella porta?... gli domandò Enrico agitatissimo. — Affè!... Cerco per dove possa essere entrata quell’ombra indiavolata, che a quanto disse mastro Antonio cantava una strana canzone. Sapete cosa ricorda?... Il canto dei morti di quella vecchia strega che il diavolo s’è portata con sè, e che temo non abbia voluta nemmeno l’inferno. — Marta!... vuoi tu parlare di Marta?... — Affè!... sì... di quella strega!... — Marta!... ripetè Enrico fra sè con impaziente anelito come se nel suo pensiero stesse formandosi un concetto intorno a cui la mente s’adoperava affannosa... Marta!... borbottò ancora; sì, era ben dessa che apparve in quella notte nella sala del banchetto!... Essa che ha rapita Angela!... Essa che è sparita dal palazzo dopo quel giorno!... e che io ho invano fatta cercare!... E tu dicesti, Ambrogio, che un’altra voce avea risposto a quella della vecchia?... — Adagio... mastro Antonio non disse poi che era una vecchia.... in quanto alla voce ei disse ed affermò che gli parve dolce come quella d’un angelo... non è strano, messere, che gli spiriti abbiano di tali voci?... Enrico battè i piedi con impazienza come se non volesse essere sturbato nell’anelante ricerca in cui impiegava tutte le facoltà della sua anima, dall’importuno cicaleggio del gigante. Taci, marrano... mormorò egli con affannosa concitazione... — Oh se fosse di lei!... Ambrogio, io ti farei ricco come il primo dei cavalieri del duca... — Chi?... domandò il bandito. — Angela!... non capisci tu che è d’Angela che io intendo parlare... che se quella vecchia è Marta.... là nascosta non vi può essere che Angela... Egli si slanciò verso la soglia e gridò al bandito con voce alterata dall’emozione, — a noi!... seguimi, Ambrogio.... e al diavolo gli spettri.... fanfalucche da fanciulli... Essa è là... la sento... e la troverò... dovessi far demolire questo palazzo pietra per pietra fin ch’io l’abbia trovata. L’orologio del castello suonava la mezzanotte. CAPITOLO XLII. La stanza del fratricidio. Quando Enrico fu nel cortile... s’arrestò: avea inteso del rumore al di là della saracinesca, avea inteso una voce, era quella di Angela che chiamava la Marta. La fanciulla alla sua volta avea inteso dalla parte del palazzo come un rumore di passi precipitati; atterrita per quel senso di fina penetrazione che è proprio di chi abbia la coscienza del pericolo, avea gettato quel grido di spavento. Era tanto tempo che la povera fanciulla giaceva là, separata dalla vita, viva per una speranza che veniva collo scorrer del tempo illanguidendosi nella sua anima angosciata... La buona vecchia che l’avea strappata alle braccia di quell’infame, s’era sepolta con lei in quella stanza che dovea metterla a riparo dalle ricerche del signore della casa. Fu nel giorno susseguente a quella terribil notte che la vecchia Marta si spaventò d’un pensiero, vivere!... come avrebber esse vissuto senza compromettere la loro sicurezza? per la vecchia poca cosa era la vita... ma voleva salvare quella povera fanciulla così bella!... Dar indizio che ella fosse là, equivaleva a ritornarla ai lascivi amplessi di colui che essa aveva fuggito con tanto orrore... Dalla stanza dove si trovavano le due donne per un piccolo uscio si scendeva ad una specie di pianterreno allagato dal canale. Marta attese la notte, scese; vi si scendeva per una scala di legno... la scala era sospesa sull’acqua e faceva capo ad una porticina bassa sbarrata da una spranga di ferro arrugginita dall’umidità; il luchetto della sbarra non era chiuso a chiave, potè levarlo, e si trovò tra quel vano che eravi tra il canale e la saracinesca dell’abbeveratojo. L’acqua che ne resentava il fianco era bassa, vi scese e potè arrivare dietro il palazzo... Innanzi a lei si estendeva la valle; al di là della valle la campagna; costeggiando la riva poteva nascondersi tra i canneti e di là internarsi pei campi dove saria andata in cerca di cibo per sè e per Angela. Rientrò nella stanza ove la fanciulla l’aspettava in preda ad una viva agitazione e si convenne ch’ella cercherebbe di radunare quanto potesse dar alimento alla loro vita limosinando per le case di campagna.. e che dopo aver fatta sufficiente provvigione rientrerebbe di notte e starebbero insieme quanto tempo lor permettessero i viveri raccolti, che poi uscirebbe di nuovo per le sue bisogna, e così durerebbero finchè il tempo non venisse in soccorso della fanciulla mutando intorno a lei gli avvenimenti che sì terribilmente la stringevano nel lor cerchio di ferro. Così simile sempre in ogni suo attimo, per la vecchia e per la fanciulla il tempo era scorso sino a quel giorno... Marta avea provveduto limosinando per la campagna quanto di maggior bisogno occorresse; aveva portato della paglia con cui formare un canile sul quale poter adagiare le dilicate membra di quella vaga giovinetta che sentiva d’amare come una madre... a cui usava tutte le premure, a cui prodigava tutti i possibili conforti cercando tener viva in lei la lusinga di giorni migliori che la compenserebbero delle provate miserie... Angiola le parlava di Adolfo!... del suo giovane fidanzato!... come si struggeva pensando cosa ne potesse esser avvenuto!... come rabbrividiva al pensiero che il signore del palazzo come Marta lo chiamava, avesse tentato sopra lui qualche delitto onde togliersi dal sentiero un ostacolo che avrebbe potuto un giorno o l’altro contendergli il possesso della donna che aveva tanto amata!... Erano ben tristi pensieri codesti!... e ben terribili per lei nel cui animo inquieto e trepidante andava morendo ogni giorno la speranza di poter esser tratta da quella tomba ove era costretta seppellire la sua giovinezza!... e spegnersi consumata dai fremiti anelanti del suo povero cuore. Rompevan solo la monotonia di quella miserabile esistenza le escursioni di Marta, alla quale quando ritornava di notte, chiedeva se nulla avesse sentito, se nulla avesse veduto... Ma la vita della Casa della Valle non era alterata da alcun avvenimento. Aspettava il ritorno di suo padre che avrebbe chiesto di lei, che di lei avrebbe fatto responsabile l’uomo che s’era intruso nella sua famiglia per carpirne la confidenza