The Project Gutenberg eBook of Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 dal secolo V al XVI Author: Ferdinand Gregorovius Translator: Renato Manzato Release date: May 6, 2026 [eBook #78619] Language: Italian Original publication: Venezia: Antonelli, 1872 Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/78619 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This transcription was produced from images generously made available by Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL MEDIO EVO, VOL. 5/8 *** STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL MEDIO EVO DAL SECOLO V AL XVI DI FERDINANDO GREGOROVIUS PRIMA TRADUZIONE ITALIANA SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA DELL’AVV. RENATO MANZATO. VOLUME V. VENEZIA, GIUSEPPE ANTONELLI 1874. PROPRIETÀ LETTERARIA. STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL MEDIO EVO. LIBRO NONO. STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO DECIMOTERZO, DAL REGGIMENTO DI INNOCENZO III ALL’ANNO 1260. CAPITOLO PRIMO. § 1. Il secolo decimoterzo. — L’Impero, la Chiesa, la cittadinanza, la città di Roma. — Elezione di Innocenzo III. — La famiglia dei Conti. — Largizioni di denaro che il Pontefice, appena eletto, fa ai Romani. — È consecrato e coronato. — Si descrive la processione solenne, quando il Papa muove al Laterano per torne possesso. Agli entusiasmi cavallereschi e religiosi del secolo duodecimo subentrano nel decimoterzo le fervide lotte onde la gente umana, fatta più matura, combatte per conquistarsi la sua costituzione civica, omai che gode di una vita resa nobile dal lavoro, dalla scienza, dalle arti. Il secolo decimoterzo è il culmine del medio evo; in esso la Chiesa torreggia vittoriosa, levandosi a splendidissima potenza mondiale; in esso l’antico Impero germanico toglie cogli Hohenstaufen commiato dalla storia, per lasciare sgombro il terreno a Stati nazionali forniti di autonomia loro propria. Con un ultimo sforzo da gigante, l’Impero sotto di Federico II pugna ancora contro due impulsi di questa età per affermare la sua esistenza legittima, ma alla fine soccombe alla potenza di quelli, che stringono assieme alleanza. L’Impero combatte la signoria universale del Papato; però questo (similmente di quanto ebbe fatto nella seconda metà del secolo duodecimo) si associa colle democrazie italiche, le quali per via del principio di cittadinanza latina abbattono il sistema feudale germanico, odiato istituto straniero. Il secolo decimoterzo è periodo di tempo in cui la libertà rompe una grande guerra contro la legittimità che va invecchiando: è età di rivoluzione dei cittadini contro la nobiltà feudale, della democrazia contro la monarchia imperiale, della Chiesa contro lo Stato, dell’eresia contro il Pontificato: è un’epoca cui, più di qualunque altro fatto, la libertà republicana d’Italia veste di chiarissima luce. Questa madre della civiltà di Europa s’eleva per la prima volta (e tuttavia imperfettamente) alla coscienza della sua propria nazionalità; e lo fa raccogliendosi entro a città fortemente munite e governate tutte con ordini eguali, entro le quali si ammassa un tesoro stupendo di forza dell’animo, di ricchezza e di fervore laborioso. È la età medioevale delle città; parimenti che nel tempo antico, l’uomo torna, a preferenza d’ogni altra cosa, ad essere cittadino; la città colle sue famiglie, colle sue parentele, colle sue ordinate maestranze, torna, per la seconda fiata nella storia, ad essere concetto vero dello Stato. Il ritorno che fa Italia (patria vera delle città) all’organamento politico comunale, non sì tosto che può sguizzar fuori dall’infranto vincolo dell’Impero, potrebbe parere un regresso, se non si ponesse mente a ciò che quell’idea municipale esprimeva: significava essa che vinto era il feudalismo barbarico, che la scienza e il lavoro avevano tolto possedimento dei beni della vita, che creato s’aveva una coltura propriamente nazionale, opera della società civica. Le forze del laicato, educatesi con lungo e industre lavorio, abbisognavano di un albergo proteggitore entro cui si potessero ricoverare: e lo trovarono nella potente individualità delle città libere, fiore bellissimo del medio evo, officina in cui con attività indefessa si foggiò la civiltà nuova. Ancora una volta Italia visse di vita autonoma nelle sue democrazie, per indi, ancora una volta, ripiombare nella più profonda miseria, non appena che il fiore di quelle magnifiche città libere si fu avvizzito. Lo Stato si restringeva nella cerchia della città, la nazione si racchiudeva nella cittadinanza comunale; e queste erano condizioni politiche assai povere per certo, in cui nulla può ravvisarsi, che corrisponda a’ concetti più elevati dell’umanità. Come nel tempo antico, così anche adesso si vennero formando leghe di città, ma non fu mai possibile che si ampliassero in una federazione italiana. Vi ci opposero impedimento l’Impero ancor sempre eminente, e il Papato che possedeva uno Stato suo: la Chiesa, la quale comprendeva non potersi ridurre a compimento l’idea guelfa che si proponeva far d’Italia una teocrazia pontificia, ben presto mandò a vuoto ogni specie di unità, poichè fondò una monarchia francese nel mezzodì. Incapaci di costituire la nazione politica, le città caddero in condizioni d’isolamento angustissimo. L’energico impulso di partiti, che teneva desta la loro vita politica, e significava il bisogno che occorreva di un simbolo dell’ordine politico universale, assunse forma di contrasto fra la Chiesa e l’Impero, e creò le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, chiare nella storia del mondo. Le fonti della vita politica non si diffusero come nell’Italia antica e nella Grecia in organamenti di colonie, e l’impedita unità nazionale fe’ sì che quelle fonti stagnassero in istretti canali: sopita la grande guerra mondiale fra la Chiesa e l’Impero, tanto feconda di libertà, le città ribollenti di forze combatterono fra sè in guerre furibonde di classi e di cittadini, laonde per necessità ne derivarono primamente dominazioni di plebi, indi tirannidi cittadine, finalmente piccoli principati. Anche nella città di Roma l’indirizzo municipale si esplicò in guisa simigliante. Per necessaria conseguenza pose anch’essa da banda le ultime attenenze pratiche coll’Impero, una volta che le città alleate col Papato (il quale s’era fatto nazionale) ebbero costretto quell’Impero feudale a partirsene d’Italia. Furono i Pontefici che sciolsero la Città dal vincolo delle relazioni antiche; cancellarono il concetto della _Respublica Romana_ sorgente dell’_Imperium_, rapirono a Roma l’appoggio dell’Impero, e la ridussero sotto la sola protezione della Chiesa. La Città combattè incessantemente e con maggiore veemenza contro il Papato che pretendeva ad esercitarvi i diritti imperiali; si conquistò essa la sua autonomia civica, e perfino in alcuni momenti splendidissimi ottenne completa independenza di republica. Incapace di pretendere più al valore di _Urbs Orbis_, incapace di porsi a capo di una confederazione universale delle città italiche, essa stette paga all’ambizione di dominare dal Campidoglio il territorio dell’antico Ducato romano. Nel secolo decimoterzo la si vede, come Milano o come Firenze, ridotta entro angusti confini municipali e intesa alle bisogne meramente pratiche, donde soltanto nel secolo susseguente si risolleverà di bel nuovo fino ad una idealità fantastica. Ella è per verità cosa meravigliosa vedere il popolo romano occuparsi seriamente della sua republica cittadina, senza por bada in alcun modo ai negozî degli altri paesi. In quello che l’Impero riducevasi a una larva, e la Chiesa giungeva alla sua grande meta d’essere essa costituzione del mondo, i Romani tenevano i loro sguardi fisi sul vetusto Campidoglio, serravano le porte in faccia agli Imperatori ed ai Papi, nè pensavano ad altro che a dare il migliore degli ordinamenti alla loro republica. La storia municipale di Roma nel secolo decimoterzo registra alcune pagine gloriose che inducono a reverenza di quel popolo romano, perocchè in mezzo a condizioni difficili esso abbia, se non altro a periodi di tempo, affermato la sua autonomia: e per verità, nel secolo decimoterzo, quantunque fosse giunto all’apogeo della sua signoria universale, il Papato a Roma era senza potenza. All’inizio ed alla fine di questo gran secolo (a cui descrivere imprende il nostro quinto volume) si erigono Innocenzo III e Bonifacio VIII, come le due colonne che segnano il confine di un periodo, il quale è il rilevantissimo di tutta la storia civile del medio evo: quei due uomini difatti segnano l’uno l’altissimo culmine, l’altro il decadimento del Papato. Addì 8 Gennaio dell’anno 1198, nel Septizonio sul Palatino, Lotario cardinale diacono era eletto papa con voto concorde, ed acclamavasi con nome di Innocenzo III. Lotario, uno dei figliuoli del conte Trasimondo di Segni, usciva di un’antica famiglia di signori del Lazio, posseditrice di beni ad Anagni, a Segni ed a Ferentino. Può darsi che la sua casa appartenesse ad una stirpe i cui membri nel secolo decimo avevano sostenuto officio di conti nella Campagna, all’istessa guisa che i Crescenzî nella Sabina: tuttavolta fu soltanto dopo di Innocenzo III che quel titolo di conti diventò nome durevole della famiglia, la quale ne fu detta _de Comitibus_ ossia _dei Conti_[1]. Gli avi paterni di Lotario erano stati gente tedesca immigrata nel Lazio: lo dimostrano i nomi di Lotario, di Riccardo, di Trasimondo e di Adenolfo che perdurarono nella famiglia de’ Conti. Nella storia della Città non s’erano fatti chiari, ma Claricia, madre di Innocenzo III, fu donna romana della casa di _Romanus de Scotta_[2]. Lotario, giovine e ricco uomo, era andato a studio nelle università di Parigi e di Bologna, e vi aveva attinto grande sapere di scolastica ed estese cognizioni di giurisprudenza; poi, finiti gli studî, aveva in officio di cherico servito i successori di Alessandro III, e ne era stato tenuto in gran pregio, fino a tanto che Clemente III lo aveva creato cardinale della Diaconia dei santi Sergio e Bacco presso al Campidoglio. A trentasette anni egli saliva alla santa Sede. Appena che Innocenzo III fu eletto, gli si accalcò intorno il popolo romano, con alte grida chiedendo denaro. Gli avari Romani, anzichè darne, esigevano dai loro Papi omaggio di donativi. Del continuo il loro giuramento di fedeltà era sempre comperato a prezzo d’oro, ed, oltre a questo, il Comune civico di Roma pretendeva da ogni Pontefice nuovamente eletto un tributo di cinquemila libbre. Al trono di Innocenzo minacciava pericolo di crollare prima ancora che egli veramente ponesse il piede a salirlo; cedette egli perciò alle furiose esigenze dei Romani, ma pensò che dall’abuso gli conveniva trarre uno stabile profitto. Non lesinò meschinamente come Lucio III per sua disgrazia aveva fatto; dispensò denaro con magnificenza da gran signore e si guadagnò così la moltitudine del popolo, ma una largizione tanto considerevole di moneta fu gravemente obrobriosa, e potè chiamarsi veramente prezzo d’acquisto della signoria[3]. Ai 22 Febbraio 1198 Lotario fu consecrato nel san Pietro; indi fece la sua entrata solenne nel Laterano, accompagnato dal Prefetto della Città e dal Senatore, dalla nobiltà, dai Baroni della provincia, dai Consoli e dai Rettori delle città, che vennero a fargli reverenza. La ceremonia della sua incoronazione ci offre acconcia opportunità di descrivere con brevi tocchi questi mirabili spettacoli del medio evo. Non erano cotali processioni dei Papi meno splendide di quello che fossero le cavalcate degli Imperatori allorchè movevano a torsi la corona; e sebbene mancassero delle pompe soldatesche straniere e delle battaglie nella città Leonina, nondimeno spiegavano tutte le magnificenze del Papato in un apparato nazionale romano. Fin dal secolo undecimo i Pontefici consecrati nel san Pietro erano stati soliti di tornarsene alla loro residenza del Laterano con solenne corteo; e da Nicolò I in poi, quelle processioni diventarono una specie di trionfo che il Papa coronato teneva in mezzo di Roma, cavalcando lungo un cammino che diventò tradizionale con nome di _Via Sacra_ od anche di _Via Papae_[4]. Meta di lui erano il palazzo Lateranense e la basilica di Costantino, di cui il Pontefice toglieva possedimento con istrane ceremonie: e mercè di esse massimamente significavasi il suo ingresso al governo, anche quale signore temporale di Roma e dello Stato ecclesiastico. Come il Papa aveva ottenuto la consecrazione per mano dei Vescovi di Ostia, di Albano e di Porto, usciva sulla piattaforma della scalea del san Pietro, e si adagiava sopra un trono. L’Arcidiacono gli toglieva di capo la mitra vescovile, e in mezzo alle acclamazioni del popolo la copriva del _Regnum_ principesco. Era questo la _Tiara_ rotonda, appuntita in cima, quella favolosa corona che dicevasi Costantino aver donato a Silvestro papa: in origine formata di penne bianche di pavone e senza ornamenti, fu più tardi decorata di gemme lucenti; dapprima cinta di un serto d’oro, più tardi fullo financo di tre diademi, e adorna alla sommità di un carbonchio[5]. In quello che coronava il Papa, l’Arcidiacono pronunciava queste superbe parole: «Ricevi la tiara, e sappi che tu sei il padre de’ Principi e dei Re, il reggitore del mondo, il vicario in terra del nostro redentore Gesù Cristo, cui è onore e gloria nei secoli eterni»[6]. Cristo e i suoi Apostoli, che erano stati avvezzi a camminare con pie’ scalzi, ben avrebbero mirato con profonda meraviglia la persona del loro successore, il quale, avvolto in vestimenta magnifiche e scintillanti d’oro e di pietre preziose, si levava allora dal trono tenendo il _Regnum_ in capo, e da papa-re montava sopra un palafreno coperto di gualdrappe colore scarlatto. Imperatori o Re, le quante volte di loro erano presenti, gli tenevano la staffa e procedevano un tratto conducendogli il cavallo per le briglie; se Principi non v’erano, a quell’officio attendevano i maggiori nobiluomini e i Senatori di Roma[7]. Tutti i laici e gli ecclesiastici che prendevano parte al corteo, salivano sui loro palafreni, poichè la processione andava a cavallo. Moveva essa in quest’ordine: precedeva a tutti un cavallo riccamente bardato del Papa, vuoti gli arcioni; indi venivano i crociferi a cavallo; dodici vessilliferi anch’essi a cavallo con in mano bandiere di color rosso; due altri cavalieri che tenevano sulle lance imagini di cherubini scolpite in oro; i due Prefetti marittimi; gli _Scriniarii_, gli avvocati, i giudici colle lunghe e nere vesti talari del loro officio; la Scuola dei cantori, i Diaconi e i Suddiaconi, gli Abati stranieri, i Vescovi, gli Arcivescovi, gli Abati delle venti Abazie di Roma, i Patriarchi e i Cardinali vescovi, i Cardinali preti, i Cardinali diaconi[8], tutti a cavallo, sul quale non è difficile che alcuni vecchi tremuli si tenessero aggrappati con gran fatica. Seguiva allora il Papa sopra un bianco palafreno cui, a destra e a manca Senatori ossiano nobili addestravano per le redini. Tosto dopo movevano cavalcando alcuni Suddiaconi e il Prefetto della Città accompagnato dai collegi de’ giudici. Poi subentravano le corporazioni cittadine, le milizie, i cavalieri e i maggiorenti di Roma vestiti di corruscanti corazze colle divise e coi colori delle loro famiglie. La comitiva di quei signori ecclesiastici e laici (a passare occupava qualche ora), i canti solenni, lo scampanio delle chiese, le acclamazioni del popolo, quegli ordini, quelle dignità, quegli officî, la varietà delle fogge, la mescolanza di cose di chiesa e di cose profane, tutto produceva uno spettacolo ammirabile che rifletteva in un sol quadro la grandezza del Papato. Ma quella comitiva di vecchi, di preti, di monaci salmeggianti si moveva a guisa di ombre in mezzo a rovine, e rappresentava la caduta e la mutazione delle sorti di Roma con imagine piuttosto mesta che splendida. La città era addobbata a festa; lungo il cammino che il Pontefice batteva erano rizzati alcuni archi di onore che laici romani costruivano; e, giunto sotto di essi, il Papa distribuiva denaro in compenso dell’opera[9]. Passando pei vetusti archi trionfali degl’imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano, la processione moveva al quartiere Parione, dove, presso alla torre di _Stephanus Petri_, il Papa sostava per ricevervi le acclamazioni della _Schola_ degli Ebrei[10]. Infatti una deputazione dei figli d’Israello, eroici cultori di un monoteismo puro e incorrotto, stavasi colà piena di temenza oppure di timida speranza, con alla testa il Rabbino della sinagoga, che recava in ispalla il rotolo del santo Pentateuco misteriosamente velato. In ogni Papa novello gli Ebrei romani erano costretti a salutare il loro signore territoriale che misericordiosamente concedeva ad essi un asilo in Roma, ed era pari agli Imperatori antichi, davanti ai quali avevano costumato anche i loro avi presentarsi per far omaggio al nuovo Principe che saliva al trono. In quello che il Rabbino porgeva al Vicario di Cristo il codice di Mosè acciocchè lo confermasse, negli sguardi biechi o benevoli del novello Pontefice gli Israeliti leggevano scritta la loro sentenza, la tolleranza ovvero l’oppressione in cui sarebbero tenuti. Il Papa dava un rapido sguardo al Pentateuco, restituiva al Rabbino il rotolo della scrittura porgendoglielo dal rovescio, e con degnevole serietà sclamava: «La legge onoriamo, ma condanniamo la mente degli Ebrei; imperocchè alla legge abbia dato compimento Cristo, che il cieco popolo di Giuda attende ancora come Messia»[11]. I figli d’Israello se la svignavano fra gli improperî della plebaglia romana; e la processione proseguiva il suo cammino per il campo di Marte, mentre, ad ogni tratto di via, il clero romano, abbruciando incensi e cantando inni, stava postato a salutare il Pontefice. Frattanto il popolo, lasciandosi andare a giovialità carnevalesche, faceva intronar l’aria di liete canzoni[12]; e affine di diradare la calca soverchia della plebaglia, forse anche a ricordanza di antichissime tradizioni consolari, i famigli del Papa in cinque luoghi prestabiliti gettavano manciate di monete[13]. Il corteo percorreva i _Fora_, passava dagli archi trionfali di Settimio Severo e di Tito, e, radendo il Colosseo e il san Clemente, giungeva alla piazza del Laterano, dove il Papa era accolto con festosi cantici dal clero di quella basilica[14]: allora lo si conduceva al _Porticus_, e là sedeva sopra un antico sedile di marmo detto _Sella stercoraria_. Gli era pure il massimo avvilimento cui si assoggettava il capo supremo della Cristianità allorchè si adagiava sul seggio di quel nome; e la simbolica ceremonia che ivi avveniva è forse il più bizzarro costume che abbia foggiato il medio evo, nè di essa oggi possiamo udir parlare senza esserne tratti a riso. Però accorrevano alcuni Cardinali a rialzare il Padre santo da quella disdicevole scranna, dicendogli le confortevoli parole tratte dalle sacre Scritture: «Ei suscita dalla polvere il mendico, e solleva il povero dallo sterco»[15]. Il Papa si fermava ivi ritto, traeva dal grembo di un famiglio tre manciate piene di oro, di argento e di rame, e le gettava al popolo sclamando: «Oro e argento non son per me; quel che ho, a te dono»[16]. Entrato in Laterano, vi faceva orazione; poi, sedendo sopra un trono alzato dietro all’altare, vi riceveva l’omaggio del Capitolo della basilica; passava indi nel palazzo e, toltone possesso camminandovi o sedendovi, si sdrajava in atto di uomo che giace, sopra un antico sedile di porfido che era innanzi alla cappella di san Silvestro, e in quella positura riceveva dalle mani del Priore del Laterano il pastorale e le chiavi della chiesa e del palazzo, simbolo quello della sua autorità di governo, simboli queste della podestà che lega e scioglie. Adagiatosi sopra un altro sedile di porfido, il Papa restituiva al Priore quei simboli, e veniva allacciato i fianchi con una cintura di seta rossa donde pendeva una tasca color di porpora, contenente muschio e dodici suggelli di pietre preziose, imagini della podestà apostolica e delle virtù cristiane[17]. Allora erano ammessi al bacio del piede tutti gli officiali del palazzo; ed il Pontefice a tre riprese gettava monete di argento fra il popolo, pronunciando le parole: «Lo sparse e lo diede ai poverelli; in eterno dura la sua giustizia». Dopo di aver pregato innanzi alle reliquie nella cappella palatina, detta _Sancta Sanctorum_, nuovamente si assideva sopra un trono nella cappella di san Silvestro; ivi gli si presentavano, secondo l’ordine della loro dignità, i Cardinali e i Prelati, che gli si inginocchiavano dinanzi protendendo la mitra, nella quale egli lasciava cadere il solito donativo di denaro, appellato _Presbyterium_[18]. Susseguiva il giuramento di omaggio che il Senato romano prestava in Laterano, e finalmente tenevasi mensa nella sala dei banchetti. Il Papa sedeva tutto solo ad un desco su cui erano disposti preziosissimi vasi, mentre a tavole separate prendevano posto i Prelati e i maggiorenti, i Senatori ed il Prefetto coi giudici. Il Pontefice era servito dai più nobili signori; se alla festività erano presenti dei Re, questi gli portavano i primi piatti, e poi andavano umilmente a sedersi alla mensa dei Cardinali. Questi non sono che i tratti maggiori delle grandi processioni che si celebravano nelle coronazioni pontificie. Cotali forme medioevali si conservarono fino a Leone X: indi cessarono le antiche costumanze simboliche; e la ceremonia, con pompa più conforme all’indole dei tempi, si tramutò nel _Possessus_ ossia nella magnifica funzione con cui il Pontefice prende il dominio del Laterano. § 2. Innocenzo III riduce il Prefetto di Roma ad essere un officiale pontificio. — Condizioni della Prefettura urbana. — I Prefetti della casa di Vico. — Condizioni del Senato. — Scotto Paparone, senatore. — Innocenzo III consegue il diritto di eleggere il Senato. — Formula giuratoria del Senatore. — Il Comune di Roma conserva la sua autonomia. — Primi Podestà romani nelle città fuor di Roma. Dall’altezza del suo trono Innocenzo III volse uno sguardo allo Stato su cui imperava, e non vide che ruine; guardò a ciò che dovesse intraprendere, e vide il mondo ridotto a condizioni tali che offrivano ogni agio di porgli briglia, all’uomo il quale volesse dominarlo con ambizioni cesaree. Sotto al suo debole antecessore la podestà temporale di san Pietro era andata affatto distrutta; le più remote province dell’antico Stato ecclesiastico erano possedute da Conti tedeschi, generali di Enrico VI, cui questi le aveva date in premio dei loro servigî; quanto alle terre situate in vicinanza di Roma, trovavansi in balìa della nobiltà ossia del Senato[19]. Pertanto, primo compito di Innocenzo fu questo, di restaurare nelle più prossime attenenze la signoria della Chiesa. Se un tale intento potè raggiungere, se cose eziandio maggiori gli riuscì di operare con tanta prestezza da superare qualsiasi aspettativa, egli ne andò debitore alla costernazione in cui cadde il partito imperiale alla morte di Enrico VI ed alla repentina vacanza dell’Impero. Tutt’a un tratto, presso al feretro del suo oppressore, il Papato si sollevò dalla sua profonda fiacchezza per diventare potenza nazionale d’Italia. Poichè sul Campidoglio la Republica aveva perduto il suo saldo sostegno, Innocenzo potè rialzare il reggimento pontificio nella Città con un primo e audace moto. Ivi alla signoria della santa Sede facevano ancora intoppo due magistrati, il Prefetto che rappresentava i diritti dell’Impero romano, e il Senatore che rappresentava i diritti del popolo romano. Enrico VI aveva nuovamente ridotto la Prefettura urbana ad essere una prevostura imperiale, e di Pietro prefetto aveva fatto un suo uomo feudale. Adesso quest’ultimo vedevasi privo di protezione; laonde, a prezzo che lo riconfermasse nel suo officio, ei fe’ soggezione al Papa. Nel dì 22 Febbraio 1198, in publico Concistoro, Pietro prestò giuramento di vassallaggio ad Innocenzo III, e dalle mani del Papa ricevette il purpureo mantello prefettizio in segno di infeudazione[20]. La formula giuratoria che ci fu conservata, tiene discorso indeterminato degli officî competenti alla Prefettura. Il Prefetto vi fa omaggio alla Chiesa, come uomo ligio ai servigî del Papa, investito di «procura» temporanea di un territorio; e vi giura di far rispettare i diritti della Chiesa, di provvedere alla sicurezza delle strade, di amministrare la giustizia, di custodire fedelmente per conto del Pontefice le rocche forti, di non edificarne arbitrariamente di nuove, di non rendere vassallo suo qualsiasi vassallo che appartenga al _Patrimonium_ della Chiesa, di dimettersi dall’officio ogni qual volta il Papa lo imponga. Ma non si denota quali terre fossero al Prefetto soggette[21]. In Roma antica la sua giurisdizione s’era estesa fino alla centesima colonna miliare; da ciò, ancora nel medio evo, i Romani avevano fatto derivare il loro diritto di reggere tutto il distretto cittadino col ministero de’ giudici del Comune; e fin nel secolo decimoquinto un secretario della Città consegnava a Martino V una scrittura, in cui quegli stabiliva cotali massime: «Dacchè l’_Imperium_ fu trasmesso ad un Principe, la città di Roma si ebbe tramutato in una Prefettura: sempre essa tenne un’autorità prefettizia sua propria; e poichè questa si estende fino alla centesima pietra miliare, anche il distretto cittadino capisce altrettanto territorio: quanto in quella periferia è compreso, tanto trovasi soggetto alla giurisdizione di Roma; ivi la Città possiede diritti di republica: il _merum_ e il _mixtum imperium_, le regalie, i fiumi, le vie, i porti, le dogane, il diritto di zecca ed altrettali»[22]. Il Comune romano pretendeva al governo di tutto il distretto urbano da Radicofani a Ceperano, dai monti della Sabina al mare; ma per nulla traspare che ivi il Prefetto esercitasse la sua giurisdizione. La democrazia del Campidoglio aveva demolito la potenza di quel giudice criminale ch’era stato tanto formidabile un tempo; il Senatore aveva rovesciato dalla sua altezza il Prefetto; il capo del Comune cittadino aveva soppiantato il Prevosto imperiale[23]. Affatto oscuro rimane di che specie fosse ancora quell’officio sull’incominciamento del secolo decimoterzo, dopochè tutti i diritti fiscali dell’Impero avevano cessato di esistere. Teneva sì il Prefetto un tribunale di polizia nella Città e fuori, ma la sua influenza non posava più nel suo officio, sibbene nella sua ricchezza di possedimenti territoriali. Ed invero il Prefetto era diventato signore di estesi beni nella Tuscia, dove s’era impossessato di parecchi Capitanati che avevano fatto parte del patrimonio di Matilde. Omai dalla fine del secolo duodecimo in poi il teatro dei suoi ambiziosi maneggi appare essere stato un tratto di territorio prossimo a Viterbo; e nel secolo decimoterzo la Prefettura si mostra divenuta di ragione ereditaria della famiglia baronale di Vico, città, ora decaduta, di quella provincia. Convien dire che da lungo tempo la Prefettura avesse avuto per appannaggio le entrate di alcuni beni di Tuscia, che erano tenuti in conto di veri e proprî feudi prefettizî: e presto venne che la casa signorile di Vico tramutò il feudo officiale (congiuntamente alla Prefettura) in un patrimonio ereditario, accresciuto a dismisura per via di compre e di ruberie; nè Innocenzo III giunse a impedirne la trasmissione ereditaria, sebbene solamente a tempo accordasse la «procura» a Pietro prefetto che era di quella famiglia[24]. Nell’anno 1198 si spense in Roma l’ultimo avanzo (e non era che una larva) della podestà degli Imperatori, onde avevano tenuto le veci sotto ai Carolingi il _Missus_, più tardi il Prefetto. Massime quest’officio era così intieramente decaduto, che in verità nemmeno il Papa sapeva che cosa dovesse farne della vecchia e tarlata figura del Prefetto[25]. Innocenzo III nell’anno 1199 lo tenne da _Missus_ pontificio, e gli concesse autorità di giudice di pace nelle città di Tuscia e di Umbria ed a Spoleto[26], le quali terre continuarono ad essere stanza dove più tardi i Prefetti di Vico tennero ragguardevole luogo. Infatti la cosa di maggior rilievo si fu che quindi innanzi il Prefetto di Roma conseguì una spiccatissima posizione dinastica come _Capitaneus_ in Tuscia. Del resto in Roma e nel distretto della Città egli durò nelle sue funzioni di giudice, laonde in lui si può ravvisare il governatore della Città. Del continuo era egli che eleggeva giudici e notai[27], che esercitava un’autorità di polizia, che curava la sicurezza delle strade e sopravvegliava ai prezzi dei grani ed al mercato. Il Papa, che onorava in lui il più antico magistrato di Roma, cercò per mezzo suo di metter nell’ombra il Senatore. Gli concesse perciò una dignità rappresentativa fornita di grande pompa e di splendore; avvegnaddio in tutte le processioni che si tenevano per le coronazioni il _Praefectus Urbis_ si stesse in vicinanza immediata del Pontefice: e, alla quarta domenica di quaresima, regolarmente riceveva in dono la rosa d’oro che egli poi con festosa solennità, montato a cavallo, soleva portare in giro per la Città[28]. Con fortuna parimenti propizia Innocenzo III, in quegli stessi giorni conseguì eziandio la signoria suprema sul Comune civico di Roma. Alla Republica del Campidoglio, ridivenuta aristocratica, difettavano pur sempre le basi di un ordinamento che riposasse sulle forze del popolo. La sua autorità esecutiva fluttuava fra l’oligarchia e la monarchia; ora era in potere di un numero soverchio di governanti ed ora di un solo «Podestà». Così avveniva che, mentre nell’anno 1197 si erano eletti cinquantasei Senatori, allorchè fu consecrato Innocenzo III non v’aveva invece che un Senatore unico[29]. Il capo municipale di Roma combatteva incessantemente le pretensioni di san Pietro; Benedetto _Carushomo_ e i suoi succeditori s’erano fatti independenti dalla santa Sede; nelle città della provincia romana avevano posto dei loro _Rectores_ e mandato dei giudici del Comune financo nella Sabina e nella Maritima, imperocchè i Romani affermassero che queste province erano, per ragione di diritto, veri beni demaniali della loro Città[30]. Il Comune capitolino reclamava la giurisdizione del distretto, e intendeva che tal fosse il territorio dell’antico Ducato romano. Similmente come altre città italiche s’erano impadronite degli antichi Comitati (contado), così anche Roma voleva essere la padrona del suo Ducato. Al momento in cui Innocenzo III salì al trono senatore era Scotto Paparone, nobile romano di un’antica famiglia, la quale era forse imparentata col Papa per parte della madre di lui[31]. Innocenzo seppe indurre quell’uomo a dimettersi dell’officio; ed il popolo, guadagnato con donativi di denaro, rinunciò perfino all’importante diritto della libera elezione del suo Senato, la quale Innocenzo protestava spettare per privilegio al Pontefice. Egli nominò allora uno che fosse arbitro dell’elezione (_Medianus_), e questi a sua volta elesse il nuovo Senatore: indi avvenne che agli _Justitiarii_ (fino a quel momento messi in carica dal Campidoglio) furono, dappertutto nel territorio cittadino, sostituiti dei giudici papali[32]. Per tal guisa nell’anno 1198 il Senato cadde sotto l’autorità del Pontefice. Conserviamo ancora la formula del giuramento che allora prestò il Senatore: «Io», diceva, «senatore della Città, sarò d’ora in poi fedele a te, signor mio, papa Innocenzo. Nè coll’opera, nè col consiglio contribuirò a che tu perda la vita o il corpo, o che ti sia tolta con frode la libertà. Quello che di bocca tua, o con lettere, o con messaggi mi confiderai, non isvelerò a chicchessia in danno tuo. Le quante volte io ne abbia contezza, impedirò che a te si nuoca; se non potrò farlo, te ne avviserò di bocca mia, o con lettere, o con sicuri messaggi. Con ogni mia possa e con tutta la mia scienza ti ajuterò a conservare il Pontificato romano e le regalie del san Pietro che tu possiedi, a rivendicare quelle che non possiedi; le cose recuperate contro tutto il mondo a tuo pro difenderò: il san Pietro, la città di Roma, la Leonina, il Transtevere, l’isola, il castello di Crescenzio, santa Maria Rotonda, il Senato, la zecca, gli onori e gli officî della Città, il porto di Ostia, i dominî di Tusculo, e, sopra ogni altra cosa, tutte le giurisdizioni che ti competono dentro della Città e fuori. Ai Cardinali, alla loro corte ed alla tua, guarentirò completa sicurtà ogni qual volta vadano alla chiesa, e vi dimorino e ne tornino. Giuro che quanto ho detto manterrò in buona fede: così mi ajutino Dio e questi santi Evangelî»[33]. Sarebbe errore se si credesse che il Papa d’allora in poi esercitasse su Roma un’autorità diretta e regia. Il reggimento monarchico, secondo l’indole dei tempi nostri, era così ignoto al medio evo, che neppure una sol volta venne in mente a Innocenzo III di porre in dubbio l’autonomia del Comune romano. Tutti i Pontefici di quell’età tennero la città di Roma non soltanto in conto di potenza civica, ma eziandio di potenza politica e sovrana. Cercarono di usare sopra di essa il loro ascendente, se ne assicurarono la signoria in via di principio fondamentale, nominarono o per lo meno confermarono i Senatori, ma non decretarono mai cosa alcuna che fosse contro il volere e la podestà del popolo. La loro signoria era semplicemente un titolo di autorità; niente di più. Infatti i Romani continuavano a congregare le loro assemblee sul Campidoglio in libero parlamento, ad avere finanze loro proprie, lor proprio esercito, a decidere della guerra e della pace senza pur interpellarne il Papa; financo movevano guerra a città dello Stato ecclesiastico, o con quelle conchiudevano trattati di diritto publico. Ed invero anche queste città erano per la più parte Comuni liberi, laddove altre terre nel distretto romano pagavano, per patti convenuti, dei canoni feudali alla Camera del Campidoglio, e ricevevano dal Senatore i loro Podestà[34]. A dimostrare l’indole energica della nobiltà romana di quel tempo e l’onorevole pregio in che era tenuto il Comune civico basta il fatto che in sulla prima metà del secolo decimoterzo trovansi molti Romani da podestà in città forestiere. Queste (la più parte avevano stretto alleanza difensiva con Roma) chiedevano spesso con solenni ambascerie al popolo romano che loro desse per reggitore un nobile romano. Alla serie di cotai Podestà romani (che in tutti i documenti si denotano superbamente col nome di _Consules Romanorum_) danno ormai inizio Stefano Carzullo nell’anno 1191 e Giovanni Capocci nel 1199, entrambi a Perugia: Pietro Parenzo nell’anno 1199 andava da podestà in Orvieto, dove era ucciso dagli eretici di parte ghibellina; e nel bel duomo di colà esiste oggidì ancora un altare eretto a onor suo[35]. § 3. Innocenzo III restaura lo Stato della Chiesa. — Rinnovazione della feudalità germanica in Italia per opera di Enrico VI, e decadimento dei suoi principati feudali dopo la morte di lui. — Filippo di Svevia, duca di Toscana. — Markwaldo, duca di Ravenna. — Corrado, duca di Spoleto. — Lega di città tusche. — Restaurazione dei patrimonî della Chiesa. — La parte popolare si solleva in Roma. — Giovanni Capocci e Giovanni Pierleone _Rainerii_. — Roma combatte contro Viterbo a cagione di Vitorchiano. — Pandolfo della Suburra, senatore. — Viterbo fa soggezione al Campidoglio. Roma e i feudatarî della Campagna, della Maritima e della Tuscia avevano (nel mese di Febbraio) riconosciuto Innocenzo III come loro signore territoriale. Per conseguenza il Papa era ridiventato principe dentro delle frontiere del Ducato romano; ma or trattavasi di conquistare eziandio tutte quelle altre province italiche che in antico, sotto a’ Carolingi, avevano composto lo Stato della Chiesa. Causa la eredità di Sicilia, che Enrico VI aveva raccolta, Italia era retrocessa nel suo cammino. I trattati di Venezia e di Costanza continuavano ad essere una spina confitta nel cuore dei Principi della casa di Hohenstaufen, i quali nè volevano prestar omaggio alla libertà conseguita dalle città, nè riverire il _Dominium Temporale_ lasciato ai Pontefici. Enrico VI aveva rialzato a vessillo suo l’antica idea dell’Impero, e fatto di Sicilia il fondamento dei suoi conati monarchici. Aveva egli aperto una breccia nella nazione italica, che era cresciuta in fiore nei Comuni cittadini sotto la protezione del papato di Alessandro III; ed invero aveva ripristinato in Italia gli ordini feudali germanici, e fondato dall’uno all’altro mare dei principati feudali tedeschi, componendoli in parte di beni della contessa Matilde ed in parte di patrimonî di quello Stato ecclesiastico, che egli avrebbe voluto distruggere come ostinatissimo impedimento della signoria imperiale. Aveva creato il suo giovine fratello Filippo a duca di Toscana, e infeudato dell’Esarcato il suo generale Markwaldo: frattanto, ancor da tempo più antico, Corrado di Uerslingen sedeva da duca di Spoleto. In tal guisa Italia, frastagliata di feudi imperiali svevi, era tenuta a freno e minacciata di esizio delle sue democrazie cittadine. Però l’edificio architettato da Enrico VI con disegni laboriosi dell’avvenire, crollò alla morte di lui; e a dimostrare la insolidità delle dominazioni straniere d’ogni specie, appena v’ha un altro esempio che sia più spiccato della rapida caduta di quelle fondazioni imperiali. Non tanto ruinarono esse per urto d’armi, quanto più assai per la forza dell’impulso nazionale che la prima guerra dell’independenza lombarda era venuta educando. L’interregno e le lotte per la successione al trono tedesco abbatterono il partito che gli Hohenstaufen avevano in Italia, e resero agevol cosa alle città di conseguire la loro independenza dall’Impero. Innocenzo, da quell’accorto che era, s’eresse tosto come uomo che voleva liberare Italia dal reggimento tedesco: e allorquando, nell’anno 1198, pronunciò che questo paese, sede delle due podestà, era per volontà divina capo del mondo, la sua parola trovò un eco anche là dove non la si poteva interpretare nel significato di una signoria universale pontificia, di cui Italia fosse il fondamento[36]. La tomba di Enrico VI fu la breccia traverso cui Innocenzo, più avventurato di Gregorio VII, irruppe dentro dell’Impero: e se ne creò arbitro e giudice, in quello che conduceva una parte del popolo italiano a dare l’assalto alle castella di despotismo erette da Enrico. La signoria feudale degli stranieri s’era fondata colla violenza; conseguenze n’erano di qua oppressione ferrea, di là odio ardentissimo. E sel provò, come un ammonimento dell’avvenire, Filippo di Svevia allorchè venne in Italia per pigliar seco Federico, figliuolo di Enrico, erede di Sicilia e già eletto re dei Romani, e per condurlo a incoronarsi in Germania. A Monte Fiascone ricevè Filippo l’annunzio che morto era l’Imperatore; costernato rifece la via, e a grande stento sguizzò di mano agli Italiani sollevatisi con gran furore. In Tuscia, nella Romagna, nelle Marche Innocenzo III inalberava la bandiera dell’independenza: e chi altri se non era il Papa poteva a quel tempo rappresentare la nazione italiana? Per sottrarsi agli odiati stranieri molte città si gettarono nelle braccia della Chiesa; altre, loro malgrado, vennero trascinate dalla grande corrente, perocchè dappertutto si volesse discacciare i feudatarî tedeschi divenuti oggetto di odio. Fra quei generali di Enrico il più potente era Markwaldo, siniscalco dell’Impero e duca di Ravenna, spada valorosa, guerriero rozzo, pien di coraggio, astuto. Appena eletto papa, Innocenzo chiesegli che facesse soggezione alla Chiesa: dapprima il Siniscalco negoziò con furberia, poi si difese virilmente contro le città ribellatesi e contro le soldatesche del Papa; alla fine dovette cedere il suo bel feudo di Ravenna. Per verità Innocenzo III non potè far suoi Ravenna ed altri territorî dell’Esarcato appartenenti all’Impero, avvegnaddio l’Arcivescovo di quella città opponesse resistenza alle sue pretese. Per lo contrario egli conquistò senza fatica la marca di Spoleto. Corrado, che n’era duca e conte di Assisi, gli offerse per fermo di pagar tributo, di servirlo nell’esercito, di consegnargli tutte le fortezze; ma indarno, chè il Papa volle farsi vedere buon cittadino d’Italia, nè si acconciò a quelle proposte[37]. Il Duca fu costretto a sottomettersi senza patteggiare, a Narni; dovette sciogliere i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà; financo partire d’Italia: e per tal guisa Corrado, ridottosi in Isvevia, diè colà fine alla lunga serie dei Duchi germanici di Spoleto, cui aveva posto incominciamento nell’anno 569 il longobardo Faroaldo[38]. Nell’estate dell’anno 1198 Innocenzo potè con orgoglioso diletto percorrere quelle bellissime terre liberate dalla signoria straniera, e in nome della Chiesa ricevette l’omaggio di Spoleto, di Assisi, di Rieti, di Foligno, di Norcia, di Gubbio, di Todi, di Città di Castello e di altri luoghi, dov’ei pose da rettore il Cardinale di santa Maria in Aquiro. Fino Perugia, che era ormai la potente città capitale dell’Umbria, prestò reverenza per la prima volta al Papa; e questi per patto stipulato concesse al Comune la giurisdizione cittadina e la libera elezione dei suoi Consoli[39]: infatti Innocenzo cercava massimamente di guadagnarsi le città colle attraenti promesse delle franchigie comunali, e accortamente le accordava, senza però allargarle di troppo[40]. Per tal modo Innocenzo III, senza lotte, prosperato dalla fortuna oltre ogni esempio, parve capo e condottiero della independenza d’Italia. Se l’idea guelfa di una confederazione italica sotto la suprema capitananza del Papa avesse potuto mai condursi a compimento nessun altro Pontefice più di lui giunse così presso a recarla in essere. Gli splendidissimi trionfi de’ suoi anni primi dimostrano quale irresistibile forza ricavò la Chiesa, le quante volte essa volle per intenti politici allearsi colle tendenze del popolo[41]. Anche Toscana, feudo di Filippo di Svevia, tentò sciorsi dall’Impero, laonde il Papa ne attinse speranza di assoggettare alla Chiesa quella nobile contrada. Firenze, Siena, Lucca, Volterra, Arezzo, Prato ed alcune altre città avevano fino dall’11 Novembre 1197 conchiuso una federazione tusca, sull’esemplare della lega lombarda e colla cooperazione dei legati di papa Celestino III. Nei loro patti quelle città avevano assunto obligo di difendere la Chiesa romana ed i suoi possedimenti, e di non accogliere nei loro territorî Imperatore, Duca o Vicario alcuno, senza il beneplacito del Papa. Innocenzo III cercò di esercitare il suo dominio sulla confederazione, cui Pisa, per la gratitudine ond’era legata agli Hohenstaufen, aveva rifiutato di accedere. Dopo negoziati lunghi, il Pontefice rinnovò nell’Ottobre del 1198 il trattato tusco sulle basi che aveva avuto nell’anno 1197; ma non gli venne fatto in alcun modo di mettersi in possesso di quei beni della contessa Matilde, onde le città s’erano impadronite. I Comuni non accordarono alla Chiesa diritti politici sull’antico Ducato di Toscana, e la loro resistenza alle voglie d’Innocenzo III salvò le Republiche di Firenze, di Lucca e di Siena dalla perdita della loro autonomia[42]. Invece fecero omaggio alla Chiesa tutte quelle terre «matildine» che ad essa avevano appartenuto nel patrimonio di Tuscia, ma le erano state rapite da Enrico VI o da Filippo: e Innocenzo provvide alla riforma di quel patrimonio e delle altre province ecclesiastiche; vi pose suoi legati ossiano rettori, nominò nuovi prevosti di castella e rese ben munite le fortezze. Una catena di rocche minacciose, che dovevano tenersi in conto di beni patrimoniali della Chiesa, fu costruita a nuovo o restaurata dalle Marche fino al Lazio, per tenerne in freno tutto il paese[43]. Così fino dal suo primo esordire, Innocenzo si rivelò uomo di potenza straordinaria, che pareva nato ad esser monarca. Ed invero erano trascorsi appena due anni dacchè sedeva sulla cattedra santa, ed egli aveva di già restaurato lo Stato ecclesiastico secondo l’ampiezza della donazione di Pipino: in pari tempo era divenuto arbitro dell’Impero per il cui trono vacante combattevano fra loro lo svevo Filippo e il guelfo Ottone; era riverito come signore feudale delle Puglie e di Sicilia, e insieme era patrono di potenti confederazioni di città, protettor vero d’Italia. Tuttavia neppur questo Papa giunse a goder in pace della sua podestà temporale. Per lo contrario il suo splendido reggimento mostra una lotta laboriosa, grave di sforzi e vittoriosa soltanto nell’apparenza; una lotta che con forza potente di volontà egli combattè contro l’indole del tempo di cui non giunse a dominare la vastità, e contro gli impulsi fra sè ostili del mondo medio-evale che non riuscì a conciliare: fu anzi l’opera sua che gli aguzzò ad acerbi contrasti, i quali breve tempo dopo scoppiarono in guerre tremende. Bentosto la città di Roma mostrava che nel suo popolo tumultuoso si accoglieva una forza di cui i Papi non potevano rendersi padroni, sebbene talfiata giungessero ad essere signori della Città: essa era che perfino costringeva il grande Innocenzo ad andarsene fuggitivo in esilio. I democratici, gli uomini della costituzione del 1188, i compagni di Benedetto _Carushomo_, non sapevano mettere il cuore in pace che il Papa si fosse impadronito del Senato e che avesse sottratto il distretto urbano alla giurisdizione del Campidoglio. Due demagoghi usciti delle prime famiglie di Roma stavano a capo di questo partito degli uomini amatori dell’independenza: si chiamavano Giovanni Capocci e Giovanni Pierleone _Rainerii_, i quali, poco tempo prima dell’elezione di Innocenzo, erano succeduti al valoroso Benedetto nell’officio di Senatore. Il Capocci, abitatore della Suburra, dove sorgeva il suo turrito palazzo, era uomo ardito e di parola faconda, che a quel tempo esercitava in Roma grandissimo ascendente. Se fosse vissuto nell’età antica, avrebbe conseguito splendore come tribuno e capitano di fazioni; Perugia gli aveva fatto l’onore di eleggerlo due volte a suo podestà, ed egli era imparentato colle più illustri case della Città, e capo di una famiglia che durante il secolo decimoterzo godette di gran credito nella Chiesa del paro che nella Republica[44]. I due ex-Senatori aizzarono le ire del Comune, facendogli comprendere che il Papa aveva rapito alla Città tutta la sua signoria, ed aveva fatto di essa «come l’astore che spiuma delle sue penne la gallina»[45]. Il malcontento dei Romani non ricercava che un’opportunità di scoppiare, e Viterbo (come tempo innanzi Tivoli o Tusculo) gliela offerse: però il Papa colla sua prudenza seppe scansare il pericolo, poichè legò la causa dei Romani alla sua. Viterbo, agiata città commerciale e Comune libero sotto la signoria suprema del Pontefice, trovavasi da lungo tempo in lotta con Roma, alla cui giurisdizione non aveva voluto assoggettarsi[46]. Nell’anno 1199 essa moveva assalimento a _Vitorclanum_; questo piccolo castello si ricoverava sotto il patrocinio romano, ma Viterbo, ammonita di ritirarsi, ricusava farlo, perlochè il parlamento romano la sfidava a guerra[47]. I Viterbesi da previdenti avevano tanto fatto finchè erano stati accolti nella lega tusca; ed or dai Rettori di questa chiedevano ajuto contro Roma, e lo ottenevano. Perciò, intanto che due città pontificie si dichiaravano l’una contro all’altra la guerra, la federazione tusca, senza riguardo al patto giurato colla Chiesa, vi prendeva parte, e financo minacciava Roma, residenza del Papa: condizioni di cose le quali mettono in rilievo di che fatta fosse l’indole della dominazione pontificia nel medio evo, e provano che il Papa e la città di Roma erano due podestà, l’una dall’altra compiutamente separate. Poichè se ne immischiava la lega delle città, i capi del popolo romano erano costretti ad andar cercando l’ajuto di quel Papa stesso, cui avevano sperato di inviluppare in difficili contrasti; ed egli tosto il suo ajuto accordava. Dopo di avere invano ammonito Viterbo acciocchè si sottomettesse al suo arbitrato, egli le scagliò l’anatema, tanto più che quella città aveva poc’anzi prestato soccorso a Narni ribellatasi: ma frattanto le sue esortazioni indussero la confederazione tusca a richiamare le sue soldatesche, ed allora i Romani liberarono Vitorchiano. La guerra divampò nuovamente sulla fine dello stesso anno 1199, quando era senatore un uomo di vigoroso animo, Pandolfo della Suburra[48]. Se Innocenzo avesse rifiutato di continuar più oltre a soccorrere il Comune civico, ne sarebbe avvenuta una sollevazione di popolo, e questa doveva egli cercar di impedire. A denari si andava scarsi; debole era l’esercito, e il Senatore titubante stava aspettando, chiuso nelle tende che eransi alzate nei prati di Nerone. Allora Riccardo fratello del Papa venne prestando la moneta occorrente a levare milizie; i Romani uscirono in moltitudine, e intanto che erano al campo, l’accorto Innocenzo faceva publiche orazioni in san Pietro per il trionfo dei suoi fratelli romani: tanto s’era lontani dal credere che fosse guerra civile la lotta che si combatteva fra due vicine città pontificie! tanto erano lontani i Comuni di una stessa provincia dall’idea che un vincolo politico gli unisse! I Viterbesi, abbandonati dalla federazione tusca, avevano conchiuso un trattato col conte Ildebrandino di Santa Fiora, lo avevano eletto a loro podestà e capitano, e s’erano composte altre alleanze. Però, ai 6 di Gennajo del 1200, eglino soccombettero in una battaglia che ne franse le forze[49]. L’esercito romano trasse trionfalmente alle sue case un ricco bottino di guerra e prigionieri, e il parlamento riconoscente confidò al Papa la mediazione della pace. Innocenzo tolse alcuni nobili prigionieri dalle dure carceri della Canaparia e li custodì come ostaggi in Vaticano; e più tardi, allorchè Viterbo minacciò di rompere i negoziati, salvò dal furor popolare il più ragguardevole di quegli uomini, Napoleone viceconte di Campilia, ricoverandolo nella rocca di _Larianum_: però l’ingrato fuggì, ed i Romani ne fecero grande schiamazzo, dicendo che il Papa gli aveva venduti ai Viterbesi[50]. Coll’interposizione del Pontefice, la pace fu conchiusa sulla fine del 1200, ovvero nel corso dell’anno successivo[51]. Conformemente agli articoli che egli fece leggere in Laterano ai Romani e da loro confermare, Viterbo si sottomise al Senato ed al popolo romano, promise obligo di vassallaggio, pagò tributo, rinunciò a _Vitorclanum_, atterrò una parte di mura della sua città, e senza dubbio ricevette da Roma la confermazione del suo podestà[52]. La vinta città dovette allora restituire le porte di bronzo del san Pietro ed altri ornamenti che essa, nell’anno 1167, aveva portato via da Roma come spoglie di guerra: e nel tempo medesimo i Romani appesero in Campidoglio la campana del Comune di Viterbo, e come trofei attaccarono all’arco di Gallieno, in vicinanza di san Vito, una catena e le chiavi di una porta[53]. Fu il Papa che dettò questa pace per la quale una città ragguardevole dello Stato ecclesiastico faceva soggezione non a lui, ma al Comune di Roma; ed anche un tale avvenimento serve a provare che egli riveriva nel popolo romano una podestà sovrana da lui distinta: perciò massimamente la guerra fra Roma e Viterbo fu meritevole della nostra attenzione. § 4. Nuove famiglie di nobili in Roma. — Gli Orsini. — Loro litigi per causa di eredità coi parenti di Innocenzo III. — Riccardo Conti e la casa di Poli. — Il patrimonio di Poli viene in mano di Riccardo. — Guerra nella Città. — Innocenzo III fugge ad Anagni (1203). — Lotta delle fazioni per ragione del Senato. — Innocenzo ritorna (1204). — Gregorio Pierleone _Rainerii_, senatore. — Dispute acerbe per la costituzione. — Indole di cotai guerre civili. — Innocenzo giunge ancora una volta a ottenere che l’elezione del Senato sia tenuta per cosa di diritto pontificio (1205). Sperava adesso Innocenzo di aver composto Roma a pace[54], ed invece repugnanza della signoria pontificia, lotte di costituzione, litigî di nobili tennero in commovimento continuo la Città. Col secolo decimoterzo, dalle famiglie del patriziato sorsero a potenza nuova alcune case, in quello che scesero in basso le famiglie dei Pierleoni e dei Frangipani, un tempo dominatrici. Anche i Papi diventarono fondatori di case nepotesche che intendevano ad acquistarsi la tirannide cittadina; ma a quelle non appartenne la stirpe omai antica dei Colonna, e neppur quella degli Anibaldi, laddove i Conti, i Savelli, gli Orsini andarono debitori ai Papi delle loro dovizie e della loro grandezza. Celestino III aveva dotato di beni ecclesiastici i suoi nipoti del casato di Bobone, e fondato così veramente la splendida fortuna di quella famiglia, congiunta di parentela agli Orsini[55]. La casa di Orso, fatta a questo tempo già celebre, splende nel medio evo romano per Pontefici parecchi, per una serie lunga di Cardinali, di uomini di Stato e di capitani di guerra. Fra tutte le famiglie di Roma soltanto gli Orsini poterono tener testa ai Colonna ghibellini, di origine contemporanea. Oscura ne è la provenienza. Le storie famigliari che trovansi conservate negli archivî di Roma (e sono compilazioni prive di critica) fanno che gli Orsini derivino da Spoleto, e soltanto raccontano ciance e favole. Alcune notizie ne vanno cercando la culla sul Reno, ma il nome _Ursus_ e quello _Ursinus_ sono romani antichi; per lo meno, non può dimostrarsi che Sassoni immigrati sotto agli Ottoni abbiano fondato quella potente famiglia romana[56]. Un uomo avventurato, guerriero certamente famoso, per costumi rozzi e per muscoli gagliardi appellato l’orso (_Ursus_), fu lo stipite di una famiglia che, per numero di discendenti e per durata di tempo, sovrasta a più d’una stirpe di re. L’età e la persona di quell’antico signore sono avvolte nel buio: questo solo è sicuro che del nome _Ursus_ si trova indicazione nell’epoca degli Ottoni[57]. Sull’incominciamento del secolo decimoterzo «i figli di _Ursus_» erano omai numerosi e potenti, ed abitavano nella regione Parione, in loro turriti palagi di foggia romana, edificati sopra monumenti antichi. Per ragione di eredità erano venuti a litigio colla famiglia di _Romanus de Scotta_ e di _Johannes Ocdolinae_, parenti dei Conti[58]; e, intanto che Innocenzo nell’anno 1202 erane andato a Velletri, gli Orsini avevano cacciato i loro avversarî dalle loro case[59]. Tornato il Pontefice, comandò che facessero la pace, e Pandolfo senatore bandì i partiti ostili, confinando l’uno a san Pietro, l’altro a san Paolo. Però l’ira sitiva sangue, e un assassinio destava tosto la Città a furibonda sollevazione. Teobaldo, un di casa Orsini, era stilettato lungo la via che mena al san Paolo; allora tutta la famiglia di Orso irrompeva nella Città traendo per le strade il cadavere dell’ucciso, e, levando strida di vendetta, metteva a distruzione le case de’ nemici, e gettava lo spavento per tutta Roma. Il fiero odio contro i congiunti del Papa si ritorse contro di questo, cui si dava taccia di nepotismo; nè l’accusa era ingiusta avvegnaddio Innocenzo III si maneggiasse a creare nel Lazio un retaggio principesco all’ambizioso fratel suo Riccardo: e la cosa infatti gli riusciva mirabilmente. Riccardo dimorava in Roma, dove con denari del Papa edificava la gigantesca torre dei Conti. Egli aveva tratto il conte Odone di casa Poli dalle angustie dei debiti ond’era crivellato, ma per contratto se n’era fatto cedere i beni, antichi feudi ecclesiastici. Il conte Odone aveva acconsentito di sposare il figliuol suo con una figlia di Riccardo; però tutt’ad un tratto ei ritirava la data parola, per cupidigia di poter ricuperare i suoi possedimenti, e, siccome non ne aveva alcun valido titolo giuridico, egli aizzava il popolo contra ai Conti. Più d’una volta i parenti dei Poli, nobiluomini decaduti per mal governo del loro patrimonio e per lunghi litigî, mossero in aspetto di supplicanti attraverso la Città, mezzo nudi e in man recando croci: nel giorno di Pasqua si ficcarono con ischiamazzi fin dentro del san Pietro, turbarono con tumulti la processione pontificia, e da ultimo offersero sul Campidoglio al popolo romano i beni che avevano dato in ipoteca a Riccardo. I bei possedimenti di casa Poli comprendevano nove castella poste lungo la frontiera della Sabina e del Lazio; perciò i Romani, senza metter tempo in mezzo, vi stesero sopra le mani, ma il Papa fu presto a far valere innanzi al Senato i diritti che gli spettavano su quei feudi della Chiesa, e in nome di questa li concesse al fratel suo in pegno, di guisa che poco dopo il feudo dei Poli si trasfuse per sempre nei Conti[60]. Pandolfo senatore era uomo ligio al Pontefice, e, come voleva ragion di diritto, aveva avversato la proposta dei Poli; bastò questo perchè l’odio del popolo si rovesciasse anche sopra di lui. Il Campidoglio fu preso d’assalto, si appiccò il fuoco alla torre di Pandolfo posta sul Quirinale, e, se l’assediatovi Senatore potè scamparne, fecelo a gran fatica, mercè l’aiuto di Riccardo fratello del Papa. Anche alla torre del Conte il popolo infierito die’ la scalata, proclamandola proprietà cittadina[61], e Innocenzo stesso, sul finire dell’Aprile 1203, fuggì nella Campagna. In quei dì medesimi nei quali i Crociati latini conquistavano Bisanzio, il grande Pontefice era messo alle strette dalle meschine contese di baroni romani, esposto alle furie del popolo, costretto a fuggire. Profondamente lo addolorò il contrasto in cui trovavasi avvolto, fra la coscienza ch’egli aveva dell’autorità pontificia e le angustie pratiche onde la sua vita era travagliata: ad autunno, quando aveva anche ricevuto la lieta novella della caduta di Costantinopoli, infermò in Anagni, e tanto gravemente, che si die’ per certa la sua morte[62]. In quella s’appressava il Novembre, e dovevasi eleggere il nuovo Senato. Il popolo malcontento chiese i cinquantasei Senatori, ed il Papa (col quale si negoziò per via di messaggieri) ordinò ai Cardinali che tenevano le sue veci di nominare dodici _Mediani_, secondo il diritto che a lui ne spettava. Il popolo serrò quegli elettori, come in un conclave, nella torre di uno de’ suoi caporioni, Giovanni _de Stacio_, che aveva costruito le sue case sui ruderi del circo Flaminio[63]; e si strappò a quei rinchiusi il giuramento che eleggerebbero della fazione ostile al Papa per lo meno due Senatori. Ma frattanto Pandolfo, uscendo del suo officio, consegnò il Campidoglio agli aderenti del Pontefice, e il neo-eletto Senato per ragione della lite con Riccardo si divise in due parti fra sè avverse. Quella popolare dichiarò che i beni dei Poli erano proprietà civica, l’altra die’ la sua repulsa a cotale deliberazione. Una guerra feroce mise Roma a soqquadro, e finalmente il popolo tribolato dai nobili indirisse un fervido invito al Papa, acciocchè tornasse. Dapprima egli ricusò, indi venne nel mese di Marzo del 1204 colla risoluzione animosa di porre fine alle turbolenze e di ordinare a suo senno il Senato, di cui, decorsi essendo sei mesi, ricorreva l’elezione nuova. Innocenzo, accolto in Roma con ogni maniera di onori, vi riprese dimora, e pacificò tosto la fiera sollevazione con provvedimenti accorti; nominò ad elettore un uomo cui tutti i partiti tributavano estimazione, Giovanni Pierleone, avversario suo un tempo, adesso forse suo amico: e questi scelse a senatore _Gregorius Petri Leonis Rainerii_, stretto congiunto suo, nobiluomo per onestà chiarissimo, ma non per forza d’animo[64]. Sennonchè l’avversa fazione democratica di pace non ne voleva sapere, nè, massime, volea consentire che il diritto di elezione spettasse al Pontefice; laonde, raccoltasi nel circo Flaminio, protestò essere annullato il trattato del 1198, ed elesse un anti-Senato col titolo di «buoni uomini del Comune»[65]. Per tal guisa Roma era scissa nella fazione pontificia e nella fazione democratica. Della prima stavano a capo Pandolfo della Suburra, Riccardo Conti, Pietro Anibaldi, la famiglia Alessia, Gilido _Carbonis_; alla testa del partito contrario tenevansi Giovanni Capocci, Baroncello, Jacopo Frajapane, Gregorio e Giovanni _Rainerii_, il quale ultimo aveva nuovamente sposato la causa del popolo[66]. L’acerba guerra cittadina si risolveva in una lotta che aveva per iscopo gli ordini della costituzione e per fondamento un intento d’importanza altissima. I partigiani dell’antico ordinamento comunale rifiutavano di cedere al Papa la elezione del Senato, poichè capivano che insieme con questo loro diritto, poco a poco, avrebbero perduti tutti gli altri. Oltracciò la lite dei Poli era entrata nella controversia a renderla più avviluppata di difficoltà, avvegnachè la crescente potenza della casa nepotesca dei Conti desse giusta ragione a sospettare. Alla testa del popolo si poneva di bel nuovo il più accanito nemico del Papa, Giovanni Capocci, in quello che i Pontificî si schieravano sotto la disciplina di Pandolfo ex-Senatore, e Riccardo forniva la moneta bisognevole. Una vera guerra fu combattuta per lungo e per largo nella regione che dal Colosseo si estendeva fino al Laterano ed al Quirinale, sulle cui pendici i tre capitani, Riccardo, Pandolfo e il Capocci, possedevano le loro torri. Le forme di cotai guerre cittadine scolpiscono in modo evidente l’indole di quell’età gagliarda di forza e rozza di costume. Allorquando le fazioni venivano alle mani nella Città, si costruivano in gran furia torri di mattoni o di legno: e torri avverso alle prime si edificavano, e dalle une contro le altre scagliavasi una tempesta di sassi colla rabbia selvaggia di feroci Lapiti. Quelle fortezze improvvisate sorgevano come per portento; si fabbricavano e si munivano di ripari di legno in mezzo a combattimenti e a tumulto ed a grida, avvegnadio la parte opposta cercasse di impedirne gli operai dal lavoro; e quelle torri cadevano oggi abbattute per esser domani rialzate di bel nuovo. Le si piantavano sopra avanzi di templi, di terme, di acquedotti, e si munivano di balestre potenti, in quello che le strette vie si sbarravano con pesanti catene di ferro, e si abbertescavano le chiese prossime[67]. Pandolfo aveva il suo palazzo nei bagni di Emilio Paolo, dove oggi è la via Magnanapoli: assalitovi aspramente dal Capocci, egli costruì in fretta una torre di legno sopra un vecchio monumento, e di là strinse con egual fierezza la vicina rocca del nemico suo. Gli Alessii fabbricarono a precipizio una torre colossale sul Quirinale; Gilido _Carbonis_ trionfalmente ne eresse fin tre, e Pietro Anibaldi ne alzò una nelle vicinanze del Colosseo. Questo anfiteatro apparteneva da lungo tempo alla famiglia dei Frangipani, i quali si fregiavano pur sempre della dignità di conti palatini del Laterano, ma non possedevano più nella Città la grande potenza d’altra volta, quantunque nella Campagna imperassero su feudi molti. Ai cinque figliuoli di Odone Frangipane (erano Jacopo, Odone, Emanuele, Cencio e Deodato) Innocenzo III aveva bensì prestato un buon servigio, in sul principio dell’anno 1204, costringendo il comune di Terracina a ceder loro il castello controverso di Traversa; però il Papa aveva raccolto Terracina stessa sotto la sua protezione contro gli arbitrî di quei Baroni. Se l’eran costoro legata al dito[68]; laonde, com’ebbero veduto che l’Anibaldi parente del Papa voleva penetrare nel circondario della loro fortezza, lo assalirono con grande acerbità, e dai vetusti pinnacoli del Colosseo tentarono di impedirgli la costruzione della torre, scagliandovi contro nembi di saette e di sassi[69]. Le parti ostili traevano dietro a sè i loro famigliari, i vassalli, i fittavoli: dì e notte si pugnò accanitamente con gettar di sassi, con frecce e con archi, col ferro, col fuoco; Roma rimbombava di fragore d’armi e di sonito di pietre, e frattanto il Papa tenevasi chiuso in Laterano, nel cui quartiere dimoravano gli amici suoi, gli Anibaldi. Dalle più riposte stanze ei poteva udire le urla delle fazioni combattenti; e ben avrà potuto parergli di esser tornato al tempo non già di Silla e di Mario, ma dei mitici Ciclopi. Addì 10 di Agosto il feroce Capocci prese d’assalto la fortezza di Pandolfo, e di lì penetrò vittorioso fino al Laterano, dove fece in pezzi gli avanzi muniti dell’acquedotto di Nerone. Sennonchè il denaro del Papa combatteva con maggior nerbo contro ai democratici, e il popolo stanco chiedeva pace. Innocenzo guarentì un trattato così composto: quattro arbitri deciderebbero entro a sei mesi il piato che si contendeva fra l’anti-Senato e Riccardo Conti; giudicherebbero eziandio dell’elezione del Senato; alla loro sentenza si sottoporrebbe per quell’anno il Papa. Spiacque una cotal formula di pace al partito popolare che ne prevedeva la propria disfatta. La campana del Campidoglio sonò alla distesa per convocare l’assemblea, nella quale dovevasi porre a partito quel trattato; e Giovanni Capocci alzatosi parlò agli adunati così: «Non suole la città di Roma nelle sue controversie darla vinta alla Chiesa; nè con sentenze forensi è usa a vincere, ma sì colla possanza sua. Però oggi m’avvedo che la Città sta per soccombere; contro la decisione del popolo e contro il giuramento dei Senatori essa cede i suoi dominî alla Chiesa, ed in balia del Papa abbandona il Senato. Se ad onta del numero e della potenza nostra noi chiniamo il capo, chi oserà più tardi resistere al Papa? Non mai udii parlare di una pace tanto obbrobriosa come questa per la Città, ed io in tutte le maniere vi disdirò il mio assentimento»[70]. La contrarietà di quel demagogo indusse altresì Giovanni Pierleoni _Rainerii_ a darvi il suo diniego[71]; il parlamento si sciolse in gran tumulto, e novellamente si corse alle armi. Tuttavia poco andò che si dovette accettare l’offerta formula di pace; il Papa vinse; i quattro arbitri giudicarono che gli competeva il diritto di eleggere il Senato, e con questa sentenza il Comune romano perdette una parte essenzialissima della sua podestà politica[72]. Innocenzo III aveva, a forza di sottili accorgimenti, raggiunto lo scopo suo; con pari prudenza egli fece moderato uso della sua vittoria. Poichè non trovavasi un uomo solo che tornasse gradito alle due parti in officio di senatore, consentì che se ne eleggessero i cinquantasei, ma previde le funeste conseguenze che ne sarebbero derivate. Omai di lì a sei mesi quella malpratica poligarchia fu messa da banda per sempre; ed allora il nuovo Senatore (che probabilmente fu Pandolfo della Suburra, uomo di grande energia) ridonò la quiete alla Città[73]. Qui il Biografo d’Innocenzo celebra la fermezza con cui egli affrancò la Chiesa dalla schiavitù del Senato e la liberò dalla rapacia dei suoi persecutori, i quali fino a quel tempo l’avevano sempre posta a vergognoso ricatto: ed in vero la costanza del Papa conseguì il massimo successo. Dopo cinque anni di sforzi penosi, Innocenzo III rese suddito a sè il Campidoglio; così, uno dopo dell’altro, il popolo romano ebbe perduto i suoi grandi diritti, l’elezione del Papa, l’elezione dell’Imperatore, l’elezione del Senato. Nell’anno 1205 fu conchiusa la pace definitiva fra la città di Roma ed il Pontefice. Se ne mutò la forma del reggimento civico, avvegnaddio adesso la podestà esecutiva si riunisse in mano di un solo Senatore o Podestà, che il Papa medesimo nominava per elezione diretta oppure indiretta. E con questo ordinamento incomincia in Roma per i Pontefici un’età più tranquilla, sebbene spesso interrotta da contese e da lotte[74]. CAPITOLO SECONDO. § 1. Condizioni di Sicilia. — Innocenzo III diventa il tutore di Federico. — Markwaldo. — Gualtiero di Brienne. — I Baroni germanici nel Lazio. — I Comuni del Lazio. — Riccardo Conti diventa conte di Sora. — Il Papa torna dal Lazio a Roma. Nel tempo stesso in cui Innocenzo III lottava contro il Comune romano ei si trovava gravemente avvolto nelle faccende del mondo politico; e le condizioni delle cose erano tali che lo creavano arbitro di Europa. Dire di quelle cose e di quelle condizioni è compito delle Storie universali; alla Storia della città di Roma null’altro invece si associa fuor della contesa che si dibattè per la successione alla corona germanica, e fuor delle attenenze col reame di Sicilia, il quale tosto diventò di altissima rilevanza per l’Impero, per il Papato e per Italia. La vedova di Enrico VI si trovò sola e senza appoggio, sbalestrata dalle tempeste che scoppiarono sopra Sicilia alla morte dell’Imperatore. Ella aveva fatto coronare a Palermo il figliuol suo, fanciulletto di quattro anni; però all’erede di un conquistatore aborrito sorrideva poca speranza di potere un dì o l’altro tenere vero dominio del bel reame. Un giusto odio nazionale covava in cuore dei Siciliani, ond’eglino insorsero contro quei Tedeschi che ad essi parevano essere soltanto barbari oppressori della loro patria, la quale sotto alle leggi normanne era venuta in tanto fiore di dovizia, di industrie e di nobili arti. Alle sobrie genti del mezzogiorno mettevano schifo e ira le crapule brutali dei Lanzichenecchi e la sfrenata cupidigia di gentiluomini e di cavalieri rozzi, che tenevano la ricca isola in conto di un paradiso aperto alle loro avventurose fortune. Così un Normanno educato agli studî classici (era uno Storico che univa intelletto severo a imaginazione poetica) ne aveva commosso l’animo di collera fiera, e alla caduta della dinastia normanna prorompeva in apostrofi appassionate, nelle quali alto parlava il sentimento nazionale di Sicilia[75]. I patriotti alzavano il grido: via lo straniero!; un vespro siciliano minacciava, e Costanza cedeva alle