The Project Gutenberg eBook of La figlia d'un ghibellino vol. 2/2 This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: La figlia d'un ghibellino vol. 2/2 Romanzo storico risguardante Milano al cominciare del secolo XV Author: Giovanni Campiglio Release date: April 8, 2026 [eBook #78397] Language: Italian Original publication: Milano: Gaspare Truffi, 1830 Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78397 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FIGLIA D'UN GHIBELLINO VOL. 2/2 *** LA FIGLIA D’UN GHIBELLINO VOLUME II [Illustrazione: _Ah! non partite. Uno spaventoso sogno mi fa tremare per la vostra vita._ _Vol. 2 Cap. XXII_] LA FIGLIA D’UN GHIBELLINO ROMANZO STORICO RISGUARDANTE MILANO AL COMINCIARE DEL SECOLO XV DI GIOVANNI CAMPIGLIO VOLUME II Milano PER GASPARE TRUFFI Cont.ª del Cappuccio N.º 5433 M.DCCC.XXX CAPITOLO XIII. LA PROMESSA La sera antecedente ritirandosi dal Castello del Pusterla, ove era penetrato protetto dal suo travestimento, Arrigo Bianchi ebbe pienamente ad accorgersi quanto rigorose su lui fossero per ricadere le conseguenze funeste della sua vendetta. — Maledetto, — sclamò egli, — il momento in cui io pensai col sangue vendicare il sangue: ecco il frutto predetto, ecco verificato l’oracolo di quel buon nunzio di verità che a me mandato avea il cielo, ed a cui l’inferno mi ha fatto chiudere gli orecchi. Nè fu quindi con suo stupore che a lui presentossi il Falconiere di Giovanni Pusterla, dalle cui mani ricevette il cartello di sfida, che lo invitava a ritrovarsi presso la nota Cappella del Marliano per render ragione del fatto insulto. Che far doveva? Se egli rifiutava sarebbe stato tenuto in conto di vile, e come tale chiusa gli era ogni via di riconciliazione col fiero suo nemico. Dubbio essere non può nella sua scelta: il caso l’avea preveduto, ed avea ferma la risoluzione: — O io perirò per sua mano, — egli avea detto a sè stesso, — e poco male per me sarà perdere questa vita che già mi si fa odiosa, o colla mia generosità, vincendo, placherò il Pusterla, e sarà forse un passo fatto verso di _lei_ senza cui la vita per me non ha più allettamenti. — Egli accettò la sfida, e passò la notte nella più tetra tempesta di pensieri, e verificò ciò che tante volte accade, che il sonno è più volte nemico anch’esso dell’infelice. Finalmente il lucente disco del sole mostrossi sull’orizzonte. — Insensibile ai desiderii ed ai timori dell’uomo, con moto misurato, tu sole odioso percorri la tua carriera. Io, al tuo cadere più non sarò che un immobile cadavere, o se vivo, sarò forse il più infelice che l’aure respiri da te riscaldate. Se la mia mano versasse il sangue del mio rivale, la mia infelicità non sarebbe paragonabile nemmeno a quella di colui che commise il primo fratricidio sulla terra. Ma io non tenterò che di disarmare il forte mio antagonista. Egli bene mirerà dritto al mio cuore; e se mi toglie la vita andrà vantandosi del suo trionfo. Anche questo mi strazia. Ma io non farò altrimenti; non farò altrimenti; io il giuro a te, vaga luce dietro cui sospira il cuor mio. Oh se il destino prima a me ti avesse mostrato!... Ma la mia sorte è di ferro, me non aspettano che orribili sciagure. Io sono il più infelice dei mortali! «Le bellezze della natura, le dolcezze dell’amicizia, la vigoria de’ miei pensieri, speranze più rimesse, più varie, abbellirono modestamente prima che io ti conoscessi la mia esistenza. Ma poichè tu o sole abbagliante ti alzasti, tutti sparirono i primi e modesti ornamenti del viver mio; senza di te la mia vita io or la aborro. Tu sola empi tutto il mio cuore; ogni altro desiderio ne cacciasti; e se tu il lasci, egli vuoto rimane in preda alla più tetra solitudine. Funesto amore, tu mi incateni e sei il mio tiranno. Io non credeva che tanto duro fosse il tuo giogo! «Ma pure io ho un amico, e lui non debbo frodar di una confidenza. Non ignori Azzo l’impegno mio; egli abbia cura delle mie spoglie, se questo giorno vede la cessazione di mia esistenza. — Egli chiamò un famiglio e il mandò in traccia di Azzo; e questi entrò poco dopo nella stanza. — Azzo, la catena de’ fieri casi che ebbe principio colla morte del Capitano non è che cominciata. I suoi funesti anelli si succedono con una frequenza fatale. Oggi io mi batterò con Giovanni Pusterla. — Ebbene! Io v’invidio la vostra fortuna. Non potrei battermi io stesso con un secondo? — E non è di già troppo fatale per me questo combattimento! Voi pur sapete quali speranze esso distrugge. — Eh! via, ora capisco che volete dire, il vostro amore vi martella! Ma se volete che al braccio del Pusterla opponga io la mia spada, voi non avete, Arrigo, che a dire una parola. — No; il mio secreto a te l’ho rivelato perchè tu possa pensare ai resti di un amico; qualora, presso la cappella del Marliani, io dovessi nel combattimento lasciar la vita. — Tolgalo il cielo! — sclamò Azzo, e succedette a queste parole per un istante il silenzio più profondo. — Ma quale maniera è questa di riparare i torti! — sclamò Arrigo. — Un giudizio che porta seco una pena sì rigorosa, un giudizio sì incerto in cui la forza e la prontezza del braccio dà luogo al reo di vantarsi di innocenza; e colui che dovea chiarirsi tale spira sul campo sanguinoso, vedendo con disperazione il trionfo del suo rivale! Ah quale demonio introdusse nel mondo tale peste de’ singolari combattimenti! L’ignoranza sola potrà adottarli e proclamarli giudizi di Dio; e solo il nemico del genere umano potrà unirvi una larva di onore, e così radicarli per tutta la terra. Azzo non era forse d’egual sentimento; ma Anselmo in questa comparve nella camera, e disse che un messaggio di Franchino Rusca portava una lettera per Arrigo Bianchi. — Che sarà mai? — disse costui; — fatelo entrare. Subito entrò il messaggio, tutto grondante di sudore ed ansante, e consegnò una lettera ad Arrigo, per la quale avea ordine di attendere la risposta. — E che? — disse Arrigo dopo avere scorsa frettolosamente le lettera. — Facino Cane si apparecchia ad assalire il castello di Erba per torlo ai Rusconi? Or bene, Azzo, o io lascierò oggi questa vita odiosa, o chiuso nel castello di Erba la venderò a caro prezzo in favore di un antico amico e mio alleato, e per una causa di onore; chè già a noia mi torna la vita. Torna al Castello, — vôlto al messaggio poi soggiunse, — torna al tuo signore e digli che Arrigo non lo abbandonerà nel suo bisogno; e che volentieri acconsente di unirsi seco per respingere i suoi nemici. Torna, e reca tosto al Rusconi la mia risposta. — Il messo subito si ritirò. — Se io cedessi in questo singolar combattimento di cui l’ora omai è vicina, tu Azzo ti porterai nel Castello in luogo mio, ed al Rusconi darai la notizia della mia morte. Mezzodì omai non è lontano. Verrai tu meco fino al principio del bosco fatale? — E potrei, io, anche se lo volessi, non seguirvi da lungi, Arrigo? Or via, eccomi al vostro fianco; di imperturbabilità rivestite il vostro petto; pensate che la freddezza è necessaria nel combattimento; e ponete tregua ai mille pensieri che si affollano nella vostra mente. — Così il feroce Azzo tentava ridestar l’antica fermezza d’animo nell’amico, che nulla gli rispose. Entrambi un istante dopo si posero in cammino. Silenziosi a lungo passo procedevano, e la mesta foresta nella quale già poneano piede era bene scena consentanea all’espressione cupa delle fisonomie dei due personaggi che in essa si addentravano. Come Arrigo ebbe mossi alquanti passi fra di essa, arrestossi e così ad Azzo disse: — Qui, Azzo, m’attendi; e se fra un’ora io non compaio, allora ti inoltra nel bosco, e pensa alle spoglie dell’amico che avrai a far riporre nel sepolcro. In questo caso, tue sono le mie ricchezze; in questa carta te ne fo il dono. E quest’altra, — egli soggiunse porgendogli un altro foglio, — questa fa che l’abbia la figlia del Pusterla. Io le domando il tributo di una lagrima sola nella sua stanza solitaria. Amico, addio. — In nome di tutti i santi, non perdete il vostro coraggio, Arrigo! — sclamò Azzo. — Ma egli non mi ascolta! Ah il mio cuore è lacerato dai presentimenti più crudeli. Ma io non godrò giammai della trista conseguenza di una sua disgrazia. Foglio sciagurato, va all’inferno. — Ed Azzo, il cui cuore era nobile non meno che feroce, stracciò la carta di donazione, e battendosi la fronte colla destra si assise su un sasso che era a due passi lontano da lui. Frattanto Arrigo a passo frettoloso al luogo fatale ove combattere doveva si avvicinava. Ma quale fu il suo stupore, di lontano vedendo su quella piazzetta, non già il Pusterla, siccome ei si attendeva che impaziente lo aspettasse, di già trascorsa essendo l’ora di mezzodì, ma un gruppo di tre persone confuso, delle quali una sembrava avere forme femminili ed una bianca roba ricoprirla. Quel luogo, il turbamento dell’animo suo, le idee superstiziose a que’ tempi impresse anco negli animi più elevati lo fecero un istante esitare. — Fosse egli vero adunque che presso quella cappella, su quella angusta piazza, ritornassero le ombre infelici di vittime della sventura! Aprirebbero adunque veramente i sepolcri la loro bocca e ridonerebbero le loro prede, e le anime di giù giudicate ritornerebbero a sospirare nei luoghi che loro furono funesti! — Quale presagio era quello! Ahi quella triste comitiva forse lui aspettava nel suo numero: — Infatti non sono i miei casi in gran parte ai loro conformi? Ma che vaneggio io! — poi soggiunse, — forse quelle fantasime sono create dal mio spirito; la mia immaginazione dà loro corpo, ed il mio animo, scosso e debole, nel suo secreto le paventa. Se meco fosse Azzo, ei non vedrebbe quelle forme. — Impugnava quindi la spada, e con passo più lento sì ma eguale e solenne si avanzava. — Ma vedi, — egli fra sè diceva, — uno si è scostato! Oh Vergine, se sono illusioni, sgombrale da’ miei occhi! Abbastanza non ho io pensieri funesti che mi avvelenano l’anima? Vedi, spiriti o carne sieno, mi hanno scorto. Quale apparizione funesta! Quai forme la mia mente in essi mi figura! _Lei, lei_ che cagione è sola delle mie angoscie; ed egli, egli quel santo vecchio che pur troppo profeta fu di questi mali. — Arrigo si arrestò un istante, dubbioso se il suo cammino proseguire; di poi fermata una risoluzione, e tanti affetti affollandosi nel suo petto, sicchè nessuno distinto prevaleva, avanzossi siccome il sonnambulo cammina, e siccome un egro uscito di sentire, od automa che muovesi solo per l’impulso di una molla segreta. Egli avanzossi; giunse dinanzi alla donzella, ch’egli non sapea a sè stesso spiegare se carne fosse o fantasima vaporosa, chinò un ginocchio a lei innanzi, e in quello stato immobile rimase senza profferire una parola. — Signor Arrigo, — disse allora Beatrice, — e perchè queste dimostrazioni cavalleresche di rispetto verso di me, cui nell’istante stesso voi venite per torre il padre? Io so a che fare qui venite. Colui che già oltraggiaste, ora spegnere voi volete... Ma no, — s’interruppe la fanciulla; — no, io sono ingiusta; io so che tale essere non deve la vostra intenzione! — Ahi, — disse Arrigo con voce commossa. — Il mio destino... — O piuttosto la mano del Signore, — disse frate Paolo, alzando gli occhi al cielo; — la mano del Signore... — No, no, padre, io sono l’offesa, ed io debbo fare le mie rimostranze, — l’interruppe Beatrice. — Ebbene, convenite che, poco generoso, le vostre intenzioni dai fatti assai discordano. A elle state a’ miei piedi? Un fortunato caso impedì al padre mio di qui trovarsi, ed io, sovrana de’ vostri pensieri, in questa forse estrema volta che noi ci troviamo sì dappresso, io vi comando che giammai non snudiate la spada contro il mio genitore. Voi dovete al dolore della figlia sacrificare una vendetta che tende a privarla del padre. Promettetelo, in nome delle più dolci vostre lusinghe. Non rispondete? Ahi se vedeste quanto lacerato sia questo cuore, quale angoscia ora lo strazii, la pietà, se non la cortesia, vi muoverebbe a tutto promettere. Ah! i miei orribili terrori dunque si verificheranno! Vedrommi io un giorno per cagione dì queste orrende inimicizie l’insanguinato corpo del caro mio genitore a’ miei piedi...! — Ah no, tacete; io ve lo giuro pel cielo che ci ascolta, per la terra che gli è sottoposta, per quanto v’è di più sacro e terribile in questo e nell’altro mondo; no, il mio ferro giammai contro quello del padre vostro si scontrerà, senza cadere al suolo nel suo primo urto. — Il cielo vi benedica! il cielo vi protegga! egli vi assecondi ne’ vostri più cari desiderii! Che se forza hanno le preghiere degli afflitti presso il trono dell’Onnipossente, incessabili saranno le mie, perchè abbiano una volta fine queste discordie fatali. Deh, alzatevi, generoso mio liberatore! La più indelebile gratitudine per voi si scolpisce nel mio petto; ed eccovi in segno di pace la mia destra. Ma ora nulla più mi trattiene; nè più qui debbo rimanere. Addio, addio. — Ciò detto, colla leggerezza appunto di una fantasima, di là si tolse. Arrigo alzatosi sembrava una statua, non osando muovere un passo per trattenerla, e solo cogli occhi pieni di una inesplicabile loquacità accompagnando la bella apparizione che a lui si sottraeva. Frate Paolo alzò al cielo uno sguardo; e forse fece una breve orazione, che Arrigo non intese, quindi dicendo: — Sia benedetto il nostro Dio che ci ha consolati, — si diede a raggiungere la sua compagna. Questa, leggera siccome un capriolo, rugiadose le belle luci di lagrime espresse dall’amore, dalla riconoscenza, dalla pietà e dalla consolazione, a grandi passi dal centro si scostava della foresta. Poichè Arrigo la ebbe perduta di vista, sclamò: — Fu dunque vero corpo od una invidiabile apparizione! Ma io la vidi, io strinsi la sua destra di pace, e il cielo mi tratti con tutto il suo rigore se io manco alle fattele promesse: quale sarà per me compenso il pensare, in ogni evento, che io glielo promisi! — Egli volse ancora lo sguardo dalla parte per la quale era scomparsa, e non vedendo che l’invido velo della foresta, sclamò: — O Cielo, io troppo oggi ti oltraggiai, detestando la mia esistenza; posso io essere più fortunato, se quell’anima generosa stessa ti prega pel mio bene, se io ho tocca in pegno di pace la sua destra! Egli quindi si pose in viaggio per tornare. I suoi pensieri prendevano un corso ben diverso da quello che prima aveano seguìto. Una incerta speranza di felice avvenire rischiarava le tenebre che aveano prima contristato il suo cuore. I suoi pensieri, melanconicamente dolci, succedendosi gli istanti a lui passavano con una rapidità da qualche tempo da lui non conosciuta. L’uomo pur troppo tende a crearsi agevolmente la dolce idea di una fortuna che sovente giammai non trova. Egli trascorse la foresta senza quasi avvedersi; e parvegli un istante il momento che lasciò il luogo ove tanto miglior piega avea preso il suo destino, e quello in cui rivide l’amico suo, che, simile ad un forte collocato in un posto avanzato e pieno di perigli, stava tosto combattuto dal sospetto ad aspettare il suo ritorno. — Il cielo sia lodato! Dunque è caduto a’ tuoi piedi l’altero Ghibellino? — sclamò Azzo con un sorriso di orgoglio. — Dio nol voglia! — rispose Arrigo. — No, il combattimento non ebbe luogo. Tutto saprai: per ora sappi che il Pusterla mi ha fatto sapere che non poteva trovarsi al luogo del convegno. — Conviene dire che Facino lo abbia visitato nel suo castello. — Ciò può essere. Ed appunto la mia parola mi obbliga a portarmi nel Castello di Erba in soccorso del Rusconi. Ma tu, tu sarà bene che resti per ogni avventura in custodia del mio. Facino odia i Guelfi e potrebbe chiudere un occhio se alcuno tentasse saccheggiarlo. Sceglierà il Carcano, a suo piacere, o di seguir me, o di restar teco, come crederà più conveniente. Fatta questa risoluzione, avendo il Carcano preferito di chiudersi nel forte castello di Erba, che ben munito essendo di vettovaglie era stimato poter resistere assai lungo tempo, in compagnia di Arrigo andò ad Erba, e senza che nulla loro accadesse, entrarono in quel Castello. CAPITOLO XIV. LO STRATAGEMMA Siedeva il Castello di Erba su di uno dei piccoli colli vicini all’erta su cui è posto il borgo di quel nome. Ancora pochi anni sono si vedevano gli antichi avanzi delle sue fortificazioni: ora più non ne rimane vestigio, fuorchè i vasti ammassi di pietra, che, a certa profondità nel suolo incontrandosi, ancora attestano la solidità delle sue torri e delle antiche sue mura. Verso settentrione e verso ponente due non vasti colli gli stavano vicini. Da quella parte appunto più fortificato dall’arte era quel ragguardevole forte che più volte avea resistito agli assalti del nemico, e che più volte però avea cangiato di padrone in quegli ultimi tempi. Ivi si era gittato nel 1404 Pandolfo Malatesta, respinto dalle armi di Facino e de’ Rusconi, allora alleati del Duca; più tardi, per corruzione di quel castellano, era passato in possesso di Franchino Rusca, che signoreggiava Como del quale si era eretto tiranno. Ora finalmente venìa Facino per rivendicare il diritto che su di esso tuttora serbava la Casa Viscontea. Era il castello d’Erba adunque, siccome abbiam detto, una fortezza assai ragguardevole. Un forte recinto poligono munito di sei torri e varie bertesche opponeva da ogni banda i suoi lati bene fortificati agli aggressori. Che se a questi riusciva di aprire una breccia in quelle mura poste a poco più che metà della collina, tuttavia non eran privi di difesa gli assediati, che riparavano nel corpo del Castello, munito di una fossa, ed avente forti mura merlate, torricelle, ed inoltre un gran torracchione assai più antico da una parte, che formava come il nucleo della fortezza, e che veniva perciò appunto chiamato il maschio. In altri tempi una tale fortezza sarebbe stata pressochè imprendibile. Però ora già cominciavasi ad introdurre negli assedii le bombarde, che con terrore degli assediati crollavano mura prima credute inespugnabili; ma oltrechè quelle artiglierie erano ancora scarse, erano inoltre sì pesanti e difficili a maneggiare, che l’effetto era tuttavia ben lontano dal pareggiare in minima parte l’impeto infernale di quelle di oggidì. Il giorno stesso del suo arrivo, Facino Cane mandò varj drappelli di cavalli leggeri a sorvegliare il Castello perchè nessuno vi facesse entrare vittovaglie; e il giorno seguente cominciò a lavorare un campo sui due colli che, come abbiamo detto, stavano a poca distanza dalle mura della fortezza. Egli fece anche occupare il borgo di Erba da alcune squadre; e per tal modo egli apparecchiavasi all’assalto del primo recinto di mura. Egli avea da principio sperato che, atterriti i Rusconi, sarebbero venuti tosto a patti; ma si ingannò; alla intimazione che loro fece fare, per mezzo di un trombetta, gli venne risposto: «Che quel diritto stesso che il Duca pretendeva avere su di Erba lo avea Franchino Rusca signor di Como, che l’avea conquistata. Ma che il Rusconi credea che non il Duca fosse l’autore di quella guerra, il Duca col quale già da più anni era in buona armonia, sibbene l’ambizioso Facino, che il Duca avea messo in ceppi, e che aspirava a spogliarlo d’ogni dominio. Insaziabile essere la sua ambizione: già Alessandria, Tortona, Novara e più terre del Milanese egli avea usurpate; ora aspirava ai possessi altrui, e molestava i Rusconi che in nulla lo aveano offeso. Ma essi confidavano nella giustizia della loro causa: coll’aiuto del glorioso sant’Abbondio difenderebbero Como e le sue dipendenze. Non temevano Facino.» — Deposta adunque ogni speranza di accordo, Facino facea gli apparecchi per avere il suo intento colla forza. Frattanto nell’interno del Castello gli assediati si disponevano ad opporre una vigorosa resistenza. Per verità i soldati del Ruscone erano un poco disgustati dalla severità di Franchino, che passava per assai rigido e anche crudele, ma d’altra parte una buona paga e le molte promesse li spronavano gagliardamente a mostrare in quella congiuntura il loro valore; chè non aveano motivo a credere di essere nelle loro speranze delusi. Pertanto ciascuno si proponeva fare il meglio che poteva perchè il nemico non trionfasse, e con gran diligenza erano sorvegliate le mura e le torri, e si stava in un continuo allarme per non lasciarsi sorprendere in nessun modo. Facino, il quale aspirando a maggiori imprese, volea risparmiare i suoi, mollemente attendeva a bombardare le mura; nè pensava a un generale assalto. Egli meditava invece uno stratagemma; e fingendo di ritirarsi con una metà delle sue truppe diede ordine all’altra comandata da Estore di rimanere inattiva e dar segni di timore. Egli venne intanto a Parravicino, e sperava che presa gli assediati fiducia, sarebbero usciti per combattere; ed allora, cadendo loro addosso senz’altro avuto avrebbero la peggio, e quindi per terrore il castello si sarebbe arreso. Diffatti il Franchino Rusca, lasciatosi ingannare da quelle apparenze, concertò col Bianchi e con un suo nipote che avea seco, giovine generoso e che avea nome Lodovico Rusca, di sortire una notte ad assaltare d’improvviso da due differenti parti il campo degli assedianti. Solo due cento cinquanta uomini essere scelti dovevano per quell’impresa; il restante della guarnigione, di forse altri cento cinquanta uomini, sarebbe rimasto in guardia del Castello sotto il comando di capitani di minor conto; e con essi restava il Carcano, che sebbene narrasse di sè mille prodezze, pure non sapeva mai risolversi a lasciare il suo posto nel mastio, che certamente era il luogo più sicuro. Concertata pertanto ogni cosa, una notte in cui maravigliosamente protetti si credettero dalla oscurità del cielo, perchè dense nubi coprivano la luna, allora nel suo primo quarto, vedendo scarsi fuochi nel campo, uscirono dal Castello in tre drappelli, due de’ quali erano destinati ad assalire il campo, il terzo dovea stare in guardia perchè non venissero côlti da altre truppe alle spalle. Lodovico Rusca assalir dovea la parte del campo posta sul colle che guarda settentrione; il Bianchi l’altra, cioè quella posta sul colle a mezzodì; Franchino Rusca dovea assicurar loro le spalle. L’impresa era ardita; e potea avere buon riuscimento, sorprendendo un campo in cui il nemico sembrava immerso nel sonno e male in guardia. Ma non sapeano che Facino tutto facea spiare attentamente. Ma sebbene Facino prevedesse il caso e subito da alcune sentinelle a quest’effetto collocate gliene venisse dato avviso, il campo era veramente negligentemente guardato ed i soldati immersi nel sonno. Pertanto le due schiere che attaccar lo dovevano, non solo senza opposizione superarono i ripari poco forti dell’accampamento, ma in esso spargendo il terrore, Lodovico Rusca fu il primo a farvi assai grande macello: ma i Ducali però non tardarono a riunirsi, accesi molti fuochi, ed opporgli una vigorosa resistenza. Poco dopo attaccò il campo dal lato opposto Arrigo Bianchi, e nuovamente allora le armi de’ Rusconi parvero prevalere, sebbene assai inferiori in