e rubarne il tesoro... pur nulla di tutto ciò avveniva, e la povera fanciulla gemeva intanto straziata da tutte le torture d’un’angoscia senza conforto... Infinita come il pensiero de’ suoi mali che sulle sue labbra di fanciulla avevano estinto il sorriso della giovinezza!... Enrico che aveva inteso il grido d’Angela e che s’era slanciato verso quell’ala del fabbricato da dove era venuta la voce, diè addietro d’improvviso atterrito, coi capelli irti, colle labbra pallide. In quella stanza!... mormorò egli con voce bassa e fremente. Lei!... Scorsero alcuni istanti durante i quali una fiera lotta si combatteva in quell’anima incallita nel delitto, e che pur non sapeva vincersi in quello sforzo paralizzato dall’impressione. V’ha qualche cosa diffatti per chi sia rotto alla colpa, più orribile di un cadavere... Un cadavere è una cosa... si sa dove è... lo si vede, e se si deve passar oltre, lo si evita oppure lo si calpesta come più si voglia. Ma aver d’innanzi a sè il pensiero del proprio delitto... Vederlo come allora, in quell’attimo terribile in cui si è compiuto... averlo presente vestito coi foschi colori che vi presta l’immaginazione... ecco l’orrendo spasimo d’un’agonia che dura finchè in voi dura l’idea che ve ne formate; esso è ben più terribile dell’agonia reale che dura quanto solo può durare un’agonia, a cui vi sottraete, o che fate finire più presto. Un fantasma per chi è reo... è più che un uomo... L’uomo è contro lui, il fantasma è in lui... L’uomo s’uccide... e v’ha una convulsione in quel parossismo che attutisce le facoltà intellettuali e fa dominare assoluta la sensualità delle impressioni. L’orgasmo ed il terrore, sono sensi che costituiscono in dati momenti una vita a parte... talchè vedremo talvolta il timido farsi entusiasta e l’indomito farsi pauroso. Essi sono quali sono fatti in quell’eccezione del momento per riprender tosto dopo la loro veste abituale. Enrico lottava con sè stesso!... lotta terribile della realtà contro l’indefinito... dell’uomo contro un’idea che lo accerchia, che lo stringe, che è in lui... ed in cui egli vede una cosa orribile fuori di lui, e che pur sente in sè... È un impressione nella quale egli si perde, che si fonde con lui e che volendola superare per lo sforzo istesso del pensiero che la combatte, si veste e si anima di ognor nuove forme; che si riproduce quando egli crede d’averla distrutta. S’intese un rumore come d’un corpo che cade, un altro grido che non era mandato dalla voce d’Angela... Enrico non vide più nulla... egli aveva vinto sè stesso perchè tutta la vitalità della sua anima era stata deviata; in quel momento di parossismo il pensiero era assorbito da quel fatto che si compieva e che diceva a lui ardente di libidine e di vendetta... Angela è là!... Nell’istesso frattempo Adolfo s’era gettato dentro al piccolo sotterraneo, aveva sentita la scala sotto allo sue mani, l’aveva salita. Angela s’era rannicchiata pallida di terrore nell’angolo più remoto; un fioco lumicino ardeva in mezzo alla stanza, il grido di spavento che stava per uscire dalle labbra della fanciulla gli si soffocò dentro il petto anelante, essa si levò, bella... divina!... collo sguardo acceso... le gote infuocate... le braccia protese come verso una visione! Adolfo!... mormorò essa con voce debole e fioca come un sospiro... Adolfo!... Il giovane ebbe appena il tempo di slanciarsi verso lei ebbro d’amore, di felicità, dimenticando tutto! sè stesso, il luogo ove si trovava, il passato, l’avvenire! per non vedere che lei!... Un’altra porta nello stesso tempo aveva ceduto sotto la pressione d’un urto terribile, un altr’uomo s’era slanciato in quella stanza... Adolfo mandò un grido di gioia... Enrico più livido d’un morto si vedeva sorger di contro il fantasima d’un altro assassinato, là... dove aveva sepolto il fratricidio!... Egli mandò un ruggito terribile di rabbia che soffocò in lui il fremito dello spavento... Entrambi trassero il pugnale e si lanciarono l’uno contro l’altro. Bastò ad Adolfo quel movimento di terrore a cui non potè sottrarsi l’uomo ch’egli aveva chiesto a Dio colla più ardente delle preghiere, a satana col più truce de’ suoi giuramenti, per deporre al suolo Angela che era svenuta tra le sue braccia. Que’ due uomini s’incontrarono corpo a corpo... Il lume si spense urtato nella lotta. Erano soli in mezzo alle tenebre, nella solitudine di quel palazzo misterioso... S’intese un cozzar di ferri... lo strider delle due lame che si urtavano sitibonde di sangue, un anelito di petti... un gemer sommesso come d’un dolore che si freni sul labbro, uno sbalzar per la stanza come di due tigri che s’avventino... poi un grido di rabbia... una bestemmia, un rantolo, poi... si fe’ silenzio... un silenzio d’un attimo... Adolfo era caduto sulla vittima nella cui gola aveva piantato sino al manico il suo coltello. Egli si sentì umide di sangue le mani, intriso di sangue il volto che sulla fronte gli era spruzzato mentre cadeva sopra di lui; ascoltò se ancor si moveva... non intese che il rantolo della sua agonia... e il gorgogliar del sangue che usciva dalle arterie squarciate. Si levò; Angela giaceva tuttavia svenuta. Adolfo battè l’esca ed accese il lume che per fortuna era rotolato in un angolo della stanza e non s’era del tutto riverso. A quell’oscillante chiarore egli vide allora... e fremè per tutte le fibre. Quella stanza era squallida ed umida, non v’era per terra presso al canile di paglia che una scodella di legno, non v’era che un piccolo pertugio che parea più lo spiraglio d’una prigione, che una finestra. Angela giaceva svenuta al posto ove egli l’avea deposta; le sue vesti eran tutte intrise del sangue di cui era allagato il suolo e che zampillava ancora dalla squarciata gola del morente; i capelli aveva rabbuffi ed irti sulla fronte, non mandava più che un debil alito, un rantolo fioco più di morto che d’agonizzante. Adolfo si tolse tra le braccia il prezioso fardello e scese desideroso di togliersi a quel terribile quadro. Marta rinveniva allora dal suo assopimento, al rumore dei passi di Adolfo che scendeva la scala si alzò. Il giovane mandò un grido di sorpresa e di