esigenze della nazione e bandiva tutti i Tedeschi. Senza consiglio in mezzo a partiti che si combattevano per impadronirsi del potere, addolorata del destino del figlio, la pia donna di Enrico cercò soccorso invocando il Papa del cui nome tutta Italia risonava. Giammai il suo sposo avrebbe prestato reverenza ai diritti feudali della santa Sede; fecelo ella perchè necessità ve la costringeva, e Innocenzo di buon grado le offerse la conferma della corona pel suo figliuolo, purchè si rinunciasse alle antiche immunità ecclesiastiche dei Re normanni. Dopo titubanze lunghe v’accondiscese Costanza, ed allora un Cardinale andò in Sicilia colle lettere d’investitura, ma l’Imperatrice moriva a Palermo nel giorno 27 Novembre del 1198, prima che quegli vi arrivasse, e dopo che essa aveva eletto il Papa a tutore di Federico[76]. Costanza die’ così fine alla serie dei Re normanni di Sicilia; fu l’avola degli Hohenstaufen siciliani, ma benanco fu la Pandora fatale dell’Impero tedesco. Anche in Sicilia crollò l’opera di Enrico VI, giacchè Innocenzo con fortuna senza pari non soltanto vi ristabilì la signoria feudale della Chiesa, ma diventò il tutore dell’erede del trono e tenne la padronanza del reggimento. La protezione pontificia conservò al giovine Federico la corona di Rogero; però non vi fu mai alcun principe che pagasse a più caro prezzo un simigliante rapporto di patronato. Innocenzo assunse le redini del regno colla sincera volontà di rafforzarne sul trono il figliuolo di Enrico, di liberar questo dai suoi oppressori tedeschi e siciliani, di farsene per sempre un vassallo devoto alla Chiesa[77]. Ebbe egli a durare grandi sforzi per ottenere che all’alta signoria della Chiesa si prestasse omaggio, e per ridurre a soggezione i Conti tedeschi di Enrico, avvegnaddio cacciare questi feudatarî dai loro principati delle Puglie non fosse agevole cosa, come nell’Italia di mezzo. Alcuni di loro dominavano nella contrada bagnata dal Liri; colà Diepoldo di Vohburg conte di Acerra era capitano della rocca di Arce, e Corrado di Marley teneva in mano sua Sora col castello di Sorella piantato sulle rocciose alture che sovrastanno a quella città[78]. Come prima avevano fatto gli immigrati Baroni normanni, coloro tenevano curvo sotto un giogo di ferro il popolo che repugnante si dibatteva; incutevano spavento alla Campania ed alle Puglie, e si spingevano nel Lazio pontificio mettendolo a guasto[79]. Ed eglino si collegarono a causa comune con Markwaldo, non appena, cacciato d’Ancona, il Siniscalco fu venuto nella sua contea di Molise, e, morta Costanza, s’arrogò far da protettore a Federico. In poter di quell’uomo cadde San Germano; furbamente ei negoziò coi Cardinali, e nell’estate dell’anno 1199, a Veroli, li rimandò beffati in grosso modo[80]: e mentre i suoi alleati Diepoldo e Corrado tenevano le Puglie, Markwaldo passò in Sicilia per impadronirsi della tutela e forse del trono. Innocenzo levò soldati dallo Stato della Chiesa ed eziandio n’ebbe dalla confederazione Tusca; soltanto i Romani, che giusto allora facevano le guerra contro Viterbo, non l’aiutarono in negozî che ai loro intenti erano estranei: infatti non aveva il Papa diritto di servirsi delle milizie di Roma, se non quando la Città gli concedeva di farlo ed egli le stipendiava al suo soldo. Ebbe la capitananza del nuovo esercito pontificio un cugino di Innocenzo, il valoroso maresciallo Jacopo; ed egli lo guidò in Sicilia per costringere Markwaldo a sbrattare il campo[81]. Nè molto andò che ai servigî del Papa venne un avventuriero francese assai esperto nelle cose della guerra, Gualtiero di Brienne, il quale poco tempo innanzi aveva sposato una figlia dell’ultimo re normanno Tancredi. In nome della sua donna pretendeva quegli a Taranto ed a Lecce, perocchè Enrico VI, nell’anno 1194, avesse confermato che quelle terre appartenevano in feudo a Guglielmo sventurato figlio di Tancredi, ma poi contro coscienza e fede non le avesse mai consegnate. In fondo, Gualtiero era un pretendente novello di Sicilia, e potevasi supporre che egli si atteggiasse a vendicatore della casa normanna. Tornavano i tempi di Roberto Guiscardo, giacchè nel mondo movevano a torme guerrieri in cerca di avventure: cavalieri erranti di Germania e di Francia combattevano in Sicilia per impadronirsi di qualche signoria, e Crociati valorosi (fra’ quali erano alcuni potenti cugini di Gualtiero) venuti di Francia, delle Fiandre, di Venezia, conquistavano con ardimento senza esempio la grande Bisanzio, e vi fondavano un impero latino e principati molti. Gualtiero di Brienne giunse a Roma nell’anno 1200, accompagnatovi da Albina sua moglie, dalla madre di lei (vedova infelice di Tancredi) e da una magnifica comitiva[82]. Al Papa, signore feudale e padrone di Sicilia, domandò Taranto e Lecce. Ciò pose Innocenzo in gravi difficoltà, ma dopo lungo consigliare egli riconobbe la validità delle pretese di Albina, ed al suo sposo aggiudicò quei feudi: peraltro il giuramento prestato da Gualtiero, che egli non molesterebbe mai Federico nel suo reame di Sicilia, non salvò il Pontefice dalle malevole accuse dei consiglieri siciliani del giovine Re; ed anzi dall’infeudazione di Gualtiero, più tardi Federico trasse argomento di rimproverare alla Chiesa che, nel tempo della sua età minore, gli avesse levato contro un pretendente[83]. Tuttavolta Innocenzo fu assai lieto di poter adoperare uno dei migliori generali di quell’età in servigio suo, e, com’egli credeva, anche in servigio di Federico: così omai fu questo Papa che ai Francesi sgombrò per primo la via del reame. Tosto che Gualtiero nell’anno 1201 entrò nelle Puglie con una schiera di cavalieri francesi cupidi di guerra ogni cosa volse ivi alla peggio pei Tedeschi. Non ci fermeremo a dire degli avvenimenti di questa guerra complicata che si combattè, nelle due Sicilie, e nella quale sovra gli altri primeggiarono Gualtiero, Diepoldo e Markwaldo, uomini tutti e tre che schiettamente ebbero la tempra degli avventurieri di quel loro secolo, coraggiosi, astuti, robusti; cui non altro mancò che la prospera fortuna dei Normanni o quella che Simone di Montfort conseguì nelle terre degli Albigesi. Markwaldo morì di morte repentina in Sicilia nel Settembre dell’anno 1202. La sua morte liberò Federico da un protettore che lo tiranneggiava, e sbarazzò il Papa dal più gagliardo dei nemici allevato alla scuola di Enrico VI. Gualtiero, che aveva vinto Diepoldo sopra l’antico campo di Canne, ferito cadde nell’anno 1205 in potere del suo astuto avversario, e morì da cavaliere: quindi fu che Diepoldo, omai divenuto potente, si rappacificò per qualche tempo colla Chiesa. Poco a poco tornò la pace all’Italia meridionale che era stata così tanto tribolata dalla fame e dal flagello della guerra. I Conti feudali di Enrico soccombettero; sul Liri Corrado di Marley, l’ultimo di quei tirannelli, fu vinto nel principio dell’anno 1208; Sora fe’ dedizione nel giorno 5 di Gennaio all’abate Roffredo di Monte Cassino ed a Riccardo fratello del Papa; le rocche di Sorella e di Arce intorno all’istesso tempo capitolarono, e per tal guisa tutta quella terra finitima fu liberata da una dominazione straniera che aveva durato diciassette anni[84]. Come s’ebbero compiuto questi eventi fortunati, Innocenzo partì di Roma addì 15 Maggio del 1208 per muovere a San Germano ed a Sora, e per ordinare in un parlamento dei Baroni le cose del continente napoletano. Infatti, quantunque Federico fosse giunto alla maggior età, tuttavia il Pontefice pur sempre teneva sè stesso in conto di reggitore di quel reame. Poco tempo innanzi, nell’autunno dell’anno 1207, egli aveva congregato in Viterbo i Vescovi, i Conti, i Baroni, i Podestà, i Consoli dei patrimonî di Tuscia, di Spoleto e della marca di Ancona; s’era ancora una volta fatto prestare giuramento di fedeltà, e aveva promulgato uno statuto che, raffermando i diritti della Chiesa, indiceva la pace del territorio, e attribuiva al tribunale dei Rettori pontificî la giurisdizione di corte suprema di appello. Quel parlamento compose le basi dell’autorità che aver doveva il governo del Pontefice nelle province novellamente acquistate dallo Stato della Chiesa[85]. Anche nel Lazio i Baroni accolsero Innocenzo durante il suo viaggio da vassalli obbedienti, e con gran pompa gli fecero accompagnatura di terra in terra. I Colonna, i Frangipani, i Conti, gli Anibaldi, gli Orsini, i Savelli, i Conti di Ceccano ed altri signori di minor rilievo si dividevano il possedimento della Campania e della Maritima. I fieri Baroni di quella classica terra di Virgilio sedevano appiattati in tetre castella, e vi duravano da discendenti dei conquistatori immigrati di Germania, che in antico avevano tolto il paese ai Latini e lasciatolo in eredità ai loro nepoti. Parecchie case di quei signori derivavano ancora dal tempo in cui i Longobardi avevano riempiuto il Lazio di famiglie feudali; altre erano di Sassoni e di Franchi discesi cogli Imperatori, dai quali e dai Papi avevano ottenuto investiture di feudi. Nei monti Volsci primeggiava, dinastia antichissima della contrada, la casa dei Conti di Ceccano, e per ricchezze e per dignità era anche nella Chiesa tenuta in gran conto. Quei signori s’erano fatti potenti ancor prima che sorgessero in fiore i Colonna, avvegnaddio fin dal tempo di Enrico IV si tenga nota che Gregorio, uno dei loro antenati, aveva ivi officio di conte[86]. Della loro derivazione germanica fanno prova i nomi di Guido, di Landolfo, di Goffredo, di Beraldo e di Rainaldo che si mantennero nella loro famiglia. Possedevano città e castella molte nel territorio di cui modernamente fu composta la Delegazione di Frosinone; le tenevano in feudo dalla Chiesa, e quell’istesso Giovanni di Ceccano che in Anagni moveva incontro a Innocenzo III con una comitiva di cinquanta cavalieri, vassalli suoi, era nell’anno 1201 confermato dal Papa nel possedimento del feudo[87]. Mentre questi Conti dominavano sul basso Lazio, altri vassalli della Chiesa andavano costituendo delle famiglie cavalleresche che ebbero più o meno lunga durata: così, nei monti Volsci, avveniva dei signori di Sculgola, che derivavano dalla schiatta tedesca di Galvano e di Corrado[88]; così dei baroni di Supino, dei Guido di Norma, dei signori di Colledimezzo dai nomi di Lando e di Beraldo, e di altri feudatarî di origine longobardica[89]. Oltracciò i Colonna venivano da Palestrina addentrandosi sempre più nel cuore della Campagna, dove ormai erano in possesso di Genazano e di Olevano, ed eziandio di alcune parti di Paliano e di Serrone[90], in quello che i Frangipani avevano acquistato la massima parte del territorio che si estende da Astura fino a Terracina nella Maritima. Il Lazio massimamente, paese agricolo e ricco di pascoli, senza commercio, senza industrie (egualmente che al dì d’oggi), era la residenza di baroni grandi e piccoli, signori suoi territoriali, perciocchè ivi città considerevoli non fossero. La maggior parte dei luoghi erano terre chiuse di mura (_castra_), con un tetro castello (_rocca_ od _arx_) addossato a monti rocciosi, per lo più di origine antichissima dei tempi di Saturno, fabbricato di pietre ciclopiche composte a largo cerchio: ed ivi entro sedeva il Barone, selvaggio e degno successore dei mitici Ciclopi, od il suo vicario, od un castellano del Papa, intanto che i vassalli, i coloni e i _glebae adscripti_ dimoravano a’ piedi della rocca, stipati in una miserabile borgata[91]. Oggidì ancora nei monti Latini durano di cotali terre antiche col nome aggiuntovi di «rocca», monumenti vivi del medio evo non peranco vinto. Il Barone che vi imperava era nel suo territorio un piccolo re, unico posseditore della terra, signore dei suoi sciagurati abitanti dei quali disponeva a vita e a morte. Ogni podestà giudiziaria e di polizia derivava da lui, avvegnaddio egli possedesse il _merum et mixtum imperium_, l’alta giustizia criminale e civile. Troppo deboli erano i Papi perchè potessero torre alla nobiltà di provincia così ragguardevoli privilegî; nè riuscirono a operare quel che fece più tardi Federico II nel suo reame, allorchè per dar fortezza alla monarchia e per promuovere il bene del paese, fiaccò la superbia di oltracotanti signori feudali. Nelle terre pontificie i Baroni del continuo tenevano l’alta giurisdizione, e soventi volte i Pontefici concedevano loro quel diritto financo con patenti d’investitura: lo dimostrano molte carte del secolo decimoterzo. Per di più la giurisdizione baronale si esercitava da conventi e da chiese, che a forza di donazioni e di compre s’erano impadroniti di una parte smisuratamente grande dei beni della Campagna. V’erano dei _Castra_ che ancora formavano una comunità di uomini liberi (_communitas_ o _populus_) con reggimento consolare; tuttavolta la vita dei loro municipî era assai angustiata dalle aggressioni che contro di essi moveva la giurisdizione del Barone laico od ecclesiastico. Teneva il predominio una nobiltà di provincia, rozza e violenta, non frenata da una monarchia territoriale, nè da sentimento civico; una nobiltà che si teneva appiattata nelle sue solitudini selvagge e fino a cui non giungevano i progressi del tempo a incivilirla: così se ne spiega il fatto che fino ai dì nostri il Lazio fu di tutte le province della Chiesa quella che si rimase addietro alle altre. In quel sublime deserto, sulle cui colline e nelle cui valli, invece del biondeggiante frumento, crescono il mesto fiore dell’asfodillo e la menta, ne rimangono testimonî oggidì molte castella rugginose, che, tetre larve, durano colà sormontate da un annerito maniero baronale, sola figura imponente di architettura che in tutto il paese si noti. I Comuni, che nella restante Italia fransero la barbarie feudale e educarono una novella civiltà nazionale, non svilupparono le loro forze in quella terra mal governata e scarsamente popolata di pastori e di agricoltori, dove, in vastissimi territorî deserti, Baroni e monaci continuavano ad esser padroni. Soltanto alcuni pochi luoghi maggiori, che fin dal tempo antico erano stati sedi di Vescovi, si mantenevano colà da _Civitates_ ossia da Comuni civici sotto la protezione dei loro Vescovi e dei Papi, con Podestà e con Consoli alla testa, e dentro di sè divisi nelle classi fra loro ostili dei cittadini liberi (_populus_) e dei cavalieri (_milites_). Anagni, Veroli, Velletri, Alatri, Frosinone e Ferentino non vennero mai sotto il potere esclusivo di un signore baronale; chè anzi possedevano statuti di loro ordinamento comunale, con diritto di eleggere i proprî Rettori, e di conchiuder trattati di ogni specie[92]. Ma poichè ad onta di ciò v’erano in tutti i luoghi, grandi e piccoli, dei Baroni che vi si attaccavano a guisa di mignatte, con parecchie sorta di diritti, non la era facile bisogna per il Rettore pontificio di porre ad accordo le tante fila intrecciate di giurisdizioni che venivano a cozzo fra loro, o di comporre a pace le eterne discordie che s’agitavano fra Comuni e signori e uomini del ceto cavalleresco. Tutto il territorio della Campania e della Maritima, dai monti Volsci al mare (dove Terracina era la sola città considerevole che avesse una sua propria costituzione comunale), era governato precisamente da un Legato pontificio nominato a tempo, che aveva il titolo di _Rector Campaniae et Maritimae_. Quell’antico officio di conte della Campagna (_Comitatus Campaniae_) tenevano or illustri Romani laici con podestà puramente temporale, ed or Prelati e Cardinali con duplice autorità[93]. Il viaggio di Innocenzo III attraverso il Lazio ci offerse opportunità di rivolgere uno sguardo alle condizioni di questa celebre contrada. Sebbene quel viaggio avesse per iscopo di raffermare vassalli e città nella fede della Chiesa, vi si aggiungeva un altro intendimento. Infatti Innocenzo era allora tutto affaccendato per comporre a Riccardo, fratello suo, un magnifico principato sul Liri, e il giovine re Federico gliene cedeva il territorio, ripagando così gli oblighi che aveva verso il Papa. Intanto che questi stavasene nel convento di Fossa Nuova vicino Ceccano un Protonotario siciliano proclamava a suon di tromba che Riccardo Conti era creato conte di Sora. Oltre a questa antica città il feudo di lui comprendeva una considerevole estensione di terre, Arpino (la patria di Cicerone e di Mario), Arce, Isola ed altri luoghi. Ancora nell’anno 1215 Federico confermò Riccardo in quel possedimento, e perfino staccò le dette città dal vincolo del suo reame, e dichiarò formalmente che erano feudi della Chiesa[94]. Così Innocenzo III ebbe formato di là del Liri uno Stato nepotesco pronto a’ suoi ordini, che gli teneva officio di salda trincea; così a spese di Federico ebbe ampliato lo Stato della Chiesa. Or la potenza di Riccardo potevasi dir principesca. Possedeva egli di già i feudi di casa Poli; nell’istesso anno 1208 acquistava eziandio Valmontone nella Campagna, e diventava più tardi lo stipite della famiglia dei Conti che si divise in due rami, l’uno di Valmontone (in tempo posteriore detto anche di Segni) e l’altro di Poli: infatti, dei suoi tre figli, Paolo fondò la prima linea e Giovanni la seconda[95]. Addì 6 Ottobre 1208 in Ferentino Riccardo prestò al Papa giuramento di vassallaggio per tutte le terre acquistate. Potevasi dar biasimo ai Romani, se accusavano Innocenzo di nepotismo? Egli provvide liberalmente ai suoi parenti, e die’ loro terre e altissime dignità; infatti gli faceva duopo ricompensarne i molti servigi, e pare che tutti que’ suoi congiunti fossero uomini forniti di cospicui pregî di mente[96]. Reduce del suo viaggio e salutato dai Romani con grandissimi onori, il Papa rientrò in Laterano nel giorno primo del Novembre 1208. Nel frattempo la Città era del tutto tornata in quiete. Sebbene tratto tratto il Comune facesse tentativo di ristabilire un Senatore di sua libera elezione, nondimeno la costituzione dell’anno 1205 si mantenne in vigore fino a tanto che visse Innocenzo III[97]. § 2. Innocenzo III nelle sue attenenze colla lotta della successione al trono di Alemagna. — Ottone della casa dei Guelfi e Filippo di Svevia. — Trattato di Neuss. — Lo Stato della Chiesa è riconosciuto nel diritto publico dell’Impero: estensione dello Stato. — Il partito di Filippo protesta contro le ingerenze del Papa nella elezione del Re. — Pietro di Aragona s’incorona a Roma. Ben maggiori difficoltà, che non nelle cose dello Stato ecclesiastico e del reame di Sicilia trovò Innocenzo in quelle dell’Impero tedesco. Dopo la morte di Enrico VI la elezione di due Re diversi e l’appello dei partiti fecero del Pontefice il protettore dell’Impero. Alla maggior moltitudine dei Principi elettori alemanni s’opponeva la fazione dei Guelfi, la nemica della monarchia ereditaria degli Hohenstaufen, l’alleata d’Inghilterra, ov’era re quel Riccardo che Enrico VI aveva così acerbamente umiliato. Ottone, figliuolo di Enrico il Leone, protetto e vassallo di suo zio Riccardo che lo aveva creato duca di Aquitania e conte del Poitou, col soccorso di sussidî inglesi e dei compri Vescovi del basso Reno, rialzò la sua casa dalla ruina in cui la avevano precipitata gli Hohenstaufen. Addì 12 Luglio del 1198 Adolfo di Colonia lo coronò in Aquisgrana; ma la più gran parte dei Principi (ed erano anche i maggiori) avevano eletto, nel Marzo, Filippo di Svevia; ed agli 8 di Settembre questo fratello di Enrico VI cingeva a Magonza il diadema. Se nell’intento di conservare la corona alla casa di Hohenstaufen Filippo da tutore di Federico si tramutava in usurpatore dei suoi diritti; se i Principi mettevano in non cale il giuramento di omaggio che fin dall’anno 1196 avevano prestato al giovinetto figlio di Enrico, ei potevasi dire che le condizioni delle cose li giustificavano di agir così: ma se d’altra parte Innocenzo III non tutelava i diritti del suo pupillo, egli poteva a buona ragione protestare che aveva solamente assunto l’obligo di proteggere Federico nel suo retaggio di Sicilia, laddove Filippo erane in Germania il tutore eletto da Enrico VI. Nè più nè meno di Gregorio VII, anche Innocenzo III fece suo pro della lotta che si combatteva per ragione della corona, affine di accrescere la potenza del Papato a spese dell’Impero: quello era per unità forte, questo per divisione indebolito[98]. I documenti della gran contesa dell’Impero dimostrano con quanto intelletto politico Innocenzo sapesse da quello sciagurato litigio trarre il massimo profitto per la Chiesa. A fronte dei bisogni di qualsivoglia podestà terrena sarebbe per verità insana cosa l’esigere che un Pontefice avesse sacrificato il vantaggio della sua Chiesa alla ragione di una giustizia puramente ideale. Innocenzo per necessità doveva fin dalle prime pendere a favore del figliuolo di Enrico il Leone, la cui famiglia per lungo tempo aveva servito di puntello alla Chiesa[99]. Saravvi alcuno che lo biasimi perchè ebbe desiderato di detronare per sempre i temuti Hohenstaufen e di porre i Guelfi in vece di loro? Favorire, diss’egli con molto senno, favorir Filippo non posso, lui «che non ha molto usurpò il patrimonio della Chiesa, si appellò duca di Tuscia e della Campania, e affermò che la podestà sua si estendeva fino alle porte di Roma, fino anzi al Transtevere»[100]. Forse che egli doveva promuovere l’esaltamento di Federico all’Impero? Il figlio di Enrico VI avrebbe nuovamente congiunto a quello Sicilia[101], laddove i Papi osteggiavano i disegni degli Hohenstaufen, i quali coll’assoggettamento d’Italia e colla distruzione dello Stato ecclesiastico miravano a restaurare la podestà imperiale ed a fondare una monarchia ereditaria: questo era pure stato il piano favorito di Enrico VI. I Papi non potevano acconsentire che un Impero ereditario sorgesse: nè lo facevano perchè fossero vaghi dei concetti ideali giusta cui l’Impero (sottratto ad una dinastia che lo possedesse per diritto di nascita, e fatto simile all’Impero pontificio elettivo) doveva avere per imperatore «il più pio ed il più savio» dei Principi; piuttosto facevanlo per timore che un’Alemagna potente opprimesse tutti gli altri paesi e la Chiesa eziandio. I Papi erano i nemici naturali dell’unità monarchica di Germania come di quella d’Italia; laonde non è difficile cosa indovinare la mente cui s’inspirò Innocenzo III allorquando significò ai Principi elettori, che Germania non avrebbe potuto mai diventare un Impero ereditario[102]. Nel famoso istromento che egli mandò in Germania colle sue riflessioni sulla lite che s’agitava nell’Impero Innocenzo svolse con verità eminente e con maestrevole arte tutte le ragioni sue che stavano a pro dell’uno e contro dell’altro pretendente. Del resto il linguaggio di lui dappertutto suona pari a quello di Gregorio VII e di Alessandro III, ma ne supera le audaci idee del potere pontificio. Nel tempo dei Carolingi, quando avevano appena dimesso il modesto vestimento di Vescovi, i Pontefici avevano concepito l’Impero come ordinamento teocratico del mondo che riposava sulle fondamenta del Cristianesimo, ed entro cui la Chiesa visibile assumeva forma e figura nelle leggi civili: invece, dopo di Gregorio VII i Pontefici avvilirono quell’Impero formandone il concetto che fosse una podestà puramente materiale: nell’Imperatore null’altro vollero vedere che il primo vassallo della Chiesa, da essa investito, il quale a difesa di lei doveva sguainare la sua spada materiale, e come giudice temporale aveva obligo di abbattere l’eresia[103]. Laddove la Chiesa di Dio, ossia il Papato, era il sole che illuminava l’universo, l’Impero (secondo l’opinione dei preti) scorreva entro la sua orbita soltanto come fosca luna nelle sfere vaporose della notte: e nella mente degli uomini questo abile giuoco di fantasia monastica prese consistenza di una verità astronomica[104]. La Chiesa si sollevò ben alto come sublime podestà spirituale, idealità vera del mondo; l’Impero decadde nel concetto e nella realtà. La sottile filosofia dei Pontefici esaminò e cribrò l’origine della podestà de’ Principi, e ne venne alle conchiusioni stesse del Rousseau, ossia a quelle teorie che oggidì si appellano democratiche. Però ogni Imperatore, compreso della dignità di sè medesimo e ispirato all’idea della sua antica legittimità, doveva per forza ribellarsi contro pretese che ribadivano i famosi principî di Ildebrando e si comprendevano in questi aforismi: — la podestà regia sta profondamente sotto di quella sacerdotale: — il Papa come vicario di Cristo, «per cui virtù dominano i Re e regnano i Principi», è signore dell’orbe: — l’officio dei Principi deriva dalla tirannide di Nemrod che fu castigo imposto agli Ebrei; solamente il sacerdozio deriva da Dio: — il Papa è giudice e fattore dell’Impero, poichè questo fu da Bisanzio trasferito nella terra dei Franchi per opera della Chiesa, e poichè l’Imperatore non da altri che dal Papa riceve la corona: — conformemente a ragione di principio e di scopo l’_Imperium_ appartiene alla santa Sede: — in una parola il Papa possiede le due spade, la temporale e la spirituale. — E quest’è la dottrina contro cui più tardi Dante proruppe con tanta energia, chiedendo che le due podestà andassero separate[105]. Mentre gli elettori di Ottone, senza por bada alle conseguenze, assoggettavano l’Impero al tribunale pontificio, i Principi parteggianti per Filippo si ribellavano, pieni di sospetto e di collera, contro l’ingerenza che il Papa si prendeva nella elezione imperatoria. Lo ammonirono di tenersi nei limiti convenevoli, e financo minacciarono che colle armi avrebbero condotto a Roma il loro Re, perchè vi ricevesse la corona. Rispondeva il Papa alle loro ripetute proteste, dichiarando che egli non contestava il diritto elettivo dei Principi, ma che essi pur dovevano ammettere che il diritto di esaminare le qualità dell’eletto e di insignirlo della podestà imperiale si spettava al Pontefice, il quale lo ungeva del crisma, lo consecrava, lo coronava. Così col correr dei tempi il rapporto storico da Imperatore a Papa s’era voltato assolutamente al rovescio di quello che un dì era stato[106]. Per tre anni Innocenzo si tenne chiuso in petto il suo giudizio, e frattanto sopra Alemagna si scatenarono tutte le furie della guerra civile: indi, addì 1 Marzo 1201, egli chiarì il suo favore al figliuolo di Enrico il Leone. I Romani si risovvenero delle lor vecchie pretensioni all’elezione imperiale, ma se ne ricordarono soltanto per confermare la deliberazione del Pontefice: infatti il Guelfo fu in Campidoglio acclamato re dei Romani[107]. A prezzo del suo riconoscimento Ottone rinunciò all’antica autorità che l’Imperatore aveva esercitato sulla parte maggiore d’Italia, e confermò la sovranità del nuovo Stato ecclesiastico: a Neuss, nel giorno 8 di Giugno, egli fece sottomessione ad un trattato che gli fu imposto. In esso per la prima volta si fissarono i limiti dello Stato della Chiesa, e furono pressochè quelli che durarono fino all’ultima rivoluzione. Lo Stato comprendeva il territorio che si estende da Radicofani a Ceperano, l’Esarcato, la Pentapoli, la marca d’Ancona, il ducato di Spoleto, i beni della contessa Matilde e la contea di Brittenoro, «con altri paesi circostanti, sì come l’ebbero stabilito molti privilegî promulgati dagli Imperatori, da Lodovico in poi»[108]. Giurò Ottone che conserverebbe Sicilia alla Chiesa, nè qui fece pur lontana menzione dei diritti di Federico: quanto alle due federazioni di città italiche ed a Roma, promise che si conformerebbe alla volontà del Pontefice; e questa fu cosa di massima importanza, avvegnaddio il Papa pensasse di levare così all’Imperatore qualsiasi specie di influenza sulla lega lombarda. Il Guelfo accondiscendente tacque dei diritti dell’Impero; e per tal guisa con quell’istromento si rovesciarono i principati tedeschi della Romagna e delle Marche, si cancellarono i diritti dell’Impero (prima nemmanco posti in dubbio) sui territorî di Spoleto e di Ancona, si diede di frego a tutti gli istituti che Enrico VI aveva fondato nel suo intento di restaurare la podestà imperatoria in Italia e a Roma: così, in una parola, si diede confermazione giuridica a tutte le rivoluzioni operate da Innocenzo III. Il celebre patto di Neuss fu il primo fondamento autentico della signoria pratica del Papa nello Stato della Chiesa: tutti gli Imperatori che vennero dopo l’ebbero riconosciuto per valido; e in siffatto modo le primitive donazioni da Pipino in poi, delle quali non si poteva dar prova, si tramutarono in un documento di valore genuino ed incontestabile[109]. Di contro a questa pergamena di così alta rilevanza puossi ancor dubitare che fra tutti i motivi che indussero Innocenzo III ad appigliarsi ad Ottone non fosse il più potente la persuasione che Filippo non avrebbe mai aderito a così grandi concessioni, quali il Guelfo più fiacco doveva essere già pronto a sancire? La sentenza del Papa irritò in Germania gli uomini amatori della patria. Gli aderenti di Filippo ne protestarono contro il legato Guido di Preneste, come quegli che aveva offeso il loro diritto elettivo. «Dov’è», dissero, «che voi, papi e cardinali, abbiate udito essersi i predecessori vostri o i loro ambasciatori immischiati nella elezione dei Re romani?» E rodendosi del dispetto rammentavano il diritto antico che gl’Imperatori avevano esercitato nell’elezione dei Papi; giacchè dapprima erano stati gl’Imperatori a mettere i Pontefici in trono, e adesso i Papi vi mettevano gl’Imperatori. L’Impero romano non era più che un fantasima[110]. L’orgoglio e il sentimento patrio furono punti che l’Impero cadesse avvilito sotto gli arbitrii d’impertinenti nunzî pontificî, i quali mettevano Alemagna a scompiglio, seminavano la divisione nei Vescovati e nelle terre, scagliavano la scomunica contro Filippo, e ammonivano tutto il mondo che dovesse disertarlo. La guerra civile divampò. L’unico modo per cui Filippo potesse convincere il Papa che per sè stava il buon diritto era quello di vincerlo: ed egli non ne disperava, ma le grandi promesse che fece fare a Innocenzo nell’anno 1203 trovarono a mala pena ascolto. Egli annodò dunque alleanza coll’antica fazione che Enrico VI aveva avuto in Italia, e nell’anno 1204 mandò nelle Marche Lupoldo (investito da lui del vescovato di Magonza, ma rejetto dal Papa) per mettervi in arme i partigiani di Markwaldo. Al Vescovo riuscì di trar dalla sua parecchie città e di tener testa alle soldatesche pontificie fino all’anno 1205[111]: oltracciò Filippo se la intese coi nemici del Pontefice nell’Italia meridionale, ed eziandio Roma gli prestò opportunità di molestare Innocenzo coll’opposizione che a questo moveva il partito popolare[112]. Mentre nell’Impero si protestava contro l’arbitrato che il Papa si arrogava, Innocenzo con maestà tranquilla mostrava al mondo, esservi realmente dei Re, i quali spontaneamente riverivano il Vicario di Cristo come datore dell’autorità regia. Il giovine Pietro di Aragona, campione cavalleresco della fede nella guerra contro ai Mori, persecutore inesorabile degli eretici, capitò nel 1204 a Roma per farvisi incoronare dal Papa: e questi ve lo aveva invitato, perciocchè volesse in pari tempo condurre a conchiusione il matrimonio di Federico con Costanza sorella di Pietro. Fino ad ora i re di Aragona non avevano mai ambito la ceremonia dell’incoronazione; invece il loro nipote (tanto era vano!) ne veniva a cerca, e ne pagava l’orpello a immenso prezzo. Allorchè, nel giorno 8 di Novembre, egli toccò terra scendendo all’isola che è presso Ostia, il Pontefice gli mandò incontro una onorevole comitiva, nella quale trovossi eziandio il Senatore, andato a rappresentarvi la Città[113]. L’ospite regale fu albergato nel palazzo di san Pietro, ma la coronazione (avvenne addì 11 Novembre 1204) non si celebrò in quella basilica, sibbene nell’altra di san Pancrazio fuori le porte. Il Cardinale vescovo di Porto unse il Re del crisma, il Papa lo coronò e lo vestì di tutte le insegne del regno, e l’Aragonese giurò di rimanere fedele alla Chiesa romana e di esterminare la eresia: indi, tornato in san Pietro, depose umilmente la sua corona sulla tomba dell’Apostolo; formalmente offerse il suo regno in dono votivo al principe degli Apostoli che portava il suo stesso nome, e s’impegnò di pagare alla santa Sede un annuo tributo[114]. Il fanatismo di questo Principe, che senza necessità alcuna si faceva vassallo del Papa, è significativo di ciò che fosse l’indole spagnuola fino da quell’età; gli Stati di Aragona lo accusarono, al suo ritorno, di avere tradito la libertà della patria, e l’opera fantastica di lui, ottant’anni ancora più tardi, fornì ad un Pontefice il diritto di togliere Aragona (come feudo della Chiesa) alla famiglia di Pietro e di darla ad un Principe francese[115]. Ma che importanza ebbe mai il giuramento di vassallaggio dell’Aragona a petto dello splendore immenso onde pochi anni dopo si ornò Innocenzo III! financo un Re d’Inghilterra riceveva, nè più nè meno di un vassallo tributario, la sua corona dalle mani di un legato pontificio; ed era nientemeno che un succeditore di quel Guglielmo il Conquistatore, il quale con tanto amara ironia aveva ributtato le pretese di Gregorio VII, allorchè questi gli aveva chiesto che riverisse la signoria suprema della santa Sede! § 3. La Germania si volta alla parte di Filippo. — Negoziati di lui col Papa. — Re Filippo è assassinato. — Ottone è riconosciuto per re in Germania. — Ottone IV viene a Roma: coronazione imperiale. — Combattimento nella Leonina. Nel frattempo la sorte delle armi e l’opinione publica volgevansi in Alemagna a pro di Filippo. Il diritto, il buon senso, il vantaggio vero la vincevano sopra una politica ingenerosa e contraria al sentimento nazionale. Parecchi Principi dell’Impero che finora erano stati i più ostinati avversarî dell’Hohenstaufen, fecero a lui soggezione, ossia disertarono la parte guelfo-inglese. Nel Gennaio dell’anno 1205 Filippo, novellamente eletto e riverito eziandio dai Principi del Basso Reno, fu coronato in Aquisgrana da Adolfo arcivescovo di Colonia nel luogo istesso dove prima questo prelato aveva imposto il diadema sul capo di Ottone. Sebbene le esortazioni del Papa ai Principi fossero tornate infruttuose, la contrarietà di lui era l’unico impedimento a ciò che il trono dell’Hohenstaufen trovasse universalmente omaggio. Ma ora Innocenzo non isdegnò più di negoziare con Filippo per comporre a pace l’Impero, e il Re rispose con una diffusa scrittura all’ambasciata che il Papa gli spedì. Quella lettera notevole, in cui Filippo viene giustificando tutte le opere sue e massimamente i modi ond’era salito al trono, porta l’impronta di un vero spirito di conciliazione e di non infinta veracità. Filippo protestava di volersi sottoporre alla sentenza dei Cardinali e dei Principi affinchè giudicassero di tutto quanto la Chiesa gli apponeva a peccato, e dichiarava voler metter in silenzio, come il rispetto religioso comandava, tutto ciò che l’Impero apponeva a colpa del Papa: cotali proteste fecero favorevolissima impressione[116], tanto più che i sentimenti cattolici dell’Hohenstaufen avevano in Roma per mallevadori il Patriarca di Aquileia e altri messaggieri, i quali erano venuti recando al Papa novelle proposte. Vedeva Innocenzo raggiante lo scopo cui nella contesa della successione all’Impero mirava, quello cioè di mutare la sua ingerenza in un diritto pontificio riverito ed accolto da tutti i partiti; ed invero anche Filippo innanzi a lui or s’inchinava sì come Ottone aveva fatto. La rivoluzione delle cose avvenuta in Germania costringeva Innocenzo III a cambiar metro, laonde egli acconciava da buon statista il suo indirizzo politico alle circostanze, quantunque le sue trattative con Filippo fino da allora lo esponessero alla censura di doppiezza, parimenti di quello che anticamente era stato detto di Gregorio VII in simili condizioni di cose. Sull’incominciamento dell’anno 1206 egli biasimava Giovanni d’Inghilterra e gli ottimati di Bretagna perciocchè non assistessero abbastanza Ottone; esortava quest’ultimo pur sempre a perdurare animosamente e ammoniva i Principi alemanni di prestargli soccorso. Però, trascorso che fu mezzo il 1206, e caduta Colonia nel mese di Agosto, i negoziati con Filippo si fecero più efficaci. L’Hohenstaufen vittorioso si protestò pronto (ed era ciò che Innocenzo sopra tutto bramava) a concedere una tregua d’armi al suo avversario; e nell’estate del 1207 andarono per conseguenza in Germania Ugolino e Leone cardinali legati per farsi mediatori di pace fra i due pretendenti. La cosa non riuscì, ma mentre Filippo, il quale era uomo fornito di maggior bontà d’animo che non di energia regia, si sottoponeva a patti che gli venivano dettati in cose di chiesa, quei legati, a gran costernazione di Ottone, lo proscioglievano con grandissima solennità dall’anatema. Per le condizioni d’Italia era notevole che alcuni Principi di questo paese ricevessero patenti feudali da Filippo ancor prima della sua assoluzione[117]: e omai nella primavera dell’anno 1208 ei la faceva completamente da re romano; mandava da suo legato in città toscane Wolfgero di Aquileia, ne reclamava i diritti imperiali che quelle avevano usurpato durante l’interregno, e ne otteneva completamente l’ossequio[118]. La sua vittoria su Ottone recò conseguenze decisive anche presso il Papa; solamente il più difficile tema pei legati d’ambe le parti era nel porsi d’accordo sui diritti imperiali e sulla confermazione dei beni che la Chiesa aveva acquistato nell’Italia di mezzo. Filippo, che un tempo aveva posseduto con titolo ducale le terre di Matilde in Toscana, sentiva repugnanza di rinunciare ai diritti dell’Impero così obbrobriosamente come Ottone aveva fatto. Ed è dubbioso se anche allora egli ripetesse la proposta di dare la sua regal figlia in isposa al nipote del Papa, al figliuol di Riccardo uomo nuovo, e di concederle in dote le terre controverse di Toscana, di Spoleto e di Ancona[119]. Ciò s’era promesso nell’anno 1205, ma certo è che più stava a cuore dell’ambizioso Papa (il quale primo fra tutti i Pontefici fondò un principato a’ suoi nepoti) di sollevare pretese di tale specie, anzichè al Re di assecondarle. Il vero tenore delle offerte da lui fatte in quel tempo rimane ascoso nel buio; ma difficilmente saranno state di poco rilievo, avvegnaddio le esigenze del Papa non potessero essere da meno di ciò che egli aveva ottenuto nel trattato di Neuss. La Germania profondamente lacerata e divisa si rassegnò che le cose sue più intime venissero tratte innanzi al tribunale di Roma e di Cardinali stranieri; però il sentimento nazionale ne fu offeso, e la sua voce irritata risuona ancora alle nostre orecchie nei versi di poeti amanti della patria[120]. Di già prevedevasi che Innocenzo stesso avrebbe consentito affinchè si pronunciasse giuridicamente, essere Ottone destituito dall’Impero le quante volte non avesse aderito in buona pace ad un accomodamento; ma tutt’a un tratto un brutale colpo di spada demoliva l’opera d’immensi sforzi, ruinava le speranze d’Alemagna. Re Filippo moriva a Bamberga nel dì 21 Giugno 1208, sotto il ferro assassino di Ottone di Wittelsbach. La caduta del giovine Principe dopo una vita tanto laboriosa, alla vigilia del suo trionfo, è uno dei più tragici avvenimenti che registri la storia tedesca. Con lui si spense in Alemagna la casa di Hohenstaufen. Della splendida famiglia del Barbarossa non restava che un solo rampollo; e questi era Federico, il protetto d’Innocenzo III, omai fin da fanciullo divenuto straniero alla nazione, e rimasto in Sicilia in mezzo a torbidi sventurati. Un breve minuto di tempo trasformò le sorti del mondo, incatenò di bel nuovo i destini d’Italia e di Alemagna, e trascinò le due nazioni, l’Impero e il Papato, in un labirinto di guerre, cui non bastò un intiero secolo a sedare: i loro effetti ben si ravvisano nell’indirizzo che hanno dato alla civiltà umana. Come Innocenzo III, nella Campania ove trovavasi, ebbe udito della morte di Filippo, il suo spirito fu profondamente turbato da un avvenimento che di repente mutava i suoi disegni: però egli non comprese allora la gravità di destini che quell’istante disserrava. Politico, parvegli che fosse un caso il quale tosto lo rifaceva padrone delle cose e lo liberava da contrasti manifesti; prete, gli sembrò esser quello un giudizio che Dio pronunciava nella grande contesa dell’Impero. Non v’era di che scegliere: conveniva tosto riaccogliere il guelfo Ottone dianzi abbandonato. Innocenzo subito gli scrisse, lo rassicurò adesso nuovamente del suo amore, gli fe’ balenare alla vista il suo prossimo e indubitato esaltamento al trono imperiale, ma gli fece eziandio traveder da lontano che, se avesse voluto fare il caparbio, gli si teneva sempre in pronto un avversario, il nipote del trucidato Filippo[121]. Nel Re di Sicilia, omai divenuto maggiorenne, legittimo erede dei diritti degli Hohenstaufen, viveva un formidabile emulo per Ottone; la Chiesa poteva contro di lui armarlo tosto che lo reputasse vantaggioso; ed è pur uno spettacolo di possente attrattiva veder la persona giovanile di Federico sollevarsi fatale e minacciosa nel fondo di quella scena, su cui fra poco il Papa stesso sarà per evocarlo, a ruina della Chiesa e insieme dell’Impero. Innocenzo voleva sul serio che la lunga contesa del trono si definisse, e (questione congiunta all’altra) che si desse il riconoscimento giuridico al suo Stato ecclesiastico; nè aveva pur dubbio di ottenerlo da Ottone, cui già teneva vincolato nelle strettoie del trattato di Neuss. Alemagna, assetata di pace, prestò omaggio al Guelfo. Dolore, amor patrio, necessità recarono in essere una conciliazione che si celebrò in forma solenne; e parve che l’antica lite delle due famiglie si sopisse, allorchè Ottone nel parlamento di Francoforte, addì 11 Novembre 1208, fu acclamato re da tutti gli Stati dell’Impero, e tosto dopo si fidanzò coll’orfana figliuola del suo avversario Filippo[122]. Fu annunciato che il Re andrebbe a Roma. Ma prima, come richiese il Papa, Ottone rinnovò a Spira, nel giorno 22 Marzo del 1209, le promesse fatte nella convenzione di Neuss. Fu riconosciuto lo Stato della Chiesa in tutta la sua estensione, e si aggiunsero grandissime concessioni in cui si dichiarò essere la Chiesa libera dall’autorità dello Stato: per tal modo il Concordato di Calisto II perdette tutto il suo vigore[123]. Diritti imperiali nelle terre or cedute alla Chiesa Ottone non conservò, tranne quello meschino del _Foderum_ nei viaggi a Roma, che nel trattato come per beffa fu registrato. Fu questa la prima volta da che l’Impero esisteva che il Re dei Romani si appellò eletto «per grazia di Dio e del Pontefice»; Ottone dovette confessare che soltanto al Papa andava debitore del suo esaltamento al trono, ma re giurò quel che imperatore non avrebbe potuto mantenere. In Augusta si presentarono ambasciatori italiani a prestare omaggio ad Ottone, seco recando le chiavi delle loro città, fra le quali fuvvi anche la grande Milano, che si congratulò con sincera gioia dell’avvenimento di un Guelfo all’Impero. Nel Gennaio del 1209 Ottone nominò il patriarca Wolfgero a suo legato in Italia, affinchè vegliasse a guardia dei diritti che l’Impero possedeva tuttavia in Lombardia, in Toscana ed a Spoleto, nella Romagna e nelle Marche[124]. Infatti, anche dopo della pace di Costanza e dei trattati col Papa, gli Imperatori avevano continuato a tenere un’apparenza di suprema autorità nelle città d’Italia, ed eziandio a possedere parecchi diritti fiscali perfino nella Romagna e nelle Marche. Nè i Papi vi contraddicevano; chè anzi Innocenzo medesimo ammoniva le città di Lombardia e di Toscana di mostrarsi docili al legato regio; però a questo rammentava che conformemente ai patti occupasse i beni di Matilde solo per conto della Chiesa. Allorchè Ottone, nell’Agosto 1206, passando dal Tirolo discese con un grande esercito nella pianura del Po non uno s’alzò ad impedire il cammino di un Guelfo che s’avviava a Roma[125]. Sventura d’Italia fu che le sue città non potessero formare una confederazione durevole: se ciò fosse avvenuto nessun Re tedesco dopo la morte di Enrico VI avrebbe potuto più valicare il baluardo che avrebbe opposto la popolosa Lombardia. La gloriosa lotta che i Lombardi ebbero combattuto per la independenza, nè cancellò la tradizione dell’Impero romano che ancora in tempo più tardo commosse a tanto grande entusiasmo gli Italiani, nè recò all’intiero della nazione un costante profitto. Infatti dopo della vittoria di Legnano le Republiche italiche poterono sì poco fondare la nazione politica, quanto poco le Republiche greche erano riuscite a farlo dopo le giornate di Maratona e di Platea. Mentre le città dell’alta Italia ardevano di guerre civili e di lotte intese a raffermare la loro costituzione, omai si ergevano le persone di quei tiranni di città che hanno stampato un carattere così spiccato nella storia d’Italia dopo il secolo decimoterzo. Ezzelino da Onara e Azzo margravio di Este, nemici fra sè a vita e a morte, accusatori uno dell’altro innanzi a Ottone, erano allora i caporioni dei due partiti, che per un paio di secoli ebbero lacerato questa contrada: e accanto ad essi stava il ghibellino Salinguerra, grande al paro di loro per sete d’imperio e per prodezza feroce[126]. Or che per la prima volta un Imperatore di casa Guelfa attraversava la Lombardia, tutti i nemici degli Hohenstaufen s’aspettavano di ottenerne essi soli tutto il favore. Ma s’ingannarono, perocchè gli amici della podestà imperiale non fossero più i nemici di un Guelfo che diventato era imperatore. Azzo vide i suoi avversarî accolti con grandi onoranze nel campo di Ottone; Firenze la guelfa fu minacciata di un’ammenda di mille marchi, e Pisa la ghibellina fu regalata di privilegî e conseguì i vantaggi di un trattato. Innocenzo III ricevette Ottone a Viterbo; e fin da quel primo abboccamento il Re romano dovette dire a sè medesimo che, senza l’avvenimento di un assassinio, quell’istesso Papa avrebbe posto immancabilmente in capo del nemico suo la corona dei Romani. Non si può provare simpatie per uomini i cui beneficî derivano da calcoli d’egoismo e sono comperati a carissimo prezzo: perciò l’arte politica del Papa doveva aver lasciato un desiderio amaro di vendetta in fondo all’animo di Ottone; e forse di già a Viterbo lo sguardo d’Innocenzo penetrava oltre alla maschera di devozione cui il Re atteggiava il volto, e vi scorgeva la stizza che sotto di quella ei celava. Il Papa lo precedette a Roma, e nel dì 2 Ottobre Ottone pose il campo presso a Monte Mario, dove, secondo la consuetudine antica, fu giurata sicurtà alla Curia ed al popolo romano[127]. La coronazione si celebrò addì 4 Ottobre 1209 nel san Pietro; frattanto l’esercito restò nelle sue tende, ma una parte delle milizie (erano Milanesi) tenne occupato il ponte del Tevere per impedire un assalto dei Romani. Chi legge questa Istoria non potrà fare a meno di sorridere con ironia, notando la costanza regolare onde ripetevansi le ostilità dei Romani ogni qual volta un Imperatore si coronava. Eglino sbarravano le porte della città lorchè vi si avvicinavano i Tedeschi; ed il loro Imperatore e la sua comitiva non potevano che gettare dal Vaticano sguardi desiosi sulla gran Roma, il cui mondo di meraviglie era loro chiuso in faccia. È infatti strano che solamente i pochissimi degli Imperatori abbiano messo il piede dentro di Roma, e così fu che neppure Ottone vide la Città[128]. I Romani, che nell’anno 1201 lui avevano acclamato imperatore, lo avrebbero anche adesso di buona voglia riconosciuto per tale, se egli avesse accondisceso a comperarne i voti con donativi di denaro. Quando diciotto anni prima Enrico VI era venuto a torsi la corona, egli aveva dovuto guadagnarsi con un trattato i voti elettivi della Città, in allora libera e possente, ma adesso Ottone IV non ne aveva mestieri. La cosa irritò il popolo: il Senatore e perfino alcuni dei Cardinali furono avversi alla coronazione; i cittadini si tennero raccolti in arme sul Campidoglio[129]. Compiuta la ceremonia, la processione mosse lenta e a fatica in mezzo alle file dei guerrieri che le facevano ala, ma non passò pur il ponte di Sant’Angelo; ivi il Papa s’accomiatò dall’Imperatore per tornarsene in Laterano, e (con offesa manifesta alla maestà imperiale) lo ammonì che al di seguente abbandonasse le terre romane[130]. Frattanto non si sa quale caso era scintilla che faceva scoppiare in fiamme l’odio dei Romani. Nella città Leonina si combattè con furore la solita battaglia che veniva dietro alla coronazione, e, dopo gravi perdite da una parte e dall’altra, Ottone IV rientrò nei suoi quartieri di Monte Mario. Qui rimase egli trincerato per qualche giorno, intanto che dal Papa e dai Romani chiedeva ristoro de’ sofferti danni, ovverossia riparazione dell’offesa ricevuta[131]. § 4. Ottone IV la rompe col Papa. — Disinganno di Innocenzo. — L’Imperatore di guelfo si tramuta in ghibellino. — Ottone muove nelle Puglie. — Il Papa lo scomunica. — I Tedeschi chiamano al trono Federico di Sicilia. — Ottone IV se ne ritorna in Alemagna. Appena Ottone IV fu padrone della corona imperiale conobbe d’essersi impigliato in un’acerba tenzone coi doveri che egli aveva giurato all’Impero; pertanto ei ruppe tosto la fede promessa al Papa. Mentre ancora accampava vicino a Monte Mario i beni della contessa Matilde diventarono il tema di discussioni irritanti. L’Imperatore richiese di venirne a conferenza col Papa, magari anche a Roma, dove sarebbene andato egli stesso, fosse pure a pericolo della sua vita: però Innocenzo con fredda garbatezza rispose rifiutando, e bramò che si trattasse per mezzo di ambasciatori[132]. Ma frattanto grave penuria di vettovaglia costrinse Ottone ad abbandonare il territorio della Città, ond’egli per la via Cassia entrò nel Fiorentino[133]. Nel suo cammino occupò tutti i paesi che in Tuscia avevano appartenuto al retaggio di Matilde; prese d’assalto Montefiascone, s’impadronì di Radicofani, di Aquapendente, di Viterbo, del territorio di Perugia e di Orvieto; in una parola s’insignorì di quei tali luoghi che solennemente aveva dichiarato spettare al Papa, e sui quali adesso ei moveva pretese come beni della Contessa. Alcune città gli si arresero spontaneamente; di altre ei s’impossessò colla forza[134]. Nel suo campo gli facevano accompagnatura vescovi e maggiorenti italiani, avidi di ottener dei feudi: fra essi erano Salinguerra, Azzo, Ezzelino e Ildebrandino di Tuscia, conte Palatino; presto fu coll’Imperatore anche Diepoldo di Acerra, e financo gli prestò omaggio Pietro prefetto, quel desso che era divenuto vassallo del Papa. Sotto la corona imperiale Ottone IV con meravigliosa prestezza si trasformò in ghibellino; ripigliò l’opera del suo predecessore a quel punto cui l’aveva troncata la morte di lui; senza reticenze manifestò la pretesa di rivendicare all’Impero tutti i possedimenti che Innocenzo dopo la morte di Enrico con tanta abilità aveva riunito alla Chiesa; rinnovò i privilegî di Enrico, ne trasse dalla sua i partigiani, dispensò a feudatarî terre italiane secondo l’intento che avuto avevano gli Hohenstaufen, tentò restaurare i principati feudali tedeschi distrutti dal Papa. Sull’incominciamento dell’anno 1210 diede ad Azzo d’Este la marca di Ancona, concedendogli espressamente tutti i diritti che ivi aveva posseduto Markwaldo; in pari tempo infeudò a Diepoldo il ducato di Spoleto, sì come un tempo l’aveva tenuto Corrado; il Salinguerra investì di Medicina e di Argelate, terre di Matilde; Leonardo di Tricarico nominò conte della Romagna[135]. Per difendersi dalle aperte ostilità che Ottone gli sollevava nell’Italia di mezzo, Innocenzo cercò nuovamente appoggio nelle città di Tuscia e dell’Umbria; e Perugia, addì 28 Febbraio 1210, gli promise di proteggere il patrimonio di san Pietro[136]. Il disinganno fu umiliante e terribile. I lunghi sforzi del Papa, rivolti a porre un Guelfo sul trono degl’Imperatori, precipitarono obbrobriosamente per opera della sua stessa creatura. Innocenzo si dolse d’esser maltrattato dall’uomo che egli aveva esaltato quasi contro la volontà universale; lamentò di dovere ingollare adesso i rimbrotti di coloro che trovavano giusta la sua sorte, perciocchè lo ferisse quella istessa spada che egli di sua mano aveva affilata[137]. Nelle condizioni disperate di Innocenzo non si smentì la giustizia divina, chè infatti nella contesa dell’Impero era pure egli che s’era fatto caporione di un partito. La storia di Ottone IV rivela una verità irrepugnabile, che in pari tempo è splendidissima giustificazione degli Hohenstaufen e di tutti quegli Imperatori che la Chiesa con sì acerbo livore marchiò della fama di nemici suoi. Se il primo ed unico Imperatore che i Papi poterono levare al trono, eleggendolo dalla amica casa dei Guelfi, nelle loro stesse mani si mutò in un breve istante, di creatura devota in massimo nemico, conviene pur dire che così fatta trasformazione fosse cagionata da insuperabili condizioni di cose. Come dopo di lui fece Federico II, così Ottone IV combattè gli eretici colla spada e con editti, nè mai s’intruse nel dominio dogmatico della Chiesa; però, tosto che fu divenuto imperatore, egli insorse contro il fondatore del novello Stato ecclesiastico, contro il Papa che pretendeva alla signoria d’Italia, e che senza rigiri di frasi protestava di essere il signore supremo eziandio dell’Impero. Se agli apologisti delle pretensioni pontificie potrà riuscir mai fatto di dimostrare che era obligo degli Imperatori e dei Principi di sottomettersi al giogo del Pontefice (appunto come avevano fatto Aragona ed Inghilterra), e di rispettare in santa pace le dottrine bandite da Gregorio VII e da’ suoi succeditori, giusta le quali al Vescovo romano sarebbero stati sudditi tutti i monarchi, anzi gli uomini tutti della terra; se ciò potranno dimostrare, eglino faranno ammutolire ogni contraddittore. Ma chi giudica con intelletto calmo di passioni, affermerà ognora che, dopo di Gregorio VII, l’idea esagerata del Papato cancellò i limiti che la ragione innalzava fra la Chiesa e l’Impero; affermerà che la contesa sempre rinnovellata non fu che una lotta necessaria a restaurare l’equilibrio fra la podestà temporale e quella spirituale. In sulle prime i Papi intesero alla dominazione d’Europa prendendo le mosse da un principio morale; ma poichè l’ordine morale profondamente s’addentra in tutte le pratiche attenenze della società umana, ne venne massimo pericolo che il giure civile fosse assorbito dal diritto canonico, che il tribunale ecclesiastico diventasse eziandio una curia di giudicî politici. Ei fu nel nome della independenza dell’Impero e delle sue leggi, che gli Imperatori si levarono contro la gerarchia romana. Tornarono sempre all’idea di secolarizzare la Chiesa, perciocchè la conservazione dell’Impero paresse esigerlo, e sempre di bel nuovo mossero guerra alla preponderanza ecclesiastica ferendola nel possedimento temporale, nello Stato ecclesiastico che era il suo tallone di Achille. Gli Imperatori ebbero intenti conservativi, poichè combatterono per l’esistenza dell’Impero, e parve loro che i Papi fossero novatori e rivoluzionarî. Potrassi deplorare come una loro cecità che non sapessero indursi a rinunciare all’Italia ed allo Stato pontificio, ma questo fatale errore discendeva dall’idea dell’_Imperium_, che fu tanto ostinata da sopravvivere perfino all’Impero stesso, e trovò alimento costante negli attacchi onde i Papi diedero di cozzo contro alla podestà imperiale e ai diritti della corona. Chiunque giudichi rettamente condannerà Ottone IV perchè fu spergiuro, ma altresì troverà le ragioni della sua colpa nel tragico conflitto cui lo trassero le promesse fatte da lui all’Impero e il Concordato conchiuso colla Chiesa[138]. «Giurai», così disse più tardi quel Principe sventurato, «giurai di serbare la maestà dell’Impero e di rivendicare tutti i diritti ch’esso perdette: la scomunica non meritai; non tocco alla podestà ecclesiastica, ben anzi voglio proteggerla, ma poichè sono imperatore voglio esser giudice io di tutte le cose temporali nell’universo Impero»[139]. Così parlò un Imperatore che per fermo non era un Enrico III, nè un Barbarossa, nè un Enrico VI; un tale che aveva accettato gli arbitrati pontificî nelle cose dell’Impero, tanto per ottenere il voto del Laterano; un Imperatore che con iscritture aveva ceduto al Papa diritti, che or contro diritto voleva riprendersi. Questo fu la sua debolezza, la sua sentenza di condanna, la sua necessaria caduta: Innocenzo III con arte romana aveva ravvolto il Principe guelfo in una rete di trattati, e ciò per lo meno lo poneva dalla parte della ragione di contro ad Ottone IV. Forse questi sarebbe proceduto meno lestamente nel suo cammino, se non lo avessero acciecato le splendidezze di omaggi che ricevette dalle città lombarde, e se non ve lo avessero incitato le grida dei grandi vassalli. Durante l’interregno, di qua signori e città s’erano impadroniti di antichi diritti dell’Impero, di là avevano usurpato beni della Chiesa, altrove terre di Matilde; infinita la confusione; spesso perciò impossibili le distinzioni. I Ghibellini spronavano Ottone alle audacie, perocchè bramassero la distruzione del nuovo Stato ecclesiastico e la caduta della signoria pontificia in Sicilia; anzi Diepoldo e Pietro di Celano richiedevano l’Imperatore guelfo che vi restaurasse i diritti imperiali, e gli prestavano le loro armi contro al figlio di Enrico VI. Se pur voleva render securo l’avvenire alla sua famiglia, Ottone doveva porre l’erede legittimo della casa di Hohenstaufen in condizioni tali che non potesse nuocergli più. Risolse pertanto di muovere nelle Puglie; nel Novembre partì di Rieti, entrò nel paese de’ Marsi passando per Sora (la contea di Riccardo), indi continuò la sua via per la Campania. A Capua, che gli aperse le porte, pose i quartieri d’inverno[140]. Poichè Ottone IV teneva Sicilia (il maggior feudo della Chiesa) in manifesto conto di terra dell’Impero, e macchinava di ricongiungerla a questo nuovamente, il Papa lo scomunicò ai 18 Novembre dell’anno 1210: ed era trascorso soltanto un anno dalla coronazione imperiale! Furibondo di collera, Innocenzo schiacciò la sua propria creatura, come un idolo riuscito male e odioso[141], e la corona che aveva posto in capo al Guelfo volle ad ogni costo strappargli: avvenimenti così ripieni di contrasti politici e umani, così avviluppati, così composti di sottili artificî, che diventano dei più memorandi e attrattivi della storia. Ottone IV non istette più in forse di assoggettare l’Italia meridionale, e sperò di poter con rapidi colpi condurre l’impresa a compimento. Nella estate successiva gli si arresero quasi tutte le città, Napoli eziandio; ed egli andò fin a Taranto. In Sicilia lo aspettavano i Saraceni; navi pisane stavano pronte per trasportare nell’isola le sue soldatesche, ed egli faceva bloccare la città di Roma così strettamente che non pellegrini nè messaggi v’entravano[142]. Egli poi vi teneva relazioni; il Prefetto urbano era passato dalla parte di lui, e la fazione dei Romani malcontenti si gettava di nuovo bramosamente nelle braccia dell’Imperatore. Si accusava Innocenzo d’essere stato l’autore delle scissure che dividevano l’Impero; lo si vituperava come uomo di mala fede e incostante, perocchè dapprima avesse favorito Ottone ed ora lo perseguitasse. E un giorno che teneva ai Romani una predica edificante, l’antico caporione del popolo, Giovanni Capocci, alzatosi, prorompeva in queste rozze, ma giuste parole: «La tua bocca è bocca di Dio, ma le tue opere, opere sono del diavolo»[143]. Frattanto la signoria di Ottone di là delle Alpi tentennava. Torme di frati fanatici, emissarî della vendetta di Innocenzo, percorrevano l’Alemagna, ed i legati pontificî scalzavano in breve le basi del trono all’Imperatore. Appena colà si seppe che era stato scomunicato, un forte partito gli si levò contro. Innocenzo III indirizzò lettere crucciose a quegli stessi Principi tedeschi cui pochi anni prima aveva con tanto fervore ammoniti perchè eleggessero Ottone; e ne scrisse eziandio al malizioso Re di Francia, confessando l’errore suo e ripudiando la sua creatura: profonda e meritata umiliazione di un uomo cupido di dominio. E adesso egli stesso appellava il giovine Federico a quel trono donde finora, con politica freddamente meditata, a bel disegno lo aveva escluso; ma almeno ne attalentava il suo desiderio di vendetta, poichè aveva sotto mano un pretendente con cui spingere Ottone al precipizio. Una parte dei Principi tedeschi raccolti a Nürnberg, proclamò deposto l’Imperatore ed elesse al trono Federico di Sicilia. Questo avvenimento costrinse Ottone a rinunciare a’ suoi piani, ad abbandonare le Puglie nel Novembre 1211 ed a muovere nell’Italia settentrionale, dove parecchie città non gli prestarono più reverenza, e dove il Margravio di Este s’era omai posto a capo di una lega raccolta contro l’Imperatore. Nella primavera dell’anno 1212 Ottone tornò in Alemagna. CAPITOLO TERZO. § 1. Federico risolve di andare in Alemagna. — Viene a Roma. — È coronato ad Aquisgrana nel 1215. — Fa voto di intraprendere una Crociata. — Concilio Lateranense. — Innocenzo III muore. — Indole di lui. — Grandezza mondiale del Papato. Evocato dal Pontefice, di repente contro Ottone si alzò il giovine nemico della sua casa, colui che egli credeva di avere annientato: Davide scendeva in campo contro Saulle. Uno strano destino fece sì che Federico, primo dei tre eletti al trono, e fra tutti fornito di diritti maggiori, entrasse ultimo nella gran lite della corona: ed egli restaurò la casa di Hohenstaufen e la ornò di un novello fiore sbocciato sotto il sole di Sicilia. In mano di Innocenzo quei tre eletti erano stati come le pedine di una scacchiera, che egli aveva giocato una contro l’altra e una dopo dell’altra. Tutti e tre avevano sentito vergogna di dover servire all’altrui volontà; ed il giovane figlio di Enrico VI s’imbevve d’un sì profondo odio contro quella politica egoista, che tutta la sua vita andò dominata da quello. Non dimenticò mai di aver dovuto comperare la protezione della Chiesa coll’omaggio feudale e colla perdita di preziosi diritti della corona; nè mai obliò che era stato escluso dal trono dell’Impero allorchè il Papa vi aveva chiamato Ottone IV. Federico, come a’ suoi tempi Enrico IV, era cresciuto in mezzo alle brutte cabale dei partiti di corte; e, pari a quel Re, se ne erudì in perfetto modo nell’arte di ingannare gli uomini. Le astuzie onde si servì più tardi contro alla Chiesa ebbe egli appreso nelle difficili relazioni in cui, fin dalla sua fanciullezza, s’era trovato colla Curia romana e colle intraprese di questa nell’Impero ed in Sicilia. L’arte politica di Roma fu la sua scuola. Gli avversarî di Ottone lo invitarono ad andare in Alemagna. Anselmo di Justingen, uno dei loro ambasciatori, venne a Roma, e vi trovò il Papa ed i Romani disposti a riconoscere le pretese di Federico alla corona romana, giacchè pareva quasi che Innocenzo III soltanto adesso d’un tratto avesse scoverto che quegli ne possedeva i diritti[144]. L’arte politica, quella nemica di ogni grandezza ideale e delle virtù religiose e filosofiche, trascinò un uomo, come Innocenzo era, nelle vie trite e comuni; lo costrinse a mutar di concetti ed a mentire alle sue opinioni. Ed infatti, se il Papa si fosse tenuto fermo nel suo indirizzo, l’ultimo degli Hohenstaufen avrebbe dovuto restarsene per sempre esiliato in Sicilia, vassallo feudale della Chiesa, estraneo alle cose dell’Impero. Forse che il Papa reputava possibile di impedire la unione tanto temuta di Sicilia con Alemagna? pare proprio che ei si lasciasse andare a questo ingannevol pensiero. L’istante in cui egli esortò il Re di Sicilia a conquistarsi la corona romana fu uno dei più fatali che s’abbian dato nella storia del Papato: nè era lontano quell’avvenire in cui ne sarebbe scoppiata una lotta desolatrice della Chiesa e dell’Impero, e ne sarebbero derivati la signoria della casa d’Angiò, i vespri siciliani e l’esilio avignonese. Innocenzo temprò di sua mano quella seconda spada, e ben più gagliarda ed acuta, che ferir doveva il seno della Chiesa. I ripetuti errori di questo Papa onnipossente, ai cui piedi alcuni Re avevano deposto le loro corone in atto sommesso di vassalli, è prova umiliante della cieca ignoranza delle leggi e dell’andamento del mondo, che fa velo anche agli occhi dei maggiori ingegni. Allorchè i messaggieri svevi furon giunti a Palermo, la Regina e il Parlamento si opposero a che Federico intraprendesse il pericoloso viaggio di Alemagna. Il Re diciottenne ondeggiò fra la speranza e il dubbio, ma finalmente risolse di gettarsi audacemente nei flutti di un immenso avvenire. Una sorte fatale lo chiamava dal molle paradiso di Sicilia a geste immortali e ad onori degni di un eroe; in premio gli offeriva la maggior corona del mondo, e il giovine si staccava dalle solitarie spiagge della sua isola per guadagnarsi quella corona nella terra dei suoi padri. Fe’ coronar re di Sicilia Enrico suo figliuolo di fresco nato, affidò il governo alla sua sposa, si imbarcò, e celeremente per Benevento e Gaeta venne a Roma, dove, nell’Aprile 1212, il Papa ed il popolo lo salutarono come re eletto dei Romani. Innocenzo III vide per la prima volta il suo protetto, nè più dopo lo rivide. Innanzi a lui stava, come imperatore designato, il giovine e intelligente nipote di quell’eroe Barbarossa che era omai diventato personaggio di mito: ed egli era creatura sua in un senso più nobile di quello che fosse stato Ottone IV; la creatura del dover suo, il suo figliuolo adottivo, in cui profitto aveva sinceramente speso sforzi e fatiche di molti anni. Se pure i novellieri gli avranno dipinto quel giovine Re come un cervel balzano, che nelle sue crapule si attorniava di uno sciame di trovatori cortigiani, il suo acuto sguardo avrà saputo tosto discerner nel figliuolo di Enrico VI la potenza innata del genio e l’intelletto di buon’ora addestrato alla severità del pensiero. Si stabilirono i patti che la Chiesa poneva all’esaltamento di Federico, e soprattutto fu determinato che Sicilia sarebbe rimasta separata dall’Impero. Così fu eletto il nuovo candidato al trono imperiale in mezzo a condizioni di cose che somigliavano a quelle che avevano preceduto la elezione di Ottone IV: e sventura fu dell’Impero, perciocchè gli stessi legami che quegli aveva infranti soltanto a prezzo di uno spergiuro, furono torti anche attorno di Federico[145]. Però non val dubitare dei sentimenti leali che questi accoglieva a quel tempo in mezzo alle entusiastiche speranze di un grande avvenire. Il Papa congedò Federico pienamente contento e financo gli fornì denaro. Guidato da prospera fortuna il giovine Siciliano giunse in Germania, dove parve simile a una stella del mezzodì, che sorgeva sull’orizzonte rapida e fulgente di luce. La gloria de’ suoi avi gli schiudeva l’entrata in patria; la liberalità onde dispensò beni ereditarî della sua famiglia e feudi imperiali gli guadagnò l’animo dei maggiorenti avidissimi; la triste persona del Guelfo ancor più oscurata dall’anatema della Chiesa, giovò a dar miglior rilievo ad un giovine cui le attrattive straniere acquistate in un’isola lontana e leggendaria, ornavano di bellissimi vezzi. Addì 12 Luglio 1212, riverito da quasi tutta Germania, Federico prestò il giuramento in Egra, e vi dovette, con espressa adesione dei Principi dell’Impero, ripetere le concessioni già fatte da Ottone IV al Papa. Fu riconosciuta la libertà della Chiesa nelle cose spirituali; fu confermato in tutta la sua estensione lo Stato che Innocenzo aveva fondato alla Chiesa; all’Impero non si conservò in quelle terre altro diritto che il _Foderum_ in occasione della coronazione; fu ancora una volta pronunciato solennemente che il Papa era signore delle Puglie e di Sicilia[146]. Dopo imprese vittoriose contro lo sventurato nemico, la cui gloria tramontò ai 27 Luglio 1214 sul campo di Bouvines, Federico II fu coronato ad Aquisgrana (nel giorno 25 Luglio 1215) da Sigfredo arcivescovo di Magonza e legato del Pontefice. Dopo la coronazione il «Re del Papa» (come Ottone IV con disprezzo iracondo chiamava il suo favorito rivale) prese la croce per una spedizione in Terra santa: forse lo faceva per sommessione alla Chiesa che lo aveva levato al trono, forse anche perchè ve lo trascinava un sentimento cavalleresco; però era un voto malaccorto che gli doveva tornare sorgente di grandissimi mali. Il suo giuramento di liberare l’Oriente era, a quel tempo, sincero, ma può darsi che più non fosse sincera la sua promessa di tener Sicilia (come feudo ecclesiastico) disgiunta dalla sua corona, e, tosto che fosse consecrato imperatore, di concederla al figliuol suo Enrico[147]. La contesa della successione al trono tedesco fu decisa definitivamente nel Concilio che Innocenzo raccolse in Laterano agli 11 Novembre 1215. Gli avvocati di Ottone e gli ambasciatori di Federico ne ricevettero sentenza, essere quegli decaduto dall’Impero, questi essergli succeduto[148]. Più di millecinquecento Arcivescovi e Prelati di tutti i paesi della Cristianità, oltre a Principi e legati di Re e di Republiche, s’inginocchiarono ai piedi del potentissimo de’ Papi, il quale, nella sua maestà d’ogni dove riverita, sedeva sul trono del mondo, ed era padrone d’Europa. Quel magnifico Concilio, ultimo atto solenne di Innocenzo III (ed egli stesso lo ebbe presagito), fu l’espressione della novella forza che egli aveva infusa alla Chiesa e della unità in cui la aveva conservata. Il termine della vita di quest’uomo straordinario ne fu anche