numero, protette dalle tenebre che non bene lasciavano distinguere dagli amici i nemici, ed avendo incontro soldati mezzo spogli ed oppressi dal sonno, fra i quali gli ordini dei capi erano male intesi e male eseguiti. Ma ben presto cangiarono d’aspetto le cose. Non appena ebbe l’avviso Facino della mossa del nemico, che subito fatte armare le sue genti posesi egli alla testa dei cavalli; e dei fanti una metà diede a comandare a Giovanni Pusterla, l’altra metà a Francesco Bussone, detto il Carmagnola, perchè nativo di quel luogo, il quale militava con un piccolo comando nel suo esercito, ma cui egli assai bene conosceva siccome uomo dotato delle più preziose doti per riuscire sommo capitano, istancabilità, avvedutezza, valore, freddezza d’animo, e prontezza nell’afferrare i partiti. E in fatti questo Bussone a tanta rinomanza poi salì sotto il titolo di Conte di Carmagnola, che pochi capitani lo hanno nell’Italia superato. Ma Facino temea la sua ambizione; nè mai gli avea voluto dare maggior comando, stimando che, conosciuto il suo valore, diverrebbe una buona spada in mano de’ suoi nemici. Distribuita così la sua truppa, senza perdere tempo egli si pose il primo in viaggio, e rapidamente si mosse verso il campo. Egli si incontrò nella piccola schiera di Franchino Rusca, l’assalì, la disperse; ma poichè sospettò, come era, che la comandasse Franchino in persona, perdette assai tempo nel procurare di far tutti prigionieri, inseguendo ogni uomo di quel drappello, per così finire la guerra: ma il Ruscone, mediante la devozione di alcuni suoi prodi compagni ed aiutanti di campo, riuscì, favorito dalla notte, e dalle selve vicine in cui i cavalli non lo poteano inseguire, a salvarsi. Egli non fece però nessun tentativo per ritornare nel Castello, ben conoscendo che si sarebbe esposto con ciò al grave rischio di incontrarsi in altri nemici; e quindi per deviati sentieri prese il cammino verso Como, da cui sperava mandare in breve nuove forze a rinfrescare la guarnigione del castello di Erba. Ma Lodovico Rusca, sebbene gli giungesse alle spalle un nemico non meno possente, quale era il Bussone, resisteva con grande coraggio e deliberazione. Il Bussone però ciò vedendo, con quell’avvedutezza che gli era particolare, sempre desideroso di acquistarsi fama, fece sull’istante un assai ragionato disegno; e facendo ritirare i suoi, mostrando timore, permetteva a Ludovico di ritirarsi. Era sua intenzione, tenendogli dietro, incalzarlo nel momento che fosse per entrare nel Castello, e, misto alle truppe di lui, in quello intromettersi ed impadronirsene. A tanto benefizio non sarebbe stato finalmente insensibile Facino, e gli avrebbe accordato al fine quel grado che egli ben sapeva di meritarsi. Non mai fu concepito più prontamente un disegno, nè più felicemente di questo condotto a termine. Lodovico Rusca avendo potuto ordinarsi per ritirarsi, vedendosi poco combattuto, procurava salvare sè stesso e la sua piccola schiera. Il Carmagnola lo seguiva, molestandolo leggermente; ma quando fu più vicino al Castello, e che la porta ne fu aperta, con gagliardia ed impeto grande gli fu addosso, e meno attendendo a ferire che ad entrare, in breve fu colla sua schiera nel Castello, la cui guarnigione appena ebbe il tempo di rifuggire nel secondo recinto e alzar i ponti, non senza lasciar di fuori alquanti prigionieri. Trionfò il cuore del Carmagnola, poichè il primo recinto fu in suo potere, e poichè vide coronata di ottimo successo un’impresa di cui egli solo tutto aveva l’onore. Ma nel mentre un fatto sì importante qui avea luogo per opera del Carmagnola, altri avvenimenti non meno notevoli accadevano nel terzo punto ove avea luogo il triplice combattimento. Giovanni Pusterla, a capo della sua schiera, nella quale pur sotto le armi militava una antica nostra conoscenza, il bravo Giorgio Tanaglia Falconiere nel castello, — Avanti, — gridava ai suoi seguaci: — avanti; ma uniti in ordine per non confonderci col nemico. Guarda che confusione hanno posto que’ cani di Comaschi nel campo! ma ora mi sapran dire come si può stare fra l’incudine ed il martello; e saran veramente i pifferi di montagna che vanno per sonare e sono invece sonati. Alto, Tanaglia, tu sta indietro ad assaltar coloro che si sbandano; io vado innanzi col grosso a martellarli alle spalle. — E così dicendo, con gran coraggio si avanzava, seguito da un buon numero di gente bene armata, ed entrato nel campo, andò porgendo soccorso e richiamando l’ordine ove più era bisogno; sicchè i nemici, scoraggiati, non cercavano più che salvarsi in mezzo alla confusione. Avea di tal modo il Pusterla già cangiato forse cinque volte il punto su cui combatteva, nè ancora l’ordine era del tutto nel campo richiamato, quando giunto in un nuovo punto ove era feroce mischia, si avvide, al chiarore di un fuoco vicino, che chi sosteneva l’impeto dalla parte nemica era il giovine Arrigo Bianchi, che con un drappello de’ suoi ben armato, andava cercando di farsi strada per ritirarsi. — Largo, largo, — sclamò allora il Pusterla; — largo, che con colui voglio provarmi io stesso; — e quindi soggiungeva: — Arrigo Bianchi, contro di me vi volgete. — Così gridando si avanzava verso il giovine; ma questi volgendo al suolo la punta della spada disse: — Giovanni Pusterla, io ben vedo che inutile è omai la resistenza: eccovi la mia spada; io sono vostro prigioniero. — Ah! questo non vi pare dunque il momento per saldar i nostri conti? Ebbene, io raccolgo la vostra spada. Sia costui custodito. Passò oltre il Pusterla; e poichè veramente non vi era altro mezzo di salute, anche i pochi compagni di Arrigo amarono piuttosto arrendersi che, senza quasi speranza alcuna, tentare la sorte troppo ineguale delle armi, ora che non un nemico mezzo spoglio aveano a fronte, ma buone schiere fresche ed armate di tutto punto. Dopo una mischia sì vantaggiosa per le armi di Facino, e come costui ebbe udita la notizia che il primo recinto del Castello di Erba era in sue mani, il Capitano del Duca Facino si dispose ad accompagnare il Pusterla al suo castello di Parravicino per ivi prendere egli stesso il necessario riposo. CAPITOLO XV. LA GELOSIA Ma Facino Cane in mezzo a così lieto successo aveva un pensiero che gli dava noia, e questo risguardava lo stesso successo del Carmagnola. — Colui, — dicea fra sè, — diverrà senza dubbio un abilissimo capitano. Ha l’ardire del più valoroso dei soldati; l’imperturbabilità stessa che a me tanto giovò nelle mie prime imprese, allorchè la gioventù mi sorrideva; e in prontezza mi supera e ne’ stratagemmi. Grande danno a me sarebbe se il merito di costui venisse a farsi al mondo palese; guai se il Duca lo riconosce! A capo di un’armata, egli potrebbe essere il maggiore degli ostacoli al progresso di mie vittorie; e ancora rapirmi forse ciò che con tanti sudori mi sono acquistato. Conviene in qualche modo torgli i mezzi di rendersi celebre: ovunque a lui l’occasione si presenti, egli manifesta la sua bravura. Più si distingue costui comandando dieci uomini, che non gli altri capitani che hanno maggiore autorità fra le mie schiere! Ma come l’allontanerò io dalle imprese guerresche, senza dargli sospetto di mia malevolenza? Un’idea mi si presenta! Veramente ciò non concorda col mio disegno di amicarmi i Guelfi; ma questo Bussone, questo Bussone vuolsi pur rimovere da ogni occasione di illustrarsi. Egli è ambizioso, io lo conosco; ed egli è anche fortunato. Afferra con prontezza le occasioni; sa giovarsene con sagacità; un’aura a lui propizia ognor spira. D’altra parte io renderò anche vani i suoi sforzi. Sì, il manderò con pochi soldati, lo incaricherò solo di sorvegliarlo. Intanto, senza lui assalterò il Castello di Erba. Quindi, o libererò il Castello del Monte, o presolo lo potrò ridonare per amicarmi i Guelfi al suo possessore. Il giorno appresso adunque Facino tornò al suo campo, col Pusterla, deliberato di tentare l’assalto del Castello. Ma prima, fatto a sè venire il Carmagnola, e ricolmatolo di lodi e di carezze per il successo ottenuto, gli disse, che a lui affidava novello carico. — Importa, — egli soggiunse, — mostrare ai Guelfi, che tuttavia si mostrano nemici miei non meno che dello Stato, che male loro starà prestando mano ai ribelli del Duca. Arrigo Bianchi, che ora è prigioniero del Pusterla, si era unito al nostro nemico; ora contro di lui voglio dare un esempio di rigore. Io voglio togliergli il suo castello, e darlo al sacco o diroccarlo. Però, con cinquanta de’ nostri, tu andrai a bloccarlo, e, se agevole trovi l’impresa, lo assalterai. Che se a te non verrà fatto impadronirti di quella vecchia rôcca, preso il Castello di Erba in un attimo con maggiori forze cader farolla nelle mie mani. Il Bussone parve subito indovinasse l’idea di Facino, e si morse le labbra di dispetto e seriamente rispose: — Che a lui non restava altra alternativa che di ubbidire; — e disdegnosamente voltò le spalle, e si preparò a lasciare il campo. Un’ora dopo il Bussone era di già partito, e Facino avea disposto ogni cosa, e dati gli opportuni ordini per tentare un assalto generale al castello, e grande era la sua speranza di riuscire in quell’impresa: in suo potere era il primo recinto, e dalle mura di quello, e dalle torri, facile assai gli era il bersagliare i difensori, intanto che altri tentassero di scalare le mura ove più basse apparivano, od aprirvi una breccia ove sembravano meno forti o già state altre volte danneggiate e per trascuranza non abbastanza bene riparate. Scarsa ancora doveva essere la guarnigione che le difendeva, e scoraggiata dal cattivo esito dell’impresa tenuta la sera antecedente; ardenti all’incontro erano le sue schiere, ed animate dalla vittoria recente. Per accrescere il loro ardore, Facino fu ancora largo di promesse a chi più valore mostrasse in quella fazione. Ma d’altra parte, fra gli assediati eravi un prode di gran valore dotato ed inflessibile coraggio, l’indomabile Lodovico Rusca; ed un buon capo assai può in tale circostanza. La sua guarnigione era scarsa sì, ma potea bastare a resistere per molti giorni; e poichè Franchino Rusca era riuscito a far pervenire avviso agli assediati che, in capo a dieci giorni avrebbe loro mandato soccorso, non dubitava Lodovico di potere per sì breve tempo difendersi. Egli adunque incessantemente vegliava perchè le guardie fossero attente nel custodire i loro posti, e sostituì ai capitani caduti o morti o prigionieri nell’ultima sortita, altri da lui creduti capaci di farne le veci, ed in ciò solo fallò che diede un comando anche al Carcano che perfettamente non conosceva. Con gran vigore Facino Cane fece dar principio all’assalto. Enormi sassi venivano lanciati verso il castello dai mangani e dalle petriere; traevano furiosamente le bombarde; l’incessante bersagliar delle balestre facea sì che a mala pena potessero nelle più favorevoli posizioni sostenersi sulle mura gli assediati protetti dai loro merli. Frattanto anche il gatto si accostava alle mura per tentare di aprirvi una breccia, colmata con fascine la fossa colà ove la macchina accostar dovevasi. Ma anche gli assediati dal loro canto rispondevano agli assalitori coi mangani, colle spingarde, colle balestre, e di più con sassi e cenere che giù versavan dalle mura su coloro che tentavano di scalarle; e soprattutto grande era il grandinare delle pietre che da ogni parte faceano piovere coloro che stavano sulla cima della gran torre o sia il mastio del Castello. Travagliandosi così dall’una e dall’altra parte gli assalitori e gli assediati, eransi di già nella penosa impresa consumate parecchie ore, quando Facino fece sospendere il furor delle artiglierie e delle sue macchine, facendo mostra di voler differire ad altro giorno l’assalto, forse per ricominciarlo più furiosamente quando gli assediati dati si fossero a un poco di riposo. E tale diffatti era il disegno di Facino, il quale freddamente esaminando i guasti di già fatti nelle antiche mure che preso aveva ad espugnare, stava appunto meditando da qual parte raddoppierebbe l’impeto dell’assalto per ottenere, prima che il dì cadesse, la vittoria. Ogni indugio gli sembrava noioso. Oltrecchè il Franchino Rusca si sapeva che era fuggito, e non dubitavasi che fra non molti dì sarebbe con soccorsi ricomparso; egli credea essere dell’onor suo l’ottenere con un vigoroso assalto quel Castello; altrimenti assai più si sarebbe parlato del successo del Carmagnola, e non poco, nel confronto, perderebbe del suo splendore la sua fama. Egli trovavasi adunque in una sospensione di animo assai noiosa, ed apparecchiavasi a porre in opera ogni sua forza in un’impresa che pure ardua assai gli rendea la bravura degli assediati; e ancora dubitava di potervi riuscire; quando la fortuna, che ha sempre gran parte nelle cose guerresche, non volle nemmeno questa volta abbandonare questo suo creato, e nel momento stesso che egli stava immerso nelle più serie meditazioni, ed avvolto in dubbii timori, a lui favorevole di repente mostrò un lampo del suo sorriso, e gli mise nelle mani la tanto desiderata vittoria. Diffatti, nel mentre che, dopo aver ben esaminato lo stato delle mura del castello, tutto pensieroso e meditabondo passeggiava in una stanza posta in una delle torri del preso recinto, ove si era ritirato, ecco entrare il Pusterla a recargli l’avviso che dal castello erano usciti alcuni parlamentarii a cercare di capitolare. — Si conducano tosto alla mia presenza, — disse Facino; e poichè il Pusterla fu partito per eseguire il suo ordine, Facino facea a sè quest’interrogazione: — Or come dopo sì vigorosa e felice difesa si perdettero costoro così di coraggio? — Il nostro lettore anch’esso forse una tale interrogazione fa a sè stesso; e noi non possiamo qui lasciare di dargliene gli opportuni schiarimenti. Noi abbiamo già veduto che con imprudente e troppo incauto consiglio, il valoroso Lodovico Rusca avea confidato un comando al Carcano, il quale colle sue menzognere iattanze tanto empiva le orecchie di coloro che stavano ad udirlo, che pure il credean capace, sebben vano, di alcuna lodevole impresa. Ma la scelta non poteva essere peggiore, come il lettore lo sa; e forse anche senza quella, egli sarebbe stato un uomo fatale a colui che lo teneva al proprio fianco. Pusillanime, codardo, versatile, e pronto ad immaginar ripieghi per salvare sè traendo profitto da tutte le congiunture, in lui era quanto bastava per formare un traditore. Durante l’azione vigorosa colla quale Facino avea sperato prendere d’assalto il Castello, egli era stato piuttosto ozioso spettatore che cooperatore coraggioso. Il Ruscone ne lo avea rimproverato; e quel rimprovero finì per dar la piega alle idee già mal rette del codardo, il quale meditò, qualora il destro gli si presentasse, ribellare contro del Rusca la guarnigione, e con patti a sè vantaggiosi dare a Facino la fortezza. La sospensione dell’assalto gli somministrò occasione di meditare bene e condur a termine questa suo disegno. — E quando mai, — egli pensò fra sè, — quando mai occasione più bella di questa mi si presentò di acquistarmi il favore di Facino? Certamente egli pagherà prodigalmente il servigio che io gli renderò, mettendo in sue mani la fortezza. Questi cani di Comaschi, che mi promettono, perchè io debba arrischiare la mia pelle per restar con loro? Mi rampognano, mi danno del codardo. Ma in mal punto il dicesti, testa piena di vento. Ecco che io al tempo stesso mi vendico di un’ingiuria, e fabbrico la mia fortuna. Che dirassi di me in Milano? Io dirò che venni oltraggiato, che mi vendicai; il fatto è notorio; mi loderanno. E sarà questa la prima vendetta che io gusterò: potrò anch’io una volta porgere il labbro ad un nappo sì periglioso. Ma e se io non venissi secondato? Questo Rusconi sarebbe capace di farmi precipitar dalla torre, come Manlio dalla rupe Tarpea. Qui sta il punto. Ci vuol prudenza, ci vuole precauzione. Ma in mio favore sta la presunzione: la guarnigione è molto scoraggiata; varii sono i feriti; se non vi fosse quel demonio di Rusca, nessuno ardirebbe più caricare una balestra! Convien saperla maneggiare; ma non vuolsi lasciar intentata un’impresa che può formare la mia fortuna. Formato così il suo disegno, il ribaldo, radunati intorno a sè i soldati dei quali aveva il comando, loro disse: — Figliuoli, oggi, se l’ostinato Lodovico Rusca non rende la fortezza, noi saremo tutti passati a fil di spada; ma.... — Buono! passati a fil di spada, — disse uno de’ soldati, — dite davvero capitano? — E che speranza si può aver mai di miglior sorte? Non hanno già dato più di un crollo qua e là le mura? non siamo noi uno contro dieci? non hanno gli assalitori mostrato un valore incredibile? Certamente Facino passerà a fil di spada una guarnigione sì ostinata, per incutere terrore a chi osasse così resistergli: oggi, se il Rusca si ostina a volersi sostenere, tutti lasceremo certamente su queste mura la vita. Ma, d’altra parte, questo è bene per un soldato, il miglior letto... — Per me, capitano, — disse lo stesso che interrotto lo avea la prima volta, — avrei più gusto morir sul mio letto in borgo Vico, vicino alla mia Teresa. — Io non vi celerò, — riprese il Carcano, — che forse meglio egli tornerebbe a Franchino Rusca; se pure è vero che viva, e se la lettera non è un’invenzione del signor Lodovico; sarebbe meglio non perdere sì valorosa gente, e serbarla per difendere Como; ma giacchè non si parla di capitolare... — Parlatene voi al sig. Lodovico, — disse un altro di coloro che gli stavano intorno. — Io? il cielo me ne guardi! Non mi oltraggiò di già poc’anzi in vostra presenza? Egli non mi caricherebbe che di nuovi insulti, il superbo. — Eh! quando le cose sono disperate... — disse un soldato. — Per me non ho proprio gusto dar la vita per un pazzo, — disse un altro; — se s’ha da morire, almeno si parli chiaro e dicasi la sua ragione. — I Rusconi saranno la rovina di tutti. Anche in Como già li mandano al diavolo di cuore, — disse un altro ancora; — tutti bramano i Vitani. — Amici, — riprese il Carcano, — voi avete ragione; ma badate che siam pochi, che potreste essere intesi... Per me vi compatisco... — Se costoro mi lascian dire senza tradirmi, dirò io una cosa, — disse un soldato, che fin allora era stato silenzioso. — Dite su, Gervaso, — dissero gli altri: — temete di noi? — Non si potrebbe aprir una porta al signor Facino? — Questa sarebbe un’indegna azione, — disse il Carcano; — ma se gli altri fossero del vostro parere, si potrebbe anche capitolare... — Io potrò indurre Abbondio, Antonio, il Sacchi, lo Svizzero, e forse Andrea, — disse un soldato. — Ed io Lodovico, Antonio Resta, Giorgio Perlasca, e il Velzi. — Io Carlo Battaglia, Gian Battista Del Pero, e forse qualche altro. Altri soldati nominarono altri colleghi. — Ebbene, — disse il Carcano, — se la guarnigione pensa rendersi a patti, lasciate a me, lasciate a me la cura di trattar vantaggiosamente con Facino. — E il briccone si rallegrò della buona piega che prendeva la sua impresa. — Ma, — soggiunse, — state pronti ad una porta segreta per salvarci nel caso che venissimo da quel furibondo di Lodovico minacciati. L’incendio della ribellione una volta acceso, agevolmente si propagò, in circostanze sì favorevoli come erano queste, fra tutta la guarnigione. La vista di prudenza sotto cui mostravasi quella risoluzione, determinava i più affezionati alla casa Rusconi; e quelli ancora che erano più teneri del loro onore, così fra sè ragionarono: «Alfine noi potremo assai più giovare al sig. Franchino ottenendo di raggiungerlo, che restando qua a farci seppellire fra le rovine di questo castello.» Propagata di tal modo la ribellione più non potè celarsi. Lodovico Rusca ne ebbe l’avviso, battè un piè a terra, e diede nelle più fiere minacce, orribilmente bestemmiando; ma come si avvide che era indarno, morse fino a trarne sangue le labbra, e feroce come era, e di un indomabile coraggio dotato, fermò la risoluzione di difendersi, con forse quindici compagni rimastigli fedeli, nel mastio, e difendersi finchè gli bastava la vita. Il Carcano, poichè ebbe visto che gli affari suoi prendevano tanto buona piega, a sè intorno raccolti i sollevati che lo risguardavano siccome loro liberatore e l’abile negoziatore di onesti patti presso Facino, loro disse: — Sia ringraziato prima di tutto sant’Abbondio che ci mostra una strada di salvezza, la quale seguendo potremo tuttavia essere utili alla casa Rusca, sebbene noi non riconosciamo più l’autorità di quel forsennato di Lodovico; io mi porterò, io stesso, seguìto da due di voi a trattare con Facino. Non dubito saranno salve le nostre vite non pure, ma che ognuno potrà ritirarsi colle armi ove gli parerà. Parvi egli che bastino questi patti? — Noi ne siamo contenti, — risposero ad una voce gli ammutinati. — Ebbene; si sventoli la bianca bandiera, — riprese egli, e sull’istante fu obbedito. Rispostogli con egual segno dagli assedianti, calò immediatamente un ponte levatoio, uscì il Carcano con due compagni, ben determinato di ottenere per sè migliori patti che non se ne appagasse la guarnigione. Stava Facino, quando il Carcano entrò, nella stanza ove lo abbiamo lasciato, presso una sedia, ritto in piedi, ed appoggiato con ambe le mani sovra una gigantesca sua spada. Le sue fattezze, dure e severe, erano animate da due occhi brillanti ed espressivi, che egli fissò in volto al Carcano che già gli era pervenuto innanzi e lo inchinava. Dietro di lui vedevasi Estore Visconti, che discorreva sommessamente con Giovanni Pusterla, ed altri de’ primarii capitani dell’esercito. — Ebbene, signor parlamentario, — disse Facino, — che ci recate voi? — Nobile Facino; se la vostra fortuna sempre pari esser dovesse al valore della vostra mano, alla sagacità del vostro consiglio, all’ardore de’ vostri soldati, certamente che la stella che con luce non avversa finora splendette... — Lasciate i preamboli, signor inviato; veniamo alla conclusione. Che veniste e domandare? — La resa; ma a patti, — disse il Carcano speditamente, e con voce tremula che tradiva il suo terrore. — Così mi piace; quando volete, siete dunque laconico. Sentiamo i patti. — I principali sono: salva la vita alla guarnigione.... — Giusto, — l’interruppe Facino, che non era crudele. — Libertà di andare ove le piace. — Questo poi... Mi passi. C’è altro? — L’ultima domanda parve fatta in tuon duro e con impazienza. — Senza cedere le armi... — Via colle armi. — E poi altri piccoli favori, di nessun conto, per vero dire; ma dei quali, illustrissimo signore... — Signor messo, voi sembrate tornare ad andar per le lunghe. — Illustrissimo signor Facino: abbi un momento di sofferenza; alcune cose non si possono dire tutto in un fiato. — Però in quanto tempo le direte? — In un quarto d’ora ho finito. — Ebbene parlate. In un quarto d’ora era presa la fortezza. Il Carcano fece un inchino per ringraziare, e così prese a dire: — Illustrissimo signore, sappiate che non tutta intera la guarnigione venne nella risoluzione di arrendersi. Il castello poteva