spavento al veder rizzarsegli di faccia quel nero fantasima, impressionato tuttora da quanto era succeduto, da quanto egli aveva compiuto in quella casa maledetta, ebbe quasi paura di quell’improvvisa apparizione!... Dal petto di Angela uscì un debole lamento... le sue labbra pallide mormoravano un nome... Adolfo!... Il giovane si scosse... si strinse al cuore la fanciulla e gettò uno sguardo di sorpresa sulla vecchia che gli si era rizzata contro minacciosa ma essa pure aveva inteso il nome che avevan mormorate le labbra di Angela. Al debole raggio di luce che veniva dalla stanza dove ardeva il lume acceso da Adolfo essa lo guardò; sulla sua fronte lampeggiò un raggio di gioia. Sareste voi!?... voi il signor Adolfo?... domandò essa volgendosi al giovane che la guardava inquieto ed attonito. Oh che siate benedetto!... è ben il cielo che vi ha mandato!... — Sì, sono io... rispose Adolfo assicurato dall’accento della vecchia, benchè nulla comprendesse, e fosse ansioso di conoscere i particolari di quello strano avvenimento. Ma ora è necessario, buona donna, di far rinvenire questa fanciulla... — Scendete dunque, scendete presto... qui v’ha dell’acqua... e le tenebre della notte ci proteggono ancora. Ajutò quindi il giovane a uscir fuori da quell’umido antro. Quando la vecchia colle premure d’una madre ebbe deposta la fanciulla nel vano che era tra le due ale del fabbricato, corse alla saracinesca da dove gettò uno sguardo inquieto nell’interno del palazzo. — Facciamo rinvenir presto la fanciulla, buona donna, disse Adolfo, che aveva indovinati i timori della vecchia. Non v’ha più nulla a temere nè per noi nè per lei!... — Non v’ha più nulla a temere?... esclamò la vecchia fissandolo in volto sorpresa. — È un uomo potente colui... e satana gli dà mano nei suoi affari... — Era potente!... mormorò Adolfo a voce bassa, e satana potrà trastullarsene a suo bell’agio. La vecchia non capì bene, per quanto gli paressero strane le parole del giovane. Angela aveva mandato dal labbro un nuovo lamento, essa corse ad attingere al canale un po’ d’acqua col palmo delle mani e ne spruzzò la fronte della giovinetta, che rinvenendo gettò un grido di gioia. Due voci la richiamarono alla vita, due voci che le erano care ed adorate!... le parve di destarsi da un sogno ma non era un sogno... ella sentì un tocco ardente infuocargli le labbra, era un bacio di Adolfo!... sentì un palpito anelante sul suo cuore che rinasceva alla vita... ed ella si trovò tra le braccia del giovane e di Marta ebbra di quell’estasi per cui si benedice anche alla sventura quando sia il prezzo di quei sovrumani godimenti a cui non si arriva che per la via del dolore, che solo ne consente di misurare il palpito della felicità! Qui ha fine la leggenda... Angela e Marta appresero da Adolfo come finì Enrico il fratricida su cui egli aveva vendicate le innumerevoli colpe. Il suo cadavere rimasto là, dove fu spento, sarà stato portato via dall’acqua in qualcuna delle frequenti inondazioni a cui Mantova andava soggetta, oppur consumato dal tempo si sarà rifatto polvere e materia. Angela e Adolfo in un alla vecchia Marta che portava alla fanciulla un affetto di madre, affezione che nasceva in lei per l’opera istessa del beneficio che aveva compiuto, si recarono al paesello dove era morta Giulietta, e dove egli si recò a deporre sulla tomba del padre il pugnale insanguinato che ne aveva vendicato l’assassino infame. Vi trovarono la povera Margherita che fu beata di poter morire consolata dal bacio del suo figlioccio, essa si faceva raccontare tutte le sere dalla vecchia Marta la storia del Palazzo del Diavolo, storia che narrava poi a tutti i ragazzi del paese. Il marchese ritornato dalla sua missione, stanco dei tumulti della vita politica si ritirò a viver tranquillo coi suoi figli. In quel piccolo paesello allegrato da un vago sorriso di sole che indora le acque del suo lago, qualche vecchio si ricorda ancora la leggenda del Palazzo del Diavolo, che aveva sentita raccontare da bambino. Dopo d’allora egli fu disabitato per molto tempo e si vociferavano sul suo conto truci storie di spiriti e di folletti; si diceva che l’anima del nipote del Mago, o del misterioso signore della Casa della Valle vi si aggirasse di notte gemendo e mandando grida indemoniate. Oggi la prosa del secolo ha fatto del suo vasto salone, al quale rimane appena alcun vestigio dell’antica splendidezza, un magazzeno ove s’ammucchiano le granaglie... I topi si ingrassano e vi s’aggirano despoti e signori invece delle anime dei morti; vi ballan la ridda fra le sacca correndosi dietro per tutta l’ampia vastità del locale, mettendo fuori dalle fenditure il loro musino vispo ed allegro. Le loro nere ed ardenti pupille brillano di notte d’una luce fosforica, per cui qualche buon paesano si sarà anche oggi giorno spaventato credendole qualche spirito che sia ritornato all’antico suo albergo. Tutto vi è diroccato... nè più v’ha forma di ciò che fu. Si è fatto del cortile uno stallo ove fanno capo i carrettieri nei giorni di mercato; si sono aperte al pian terreno botteghe di ferro rotto, di modiste e di falegnami; v’è un’osteria ove vado anch’io a cena qualche volta!... Vicino al luogo ove si sono compiuti gli ultimi avvenimenti che fanno parte di questo racconto, cantano e lavorano battendo il bucato allegre lavandaje senza paura che dalla porticina sprangata che mette alla stanza allagata, esca fuori l’ombra di qualche morto a far gelare sul loro labbro il canto col quale si rendono meno pesante il lavoro. Tutto è scomparso e non vi resta più che un informe ammasso di pietre che sparirà esso pure un giorno, se non al tocco della magica bacchetta dei maghi antichi, per l’opera più proficua di qualche centinajo di mille franchi che cercheranno un mezzo di moltiplicazione imbellettandone la fisonomia per farne tanti mezzanini moderni da noleggiare ad usum... Onde coprir le spese Per tanti franchi al mese!... FINE. ADELIA NOVELLA DI ULISSE BARBIERI ADELIA CAPITOLO I. Comune storia che finge pur il vero, A voi fanciulle io narro!... Spuntava il sole d’un bel giorno di giugno. Le tremolanti cime degli alti pioppi che