l’apogeo. Stava per recarsi in Toscana affine di pacificarvi Pisa con Genova e d’indurre quelle città marittime a prender parte alla Crociata (che era stata il più importante argomento trattato nel Concilio), ma moriva a Perugia nel dì 16 Giugno 1216: per sua gloria non ebbe vita soverchiamente lunga. Innocenzo III può chiamarsi veramente l’Augusto del Papato: non fu genio creatore come Gregorio I e come Gregorio VII, ma pur fu uno dei più ragguardevoli uomini del medio evo; spirito severo, sodo, mesto; completo principe; statista d’intelletto acuto; sommo sacerdote di fede sincera e ardente, ma in pari tempo di ambizione immensa, celata sotto velo religioso; uomo di energia ferrea e temuta: fu il giudice del mondo alla sua età, e lo tenne compresso sotto la mano; fu un idealista audacissimo sul trono pontificio, locchè non tolse che fosse eziandio monarca pratico, giureconsulto di fredda mente[149]. Sublime e meraviglioso è lo spettacolo di un uomo che con maestà tranquilla, sia pure per un solo istante, guida veramente il mondo a voler suo. Ed egli fece con rara prudenza suo pro dei rapporti storici; usò con impavida ed abilissima maestria delle leggi e delle imposture canoniche; indirizzò a’ suoi fini il sentimento delle moltitudini risvegliato a sensi religiosi; e con tutti questi mezzi associati insieme diede al Papato una forza nuova e sì gagliarda che nel torrente della sua autorità trasse seco gli Stati, le Chiese, la società civile, senza che si attentassero di oppor resistenza. Le sue conquiste compiute soltanto colla potenza sacerdotale furono, come quelle di Ildebrando, cosa meravigliosa se si paragonino alla brevità del suo reggimento: suoi furono Roma, lo Stato ecclesiastico, Sicilia; Italia divenne suddita a lui o a lui mirò come a protettor suo; l’Impero ricacciato di là dalle Alpi curvò il capo sotto l’arbitrato pontificio. Germania, Francia, Inghilterra, Norvegia, Aragona, il reame di Leone, Ungheria, la remota Armenia, gli Stati tutti di Oriente e di Occidente riverirono il tribunale del Papa. La lite che si agitò a causa della ripudiata donna danese Ingeborg porse ad Innocenzo l’opportunità di costringere il potente re Filippo Augusto a piegare il collo sotto il giogo della legge ecclesiastica; una contesa d’investitura lo rese signore feudale d’Inghilterra. La maestrevole arte con cui vinse il Re inglese facendo violenza ai diritti della sua corona; la protesta tracotante di voler dare la libera Inghilterra in signoria di un principe straniero, a Filippo Augusto; la partita che egli osò impunemente di giocare con quest’ultimo Monarca; la prosperità dei suoi successi, le sue vittorie, sono cose che in verità confinano col prodigioso. Il meschino re Giovanni con paura servile depose publicamente la sua corona, e, vassallo tributario della santa Sede, la riprese dalle mani di Pandolfo, che non era dappiù di un legato, ma aveva superbia e coraggio degni di un romano antico[150]. Ed invero la celebre scenata di Douvres fa rammentare i tempi vetusti di Roma, quando Re di terre lontane al cenno di Proconsoli deponevano o pigliavano il diadema: ed essa splende nella storia del Papato parimenti che l’altra di Canossa, cui tiene veramente riscontro. Fu il colmo dell’avvilimento per l’Inghilterra; ma nessun popolo si rialzò così prestamente e con tanta gloria dalla sua umiliazione, più di quella azione virile, che al suo vile tiranno strappò la _Magna Carta_, fondamento di tutte le libertà politiche e civili di Europa. Le buone fortune di Innocenzo non ebbero limite. Al tempo in cui sorse questo Papa tutte le forze del mondo si vibravano in moto operoso, ed egli se ne impadronì e col dominio di esse diventò potente. Perfino ei vide compiersi i sogni audaci di Ildebrando rivolti a sottomettere la Chiesa greca alle leggi di Roma; e infatti, dopo che gli eroi latini ebbero conquistato Bisanzio, il rito romano fu introdotto nella Chiesa bizantina. Non mai alcun Papa più di Innocenzo III, fattore e disfacitore a suo senno d’Imperatori e di Re, ebbe coscienza sì alta e pur sì pratica della sua podestà che abbracciava tutto il mondo. Nessun Papa più di lui giunse sì presso alla meta temeraria cui s’era proposto Gregorio VII: far d’Europa un feudo romano, del Papato una gerarchia onnipossente, della Chiesa l’ordinamento universale. A capo della lunga schiera dei suoi vassalli andarono dei Re; ad essi tennero dietro Principi, Conti, Vescovi, città e signori, che da questo solo Pontefice ricevettero patenti feudali[151]. Egli circondò la Chiesa di terrore; lo spavento che ne’ tempi di Nerone e di Trajano incuteva al genere umano il comando despotico di Roma, non fu maggiore della servile venerazione con cui il mondo accolse i miti ammonimenti o le minacce tonanti del romano Innocenzo III, del maestoso prete che ai pavidi Re poteva dire nel linguaggio dell’antico Testamento: «Come nell’arca dell’alleanza del Signore, vicino alle tavole della legge si custodì la verga, così nel petto del Papa si contiene la potenza formidabile della distruzione e la dolcezza mansueta della grazia»[152]. Per lui la santa Sede diventò il trono della podestà dogmatica e canonica, il tribunale politico dei popoli d’Europa. All’età sua Oriente e Occidente riconobbero che il centro di gravità di ogni ordinamento morale e politico risiedeva nella Chiesa, universo morale, e nel suo Papa. Innocenzo III fu la più fausta costellazione in cui la Chiesa sia mai entrata nel corso della storia: con lui il Papato si elevò ad un’altezza vertiginosa, sovra la quale non gli fu possibile di tenersi ritto. § 2. Operosità degli eretici. — Dottrina della povertà cristiana. — Fondazione degli ordini mendicanti. — San Francesco e san Domenico. — I primi conventi dei loro ordini in Roma. — Indole e influenza del monachismo mendicante. — La setta degli Spirituali. Non c’è volontà individuale che a lungo andare sia capace di frenare il moto del mondo; il progresso dell’umanità si beffa di qualunque potenza passeggiera, per quanto essa consegua trionfi temporanei. Ne lo insegnano eziandio le attenenze che Innocenzo III s’ebbe col grande commovimento morale del secolo decimoterzo; anche a lui mancò la potenza d’incatenarlo colle sue leggi. Il secolo decimoterzo fu una grande e continua rivoluzione; lo spirito civico conseguì la sua vittoria affrancandosi dal feudalismo, dall’Impero, dalla Chiesa; e, accanto di esso, sorse lo spirito evangelico a conquistarsi libertà di pensiero e di fede. Cotale rivoluzione nella brevità di questo tempo non trionfò come l’altra: la sua fiamma, che si sprigionò tutt’a un tratto, fu soffocata dalla Chiesa, ma la scintilla non ne potè essere spenta. Un’attività fervida ed entusiastica di pensieri ereticali cozzò in sul principio di questo secolo contro la forma dell’autorità dogmatica entro cui Innocenzo III credeva aver forza di relegare la gente umana. Davanti allo sguardo di questo Papa, giorni ed anni sfilarono come un corteo trionfale che lo salutava e gli rendeva omaggio, ma educarono eziandio degli spiriti riottosi che lo atterrirono. Il primo e grande assalimento che la rivoluzione degli eretici ed altresì quella evangelica mossero contro il dogma ecclesiastico e politico di Roma, coincide precisamente col momento in cui avvenne la seconda fondazione dello Stato ecclesiastico e della monarchia mondiale pontificia. In quello che la Chiesa otteneva il più solido accentramento del suo organismo, l’unità del suo sistema dottrinale era minacciata di pericolo sì grave, che in tempi anteriori non s’era mai dato l’eguale. Innocenzo con fermezza veramente romana intraprese la guerra contro la eresia, cui ordinò sterminarsi col ferro e col fuoco; e la sua severità formidabile diede al fanatismo ecclesiastico e alla intolleranza un esempio e un indirizzo che durarono secoli. Opera degli anatemi e degli imperiosi comandi di Innocenzo III si fu la distruzione degli Albigesi consumata nella prima guerra che propriamente si combattesse contro gli eretici; guerra sozza, di crudeltà sì feroci che mettono ribrezzo e indignazione. Tale infatti fu da lasciare un’orma profonda nella memoria degli uomini. Dolore delle ruine di un vago paese ornato di reminiscenze della coltura antica; simpatie cavalleresche e romantiche; ammirazione forse esagerata della poesia provenzale; sentimento d’amore dell’umanità e della libertà, hanno circondato la fine degli Albigesi di gloria imperitura, e punito Innocenzo III con una sentenza che mai non si cancellerà. Sebbene nella vita dei popoli parecchie vittime sieno condannate a soccombere, olocausto della necessità storica, certo non merita invidia la sorte di quelli che sono consecrati a stromento di quella necessità. A dir vero non sarebbe difficile rispondere a chi chiedesse quale forma avrebbe assunto la nostra coltura, se nel secolo decimoterzo la eresia e tutte le degeneri sue conseguenze manichee avessero conseguito intiera vittoria. La massima della libertà di coscienza, tesoro preziosissimo della società umana aggentilita, non era destinata a quei secoli immaturi; eppure essa s’alzò vittoriosa dai roghi di coloro che caddero strozzati sotto gli artigli dell’Inquisizione, di quella formidabile guardiana dell’unità della Chiesa, di quella potenza terribile che si fondò quando l’impero pontificio di Innocenzo III era giunto al suo culmine. Una dottrina fanatica, nemica mortale di ogni società pratica e di ogni civiltà, cui gli uomini hanno in orrore come la peste, fe’ allora sua comparsa per la seconda volta nel mondo; prese forma di idealità religiosa, ed accese d’entusiasmo gli animi più pii. Il principio della povertà assoluta, considerata virtù dei veri successori di Cristo, era tolto a fondamento dogmatico dalle sette di eretici di quell’età, fra’ quali massimamente pericolosi alla Chiesa erano i Poveri di Lione, ossiano i Valdesi. Quella dottrina che non era fatta per uomini di questa terra, parve tuttavia al mondo verità apostolica, e prestò un’arma poderosa ai nemici della monarchia pontificia. Allo spettacolo delle pompe, delle ricchezze e della potenza non apostolica della Chiesa si ridestò il desiderio dell’idea cristiana, e gli eretici evangelici ne contrapposero il purissimo esemplare a rincontro di ciò che era divenuto sconcia realtà. Il Papato romano, venuto a lotta contro il sentimento che s’era diffuso della riforma onde abbisognava la Chiesa, sarebbe caduto nell’estremo esizio se questa non avesse potuto rinvenire di bel nuovo in sè stessa l’impulso della abnegazione cristiana, e se non l’avesse fatto rifiorire come pensiero cattolico e proprio suo. All’ora propizia, dal grembo di lei sorsero due uomini mirabili, profeti della povertà apostolica, e di repente infusero forza novella nelle vene della Chiesa: ai fianchi di Innocenzo III si posarono Francesco e Domenico, persone celebri di quest’età. La leggenda rappresentò le relazioni che ebbero colla Chiesa in una visione che sarebbe apparsa in sogno al Papa; nel sonno per due volte egli scorgeva due uomini di meschina apparenza far puntello delle loro mani al Laterano crollante; e destandosi riconosceva tosto in quelli i due Santi. La loro repentina comparsa, la loro indole leggendaria, la loro operosità in mezzo alle battaglie della vita pratica del mondo, la loro influenza meravigliosa, sono fenomeni veri nella storia della religione. Francesco, il più simpatico di tutti i Santi, fu figlio di un mercante di Assisi, dove nacque intorno all’anno 1182. Mentre da giovine conduceva fra’ piaceri vita voluttuosa, lo incoglieva una divozione fanatica, onde, gettati da sè gli abiti fastosi, spogliatosi dell’oro e degli averi, si coperse di cencioso saio, disprezzando ogni riguardo del mondo. Lo si beffeggiò, fu chiamato pazzo, ma di lì a qualche tempo torme di uomini pii diedero ascolto alla sua eloquenza portentosa; e discepoli ammaliati da lui, vestiti di abiti a brandelli, seguirono il suo esempio, in quello che egli fondava una prima comunità nella cappella detta _Portiuncula_ vicino Assisi. Le parole di Cristo ripetute dalla bocca di un apostolo mendico: «getta via quel che possiedi e seguimi»; queste parole tornavano a risonare per le vie e per le piazze, in mezzo agli entusiasti della povertà, i quali ne interpretavano alla lettera la dottrina[153]. L’ardore inesplicabile per cui gli uomini s’invaghirono di quella fratellanza mistica, la cui massima dottrina era non posseder cosa alcuna, i cui modi di trar la vita derivavano dalle elemosine volontarie, il cui ornamento stava nell’abito di accattone, è pur uno degli stranissimi avvenimenti del medio evo, e tale che deve indurre ogni intelletto severo a meditare i quesiti che toccano più gravemente ai destini della società umana. Non la era una ribellione contro la impari ripartizione dei beni terreni ciò che spingeva quegli idealisti dell’Umbria ad uscire dalle condizioni pratiche della vita ed a gettarsi in braccio della nuda inopia. Diventavano cinici e comunisti, non per convincimenti filosofici, ma per un impulso religioso che agitava la mente umana inferma. Se il visionario serafico, sul breve confine che divide la luce dalla tenebra, fosse stato uomo di animo triviale, ei si sarebbe dileguato dal mondo ricoverandosi in qualche romitaggio; ma Francesco aveva indole ardente d’affetti, ispirata, seducente, perlochè egli attrasse a sè gli uomini colla prepotenza dell’esempio. In quel profeta fervido, tutto cuore, si rifletteva un raggio del genio divino, che in altre età avrebbe fatto di lui il fondatore di una religione: a’ suoi dì invece egli non potè essere altro che uno dei Santi della Chiesa già saldamente disciplinata, un’imitazione vivente e leggendaria di Cristo, di cui i suoi discepoli pretendevano aver visto in lui impresse le stimmate. Ma que’ seguaci suoi non penetrarono nel fondo di un animo poetico, come quello di Francesco, le cui estasi sovraumane non riuscivano a comprendere: ad un regno di mesti rapimenti che si libravano di là del mondo materiale i discepoli diedero una forma rozza ed esteriore; chiesero che l’essenza della libertà entusiastica dell’anima si rinchiudesse in uno stato monacale sottoposto ad una regola, dove la povertà, mistica reina, sedesse sopra un trono d’oro, in mezzo a frati mendicanti che cantassero salmi ed inni. Tuttavia quei discepoli operosi di un Santo non riuscirono a riformare la società umana: i bisogni dell’uomo sono fecondi di trovati e rivoluzionarî, e senza di essi la povertà non è principio riformatore; laonde non poterono eglino fare altro che costituire un ordine di frati errabondi senza pur supporre la influenza che il nuovo istituto avrebbe esercitato sulla società; e costrinsero il loro Santo, che non era un filosofo nè un teorico, ma un semplicetto figliuolo di Dio, a diventar legislatore. La Chiesa vietava la fondazione di nuove regole, perciocchè ormai a soverchio numero fossero saliti gli ordini monastici, e tutti ridotti mondani e decaduti tutti; perciò a san Francesco ossia ai suoi seguaci non fu agevol cosa di poter fra quelli ottenere accoglienza. Sennonchè il Santo trovò in Roma degli amici potenti, la nobile _Jacoba de Septemsoliis_ della casa dei Frangipani, il ricco cardinale Giovanni Colonna, il cardinale Ugolino (uom pronto ad appassionarsi e zelantissimo dei suoi protettori, che più tardi diventò papa Gregorio IX), ed inoltre l’illustre _Matheus Rubeus_ di casa Orsini, padre del futuro papa Nicolò III. Innocenzo, l’uomo dal grande intelletto pratico, non comprese l’importanza del sorgente ordine dei mendicanti: prevedeva egli forse il pericolo di una dottrina che era decisamente ostile alla podestà temporale della Chiesa? Non v’ha maggiore contrapposto di quello che si scorge fra Innocenzo III e Francesco, fra il sommo sacerdote sedente in trono con maestà di signore universale e la persona dell’umile accattone. Diogene vero del medio evo, stava questi innanzi al Papa come innanzi al suo Alessandro; povero e malato sognatore, ma nel suo nulla più grande di Innocenzo; profeta che lo ammoniva; specchio in cui pareva che Dio mostrasse al Pontefice la inanità di tutte le cose mondane: facce opposte dell’effigie del loro tempo, Innocenzo III e san Francesco sono per verità due profili meravigliosi. Del resto il grande Papa non oppose al Santo alcun impedimento, ma fu soltanto Onorio III suo succeditore che nell’anno 1223 confermò l’ordine dei _Fratres minores_, e, sottoponendolo alla regola dei Benedettini, gli concesse le facoltà della predicazione e della confessione[154]. Il luogo dove i Francescani, nell’anno 1229, posero la loro prima residenza a Roma, fu l’ospitale di san Biagio, oggidì san Francesco in Transtevere; in seguito, nell’anno 1250, Innocenzo IV concesse loro il convento antico di santa Maria _in Aracoeli_, donde vennero rimossi i Benedettini[155]; e questa Abazia fu fino ai dì nostri la maggior sede del loro ordine. Sul vetusto Campidoglio movevano in processione trionfale frati mendicanti, vestiti di bruna tonaca, cinti i fianchi del bianco cordone: dalla cima della rupe Tarpea, dal favoloso palazzo di Ottaviano imperava uno scalzo «generale» dei mendicanti; e ai suoi comandi rispondeva la devota obbedienza di «province» pronte a’ suoi cenni, le quali, come a’ tempi dei Romani antichi, si stendevano dalla remota Bretagna fino ai mari dell’Asia[156]. Mentre il Santo di Assisi andava coi suoi entusiasti mendichi percorrendo la vaga vallata del Tevere nell’Umbria, simile a Gesù quando moveva per la valle di Genezareth seguito da poveri pescatori, egli non presagiva che sulle rive della Garonna un altro apostolo venisse guadagnando un pari ascendente. Domenico di Calaroga castigliano, discepolo erudito del vescovo Diego da Azevedo, viaggiando nell’anno 1205 per la Francia meridionale, concepiva il pensiero di dedicar la sua vita alla conversione di quegli eretici audaci che combattevano la Chiesa cattolica colle idee del Vangelo. Francesco e Domenico furono dioscuri entrambi, però nell’intima essenza l’indole del primo differì a fondo da quella del secondo. L’entusiasta dell’Umbria, tutto amore, predicava fra’ mendichi, dialogava con alberi e cogli uccellini, dedicava inni al sole, laddove lo spagnuolo Domenico, ardente di passione come l’altro, ma tutto inteso alla realtà pratica della vita, tutto forza operosa, pensava ai modi pur pratici di esterminare la eresia, e ne teneva consiglio coi fanatici eroi della guerra degli Albigesi, col vescovo Folco di Tolosa, con Arnaldo abate di Citeaux, con Pietro di Castelnau legato pontificio e col terribile Simone di Montfort. Ei fu spettatore dell’eccidio di un popolo generoso, vide le ruine fumanti di Beziers, dove al cenno dell’abate Arnaldo furono scannati ventimila uomini, ed orò in estatica contemplazione nella chiesa di Maurel allorchè Simone di Montfort coi suoi feroci crociati ebbe rotto l’esercito di Pietro d’Aragona e del Conte di Tolosa. In mezzo a questi orrori, che avrebbero fatto rabbrividire il mite Francesco, Domenico, spagnuolo e fanatico, non ne cavò altra sensazione che amore sempre più ardente per la Chiesa, null’altro che fervente umiltà; nè in lui viveva altra passione che non fosse l’intento impetuoso di convertire uomini a idee diverse da quelle che ei reputava delitti. Gli inizî del suo ordine ebbero culla nel piccolo convento di monache a _Nôtre Dame de Pruglia_, a’ piedi dei Pirenei, e nelle comunità di Monpellieri e di Tolosa. Nell’anno 1215 andò a Roma, e vi assistette al grande Concilio, nel quale i Conti di Tolosa furono costretti a cedere le loro bellissime terre al conquistatore Simone. Innocenzo III comprese l’intendimento pratico dell’infuocato predicatore, più chiaramente che non intendesse il senso arcano dei sogni mistici di Francesco. Dopo qualche riflessione era già inchinevole a confermare il novello ordine sotto la regola degli Agostiniani, e soltanto la morte gli impediva di condurre a compimento la sua idea. Ma poco tempo dopo fecelo Onorio III nel 22 Dicembre 1216, quando Domenico era tornato a Roma[157]; e questo Papa impartì ai frati predicatori (_Fratres praedicatores_) la facoltà della cura delle anime e della predicazione in tutti i paesi. Anche in quest’ordine per comando del fondatore fu posta a legge cardinale la povertà; per compito si tolsero la predicazione e l’insegnamento; nè molto andò che l’ordine si rese formidabile, avvegnachè togliesse in mano sua l’officio dell’inquisizione, primamente in società coi Francescani, indi da solo. Le prime case ch’ebbero in Roma i Domenicani furono (dopo l’anno 1217) il convento di santo Sisto nella via Appia, e (dopo il 1222) l’antica e bella chiesa di santa Sabina sull’Aventino, dove anche ai dì nostri i frati mostravano il luogo in cui vorrebbesi che, ancor prima, avesse dimorato il loro fondatore. Domenico morì a Bologna nel giorno 4 Agosto del 1221, ed ivi fu sepolto nella chiesa del suo nome in una magnifica urna, che la rinascente scultura d’Italia ornò coi primi fiori del suo genio[158]. I due patriarchi del monachismo mendicante, fratelli gemelli e parto di una istessa età, le due lampade di luce che splendono sul monte (così li chiama la Chiesa), furono ai fianchi di Innocenzo III gli apostoli della novella signoria universale ecclesiastica: furono ciò che era stato il monaco romano Benedetto accanto a papa Gregorio[159]. Mentre fondatori più antichi di ordini avevano piantato dei romitaggi o delle abazie nei quali i monaci vivevano vita contemplativa; mentre gli Abati, ammassando ricchezze, imperavano sopra vassalli da principi dell’Impero e da feudatarî, Francesco e Domenico, per lo contrario, sdegnarono un sistema che aveva traviato l’istituto monastico da’ suoi principî, riducendolo a cosa secolaresca. La loro riforma consistette a far rivivere l’idea dell’abnegazione e della povertà, e in pari tempo a sbandire il sistema di una vita puramente eremitica. Il nuovo monacato piantò le sue tende nel mezzo delle città, si mescolò fra tutte le classi del popolo, accolse in sè perfino dei laici sotto forma di terziarî. Queste attenenze pratiche multiformi, che gli ordini mendicanti ebbero con ogni cerchia della vita umana, diedero loro una forza immensa. Gli ordini antichi erano diventati aristocratici e feudali; Francesco e Domenico ridussero il monachismo ad essere istituto democratico; e in ciò stette riposta la potenza misteriosa di quei due uomini, tale che da principio fu cosa veramente portentosa. Le dottrine degli eretici, lo spirito democratico delle città, il sorgere delle classi lavoratrici e di tutti gli elementi volgari, fin della lingua, avevano apparecchiato il terreno all’opera di quei due Santi. I loro insegnamenti furono accolti come manifestazioni dell’indole popolare, ed il popolo li tenne in conto di riforme della Chiesa, onde potevasi impor silenzio alle giuste accuse degli eretici. Il popolo oppresso vide infatti sublimata sugli altari la disprezzata povertà, la vide sollevata alla gloria del cielo; perciò grandissima fu la moltitudine di quelli che s’arrolarono nei novelli ordini. Di già nell’anno 1219, in un’adunanza generale tenuta ad Assisi, Francesco poteva numerare cinquemila fratelli che con entusiasmo seguivano il suo vessillo: e ben presto la erezione di conventi dei frati mendicanti diventò nelle città faccenda così importante, come oggi forse sarebbe l’applicazione di qualche nuovo trovato che recasse una rivoluzione nelle bisogne della vita. Uomini illustri e gente minuta entrarono in quei conventi, e moribondi di ogni ceto si fecero vestire della tonaca di san Francesco per averne sicuro passaggio in paradiso. In breve tempo i frati mendicanti esercitarono un grande ascendente in tutti gli ordini sociali. Nei confessionali e sui pulpiti soppiantarono il clero secolare; tennero cattedre nelle università, e monaci mendicanti furono i maggiori maestri di scolastica: tali s’ebbero in Tomaso di Aquino, nel Bonaventura, in Alberto Magno, nel Bacone. Sedettero nel collegio dei Cardinali, e, papi, salirono alla santa Sede. Nel più riposto segreto delle pareti domestiche la loro voce parlava alla coscienza del cittadino; nelle splendide corti s’insinuava alle orecchie dei Re, di cui erano confessori e consiglieri; e risonava nelle sale del Laterano, e tonava nei tumultuosi parlamenti delle Republiche. Vedevano tutto; tutto udivano. Come i primi discepoli di Gesù andavano girando per le terre «senza bastone, senza bisaccia, senza pane, senza denaro», a piedi scalzi[160]: ma quelle turbe di mendicanti erano in pari tempo ordinate per province in centinaia di conventi, capitanate da un «generale», al cui cenno ogni fratello era pronto a farsi, qual più occorreva, missionario o martire, predicatore di crociata o banditore di anatema, arbitro di paci o ingaggiatore di soldati per conto del Papa, giudice di eretici e inquisitore, o fidato messaggiero e spione, o zelante gabelotto, ossia percettore della moneta con cui si pagavano a contanti le indulgenze, ed esattore delle decime ecclesiastiche che rimpinguavano gli scrigni del Laterano. La Chiesa romana s’impadronì accortamente dell’indirizzo democratico di questi ordini, che in tutti i paesi si fecero mediatori delle sue relazioni col popolo, in quello che i frati erano, per concessa immunità, sottratti alla sopravveglianza del clero secolare e dei Vescovi. I Papi se ne fecero un esercito sempre parato a combattere, il cui mantenimento non costava loro il becco di un quattrino. I principî della podestà divina del Papato romano furono da quei frati mendicanti instillati in mille modi nella mente degli uomini, di cui colle minacce paurose, cogli scrupoli delle coscienze, con insegnamenti mistici, e da altra parte colla benevolenza, coll’abnegazione, col sacrificio di sè, piegavano l’animo a tollerante obbedienza sotto ai comandi del Papa infallibile. Peraltro la natura democratica dei Francescani era aspra a governarsi; il loro misticismo ascetico minacciava di corrompersi in eresia; ed infatti la dottrina apostolica della povertà minacciò più d’una volta effettivo pericolo alla Chiesa. Dopo la morte del fondatore, l’ordine sofferse uno scisma, poichè un partito più mite condotto da fra Elia, il più illustre discepolo del Santo, chiese che sotto certe condizioni fosse concesso ai frati di fare acquisto di beni. Il voto di inopia mendica eccedeva le leggi della natura umana, la quale soltanto nei rapporti della proprietà può esplicare praticamente la forza della persona e della libera volontà. La mano classica di Giotto, in un vaghissimo quadro, che è posto sulla tomba del Santo in Assisi, raffigurò gli sponsali di Francesco colla povertà personificata; però già a quell’ora la salma del grande fondatore dell’ordine mendicante riposava in un duomo tutto scintillante d’oro e di marmi. E i suoi figli mendichi si giocondarono in poco di tempo, poichè ebbero acquistato conventi e beni in tutto il mondo: la povertà rimase, ma fuor della porta del convento. Tuttavolta un partito più severo si levò dalle ceneri del pio Santo con fervore fanatico, affermando il principio della privazione assoluta di possedimenti, e venendo così in lotta contro i suoi fratelli più agiati e contro la Chiesa pompeggiante di lusso mondano. Il vangelo di quella setta dello Spirito Santo, ossia degli Spirituali, furono le profezie del celebre abate calabrese Gioacchino de Flore, il quale insegnava che la Chiesa terrena era soltanto preparazione al regno dello Spirito Santo: e quei meditabondi frati tenevano l’audace opinione che Francesco fosse entrato nel luogo degli apostoli, e che il loro impero monastico fosse succeduto a quello pontificio per dar principio alla vaticinata età dello Spirito Santo, non ristretta a forme esteriori, nè vincolata da qualsiasi reggimento o da distinzioni di mio e di tuo. La storia della Chiesa e della civiltà deve tener nota dell’influenza che i Francescani e i Domenicani esercitarono sulla società umana; ma noi non possiamo descrivere la loro operosità dapprincipio gloriosa, nè il decadimento profondo della loro idea originaria, nè i ceppi d’imbecille servitù onde più tardi eglino tennero avvinghiati la libertà di pensiero e il fecondo svolgimento della scienza: nè possiamo finalmente dire delle conseguenze che la dottrina della povertà religiosa solennemente riconosciuta ebbe recato sul patrimonio e sulle industrie della società civile. § 3. Onorio III, papa. — La famiglia Savelli. — Pietro di Courtenay riceve a Roma (1217) la corona dell’Impero di Bisanzio. — Federico trae in lungo la Crociata. — Ottone IV muore nel 1218; Enrico di Sicilia è eletto a successore di Federico in Germania. — Torbidi in Roma al tempo di Parenzo senatore. — Federico II viene a Roma e vi si incorona (1220). — Costituzioni imperiali. Succeditore di Innocenzo III fu il vecchio Cardinale dei santi Giovanni e Paolo, Cencio Savelli. Della sua famiglia paterna, con cui ricompare il nome di un’antichissima stirpe latina, non s’era trovata fino a questo tempo alcuna traccia nella storia della Città; massime la sua origine è ignota. Poichè tuttavia fin dal secolo nono si tiene parola di una terra chiamata _Sabellum_ in vicinanza di Albano, può darsi che i Savelli abbiano da quella ricevuto il nome, appunto come i Colonnesi trassero il loro dalla rocca appellata Colonna[161]. La casa nepotesca degli antichi Savelli (che certo vennero di Germania, come dimostrano i loro nomi Haimerico e Pandolfo) s’ebbe il primo fondamento nella storia per opera di Onorio papa, e solamente dopo di lui si levò a potenza[162]. Sotto di Innocenzo III Cencio era stato vice-cancelliere e camerario della Chiesa; e lui quel Papa aveva adoperato in negozî difficili, segnatamente in Sicilia, dove per anni il Savelli aveva prestato cure paterne al giovine Federico. Da cardinale, aveva compilato il celebre Libro delle entrate della Chiesa[163]; ed ora, con nome di Onorio III, saliva alla santa Sede in Perugia, addì 24 Luglio 1216: però soltanto ai 4 di Settembre prendeva il possesso del Laterano. I Romani videro di buon occhio diventar papa il loro concittadino: la sua bontà e la vita immacolata gli avevano da lunghissimo tempo procacciato l’amore di tutti. Per di più egli ereditava dal suo predecessore un tranquillo reggimento nella Città, alle cui leggi ed alle cui franchigie non attentò menomamente. Dopo la costituzione dell’anno 1205, la Republica romana era amministrata da un Senatore unico che durava sei mesi in officio, e prestava adesso al Papa, senza contrarietà di sorta, il giuramento di omaggio[164]. L’animo mite di Onorio non si alzò alle idee audaci del suo predecessore, chè anzi la grandezza di questo ne pose in ombra il minore ingegno. Una sola passione lo infervorava tutto; ed era di poter condurre a compimento la Crociata bandita da Innocenzo III, alla cui testa egli sperava di veder porsi Federico. Prima che Onorio invitasse quest’ultimo a venire a Roma per torvi il serto imperiale, egli vi coronò, ai 9 Aprile 1217, Pietro di Courtenay da imperatore di Bisanzio: novello e magnifico trionfo della Chiesa, che ne sperò poter dispensare d’ora in poi le due corone dell’Occidente e dell’Oriente. Il Conte francese pretendeva al trono greco, poichè aveva sposato Jolanda sorella di Enrico, che era stato il secondo imperatore franco di Bisanzio, e con cui, nell’anno 1216, s’era spenta la linea mascolina della casa di Fiandra. Pietro venne a Roma colla sposa e con quattro figliuoli, e per la prima ed ultima volta un Imperatore greco ricevette nella Città, dalle mani del Papa, la corona d’Oriente; sennonchè la potenza dei Comneni aveva oramai ridotto quest’Impero romano orientale, ed or latino, ad essere un meschino fantasima. Il debole successore di Costantino non fu pur coronato nella basilica romana di quell’antico Imperatore: gli convenne rimpicciolirsi al livello del Re di Aragona, perocchè egli ricevesse la corona dalle mani del Pontefice in san Lorenzo fuori le porte[165]. Onorio congedò il novello Monarca facendo che lo accompagnasse Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede; ma l’Imperatore non potè toccare la grande città dell’Oriente, e il suo viaggio finì nelle carceri del despota Teodoro Lascari in Epiro, dove Pietro di Courtenay morì miseramente nell’anno 1218. Nel frattempo Federico differiva a sciogliere quel suo voto che gli faceva un dovere della Crociata. Ammonivalo Onorio con lettere pressanti, financo lo minacciava della scomunica se nel tempo prescrittogli non fosse mosso ad assistere i Crociati che erano di già partiti (v’erano andati anche Tedeschi), ed assediavano con grande alacrità la forte Damiata[166]. Il figlio di Enrico VI non aveva il fervore pio di Goffredo di Buglione; d’altronde la passione cavalleresca e guerriera delle Crociate era divenuta a quest’ora un’ubbìa senza scopo pratico. Il mondo, che s’era scandalezzato vedendo una grande Crociata di principi franchi scagliarsi sopra la cristiana Bisanzio, poco tempo dopo era stato costretto a riderne di un’altra stranissima di molte migliaia di fanciulli, la quale aveva dimostrato, non tanto che durassero accora le religiose attrattive dell’Oriente, ma quanto che fossero piuttosto degenerate[167]. Nei principi le tendenze religiose s’erano mutate in iscopi politici, avvegnachè le loro intraprese non più avessero per mira il possesso del santo Sepolcro, bensì quello dell’Egitto, vera chiave di tutto il Levante e delle sue vie commerciali che mettono alle Indie. Può esservi alcuno che sul serio biasimi Federico, perchè differì l’adempimento di un voto, che lo avrebbe distolto dai suoi doveri pratici di governo e lo avrebbe tratto in Siria, dove l’avo suo era morto senza frutto, dove gli sforzi di cent’anni indiritti ad uno scopo imaginario, avevano trovato una sicura disfatta? Il suo intento più prossimo era di ordinare in buon assetto la sua terra di Sicilia, di ottenere la corona imperiale, e di rendere ben certa la successione ereditaria nell’Impero. A questa meta la morte di Ottone IV gli sgombrò la via. Lo sventurato Imperatore guelfo passò da questa vita in Harzburg, addì 19 Maggio 1218, in mesta solitudine, da peccatore penitente. Allora Federico fu riverito in tutta Alemagna come re dei Romani. Il suo affaticarsi affinchè i principi dell’Impero gli eleggessero a successore in Germania il figlio suo Enrico già coronato re di Sicilia, per di più alcuni avvenimenti che parvero aggressioni contro la autonomia della Chiesa; tutto questo fece sì che il Papa fino dalla primavera del 1219 venisse con lui sul tirato. Il Re lo acchetò promulgando decreti che comandavano a città ribelli, come erano Spoleto e Narni, di far soggezione alla Chiesa[168]; rinnovò il trattato di Egra; e tanto per potersi beccar la corona imperiale promise tutto ciò che il Papa chiedeva[169]. Illudendosi della speranza di vedere Federico imbarcarsi per l’Oriente, il mite vecchio tollerò perfino l’inganno che gli venne teso per Sicilia. Federico, nell’anno 1220, rinnovò anche ad Onorio, che gliene fece richiesta, la promessa solenne di non congiungere questa terra alla corona tedesca; per guisa tale il giovine Enrico avrebbe dovuto regnare in Sicilia, come vassallo del Papa, appena che fosse venuto alla maggior età. Ma Federico con patenti di grandi franchigie guadagnò ai suoi progetti i principi ecclesiastici di Alemagna, chiedendo che si eleggesse tosto Enrico a re romano, locchè fuor d’ogni dubbio doveva assicurare la quiete all’Impero, torla alla Chiesa. Senza che si prendessero riguardo alcuno del Papa, l’elezione avvenne infatti nell’Aprile dell’anno 1220, a Francoforte; e così Federico ruppe l’obbligo che s’era assunto. Se ne irritava Onorio, però l’altro cercava pacificarlo con lettere diplomatiche: prometteva che Sicilia non unirebbe mai con Germania, ma domandava che gli si guarentisse il possedimento dell’isola finchè avesse vissuto: e il Papa, stretto dalla necessità, acconsentiva che, sua vita durante, ne tenesse il governo per il caso che Enrico morisse senza prole. Pertanto la unione personale di Sicilia colla casa degli Hohenstaufen non potè essere impedita: Onorio, troppo fiacco per far valere con energia i suoi diritti, capì con gran dolore che lo si aveva preso in trappola, previde la futura unione delle due corone e il pericolo inevitabile che ne doveva sorgere per la Chiesa. Ed invero presto avvenne che Federico considerò Sicilia, gemma della sua signoria, come il fondamento materiale di que’ piani di monarchia italica che aveva ereditati dal padre suo; e la tenne come pietra angolare di un nuovo impero degli Hohenstaufen che egli poteva sperar di fondare, sedendo nel paese in cui solamente era monarca vero. Roma si andava facendo inquieta, ed Onorio fino dal Giugno 1219 ne partiva, e si recava a Rieti e a Viterbo: ritornava sì per breve tempo nella Città, ma poi nuovamente cercava protezione a Viterbo[170]. Il partito democratico si agitava: come il Comune non si sentì più frenato dalla mano vigorosa di Innocenzo III, tentò recuperare i diritti perduti. In quei frangenti Federico potè prestare al Papa un servigio degno di gratitudine; egli mandò l’Abate di Fulda, legato suo, ai Romani, con lettere che publicamente furono lette in Campidoglio: significava loro che presto sarebbe andato a Roma e gli ammoniva che stessero obbedienti al Pontefice[171]. Il Senatore che era allora in officio (Parenzo, romano di famiglia senatoria) espresse nella sua risposta al Re la riconoscenza del popolo romano, lo invitò che venisse a incoronarsi imperatore, e protestò che la Città era disposta a mantenersi in pace colla Chiesa[172]. Onorio si riconciliò coi Romani, e nel mese di Ottobre potè tornarsene nella Città[173]. Federico andò nel Settembre dell’anno 1220 in Lombardia; ivi le città erano fra sè ostili, ma non una di esse gli si fece incontro con dimostrazioni di amicizia o di avversione. Dopo lunghi negoziati coi legati pontificî, intesi a stabilire il concordato della coronazione e la futura condizione di Sicilia, ei mosse a Roma per torsi la corona. Vi venne colla sua sposa Costanza, con molti Principi dell’Impero e con non grande esercito. Onorio lo coronò addì 22 Novembre 1220 nel san Pietro in mezzo a quiete perfetta, tale che nei tempi andati non s’aveva visto mai l’eguale, e fra il giubilo «immenso» (stile officiale) della Città[174]. Dopo lunga età fu questa la prima volta che i Romani con festa prendessero parte ad una coronazione imperiale; ed apersero ospitalmente le porte, senza che Tedeschi e Latini ammorzassero il loro odio nazionale in fiumi di sangue[175]. La presenza di molti principi e di ambasciatori delle città italiche diede splendore e rilevanza alla solennità, e vennero eziandio i baroni di Sicilia a prestare i loro omaggi, senza che il Papa lo impedisse. Volle destino che la festività della coronazione di Federico II chiudesse la lunga serie di cotali ceremonie a sistema antico; ed invero col nipote del Barbarossa finirono l’antico Impero tedesco, la sua grandezza, la sua importanza storica universale; e Roma d’allora in poi per quasi cent’anni non vide più coronare alcun Imperatore, fino a tanto che Enrico VII si prese il diadema tra battaglie e tumulti, ma non nel san Pietro. Onorio aveva dato la corona imperiale al figliuolo di Enrico VI, esigendone preziose concessioni in ricambio; e le Costituzioni che ne furono promulgate a favore dell’immunità della Chiesa e contro l’eresia vennero (così s’era stabilito nel patto) publicate nel duomo quali leggi che dovevano ottenere osservanza in tutta l’ampiezza del sacro romano Impero. Per esse fu accordata pienezza di libertà alla Chiesa; si dichiararono ereticali e si abolirono tutti gli Statuti che da principi o da città erano stati emanati contro il clero ed il patrimonio della Chiesa: coloro che la Chiesa aveva scomunicati per aggressioni contro il suo privilegio di foro dovevano nel termine di un anno essere posti al bando dell’Impero: si confermò la esenzione dei preti dai tributi; gli eretici furono posti fuor della legge; fu ordinato a tutti i magistrati che li denunciassero e sterminassero. Si guarentì sicurezza ai pellegrini; conservazione degli averi ai naufraghi; libertà di lavoro ai poveri contadini. Queste leggi umanissime dettate in forma di articoli senza apparato pomposo, furono aggiunte a quelle Costituzioni, sulla cui tetra oscurità sparsero un lieve raggio di luce, speranza di più sereno avvenire[176]. All’età dei Carolingi gli Imperatori avevano dato delle costituzioni civili in Roma, che regolavano i rapporti giuridici dei Romani, ordinavano la forma dell’elezione pontificia, fornivano guarentie all’autorità dell’Imperatore; all’età di Innocenzo III invece non fecero che sancire la libertà assoluta del clero dalla podestà civile, e promulgarono editti sugli eretici che il braccio dell’Inquisizione doveva distruggere. L’Impero s’era ridotto senza forza e senza diritti nella Città: quel romantico fanciullo che era stato Ottone III aveva avuto in Roma maggior potenza del Barbarossa e di Federico II. L’ultimo erede della casa di Hohenstaufen, che solamente con repugnanza la Chiesa aveva levato al trono imperiale, le ebbe così accordato conferma di ciò che soltanto il guelfo Ottone avrebbe potuto concedere. La vittoria della Chiesa fu completa: la lunga lotta delle investiture finì colla confermazione della sua independenza dallo Stato. Onorio III fu pacificato appieno allorchè Federico II nel dì dell’incoronazione ricevette novellamente la croce dalle mani del cardinale Ugolino, e promise che nell’Agosto del susseguente anno si sarebbe imbarcato per la Siria. L’importantissimo argomento di Sicilia il Papa non trasse in campo, e continuò a dare all’Imperatore il titolo di «re di Sicilia», poichè quegli lo aveva calmato assicurandolo che l’unione personale di quel paese coll’Impero non si sarebbe mai mutata in unione reale[177]. § 4. Federico II torna in Sicilia. — Onorio III possiede in pace lo Stato della Chiesa. — Un Conte imperiale governa la Romagna. — Torbidi a Spoleto. — Roma e Viterbo. — Moti democratici a Perugia. — Roma e Perugia. — Il Papa fugge di Roma. — Parenzo senatore. — Negoziati a cagione della Crociata parecchie volte protratta. — Angelo de Benincasa, senatore. — Atteggiamento ostile dei Lombardi contro l’Imperatore. — Broncio fra l’Imperatore e il Pontefice. — Federico la rompe con Giovanni di Brienne. — Onorio III muore (1227). Ancora tre dì rimase l’Imperatore nel suo campo presso Monte Mario; indi, ai 25 di Novembre, per Sutri e per Narni mosse a Tivoli, dove fu ai 5 di Dicembre[178]. Il Papa aveva ordinato alle terre della Tuscia romana che prestassero il _Foderum_ all’esercito imperiale, ma negò che vi fossero soggette la Maritima e la Campagna, dacchè il corteo della coronazione non soleva passare da quei paesi. Se in tempi andati (ei disse con amarezza) alcuni Imperatori esigettero ivi illegittimamente il mantenimento del loro esercito, ciò accadde solamente quando passarono di là per andare ad invadere il reame di Sicilia. Tuttavolta, ad onta del diniego, significò al Rettore della Campagna che somministrasse il _Foderum_, ultimo e miserevole avanzo dei diritti imperiali[179]. Proseguì Federico il suo cammino attraverso il Lazio per entrare da imperatore nel suo regno avito di Sicilia; e un tal viaggio turbò la gioia della Chiesa, la quale avrebbe desiderato invece di veder lui occupato nelle cose di Germania od in Oriente. A Capua l’Imperatore congregò i baroni delle Puglie, e subito diede principio alla grande impresa di ordinare con leggi nuove il reame che era tutto a soqquadro. Ancora una volta confermò il Papa nel possesso dello Stato ecclesiastico e delle terre matildine; nè imitò l’esempio di Ottone IV, ma adempì coscienziosamente a’ suoi impegni. E sul principio del Febbraio 1221 Onorio potè lietamente confessare che, coll’aiuto dell’Imperatore, ei dominava in pace sopra Spoleto, su una gran parte della contea di Matilde e sovra tutto il _Patrimonium_, dal ponte del Liri fino a Radicofani: frattanto la ribelle marca di Ancona era concessa in feudo ad Azzo di Este, e questo feudatario, in nome della Chiesa, veramente la riduceva a soggezione[180]. Alieno dai disegni ambiziosi dei suoi predecessori, Onorio III ad altro non mirava che a mantener la pace fra la Chiesa e l’Impero, ed a compiere il suo voto pio di liberar Gerusalemme: a lui pertanto più che agli altri Pontefici avrebbesi potuto vaticinare un tranquillo possedimento dello Stato ecclesiastico. Però a nessuna dinastia la dominazione di grandi imperi ebbe costato lotte più penose di quelle che ne cagionò ai Vescovi di Roma il piccolo territorio sul quale volevano esser re. Il genio di cento Papi, la potenza e le ricchezze della Chiesa cattolica, guerre innumerevoli, scomuniche, giuramenti, concordati, tutto questo fu adoperato per fondare lo Stato ecclesiastico; e quasi ciascuno dei Pontefici, quanti furono, dovette rifarsi sempre da capo al lavoro, e con grande fatica rammendare gli squarci che la spada materiale dei Principi apriva sempre novellamente nella veste terrena della Chiesa. Per quanto fu lungo il medio evo i Papi furono costretti a rotolare il sasso di Sisifo[181]. Come Federico ebbe confermato mercè di trattati solenni lo Stato della Chiesa, quale avevalo costituito Innocenzo, tenne egli sulle prime forte volontà di lasciarlo così sussistere: lo dimostrano i documenti che promulgò da Capua. Tuttavia la Chiesa accompagnava con diffidenza profonda ogni azione del figliuolo di Enrico VI, e questi per parte sua nelle intenzioni della Chiesa non iscorgeva altra cosa che non fossero egoismo e disegni insidiosi. Siffatti sospetti nocquero più che le manifeste ostilità. L’idea legittima della podestà universale dell’Impero romano veniva in cozzo continuo coll’idea consecrata da Innocenzo, della podestà universale della Chiesa; ed Italia continuava naturalmente ad essere l’oggetto dell’eterno dissidio. Federico II, anch’egli come Ottone IV, non aveva altro desiderio che di assoggettare al suo giogo nuovamente questa contrada, in cui posava il fondamento del romano Impero. Le contese dei partiti che dilaniavano le città combattenti fra sè con insane guerre fratricide, invitavano l’Imperatore a frammettersi in esse e a trarne profitto. Il germe continuo di decadimento che allignava nello Stato ecclesiastico, ricucito insieme non con altro che con legami meccanici, lo seduceva a riprendersi quei diritti dell’Impero cui aveva di già rinunciato; e frattanto anche la Chiesa faceva rivivere pretese di diritti antichi, che il tempo e le mutazioni di possesso (così massime era delle terre di Matilde) avevano reso quasi irreconoscibili. Le contentezze di Onorio ebbero prestamente fine. Nel Giugno 1221 Federico creò Goffredo di Blandrate a conte della Romagna, la qual provincia, dal tempo degli Ottoni in poi, era stata tenuta assolutamente in conto di possedimento imperiale: ed in quella terra la giurisdizione dei _Vicecomites_ imperiali durò senza impedimento alcuno fino all’anno 1250, ed anche più tardi[182]. A Spoleto (che soltanto allora, come Perugia e come Assisi, s’era data in piena balìa della Chiesa, ed era governata dal cardinale Rainero Capocci con titolo di _Rector_), tentava Bertoldo, figlio dell’antico duca Corrado, di ricuperare l’estinto ducato del padre suo. Egli fece dunque alleanza col siniscalco Gunzelino; ed entrambi colà e nella Marca vennero ad ostilità contro il Cardinale, sedussero alla ribellione alcune città, discacciarono gli officiali pontificî, e ve ne posero di loro proprî. Così fu che anche qui il diritto imperatorio venne a conflitto col moderno diritto pontificio; e quantunque Federico ponesse un argine all’opera illegittima di quei signori, tuttavia in Roma si sospettò che egli non si comportasse con fede onesta[183]. Nel frattempo i Romani erano tornati in guerra contro Viterbo, avvegnachè le contese per il possesso di alcune castella offerissero durevole occasione all’odio inestinguibile di erompere. La città di Viterbo a questo tempo s’era fatta grande e doviziosa pei suoi traffici; nella Maritima tusca non v’era che la sola Corneto la quale potesse rivaleggiare con essa; ed era capace di mettere in arme diciottomila uomini[184]. Come in tutti i Comuni, anche là nobili e cittadini si contendevano il potere, e s’ergevano alcune famiglie che di quello s’impadronivano. Le case nemiche dei Gatti e dei Cocco trassero nei loro litigi i Romani, che avevano nuovamente perduto i diritti acquistati nella pace dell’anno 1201. Quindi fu che nel 1221 ricominciò la guerra, e continuò lunga pezza; in essa fu involto anche Onorio, e la sua ingerenza di mediazione a favore dei Viterbesi, che egli tentò proteggere contro il furore pazzo dei Romani, ebbe per conseguenza una rivolta[185]. D’altronde i casi di Perugia alimentavano nei Romani il sospetto. Quella città ormai poderosa, fatto per la prima volta omaggio ad Innocenzo III, ne aveva ottenuto la confermazione del suo Statuto municipale. Molto s’era adoperato il Papa, come protettore di Perugia, per far cessare l’acerba guerra dei nobili contro il popolo (Raspanti), ma vana era tornata la sua opera; il partito popolare aveva cercato perfino di sciorsi nuovamente dal vincolo della Chiesa, e soltanto a gran fatica era riuscito nel 1220 al Rettore pontificio di conservarle Perugia. Mentre in Roma nulla accennava che le maestranze, ossiano _artes_, fossero diventate corporazioni potenti, per lo contrario a Perugia s’erano formati dei sodalizî armati con rettori e con consoli alla loro testa, che tentavano di costituire un reggimento democratico. La fazione popolare promulgava Statuti contro la libertà del clero cui assoggettava a tributo, e combatteva contro i nobili e i cavalieri, irritata della non equa ripartizione delle imposte. Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, mandato dal Papa a Perugia con facoltà straordinarie, s’intromise fra i partiti, e finalmente di suo arbitrio soppresse le associazioni delle maestranze nella loro forma politica: il suo decreto fu nell’anno 1223 confermato da Onorio[186]. Da questo esempio tuttavolta non può conchiudersi che i Pontefici tenessero oppressi i Comuni. Eran troppo deboli per poterlo fare; chè anzi eglino si alleavano cogli elementi democratici per averne appoggio contro di Federico. Ed a quest’ultimo i Comuni potevano dire che il giogo della signoria pontificia era leggiero e benigno, laddove l’Imperatore (il quale, ne’ suoi principî severamente monarchici, voleva che tutte le individualità politiche piegassero sotto la sua legge) era nemico dichiarato di ogni democrazia autonoma, ed alle città del suo reame di Sicilia proibiva la elezione di podestà e di consoli, nientemeno che sotto pena di morte[187]. Che oltre alla guerra di Viterbo, anche quei casi di Perugia avessero la loro parte per mettere il malumore in Roma non puossi dubitare: infatti Perugia riveriva formalmente l’autorità del Senato romano, e nel secolo decimoterzo, quasi quanto fu lungo, l’officio di podestà fu ivi tenuto da nobiluomini romani[188]. Perugia, antichissima colonia di Roma onorava pur sempre la Città (anche divenuta pontificia) con pia religione di figlia verso la sua illustre madre e signora; ed il corso dei secoli, che tutto trasforma, non aveva potuto cancellare la sacra tradizione di quella reverenza. Nei documenti di diritto publico, financo nei più vecchi Statuti del Comune di Perugia (sono dell’anno 1279), evvi apposta la formula di rispettoso omaggio che tributavasi ai diritti signorili del popolo romano, oltre che a quelli del Papa: e invero, dopo l’invocazione «ad onoranza» dei Santi e del Pontefice, viene quella dell’_alma mater Roma_[189]. Massime i documenti mettono fuor di dubbio che l’autorità della città di Roma si estendeva, molto più in là del suo distretto, nell’Umbria e nel ducato di Spoleto, onde anche in quelle terre l’officio di podestà era spessissime volte conferito ad uomini romani. E quando ancor più tardi, nell’anno 1286, Perugia, Todi, Narni e Spoleto conchiusero una lega di quarant’anni, nel trattato inserirono espressamente la formula: «Ad onore della illustre Città, madre nostra»[190]. Nei torbidi romani, che adesso stanno per iscoppiare e somigliano a quelli dell’età di Innocenzo III, torniamo a trovare quel medesimo Riccardo Conti, che ancor prima aveva avuto sì gran parte nelle contese cittadine. A questo possente Conte Federico aveva tolto Sora; perciò era venuto a Roma, ma non trovatovi appoggio appo il Pontefice, aveva cominciato col suo partito a combattere i Savelli ed altri amici di Onorio. Nel Maggio dell’anno 1225 il Papa fuggiva a Tivoli; indi più in là, a Rieti[191], ed allora Parenzo tornava ad essere senatore. Sebbene questo romano contasse fra i congiunti suoi un martire, egli era ad ogni modo nemico mortale del clero. Già come podestà di Lucca aveva assoggettato i preti a balzelli o gli aveva discacciati, e per conseguenza aveva tratto sul suo capo l’anatema del Papa, da cui però a quest’ora era stato anche assolto. Può darsi che Onorio avesse rifiutato di confermarlo nell’officio di senatore; ed è facile che la violenza, onde il popolo ve lo insediava, sia stata una delle maggiori cause della sollevazione[192]. Ormai allora il Papa s’era imbronciato gravemente coll’Imperatore, perocchè questi ricusasse di mettere da banda le sue riforme in Sicilia per intraprendere la Crociata: e a rammentargliene l’obligo incessantemente lo si tribolava. La caduta di Damiata (avvenne agli 8 di Settembre del 1221) aveva incusso spavento all’Occidente e messo Onorio a disperazione. Imperatore e Papa s’erano trovati a Veroli nell’estate del 1222, vi avevano insieme fatto dimora un paio di settimane, e di là bandito un congresso a Verona per discutervi della Crociata. L’assemblea peraltro non si riunì; bensì v’ebbe un nuovo abboccamento a Ferentino nella primavera del 1223; v’intervennero anche Giovanni di Brienne re di Gerusalemme, il Patriarca di quella città e i tre gran maestri; ed ivi fu risolto che la spedizione si differisse fino all’estate dell’anno 1225. Per avvincervi Federico ancor più saldamente, il Papa lo indusse a ricevere la mano di Giolanda figlia unica di quel re titolare di Gerusalemme: Costanza, prima moglie dell’Imperatore, era infatti morta addì 22 Luglio del 1222[193]. Ma venne anche il 1225 senza che l’ardente voto del Pontefice si adempiesse, perciocchè i Re dell’Occidente rifiutassero di darvi il loro appoggio. Gli ambasciatori di Federico (fra i quali fuvvi Giovanni di Brienne) andarono per chiedere una novella proroga, e trovarono a Rieti il Papa ch’era stato cacciato di Roma. Stretto dalla necessità acconsentì egli alle loro proposte, ed allora l’Imperatore (addì 25 di Luglio) giurò a san Germano, alla presenza dei legati pontificî, che senza fallo moverebbe alla Crociata nell’Agosto dell’anno 1227, sotto pena della scomunica[194]. Onorio soggiornò ancora in Rieti tutto l’inverno, mentre a Roma si negoziava per il suo ritorno; ed invero adesso anche l’Imperatore, che aveva ottenuto quel che bramava, s’interpose paciere. Nell’autunno fu conchiusa la pace fra la Chiesa e la Città; Parenzo rinunciò al suo officio, e in luogo suo subentrò Angelo de Benincasa[195]. Allora, nel Febbraio dell’anno 1226, il Pontefice potè far ritorno a Roma. Quivi ei visse peranco un anno in agitazione così penosa, che il suo mal animo contro l’Imperatore fu presso a scoppiare in completa rottura. In questo frattempo Federico aveva vinto nelle Puglie e in Sicilia tutti gli impedimenti a sè ostili, aveva assoggettato i baroni ribelli, soggiogato i Saraceni sollevati nell’isola, e confinatili a Nocera sul continente: aveva fondato l’università di Napoli, e con miglior governo accresciuto le forze di quel magnifico paese. Ma adesso molte circostanze si davano la mano per rompere la sua pace colla Chiesa e con Italia, e per spingerlo a terribili guerre che gli furono compagne quanto lunga fu la sua vita. Le città lombarde rifiutavano reverenza a quei diritti che la pace di Costanza aveva riconosciuto spettare all’Impero; un resto di antica signoria imperiale, divenuta indefinita nei suoi limiti, offeriva ad esse occasione di dar meno di quello che fosse il loro dovere, e porgeva occasione a lui di chieder più di quello che gli competesse: ben presto ei ne traeva motivo di dichiarare che voleva restaurare la sua podestà imperiale sul Po, e di rivolere tutta Italia come «retaggio suo». Ma le città divenute forti, orgogliose del loro sentimento nazionale, non vollero saperne più dell’Impero divenuto impotente, e, come all’età del Barbarossa, combatterono per la loro libertà e per l’independenza[196]. La loro eroica resistenza avrebbe meritato una ricompensa migliore, ma la divisione fu causa che non conseguissero risultamenti durevoli. Allorchè i Lombardi udirono che Federico stava per muovere dalle Puglie coll’esercito, riunironsi a Mosio nel Mantovano, e, addì 2 Marzo 1226, conchiusero un trattato, mercè cui rinnovarono per venticinque anni l’antica federazione. La loro attitudine minacciosa, onde impedirono a re Enrico di valicare le Alpi per giungere alla dieta dell’Impero che s’era ordinata a Cremona, ebbe per conseguenza che fossero posti al bando dell’Impero. Ambe le parti invocarono il Papa facendolo arbitro della pace; ma la sua sentenza talentò assai poco a Federico, perciocchè Onorio, com’è ben naturale, dimostrasse di parteggiare pei Lombardi[197]. Il mal animo si accrebbe per litigi sorti a cagione di alcune investiture vescovili di Sicilia, cui pretendeva la Chiesa e Federico contestava: questi infatti non si sentiva pienamente padrone nella sua terra avita, se prima non l’aveva resa independente affatto dal Papa. Con crescente sospetto la Chiesa mirava alle savie riforme dell’Imperatore, che tramutavano quel reame in una monarchia autonoma: ivi Federico, per fermo con attività senza posa, gettava le fondamenta della sua potenza; di là sembrava intendere alla sua meta, di creare un’Italia unita e monarchica, colla distruzione delle federazioni italiche, delle libertà cittadine e dello Stato ecclesiastico fondato da Innocenzo. Così fin da allora temevasi alla corte pontificia. E ad essa era venuto a querelarsi anche Giovanni di Brienne. Appena sposata Giolanda, vera erede di Gerusalemme per parte di sua madre Maria, l’Imperatore s’era preso il titolo di re di Gerusalemme; e il suocero di lui, deluso in tutte le sue speranze, correva al trono del Papa a sporgervi le sue lagnanze. Onorio tosto si giovò della collera e dell’ingegno dell’ex-re, cavaliere valente e fratello di quel Gualtiero onde un tempo s’era servito Innocenzo III: a lui infatti affidò il governo temporale di una gran parte dello Stato ecclesiastico[198]. Il meschino risultato di tutti i fervidi sforzi del Papa per condurre a fine una Crociata fu perciò questo, che il successore di Goffredo di Buglione si arrolò agli stipendî della Chiesa, per guadagnarsi di che vivere prestando l’opera di rettore del _Patrimonium_. Il generoso Onorio III morì di morte tranquilla in Laterano nel giorno 18 Marzo 1227. CAPITOLO QUARTO. § 1. Ugolino Conti è fatto papa con nome di Gregorio IX. — Esige che l’Imperatore parta per la Crociata. — Federico parte, ritorna ed è scomunicato (1227). — Manifesti dell’Imperatore e del Papa. — La fazione imperiale discaccia Gregorio IX di Roma. — Crociata contro l’Imperatore. — Il Papa invade le Puglie nel 1229. — Ritorna l’Imperatore; i Pontificî fuggono. Ad uno dei Papi più pacifici succedette un uomo di forti passioni e di ferrea volontà. Ugolino, cardinal vescovo di Ostia, era eletto, addì 19 Marzo 1227, in san Gregorio presso il Septizonio, e acclamato pontefice con nome di Gregorio IX: usciva della famiglia dei Conti di Anagni, ed era parente in terzo grado di Innocenzo[199]. Aveva vissuto sotto il governo di parecchi Papi; e in giovinezza il suo animo s’era temprato alle impressioni potenti dei grandi casi avvenuti al tempo di Alessandro III. Eletto vescovo di Ostia da Innocenzo congiunto suo e di lui forse più giovine, aveva nuovamente fortificato di mura quella città marittima decaduta; indi per lunghi anni aveva trattato i più importanti affari della Chiesa in Italia e in Alemagna, e qui, da legato pontificio, condotto i difficili negoziati nella controversia della successione all’Impero. Lo abbiamo veduto farsi per primo il protettore dell’ordine dei Minoriti; e in vero nel suo animo vigoroso alitava una fiamma di quel fuoco che scaldava Francesco e Domenico, e ne rendeva salda come acciaio la innata fortezza dell’indole, e lo faceva uomo indomabile, provocatore fino alle estreme audacie, insofferente di qualsiasi contraddizione. Quel vecchio facondo, di costumi puri, di grandissima dottrina nelle leggi civili e canoniche, di fede profonda e fervida, pareva per maestà e per aspetto un vero patriarca: e la sua potenza tenacissima di memoria non infiacchita dagli anni, lo faceva parere men vecchio di quel che era[200]. Ugolino aveva visto di mal animo le debolezze arrendevoli di Onorio; e, come ei fu salito alla cattedra santa, tutti n’ebbero certezza che egli non avrebbe imitato la pazienza molle del suo predecessore: appunto perciò i Cardinali lo avevano eletto[201]. Ai 21 di Marzo fu consecrato in san Pietro; il popolo romano plaudente lo accompagnò al Laterano, e nella solenne processione furono visti intervenire il Senatore ed il Prefetto della Città. Tre giorni dopo la sua consecrazione, Gregorio IX significò a Federico (che da un pezzo conosceva e trattava da amico) il suo esaltamento al trono; e in pari tempo lo ammonì che imprendesse la Crociata, di cui s’avvicinava l’ultimo termine fissato in Agosto[202]. Era stato dalle mani di Gregorio medesimo che l’Imperatore aveva ricevuto la croce nel giorno della sua coronazione: e Federico annunciò tosto che era pronto a partire, per guisa che molti Crociati, la massima parte Tedeschi, convennero a Brindisi. Colà, nella stagione delle febbri, stettero aspettando il segnale d’imbarcarsi, e frattanto un’epidemia colse quelle turbe di genti, che ne morirono a migliaia: finalmente giunse l’Imperatore da Messina, nè mai Crociato alcuno montò a bordo della nave con tanto ritroso dispetto, come fu del nipote di quel Barbarossa che era morto in Siria. Come egli ebbe effettivamente fatto vela da Brindisi sul principio del Settembre, si intonò in tutte le chiese il «Te Deum», e le orazioni del Papa lo accompagnarono sul mare. Quand’ecco di lì a pochi giorni, si sparge una stranissima voce; vien detto che l’Imperatore sia tornato indietro, che sia anche sbarcato, e che abbia mandato a monte la Crociata. Così la era infatti. Infermato sul mare, Federico aveva fatto voltar le prore delle galee, ed era sceso a terra in Otranto, dove (erano appena giunti) la febbre portava via il Conte di Turingia. Come il Pontefice ricevette le lettere che confermavano l’inaspettato caso e cercavano di scusarlo, fu preso di collera impetuosa; non volle udir di ragioni nè di promesse; ai 29 di Settembre, vestiti i suoi abiti solenni, salì sul pergamo nel duomo di Anagni, e conformemente al trattato di san Germano scagliò l’anatema sull’Imperatore, in quello che i preti schierati dai due lati dell’altar maggiore gettavano a terra con gesti di odio e d’ira le loro torce accese. Dopo la minaccia imbelle di Onorio scoppiava adesso il fulmine vero. La focosa audacia di Gregorio IX pare grandezza agli uni, agli altri precipizio di un animo collerico; scusabile per pazienza venuta meno, ma imprudente sempre. Il vecchio energico, una di quelle indoli che non sanno tollerare i mezzi termini, provocava l’uomo in cui non iscorgeva ormai altro che l’insidioso nemico della Chiesa, il quale s’era fatto giuoco della debolezza di Onorio. Impavido come Gregorio VII, ei lanciò nel mondo la face di un immenso incendio; e ruppe rapporti mal definiti e perciò intollerabili, preferendo guerra aperta a pace infingarda. Caddero da tutti i volti le maschere. Coi manifesti che promulgarono i due capi della Cristianità fecero noto al mondo che la pace fra i nemici antichi e tradizionali era cosa impossibile. Forse che agli occhi della Chiesa il vero delitto di Federico si era di aver tratto in lungo ripetute volte la Crociata? No, senza dubbio; i suoi delitti erano la potenza di lui che diventava troppo formidabile, la unione di Sicilia coll’Impero, la sua dominazione sulle città ghibelline dell’Italia settentrionale e di quella di mezzo, dominazione minacciosa di pericolo alla lega lombarda. Nessun Imperatore aveva posto tante e così salde fondamenta di pratica signoria in Italia più di Federico II re assoluto di Sicilia; laonde restava sempre a compito della politica pontificia lo svellere dalle radici la potenza degli Hohenstaufen: e i Papi ben seppero con meravigliosa fermezza condurre quel loro proposito a compimento. Nella sua enciclica indiritta a tutti i Vescovi Gregorio dipinse coi più neri colori l’ingratitudine di Federico, e senza riserbo lo marchiò d’infamia innanzi agli occhi del mondo: attacco violentissimo che indignò gravemente l’Imperatore, e lo trasse a rispondere con veemenza eguale. Dapprima egli giustificò assai acconciamente il suo abbandono della Crociata, indi spedì un manifesto ai Re. In questa celebre scrittura fu per la prima volta dettata una protesta dell’autorità temporale contro il Papato innocenziano; e l’Imperatore vi manifestò la chiara coscienza del dovere che a lui, rappresentante della podestà civile, si spettava di difenderla contro il despotismo minaccioso di Roma. Ai principi e ai popoli mostrava, cogli esempî dello sventurato Conte di Tolosa e del Re d’Inghilterra, qual sorte era loro destinata; e senza riguardo alcuno svelava le brutture della Chiesa, fatta istituto mondano, e dell’ambizione di regno dei Papi. Il capo supremo dello Stato faceva argomento di discussione per tutto il mondo i delitti della Chiesa, per modo che l’Imperatore della Cristianità pareva confermare quello che gli eretici dicevano della natura del papato, accusandolo che rinnegasse le virtù apostoliche[203]. Roffredo di Benevento, celebrato giureconsulto, portò a Roma le lettere imperiali, che in mezzo a grida di plauso furono lette publicamente in Campidoglio. E tosto si formò una fazione imperiale, perocchè la contesa fra l’Impero e la Chiesa paresse ai Romani massimamente la benvenuta, e fosse propizia alle cose loro proprie. Gregorio IX aveva assunto nella Città aria da padrone, e fatto distruggere alcune torri della nobiltà che erano prossime al Laterano: poi, sopravvenuta la disputa per Viterbo, la protezione data da lui a questa terra aveva irritato il Comune. Alle fazioni politiche si associavano gli eretici, che dappertutto, in mezzo ai roghi ed anche in Roma, sollevavano il capo sempre più audacemente. Basti un esempio per dimostrare a che grado di anarchia si trovasse pur sempre la Città. S’era in estate, e il Papa soggiornava nel Lazio, quand’ecco nobili e cittadini, e perfino frati e preti, levare un impostore alla dignità di vicario pontificio in Vaticano, affinchè a prezzo di denaro sciogliesse dal loro voto i Crociati che passavano per andarne a Brindisi. E il giuoco temerario potè durare publicamente per sei settimane nel Portico del san Pietro, nè cessò se non quando il Senatore vi pose un termine[204]. Nobiluomini romani ricevevano oro da Federico; e financo il figliuolo di Riccardo Conti, Giovanni di Poli, fu visto bazzicare nel campo suo[205]. L’Imperatore, che aveva invitato quegli ottimati a venirne a lui nella Campania, seppe adescare i Frangipani affinchè gli vendessero i loro beni, ed eziandio le fortezze che possedevano nella Città, cose queste che tenevano in feudo dai Papi: eglino dovevano indi riavere il tutto in feudo da lui, e dichiarare così di essere vassalli imperiali[206]. Ed invero la era per Federico cosa importante di crearsi un partito anche in Roma, di aizzare quivi nemici addosso al Pontefice, e di tenere in poter suo il Colosseo. Una sollevazione fu la conseguenza delle sue macchinazioni. Nel giovedì santo dell’anno 1228 Gregorio aveva scagliato ancora una volta l’anatema contro l’Imperatore; ma più tardi, al lunedì di Pasqua, intanto che celebrava la messa nel san Pietro e volgeva al popolo una orazione violenta contro di Federico, i Ghibellini gli soffocarono la voce con violente grida, gli si strinsero addosso presso l’altare, lo colmarono d’insulti e lo cacciarono del santuario. La Città si levò in armi, mentre il Papa fuggitivo, accompagnato da schiere di Guelfi fedeli, correva all’amica Viterbo. I Romani lo inseguirono con milizie, e lo costrinsero a fuggir più in là, a Rieti ed a Perugia; sfogarono un po’ del loro odio contro Viterbo, devastando barbaramente le campagne, e conquistarono il controverso castello di Rispampano[207]. Dal suo esilio Gregorio IX scagliò la scomunica contro i suoi persecutori; indi con grande amarezza stette aspettando il tempo di poter fare ritorno. Frattanto l’Imperatore si armava per condurre veramente a fine la sua Crociata. Così operando, non solamente toglieva credito a quanto diceva il Papa accusandolo che egli non avesse mai presa sul serio l’idea di quella spedizione; faceva anzi assai di più, perchè poneva il Papa in serio imbarazzo. La partenza di Federico per la Crociata fu in quelle condizioni di cose un capolavoro di arte politica, tanto più che il Pontefice, con iscandalo di molti credenti, gli opponeva i maggiori inciampi nel suo cammino. Così avvenne che l’Imperatore dell’Occidente si accinse ad impresa che, secondo gli