ancora almeno un mese esser difeso; e noi avevamo motivo d’aspettare forti soccorsi. Ma io, che Milanese sono, e che a caso mi trovava in esso racchiuso, io che non sono stretto da giuramento alcuno a favore della casa Rusca, ed anzi ammiratore sempre fui delle vostre illustri gesta... — Voi tradiste i Rusconi, e pretendete da me un premio? — Se voi lo dite così subito, avrò ben presto terminato di parlare. Signore, io non voglio che offerire i miei servigi... — Questi sono troppo utili alla casa Rusconi, perchè convengano a Facino. In somma che pretendete? — Via, voi mi darete quel premio che crederete; ma d’un altro favore io pregovi. Forse fra i prigionieri caduti in poter vostro la notte scorsa trovasi un mio amico, Arrigo Bianchi; egli pure sia compreso nel benefizio che alla guarnigione accordate, e sia posto in libertà. Facino si volse al Pusterla che era nella stessa camera: — Che ne dite compare? — gli disse. Il Pusterla allora disse: — Ah, colui lo conosco, è lo specchio del coraggio. Ne ebbi la prova uno di questi dì. Credo si chiami Carcano. Ehi vi ricordate dell’affare accaduto sul monte? Era difatti allora in compagnia del Bianchi. Ma se non gli si concede l’amico, scommetto che egli capitolerà egualmente. Facino, che allora tendea ad amicarsi, siccome abbiamo detto, ambo i partiti coll’indulgenza, fece in sè una risoluzione, e volto al messo, gli disse: — Che rispondete? — Signore, non mi negate questo favore: di molto, io sono debitore al Bianchi; sebbene sia una testa calda, contro la quale ha forse ragione di essere sdegnato il signor Pusterla. — Ebbene, Giovanni, — disse al Pusterla Facino, — donate a me il vostro prigioniero? — Ma veramente... Ma questo poi... Via che importa a voi se gliel negate?... Pure se a voi piace, Facino, non posso dirvi di no. — Ebbene, Carcano, se tale è il vostro nome, non già al vostro tradimento, ma alla vostra memoria per l’amico vi dono questo Bianchi. Quanto al compenso però, io non compenso un traditore; ma non lascerò di aiutare chi giovò a Facino. — Tutto è concluso in questo caso; ma io, al presente, mi trovo fra stranieri; avrei bisogno di giungere sicuro all’amico mio Arrigo Bianchi. — Voi verrete a raggiungerlo con me, — disse Facino. — Tornate dai vostri, e dite loro che tosto escano dal Castello. Ciò avvenne in meno di dieci minuti. Fu lasciata facoltà alla piccola guarnigione di ritirarsi; e la maggior parte prese la strada di Como: ma alcuni si fermarono in Erba, col disegno forse di arruolarsi fra le schiere di Facino. Rimaneva però sempre, per essere in pieno possesso del castello, di far snidare dalla grossa torre l’inferocito Lodovico Rusca; ed egli, siccome un leone da vicino incalzato dai cacciatori, preparavasi a perire opponendo la più disperata resistenza. Avrebbe potuto Facino, stando ozioso, aspettare che s’ammansasse col tempo quel suo furore; ma egli associava la propria gloria al conquisto totale del Castello; poichè il primo recinto non era venuto in suo potere che per la bravura di un suo stipendiato, e il restante per tradimento. Egli dunque ordinò che ogni mezzo si mettesse in opera per impadronirsi della torre. Sebbene unita questa al restante del Castello, pure con esso non aveva comunicazione di sorta, tranne che per una parte, ove era praticata una piccola porta che metteva a un ballatoio, mediante un ponte levatoio che in quella circostanza era stato alzato: sulla torre poi erano mangani e petriere per lanciar sassi; e non era difficile che gli assediati ivi resistessero alquanti giorni. Il fabbricato che stava intorno alla torre, era un edifizio irregolare, che chiudea nel mezzo una poco spaziosa corte. Ora in questa piccola corte e di fuori accingevasi Facino ad aprire una breccia, se era possibile, per penetrare nella torre, quando, mentre ferveva quell’orribile travaglio di guerra, e gli assediati gittando dall’alto sassi e dardi si difendevano, Giorgio Tanaglia, volto al suo signore che gli era vicino, gli disse: — In nome del cielo non fia che il taccia, signor Giovanni; mi si aggira per la testa una ricordanza assai bella. Io mi ricordo di essere stato in questo castello quando i Ducali lo tolsero sette anni sono al Malatesta, ed or sovvienmi che per un sotterraneo andito si può penetrare nel mastio. Dovremo noi cercarlo ed acquistarci l’onore di averlo messo in mano al signor Facino? — Sì certamente, Giorgio, e subito; andiamo difilato ove credi sia la porta, e vogliamo essere i primi a penetrarvi: raguna i soldati che sono sotto il mio comando. Furono questi tosto adunati, ed il Falconiere, precedendoli, di fianco al suo signore, a questo così diceva: — A dir il vero è già qualche tempo che io voleva dirlo;... ma, per dire la verità,... veramente... — Con tutta la tua verità non mi dirai niente, Giorgio, se prosegui di questo passo. — Dico che veramente.... Or bene sappiate che la povera Lucia questa mattina mi ha quasi fatto piangere colle sue lagrime; chè mi diceva che mi avea veduto in sogno morire; e che era un mal’augurio... — Eh! poltrone, crederesti tu a queste pazzie?... — Dirò, io no; ma veramente, per dire il vero; in verità che... — Ti venga un canchero, colla tua verità! — Io mi sento come un cattivo presentimento. — Eh! via: lascia i presentimenti ai codardi... e sii uomo. — Io credo di essermi sempre mostrato tale: ma tutti abbiamo la nostra ora; e fra me stesso io diceva: chi sa che veramente questa sia la mia?... Ma ad ogni modo eccoci al luogo della porta secreta; non sarà la paura che mi farà dare indietro. Nel mentre così diceva, erano giunti in una sotterranea stanza tutta rivestita di tavole di quercia: il Falconiere ne tentò una, di poi un’altra; alfine una di queste si smosse; e videsi un picciol uscio secreto: fu sforzato, e furono in un andito, che li mise ben tosto nell’interno della torre. Salendo per una angusta scala, da un piano all’altro giungendo, aveano a sostenere una breve zuffa con alcuni dei fedeli compagni del Rusca, che stavano scagliando dardi dalle balestriere. Altri cedetter le armi, altri resisterono fino che o la morte o qualche grave ferita non glielo vietò. Finalmente furono sulla piattaforma, ove trovavasi il nerbo de’ difensori, i quali però non erano che sei. Sorpresi, storditi, spaventati, siccome persone a cui una straordinaria visione terribile si fosse appresentata, i compagni di Lodovico Rusca rimasero immobili senza poter vibrare un sol colpo. Ma Lodovico, colla fierezza della tigre assaltata nel suo covile, si slanciò contro uno degli assalitori, e d’un colpo lo stese morto al suolo. Era il povero nostro Falconiere, che pure poc’anzi era stato profeta del proprio danno. Egli per altro ebbe un feroce vendicatore; poichè Giovanni Pusterla menò al Rusconi un tal colpo che, passatogli l’elmetto e la cuffia di ferro, gli spaccò la testa fino al naso. Gli altri compagni del Rusconi cedettero le armi; e così terminò il conquisto del Castello di Erba, conquisto che un nuovo lauro aggiunse a quelli di Facino Cane. CAPITOLO XVI. IL RITORNO NELLA CITTÀ Erano poche ore dopo mezzodì allorchè la memoria, per lui fatale, del povero Falconiere valse a dare nelle mani di Facino l’ultima parte dell’espugnata rocca di Erba; e fu solo sull’imbrunir della sera che il Generale delle armi ducali, con Estore e col Pusterla tornossene al castello di Parravicino, seguìto da poche guardie, essendo restato il rimanente dell’esercito nell’espugnata fortezza. Il nostro Antonio Carcano a rispettosa distanza, seguiva egli pure i vincitori. Egli veniva verso il Castello del Pusterla per quivi accompagnarsi all’amico prigioniero, cui egli applaudissi di aver liberato; e nel suo interno si rallegrava assai e congratulava del buon esito della sua impresa. — Ecco, — diceva egli, — Arrigo ha con me un obbligo incancellabile per tutta la vita. Il manco che potrà fare a mio favore sarà di tenermi seco come un fratello. Egli era caduto in mano del Pusterla! potea capitar peggio, dopo tutto quello che è accaduto!... La sua vita era forse più sicura cadendo in mano degli assassini. Che se si fosse trattato di riscatto, chi sa quante migliaja di fiorini egli dovea sborsare? E fu una gran ventura che Facino si accontentasse! Basta, andò bene; e io le cose già le so fare; nessuno avrebbe saputo fare altrettanto. E Facino che farà in mio favore? nol disse, ma chi sa!... poco no certo: bisogna che cerchi di insinuarmi nella sua grazia: egli può farmi del bene assai. Il suo naturale mi piace; poche parole; _sì, no_. Lascia fare a me. Anche a questi laconici le lodi non suonano mai troppo lunghe agli orecchi. La lode è un soporifero potente: e grande utile ne ricava chi sa adulare con destrezza. Io spero assai; gli sono ora al fianco; se posso amicarmelo, io non ho più nulla a desiderare. Addio anche ad Arrigo, se riesco a navigare con sì buon vento. D’altra parte, intanto che il Carcano così fra sè ragionava, Facino Cane, vôlto al Pusterla, gli diceva: — Ora conviene che io marci contro Como; la stagione però è molto avanzata: ottobre va inoltrandosi, le pioggie verran ben presto. Io però, spero di spaventare il Ruscone e indurlo a cedermi la città con buoni patti. I Comaschi non sono troppo contenti del suo governo, e mormorano sommessamente. Io adescherò il partito dei Vitani: eppoi lo spavento di sì pronto successo contro il Castello di Erba deve non poco aver commosso gli animi delle truppe de’ Rusconi. La fortuna mi si mostra propizia: essa mi continui il suo favore! Oh potessi io così veder compiti i miei disegni, come con tutto l’ardore io intendo di proseguirli! — E del Duca, signor Facino, del Duca potete voi ora pienamente fidarvi che non si dia ad altri? — Io già vel dissi, egli non può più far nulla. Inoltre io passerò il verno a Milano, ove sono Governatore, e finirò di consolidare i suoi ceppi. Credetemi, Pusterla, egli più non ardisce muover un dito contro le persone che io proteggo. Il mio nome è piena salvaguardia per gli amici miei. Sicchè, compare, tornate a Milano, sulla mia parola, voi pure; tornate, che conferiremo insieme molte cose: voi più nulla avete a temere per parte di Giovanni Maria. — Egli per altro mise a morte un mio cugino; egli un figliuoletto di lui barbaramente fe’ trafiggere; egli odia la mia casa atrocemente. — Ora sono cangiati i tempi! E forse presto uno ne vedremo in cui tutti coloro che presero parte a quelle sanguinose scene, ci pagheranno il fio de’ lor misfatti. Viva pure il Duca, viva, chè io la sua caduta non bramo, e gli ho giurata la mia fede. Ma gli empi suoi ministri, l’atroce Squarcia.... chi sa che non espiino un giorno su di un patibolo le nefande loro scelleratezze! A queste parole succedette un silenzio; e poco dopo Facino si volse ad Estore Visconti, e con lui in varii discorsi si intrattenne finchè giunsero al Castello del Pusterla. Quivi li avea preceduti la novella della presa del castello di Erba e della morte del povero Falconiere. Oh come teneri furono gli abbracciamenti che Beatrice fece al vecchio padre suo, ora del tutto fuori de’ pericoli della guerra! — Oh come oggi ansioso e trepido, — sclamò ella mentre il padre la stringeva fra le sue braccia, — batteva il cuor mio, quando da una di queste torri gli occhi miei volgeva verso la parte ove voi in tanti pericoli ponevate la vostra vita! — Bella Beatrice, — disse Estore, — voi siete nata da un padre troppo bravo per potere andare esente da questi terrori, di cui impossibile è che non venga scossa, sebbene di non ordinaria fortezza dotata, quale siasi persona del vostro sesso. Il Pusterla torrebbe piuttosto a sostenere la tortora, che vedersi da vicino una zuffa e non prendervi parte. — Ahi pur troppo voi dite il vero! — con un tuono doloroso e con un tronco sospiro sclamò Beatrice. — Via, figlia mia, ora abbiano fine questi tuoi sospiri! È morto un nostro bravo servitore, dirò anche un mio amico, ma tutti dobbiamo alla fine trapassare una volta, ed egli è morto da bravo. Povero Giorgio, egli avea un funesto presentimento in cuore, e pur troppo si avverò! Ma di lui più non si parli; io doterò Lucia sua nipote, e faremo presto le sue nozze. Voi, Agnese, ditele che asciughi le lagrime! Ancora troveremo un altro Falconiere; e tutto si rimetterà sull’antico piede di prima. Ma, mi scordava la mia promessa. Martino, Andrea, pigliate nella mia stanza le chiavi della prigione, andate e conducete qua il nostro prigioniero. Bene mi pesò, il farlo, ma in altro incontro gli abbasserò io la cresta! Ma voi, Beatrice, andate a tener compagnia nella sala ad Estore e a Facino. Nel mentre che egli così diceva, tutto ansante e precipitoso ecco gli torna innanzi il giardiniere, a con un’espressione goffa di maraviglia, piantandosigli innanzi senza profferire una sillaba, si dà a dimenare siccome una macchina la testa. — Che è; sei tu diventato pazzo; o sei del tutto fatto bestia, come dicono di Nabucodonosor? — Signore, mandi un altro se a me non crede. — E che cosa debbo credere, o scimunito babbione? Parla, che hai a dire? — Che era aperto! — Che cosa aperto? — La prigione. E il diavolo forse..., uno Spirito. — Che diavolo, che Spirito? Sia maledetta la tua bestialità! — Fatto sta che non c’è più. — Il Bianchi? — I banchi ci sono, sì; ma io intendo parlare del prigioniero. Giunse in questa anche Martino e confermò la novella. — Che è ciò, — gridò il Pusterla. — Vi sarebbe nel mio Castello un traditore! Possibile che il Falconiere.... Ma egli è morto; come si vedrà l’acqua chiara! — Alcuno non è uscito dal Castello? — domandò poscia il vecchio, il cui volto si era acceso di sdegno; e volgea tale domanda a tutti coloro che gli stavano d’attorno. — Signore, — disse Agnese, — nessuno vide uscir persona dal Castello; però fu trovato con istupore calato il ponte levatoio. Se il Falconiere si è lasciato corrompere, il prigioniero può essere da sè fuggito. Ma a dir il vero, il povero Giorgio questa mattina avea sì poca testa, che io giurerei che per errore ha lasciata aperta la porta della prigione. — Sieno maledetti i sogni ed i presentimenti, che rendono i bravi peggio che le bestie! — sclamò il Pusterla. — Signor Carcano, — poi disse al giovine che stava a certa distanza; — udite? Il signor Arrigo ha già spiegato il volo, e buon per lui. Per altro voi, se vi aggrada, potete fermarvi nel mio castello. Non era questo il tempo in cui, come diceva un Grande di Spagna a Carlo V, un uomo d’onore avrebbe dato il fuoco alla propria casa, dopo che in essa avesse dovuto accogliere un traditore. I tradimenti erano troppo frequenti in questi tempi, e gli uomini al loro brutto aspetto si erano abituati. Il Carcano si fermò volentieri nel castello del Pusterla, per non allontanarsi da Facino da cui sperava assai; e la volubilità de’ suoi discorsi, la sua inclinazione alla galanteria cavalleresca, all’adulazione; le sue millanterie, e la sua nota viltà, lo resero piacevole e gli cattivarono anche la benevolenza di Facino nei tre giorni che ivi fermossi volendo dar riposo alle sue schiere. Ma i modi troppo lusinghieri con che quel bellimbusto avea fatto disegno di porger conforto alla povera Lucia, nipote dell’estinto Falconiere, la bellezza della quale di già in altra occasione avea ammirata, gli fruttarono una carica di bastonate dal bravo Carlotto, che per pagargli quel debito lo attese poco discosto dal castello. Un tal incontro, sebbene non mai confessato dal nostro bravo paladino, insieme ad altre considerazioni, lo persuase a seguire a preferenza Facino, sebbene il Pusterla gli offrisse di rimanere nel suo Castello; posciacchè il Carcano avea già abbiurato il partito Guelfo: massima essendo de’ pari suoi non essere mai nè Guelfi nè Ghibellini; ma, come il camaleonte, assumere i colori degli oggetti ai quali passano vicino. Facino portossi a Como; ma non essendo riuscito ad ottenere quella città col solo mostrarsele, stimò meglio ricondurre a Milano le sue truppe ne’ quartieri d’inverno. Sei giorni dopo essere partito da Parravicino, egli adunque vi ricomparve, per rivedere l’amico Pusterla, e per dare alcuni ordini al Bussone, che proseguiva invano, per le circostanze che diremo, l’assedio del Castello del Monte. Siccome Facino blandir volea i Guelfi, nè amava la gloria del Carmagnola, gli impose che qualora fra quattro dì non si arrendesse il castello bloccato, egli tornasse colla sua piccola schiera a Milano. Partendo poscia da Parravicino il giorno seguente, con lui recavasi a Milano anche il Pusterla, che si era lasciato persuadere dalle assicurazioni di Facino a tornare a stabilirsi in quella città. Ma noi abbandonandoli nel lor viaggio, che fu senza avvenimenti, veniamo a quelli che impedirono al Carmagnola la presa del Castello del Monte. La prima difficoltà era questa, che quel castello era posto in forte posizione sovra un’eminenza piuttosto erta, sicchè da una sola parte eravi un facile accesso, e da quella parte appunto era maravigliosamente fortificato. Inoltre lo scarso numero di genti che si erano date al bravo Carmagnola, era per lui un grave ostacolo ad ottenere di assalto la rôcca, cui bravamente Azzo difendeva con un sufficiente numero di gente armata; sicchè per quante volte lo tentasse, il Bussone mai non potè impadronirsene colla forza. Fu invano che il Carmagnola cercò nuovi ajuti a Facino; costui, anzi, non andò molto che il comando gli diede, siccome abbiamo veduto, di ritirarsi. Per altro il Bussone volle tentare nuovamente un assalto la notte del giorno stesso che Facino partì alla volta di Milano. Egli esortò i suoi soldati a quell’impresa, e sperò, dando nell’armi dall’opposta banda, sorprendere per una parte che stimava più debole la fortezza, e averla in suo potere. Ma anche questa volta gli falli il colpo. Per vero dire, la notte fu oscurissima e nuvolosa, come egli la sperava per crescere terrore a quell’assalto, ma non sì tosto egli si fu mosso per giugnere alla parte che scalare intendeva, ed ecco dai boschi vicini egli viene bersagliato da una furia di frecce, e nel tempo stesso si accorge che il suo disegno è anche conosciuto dagli assediati. Egli dovette quindi, privo di ogni speranza, ritirarsi nel suo piccol campo. Ma il giorno seguente un avvenimento ancora più funesto intervenne al Carmagnola. Nel mentre pensieroso egli stava nella sua tenda, e, maledicendo la sua mala sorte e l’ingratitudine di Facino, gli nasceva il pensiero di abbandonarlo, per vendere ad un miglior padrone i suoi servigi, e ad afferrar tal partito esitava, ecco che d’improvviso egli ode al di fuori un rumore d’armi e gridi di battaglia. Esce allora tosto, afferrando la spada e coprendosi del suo elmo, e vede che il suo picciol campo è invaso da varj armati, che dal numero sopraffatti però venivano respinti. In breve uno solo ivi ne restava; ma costui sembrava anzichè uomo, un demonio. I suoi colpi erano colpi di martello de’ Ciclopi favolosi: tutti paventavano il suo scontro; ed invano gli faceano intorno piazza. Il Carmagnola contro di lui si avanzò. Incoraggiati i suoi soldati, fanno lo stesso: così i cacciatori si avvicinano ad una belva furibonda per renderla con prepotente forza la vittima de’ loro colpi riuniti. Ma il feroce per questo non si perdea di animo, nè parea paventare quel pericolo. Menò un fendente al Carmagnola che non lo colse in pieno e fu nullo di effetto per la bontà dell’armatura; quattro o sei altri colpi menò su di coloro che si opponevano al suo passo, ed in breve andò a raggiungere i suoi compagni. Dalla descrizione che ne fecero i soldati spaventati, si seppe poi che colui era il Guerrier Nero, abitatore della Caverna del Piombo. Il Carmagnola il giorno seguente partì per Milano; nè mai più poscia Facino pensò al castello del Bianchi. Il bravo Azzo, rimanendo spettatore di quello che di fuori accadeva, non sapeva a che attribuirne la cagione, e credette fosse opera di Arrigo, il quale trovato avesse modo di uscire dal Castello di Erba, che ancora dal suono festivo delle campane e dal cessare del trar delle bombarde avea arguito essere stato preso; nè egli s’ingannò che in parte. Poco dopo che il Carmagnola si fu ritirato, egli ebbe in fatti la compiacenza di veder Arrigo, accompagnato da due armati, rientrare nel proprio Castello; ed in uno de’ due suoi compagni ravvisò lo stesso Guerrier Nero. Costui non si fermò nel castello che un istante. — Addio, Arrigo, se la sorte sorriderammi, le vicende passate in questi giorni possano meritarmi la vostra amicizia. — Ciò detto egli partì. Arrigo spiegò allora ad Azzo, come essendosi sottratto di prigione dal castello Pusterla, nel volgere il passo verso il proprio castello avea incontrato quel personaggio da tutti temuto, e che a lui si era unito per procurare di impedire al Bussone la presa del suo castello. Avea quindi passati alcuni giorni nella caverna di quel monte. Arrigo, per altro, avea riportata una non lieve ferita il giorno innanzi assaltando il campo del Carmagnola, assalto veramente dettato più dall’ira che dalla ragione. Arrigo narrò ancora in parte il modo con che potè sottrarsi dal castello del vecchio Pusterla; ma, poichè il mio lettore avrà altrove occasione di essere informato su questo punto importante, ne tralascio per ora per maggior brevità la narrazione. CAPITOLO XVII. LA CRUDELTÀ Entrando noi con Giovanni Pusterla nella città di Milano, è tempo omai che un istante ci tratteniamo nel parlare di essa, del suo governo, e dello stato della sua popolazione, di cui per incidenza già più e più volte ci è accaduto di dover toccare alcuna cosa. Se uno sguardo tu allora avessi vôlto su questa grande metropoli della Lombardia, per antichi fatti famosa e per la fertilità del suo territorio, a cui aggiugner potevasi, col Petrarca, la salubrità dell’aere, lode ora alquanto venuta meno, per colpa de’ cittadini stessi che la abitano, i quali permettono che d’ogni intorno prati irragatorj la impregnino di umidità; avresti veduto, chiusa fra mure di dimensione minor delle presenti[1], una popolazione ancor maggiore dell’attuale, popolazione presso cui il lusso già avea fatti grandi progressi, e cui la ricchezza rendea famosa non meno che l’industria. Le abitazioni per altro erano ancora assai anguste, e teneano d’un gusto particolare dominante a’ quei tempi, il quale si scostava dal gottico, e cominciava ad avvicinarsi alla buona architettura. Gottici però erano gli edifizj di alcuni palazzi principali, e come un gigante fra una popolazione pigmea si alzava di già la vasta mole del Duomo, opera che dovea la sua fondazione al padre del duca attuale, quel Giovanni Galeazzo che tanto per ogni rispetto fu ambizioso di rendersi l’ammirazione della posterità, siccome realmente fu il flagello dei suoi sudditi fin che visse, per le contribuzioni enormi che loro impose. Il secondo edifizio che meritasse più attenzione, era il Castello Giovio; quel freno della città fabbricato sotto gli occhi dei cittadini da Galeazzo Visconti, e che maravigliosamente serviva a tenerla sottomessa. Diffatti parea necessaria la forza contro una popolazione