imboscano le valli del mantovano erano avvolte in un’onda di luce e si disegnavano nello spazio in bizzarri frastagli. Appoggiato al parapetto del ponte di S. Giorgio, vedeasi un giovane dalle sembianze dilicate, dalla pupilla animata, dai capelli che a lunghe ciocche scendevangli intorno alla fronte alta e serena. Egli seguiva astrattamente l’incresparsi delle calme acque del lago, sul cui dorso vedeasi guizzare qualche gaio pesciolino che le solcava d’una bella striscia d’argento, mentre il sole che innalzavasi a poco a poco imperlava i verdi ligustri bagnati ancora dalla notturna rugiada. Fra quella folta selva di giunchi che si estende sulla riva sinistra del lago, l’usignuolo modulava la sua mesta nota; il gardello dalla cima di qualche antico pioppo trillava il suo armonioso gorgheggio; gaie villanelle passavano il ponte adorne del loro più bell’abito festivo; da lunge udivasi lo schioppettìo allegro delle fruste agitate dai merciajoli che spingevano le loro rozze alla piazza che s’ingrossava di rivenduglioli. Era insomma una mattina d’un bel giorno di festa, ed il pensiero ti si esilarava nel contemplare quella scena così poetica nella sua amena semplicità. Il giovane che erasi recato a diporto lasciando errare intanto il volo del suo pensiero intorno a chi sa quante illusioni che leggiadramente andava forse accarezzando, ritornò sopra a’ suoi passi, e cacciatosi sotto al portico dei Mercanti, movea difilato verso la chiesa di Sant’Andrea. Era l’ora della messa; il comico teatro rituale rigurgita di spettatori pel solo scopo che lo spettacolo si dà _gratis_! La piccola piazzetta detta del Bocchetto era ingombra d’ogni sorta di gente; l’occhio avido ed impaziente del giovane ben s’internava tra quella folla compatta, ben egli si rizzava sulle punte dei piedi per guardare al disopra delle teste, che rasentava collo sguardo, e bestemmiava contro la devozione cattolica col maggior garbo possibile!... Perchè un fremito l’investe in tutta la persona?... perchè i suoi occhi mandano un così vivo lampo di gioia?... — È già tardi, mamma, disse una voce dolce e soave a pochi passi da lui, e la leggiadra giovinetta dalla cui bocca erano usciti quegli accenti, trascinava dietro a sè verso il tempio una donna d’aspetto posato, per un lembo della sua veste di seta nera. Carlo fece un atto di sorpresa e guardò la folla che gli serrava il passo come guerriero che misuri d’un colpo d’occhio la forza del nemico; strinse i gomiti e si dispose a farsi largo. Dal tempio si udì un modulato tintinnir di campanello... a quel suono la folla cadde ginocchioni, ed egli si vide ritto e come piantato in mezzo ad un livello orizzontale di larghi cappelloni di paglia e di cuffie a nastri rossi che gli si incurvarono dinanzi come capi di spiche al soffiare d’improvviso vento. Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo, disse Archimede... A Carlo mancò invece il punto d’appoggio; egli spinse i suoi due pugni inarcati nel vuoto e brancolò urtando contro qualche cosa che faceva parte del corpo d’una vecchia ottantenne, ed a cui la troppa divozione dava una prominenza troppo indiscreta!... Egli vide però... la vide salire la larga gradinata, la vide volgergli uno sguardo; arrossire ed entrare, e fu questa credo la prima volta che egli trovò che il _sanctus_ potesse servire a qualche cosa!... Adelia, che tale era il nome della giovinetta, erasi inginocchiata accanto alla madre, egli era entrato in chiesa e potè a tutto suo agio contemplarla per qualche istante; i loro sguardi s’incontrarono... S’erano detti mille cose!... Amarsi!... come è bella la vita!... quando la si comprenda in questa soave aspirazione dell’anima!... aspirazione santa!... come tutto ciò che è fede!... perchè fede è amore!... amore è giovinezza!... Vivere l’uno per l’altro!... poter ridirsi questa magica parola di tutti i cuori!... Correre insieme le fiorite alee d’un giardino, ascoltare il canto di un augello, darsi un fiore, scambiare un bacio, mormorarsi strane parole, palpitare di fremiti soavi, guardare il cielo che si adorna di un manto più fulgido di stelle per farsi più bello ai nostri occhi!... Il sole che sfavilla di maggior luce!... far proprio ogni volger d’attimo che concatena il tempo all’eternità, di cui si ama tutto! Le gioie che prodiga, i dolori che prepara... quelle belle giornate di primavera in cui si respira l’olezzo delle viole raccolte sul margine d’un fiumicello; quelle triste giornate di pioggia durante le quali vi raccogliete leggendo un libro, ridicendovi le mille volte quell’eterno ritornello che è il grido eterno della vostra anima, sempre nuovo perchè veste sempre le diverse forme delle impressioni che gli danno vita!... Ecco cos’era l’amore per Adelia!... era un fuggevole inseguirsi di giorni sereni e felici!... era un immergersi nella voluttà dell’oggi!... era un sorridere alla speranza del domani!... Povero fiore avido di luce e di rugiada che appena schiude i suoi petali olezzanti, essa aveva ben ragione di chiedere alla vita il suo caro sogno di fanciulla!... Perchè il dubbio, questo aspide dalla bava velenosa che s’avviticchia al verde tronco e ne sugge il miele, avrebbe dovuto tingerle l’aurora coi foschi colori del tramonto?... No!... ridi e folleggia, o fanciulla, finchè ha un sorriso il tuo vergine cuore!... Ama e canta come la rondine che ti saluta il mattino dal trave ospitale dove ha fabbricato il diletto suo nido!... Il capriccio innocente od un desiderio di rapina, un giorno glielo distruggerà, ed ella andrà poi gemendo per gli spazj raccontando all’aria la sua sventura e la triste storia dei diletti che generano le colpe!... Ridi e folleggia prima che il dolore impallidisca il bel vermiglio della tua guancia!... Prima che il pensiero appanni la tua fronte!... Spendi i palpiti del tuo giovane cuore prima che la disillusione te li inaridisca nel petto!... Godi, fanciulla!... finchè il tuo ciglio ha un lampo sereno; il mondo è tuo!... cogline i diletti come il fiore che côgli attira un tuo sguardo. Ape leggiadra, aggirati pel giardino della vita ornato d’altari e di croci!... Canta alla vita ed alla morte la tua