scopi della Chiesa, era allora reputata santissima, ma fecelo sotto il pondo della scomunica di lei. Quando egli sul principio dell’estate dell’anno 1228 s’imbarcò a Brindisi, gli si gridò dietro con acerbissima ira che moveva a Gerusalemme non da crociato ma da «pirata»; invece della benedizione della Chiesa, ne lo seguì la sua imprecazione fanatica; e questa lo raggiunse perfino presso alla tomba del Redentore. Lo stesso Papa, che lo aveva marchiato d’infamia come un malfattore perchè non intraprendeva la Crociata, lo chiamava adesso ancor tale perchè la imprendeva. Se, invece, Gregorio IX avesse sciolto dell’anatema il suo nemico quando effettivamente partì per Gerusalemme, avrebbe vinto sè stesso e lui, e al cospetto del mondo s’avrebbe acquistato fama di grande. Ora, per lo contrario, il mondo vedeva svelate le ambizioni del sacerdozio, dappoichè l’Imperatore gli aveva strappata dal viso la maschera. Contrasti così turpi diminuirono la fede nei Papi, perchè non si credette più che il loro zelo per la liberazione di Gerusalemme fosse buono e verace: se ne pose fine ad una credenza pia di due secoli; e se, altro non sia stato, quest’è certo che da allora in poi non fu più possibile di trascinare la Germania a cotali specie di imprese[208]. Rainaldo, figlio dell’antico duca Corrado, fu eletto vicario in Italia perchè vi governasse durante l’assenza dell’Imperatore: e quegli, senza por tempo in mezzo, cominciò a provocare il Papa, attaccando Spoleto. Nè meno attivo fu Gregorio IX a far suo pro della lontananza di Federico per assoggettare le Puglie al dominio della Chiesa. Ancor prima che l’Imperatore partisse, aveva levato un esercito; adesso faceva appello a Lombardia, a Spagna, a Francia, a Inghilterra perchè lo assistessero con decime ecclesiastiche e con milizie: e i popoli con grande loro meraviglia udirono predicar la crociata contro l’Imperatore, che sotto il vessillo della croce era andato a combattere i pagani; e videro eserciti in nome del Papa cogliere di sorpresa le terre di Federico assente, le quali pel diritto delle genti e pel giure canonico avrebbero dovuto essere intangibili come beni di un crociato[209]. L’esercito del Pontefice inalberava un vessillo che portava per impresa le chiavi di san Pietro: ne tenevano la capitananza Giovanni di Brienne suocero dell’Imperatore, il cardinale Giovanni Colonna e Pandolfo di Anagni cappellano del Papa[210]. Mentre una parte di queste soldatesche moveva nelle Marche, che Rainaldo aveva invaso con Saraceni e con Pugliesi, Pandolfo (addì 18 Gennaio 1229), passato il Liri presso a Ceperano, entrava nella Campania; e qui Giovanni di Poli difendeva bensì Fundi con prospera fortuna, ma parecchie città s’arrendevano ai Pontificî. I Romani in questa guerra poterono levarla liscia; al Papa null’altro stava a cuore fuor delle Puglie, laonde egli non fece neppure tentativo di ridurre a soggezione la Città col suo esercito numeroso di crociati. Egli corse difilato a conquistare il reame, e con patenti di franchigia indusse a ribellarsi le città fortemente angariate di tributi. Anche Gaeta fe’ a lui dedizione, e Gregorio IX sperò di poter tenere per sempre come sua quella città, onde la Chiesa da lunghissimo tempo aveva ambito il possedimento[211]. Però di repente tornava dal Levante l’Imperatore, cui richiamava la novella di questi eventi. A Gerusalemme s’era di sua man propria posto in capo la corona; per virtù di un trattato aveva restituito la città santa ai Cristiani, e ad onta di tutti gli impedimenti del fanatismo aveva compiuto opere gloriose. La Curia romana fremeva di collera contro di lui, come avverso uno che avesse peccato di qualche gran delitto contro la religione cristiana: non badava nè ai servigî veri che le aveva prestati in Oriente, nè ai motivi pratici che, in causa del grande commercio di Sicilia col Levante, gli avevano imposto obligo di stringere rapporti amichevoli coi Sultani di Oriente. Eppure la era stata cosa naturale, avvegnachè l’Imperatore per la prima volta avesse fatto delle Crociate un argomento di politica civile, e, respinto il Papa dall’Oriente, avesse stabilito dei vincoli politici ed economici fra questa parte del mondo e l’Impero[212]. Come nel Giugno del 1229 fu sbarcato inaspettatamente nelle Puglie, Federico bramò generosamente di riconciliarsi col Pontefice, e gli mandò messaggi di pace. Ma questi non giunsero a capo di risultato alcuno; perlochè l’Imperatore quasi senza combattere buttò fuori del suo paese le soldatesche pontificie. Il vessillo della croce s’inalberava colà contro il vessillo delle somme chiavi; e fu spettacolo meraviglioso vedere i Saraceni di Federico sotto il segnacolo di Cristo muovere in campo contro i Pontificî, i quali, senza pur aspettarli, in fuga scompigliata si ritirarono di là dal Liri. Ancora una volta Gregorio scagliò i suoi fulmini contro l’Imperatore ed i partigiani di lui, anche contro quelli che erano in Roma. Di già egli aveva sprecato una immensa moneta in una pazza guerra, e tuttavia adesso chiedeva, ma invano, al mondo che lo soccorresse di novelli aiuti, onde talentare la sua ambizione di dominio. Nel frattempo legati del Senato romano erano venuti ad Aquino dove trovavasi l’Imperatore, e gli avevano recato le congratulazioni di quello[213]: in Ottobre Federico marciò contro le frontiere dello Stato della Chiesa e vi devastò con ferro e con fuoco Sora; allora sì finalmente il Papa diede ascolto alle sue proposte di pace. § 2. Inondazione del Tevere (1230). — I Romani richiamano Gregorio IX. — Pace conchiusa a San Germano (1230). — Primo supplizio di una torma di eretici in Roma. — Annibale, senatore, promulga un editto contro l’eresia. — Persecuzione degli eretici: Inquisizione. Gregorio IX rimase ancora tutto l’inverno a Perugia; nè vedeva altra probabilità di tornarsene a Roma fuor di quella che gli avrebbe offerto la riconciliazione coll’Imperatore. Però, prima che la pace si conchiudesse, fuor di qualsiasi aspettazione, le forze della natura lo ricondussero in Laterano. Si apersero «le cateratte del cielo», e rovesciarono torrenti d’acqua sull’empia Città: addì 1 di Febbraio del 1230 il Tevere uscì delle sue rive; la Leonina e il Campo di Marte ne furono coperti; cadde il ponte dei Senatori (ponte Rotto) e l’inondazione portò fame e peste. I Cronisti descrivono questo flagello in modo da far credere che fosse uno dei più terribili cui Roma nel corso dei tempi soffrisse mai[214]. I Romani, che durante il suo lungo esilio s’eran data tanto poca briga del Pontefice, che avevano messo a taglia il clero ed accolto ospitevolmente gli eretici, ora in mezzo alla furia delle acque si risovvennero con angustia superstiziosa che il Padre santo era il loro principe territoriale. Messaggieri supplichevoli corsero in gran fretta a Perugia: Pietro Frangipane, cancelliere urbano, e il vecchio Pandolfo della Suburra, il prode ex-senatore, si gettarono a’ piedi del Pontefice, implorarono pietà del popolo traviato, e supplicarono che tornasse alla vedova Città. Allorchè Gregorio nel mese di Febbraio fu accolto con voci di giubilo dai Romani, e fu condotto in Laterano, può darsi ch’ei guardasse con disprezzo un popolo che da più di un secolo era solito a discacciare i suoi Papi per riaccoglierli di lì a breve tempo fra cantici e laudi[215]. Quando questi Pontefici tornavano dal loro esilio nella «città del sangue», se avveniva che si assicurassero una fuggevole pausa di quiete, la comperavano soltanto a prezzo d’oro. E il Biografo di Gregorio IX enumera coscienziosamente le parecchie migliaia di libbre, che questo Papa distribuì ai Romani, le quante volte gli concessero di far ritorno[216]. Gregorio trovò Roma immersa in miseria profonda, abbandonata alla desolazione, e piena della «zizzania» degli eretici, cui propendeva perfino una parte del clero. Ei decise dunque di metter mano a supplizî severi, tosto che avesse stretto pace coll’Imperatore. Fu questa conchiusa a San Germano, addì 23 Luglio 1230, dopo lunghi negoziati con Ermanno gran maestro dell’ordine Teutonico; e le condizioni ne furono tanto fauste per il Papa, che ben si conobbe in che gran conto Federico tenesse la potenza del suo avversario. Fu restaurato lo Stato della Chiesa; financo alcune città della Campania (fra le altre Gaeta) rimasero ancora un anno in mano del Papa che le tenne in pegno; di più fu stabilito che si rispettassero nel regno di Sicilia la libera elezione e le immunità del clero. Dopo che l’Imperatore, addì 28 di Agosto, fu sciolto a Ceperano dell’anatema, i Cardinali lo condussero in Anagni a visitare il Pontefice. I due avversarî si salutarono con rispetti e con cortesie, tennero velato il loro odio, e nei tre primi giorni di Settembre pranzarono e confabularono assieme, dimorando nel palazzo della famiglia Conti: però, ad onta di tante proteste di amicizia, si separarono colla convinzione che la terra d’Italia era troppo ristretta perchè due uomini della loro tempra potessero vivere in pace l’uno accanto l’altro. Reduce a Roma nel mese di Novembre, Gregorio IX continuò a prodigare cure paterne alla Città. Fe’ restaurare il ponte dei Senatori e spurgare le cloache; fece venir provvisioni di grano, distribuì denaro fra il popolo, edificò un ospizio pei poverelli nel Laterano. Tutto ciò gli procacciò il favore della moltitudine, e gli agevolò il modo di colpire sul vivo la eresia, della quale voleva nettare la Città. Le guerre distruggitrici di Innocenzo III contro gli eretici, ed i suoi ordini che in tutte le città si sterminassero, parevano non aver fatto altro che fomentarne le credenze. Migliaia di uomini cingevano i loro fianchi del cordone di san Francesco, ma molti più disertavano la fede. Numerosi erano gli eretici nello Stato della Chiesa, a Viterbo, a Perugia, ad Orvieto[217]; Lombardia ne era piena, e nella guelfa Milano aveva sede la lor chiesa maggiore. Non profittava che i roghi ardessero. A Roma stessa se n’erano ragunati durante l’esilio del Pontefice: ivi le tendenze politiche di leggieri si associavano a quelle religiose; e certo fra gli eretici romani la setta ghibellina degli Arnaldisti era più numerosa che quella dei Poveri di Lione. Soprattutto l’eresia dogmatica non si disgiungeva da quella politica, perocchè la Chiesa tenesse senza più in conto di eresia le aggressioni che movevansi contro la libertà del clero ed i suoi patrimonî, non meno che gli Editti dei magistrati cittadini, i quali tentavano di imporgli tributo e di sottoporlo ai tribunali laicali[218]. Per la prima volta si tenne in Roma un giudizio di eretici in massa; per la prima volta vi arsero in publico i roghi. Gli Inquisitori posero il loro tribunale fuori le porte della santa Maria Maggiore: i Cardinali, il Senatore, i giudici presero posto in tribune apprestate; e il popolo a bocca aperta circondò il tremendo teatro, sul quale, innanzi allo scanno dei giudici, comparvero sventurati di ogni ceto e dei due sessi a udirvi la loro sentenza. Molti preti imputati di eresia furono spogliati dei loro vestimenti sacerdotali e condannati ad espiare il loro peccato in conventi lontani, seppure facessero confessione penitente: altri eretici furono bruciati sopra cataste di legno, e forse l’esecuzione si compiè nella piazza stessa della chiesa[219]. Questi orrendi spettacoli, riverbero della guerra degli Albigesi, che tenevano dietro alla inondazione ed alla peste, devono aver destato grande agitazione in Roma. Se sia vero ciò che narra una _Cronica_ del secolo decimoquarto, i Romani avrebbero assistito alla vista spaventosa e senza esempio di un Senatore convinto di eresia, che mandossi al supplizio: però tal racconto non può essere che una fola[220]. Convien credere che dopo del suo ritorno Gregorio abbia posto in officio un Senatore nuovo; e questi fu Anibaldo Anibaldi, romano di famiglia senatoria, la quale soltanto intorno a questo tempo venne in fiore, e formò un casato potente, fornito di ricchi possedimenti nel Lazio. Il celebre nome di Annibale ricompare in una famiglia nobile del medio evo, che per il corso di alcuni secoli diede senatori, cardinali, uomini di guerra, ma papi nessuno. Gli Anibaldi erano imparentati coi Conti e colla casa di Ceccano: come questi erano anch’essi di origine germanica, e sedevano nella Campagna e nei monti latini, dove oggidì ancora (più in su di Rocca di Papa) evvi il «Campo di Annibale», che tiene viva la memoria di quella stirpe così influente un dì[221]. Certamente se il senatore Annibale nell’anno 1231 promulgò il memorabile Editto contro gli eretici, che ancora ci si conserva, la cosa avvenne perchè così imponeva uno fra i patti che il Pontefice aveva posti al suo ritorno. Fu con quello statuito che ogni Senatore, entrando in officio, dovesse pronunciare il bando contro gli eretici della Città ed i loro partigiani, incarcerare tutti coloro che l’Inquisizione dichiarava essere intinti di eresia, e mandarli al supplizio entro otto giorni dacchè fosse pronunciata la sentenza. I beni degli eretici dovevano spartirsi fra i delatori e il Senatore, e devolversi alla restaurazione delle mura della Città: le case degli eretici smantellarsi. Chi ricettava un eretico era condannato a pene pecuniarie o corporali, e perdeva tutti i diritti civili. Ogni Senatore doveva giurare questo Editto, nè lo si considerava entrato in carica se prima non ne avea prestato sacramento. Se avesse operato contrariamente alla fede giurata, avrebbe dovuto condannarsi a un’ammenda di duecento marchi e dichiararsi incapace dei publici officî: la pena gli si doveva applicare da un collegio di giudici chiamati di santa Martina presso il Campidoglio[222]. Il barbaro Editto aguzzò lo zelo dei delatori e delle magistrature cittadine coll’esca del guadagno; e si può ben credere se l’avarizia e gli odî privati non fossero operosi a spiare le tracce degli eretici. Il Papa in questo modo avvinse il Comune romano agli intenti dell’Inquisizione, obligò il Senatore per munere suo proprio a prestarle il suo braccio temporale, e fece di lui il legale esecutore dei giudicî contro gli eretici, come del resto tutti i Podestà lo erano anche in altre città. Sebbene a lui fosse conferita l’autorità criminale, che in addietro era stata del Prefetto, e quantunque così se ne accrescesse la podestà civile, tuttavia ne veniva che il Senatore era fatto ministro del tribunale ecclesiastico: il giuramento solenne che prestava di punire gli eretici, lui stesso legava per modo che sul suo capo pendeva la sentenza formidabile dell’Inquisizione, la quale avrebbe potuto accusarlo di lesione dei suoi doveri, e per conseguenza di eresia. Il massimo attributo della podestà senatoria doveva essere perciò questo, che essa teneva incarico di eseguire le sentenze pronunciate contro gli eretici: nè havvi cosa che denoti l’indole fanatica di quel tempo più del dovere di perseguitarli che veniva iscritto come articolo primo e fondamentale negli Statuti di Roma e di altre città dello Stato ecclesiastico[223]. Del resto l’Editto senatorio dell’anno 1231 non fece che applicare anche in Roma le Costituzioni imperiali promulgate da Federico al momento della sua coronazione: forse in Roma fino adesso si era ricusato di accettarle. Per il vero l’Inquisizione fu nelle mani del Papa uno spediente nuovo e formidabile di soggiogare il popolo. L’applicazione dei tribunali contro gli eretici (seppur non ancora s’avesse fondato in Roma un tribunale permanente dell’Inquisizione) o deriva già da Innocenzo III, o con maggiore sicurezza può farsi datare da quell’Editto dell’anno 1231. Da allora in poi s’insediarono in Roma gli Inquisitori, che sulle prime furono scelti d’infra i Francescani. Quando l’Inquisitore aveva condannato un eretico, saliva la scalea del Campidoglio, e di là leggeva la sentenza in presenza del Senatore, de’ suoi giudici e di molti deputati ossiano testimonî del clero della Città: indi affidava al Senatore l’esecuzione della pena, minacciandolo della scomunica in caso di rifiuto o di negligenza[224]. La mente più matura e l’animo più mite di noi uomini dell’oggidì, sentono orrore di un’età onde sono espressione eloquente quegli spaventosi Editti di Gregorio IX: leggi che imponevano a dovere massimo del cittadino lo spionaggio degli eretici; che punivano di scomunica, come se fosse un crimine, ogni parola che un laico avesse pronunciato in publico o in privato intorno a cose di fede. In quel tempo barbarico di tormenti nuovi e di nuovo fanatismo; in cui le passioni religiose si ristoravano della perdita di Gerusalemme e del languente fervore delle Crociate, trovando pascolo nella persecuzione degli eretici; in quel tempo nel quale, dopo di Innocenzo III, la intolleranza religiosa fe’ regredire il Cristianesimo al punto da parificarlo alla fanatica legge del Giudaismo, i principi e i capi di Republiche gareggiavano di zelo col clero[225]. Re carichi di delitti non donavano più beni alla Chiesa; trovavano più comoda cosa abbruciare eretici a salute della loro anima, confiscandone indi gli averi. Al fanatismo sincero di alcuni Re le fiamme di roghi fumanti parevano aureola di pietà religiosa, mentre altri per temenza o per calcolo interessato cercavano, con rabbiosa persecuzione di eretici, di ostentare una fede che non avevano. Financo Federico II, il quale come uomo culto e come libero pensatore superò di tanto il suo secolo, che potè più tardi essere appellato precursore di Lutero, promulgò negli anni 1220 e 1232 le più nefande leggi sull’estirpazione dell’eresia, tali che in nulla si discostano dagli Editti pontificî. «Gli eretici», così egli statuiva, «vogliono lacerare l’inconsutile veste di nostro Signore: noi comandiamo che vivi debbano darsi alle fiamme, veggente il popolo»[226]. Egli dettò siffatte leggi ogni qual volta ebbe conchiuso pace col Papa, o del suo aiuto abbisognò; e cotali motivi politici della persecuzione degli eretici furono più vituperevoli di quello che sarebbe stato un fanatismo religioso, cieco ma sincero. E le sue leggi contro l’eresia formano il più acerbo contrasto colla savia legislazione, che, precorrendo il suo tempo, ei diede al reame di Sicilia nell’Agosto di quello stesso anno 1231[227]. § 3. Torbidi nuovi in Roma. — Giovanni di Poli, senatore (1232). — 1 Romani vogliono torre la Campagna al Pontefice. — L’Imperatore si fa mediatore di pace fra Roma e il Papa. «Vitorchiano fedele». — Nuova ribellione dei Romani. — Loro manifesto politico. — Si sollevano nell’anno 1234 col serio tentativo di farsi liberi. Il grande giudizio pronunciato contro gli eretici fece tanto poca impressione sui Romani, che nel mese di Giugno (del 1231) costrinsero Gregorio IX a recarsi nuovamente a Rieti: infatti nella Città erano scoppiate turbolenze provocate dalla guerra contro Viterbo. Questo paese fu per i Romani la Veio del medio evo: odiavano essi quella terra con tanta acerbità che la passione giungeva a mania; volevano senza remissione conquistarla, e farsene un feudo ossia possedimento camerale di Roma. Coll’acconsentimento del Papa, i Viterbesi ripararono sotto la protezione dell’Imperatore che mandò loro Rainaldo di Aquaviva affinchè li soccorresse; ma allora il popolo romano se ne vendicò imponendo tributo alle chiese di Roma, ed eziandio nell’anno 1232 (mentre era senatore Giovanni di Poli) continuò con pari furia le sue imprese guerresche contro di Viterbo. Quantunque congiunto di parentela a Gregorio IX, quel figliuolo di Riccardo Conti aveva sposato la parte di Federico: difficilmente la sua elezione era avvenuta col beneplacito del Pontefice; ed egli già si appellava conte di Alba, perocchè Federico gli avesse dato in feudo quella terra de’ Marsi[228]. Più che le imprese contro Viterbo, merita attenzione il tentativo che i Romani fecero per rendere il Lazio soggetto al Campidoglio. Un genio nuovo ispirava il popolo romano: come ne’ vecchi tempi, all’età di Camillo e di Coriolano, esso si gettava sulla Tuscia e sul Lazio con serie spedizioni di conquista. Nuovamente si vide inalberato sul campo il segnacolo romano; non l’aquila, che era diventata simbolo degli Imperatori germanici, ma le antichissime lettere S. P. Q. R., impresse sulle bandiere di color rosso e oro: e si rividero eserciti nazionali romani, formati della cittadinanza e dei vassalli della Campagna, schierarsi sotto la capitananza di Senatori[229]. Nell’estate dell’anno 1232 i Romani s’avanzarono fino a Montefortino nel paese de’ Volsci; e, giunti sotto le mura di Anagni, vi minacciarono in quella sua città natìa il Papa, che colà si trovava fin dall’Agosto. Costernato, Gregorio mandò tre Cardinali con grandi somme di denaro nel loro campo, ma i Romani non cessarono di distruggere con animo ostile tutto quello che Gregorio aveva impreso a fare nella Campagna[230]. Infatti Gregorio IX era altrettanto operoso che Innocenzo III ad accrescere i patrimonî della Chiesa; toglieva Comuni sotto la sua signoria, e dai loro Podestà esigeva giuramento di fedeltà[231]; pagava i debiti di Comuni liberi, ed in cambio li rendeva vassalli della Chiesa, e ne acquistava il diritto di piantar castella entro la cerchia delle loro mura[232]; soccorreva baroni indebitati, e si metteva così in possedimento delle loro terre che eglino di buon grado riprendevano dalla Chiesa in forma di _feuda_, pur di non cadere in balìa della città di Roma. Così andava la bisogna anche nel Lazio, dove il Papa comperava due castella, Serrone e Paliano (in parte erano proprietà dei Colonna) per poi munirle come rocche pontificie. Il Comune romano, che pretendeva alla giurisdizione nella Campagna, proibì al Pontefice di farlo; minacciò financo che avrebbe distrutto Anagni: ma Gregorio in fretta e in furia, durante l’inverno, attese a edificare per render forti quelle terre, e così tramutò Serrone, Paliano e Fumone in castellanìe della Chiesa[233]. I Romani, cui non riuscì di impedire quell’opera del Papa, tornarono finalmente nella Città, intanto che Gregorio rimaneva in Anagni. Sennonchè egli cercò adesso la intercessione dell’Imperatore per metter pace fra Roma e Viterbo, e per riconciliare sè stesso coi Romani. Federico si assunse cotali officî, ma non potè prestargli ajuto efficace, perciocchè la sollevazione di Messina lo richiamasse in Sicilia. Tuttavia i Romani cedettero alle sue esortazioni; e, nel Marzo del 1233, il senatore Giovanni Poli andò con altri nobiluomini in Anagni per invitare il Papa a far ritorno. Alcuni pavidi Cardinali intendevano dissuaderlo dall’entrare «nella città delle belve ruggenti», però Gregorio venne, e fu ricevuto onorevolmente[234]. Il popolo cupido gli offerse riconciliazione a prezzo d’oro; ed egli fece la sua pace colla Città senza nemmanco avvisarne l’Imperatore, che pur era intervenuto nelle faccende di Viterbo e di Roma: perciò più tardi quegli se ne lagnò, come se il Papa avesse mancato di fede verso un alleato[235]. Anche con Viterbo nell’Aprile si stipulò un trattato: la città di Roma si mantenne in possesso di Vitorchiano, che i Viterbesi dapprima avevano smantellato, e i Romani indi nuovamente edificato. E di allora in avvenire quel castello continuò ad essere sempre un vero possedimento demaniale della città di Roma; ebbe titolo onorifico di «fedele», e privilegio di far esercitare da’ suoi il basso officio di mazzieri capitolini, cui di quel tempo in poi si diè nome di «Fedeli»[236]. Dalla città di Roma (così dice il Biografo di Gregorio IX) s’avea felicemente discacciato un demonio, ma sette altri diavoli vi si cacciavano dentro. Di già nell’anno 1234 il popolo romano si sollevava, ed era questo uno dei più serî tentativi che esso mai facesse; era anzi una vera guerra disperata che appiccava contro l’autorità del Pontefice. Insopportabil cosa sarebbe aver sempre davanti gli occhi questo fiero spettacolo delle ribellioni di Roma, se l’idea di quel che i Romani bramavano non ne mitigasse la crudezza o non ne spiegasse la ragione: e rare volte definirono eglino il loro intento politico con tale e tanta chiarezza come fecero adesso, che unanimi insorsero per abbattere la signoria della santa Sede nuovamente fondata da Innocenzo III. Forse meno tribolati sarebbero stati se avessero rinunciato alle loro pretese; però in quell’età nella quale monarchie assolute non v’erano, ed ogni città costituiva uno Stato, le relazioni di Roma col Papa non potevano concepirsi secondo la forma che se ne foggiò in secoli posteriori. I Romani combattevano pur sempre per abbattere il giogo della podestà vescovile, e per conseguire quella libertà che altre città italiche s’avevano da lunghissimo tempo conquistato. I Romani vedevano quelle città, raccolte in due federazioni grandi e fiorenti, splendere per possanza d’armi, per onori civili, per ricchezza e per decoro di arti; imperare sui comitati antichi, dove ognuna di esse riceveva omaggio da altre città molte e da conti parecchi. Se Viterbo, povero e oscuro nome, pompeggiava per ciò che un numero grande di castella pagava tributo al suo palazzo comunale e ne riceveva leggi, ei si può di leggieri capire che Roma non potesse tollerare la sua impotenza civile[237]. La eterna guerra con Viterbo non fu altro che simbolo dello affannarsi dei Romani per assoggettare l’Etruria, su cui desideravano di dominare parimente che sul Lazio. Le loro attenenze coll’Impero erano allora mutate completamente. Dopo che in Roma i Papi s’erano impadroniti dei diritti imperiali, e dopo che in loro mano avevano tenuto l’autorità di concedere la corona romana, era sorta questione se l’elezione degli Imperatori dovesse o no ancora spettare alla romana Republica. Questo privilegio, che i Romani, all’età del Barbarossa, avevano sostenuto coll’arme in pugno, era stato travolto dalla corrente della nuova potenza pontificia. Ma adesso eglino combattevano il papato solamente perchè era podestà sovrana del loro territorio: e da ora in poi il loro massimo intento si fu di fondare uno Stato libero e forte dentro delle frontiere dell’antico Ducato, sì come avevano fatto Milano, Firenze o Pisa, il cui esempio gli infervorava e in pari tempo gli umiliava. Nei trattati degl’Imperatori, che confermarono lo Stato ecclesiastico innocenziano, quel Ducato compare per la prima volta raccolto ad unità e significato colla formula: «universa terra da Radicofani a Ceperano»; e con esso si dà principio al registro per nomi delle province della Chiesa, dappoichè il Ducato era il fondamento antico dello Stato ecclesiastico nuovo. La Chiesa non poteva far derivare il possesso di quella terra (dove fin da tempi vetusti aveva avuto i suoi patrimonî) da Diplomi de’ Franchi, bensì da condizioni di fatto che si perdevano pel buio della storia. Ivi il reggimento della Chiesa comprendeva tre province, il _Patrimonium_ di san Pietro (Tuscia romana), la Sabina, la Campania e la Maritima, senza però ch’ella fosse veramente signora di tutte le città ivi esistenti. Solamente alcune di esse riconoscevano di dipenderne per rapporto demaniale diretto, e ricevevano i loro magistrati dal Papa ogni qual volta a lui avevano fatto dedizione del _plenum dominium_; altre città invece non riverivano nel Pontefice che una semplice autorità di protezione[238]. Or la città di Roma protestava che tutte quelle province ecclesiastiche erano distretto urbano[239]; e ogni qual volta a capo del suo Comune stavano degli uomini di spiriti gagliardi, ed ogni volta che i Papi erano gente debole, faceva valere le sue pretensioni colla forza. Allora mandava suoi giudici nelle città di provincia, imponeva ad esse tributi fondiarî, si impadroniva del monopolio del sale, le obligava a prestar servigio nell’esercito e ad assistere, rappresentate da loro deputati, ai publici giuochi[240]. Però non erano i soli Pontefici che combattessero le pretensioni del Campidoglio; vi contrastavano eziandio le città libere, come Viterbo e Corneto nel _Patrimonium_, come Tivoli, Velletri, Terracina ed Anagni nella Campagna: le avversavano inoltre i nobili che risiedevano colà in loro feudi ereditarî, ed al paro del Papa, andavano destramente comperando il pieno dominio di città[241]: i baroni o ne facevano l’acquisto direttamente dai Comuni, o diventavano _milites_ dei Pontefici ovvero delle corporazioni ecclesiastiche, pagandone un censo annuale, che il più delle volte era assai tenue. Pertanto in questa età tutto il territorio da Radicofani a Ceperano era frastagliato in molti piccoli dominî spesso ostili fra loro: e chi percorreva quella contrada, ad ogni piè sospinto passava per terre sulle quali imperava or la «Camera» pontificia, or la città di Roma, ora una Republica, ora un barone ed ora un convento romano; e in luoghi parecchi davasi finalmente che tutti costoro ad una volta vi esercitassero diritti signorili. Nell’anno 1234 la città di Roma fece uno sforzo disperato per torsi di dosso la dominazione pontificia e per costituire uno Stato libero nella cerchia del suo distretto. Se avesse potuto giungerne a capo, essa avrebbe acquistato una estensione tale da superare i confini di Milano e di Firenze, e da eguagliare per avventura l’ampiezza che Roma aveva avuto poco tempo prima delle guerre puniche. È notevole cosa che i Romani in quella loro sollevazione condotta con fermi e serî propositi si risovvenissero di consuetudini antiche, poichè infatti nelle terre elevarono colonne di confine (termini) segnate colla iscrizione S. P. Q. R., affine di denotare i limiti della giurisdizione urbana[242]. Volevano che il Papa lasciasse loro libertà di elezione del Senato, e pretendevano per sè il diritto di batter moneta e di impor gabelle di diversa maniera: chiesero il solito tributo di cinquemila libbre; tentarono di parificare il clero ai laici, abolendone la giurisdizione e le immunità, sì come allora facevano molte Republiche anche non grandi; domandarono che il Papa non pronunciasse mai la scomunica contro cittadini romani, perocchè dicessero che la illustre Città possedeva il privilegio di esenzione dalle pene ecclesiastiche. A quei Romani non faceva freddo nè caldo che i loro Imperatori venissero scomunicati, ma il loro orgoglio civico reputava che contro di loro censure pontificie non potessero applicarsi, siccome i loro antichi avevano statuito che nessun cittadino romano potesse soffrire la pena delle vergate[243]. § 4. Luca Savelli, senatore (1234). — I Romani affermano che il _Patrimonium_ di san Pietro è proprietà della Città. — Il Papa invoca l’aiuto della Cristianità contro di loro. — L’Imperatore gli viene in aiuto. — I Romani sono sconfitti vicino Viterbo. — Angelo Malabranca, senatore (1235). — Roma con un trattato si sottomette al reggimento pontificio. Nell’anno 1234 era fatto senatore Luca Savelli, potentissimo uomo, nipote di Onorio III e stipite di una celebre famiglia: non appena fu egli in officio, che promulgò un Editto con cui dichiarava la Tuscia e la Campagna proprietà del popolo romano[244]. E tosto mandò giudici del Senato in entrambi quei territorî affinchè colle buone o colle cattive ottenessero giuramento di omaggio dalle città. Milizie romane occuparono Montalto nella Maritima, e, a simbolo della signoria di Roma, vi rizzarono una cittadella gigantesca. Sulla fine del Maggio, il Papa con tutti i Cardinali se ne fuggì ancora una volta a Rieti[245]. Quale sarebbe stata la sorte del Papato se alla Città fosse riuscito di diventare potente come Milano o come Pisa? Impedire che ciò avvenisse fu il compito della Chiesa; incatenar le braccia al Campidoglio non fu la menoma cura dei Papi. La fuga di Gregorio, i provvedimenti severi ch’ei prese, l’anatema che lanciò contro il Senatore e contro il consiglio del Comune, misero tale collera indosso a’ Romani, che saccheggiarono il palazzo Lateranense e le case dei Cardinali[246], e, levato un esercito, ardenti di rabbia mossero in campo contro Viterbo. Tuttavolta il Pontefice non fu senza alleati; molti baroni e città molte del Lazio, come Anagni, Segni e specialmente Velletri, si schierarono dalla sua parte, e gelosi delle loro libertà opposero resistenza ai Romani. In Tuscia Gregorio munì Radicofani e Montefiascone; e Viterbo (per cui si trattava di vita o di morte) fu colà il più saldo fondamento della sua difesa[247]. I Papi, le quante volte dovettero cimentarsi a lotta diseguale coi loro sudditi, invocarono sempre l’aiuto degli stranieri per castigare la loro terra ribelle; nè mai la Cristianità negò loro pecunia o soldati. Gregorio IX scongiurò pertanto il mondo cattolico affinchè gli prestasse armi contro la minacciosa Roma; e ne scrisse ai Re vassalli di Portogallo e di Aragona, al Conte del Rossiglione, al Duca d’Austria, ai Vescovi di Germania, di Spagna e dì Francia[248]. Anche l’Imperatore fu presto a venirgli in soccorso. La ribellione di suo figlio Enrico in Alemagna e la sua lega fellonesca coi Lombardi gli sarebbero state esiziali se Gregorio favorite le avesse; perciò, senza pur esserne chiamato, corse col suo secondo figliuolo Corrado a Rieti per offrire al Papa le sue soldatesche contro Roma e contro i diritti del popolo romano[249]. Il più debole fu sacrificato al più forte; e, poichè Gregorio e Federico avevano bisogno l’uno dell’altro, necessità li rese alleati, quantunque si odiassero, ed espose la città di Roma a dover guerreggiare in pari tempo contro l’Imperatore e contro il Papa. Capitano dei soldati pontificî fu il cardinale Rainero Capocci, viterbese, uomo di attività infaticabile e di grande abilità militare, con cui si dà inizio alla non piccola schiera di Cardinali che s’acquistarono gloria in guerra, da generali della Chiesa. Dopo che s’ebbe congiunto colle milizie di Federico, Rainero marciò su Viterbo per rafforzare questa città e per discacciare i Romani dal castello di Rispampano. Ne avesse o no buone ragioni, la Chiesa diffidava sempre dell’Imperatore: quella rocca munita e ben approvigionata fu difesa strenuamente dai Romani ad onta di un assedio che durò due mesi; e i preti mal pazienti accusarono l’Imperatore, perocchè, invece di dare alla sua aquila libero volo in guerra vigorosa contro i Romani, si spassasse alla caccia battendo co’ suoi falchi le campagne di Tuscia. E quando nel mese di Settembre ei se ne tornò al suo reame, gridarono al tradimento[250], sebbene in Viterbo avesse lasciato al Cardinale buona mano di soldati sotto il comando di un suo generale. Molti cavalieri tedeschi rimasero però di buon animo al servigio del Papa; accorsero dei Crociati a prestare contro di Roma il loro ingegno e la loro spada alla Chiesa; sotto il vessillo del Cardinale capitarono financo Inglesi e Francesi, sia perchè gli spronasse fervore religioso ovvero smania di avventure. Lo sventurato Raimondo di Tolosa, combattendo contro i ribelli Romani, sperò di potersi liberare dal voto di una Crociata che gli era stato imposto; e il vescovo Pietro di Winton, ricco uomo e perito nelle cose di guerra, esiliato dalla corte inglese, venne anch’egli ad offerire la sua opera, che fu la bene accetta[251]. Come l’Imperatore si fu ritirato, i Romani s’avanzarono vigorosamente a dar l’assalto a Viterbo. Si sentivano scorrere nelle vene sangue libero di republicani; rade volte gli aveva animati tanto coraggio guerriero, o s’erano in così gran numero raccolti in arme. Però il loro modo disordinato di combattere fu vinto dalla esperienza militare di illustri avversarî d’oltralpe: una sortita dei Tedeschi e dei cittadini di Viterbo si mutò in battaglia sanguinosa, che i Romani sostennero bravamente, ma perdettero. Molti cavalieri di nobili famiglie e Tedeschi non pochi restarono sul campo[252]. Dal giorno sventurato di Monte Porzio i Romani non avevano mai sofferto perdite così gravi in campo aperto; anche adesso come allora si salvarono fuggendo alle loro mura; i vincitori tennero lor dietro fino presso della città, e il risultato della battaglia di Viterbo fu che il Papa recuperasse la Sabina e la Tuscia[253]. I preti sconoscenti dovettero almeno adesso confessare che una vittoria così decisiva era stata conseguita solamente perchè avevano avuto in loro soccorso i soldati di Federico. Per verità i Romani continuarono la guerra; pronunciarono il bando contro il cardinale Rainero; con un Editto proclamarono che il Papa resterebbe per sempre esiliato da Roma se non li ristorasse de’ sofferti danni, e perfino ottennero qualche prospero successo in campo: ma le loro forze erano esauste, e le loro finanze ridotte al verde, ad onta dei balzelli imposti alle chiese. Allorchè dunque, nella primavera del 1235, Luca Savelli fu uscito d’officio, e da senatore gli subentrò Angelo Malabranca, riuscì fatto a tre Cardinali legati di indurre Roma a conchiudere la pace. Pertanto la Città ebbe operato un inutile sforzo; non conseguì la meta della sua vigorosa guerra, ed anzi, a mezzo il Maggio del 1235 dovette assoggettarsi nuovamente alla signoria suprema del Papa. Il documento contenente il trattato di pace è tale da destare vivissima curiosità, e denota la forma e la natura della libera Republica romana. Eccone nella sua parte essenziale il tenore: «Noi Angelo Malabranca, per la grazia di Dio, senatore illustre dell’alma Città, giusta facoltà concessaci dal magnifico Senato, giusta mandato e acclamazione dell’inclito popolo romano, che a suon di campane e di trombe s’è congregato in Campidoglio, ed eziandio per la proposta fattane dai venerabili cardinali, Romano vescovo di Porto e di santa Ruffina, Giovanni Colonna di santa Prassede, Stefano di santa Maria in Transtevere, promettiamo in nome del Senato e del popolo quello che segue in rapporto alla disputa sorta fra la santa romana Chiesa, il Padre santo, e il Senato e il popolo di Roma. — Di mandato del Pontefice protestiamo di dare soddisfazione di quanto avvenne per la torre e per gli ostaggi di Montalto, per il giuramento di omaggio richiesto al tempo del senatore Luca Savelli, e per le colonne terminali rizzate nelle terre della Chiesa. Lo stesso eziandio facciamo per i giudici che ricevettero quell’omaggio nella Sabina e nella Tuscia ed occuparono i beni della Chiesa; per il bando inflitto a Rainero cardinale di santa Maria in Cosmedin ed a Bartolomeo notaio; per il saccheggio del sacro palazzo Lateranense e delle case di alcuni Cardinali; per il ristoro dei danni recati ai vescovati di Ostia, di Tusculo, di Preneste e di altri beni ecclesiastici; per lo Statuto onde promulgammo che il Papa non potrebbe tornare nella Città e che noi non conchiuderemmo pace con lui, se prima non avesse restituito ai Romani le cinquemila libbre prestategli e guarentite colla ipoteca di Rocca di Papa, e se non gli avesse risarciti di ogni danno. Questi bandi e decreti, per facoltà commessaci dal Senato e dal popolo, ritrattiamo e dichiaramo nulli. »E perchè sia tolta ogni ragione di contesa fra noi, la Chiesa e il Pontefice (che da figliuoli pii veneriamo per rispetto di Cristo di cui è vicario in terra, e del Principe degli Apostoli ond’è successore), massime poichè tal cosa giova alla fama di quest’alma ed illustre Città, comandiamo quel che segue: Le persone ecclesiastiche che trovansi a Roma e fuori, e le famiglie del Pontefice e dei Cardinali non saranno tratte innanzi al tribunale laicale, nè danneggiate con distruzione di case, od altrimenti molestate. Tuttavia ciò che vien detto delle famiglie del Papa e dei Cardinali non s’intende esteso ai cittadini romani laici che tengono casa e loro genti nella Città, per quanto di quelli siano o si appellino famigliari. Nessun prete, nè monaco o laico alcuno, quando vada ai palazzi apostolici od al san Pietro, finchè vi rimanga, e quando ne ritorni, potrà esser tratto innanzi al giudice civile; chè anzi dal Senatore e dal Senato avrà protezione. Nella Città e fuori non potrà imporsi balzello alcuno su chiese, su preti e su monaci. Diamo fede di pace eterna all’Imperatore ed alle genti sue; al popolo di Anagni ed a quelli di Segni, di Velletri, di Viterbo, della Campania, della Maritima e della Sabina, al conte Guglielmo (di Tuscia), a tutti gli altri del _Patrimonium_, e a tutti gli amici della Chiesa. Comandiamo, e con questo decreto confermiamo, che d’ora in poi nessun Senatore, sia uno solo o sieno parecchi, operi contrariamente a questa nostra patente di franchigia. Chi mai vi contraddica, proverà le conseguenze della gravissima collera e dell’odio del Senato, ed inoltre sarà obligato a pagare cento libbre d’oro per la restaurazione delle mura della Città: anche dopo il pagamento dell’ammenda questo privilegio continuerà nulladimeno a serbare il suo vigore»[254]. In tal guisa la pace dell’anno 1235 pose fine ad una delle più ardue guerre che la Republica di Roma abbia sostenuto contro la signoria pontificia. Non per questo perdette essa la sua autonomia, ma fu nuovamente ridotta entro a que’ limiti che imposto le aveva Innocenzo III. Cadde a vuoto il tentativo di assoggettare il clero alla legge civile e di sottomettere il distretto urbano alla giurisdizione del Campidoglio. La signoria temporale del Papa durò per l’aiuto che a lui diede l’Imperatore, e la città di Roma continuò come prima ad essere vittima della grandezza del Pontificato[255]. CAPITOLO QUINTO. § 1. Federico II in Germania e in Italia. — Ei risolve di romper guerra contro la federazione lombarda. — I Comuni ed il Papa. — Lega delle città umbre e toscane. — Quale idea si formasse il Papa del suo diritto di signoria sull’Italia e sul mondo. — Titolo di proconsole de’ Romani. — Pietro Frangipane. — _Johannes Poli_ e _Johannes Cinthii_, senatori. — Torna il Papa nel 1237. — Battaglia di Cortenuova. — Il carroccio milanese a Roma. — _Johannes de Judice_, senatore. Era omai trascorso un anno dacchè Gregorio IX trovavasi esiliato in Tuscia; e due altri ancora ei dovette rimanerne in bando ad onta di quella pace, imperocchè nella turbolenta Roma non avrebbe trovato un sol momento di tranquillità. Soggetto di odio e di discordia ve n’era abbastanza; e Federico soffiava in quel fuoco per opporre al Pontefice impedimenti nelle sue relazioni colla lega dei Lombardi. La ribellione di re Enrico aveva costretto l’Imperatore nell’estate dell’anno 1235 ad andarne in Alemagna, dove il figlio suo, povero acciecato, gli si arrese prigioniero: ed egli poi nel Luglio si sposò per la terza volta, menando in moglie Isabella d’Inghilterra, e così s’alleò con quella potenza che era stata appoggio dei Guelfi. Nel soggiorno che fece per più di un anno in Germania, Federico vi ordinò felicemente le cose; indi tornò in Italia per castigare i Lombardi. Era allora all’apogeo della sua potenza. Italia (così scriveva al Papa) è retaggio mio, e tutto il mondo lo sa[256]. Questa orgogliosa parola dell’Imperatore conteneva un vero manifesto onde si proclamava la rottura dei principî stabiliti a Costanza e ad Egra: Federico II voleva fare di tutta la penisola una sua monarchia. La pazienza di lui era giunta agli estremi. Negoziati lunghi, in cui il Papato aveva sempre parteggiato per i Lombardi, non avevano fatto che accrescere la baldanza delle città. Quei borghesi audaci tagliavano le comunicazioni fra Italia e Alemagna, impedivano che si raccogliessero le Diete nelle città dell’Italia superiore, e non permettevano che milizie tedesche valicassero più i passi delle Alpi. Era troppo per l’orgoglio del grande Imperatore. Quand’ei montò a cavallo per marciare su Mantova e incominciar la guerra contro i federati, impugnata la bandiera imperiale, sclamò: «Il pellegrino può correr liberamente per tutto il mondo, ed io non potrò muovermi entro a’ confini del mio Impero?» Convinto in buona fede del suo diritto imperiale, Federico II intraprese pertanto la lotta contro quella medesima lega lombarda, cui era soccombuto l’avo suo. Un’idea di legittimità, un errore di tragica grandezza demolì la sua casa gloriosa. Forse che la savia moderazione del Barbarossa non è messa in miglior rilievo dal fallo del nipote suo, il quale, quantunque fosse uomo di genio, volle resistere alla corrente del secolo e ne fu travolto? Nei Comuni si racchiudeva il germe della vita futura del mondo; in essi, non più nell’Impero, si accoglieva il principio della civiltà; la loro vittoria si conveniva all’indole del tempo, e soltanto per ragione di loro trionfava anche il Papato, perciocchè la Chiesa (parimenti che nel secolo duodecimo) si facesse protettrice della cittadinanza e delle sue libertà, così che da quelle fonti di potenza conforme all’età nuova attingeva ella eziandio forze di novella gioventù. Nella gran lotta di principî che ora stava per riardere, l’oggetto più prossimo e veramente pratico si era il rapporto d’investitura delle città coll’Impero, ma l’intento più elevato era l’autonomia della nazione italiana, che non voleva più chinare il capo alle pretese degl’Imperatori tedeschi affermanti che la penisola era loro retaggio. Accanto ai Comuni si collocava il Papato fattosi potenza nazionale, combattente pel fondamento temporale della sua podestà, per quello Stato italico della Chiesa che esso espressamente teneva come simbolo della sua signoria universale[257]; combattente per affrancarsi dall’autorità dello Stato; bramoso di far piegare l’Impero sotto il tribunale della santa Sede e di ridurre in essere le sue temerarie pretese di quella universale dominazione. Le Republiche cittadine somministrarono ai Pontefici pretesti e modi di pugnare per la causa loro propria, che in fondo nulla aveva di comune colla cittadinanza italiana, ma che vi si era associata strettamente per il principio di nazione. Tutta Italia prese parte alla nuova lotta dell’Impero colla Chiesa: ed invero le due potenze miravano entrambe alla signoria d’Italia; quello coll’idea ghibellina di unità monarcale, questa coll’idea gerarchica che trovava suo sostegno nell’intento guelfo della independenza nazionale. Ognor sempre il centro di gravità della storia posava in Italia, patria di quei contrasti che continuamente commossero la gente umana. Le guerre che disertarono la bella contrada, formarono la grandezza politica della sua vita medioevale: i tempi gloriosi, le bellissime geste dell’amor patrio italiano appartengono all’età della casa Sveva; e il genio civile degli Italiani, sentimento gagliardo che si svolse nelle loro federazioni, fenomeno di civiltà splendidissimo ma troppo rattamente passeggero, non sopravvisse all’epoca degli Hohenstaufen. Tosto dopo le grandi idee dei Guelfi e dei Ghibellini si convertirono in partiti astiosi, meschini e locali, di nobili e di cittadini; e le magnifiche Republiche in ultima diventarono preda di tiranni ereditarî, che non conobbero nemmen per nome che cosa fossero onor di nazione e amore di patria. Se Federico II avesse potuto ridurre a soggezione i Lombardi, egli avrebbe riunito Italia sotto al suo scettro. Perciò i Papi furono gli alleati naturali di quella federazione, che, dopo la perdita degli ajuti normanni di Sicilia, fu tenuta in conto di baluardo unico della Chiesa. Appoggio trovarono i Pontefici anche nella lega delle città tusche e umbre, dove la guelfa Firenze, eterna nemica dell’unità italica, dove Orvieto, Viterbo, Assisi e Perugia (continuo asilo dei Papi a questa età) prestarono loro inapprezzabili servigî[258]. Con grande cautela e senza apertamente ledere il diritto, Gregorio si pose all’opera: con pari prudenza si condusse l’Imperatore. Ancora l’uno temeva la potenza dell’altro; ma nulla poteva impedire che tornasse a scoppiare aperta guerra fra avversarî, di cui l’uno intendeva restaurare l’autorità imperatoria antica, e l’altro continuava ad affermare che, di diritto ecclesiastico e di ragion civile, l’_Imperium_ apparteneva alla santa Sede. «Re e Principi», così scriveva Gregorio IX a Federico II, «Re e Principi s’inginocchiano a’ piedi dei preti, e gli Imperatori cristiani devono subordinare le loro azioni non soltanto al Pontefice romano, ma eziandio agli altri ecclesiastici. Iddio riservò a sè solo di giudicare la santa Sede, alla cui sentenza sottopose l’orbe nelle cose tutte celate e manifeste. E tutto il mondo sa che Costantino monarca universale, col beneplacito del Senato e del popolo della Città e di tutto l’Impero romano, dichiarò essere di ragione giuridica che il Vicario del Principe degli Apostoli, come signore del sacerdozio e delle universe anime nell’impero del mondo, debba tenere la signoria di tutte le cose terrene e dei corpi degli uomini. Reputò dunque Costantino, che quegli cui il Signore affidò l’autorità del cielo in terra dovesse altresì governare da giudice nelle cose temporali; e perciò ei diede in perpetuo al Papa romano le insegne e lo scettro imperatorio, e la Città col suo Ducato intero, che tu col tuo oro tenti sedurre a danno nostro, e l’Impero. Reputò essere empia cosa che il giudice mondano esercitasse autorità là dove l’Imperatore dei cieli ha collocato il capo della religione cristiana universale; e pertanto affidò Italia al reggimento del Pontefice, per sè cercando una residenza in Grecia. Di là la santa Sede trasferì l’Impero ai Tedeschi nella persona di Carlo (che umilmente tolse sulle sue spalle una soma troppo grave per la Chiesa romana); ma se il Papa colla coronazione e colla consecrazione affidò ai tuoi predecessori ed a te il tribunale dell’Imperio e l’autorità della spada, nulla però rimise del suo diritto di signoria suprema: e tu offendi questo diritto del Papa, e non meno offendi il tuo onore e la tua fede, poichè non veneri chi è creator tuo»[259]. In presenza di dottrine così esagerate, è lecito, senza far onta alla giustizia, di dar colpa ai soli Imperatori di quella grande scissura? Se Gregorio IX apertamente dichiarava che al Papa competeva la monarchia universale, che il possedimento dello Stato ecclesiastico non ne era altro che segno simbolico, puossi far meraviglia che Federico II imprendesse a distruggere questo simbolo pericoloso? Nell’estate l’Imperatore bandì un’adunanza a Piacenza di legati di tutte le città: non vennero però i Romani, che a buon diritto erano ancora seco lui irritati, onde Federico li rimproverò chiamandoli gente degenere, e gettando loro in faccia che Milano, la tracotante nemica dell’Impero, fosse adesso maggiore di Roma[260]. Ogni qualvolta gli Imperatori ebbero bisogno di lei, adularono la Città colle ricordanze della sua grandezza vetusta, come se la maestà dell’Impero fosse pur sempre in essa raccolta. E Federico fece perfino appello alla vecchia _Lex Regia_ per derivarne un’autorità giudiziaria universale onde il popolo romano lo avesse investito: a quel titolo ei ricorreva, mentre il Papa faceva discendere i suoi diritti signorili su Roma, su Italia e sull’Occidente dalla favoleggiata umiltà di Costantino, e mentre dalla podestà assoluta di Cristo voleva ricavare la sua suprema autorità di giudice degl’Imperatori e dei Re[261]. Giusto poi in questo tempo la nobiltà romana a’ suoi predicati ne aggiungeva ancora un altro di antico. Nobiluomini si appellavano «proconsoli dei Romani»; nè credevano con questo di dar nel ridicolo, ma con seria gravità se ne fregiavano allorchè nella Città o nella provincia avevano sostenuto qualche alto officio di magistrato, o s’eran seduti da podestà nel palazzo comunale di qualche Republica, o avevano governato da rettori qualche terra pontificia. Ed invero, dopo di Innocenzo III, il teatro, dianzi troppo ristretto per l’ambizione della nobiltà, aveva raggiunto maggiore estensione, poichè talvolta i Papi mandavano gentiluomini romani da legati in una provincia a tenerne governo nelle cose civili, e poichè, ancor più sovente, nobiluomini erano chiamati ad officio di podestà nelle città della media Italia. Durava per verità ancora in uso il vecchio titolo di _Consul Romanorum_, onde i nobili s’erano ornati quando avevano formato fra loro una corporazione politica ostile al Comune; ma, dopo che furono scomparsi i Consoli governatori del Comune e giacchè consoli pur si appellarono i presidi delle maestranze, quel titolo perdette del suo valore ragguardevole che adesso si trasfuse nell’altro di proconsole, proprio esclusivamente dell’alta nobiltà. Nè è cosa inverosimile che oltracciò i più illustri ottimati cominciassero ad assumere cotal predicato come significazione di una dignità effettiva nel Senato, dove può darsi che venissero formando una specie di «Camera di Pari»[262]. Dopo i primi trent’anni del secolo decimoterzo, il loro titolo nuovo fu accettato officialmente dai Papi e dall’Imperatore[263]. Capo della fazione imperiale era allora Pietro Frangipane, figlio di Emanuele e nipote di Odone. Si rimproverò a Federico di aver corrotto quel Proconsole ed altri nobiluomini per destare turbolenze che nuovamente presero forma di guerra civile. Però la parte pontificia aveva un valido appoggio nel Senatore, onde prese d’assalto e atterrò la _Turris Cartularia_, rocca dei Frangipane prossima all’arco di Tito, per guisa che Pietro non trovò altra salute che nella fuga[264]. La calma si era appena ristabilita nel Marzo dell’anno 1237, quando la rielezione di Giovanni de Poli a senatore (avvenne nel Maggio) die’ causa a tumulti nuovi, perciocchè a quello la fazione popolare contrapponesse _Johannes Cinthii_, aderente dell’Imperatore. Le fazioni si azzuffarono nella Città, finchè il Poli, assediato nella torre de’ Conti, capitolò e aderì che il suo emulo tenesse la carica di senatore[265]. _Johannes Cinthii_ represse colle armi la parte avversa, tenne vigilate le porte della Città, e cercò di impedire il ritorno del Pontefice che una parte dei Romani, stanchi di quella vita, chiedeva ad alta voce. Un assalto che si mosse al Campidoglio lo costrinse finalmente a cedere, ed allora _Jacobus Capocci_, figlio del celebre Giovanni e fratello di Pietro cardinale, fu mandato a Viterbo perchè invitasse Gregorio IX a tornarsene. Capitò infatti il Papa nell’Ottobre dell’anno 1237, fu accolto dal popolo colle solite acclamazioni di giubilo, e lo stesso Senatore uscì solennemente ad incontrarlo[266]. Alcune navi vennero recando vino e grano alla Città che sofferiva di fame, e preti distribuirono quelle provvigioni un tanto per ogni regione: il suo ritorno e la conciliazione con Roma costarono così al Papa più di diecimila libbre di denaro contante. La miseria cresceva nella Città; già Innocenzo III era stato costretto a introdurre novellamente le largizioni di denaro e di grani, per marchi come in antico; e il suo Biografo, parlando di una carestia, dice che omai si contassero ottomila accattoni publici[267]. V’era poi in Roma una numerosa plebe di nobili, carichi di debiti e impoveriti, che formavano l’elemento essenziale delle rivoluzioni civiche; e in generale il popolo era ridotto a tale stremo da non poter tollerare in lungo la assenza della Curia pontificia che ne allontanava dalla Città le ricchezze; e forse è vero quel che si narra, che i Romani, felicitati del ritorno di Gregorio IX, promulgassero un Editto, ove si decretava che nessun Pontefice potesse per lo avvenire abbandonar più la Città[268]. Nel frattempo Federico II aveva combattuto e vinto in Lombardia. Nel Novembre dell’anno 1236, presa d’assedio Vicenza, ne aveva fatto signore l’audacissimo capo dei Ghibellini, Ezzelino, figlio di Ezzelino il monaco. In quell’istesso inverno le cose di Austria lo avevano richiamato in Alemagna, dove Corrado suo secondo figliuolo era stato eletto a re dei Romani, in vece del repudiato Enrico. Ma tornato l’Imperatore in Italia nell’autunno dell’anno 1237, dopochè Ezzelino omai nel Febbrajo era entrato nella poderosa Padova, Mantova in Ottobre si arrendeva; la celebre vittoria di Cortenuova, ai 27 di Novembre, vendicava la sventura di Legnano, ed ivi gli Imperiali schiacciavano le prodi milizie di Milano gridando: _Miles Roma! Miles Imperator!_ Ancora una volta l’Impero trionfò; e sul campo sanguinoso di Cortenuova tutto parve perduto per le cittadinanze italiane, il frutto della pace di Costanza e quanto avevano guadagnato in un secolo intiero. A Cremona l’Imperatore fece la sua entrata col conquistato carroccio dei Milanesi, ch’era tratto da un bianco elefante, in quello che il Podestà prigioniero, Pietro Tiepolo figlio del Doge di Venezia, stava esposto agli sguardi del popolo, incatenato all’antenna del carroccio. Ambasciatori romani furono testimonî del trionfo dell’Imperatore; eran venuti ad annunciargli il ritorno del Pontefice, ed egli affidò loro l’incarico di agire a Roma secondo i suoi intenti. Come un Cesare antico, nell’orgoglio della sua vittoria, Federico mandò al popolo romano gli avanzi del carroccio milanese con molte insegne conquistate, affinchè li custodisse come trofei in Campidoglio. Durante il medio evo il carroccio si tenne in conto di palladio delle città. Un carro riccamente ornato e trascinato da buoi, su cui si erigeva l’antenna della bandiera coll’imagine dorata di una croce e con suvvi appesa una campana, veniva condotto nel mezzo delle battaglie come simbolo sacro della Republica, ed era vigilato da una schiera eletta di guerrieri, devoti a difenderlo fino alla morte: la sua perdita pareva sventura orrenda e massima delle vergogne che toccar potessero all’onore di una città[269]. Federico accompagnò lo strano donativo con una lettera ai Romani, scritta nello stile di un trionfatore de’ vecchi tempi, e con alcuni versi pomposi, cui avrà composto qualche poeta di corte del suo campo[270]. Con profondo dolore il Pontefice vide l’ingresso di quei trofei della vittoria riportata dall’Impero sulla lega lombarda; ma non potè impedire al partito imperiale che ne facesse solenne accoglimento in Roma, od altrimenti temette di provocar Federico con cui non peranco era venuto allora a rottura: e lo stesso Imperatore gli significò il suo trionfo in una lettera, il cui tenore e il cui linguaggio devono averlo acerbamente punto[271]. Le spoglie di Milano furono collocate in Campidoglio sopra colonne antiche che in gran fretta si rizzarono[272]; ed a memoria del dono imperiale si scrisse un’epigrafe in marmo che oggidì ancora leggesi nel palazzo dei Conservatori dov’è custodita, infissa nella parete sopra la scala[273]. Di tal guisa i Romani del medio evo decoravano con segni di vittoria il loro Campidoglio dai muscosi marmi: peraltro quei trofei, la campana del Comune, la catena ossia sbarra di una porta di Tusculo, e di altre di Tivoli e di Viterbo, e finalmente le ruote di un carroccio, avrebbero fatto ridere (se gli avessero veduti) gli antichi conquistatori del mondo. La parte imperiale riacquistò in Roma un istante di sopravvento, lorquando il Pontefice nel Luglio del 1238 fu ritornato ad Anagni[274]. E poichè talvolta, dopo d’allora, trovansi in Roma due Senatori, ei conviene credere che la fazione ghibellina vi elevasse uno dei suoi; ciò che diventò più tardi regola consueta[275]. Tuttavia i Guelfi tennero così salda resistenza, che Gregorio IX potè nell’Ottobre far ritorno, e costringere all’obbedienza i suoi avversarî. Uscirono d’officio Giovanni di Poli e _Oddo Petri Gregorii_, che fin allora erano stati senatori, e _Johannes de Judice_ fu dalla fazione pontificia eletto senatore unico[276]. Esordì egli nel suo governo usando di grande energia contro i Ghibellini, e ne distrusse le torri: così più d’un bel monumento dell’antichità, e, pare, anche una parte del palazzo dei Cesari, andarono distrutti[277]. § 2. Esorbitanze dell’Imperatore contro i Lombardi. — Il Papa lo scomunica e gli dichiara la guerra (1239). — Federico in gran collera scrive a’ Romani. — Suo manifesto ai Re. — Manifesto avverso del Pontefice. — Condizioni difficili di Federico II che combatte contro l’indirizzo del suo tempo. — Contraddizioni nella sua indole. — Impressione che le sue lettere fanno sul mondo. — La Curia romana è odiata per le sue estorsioni di denaro. — Come si ordinassero i partiti combattenti. — Federico muove guerra contro lo Stato ecclesiastico. La vittoria di Cortenuova non produsse le conseguenze che se ne sarebbero aspettate. Per vero dire gli atterriti Milanesi ed altre città avevano offerto reverenza assoluta alla podestà imperiale e vassallaggio, avevan promesso di rinunciare agli articoli della pace di Costanza e di sciogliere la lor federazione, ma l’Imperatore acciecato chiedeva che gli si dessero a mercè, ed allora i generosi cittadini prendevano la risoluzione magnanima di difendere la loro dignità fino all’ultimo uomo. La resistenza delle città salvò ancora una volta il Papato, e in breve l’Imperatore (che agli Italiani parve essere un despota efferato) vide la fortuna volgergli le spalle. Perfino la spedizione di Corrado re, nel Luglio 1238, non seppe costringer Brescia ad arrendersi; quegli eroici cittadini sostennero lungamente un assedio crudelissimo, a tale che l’Imperatore fu costretto a ritirarsi con nocumento della maestà sua. E adesso per istanza del Papa anche le grandi città marittime di Genova e di Venezia conchiudevano alleanza, in quello che a Roma tornava a dominare il partito guelfo. Tutto questo, in presenza di sì grave pericolo, indusse Gregorio per la seconda volta a entrare in lotta contro il suo potente avversario, e a prendere apertamente le parti dei Lombardi. In un momento che pareva faustissimo, egli ruppe la più acerba delle guerre fra la Chiesa e lo Impero, e lasciò ai suoi successori l’impresa di continuarla. Per la seconda volta con temeraria risolutezza ei giocò una partita di cui lo Stato ecclesiastico era la posta. Ai 24 di Marzo del 1239 (e sì che non ne aveva effettiva ragione) scomunicò nuovamente l’Imperatore, senza che adesso i Romani gli dessero briga; e con un suo manifesto annunciò alla Cristianità l’anatema di Federico, e ne sciolse dal giuramento i sudditi. Raccolto con laboriosa cura un catalogo lungo dei delitti onde incolpava l’Imperatore, vi pose in primo capo la accusa che questi avesse eccitato la città di Roma a rivoltarsi contro la Chiesa. L’asserzione non era senza fondamento; solamente il Papa dimenticava che nell’anno 1234 chi aveva salvato la signoria della santa Sede su Roma era pure stato Federico[278]. Lorquando l’Imperatore ebbe a Padova ricevuto la inattesa novella che il Papa gli dichiarava guerra, congregò intorno al suo trono un parlamento, e fece che Pietro suo cancelliere in una splendida orazione spiegasse il diritto suo e il torto di Gregorio; indi diffuse suoi manifesti pel mondo, ed ai Romani con istizza rimproverò di non avere impedito il Pontefice nella sua opera sconsigliata. «Ci addolora», così scrisse loro, «che proprio nella Città il Prete romano si sia tolta licenza di calunniare temerariamente l’Imperatore di Roma, il protettore della Città, il benefattore del popolo, senza che i cittadini vi abbiano opposto contrarietà: ci addolora che in tutta la progenie di Romolo, in mezzo a tutti i nobili ed ai Quiriti, fra tante migliaia di gente, nemmanco un sol uomo abbia alzato una voce di riprovazione dell’ingiuria fattaci: e sì che di fresco Noi avevamo pure aggiunto alle spoglie degli antichi trionfi della Città i trofei nuovi delle nostre vittorie.» Ed esortava il popolo romano, sotto minaccia del suo sdegno, a levarsi unanime per vendicare un’onta comune e per difendere l’Imperatore[279]. In quel dì medesimo Federico mandò ai Principi tutti della Cristianità lettere di maggiore importanza, nelle quali colla penna di Pier delle Vigne si difendeva dalle accuse del Papa; diceva delle offese che avea ricevuto dalla morte di suo padre in poi; dichiarava Gregorio IX essere un prete ambizioso e avaro, profeta falso, del Papato indegno; eccitava i Principi ad insorgere tutti quanti uniti contro le sue oltracotanze; faceva appello a un Concilio che avrebbesi dovuto convocare[280]. «Venne su dal mare una bestia carca dei nomi dell’abbominazione; ha artigli di orso, gola di leone, corpo come di pantera. Spalanca le fauci per vomitare bestemmie contro il nome del Signore, nè posa di scagliare strali nefandi contro il suo tabernacolo ed i Santi del cielo.» Con tali similitudini tratte dall’Apocalisse Gregorio IX faceva proemio al manifesto con cui, addì 21 di Giugno, rispose all’altro dell’Imperatore. Quella celebre enciclica, in cui l’odio violento si ammanta della pompa orientale di linguaggio dell’antico Testamento, è uno dei più memorandi monumenti della gran lite combattuta fra il Papato e l’Impero, della superbia romana e delle passioni dei preti ebri d’ira, dei loro oracoli tonanti, della loro veemente energia. In quella scrittura Gregorio IX tentava di confutare tutte le querele di Federico, ma qui eziandio per la prima volta lo tacciava di avere attentato anche contro la podestà spirituale, e lo marchiava publicamente di ateismo[281]. Dall’una parte la nuova posizione che il Papato aveva ottenuto colla fondazione dello Stato ecclesiastico creato da Innocenzo, dall’altra la posizione nuova che la casa di Hohenstaufen aveva acquistato in Italia col possedimento ereditario di Sicilia, erano diventate, oltre alla questione di Lombardia, le ragioni pratiche della formidabile guerra: lo Stato della Chiesa non era solamente espressione dell’indirizzo guelfo e nazionale del Pontificato, ma altresì, e massimamente, della sua podestà civile; Sicilia poi era fondamento dell’idea imperiale e ghibellina. I Papi volevano essere signori veri di questo reame; l’Imperatore invece lo svincolava dal suo legame di feudalità verso la Chiesa: i Papi attraversavano i suoi progetti, e, alleati col partito guelfo e nazionale, miravano a distruggere i piani dell’Hohenstaufen, rivolti a unire Italia in un accentramento. Per tali ragioni, più acre di prima si riaccendeva la lotta fra la novella monarchia pontificia fondata da Innocenzo III e la nuova monarchia imperiale; e la disputa antichissima fra la tiara e la corona crebbe con grandezza spaventosa, specialmente assumendo forma di contrasto fra il mondo politico e quello ecclesiastico. Quel dissidio, spinto all’apice massimo, conveniva risolverlo combattendo fino agli estremi. Per Federico II trattavasi di separare la podestà civile da quella ecclesiastica, di torre al Pontefice qualsiasi influenza politica, di strappare alla Chiesa il suo possedimento temporale. La separazione di quelle due podestà era la grande dottrina bandita dai Ghibellini; su di essa riposavano tutte le libertà civili e politiche, la libertà di coscienza dell’uomo individuo, lo sviluppo tutto quanto della civiltà umana. Federico II fu che proclamò questo grande principio; e in esso stette riposta la riforma sua, per giungere alla cui meta egli fece appello all’Europa: se non potè vincere, la cagione massimamente ne fu perchè la cittadinanza e il sentimento popolare stavano col Papato, e l’idea monarchica non era ancora pervenuta in Europa a maturità. Se il grande rappresentante dei diritti civili, che chiamava i Re in suo aiuto, avesse avuto l’appoggio della cittadinanza, fin da allora il Papato sarebbe stato schiacciato: se le idee degli eretici evangelici avessero potuto penetrare nell’indole di quell’età, gli elementi sparsi dell’eresia si sarebbero fin d’allora raccolti in un solo intento di riforma, e avrebbero agito di conserva colla foga di un torrente impetuoso. Ma Federico, imperatore legittimo, era il nemico della democrazia; anch’egli bruciava sui roghi gli eretici, nè in lui allignava il genio di una riforma quale fu concepita nei secoli che vennero dopo: l’umanità non poteva esserne compresa in un tempo ch’era tutto quanto dominato dal dogma del Pontificato, dall’Inquisizione e dagli entusiasmi di Francesco e di Domenico: in un tempo in cui un vanitoso frate dei Predicatori, pari a Pietro di Amiens e a Folco di Neuilly, riportava trionfi di eloquenza, e colla forza della parola in breve ora riconciliava parecchie migliaia di cittadini fieramente guerreggianti fra sè, e faceva piangere nient’altri che un Ezzelino, ed era tenuto da città poderose per loro oracolo e legislatore[282]: in un tempo nel quale Federico stesso promulgava nefandissimi editti contro gli eretici, e con ingenuità senza critica, mentre ferveva la sua guerra contro il Papa, teneva in conto di verità la similitudine dei due astri del cielo, un maggiore e l’altro minore, simboleggianti il Sacerdozio e l’Impero. L’indole del suo tempo, più che quella sua propria, spiega gli strani contrapposti che s’accolsero nell’animo di questo grande Imperatore: scomunicato imprendeva una Crociata; banchettava all’istessa mensa Saraceni e Vescovi; faceva ardere Minoriti e Domenicani perchè erano amici del Papa, ed eretici perchè ne erano nemici; si faceva ricevere solennemente nella congregazione dei Cisterciensi di Casamari, e di sua mano propria coronava a Marburgo il cadavere della santa Elisabetta; come Arnaldo da Brescia proclamava essere cosa anticristiana la ricchezza della Chiesa, eppure i suoi Regesti sono pieni di diplomi benefici largiti a chiese e a monasteri, e di lettere di immunità concesse alla giurisdizione vescovile. Un Cronista inglese ha descritto con vivi colori l’impressione che i manifesti di Federico produssero in Alemagna, in Inghilterra ed in Francia. La nazione britanna era punta sul vivo del non naturale rapporto di feudalità in cui si trovava posta colla santa Sede, della condanna che il Papa aveva scagliata contro la _Magna Charta_, finalmente dello svergognato saccheggio che facevasi del suo patrimonio con prebende romane, con decime ecclesiastiche e con tributi imposti per le Crociate. Federico (dicevano gli Inglesi), combattendo Ottone IV, ha prestato al Pontefice maggiori servigî di quelli che costui gli apponga a debito. Eretico non si mostra, ed al Papa scrive con cattolica umiltà; bensì i Romani son la sanguisuga perpetua della Chiesa inglese, laddove l’Imperatore non ci ha mandato mai barattieri, nè predoni delle nostre