che di recente avea perduto gli avanzi della sua prima libertà: mentre recente era quel grado sommo di autorità a cui pervenuti erano i Visconti, fin dal dì che Giovanni Galeazzo venne investito del titolo di duca dall’imperator Venceslao. Suo figlio, il regnante Giovan Maria, era il secondo che fruisse di tanta autorità, tanto ora però sfrondata a cagione del suo spregevole carattere e della sua debolezza. L’altro edifizio, su cui noi dobbiamo fermar la nostra attenzione, era quello che dicevasi allora il Broletto Vecchio, ove un sontuoso palazzo si ergeva ornato in mille modi da Azzone Visconti, al quale andava aggiunto altresì un gran cortile che il buon Azzone pur ornato avea di fontane e statue e mille ornamenti. Ma la barbarie de’ suoi successori, e il capriccio di Galeazzo segnatamente, aveano fatto sì che quasi tutto quel palazzo era stato abbattuto, per erigerne un altro ancora più vasto; e solo dell’antico vedevasi al tempo di cui parliamo la gran sala della Gloria, ed Azzone pur rammentava la piccola ma ben ornata chiesa di S. Gotardo unita a quel palazzo, e che tuttavia vedesi a nostri dì, la cui torre, prezioso monumento per le arti, all’occhio del filantropo rammenta con tenerezza l’ottimo principe, degno di eterna fama per aver protetto le arti belle e governati con paterno governo i cittadini. Innanzi al palazzo di cui parlammo un po’ a lungo stendevasi la così detta piazza dell’Arengo; e questa confinava colla già nominata cattedrale, ossia il Duomo, di cui il palazzo rimanea a sinistra. Ma il palazzo al tempo di cui parliamo, lungi dall’essere abitato da un Azzone Visconti, non era ricetto che di un mostro forsennato e crudele. Giovanni Maria, successo al padre, come il lettore sa, in età giovanissima, era stato testimonio degli intrighi e de’ colpevoli amori della vedova sua madre; e per le continue insurrezioni de’ suoi sudditi, per le prepotenze de’ Ghibellini, da lui risguardati siccome suoi nemici, agitato fra il timore, avea di buon grado lasciato alla madre tutto il pensiero di reggere lo Stato; nel mentre che egli, il quale negli ultimi anni del padre avea dato a divedere di essere dotato di qualche spirito, ed aver un gusto ben determinato per la poesia, passando i suoi giorni fra l’ozio, si ingolfava nel pericoloso mare de’ piaceri, per tutti tosto con immature forze esaurirli, ed uscirne poi sazio, e nè capace di più seguirli con impeto, nè di abbandonarli con ferma risoluzione, per abbracciare più regolar vita e più utile al popolo a cui sovrastava. Egli si era cinto di giovani di famiglie distinte, Guelfi, siccome quello che era il partito a cui si considerava come ascritto, sebbene in realtà ben poco si mescesse nelle lotte che agitavano mortalmente lo Stato e la città; e nel mentre il suo potere da ogni parte crollava, egli ridendo e sollazzandosi, ogni dì facea un passo più in là nel rotto costume. La duchessa, occupata già troppo degli amori suoi, guardava con occhio indifferente i disordini del figlio, da cui intanto ogni persona che punto ancora stimasse l’onor proprio si allontanava. Fra coloro che compagni erano stati del Duca in sua gioventù, durante la vita dì Giovanni Galeazzo, e che poscia abbandonarono la Corte, prima che la abbandonasse il saggio Carlo Malatesta, fuvvi il nostro Arrigo, siccome abbiamo veduto. Egli, compagno a Giovanni Maria finchè non trattossi che di sollazzarsi col canto o in altri nobili e giovanili esercizj, abbandonò il principe, allorchè tanti altri giovani rotti ad ogni eccesso di mal costume si furono posti sotto i suoi vessilli. Ed avendo poi quel giovine principe, istigato da’ suoi malvagi consiglieri, a sè attirate le redini del governo, questa fu una nuova disgrazia per la città; poichè, sebbene malissimo governata fosse dalla reggente, era però palese agli uomini di senno che a ridoppio peggiore sarebbe stato il figliuolo. Egli pertanto, per spodestar la madre si accostò al partito de’ Ghibellini, nemici di lei e già potentissimi, e nel mentre che i Guelfi gridavano _Viva la Duchessa_, il partito opposto andava gridando _Viva il Duca_, e infine tanto prevalse, che la duchessa dovette pensare a ricoverarsi a Monza, il cui castello era in mano di un Giovanni Pusterla, che essa credea suo parziale. Ma il Duca non era uomo di fermarsi a metà nel suo trionfo sul contrario partito. Siccome in Monza si erano allora ritirati i principali de’ Guelfi, i Ghibellini inferociti, per coronare il loro trionfo, col consenso secreto del Duca, vennero a Monza, e non avendo loro Giovanni Pusterla fatta resistenza alcuna, siccome quegli che pure era Ghibellino, sebbene avesse addormentata la Duchessa fino a farle credere che le fosse favorevole, que’ forsennati posero tutte a sacco le case de’ loro avversari, ed anche il palazzo della vecchia madre del Duca. Molti anche sono che pensano aver in quest’occasione Giovanni Maria dato ordine che alla madre sua s’avesse ad apprestare il veleno. Noi questo passo altrove vedemmo rischiarato nel nostro racconto. Fatto sta che la Duchessa morì poco dopo, e tutta l’Italia credette il Duca parricida. Ma il Duca era di tal tempra da non morir di dolore per questa accusa; pure, poichè parve a lui di essere sul soglio consolidato, togliendosi la maschera lasciò trasparire l’odio suo segreto contro i Ghibellini, e poichè costoro aveano la peggio per la prevalenza di Carlo Malatesta su Facino Cane, capo della loro fazione, il Duca, che già nelle lotte civili avea perduto ogni avanzo di umanità, pose mano a vendette che solo piacevolmente il ferreo animo suo commoveano. Egli, avendo amata per l’addietro la caccia, si era cinto di cani di ogni specie; e poichè gli avveniva talora di cogliere de’ villani trafiggere lepri o daini in luoghi di caccia a lui riservati, non volendo essere imitatore di altri in crudeltà, nella quale l’animo suo si sentiva ben di già forte e immaginoso, da’ mastini, con cui cacciava i cignali, facea que’ miseri afferrare e sbranare. Squarcia Giramo, suo canattiere, il più scellerato degli uomini dopo il suo signore, si era poi fatto a consigliare al Duca di nutricare alcuni cani solo di carni umane, perchè fossero più pronti a gittarsi sulle loro prede. Al Duca piacque il pensiero, perchè qualunque supplizio, perduta ogni umanità, di già era diventato per lui uno spettacolo favorito. Egli dava loro a sbranare i condannati; e talora cercava anche delle vittime fra i meno rei! una leggera violazione delle leggi era fatale quando mancava cibo a que’ mastini. Il perfido Squarcia avea fra gli altri con particolare cura educata una rabbiosa cagna, detta la _Sibillina_, la quale però, sebbene non satollata che di umane carni, mostrò in una circostanza di essere più pietosa del suo signore. E già da tutte le azioni sue chiaro appariva che il Duca era piuttosto diventato un pazzo frenetico che un tiranno meditativo e crudele. Pure la rimembranza del suo parricidio lo tormentava: avea scoperto che da qualcuno era stato penetrato il suo misfatto; volle purgarsene; e per farlo, mise mano ad altre colpe, sottoponendo a crudel morte coloro che egli sospettava consci del suo delitto. Primo però a subir il supplizio di essere divorato dai mastini di Squarcia fu Giovanni Pusterla, il Castellano di Monza, cugino di quel Pusterla di egual nome che il lettore già conosce assai bene; quindi ad uno ad uno tutti gli individui della famiglia di lui toccarono la sorte stessa; e Beroldino del Maino ancora, ed altri più che passavano per aver avuta parte nella fazione contro sua madre, siccome traditori furono dati in preda ai mastini. Quel supplizio divenne il suo favorito; ed in breve, trascurando ancora le apparenze, il Duca non si curò più di far eseguire processi contro coloro che avea destinati per vittime della sua crudeltà. Allora fu che sovvenendosi che ancora rimaneva della famiglia del Castellano Pusterla un fanciulletto, fino allora risparmiato perchè in età in cui l’ombra nemmeno poteva allignare del delitto, toccando appena il dodicesimo anno, fattolo prendere, un giorno che altro pasto non avea saputo fornire a’ suoi mastini, pensò quello dar loro; ed egli stesso, come usava per diletto, portossi ad assistere a quel supplizio. Condotto il giovinetto alla presenza dell’efferato principe, quegli a’ suoi piedi si gittò con un fiume di lagrime chiedendogli pietà. Meschinello, ei non sapeva a qual tigre la domandasse! — Via, — disse il Duca, — ora parlerai col guercio; alto, Squarcia, fa venire il guercio che non ha mangiato! Venne il guercio, grosso mastino mostruoso a cui era stato guasto un occhio da uno dei miseri che avea aiutato a sbranare; egli portossi verso il fanciullo dimenando la coda, e con passo affrettato e ringhiando, ma come gli fu vicino, fiutollo qua e là, parve non avesse coraggio di offenderlo, e si ritirò. — Che vuol dir questo, Squarcia; sta male il guercio? Che poltrone s’è fatto egli! Via, me lo leva dinanzi, che un di questi giorni lo fo ammazzare. La Sibillina, la Sibillina; ha mangiato, ma ebbe pasto leggero; finirà l’affare. — Ma proseguirò io nell’orribile racconto? Ah sì, per dimostrare che la fierezza delle belve di molto talora è a quella dell’uomo inferiore. Venne la Sibillina; al fanciullo s’accostò; ma fosse, che egli non l’inasprisse colla resistenza, fosse vera pietà, la crudel cagna rifiutò di toccarlo. Il Duca sdegnossi collo Squarcia, e comandò di scannare il fanciullo. Il ferro di Squarcia non ricusò di compiacerlo. Eppure era a questo Duca che Carlo Malatesta partendo avea lasciati i più saggi avvertimenti. Il fatto da noi narrato, accadde nell’anno 1409. Ne’ due anni seguenti Giovanni Maria, nessuna cura prendendo delle cose dello Stato, che di giorno in giorno peggioravano (ristretto omai alla sola città, che vide prima trionfarvi Facino, poi Bucicaldo, e poi nuovamente Facino), andava oscuramente soddisfacendo alla propria crudeltà; la sola passione che l’anima sua disputata dilettasse. La giovine sua sposa Antonietta, figlia di Malatesti Malatesta, versava indarno amare lagrime sui suoi orribili traviamenti. Egli l’odiava, e da sè la tenea costantemente lontana, per darsi in braccio a svergognate cortigiane. È facile immaginare quale potesse essere lo stato della desolata città sotto un signore sì orribile. I Guelfi, caduti nell’oppressione, in gran parte l’avevano abbandonata; o vi vivevano in mezzo agli insulti de’ lor rivali, avviliti ed attendendo un’aura favorevole per vendicarsi, giacchè sapevano che in cuor suo il Duca ad essi inclinava. La soldatesca insolente di Facino, malgrado che costui cercasse tenerla in freno, vi commetteva mille violenze; e l’esempio del Duca vi avea propagata la più sfrenata licenza, la quale veramente non era che una pecca troppo dominante di quel tempo. L’ignoranza non rendeva pregevole all’occhio della popolazione se non se la forza; ed una grossolana superstizione aveva, ne’ più, preso il luogo della vera pietà. CAPITOLO XVIII. L’AGGUATO Era una notte sulla fine di Aprile. Il tranquillo e verecondo disco della luna, vaghissimo e lucente più dell’ordinario, il simpatico suo raggio spandea, che tanti nobili e gentili pensieri risveglia negli animi gentili. La stagione mitissima già avea di nuova pompa d’erbe e di fiori adornata la terra, e l’abitatore della città già invidiava, a chi fra i campi si delizia, il gradevole ed impareggiabile aspetto della primavera. E questa è appunto quella stagione in cui la terra a nobile sposa rassomiglia, che, adorna di tutti i vezzi dell’età, mostra nel viso con quanto ridenti immagini a lei si apra il teatro della vita. Dolci illusioni, assai lontane dalla nuda realtà! Ben poco durano i fiori; segue senza pompa la tranquilla stagione de’ frutti; ma ben presto lo squallore del verno copre la terra, e seppellisce ogni allegrezza, nè più un avanzo rimane della viva natura. Il raggio candido del notturno sole batteva le case rosseggianti della città, ed illuminava anche la scena ove ora condotto io bramo il mio lettore; io voglio dire la non estesa piazza di San Giorgio. È questa piazza poco lontana dal luogo infausto già da noi in questa istoria più volte nominato del Malcantone, e situata nel quartiere ove abitavano i principali signori Ghibellini, il quartiere, cioè, della Porta Ticinese. Ergesi da una parte, su quella angusta piazza, l’antica chiesa dedicata al Santo guerriero domatore del mostro; da un’altra banda estollesi, con seria e grave maestà, un vasto palazzo appartenente ad un individuo della casa de’ Visconti, ed edificato da Luchino, famoso per la sua tortuosa politica, e per la misteriosa sua morte. Lo stemma visconteo, in marmo scolpito, vedesi sulla porta; e due eccelse torri si innalzano ad ambo i lati a rendere ancora più maestoso il severo e pesante corpo di quell’edifizio. Vari altri palazzi, ma più modesti, veggonsi da questa e da quella parte: un profondo silenzio domina d’ogni intorno, e le rotanti stelle dinotano che solo di qualche ora è lontana mezza notte. Su questa scena, non del tutto priva di una grave bellezza, un gruppo di quattro armati tu vedi come posti in agguato. Se ne stanno essi silenziosi ed attenti a capo della strada che conduce alla Porta Ticinese. Vario è di questi l’abito, e varia ne sembra la condizione. Due, sono due robusti soldati di età matura, ed i loro lineamenti, pieni di durezza, non sono animati da quella espressione in cui s’atteggia il viso di chi qualche disegno cova nel petto. Sembrano essi passivi strumenti delle altrui voglie, e la loro immobilità piuttosto a simulacri li pareggia che ad uomini viventi. Ma non così è il personaggio che innanzi ad essi sta non più che due passi, e che nel volto mostra giovanile età, non priva di bellezza. Vaghe chiome inanellate scendono profuse disotto il suo berretto, decorato di una gemma; il suo abito, per vero dire, non ha nulla di notabile; non è che un giustacuore rosso, e un mantello bruno che tiene avvolto alla persona in modo da celare ancora una parte del viso; ma sotto panni il giovine veste una maglia che tutto il ricopre, e questa è di finissimo lavoro; e tale che sola lo disegna una persona di alto affare. Le ciglia cruciose, lo sguardo animato, la bocca che atteggiasi ad un sardonico sorriso, lo danno a divedere occupato assai di un’idea che gli fa battere con più frequente moto nel petto il cuore: egli ha la destra sull’impugnatura della spada; e per giunta uno stile di ricchissima impugnatura gli sta raccomandato alla cintura. Nè meno merita attenzione il quarto personaggio di questo gruppo straordinario. È costui uomo di mezzana statura; ma assai nerboruto e muscoloso: il suo sguardo ha non so che di sinistro, oltrecchè due occhi neri gli stanno incassati profondamente sotto due eminenti e folti sopraccigli, i quali a nulla meglio paragonar potrebbersi che a spinosi cespugli, che irti e mesti cadono sull’apertura di un antro; lo sguardo di questo personaggio di mal augurio è guercio ed ha un’espressione terribile. Angusta ne è la fronte, e duri e crespi i crini gli scappano di sotto ad un verde berretto. Il suo giustacuore è pur verde, verdi ne sono i calzoni e un cinto di cuoio sostiene un rozzo stile ed una daga; e questo personaggio ancora è chiaro che sotto l’abito porta una maglia. Egli poi tiene in lassa due mastini, il cui sguardo sanguigno ne dimostra la ferocia, e che di quando in quando ringhiano sordamente, e mostrano impazienza. In questo mentre la campana dell’orologio di S. Giorgio batte con misurato suono fra l’imperturbato silenzio della notte le dieci ore e mezzo. Uno dei mastini, inquieto, a quel suono alza più forte il ringhio; ed il giovine capo di quel drappello, vôlto al personaggio più sinistro di esso, così gli dice. — Non saprai tu dunque far tacere l’ingordo? così tu m’hai educati alla mia caccia i miei mastini? Non vedi che qualcuno si appressa? Tu omai mi diventi un imbecille non più buono a nulla: ma zitto ecco il nostr’uomo. No, non è quella gran massa ambulante: è della stessa statura ma le forme non sono le sue, colui è un giovine. Vedi, ha un liuto: ebbene sarà un innamorato che consuma le notti sospirando sotto un balcone di una bella. Vedi, si ferma sotto la sua casa! Non vorrei che costui disturbasse il mio disegno e mettiamogli un po’ di paura... Ma no, odi che già tocca il suo istrumento e fa un preludio. Ebbene, suona a meraviglia. Se non sarà questa sera pel nostro toro ghibellino, sarà un’altra che gli daremo la caccia. Ora non voglio perdere questa musica: ritiratevi più in qua, che nessuno ci vegga: così a maraviglia: zitto che canta; o corpo di Satanasso, la voce non mi è nuova! Udiamo la sua canzone. Così diceva il crudelissimo Giovanni Maria, posto agli agguati a capo della via per sorprendere qualcuna di quelle vittime che egli così di sovente destinava a sbramare la crudel fame de’ sanguinarii suoi mastini. L’infame Squarcia e due antichi e rozzi soldati lo seguivano, testimonii ed esecutori degli ordini suoi dispietati. L’aria che in suono misurato e tenero si udì risuonare è la seguente: S’apre la terra e genera Tenere erbette e fiori, Ma anco a me non sorridono I dispietati onori. Natura intera il vivido Color di speme or veste: Ahi! me pur sempre ingombrano Idee dolenti e meste! A dolci accenti or aprono I pinti augelli il canto: Gli accenti miei dettarono Sol la mestizia e il pianto. E tu che splendi, o candida Luna dal puro raggio, E il maggior globo illumini Nel cheto tuo viaggio; Lodi ognuno il vergineo Tuo rugiadoso aspetto, Che de’ pensier più teneri In noi sveglia il diletto: — Ma agli occhi miei sol tenebre È il tuo vago splendore: Ed altri lumi ispirano A questo cor l’amore. — Nel mentre che quest’aria veniva cantata con voce dolcissima ed un’espressione che ben dinotava spiegar essa appunto i sensi più candidi e veri dell’innamorato garzone che la spacciava, un’imposta si aperse di poche dita, e se non mostrò nemmeno nell’ombra colei che sembrava risguardassero quelle parole, almeno diede un lieve indizio che non ingrata giungeva, alle orecchie della bella, del cantore la melanconica canzone. Frattanto il suono variato del liuto continuava a ferire il silenzio di quel luogo, e faceva sentire i più dolci accordi. Il Duca, in questo mezzo, poichè ebbe in silenzio udita la canzone, vôlto allo Squarcia così gli diceva. — Questi versi di certo sono dettati all’improvviso; e sono assai belli, ma tu non hai gusto in ciò. Però il solo Arrigo Bianchi nella mia Corte avrebbe saputo improvvisarne di simili. Colui era un allegro compagno; ma mi ha lasciato. Il tristo non seppe accostumarsi alla nostra caccia; e ci ha abbandonati, per andare a farsi stringere nel suo castello da Facino. Sarebbe pur stato meglio per lui rimaner in Corte, e quivi passar il tempo vivendo delle altrui donne e dell’altrui sangue, che cader in mano di un furbo come Facino. Ma tornerà forse, tornerà; e la Corte presenterà tutt’altro aspetto, Squarcia. Io so di certa scienza che il nostro tutore, voglio dire il vittorioso Facino, è assalito dalle gotte e da’ dolori pericolosi. La Sibillina mi ha parlato, come l’asino di Balaam; e sebbene dicasi per proverbio, che cane non mangia cane, pure questa volta, quella rabbiosa vecchia mi ha detto che desidererebbe un boccone di cane. — Devo io, illustrissimo signore, preparargli una mezza dozzina di cani da mangiare? Non perderebbe ella il gusto del sangue più nobile? — No, bestia, no: tu mi diventi ogni giorno più stupido: io vedo che dovrò scegliere in breve un altro canattiere. Io volea dir solo che Facino, che ora sta stringendo Bergamo d’assedio e già ne ha presi i borghi, e che tante idee gigantesche ha nella mente di spogliare de’ loro dominj i Malatesta, il Vignate ed i Rusconi; egli di certo guarda con occhio ambizioso anche la nostra Corte dell’Arrengo, e pensa forse che non starebbe male sulle secche sue spalle il nostro manto ducale. Ma noi lo preverremo. Se ci scappò una volta, non salverassi la seconda. Ho anch’io i miei lacci per prendere di questi lupi; e buon per lui che non è in Milano, colpito dal male che ora lo affligge. Forse, a questa ora si sarebbe veduto il bravo Signore di Novara, Tortona ed Alessandria far una piccola guerra difensiva contro l’Ingordo il Guercio e la Sibillina. — Ha detto, Illustrissimo, che ha l’illustrissimo signor Facino nelle sue prigioni del palazzo, per darlo al Guercio, all’Ingordo ed alla Sibillina? — No, no. Oh così fosse! egli avrebbe una bella compagnia di Ghibellini per fargli corona all’inferno; ma ora non è il tempo. Però questo superbo e voluminoso bue di Porta Ticinese ad ogni costo voglio immolarlo. Egli ha, cred’io, in sè un secreto che non può permettere che viva un istante solo, quando a me si mostri il destro di sagrificarlo. L’avrei fatto prima; ma Facino, il terribile Facino mi tenne in rispetto. Ora egli ha bisogno di pensare a’ casi suoi; e costui che ha un nome per sè fatale, ora tocca la sua ora di perdizione. Ma zitti e pronti, parmi che venga! Il giovine cessa di suonare, e si ritira: tanto meglio: oggi l’assaliamo. Via, è lui, sciogli, Squarcia, i mastini. — _Piglia, piglia._ — Mano al ferro, e pronti ai cenni. Così diceva il feroce Duca, e le ultime parole volgevale ai due immani cani ed agli armati del suo seguito. La persona di cui parlava era frattanto giunta a passo misurato fin quasi vicino a un bel palazzo sotto il quale il giovine innamorato cantato avea la sua amorosa canzone; ma pare che di qualche cosa gli fosse nato sospetto, perchè avea tratta fuori la spada: i sospetti erano sempre pronti a nascere in que’ tempi di disordine e quasi di anarchia. Ora egli non sì tosto si avvide di aver a fronte de’ nemici, che gittò un fischio particolare, e postosi colle spalle verso la porta della casa già accennata, di piè fermo si preparò a difendersi dagli aggressori. Il primo che contra di lui si avventasse fu uno dei due mastini, ed egli d’un colpo lo stese al suolo spirante; l’altro più timoroso non osava avvicinarsegli ed, a qualche distanza, ringhiava fieramente. — _Avanti_, — gridò allora il Duca, e posto egli stesso mano al ferro si avanzò, seguito da’ tre compagni, per opprimerlo col numero e farlo prigioniero; ma un ausilario venne in soccorso dello sconosciuto. Posto mano al ferro, il giovine stesso che poco prima avea con tanta maestria toccato il liuto, con un coraggio ed una prontezza poco ordinaria venne innanzi, e ferito d’un colpo il Guercio, che era il superstite dei mastini, si diede a combattere collo Squarcia e coi due uomini d’arme che mollemente e forse a mala voglia lo secondavano. Frattanto aprissi lo sportello del palazzo; lo sconosciuto vi entrò illeso; e, o che credesse quell’assalto non a lui diretto, bensì all’altro che ora stava combattendo, o qualsiasi altra meno generosa idea il guidasse, lasciando il bravo suo ausiliario solo nel periglio, in salvo nella casa si pose. Parve che di essere così abbandonato solo a far fronte a tre l’altro non si aspettasse, perchè non sì tosto disparve colui in aiuto