canzone, poi fenice dalle ali dorate, fatti un rogo di vimini olezzanti e coll’ultimo tuo canto prelúditi la tomba!... CAPITOLO II. Bello è il riso degli astri, e allor che splende La compagna dell’ombre, e l’armonia Del creato sfavilla, a me discende Dolce nell’alma una tristezza pia. Caro è l’amplesso d’una madre, e santa La parola che al cor parla la fede!... Ma tutto tace se dal duolo affranta, Ebbra d’amor... non ha d’amor mercede, L’alma che solo in lei sente la vita, Nel delirio gentil con te rapita!... Sol’io ramingo ricercando vado Un cor che al grido del mio cor risponda!... E d’una cara illusïon suado L’alma d’amor digiuna e sitibonda!... L’argenteo raggio d’una pallida luna baciava le nere chiome d’una pensosa giovinetta seduta sola e raccolta al piccolo tavolino da lavoro della sua stanza, allora che dalla strada s’intese il suono della mesta canzone. Ne erano le note dolci come un sospiro e parea non domandassero all’eco che un altro sospiro ad intrecciarne l’armonia. Quella giovinetta era Adelia... si scosse... tese l’orecchio con avida ansia... i suoi begli occhi celesti scintillarono ardenti ed animati... un incitato anelito le sollevò il petto ansante, colla leggiadra sua mano si compresse la fronte come se volesse frenare l’inquieta danza dei pensieri che dentro vi turbinava; si alzò tacita, accostossi al balcone che stava aperto... forse per lasciar adito alla fresca aria della sera... Ristette immota.... Un giovane svoltava l’angolo della vicina via; la giovinetta non potè udir altro che l’allontanarsi de’ suoi passi. Pure aspettò... quel rumore tornò a farsi più distinto; vide un bel giovane dalla corporatura snella, dal volto pallido, dai capelli neri e lucidi, che ripassò senza levare lo sguardo, poi più nulla!... Essa era ancor là... guardava una stella il cui raggio le tremolava sul capo, e parevale che favellasse arcane parole alla sua anima che chiedeva alla vita il suo mistero!... Come era bella! appoggiata a quel balcone, illuminata da quella mistica luce che ne inargentava le chiome d’ebano! Era pur bella!... china la fronte sul suo seno d’alabastro, simile alla Margherita di Goethe, che sfoglia il fiore della rivelazione, sfogliava essa i fiori del suo pensiero cercandovi il più bello ed il più olezzante!... Come si disegnava bello il suo corpiccino di gazzella sotto alla sua veste bianca! Essa non sapea ancora che nome avesse... chi fosse il pallido giovinetto che aveva cantata sotto al suo balcone la romanza del sospiro!... Ma che importa al cuore che ama di un nome?... Si sovvenne della prima parola colla quale l’aveva chiamata baciandola sua madre, e la mormorò stemperando la sua anima in un sorriso. Mio Angiolo!... Povera Adelia! * * * È mezzanotte!... la luna che ha irraggiata quella scena, ha nascosta la sua faccia luminosa in seno a fosche nubi. Da che ritorse inorridita il suo raggio?... Dalle socchiuse griglie di un’altra casa s’ode un tintinnìo di bicchieri... grida... un nome... poi uno scoppio di risa... poi una parola mormorata da due labbra nello scambio di un bacio: Povera Adelia! CAPITOLO III. Spiegazioni. Insomma!... l’amava o non l’amava?... mi domanderà il lettore. O che bel vezzo è mò questo di tradurci innanzi il vostro protagonista mentre aspetta il sole che nasce, che poi fa quasi a pugni d’innanzi ad una chiesa per veder in viso la sua bella!... per mandarcelo ad un tratto chi sa dove... a profanare in un’orgia chi sa qual nome... Signor novelliere!... l’è questo un andar a sbalzi che non ci garba gran che!... E poi... chi è questo signor Carlo che sta guardando i pesciolini che guizzano, come uno scolaro del Seminario!... che canta delle romanze che sono andate giù di moda, e che dato poi uno scappellotto a tanta ingenuità preadamitica ci fate smarrir d’innanzi lasciando a noi d’allambiccare il dove abbia potuto cacciarsi.... Affè, dico io... cosa importano mò a voi, belle lettrici, giacchè è per voi che butto giù questa novelluccia da strapazzo! cosa importano a voi i connotati più o meno speciali e fotografici dell’eroe di questo racconto?... prima di tutto... disse, ed a ragione, un nostro chiaro scrittore che al dì d’oggi quest’ufficio che altra volta era un privilegio dei romanzieri, se l’han preso certe persone che hanno tanto a che fare colla poesia come il _Patio_ nel _Corano_!... sebbene sia merce dell’istessa stoffa!... D’altronde, sapete perchè v’ho accennato il suono de’ suoi passi, invece di disegnarvelo, spendendovi dietro una dozzina di paginette?... prima di tutto perchè si vuole che io faccia presto!... in secondo luogo perchè ho pochissima voglia di scriver molto!... e poi, perchè credo che l’uno per l’altro il suono dei passi lo rendano tutti con una certa qual prossimitività d’uguaglianza, dalla quale voglio trarre pressochè una norma dell’uguaglianza dei difetti e delle virtù, di bene e di male, onde s’informa questo ammasso d’ossa e di carne, di sangue e di vene, che costituisce il meccanismo di questo logogrifo ambulante che dicesi uomo, mentre agisce su questo vasto teatro che dicesi mondo!... rappresentando questa farsa comico-tragica che dicesi vita!... Tutt’al più sarò obbligato a dirvi l’espressione esterna dei suoi lineamenti, e se ben non m’inganno sembrami avervi detto che era bello, pallido, così come un ritratto al dagherrotipo esposto alla curiosità dello sguardo. Guardava i canneti indorati dal sole, cantava una romanza sentimentale passando sentimentalmente sotto ad una finestra, poi andava ad orgiare salutando con un brindisi l’idea conquistatrice del bollente suo spirito!... Lo faceva così... perchè tutti gli uomini hanno vari momenti nella loro vita che prendono tinte analoghe dalla loro posizione, come le acque riflettono i colori del cielo, e subiscono lo stato degli elementi!... Oggi si piange, domani si ride!... oggi si dorme, domani si muore; differenza di posizione!... Giuoco d’ottica!... Uno dei fili arcani da cui sono mosse le suste delle marionette terrestri subisce una oscillazione, un altro si spezza, ed eccovi perchè chi è sano s’ammala, chi è vivo muore, chi è ricco diventa povero, chi è onesto si fa ladro!... Cambiamento