entrate[283]. E tuttavia lo stesso Storico confessa che l’efficacia dell’enciclica papale fu assai grande, e sminuì di tanto l’impressione del manifesto dell’Imperatore, che la Cristianità si sarebbe sollevata contro di lui, come contro a nemico della Chiesa, se l’avarizia della Curia romana non le avesse scemato la reverenza dei popoli. Il giudizio del mondo era scisso, ma i Re vedevano di buon grado l’indebolimento dell’Impero, e, ad onta delle contrarietà dei Vescovati dissanguati e messi a disperazione, il denaro della Cristianità fluiva sempre novellamente negli scrigni del Laterano. Nè molto andò che, senza alcun risultamento, Federico II si dolse con Enrico III cognato suo, perciocchè permettesse che in Inghilterra si facessero le collette onde il Papa ricavava la moneta da far guerra contro di lui[284]. La Bolla della scomunica fu per vero dire publicata in Francia ed altresì in Inghilterra senza che vi trovasse contrarietà, ma Gregorio IX non vide alcun Principe pronto a servirgli da antirè contro un grande Imperatore da cui emanava pel mondo un vivissimo splendore di maestà riverita. D’altro canto non venne nemmanco in mente a Federico II di levare un antipapa. L’unità e la fortezza che Innocenzo III aveva infuse alla Chiesa rendevano impossibile uno scisma. La decisione della lotta dipendeva allora essenzialmente dalla lega lombarda; nell’Italia settentrionale Milano e Bologna facevano da trincee ancor salde del Papato; Genova e Venezia avevano conchiuso fra loro alleanza; Azzo di Este, il Conte di San Bonifacio, Paolo Traversari a Ravenna e Alberico da Romano (fratello di Ezzelino, aveva disertato la causa dell’Imperatore) erano i capitani dei Guelfi; delle città umbre e tusche la massima parte teneva le parti del Papa. Con Federico pugnavano Ezzelino, Padova, Vicenza e Verona; gli erano alleate altre città, come Ferrara, Mantova, Modena, Reggio e Parma; e con lui stavano il vecchio Salinguerra, che presto abbandonava la scena del mondo, e i margravî Palavicini e Lancia: Enzo, suo giovine figlio bastardo, re di Torre e di Gallura in Sardegna, creato vicario dell’Impero in Italia, cominciava adesso la sua breve ma splendida vita politica. Fallite che furono le mediazioni di pace avviate dai Vescovi tedeschi, e morto a Roma (nel Luglio del 1240) Corrado gran maestro dei cavalieri Teutonici, i due avversarî entrarono in lizza. Federico volle tenere la Chiesa in solo conto di potenza politica a lui ostile, e intese a sradicarne l’organamento che essa s’avea dato dentro dello Stato. Con persecuzione senza pietà castigò nel reame di Sicilia le resistenze dei Vescovi e del clero inferiore; con morte, con carcere, con esilio punì i frati mendicanti cui pose al bando; dappertutto i beni della Chiesa incamerò o sottopose a tributo. Cotal sorte colpì segnatamente la ricca Abazia di Monte Cassino che fu secolarizzata completamente. E mentre l’Imperatore incaricava il figliuolo Enzo di impadronirsi della marca di Ancona, deliberava di portare egli stesso la guerra nello Stato della Chiesa, e di schiacciare il suo nemico dentro di Roma, sì come fatto avevano Enrico IV ed Enrico V. Pertanto avvenne che la Città ne acquistò importanza locale. L’Imperatore (così dicevasi alla corte di Gregorio IX), l’Imperatore ha giurato di far del Papa un accattone, di mettere il santuario al ludibrio dei cani, di tramutare il venerando duomo di san Pietro in una stalla da cavalli: minacce profetiche che Federico II (se è vero che le abbia pronunciate) non addusse a compimento, ma che in tempi assai più tardi, sotto all’imperatore Carlo V, si verificarono alla lettera[285]. § 3. Le città dello Stato ecclesiastico si mettono dalla parte di Federico. — Questi pone il suo quartiere generale a Viterbo. — Condizioni disperate del Papa in Roma. — Per che ragione la Città si conservasse guelfa. — La grande processione di Gregorio IX commuove ad entusiasmo i Romani, i quali prendono la croce. — Ritirata di Federico II. — Armistizio. — Il Papa lo rompe. — Deserzione del cardinale Giovanni Colonna. — Gregorio IX bandisce un Concilio. — I preti prigionieri a Monte Cristo (1241) — I Tartari. — Negoziati di pace infruttuosi. — Un Anibaldi e Odone Colonna, senatori. — _Matheus Rubeus_ Orsini, senatore unico. — Federico blocca Roma. — Gregorio IX muore nel 1241. Nella primavera dell’anno 1240 Federico entrò nello Stato della Chiesa, dacchè aveva già apertamente dichiarato di volerlo unire novellamente all’Impero[286]. Molte città dell’Umbria, della Sabina e di Tuscia gli apersero le porte; e benanco Viterbo (fino adesso alleata fidissima del Papa che ne aveva restaurato le mura) disertò la causa della Chiesa, non tanto per affetto all’Imperatore, quanto per odio contro Roma, che teneva le parti del Pontefice[287]. Eziandio Corneto prestò all’Imperatore omaggio, e nella Campagna la fazione ghibellina di Tivoli teneva relazioni con lui. A tutti i suoi fedeli Federico scriveva di essere stato lietamente accolto a Viterbo sua «camera» imperiale, e di aver ricevuto l’ossequio di tutte le città del territorio romano e della Maritima, nel tempo stesso che il figliuol suo Enzo teneva in suo potere la marca di Ancona. «Null’altro dunque mi resta a fare», così diceva, «se non se entrare trionfalmente nella Città, di dove tutto il popolo romano volge a me gli occhi; ed ivi restaurare la vetusta autorità imperatoria, e coronare di allori le mie aquile vittoriose»[288]. Ai Romani indirizzava lettere pompose a somiglianza di tanti altri Imperatori, antecessori suoi; prometteva la rinnovazione del loro splendore antico, e gli esortava a mandare senza tardanza alla sua corte i loro proconsoli Napoleone, Giovanni de Poli, Ottone Frangipane e Angelo Malabranca, affinchè egli potesse insignirli di dignità imperiali e di officî di governo[289]. L’Imperatore stava innanzi alla sospirata sua meta. Da Roma non lo separavano che due sole giornate di cammino; ed ivi la sorte di Gregorio IX, come in antico quella di Gregorio VII, dipendeva assolutamente dall’attitudine che avrebbero assunto i Romani. I Frangipani (già nell’anno 1239 l’Imperatore aveva fatto restaurare la loro torre posta presso l’arco di Tito, e aveva donato a Odone e ad Emanuele alcuni beni nel Napoletano), i Frangipani stavano alla testa dei Ghibellini[290]; tuttavia la fazione pontificia teneva il sopravvento, perocchè i Conti, gli Orsini ed i Colonna durassero concordi dalla parte di Gregorio, per guisa tale che il Papa aveva potuto in santa pace tornarsene nel Novembre 1239 alla Città, e scagliare ancora una volta l’anatema su Federico. Non giova far meraviglie del coraggio di quel vecchio, avvegnaddio ei fosse uomo che dalla vita aveva nulla a sperare, che non lasciava eredi, che personificava in sè il principio della sua Chiesa: per lo contrario strano parrebbe il contegno dei Romani, se non si riflettesse che avevano buoni motivi per istarsene col Pontefice anzi che coll’Imperatore. Se Federico II si fosse impadronito di Roma, egli avrebbe immediatamente abolito gli Statuti del Campidoglio e tramutato il Senatore in servo e balivo suo. A Roma la signoria del Papa era mite e debole; così non sarebbe stata quella dell’Imperatore, nemico mortale di ogni specie di autonomia cittadina, che a Viterbo aveva combattuto la Republica romana, che ad ogni istante poteva gettarla nuovamente in braccio del Pontefice. Tutto questo spiega perchè i Romani non profittassero di quelle opportunità per ribellarsi contro la dominazione della santa Sede, cui nell’anno 1235 erano stati di mal animo costretti a sottomettersi. I patriotti s’erano uniti con Gregorio IX, per modo che le condizioni delle cose tornavano a fare del Papa il rappresentante vero dell’autonomia nazionale di Roma. Per fermo i Ghibellini si fecero più audaci allorquando le soldatesche dell’Imperatore si avanzarono fin sotto le porte di Roma; molte voci gridarono: «L’Imperatore! l’Imperatore! A lui vogliam dare la Città!»; e può darsi che Gregorio IX s’aspettasse finalmente la defezione di un popolo incostante, che già parecchie volte lo aveva discacciato. In quelle angustie, ai 22 di Febbrajo, ei tenne una processione solenne, nella quale furono recate in giro le reliquie della Croce e le teste degli Apostoli, e trasportate dal Laterano al san Pietro. Fattele deporre sull’altar maggiore, Gregorio si tolse di capo la tiara, e posatala sovra quei teschi sclamò: «O voi, Santi, difendete Roma, che i Romani vogliono tradire!» Bastò questo a operare l’effetto bramato sulla moltitudine, cui è tanto facile commuovere con misteri e con scenate da teatro; molti Romani presero dalle mani stesse del Papa la croce contro l’Imperatore, come se questi fosse stato un pagano, un saraceno[291]. Federico dalla vicina Viterbo si beffò del numero e della tempra di quei Crociati, che avrebbero dovuto sentire di quanto pesasse la sua ira allorchè fossero caduti in suo potere; ma Gregorio invece reputò fermamente che della repentina mutazione del popolo romano si dovesse il merito ad un miracolo del cielo[292]. E l’Imperatore, il cui esercito era troppo sottile per poter assalire Roma con buon successo, si vide deluso nelle sue speranze, si ritirò nelle Puglie, e soltanto con lettere sfogò la stizza che provava contro i Romani. Venuta l’estate entrò nelle Marche, però senza recar danneggiamenti alla Campagna romana; e al Papa concesse financo un armistizio, tuttavia rifiutando di comprendervi i Lombardi: d’altro canto i Cardinali che instavano per la pace (i moderati formavano fra loro un forte partito di opposizione) chiedevano che si congregasse un Concilio generale il quale decidesse della contesa. Ma frattanto il Papa riceveva una considerevole somma di moneta, e questa d’un tratto gli forniva agio di sostenere ancora per un anno le spese della guerra; perlochè disdisse l’armistizio, cui pur poco prima aveva egli stesso ricercato. Questo modo di agire destò grave malcontento in Roma. Il cardinale Giovanni Colonna, che era stato il mediatore di quella tregua, si tenne offeso nell’onore, e apertamente si pose adesso dalla parte dell’Imperatore, onde con lui ebbe principio l’indirizzo decisamente ghibellino della sua celebre casa. Giovanni, del titolo di santa Prassede, era il secondo cardinale che fosse uscito della famiglia Colonna: favorito di Onorio III, aveva tenuto parecchie volte l’officio di legato sotto Gregorio IX, ed ancor nell’anno 1239 era stato mandato nella marca di Ancona per combattervi Enzo. Nel collegio dei Cardinali quel superbo e ricco principe romano era l’uomo sovra tutti ragguardevole. La sua deserzione non potè derivare da avarizia o da malignità; essa fu una protesta contro la politica incauta e ambiziosa di Gregorio, le cui passioni trascinavano la Chiesa in un pendio fatale[293]. «Cotai segni», esclama lo Storico inglese, «rivelano chiaramente che la Chiesa romana ha tratto sopra di sè l’ira di Dio. E invero i suoi reggitori non si danno cura del bene spirituale del popolo, ma pensano soltanto ad impinguare la borsa: non cercano di guadagnare anime a Dio, ma di farsi ricche entrate, di opprimere i preti, e di torsi audacemente i beni altrui, a tale intento adoperando censure ecclesiastiche, usure, simonia e cento altri artificî»[294]. Dopo la ribellione di un Cardinale, ebbe il Pontefice a sofferire un colpo ancor più fiero. Ai 9 di Agosto del 1240, dall’Abazia di Grotta Ferrata, egli aveva bandito un Concilio con ordine che si raccogliesse nella prossima Pasqua, a Roma: il pensiero ne era partito in addietro dall’Imperatore, ma adesso Federico non poteva più aderire di assoggettarsi alla sentenza di un tribunale che prevedeva a sè ostile; adesso che le sue armi vittoriose lo avevano reso signore della massima parte dell’Italia superiore e media; adesso che il suo avversario era involto nelle estreme difficoltà, che a lui sorrideva la speranza di dettare da Roma le condizioni della pace. Pertanto l’Imperatore per iscritto proibì al clero di andare al Concilio; lo ammonì con grandissime istanze di non farlo, e ricusò di dare qualsiasi salvacondotto. Una lettera notevole scritta da un prete d’animo franco, contiene una descrizione non certo lusinghiera per Roma, e dichiara i pericoli che il clero avrebbe incontrato nella Città. «Come potrete», diceva, «aver sicurezza in Roma, dove cittadini e preti ogni giorno si azzuffano a pro dell’uno, e contro dell’altro avversario? Il caldo v’è insopportabile, l’acqua putrida, il cibo cattivo e grossolano, l’aria grave che la si può serrare in mano, tutta piena di sciami di zanzare; il suolo brulica di scorpioni, gli abitanti vi sono sporchi e abbominevoli, malvagi e feroci. Il terreno di Roma, quant’è vasta, è cavo, e dalle catacombe popolate di serpenti esalano vapori velenosi e mortiferi»[295]. Ma molti prelati di Spagna, di Francia e dell’Italia superiore non si smossero dall’idea di andare a Roma, non trattenendoli temenza di pericoli, nè gli ammonimenti ripetuti dell’Imperatore che aveva mare e terra in poter suo. Gregorio legato di Romania, Jacopo Pecorario cardinale di Preneste, e Ottone cardinale di san Nicolò li raccolsero tutti insieme a Genova, e il viaggio fu intrapreso sopra navi genovesi. Quei preti nutrivano una confidenza cieca, però tutto ad un tratto, all’altezza del promontorio di Meloria, videro venir loro incontro il naviglio della Republica di Pisa e la flotta siciliana parati a combatterli. La celebre battaglia dei 3 Maggio 1241, combattuta presso alle isole di Monte Cristo e di Giglio fu uno degli spettacoli più strani che si sieno mai visti sul mare. Più di cento prelati, cardinali, vescovi e abati furono testimonî tremanti di quel fiero combattimento, e insieme oggetto della pugna e bottino del vincitore. Le galee di Genova soffersero una rotta terribile; quali andarono sommerse colla loro gente d’arme e coi preti, quali (e furono la maggior parte) caddero prigioniere; e l’ammiraglio imperiale lietamente veleggiò colla fatta preda pel porto di Napoli. Gli sventurati prelati navigarono per tre durissime settimane, stretti in catene, sofferendo fame, sete e scherni dai rozzi marinai, finchè furono giunti alle carceri di Napoli e di Sicilia; ed ivi (così pianse il Papa con loro) appesero le loro arpe ai salici piangenti dell’Eufrate, ed aspettarono il giudizio di Faraone[296]. Questa caccia di preti fe’ gran chiasso pel mondo; nè la Chiesa perdonò mai all’Imperatore quello che essa chiamò «empio attentato». A Faenza, testè conquistata, Federico ebbe l’annuncio del colpo maestro che lo sbarazzava del Concilio. La fortuna sorrideva alle sue bandiere; umiliata era Genova; Milano vinta dai fedeli Pavesi; presa Benevento; caduta l’eroica Faenza. Perciò Federico, invece che assediare Bologna, deliberò di muovere nuovamente contro Roma; laonde di novella fiamma arse la guerra fra Imperatore e Papa, e quanto fosse dannosa per Europa lo si vide proprio allora che barbari feroci venienti d’Oriente con grande vergogna sua la aggredivano. Le terribili orde dei Tartari di Octai devastavano la Russia, la Polonia e le terre bagnate dal Danubio, rinnovando nell’Occidente latino lo spavento che in antico avevano incusso gli Unni. La Cristianità implorava salvamento dall’Imperatore e dal Papa, ma, con grande vitupero di entrambi, udiva a tutta risposta il Pontefice predicare la crociata contro l’Imperatore, e l’Imperatore protestare che penserebbe ai Tartari soltanto dopo che avesse costretto a pace il sommo sacerdote della Cristianità. Come Federico nel Giugno del 1241 fu entrato nelle terre spoletine, scrisse al Senato che aveva avuto annunzio della invasione dei Tartari nelle frontiere dell’Impero; disse che moveva a gran passi contro Roma per trattare col Papa; ve lo aiutasse la Città sollevandosi, affinchè, posto fine alle turbolenze italiane, potesse egli difendere l’Impero dalla gravissima delle sciagure[297]. Mandò Federico ambasciatori al Pontefice, e lo stesso suo cognato, Riccardo di Cornovaglia (che in Luglio era tornato dall’Oriente per la via d’Italia) andò legato di lui a Roma, ma non trovò accesso appo Gregorio, sordo a tutte le istanze. Quel vecchio indomabile aveva, come Gregorio VII, fissata l’idea di morire piuttosto che cedere; e, ad onta che lo avesse diserto il cardinale Colonna colla sua famiglia, non era in Roma senza amici. Per verità già sul principio del 1241 avevano tenuto officio senatorio Annibale degli Anibaldi e Odone Colonna nipote del Cardinale, onde convien dire che la fazione imperiale si fosse allora assestata nel governo insieme colla parte pontificia; tuttavia, poichè quei Senatori nel Marzo confermavano un’altra volta il trattato di pace conchiuso nell’anno 1235, ei si pare che Gregorio IX continuasse pur sempre ad esser signore della Città[298]. E nel Maggio dell’anno 1241, quando si venne alla nuova elezione del Senato, a lui benanco riuscì di darne l’officio agli Orsini, nemici implacabili degli Anibaldi e dei Colonna, e caporioni dei Guelfi. Infatti senatore unico diventò _Matheus Rubeus_, uomo celebre, fautore antico di san Francesco; era figlio di _Johannes Gaetani Orsini_ e di _Stephania Rubea_, e nipote di _Ursus_, avo della illustre famiglia. E anch’egli diventò stipite di una casa potente che si partì in parecchi rami; i suoi figli e nipoti empierono gli annali di Roma de’ loro nomi e delle loro geste, sul trono pontificio, nel collegio dei Cardinali, sulla cattedra senatoria in Campidoglio[299]. Se Roma restò fedele al Papa, egli ne andò debitore al fervore indefesso di quel capitano dei Guelfi. Grande era il pericolo; i Ghibellini, alla notizia delle vittorie di Federico, insorgevano; il cardinale Colonna, che lo aveva invitato a venire, e Odone ex-senatore abbertescavano i loro palagi, posti nelle terme di Costantino, e il mausoleo di Augusto. Così è appunto che dopo lunga oscurità questo monumento torna adesso a venir a galla col nome popolare di _Lagusta_; e già da tempo antico esso era il maggior centro delle fortezze Colonnesi nel Campo di Marte, alle quali apparteneva eziandio il prossimo Monte Citorio (_Mons Acceptorii_)[300]. _Matheus Rubeus_ guidò le sue milizie ad assaltare il mausoleo. Ivi dentro trovavasi forse Odone, laddove il Cardinale invece s’era recato a Palestrina, e di lì aveva occupato, per conto dell’Imperatore, Monticelli, Tivoli, e il ponte dell’Anio «di sotto». Stupiva Federico di trovar indole così bellicosa e ajuto tanto potente in un Cardinale[301]; seguendo l’appello di questo ei venne, ed entrò a Tivoli che gli aperse spontaneamente le porte. Le sue soldatesche devastarono tutto il territorio che si stende da Monte Albano e da Farfa fino ai monti Latini; l’Imperatore fece distruggere Montefortino, cui avevano munito i Conti, nipoti di Gregorio IX; e, come gli dettava il suo odio contro il Papa, comandò che i prigionieri si appiccassero per la gola: di Montefortino non si salvò che una torre già a pezzi rotta, e vi durò monumento della vendetta imperiale. Dipoi, accompagnato dal Cardinale, Federico mosse al castello Colonna, e sulla fine dell’Agosto fu a Grotta Ferrata. Da questo monte, dove anticamente avevano posto campo Enrico IV, Enrico V e il Barbarossa, ei voleva costringere la Città a cedere, sia per penuria di vettovaglia, sia per assalto. Ed essa era là presso a lui, stesa a’ suoi piedi, tutta avvolta nei vapori dell’estate feraci di febbri; ed in quello il nemico di Federico, il Papa, andava morendo nell’arsura e nei silenzi del mese di Agosto. E infatti ecco venir in gran fretta messaggi al campo imperiale: il Papa era morto! Se sia vero che Gregorio IX campò quasi cent’anni, conviene dire ch’ei fosse maturo alla morte ad ogni ora e in tutte le stagioni; tuttavolta l’aver vissuto chiuso nell’assediata Roma fra i calori dell’Agosto, potè forse a ragione essere considerato non ultima cagione della sua fine. La Chiesa lo appellò vittima dell’Imperatore. Quel vecchio indomito e d’animo focoso prese congedo dal mondo come un generale che, incalzato d’ogni parte, cade sulla breccia guardando in faccia l’inimico. Dal suo letto di morte vid’egli questo avversario avanzarsi vittorioso, accompagnato da un Cardinale ribelle, fin sotto le porte di Roma: e nell’ora dell’agonia il suo occhio scorse davvicino le ruine dello Stato ecclesiastico, e in lontananza quelle di terre cristiane che i Tartari avevano mutato in deserti fumanti dei loro incendî. Gregorio IX passò da questa vita in Laterano ai 21 di Agosto dell’anno 1241[302]. § 4. Federico II torna nel reame. — Elezione e presta morte di Celestino IV. — I Cardinali si sparpagliano. — La Chiesa rimane priva di capo. — Lega di Roma con Perugia e con Narni (1242). — I Romani muovono contro di Tivoli; Federico nuovamente contro di Roma. — Edificazione di _Flagellae_. — Federico torna sui monti latini. — I Saraceni distruggono Albano. — Condizioni dei monti latini. — Albano. — Aricia. — La via Appia. — Nemi. — Civita Lavinia. — Genzano. — La casa dei Gandolfi. — Terre poste sul versante tusculano dei monti. — Grotta Ferrata. — Statue di bronzo ivi esistenti. Per mostrare al mondo che avea mosso guerra contro Gregorio IX e non contro la Chiesa l’Imperatore cessò tosto dalle sue ostilità verso di Roma. Fece anzi di più; ai due Cardinali che teneva nelle carceri di Capua concesse che andassero alla Città per prendere parte alla nomina del Papa, col patto però che ad elezione compiuta tornassero a darglisi in mano a Tivoli: e questo i due conscienziosamente fecero. Del resto la morte dell’indomabile Gregorio era tornata assai gradita agli uomini temperati, poichè adesso speravano di salvare la Chiesa dalla ruina che la minacciava. Dieci Cardinali trovavansi nella Città senza consiglio e mal securi; e il Senatore, come capo della Republica, li serrò nel Septizonio per constringerli a venir prestamente all’elezione. Dopo lungo disputare fra i Gregoriani severi e i moderati che gli avversavano e suggerivano arrendevolezza all’Imperatore, dopo le gravi sofferenze di una clausura che seppe di prigionia e causa la quale morì un Cardinale, fu eletto pontefice (addì 1 Novembre 1241) il milanese Goffredo vescovo della Sabina, e prese nome di Celestino IV. Ma questo novello Papa, vecchio infermiccio, passò di vita di lì a soli diciassette giorni; lui probabilmente avevano scelto i Cardinali nella loro indecisione, tanto per averne un Papa così detto «di transizione». Morti tanto vicini l’uno all’altro due Pontefici, la sede di san Pietro rimase vacante come alla morte di Gregorio VII; i Romani tumultuarono, il Senatore minacciò i tormenti di una novella clausura. Fosse sbigottimento o disegno di aizzare l’opinione popolare contro di Federico, facendolo parere l’autore di una confusione infinita, i Cardinali fra sè divisi abbandonarono la Chiesa in quella massima difficoltà, fuggirono nella Campagna, e si chiusero in Anagni ovvero nelle loro castella. Conseguenza ne fu una vacanza tanto lunga che prima non s’aveva mai visto l’eguale, e che tenne la Chiesa per quasi due anni vedova del suo capo. Federico II si avvicinò come Annibale, cui egli stesso si paragonò, alle porte di Roma, ma queste gli si tennero chiuse in faccia. Il senatore _Matheus Rubeus_, da prode e religioso uomo, salì sulla breccia che i Cardinali vilmente avevano disertata, e con prudenza e con coraggio difese la Città e servì la causa della Chiesa. Intorno al suo vessillo si schierarono i Guelfi e tutti gli amici del Papato, e con buona fortuna combatterono i Ghibellini; nell’Agosto ne presero d’assalto la rocca maggiore, il mausoleo ch’era nel Campo di Marte, e lo distrussero da capo a fondo. E il popolo frattanto aveva demolito le case dei Colonna, e cacciato in carcere il Cardinale di quella famiglia: infatti questo potentissimo partigiano dell’Imperatore era venuto a Roma per l’elezione del Papa e vi si era soffermato ancor dopo che era stato eletto Celestino IV[303]. _Matheus Rubeus_ si guadagnò alleati anche fuori di Roma; conchiuse una lega con Perugia, con Narni e con altre città guelfe, per modo che queste confederate si obbligarono di starsene unite a difesa e ad offesa comune contro l’Imperatore, e di non conchiudere con lui paci separate finchè durasse la guerra ch’egli faceva alla Chiesa: l’istromento di quest’alleanza fu stipulato ai 12 Marzo 1242 nella chiesa di santa Maria sul Campidoglio[304]. Federico II nel frattempo non usava di quegli sforzi vigorosi che avrebbero convenuto per impadronirsi di Roma. Un mezzo secolo prima qualunque Imperatore nei suoi panni avrebbe preso d’assalto la Città; colla sua podestà di patrizio avrebbe levato un Papa e dettato la pace: tutto questo invece Federico non poteva fare. Pare un errore che allora ei non si decidesse di mettere in libertà i prelati presi in mare, fra’ quali si trovavano ancora i detti due Cardinali: per fermo, se avesse usato una tale magnanimità, gliene sarebbe venuto più giovamento assai di quello che profittar gli potesse di trarre in lungo l’elezione del Papa: e questa alla fin fine doveva egli bramare che si compiesse per conchiudere col nuovo Pontefice la pace di cui aveva tanto urgente bisogno. Nel Febbrajo dell’anno 1242 l’Imperatore mandò un’ambasciata ai Cardinali raccolti ad Anagni per esortarli che venissero all’elezione; nè così presto sarebbe egli ritornato, come fece, nelle terre romane, se non fossero stati i Romani ad attirarvelo. Infatti nel Maggio del 1242 movevano essi con forza di soldatesche contro Tivoli, dove l’Imperatore aveva lasciato un presidio sotto la capitananza di Tommaso de Montenigro[305]; ed allora, in Giugno, Federico entrava nel paese dei Marsi e poneva campo presso il lago di Celano, in quelle pianure dove ventisei anni più tardi la sua casa gloriosa era destinata ad estinguersi nella persona del nipote suo. Quant’era egli lontano dal prevederlo! quanto poco il giovine Rodolfo conte di Asburgo (che lo accompagnava ad Avezzano) presagir poteva che, caduti gli Hohenstaufen, a lui sarebbe toccata in sorte la corona imperiale[306]! Nel Luglio Federico mosse contro di Roma, piantò nuovamente le sue tende sui monti Albani, e mettendo a guasto la Campagna punì i Romani così delle loro ostilità contro Tivoli, come delle violenze che fatto avevano al cardinale Colonna e ad altri cherici di parte imperiale[307]. Tuttavolta anche adesso le sue imprese mancarono di energia; e tanto è vero che di già nell’Agosto ripassò il Liri, sulle cui sponde, di fronte a Ceperano, aveva un anno prima fondato la città nuova di _Flagellae_[308]. La Cristianità mirava la sua Chiesa senza Papa: pareva che la grande monarchia ecclesiastica si fosse mutata in oligarchia, poichè la podestà spirituale era esercitata dalla Curia dei pochi Cardinali residenti in Anagni. Molte voci di malcontento facevansi udire, e accusavano i Cardinali di tradir la santa causa per loro mire ambiziose e avare, mentre da altra parte i Cardinali scaricavano sull’Imperatore la colpa dell’elezione procrastinata. A lui ed alla Curia si presentavano frattanto ambasciate, quali supplichevoli, quali minacciose; Federico stesso alla fine ammonì severamente i Cardinali acciocchè dessero una buona volta un capo alla Chiesa[309]; indi nuovamente tornò con grosso esercito: per la via di Ceperano nel Maggio 1243 venne sui monti latini, e senza pietà fece devastare i possedimenti dei Cardinali; i suoi Saraceni in mezzo a orrori di ogni fatta rasero Albano al suolo[310]. La deplorevole ruina di questa città vescovile ci offre opportunità di dare un’occhiata alle condizioni in cui vi versava il vaghissimo paese montano, dove anticamente, sulle sponde del suo lago di origine vulcanica, stette Alba Longa, la favoleggiata madre di Roma[311]. Al tempo in cui Federico II accampava su quelle alture, esistevano ormai quasi tutte le castella che oggidì si trovano colà. Sullo scorcio dei tempi imperiali Albano era sorta dai ruderi della celebre villa di Pompeo, detta più tardi villa degl’Imperatori (_Albanum Caesaris_): e di buon’ora abbiamo veduto risiedervi un Vescovo lateranense; indi, dopo le guerre dei Goti, ne abbiamo fatto parola parecchie volte. Non baroni romani la conquistarono, nè alla Republica romana riuscì di sottoporla al suo dominio, quantunque Albano nel secolo decimosecondo parecchie volte fosse assediata dai Romani, e perfino una volta ne andasse bruciata. All’età di Pasquale II la città era stata proprietà dei Pontefici; Onorio III nell’anno 1217 la aveva regalata al suo Cardinal vescovo[312]; ma frattanto la famiglia dei Savelli, onde quel Papa fu protettore, vi possedeva, oltre al castel _Sabellum_, anche molti altri beni, e sulla fine del secolo decimoterzo acquistava di Albano la signoria baronale. La piccola Aricia fin dalla più remota antichità è notata come vetusta città della lega sicula od almeno della federazione latina; e fu culla di Augusto ovvero di Attia madre sua, e celebre per il santuario di Diana Aricina. I Barbari distrussero la vecchia terra, ma essa nell’anno 990 risorse in forma di castello, di cui fu duca Guido della casa di Tusculo. Sul principio del secolo duodecimo Pasquale II diede Aricia alla famiglia di quei Conti; e da loro la città passò poi in mano dei Malabranca, fino a tanto che Onorio III la restituì alla Chiesa per concederla indi in feudo ai congiunti della sua casa[313]. La positura di Albano e di Aricia lungo la via Appia dava ad esse scarsa importanza: poichè quella famosa strada era diventata impraticabile ad eserciti, l’attività politica e belligera del medio evo (quando voleva riuscire da Napoli a Roma) già da gran tempo moveva per la via Latina, da Capua passando per San Germano e Ceperano, oppure (traversando la terra dei Marsi per la via Valeria) da Alba transitava per Carsoli e Tivoli. La via Appia ruinosa, affondata in padule e abbandonata da molta frequenza di passeggieri, non era più la strada militare, che come tale aveva servito ancora all’età dei Goti; non fu nemmanco la via che battessero i Crociati. Allorquando i pellegrini venienti dall’Oriente sbarcavano a Brindisi, giunti a Capua s’indirizzavano per altre strade. Lungo la via Appia vedevansi ancora i sepolcri muscosi degli antichi, ma erano tramutati adesso in dimore di pastori della Campagna; e da lunghissimo tempo erano andate distrutte le numerose stazioni postali onde diligentemente hanno tenuto nota il vecchio _Itinerarium_ di Antonino e l’altro Gerosolimitano, compilato per guida dei viatori che da Capua andavano a Roma. Fra quelle stazioni eranvi nominate Aricia e Albano come luoghi di fermata nei monti latini; e vi succedeva rimpetto a Roma l’altra stazione posta vicino alla nona colonna miliaria (_Mutatio ad Nonum_), di cui oggidì non puossi più stabilire il sito ove sorgesse[314]. Sulle sponde incantevoli del lago di Alba Federico II scorgeva avanzi di sepolcri antichi, di templi, di ville, in numero maggiore di quello che ai dì nostri sia. Allora sulla cima del monte Albano durava tuttavia con grandiose ruine il celebre tempio dell’alleanza di _Jupiter Latiaris_, ma l’antico _Mons Albanus_ aveva a quel tempo anche assunto il nome di «Monte Cavo»[315]. E ancora si mostravano gli avanzi del tempio di Diana Aricina ossia del celebre _Nemus_, boschetto sacro alla Dea, piantato sopra il cratere del lago leggiadro tutto coronato di viole, sul cui margine oggidì esiste Nemi: infatti quel santuario di Diana, dopo la caduta dell’Impero romano era diventato un patrimonio ecclesiastico (_Massa Nemus_), dove più tardi i Conti di Tusculo edificarono una rocca[316]. In vicinanza di Albano si trovava peranco _Lanuvium_, patria di Antonino Pio, sia che ne sussistessero ancora le oscure ruine, sia che fosse anche sorta l’odierna Civita Lavinia sopra i ruderi della vecchia città[317]. Nella stessa età poi veniva formandosi Genzano, e poneva la sua base sovra un antico _fundus Gentiani_, dove la famiglia dei Gandolfi aveva rizzato una torre. Questi signori dal nome longobardo di Gandolfo furono, dopo i Tusculani, i soli baroni che allora in quella regione de’ monti latini fondassero una signoria. Dalla parte di Albano vennero collocando loro stanza sui ruderi della villa imperiale, ed ivi edificarono un castello che oggidì ancora porta il loro nome: e sull’incominciamento del secolo decimoterzo composero una famiglia baronale numerosa, ma sparvero ormai sulla fine del secolo medesimo quando i Savelli si misero nel possesso di Castel Gandolfo. Solamente dopo di Urbano VIII l’antica _Turris Gandulphorum_ si tramutò nella nota villa pontificia, unica che oggi il Pontefice posseda nei monti romani[318]. I Savelli pertanto, dopo il tempo di Onorio III, acquistarono beni parecchi all’intorno dei laghi di Albano e di Nemi, laddove i Colonna, eredi dei Tusculani, tenevano fondi e castella dall’altro versante degli stessi monti, ed oltre alla rocca Colonna, culla di loro famiglia, possedevano anche Monte Porzio. Duravano tuttavia alcuni celebri e antichi manieri costruiti sopra una parte di quella vallata dei monti Latini, ed erano stati altra volta signoria dei conti Tusculani: così Algido posta sulla bellissima altura, e adesso ridotta cumulo di ruine; così Molaria, la _Roboraria_ antica, che nel secolo decimoterzo venne in mano degli Anibaldi. Al tempo di Federico II erano scorsi già cinquant’anni dacchè Tusculo era caduta in rovina; e i suoi antichi abitatori avevano dato origine a nuove terre, o popolato altre di più antiche, come Rocca di Papa (già menzionata al tempo di Lucio III), o come Rocca Priora (_Arx Perjurae_) e Monte Compatri, o come Frascati e Marino[319]. Mentre i Colonna, gli Anibaldi e gli Orsini andavano impadronendosi del versante tusculano di quei monti, ivi fioriva tuttora Grotta Ferrata, il vecchio convento greco di san Nilo, ed era una delle più ragguardevoli abazie del territorio romano. Il dominio ricchissimo dei monaci basiliani si stendeva sopra una gran parte dei monti e sulla palude Pontina fino a Nettuno. Le loro mense si allietavano di selvaggine prese alle loro cacce, e di lucci, di storioni, di lamprede che pescavano nel lago di Fogliano, in quello dell’ardeatino Turno, nello stagno di Ostia e nel Tevere fino alla Marmorata[320]. Fu sulle ridenti pendici di quei monti che Federico II pose ripetute volte il suo campo. Il suo sguardo curioso notò presso alla chiesa del chiostro due statue di bronzo che rappresentavano un uomo ed una giovenca, ed erano poste ad ornamento del pozzo del monastero: ei fe’ portar via per bottino di guerra quelle due anticaglie, avanzi di vecchie ville, e ne ornò, come di spoglie romane, Luceria sua colonia di Saraceni[321]. CAPITOLO SESTO. § 1. Sinibaldo Fieschi è eletto papa con nome di Innocenzo IV (1243). — Trattative di pace. — Il Pontefice viene a Roma. — Viterbo si stacca dall’Imperatore, che è ricacciato da questa città. — Un Anibaldi e Napoleone Orsini, senatori. — Preliminari di pace in Roma. — L’Imperatore non vi acconsente. — Il Papa fugge a Genova (1244). L’Imperatore strinse Roma d’assedio per alcune settimane, finchè i Cardinali lo supplicarono di sostare dalle devastazioni che vi si accompagnavano, promettendo che si sarebbero tosto raccolti ad eleggere il Papa. Di già nell’Agosto dell’anno antecedente Federico aveva messo in libertà il cardinale Ottone; adesso nel Maggio scioglieva di prigionia anche Jacopo di Preneste, e sulla metà del Giugno si ritirava nel regno per aspettarvi il risultato della elezione. I Cardinali congregatisi ad Anagni acclamarono finalmente a pontefice, addì 24 Giugno 1243, il Cardinale di san Lorenzo in Lucina. Sinibaldo Fieschi nasceva della famiglia genovese dei Conti di Lavagna, i quali, investiti di titoli feudali dall’Imperatore, erano tenuti in conto di maggiorenti dell’Impero: aveva fama di essere uno fra i più chiari giureconsulti della sua età, ma nelle faccende politiche della Chiesa non aveva avuto occasione di segnalarsi in modo eminente. L’umiliante ricordanza della sciagurata battaglia navale dei 3 Maggio fu la ragione del papato di Innocenzo IV di casa Fieschi. Colla sua elezione si volle compensar Genova del sofferto danno, e nel tempo medesimo si avvisò che il novello Pontefice avrebbe tratto un potente sostegno dalla potenza marittima della sua patria. Da cardinale egli s’era trovato in rapporti di buona amicizia con Federico, che aveva onorato in lui un prelato inchinevole alla conciliazione, e che appunto perciò non poteva nemmanco supporre che sarebbe stato egli l’eletto. Sotto ogni riguardo quell’elezione fu un tratto maestro e fece onor grande alla prudenza dei Cardinali. Se vero sia che alla notizia della nomina di Sinibaldo l’Imperatore dicesse: «Ho perduto fra i Cardinali un buon amico, poichè nessun Papa può essere ghibellino», tale parola dimostra che egli giudicava rettamente quale avvenire si preparasse: se poi vero non sia che parlasse così, quel motto ha sempre il merito di dipingere egregiamente una condizione essenziale della storia[322]. Spossato di spedizioni guerresche sì lunghe e che gli avevano tanto costato, consapevole della forza del Papato, bramava Federico II di venire a conciliazione colla Chiesa, massime dacchè i suoi disegni si spuntavano contro la fermezza di Roma. S’affrettò pertanto a porgere gratulazioni al nuovo Papa, e nella sua lettera espresse la speranza di comporre la pace con Innocenzo IV, suo amico vero ed ora padre suo: e ad Anagni mandò l’ammiraglio Ansaldo da Mare e i suoi gran giudici Pietro e Taddeo, nel tempo stesso che a Melfi ricevette i messaggi di pace del Pontefice. Dopo di essere stato consecrato ai 29 di Giugno, Innocenzo IV rimase ancora in Anagni per istarsi vicino all’Imperatore, con cui intraprese a negoziare vivamente. Soltanto dopo che fu trascorsa la stagione estiva, ai 16 Ottobre del 1243, il Papa andò a Roma, dove era pur sempre senatore _Matheus Rubeus_[323]. I Romani mirarono il novello Pontefice con curiosità e con avida aspettazione. Di loro egli non si fidava, avvegnaddio dovesse averli abituati a independenza la lunga vacanza, durante cui Matteo aveva governato la Republica sovranamente; e il Papa aveva posto appena stanza in Laterano, che la sua tranquillità veniva turbata dalla pressura di creditori, che con grande impeto chiedevano restituzione di una somma di quarantamila marchi prestata al suo antecessore. Quant’era lungo il giorno, si affollavano nell’aula pontificia turbe di mercanti romani, e la empievano di clamori: ed è pure uno spettacolo strano vedere un Pontefice, appena entrato in Roma, non saper come salvarsi da’ creditori, non trovar pace nemmanco a mensa, dover chiudersi nella sua camera fino a tanto che non abbia rimandato, pagandoli, quegli schiamazzatori[324]. A Roma Innocenzo IV era stato specialmente chiamato da un avvenimento che minacciava di mandare a monte le trattative di pace. Dall’anno 1240 in poi l’Imperatore era signore di Viterbo; e gli abitatori di questa città, che gli si erano dati in balia per l’odio che nutrivano contro i Romani, avevano servito volonterosi nel suo esercito nei due assedî di Roma, parimenti come per quell’istesso odio erano accorsi in addietro sotto le bandiere del Barbarossa. Nel Luglio del 1242, i Viterbesi s’erano spinti nelle più prossime vicinanze della Città, e avevano distrutto il castello di Longhezza; e nel Giugno del 1243 avevano sfogato ancora una volta sulla Campagna la loro sete di vendetta[325]. Però l’elezione del Pontefice raccoglieva adesso i Guelfi sfiniti dalla lotta intorno ad un nuovo capo, ne rianimava le forze, ed anche in Viterbo ridava coraggio ai partigiani della Chiesa. Colà Federico aveva fatto edificare un palazzo imperiale ben munito; e ciò minacciava i cittadini di un giogo perpetuo[326]. Il capitano imperiale di Viterbo (era Simeone conte di Chieti) represse duramente il partito che gli resisteva con veemenza, e riempì la cittadella di prigionieri. Se ne dolsero i Viterbesi presso Federico, e domandarono che richiamasse il capitano; ma nel tempo medesimo il caporione dei Guelfi, Rainero dei Gatti, congregava intorno a sè in silenzio congiurati, e trattava col cardinale Rainero Capocci, viterbese di nascita, il quale, accorto e zelante uomo, era legato in Tuscia, dove Federico aveva incamerato tutti i possedimenti pontificî facendoli governare dal conte Riccardo di Caserta. Viterbo, stanca della dominazione dell’Imperatore, levò alla fine il grido guelfo: «Chiesa! Chiesa!»; la ribellione scoppiò nell’Agosto del 1243; i cospiratori, come s’era convenuto, chiamarono di Sutri il cardinale Rainero e il conte palatino Guglielmo di Tuscia; e addì 9 di Settembre aprirono loro le porte, per guisa che il conte Simone restò chiuso con trecento uomini di soldatesche imperiali nel palazzo di san Lorenzo, e vi fu assediato fieramente. Rainero, quello stesso Cardinale che, pochi anni prima, unito all’Imperatore aveva difeso Viterbo contro i Romani, ricevette adesso il giuramento di vassallaggio che Viterbo prestò alla Chiesa, e conchiuse alleanza colla Republica di Roma[327]. Allorchè gli assediati del castello ebbero chiamato in aiuto, con urgentissima istanza, Riccardo di Caserta e Federico stesso, venne in gran fretta l’Imperatore, e agli 8 di Ottobre pose l’assedio alla forte città, nella quale il conte Simeone era ormai ridotto alle estreme angustie. Innocenzo IV, dopo qualche titubanza officiale, aveva fatto buon viso alla rivoluzione di Viterbo; spediva infatti denaro al suo intraprendente Cardinale, scongiurava i Romani di muovere in soccorso dei Viterbesi, esortava questi a perdurare, e raccoglieva milizie nella Campagna e nella Maritima[328]. Così dunque, mentre pur si negoziava della pace, il Papa s’era tirato nuovamente sulle braccia la guerra contro l’Imperatore; ed in vero si trattava di riacquistare una città che stava entro la periferia di quello Stato ecclesiastico di cui un trattato aveva confermato i limiti; una città che aveva incontestabile diritto di congiungersi novellamente alla Chiesa. I Romani, già nemici acerbi, ora alleati guelfi di Viterbo, si accinsero di buon grado alla spedizione, bramosi di cavarne bottino, in quello che l’Imperatore (reso forte di seimila uomini che di Toscana gli aveva condotti il conte Pandolfo di Fasanella) assaltava con impeto la ribellata città. L’assedio di Viterbo forma un memorando episodio nella storia del medio evo romano. Un piccolo Comune di Tuscia, difeso da un Cardinale armato in tutto punto, vi si ornò di allori guerrieri, nè più nè meno che Brescia. Gli assalti ripetuti furono bravamente respinti, e, ai 10 di Novembre, un’abile sortita, nella quale si bruciarono le salmerie degli assedianti, mise Federico stesso in grave pericolo, e lo costrinse ad abbandonare l’impresa di Viterbo. Il grande Imperatore rodendosi del dispetto si chiuse nella sua tenda, e accondiscese alle proposte che gli recò al campo il cardinale Ottone, un dì prigioniero suo e di cui in carcere aveva fatto conoscenza personale, prendendolo a stimare. Così levò egli l’assedio. Giusta i patti fu concesso al conte Simone libertà che partisse ai 13 di Novembre, ma mentre ei si ritirava coi suoi, furono tutti contro la data fede massacrati: non si rispettò l’amnistia promessa ai Ghibellini di Viterbo; ed eziandio per parte loro i Romani, che tenevansi a Sutri in atteggiamento ambiguo, si scagliarono (partiti che furono gli Imperiali) sopra Ronciglione, s’impadronirono di castel Vico, presero Pandolfo conte, e lo mandarono prigioniero a Roma. Federico si dolse della rottura del trattato, ma non se ne potè vendicare[329]: innanzi alle mura di Viterbo la fortuna gli volse le spalle; e la sua ritirata ingloriosa, onde sulla fine dell’anno mosse nell’agro Pisano, diminuì la reverenza per lui e invogliò anche altre città a inalberare la bandiera guelfa. La caduta di Viterbo fu trionfo del Papa, avvilimento di Federico che di sua bocca confessò, quell’avvenimento «avergli tocco dolorosamente i nervi del cuore»: la cosa tuttavia non impedì che si perseverasse nei negoziati, giacchè anzi l’Imperatore s’era ritirato da Viterbo nella mira di far la pace. Il Pontefice lo trattò adesso da uomo che aveva pigliato le busse: le condizioni che gli impose a prezzo dell’assoluzione furono umilianti, poichè lo condannavano ad una penitenza disdicevole; e furono dure, giacchè dovevano costringerlo a deporre come un vinto le armi dinanzi ai Lombardi, prima ancora che gli fosse data sufficiente malleveria dei suoi diritti e dell’assoluzione dall’anatema. Credeva l’Imperatore che lo Stato ecclesiastico, da lui occupato e governato per mezzo di vicarî la più parte italiani, fosse divenuto proprietà sua per diritto di conquista, causa la guerra provocata da Gregorio IX. L’Impero, ei diceva, s’è ripigliato le terre donate un tempo alla Chiesa, perciocchè i Pontefici ripagassero con moneta d’ingratitudine quella liberalità; però aggiungeva di voler ciò nondimeno farnele restituzione, purchè indi la Chiesa lui ne infeudasse verso pagamento di un censo. Sennonchè Innocenzo IV non accondiscese a cotale proposta; non volle dare in feudo all’Imperatore anche lo Stato della Chiesa, ed allora Federico rinunciò bensì alla sua prima domanda, ma pretese riservarsi alcuni diritti regî. Finalmente, nel Marzo del 1244, si giunse a intendersi in Roma, dove trovavasi l’imperatore Baldovino di Bisanzio, che, venuto a implorare soccorsi, si dava gran faccenda per mettere pace fra i due contendenti. Gli ambasciadori imperiali si assoggettarono a durissimi patti; giurarono di restituire alla Chiesa il suo Stato in tutta l’ampiezza; di concedere che il Papa esercitasse la podestà spirituale sopra tutti i Principi; di graziare tutti i partigiani di lui. Ma neanche per questo si fissava il termine dell’assoluzione, chè, quantunque Federico avessela chiesta prima e sopra di ogni altra cosa, il Papa s’era ostinato a dichiarare che darebbela dopo che l’Imperatore avesse adempiuto agli oblighi contratti. Ai 31 Marzo 1244 i plenipotenziarî Raimondo conte di Tolosa, Pier delle Vigne e Taddeo di Suessa giurarono in Laterano nel nome del signor loro i preliminari di pace, essendo presenti l’imperatore Baldovino, i senatori Annibale degli Anibaldi e Napoleone Orsini, e il popolo romano. La cosa riuscì tanto inaspettata che il Papa fece tosto trascrivere gli articoli del trattato su foglietti volanti di carta, e vendere in Laterano quelle scritture al prezzo di sei denari l’una: fu cosa che fece montare in bizza l’Imperatore[330]. La sentenza della Chiesa ed eziandio la voce dell’inglese Matteo Paris (storico non certo amico dell’indirizzo cui aveva preso allora il Papato) fanno conoscere che l’Imperatore in brevissima ora ruppe i patti[331]. Fu grave errore di Federico sottoporsi a condizioni che adempiere non avrebbe potuto senza venir meno alla dignità imperatoria. Come vide adesso che il Papa astutamente cercava di scansare che si traducessero in patto concreto gli articoli dei preliminari (i quali nella loro generalità indeterminata non potevano che servire di fondamento ad una formula da stabilirsi esattamente nelle particolarità) Federico trasse in lungo l’adempimento del trattato, e si tenne lo Stato ecclesiastico in pegno. Il Papa non bramava sul serio la pace; aveva un solo pensiero; quello di schiacciare il suo avversario sotto il peso di un Concilio, cui però non era possibile congregare in Italia. L’ostacolo maggiore che impediva una riconciliazione erano pur sempre le attenenze dell’Impero colla Lombardia, della quale negli articoli non s’era fatta menzione speciale: solamente in forma indefinita era stata inchiusa fra quelli cui dovevasi accordare amnistia. Nè Federico s’acconciava a confessare che i preliminari stipulati avessero valore di pace definitiva, per guisa che egli dovesse rimettersi a mercè del Pontefice e di Lombardia; nè voleva mettere in libertà i prigionieri lombardi, se prima le città non gli avessero prestato giuramento di fedeltà, e rinunciato ai patti di Costanza. Per di più chiedeva che il Papa lo assolvesse dalla scomunica; e questo il Pontefice rifiutava di fare, se avanti non fossegli restituito lo Stato della Chiesa fino all’ultimo palmo di terra, e se la lega lombarda non venisse compresa nella pace. Anche Roma dava al Pontefice cagione di sospettare. Quantunque l’Imperatore avesse protestato di rimettere all’arbitrato del Papa il sopimento della sua controversia co’ Romani, si sapeva che egli coltivava relazioni con quei Ghibellini, e lo si accusava di eccitarli secretamente a tumultuare[332]. Ancor nell’Aprile dell’anno 1244 ad Aquapendente Federico rendeva vassalli suoi Enrico e Jacopo Frangipani, dando loro in feudo una metà del Colosseo. Ma il Papa dichiarava tosto che l’atto era nullo; anzi costringeva quei baroni a riceverne l’infeudazione dalla Chiesa[333], e in pari tempo obligava il Prefetto a confessare che la investitura del suo officio spettava al Pontefice. Così egli distruggeva quanto avea fatto l’Imperatore, allorchè, occupate le terre di Tuscia, aveva indotto quel magistrato a farsi dare da lui l’investitura, e cercato così di tramutare novellamente la Prefettura in un feudo imperiale: ed invero il diritto di porre in carica il Prefetto, che Innocenzo III aveva conquistato alla Chiesa, Federico negava di riconoscere[334]. Da altra parte chiedeva il Pontefice che l’Imperatore rinunciasse assolutamente ai diritti imperiali, e che si facesse ritorno alle basi poste nei trattati di Neuss e di Egra. Se pertanto Innocenzo IV diffidava del suo scaltro avversario, l’Imperatore nutriva pari sospetto di lui: infatti correva fama che il Papa avesse detto agli ambasciatori di Francia, di volere, anche dopo concessa l’assoluzione, prestare il suo aiuto ai Lombardi, se questi non venissero compresi nella pace. Per questo l’Imperatore teneva in mano sua il patrimonio della Chiesa come guarentia; tuttavia nuove proposte ei fece a Innocenzo, e lo invitò a venirgli presso, affinchè, abboccandosi personalmente, potessero intendersi in modo definitivo. Il Papa gli diè ascolto, tanto per parere; ma, perseverando in un astuto disegno che da lunghissimo tempo coltivava in mente, nominò ai 28 Maggio dieci nuovi Cardinali per dar maggior nerbo al sacro Collegio; indi ai 7 di Giugno andossene a Civita Castellana che era terra fortemente munita. L’Imperatore gli chiese che venisse a Narni, poichè egli stesso trovavasi accampato a Terni; però il Pontefice se ne schermì, pur mostrandosi pronto a trattative; e frattanto mandò in gran secretezza un frate francescano con lettere pressantissime a Filippo Vicedomini podestà di Genova. Egli poi rimase diciannove giorni a Civita Castellana[335]; e mentre qui si scambiavano ambasciate fra lui e l’Imperatore, un naviglio genovese, accompagnato da tre Fieschi cugini del Pontefice, faceva vela per il mare Tusco, e ai 27 di Giugno gittava l’ancora innanzi a Civitavecchia. A Sutri, dov’ei s’era recato quell’istesso giorno, Innocenzo ebbe in pari tempo novella dell’entrata delle navi, e dell’avvicinarsi di trecento cavalieri che venivano per impadronirsi di lui: così almeno s’era sparso il grido. Lo sbigottimento suo fu grande, e nella notte dei 28 Giugno decise di fuggire. Innocenzo IV si rifece conte Sinibaldo, vestì l’armatura, montò a cavallo, e seguito da famigli, da amici (fra quali fu Nicolò de Curbio suo biografo) e da nipoti parecchi (fra cui il cardinale Guglielmo Fieschi), galoppò in mezzo alle ombre della notte e fuori dei sentieri battuti per le campagne di Tuscia; e tanto corse che sul mattino toccò Civitavecchia e giunse alla flotta genovese. Il giorno dopo capitarono a quel porto altri cinque Cardinali, che non avevano potuto con eguale celerità tener dietro al loro più spigliato signore[336]. Sette altri travestiti fuggirono a Genova per la via di terra; e tre Innocenzo ne lasciò: il cardinale Stefano di santa Maria, che nominò a suo vicario in Roma; Rainero che era legato in Tuscia, a Spoleto e nelle Marche; Riccardo di sant’Angelo, che avea officio di rettore della Campagna e della Maritima. Nel giorno in cui ricorreva la festa del principe degli Apostoli, ai 29 di Giugno, le navi si staccarono dal molo di Civitavecchia e presero il largo. Erano in trepidanza perchè minacciava burrasca, e perchè si sapeva che l’ammiraglio imperiale, Ansaldo da Mare, incrociava in quei mari: l’avvenimento dei 3 Maggio si sarebbe ripetuto in più grandiose dimensioni, se il caso avesse spinto la flotta genovese incontro all’altra. Costretti a cercar riparo dall’uragano nella selvaggia isola di Capraia che è vicino Corsica, i Pontificî sbarcarono addì 4 di Luglio a Porto Venere, per necessità di dar un po’ di riposo ad Innocenzo affranto di fatica: indi le galere della Republica tutte pavesate di bandiere e ornate magnificamente di tappeti porporini, giunsero felicemente ai 7 di Luglio nel loro porto. Il popolo di Genova accolse a suon di campane e di trombe e fra cori solenni il suo concittadino Fieschi, papa fuggito dai lacci del grande nemico: e i Cardinali ebbri di gioia, sbarcando a terra cantarono il versetto del Salmista: «Fuggì l’anima nostra come un uccello dalle reti dell’uccellatore; rotta è la rete e noi siam liberi»[337]. § 2. Innocenzo raduna un Concilio a Lione (1245). — L’Imperatore è deposto. — Conseguenze di questa sentenza. — Federico esorta i Principi d’Europa ad unirsi con lui. — Manifesto del Papa. — Opinione publica in Europa. — Che cosa volesse l’Imperatore. — Innocenzo IV giura guerra a morte contro la stirpe degli Hohenstaufen. La fuga del Pontefice fu un colpo maestro, onde nel grande dramma che si agitava tutto volse a favore di lui. Mercè di quella Federico parve essere un persecutore, Innocenzo un martire; e nel tempo stesso l’audacia fortunata del Papa gli die’ sembianza di uomo energico. Quella fuga fece profonda impressione pel mondo, e recò alla dignità di Federico un colpo grave, più che non sarebbe stato se avesse perduto qualche grande battaglia. Sgomentato, l’Imperatore mandò a Genova il Conte di Tolosa per invitare il fuggitivo a tornare e a far la pace; fe’ noti al mondo in un lungo manifesto gli avvenimenti, svelò i negoziati che aveva tenuto col Pontefice fino al momento della sua partenza[338], e ancora una volta si vide tratto a nuova guerra colla Chiesa, e in istato peggio che prima. Nel luogo di Gregorio IX era subentrato Innocenzo IV; invece di un nemico accalorato, ma di animo aperto ed onesto, Federico aveva contro di sè adesso un avversario disonesto ed astuto. Innocenzo IV dimorò tre lunghi mesi nel convento di sant’Andrea vicino Genova per rifare le sue forze stremate; indi pel Moncenisio andò in Francia a cercarvi, come i suoi predecessori, un asilo: e dopo lunghe traversie giunse a Lione soltanto nel giorno 2 di Dicembre. Quella città ricca e possente stava per fermo sotto l’autorità dell’Impero, ma era libera e indipendente, e gli offriva sufficiente sicurezza. La fortuna di dar albergo alla Curia romana, era certamente cosa di gran costo e di pericolo; laonde Innocenzo, che avrebbe bramato di ottenere accoglimento negli Stati di qualche Re potente, fu avvisato politamente da Inghilterra, da Aragona e benanco da Francia che li dispensasse da quell’onore; pertanto egli restò a Lione. Ai 3 di Gennaio del 1245 convocò un Concilio, e innanzi ad esso citò l’Imperatore, ma preterendo le forme legali. Nel Giugno si radunarono a Lione centoquaranta prelati, e non più: francesi la maggior parte; molti di Spagna di già oscurata dal fanatismo, come confessarono gli stessi accusatori di Federico; di Germania quasi nessuno. Mal potè questo Sinodo romanesco appellarsi ecumenico. Aperto ai 28 di Giugno, Taddeo di Suessa, celebrato giureconsulto e deputato di Federico, con molta dignità e con eloquenza efficace, difese il signor suo, e chiese una proroga, che gli venne accordata, ma troppo breve. L’Imperatore, il quale allora trovavasi a Torino, sdegnò di comparire in persona, e mandò nuovi messaggi di cui i preti non attendevano la venuta. Addì 17 di Luglio fu pronunciata ancora una volta la scomunica contro di Federico, e formalmente si dichiarò che il grande Imperatore era deposto. Questa sentenza fu a precipizio letta dal Papa all’assemblea colta di sorpresa; ed all’inquisizione mancò massimamente (checchè possa dirsene in contrario) forma legale di citazione, prova accertata di testimonî e sufficiente difesa. L’avvocato dell’Imperatore, che già s’era appellato al Pontefice futuro e ad un futuro Concilio ecumenico dei re, dei principi e dei prelati, si picchiò il petto disperatamente quando udì quel malaugurato giudizio; depose la sua protesta e se ne andò[339]. Il decreto del Concilio di Lione è uno dei più fatali avvenimenti che la storia universale registri: la sua influenza mortifera demolì l’antico Impero germanico; ma in pari tempo la Chiesa n’ebbe bruciata la mano del suo proprio folgore. La deposizione dell’Imperatore traeva adesso con sè la conseguenza che gli si levasse contro un Antirè, senza che Federico II potesse pur pensare di combattere il Papato con le eguali armi di uno scisma, sì come un tempo avevano fatto Enrico IV e i suoi successori. Non era più il caso di cacciare un Papa ecclesiastico per via di uno imperiale; meglio valeva piuttosto reprimere nel Pontefice quella potenza spirituale che, cresciuta a dismisura, aveva distrutto l’equilibrio delle podestà; meglio valeva affrancare l’autorità temporale dal despotismo del sacerdozio. Federico II invocò tutti i Principi di Europa in suo aiuto, e nel suo manifesto di memorabile ricordanza parlò ad essi così: «Gli antichi chiamarono fortunati coloro, cui il male altrui serve di ammonimento salutare. Chi viene prima per tempo apparecchia le sorti di chi verrà più tardi; e come il sigillo imprime la sua cifra sulla cera, così l’esempio stampa la sua orma nella vita morale degli uomini. Avessero altri Principi, offesi nel loro diritto, lasciato a me un esempio tanto prezioso quale è quello che io offro a voi, o Re cristiani! Coloro che oggidì appellansi preti opprimono i figli di quei padri che li cibarono colle loro elemosine: figli dei sudditi nostri, dimenticano che cosa fossero i loro padri, e non onorano Imperatore nè Re tosto che son giunti all’apostolica dignità. La boria di Innocenzo vel provi. Dopo di aver congregato un concilio ecumenico (com’ei lo chiama), senza citarmi, senza provar colpe a carico mio, si arrogò di dichiararmi deposto; e con questo oltraggiò gravemente i Re tutti. Or che non potete aspettarvi voi, Re, uno per uno, dalla audacia di questo Principe sacerdote, se egli, che nessuna potestà di giudice possede su di me nelle cose temporali, pur osa depormi; me, che per solenne elezione de’ Principi, e per adesione di tutta la Chiesa (ed allora era ancor giusta e buona), fui coronato del diadema imperiale? Ma non son io il primo, nè sarò l’ultimo che l’abuso della podestà sacerdotale cerchi balzar dal trono. E voi siete partecipi della colpa, poichè obbedite a quel finto santo la cui sete di signoria è tale che non basterebbe tutta l’acqua del Giordano a smorzarla. Se la vostra credula ingenuità non fosse accalappiata dalla ipocrisia di quegli scribi e di quei farisei, conoscereste e abborrireste i vizî della Curia, osceni sì che il pudore vieta parlarne. Sapete bene come coloro spremano grandi entrate da molti reami; quest’è, quest’è l’origine della loro insana tracotanza. Da voi, Cristiani, vengono questuando perchè poi in mezzo ad essi facciano crapula gli eretici; e voi atterrate le case dei vostri amici per edificare città ai nemici. Però non crediate che la sentenza del Papa possa piegare l’animo mio. Ho la coscienza monda; Dio è con me. Lui invoco a testimonio: fu sempre disegno mio di ricondurre i preti di ogni ceto, massime i maggiori, alla vita apostolica, all’umiltà del Signore, all’ordinamento della pura Chiesa primitiva. Imperocchè allora solessero i sacerdoti sollevare lo sguardo agli angeli, splendere per virtù di miracoli, resuscitare i morti, e superare Principi e Re colla santità della vita, non con violenza d’arme. Invece, questi preti servitori del mondo, briachi di vizî mondani, disprezzano Dio, giacchè la loro religione ha fatto naufragio nel mare della ricchezza. A cotal gente torre questi beni nocevoli, questa soma di lor dannazione, è senza dubbio opera di carità; ed a farlo Noi e tutti i Principi dobbiamo fervidamente por mano, affinchè il clero si spogli di tutto il superfluo, e, contento di beni modesti, torni a dedicare la vita al servizio del Signore»[340]. Alle gravi accuse dell’Imperatore rispose il Papa traendo fuori le più esagerate teorie, per dimostrare che aveva autorità di giudicare Imperatori e Re. Nerbo infatti del disegno del Pontefice si era di elevare per sempre a diritto incontestabile la dottrina della Chiesa, già provata praticamente per avvenimenti anteriori, che il Papa avesse ricevuto da Cristo podestà di giudicare i Re. Pertanto Innocenzo IV affermava che il Papa era legato generale di Cristo; che questi gli aveva dato facoltà piena di giudice sulle terre; che Costantino umilmente aveva abdicato a favore della Chiesa la illegittima tirannia dell’Impero; che dalla Chiesa quell’antico l’aveva riavuta in feudo, ricavandone allora soltanto titolo di legittima autorità: dichiarava alla Chiesa spettare le due spade; ella essere che consegnava all’Imperatore, quando lo coronava, la spada temporale affinchè l’adoperasse in servizio suo; e diceva che, giusta la tradizione antica, si era l’Imperatore il quale prestava giuramento di vassallaggio al Papa, come a signor suo feudale e supremo, dal quale riceveva titolo e corona. L’Imperatore, soggiungeva Innocenzo, sprezza la Chiesa perchè della virtù dei miracoli non isplende più tanto spesso come ne’ suoi tempi primitivi; perchè, conformemente alla profezia di Davide, il suo seme diventò potente in terra, ed i preti sono sfolgoranti di onori e di dovizia. Anche noi, proseguiva, preferiamo la povertà in ispirito, che nella sovrabbondanza della richezza difficilmente si custodisce; però protestiamo non l’uso, ma l’abuso delle dovizie esser cosa peccaminosa[341]. Questa lettera è il documento più importante del concetto che nel medio evo s’avevano foggiato i preti intorno all’officio pontificio. In siffatto modo Innocenzo IV spezzava svelatamente la bilancia dell’autorità spirituale e di quella temporale, e con aperta usurpazione riuniva sotto la signoria della santa Sede le due podestà: nè contro queste dottrine smodate e micidiali di tutte le libertà i Re d’Europa avrebbero dovuto più tardi pugnare per secoli, se allora avessero fatto causa comune con Federico[342]. In Occidente, a quel tempo, la vita morale si divideva fra monachismo e cavalleria, fra arbitrio feudale da un lato e servitù di vassalli dall’altro, fra cieco fanatismo da una parte ed eresia e libero pensiero dall’altra, fra laboriosa attività di cittadini e meditazioni silenziose di scienziati: la vita si scindeva in varietà innumerevoli di diritti e di franchigie che formavano tanti Stati dentro dello Stato, oppure si angustiava entro a ceppi e sbarre di caste: la monarchia unificatrice e creatrice degli Stati nazionali trovavasi ancora nei suoi inizî primi. In mezzo alla confusione infinita di intenti partigiani combattenti gli uni contro gli altri, di impulsi nazionali, di individualità cittadine e di signorie feudali, non v’era che la Chiesa la quale formasse un solido sistema, fornito di membra molte, ma infinitamente semplice, colla sua gerarchia uniforme e comprensiva di tutti i popoli cristiani, col suo dogma e col suo giure canonico, con Roma a centro, e col Pontefice capo suo universalmente riverito. La Chiesa, signora delle anime, aveva preso il luogo dell’Impero. Re e paesi erano diventati tributarî del Papa; il suo tribunale di giudice e la sua collettoria di imposte s’erigevano in tutte le province; tutti i Vescovi rendevano omaggio al suo primato. A quegli stessi Principi, cui Federico II s’appellava contro le aggressioni che il sacerdozio moveva avverso la podestà civile, faceva invocazione il Papa; e gli esortava a porsi sotto la bandiera della Chiesa, la quale (così ei diceva) difendeva Re e nazioni dagli intendimenti tirannici dell’Hohenstaufen: e il mondo si acquetava dell’abuso dell’autorità pontificia, poichè rifletteva che in essa v’era almeno un tribunale delle responsabilità, che giudicava anche degli Imperatori e dei Re[343]. Il mondo consentiva che il Papa avesse questa podestà di giudice; soltanto si univa alle querimonie di Federico contro l’avarizia del clero, che minava la sua agiatezza. Nè questi lamenti erano nuovi. Tutti i contemporanei, vescovi, principi, storici, poeti, ne son pieni[344]. La Curia aveva necessità di denaro per provvedere a’ suoi bisogni cresciuti; il Papa ne abbisognava per sostenere le sue guerre, e pertanto i paesi cristiani erano alla lettera crivellati di decime ecclesiastiche. Gli Inglesi si sarebbero ribellati contro il Papa, se avessero avuto un appoggio nel loro debole Re[345]; e ancor più favorevole eco il grido di Federico trovava in Francia, dove molti baroni conchiudevano un’alleanza formale per difendersi dalle aggressioni del clero contro i diritti temporali. I maggiori ottimati, fra’ quali furono il Duca di Borgogna e il Conte di Bretagna, protestarono negli articoli della loro lega che il reame di Francia «non s’era composto per diritto scritto, nè per usurpazione del clero, ma per virtù belligera; che essi, nobili del paese, riprendevano la giurisdizione ch’era stata loro strappata di mano, onde il sacerdozio, arricchitosi con avarizia, avrebbe dovuto ritornare alla povertà della Chiesa primitiva»[346]. Per conseguenza la voce di Federico trovava ascolto in Europa; la società laicale, si scaldava all’amore dell’independenza e si sollevava contro le prepotenze del clero deviato dalla vita evangelica. Ma furono moti che rimasero isolati e senza unità. Conveniva rovesciare il Pontefice dal supremo officio di giudice ch’ei s’era arrogato sopra il potere dei Principi; conveniva ricondurre la Chiesa alle sue origini e torle ogni ingerenza politica, secolarizzandone i beni: quest’era la riforma che il grande Imperatore chiedeva, ma che non potè far trionfare perchè non fu considerata da meglio che una opinione individuale. Nè egli trascendette oltre quelle dottrine che, ormai all’età di Arnaldo da Brescia o durante la controversia delle investiture, erano state più dibattute e più acutamente dimostrate, di quello che al suo tempo sia avvenuto. Federico II, fino a che visse, combattè il Papato quale Innocenzo III protettor suo lo aveva nuovamente fondato; però in tutti i suoi attacchi battè sempre in breccia la smoderata podestà politica, neppure una volta prese di mira l’autorità ecclesiastica del Pontificato[347]. Nessun Imperatore de’ Carolingi o dei Sassoni o de’ Franchi avrebbe accordato tanta larghezza al Papa, quanta Federico II era stato costretto di concedere, dappoichè il mondo aveva fatto buona accoglienza ai principî di Gregorio VII, ed egli stesso aveva lasciato cadere il Concordato di Calisto II sulle investiture, e, plaudendo alla deposizione di Ottone IV, se n’era servito per farsene predella al trono. I fatti parlavano contro di lui e toglievano forze alla sua dottrina, mercè cui i Pontefici non dovevano possedere autorità di giudici sopra i Re. Nella sua lotta contro il Papato restò pertanto solo e debole, perchè la sostenne in nome di un concetto astratto e perciò mal pratico, in nome dell’Impero ossia dell’autorità temporale, non di uno Stato propriamente tale, e di una nazione che fosse stata offesa nei suoi diritti. Non v’erano vantaggi che associassero la causa dei Re con quella dell’Imperatore; i Re badavano ai loro interessi speciali, e, come i Vescovi, avevano ancor paura di essere scomunicati e deposti. Non ancora avevano aperto gli occhi sulle funeste conseguenze delle dottrine pontificie; e invano l’Imperatore, che aveva vista acuta, gridava ad essi che la causa sua contro il Papa era anche la loro. O non lo capivano o non l’ascoltavano. Il Papa aveva l’inestimabile vantaggio che allora sul trono di Francia sedesse un Re religiosissimo, quantunque d’animo risoluto anche di fronte alla Chiesa, e che su quello d’Inghilterra sedesse un Principe d’animo imbelle. Enrico III, fedifrago alla _Magna Charta_, aveva bisogno del Papa contro a’ suoi baroni, nè ajutava il cognato suo contro quella medesima gerarchia romana che del suo regno aveva fatto un feudo ecclesiastico: quanto poi a Luigi di Francia, cui Federico in ispecialità aveva conferito autorità di arbitro, ei si lasciò bensì indurre a qualche futile officio di mediazione, ma non volle avviluppare la sua Francia fiorente a monarchia nelle faccende dell’Impero ridotto fantasima. Alemagna, stanca delle guerre d’Italia, che non voleva riguardar più come guerre dell’Impero, sulle prime tenne coraggiosamente testa contro gli artificî romani, indi si divise in partiti; levò degli Antirè, e cominciò a lasciar solo il grande Imperatore, intanto che egli senza più speranza di salvezza s’impigliava nei labirinti delle cose d’Italia, e consumava le qualità egregie del suo animo in un paese che era troppo angusto per il suo genio. A favore di lui si alzava soltanto la voce di eretici evangelici, ma a quel tempo ell’era ancor priva di valore[348]. Come la Chiesa, dopo la sentenza pronunciata a Lione, passò dallo stato di oppressa a quello di veementissima assalitrice, ogni conciliazione fu resa impossibile. Il Pontefice medesimo aveva deciso la guerra a vita e a morte; e protestava fermamente che mai non avrebbe conchiuso pace con Federico, nè tollerato che sul trono durassero egli e i figli suoi, «famiglia di vipere»[349]. Innocenzo IV deliberò di compiere ad ogni costo quello che già Innocenzo III prima di lui avrebbe voluto: detronare per sempre gli Hohenstaufen, e sollevare un Imperatore, creatura pontificia, che rinunciasse per sempre allo Stato ecclesiastico e all’Italia. Innocenzo IV combattè la sua guerra con tutti quei modi più riprovevoli che suole adoperare l’egoismo dei Principi temporali: seduzione alle diserzioni, subornazione per denaro ai tradimenti più vigliacchi, arti e raggiri di legati e di agenti che cercando un Antirè trascinano Principi e Vescovi a ribellione, e tentano di traviare perfino Corrado figliuolo dell’Imperatore[350]. Sciami di frati mendicanti accendevano gli animi di fanatismo; e i popoli miravano in pace il loro ben di Dio affluire agli scrigni di Roma, le indulgenze della santa Crociata dispensarsi a coloro che fellonescamente alzassero le armi contro il loro signore, il voto della Crociata convertirsi nell’obligo di combattere contro l’Imperatore. Già Gregorio IX lo aveva infamato publicamente accusandolo di eresia; e la taccia che ei fosse nemico della fede cristiana era un’arma potente nelle mani dei preti. Il suo codazzo di Saraceni, le sue relazioni amichevoli coi Sultani dell’Asia, il suo grande ingegno davano all’odio opportunità di accuse velenosissime. In tutti i paesi si andò predicando la croce contro l’Imperatore, come contro un pagano; e un principe tedesco, Enrico Raspe conte di Turingia, che nella primavera dell’anno 1246 si levò da antirè, non arrossì di esortare i Milanesi a muover guerra contro Federico, «nemico del Crocifisso»[351]. Ben capì l’Imperatore che nella sua lotta contro le violenze del Papato non gli sarebbe toccata sorte diversa da quella dei suoi predecessori nell’Impero: perciò volle riconciliarsi colla Chiesa anche a condizioni umiliantissime che offerse per ottenere l’assoluzione. Ma indarno ei depose la sua professione di fede cattolica nelle mani di alcuni Vescovi; invano questi la portarono stesa in iscritto al Papa; il Papa la rigettò. Innocenzo IV voleva la ruina di Federico e della sua famiglia; laonde fu lui che costrinse l’Imperatore a proseguire la guerra[352]. § 3. Alcuni baroni di Sicilia congiurano contro l’Imperatore: la cospirazione è repressa. — Fortuna guerresca di Federico. — Ei s’impadronisce di Viterbo e di Firenze. — Condizioni di Roma. — Il Senatore scrive al Papa ammonendolo di ritornare. — Il Papa dà Taranto in feudo ai Frangipani. — L’Imperatore vuol muovere contro Lione. — Deserzione di Parma; sventura dell’Imperatore. — Enzo è fatto prigioniero dai Bolognesi. — Fine di Pier delle Vigne. — Federico II muore (1250). — La persona di lui nella storia. Il teatro di questa guerra di distruzione continuò ad essere essenzialmente Italia, dove l’Imperatore fu costretto a sostenere la lotta soltanto con forze italiane. Alla testa dei Ghibellini stavano il terribile Ezzelino, tiranno efferatissimo, il conte Manfredo Lancia e Oberto Palavicini, nel tempo stesso che vicarî in Tuscia e nella Maritima erano Enzo re, luogotenente dell’Imperatore, e l’altro suo figlio bastardo Federico di Antiochia. Frattanto il Papa scriveva in ogni parte lettere esortando i paesi a ribellarsi; e ne trovava la via in Sicilia, e perfino alla corte imperiale. Sperava infatti Innocenzo IV di indurre alcuni di quei baroni venali a congiurare, di torre così all’Imperatore il fondamento della sua potenza in Italia, e di impadronirsi del retaggio degli Hohenstaufen. In Sicilia v’era buon numero di malcontenti. Il clero posto da Federico a tributo, frenato dalle leggi dello Stato, duramente perseguitato; la nobiltà feudale tenuta sotto un morso di ferro, privata dei privilegî dell’alta giurisdizione; la cittadinanza dissanguata dal fisco, erano altrettanti elementi fecondi di rivoluzione; e i vagabondi frati mendicanti e gli agenti del Papa gareggiavano di zelo per accendervene la fiamma. Però la podestà monarcale fondata da Federico nel suo reame, si mostrava alla prova forte abbastanza: al popolo ed alle città erano state bensì tolte le franchigie comunali, ma della perdita erano stati compensati mercè di parecchie leggi sapienti, che, massime, li proteggevano dai baroni; laonde non si rivoltarono contro il loro signore, e la cospirazione rimase ristretta alla nobiltà. Teobaldo Francesco, fin allora podestà di Parma, Pandolfo Fasanella, fino a quel momento capitano dell’Imperatore in Tuscia, i signori di Sanseverino, di Morra e di Cicala, d’intesa coi legati pontificî, ordirono un astutissimo piano di congiura, nel quale neppur si risparmiava la vita dell’Imperatore. Ma questi scoperse il complotto, quando, nel Marzo dell’anno 1246, trovavasi accampato a Grosseto. Pandolfo ed altri congiurati fuggirono e trovarono passeggiera accoglienza in Roma, perlochè Federico ne scrisse una lettera veementissima ai Senatori ed al popolo[353]. Il Pontefice stesso approvava e incoraggiava fervidamente la cospirazione, e, adescandoli colla speranza di ricuperare i privilegî perduti, esortava con linguaggio da demagogo i Siciliani a sollevarsi contro il «nuovo Nerone», a spezzare le loro catene di schiavi, a riconquistarsi i beni perduti della libertà e della pace. E oggidì ancora possiam leggere le lettere invereconde che egli scriveva a quei traditori, chiamandoli «illustri figliuoli della Chiesa, che Dio irradiava collo splendore della sua faccia»[354]. L’Imperatore inseguì davvicino i ribelli fuggiti nelle Puglie; con terribile ira gli schiacciò nelle loro castella di Scala e di Capaccio; indi tornossene al settentrione per muovere, com’era intenzione sua, a Lione, e snidare di là il nemico. Pareva che la fortuna gli arridesse propizia. In Toscana e nell’Umbria i suoi capitani avevano trionfato; Marino di Eboli aveva vinto il cardinale Rainero Capocci e la lega guelfa dei Perugini e di quei di Assisi; Camerino tornava sotto il dominio imperiale; Pisa e Siena combattevano per Federico contro le città guelfe[355]. Già nell’anno 1245, nelle terre romane, Corneto era stata domata colla prigionia e col supplizio di molti cittadini, e adesso anche Viterbo era per fame costretta ad abbandonare il Papa, e ad arrendersi (nel 1247) a Federico di Antiochia: e questo istesso figliuolo dell’Imperatore entrava benanco a Firenze donde cacciavansi i Guelfi, e dove a lui era data la signoria della città. Così Federico II diventò padrone di tutta Toscana. La città di Roma era abbandonata a sè medesima. Durante l’assenza del Papa i Cronisti tacciono delle condizioni sue, ed incerti sono financo i nomi dei Senatori allora governanti[356]. Che ivi il partito guelfo fosse pur sempre il dominatore lo dimostra la lettera di un Senatore, il quale invitava il Papa assente a tornarsene di Lione, e facevalo con tanta insistenza quanta cent’anni più tardi ne misero in eguale intento i Romani allorchè i loro Pontefici dimoravano in Avignone. In quella scrittura Roma, signora del mondo, è dipinta come se fosse un corpo privo di capo, poichè mancava del suo pastore; è paragonata a donna vedova e mesta; e si rammenta al Pontefice la leggenda di Pietro fuggente di Roma, allorchè, incontrato per via il Redentore, e chiestogli: _Domine, quo vadis?