del quale aveva il ferro impugnato, che cedendo, portossi sulla piccola piazza ove ponea capo un angusto viottolo, pel quale forse disegnava meglio poter salvarsi. Ma il Duca fino allora rimasto nell’inazione si avanzò anch’egli, e gridò: — Cani di poltroni, non mi prenderete in tre un ribaldo che osa farci fuggire una preda? giuro al cielo, lo voglio vivo, o vi farò tutti e tre sulla medesima forca appiccare. — E all’incoraggiamento aggiungendo l’aiuto, si diede egli stesso a combattere contro il giovine valoroso, a cui finalmente Squarcia riuscì di afferrare il braccio per disarmarlo. Però, se dar luogo io posso ad un mio sospetto, non fu tanto il numero de’ nemici che disarmò il bravo combattente, quanto un flebile grido che partì, sul principio del combattimento, da quella finestra stessa alla quale egli avea rivolto i suoi sospiri. Caduto in mano dello Squarcia, il giovine venne subito cinto di catene. Ma egli non parve perdere l’alterezza del suo carattere, la fierezza del suo contegno. — Sai tu chi hai davanti, Giovanni Maria? — disse egli in tuono amaro al Duca che stava osservando la sua vittima nel mentre caricavasi di ferri, e forse ne meditava nel suo interno il ferale supplizio. La luna che batteva sulla piazza illuminava quell’infanda scena. Squarcia per un capo di una catena stringeva il suo prigioniero, e i due soldati gli si erano posti dall’uno e dall’altro canto, aspettando il comando del loro signore. All’interrogazione del captivo, costui si scosse; quella voce lo colpì di stupore; alzò la fronte accigliata e in cui spirava il suo mal talento contro di colui che la domanda gli avea vôlto, ma con stordimento parve ravvisarne le fattezze. — Sei tu, Biondo! — sclamò con voce che ben denotava lui essere attonito di quell’impensata apparizione. — Or qual demonio ti portò, per contrariarmi, alla mia presenza? — Dite piuttosto che io ci venni per risparmiarvi un delitto! — disse l’altro con alterezza. — Tu sempre parli in un tuono alto: ma bada bene che già mi hai di troppo ora offeso. Sai tu chi era colui che scopo io far volea delle mie vendette? Non sai che è il più malevolo Ghibellino del mondo? E tu che andavi trattenendoti sotto quelle finestre? Ma non è questo il luogo. Prometti che mi seguirai spontaneo al palazzo; e io ti faro levare i tuoi ferri. — No, giammai spontaneo io moverò un passo per tornare a quel palazzo, di cui io già da più anni giurai non avrei più calcata la soglia. Non sarà che colla forza, e carico di ferri, che quivi voi trar farete un compagno che vi amò, quando Giovanni Maria non si era dato in preda alle sue colpevoli inclinazioni! — Frena la lingua, se non vuoi ch’io te ne faccia pentire prima del nuovo giorno! Bada che chi offende Giovanni Maria, fosse suo padre, ne porterebbe immancabilmente la pena! Nell’ultima frase del duca alcuna cosa vi fu che lo fece ammutolire. Egli fece un cenno a Squarcia, e a passo lungo e spesso si volse verso la sua Corte dell’Arrengo; e dietro lui seguivano i suoi satelliti che seco traevano il giovine prigioniero. CAPITOLO XIX. LA RICONCILIAZIONE Se il mio lettore, siccome io lo suppongo, di già non lo avesse indovinato, io sono ben afflitto di dovergli dichiarare che la scena terribile da noi riferita aveva luogo tutta fra persone di sua conoscenza, e per le quali forse l’animo suo è di già segretamente ben disposto. Giovanni Pusterla, oggetto di fieri sospetti pel Duca, il quale la vita di lui incompatibile stimava colla propria riputazione e che ne avea giurata la morte, il Pusterla fino a quel punto era rimasto sicurissimo in Milano sotto l’egida del nome terribile per Giovanni Maria del suo Generale Facino. Ma ora che quel Duca scellerato udita avea la pericolosa malattia del condottiere temuto delle sue armi, ora egli crederà poter por mano alle proprie vendette, ed immolare quella vittima che da tanto tempo invano avea cercata. E forse anche il suo odio e i suoi ostili disegni non si limitavano solo contro il Pusterla; egli aspirava forse ancora a far pagare la pena de’ suoi trionfi all’intero partito de’ Ghibellini; e la morte di Giovanni Pusterla non era che il segnale di una maggior carnificina, che cominciata sarebbe subito che la sorte liberato lo avesse di Facino. Giovanni Pusterla, dal suo canto, stimandosi sicurissimo in Milano pel terrore sparso nell’animo del Duca da Facino Cane, terrore di che avea avuto più di un’occasione di assicurarsi per propria osservazione, il Pusterla era ben lontano del sospettare che tanto contro di lui ardir potesse il giovin principe. Egli non pertanto, non appena si fu avveduto che alcuno stava in agguato vicino al proprio palazzo, che ponendo mano alla spada si era posto sulle difese. In que’ tempi di turbolenze ed anarchia gli animi vivevano in continuato sospetto: egli però era lontanissimo dal pensare di dover essere assalito dal tiranno della città, sebbene ciò altre volte ad altre persone fosse accaduto; chè molto godeva il disumanato Giovanni Maria a quel modo afferrar le sue vittime. Come adunque si fu avveduto di essere dal fiero Duca assalito, egli a tutta prima dubitò esserlo in fallo; tanto più che sebbene egli sapesse che mortal odio contro di lui serbava quel crudele, nondimeno non era, come il principe supponeva, veramente depositario di quel segreto fatale che avea formato la rovina del cugin suo e di tutta la di lui famiglia. Credette adunque Giovanni Pusterla che il Duca ad altra preda avesse vôlto la mira che non a lui medesimo, troppo sicuro pel favor di Facino; e per ciò appunto non sì tosto videsi al fianco uno straniero, che più non dubitò questo essere la vittima cercata, e quindi, aperto che a lui fu lo sportello della sua casa, in essa rifuggendo salvossi, maledicendo il perverso animo di Giovan Maria che a quel modo andava a caccia di uomini per straziarli come le fiere. Come però ebbe posto il piede sul primo gradino della scala, esitò, e fra sè disse: — Ma in ogni modo io da quello straniero fui salvato: non lo soccorrerò io? lo lascierò cadere nelle branche di quel frenetico spietato perchè preda lo dia a suoi mastini? — E, vôlto al servo che gli avea aperto lo sportello, e quindi l’avea chiuso, — No; — disse, — Giacomo, no; impugna la spada e seguimi: torniam di fuori, cacciamo quella canaglia! Ma non appena avea proferito queste parole, che un altro de’ suoi famigliari venendogli incontro gli gridò: — Accorra, signor Giovanni, accorra, che muore sua figlia! L’amor paterno impose silenzio all’altra sua generosa risoluzione; nè le diede più tempo di far sentire i suoi pungoli pure acuti. Il Pusterla, tutto scosso da indegnazione per le idee che destavagli la scena di cui di recente stato era spettatore, e da quella sospensione di animo prevalente che la recente novella subito in lui fe’ nascere, accorrendo, con qualche precipitazione entrò nella sala del piano superiore, per essere testimonio delle angosce che agitavano la figliuola. Questa difatti, dopo di essere dalla finestra stata spettatrice di parte di quella scena, gli spiriti mancandole nel momento in cui potè distinguere al raggio della luna le persone fra le quali accadeva, venne meno, e messo fuori un flebil grido lamentoso, era caduta come morta fra le braccia della sua fedele ancella, la giovinetta Agnese, che essa pure non poco sembrava turbata per quegli accidenti di che era stata testimonio. — Oh cielo, la povera Beatrice muore! — sclamò questa non appena veduto ebbe comparire nella sala Giovanni Pusterla. — Nol voglia Dio! non sarà che uno svenimento passeggero. Via, presto portate acqua fredda, aromatiche essenze: scioglietele le vesti. Figlia mia, mia cara Beatrice: non temete per me: eccomi io sono salvo: io sono sicuro. Aprite gli occhi e guardate vostro padre. Nel profferire queste parole, il fiero Ghibellino, commosso, spargea grosse lagrime, lagrime che la tenerezza paterna traea dal suo cuore indurito ad ogni altra sensazione, lagrime che ben palesavano quanto amore egli portasse a quella tenera e più cara parte di sè stesso. Ma Beatrice ancora in sè non riveniva. Ogni argomento per richiamare i suoi spiriti venne allora posto in opera dal padre, non meno che da Agnese e da alcuno altro de’ famigli; il Pusterla ancora proseguiva colle parole a rincorarla: — Via, aprite gli occhi, Beatrice. Figlia mia, fatevi coraggio. Nulla è accaduto di sinistro. Ohimè! non udirai tu le mie parole? Beatrice, Beatrice, non conosci la mia voce!.... Qui stette sospeso un istante: un’altra idea gli balenò nell’animo. — Ebbene, io sono disperato! — poi gridò vedendo che la figlia in sè non tornava da quel mortale letargo. — Io mi vendicherò almeno di quello scellerato! Giacomo, Martino, Eugenio, impugnate le spade e seguitemi. Una fiera tragedia si compia in questa notte fatale! Egli così dicendo si animava in viso della più feroce espressione dell’ira: le vene della sua fronte gonfiavansi terribilmente: i suoi occhi gittavano scintille. — Ma lascerò io così quest’angelo a morire? Beatrice, Beatrice... Beatrice finalmente parve riscuotersi. Allora tutta l’ira del padre suo parve cadere, siccome appunto a un tratto sparisce incendio che per opera di magia allo sguardo si è parato. E forse fu questo passivo moto della misera la cagione fatale della rovina della persona il cui pericolo appunto in quel mortale abbattimento la avea gittata. In fatti se nel bollor della sua collera il valoroso e determinato Pusterla dato si fosse ad inseguire ed investire con tre o quattro de’ suoi il barbaro Duca, era bene probabile che non pur tolta ad esso avrebbe la sua preda, ma la pena portar gli avrebbe anche fatto di tutti i suoi misfatti, e forse ancora qui aveano fine le angosce di Beatrice. Al riconoscere nel suo liberatore la persona del Bianchi, l’antico risentimento cedendo, per effetto della naturale sua generosità, avrebbe forse dato luogo ad una riconciliazione sincera; e le spiegazioni che indi seguite sarebbero, avrebbero forse fatta conseguire la comune felicità, unendo due cuori che per amarsi scambievolmente la natura avea creati, e cui sì duramente i pregiudizi e gli sdegni di parte, con tanta tortura di entrambi, separavano. Ma riscuotendosi la giovinetta alle ultime parole del padre, tutti i fili di sì bella tela mise in disordine; e Giovanni Pusterla, più non pensando ad uscire per sue vendette, alla cara sua figliuola tornando, di nuovo si diede a confortarla. — Ah sì vivi! apri gli occhi; eccomi, figlia mia, eccomi a te illeso. Fatevi coraggio, mia diletta Beatrice; per l’amor del padre vostro, fatevi coraggio. Ma voi volete alzarvi! Che veder vorreste da quella finestra a cui volgete gli sguardi? Non mi conoscete? Non sono qui io, vostro padre? — Ah, padre mio, dunque egli..., egli... — Di chi parlate, figlia mia, di chi parlate? Non sono qui? Sì, è vero, corsi del pericolo, e forse fui preso in fallo, forse fui tolto di mira da quel malvagio di Duca, che può essersi arrischiato a tentare una impresa anche contro di me, ma di cui avrassi a pentire. Ma se di altri parlate, e chi è quegli? che dir volete? — Arrigo, Arrigo!.... Arrigo Bianchi, non fu ucciso o disarmato?... Oimè che l’hanno assassinato! — con voce languida e lamentosa, sclamò l’infelice. — Oh cielo, ella vaneggia! Ora che le passa mai per la fantasia colui! Io non so di chi parliate, cara figlia; ed è fin da quando ci sfuggì a Parravicino che io non vidi quel Guelfo ribaldo! — Ah no, essa non vaneggia, signor Pusterla, — disse Agnese; — e non parlate di tal tenore, se non volete ucciderla. — In nome del cielo adunque, spiegatevi, io nulla comprendo! — disse Giovanni Pusterla. Agnese, a cui questa domanda veniva indiritta, disse che Beatrice creduto avea veder suo padre seguito da varii armati combattere contro Arrigo Bianchi! — Io non so scoprire questo mistero! Io fui assalito certamente dal Duca e dall’infame Squarcia. Ben è vero che io fui soccorso da un giovine... Ma che costui fosse il Bianchi, come possa entrare in questa avventura, io non so spiegarlo. Ma io di certo non mi sono battuto con lui; e se egli, ciò che io non credo, si è battuto col Duca, lo ha fatto con un antico suo amico, e se io non gli posso desiderar male avendomi, fosse anche inscientemente, salvata la vita, di certo bene egli non potrà passarla con uno scellerato come è Giovanni Maria. Ma che però?... — Oimè! in mano del crudelissimo Giovanni Maria! — sclamò Beatrice con voce languida e che venìa meno. — Sì, e probabilmente, malgrado la sua antica amicizia, sarà fatto a pezzi da’ suoi mastini, cosa che veramente.... — Oh cielo, io più non reggo! — sclamò Beatrice; e quest’ultima parola non ebbe profferita che cadde in una nuova sincope e più profonda. — Voi l’avete uccisa colle vostre parole! — sclamò Agnese con uno sdegno angoscioso. — Arrigo Bianchi era suo amante. — Amante!... Quale inestricabile laberinto è questo mai! — Sì, suo amante. Che serve il tacere, se ella per lui ora muore! Io era a parte del suo segreto. Già da più e più notti il giovine passava sotto di queste finestre, canzoni amorose cantando; e con quale soavità! E poi, non fu essa che lo liberò quando prigioniere si trovava nel castello di Parravicino? Per amor di lei, egli si era lasciato far vostro prigioniero; e per ricompensarlo di quest’amore, dalle sue mani stesse egli vide aprirsi la sua prigione. Poveretti! si amavano teneramente, sebbene speranza non avessero di possedersi! Ma deh, cerchiamo richiamarla a vita; e voi guardatevi bene dall’ucciderla con incaute parole! Il Pusterla rimase un istante come di pietra: una vampa di sdegno poi già salivagli al capo ad accecargli la mente; quella notizia le passioni sue feroci tutte concitava: ma cadendo gli occhi suoi sulla figliuola, alla vista di quelle fattezze agitate dalle angosce di una convulsione penosa, e di quelle guancie coperte di una mortale pallidezza, tutto si sentì commosso da un affetto del tutto opposto; e vinto finalmente dall’amor paterno, così sclamò: — Ah no, figlia mia, vivi; vivi, che io tutto farò ciò che tu brami! Deh, apri gli occhi, Beatrice, ascolta le mie parole! — Sia benedetto il cielo; consolatela una volta, se c’è modo! — sclamò la buona Agnese. — Sì, — proseguì il vecchio, commosso fin nel fondo dell’anima. — Sì, io metterò tutto in pratica per salvare Arrigo. Egli mostrò sempre coraggio e bravura: e giacchè quest’angelo lo ama, io dimenticherò che egli sia mio nemico. E d’altra parte ogni partita nostra era di già in suo favore saldata questa notte, se mi ha salvato da quel ribaldo esecrato. Sì, figlia mia, mia Beatrice, fa cuore, che io ti prometto che ogni strada tenterò per salvarlo. Tu apri gli occhi? con maraviglia mi ascolti? Sì, io a te sacrifico i miei rancori; l’inflessibile odio di parte sì di buon grado io spoglio, e all’amor tuo lo concedo. Tu l’ami, ed io, fin da questo punto, siccome figlio mio proprio lo riguardo. Ma fa cuore, in nome del cielo; fa cuore perchè non venga meno nel padre tuo la forza di mandare ad effetto le sue promesse! — Ah sì, voi salvarlo dovete, o padre, — sclamò angosciosamente la misera; — voi il dovete. Voi diceste ora che per voi oggi pose in pericolo la sua vita? Ah non è, credetemi, non è la prima volta che lo ha fatto! Egli è generoso, e voi dovete salvarlo! Ma, oimè, come sarà strappato dalle mani del crudo Duca? — Io spero assai, Beatrice, io spero assai, — disse il Pusterla, dopo essere per breve istante stato sopra pensiero. — Se noi frammetteremo gli uffizi onnipossenti di Facino Cane, egli di certo lo salverà. E d’altra parte il Duca era un tempo assai amico del Bianchi, e ripugnargli deve assassinarlo. Ora mi avveggo che solo contra me il perfido Giovanni Maria tendea gli agguati. Ebbene, domani lasceremo Milano, per noi mal sicuro; andremo a Parravicino; e di là io mi porterò tosto a Bergamo per conferire con Facino. — Ma troppo tempo per ciò è necessario... Non si potrebbe intanto, per altra via, prevenire le conseguenze dell’ira del Duca... Beatrice Tenda...? — Sì, angelo mio; tu ben pensi; domani mattina noi ci recheremo da Beatrice Tenda, e di tutto la istruiremo. La nobil donna certo non ci negherà la sua mediazione. E di poi partiremo. Non dubitare; io sono assai tranquillo sulla sorte di Arrigo. E quanto a quel perfido di Duca,... un giorno.... verrà forse un giorno.... Ma basta, ora deh, Beatrice, vogliate porre in calma i vostri spiriti... date alcun riposo al vostro corpo. — Ahi, quale riposo, quale tranquillità può mai gustare una meschina che si trovi nella mia situazione! CAPITOLO XX. I RIMORSI Ma se questa notte fra angosce terribili passava per la famiglia del Pusterla, e secondo tutte le apparenze per lo stesso Bianchi, non meno tremenda per altro pe’ suoi terrori a lento passo trascorreva sul capo dell’esecrabile Giovanni Maria. Giunto nel suo palazzo, silenzioso sdegnò ogni uffizio de’ suoi camerieri e paggi, e solo ritirossi nella sua stanza. Quivi su d’una tavola ardeva una lucerna di nobilissimo lavoro, e spandea intorno un fioco lume. Egli si diede a passeggiar per la camera, in preda a’ suoi pensieri turbolenti, che irritavano il suo sdegno e risvegliavangli le più funeste rimembranze. — Egli ardire rimproverar le mie azioni! egli frapporsi con tanta audacia fra me e il mio nemico! Oh! fosse stato cento volte più mio amico, egli se ne pentirà! Ecco che senza di lui quel Ghibellino ora più non esisteva; e l’ultimo che in sè serbi il fatale secreto sarebbe spento! Ma l’ultimo, dico io? Forse che ancor non vive il Pagano; forse che questo vecchio Ghibellino non lo avrà svelalo a mille altri della sua setta! Ah Giovanni Maria, Giovanni Maria; troppo indugiasti tu l’esecuzione del tuo disegno! Ma questa fiera idea,... questa ricordanza della madre,... perchè sempre mi turba?... non mi odiava essa? Non dovea io vendicarmi?... Oh ricordanza che il cuor mi morde come far lo potrebbe il dente d’una serpe rabbiosa! oh quanto già tu mi costi, o vendetta di sangue! Chi presagito mi avrebbe che tanto scuotere poscia doveva il cuor mio? Ma io sono un imbecille! Forse che non fu crudele Ella stessa nelle sue vendette; non me ne diede essa l’esempio, facendo troncare le teste de’ suoi nemici? me non avea posto come in ceppi? non mi allontanava, la scaltra, dagli affari, par darne ella le redini ai suoi drudi? ora perchè i lineamenti suoi pallidi e contraffatti mi stanno sempre dinanzi gli occhi? perchè sempre una voce terribile mi minaccia di sua vendetta? Ah sì: se io tosto spegnea coloro che esser credeva a parte di questo segreto, io tranquillo ora sarei, o meno soggetti di terrore avrebbe la mia mente; nè andrebbe creandosene la mia fantasia! Pure chi mai può darmi fondata accusa? non ha Squarcia subito ucciso l’autore della morte di _lei_, appena che esso fu di ritorno nel mio palazzo? colui era uomo sicuro; ed avea giurato sull’evangelo che bocca non avrebbe aperto. Ma pure... e il Pagano e il Pusterla han traspirato l’arcano! oh perchè tutti non ho potuto raggiungerli all’istante colla spada di mia vendetta! Ma non provocherò io gli uomini e il cielo con queste scene di sangue? ah no, il terrore è necessario: tutti mi aborrono, tutti mi gridano parricida! L’aure hanno manifestato il mio delitto. Ma che perciò? non potrò io per questo riaver la pace? non potrò io anche confessare quello che ho fatto; mancheranno a me giudici corrotti per difendere la causa mia? ne sono mancati al padre mio, quando rapì lo Stato a Bernabò? Ah sì egli, egli di me ebbe più forte petto! Tremò egli le notti poichè ebbe dato il veleno allo zio? Ma chi poteva mai leggere in seno a quell’anima dissimulatrice! Ah sì, forse egli nel silenzio notturno, e nella tetra solitudine, provò nel petto anch’egli queste mie furie. Oh dunque tanto debole è l’umana natura! L’inferno a me dinanzi si spalanca! ecco mille demonii preparano i miei tormenti! ahi quivi io non avrò più scettro; non più corona! qual freddo mi assale a tale idea! Ebbene, io espierò questo sangue! arricchirò conventi! saranno da me fatte celebrare milioni di messe! assisterò ogni giorno al santo sacrifizio; pregherò il papa che mi mandi una reliquia onnipossente! Ma cesseranno poi con questo i miei terrori? «E il sangue, il sangue che io verso tutto dì, è egli un sangue che non grida contro di me vendetta? Ma non sono miei nemici; non sono Ghibellini, e quindi nemici della Chiesa? ed alfine, non sono io forse l’assoluto padrone delle loro vite? Oh i miei nemici tutti devono perire; essi troppo mal sicuro rendono questo trono che il ciel mi diede! E poi non è fors’anche questo un vano terrore che mi spaventa? — Chi di là venne, e mi assicura che, dove vita cessi, siavi un’altra esistenza? non ponno essere queste fole per spaventare gli imbecilli? E inoltre perchè non potrò io, come Bernabò, giunto all’estremo de’ miei giorni, piangere le mie colpe? Non sono ora nel vigore dell’età mia, nel fiore degli anni giovanili? e tremerò della morte? Ma pure questa idea feroce, la morte, a me ognora si appresenta. E tu, tu, _Donna di ferro_, cento volte ne’ sogni miei turbati mi gridasti che sarebbe la tua vendetta. Ma io saprò scansarla; e quanti sospetterò esser a parte del segreto fatale, tanti ne manderò a sbramar le canne de’ miei mastini sitibondi. I pensieri del Duca, ciò detto, presero un corso, sebben cupo, meno tormentoso e distinto. Egli passeggiò ancora per qualche tempo per la camera, di poi si gittò senza spogliarsi sul suo letto, ed un breve sonno torbido ed inquieto scese ad assopire i suoi sensi. Mille feroci larve, durante la notte, lo molestarono, e si destò il dì seguente che il sole era già alto sull’orizzonte. Egli portossi subito, come era suo uso da qualche tempo, ad udire la messa nella vicina chiesa di San Gotardo, annessa al ducale palazzo; quindi comandò si introducesse in sua presenza Arrigo Bianchi. Allorchè diede questo comando, stava Giovanni Maria nella sala maggiore del suo palazzo, la quale prendeva nome dal Trono che sontuoso e coperto di porpora e d’oro quivi su varii gradini si ergeva. Egli avea indosso un giustacuore di drappo d’oro, ed una ricchissima collana di gemme preziose scendevagli sul petto sostenendo una croce. In testa avea il ducale berretto, e pur il manto ducale scendevagli dalle spalle. In più parti dell’abito ricamata vedevasi l’arma de’ Visconti, e la Biscia tremenda apriva la bocca da cui usciva l’ignudo fanciullo. I panni di gamba erano di seta, a que’ tempi assai preziosa, e di due colori siccome l’uso; una metà di un colore di porpora vivace, l’altra metà di un lucente bianco che superava lo splendore della neve. I lineamenti di lui avrebbero ingannato il più penetrante osservatore sul carattere dell’uomo a cui erano stati concessi dalla natura. Belli e pieni di nobiltà, ora che composti si vedevano, e che la simulazione restar facevali nella quiete, altro non mostravano di equivoco se non se due sopracciglia che si avvicinavano inquiete, e davano un qualche indizio che lo spirito di colui che sì belle forme vestiva era in qualche disordine. Gli