di luce nella gran lanterna magica del creato!... Sviluppo di forme partorite dallo svolgersi degli eventi sul terreno del tempo!... Bah!... follie o grandezze a seconda del modo con cui si vedono le cose. Sinonimi e figure, ombra e luce, finchè cade la tela dell’ultimo atto, finchè il passato si confonde coll’avvenire, e l’avvenire si sperde ombra fatua nelle tenebre del nulla!... Ma lasciamo queste oziose digressioni! Erano scorsi varii giorni dall’incontro dei due giovani tra la folla che li divise. La giovinetta seguendo la buona madre era uscita dal tempio, e Carlo l’aveva occhieggiata a suo bell’agio; s’eran scambiati un sorriso, poi allegramente s’era recato a stanare un gajo crocchio d’amici coi quali passò la giornata impiegando di cuore tutta la sua volontà in un buon acchito al bigliardo del caffè Partenope, quanta ne adoprò per dare ai suoi sguardi un’espressione che rivelasse all’ingenua donzella il ritornello a metro obbligato di tutti gli amanti, più o meno amanti od amati! Carlo però nulla aveva a fare!... ne veniva di conseguenza che gli rimase molto tempo per pensare al suo amore!... S’avvicinava l’inverno, e le passeggiate romantiche che si fanno così volentieri allo spirare della tiepida aria di primavera, alla fresca aria delle sere d’estate, poi con meno diletto fra le nebbie dell’umido autunno, diventano tremendamente nojose alla rigida brezza delle sere d’inverno!... Allora si sente il bisogno d’un buon fuoco, per quanto il cuore ci possa avvampare ardentemente!... la mente spazia nelle soavi voluttà d’una ben fornita cena; al suono de’ baci dati e scambiati; fra il tintinnir delle tazze colme e vuotate ed al frizzar vaporoso dello champagne!... Almeno così la pensava Carlo!... Per un po’ di tempo stette allambiccandosi il cervello; ma... cosa non consiglia l’amore?... ed il freddo?... Adelia aveva un fratello; giovane di svegliato ingegno, che si era dato allo studio dell’avvocatura e doveva partire a giorni per Padova onde terminare il suo corso universitario. Al nostro eroe arrise una di quelle stupende circostanze che non si presentano due volte, e che non bisogna mai lasciar sfuggire alla prima!... Davasi una cena; una gaja brigata d’amici erasi raccolta innanzi ad un buon fuoco, da cui era riscaldata un’allegra sala da pranzo!... — Ebbene?... cosa c’è di nuovo a questo vecchio mondo? diceva un giovine attillato arricciandosi sulla fronte una ciocca di capelli che gli davano un’aria più che poetica. — Bah!... sempre la stessa storia, rispondevagli dalla sua seggiola a bracciuoli un uomo che poteva prendersi a prima vista per quello che voleva mostrar d’essere, mentre vuotava un colmo bicchiere di nebiolo; la storia del lupo e della volpe!... ingannati e ingannatori!... — E ingannatrici... soggiungeva un altro. — Bravo! nessuna eccezione, ribattè Arturo. — Libertà ed eguaglianza... confermò l’uomo che poteva parer giovane. — E tu Carlo?... non fai eco?... cos’hai?... I diavoli neri ti frullano in capo? — Credo che sia un demonietto roseo, saltò su a dire ridendo Arturo. — Nulla, rispose Carlo: cosa volete che abbia! sono annojato, ecco tutto. — Bevi!... inauguro un brindisi col rondò della _Traviata_!... — Per carità, Adolfo, esclamò Carlo sbadigliando, non mi parlare di traviate!... — Hai ragione, sono troppe!... Abbondanza nel numero e nella specie!... questo però non toglie che Verdi abbia scritto della musica sublime. — Evviva Verdi! Adolfo si empiè il bicchiere e lo vuotò lasciandosi andare sovra una sedia canticchiando ad onta dei... sss!... degli amici un brano della sua opera favorita. — Ma silenzio! che il diavolo ti porti! sento rumore nell’anticamera, disse Arturo alzandosi. — Sarà l’invitato di questa sera. — Ah!... l’amico Enrico! grida Arturo; e slanciandosi fuor della sala ricomparisce presentando all’adunanza il fratello di Adelia, che vi fu accolto con tutti quegli onori pieni di confidenza che si prodigano in tali circostanze. Il fratello di Adelia era un bel giovane dalla fisonomia franca ed aperta; vero tipo di studente Che studia poco e non impara niente! come dice Fusinato. Non è a dirsi che in un momento egli fu l’amico di tutti, tutti furono suoi amici. Non è a dirsi come Carlo gli fosse prodigo di delicatezze e di cortesie... come gli offerisse tutto sè stesso. L’indomani per tempo, Carlo batteva alla porta della sua casa, saliva con qualche trepidazione le scale... — C’è il signor Enrico? domandava ad una fantesca che era venuta ad aprirgli. — Oh, benvenuto l’amico Carlo!... esclamava una voce allegra a pochi passi da lui... Enrico gli veniva incontro tutto cuore ed espansione. — Mio caro Enrico, mantengo la mia promessa, rispondevagli Carlo con aria un po’ imbarazzata. Enrico l’introduce in un elegante salotto, alla stanza da lavoro, dove sua madre stava allestendo quei tanti nonnulla che occupano tutta la vita della donna di famiglia. — Mia madre... ti presento il signor Carlo T.... mio amico, ottimo giovine della cui conoscenza mi chiamo fortunatissimo!... La madre di Enrico si alzò contraccambiando. Carlo vi rispose con una modestia che colmò d’ammirazione la buona signora. Da una vicina stanzetta, forse dal nido dell’innocente colomba che allegrava col suo sorriso quel soave albergo della pace, s’intese un lieve rumore... All’orecchio di Carlo non sfuggì un piccol grido soffocato che suonò dietro alle cortine che adornavano la porta. Un volto pallido ed animato si mostrò nello stesso istante tra la fenditura della tenda. — Mia sorella... disse Enrico volgendosi a Carlo. Carlo fisso in quell’angelica apparizione, appena seppe trovare qualche parola che nascondesse agli occhi che lo guardavano il segreto del suo cuore!... CAPITOLO IV. ...?! Carlo diffatti col frequentare la casa durante la dimora che vi fece Enrico s’era acquistata quella domestica intimità alla quale agognava in pensiero. Andavano le cose per tal modo che se era per lui ardente brama toccare la soglia diletta, era abitudine in quei di casa vederlo, talchè se a caso mancava ad alcuna di quelle riunioni ove solea trovarsi, chiedevasi dalla buona madre di Adelia, dove fosse... e cosa