_, ne aveva avuto in risposta: «Vado a Roma per esservi nuovamente crocifisso»; onde l’Apostolo vergognatosi se ne era anch’egli tornato[357]. La lunga assenza di Innocenzo IV cominciava a crucciare i Romani del sospetto che il loro Pontefice volesse per sempre piantare in Francia il suo trono, e che poi Roma, «pupilla del mondo, tribunale della giustizia, sede di santità, trono di gloria», potesse essere orbata dell’onoranza sua, ovvero, a dir più esatto, dell’unica sua fonte di agiatezza. Pare quasi che la lettera dell’ignoto Senatore abbia un presagio di ciò che sarebbe stato Avignone; ma Innocenzo IV non poteva assecondare l’invito de’ Romani (e sì che a lui tornava gradito), perciocchè il suo ritorno avrebbe reso vani il disegno e l’opera della sua fuga. Ei cercò invece di rafforzare in Roma il suo partito, traendo dalla sua seguaci dell’Imperatore. E presto alla sua fede guadagnò i Frangipani, che fino allora erano stati capi dei Ghibellini, avvegnaddio confermasse i loro diritti sul principato di Taranto, che un tempo Costanza imperatrice aveva concesso ad Ottone Fragipane, ma che Federico II aveva poi dato a Manfredi suo proprio figlio. Innocenzo, in nome della Chiesa, ne infeudò Enrico Frangipane conte palatino lateranense, e in pari tempo lo investì delle entrate del giudicato di Arborea in Sardegna. Così quella famiglia romana disertò la causa degli Hohenstaufen, e diventò l’aperta nemica degli eredi di Federico II[358]. Del rimanente, l’Imperatore non molestò più Roma, poichè là dentro non v’era più l’oggetto dell’odio suo. Ei volle mostrare a’ Romani che faceva guerra al Papa e non alla loro Republica, laonde contro di Roma non mosse più ostilità[359]. Ridivenuto potente in Italia, Federico volle fare un’impresa contro Lione, passando per Savoia, onde in faccia del suo nemico persuadere il mondo che il buon diritto per sè stava. Se alla testa di milizie vittoriose ei fosse fin là penetrato veramente, se avesse di nuovo raccolto Germania sotto la sua bandiera (Enrico Raspe antirè vinto da Corrado v’era morto di sue ferite ai 17 Febbraio del 1247), allora sì che la lotta avrebbe acquistato forme nuove e maggiori. Ma, per disgrazia dell’Imperatore, una città fin adesso fedele gli si ribellò alle spalle, lo costrinse a far ritorno, e lo allontanò di Germania, che avrebbe dovuto essere il piedistallo naturale di sua potenza. Resistenza indomita opponevano le città; ognuna di esse era una fortezza cinta di mura; ognuna era uno Stato autonomo composto di vigorosi cittadini. L’indole formidabile, che è propria delle guerre di città, franse le forze di Federico; se alcune cedevano, altre città insorgevano, e financo era malsecura la fedeltà di Comuni amici, poichè talvolta avveniva che, repente come un uragano, si sollevasse la fazione ostile e piantasse la sua bandiera sulle porte della città fino a quel momento cheta e tranquilla. Pertanto la guerra dell’Imperatore contro cotali cittadinanze incostanti, audaci ed eroiche, era opera affannosa come quella di Sisifo, cui sempre conveniva rifarsi da capo: triste monotonia di marce e contromarce eterne, di eterni assedî, di devastazioni di campagne e di crudeltà d’ogni maniera. Noi, uomini di questi nostri tempi, possiamo a mala pena comprendere come mai Principi di gran genio avessero tanta pazienza, e popoli industri avessero tanto patrimonio da sopportare quel perpetuo stato di cose. Ai 16 di Giugno del 1247, con un colpo maestro, Parma cadde in mano di quelli che n’erano stati esiliati, segnatamente dei Rossi, cugini di papa Innocenzo. L’Imperatore, che era giunto a Torino, tornò tosto addietro, e mosse contro quella città, di cui incominciò l’assedio ai 2 di Agosto. La guerra si addensò intorno a Parma, perciocchè ivi dentro, con molto popolo di città guelfe e di Principi, si fosse gettato Gregorio di Montelongo, parente di Innocenzo III, legato del Pontefice, e prete valente in guerra come in arti diplomatiche. Pare che il destino annebbiasse la mente dell’Imperatore, poichè lo tenne inchiodato a lungo assedio di quella sola città, intorno a cui perdette tempo, forza ed efficacia di maggiori imprese. Gli è certo del rimanente che la conquista di Parma, dove si raccoglieva il nerbo maggiore dei suoi nemici sotto ai più illustri capi, sarebbe stata per lui una vittoria decisiva in Italia. Federico passò l’autunno e l’inverno nelle trincee innanzi a Parma, dimorando nella città che, speranzoso di trionfare, aveva costruita nel suo campo ed appellata per lo appunto Vittoria. Le loro tremende sofferenze misero finalmente gli assediati al colmo della disperazione, laonde, mentre Federico era assente sollazzandosi alla caccia, fecero una sortita: addì 18 Febbraio 1248, Vittoria fu incendiata; migliaia di cadaveri copersero il campo; e vi perì anche Taddeo di Suessa pro’ guerriero e grande uomo di Stato, già avvocato eloquente del suo signore a Lione, ed ora morto gloriosamente da buon soldato, in questo più avventurato di Pier delle Vigne. A migliaia furono quelli che caddero prigionieri dei Parmensi; immenso il bottino raccolto nel campo; in mano del nemico venne fin la corona imperiale, ed un uomo della plebe, una specie di folletto, la portò in città fra le grida di giubilo del popolo. Tale è la sorte di tutte le grandezze umane! chè, alla lunga, anche il pazzo può vestirsi della loro porpora! Per le città guelfe la giornata di Parma fu una seconda Legnano: la magnificarono con versi e con canti: la stella di Federico tramontò[360]. Fuggitivo capitò egli a Cremona, vi raccozzò le reliquie del suo esercito disperso, e sitibondo di vendetta tornò nel Parmense, ma le città guelfe gli tennero testa. Sventura si accumulava sopra sventura: il bello Enzo, fior di cavaliere, fra tutti i suoi figliuoli il più diletto a Federico, cadeva nel dì 26 Maggio 1249, vicino Fossalta, in mano dei Bolognesi. I vincitori lietamente trassero quella preziosa preda nelle mura della loro città fortunata, e alle istanze e alle minacce dell’Imperatore risposero con eroica audacia, il cui linguaggio orgoglioso è esempio vivissimo del forte animo dei Republicani di quell’età. Ed Enzo seppellì la sua giovinezza e il suo regno in un carcere che durò vent’anni, e nel quale morì[361]. Il migliore dei figliuoli di Federico era prigioniero, il più fido dei suoi consiglieri ucciso; alla fine l’Imperatore perdeva anche il suo ministro, uomo di gran genio, sia che veramente fosse colpevole, sia che cadesse vittima del sospetto che morde sempre il cuor degli uomini, quando la fortuna gli abbandona e sta per crollarne la signoria. La fine di Pier delle Vigne, del celebre cittadino di Capua, che col valore del suo intelletto si era sollevato dal nulla fino a diventare il primo statista del suo tempo, gitta un’ombra oscura sulla vita del grande Imperatore, parimenti come la morte di Boezio fu il punto nero nella vita del gran Teodorico. Entrambi quei due Re germanici si rassomigliarono, sulle ultime ore della loro vita, nel destino e nella disgrazia, all’istesso modo che pienamente si somigliò la rapida e tragica fine delle loro famiglie. La storia non ha spiegato di che colpa Pietro sia stato accusato, nè di che morte o in qual tempo preciso sia caduto: certo è che Dante, un mezzo secolo dopo, a lui dedicò un monumento espiatorio ne’ suoi versi immortali[362]. Nel Maggio del 1249 l’Imperatore tornò nelle Puglie, nè più abbandonò l’Italia meridionale. Condizioni di cose, di cui non potè rompere il circolo fatale che lo recingeva, lo tennero incatenato per sua sciagura al paese entro cui non era più possibile che la grande lotta si decidesse. Seppur si possa affermare che Federico II non era stato vinto, che fino alla estrema ora tenne alta la sua possanza non solo nel reame, ma eziandio nella massima parte d’Italia, conviene peraltro confessare che egli aveva perduto il suo ascendente sulle grandi attenenze del mondo, e che in Italia era rimasto solo e abbandonato. Avrebbe potuto vincere la Chiesa romana, soltanto allora ch’ei fosse ricomparso in Alemagna, che avesse trascinato dietro a sè in guerra la nazione tedesca, che avesse potuto conchiudere in Inghilterra ed in Francia un’alleanza con tutti gli elementi ostili al Papato. E, invece, giunto al termine di sua vita operosa e splendida del suo genio, Federico II morì dopo breve infermità, nel giorno 17 Dicembre dell’anno 1250, a Ferentino, vicino Luceria[363]. Se sia vero quello che narrano alcuni Cronisti antichi, il magnifico Imperatore, il grande nemico dei Pontefici sarebbe morto con rassegnazione filosofica, compreso del nulla di tutte le pompe mondane, sperando cristianamente nella vita eterna: coperto della tonaca dei Cisterciensi, avrebbe ricevuto l’assoluzione delle sue peccata da Berardo arcivescovo di Palermo, amico suo fedele. E noi vi crediamo, poichè tutto questo è conforme all’indole dell’uomo. Ottone IV morì circondato di monaci, che a sua istanza e supplicazione lo avevano flagellato a sangue con colpi di disciplina; presso al capezzale di Napoleone morente si sedette un meschino prete che gli aveva amministrato il viatico[364]. L’eroe del suo secolo, il cui genio empiè il mondo di ammirazione, dopo di avere lottato a lungo per liberarlo dal giogo despotico del sacerdozio, morì come la maggior parte dei grandi uomini del suo tempo, incompreso, abbandonato, in tragica solitudine. L’erede delle sue corone erane lontano, in Germania, combattente contro l’usurpatore Guglielmo d’Olanda; intorno al letto dell’Imperatore non assistettero che il suo bastardo Manfredi di cui spirò in braccio, e il fido arcivescovo Berardo. Al castello tenevano guardia i suoi Saraceni; e la bara fu trasportata a Taranto, donde il morto Imperatore fu recato a Messina, indi, sempre per mare, a Palermo. E in quel duomo egli riposa nel suo sarcofago di porfido. Ancora a’ dì nostri, nei giudizî del mondo si trova traccia delle passioni che sollevò la violenta battaglia combattuta da Federico II contro il Papato. Di lui si giudica da una parte con idee guelfe, dall’altra con mente ghibellina, avvegnaddio quei due partiti sotto altre forme durino tuttora, e dureranno fin tanto che continuerà la ragione del loro contrasto. La dipintura più turpe che siasi fatta dell’indole di Federico II è quella che ne diede la fazione ecclesiastica vissuta alla sua età. È facile a comprendersi che un Innocenzo IV non potesse vedere nel suo grande avversario altr’uomo che un anticristo, un efferato tiranno, un Faraone, un Nerone, nemico pessimo della Chiesa: ed invero di questa allora s’era già da lunghissimo tempo falsato il concetto evangelico, e le quante volte di Chiesa parlano scolastici e preti, sotto il suo nome per la più parte deve intendersi la gerarchia o il Papato. Ma quello onde a ragione dobbiamo meravigliarci si è che la sentenza dettata dall’odio sacerdotale in giorni tanto remoti, abbia trovato un eco anche fra gli Storici d’oggidì. Sia però come si voglia: la mente del pensatore si rasserena allorchè volge chetamente il pensiero all’ordine mondiale, i cui contrapposti ostili (qualunque nome partigiano ricevano nel tempo) si vengono alla fine conciliando nell’ambiente delle idee: le quali sono eterne, e non temono fortuna di eventi, e assumono forma tale da diventare forze e strumento della ragione sovrana che plasma il mondo. E per fermo un esempio stupendo ce ne offre la serie lunga di Pontefici, in parte grandi, che dalla fede degli uomini furono investiti di autorità religiosa, e combatterono animosamente per liberare la Chiesa dalla legge politica: e un pari esempio ce ne presenta l’altra serie di Imperatori gloriosi e benemeriti dell’umanità, che da egual fede degli uomini furono investiti di podestà civile, e difesero contro la Chiesa la libertà del mondo. Innocenzo IV raccolse in sè la successione di quei Papi e i risultamenti dei loro sforzi; Federico II in sè raccolse la successione di quegli Imperatori e i risultamenti dell’opera loro. Come concetto ideale, il mondo del medio evo fu un sistema cosmico perfetto, di cui l’accordo, l’unità, e financo il pensiero filosofico ci costringono ad ammirazione, perciocchè a cotal sistema che cessò la gente umana non abbia peranco saputo sostituire una costituzione egualmente armonica. Quel mondo del medio evo somigliava ad una sfera perfetta, ed aveva due poli opposti, Imperatore e Papa. I principî guidatori dell’umanità di quel tempo avevano preso forma corporea in queste due persone mondiali, creazioni storiche eternamente memorande, che non avranno più ripetizione d’esempio. Erano come due demiurgi, due spiriti della luce e della potenza, posti nel mondo ciascuno nella sua cerchia, a spingerla innanzi e a governarla: creazioni entrambe del pensiero civile del Cristianesimo, non ispento mai per quante perturbazioni gli abbiano recato le necessità terrene. L’uno rappresentava l’ordine civile; l’altro l’ordine religioso: e poichè l’uno era rappresentante sovrano della terra, l’altro del cielo, se ne accese quella lotta titanica del medio evo, educatrice dell’umanità, che empiè di sè i secoli, e, spettacolo grandiosissimo di tutti i tempi, ne costituì il vincolo che fra loro gli strinse. Federico II ne fu l’ultimo eroe vero. Con tutti i suoi errori e colle sue virtù fu il più geniale e compiuto uomo del suo secolo, e l’indice vivo della sua cultura[365]. Tuttavolta si volle sollevare Federico II troppo più in alto della sua età, e attribuirgli il disegno che avesse inteso a distruggere la costituzione esistente della Chiesa ed a riunire in sè la podestà regia e quella sacerdotale, come papa-imperatore[366]. Ma una Chiesa senza pontefice usciva affatto dei concetti politici di quel tempo. L’idea dei due lumi del mondo continuava ad essere accettata per simbolo, nè fuvvi Imperatore alcuno che abbia avuto il pensiero di distruggere il Papato, nè alcun Pontefice che abbia meditato di annientare l’Impero. L’uno dell’altro riveriva la autorità suprema; quella ecclesiastica e quell’altra temporale: se combattevano fra sè, gli era soltanto perchè ciascuno dei due voleva allargare la cerchia della sua podestà[367]. Federico, il formidabile nemico dei traviamenti politici del Pontificato, nutriva fede religiosa profondamente cattolica, pari a quella che professò Dante ghibellino. Nè combattè la podestà apostolica del Pontefice, ma ai Principi disse: «Aiutateci da coraggiosi nella guerra contro i preti malvagi, affinchè possiamo fiaccare le corna della loro superbia, e dare migliori duci alla santa Chiesa madre nostra: avvegnaddio il farlo si spetti al nostro officio imperiale, e nostro leale desiderio sia di riformarla ad onore di Dio»[368]. La parola «riforma» suona qui in bocca di Federico; ma, pronunciandola, egli intendeva solamente dire che voleva affrancare la monarchia dalle ingerenze del giure ecclesiastico, separare la podestà temporale da quella religiosa, tenere il clero ristretto all’officio apostolico, secolarizzare la Chiesa secondo le idee di Arnaldo da Brescia abbracciate dai Ghibellini, restaurare finalmente il diritto regio d’investitura, sì come aveva fatto in Sicilia[369]. Un’immensa distanza per fermo separava ancora la gente umana dalle confessioni di Augusta e di Worms; e perchè Alemagna ci arrivasse occorreva un lungo lavorio degli spiriti, e faceva mestieri maturarlo coll’intermezzo della discussione scolastica e degli studî classici. La separazione di Germania dalla Chiesa romana avvenne per via della Riforma, ma questa non iscaturì bella e compiuta in un tempo determinato di limiti: chè anzi il suo processo, come una catena di cause continue, risale fino al Vangelo; e la serie lunga di Imperatori che combatterono le lotte delle investiture e dell’Impero contro la signoria universale di Roma fu soltanto una premessa storica conducente per diritta via alla Riforma tedesca. Sotto questo aspetto pertanto è cosa innegabile che nelle guerre combattute da Federico II contro le intemperanze del Papato si sieno sparsi in Europa molti germi nuovi di riformazione. Federico II, che sopra tutti gli altri rappresentanti dell’antico principio imperiale ebbe idee conservatrici e fu insieme novatore, da una parte percorse la sua età, da un’altra ne disconobbe l’indole. Dovremo forse meravigliarci che egli credesse ancora nell’idea dell’Impero romano, se, tuttavia un secolo dopo di lui, a nobilissimi intelletti italiani quell’idea stessa parve essere continuazione legittima dell’Impero antico, ordinamento universale non mai interrotto, concetto d’ogni coltura umana? Ed invero questo fu l’errore (errore di genio) di Dante e del Petrarca. Fu una tradizione sublime che si mantenne viva attraverso il corso dei secoli; fu una concezione teocratica dell’organamento del mondo e dell’unità della gente umana, onde i Germani, sfasciato che fu l’Impero romano, avevano espresso il bisogno di una forma giuridica in cui si raccogliesse la vita civile accanto all’unità religiosa: fu una grande idea archetipa di civiltà; fu un concetto cosmopolitico che non diventò mai pienamente realtà, ma che dominò tutto il medio evo colla saldezza di un dogma: e durò eziandio dopo che le nazioni latine e germaniche (le quali s’erano comunicate le une alle altre e i due rappresentanti del mondo, Imperatore e Papa) ebbero mercè un lungo lavorio di progresso acquistato forme politiche, e leggi, e nazionalità, e lingue loro proprie. All’età di Federico II la razza latina aveva assorbito interamente nel suo organismo gli elementi germanici, e di qua dalle Alpi sedeva oramai nazione nuova, di specie tutto sua: era diventata la nazione italiana, affrancata adesso dalla preponderanza antica del feudalismo germanico, poichè nella costituzione comunale e nel giure romano aveva ritemprato sè stessa. La democrazia nazionale, di cui si fece alleata la Chiesa, protestò pertanto e contro la restaurazione del principio feudale germanico operata da Enrico VI, e contro il nuovo principio monarchico bandito da Federico II: l’intendimento dei Ghibellini, che furono i legittimisti politici di quell’età, si rivolse a dare all’Italia la dubbia fortuna dell’unità politica per via di un Imperatore straniero, anche a spese della sua independenza nazionale e della libertà cittadina; ma questo intendimento non fu da meglio del fiero impulso di libertà dei Guelfi, i quali non per altro che per loro bisogno e per loro utilità cercarono appoggio nel Papa, avversario naturale del principio monarchico in Italia. Con Federico II si chiuse l’epoca dell’antico Impero germanico, che di qua dalle Alpi era già venuto in termine di vita; vincitori e padroni dell’avvenire rimasero la Chiesa e il partito Guelfo. Però Federico pose fine a quell’Impero in forma nuova, poichè fu egli il primo che sia stato veramente monarca; fondatore di un principio politico di governo unitario, fu il primo Principe che desse al suo popolo un codice legislativo bene ordinato, che iniziasse la lotta della monarchia contro il feudalismo, che chiamasse il terzo stato a sedere nei parlamenti: e fu nel suo retaggio di Sicilia che egli ebbe fatto esperimento delle sue dottrine, secondo le quali avrebbero poi dovuto appianarsi nella monarchia le disuguaglianze feudali e democratiche. Il tempo s’impadronì di cosiffatte tendenze monarcali, e alla lunga venne educando lo Stato moderno. Seguendo queste vie nuove sgombrate alla lotta antica contro la gerarchia pontificia, avvenne che, cinquant’anni dopo di Federico II, la monarchia francese colla forza del suo diritto publico, col principio della independenza nazionale e colla volontà degli Stati riuniti a parlamento del paese, potè ottenere vittoria del Papato innocenziano e dell’autorità pontificia medioevale. § 4. I figli di Federico II. — Corrado IV. — Il Papa torna in Italia. — Condizioni di questo paese. — Manfredi vicario di Corrado. — Corrado viene in Italia e prende possesso del reame. — Innocenzo IV ne concede l’investitura prima a Carlo d’Angiò, indi ad un Principe inglese. — Il senatore Brancaleone lo costringe a porre nuovamente la sua residenza in Roma (1253). — Il principe Edmondo riceve Sicilia in feudo dal Papa. — Morte fatale di Corrado IV (1254). La morte di Federico II fu un grave avvenimento per tutto il mondo. Allorchè il grande Imperatore, che per quarant’anni aveva riempiuto Europa di sè, si fu adagiato nel suo feretro, parve che la lunga e formidabile lotta dell’Impero contro la Chiesa fosse decisa a pro di questa; parve che spuntasse pei Pontefici una stagione nuova di signoria universale senza limiti. È perciò facile a credersi se Innocenzo IV ne andasse lieto; ma la sua gioia fu così contraria a carità sacerdotale, uscì tanto dall’onesto, che si espandette in declamazioni invereconde[370]. Sembrava adesso che il destino offerisse a lui ed alla santa Sede la signoria di Italia; e adesso, più che qualunque altra volta mai, dovevasi vedere per prova se il problema antico potesse risolversi in favore dei Papi. Dei figliuoli che a Federico erano nati dai suoi matrimonî con Costanza di Aragona, con Giolanda di Gerusalemme e con Isabella di Inghilterra, ne vivevano ancora due; Corrado re, figlio di Giolanda, che aveva ventidue anni, ed Enrico, figlio di Isabella, che ne avea dodici. Dei tre bastardi, Enzo languiva in carcere a Bologna; Federico di Antiochia, cacciato di Firenze, trovavasi nella Italia di mezzo; Manfredi era nelle Puglie[371]. Conformemente al testamento, Corrado IV, eletto re di Germania fin dal 1237, ereditava le corone del padre; e Manfredi, principe di Taranto, doveva governare le terre italiane in officio di suo _balivus_ o vicario. Innocenzo IV non perdè tempo a voler torre di mano agli eredi di Federico II le Puglie e la Sicilia, che egli teneva in conto di feudi riversibili alla Chiesa. Ammonì pertanto i Siciliani affinchè tornassero sotto alla signoria della Chiesa, ed offerse loro privilegî e franchigie; esortò i Tedeschi a serbarsi nella fede di re Guglielmo, cui promise la corona imperiale; ed intanto fece dappertutto predicar la croce contro Corrado, che era pure scevro di qualsiasi colpa. Le città guelfe invitarono il Papa a venire in Italia, e infatti ai 19 Aprile dell’anno 1251 egli partì di Lione, dove l’antirè Guglielmo aveva con lui celebrato le feste di Pasqua[372]. Quella città, ridotto di piaceri ed insieme emporio di traffici, vide partire la Curia pontificia dopo sei anni di soggiorno; nè si sarebbe indovinato che cinquant’anni più tardi un Papa vi avrebbe fatto ritorno per torsi la corona, e per indi apparecchiare al Pontificato una residenza di settant’anni su quelle stesse sponde del Rodano[373]. Per Marsiglia e per la riviera Innocenzo venne a Genova. Il fuggiasco dell’anno 1244 ricomparve nella sua città natia, circondato di fastosa magnificenza, come quegli che vinto aveva l’Impero. Durante il suo viaggio, onde lentamente passò per Lombardia, si affollarono sul suo cammino gli abitatori di città guelfe, e fuor di Milano un quindicimila fra preti e frati lo accolsero in giubilo, mentre popolo innumerevole era uscito della città e s’era disposto a spalliera lungo il cammino per un tratto di dieci miglia, formando così una via trionfale al corteo pontificio. Le Republiche guelfe prestarono a Innocenzo IV omaggi quali a pontefice si conveniva, ma chiesero grandi somme di denaro per ristoro dei danni di guerra, rifiutarono di restituire gli antichi beni della Chiesa, e dichiararono di non voler cambiare il giogo imperiale colla signoria della Chiesa. I Comuni avevano profittato della lotta sostenuta da quest’ultima contro l’Impero per ottenere, coll’aiuto della loro grande alleata, independenza dall’Imperatore; ed ora la Chiesa trovava ch’essi eransi fatti independenti anche dal Pontefice. Da altra parte la mutazione delle cose aveva fatto piegare la fronte alle città ed ai signori ghibellini, però soltanto in via passeggiera; e, se anche l’Imperatore era morto, l’idea imperiale continuava a vivere ancora. Il genio di libertà che gli Imperatori di casa Hohenstaufen avevano svegliato colla lor guerra si rizzava ora gagliardo di sua propria virtù. Il Papa rivedeva Italia, ma diversa da quella che la aveva lasciata, e dappertutto conobbe che era cosa pure impossibile di giungere al grande intento d’Ildebrando e di Innocenzo III, di ricomporre la penisola sotto il pastorale di san Pietro. Passando da Brescia, da Mantova e da Ferrara, Innocenzo venne nell’estate a Bologna, ed ivi lo sventurato Enzo dal fondo del suo carcere avrà udito i lieti clamori che salutavano l’ingresso dell’odiato nemico del suo gran padre. Sull’incominciamento del Novembre il Pontefice proseguì il suo cammino, e andò a Perugia, ma di entrare in Roma non si fidò. Sebbene in passato un Senatore ve lo avesse chiamato con tante istanze, ei temeva tuttavia le fiere audacie dei Romani, che, morto essendo l’Imperatore, avevano poco motivo di parteggiare coi Guelfi: ed invero si die’ a capire al Papa che lo avrebbero circuito con immense esigenze, appena che fosse entrato in Laterano; perciò egli deliberò di porre sua residenza a Perugia[374]. Frattanto il giovine Principe di Taranto sentiva pesarsi sugli omeri una soma cui era troppo debole a sostenere. Manfredi Lancia era figlio di Federico, nato nell’anno 1232 di Bianca Lancia, bella e nobile donna di famiglia piemontese. I contemporanei lo appellano bastardo, come infatti era, ma d’altra parte non manca qualche argomento da far reputare probabile che Federico lo avesse legittimato sposandone la madre. Nell’anno 1247 gli aveva dato in moglie Beatrice di Saluzzo, figlia del conte Amedeo di Savoia; ed il suo testamento, ove non faceva pur cenno degli altri suoi figli bastardi, Enzo e Federico di Antiochia, dimostra che egli riconosceva nel figlio di Bianca il diritto a succedergli nel retaggio dopo i suoi figli legittimi. Da natura Manfredi avea sortito ingegno e bellezza: un’educazione accuratissima lo aveva ornato di eletto costume e di scienza erudita; e tutti i contemporanei dicono che fosse uomo magnifico, magnanimo, liberale di mano, gioviale, dotto di musica e buon trovatore, re nato. Se il Papa avrà sperato che, appena morto Federico, le città delle Puglie e di Sicilia inalzassero lo stendardo di san Pietro, egli s’ingannò a partito. E per fermo non si spense ivi subito con Federico il prestigio del nome e della potenza del grande Imperatore; solamente alcuni baroni ed alcune città (fra le quali, a vero dire, furono Capua e Napoli regalate di grandi privilegî dal Papa) si posero dalla parte della Chiesa. Nella prima pressura Manfredi mandò proposte di pace ad Innocenzo, ma il vicario di Corrado IV dovette rifiutare quanto gli si chiedeva in ricambio, che incondizionatamente si sottomettesse a ricevere Taranto in feudo dalla Chiesa[375]: ed allora con marce abili e rapide Manfredi domò i ribelli Pugliesi, raccolse intorno a sè i mercenarî tedeschi, con geste cavalleresche levò alto il suo nome, e comparve minaccioso innanzi a Napoli. Dopo morto l’Imperatore, Manfredi aveva invitato il fratel suo Corrado a valicar le Alpi, ed a venirsi a prender possesso di Sicilia. Il giovine Re dei Romani seguì le tradizioni politiche dei suoi antenati, e aderì alla chiamata di Manfredi. Raccolse un esercito, tenne un parlamento ad Augusta, nominò a suo vicario il duca Ottone di Baviera, di cui aveva sposato la figlia Elisabetta, e nell’Ottobre 1251 fu in Lombardia, dove Ezzelino ed altri Ghibellini lo accolsero orrevolmente in Verona. Colà e a Goito passò in rassegna le soldatesche ghibelline, che ancora erano di numero abbastanza ragguardevoli; indi deliberò di muovere nelle Puglie per assicurarsi in prima del suo retaggio, e di là poi ritornare nell’Italia settentrionale. Però la lega di città romagnuole, umbre e tusche gli sbarrò la via di terra, nè Roma pareva inchinevole a riverire il figliuolo di Federico II od a soccorrerlo[376]. Corrado pertanto s’imbarcò a Pola, dove lo stava attendendo il margravio Bertoldo di Hohenburg con galere siciliane. Addì 8 Gennaio dell’anno 1252 sbarcò a Siponto, e il suo primo comparire esercitò una subita influenza sui baroni e sulle città. Corrado era geloso del fratello suo, ma disarmavalo la savia condotta di Manfredi che, dopo avergli aperta la via di Napoli, deponeva in sue mani il governo del reame, e perfino i suoi feudi. Breve e gloriosa fu l’impresa di Corrado IV nelle Puglie. Dopo che infruttuosamente ebbe offerto al Papa le più favorevoli condizioni di pace, a prezzo del suo riconoscimento ossia dell’infeudazione di Sicilia, il giovine Re sostenne prodemente i suoi diritti colla spada. Traversò le Puglie e la Campania, e i baroni gli fecero omaggio; Capua gli aperse le porte sulla fine di autunno del 1252, e nella primavera dell’anno successivo gli fecero ossequio tutte le città, tranne Napoli, che egli assediò con grande energia. Le prospere fortune dei figliuoli di Federico costrinsero adesso Innocenzo IV a rifarsi in un disegno che aveva già concepito in mente fino da quando era a Lione. Poichè comprendeva che la Chiesa era incapace colle sole sue forze di torre Sicilia agli Hohenstaufen, decise di dare il bel reame in feudo a un Principe straniero: umiliazione del Papato! fatalità d’Italia! Il Papa gettò il suo sguardo su quei paesi dove sperava trovare a buon mercato un pretendente volonteroso e denaro in copia: offerse perciò la corona di Sicilia a Carlo d’Angiò fratello del re di Francia; ma gli ottimati e Bianca regina madre, governatrice in vece di Luigi che trovavasi in Siria, respinsero la proposta. Allora Innocenzo s’indirizzò all’Inghilterra; e, poichè Riccardo di Cornovaglia, uomo immensamente ricco, ricusò la sua proposta, tanto seppe circuire il fratello suo il re Enrico, che egli accettò per conto del suo secondo figliuolo Edmondo di Lancastro, fanciullo di ott’anni. Enrico III ebbe sì qualche scrupolo in sulle prime, pensando che Sicilia ne sarebbe stata tolta al nipote suo, il giovine Enrico ch’era figliuolo di Federico II e di Isabella e vicario dell’isola; ma furono dubbiezze passeggiere, avvegnachè la morte di quel nipote facesse presto sgombrare la coscienza del Re da ogni incertezza[377]. Innocenzo IV doveva darsi le mani attorno per combattere Corrado mercè di un potente avversario; chè infatti nell’Ottobre 1253 il Re entrava in Napoli conquistata[378]. La nuova che la città era caduta giunse al Pontefice a Roma quando da Assisi v’era venuto sul principio di Ottobre[379]. Già parecchie volte i Romani mormorando lo avevano ammonito di ritornare: e dapprima avevano ordinato al Comune di Perugia loro protetto di non dar più a lungo ricovero al Papa; indi avevano minacciato quelli di Assisi, dichiarando che sarebbero andati con un esercito a strapparlo fuori delle loro mura. O venga adesso, gridavano stizzosamente, o non venga più[380]. «Ei ci fa meraviglia», dicevano i loro legati al Papa, «che tu, pari ad un vagabondo, meni vita randagia, or qua, or là: tu abbandoni Roma, residenza degli Apostoli, e lasci in balia dei lupi il tuo gregge, di cui un giorno dovrai render conto a Dio, e ad altro non pensi che a far quattrini. Il Papa non è di Anagni o di Lione, non di Perugia o di Assisi, ma di Roma». E questo linguaggio dettava ai Romani un uomo di assai grande energia, Brancaleone di Andalò, che a quel tempo era loro senatore. Innocenzo IV venne pauroso ed esitante; i Romani lo accolsero freddamente; nè le dimostrazioni di onore altro furono che formalità officiali comandate dal Senatore[381]. Brancaleone andò ad incontrarlo fuori delle porte e lo condusse in Laterano; tuttavia il Biografo di Innocenzo non dice che il ricevimento fosse trionfale, come era stato quello di Milano e di altre città. Così avvenne che la Curia nell’Ottobre del 1253 tornò a Roma, dopo un’assenza di più che nove anni, e dopo che ne erano scorsi dieci del pontificato di Innocenzo IV; in tutto questo tempo i Romani non lo avevano veduto soggiornare un anno solo nella loro città. Appena seppero adesso che il Papa trovavasi nelle loro mura, lo assediarono con domande di sovvenzioni e di risarcimenti d’ogni maniera: e fecerlo con tanta veemenza da obligare Innocenzo ad invocare la protezione del potente Senatore[382]. Brancaleone sedò la tempesta tanto per non guastare i suoi rapporti col Pontefice, appo cui egli lealmente si adoperava a pro di Corrado: col Re infatti ei si trovava stretto di buona amicizia, e publicamente ne riceveva gli ambasciatori in Campidoglio. E Corrado in pari tempo profittava della presenza del Pontefice a Roma per ritentare di far pace; ma i suoi avvocati, i conti di Monfort e di Savoia, non giunsero a capo di cosa alcuna; Innocenzo aveva giurato di sterminare la famiglia di Federico II, e procedeva al suo intento con inesorabile ostinatezza[383]. Notizie capitategli d’Inghilterra ne rianimavano frattanto le speranze, poichè gli veniva annunciato che Enrico III era disposto ad accettare la corona di Sicilia per conto del suo figliuolo: quindi fu che nel giovedì santo dell’anno 1254 scagliò la scomunica contro Corrado ed Ezzelino, e tosto dopo partì di Roma in cui trovavasi mal securo, e andò nell’Umbria. Da Assisi egli confermò la patente d’investitura della Sicilia, che Alberto suo legato provvisoriamente aveva data al giovine Edmondo[384]. Dissipate s’erano le dubbiezze del Re d’Inghilterra, poichè suo nipote, il giovanissimo Enrico, vicerè di Sicilia, era morto repentinamente sulla fine dell’anno 1253 a Melfi, dove lo aveva chiamato Corrado. Poco tempo prima erano passati di vita due fanciulli del maggior figliuolo di Federico, lo sventurato Enrico; e poichè una maligna calunnia attribuì a Corrado la loro morte, l’artificio e la furberia se ne profittarono per indurre Inghilterra ad accettare l’investitura. Enrico III ch’era uomo corto, con gioia puerile die’ nella pania; mandò al Papa tant’oro quanto ne poteva desiderare, ossia gli die’ carta bianca di trar quante cambiali volesse sopra banchieri italiani. Era tutto ciò che Innocenzo bramava; Inghilterra sacrificava il suo patrimonio per un regno che essa possedeva dipinto in carta; ed alla conquista di Sicilia per comando pontificio si dava il carattere di crociata[385]. Ora sperava il Papa che Corrado avrebbe dovuto in breve soccombere alle forze unite della Chiesa e d’Inghilterra; ma ancor più presto il giovane Re inaspettatamente soccombette alla febbre che lo spense, e ciò fece che il Papa si pentisse di quanto avea operato, e dimenticasse di aver mai trattato col Principe inglese. Corrado IV, nella letizia del suo primo trionfo, dominò Sicilia e Napoli come retaggio nuovamente conquistato colla virtù della sua prodezza guerriera; e già s’armava per ripigliare contro il Papato la lotta del padre suo. «Presto», così annunciava ai Ghibellini, «presto sarò con ventimila soldati nel settentrione per castigare i ribelli e per restaurare l’autorità imperiale». In tal guisa scriveva nell’Aprile del 1254, e ai 20 di Maggio era anche morto. Il figlio di Federico II non perì di veleno come malignamente s’ebbe a inventare, ma soggiacque alle fatiche sopportate nel caldo clima dell’Italia meridionale; morì a Lavello nella pienezza della sua forza giovanile, a ventisei anni di età, lamentando il suo destino, e piangendo la sventura dell’Impero di cui previde la caduta[386]. La terra fatale d’Italia divorò lui, come ebbe divorato il padre e l’avo suo, come ebbe divorato tutta la famiglia degli Hohenstaufen siciliani. Un destino crudele spense quella illustre casa; e la sua rapida fine, che somiglia alle sorti degli Atridi, è uno di quei tragici avvenimenti a cui spiegare la superstizione bigotta ha sempre in pronto la chiave. La storia dei fatti non riesce però a darne spiegazione; bensì la ragione giunge a scoprirne la necessità, poichè ne sa discerner le leggi: la gloriosa famiglia degli Imperatori svevi aveva compiuto la sua missione, ed in breve tempo era invecchiata tanto da non aver più forza vitale. Come un dì, morto Enrico VI, della casa del Barbarossa non era rimasto che un solo erede ancor bambino, Federico II, così anche adesso della numerosa discendenza di questo Imperatore non rimaneva che in Baviera un solo rampollo legittimo, Corradino figlio di Corrado, fanciulletto di due anni. Presso il feretro di Corrado vegliava solingo Manfredi, egualmente come poco tempo prima s’era seduto presso il feretro di Federico II: l’opera di quattro anni di fatiche e di sforzi giaceva nuovamente infranta ai suoi piedi; nuovamente l’avvenire era buio ed incerto. Ogni uomo capiva che Italia, insieme colla salma di Corrado IV, seppelliva un grande periodo della sua storia. CAPITOLO SETTIMO. § 1. Brancaleone, senatore di Roma (1252). — Qualche particolarità sull’officio senatorio e sull’ordinamento della Republica romana a questa età. — Opposizione dei baroni romani, ed opera energica del novello Senatore. Intorno al tempo in cui Innocenzo IV fece ritorno, un cittadino di Bologna (già lo notammo) col suo grande intelletto e col suo vigoroso governo aveva sollevato d’un tratto a eccelso onore l’officio senatorio, e dava eziandio alla Città un breve periodo di splendore. Il suo reggimento e gli ordini che ricevette la Republica romana, massime al tempo di lui, meritano diligente considerazione. Dal secolo decimoterzo in poi le libere città italiche tennero l’uso di scegliere i loro Podestà dal grembo della nobiltà di altri Comuni amici. Uno straniero, cui si affidava per sei mesi di tempo il governo, offriva maggiori guarentie di reggere la cosa publica con animo imparziale, e aveva meno probabilità di assodare una tirannide, di quello che avrebbe potuto fondarla un potente paesano. Questo scambio d’ingegni e di forze che avveniva fra le parecchie democrazie, le quali si andavano prestando vicendevolmente con rispetto e con onore i più illustri cittadini che lor facessero da rettori, era bella prova di fratellanza republicana e di comun legame nazionale. È cosa infatti che reca assai grande onore agli Italiani. E poichè di regola non si chiamavano a podestà se non se uomini ragguardevoli, il solo invitarneli a quell’officio era la più schietta testimonianza di estimazione che si dava al loro talento eminente. Chi voglia imparare a conoscere qual fosse il vero fiore dell’aristocrazia nel glorioso secolo delle Republiche d’Italia, quali ne fossero i più nobili cavalieri, i maggiori capitani, i legislatori ed i giudici pratici, ei conviene che interroghi i registri dei Podestà nelle singole democrazie; e da quegli elenchi in pari tempo si ha contezza delle illustri famiglie che nel secolo decimoterzo e in quello decimoquarto stettero alla testa della vita storica dei Comuni. In un tempo in cui il restante di Europa non contava cittadini grandi e famosi, quei Comuni fanno stupire di sè colla moltitudine di loro statisti e di loro uomini di guerra, che furono tanti quanti n’ebbero Grecia e Roma nei più bei giorni delle loro Republiche. In questa età le città dimostrano di aver completamente affrancato il loro spirito politico dal giogo della Chiesa, e producono un quadro magnifico della borghesia nazionale; sventuratamente che i demoni dei partiti e l’effrenato reggimento plebeo, dopo breve floridezza, dovevano ruinare tanto splendore. I Romani erano anch’essi assuefatti a veder nel loro Campidoglio un andirivieni di solenni ambasciate di città parecchie, fin di Pisa e di Firenze, che venivano a chiedere nobili romani per loro podestà: però i Romani non erano ancor mai andati a pigliare il loro Senatore in città straniere. Quando lo fecero per la prima volta nell’anno 1252, mentre Innocenzo IV dimorava a Perugia, convien dire che ve li costringessero le condizioni infelici del loro Comune: e certamente non fu la nobiltà invidiosa ma il popolo maltrattato da quella, che dopo una rivoluzione deliberò di affidare l’autorità senatoria, fin allora divisa, ad un uomo solo, giusto e savio, che fosse nel tempo stesso senatore e capitano; e fu deciso d’andarlo a cercare fuor di Roma. A Bologna s’indirizzarono i Romani. Quella città, capo della Romagna, traeva allora gran lustro dalla sua scuola di diritto, chiara per rinomanza europea: aveva ricchezza molta; da Fossalta in poi formidabile potenza di armi; un Re viveva prigioniero entro alle sue mura. Il Consiglio bolognese propose ai Romani per senatore Brancaleone degli Andalò, conte di Casalecchio, uomo di stirpe antica, dovizioso e illustre, cittadino di severi spiriti republicani, giureconsulto profondo[387]. Compagno, per indole, di quegli uomini violenti che crebbero al tempo degli Hohenstaufen, era della tempra dei Salinguerra, dei Palavicini, di Bosone da Doara, di Jacopo da Carrara, di Azzo d’Este, di Ezzelino, di Alberico. Aveva la forte vigoria di quegli uomini di ferro, ma non la loro astuzia raggiratrice, nè il loro atroce egoismo: e con quei capi di partito trovavasi in corrispondenza, perciocchè un tempo avesse combattuto nella guerra Lombarda con Federico II, anche dopo che questi era stato scomunicato. Se i Bolognesi proposero un ghibellino a senatore di Roma, e se i Romani lo accettarono, convien credere che al colore politico entrambe le città più non badassero, oppure che il popolo romano tornasse a piegare dalla parte dei Ghibellini. Che così avvenisse dopo morto Federico II si capisce agevolmente; i Romani non avevano più paura dell’Imperatore, ma sì continuavano a temere il Papa. L’elezione di Brancaleone, dell’amico del Palavicini e di Ezzelino, fu veramente una protesta che Roma scagliò contro il governo temporale del Pontefice reduce di Lione. È difficile che Innocenzo IV allora confermasse questa elezione; piuttosto la tollerò solamente perchè necessità ve lo astrinse, e per quel momento dovette rinunciare al diritto di elezione del Senatore che i suoi predecessori si avevano conquistato[388]. Brancaleone protestò d’esser pronto ad assumere il governo di Roma; ma siccome conosceva abbastanza bene le passioni dei Republicani e massime la ferocia irrefrenata de’ nobili romani, cercò di guarentirsi contro a pericoli inevitabili. Chiese che il governo fosse dato a lui per tre anni intieri con podestà assoluta, e domandò che a malleveria della sua sicurezza personale gli si consegnassero in ostaggio i figli di alcuni nobiluomini romani[389]. Fa mestieri credere che il popolo romano fosse gravemente premuto dalla tirannide delle fazioni civiche de’ nobili, se aderì a domande tanto inaudite e se offese la legge de’ suoi Statuti comunali ponendo in mano di uno straniero una dittatura di tre anni. Invero gli ordini del Comune fin adesso avevano stabilito che l’officio di senatore durasse soltanto sei mesi: il Senatore finora era stato eletto solamente dalla nobiltà cittadina, e il principio introdotto in Roma per la prima volta con Brancaleone, di nominare a senatore uno straniero (_forensis_), non si affermò per forza degli Statuti che cent’anni più tardi. Una legge minuziosa fino allo scrupolo definì tutte le obligazioni e tutti i diritti che sarebbero spettati al Senatore straniero. In misura media il suo stipendio giungeva a millecinquecento fiorini d’oro o ducati per semestre, che erano pagati dalla «Camera» cittadina. Una terza parte di quell’onorario riceveva il Senatore quando entrava in officio; un altro terzo al principio del terzo mese; l’ultimo terzo si depositava nella «Camera»; nè poteva essere a lui consegnato se prima non avesse reso conto del suo officio, e ne fosse uscito netto. Quell’età era ancora semplice e austera e remota dal lusso effeminato de’ secoli che vennero dopo. Allora reputavasi che l’onore valesse qualche cosa, e lo si cercava per quel che valeva[390]. Una moneta mensile di settecento cinquanta talleri bastava a provvedere ai bisogni del Senatore dei Romani, massime dacchè il valore del denaro a quel tempo era sette volte maggiore di quello che oggi sia[391]. E il Senatore collo stipendio che riceveva doveva eziandio provvedere alle spese della sua corte. Ogni Podestà di una città libera conduceva infatti con sè dal di fuori la sua Curia; i Comuni tenevano a loro orgoglio che il Podestà spiegasse una pompa magnifica, ma gli prescrivevano con rigore diffidente il numero onde comporsi doveva la comitiva dei suoi amici, dei servitori, delle guardie e degli impiegati. Gli officiali del Senatore romano erano cinque notai e sei giudici, dei quali uno almeno doveva avere studiato leggi ed essere giureconsulto illustre, perchè potesse stargli a fianchi da _collateralis_ o assessore: ed essi componevano la sua segreteria, in quello che il collegio generale dei giudici capitolini, detto _Assectamentum_, in tutti i casi importanti era congregato da lui e consultato[392]. Il Senatore teneva ai suoi servigî una guardia di venti uomini a piedi e di venti a cavallo; alcuni cavalieri gli facevano accompagnatura, come una specie di corte, e gli stavano presso due marescialli che avevano incarico di esecutori nelle faccende di polizia[393]. Occorre assolutamente distinguere gli officiali della Città (ossiano magistrati nominati dal popolo) dagli altri che chiamavansi «famiglia» del Senatore. Assai grande era il numero di quei primi; ed esercitavano il loro officio con ceremonie fastose, poichè la Città aveva ambizione di poter gareggiare colla corte del Papa mercè di un grande numero di collegî officiali e di magistrati. Il cancelliere della Città, notai, _scriniarii_, tesorieri della «Camera», il segretario (_scriba Senatus_), il siniscalco, i _consiliarii_, gli _assectatores_, li _justitiarii_, fino i _vestararii_, ossiano mastri del tesoro e delle guardarobe, raccolti in parecchie corporazioni e con varî gradi, componevano una ragguardevole schiera di impiegati civici[394]. Allorchè il Senatore straniero veniva nella Città che se lo aveva chiamato, ne era accolto con onori che si sarebbero convenuti ad un principe: per le vie addobbate a festa e fra le acclamazioni del popolo era condotto solennemente in Campidoglio, dove sulla gradinata del palazzo senatorio stavano aspettandolo i capitani delle Regioni coi loro vessilli ed altri magistrati. La forma maestosa con cui si recava a prender possesso delle case Capitoline, animava Roma di massima pompa; e, grandioso spettacolo officiale, veniva in terzo dopo le cavalcate dell’Imperatore e del Papa, moventi alla coronazione. Prima di entrare in carica il Senatore giurava nelle mani di una giunta del parlamento di osservare gli Statuti della Città, di esercitare coscienziosamente il suo officio, di far rispettare gli Editti contro gli eretici, di tenere un reggimento pacifico e legale nella città di Roma, sui suoi cittadini, sul suo comitato e sul distretto; di proteggere gli ospitali, i luoghi pii, le vedove e gli orfani, di conservare tutti i diritti civili e le consuetudini dei Romani[395]. Allora si affidava al braccio suo la podestà esecutiva in tutte le attenenze dell’autonomia cittadina. Era egli il capo politico del Comune in pace e in guerra, giudice supremo e supremo capitano. Aveva autorità di vita e di morte. Riceveva i giuramenti di omaggio dei vassalli della Città; collocava i Podestà nelle terre soggette alla giurisdizione del Campidoglio; mandava ambasciatori (_ambasciatores_) a Stati stranieri, conchiudeva trattati con Principi e con Republiche. Promulgava leggi nuove in materia di finanze e di giustizia, facendole bandire da araldi, ossiano _praecones_. Finalmente, pari a un principe sovrano, incideva sulle monete d’oro e d’argento di Roma il suo nome, il suo stemma e la sua imagine, che lo rappresentava genuflesso innanzi a san Pietro intanto che questi gli porgeva il vessillo della investitura. Di qui si pare che i Papi nel secolo decimoterzo avevano perduto il diritto di battere moneta e lo avevano ceduto al popolo romano[396]. Vestito magnificamente di un robone color scarlatto soppannato di pelli d’ermellino, coperto il capo di un berretto simile a quello che adoperava il Doge di Venezia, circondato dalla sua corte, nella pompa di festivi cortei, o nei giuochi popolari, o quando i Papi salivano al trono, o nei negozî politici, il Senatore rappresentava la maestà del popolo romano[397]. Però gli Statuti correggevano la sua grande autorità che aveva del potere dittatorio; i collegî di consiglieri e le giunte popolari la moderavano o la sopravvegliavano; finalmente la restringeva il diritto costituzionale che competeva all’assemblea popolare, in quanto all’elezione ed al voto. Nelle Republiche la paura della tirannide è guardiana che veglia sempre con occhi aperti sui governanti; massima legge poi è la responsabilità che i reggitori hanno innanzi al popolo. Pertanto l’officio del Senatore, che pur aveva breve durata, era minacciato di pericoli parecchi di lotte partigiane e di insurrezioni popolari, e spesso non era che una splendida tribolazione. Si spiava, si contava ogni passo che il Senatore faceva. Era confinato in Campidoglio; nè oltre a una certa misura di spazio e di tempo gli era consentito di uscire della Città. Gli era interdetto ogni consorzio amichevole coi cittadini; perfino aveva divieto di desinare nelle case di qualche ottimate. Fino a tanto che governava la Città, era condannato a vedovanza, perciocchè la sua donna non potesse accompagnarvelo; non fratello, nè qualsiasi altro prossimo parente poteva stargli vicino[398]. Prima che uscisse della sua carica (e quest’era regola generale anche degli altri Podestà tutti), si costituiva un officio di censori, il quale doveva esaminare il modo che il Senatore ed i suoi impiegati avevano tenuto nelle loro funzioni. Due giorni prima che finisse il tempo del suo magistrato, il banditore annunciava publicamente dai gradini del Campidoglio che si sarebbe pronunciata sentenza dell’illustrissimo Senatore dei Romani, e per dieci giorni il _Syndicus_ dava ascolto ad ogni specie di accusatori. Se il Senatore era convinto di mala amministrazione, per lo manco lo si condannava a perdere una terza parte del suo stipendio; e, in caso che questa somma non bastasse, lo si teneva in carcere fino a tanto che avesse pagato[399]. Se invece se l’era cavata con lode e con onore, la Città lo restituiva alla Republica dond’era venuto, ed oltracciò poteva regalarlo del diritto di cittadinanza, e concedergli facoltà di aggiungere le lettere S. P. Q. R., stemma di Roma, al suo proprio[400]. Oltre a tutte queste limitazioni, gli atti di governo del Senatore erano vincolati alla conferma dell’assemblea del popolo. In tutti i casi importanti, gli araldi di lui chiamavano il popolo a parlamento, cui annunciava coi suoi rintocchi la campana del Campidoglio. Allorchè trattavasi di parlamento «pieno» (_plenum et publicum_), esso teneva le sue tornate innanzi al palazzo senatorio: e in fitta calca i cittadini si raccoglievano sulla piazza Capitolina, e venivano giù degradando per la sua discesa fino al luogo ov’è oggidì la piazza di Araceli. A quella assemblea popolare il Senatore proponeva progetti intorno a cose di ordine interiore ed esterno, e «l’illustre popolo dei Romani» decideva col voto, o con levar di mani, o con acclamazioni, se dovevasi muover guerra contro Viterbo, o con chiuder leghe con altre Republiche, o far omaggio all’Imperatore, o invitare il Papa discacciato a far ritorno. Colà il popolo udiva leggere le lettere di Principi e di Città, e talvolta anche ascoltava i discorsi degli ambasciatori, che comparivano innanzi al parlamento per presentargli le loro domande. Se invece si chiamavano ad assemblea solamente le giunte del popolo, costituite secondo le tredici Regioni della Città e componenti il maggiore ed il minor Consiglio (_consilium generale et speciale_), l’adunanza si raccoglieva nella basilica di Araceli, che ne era stanza capace[401]. Questa veneranda chiesa faceva adesso le veci del tempio della Concordia, che spesso aveva servito da aula parlamentare ai Romani antichi. I _Patres Conscripti_ della Republica medioevale, i Colonna, i Pierleoni, i Capocci, i Frangipani, i Savelli, gli Orsini, fossero aristocratici o demagoghi, guelfi o ghibellini, facevano risonare la oscura navata di quella chiesa di Francescani della loro facondia fiera e disadorna, delle loro invettive scagliate contro l’Imperatore od il Papa. E la chiesa continuò fino al secolo decimosesto ad essere l’arena dei dibattimenti parlamentari di Roma, i quali avvenivano soltanto nelle tornate del maggiore e del minor Consiglio: soltanto là si levavano oratori a combattere od a sostenere opinioni, che poi, in forma di proposte, erano presentate per la conferma al parlamento popolare; dopo di questa conferma il Senatore publicamente le bandiva in forma di leggi[402]. Nell’età medioevale della Republica il Campidoglio rivisse di nuova vita. Se si potesse avere un’idea esatta di quei tumultuosi parlamenti, di quei tribunali e di quelle curie di giudici che ivi si raccoglievano in publico; se si potesse penetrare in quelle varie faccende della democrazia, vedere quale essa fosse colle sue corporazioni, coi suoi collegî, colle sue fazioni, coi suoi magistrati e col suo sistema elettivo mirabilmente composto, certo ne avremmo ragione di meraviglia e spesso eziandio di ammirazione. Ma cadde anche la Republica medioevale del Campidoglio; nell’archivio dei Senatori non v’è più pergamena che ne mantenga ricordanza: e dalle torri laterali delle rimutate case senatorie e dalle gallerie dei cortili sparvero le iscrizioni e gli stemmi di tutti quei Republicani, che di là al tempo dei Guelfi e dei Ghibellini governarono l’_alma Roma_[403]. Eletto in Agosto dell’anno 1252, venne Brancaleone, probabilmente in sul principio del Novembre, ad assumere il suo officio triennale. E venne con una magnifica accompagnatura di giudici, di notai e di cavalieri, tutta gente presa al suo servigio a Bologna, a Imola ed in altre città. Per conseguenza questa fu la prima volta che la suprema magistratura della Città fosse tutta composta di forestieri, e che signori romagnuoli governassero la Republica romana: anche Galeana moglie del Senatore potè accompagnarvelo, ad onta dell’ordine consueto degli Statuti. A Roma Brancaleone trovava condizioni tali di cose che ad ordinarle non ci voleva dammeno che un uomo di vigor d’animo regio. La cancrena della Città non istava nello spirito turbolento della democrazia, ma nella fierezza dei signori feudali ribelli alla legge, che erano per la più parte di origine germanica. Alla loro superbia sconfinata andava pari la ignoranza; però la loro potenza era troppo grande perchè il popolo avesse potuto vincerla. Le loro castella e i loro _feuda_ si stendevano per tutto il territorio romano; fin la Città avevano ripartito sotto di sè, perocchè sedessero sparsi per quartieri, dentro a monumenti abbertescati; ed ogni giorno combattevano l’uno contro l’altro come li sospingevano le ire o le ambizioni, e si beffavano del Campidoglio, delle cui dignità si fregiavano senza rispettarne le leggi. In molte altre Republiche la nobiltà s’era assoggettata ai Comuni, ed era stata costretta a trasferir la sua residenza dalle campagne nella città: solamente a Roma la nobiltà continuava sempre ad esercitare il suo predominio. Non troviamo documento di sorta donde paia che baroni romani della campagna si sieno sottomessi al Comune cittadino, come tanto spesso fece la nobiltà delle terre di Modena, di Bologna, di Padova e di Firenze: quello che unicamente troviamo or qua or là sono documenti di vassallaggio prestato al Pontefice. Ricca di beni nella campagna, dove erano situate le sue castella famigliari, la nobiltà romana possedeva in pari tempo dei luoghi forti nella Città, cui (se necessità lo esigeva) abbandonava per andare a cercar sicurezza nelle sue rocche campestri più munite ancora, in mezzo ad armati vassalli. Era stato il Papato che aveva dato origine alla potenza di quei patrizî. Dalla nobiltà romana erano usciti Pontefici che avevano favorito antiche famiglie nepotesche, o di nuove ne avevano fondato, e di esse si erano serviti a combattere il Comune: d’altra parte nobiluomini romani in gran numero sedevano nel collegio cardinalizio e nella prelatura, laonde le ricchezze della Chiesa refluivano in grembo delle case nobili, e i maggiori officî continuavano ad essere possedimento di certe stirpi privilegiate. I Colonna, gli Orsini, i Savelli, i Conti, gli Anibaldi, i Frangipani, i Capocci furono le più cospicue famiglie di nobili che nel secolo decimoterzo or le une or le altre dominarono e divisero Roma, in quello che esse stesse si divisero in guelfe e in ghibelline[404]. Brancaleone ebbe gran fatica a combattere quest’idra dalle molte teste; però fin dapprincipio gli riuscì di farlo con prospero risultato. Roma e la Campagna provarono il vigore della sua mano; si fecero secure le vie, e videsi qualche nobile oltracotante penzolare col laccio alla gola dalle alte finestre della sua torre. Il novello Senatore pretese tosto anche alla signoria suprema del Lazio. Chiese che Terracina si sottomettesse al Campidoglio; e a dimostrazione di sudditanza le impose che mandasse suoi deputati ai giuochi publici dei Romani. E poichè minacciava con un esercito di costringerla all’obbedienza, Terracina si volse ad Innocenzo IV, che a quel tempo trovavasi a soggiornare ancora in Assisi. Il Papa scrisse al Senatore una lettera monitoria; scongiurò tutte le città e i vassalli della Campagna di opporre resistenza ai Romani se questi fossero mossi alla spedizione; e comandò a Giordano suddiacono, rettore della Campania e della Maritima, di raccogliere soldatesche[405]. Il Senatore lasciò stare Terracina; ma, per lo contrario, ormai dopo dell’anno 1252, sorprese Tivoli di guerra, e poco appresso veramente la assoggettò al Campidoglio: il Papa per ragioni politiche nol potè impedire. § 2. Innocenzo IV viene ad Anagni. — Tivoli si sottomette al Campidoglio. — Il Papa si arma per prendere possesso del reame di Sicilia. — Manfredi gli presta vassallaggio. — Innocenzo IV entra a Napoli. — Manfredi fugge. — Vince a Foggia. — Innocenzo IV muore (1254). — Alessandro IV viene a Roma. Vedemmo Innocenzo IV tornare a Roma costrettovi da Brancaleone, e presto poi di nuovo riprendere la sua residenza nell’Umbria. Ma ora la notizia che morto era Corrado, amico del Senatore, lo indusse tosto ad avvicinarsi al reame di Sicilia che la prospera fortuna ancora una volta offeriva alla sua signoria. A Roma pose appena il piede; nel giorno delle Pentecoste tenne in san Pietro un’orazione al popolo, gli disse un mondo di belle parole, e pregò i Romani acciocchè lo ajutassero nei suoi piani politici di Sicilia[406]: indi si recò al castello di Molaria, proprietà del cardinale Riccardo Anibaldi, e proseguì precipitosamente il suo viaggio fino ad Anagni. Le milizie romane accampavano allora innanzi a Tivoli. I cittadini di questa terra munita si difesero accanitamente contro gli assalti di Brancaleone; ma finalmente, ridotti alle angustie estreme, accettarono la mediazione pacifica del Papa, mandarono umilmente ambasciatori al Campidoglio, e promisero fedeltà di vassalli[407]. Tivoli a grande onor suo era stata sempre republica libera: non aveva mai sopportato dominio di baroni e di dinastie; talvolta era stata asilo di Pontefici perseguitati, indi sotto di Federico II aveva sposato la causa ghibellina: la Chiesa la aveva sempre difesa contro le pretensioni dei Romani. Chi legge queste Istorie ricorderà che una guerra di Roma contro Tivoli era stata cagione della cacciata di Ottone III, e che un’altra guerra, cencinquanta anni dopo, aveva dato occasione che si ristabilisse il Senato. Per tre secoli i Romani andarono aggredendo con imprese guerresche questa piccola terra sacra alle Muse e alle Sibille, vago e amato ritrovo di loro antenati: alla fine infatti cadde in loro potere, e Tivoli diventò un _feudum_ della città di Roma. Poichè Innocenzo IV abbandonò in balìa del Senato romano una città così importante, questo fatto dimostra quanto egli abbisognasse del favore del Senatore. Il suo Biografo afferma che egli si fece mediatore di quella pace per le preghiere dei Romani posti a mal partito, quantunque buona ragione avesse di essere irritato contro Brancaleone: ed invero questo Senatore amico di Manfredi non aveva badato alla sua domanda di ajuto, ed anzi aveva promulgato divieto che si facessero prestiti al Papa, che gli si recassero vettovaglie ad Anagni o che si levassero milizie. In una parola, egli aveva sollevato inciampi alla spedizione che il Papa apparecchiava contro Sicilia[408]. Tornava a pregiudizio dei Romani che la santa Sede assoggettasse al suo dominio quel reame, ma Innocenzo IV abbandonando Tivoli alla sua sorte (la cosa avvenne sulla fine dell’estate dell’anno 1254), si comperò dal Senatore la promessa che non lo avrebbe molestato alle spalle con ostilità, or che si accingeva a tor possesso delle Puglie. Anagni (dove trovavasi il Papa), patria della casa Conti nemica degli Hohenstaufen, era stata a quest’età spesse volte teatro di elezioni pontificie, ed or diventava nuovamente il punto di mezzo di tutti gli affari ecclesiastici. Di là volevasi dare assetto alle cose del regno, dove Corrado IV, morendo, aveva affidato la tutela del suo giovine figliuolo non a Manfredi, bensì al margravio Bertoldo di Hohenburg, prossimo parente della sua sposa Elisabetta. Bertoldo, generale delle milizie tedesche nelle Puglie, era stato assai potente uomo e tenuto in gran rispetto finchè Corrado visse, ma era odiato come straniero, e certo non adatto alla nuova missione. I suoi ambasciatori, fra cui fu anche Manfredi, vennero ad Anagni domandando che si riconoscessero per validi i diritti di Corradino, che il padre nel suo testamento aveva raccomandato alla protezione della Chiesa. Per lo contrario Innocenzo pretendeva che senza condizioni gli si desse in potere Sicilia; e, come fu scorso un termine da lui stabilito, agli 8 di Ottobre scomunicò Manfredi, Federico di Antiochia, Bertoldo di Hohenburg e il fratello di lui, con altri Ghibellini. Aveva il Papa nominato a legato per Sicilia il cardinale Guglielmo Fieschi, nipote suo, e gli aveva affidato incarico che riunisse soldatesche presso a Ceperano. Gli diede amplissime facoltà di raccogliere moneta da banchieri romani, e di dare in ipoteca tutti i beni che la Chiesa possedeva nella Città e nella Campagna, di cavar per amore o per forza denaro da tutte le sedi vacanti e non vacanti, di far finalmente quattrini imponendo un tributo universale sopra le terre di Sicilia, e incamerando i beni di tutti i Ghibellini che non si sottomettessero alla Chiesa[409]. Scoraggiato dalla scomunica e da condizioni di cose in cui sostenersi non poteva, Bertoldo cedette la reggenza a Manfredi, il quale, dopo qualche repugnanza, spinto dalle instanze de’ maggiorenti siciliani, la accettò. Peraltro la sua posizione era assai malagevole; molti signori e città molte si erano messi apertamente dalla parte del Pontefice. Privo di mezzi di far la guerra, il giovine Principe per quel momento non vide altra via di salute eccetto che con far soggezione alla Chiesa; e mandò ad Anagni il conte Galvano Lancia, zio suo, perchè ne recasse la proposta ad Innocenzo IV. Accettò il Papa lietamente, e ai 27 di Settembre stipulò un trattato, per via del quale Manfredi entrò a’ servigî della santa Sede come vicario di una gran parte della terraferma napoletana; ed, oltre a Taranto e ad altri beni donatigli da Federico II, s’ebbe anche la contea di Andria in feudo dalla Chiesa, per sè e pei suoi eredi[410]. Con questa doppiezza agiva il Papa, il quale mercè di solenni trattati aveva assunto impegni formali con Inghilterra, e poco prima aveva scritto a re Enrico III che, sebbene fosse morto Corrado IV, voleva mantenere in vigore il patto conchiuso con Edmondo, e che anelava al momento di vedere le armi inglesi rivolgersi alla conquista di Sicilia. Ora invece Innocenzo non faceva pur motto di questi negoziati cogli Inglesi; e in una enciclica dichiarava di voler conservare a Corradino la corona di Gerusalemme e il ducato di Svevia, aggiungendo che nella formula del giuramento feudale da prestarsi alla Chiesa i Siciliani dovessero inserire le parole: senza pregiudizio del diritto spettante al fanciullo Corrado. Manfredi però capiva che intento di Innocenzo si era di torgli primamente la potenza, di nuocergli; indi, quando ne fosse venuta la occasione propizia, di sbarazzarsi di lui. Tuttavia, come vassallo della Chiesa, fu costretto di venire alle frontiere del Lazio lorchè Innocenzo IV, circondato da uno sciame di profughi Siciliani assetati di vendetta, si fu partito di Anagni per andare a prender possesso del regno. Il figlio di Federico, reggendo le briglie al corridore del Papa quando fu al passaggio del Liri, dovette egli stesso guidare quel nemico mortale di sua famiglia a valicarne il ponte, e metterlo così dentro alla terra ereditaria dei suoi avi[411]. Per vero dire i Pugliesi accolsero il Papa con diffidenza, ma erano pure stanchi del reggimento di Tedeschi e di Saraceni. Speravano le città di ottenerne franchigie comunali, di cui Corrado IV, nè più nè meno che Federico II, non aveva voluto sapere; e soprattutto speravano di liberarsi dalla dura oppressione delle nuove imposte di Federico e delle _collectae_ insopportabili: perciò fecero soggezione alla Chiesa, sotto la cui protezione molti Comuni, segnatamente in Sicilia, avevano fondato un governo republicano[412]. I baroni da canto loro speravano di recuperare l’alta giurisdizione ed altri privilegî, e prestarono omaggio al Pontefice in Capua. Lo stesso fecero anche i fratelli Hohenburg, i quali abbandonarono al suo destino Manfredi ond’erano stati fin adesso compagni, tanto per ottener così dignità e contee da vassalli della Chiesa. Ai 27 di Ottobre Innocenzo IV tenne il suo ingresso in Napoli. Quell’ostinata nemica degli Hohenstaufen (può invero chiamarsi la Milano dell’Italia meridionale) accolse il Pontefice con sincere onoranze, e di buona voglia ne riverì la signoria. Così Innocenzo vide il reame dei Normanni tornare senza lotte sotto il reggimento della Chiesa, e sperò di conservarlo per sempre. Ma l’animo ardente di Manfredi tutt’a un tratto spezzò vincoli contro natura, che lo avvilivano: circondato di diffidenze e di tradimenti, si offese del dispregio in cui lo tenevano i baroni rientrati adesso con Innocenzo e i favoriti nuovi; e il contegno tracotante del Cardinale legato che a lui come a suddito chiese il giuramento di fedeltà, mentre pur dei diritti di Corradino non si fiatava più, gli pose in chiaro quale avvenire gli si preparava. Avvenne per caso che le sue genti uccidessero un ottimate a lui nemico; capì allora di dover pensare a suo pronto salvamento, e scappò. La fuga di Manfredi da Acerra, il suo viaggio notturno per le montagne di Puglia, la sua improvvisa comparsa a Luceria fra i Musulmani suoi salvatori, il modo valoroso onde ruppe guerra, le sue prime vittorie, il ritorno che fecero a lui alcune città pugliesi, la inettitudine dei generali pontificî; tutti questi fatti compongono un quadro attraente di audacie, di prosperità e di nuovi ordini di cose. Ai 2 Dicembre Manfredi battè i suoi nemici a Foggia; il legato fuggì di Troja; il suo esercito si disperse, ed egli stesso corse a Napoli per recare al Pontefice l’annuncio di quest’infortunio[413]. Colà Innocenzo giaceva infermo in un palagio che altra volta aveva appartenuto al celebre Pier delle Vigne[414]: e in quello il Papa morì ai 7 Dicembre dell’anno 1254[415]. Raccontasi che, agonizzante, il suo animo si smarrisse fra i pentimenti e le ire; ma se non sia vera quella parola con cui narrasi che prendesse congedo dalla vita, essa per lo meno dimostra qual giudizio di lui abbiano pronunciato i suoi contemporanei. Alcuni suoi nepoti con brutali querimonie circondavano piangendo il suo letto di morte, ed ei prorompeva: «A che piangete, miserabili? non hovvi arricchiti abbastanza?»