occhi ancora colla loro instabilità tradivano la compostezza maestosa di tutti gli altri suoi atti e lineamenti. Nè l’addobbo della sala era meno corrispondente alla magnificenza degli abiti del sovrano che in sè chiudeva. Sulle pareti dipinte vedevansi antiche gesta, di vario soggetto; le guerre de’ Troiani; le fatiche di Ercole; la fabbricazione di Roma; Attila cui il pontefice piega a lasciar l’Italia. La vôlta rappresentava l’incoronazione di Carlo Magno; chè tali avvenimenti aveasi fatto dipingere il buon Azzone Visconti, che non avea dimenticato il proprio ritratto. Quella sala era stata in origine da Azzone chiamata il _Tempio della Gloria_; ma di poi un tal nome passò in disuso; ancora varii cambiamenti vi erano stati fatti; e Giovanni Galeazzo, per esempio, vi avea nel fregio fatte dipingere le proprie gesta. Varii cortigiani stavano ritti in piedi a rispettosa distanza dal loro Signore, e primo fra questi appariva il primo cameriere del Duca, Bertone Mantegazza. Come Arrigo Bianchi, ancora cinto di ferri, fu intromesso nella sala, il Duca gridò: — Non già, non già; non sia vero che cinto di ferri a me compaia innanzi un mio antico compagno. Levategli quelle catene. Arrigo, nel mentre che gli uffiziali ducali si affrettavano a scioglierlo de’ suoi legami, girò uno sguardo intorno; ed incontrati i proprj occhi con quelli di Bertone Mantegazza, gli sorrise in volto melanconicamente. Era questi un antico suo collega. Il Mantegazza abbassò lo sguardo, e parve agitato da una penosa meditazione. Il Duca riprese la parola; e disse: — Ognuno si ritiri da questa sala; ma stiano le guardie di fuori pronte a comparire al menomo mio cenno. — E come ognuno si fu ritirato, vôlto al Bianchi così gli disse: — E così? sei tu diventato più saggio? la notte ha posta la calma ne’ tuoi pensieri? Sei tu pronto a soddisfare all’ingiuria che festi ieri a Giovanni Maria? — Signore, io sono sempre lo stesso: nè so quale io vi debba soddisfazione. Ma, benchè la colpa che voi mi apponete meritar possa anzi un premio, io so bene che nulla vi potrà trattenere dallo sfogare anche su chi chiamate vostro antico compagno il vostro furore! — Vuoi cangiar tuono? vuoi cangiar tuono? Non sai tu, come io so punire chi mi oltraggia? — Si, lo so, ed io già mi aspetto la quaresima di Galeazzo. — No, Arrigo, no, nè la quaresima di Galeazzo, nè la caccia di Giovanni Maria non sono per uno che passò sollazzandosi con me i più bei giorni della mia vita. Sì, noi fummo compagni, noi fummo amici. Io da te esigo ora per la tua audacia un risarcimento; ma questo costare a te non debbe nemmeno un capello. — Io non intendo che dir vogliate; ma tremo di sentirne la spiegazione. — Il diavolo ti porti, impudente riprensore! Ma ascoltami; e se il partito non è giusto, io acconsento che tu mi parli come ora fai, e in modo che guai ad un altro che si fosse arrischiato di dirne la centesima parte! Ma tu sai che sempre ti ho prediletto. Odimi. Tu ieri a me sottraesti una testa ghibellina carica di scelleratezze, e piena di vento e superba albagia; una persona che a una famiglia appartiene che, per essere stata autrice della fatale disgrazia che mi rapì una madre che io amava, caddemi in odio mortale, ed ho sacrato in espiazione per placare lo spirito di una sovrana tradita che la reclama. Sì, tu sai che questi Pusterla, dando mano ai traditori Ghibellini che assaltarono Monza, furono ancora gli autori della morte della Duchessa mia madre. Ora nessuno di essi, ove in me sia il potere, dee respirare un solo istante la vita che io posso rapirgli. Una vita che io sacrai pertanto alla più giusta di mie vendette, una colpevole vita, tu ieri mi togliesti, forse perchè affascinato dall’amore per la figliuola di quell’uomo da me aborrito. Io udii gli accenti che, secondo ogni apparenza, a lei volgevi. Ma ancora questo non è che supposto, e se non fosse, ebbene è per lo meglio! se è, non sarà Giovanni Maria che opporrassi ad una tua pazzia. Io sono indulgente, lo sai, in queste cose: nè si fa mai la guerra al sesso femminile, fra il quale non regnano le distinzioni di Guelfi e di Ghibellini. E qui il Duca fece una breve pausa, come per dar campo ad Arrigo di dargli una risposta. Ma questi non aprì bocca, e Giovanni Maria dopo un istante proseguì. — Ebbene, tu mi togliesti la vita di un uomo che io già con inchiostro di sangue avea segnato sul mio libro nero di proscrizione, e che non può più esistere. Anche la figlia di lui era compresa nel ruolo fatale che condanna chi vi entra a lasciare la vita; ma, comechè perito sia sotto il pugnale di Squarcia un fanciullo di lei più innocente, pure la giovinetta, se l’ami, io a te la dono. Però ad espiare la tua colpa, ed ancora per la gratitudine del favore che io ti profferisco, tu a me devi la promessa di un servigio. Il Duca fece nuova pausa; ma Arrigo neppure questa volta non aprì labbro. — Sì, — proseguì allora il Duca dopo qualche tempo; — quella vita che tu sottraesti ieri al colpo fatale che troncar ne dovea il filo, quella vita a me è dovuta. Il Pusterla oggi, senza dubbio, lascerà la città; nè io, per la prevalenza ed il furor de’ Ghibellini, potrei colla viva forza trarlo nelle mie reti: troppo è forte il partito che lo sostiene, troppo ancora egli è amico di Facino; e Facino, sebbene infermo, pur vive. Ma tu devi espiare il tuo fallo. Pochi hanno il tuo coraggio; pochi hanno la tua forza colà ove quel vecchio se ne sta siccome uccello di rapina, rintanato nel suo castello. Tu devi recarmi la testa del Pusterla. Non temere che altri vendichi la sua morte. Rispondi. Dopo, se a te aggrada, potrai far tua la di lui figlia. Una vampa di fuoco a quella cruda proposizione salì al volto del giovane Arrigo, che fino allora a stento avea contenuto lo sdegno che la simulazione e gli empi raggiri del Duca in lui movevano. — Ed è a me, che lasciai la Corte tua per non essere a parte degli assassinj che ivi si commettono; ed è a me dunque che voi osate proporre così il più scellerato degli assassinii? Voi vendicar volete la morte di vostra madre? Or bene, a che tardate; non sarà mai troppo da voi lontano che ne troverete l’uccisore. — Che dir pretendi! — con voce orribile, e montando nelle furie più tremende, sclamò il Duca, il cui viso divenne fuoco, di cui gli occhi spalancati, rotandosi, parvero voler uscire dalle loro orbite; che strinse d’ambe le mani i pugni, e i denti gli battevano siccome uomo preso dalle più spaventevoli convulsioni. — Io di già l’ho detto; e tu di già troppo m’hai compreso! — Sì, troppo, — replicò il Duca: — in un’accusa tanto oltraggiosa tu pronunciasti la tua capitale condanna! Olà! sia caricato di catene costui, e gettato nel carcere più profondo del palazzo. E se egli apre labbro sia ucciso. — Queste parole erano rivolte alle guardie, che appena chiamate comparvero nella sala, e che via seco condussero il giovine altero, che con un sorriso amaro di disprezzo accompagnò coll’occhio il Duca finchè lo perdette di vista. Un istante dopo che Arrigo si fu ritirato, Bertone Mantegazza annunziò al Duca che Beatrice Tenda chiedeva di essere ammessa alla sua presenza. — Beatrice Tenda! — sclamò il Duca. — Ora che vuol da noi questa degna sposa di Facino? Ma ancora non è il tempo di rimandarla. Venga, questa Amazzone imperiosa. Ancora dovremo sorbirci le stucchevoli sue ciancie; ma sarà per poco, io spero. Veramente ora non bramerei la presenza di alcuno; ma a costoro ancora non conviene chiuder la porta. Potrebbero essere esagerate le notizie del pericolo in cui è la vita di Facino. Beatrice Tenda, donna illustre nell’istoria della nostra patria per il virile suo animo, per la sua ambizione, e soprattutto per la sanguinosa catastrofe che pose termine a’ suoi giorni, trovavasi allora in quell’età in cui la donna tramonta verso la vecchiezza. Ma la sua alta e ben proporzionata statura, le sue virili forme, l’espressione imperiosa del suo sguardo, la ricchezza dell’abito suo, ancora davano ad essa un’aria di beltà, la quale, unita al vasto dominio del marito, determinò poi il successore di Giovanni Maria a farla sua consorte. Nozze infelici, da cui non partorissi che odio e rancore e dissensioni, dalle quali provenne poi la morte della nobil donna, non senza indelebile taccia di ingratitudine per parte del Conte di Pavia suo marito, che ebbe la crudeltà, su d’una falsa accusa, di farle troncar la testa nel Castello di Binasco. Beatrice Tenda comparve nella sala, e la sua aria maestosa incutè un istante rispetto nel giovine Duca, che a lei si volse, e malignamente le chiese quale fortunato accidente fosse cagione che a lui si presentasse la nobile Beatrice Tenda. — Non parlate di fortunati accidenti, illustre Duca; non parlate di fortunati accidenti ad una donna, il di cui cuore è contristato più che mai dall’afflizione. Il nobile Facino, colpito da una malattia poco nota e crudele, sta per essere trasportato a Pavia, per quivi ricevere i soccorsi dell’arte che a lui recar può la scienza del famoso Marsilio di Santa Sofia; ed in breve io partirò per quella città, perchè dalla presenza mia, dalle mie cure, egli riceva quel conforto che altri non mai con egual amore a lui porger potrebbe. Ma prima un dovere di pietà ed amicizia mi porta un istante ai vostri piedi. — Dunque Facino è così a mal partito? Questo è bene, come voi dite, una novella di gran momento! Io mi rallegro che voi siate stata sollecita a recarmela. — Ah, ben lo veggo, ancora voi pel mio consorte non nutrite che sospetti ingiuriosi! Egli vi servì fedelmente; egli solo sostenne il crollante vostro soglio; egli tuttavia le armi impugna per dilatare il vostro dominio: ma voi i di lui meriti gli ponete a colpa; ingiuriate le intenzioni sue rette; e con piacere voi sentite il pericolo che minaccia i suoi giorni preziosi. — Preziosi voi dite! Sì davvero! non dipendono da lui Tortona, Voghera ed Alessandria, oltre gli altri feudi molti che concesso gli abbiamo sul Milanese? — Ma quando egli sia perito, di voi poi che sarà? Il Conte di Pavia asconde più senno ed ambizione che voi non ne sappiate misurare: io lo conosco. Egli e i Malatesta invidieranno il vostro dominio. Non furono visti altre volte rapirsi i fratelli fra di loro lo Stato? ricordatevi come morisse Matteo. Ora, finchè il nobile Facino vivrà, chi contro di voi oserebbe porre in opera o la violenza o il tradimento? Ma s’egli muore, ove sono gli eserciti che vi difendano, ove i capitani che sappiano sventar le arti di un fraudolento nemico, sostenere il vostro trono? La città non spira che inimicizie di parti: nel mentre che fra di loro si scanneranno Guelfi e Ghibellini, voi non avrete un solo che penserà a difendere i vostri diritti alla corona. — Beatrice Tenda, che pretendete voi? Non sarà già dal senno vostro che attingerà Giovanni Maria i suoi consigli. Non ho io braccio capace di trattare la spada contro chi pretendesse assalirmi? Ma la mia tolleranza è quella che mise ardire in costoro, che di già troppo hanno goduto dei frutti di mia bontà. Or via, finiamola. Io rispetto la virtù di Facino; ma, conveniamone, fu una virtù assai interessata. Io rispetto in voi la sua nobile consorte; ma non vi arrogate di trattarmi con quell’orgoglio con che forse la debolezza del mio generale permette che voi lui trattiate sotto il tetto della sua casa. Su via, a me qual cagione vi conduce? — Signore, perdonatemi se la stima che io ho per il bravo mio sposo, con troppo calore mi rese difenditrice della sua fama. Voi però sapete quale umile devozione ciascuno di noi professi alla Maestà Vostra! — Io già vi ho perdonato; parlate. — Io venni da voi per impetrare una grazia. — Una grazia! Molte già ne ho a voi concesse; di buon grado e un po’ per forza, molte, voi il sapete, ne ho concesso al nobile vostro consorte. Or che volete? — Un giovine, un tempo vostro amico, udii essere caduto in vostra disgrazia. Io vi chieggo la vita di Arrigo Bianchi. — Bella fraternità, quanto grata tu giungi al cuore del padre di questa città, prima fatalmente tutta in dissidj! Ecco finalmente riconciliate le parti, ecco chiedere grazia pel Guelfo il Ghibellino! Che non darei io a tanta virtù! Ma voi sognaste, nobile Beatrice; Arrigo Bianchi non è in mio potere. O nobile Beatrice, parmi che, con tutta la virtù vostra, i vostri sogni vi richiamino alla fantasia giovani ben vigorosi! — Deh, non tormentate una donna di già rammaricata fin nel profondo dell’anima. Deh, se cosa alcuna ancora ottener ponno i miei preghi, io vi supplico, quel giovine a me donate. Io so di certo lui essere in vostre mani. — Signora, voi mi chiedete cose impossibili. Io non posso che ripetervi che questi sono sogni; nè potrei compiacerlo se questa domanda mi facesse lo stesso Facino. — Ah voi non gliela neghereste, se egli fosse capace di qui mostrarsi cinto delle sue armi, — disse Beatrice con un nobile risentimento. — Beatrice Tenda! — gridò il Duca con voce tremante, — voi mi ingiuriate; e voi meritereste che io vi facessi provare che non soffre da alcuno tali oltraggi Giovanni Maria! Ma voi siete una donna privilegiata. Ritiratevi però, ritiratevi prima che io mi muti di consiglio. Ma no: io dimenticava che vuolsi agli amici concedere la facoltà di consigliare gli amici; e noi dobbiamo essere grati alla nobile moglie del vittorioso Facino. Bella Beatrice, voi siete libera di ritirarvi. Tolga il cielo che noi puniamo chi anzi merita tutta la nostra gratitudine. Quest’ultima parte della sua risposta fu profferita dal Duca coll’aria del più amaro sarcasmo; e, volgendole le spalle, si ritirò. — Anima vile e paurosa, quanto perfida e superba! — sclamò Beatrice a mezza voce, poichè egli fu uscito dalla sala: — Affretti il cielo la punizione di tutti i tuoi misfatti. — E piena di dignità si mosse per partire. CAPITOLO XXI. IL DELITTO VENUTO IN CHIARO Non appena si fu diffusa per Milano la notizia che Facino Cane, travagliato da pericolosa malattia, lasciava Bergamo per recarsi a Pavia, per ricevere i soccorsi di quegli illustri medici che insegnavano nell’Università, cioè a dire Marsili di Santa Sofia, Pietro Ruscegnano e Giovanni Visdomo, che subito un sentimento di inquietudine e timore era sorto fra i Ghibellini. Ma quale fu lo sdegno e il malcontento di tutti allorchè, la mattina seguente al giorno che sì fatale novella era pervenuta nella città, si ebbe udito come il Pusterla era stato dal Duca assalito, ed avea corso pericolo di perdere la vita; che egli quindi avea stimato bene di partir da Milano e lasciare una città nella quale credea non potere più vivere in sicurezza. Ben tosto i principali di quel partito cominciarono a scorgere nella morte di Facino, che alcuno pronosticava, la caduta della propria potenza. Il Duca era favorevole ai Guelfi, ed avea dato pur troppo recente esempio del suo mal animo contro i principali di coloro che portassero il nome Ghibellino: la notizia che Facino realmente erasi recato a Pavia, e la partenza di Beatrice Tenda per quella città, fece risolvere i principali del partito di cui Facino era capo a lasciar la città, fatta per essi asilo pericoloso; ed i più si portarono a Monza ove gli stimolava di radunarsi Giovanni Pusterla. Difatti il vecchio Pusterla, agendo, secondo gli impulsi di recente ricevuti, con tutto quell’ardore di che era dotato l’animo suo, si dava a cercare mezzi per salvare il Bianchi; e poichè una lettera di Beatrice Tenda l’ebbe istruito che nulla eravi a sperare dalla sua mediazione, e nulla valere in questa circostanza l’autorità di Facino, egli avea di già risoluto nell’animo suo di tentare una congiura contro il Duca, e vendicando sè e i suoi parenti, salvare Arrigo, e con esso ancora il proprio partito che minacciava rovina. Una consimile idea, sebbene risvegliata da sentimenti ancora più generosi, nacque in un altro dei personaggi che sono a conoscenza del nostro lettore, io voglio dire il bravo Azzo. Egli pensava, con rischio ancora della propria vita, a salvare quella dell’amico al quale lo stringeva il più nobile de’ legami; ed a tal uopo con grande audacia si diede a sollecitare un personaggio assai possente in Corte perchè con lui volesse cooperare all’assassinio del mostro che ivi occupava il trono. Ma la tela del vecchio Pusterla tessevasi con maggiore rapidità: i Ghibellini radunati in Monza, come coloro a cui le misure più violente erano sempre le più gradite, con ardore abbracciavano il partito da lui proposto; e di giorno in giorno cresceva il numero de’ congiurati. Quando parve al Pusterla avanzata la trama, egli giudicò conveniente proporre ad Estore Visconti di secondar le loro mire, occupando colle sue truppe Milano tosto che fosse il Duca per opera loro stato spento. Ma l’animo di Estore era troppo alieno da tutto ciò che macchiar poteva la propria fama per gustare un simile partito, dopo di aver stretta di recente una lega col Duca. — No, — diss’egli, — io ho fermata la pace con Giovanni Maria, nè ho pretesto alcuno per infrangerla; meno poi per porgere mano ad un tradimento che ha per oggetto di rapirgli la vita. Vendichino, se loro piace, i Ghibellini le loro ingiurie; non sarà mai che per favorirli Estore contamini il suo nome colla perfidia. Ma pure assai mi pesa vedere l’empio governo di mio cugino; e se un pretesto lodevole io avessi, di buon grado io vorrei rompere que’ legami che a lui mi uniscono! Però l’ambizione è il più forte demonio della tentazione; e tanto martellava che un istante facea vacillare la volontà di Estore. Egli richiamò a sè quella sera stessa in che il Pusterla confidato gli aveva il segreto, chiamò a sè, dico, frate Alessio di Seregno, che era stato nominato vescovo di Piacenza da Giovanni XXIII, ma che pel disordine in che teneva la Chiesa il grande scisma che allora tuttavia durava, mai non aveva potuto entrare in possesso della sua carica. A lui egli, sotto sigillo di confessione, rivelò la congiura de’ Milanesi, domandandogli il suo consiglio. Frate Alessio, uomo fanatico, sebbene rette fossero le sue intenzioni, si era assuefatto a risguardare il Duca di Milano come un Adonizzebecco, come un Acabbo; e posciachè era stata a que’ tempi pubblicamente anche nel Collegio della Sorbona di Parigi difesa la empia dottrina del tirannicidio, egli pure la credea santa; sicchè udita la macchina, sclamò: — «_Exurge, Domine, adjuva nos, et redime nos propter nomen tuum._» Sì, grazie rendasi al Dio degli eserciti: egli alfine destossi, ed armò il suo possente braccio del dardo della vendetta. Non sia in vano, non sia in vano! Egli è ben tempo che colui che uccise di spada di spada sia ucciso: egli è tempo che egli sconti la pena de’ suoi delitti! Cada questo feroce Acabbo che non temette il Dio d’Israele, e come avvenne a Jezabele, pasto sia il vil suo cadavere dei cani. E voi, nobil Estore, dubitate sia colpa lo spegnere un tiranno? Fu dunque colpa in Mosè il far cadere l’orgoglioso Faraone nell’onde? fu colpa a Jaele ficcare il chiodo nelle tempia di Sisara, ed a Giuditta troncare il capo del tremendo Oloferne? Il merito che ebbe Finees nel vendicare l’oltraggio fatto a Dio in cospetto a tutto Israello, l’egual merito voi avrete impugnando il brando contro di questo mostro che desola un popolo generoso! Ma Estore accigliossi, e disse: — Eppure diversamente tuttavia mi consiglia il mio onore! E nondimeno ciò che voi detto mi avete mi può determinare a giovare indirettamente ai congiurati; io domani radunerolli segretamente in mia presenza. Ma noi dobbiamo qui affrettarci di dichiarare che le massime di frate Alessio erano empie; e che furono infatti qualche anno dopo condannate nel Concilio generale di Costanza. Il giorno appresso furono i congiurati radunati nella maggior sala del Castello di Monza, ove Estore risiedeva. Erano da dodici a tredici; e fra questi distinguevansi, oltre il Pusterla, Ottone Visconti, Ambrogio Gabriele e Riccardo Trivulzio, Parisio da Concorezzo, e Jacopo Aliprando che, da guelfo che era, da alcuni anni era passato fra la fazione dei ghibellini. I ragionamenti furono varii e vivi, nè qui molto importa riferirli. Tutti convenivano nel veder pericolare il loro partito durante la malattia di Facino, o accadendo la sua morte. Quello che però dava timore ai congiurati erano le recenti notizie che il famoso Marsilio di Santa Sofia avea assicurato Facino che egli gli avrebbe restituita la sanità. Troppo leale era Facino per non trarre dell’assassinio del Duca la più acerba vendetta. Erano nel calore del dibattimento, quando entrò nella sala uno de’ congiurati che stava fuori di guardia, ed annunziò che uno straniero cercava istantemente di essere ammesso per recar al nobile Estore novelle recenti della salute dell’amico suo Facino. I congiurati pregarono Estore che volesse udirlo in loro presenza, ed il bastardo di Bernabò diede ordine che il portatore della novella venisse introdotto nella sala. Un gioioso sorriso, forse effetto di antiche ricordanze, spuntò in viso di Estore nel ricevere il portatore delle novelle risguardanti Facino; poichè costui era persona di sua conoscenza, come ancora lo è del nostro lettore. Era il bravo, o per meglio dire quel ribaldo galante e vanaglorioso di Antonio Carcano. — Che ci annunziate, o Carcano?, — disse Estore. — Ma per dio non inventateci qualch’una delle vostre frottole, che per ora almeno non abbiam tempo da porgervi orecchio. — Illustre signor Estore, — disse il Carcano, — io vi giuro per la corona ferrea di Monza che non aggiungerò una sola sillaba alla verità. — Ebbene, come va la salute del bravo Facino? — La salute! non nominate più questa parola per il più bravo dei condottieri delle armi ducali. — Che volete voi dire! Non aveva il professore Marsilio di Santa Sofia assicurato che egli in breve sarebbe risanato? — Sì, questo è ben vero che il professore Marsilio lo avea assicurato; ma che perciò? È egli a stupire che più di una volta col medico non si accordi la malattia? Erano quattro i professori che stavano intorno al letto di Facino subito che giunse a Pavia. Tutti riportavano le autorità di Ippocrate, di Celso, di Galeno, di Avicenna, della Scuola Salernitana; ma nessuno troppo si accordava coll’altro; tutti per altro dicevano la malattia assai pericolosa. Ma come avviene, ecco che il sig. Marsilio, in tuono di chi profferisce un oracolo, dice: «No, no, il signor Facino risanerà seguendo il metodo di cura che io proporrò.» Era il povero Facino allora veramente in istato che faceva pietà. Dolori acutissimi lo trafiggevano ne’ fianchi, nè erano cessati dopo alcune cavate di sangue che di concorde parere gli aveano i medici ordinato; ora il Marsilio nuovamente gli ordina che si faccia aprire la vena e gli altri medici aveano abbandonata la cura. Il giorno appresso sangue ancora; il terzo dì ancora sangue. — Il Marsilio si ostinava nel dire che il suo ammalato stava meglio; e Facino andava in vece sempre più sentendo il peso del suo malore. Egli finalmente forma una risoluzione; bandisce il Marsilio, e dice: «No, il sangue di Facino non deve più spargersi che