ne potesse essere avvenuto... Era insomma come suol dirsi _della famiglia_!... Adelia dal canto suo ne era beata; a lei la fronte splendeva animata da una gioja che prometteva di durare eterna!... Ma quante promesse non mentono?... incominciando dai programmi dei giornali, fino ai dispacci dell’Agenzia Stefani?... Se l’amore che si svolgeva nella sua anima gentile e pura, ne aveva accarezzati gli infantili abbandoni... le patetiche meditazioni... le malinconie incomprese... aveva anche rivelata la donna nella fanciulla: se coltivava con più cura il suo giardino... prediligeva anche il nastro che dava più eleganza al suo corpiccino; la pettinatura che faceva spiccare di più il suo occhio di gazzella... la sua fronte d’alabastro... le sue gote rosee, fresche, come se dormiente il bacio d’un angelo gliele imperlasse coi colori del giglio e del melagrano!... Sul suo terrazzino cresceva la sua prediletta famiglia di fiori; ella era sollecita d’innaffiarli appena credeva che potessero essere offesi da un raggio troppo ardente di sole!... Come li amava i suoi fiori!... Erano ben essi i soli testimoni de’ suoi dolci colloqui!... sentivano sol’essi il suono del bacio furtivo che sfiorava le sue labbra di corallo... Era sopra a quel piccolo e leggiadro terrazzino che soleva recarsi anelante, tremebonda, ad aspettare una parola che alimentasse la vita del suo cuore, come essi aspettavano la rugiada della sera per aprirsi rigogliosi col mattino. La buona signora Caterina... la madre della fanciulla, notava quello sviluppo del cuore e dell’intelligenza e ne gioiva, come gioiva Adelia quando vedeva sul suo cespo sbucciar la rosa che aveva fatta germogliare con tanta cura!... Era il frutto della sua educazione semplice e pura, che aprivale innanzi i suoi tesori. Povera madre!... Credo che gli angeli, che la sublime poesia del cristianesimo ha simboleggiati con immortali simulacri, sorridessero del suo sorriso: ma non sempre sul ramo della rosa canta l’usignuolo!... Anche fra i pruni egli modula la sua canzone d’amore!... Povera Adelia!... In faccia alla buona madre era così modesta la parola di Carlo!... Quando si stringeva al petto l’innocente fanciulla, baciandola sulla fronte, era così commossa la sua voce... La menzogna può ella vestire una forma così turpe? L’anima può ella insudiciarsi nel lezzo della colpa, quando espande dalle labbra un profumo di cielo?... Era una sera... la madre incomodata lievemente, erasi coricata: Adelia che intenta la vegliò sino ad ora piuttosto tarda, diè a lei la felice notte con un bacio, poi si ritrasse nella sua cameretta. Poco vi stette; tacita tacita s’avviò verso il terrazzo... Perchè trema così la sua mano che si appoggia alla spalliera di marmo dei suoi fiori?... È un fremito dolce che investe le sue fibre... È l’ansia d’un cuore per cui non è vita che tra le braccia dell’essere a cui ha consacrati tutti i suoi palpiti!... un istante!... un altro ne trascorre accelerando le pulsazioni febbrili... un supremo!... poi... il paradiso d’un amplesso!... Carlo è là... bello... sorridente... La sua voce non ebbe mai così soave accento!... la sua mano non fu mai così ardente!... La sua pupilla non mandò mai lampi di un tanto amore!... Era ben amore quello che dentro vi raggiava!... Era un fuoco sottile, struggitore, che s’infiltrava nell’animo della giovinetta sino a farle smarrir la ragione!... Essi erano là... assisi l’uno presso all’altra!... il cielo era gemmato di stelle... i neri e folti capelli della giovinetta le cadevano in abbandono sugli omeri di neve... l’aria tiepida della notte scherzava tra essi, e pareva che mormorasse al loro orecchio una parola soave d’amore che essi soli comprendevano. Carlo intrecciava le sue braccia al collo della fanciulla... e la guardava con uno di quegli sguardi lunghi... ansii... pieni d’inebriante voluttà... di domande a cui non si risponde, ma che si sentono dominarci... Ammutoliti entrambi tacevano... eppur tacendo parlavansi strane parole. Il cuore della fanciulla si sentì serrato; il suo pensiero ebbe una vertigine. Il giovine la strinse al seno, non vide più che quel volto raggiante d’amore!... non aspirò che l’alito infuocato che gli usciva dalle labbra curve sovra le sue nell’atto d’un bacio... Se la terra le si fosse sprofondata sotto ai piedi, ella non avrebbe amato di meglio che disfarsi nel nulla nella foga delirante di quell’ora d’amore!... CAPITOLO V. Sempre così...... Abbandono!... suona ben trista sul labbro questa parola... Quante memorie di piaceri, di speranze... di gioje sfumate, di desideri incompiuti... che passano d’innanzi allo sguardo lasciando nell’animo lo sconforto ed il dolore!... Se l’autunno è la più mesta stagione dell’anno; se l’_Ave Maria_ è l’ora più mesta della sera... l’abbandono è la più mesta parola che amareggi anima mortale nell’ora dell’affanno, quando egli batte inesorabile alla nostra porta chiedendo ad ognuno la sua quota di lagrime. Era sparito il roseo incarnato che faceva così belle le guancie della fanciulla... i suoi occhi hanno perduta la loro gioviale vivacità, eppure quanto sono ancor belli!... Invano la buona madre le sta intorno con affannose domande: — inginocchiata innanzi ad un’immagine di Maria che imparò a pregare sin dall’infanzia essa prega... e confonde alle parole rotti singulti. Per chi prega essa?... Carlo non frequenta più così assiduo la famiglia. — La nostra posizione ha bisogno di riguardi — susurra egli all’orecchio della giovinetta. Un sinistro presentimento getta la tempesta in quel povero cuore; un terribile pensiero la spaventa; nelle angoscie del dubbio ella si strugge sotto gli occhi di colei che daria la vita per veder rifiorire sul suo volto quel sorriso che la faceva tanto beata! * * * Passano i mesi, e col rapido fuggire di essi, cresce la cupa melanconia di Adelia. Un non so che di vago, di indefinibile, la agita, la turba. Quasi con timore ella fissa i suoi occhi in quelli di Carlo... le dolci parole di sua madre la conturbano... Ella china il capo quando favellandole amorosa le siede appresso. Forse che più non m’ami?... Egli mi deve amare!... mormorò un giorno fra sè come