[416]. E il Cronista inglese parla di una visione che tenne dietro alla morte del Pontefice: un Cardinale, maligno uomo, vide Cristo starsi fra Maria ed una nobile figura di donna che teneva in mano l’imagine della Chiesa, in quello che Innocenzo IV genuflesso supplicava perdonanza delle sue peccata. La veneranda matrona lo accusò di tre peccati mortali; che aveva fatto della Chiesa una schiava, trasformato il tempio di Dio in una bottega da banchiere, scrollato fede, giustizia e verità, colonne fondamentali della Chiesa. E il Redentore disse al peccatore: «Va a ricevere la mercede delle opere tue», e discacciollo[417]. Quello che rese celebre Innocenzo IV (ultimo dei maggiori Papi del medio evo che siano sorti dalla scuola di Innocenzo III) si fu la vittoria riportata sull’Impero degli Hohenstaufen. Uomo fornito di molte doti di mente, ebbe animo ingeneroso, nè conobbe virtù di sacerdote: soprattutto fu d’indole despotica che dominò tutto l’essere suo, e che su qualunque trono avrebbe fatto di lui un monarca vigoroso, perseverante e destro agli affari. Prete senza coscienza e avaro, caporione aperto dei Guelfi, secondò l’indirizzo di quell’età, si fece giuoco dei trattati con ogni sorte di astuzie, non s’arretrò da tutto ciò che gli potesse recar profitto, empì il mondo di ribellione e di guerra civile, trascinò la Chiesa nel basso degl’interessi mondani cui diè impronta di santità. Ogni uomo che ragioni con mente scevra di pregiudizî, deve provare schifo mirando le condizioni prettamente politiche cui Innocenzo IV ridusse la Chiesa, facendone un campo perpetuo di battaglia o una secreteria diplomatica od una borsa di mercanti: e si dura fatica a mitigar la sentenza che se ne trae, se pure si voglia addurre a scusa di quel Papa l’indole della sua età. Erede delle passioni di Gregorio IX e dei suoi predecessori, egli prese le redini del potere e intraprese la missione di difendere in quelle male condizioni di cose la Chiesa degenerata, combattendo contro avversari grandi e senza coscienza come lui. Quand’era ancora cardinale, Federico II lo aveva tenuto in grande onoranza per l’acutezza della mente e per l’erudizione sua; una volta papa, la natura delle cose ne lo fece suo nemico inflessibile. «Negli annali della gente umana», così dice il massimo Storico di quel tempo, «non ho mai visto esempî di un odio così acerbo come quello che arse fra Innocenzo IV e Federico»[418]. Cotale passione ereditaria di partito punse forte l’animo di un Papa non altrimenti che il cuore di un Imperatore o di un guerriero della taglia di Ezzelino. In quel secolo agitato di ambizioni e di cupidigie di regno, pieno di amore di libertà e di nobile orgoglio di cittadini, travagliato di superbie sacerdotali e di libidini di tirannia, la ferocia dei partiti rese acremente battaglieri e sottili nelle astuzie gli uomini e le republiche ed i governanti, laonde è certo che giudicando di quegli uomini e di quegli istituti conviene temperar la sentenza che si meriterebbero i loro delitti e le mancate virtù. La morte del Pontefice, la vittoria di Manfredi a Foggia, la fuga dell’esercito battuto, i cui avanzi proprio in questo erano dal cardinale Fieschi raddotti a Napoli, tutto ciò mise i Cardinali a costernazione: e dicevasi che i Saraceni s’avvicinassero per massacrare tutto il sacro Collegio. Tuttavia quel Cardinale e Bertoldo, venuto a Napoli insieme con lui impedirono che si dessero a obbrobriosa fuga, e li costrinsero a riunirsi e ad eleggere prestamente il nuovo Papa. La storia dei Pontefici si compiace di contrasti immediati di persone. A Innocenzo III era succeduto il mite Onorio III; a Innocenzo IV or teneva dietro il quarto Alessandro, papa che di guerre non voleva saperne, grasso e tondo signore, buontempone, benigno, pio, giusto, timoroso di Dio, ma amante dei quattrini e di animo debole[419]. Reginaldo, vescovo di Ostia e di Velletri, fu eletto ai 12 di Dicembre 1254 a Napoli, e addì 27 di quel mese consecrato con nome di Alessandro IV. Con lui dunque salì novellamente alla santa Sede un uomo di quella casa Conti che aveva già combattuto contro gli Hohenstaufen ai tempi di due grandi Papi: era nipote di Gregorio IX e nato nella diocesi di Anagni, a Jenna, meschino castello baronale posto sopra la selvaggia gola di montagne dove ha origine l’Anio[420]. Uomo di poco ingegno, il novello Papa tentò progredire nella via pericolosa che Innocenzo IV e gli eventi gli avevano tracciato. Con donativi s’acquistò amici, confermò ai fratelli Bertoldo, Ottone e Lodovico di Hohenburg i feudi lor concessi dal suo predecessore, e, per separarli del tutto dalla causa di Manfredi, vi aggiunse il ducato di Amalfi. Sebbene senza risultamento, negoziò con Manfredi, il quale temevasi che presto comparisse innanzi a Napoli, e perfino spedì lettere in Alemagna che assicuravano il piccolo Corradino della sua benevolenza; ma tosto dopo, ai 9 Aprile 1255, mandò anche in Inghilterra una Bolla in cui confermava definitivamente l’infeudazione di Edmondo, e a questo Principe concedeva l’investitura di Sicilia, retaggio dell’altro. In tal guisa Alessandro IV si smarrì ancor più nel folto di quel labirinto politico in cui si era avvolto il suo predecessore. E in tutto imitandolo, senza fede o coscienza, convertì il voto onde Enrico III s’era impegnato di intraprendere una Crociata, nell’obligo di conquistare la Sicilia; e fino al Re di Norvegia chiese che invece di peregrinare al santo sepolcro, venisse a Napoli per aiutar colle armi sue il Re inglese. Di questo modo, alle guerre della loro politica domestica i Papi diedero del continuo forma e apparenza di Crociate religiose[421]. Grandi erano le angustie di denaro cui si trovava ridotta la Chiesa esausta di forze. Enrico III prometteva mari e monti, ma nulla dava più: e il Papa vedeva sfumare la speranza di torre a Manfredi il regno di Sicilia, del quale questi era stato confermato reggente per parte di Corradino ossia della sua tutela; perciò Alessandro abbandonò Napoli che era divenuta mal sicura, e andò nel Luglio ad Anagni, donde sulla fine del Novembre 1255 si ricondusse a Roma. Qui frattanto una mutazione rilevantissima era avvenuta. § 3. Governo di Brancaleone a Roma. — Intendimenti delle corporazioni. — Loro attenenze in Roma. — Organamento della corporazione dei mercanti. — Fondazione del _Populus_. — Brancaleone, primo capitano del popolo romano. — Sua caduta e sua prigionia nell’anno 1255. — Bologna colpita dell’interdetto. — Emanuele _de Madio_, senatore. — Brancaleone è liberato, e torna a Bologna. Già da tre anni Brancaleone governava Roma con energia grande; e i nobili tracotanti, massime gli Anibaldi e i Colonna, erano stati domati da lui che agiva con giustizia imparziale, e non usava riguardi a chicchessia[422]. Colle armi il Senatore ripristinò la giurisdizione del Campidoglio sopra le città del distretto e sulle castella dei baroni, sottopose parecchi patrimonî della Chiesa alla «Camera» urbana, assoggettò il clero a gabella, e lo costrinse a star sotto la competenza del tribunale civile[423]. Roma, affatto independente dall’Imperatore e dal Pontefice, era diventata uno Stato libero e tenuto in estimazione, sotto il reggimento di un republicano di spiriti fieri e generosi, che all’officio di senatore aveva dato una vera importanza politica. Il popolo amava Brancaleone come suo amico e protettore; e sopra il popolo fondava egli la sua forza. Se ci fossero conservate notizie precise del suo governo, noi vedremmo che per lui la democrazia sorse in Roma a maggior potenza, e che le corporazioni romane ne ottennero costituzione più salda. Notammo che a Perugia esistevano maestranze armate in leghe difensive e guerreggianti contro la nobiltà; le vedemmo, sul punto di stabilire un reggimento popolare, essere perciò disciolte dai Pontefici: e infatti colà, fin dall’anno 1223, gli artigiani avevano formato delle associazioni politiche sotto lor consoli, rettori o priori[424]. A Milano le arti avevano fin dal 1198 composto un Comune, detto la Credenza di santo Ambrogio; e in quel medesimo torno di tempo anche le maestranze di Firenze s’erano ordinate saldamente. A Bologna gli artigiani si sollevarono nel 1228, fondarono una lega, e si conquistarono il diritto di sedere nel palazzo comunale[425]. Il quarto stato, quello dei lavoratori, che fino adesso nei Comuni era stato escluso dalle faccende di governo, s’agitava dappertutto per ottenere la sua parte nel reggimento e per conseguire importanza civile accanto alla grande borghesia e alla nobiltà, che avevano riempiuto di sè i Consigli comunali. Il lusso crescente rendeva gli artigiani agiati e numerosi, e la brama universale di acquistar potere incoglieva dal sotto in su le loro classi finora vissute nell’oscurità. La natura mirabile di quel ceto di uomini pacifici ed attivi che cominciò a prendersi in mano il governo nelle Republiche, che sul principio del secolo decimoquarto rimutò o distrusse l’antica costituzione comunale, che schiacciò o umiliò la nobiltà educando una turbolenta signoria di plebei, non ci è descritta in alcun luogo più manifestamente che a Firenze, nè in alcuno ci è rimasta più al bujo che in Roma. Nella Città, da tempi antichissimi, esistevano le gilde di artigiani in forma di corporazioni o persone morali, quantunque per il periodo di cui parliamo non se ne tenga nota in documenti. Il loro concetto antico di _Schola_ s’era nel generale mutato in quello latino di _ars_ (arte, maestranza); però anche a questo tempo l’antica parola si ritrova[426]. All’età di Brancaleone esse avevano loro presidi con nome di consoli ovvero di _Capita artium_; e, sebbene nessun documento faccia menzione delle attenenze in cui si trovassero col Comune del Campidoglio, tuttavia men tardi, nell’anno 1267, vediamo comparire in parlamento i presidi delle maestranze, e, accanto ai Consoli dei mercanti, prender parte a negozî politici[427]. Quante corporazioni al tempo di Brancaleone fossero riconosciute in Roma, non sappiamo; ma nel 1317, conformemente all’ordine costituzionale, ve ne furono tredici, delle quali le maestranze dei mercanti e degli agricoltori (_ars bobacteriorum_), sì come era avvenuto in antico, reputavansi le più ragguardevoli[428]. Del paro che in tutte le floride città d’Italia, così anche in Roma i mercanti componevano la maggiore delle maestranze. Avvertimmo come eglino formassero l’aristocrazia del denaro da cui Federico II ed i Papi cavavano prestiti; e ciò dimostra che Roma, dove già esistevano banchi fiorentini e sanesi sotto consoli loro proprî, per sue relazioni con Sicilia, con Bisanzio e coll’Oriente non era l’ultima delle piazze commerciali. I mercanti romani trafficando con capitali e con imprestiti costituivano una vera potenza, ma non per questo assumevano una posizione politica nella Republica. La loro corporazione si assestò soltanto nell’anno 1255 in forma nuova; e poichè tal cosa avvenne nel terzo anno del governo di Brancaleone, ne concludiamo che propriamente da lui le corporazioni romane ricevessero fortitudine[429]. D’allora in poi la mercatanzia di Roma fu presieduta da quattro consoli, da dodici _consiliarii_, da notai e da altri officiali eletti annualmente[430]. Raccoglievasi a tornate nella chiesa della sua compagnia, detta di san Salvatore _in Pensilis_, presso al circo Flaminio; e là, nella strada derivata dal circo stesso ed appellata _ad apothecas obscuras_ (quartiere medioevale dei mercanti), trovavansi i suoi fondachi di merci: ivi i giudici della gilda, ossiano consoli, sulla piazza che si stendeva dalla «torre di mercato» fin verso il Campidoglio, avevano officio di far ragione in certi giorni determinati alla gente della corporazione, decidendone le controversie[431]. I mercanti, come ogni altra maestranza, eleggevano deputati (_statutarii_) che rivedessero i loro Statuti e coll’adesione dei Consoli e dei consiglieri ne promulgassero di nuovi, i quali (insieme al registro del sodalizio in cui erano inseriti) venivano presentati a ciascun Senatore in Campidoglio, affinchè per iscrittura li confermasse[432]. Gli antichissimi Statuti della gilda de’ mercanti romani, ancor dettati in lingua latina, furono stesi in iscritto nell’anno 1317, ma contengono consuetudini ancor più antiche[433]. Trattano solamente dell’amministrazione della corporazione, e non significano alcuna compartecipazione alle faccende di Stato, ad eccezione della sopravveglianza sulla zecca che loro era accordata ad impedire che si battessero denari di cattiva lega[434]. Ma nè i mercanti, nè altre arti ottennero in Roma vero ascendente politico, perocchè in una città senza industria, potenza possedessero solamente il clero, i nobili e i proprietarî di beni fondi. Le antiche famiglie consolari e le case senatorie del grande ceto cittadinesco del primo Comune continuavano a conservare il potere in Campidoglio; e il trattato dell’anno 1242 con Perugia e con Narni dimostra che la nobiltà teneva il predominio nel Senato romano. Però, durante le discordie interne a’ tempi di Innocenzo III e di Gregorio IX, indi durante la lunga assenza dei Papi, le classi inferiori del popolo mirarono anche in Roma ad innalzarsi, e tentarono di mutare la costituzione comunale. Il titolo officiale di «capitano del Popolo romano», che Brancaleone per primo aggiunse a quello di Senatore e adoperò in documenti dell’anno 1254, significa secondo il suo concetto un Comune popolare (_Populus_) formato delle corporazioni e delle classi inferiori di cittadini. Convien dire che anche a Roma avvenissero fatti simiglianti di quelli che recarono mutazioni democratiche a Bologna, a Milano, a Firenze, a Perugia; ed infatti può darsi che ormai la scissura del Senato avvenuta al tempo di Innocenzo III, allorchè la parte democratica levò al potere uomini di sua confidenza (_boni homines_), desse la prima spinta alla formazione posteriore del _Populus_, ossia federazione di tutte le maestranze[435]. Che ciò fosse conforme all’indole del tempo, cel mostra la rivoluzione importante che avveniva a Firenze. Là, nell’Ottobre 1250, la cittadinanza s’era sollevata contro la nobiltà ghibellina, aveva formato un nuovo Comune popolare (Popolo), e creato Umberto di Lucca a «capitano del Popolo»[436]. Qualche cosa di simile avvenne fuor di dubbio anche a Roma. Massime dall’anno 1250 in poi, l’officio di «capitano del Popolo,» analogo a quello di tribuno popolare, fu introdotto nelle città italiche, per guisa che il Podestà continuò ad essere rappresentante politico dei Comuni, laddove il Capitano essenzialmente fu investito del potere militare e di una parte del potere giudiziario. Per verità, a Roma, il «Capitano del Popolo» compare soltanto di tratto passeggiero, perciocchè ivi di regola fosservi due Senatori; e solamente Brancaleone, il quale nell’anno 1252 riunì nella sua persona il potere senatorio diviso, si appellò «senatore dell’alma Città, e capitano del Popolo romano»[437]. A far cadere il grande Bolognese lavoravano con rabbiosa acerbità nobili e clero, e sopra tutti l’offesa famiglia dei Colonna. Sul principio di Novembre del 1255 s’erano già compiuti i tre anni del suo officio; or come il popolo chiedeva che si rieleggesse, la parte avversaria lo gravò di accuse innanzi al _Syndicus_, andò strombazzando che si voleva perpetuare la tirannide di uno straniero, e finalmente prese d’assalto il Campidoglio. Costretto ad abbassare le armi, Brancaleone si arrese al popolo e fu chiuso nel _Septizonium_; ma poco dopo, consegnato in mano alla nobiltà, venne tradotto nella torre di Passerano[438]. Il generoso uomo la cui morte chiedevano baroni e cardinali, sarebbe stato indubbiamente perduto, se non lo avessero protetto gli statichi romani che Bologna teneva ancora in custodia. La sua valorosa moglie, Galeana, fuggì di Roma, e unita ai parenti del suo sposo scongiurò il Consiglio di quella città a non dimettere in libertà gli ostaggi, ma a far sì che i Romani sciogliessero dai ceppi il loro concittadino. La Republica bolognese mandò allora alcuni ragguardevoli uomini a Roma; però il Papa, che, caduto il Senatore, s’era incorato a venir nella Città, respinse la richiesta e domandò che senza condizioni si restituissero gli statichi. Bologna tenne fermo negando, ed allora i nobili e parecchi Cardinali tanto e tanto fecero, che il Pontefice scomunicò quella città guelfa, protettrice antica della Chiesa. Tuttavia neppur l’interdetto piegò il coraggio indomito dei Bolognesi; quei magnanimi cittadini seppero mostrare che gli spauracchi degli anatemi erano omai diventati strali spuntati, e tennero gli ostaggi in custodia ancor più stretta e severa[439]. Frattanto a Roma il partito vittorioso si faceva ad eleggere un nuovo Senatore, e la scelta cadde sul milanese Martino della Torre: però questi non accettò, onde a senatore fu nominato Emmanuele _de Madio_, con un altro che gli fu posto allato con officio di _Capitaneus_. Emanuele, cittadino bresciano, era stato in prima podestà di Piacenza, e, fuggito innanzi ad Ezzelino, era venuto a Roma[440]: or l’elezione che si faceva di un forestiero anche dopo caduto Brancaleone, dimostra che non peranco la nobiltà si fidava di rimandare senza ascolto le richieste del popolo. Le lettere supplichevoli che gli ostaggi scrivevano da Bologna, e la savia costanza dei Bolognesi i quali, avendo colto due parenti di Alessandro IV nella Romagna, con molti onori gli avevano rimandati al Pontefice, tutto questo fece sì che finalmente Brancaleone fosse messo in libertà; e forse vi ebbe parte eziandio l’attitudine minacciosa del popolo[441]. Lo si obbligò a comparire innanzi al _Syndicus_ del nuovo Senatore ed a dichiararvi che rinunciava ai suoi diritti: fecelo egli, ma protestando di esservi stato costretto colla violenza. E quando più tardi, nell’Agosto ovvero nel Settembre dell’anno 1256, partì di Roma, la nobiltà romana gli mandò dietro il sindaco Andrea Mardone fino a Firenze, e indusse il Consiglio fiorentino a non lasciar uscire della città il temuto ex-Senatore, se prima in presenza sua non avesse rinnovata la rinuncia giurata già a Roma. Brancaleone rinnovolla, ma colla stessa riserva dei suoi diritti verso il Comune di Roma e verso persone private, cui dichiarò di non aver mai fatto rinunce: senza dubbio vi si involgeva in mezzo anche la domanda di una parte del suo stipendio che era stato trattenuto in deposito nella «Camera». In questo modo ei fe’ ritorno, coperto di gloria, alla sua terra natia, la quale rimandò gli ostaggi e fu sciolta dalla scomunica[442]. § 4. Cade Emmanuele _de Madio_ (1257). — Il demagogo Matteo _de Bealvere_. — Brancaleone torna in officio di senatore. — Punizione inflitta ai nobili. — Distruggonsi le torri della nobiltà a Roma. — Brancaleone muore (1258). — Onorifica memoria di lui. — Sue monete. — Castellano degli Andalò, senatore. — Cade, ed è fatto prigioniero. — Napoleone Orsini e Riccardo Anibaldi, senatori. — Cade la casa dei Romano. — I flagellatori. Il reggimento di Emmanuele _de Madio_ fu tumultuoso e infelice. Creatura della nobiltà romana di fazione guelfa, non servì che a scopi di parte, e con debolezze e con mali tratti irritò contro di sè il popolo che era stato il grande amore di Brancaleone. Del potere s’impadronirono gli Anibaldi, i Colonna, i Poli, i Malabranca ed altri maggiorenti; si tornò alle confusioni antiche, e l’odiosa reazione aristocratica partorì guerra civile. Il popolo che benediva Brancaleone e bramava il ritorno del suo robusto governo, si sollevò; e quasi senza posa combattè tutto intorno al Campidoglio e per le vie della Città[443]. Nella primavera del 1257 la rivoluzione si fece universale. Le maestranze presero le armi, si allearono insieme, e a loro demagogo e caporione levarono un mastro fornaio di origine inglese, chiamato Matteo _de Bealvere_. Emmanuele restò morto nella guerra civica; una parte dei nobili fu discacciata, e il Papa medesimo costretto a recarsi a Viterbo, dove fu sulla fine del Maggio[444]. Tosto il popolo romano richiamò di Bologna Brancaleone, ed ei venne non senza pericolo, perocchè la Chiesa gli tendesse agguati. Si accolse con giubilo il prode uomo che per tre anni aveva con tanto vigore governato il popolo e lo aveva difeso contro la prepotenza dei nobili: nè v’ha dubbio che gli fosse nuovamente conferita la podestà senatoria per altri tre anni[445]. Non appena che Brancaleone ebbe ripreso possesso del Campidoglio, ei die’ principio al suo secondo reggimento con una severità che forse la sete di vendetta ringagliardiva, ma che le condizioni della Città rendevano certamente necessaria. Tutti i tribolatori del popolo cacciò, o gettò in carcere, o mandò al supplizio. Due Anibaldi, parenti di Riccardo cardinale, fe’ appendere alle forche. Con Manfredi (che adesso era diventato padrone della terraferma e dell’isola di Sicilia, e già pensava a insignorirsi della corona) conchiuse un’alleanza che avea per iscopo di annientare la parte guelfa. Se paia contraddizione che Brancaleone, republicano per indole e per tendenze, si unisse coi nemici nazionali della libertà civica d’Italia, convien pensare che ciò derivava dalle attenenze speciali in cui la città di Roma trovavasi col Papa. Mentre fuor di Roma questi pareva esser capo naturale dei Guelfi e protettore della independenza municipale, in Roma la faceva invece da ghibellino, precisamente come quegli che proteggeva i baroni feudali di origine germanica, coll’aiuto dei quali solamente teneva in freno la democrazia. Alessandro IV scomunicò Brancaleone e i suoi consiglieri, ma alla impotenza di lui si rispose colle beffe; e il Senatore, dopo aver protestato che il Papa non aveva diritto di scomunicare il magistrato romano, con publico editto bandì un’impresa contro Anagni: si assoggettasse, diceva, questa patria del Pontefice al Senato, se non voleva esser rasa al suolo. I congiunti di Alessandro IV, spacciati a Viterbo dall’atterrito Comune di Anagni, si gittarono supplichevoli a’ piedi del Papa, e tanto fecero che egli dovette umiliarsi, e chieder compassione al formidabile Senatore[446]: probabilmente anche lo sciolse dall’anatema. Alla podestà civile del Papa in Roma non si badava più. Brancaleone volle adesso mercè un colpo maestro farla finita cogli ottimati arroganti: comandò che si smantellassero le torri dei nobili, rocche levate ad oppressione del popolo, carceri dei debitori, caverne di turpi violenze. Sotto quella lista di proscrizione, nell’anno 1257, convien credere che cadessero più di centoquaranta torri ben munite, sulle quali il popolo ardente di vendetta si scagliò con furore di distruzione. Il gran numero delle rocche abbattute può dare un’idea della moltitudine che di esse v’era in Roma; giacchè, per quanto la giusta legge abbia toccato la maggior parte delle torri, pure è difficile che Brancaleone tutte le facesse atterrare, e parecchie di maggiorenti ghibellini o di genti amiche ne andarono immuni. Se le torri dei nobili nella Città si contino a trecento, se trecento se ne attribuiscano alle mura cittadine, ed altrettante alle Chiese, per certo Roma a quell’età offriva lo spettacolo belligero di una città che alzava al cielo un novecento torri[447]. Se poi si pensi che molte di esse in pari tempo componevano una parte essenziale delle case de’ nobili ed erano costruite sopra monumenti dell’antichità, ei si può credere quanta ruina di vecchi edifizî quella demolizione sistematica abbia recato. Perciò Brancaleone si schiera fra i pessimi nemici dei monumenti romani, ed una età novella di rovina della Città data da lui[448]. Le case consecrate alla distruzione furono abbandonate eziandio al saccheggio, e in quell’occasione ne perirono anche gli archivî famigliari co’ loro documenti. Dovette pure essere squallida la vista che presentò la Città dopo di quella devastazione; ma Roma, come tutti gli altri paesi, era abituata a cotali rovinii. I cittadini di quei tempi non avevano mai la gioia di vedere secura e bene ordinata la patria. Passeggiavano in mezzo ai ruderi, e cumuli nuovi ne miravano sorgere quasi ogni dì. Lo smantellamento dissennato e barbarico delle case era un fatto abituale, come oggidì sarebbe un qualche ordine di polizia. Le città del medio evo erano costantemente in demolizione e in fabbrica; e vie e mura e case nella loro rapida mutazione riflettevano come in uno specchio l’indole dei partiti e le loro furie e le turbolenze di un governo che sempre cambiava. Quando il popolo si sollevava a rivolta, smantellava le case dei nemici; quando una famiglia osteggiava l’altra, si atterravano le case della parte che soccombeva; quando il magistrato urbano esiliava delinquenti, le loro case si rovesciavano; quando l’Inquisizione scopriva in qualche abitazione degli eretici, per comando del governo quelle si radevano al suolo, come se di là fosse passato il terremoto[449]. Quando un esercito conquistava una città nemica, se ne abbattevano le mura, se pure la città tutta intiera non si distruggeva. Dopo la celebre battaglia di Monteaperti non ci volle meno che il generoso coraggio di un grande cittadino per impedire che gli irritati Ghibellini radessero al suolo Firenze: ed ancora verso la fine del secolo decimoterzo la collera di un Pontefice fece smantellare una intiera città; Bonifacio VIII fe’ spargere il sale sui ruderi di Palestrina, all’istesso modo che un dì il Barbarossa aveva seminato il sale sopra Milano. In quella ruina delle torri romane furono travolte anche le famiglie, chè molti ottimati espiarono le loro colpe con esilio, colla confisca dei beni, e lasciando sul patibolo le ossa. Ma ora la pace e la sicurezza tornarono nella città e nella Campagna, la quale fu nettata dalle masnade di ladroni che la infestavano[450]. Brancaleone governò amato e temuto, ma per poco. Mentre stava assediando Corneto infermò di febbre, si fece trasportare a Roma, e morì in Campidoglio nel vigore di sua vita: correva l’anno 1258[451]. Con sentenza concorde i contemporanei celebrano in lui l’inesorabile vendicatore di tutte le ingiustizie, l’amico severo della legge, il protettore del popolo: bellissimo elogio pei governanti di tutte le età. In quel forte cittadino di Bologna, allievo pratico della sua scuola di giurisprudenza, rivisse uno spirito antico, che incarnò in sè egregiamente la vigoria republicana del suo tempo. Perchè egli abbia diritto all’onoranza dei posteri basti dire che ei seppe per parecchi anni tener l’ordine nella Città divisa dalle fazioni e darle il beneficio di una legittima libertà. Se avesse governato più a lungo egli avrebbe introdotto delle grandi novità nelle relazioni della Città col Papa, e perfino la tirannide (fosse stata anche lunga) di un uomo della sua tempra non avrebbe pei Romani potuto essere che salutare. Il popolo romano onorò in istrana guisa la memoria del suo ottimo senatore: la sua testa, come una reliquia, fu collocata entro un vase di lavoro prezioso, ed esposta a durevole ricordanza sopra una colonna di marmo: fu un’apoteosi bizzarra, ma il suo trofeo ornò il Campidoglio meglio che non abbia fatto il carroccio milanese[452]. La ricordanza di Brancaleone sparve di Roma, dove non v’ha monumento, non iscrizione che parli di lui. Ciò che solo se ne conserva sono le sue monete: da una faccia rappresentano l’imagine di un leone in atto che cammina, e tengono impresso il nome di Brancaleone; dall’altra recano l’effigie di Roma seduta in trono, tenente in mano una palla ed una palma; all’ingiro sta scritto: «Roma capo del mondo». Pertanto fu questa la prima volta che il nome di un senatore fosse inciso sopra monete romane, le quali si fregiarono soltanto di simboli civili; e così fu che si abbandonò l’uso fino allora adottato di mettervi sopra l’imagine o il nome di san Pietro[453]. Come il Papa in casa sua fu liberato del nemico potentissimo, sperò di poter restaurare a Roma la signoria della santa Sede, mandò legati nella Città, e divietò che senza suo beneplacito si eleggesse il nuovo senatore. Ma i Romani si beffarono del suo comandamento. Morendo, Brancaleone aveva consigliato che gli dessero per successore lo zio suo; e pertanto avvenne che si nominò a senatore Castellano degli Andalò, fino allora pretore di Fermo. Indarno reclamò il Papa il suo diritto elettivo, invano disse che, non foss’altro come semplice cittadino romano, anche a lui competeva un voto nella elezione del senatore. Alessandro IV era a quel momento in Anagni, nè venne più a Roma[454]. Quanto a Castellano, anch’egli seguì l’esempio del nipote, e si guarentì con ostaggi; però la sua posizione era più difficile e la sua caduta inevitabile. I nobili esiliati ed il Papa demolirono la sua potenza, e fu soltanto in mezzo a costanti pugne ch’ei potè tenersi ritto fino alla primavera del 1259: la plebe comperata a denaro si sollevò contro lo zio di Brancaleone, e Castellano cacciato del Campidoglio si gettò dentro a una fortezza di Roma, e oppose robusta resistenza agli assedianti[455]. Allora, per influenza del Pontefice, furono levati al seggio senatorio due uomini romani, Napoleone figliuolo del celebre _Matheus Rubeus_ di casa Orsini e Riccardo figlio di Pietro Anibaldi[456]; ma quantunque con questa restaurazione del sistema antico tornasse al potere il partito guelfo, tuttavia anche i novelli senatori continuarono a tenere alta l’autonomia del Campidoglio. Ed essi rinnovarono definitivamente la pace conchiusa già da Brancaleone e da Emmanuele _de Madio_ con Tivoli, per guisa tale che la città dovette per sempre arrendersi al popolo romano e dichiararsene vassalla. Da quel momento in poi Tivoli non solamente pagò un tributo annuo di mille libbre, ma ricevette eziandio un podestà nominato dal consiglio del Comune romano, ed avente titolo di conte. Però conservò il diritto di vivere secondo i suoi Statuti, di nominare un _Sedialis_ ossia giudice urbano, un _Capitaneus Militiae_ ossia tribuno del popolo, ed altri officiali di magistratura[457]. Castellano dovette abbassare le armi, fu cacciato in carcere in pari modo che in addietro era avvenuto del nipote suo, e si salvò dalla morte soltanto per via degli ostaggi romani, che Bologna non restituì ad onta di ripetute scomuniche[458]. Finalmente fu liberato in occasione di un commovimento memorando che agitò le città d’Italia subito dopo la morte di Ezzelino e la estinzione della sua casa. Questo formidabile guerriero, il cui nome divenne proverbiale come di tiranno medioevale di città, aveva poco a poco conseguito il dominio dei più ragguardevoli Comuni di Lombardia. Non erano valse lusinghe di Innocenzo IV o di Alessandro IV per indurre quel genero di Federico II a romper fede alla causa ghibellina ed a porsi a’ servigi della Chiesa, che a quel prezzo gli avrebbe perdonato qualunque delitto. Ma alla fine, dopo eroica resistenza, Ezzelino cadde vicino Cassano in potere di nemici collegati a’ suoi danni. Gli storici descrivono con emozione le ultime lotte di quell’uomo straordinario, in cui l’indole della sua età trasformò i germi di egregie virtù in frutti di colpe detestabili, per modo che diventò immortale come un Nerone o un Erode del suo secolo[459]. Ed essi narrano quanto giubilo se ne levasse, e descrivono la gente che a gran frotte accorse per sbramarsi a mirare la faccia del tiranno prigioniero; e ne fanno il paragone di un gufo che posa muto moto mentre stormi di piccoli uccelli lo circondano cinguettando. Ezzelino morì con tre scomuniche indosso, in silenzio, sprezzando il mondo, il Papato, la Chiesa, la stessa sua sorte predettagli dagli astrologhi: morì ai 27 di Settembre del 1259 nel castello di Soncino, dove gli fu data onorevole sepoltura. Crudelissimo destino ebbe Alberico suo fratello, che nuovamente aveva disertato dalla Chiesa; dopo essersi difeso disperatamente nella torre di San Zeno, dovette arrendersi ai nemici coi suoi sette figliuoli, con due figlie e colla moglie, che furono tutti scannati sotto a’ suoi occhi, poi egli stesso, fatto a brani, trascinato a coda di cavalli. La orrenda caduta della potente casa dei Romano s’aggiunse ad altri flagelli per metter il terrore nello spirito degli uomini e far traboccare la piena dei dolori ond’erano abbeverati. Guerre perpetue e disgrazie, cui la penna non basta a descrivere, avevano ridotto a desolazione le città. «L’anima mia si sbigottisce», così parla un cronista di quel tempo, «a dire dei patimenti del mio secolo e delle sue ruine, perocchè ormai da forse vent’anni, per ragione della discordia fra Chiesa e Impero, il sangue d’Italia scorra come torrenti di acque»[460]. Tutt’ad un tratto una corrente elettrica scosse la gente umana, e la indusse a pentimento; a cento, a mille, a diecimila persone in una volta movevano in processioni, flagellandosi a sangue. Città dietro città furono travolte nel vortice di quella disperazione, e monti e valli risonarono di grida lamentose: «Pace! pace! Signore, facci grazia!» Molti storici di quel tempo discorrono meravigliati di quel fenomeno sorprendente; dicono tutti che quell’uragano morale primamente si levò da Perugia e poi si appiccò alla città di Roma. N’era presa la gente di tutte le età e di tutti i ceti. Fino i fanciulli di cinque anni si flagellavano. Monaci e preti prendevano la croce e predicavano penitenza; vecchi romiti uscivano dei loro nidi selvaggi, e per la prima volta in vita loro inoltrandosi nelle vie delle città predicavano penitenza. Gli uomini si spogliavano delle vesti fino alla cintola, involgevano la testa in un cappuccio, e pigliavano in mano uno staffile. Si univano assieme a truppe, a comitive; andavano a due a due, di notte recando torce, camminando a pie’ nudi sul ghiaccio; circondavano le chiese con salmodie da mettere paura; si prostravano piangendo appiè degli altari, e cantando inni alla passione di Cristo si picchiavano con una furia che aveva della frenesia. Or si gettavano bocconi a terra, ed ora alzavano le scarne braccia al cielo. Chi li vedeva doveva essere di sasso se non faceva com’essi. Gare e divisioni cessarono; usurai e ladri salirono al governo; peccatori si confessarono; si spalancarono le porte dei carceri; assassini corsero in cerca dei loro nemici e porsero loro in mano la spada nuda supplicandoli ad ucciderli, ma quegli scagliavano rabbrividendo lungi da sè le armi, e si precipitavano piangendo a’ piedi de’ loro offensori. Allorquando cotali schiere spaventose di pellegrini movevano d’una in altra città, vi piombavano sopra come un turbine, e così quella insania di flagellatori si propagava, infettandole, di terra in terra[461]. Di Perugia sulla fine di autunno del 1260 vennero a Roma. Fino i duri Romani ne andarono in estasi; si apersero le porte delle loro prigioni, e così Castellano degli Andalò potè fuggirsene a Bologna sua città natale[462]. I flagellatori sono uno dei fenomeni più meravigliosi del medio evo. Una grave e lunga confusione sociale, conseguenza della guerra combattuta fra l’Impero e il Papato, aveva partorito la frenesia religiosa delle Crociate onde gli uomini con fervente desiderio s’eran volti a cercar redenzione; la stessa brama si rinnovò nei flagellatori dell’anno 1260. La gente umana contristata dai suoi tanti dolori raccoglieva nel profondo dell’anima le impressioni di avvenimenti che la esaltavano; eresie, inquisizione, roghi, fanatismo di frati mendicanti, invasioni di Tartari, lotta feroce delle due podestà, furia di fazioni, guerra civile devastatrice di tutte le città, tirannide di Ezzelino, e fame e peste e lebbra: questi erano i mali che allora desolavano il mondo. Le peregrinazioni di quei flagellatori, che parevano altrettanti demonî erranti, fu l’espressione popolare di una miseria universale, fu protesta disperata e penitenza volontaria della società, cui s’apprese un contagio morale così grave come fu quello ond’era caduta inferma al tempo delle Crociate. In quella truce forma di penitenti gli uomini presero commiato dall’epoca storica in cui si combattè la guerra mondiale fra Chiesa e Impero. Ma sulla fine di quest’epoca spuntò un genio, figlio di essa. Fu Dante, che di tutto quel mondo medioevale compose un sol monumento. Il suo poema immortale è un duomo meraviglioso, turrito a stile gotico, dalle cui merlature vediamo sorgere le eminenti persone di quell’età, imperatori e papi, eretici e santi, tiranni e republicani, i vecchi e i nuovi, i sapienti e gli ingegni creatori, gli schiavi e i liberi, tutti aggruppati intorno al genio umano penitente che va cercando libertà[463]. LIBRO DECIMO. STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA DALL’ANNO 1260 AL 1305. CAPITOLO PRIMO. § 1. L’Impero tedesco. — Manfredi, re di Sicilia. — Sue relazioni col Papa in Italia. — Grande vittoria dei Ghibellini a Montaperti. — Firenze ed altre città prestano omaggio a Manfredi. — I Guelfi si volgono a Corradino in Germania. — Alessandro IV muore nel 1261. — Urbano IV, papa. Le guerre italiche avevano spossato Germania; scissa internamente, era caduta in debolezza profonda da cui l’Impero antico non si risollevò mai più. Morto Guglielmo di Olanda nella guerra dei Frisoni (ai 28 Gennaio 1256), la corona di Alemagna fu disdegnata da’ principi discordi e venduta a chi ne dava maggior prezzo: così avvenne che l’infiacchito sentimento nazionale tollerò che al grande soglio imperiale si esaltassero due signori stranieri, Riccardo di Cornovaglia e Alfonso di Castiglia; e tanto stremate s’erano dappertutto le forze, che la duplice elezione (onde i Papi tornarono ad essere arbitri dell’Impero) non trasse più guerre dietro di sè. Quei re forestieri senza repugnanza alcuna riconobbero nel Pontefice la podestà di giudice dell’Impero; e, assisi sulle rovine di questo, vere ombre, non fecero che rappresentarne al vivo il decadimento profondo[464]. Più avventurato fu Manfredi nelle Puglie ed in Sicilia, di cui nessun soldato pontificio calpestava più il suolo. Manfredi aveva mirato alla corona e l’ottenne. Profittando abilmente della fama che Corradino fosse morto (nè è difficile che egli ad arte ne avesse fatto spargere il grido), addì 11 Agosto 1258 si fe’ coronare a Palermo. Sebbene fosse una manifesta usurpazione dei diritti di Corradino, tuttavia la voce del paese ne la aveva richiesta; le condizioni delle cose la avevano imposta e giustificata; e già un esempio se ne aveva avuto in Filippo di Svevia, che parimenti di tutore del nipote s’era fatto usurpatore della sua corona. Ai legati di Corradino venuti per protestare Manfredi con buone ragioni dichiarò essere cosa impossibile che un re il quale dimorava nella lontana Germania tenesse la signoria di Sicilia; dover questa terra obbedire non ad altri che a un principe domestico suo; per nascita e per costume sè essere italiano; voler da monarca legittimo dominare sul reame che aveva, mercè la sua buona spada, conquistato contro due Papi; aggiunse finalmente che Corradino avrebbe potuto succedergli dopo ch’ei fosse morto. La coronazione di Manfredi era stata un atto tale che lui doveva rendere nemico eterno delle legittime pretese degli Hohenstaufen sopra Sicilia; perciò ei fu costretto a combatterle, a tenerle remote dalle frontiere italiche ed a farsi sostenitore dell’idea nazionale d’Italia. E così ne fu distrutta l’antica associazione politica di questa contrada con Germania, e composto uno stato di cose quale era quello cui i Guelfi avevano inteso a creare. Come or Manfredi, di luogotenente di Corradino s’ebbe tramutato in suo nemico, e di vicario di Germania si cambiò in principe nazionale italiano, può darsi che accortezza suggerisse ad Alessandro IV di confermarlo, sotto certe condizioni, a re vassallo della Chiesa, similmente di quello che altra volta un Papa aveva fatto levando il normanno Ruggero al trono di Sicilia. Ma non volle Manfredi essere principe vassallo, sibbene monarca independente, laonde conseguenza della sua coronazione si fu che il Pontefice protestasse quella esser nulla, che pronunciasse una novella scomunica, e scagliasse l’interdetto contro tutti i vescovi e tutte le città che lo riverivano[465]. L’odio della Curia pontificia contro la schiatta di Federico durava inestinguibile; sospettava essa (e con buona ragione) che Manfredi avrebbe sempre osteggiato le pretensioni del Papa, senza posar mai finchè non avesse conquistato il reame d’Italia e postosi in capo la corona imperiale. La conciliazione tentata più volte fallì eziandio poichè il Papa chiedeva che s’allontanassero d’Italia i Saraceni. La durata di questa colonia di Musulmani nelle Puglie fa ricordare la storia di que’ tempi in cui gli Arabi dai loro covi del Garigliano avevano incusso spavento a tutta l’Italia. Federico II aveva trapiantato a Luceria i loro compatriotti di Sicilia, facendosene un campo di arcieri abilissimi, sempre parati a combattere. I frati predicatori, che Gregorio IX aveva mandato ripetute volte fra loro, non erano giunti a convertire uno solo di quegli infedeli; e anche dopo di lui, e sempre, il nome di Allah gridato dalle scolte risonò dalle torri di Luceria, e i letterati vi andarono spiegando nelle moschee il Corano. Federico aveva composto di Saraceni la sua guardia, e, scevro di pregiudizî, aveva eletto ad alti officî parecchi uomini ragguardevoli di loro gente: la tolleranza degli Hohenstaufen serbò in vita quei Maomettani, che rimasero fedeli a loro fino alla morte. Se anche sia esagerata la notizia data dal Cronista inglese che i Saraceni contassero sessantamila uomini atti alle armi, erano però abbastanza numerosi perchè tenessero il Pontefice in angustie[466]. Nelle guerre degli Hohenstaufen contro la Chiesa furono essi il solo esercito permanente che quei principi avessero: guerrieri fervidissimi e distruttori senza pietà, invulnerati dalle scomuniche, trucidavano allegramente preti e frati mendicanti; senza rimorsi bruciavano chiese e conventi, e devastavano città conquistate, sì come fecero di Albano e di Sora al tempo di Federico II, e di Ariano a quello di Manfredi. La loro colonia nell’Italia meridionale fu una spina confitta in cuore dei Papi[467]. Alessandro IV chiese che si bandissero; ma Manfredi non vedeva altra salute che nella loro fedeltà, e doveva i suoi primi successi di prosperità ai loro archi ed alle loro frecce; li protesse, e, come il padre suo, chiamò schiere sempre novelle di Arabi, che vennero dalle coste di Africa a porsi a’ suoi stipendî. I Papi lo chiamarono sultano e alleato dei Pagani, e le loro crociate furono sempre indiritte contro Manfredi e insieme contro i Saraceni di Luceria. Coronato che fu, Manfredi entrò in una nuova epoca della sua vita politica. Presto ottenne ascendente nell’Italia di mezzo e settentrionale; la sua potenza prese dimensioni maggiori, e, quantunque il compimento di un tanto disegno trovasse difficoltà insuperabili, lo affaticava il pensiero di riunire tutta Italia sotto al suo scettro come re nazionale. La sua rottura con Corradino e coi Tedeschi lo fece avvicinare ai Guelfi; s’era fatto accogliere nella confederazione intesa a debellare Ezzelino, e conchiudeva trattati con Genova e con Venezia. Ma presto venne in aperto che la parte guelfa non era più la vera nazionale, perlochè Manfredi, come ebbe compreso esser cosa impossibile rappattumarsi col Papa, tornò alle tradizioni della sua famiglia, e alleatosi ai Ghibellini combattè insieme con essi contro lo Stato della Chiesa. Nominò il Palavicini, loro duce nell’Italia superiore, a suo capitano in Lombardia; elesse il genovese Percivallo Doria a suo vicario a Spoleto e nelle Marche; e Giordano di Anglano conte di San Severino, suo consanguineo, fe’ vicario di Toscana[468]. Questo paese, di cui Siena era il quartiere dei Ghibellini, dopo la celebre giornata di Montaperti, prestò omaggio a Manfredi come a supremo signore e protettor suo. I Sanesi congiunti ai Ghibellini fuorusciti di Firenze, che s’erano raccolti sotto il loro gran capitano Farinata degli Uberti, e soccorsi da genti tedesche venute con Giordano di Anglano, ruppero ivi sulle rive dell’Arbia, ai 4 Settembre 1260, i confederati Guelfi: e Firenze la ricca, la potente aperse ai Ghibellini le porte, e tributò ossequio al conte Giordano, che lo ricevette per Manfredi. Avvenimento gravido di conseguenze! Diminuì la forza della Chiesa, accrebbe la considerazione di Manfredi in tutta Italia, schiacciò la fazione guelfa, ma anche la rese per sempre nemica implacabile di quel Re; e lui incatenò piè e mani ai Ghibellini di cui si buttò adesso in braccio, e gli tolse agio di far pace colla Chiesa, che nelle sue distrette chiamò a soccorso un despota straniero: tuttavolta fornì eziandio di repente a Manfredi una base nuova di potenza nell’Italia di mezzo, donde potè agire più gagliardamente contro il Papa e tenere in commovimento lo Stato ecclesiastico fin sotto le porte di Roma[469]. I Guelfi di Firenze e di altre città si gittarono sconsigliatamente dentro di Lucca, loro ultima trincea. Si volsero eglino (così stravaganti erano a quel tempo gli indirizzi dei partiti!) financo a Germania, e richiesero Corradino che scendesse per togliere la corona all’usurpatore e per restaurare i diritti dell’Impero. L’ultimo nipote di Federico II, fanciullo di otto anni, rispose loro per bocca di suo zio Luigi di Baviera; tolse Firenze e la federazione guelfa sotto l’imbelle suo patrocinio, proclamò che Manfredi ed i Ghibellini erano suoi nemici, e promise che presto sarebbe venuto egli stesso in Italia o che vi avrebbe mandato suoi legati, se i Principi tedeschi lo avessero concesso[470]. Alessandro IV frattanto, costernato della caduta di Firenze, scomunicò Siena ed i Ghibellini, li citò a comparire davanti il suo tribunale, e scongiurò Pisa affinchè abbandonasse la lega con Manfredi. Ma, ai 28 Marzo 1261, Firenze or fatta ghibellina, Pisa, Siena e molte altre città, sotto l’autorità del Re conchiusero una alleanza offensiva e difensiva contro tutti i Guelfi ed i loro partigiani; e così l’antica federazione tusca venne in balia di Manfredi[471]. Solamente la lega delle città umbre, di cui era capo la guelfa Perugia, rimase fedele alla Chiesa e impedì che l’altra lega facesse maggiori progressi. Poco appresso morì il debole Alessandro IV, affranto dai dispiaceri: passò di vita il dì 25 Maggio 1261 a Viterbo, dove alcun tempo prima s’era recato, dopo di aver fatto un lungo soggiorno ad Anagni, ed uno breve nella turbolenta Roma[472]. Gli otto Cardinali (che tanti e non più componevano allora il sacro Collegio) si congregarono per la nuova elezione a Viterbo. Per più di un mese non se la intesero, finchè, ai 29 di Agosto, essendo presente per caso il Patriarca di Gerusalemme, questi fu eletto papa. Jacopo Pantaleone, figlio di un calzolaio di Troyes, era un prelato francese, il quale col suo ingegno e con prospera fortuna era venuto a grande stato nella Chiesa. Il fatto che un Francese era salito alla cattedra santa fu tosto nuncio che si sarebbero composte novelle attenenze politiche; ed invero il Papato per sua sventura abbandonò l’indirizzo nazionale e si gettò fra le braccia della monarchia di Francia. La mira dei Pontefici di mandare a precipizio gli ultimi Hohenstaufen che erano in Italia fu ragione di quella stretta colleganza con Francia; e cotal meta non fu raggiunta che a prezzo immensamente caro. Pantaleone, eletto a Viterbo nel dì 4 Settembre 1261 con nome di Urbano IV, s’infervorò nell’odio ereditato dai suoi predecessori contro il «nido delle vipere» di Federico II, e si mise all’opera con passione di nemico personale. A Roma non andò; in Laterano non pose mai piede[473]. § 2. A Roma si lotta per la elezione del senatore. — Giovanni Savelli e Anibaldo Anibaldi, senatori (1261). — I Guelfi fanno senatore Riccardo di Cornovaglia; i Ghibellini vi eleggono Manfredi. — Carlo di Angiò, candidato senatore. — Urbano IV offre a lui la Sicilia. — Trattative per ragione del Senato. — Il Gaucelin e il Cantelmi, primi prosenatori di Carlo. — I Guelfi e i Ghibellini si guerreggiano nella Tuscia romana. — Pietro di Vico. — Manfredi è deluso nelle sue mire su Roma. — Pietro di Vico è ricacciato della Città. — Urbano IV muore nel 1264. A Roma ferveva allora contesa per la elezione del senatore. In tale officio a Napoleone Orsini ed a Riccardo Anibaldi erano succeduti Giovanni de Sabello e Anibaldo Anibaldi, nipote quest’ultimo di Alessandro IV: e dopo che, intorno alla Pasqua dell’anno 1261, i due erano usciti di carica, si era anche accesa una sì veemente disputa per l’elezione, che Alessandro IV aveva dovuto scampare a Viterbo[474]. Le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini dividevano a quel tempo la Città con tanta recisione che da allora in poi se ne afforzò durevolmente l’essere dei loro partiti. Poco prima che morisse Alessandro, e tosto che il cardinal Giovanni di san Lorenzo, inglese, ebbe comperato i loro voti, i Guelfi elessero senatore a vita Riccardo di Cornovaglia, già coronato re dei Romani: per lo contrario acclamarono gli altri re Manfredi a senatore. Fu questa la prima volta che i Romani dessero ad un signore regio e straniero la podestà senatoria già vigilata così gelosamente; e fu prova che gli spiriti democratici fra loro erano in decadenza. Il genio della libertà aveva tolto commiato da Roma insieme con Brancaleone, avvegnaddio questo generoso uomo fosse l’ultimo republicano vero del Campidoglio. L’amore d’independenza e la grandezza di tutte le virtù civili che da quello scaturiscono caddero a questa età in basso anche negli altri Comuni: la potenza eroica che loro aveva infuso la lotta di libertà combattuta contro gli Hohenstaufen sparve insieme col pericolo esteriore; il lusso prese il sopravvento; i Comuni spossati di forze furon giuoco or di governi plebei ed or di tirannidi, e manifestamente vennero accostandosi all’idea monarchica. Perciò i Romani, diventati troppo deboli per sostenere i diritti della Republica contro il Pontefice, elessero dei Principi a loro senatori, e posero sotto la protezione di questi il Campidoglio: ed invero reputavano che un senatore regio avrebbe difeso la loro libertà contro le pretese della santa Sede più efficacemente di quello che avrebbe potuto farlo qualsiasi altro Podestà. Manfredi inoltre ne dava loro speranza, perchè egli avversava quella podestà giudiziaria sull’Impero che i due pretendenti della corona di buon animo consentivano invece al Pontefice: e già Manfredi affermava che la santa Sede non poteva avere il diritto della elezione imperatoria, appunto perchè questo diritto apparteneva al Senato, ai nobili ed al Comune di Roma[475]. Il Re, uomo pien d’ingegno, era al colmo delle buone fortune, e godeva (ma doveva essere breve!) il favore di Sicilia e delle Puglie, in mezzo allo splendore della sua gaia corte, ornata del sorriso delle muse. Col suo ascendente giungeva fino sul Po ed in Piemonte; Re potenti aveva per amici. Dopo la morte di sua moglie Beatrice aveva menato in donna, nel Giugno dell’anno 1259, Elena figliuola di Michele Angelo Ducas despota dell’Epiro; ed ora, nel 1262, la sua giovine e bella figlia Costanza (egli, lo scomunicato della Chiesa) sposava con Pietro di Aragona, figliuolo di re Jacopo, ad onta che il Papa vi opponesse sue proteste, quasi che fosse presago della fatale vendetta che gli Hohenstaufen avrebbero un dì raccolto da cotal maritaggio[476]. La elezione a senatore doveva essere di massima importanza per Manfredi, poichè avrebbe potuto servirgli di fondamento a’ suoi disegni audaci. Che cosa poteva infatti bramare di più, che tenere in podestà sua Roma oltre alle città di Toscana? Ma a Roma adesso Ghibellini e Guelfi ivano accapigliandosi in gran furia pro e contro Manfredi, pro e contro Riccardo, in quello che il Papa studiavasi di metter fuori della porta entrambi questi pretendenti. E veramente ad Alessandro IV, breve tempo prima della sua morte, era riuscito di por fine alla lotta dei partiti; e, lui trapassato, era paruto che la quiete si fosse ristabilita nella Città[477], dacchè il popolo aveva provvisoriamente posto il reggimento nelle mani di uomini di sua confidenza, appellati _boni homines_, con facoltà di sottoporre a revisione gli Statuti e di eleggere definitivamente il senatore. Quella giunta di conservatori della Republica s’era tenuta alla testa delle cose cittadine più che un anno[478]; ma, come il popolo aveva chiesto che la si finisse collo stato provvisorio, e che all’uno o all’altro dei due, Riccardo o Manfredi, si desse l’officio senatorio, i partiti erano venuti nuovamente a guerra civile. Una fazione, composta di gente moderata, propose che si eleggesse Pietro di Aragona genero di Manfredi; quanto ai Guelfi, lasciato in disparte Riccardo ch’era lontano, riunirono i loro voti sopra il vicino Carlo di Angiò. La elezione di questo Principe francese ebbe grandissima rilevanza storica. Infatti Urbano IV teneva con lui negoziati per conferirgli la corona di Sicilia, il qual reame o piuttosto il suo popolo (cui i Papi non facevano che dar parolone di libertà e di independenza) erane trattato da anni in qua come una greggia stupida, ed esibito a chi avesse meno esigenze. Enrico III d’Inghilterra ne aveva accettato l’offerta per suo figlio, ed allora era paruto che i Normanni, dopo la caduta di lor dinastia, fossero destinati a tornare nell’antico regno per l’ampio giro di un passaggio dall’Inghilterra. Però le continue guerre coi baroni di quel paese, cui il Re aveva rotto la fede della costituzione, il rifiuto della Chiesa inglese di lasciarsi imporre ancora tributi, la lontananza e l’incertezza dell’intrapresa, impedirono che Enrico mantenesse le sue promesse. Il giovine Edmondo rimase nella remota Britannia, re di un mero titolo scritto in pergamena; nè fu egli certo che turbasse i sonni di Manfredi. Urbano IV pertanto risolse di trarre in campo un altro pretendente, un Principe famoso in guerra, di quella Francia ch’era ricca e fervidamente cattolica: e questi fu Carlo, minor fratello di Luigi IX. Conte di Angiò e del Maine, era eziandio signore di Provenza e di Forcalquier i quali due paesi, dopo la morte di Raimondo Berengario IV, ultimo conte di Provenza, gli aveva recato in dote Beatrice figlia di questo Principe[479]. Ancora in addietro Innocenzo IV aveva offerto Sicilia all’istesso Carlo, ma il negozio era allora fallito, chè Francia vi si era opposta. Sennonchè adesso il francese Urbano IV ripigliò le trattative, dopo che, per conseguenza della battaglia combattuta sull’Arbia, era cresciuta di tanto momento la potenza di Manfredi: nell’anno 1262 il Papa mandò il notaio Alberto da negoziatore in Francia, e Carlo senza battere ciglio afferrò la corona che gli si veniva proponendo. Spingevanlo cupidigia sua propria d’impero e ambizione della sua donna; avvegnaddio l’orgoglio di Beatrice non potesse tollerare di dovere esser da meno per grado delle sue tre sorelle, tutte regine: infatti Margherita era moglie di Luigi IX, Eleonora aveva sposato Enrico III, e Sancia aveva per marito Riccardo di Cornovaglia. È cosa che torna ad onore di Luigi il Santo, che egli non volesse aderire all’usurpazione di Sicilia, onde doveva farsi stromento il fratel suo offendendo altrui diritti: però il Pontefice seppe acchetare alla fine i suoi scrupoli, dimostrandogli che la conquista di Sicilia spianava la via dell’Oriente. Urbano IV, ai 28 di Luglio 1263, protestò essere sciolto il patto conchiuso con Edmondo: per verità Enrico III fu restio ad abbandonare le sue pretese sopra Sicilia per cui Inghilterra aveva profuso senza alcun pro le sue ricchezze; ma il Re, insieme con Riccardo di Cornovaglia, era a quel momento prigioniero di Simone conte di Leicester e di Monfort, e dovette finalmente acconciarsi a dar la rinuncia. Allora Urbano trattò con Carlo sulle condizioni dell’investitura feudale; e, intanto che di quest’argomento si discuteva, il Conte, all’insaputa del Pontefice e per via di abili agenti, si maneggiò per essere eletto senatore di Roma. Questo avvenne sul principio di Agosto dell’anno 1263.