sul campo.» Ma tornati gli altri medici al suo letto, trovano Facino troppo di già estenuato, e dichiarano che la vita del generale non potea più durare che alcuni giorni; non esservi più a sperare soccorso dalla natura; ed anzi esortano a recargliene la novella fatale. Ma Beatrice Tenda, tutta dolente, si rifiutava di assumersi quell’uffizio doloroso; l’arcivescovo di Milano, Bartolommeo Capra, che era di recente giunto a Pavia per visitare l’amico infermo, egli pure negava di essere il portatore infausto del tristo avviso. Si fa a me calda istanza perchè io glielo rechi; ed io che non manco mai del coraggio necessario quando si tratta di servire un amico.... — Come appunto avete servito in Erba il Rusconi, — non potè a meno di interromperlo Estore. — Come appunto avete servito, nel bosco presso il Castello del Monte, Arrigo Bianchi, — soggiunse il Pusterla. — Ah, siete qui voi, signor Pusterla; ebbene, ebbene, lasciamo le baie, chè il caso fu assai più serio che non pensate. Io adunque mi incaricai di portare a Facino la novella della inevitabile sua morte. Dicea fra me: «Alla fine non gli faccio che un servizio; e sarà anche un’occasione di più perchè egli si ricordi del suo Antonio, che tanto si avea caro negli ultimi giorni della sua vita. Ma, poveretto, ha terminato ora di ridere alle spalle del Carcano!» — Con tutta quella gravità adunque che potei assumere maggiore, io entro nella sua stanza. — «Carcano sto male assai!» mi disse con voce fioca il povero Facino. Se parea quegli che tanta paura mi avea fatto sotto Erba! Ma avvistosi della confessione che suo malgrado gli era scappata dal labbro, si affrettò a soggiugnere: «Voglio dire non già a me, ma al presidio del Castello.» — Lo so, io gli risposi; ma vengo a darvi una notizia che forse non vi spiacerà. — Che hai a recarmi? Sii breve: la mia povera testa mal regge ai tuoi cicaleggi; via, parla. — Signor Facino, i vostri patimenti non ponno durare: tutti i medici ne sono d’accordo. — Persistono adunque a dire che io guarirò? — Ah no, caro mio Signore, la morte da voi non è anzi lontana! — Allora Facino, vôlto verso di me il capo e guardandomi con un occhio truce e veramente spaventoso, mi dice: «Ebbene, tu pure t’apparecchia a precedermi, cane scortese che sì bella notizia mi recasti. Una notizia non meno bella io ti annunzio, che fra due ore tu sarai sul patibolo.» Potete bene immaginare quale effetto producessero in me queste parole. Lo confesserò: io tremava come una foglia percossa dal vento; il mio coraggio mi aveva abbandonato: Facino io sapeva bene esser uomo da mantenere la sua parola. — E come vi siete salvato? — chiese Estore. — Salvato! e chi mi avrebbe potuto salvare, se il sig. Facino avesse voluta la mia morte? Ma fortunatamente Facino non volle che fare un’ultima celia: chi l’avrebbe detto! Poichè mi ebbe veduto impallidire, e, voglio pur dirlo, prorompere in un dirotto pianto, supplicandolo ad avere pietà di un uomo che tanto lo avea amato, egli mi disse: «No, Carcano, io nol dissi che per farti comprendere qual sentimento dovrà in me destare la notizia che tu in termini tanto improprj venivi ad annunziarmi. Va, ti saranno pagati cento fiorini d’oro per indennizzarti dello spavento avuto; e ricordati di Facino, il quale non amò mai la crudeltà. Sì contro i Francesi che erano in Alessandria io esercitai un giorno severa vendetta; ma troppo grave era l’oltraggio che io dovea punire!» Queste sono le ultime notizie che dar vi posso, perchè non son rimasto due soli minuti di più nel Castello di Pavia. — Questo potevi anche tacere, — disse Estore; — ciascuno di noi che ti conosce, bene lo immaginava. Ora via, Carcano, va che avrai bisogno di ristoro dopo la fatica del viaggio; e troverai ancora nelle cantine del Castello tal vino che ti farà, in parte almeno, passare il freddo della paura. — Paura! Io non l’ho mai conosciuta la paura, — soggiunse l’impudente millantatore: — ma farò a modo vostro, sig. Estore; poichè veramente sono venuto quasi senza posarmi da Pavia sino a Monza. Ritirato che si fu il Carcano, i Congiurati con maggior calore si diedero ad instare presso di Estore perchè si dichiarasse loro sostenitore. — Noi, — gli diceva il Pusterla, — noi sosterremo tutto il rischio dell’impresa. Voi non ne avrete che il vantaggio. Morto il Duca, noi proclameremo voi Signore della città, in compagnia di Giovan Carlo Visconti; e voi non avrete che entrarvi colle vostre schiere a prenderne pacifico possesso. In mezzo alla confusione, nessuno oserà opporvisi; nè il conte di Pavia ha bastanti forze per contendervi la sovranità della città. Scarse sono le schiere del Duca e si dichiareranno in vostro favore; poichè che cosa hanno mai a guadagnare opponendosi? Il Castello, se non subito, vi sarà reso quando vedrassi che il Conte di Pavia non muovasi contro di voi. Che se avesse l’imprudenza di farlo, ciò che vera imprudenza sarebbe, mentre è già di troppo egli stesso mal sicuro in Pavia, il partito intero dei Ghibellini vi sostiene; e quanto sia forte voi lo dovete sapere, e ben lo mostrò più e più volte dopo la giornata del _Malcantone_. Ma Estore disse: — No; se l’interesse solo fosse quello che muovere mi dovesse, io non esiterei un solo istante ad abbracciare il partito che mi proponete; ma poichè un trattato mi stringe col Duca, non fia mai vero che io lo tradisca, per usurparmi il suo Stato. Eppure, oh, avessi io un giusto pretesto, come desidero, per rompere con quel crudele la guerra! Qui nuovamente la porta della sala si aperse, e colui che stava di guardia entrò ad annunziare che un messo di un personaggio di grande affare chiedeva di essere introdotto. — Nessun pericolo è in udir sua imbasciata, — disse Estore; — e chi sa ch’egli non rechi qualche importante notizia? — Il messo fu adunque intromesso, e trasse fuori una lettera che era diretta all’Illustre Estore Visconti. Poichè il Visconti l’ebbe ricevuta, la scorse cogli occhi, e quindi detto a colui che era di guardia che tornasse ad invigilare alla porta, disse: — Signori, questa lettera è del _Pagano_; uditene il tenore: «Illustre Estore,» «Da un amico io fui istruito che qui si trama una congiura contro Giovanni Maria, e venni istigato ad entrarvi. Stimoli non erano necessarii per un uomo che vive solo del desiderio di vendicarsi di un tiranno che lo condusse a menare una vita disperata, spogliandolo de’ suoi possessi e rivoltando contro lui le armi di tutti i vili che di buon grado troncata avrebbero la sua testa per ritrarne il prezzo dell’assassinio. Ancora io sentii che voi incerto ve ne state se dobbiate dar mano ai congiurati, mancando di plausibile motivo per dichiarare la guerra allo snaturato Giovanni Maria. Però, se a me un vostro salvocondotto voi concedete, io questo motivo ho a somministrarvi, ed unirò la mia spada, sebben Guelfo, a quella de’ Ghibellini. Confidate pure nel portatore della presente, che è persona sicura.» «_Pagano_.» — Udiste, signori! Ebbene, se si verificheranno le promesse di Pagano, che io conobbi alla Corte del Duca, e che ora nessuno sa ove siasi ritirato, io non esiterò ad abbracciare la causa vostra. — Scrisse quindi due linee; porse il foglio che le conteneva al messo, e gli disse: — Questo è un salvocondotto, recatelo al gran Pagano, e soggiungetegli che qui è atteso con impazienza. Il messo, al quale queste parole Estore rivolgeva, era uomo di robusta corporatura: tutto coperto di ferro, avea calata la visiera dell’elmo, sul quale, per cimiero, era un dragone in atto di agitare le terribili ale membranose, aperta la bocca sanguigna, spalancati gli occhi fiammeggianti. Egli teneva inoltre in un gran mantello avvolta la persona; e stette col capo chino fintanto che Estore gli ebbe consegnato il salvocondotto. Ma come l’ebbe, e intese le parole amichevoli del signore di Monza, aprì il mantello che lo copriva, ed alzando la visiera lasciò vedere lineamenti, che molti riconobbero fra gli astanti, i quali sclamarono: — Pagano il grande! — Sì, Pagano il grande, — disse il guerriero che il nostro lettore già ravvisò per l’incognito abitatore del Buco del Piombo; — Pagano sta alla vostra presenza; e vel condusse la più viva impazienza di vendetta. — Quindi ponendo la mano sulla spada, proseguì: — Già da molti anni quest’acciaro è stato coi riti più tremendi consacrato ad imbeversi nel sangue del tiranno che di tutto mi privò perchè io sono testimonio della sua scelleratezza! Ora finalmente splende il giorno della vendetta; la mano del Cielo raggiunse lo scellerato. Voi, nobil Estore, altro non cercate che un motivo per porvi nella schiera di chi punirà quel tiranno? Ebbene, sappiate adunque, ed io sono pronto ad attestarlo col più tremendo dei giuramenti, che l’empio Giovanni Maria, oltre molti altri misfatti, è colpevole del delitto spaventoso che rende l’uomo odioso alla natura; io voglio dire del più orribile parricidio. In seno io serbai finora questo secreto: troppo esperimentato avendo in me stesso quanto fatale riuscisse ad ognuno che lo conserva! Ma ora sappiasi dal mondo intero, e sia la rovina del tiranno che esso riguarda. Su via, nobil Estore, se il crudele Giovanni Maria assassinò la propria madre, non vendicherete voi la figlia di Bernabò, il sangue di una vostra sorella? Un fremito sordo della più profonda indegnazione si udì per tutta la sala. — Ah sì, muora il tiranno, — sclamò il Pusterla. — _Muora il tiranno_ — ripeterono tutti i congiurati ad una voce; e porgevansi a vicenda la mano, e stringendola profferivano i più tremendi giuramenti. — Nè io esiterò più a secondarvi, — rispose Estore: — ogni vincolo di amicizia o di sangue, ogni patto fra noi per sempre è spezzato; sì, ve lo giuro che con ogni mia forza io procaccierò vendicare l’oltraggiata natura; e senza indugio io farò intimare al tiranno, siccome l’onor mio lo richiede, la guerra. CAPITOLO XXII. L’INCERTEZZA TERRIBILE Frattanto, combattuto da un’interna ripugnanza, e come da un rimorso, il feroce Duca aveva di giorno in giorno procrastinata l’esecuzione della crudele sentenza che egli contro il Bianchi di già aveva pronunziata, e che pure nel suo animo era fermo di non volere in alcun modo revocare. In mezzo a queste titubanze, era giunto il giorno decimosesto di Maggio, giorno per sempre memorabile per gli avvenimenti che in esso accaddero; e questo egli avea stabilito siccome ultimo termine della vita di quello sventurato. Altro motivo per serbarlo in vita era anche stato fino allora la novella che Facino avrebbe ricuperata la salute, e l’avergli lo stesso Facino per mezzo del milanese Arcivescovo chiesta in dono la vita del Bianchi. Sebbene risoluto a non concederla, il Duca, le cui idee, come noi dicemmo, erano spesso in disordine, non avea ancora saputo fermare la risoluzione di sacrificarlo, temendo non Facino gliene avesse a chiedere conto rigoroso. Entrato adunque quella mattina, pieno della feroce risoluzione di non più ritardare il supplizio di Arrigo, entrato Giovanni Maria nella sala del Trono, ove rispettosamente lo attendevano i suoi cortigiani, gli venne annunziato che un messo, allora allor giunto, di Estore Visconti insisteva per essere tosto ammesso in sua presenza. — Introducetelo, — disse il Duca; — non conviene a noi fare aspettare un messo di Estore, nostro cugino ed amico. — Venne pertanto tosto il messo introdotto nella sala; e questi era appunto il Vescovo di Piacenza. Frate Alessio di già toccava i primi limiti della vecchiaia. Grande della persona e scarno, i suoi folti capegli grigi, spessi e in disordine, ingombravano una fronte non troppo maestosa. Due occhi piccoli, grigi e vivaci, mostravano il loro fuoco sotto due folti sopraccigli biancheggianti che li adombravano; il suo colore era piuttosto pallido; tutti i suoi lineamenti mostravano un carattere irritabile e severo. Egli si volse al Duca, e così gli disse. — Duca di Milano; non io vengo ora a parlarvi, siccome banditore della volontà del cielo: del tutto profano è l’uffizio di cui mi incarica il mio protettore, Estore Visconti. Egli mi ingiunge che di sua parte io vi intimi, che giammai da questo punto in poi non può più fra voi e lui esser pace di sorte alcuna; ed il motivo egli a me non lo confida; e solo mi disse, che sappiate aver egli parlato col Pagano! Tramutossi in viso il Duca all’udire questo nome, quasi fosse uno scongiuro: — Estore dunque, — egli rispose, — apre le porte della sua Corte a de’ banditi, i più invidiosi nemici della nostra tranquillità, e porge orecchio a coloro che più nefandamente con ingiuriose calunnie contaminano la nostra fama! Ora son questi i meriti che Estore rende al cugin suo pei tanti benefizii che gli ho accordati? Ma via, che pretende egli? che io, signore della possente Milano, tremi perchè le armi contro di me muovere intende Estore, soldato di ventura? — No, non di Estore, o Duca, tremate, — riprese arditamente il Vescovo di Piacenza, — non di Estore, ma di Colui innanzi al quale polvere e loto sono Estore, il Duca di Milano e tutti i Principi della terra. Giovanni Maria, uno sguardo una volta volgete alle vostre iniquità; piangete, lacerate i vestimenti regali che vi ricoprono, preparatevi a far penitenza, se ancora per voi è tempo: grande è la divina misericordia, chi sa che non vi sieno rimesse le vostre colpe? Ma indurito è il cuore di Faraone, voi perseverate nell’iniquità! Voi adunque tremate. Siccome Baldassare, voi fra scelleratezze, bagordi e concubine, passata avete la vostra vita; tremate chè, come a quell’empio Re, una mano tremenda sta scrivendo in questo punto la vostra condanna. Il Duca si morse ferocemente le labbra, e sclamò: — Frate Alessio, il tempo è passato che un uccello delle tue penne tanto alto garrir ardisca contro un principe che a nessuno dar conto deve delle sue azioni! Enrici IV più non sono al mondo! Ma ringrazia, ringrazia il cielo che oggi i miei cani abbiano già altro pasto. Ritirati; e le vecchie tue gambe sieno ben pronte a portarti lungi di qua, prima che si penta Giovanni Maria di aver mostrata, a riguardo di un frenetico par tuo, tanta indulgenza. Il Vescovo si ritirò, il Duca parve agitato dalla più violenta e rabbiosa lotta di passioni. Egli pensava alle parole del messo, ed all’arcano che sì fatalmente era stato svelato ad Estore dell’assassinio da lui commesso della propria madre, e parevagli che veramente la vendetta di lei già cominciasse. Ma finalmente, a tutti i furiosi rimorsi che entro di lui si alzavano, parve che egli ponesse un freno. — Ringrazi, ringrazi il Vescovo di Piacenza la sua dignità sacerdotale, che sola l’ha salvato. Senza il timore di commettere un sacrilegio, egli sarebbe stato già da me fatto gittar in fondo di una torre per non più uscirne. Or via, a lui più non si pensi; andiamo ad udire la messa nella nostra Chiesa di San Gotardo. Appena comparso il messaggero di Estore, l’impetuoso Vescovo di Piacenza, era entrata nella sala una giovine donna, la quale in una faccia profondamente scolpita dall’afflizione mostrava non poche impronte di una rara bellezza. Una candida veste la ricopriva, ancora in disordine erano le sue chiome, e null’altro ornamento avea intorno alla persona tranne che una collana d’oro da cui pendeva l’effigie del Duca. Non era costei la sventurata Antonietta Malatesta, sposa del Duca, ma da lui odiata, ora che tutta la sua famiglia era caduta in sua disgrazia, e però dalla sua persona interamente allontanata. Era una delle molte cortigiane di Giovanni Maria; ma di età assai tenera, e quella che dal Duca era più favorita, e ricambiata, se pure era ciò possibile in simil mostro, ricambiata di vero affetto. La misera, udite le ultime parole del suo signore, fecesi innanzi; a lui presentossi, e prosternandosi a’ suoi piedi: — Ah no, — gli disse, — fermatevi. Non movete passo fuori del Palazzo: un sogno funesto, un funesto sogno... — Eh via, Caterina, — disse il Duca con qualche dolcezza. — Abbiamo noi a perdere il nostro tempo nell’udire i tuoi sogni? — Deh! non partite, uno spaventoso sogno mi fa tremare per la vostra vita... Io sognai che voi eravate oggi trafitto dai colpi di molti congiurati. Venni per isvelarvi il mio terribile sospetto; ed oimè, oimè che le parole di quel tremendo sacerdote hanno raddoppiato mille volte i miei terrori! Non vi minacciò egli in oscuri modi quello appunto che il ferale mio sogno mi presagisce? Il Duca, alzando la supplicante, le disse: — Alzatevi, Caterina, alzatevi; non temete... Io ho delle guardie intorno la mia persona; in Corte non temo di tradimenti. Pure, anco in altro modo io vi tranquillerò. Correte, se ancora siete in tempo, arrestate frate Alessio; ma s’egli è fuori del palazzo non converrà fargli violenza. Pochi tratti di corda gli strapperanno di bocca i segreti che egli forse coll’aria del mistero mi voleva annunziare. Un profondo silenzio successe a questi ordini. Alcuni de’ circostanti, che pel loro uffizio si credettero astretti dal comando del Duca, uscirono dalla sala; ma poco dopo rientrarono, riferendo che il Vescovo più non era in Corte. In questo mentre l’orologio di S. Gotardo battè le undici ore, e il Duca disse: — È tempo che si vada alla messa; penseremo dopo seriamente a quest’affare. Ma la Caterina, con un torrente di lagrime, inginocchiandosi dinanzi al Duca, di nuovo e più istantemente ancora lo pregava di non uscire da quella sala per quel giorno, e di voler più tosto penetrare a fondo quel mistero. Il pericolo poteva essere imminente, il tempo scarso al riparo... — Voi che ne dite, Bertone Mantegazza? — disse allora il Duca volgendosi al suo primo cameriere, che immobile e un poco attonito, e con qualche impazienza stava spettatore di quella scena. — Per me, io dico, che un uomo di senno non deve badare troppo a sì fatte ciance. Guai se le azioni dei principi avessero ad essere guidate a seconda delle superstizioni e dei terrori delle loro belle: costoro avrebbero un’arme nelle mani da servirsene senza limiti a loro talento. Ed inoltre non avete voi mille volte condannato voi stesso la condotta del Conte di Pavia, che, ad ogni piè sospeso, consulta gli astri ed i pronostici che gli suggerisce il suo superstizioso terrore? — Ebbene, — disse il Duca, — voi parlate da uomo, nè io giammai sono stato superstizioso. Vadano tutti dal Conte di Pavia mio fratello gli astrologi e gli indovini. Caterina, è il vostro amore per me solo che vi fa sognare di tali spaventi; io voglio perciò darvi un bel premio; ma non pretendete incatenare il mio piede: non sarà mai da una donna che dipenderà Giovanni Maria. — Ciò detto, egli mosse tre passi per uscir dalla sala. Ma tutt’a un tratto soffermandosi, disse: — Venga al mio cospetto Squarcia. — Venne l’esecrabile carnefice; ed il Duca gli disse: — Squarcia, prepara i mastini, che dopo la messa avranno travaglio. Tu mi capisci. Il nostro prigioniere.... — Squarcia fece un segno d’intelligenza, e fatto un goffo inchino partì. — Ma no, — sclamò il Duca turbandosi; — io non assisterò alla di lui morte; sento che tanto non posso. Bertone Mantegazza, andate, e ingiungete a Squarcia che tosto eseguisca la sua incombenza, e che sia finito il supplizio prima che sia compiuta la messa. — Bertone Mantegazza partì, ed in breve fu di ritorno nella sala. — Signori, — disse allora il Duca; — noi sprezziamo i sospetti, cinti da voi che conosciamo a noi fedeli; ma statemi però oggi stretti intorno. Io spero che nulla accaderà. Ma pur troppo la spada di Damocle sta sempre sospesa sulle teste dei principi! Ciò detto, mosse per uscire. Bertone Mantegazza si pose al suo fianco, snudando la spada; perocchè egli comandava alle guardie destinate a custodire la persona del principe. Giovanni Maria procedeva con passo sicuro e con fronte tranquilla; ma poichè egli fu giunto alla porta che metteva alla piccola piazza che stava innanzi alla Chiesa di San Gotardo, attigua al Ducale palazzo, ma accessibile pure a’ cittadini, che poteano intervenire alle funzioni che aveano luogo in essa, parve all’occhio, forse pel sospetto prevenuto, del Duca che più dell’ordinario gruppi di persone si trovassero su quella piazza. Il vile si sentì stringere il cuore da un moto assai violento, e impallidì. Soffermossi, e vôlto al Mantegazza gli disse: — Bertone sono io sicuro? — Sì, — rispose costui: — Ecco le guardie che sono sotto il comando mio e di mio fratello Andrea. — Difatti, non appena ebbe il Duca messo piede nella piccola piazza, che le solite guardie ducali, sotto la condotta di Andrea Mantegazza, sfilarono a spalleggiarlo, ed il Duca mosse verso la chiesa, ove doveva celebrarsi l’augusto sacrifizio, di assistere al quale egli era così indegno. Frattanto l’atroce Squarcia, a cui Bertone, forse per non aver avuto il coraggio, e forse per altri motivi, non avea che confermato l’ordine del Duca di guardarsi bene di torcere un capello ad Arrigo, Squarcia erasi portato nell’edifizio ove albergavano i cani di tutte le specie che servivano alla caccia, e quelli che il Duca ad usi ancora più crudeli riserbava: egli fermandosi presso un grosso mastino, cadente per vecchiezza: — Sei vecchio, eh guercio! — sclamò, — sei vecchio: eppure, tu hai fatto un bel servizio al mondo: io non mi ricordo che ti fossi mai rifiutato di gittarti su di una vittima, tranne quell’indemoniato di figliuolo del Pusterla, che non volle nemmeno addentare la Sibillina. Ma egli non fu indemoniato e fatato tanto da resistere al mio pugnale (e lo cavava fuori). Anche questo arnese già (e toccava il pugnale) ha fatto la sua parte! Sì, guercio, ed oggi avrai una nuova compagna. Squarcia non ti dimentica. Se non t’ha dato a mangiare questa mattina, è perchè avrai un piatto di carne quest’oggi. — Egli passò oltre, ed andò a porger le sue cure ad altri mastini che ringhiavano di rabbia e di fame stretti alle loro catene, che squassavano alla vista dell’infame canattiere. Squarcia, aprendo un armadio, ne trasse fuori un gran paniere di pani e ne porse uno a ciascun di loro; ma ne lasciò privi sei dei più immani, ed il guercio. E poichè ebbe terminata l’operazione, egli, riposto il paniere, tornò ai sette mastini digiuni e staccò le loro catene dagli anelli a cui erano raccomandate; e così a que’ grossi animali spiranti furore, de’ quali di festa altri gittavano salti abbaiando, altri più mesti e cadenti solo dimenavano la coda, — Sì, per voi altra colazione, — egli diceva. — Andiamo sul campo della battaglia. Il Duca non vuol mai aspettare: è pur impaziente colui, e passa subito alle minacce. — Così parlando questo mostro conduceva i cani fuori del canile in un cortile attiguo, quando vide verso lui venire un vecchio frate, ed affrettandosi di legare i mastini a una colonna, mosse verso il religioso, e gli disse: — Ah, voi venite per il nostro uomo: seguitemi, chè è in questa prigione qui. — Il frate nel suo interno gemeva, e lo seguiva. Aperto l’uscio della prigione, ove stretto in catene giaceva Arrigo, lo Squarcia disse: — Ecco qua una persona che vi manda il Duca, signor Arrigo. Voi volevate sforacchiarmi la giubba venti