reagisse disperatamente contro l’immagine d’un pensiero!... Che... che... debba avvenire... è d’uopo che egli sappia... E non finì; un singhiozzo convulso le soffocò la parola nella strozza, si coperse il volto colle mani e pianse. È raccolta la famigliuola nella saletta da lavoro, il fratello di Adelia che era ritornato da qualche giorno, è ripartito per Padova. Una zia di Adelia, sorella alla signora Caterina venne dalla campagna in quella vece a romper la noja per qualche giorno. Le due donne lavorano; Adelia pure trappunta; le sue mani piccole, bianche, agili, scrivono un nome sulla fina tela!... un nome che le suona così dolce sul labbro!... che gli echeggia così caro nel cuore!... Carlo arriva... egli è più gajo del solito; il sorriso di Adelia si anima tosto della sua gioja... egli se ne impronta rapido come il cristallo che riceve la luce e che la spande d’intorno. Eppure tutto ciò ha una forma vaga... assomiglia la calma del mare quando vicina freme la tempesta; tutti sono muti e sono tristi pensieri al certo che concentrano intorno a quel crocchio domestico quel silenzio sì cupo. Adelia ha trascurato i suoi fiori, poi ha pianto per qualche esile pianticella che trovò appassita; le sembrò che fosse una speranza di meno che si sfrondava dall’albero delle sue illusioni! Chè chè avesse però fissato... venne il giorno che nel suo pensiero Adelia ebbe fisso. Carlo era secolei sul terrazzino; ve l’aveva tratto con dolce violenza; pareva che la fanciulla sentisse il bisogno d’annodarlo al suo passato evocandone la dolce memoria. Egli pareva fuggire con ogni studio quel colloquio... Cosa si dissero?... che avvenne?... Un grido disperato d’angoscia.... come il singulto di un’anima che franga i suoi vincoli di carne, ha echeggiato lungo i deserti appartamenti ed arrivò fino all’orecchio delle due donne che lavoravano. Esse accorsero... trovarono la fanciulla sola sul terrazzo... teneva gli occhi fissi sovra la scala dalla quale qualcuno era sceso... quando si riscosse si gettò singhiozzando nelle braccia della madre. Povero cuore!... quanto doveva aver sofferto... * * * È una fredda mattina di febbrajo; una fitta nebbia fa argine ai pallidi raggi di un sole senza calore. Il passero se ne sta rattrappito sulle grondaje e par restío di spiegare il suo volo agile e leggiero. Il funebre rintocco di una squilla vaga mestamente per l’aria pesante, umida, bassa. Adelia curva la fronte dal dolore, eppure calma e serena nella coscienza di sè stessa attende l’ora funesta che gli aleggia intorno. Pallida più che le bianche cortine del suo letto, ella giace là... e nel suo sguardo fisso, quasi immoto, nuotano ancora le memorie dei giorni troppo presto trascorsi!... Tutto è silenzio... e soltanto il soffocato singulto della povera madre che veglia al capezzale della giacente, turba quella quiete solenne. La giovinetta si scosse; il suo occhio incontrò quello della madre umido di lagrime... colla scarna mano si strinse al seno quella fronte amata!... Le loro labbra si toccarono... mandarono un sospiro... non dissero una parola!... qual incomparabile poema d’affetti!... quante pagine del cuore umano svoltesi in un attimo!... quante rivelazioni arcane comprese in un fremito!... qual domanda di perdono!... qual risposta di adorazione!... — Ancora non venne!... mormorò ella, distogliendo lo sguardo dalla porta che rimanevasi chiusa... sempre chiusa!... La povera madre non le fe’ risposta: e sì che aveva tante cose a dirle!... La poveretta comprese quel suo pensiero; le sorrise... le sorrise con quell’abbandono straziante che indovina il riposo della tomba!... e solo gli increbbe di lei... di quella povera donna che lasciava sola, con un pensiero da accarezzare, con una memoria da amare, con un sepolcro su cui piangere!... Sorgeva il sole del domani; una donna raccolta in uno di quei profondi dolori per cui la parola non ha conforto; per cui il labbro non ha nome, pregava sovra una fossa appena scavata nel cimitero. Intrecciava pochi fiori ad una croce, li baciava e sembravagli che col loro olezzo le parlassero l’ultimo addio del suo povero angelo. L’istessa sera i vetri di una casa riflettevano la luce di dorati doppieri. Carlo volteggiava con una vispa donzella tra le melodie d’un _valtzer_, e mormorava all’orecchio della sua danzatrice la solita menzogna di tutti, e di tutti i giorni: _t’amo!_... FINE. INDICE VOLUME SECONDO CAPITOLO XX. Amore Pag. 5 XXI. La lettera » 9 XXII. Fatalità » 21 XXIII. Cosa avvenisse nel vicolo del Bargello » 29 XXIV. La barca » 33 XXV. Dove si capisce qualche cosa » 39 XXVI. I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione » 49 XXVII. Don Luigi il parroco » 55 XXVIII. La nonna Caterina » 67 XXIX. ... » 73 XXX. L’ammalata » 79 XXXI. Agonia » 85 XXXII. Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti » 95 XXXIII. Il Convegno » 105 XXXIV. Sparita » 117 XXXV. Salvo » 121 XXXVI. Mastro Antonio il Barbiere » 129 XXXVII. Timori e speranze » 139 XXXVIII. Il Fantasma » 145 XXXIX. Marta » 149 XL. Spiegazioni » 151 XLI. Rivelazioni » 156 XLII. La stanza del fratricidio » 161 ADELIA NOVELLA CAPITOLO I. ... » 177 II. ... » 184 III. Spiegazioni » 187 IV. ...?! » 195 V. Sempre così » 201 Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PALAZZO DEL DIAVOLO, VOL. 2/2 *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ concept and trademark. 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It exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of life. Volunteers and financial support to provide volunteers with the assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit 501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state’s laws. The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to date contact information can be found at the Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread public support and donations to carry out its mission of increasing the number of public domain and licensed works that can be freely distributed in machine-readable form accessible by the widest array of equipment including outdated equipment. 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