giorni fa; ma il Duca ora vi vuol rendere il centuplo della vostra carità, come lo diceva il predicatore di questa quaresima. Però io non sono uomo cattivo, vedete, — proseguiva lo Squarcia; — e se volete un fiasco di aquavite per confortarvi a passare meglio il grande esperimento, questo, Squarcia non lo sa ricusare a’ suoi prigionieri. È anche più bello vederli lottare contro la morte, quando sono animati da quello spirito di vita. — Taci bruto, — gli disse Arrigo con alterezza; — credi tu che io temi di te, del tuo atroce Signore? — È quello che vedremo in breve, — replicò lo Squarcia con un sorriso di espressione infernale. — Uomo indurito ai misfatti, tacete, — disse il frate, — non toglieteci il tempo, che troppo è prezioso, colle vostre empie parole. Io so che vostro dovere ora è di ritirarvi. — Lo Squarcia brontolò fra i denti alcune parole, certamente una bestemmia od una minaccia, e si ritirò. Allora il buon Religioso espose ad Arrigo che di recente avea avuto il funesto incarico di venire a prepararlo a morire: — Gran conto renderà al trono di Dio il Duca dell’abuso orribile del suo potere, per togliere in modo sì nefando la vita a coloro che egli, o rei o innocenti, vuol far perire. — Soggiunse, che se avesse potuto dare i suoi giorni per salvarlo, fatto lo avrebbe; ma che possibile mai non era sottrarre una vittima all’atroce Giovanni Maria. Si rassegnasse adunque agli eterni decreti terribili, si disponesse a lasciare la vita; e che offerti a Dio i suoi estremi patimenti, ne avrebbe ricevuto quel premio che ben valeva quella oscura nebbia che sereno veniva chiamata in questa valle di pianto. Arrigo lo assicurò che egli di già a perdere la vita era disposto. Ma non appena ebbe profferite queste parole, che Squarcia precipitoso entrò nella prigione, e pallido come la cenere, al Religioso che lo interrogò perchè sì li sturbasse, sclamò: — Si sentono de’ gridi clamorosi: mi chiamavano per nome; vi aggiungono minacce di morte. — Tu cento volte l’hai meritata, — disse il Religioso; e tacque assai stupendo. Le grida infatti si cominciavano a far sentire; e andavano diventando a mano a mano più distinte. — Squarcia, l’infame Squarcia, — si udiva gridare da molte voci di popolo; — si trafigga, si uccida! Di qua, di qua! — diceva una voce: e sembrava che il romore si allontanasse. — Vanno al canile, — disse Squarcia; — deh, Padre salvatemi! — E può essere in mio potere salvarti? — rispose con sommessa voce il buon frate. — Ma se anch’io ti sottraessi al furore del popolo, che pare alzato a sollevazione, non dovrei io accusarti il primo innanzi ai tribunali della terra de’ tuoi misfatti? — Lo Squarcia allora tacque, e parve prepararsi ad opporre per sua salvezza una valida difesa. Diffatti il romore continuava a farsi sentire, e cresceva ognora più di sua forza. Chi gridava, «sarà di qua», chi, «di là». Disse finalmente una voce: «Apriamo dunque tutte le carceri; sarà in esse: egli non è uscito dal palazzo!» Ciò detto, sentivasi un puntar alle porte, un martellare orribile, un cader di imposte, che sembrava fracasso d’inferno. Poco stette che la folla parve accostarsi all’uscio della carcere ove era diffatti l’infame assassino che la popolare furia cercava, e furiosamente battendola, in breve fu spinta a terra. Il primo a entrare fu Giovanni Pusterla; e data una stoccata allo Squarcia, che come colpito da un incanto era rimasto immobile al cader delle imposte, — Sia lodato il Cielo, — sclamò, — Arrigo, vivo io ti trovo! Nel seguente capitolo, il lettore avrà alcuni rischiarimenti dei fatti ora accennati. CAPITOLO XXIII. I VOTI COMPIUTI Non appena Giovanni Maria ebbe mossi venti passi sulla poco estesa piazza che stendevasi innanzi al bello e piccolo tempio di S. Gotardo, la cui architettura i tempi ci ricorda di Azzone che, come è detto, lo fece edificare, che i diversi gruppi che egli veduto aveva su quella piazza cangiarono di posizione. Molte persone, che la sua paura gli figurava come aventi un aspetto sinistro, si portavano quali a destra quali a sinistra; molti erano avvolti in ampio mantello, sebbene la stagione non fosse tale da renderne necessario l’uso; ad altri il berretto stava calcato sul ciglio, e le folte piume che ne scendevano coprivan la fronte e il volto, di modo che sembrava su loro spargere il sospetto ed il mistero. Alcuni ancora si portarono dietro le spalle del Duca, che in mezzo alla sua piccola schiera procedeva, guardando non senza apprensione quelle nuove figure, quegli insoliti attruppamenti. Egli da principio avea voluto superare il suo terrore e i suoi sospetti. Le sue solite guardie sotto il comando di Bertone Mantegazza e di suo fratello Paolo, già gli si erano schierate dall’uno e dall’altro lato; egli era seguìto da sei ad otto de’ suoi cortigiani, gente a lui affezionata. Ma alla fine il suo sospettoso e crudele umore la vinse. Egli vide che ingrossavasi il gruppo di persone poste dietro le sue spalle; che quelli che gli stavano all’uno e all’altro lato a lui si approssimavano; vide che a lui dinanzi, e sulla porta del tempio, altra gente se ne stava che sembrava di lui attentamente spiare le mosse; pose la mano sulla spada che aveva al fianco, e gridò: — Che vuol questa canaglia, che ci preme? Via Bertone fanne un altro giorno di S. Stefano! Per comprendere queste parole del Duca è necessario che il lettore sappia, che assediando Facino Cane nel 1409 la nostra città, il popolo a tanta miseria era stato ridotto, che morendo d’inedia, un giorno che il Duca passava sulla piazza di S. Stefano gli si affollò intorno gridando, _pace pace!_ Ma il duca irritato, che di pace non volea intendere, fece caricare dai feroci suoi satelliti e da alcune schiere quella moltitudine; e tale fu il furore degli esecutori de’ suoi ordini crudeli, che oltre a dugento persone rimasero uccise. Dopo di che, il Duca fece anche proibire di profferir, sotto pena di morte, la parola _pace_ persino nella messa. Ma questa volta l’ordine tirannico di Giovanni Maria non fu ascoltato. Parvero sordi i soldati, ed invece di scagliarsi sulla moltitudine, le due ale di essi si apersero, lasciando più che mai indifesa la persona del Duca. — Che è ciò? — disse impallidendo Giovanni Maria al Mantegazza, che gli stava al fianco, e che come per difendere il suo signore tenea impugnata la spada. — Vedilo, — rispose con voce terribile il Mantegazza, e nel tempo stesso colpì il Duca nella testa. A quella vista, gli altri cortigiani si diedero tosto alla fuga più precipitosa. — Traditore, — gridò il Duca, e fece per trar fuori la spada; ma la mortale sua ferita non gliene lasciò il tempo, ed egli cadde: ma non era per anco a terra, che di già Giovanni Pusterla gli avea menato un altro violento colpo nella gamba bianca, cioè la destra. — _Egli è morto!_ — gridò poscia. — Ottone Visconti, Giacomo Aliprandi, e voi Trivulzii, andate a portare per la città la novella. E voi, Pagano, andate incontro ad Estore e Gian Carlo, chè qui bastano i Mantegazza! Io e costui ci incaricheremo della morte dell’atroce Squarcia. Voglia il cielo che siamo in tempo di salvare il nostro prigioniero! Qui è bene che il nostro lettore sappia, come Azzo, avendo pregato il Mantegazza ad aiutarlo somministrandogli i mezzi di liberare il comune amico Arrigo, anche a rischio della vita propria uccidendo il crudele Duca, egli trovò costui in parte ben disposto a secondarlo; siccome quegli che troppo amava il Bianchi, e cui di già troppo aveano offeso le crudeltà ognora crescenti del tiranno Visconti. Per altro egli non si era subito determinato sul partito da abbracciare; e solo avea fatto intendere ad Azzo che qualora ei trovasse altri compagni adatti per quell’impresa, egli lontano non sarebbe dal prendervi parte. Azzo si era perciò portato ad Erba, ed avea comunicato il suo disegno al capo de’ fuorusciti che abitavano il Buco del Piombo, del quale conosceva l’animo sitibondo di vendicarsi del Duca. Ma poichè il grande Pagano ebbe anche da altra parte, cioè per mezzo di Giacomo Aliprandi, l’annunzio che altra congiura tramavasi segretissimamente a Monza, alla quale lo invitava a prender parte, ivi recatosi, e determinato Estore a secondare gli sforzi de’ Ghibellini, a questi unì gli altri due guelfi, Azzo e Mantegazza, pure desiderosi della morte dell’abborrito tiranno. Bertone Mantegazza poi avea guadagnato al suo partito il suo fratello Paolo, e quindi erano state corrotte le guardie che custodivano la persona del Duca. Il Pusterla, capo della congiura, ed Azzo (che questi era appunto il compagno che egli scelto avea a seguirlo) non ebbe appena l’assassinato Duca esalato l’ultimo sospiro che mossero, seguìti da altri meno distinti congiurati e da una turba di gente che già dalla chiesa vicina si era intorno ad essi adunata e li secondava, l’odio contro lo Squarcia essendo generale; mossero, dico, per far cadere su questo infame capo il peso della pubblica vendetta. Lo cercarono pertanto in tutti i tenebrosi asili ove egli e l’empio suo signore tante vittime aveano fatto gemere e spirare, e trovatolo, lo colpirono della più giusta delle punizioni. Ucciso lo Squarcia, di ciò non appagossi la moltitudine; il suo corpo venne trascinato fuori del carcere, ove rifugiato si era; fu fatto in pezzi; confitto su delle aste; in trionfo portato per la città, fra urla ed imprecazioni orribili che egli aveva meritato. In questo mezzo il Pusterla, spezzati i ceppi di Arrigo coll’aiuto di Azzo, a quello rivolto così gli disse: — Ora noi siamo amici. Tutto vi dirà Azzo; ma voi non avete a rimanere nella città: voi sapete che nel mio Castello vi aspetta una persona a cui doveste prima la libertà, ed ora la vita. Ma io pure a voi sono di molto debitore. Prendete questa spada e seguitemi. Così dicendo il Pusterla presentava ad Arrigo una spada; e brandendo la propria, tinta del scellerato sangue del Duca e dell’infame suo canattiere, precedendo Azzo e l’amico di lui, che del pari teneano in pugno il ferro; nè parlavano, fatti muti dalla solennità degli avvenimenti, attraversando il nefando cortile la cui terra tante volte era stata bagnata di umano sangue con cui spegneasi la sete de’ mastini feroci allevati dal tiranno, e passato un lungo[2] andito giunse alla prima corte del palazzo ducale del Broletto Vecchio. Quivi era stato fatto portare dal Mantegazza il cadavere di Giovanni Maria, che egli sottrar volea agli inutili insulti della moltitudine; posciachè il Mantegazza, prima di partire a capo delle guardie ducali per la città a fine di mantenervi un certo ordine finchè non giungesse Estore Visconti, avea disposto varie sentinelle in custodia del Palazzo dell’Arrengo. Giaceva l’esanime corpo del giovine Duca sotto di un portico, da tutti abbandonato, giacchè la moltitudine forsennata non tanto odiava lui quanto lo Squarcia, di cui siccome un branco di lupi famelici andava seguendo gli straziati avanzi per farne sua preda. Due o tre guardie ancora aveano avuto ordine di vegliare su di esso. Giaceva io dico quell’esanimato cadavere sul suolo che tutto lordo intorno si mostrava del suo sangue, le sue vesti sontuose erano di fango bruttate e di negro sangue, le sue bionde chiome inanellate sparse vedevansi e pure di sangue agrappate. Ma il volto, il volto di quell’infelice che il premio avea toccato delle sue iniquità, questo pietosamente era stato sottratto agli sguardi di chi compiangere non lo potea. La tua pietosa mano, o Caterina, tu che tanto amavi quel tiranno, sebbene l’autore della tua degradazione, la tua mano pietosa avea reso all’indegno l’ultimo uffizio pio, che la virtù stessa doveva rispettare; e tu con mortale angoscia su quelle fattezze sformate dalle convulsioni dell’agonia avevi sparso, giovine sventurata, un canestro di rose, prima di correre a ritirarti nella tua solinga stanza a versare colpevoli lagrime sul destino di quello scellerato. Un istante contemplò Giovanni Pusterla il cadavere del Duca; e non senza orrore vide quella gelida spoglia Arrigo, che in lui mirava il compagno della sua gioventù; e correvagli alla mente qual deplorabil fine egli si procacciasse con tanti delitti. Ma il Pusterla passò ben tosto oltre, e precedendo il Bianchi ed Azzo, li condusse alle stalle del Palazzo ove stavano pronti due palafreni. — Andate, — diss’egli, — andate tosto a Parravicino, e recate a mia figlia la novella dell’esito di questa nostra impresa; ella tutto ignora; e non è bene gliene pervenga il grido prima che io di tutto non l’abbia pel giusto informata. Io debbo fermarmi ancora nella città finchè le cose non vi sieno ordinate. L’opera vostra qui più non è necessaria. — Stese la mano ai due amichevolmente, e partì. Azzo ed Arrigo si prepararono ad uscire dalla città. Trascorrendo le contrade essi ebbero campo ad accorgersi come il popolo fosse ben lontano dall’essere commosso per la morte del Duca, il quale omai era divenuto per esso cagione di mali inesprimibili. Avviatisi per uscire per la Porta Comasina (poichè la Porta Nuova abitata dai Guelfi esser poteva quella ove si impugnassero le armi contro i congiurati Ghibellini), videro che la porta era stata occupata già da molte genti che portavano la divisa di Estore Visconti ovvero di Gian Carlo. Proseguendo di poi il loro cammino fuori della città, si incontrarono con altre schiere condotte da Estore, che in compagnia di Giovanni Carlo Visconti veniva alla volta di Milano, ove doveano succedere al principe estinto. Avea Arrigo fatto forse cinquanta passi dopo che tutta la schiera di Estore era passata, quando un cavallo di gran galoppo portò ad essi un cavaliere che veniva a raggiungerli. Rivoltisi a vedere chi fosse, entrambi subito riconobbero Antonio Carcano. — Antonio Carcano! — sclamò Arrigo — Sì, e ben con piacere io vi riveggo, laddove sì forte ragione avea a temere che voi foste morto nelle branche del Duca. Ma ora dove andate? Senz’altro al vostro Castello: ebbene io vi voglio colà accompagnare. — Voi siete il padrone di farlo, — disse Arrigo; ed io anche vi darò un premio per la amicizia dimostratami in occasione della resa del Castello di Erba. Ma saldata questa partita noi più non ci rivedremo. — Mò che dite? perchè ciò? — disse un po’ confuso Antonio Carcano, senza però molto tramutarsi in viso. — Voi parlate da burla. — No, Carcano. Lo dico perchè vi ho conosciuto. Voi avete dello spirito, voi siete un allegro compagno, voi divertite chi con voi si trattiene; ma siete nel tempo stesso un vile, di guasto cuore, adulatore. Ora di queste persone, conosciute che io le abbia, non sarà mai ingombra la mia casa. — Quand’è così potete seguire solo con Azzo il vostro viaggio. Io non ho bisogno della vostra protezione. Il signor Estore mi promise mantenermi allegramente alla sua Corte. — Va, che quivi servirai di buffone; e come l’aspide insensibilmente avvelenerai l’animo di colui che disgraziatamente ti ha preso a riscaldare nel suo seno! Ma queste parole furono a pura perdita di fiato, perocchè il Carcano di già avea raggiunto la schiera del bastardo di Bernabò. Passando innanzi, Arrigo trattennesi con Azzo, che gli spiegò, parte per parte, la gran tela degli avvenimenti di cui il fine avea avuto luogo sotto gli occhi suoi, ed il modo con che il Pusterla era pervenuto a diventare l’amico suo; e poichè fu terminata quella narrazione i due amici camminarono buona pezza in silenzio. In silenzio però non istava il cuore di Arrigo. Egli pensava come contro di ogni sua aspettazione, egli stava per rivedere colei per cui sola cara gli sarebbe stata la vita, e dalla quale sola omai la riconosceva! Pensava egli quindi all’ultima volta che davvicino le era stato, quando cioè da essa era stato liberato dalla sua prigione! — Quante volte mi tornò presente allo spirito, — egli dicea, — quel momento in cui recandosi ella stessa nel carcere mio me lo schiudeva! Eppure a me era allora più dolce il carcere che la libertà; ed il mio cuore lagnavasi di depor quelle catene che io sapeva portare a lei dappresso! Ma ora bene altrimenti a lei io tornerò! ora bandito è ogni dubbio penoso, ella mi ama e l’amor suo a me diede prove che maggiori amante sperare non poteva! Sì, il tenero suo cuore per me palpita; i suoi pensieri a me si volgono; ed anche allora che sulla porta del suo Castello tu mi ingiungevi, nell’accomiatarmi, che a te io più non pensassi ed io ti stringeva la destra, tu non pensavi tener quel patto che io pure giurava di non concederti! Felice infrazione che se addusse avvenimenti in cui pericolò la mia vita, alla fine al possesso mi pose della tua mano! Tra questi pensieri giunsero al villaggio di Parravicino che il sole già volgeva al tramonto. Ma Arrigo non volle recare egli stesso alla amante la novella delle cose che aveano accompagnata la sua liberazione. Egli temette, or che sapeva quale angoscia la avesse per amor suo tormentata, che troppo viva riuscir le dovesse della sua inaspettata apparizione la sensazione, mentre una debole speranza solo nutrir poteva di vederlo salvo. Egli disse fra sè: — Oh quanto mi pesa protrarre il momento di stringere di nuovo la tua destra! Ma poichè è necessario pel tuo meglio, si affronti anche la noia di una dilazione di alcune ore, che lunghissimi anni mi sembreranno! — Azzo pertanto si incaricò dell’imbasciata, ed Arrigo, per non allontanarsi di più dalla sua ben amata, andò a passare la notte nell’osteria di Parravicino, ove ebbe un poco di distrazione in mirare la buona armonia, e le grossolane carezze che rendeano beata la recente coppia di Carlotto colla nipote del bravo Giorgio Tanaglia. L’oste, che gli fece le più rispettose accoglienze, interrogato da lui, gli diede anche particolari notizie su la profonda mestizia in cui viveva la figlia del Pusterla; la quale, se viveva, soggiunse egli, era solo ad attribuirsi ai conforti del buon frate Paolo, che era come un Dio di consolazione in que’ paesi. Ricorse allora alla mente di Arrigo quanti mali avrebbe evitati seguendo i consigli di lui: vedendo però il lieto fine a cui erano riuscite le sue moltiplici sventure, benedisse la Providenza, che sa a tempo cangiare in giubilo le sciagure, e spargere il soave balsamo della consolazione. Ma quella notte stessa, a spron battuto, arrivò al Castello ove dimorava la bella Beatrice il vecchio di lei padre, che impaziente di riabbracciarla avea lasciato Milano non appena Estore ne ebbe sicuro il possesso e prese quelle redini che in breve dovea lasciarsi strappare. Egli si era posto a cavallo che era di qualche ora inoltrata la notte, e viaggiando incessantemente, cangiata a Monza cavalcatura, era giunto così al suo castello due ore prima che spuntasse il giorno novello. Ivi recò ad Azzo l’annunzio che Facino Cane era spirato al cadere del giorno stesso in cui era morto il Duca; che per mezzo di fuochi se ne avea avuto l’avviso; e che nulla era quindi a temersi in Milano. Domandò di Arrigo; lodò la di lui prudenza, e spese un pajo d’ore nel ristorarsi con cibo, che avea trascurato tutto il dì; uscì dipoi per rintracciare il futuro suo genero e condurlo alla figliuola; ma il primo in cui si avvenne fu frate Paolo che andava ad assistere un moribondo. — Il Duca è morto, — gli disse egli con aria di trionfo; — due colpi lo han finito, ed il mio fu il secondo! — Ahi, voi commetteste un’azione ben rea! — sclamò il buon Francescano. — Bruttatevi di polvere, vestite un cilicio, fate penitenza di tanta colpa! — Ma il Vescovo di Piacenza non parlò così; ed egli disse che era anzi un’azione meritoria. — Oimè! pur troppo ogni dì più la corruzione si distende. _Exurge, quare obdormis Domine!_ Ma un gran conto ne renderanno questi rapaci lupi al supremo giudice! — Via, manderò doni al Convento. Ora vi darò un’altra notizia. Arrigo Bianchi è salvo, e sarà mio genero. — Ed ecco esaudite le preghiere del tuo servo, Signore! ma con quali mezzi! Quanto imperscrutabili sono i tuoi decreti! Il Pusterla non si fermò un solo istante dopo aver data la seconda notizia al Francescano e passò oltre; sicchè non sentì l’esclamazione che fatto gli avea profferire. Avea mossi forse duecento passi ancora verso il Castello del Monte, ove trovar credeva il giovine di cui andava in traccia, quando se lo vide innanzi, seduto a poca distanza su un grosso sasso poco discosto dalla strada, che avea gli occhi vôlti verso il Castello di Parravicino. — Ora tu solo manchi, — egli sclamò, — ed ecco che ti trovo! Vieni meco; — e lo condusse fra lieti discorsi al suo Castello... Ma quello che seguì non io mi accingerò a narrare: la breve scena del primo incontro fra Arrigo e Beatrice non è possibile dipingersi, e appena i più sensitivi de’ miei lettori potranno immaginarla. Dopo di che soggiungerò solo che Arrigo e Beatrice, le cui destre furono da frate Paolo congiunte, godettero per lunghi anni delle dolcezze coniugali. E fu tenuto per prodigioso effetto d’amore per que’ tempi, che per esso si collegassero due case nemicissime di un Guelfo e di un Ghibellino. FINE INDICE XIII. La promessa Pag. 3 XIV. Lo stratagemma 17 XV. La gelosia 29 XVI. Il ritorno nella città 51 XVII. La crudeltà 64 XVIII. L’agguato 76 XIX. La riconciliazione 90 XX. I rimorsi 103 XXI. Il delitto venuto in chiaro 121 XXII. L’incertezza terribile 138 XXIII. I voti compiuti 153 ERRORI CORREZIONI _Volume primo_ Pag. 27. lin. 25. valeva velava » 30. » 16. d’occhi occhi » 71. » 4. Arrigo Antonio » 73. » 30. È A » 84. » 18. mostraste mostrate » 156. » 4. serà sarà » 182. » 21. la dovea lo dovea _Volume secondo_ » 66. » 17. Broletto Nuovo Broletto Vecchio » 107. » 5. Barnabò Bernabò E probabilmente qualche altro che si lascia rilevare al lettore. NOTE: [1] Le mura si estendevano sino ai così detti terraggi. [2] Da un palazzo situato presso S. Giovanni in Conca, ove era la così detta _Casa de’ Cani_, passavasi alla Corte dell’Arrengo per un grande andito. _Vedi il romanzo_ Uberto Visconti _dell’autore del presente_. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura un indice è stato aggiunto a fine libro. Le correzioni indicate a fine volume sono state riportate nel testo. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FIGLIA D'UN GHIBELLINO VOL. 2/2 *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. 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START: FULL LICENSE THE FULL PROJECT GUTENBERG™ LICENSE PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free distribution of electronic works, by using or distributing this work (or any other work associated in any way with the phrase “Project Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full Project Gutenberg License available with this file or online at www.gutenberg.org/license. Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg electronic works 1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to and accept all the terms of this license and intellectual property (trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy all copies of Project Gutenberg electronic works in your possession. 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