[480]. Gli Italiani accusano Urbano IV di avere, egli francese di nascita, tratto in Italia una dinastia straniera; però questa colpa ricade a più forte ragione sopra tutto il partito guelfo del loro paese, che era deviato dalla sua idea nazionale. I Guelfi ed i Papi, nel cui gretto animo non alitava più lo spirito grande di Alessandro III e di Innocenzo III, apersero nuovamente Italia ad un signore straniero; venne questi cupido di impero, e vinse, e soffocò il pensiero nazionale, onde insieme con esso tramontò la grandezza del Papato antico. Del resto i Romani rispettavano sì poco i diritti dei loro Pontefici, viventi costantemente in esilio, che o non significarono ad Urbano IV la elezione del nuovo senatore, o, se lo fecero, gliela annunziarono soltanto dopo che da lunghissimo tempo la fama gliene aveva recato la novella[481]. Dimorava egli in Orvieto, e con Roma trovavasi in mali termini. I banchieri romani erano ancora creditori di ragguardevoli somme verso la Chiesa, che non aveva modo di pagarle; e se Urbano s’avesse fatto vedere in Laterano, sarebbe stato l’anima dannata delle turbe di quei creditori e di furibondi Ghibellini. Di fatto egli non possedeva più in Roma alcuna podestà civile, e, fino dal tempo di Brancaleone, la santa Sede s’era lasciata scappare di mano la investitura del Senato. La inattesa elezione di Carlo a senatore cadde dunque come un fulmine secco in mezzo alle trattative che pendevano per la infeudazione di Sicilia. Urbano ne fu costernato. La futura unione della podestà senatoria colla corona di Sicilia nella persona di un Principe ambizioso minacciava di serio pericolo la independenza del Papa. Temeva egli di cader di Scilla in Cariddi, dal giogo degli Svevi nella tirannide dei Provenzali; in breve giocava sopra una carta la signoria suprema di Roma[482]. Fra le condizioni che primamente avevasi imposte al Conte di Angiò per riguardo a Sicilia, s’era inserito l’articolo che egli nè a Roma nè altrove nello Stato ecclesiastico avrebbe potuto tenere officio di senatore o di podestà[483]: tuttavolta adesso Urbano videsi costretto a modificare il patto, ed anzi a consigliare con grande insistenza che Carlo accettasse la dignità senatoria. Se questi rifiutata la avesse, probabilmente essa sarebbe capitata in mano del genero di Manfredi, e ciò avrebbe impedito la conquista del reame; invece, il possesso di Roma era per Carlo il primo e sicuro passo ad ottenerla. Dopo consulte lunghe coi Cardinali, Urbano incaricò il suo legato di rappresentare la cosa al Conte, ma di vietargli che assumesse la carica di senatore a vita, e di imporgli che in quella faccenda destreggiasse con artificî diplomatici: bastano questi suggerimenti per dimostrare che ometto fosse quel prete nell’abilità di farsi giuoco dei giuramenti. Se Carlo avesse a quest’ora anche promesso ai Romani di essere loro senatore per tutta la vita, doveva il legato proscioglierlo del giuramento, e secretamente obligarlo ad un altro, che avrebbe tenuto l’officio temporaneamente, a piacimento del Papa[484]: a lui infatti pareva cosa tanto importante limitar la durata della senatoria di Carlo che ne fece dipendere l’infeudazione di Sicilia. Così fu che mandò in Francia uno dei più esperti Cardinali, Simone di santa Cecilia, e lo provvide di due diverse minute di scritture, comandandogli di indurre Carlo ad accettare quello dei due trattati che era il meno pericoloso. L’uno portava che il Conte dovesse tener l’officio di senatore per cinque anni; se in questo periodo di tempo avesse conquistato Sicilia, avrebbe dovuto rinunciare immantinente alla carica di senatore, sotto pena della scomunica e della perdita de’ suoi diritti al reame. La seconda formula recava invece ch’ei promettesse ai Romani di accettare l’officio soltanto per quel tempo che gli avrebbe talentato, e che indi al Papa giurasse di durar senatore per cinque anni al più, o per quel termine che gli verrebbe stabilito: per il caso poi che i Romani avessero insistito onde l’officio durasse a vita, Carlo doveva promettere che, fatta la conquista di Sicilia, od altrimenti conosciuto essere essa impossibile, avrebbe deposto l’officio di senatore nelle mani del Pontefice appena che questi ne l’avesse richiesto: in ogni evento avrebbe dovuto provvedere che la dominazione di Roma tornasse alla santa Sede[485]. Ed il Papa comandava al legato che se Carlo rifiutasse di guarentire solennemente i diritti della Chiesa sul Senato, ei dovesse abbandonare ogni trattativa per riguardo a Sicilia e tornarsene a casa[486]. Urbano era involto in grandissime difficoltà. Sicilia, fatale egualmente per gli Imperatori che per i Pontefici, fino dai tempi di Leone IX aveva cagionato alla Chiesa umiliazioni molte, e mille pene e cure. Il dominio di questa terra, in cui i Papi avevano visto riposare il fondamento di loro independenza civile, era stato origine di formidabili guerre coll’Impero; ed eglino stessi erano costretti a confessare che ambivano ad una signoria politica senza aver forza bastevole di conservarsene padroni nemmanco per un anno solo. Ed era un lamento che l’inquietudine gli strappava dal profondo dell’anima, quella parola onde Urbano IV sclamò: «Dice Geremia, che ogni male ne sarebbe venuto dal settentrione; però io confesso che esso ci viene di Sicilia»[487]. Nondimeno egli aveva abilmente saputo associare l’affare del Senato coll’investitura del reame; e ciò obligò Carlo a rinunciare alla durata vitalizia dell’officio senatorio, e, per rimostranze del Re di Francia, a sottoporsi alle condizioni imposte da Urbano. Dalle lettere del Pontefice si pare che i Romani e Carlo lo lasciarono al buio delle trattative che fra sè tennero. I Guelfi romani avevano effettivamente nominato il Conte a _dominus_ e _signor_ della Città finchè avesse vivuto: e l’aver gettato la loro libertà in grembo ad un ignoto, che non si aveva acquistato alcun merito fra essi, destò lo sprezzo perfino de’ contemporanei, quantunque fossero guelfi come loro; avvegnaddio la cosa provasse che Roma era divenuta indegna di libertà[488]. Dopo che il conte di Angiò ebbe accettato le proposte del cardinale Simone (il quale adempiè bravamente il suo incarico) ed ebbe promesso di essere a Roma per il giorno di san Michele dell’anno 1264, mandò alla Città Jacopo Gaucelin da suo vicario nel senato, ed alcuni cavalieri provenzali. Il Gaucelin, sul principio di Maggio del 1264, prese, in nome di Carlo, possedimento della rocca Capitolina, ma tosto dopo morì, e in officio di prosenatore gli succedette Jacopo Cantelmi[489]. Così fu che il Principe francese si cacciò primamente in Campidoglio da pretendente contro Manfredi, col proposito di balzarlo poi anche dal trono di Sicilia. Indarno Manfredi aveva parecchie volte tentato di appiccare trattative con Urbano; con grande suo cruccio vedeva ora un avversario straniero, chiamato dal Pontefice, metter radice in Roma. Di qui i Ghibellini erano stati discacciati ancor prima che vi facesse comparsa il Vicario di Carlo. Si raccolsero essi in Toscana intorno al proconsole _Petrus Romani_ di Vico, un signore potente della terra dei Prefetti, zelantissimo partigiano di Manfredi e suo luogotenente ossia vicario nel Senato[490]: i Guelfi dalla lor parte si ordinarono sotto il vessillo di Pandolfo, conte di Anguillara, presso al lago di Bracciano[491]. Dì non passava che le due fazioni non si azzuffassero per disputarsi le castella di Toscana. Pietro di Vico, cui Giordano di Anglano aveva mandato milizie, potè financo conquistare la città di Sutri, ma ne lo ricacciò il Cantelmi vicario di Carlo. Sulla fine anzi del Maggio questo prosenatore lo assediò nel castello di Vico; però le divisioni e la paura di una venuta di Manfredi gli fecero abbandonare l’impresa; e le soldatesche romane oramai sui primi di Giugno del 1264 tornarono nella Città, per modo che Pietro ne fu liberato[492]. Come or Manfredi ebbe sicurezza che Carlo di Angiò sarebbe tosto entrato in campo, decise di muovere contro Roma, e in pari tempo, unito coi Ghibellini, risolse di tentare un bel colpo contro il Pontefice in Orvieto[493]. Dalle Marche, da Toscana, dalla Campania (dove il Re stesso pose campo sul Liri), dovevasi imprendere una grande spedizione nello Stato ecclesiastico. Però malvagità di destino da qualche tempo infiacchiva le forze di Manfredi. Speranza di potersi intendere col Papa aveva fino dapprincipio tolto lena alla sua attività; e, ad onta che Toscana gli porgesse opportunità propizia (anche Lucca aveva aperto le porte ai Ghibellini), gli fecero difetto in ogni opera sua unità di piano ed energia: così, invece di sgombrarsi audacemente la via di Roma, ristette dalla sua marcia, poichè la Campagna romana gli negava il passaggio. Il Lazio aveva allora abbracciato la parte guelfa; il Pontefice aveva ordinato a tutti i baroni ed a tutti i vescovi di serrare ermeticamente le porte della loro terra; nessun castello poteva concedersi in investitura a chi non fosse del paese, nè permettevasi che si conchiudessero maritaggi fra abitatori della Campagna e sudditi del Re[494]. Manfredi per conseguenza nell’estate tornò in Puglia: bensì in soccorso di Vico e contro a Roma aveva mandato con milizie il suo capitano Percivallo Doria, e questi per gli Abruzzi s’era aperta una via nelle terre romane, ma il generale non potè conquistare Tivoli che ora obbediva sommessamente alla Città, nè osar di effettuare su di Roma un’impresa progettata: il Doria entrò nel territorio di Spoleto, e infelicemente annegò nelle acque della Nera, vicino Rieti, e così il Papa se la levò liscia del pericolo che lo minacciava. Tuttavolta ogni dì più le condizioni di Urbano IV facevansi gravi: la lega delle città di Narni, di Perugia, di Todi, di Assisi e di Spoleto gli negava soccorsi; vuoti erano gli scrigni; e soltanto con grande fatica poteva raccogliere qualche po’ di soldati. Dugento ne gettò nella rocca del Campidoglio, e, composto un piccolo esercito nel distretto di Orvieto sotto gli ordini del maresciallo Bonifacio di Canossa, fe’ in tutti i paesi predicare la croce contro Manfredi ed i suoi Saraceni, scongiurò Carlo che si affrettasse a venire, e lo pose in guardia contro i sicarî che, diceva, quell’altro mandava per torlo di vita[495]. Il fatto che Roma restasse allora in potere dei Guelfi decise delle sorti di tutto l’avvenire. Fu per Manfredi massima sventura che non antivenisse il suo avversario entrando egli nella Città, e che non potesse impedire l’ingresso di Carlo in Campidoglio. Roma era divenuta il ricettacolo di tutti i suoi nemici, massime anche dei numerosi fuorusciti pugliesi che smaniavano di tornare in patria e di far loro vendette. Vollesi per verità tentare di togliere la Città dalle mani dei Guelfi prima che Carlo giungesse: a quest’uopo si compose un piano, e (sebbene Tivoli non acconsentisse ad accogliere i Ghibellini) Ostia, donde poteva impedirsi uno sbarco di Carlo, cadde in potere di Riccardo degli Anibaldi, la cui famiglia potente seguiva la parte ghibellina, ad eccezione del cardinale di pari nome che era stato dei più zelanti a far eleggere Carlo a senatore[496]. Una vittoria di Pietro di Vico, che, unito con Francesco di Treviso capitano di Manfredi, aveva presso Vetralla fatto prigioniero il Conte di Anguillara, incorò gli esuli ghibellini, che ora sperarono di penetrare in Roma mercè un attacco notturno. Pietro sbucò di Cervetri, l’antica Cere, che era un suo castello; e, senza pur attendere gli altri, come avrebbe dovuto fare conformemente alle intelligenze prese, in una notte giunse su Roma. I suoi amici gli apersero la porta di san Pancrazio, ma egli non vi potè porre piè forte, e, mentre voleva impadronirsi dell’isola Tiberina, le guardie diedero l’allarme: il Cantelmi coi suoi Provenzali accorse dal Campidoglio; i Guelfi romani condotti da Giovanni Savelli sopravvennero dalla Città, e Pietro dopo ostinata resistenza fu incalzato nel quartiere transteverino detto Piscinula, e completamente battuto. Il figlio suo annegò guadando il Tevere; quanto a lui potè con tre soli compagni fuggire a Cervetri[497]. La mala riuscita di questo piano ebbe conseguenze sventurate, chè Roma rimase in possesso dei Guelfi, e i Ghibellini non osarono più alcuna impresa nuova. Frattanto, ai 2 Ottobre 1264 Urbano IV morì a Perugia, ove era venuto fuggendo dalla ribellata Orvieto dopo un soggiorno fattovi per quasi due anni. In tutto il suo pontificato non pose mai piede in Roma. Il suo pontificato fu spoglio di grandezza; la sua politica mancò di vera prosperità: non ebbe infatti raggiunto l’altissimo scopo che ei s’era proposto, la caduta di Manfredi e l’esaltamento di Carlo di Angiò al trono di Sicilia[498]. § 3. Clemente IV papa (1265). — Eccita Carlo alla conquista di Sicilia. — Apparati guerreschi di Manfredi. — Condizioni difficili dei Guelfi in Roma. — Carlo parte e sbarca felicemente: entra in Roma. — È costretto a sgombrare il palazzo Lateranense. — Prende possesso del Senato. — I legati del Papa lo investono di Sicilia. Morto Urbano, i Cardinali stettero un pezzo prima d’intendersi. Fra loro v’era una fazione che nutriva sentimenti patriottici, ed essa ripudiò l’indirizzo politico fin qui seguito, ed espresse il desiderio che si facesse con Manfredi la pace, e s’impedisse l’invasione provenzale in Italia. Momenti preziosi erano questi, poichè la decisione che allora conveniva prendere celava in grembo destini venturi d’incalcolabile importanza per l’Italia e per il Papato. Un uomo di genio avrebbe potuto trarre salva la Chiesa da quel labirinto; ma questo genio non vi fu. Prevalse il partito guelfo e francese; perfino l’elezione del Pontefice cadde sopra un Provenzale, suddito di Carlo di Angiò, e così fu confermata e continuata la politica non italiana di Urbano IV. Guido Le Gros Fulcodi, nativo di Saint Gilles in Linguadoca, laico dapprima, padre di parecchi figliuoli avuti di legittime nozze, era stato avvocato di rinomanza e consigliere secreto di Luigi di Francia. Preso in uggia il mondo dopo che gli fu morta la moglie, s’era fatto monaco certosino; indi era diventato vescovo di Puy ed arcivescovo di Narbona, e s’aveva acquistato fama di pio: Urbano IV nell’anno 1261 lo aveva creato cardinale di santa Sabina; e adesso, in sul principio dell’anno 1265, veniva eletto papa. Trovavasi a questo tempo in Francia, e vi si stava allestendo per una missione in Inghilterra, allorchè gli giunse novella della sua elezione, che per tema dei Ghibellini era ancor tenuta secreta. Ambizione non lo allettava, chè esperienza della vita e la filosofia attinta da quella gliene avevano sradicato ogni cura: perciò Guido, vecchio, amante di pace, di costumi severi, sentì reluttanza di accettare la tiara; ma, andato a Perugia, dovette cedere alle impetuose instanze dei cardinali, e ai 22 Febbraio del 1265 fu consecrato nel duomo di quella città con nome di Clemente IV[499]. Al nuovo Pontefice non rimase altra scelta che di continuare nell’opera del suo predecessore e di presto condurla a fine. Confermò pertanto la elezione di Carlo; al legato Simone comandò che affrettasse la conchiusione del trattato; chiese a re Luigi che soccorresse all’impresa del fratel suo, e gli convertì il voto della Crociata nell’obligo di combattere contro Manfredi. Il nerbo dell’impresa era il denaro, e procacciarselo era sommamente difficile. Sebbene Roma avesse ormai succhiato il sangue e le ossa ai vescovati della Cristianità, tuttavia la Chiesa di Francia dovette adesso sostenere anche le spese di questa spedizione nella forma tradizionale di decima levata per le Crociate, sì come Urbano IV la aveva già percepita da tre anni; e financo i malcontenti vescovi di Inghilterra e di Scozia furono posti a croce perchè soddisfacessero un pari tributo. Clemente IV, come il suo antecessore, caricò tutta Europa di imposte per conservare alla santa Sede la signoria feudale di Sicilia, ma almeno nol tocca rimbrotto di avarizia e di nepotismo, chè ei seppe tenersene mondo[500]. Beatrice, moglie di Carlo, impegnò i suoi gioielli, accattò denaro dai baroni di Francia e contrasse imprestiti. Avventurieri si fregiarono di croce, e baroni provenzali e francesi bramosi di signorie furono lesti a prender parte ad una guerra che loro dava speranza di acquistarsi dominio di città e di contee nella bellissima delle terre del mondo. Mentre dunque l’impresa si andava apparecchiando con grande fervore in Francia, Manfredi in Italia si armava per opporvi impedimento. Ad un esercito che fosse venuto dalla via di terra sperava egli, se non di chiudere i passi delle Alpi, almeno di preparare in Lombardia una disfatta sicura, perciocchè là il Palavicini (che sempre era il capitano di quei Ghibellini), Boso da Doara, i margravî Lancia e Giordano di Anglano e le città amiche gli offerissero il loro eribanno. Se poi Carlo fosse venuto da mare, doveva tagliargli il cammino un naviglio composto di galee sicule e pisane, che incrociavano fra Marsiglia e la costiera romana: e Toscana era ancora in potere di Manfredi, e Guido Novello conte palatino, che era ivi suo vicario, governava per lui la lega delle potenti città ghibelline, fra le quali nell’estate del 1264 era entrata anche Lucca. Minor frutto promettevano invece gli sforzi del Papa che, giovandosi dello zelo di Guglielmo vescovo di Arezzo, aveva recato in essere una federazione dei fuorusciti Guelfi[501]. Pietro di Vico e gli Anibaldi difendevano la Maritima, nell’Etruria romana; presso a quella marina erano disposti presidî di vedetta; e la stessa foce del Tevere Manfredi aveva reso impraticabile. Ei fece una levata di tutti gli uomini del suo reame, prese a stipendio Saraceni d’Africa, assoldò milizie anche in Alemagna, fortificò le rocche della Campania, e s’avanzò alle frontiere del Lazio per minacciar Roma: ed in vicinanza della Città soldatesche siciliane e Ghibellini romani, capitanati da Jacopo Napoleone della casa Orsini di Vicovaro, tenevano in loro mani la chiave della via Valeria, in quello che altri nelle loro castella aspettavano l’occasione propizia di penetrare in Roma e di vendicarsi degli avversarî. Come i Guelfi della Città videro farsi tanti apparati, rosero il freno dall’impazienza. Carlo lor senatore aveva promesso di essere a Roma per le feste di Pentecoste, eppure ch’ei venisse si dubitava; ed il Cantelmi vicario suo era così ridotto al verde da non raccogliere che sprezzo. «Il popolo romano», scriveva Clemente a Carlo, «popolo di illustre nome e di animo orgoglioso, te chiamò al governo della Città e brama di vedere il tuo volto:» «ei vuole esser trattato con grande prudenza questo popolo, perocchè i Romani», soggiungeva il Pontefice con ironia, «richieggano dai loro governanti grandioso incesso, frasi sonore e geste formidabili: non per nulla affermano che loro compete la dominazione del mondo. Io voglio pure tributar lode al tuo vicario Cantelmi e ai suoi compagni, ma l’esiguo numero di loro e la meschinità onde lesina egli nello spendere sminuiscono la reverenza per lui e per te»[502]. Il Cantelmi stringeva il Papa con richieste di denaro; un giorno forzò lo scrigno del Laterano e prese tutto quello che entro vi si racchiudeva, e Clemente, anch’esso trovandosi involto in estreme angustie a Perugia, mandò una protesta dichiarando non essere obligato di mantenere a spese sue la Città nel favore di Carlo conte: nondimeno fece dei prestiti tratti da’ banchieri di città toscane e dell’Umbria, e, ad onta di tutto questo, non passava giorno che non lo tormentassero Provenzali e Romani per averne moneta[503]. La città di Roma si faceva frattanto sempre più inquieta; fuorusciti ghibellini tornavansene in gran secreto e seminavano torbidi; cessava la sicurezza del vivere; l’andava a chi più rubava e uccideva; le strade si sbarravano. I nobili guelfi scrivevano al Papa lettere pressantissime per affrettare la venuta di Carlo, dicendo che ove questa si fosse protratta non avrebbero potuto, privi com’erano di mezzi e spossati di guardia diurna e notturna, tener più a lungo Roma in loro potere. Il Papa dolente gli ammonì a perseverare; protestò non aver nè denaro nè armi; contare sui sussidî della Chiesa francese; essergli data certezza del presto arrivo del Conte: e scongiurò quest’ultimo ad affrettarsi, poichè Roma era in pericolo di cadere nelle ugne degli inimici. Finalmente Carlo di Angiò annunciò che fra breve sarebbe venuto; ma prima, essendo giunto felicemente a Roma un suo cavaliere, il Ferrerio, con una mano di Provenzali, quel capitano guascone si gettava tosto temerariamente contro ai Ghibellini presso Vicovaro, ne era battuto, e, preso, mandato al campo di Manfredi. Così il primo fatto d’arme riuscì a male dei Francesi; il lieto presagio fe’ crescer di coraggio l’esercito siculo, e fra le soldatesche corsero epigrammi alle spalle del povero conte Carlotto che correva incontro alla aperta sepoltura, se pur avesse mai potuto toccare il suolo di Roma. L’impresa di Carlo di Angiò contro Sicilia va registrata fra quelle spedizioni avventurose e avventurate che compierono i Crociati di quell’età. Colla sua smania di conquiste, colla sua propensione romantica alle guerre, coi suoi arditi cavalieri (ancor prima che Spagnuoli, Portoghesi e Inglesi intraprendessero le loro spedizioni marittime), Francia fu la patria vera della cavalleria errante e dei baroni in cerca di province e di corone regie. Di Normandia erano venuti i primi conquistatori di Sicilia; giusto per intento di conquista il duca Guglielmo (cui Carlo tolse ad esemplare) s’era gettato sull’Inghilterra; e di Francia erano partite le prime e le ultime Crociate; e cavalieri francesi s’erano impadroniti di Bisanzio. Carlo, già illustratosi fra’ Crociati in Oriente dove un dì era caduto prigioniero col suo regal fratello vicin Mansura, cercava una corona ed una terra da saziar la sua ambizione e da satollare la sua povertà carca di debiti. Nessuno scrupolo trattenne questo Principe da una guerra ingiusta contro un Re che non l’avea offeso; agli occhi di lui e dei suoi Provenzali desiderosi di battaglie quella spedizione era cosa cavalleresca, una vera continuazione delle Crociate. Se pur la coscienza gli avrà fatto udir la sua voce, l’Angioino la pose a coperto sotto la croce bianca e rossa ovvero sotto la bandiera del Papa, il quale adulandolo lo paragonava a Carlo figliuolo di Pipino, che anticamente era venuto da quella medesima terra di Francia a liberare la Chiesa[504]. E per fermo una remota analogia di cose faceva ricordare di que’ tempi in cui i Pontefici avevano chiamato in Italia il Re dei Franchi a liberarli dal giogo dei Longobardi; però all’età di Carlo magno avrebbe parso bestemmia che ad un’impresa di conquista contro un principe cristiano si avesse dato nome di crociata santa. La tetra persona di Carlo d’Angiò si erige sulla scena stessa dove si combatterono le battaglie antiche fra Romani e Germani, e somiglia a quella di Narsete, laddove Manfredi veste l’abito tragico di Totila. E la storia compieva adesso la curva di un circolo perfetto, avvegnaddio quantunque le relazioni delle podestà e delle cose fossero differenti da quelle di un tempo, le condizioni nel fondo continuavano ad essere le stesse: il Papa nuovamente chiamava in Italia dei conquistatori stranieri, perchè lo liberassero dalla signoria dei Germani. Un destino inesorabile fe’ crollare la dinastia degli Svevi in Italia, come in antico aveva precipitato quella dei Goti: e la estinzione, divenuta necessaria, di entrambe quelle signorie e la morte dei loro eroi parimenti simpatici e belli illustrarono uno stesso e classico teatro con una duplice tragedia, di cui l’ultima parve non essere altro che l’esatta ripetizione della prima. Il Conte di Angiò non aveva peranco compiuto i suoi armamenti, allorquando la sua impazienza e l’appello di Roma e del Papa lo spinsero a tentar la sua impresa. Lasciò in Provenza la parte maggiore dell’esercito da lui raccolto, con ordine che per terra si sgomberasse la via dell’Italia superiore; ed egli per mare andossene a Marsiglia co’ vascelli suoi. Era l’Aprile dell’anno 1265. La fortuna cieca guidò il suo temerario viaggio. L’uragano che sperdette le sue navi, e lui con tre soli bastimenti gettò sulla costa di Porto Pisano, ricacciò in alto mare la flotta dell’ammiraglio di Manfredi; e quando il conte Guido Novello, che per Manfredi comandava a Pisa, ne uscì colla cavalleria tedesca per cogliere Carlo (e la cosa sarebbe infallibilmente avvenuta se Guido fosse capitato qualche momento prima), l’Angioino s’era rimesso in mare. Alla nuova che era stato visto a Porto Pisano, Pietro di Vico e gli Anibaldi tornarono frettolosi dalla Sabina dove erano entrati, e tentarono di impedire che sbarcasse nella Maritima[505]; ma Carlo frattanto navigava imperterrito in mezzo alla burrasca, passò vicinissimo alla flotta nemica (e par miracolo) senza danno, e felicemente trascorse lungo capo Argentaro e in vista di Corneto. Alla fine fra il tuonare e il lampeggiare del cielo egli si trovò di fronte alla costiera romana, rimpetto ad Ostia. Il mare era grosso, mal sicuro l’approdo, il lido ignoto; non sapevano che fare. Tuttavia Carlo da uomo risoluto si gettò in un palischermo, timoneggiò prosperamente attraverso le onde rinfrante, e toccò terra. Le scolte di Ostia non gli opposero impedimento alcuno; nessun nemico si presentò. Alla fama che si sparse che il Conte di Angiò fosse sbarcato, le più nobili famiglie guelfe di Roma corsero ad Ostia per andarselo a levare: fra loro furono visti i Frangipani, i Cenci, gli Anibaldi del ramo di Molara, i figli di _Ursus_, i Paparoni, i Capizucchi, i Conti, i Colonna, i Crescenzî, i Parenzi, i Malabranca, i De Ponte, i Pierleoni ed altri[506]. Questi signori giubilanti condussero Carlo al san Paolo, e nel giovedì innanzi alla Pentecoste, addì 21 Maggio del 1265, il Conte scavalcò a quel convento, per tenere indi la sua entrata in Roma[507]. E nel frattempo, unitesi nuovamente le galee, anch’esse giunsero in breve all’imboccatura del Tevere; rotti i serragli del fiume, tutta la flotta provenzale senza pur combattere vogò su per il fiume fino al san Paolo innanzi a Roma. I Romani si rovesciarono fuori della Città per poter mirare il futuro Re di Sicilia, il loro senatore eletto. Era uomo sui quarantasei anni, alto della persona, di struttura robusta, con piglio da re. Il suo volto di tinta olivastra aveva fattezze severe e dure; l’occhio era fiero e metteva paura. Uno spirito irrequieto teneva sempre in moto quell’indole di ferro; non posava mai, e soleva lamentare che il sonno accorciasse il tempo all’operare degli uomini. Aveva animo sobrio, chiuso alla giovialità ed insensibile al sorriso delle grazie. Non rideva quasi mai. Era fervido cattolico, ma la sua religione non gli impediva di essere un egoista senza legge nè fede. Possedeva tutte le qualità che occorrono ad un guerriero, ancorchè non sia un genio per farsi conquistatore e tiranno; e le possedeva in sì larga misura che diventò acconcissimo strumento agl’intendimenti del Pontefice: infatti aveva valore cavalleresco, prudenza, continenza quasi di stoico, penetrazione acuta di giudizio, volontà indomabile, crudeltà, cupidigia di dominare, avarizia, ambizione immensa[508]. Nel sabato di Pentecoste, ai 23 di Maggio, il Conte tenne il suo ingresso in Roma per la porta di san Paolo. Venne con soli mille cavalieri senza cavalcatura, e fu accolto dalle processioni del clero e de’ cittadini, dai gonfaloni della milizia, della nobiltà e dei cavalieri a cavallo. I Romani guelfi spiegarono un’insolita pompa per far onore al loro senatore; vollero mostrargli che anche nella città dei Papi la cavalleria aveva forme gentili e di corte, e innanzi a lui tennero un armeggiamento di foggia romana. Invero può darsi che la nobiltà fosse allora usa di esercitarsi in cotali prove fra i ruderi della grandezza antica, ed è probabile che la forma di quelle corse ascanie e di quei getti di lance togliessero a imitazione di ciò che ne scrive Virgilio[509]. Il popolo, in man recando corone di fiori e palme, accompagnò il suo senatore; a suon di cetre ballavano a gruppi, e cantavano inni di lode della novella signoria di Carlo; le strade e le piazze della Città erano tutte da cima a fondo addobbate di tappeti: a ricordanza di uomo (lo attestano i contemporanei) i Romani non avevano mai adoperato tanto sfarzo per alcuno dei loro signori. Circondato da’ suoi Francesi e da’ Provenzali, il novello senatore cavalcò per la festosa Città, ma l’avido popolo non ebbe a raspar dal suolo neppur un meschino quattrinello, perocchè non vi fossero famigli che gettassero denaro. Il Conte era venuto a Roma a mani vuote[510]. Non era egli che facesse dei regali al popolo; erano i Guelfi che dovevano darne a lui. Lo si condusse al san Pietro, e conformemente al costume de’ principi, primamente smontò a quel palazzo: e sebbene a lui senatore spettasse la residenza in Campidoglio, tuttavia senza più ei s’accomodò in Laterano che offriva agi maggiori. Clemente si stupì della inurbana sfrontatezza di un ospite che, non facendo troppi complimenti, col suo sciame di cavalieri provenzali si allogava nelle dimore dei Pontefici come se fossero casa sua, senza pur chiederne licenza. Gli scrisse pertanto una lettera che è degna di nota. «Tu di tuo capo», vi diceva, «hai fatto cosa che nessun re cristiano di fare s’arrogò mai. Contro ogni convenienza, per ordine tuo, le tue genti sono entrate nel palazzo lateranense. Or saper devi che non mi aggrada niente affatto che il senatore della Città, per illustre e onoranda che possa esser la sua persona, prenda stanza in uno dei palazzi del Pontefice. Io vo’ prevenire abusi venturi; la preminenza della Chiesa non dev’essere offesa da chicchessia, e meno ancora da te che Noi abbiamo chiamato a esaltazione di lei. Non pigliartela a male, ma cerca altrove nella Città la tua abitazione; palazzi spaziosi haccene abbastanza. E d’altra parte non dire che contro decoro te abbiamo cacciato fuor dei nostri palagi; di’ anzi che al decoro tuo abbiamo voluto provvedere»[511]. L’altiero Conte punto di vergogna uscì del Laterano, e dovette ricordarsi di non essere altro che la creatura del favore pontificio. Dimora non pose nel palazzo senatorio del Campidoglio, dove continuò a risiedere il suo vicario, ma prese ad abitare nel palazzo dei Quattro Coronati sul Celio[512]. Ai 21 di Giugno Carlo fu solennemente vestito delle insegne di senatore nel convento di Araceli[513], e tosto dopo volle serbare eterna ricordanza della presa di possesso della sua podestà municipale, facendo coniare una moneta e fregiandola del suo nome[514]. Conforme agli Statuti di Roma aveva condotto con sè i suoi giudici e i suoi notai; e conservò altresì un suo vicario nel senato avvegnaddio egli avesse per il capo faccende troppo rilevanti perchè potesse perdersi nelle meschine cure del reggimento civico o delle liti del popolo romano[515]. Certo che per lui era di valore inapprezzabile tenere la podestà senatoria, nè molto andò ch’ei si diede perfino aria di voler esercitare il suo officio da capo sovrano della Republica romana, sì come aveva fatto Brancaleone. Il Papa vide chiaro che il Conte usciva dei limiti delle sue funzioni, n’ebbe gelosia, e lo ammonì; e poichè l’altro gli fe’ notare che intendeva di esercitare i diritti dei senatori più antichi, da uom risoluto gli rispose: ricordasse che i Papi avevano ad essi fatto sempre opposizione, che non lo si aveva chiamato perchè imitasse la tracotanza dei suoi antecessori, nè perchè usurpasse i diritti della Chiesa[516]. Ai 28 di Giugno Carlo ricevette la investitura di Sicilia. I quattro cardinali che ebbero dal Papa l’incarico di impartirla, Anibaldo dei dodici Apostoli, Riccardo di sant’Angelo, Giovanni di san Nicolò, e Jacopo di santa Maria, ne publicarono gli atti nella basilica lateranense, presente il popolo congregato. Il Conte prestò nelle loro mani il giuramento di vassallaggio alla Chiesa, e ne ricevette la bandiera di san Pietro come simbolo dell’investitura. Clemente, come già Urbano IV, aveva dapprima cercato di serrarne l’autorità regia entro angusti confini e sotto condizioni così oppressive, che il Conte, da re, non sarebbe stato dappiù di uomo ligio ai suoi servigi, cui egli ne avesse concesso l’affittanza temporanea. Però, dopo difficili negoziati, Carlo aveva potuto stabilire dei patti più benigni; ed ora con grandi limitazioni e coll’obligo di lasciar piena immunità al clero, ei ricevette il reame indivisibile delle Puglie e di Sicilia, tranne Benevento; e lo ebbe come feudo ecclesiastico, ereditario nella sua famiglia, per l’annuo tributo di ottomila once, e salva la restituzione degli imprestiti fattigli. E nuovamente giurò di dimettere in mano del Papa l’officio senatorio e l’autorità che aveva in Roma, tosto che avesse conquistato le Puglie. Da allora in poi Carlo tenne sè stesso in conto di re di Sicilia, sebbene il Papa tergiversando confermasse gli atti di investitura solamente ai 4 di Novembre[517]. Già fin dal Luglio l’Angioino aveva promulgato dei decreti regî, e addì 14 Ottobre 1265, a beneficio dell’illustre Città, e a monumento durevole della sua podestà senatoria in Roma, cui (diceva) il volere di Dio lo aveva appellato, ordinò la fondazione di un’università[518]. Ma adesso gli conveniva fare il gran passo per conquistare effettivamente quel regno che possedeva soltanto in pergamena: eppure pareva che per mille ostacoli la cosa si rendesse impossibile. CAPITOLO SECONDO. § 1. Manfredi entra nelle terre romane. — Primo scontro dei due nemici. — Condizioni deplorevoli di Carlo in Roma. — L’esercito provenzale attraversa Italia ed entra in Roma. — Carlo, in san Pietro, è coronato re di Sicilia. L’entrata di Carlo in Roma aveva posto Manfredi in grave costernazione; gli conveniva adesso tentar di schiacciare il suo avversario dentro della Città ancor prima che ne giungesse l’esercito. Ma una tale impresa era difficile, e con milizie di soli Pugliesi e Saraceni a mala pena avrebbesi potato compiere. La diserzione di parecchi Ghibellini gli faceva capire che neppur di questo partito ei si poteva fidare; ed invero Ostia e Civitavecchia erano state consegnate in mano di Carlo, e _Petrus de Vico_ (fin allora capo operosissimo dei Ghibellini nella Tuscia romana) era passato nel campo del nemico[519]. Manfredi deliberò tuttavia di marciare nel territorio romano; nella speranza di trar Carlo fuori di Roma, in Luglio si avanzò co’ suoi Saraceni fino a _Cellae_; ed i due avversarî, ovverossia le lor soldatesche per la prima volta s’azzuffarono in mezzo ai monti Tivolesi, lungo la via Valeria. Cadde però a vuoto il tentativo di penetrare in quella città; e Manfredi potè soltanto occupare sulla linea del confine le castella di Amatrice e di Cassia[520]. Come un tempo Federico II, accampò anch’egli nella pianura di Tagliacozzo; e il suo animo esaltato (tanto è corta la vista degli uomini!) non presagì che due soli anni più tardi, l’ultimo della sua casa, Corradino, cui aveva tolto la corona di Sicilia, sarebbe caduto sotto ai colpi di quello stesso Angioino, dopochè egli, Manfredi, sarebbe giaciuto sepolto lungo le sponde del Verde[521]. E neppur là rimase, poichè gli vennero tali messaggi di Puglia che dovette tornarsene in gran fretta, dopo di avere afforzato il presidio di Vicovaro. Da altra parte le condizioni delle cose imbrigliavano l’impeto di Carlo, che pur era impaziente di misurarsi col suo nemico; e nemmanco è certo se nel Settembre egli andasse in persona sul Liri per indi far ritorno a Roma[522]. Il tradimento incominciava nel regno siculo a tessere la sua opera tenebrosa: molti baroni stringevano trattative secrete con Carlo. Narrava magnificando la fama, che sessantamila Provenzali si avessero sgombrato il cammino per Lombardia, e che in tutti i paesi si predicasse con gran successo la crociata contro Manfredi. I popoli, da lungo tempo avvezzi a udir bandita la croce contro la famiglia tedesca, contro padre, figliuoli e nipoti, ascoltarono senza riflettervi sopra il grido di Clemente IV che loro annunciava aver la Chiesa levato a suo campione il conte di Provenza, atleta che schiaccierebbe «la velenosa covata di un dragone nato di stirpe rabbiosa»: ed il Papa esortava i credenti affinchè sotto la bandiera del Provenzale prendessero la croce, ma sopra ogni altra cosa dessero denaro e denaro, onde sarebbe loro rimesso ogni peccato per quanto abominevole fosse[523]. Parimenti che all’età di Federico II, torme di frati mendicanti si sparsero per Italia e per le Puglie a seminar l’odio contro il governo di Manfredi, a predicare il tradimento, ad empiere l’animo del popolo di terrori superstiziosi. Il Re, il quale ben sapeva in che estrema penuria di moneta si trovassero Carlo a Roma e Clemente a Perugia, non dubitava nemmeno che il loro disegno dovesse rompersi in quello scoglio. Rade volte una grande impresa fu apprestata con mezzi tanto meschini come allora fu; rade volte si avventurò una spedizione con tanto pazza temerità. I Re, le Chiese, i popoli messi a contributo, se ne ritrassero come da una causa perduta, e la moneta con cui si compiè la conquista di Sicilia fu nel vero senso della parola ammassata a furia di elemosine o raccolta con prestiti di usurai. L’inopia di Carlo oppresso di debiti era tanto grande, ch’ei non sapeva in che modo provvedere alle sue spese giornaliere che ammontavano a milledugento lire tornesi. L’Angioino tribolava senza posa il Papa chiedendo denaro; il Papa tribolava a sua volta il Re di Francia ed i Vescovi sempre colla domanda lamentevole di denaro; e le molte lettere che il Pontefice ne scrisse durano ancora monumenti tristissimi di un’impresa che alla Chiesa tornò di massimo disonore. «Il mio scrigno è al secco; la ragione puoi capirla se tu volga uno sguardo alla confusione del mondo. Inghilterra è restia; Germania non vuole obbedire; Francia sospira e mormora; Spagna ha abbastanza da pensare a sè stessa; Italia non dà, ma divora. Or che cosa può fare il Papa senza ricorrere a espedienti empî per provveder sè ed altri di denaro e di soldati? Mai in nessun altro affare m’ebbi trovato in eguale difficoltà.» Così Clemente scriveva a Carlo[524]. La decima ecclesiastica del primo anno era andata consumata in armamenti; Francia non voleva più dar denaro; re Luigi e il conte di Poitou rifiutavano soccorso; il Pontefice sul serio credeva di aver fatto un buco nell’acqua. Carlo tentò allora di contrarre un imprestito coi mercanti romani, ma costoro chiesero in ipoteca i beni ecclesiastici di Roma; e il Papa, quantunque lo facesse a malincuore, concesse quel pegno inaudito: ed invero, ei confessava, senza questo prestito, il Conte deve o morir di fame o fuggire. Nulladimeno tutto ciò che si potè raccogliere su quell’ipoteca si fu un trentamila libbre, ed anche queste a gran fatica, poichè (almeno dicevasi) era stato Manfredi, il quale col suo oro aveva impedito che i banchieri romani dessero di più[525]. Usurai della Francia meridionale, d’Italia e di Roma profittavano «dell’affare di Sicilia» per spillar sangue al Pontefice ed al Conte; ma poichè quella gente reputava esser il negozio di incerto risultamento, non faceva prestiti che a pro eccessivi. «Chiedi», così scriveva il Pontefice a Simone cardinale, «chiedi al Conte medesimo quanto sia triste la sua vita; gli conviene sudar sangue se vuole accattare per sè e per le sue genti di che vestirsi e mantenersi, e sempre gli tocca guardare alle mani dei creditori che gli succhiano le vene. Ciò che non vale due quattrini, coloro lo fan pagare un _solidus_ e anche questo egli ottiene con grandissima difficoltà, a forza di blandizie e di umili istanze»[526]. E Clemente, uomo d’animo pio e di costume severo, non visse mai giorni così orrendi come allora, che le imprese politiche della Chiesa lo costrinsero ad abbassarsi a cure triviali, da cui un prete della Cristianità avrebbe dovuto tenersi sempre mondo. Con impazienza ognor più ansiosa Carlo ed il Pontefice attendevano l’arrivo dell’esercito. «Se le tue soldatesche non vengono», scriveva l’ultimo al Conte, «io non so come farai ad aspettarle più a lungo, come potrai fare a vivere, come tenere in tuo potere la Città, o aiutar la marcia dell’esercito se lo si volesse trattenere per via: se poi esso, come speriamo, capiterà, meno ancora so io come faremo a nutrir tanta gente»[527]. Tutto infatti dipendeva da ciò che l’esercito provenzale giungesse sì o no a Roma. Se i Ghibellini dell’Italia settentrionale lo respingevano battendolo, Carlo era spacciato e Manfredi trionfava. L’instancabile cardinale legato di Francia aveva armato a gran fatica l’esercito crociato raccolto in Provenza, e nel Giugno l’aveva messo in cammino. V’erano nelle sue file baroni di grandissimo nome, cavalieri prodi in cui alitava ancora qualche scintilla del fanatismo che aveva alimentato la guerra degli Albigesi: uomini tutti assetati di gloria, d’oro e di terre. V’erano Bocardo conte di Vendôme e suo fratello Giovanni, Giovanni de Néelle conte di Soissons, il contestabile Gilles le Brun, Pietro di Nemours gran cancelliere di Francia, il maresciallo di Mirepoix, Guglielmo l’Estendard, il conte Courtenay, Bertrando di Narbona e Guido di Beaulieu di Auxerre vescovi soldati, Roberto di Bethune, il giovine figliuolo di Guido de Dampierre conte di Fiandra, tutta la casa dei Beaumont, molte famiglie nobili di Provenza, finalmente Filippo e Guido della celeberrima casa dei Montfort[528]. Questo esercito di avventurieri rapaci, di cui il Pontefice aveva fregiato i petti colla croce del Redentore perchè venissero a conquistare una terra straniera e cristiana in mezzo a fiumi di sangue, quell’esercito forte di circa trenta mila uomini valicò nel Giugno le Alpi savoiarde. Trattati, che Carlo aveva conchiuso coi conti di Savoia e con alcune città, apersero all’oste l’adito per il Piemonte; il Margravio di Monferrato si congiunse con essa in Asti, in quello che il Margravio di Este con altri Guelfi stavasi aspettandola in arme presso Mantova[529]. Invano sperarono i Palavicini e Giordano di Anglano di mantenersi padroni del fiume Oglio; il tradimento di Boso da Doara ne lasciò libero il varco a’ nemici[530]; il margravio Palavicini si gettò in Cremona, e i Francesi senza impedimento alcuno e in mezzo a orribili guasti, continuarono la loro marcia su Bologna. Quattrocento fuorusciti Guelfi di Firenze s’erano già congiunti con loro in Mantova, e avevano recato promessa di maggiori aiuti. Un’onta eterna macchia gli Italiani di quell’età così guelfi che ghibellini, avvegnachè per ira di parte abbiano aperto la loro terra ad un tiranno straniero, e così sgombrato la via ai Francesi anche ne’ secoli venturi. Sentimenti di libertà e di patria s’erano ormai affievoliti nelle città stanche di lotte; nessun vincolo rafforzava più la federazione antica, nè alcun grande pensiero nazionale si levava sopra i meschini scopi di fazione e sopra le divisioni domestiche. La furia degli odî partigiani aveva lacerato Milano, Brescia, Verona, Cremona, Pavia, Bologna, o le aveva date in balia di tiranni; e intanto le grandi città marittime, Genova, Venezia ed anche Pisa, tenevansi neutrali, solo intendendo al profitto dei loro traffici. I Ghibellini, che tuttavia dominavano in Toscana, non impedirono il cammino dei nemici, poichè questi, schivando passare di là, s’avanzarono contro Roma per la via delle Marche e del ducato di Spoleto, uccidendo, rubando, devastando. Recanati, Foligno, Rimini, altre città delle Marche e dell’Umbria alzarono il vessillo guelfo, e Manfredi andò acerbamente deluso nelle sue speranze: la sua signoria su tante città fino al Po non era stata che una splendida apparenza, e presto dovevasi porre in aperto che lo istesso era della sua dominazione nelle Puglie. Non ebbe modo di trattenere l’inimico che un destino irrefrenabile pareva guidare attraverso l’Italia; indarno tentò egli nell’Ottobre di far una diversione nelle Marche: alla fine dovette richiamare dalla Lombardia Giordano di Anglano per restringersi unicamente alle difese. Era intorno al Natale dell’anno 1265 quando i Provenzali entrarono in Roma. Dopo una marcia faticosissima di sette mesi per mezzo all’Italia, giunsero essi nella desiderata Città, esausti di forze, laceri e senza stipendio. Ivi speravano trovare ogni ben di Dio, ed invece rinvennero il Conte, lor signore, carco di debiti e in disperata perplessità. Nè altro ei seppe regalar loro che la prospettiva di dover mettersi prestamente in campagna per un’impresa in cui si trattava di guadare grossi fiumi, di movere per vie impraticabili, di prendere d’assalto fortezze munite, e di sbaragliare eserciti consumati nel mestiere della guerra. Carlo allora si adoperò perchè lo si coronasse re di Sicilia; voleva infatti azzimarsi della dignità di un diritto legittimo, senza cui non avrebbe potuto intraprendere la sua spedizione. Aveva chiesto al Papa che venisse egli stesso a coronarlo solennemente in Roma, poichè, diceva, l’orgoglio dei Romani si sarebbe punto se la coronazione fosse avvenuta a Perugia o fuori della Città. Ma il Pontefice s’ebbe a male della domanda, e rispose che i Romani di questo non si dovevano impacciare[531]. Parecchie male intelligenze derivanti dalla posizione in cui il Papa si trovava messo, la padronanza che Carlo s’era arrogata come senatore, la sua penuria di denaro, le efferatezze che l’esercito provenzale aveva commesso nel suo cammino su Roma, tutto ciò aveva cagionato della ruggine fra Clemente IV e Carlo, per guisa che quegli era ormai pentito di aver tratto sopra di sè un tanto uragano. Laonde era stato soltanto di mala voglia che ai 4 di Novembre aveva dato conferma all’investitura, e fu di mala voglia che finalmente promulgò ai 29 di Dicembre una Bolla in cui stabilì che Carlo fosse coronato: però a compierne la ceremonia deputò cinque cardinali, fornendoli di piene facoltà come vicarî suoi. Addì 6 di Gennaio dell’anno 1266 Carlo di Angiò colla sposa Beatrice ebbe nel san Pietro il diadema di re di Sicilia: e per la prima volta si abbandonò in quell’occasione la costumanza onde fino allora nel santo duomo dell’Apostolo, nel luogo ove Carlo magno aveva ricevuto il serto dell’Impero, s’erano coronati soltanto Imperatori e Papi. Torneamenti e feste popolari giocondarono quell’avvenimento fatale[532]. Ancora per un istante Manfredi aveva potuto sperare di guadagnare il Pontefice dalla sua; ma adesso quella speranza sparve per sempre. Come udì della coronazione di Carlo, mandò ambasciatori al Papa; protestò; con linguaggio da re invocò Clemente affinchè impedisse al ladro da lui armato di assalire il suo regno, ed ancora a quell’ultima ora offerse patti favorevoli di pace. Non può leggersi senza fremere la risposta severa, terribile, profetica che gli die’ il Papa. «Sappia Manfredi», così disse Clemente, «che di grazie passò l’ora. Ogni cosa ha il tempo che le conviene, non il tempo conviene a tutte cose. Già l’eroe armato è uscito in campo; la scure fu messa alla radice»[533]. § 2. Carlo muove di Roma. — Supera trionfalmente la linea di difesa del Liri. — Battaglia di Benevento. — Caduta gloriosa di Manfredi. — Carlo spaccia corrieri al Papa. — Indole di Manfredi. — Ragioni della sua presta fine. — Sorti di Elena sua sposa e de’ suoi figli. — Carlo di Angiò entra in Napoli. Intollerabile penuria di tutte le cose costrinse Carlo a condurre al più presto contro il nemico il suo esercito: non sapeva più come fare a pagarlo, e voleva che il ricco paese di quello gliene facesse le spese[534]. Di Roma partì dunque co’ suoi ai 20 di Gennaio dell’anno 1266[535]. Molti Guelfi italiani, molti fuorusciti delle Puglie, molti Romani (fra’ quali il ribelle _Petrus de Vico_ mostravasi il più zelante di tutti) si unirono all’esercito. I cardinali impartirono ai soldati l’assoluzione e accompagnarono Carlo fino agli acquedotti fuor di Porta Maggiore; il Cardinal Riccardo Anibaldi lo scortò fino alla rocca Molaria presso alle pendici dei monti Latini; indi lo seguitò in qualità di legato pontificio[536]. Delle tre strade che da Roma conducono nel reame, la Valeria, la Latina e la Appia, Carlo (come quasi tutti i capitani del medio evo) prese per la seconda. Essa traversa il magnifico ma arido paese che si stende fra gli Apennini e i monti Volsci; passa da Anagni, da Ferentino e da Frosinone, e giunge alla frontiera presso il ponte del Liri, vicino Ceperano. Poi la via prosegue per pianure deliziose, viene da Rocca Secca e da Aquino, tocca san Germano e l’alto monte Cassino, corre fra le bellissime catene dei monti di Cervara, e pone termine a Capua[537]. Il quartier generale di Manfredi era in questa città celebre, che un tempo il padre suo aveva nuovamente munito e provvisto di torri presso al ponte del Volturno. Di là Manfredi con grande attività correva ora a Ceperano, ora a San Germano, ora a Benevento per vigilare e per dar ordini; chè manifestamente la marcia di Carlo lo aveva colto di sorpresa. Per quanto poderoso e florido paresse il suo reame, non la era che apparenza; se si eccettuino i Tedeschi ed i Saraceni, l’esercito era messo ormai in piena dissoluzione dal tradimento e da paura vigliacca. L’impresa di Carlo di Angiò non dà pertanto altro spettacolo che una successione di deserzioni e di sventure le quali fanno capo ad una sconfitta subitanea: l’impeto di quei Francesi che si scagliano sulla Campagna valicando con vorticosa corsa fiumi e monti e rocche turrite, rende famosa per vero dire quella spedizione perchè mostra una energia irresistibile di prima foga, ciò che è anche fin oggi rimasto pregio della nazione cavalleresca francese, ma soltanto la caduta eroica di Manfredi corona quella celebre tragedia di splendore e di grandezza imperituri[538]. La primavera precoce di quell’anno aveva rasciutto le strade, e perciò agevolò la marcia di Carlo attraverso la Val di Sacco: le sue milizie senza contrarietà superarono il Liri per il passo di Ceperano, che non tanto per tradimento, quanto per vigliaccheria e per timor panico cadde loro in mano, massime dacchè (cosa inconcepibile) non s’era tagliato il ponte[539]. Di primo lancio i Francesi scalarono la erta rocca ciclopica di Arce, che tenevasi in conto di fortezza inespugnabile, e il capitano che la difendeva costernato si arrese. Bastò questo per mettere a spavento in lungo e in largo la Campania; Aquino ed altre città fecero dedizione. L’urto irresistibile non sostennero neppure gli spaldi di San Germano; e questa città, protetta da alte montagne e dalle paludi del fiume Rapido, fu presa di assalto ai 10 di Febbraio. Alla sua inaspettata caduta tutto il paese tremò; trentadue castella si arresero a Carlo. La linea del Liri era così venuta in poter suo; ed or si trattava di prendere d’attacco quella seconda e più forte del Volturno, dietro al qual fiume, a Capua, trovavasi colla sua oste maggiore Manfredi, trepidante ma non caduto d’animo. Il destino combatteva contro di lui; il suo genio era tarpato. Il nemico infaticabile passò il Volturno dalla parte di settentrione, presso Tuliverno, dove non lo si aspettava, e con gravissimi sforzi valicò le nevose montagne di Alife, di Piedemonte e di Telesia per girare con una marcia di fianco la posizione dell’inimico. Sete di sangue e di ruba era sprone a quei guerrieri bollenti; bruciavano di impazienza di metter fine ai loro patimenti nel cuore della Campania; e sebbene di penuria e di fatica fossero ammazzati essi e le loro cavalcature, tuttavia la prospettiva della vittoria addolciva ogni sofferenza. Traditori, baroni disertori accorrevano colle loro bandiere lungo i luoghi donde Carlo passava; messaggieri gli recavano le chiavi di città che si ponevano dalla sua parte; ed egli e i suoi ne prendevano lena per guadare nuovi fiumi e per superare nuove ed erte montagne. Addì 25 di Febbraio, ch’era un giovedì, fecero sosta in un bosco distante quindici miglia da Benevento; il venerdì sul mezzogiorno si fermarono sulle alture di Capraria. Di là Carlo mostrò alle sue genti una città considerevole, dalle mura squarciate, posta a poca distanza, in una magnifica pianura in mezzo a due fiumi: era l’antica Benevento, città capitale de’ Sanniti dapprima e celebre nelle guerre dei Romani contro di Annibale, indi florida residenza dei signori longobardi delle Puglie, più tardi città pontificia, da ultimo incorporata all’Impero da Federico II. Dalle eminenze ove trovavansi i Provenzali miravasi la bella campagna bagnata dai fiumi Calore, e Sabbato, ed in essa scorgevansi le lunghe file di fanti, e gli squadroni di pesante cavalleria tedesca, e i Saraceni di Luceria schierati in ottima ordinanza di battaglia[540]. Mentre il nemico intendeva girare la posizione di Manfredi vicino Capua, quest’ultimo era rapidamente marciato su Benevento, per tagliare a Carlo la via di Napoli e per offrirgli battaglia: d’ambe le parti i due capitani avevano urgenti motivi di affrettare il combattimento. Intollerabile mancanza di tutto il bisognevole stimolava le soldatesche di Carlo; nel mezzo della terra nemica, posti fuori di ogni comunicazione col loro paese nativo, senza milizie di riserva, non rimaneva ad esse altra scelta che vincere o morire. Manfredi poi vedeva innanzi a sè il nemico fiaccato dalle lunghe marce, affamato, mal montato, ma intorno avea anche facce di traditori, e di dietro le Puglie già ribellanti. Parecchi conti abbandonavano secretamente le sue file; altri rifiutavano il debito di vassallaggio sotto pretesto che dovevano tener guardia alle loro castella; altri aspettavano il momento della pugna per vendere a prezzo il loro Re. Anch’egli dunque doveva affrettar la sua sorte; vincere o morire. Nella notte del giovedì gli si erano uniti ottocento cavalieri tedeschi, onde, rianimato, ragunava a consiglio di guerra i suoi generali. Intorno a sè aveva i Conti della numerosa famiglia dei Lancia, che alla sua corte tenevano i massimi onori; erano fratelli o congiunti di sua madre Bianca, ed appellavansi Galvano, Giordano, Federico, Bartolomeo e Manfredi Malecta: aveva seco altresì alcuni capitani ghibellini di Firenze e il prode romano Teobaldo degli Anibaldi. Si consigliò di evitare la battaglia fino a tanto che fossero giunti rinforzi; chè Corrado di Antiochia nipote di Manfredi trovavasi ancor negli Abruzzi, ed altre genti dovevano capitar dal mezzodì. Se si avesse adottato un tale partito, l’esercito di Carlo sarebbe perito di fame; ma il tempo incalzava, forse anche era di sprone l’onore cavalleresco, e massime non conveniva fidarsi dei traditori un sol giorno di più. Manfredi pertanto decise di appiccar battaglia; e questa fu opera dettata dalla disperazione tanto per Carlo quanto per lui. Il suo astrologo aveva tratto l’oroscopo, e protestato che l’ora era fausta; e sì che la stella di Manfredi ormai era giunta all’estremo lembo dell’orizzonte. Spartì egli il suo esercito in tre ordinanze: la prima forte di milledugento cavalli tedeschi era condotta dal conte Giordano di Anglano; la seconda composta di Toscani, di Lombardi e di Alemanni, e grossa di mille cavalieri aveva per capitani il conte Galvano e il conte Bartolomeo; la terza divisione era formata di vassalli pugliesi e di Saraceni, in numero di circa mille quattrocento uomini a cavallo, con molti arcieri e fanti; la comandava Manfredi in persona. In tale assetto il suo esercito passò il fiume Calore, e si schierò a nord-est dalla città, presso a san Marco, nel campo chiamato Grandella o «delle Rose», e vi stette aspettando il nemico che scendeva dalle alture. Frattanto infatti anche nel campo di Carlo s’erano parimenti uditi alcuni a consigliare che la battaglia si differisse, poichè le soldatesche erano stanche, i cavalli sfiatati: ma il valoroso contestabile Gilles le Brun aveva dato loro sulla voce e costrettili a tacere. Eziandio dalla lor parte si disposero in tre ordinanze. Provenzali, Francesi, genti di Piccardia, Brabanzesi, soldati italiani e romani, i fuorusciti pugliesi sitibondi di vendetta si schierarono sotto il comando di Filippo di Montfort, di Guido di Mirepoix, di re Carlo, del conte Roberto di Fiandra, del conte di Vendôme, del Contestabile e di altri esperti capitani. I Guelfi fiorentini, bramosi di vendicare la giornata di Montaperti, formarono una quarta divisione sotto gli ordini del conte Guido Guerra; ed allorchè, forti di quattrocento cavalieri, cavalcarono innanzi nel campo, corruscanti di ricche armature, montati sopra magnifici destrieri e con splendide insegne, chiese Manfredi a suoi seguaci donde venisse quella bellissima milizia: ed avendogli taluno risposto, essere i Guelfi di Firenze, sospirando sclamò: «Ah dove sono i miei Ghibellini pei quali feci tanto, ed in cui aveva riposto così grande speranza?» Il Vescovo di Auxerre e frati predicatori s’aggiravano nel frattempo in mezzo alle soldatesche di Carlo, che ricevevano in ginocchio l’assoluzione, e Carlo di qua e di là andava dispensando l’ordine della cavalleria[541]. I Saraceni con grande impeto aprono la mischia; gettando urla di guerra, senza aspettar comando di capi si scagliano sulla minuta fanteria francese composta dei Ribaldi, e a colpi di frecce la saettano terribilmente. Allora s’avanza la cavalleria francese e fa strage dei Saraceni, ma accorrono i cavalli tedeschi condotti dal conte Giordano, e gridando: «Svevia, Svevia, cavalieri!», col loro urto ferrato rompono quegli squadroni. A questo punto s’ode un grido: «Montjoie!»; è la maggior legione di Carlo che viene all’attacco, e la lotta che si appicca fra le due masse di cavalleria dalle pesanti corazze decide le sorti della giornata. La celebre battaglia di Benevento fu combattuta con appena venticinquemila uomini dall’una parte e dall’altra. La lunga e formidabile guerra fra la Chiesa e l’Impero, fra Romani e Germani, fu definita sopra un angusto campo di battaglia, in breve volger di tempo e con pochi combattenti: ed invero era giunta a maturità l’ora che fosse decisa. I Francesi pugnavano con corte spade; i Tedeschi secondo l’antico loro costume con luoghi spadoni. I colpi di punta e di taglio di scuola romanesca la vinsero sull’antica arte germanica di battagliare, sì come in antico era avvenuto a Civita, nell’undecimo secolo. I cavalieri di Carlo portavano in groppa dei fantaccini, e quando i cavalieri tedeschi precipitavano dalle loro cavalcature trafitte, quei fanti sdrucciolavano giù di sella e gli uccidevano a colpi di mazza. Così perì la legione del pro’ Giordano; e sebbene Galvano e Bartolomeo tenessero fermo un tratto, anche questo fu inutile. I valorosi Tedeschi si batterono e caddero con bravura; e, simili agli antichi Goti devoti a morte, furono gli ultimi rappresentanti di quell’Impero germanico che era sceso nella tomba con Federico II. Come re Manfredi dalla collina su cui s’era postato vide le sue milizie vacillare e cedere, fe’ scendere alla battaglia la schiera formata di vassalli pugliesi e siciliani. È cosa inconcepibile come mai a vece di loro egli non s’avesse tenuto una riserva di Tedeschi con cui decidere della battaglia: fatto sta che gl’Italiani se la diedero a gambe; e fino Tomaso di Acerra cognato di Manfredi traditorescamente fuggì, onde altri baroni ne imitarono l’esempio gettandosi dentro di Benevento o negli Abruzzi. Quando il Re conobbe che la era finita, volle morire da eroe. I pochi rimastigli intorno lo consigliarono che riparasse entro alla terra, o che fuggisse in Epiro per ivi aspettare giorni migliori alla corte del suocero suo: ma egli sdegna di farlo, e comanda al suo scudiero che gli rechi l’elmo. E mentre se lo pone in capo, cade l’aquila d’argento che lo adorna, ed egli esclama: «_Ecce signum Domini!_» e senza insegna regia si scaglia fra’ nemici cercando morte, seguito dal suo generoso amico Teobaldo Anibaldi, che vuol farsi uccidere con lui. Allorchè sul campo di Benevento scesero le ombre della notte, il vincitore, sempre cupo e chiuso in sè stesso, si ritirò nella sua tenda e dettò questa lettera al Papa; «Dopo fiera battaglia dalle due parti, noi coll’aiuto divino sbaragliammo le due prime divisioni dell’inimico, per guisa che tutti gli altri cercarono salute nella fuga. Fu sì grande il macello nel campo che i cadaveri degli uccisi tolgono la vista del suolo. Nè tutti i fuggenti scamparono; molti ne raggiunse la spada dei nostri che li inseguirono; molti furono fatti prigionieri e tratti alle nostre carceri, e fra gli altri Giordano e Bartolomeo, che finora presunsero nomarsi conti: preso fu anche Pier Asino (degli Uberti) lo scellerato capo dei Ghibellini di Firenze[542]. Chi poi dei nemici fra’ primi sia morto non sappiamo dire precisamente, massime dacchè in tanta fretta scriviamo questo messaggio: molti però dicono essere stati uccisi Galvano ed Errigecco, che si dissero conti. Di Manfredi nulla si sa, se sia caduto in battaglia, o preso, o fuggito. Il destriero che ei cavalcava è in mani nostre, e ciò potrebbe far credere che ei fosse morto. Do annuncio alla Santità Vostra di questa grande vittoria affinchè ne porgiate grazie all’Onnipotente che ce la concesse, e col braccio mio combatte per la causa della Chiesa. Se giungerò ad estirpare di Sicilia le radici del male, siatene certo, io ristabilirò in questo reame l’antico obligo di vassallaggio ch’esso deve alla Chiesa, lo avvierò di nuovo ad onore e a gloria di Dio, all’esaltazione del suo nome, a pace della Chiesa ed al bene del paese. Dato da Benevento, ai 26 di Febbraio, nella indizione nona, l’anno primo del nostro regno»[543]. E tre giorni dopo scrisse: «Non ha guari annunciai alla Santità Vostra il trionfo che il Signore ci largì a Benevento contro il publico inimico. Per assicurarmi se vera è la fama, divulgata ognor più, che Manfredi sia morto in battaglia, feci cercare fra i cadaveri del campo, tanto più che nessuna voce correva che ei si fosse salvato fuggendo in qualche luogo. Il giorno di Domenica, 28 Febbraio, si trovò infatti il suo corpo ignudo in mezzo ai morti. E per non cadere in errore sopra cosa di tanta rilevanza, feci mostrare il cadavere al conte Riccardo di Caserta, mio fedele, a Giordano e a Bartolomeo che furon detti conti, ai loro fratelli e ad altri che, vivente Manfredi, ne avevano avuto personale conoscenza: lo riconobbero tutti e dichiararono che quella indubbiamente era la salma di Manfredi. Come mi persuase sentimento di natura, feci seppellire il morto con onoranze, ma senza ceremonie ecclesiastiche. Dato nel campo presso Benevento, addì 1 di Marzo, l’anno primo del nostro regno»[544]. Quando i conti prigionieri furono condotti in catene sul campo di battaglia e videro il cadavere ignudo del Re, alla domanda se quegli fosse Manfredi, risposero tutti sgomentati: sì! Solo il generoso Giordano di Anglano con angoscioso dolore esclamò: «O Re mio!», e copertasi colle mani la faccia, amaramente pianse[545]. A fianco di Manfredi giaceva morto Teobaldo Anibaldi, suo fratello d’armi, guerriero degno del nome romano, che ornò di bella gloria la Città medioevale e la sua famiglia ghibellina. Per comandamento del vincitore, Manfredi fu sepolto in una fossa aperta nel suolo presso il ponte del Calore vicino Benevento; ed i guerrieri francesi per onorarne l’eroico valore deposero ciascuno una pietra su quel tumulo, innalzandogli così un monumento alla foggia usata nei paesi del Nord. Ma poco dopo, consentendo il Pontefice, il Pignatelli vescovo di Cosenza, uomo di animo abbietto, fe’ strappare il cadavere alla sua fossa, e, come di scomunicato dalla Chiesa, lo fe’ gettare al confine del Lazio, lungo l’argine del fiume Verde[546]. Manfredi, quando morì, aveva trentaquattro anni; al paro di Totila ebbe vita e morte magnifiche. Come un dì quell’eroe dei Goti s’era sollevato dalle ruine del suo popolo, e, giovine, aveva restaurato colle sue vittorie l’impero di Teodorico, così anche Manfredi ebbe fatto risorgere dai suoi ruderi l’impero di Federico in Italia, e per alcuni anni lo tenne in fiore; indi soggiacque anch’egli alla fortuna di un conquistatore venuto da altri paesi ed armato dal Pontefice a’ suoi danni. I Guelfi, come li frugava ira di parte, lo accusarono di avere ucciso padre e fratello, e a lui attribuirono delitti abbominevoli; i Papi lo maledirono chiamandolo vipera velenosa e pagano empio: ma al nobilissimo degli spiriti del medio evo, nato già quand’ei morì, la sua ombra apparve non fra i dannati dell’Inferno, come i preti farneticarono, ma anima gioconda fra quelle del Purgatorio; e lietamente sorridendo gli disse che la maledizione dei preti nulla può a dispetto dell’eterno amore di riconciliazione[547]. Quanti v’ebbero di migliori tra i contemporanei, fino del partito guelfo, pregiarono in lui la fortezza della sua indole virile; ne celebrarono la grandezza liberale, la generosa mitezza di costume, la coltura eletta ed una bontà d’animo schiettamente benigna, che soltanto di rado si lasciò traviare all’ira od all’inganno[548]. Presso al cadavere del suo nobile avversario Carlo d’Angiò rappresenta uno di quei contrasti del mondo morale, in cui il male pare predominare sul bene. Tuttavolta la caduta di Manfredi fu un avvenimento così altamente tragico che vi si ravvisa la potenza del destino storico che abbatte gli ordinamenti antichi e schiaccia sotto il suo peso chi ne raccoglie l’eredità. E le cause pratiche di una fine tanto rapida ce le spiega eziandio la storia dell’Italia meridionale, che fu una terra non guerriera, senza sentimento nazionale, senza fede nè costanza, dove nessuna dinastia ebbe lunga durata, dove fino ai nostri ultimi giorni fu sempre aperta la via a qualunque invasione, a qualunque conquista. Le savie leggi di Federico II vi avevano fondato un reggimento monarchico; ma non avevano potuto costituirvi uno Stato nazionale; il trono, sopra cui si sedette Manfredi, riposò nuovamente mal securo sul vassallaggio della nobiltà, la quale (secondo la sentenza del guelfo Saba Malaspina) ebbe dapprima diviso con lui le spoglie di Sicilia, indi contro fede lo tradì. Mercenarî tedeschi e Saraceni, ossiano milizie straniere, erano i soli appoggi sicuri che avesse la sua signoria; rotti quelli a San Germano e a Benevento, neppur questa poteva più durare[549]. Il clero, potenza massima in quel paese superstizioso, era nemico di Manfredi, e le città dissanguate da’ tributi e dalle collette non gli erano per certo amiche. Anch’esse si sentivano tratte dall’impulso universale di cui gli Hohenstaufen non fecero il debito conto, e bramavano conseguire un reggimento civico autonomo. Perciò, come Carlo fu entrato nel reame (così dice lo Storico guelfo), cominciarono gli animi del popolo a vacillare, a voltarsi contro Manfredi e ad espandere la loro gioia, avvegnaddio tutti allora credessero che sarebbe tornata la pace lungamente desiderata, e che insieme colla venuta di re Carlo si sarebbe dappertutto restaurato il regime di libertà[550]. In che modo si compiesse cotale speranza, di che maniera di felicità abbiano goduto Napoli e Sicilia nelle mani ladre dell’Angioino, le storie di quei paesi lo tengono scritto. Noi non daremo che uno sguardo fuggevole all’orribile bagno di sangue che n’ebbe Benevento, proprietà del Pontefice, cui Carlo fu costretto di abbandonare al sacco delle sue soldatesche. Dal campo di battaglia quei «campioni di Dio» si scagliarono sulla città che era loro amica, nulla badando ai lamenti ed agli scongiuri del clero, che mosse loro processionalmente incontro: per otto lunghi giorni andarono massacrando gl’innocenti cittadini collo stesso furore fanatico dei loro antenati quando avevano combattuto contro gli Albigesi. E così scellerati orrori commisero, che Clemente IV ne gettò un grido di disperazione, e con gran collera s’accorse in qual forma iniziasse il suo reggimento l’atleta Carlo, il Maccabeo della Chiesa[551]. Il vincitore non aveva sentimento umano; era un tiranno freddo e muto. Elena, giovine e leggiadra sposa di Manfredi, com’ebbe a Luceria la novella della sua fine, fu per morirne dal dolore; indi, presi con sè i figli, si diede alla fuga. Abbandonata dai maggiorenti in tanta sventura, e accompagnata solamente da alcuni uomini di cuore, venne a Trani, in quello stesso luogo dove nel Giugno dell’anno 1259 era stata accolta, fidanzata regale, con solennità magnifiche. Di là intendeva ella imbarcarsi per l’Epiro, ma il mare burrascoso ne la impedì. Alcuni frati mendicanti, che frugavano la terra spiando, corsero al castello di Trani a darne avviso, e, spaventato il castellano coi fantasimi delle pene eterne dell’Inferno, lo costrinsero a consegnare quella vittima in mano ai cavalieri di Carlo: e così egli fece ai 6 di Marzo. Elena morì di lì a cinque anni in carcere a Nocera de’ Pagani, che non aveva ancora ventinove anni: diciotto ne penò sua figlia Beatrice a Napoli nel Castel dell’Uovo: i piccoli figliuoli di Elena e di Manfredi, appellati Enrico, Federico, Enzo, crebbero e intisichirono fra i tormenti di trentatre anni di prigionia, ancora più sventurati che non fosse il loro zio a Bologna. Nè gli Angioini nè gli Aragonesi (come furono al possesso dell’isola di Sicilia) si sentirono sicuri di liberare dal carcere i legittimi eredi di Manfredi[552]. La fine della sua innocente famiglia mette dolore e indignazione ad ogni animo generoso; però all’avvenimento di Trani un altro tiene riscontro fatale, e nella storia non ve n’ha quasi un solo che lo pareggi. Vogliamo dire della tragedia avvenuta alcuni anni prima in Sicilia, nel castello di Calatabellota. Colà s’era rifuggita pure una regina, vedova e sventurata come Elena, com’essa scampando con quattro figliuoli alla ferocia di un conquistatore: era stata Sibilla, moglie dell’ultimo re normanno Tancredi. La infelice e i suoi bimbi vennero crudelmente caricati di catene; e lo spergiuro nemico, che spense la famiglia normanna di Sicilia in mezzo ad orrori cui soltanto emularono le geste di Carlo d’Angiò, fu Enrico VI imperatore, avo di Manfredi. Fatalità degli eventi! Sibilla fu presa, e i più nobili uomini di Palermo furono barbaramente scannati, in quello stesso giorno di Natale in cui l’imperatrice Costanza diede alla luce il padre di Manfredi![553]. Carlo d’Angiò tenne la sua entrata in Napoli da conquistatore e da re, vestito di un’armatura magnifica, cavalcando il destriero di battaglia che avea montato a Benevento, seguito dai corruscanti cavalieri di Francia e dai guerrieri vittoriosi del suo esercito, acclamato e coperto di fiori dal popolo vigliacco, salutato servilmente dai vilissimi baroni delle Puglie e dal clero giubilante: con lui veniva la superba regina Beatrice in un cocchio scoperto di velluto azzurro, al fastigio dei suoi desiderî ambiziosi. In tal guisa entrò in Napoli la tirannide francese; così un popolo spensierato, inetto a libertà, piegò il collo alla signoria straniera di un despota impostogli dal Pontefice[554]. I Papi avevano raggiunto la meta da tanti anni sospirata: sul trono di Sicilia sedeva un principe nuovo, loro vassallo e loro strumento; spenta era la dominazione dei Tedeschi in Italia, cancellata l’influenza antica di secoli che essi avevano esercitato su questo paese e sul Papato; il romanismo aveva trionfato del germanesimo. L’Impero alemanno non esisteva più; la stirpe degli Hohenstaufen, eroi suoi, era scomparsa; Enrico VI, Federico II, Corrado IV, Manfredi ed altri di quella casa giacevano sepolti in tombe dello stesso paese, a Palermo, a Messina, a Cosenza, sotto il cumulo di pietre a Benevento; Enzo prigioniero a Bologna; i figli di Manfredi prigionieri: solo Corradino, ultimo degli Hohenstaufen, viveva ancora in libertà, ma povero, disprezzato, colle porte d’Italia chiuse in faccia. Clemente IV ricevette con gioia la novella della buona fortuna di Carlo; tutte le campane di Perugia sonarono a festa; si alzarono al cielo preci di grazie, poichè i cavalieri e le torri di Faraone non erano più. Però se una divinazione profetica avesse tolto il velo dagli occhi di quel Papa, gli avrebbe messo la morte nel cuore: spaventevoli apparizioni gli avrebbero mostrato le conseguenze dell’opera sua; avrebbe veduto trentasette anni dopo un Papa, successore suo, essere preso d’assalto nel suo palazzo e maltrattato dal ministro di un Re francese; la cattedra santa di Pietro trasportata in una piccola città di Provenza, e per settant’anni occupata da Francesi, creature e satelliti dei loro Re: e intanto Roma abbandonata in ruina! § 3. Carlo dimette l’officio di senatore. — Corrado Beltrami Monaldeschi e Luca Savelli, senatori (1266). — Governo democratico in Roma sotto di Angelo Capocci. — Don Arrigo di Castiglia, senatore (1267). — I Ghibellini si raccolgono in Toscana. — Loro legati vanno in Germania per invitare Corradino che venga a Roma. — Corradino si decide ad imprendere la spedizione. La caduta di Manfredi segnò eziandio la sconfitta dei Ghibellini in tutta Italia; la massima parte delle città or riverirono Carlo da loro patrono. Lo Stato ecclesiastico bentosto si rifece dalla lunga pressura, ed il Pontefice, che bramava di tornare ad essere solo signore in Roma, chiese adesso a Carlo che, secondo il patto conchiuso, dimettesse la podestà di senatore: il Re trasse in lungo la cosa; mostrò desiderio di durare in officio qualche tempo ancora; alla fine dichiarò ai Romani con dispetto mal celato che egli si spogliava della sua dignità per non affliggere la Chiesa che affermava di possedere un diritto sopra il senato. E lo fece sulla fine di Maggio dell’anno 1266; nè molto andò che il Pontefice se ne pentì[555]. Sperava adesso Clemente IV di restaurare senza più i suoi diritti signorili in Roma, perocchè Carlo di Angiò con trattati si fosse obligato di aiutarlo in tale bisogna. Tuttavolta la Città non faceva alcuna ciera di voler porre il senato in mano del Papa, e neppure (che era peggio) di invitarnelo a tornare. Già nell’Aprile Clemente era andato da Perugia ad Orvieto; indi, tutto speranzoso di entrare in Laterano, era capitato a Viterbo, dove pose dimora. Roma allora non trovavasi colla santa Sede in attenenze più strette di quello che fossero con essa le Republiche di Firenze o di Lucca; i Romani tenevano i diritti dei Pontefice in conto di lettera morta; nè Carlo si prendeva briga di farsene patrocinatore. Perchè poi frattanto occorreva di non lasciare vacante la scranna senatoria, il popolo romano, tornando al vecchio sistema, elesse due senatori: e questi immantinente domandarono il pagamento della moneta che i mercanti romani avevano prestato sull’ipoteca dei beni ecclesiastici; ed il Papa a chiamarli briganti e ladri dentro e fuori di Roma[556]. Il registro Capitolino tien nota di quei Senatori altrove non appellati, e li chiama coi nomi di Corrado Beltrami Monaldeschi orvietano e di Luca Savelli romano. E veramente uno di quei Senatori fu Luca, padre di un Pontefice venturo; avvegnaddio la iscrizione posta sul suo sepolcro in Araceli dica che egli morì nell’anno 1266 in officio di senatore[557]. Un’amnistia aveva richiamato a Roma parecchi Ghibellini, ove tornarono a sedere in parlamento accanto a’ Guelfi. Parecchi partigiani di Manfredi, come fu Jacopo Napoleone degli Orsini, avevano fatto soggezione al Pontefice, ma d’apparenza soltanto; perlochè, come la vinta fazione s’ebbe riavuta dal suo sgomento, riordinò le sue file dappertutto, così a Roma che in Toscana, così a Napoli che in Lombardia, coll’abilità che fu propria degl’Italiani nelle società secrete[558]. E la superbia intollerabile della nobiltà guelfa inasprì il popolo romano tanto gravemente, che esso nella prima metà dell’anno 1267 si ribellò, istituì un governo democratico di ventisei _boni homines_, e nominò Angelo Capocci di fazione ghibellina a capitano del popolo. Clemente dovette dare il suo consentimento al nuovo ordine di cose, e il capitano del popolo fe’ perfino appello a lui allorchè la nobiltà, messa su da Viterbo (così dicevasi a Roma), incominciò a combattere il novello reggimento: il Papa, protestandosi innocente, mandò due vescovi a ristabilire la pace[559]. Il Capocci frattanto, incaricato dal popolo di eleggere il Senatore, posò il suo occhio sopra un Infante spagnuolo, don Arrigo, che era figlio di Ferdinando III di Castiglia e fratello minore di Alfonso il Saggio, re titolare dei Romani: era un eroe avventuriero, uomo d’ingegno e di ambizione principesca. Bandito dal suo paese come ribelle, Arrigo aveva posto dimora nella Francia meridionale suddita all’Inghilterra, e già nell’anno 1257, postosi al servigio di Enrico III, avrebbe preso parte alla spedizione contro Manfredi, se l’impresa non fosse ita a vuoto. Nell’anno 1259, sopra navi inglesi, era andato in Africa, accompagnato da Federico fratel suo e da altri fuorusciti spagnuoli; indi aveva combattuto agli stipendî del signore di Tunisi contro i Mauri[560]. La rivoluzione d’Italia era esca che lo invitava a cercare un nuovo teatro alla sua ambizione; laonde, nella primavera del 1267, seguito da un duecento valorose lame castigliane, venne alla corte di Carlo cugino suo, che lo accolse onorevolmente sì, ma di malavoglia. E per vero Carlo gli era debitore di una somma di denaro che gli scottava di dover subito pagare; e quando il molesto creditore con buon garbo gli fe’ capire che bramava di essere soddisfatto, l’Angioino con molte belle promesse lo mandò a Viterbo, alla corte pontificia. Quivi, disputando i diritti di Jacopo di Aragona, l’Infante mosse pretese alla corona dell’isola di Sardegna, che la Chiesa protestava essere sua proprietà, e di cui contendeva alla Republica di Pisa il dominio. Arrigo guadagnò a favor suo i cardinali a forza dei suoi inchini castigliani e del suo oro tunisino, ma Clemente IV fu più propenso di saldare il conto con un matrimonio che gli propose di una principessa aragonese, anzi che d’investirlo di Sardegna. Vi aspirava anche Carlo, ed il Re in segreto seppe così ben fare che mandò a monte le speranze del suo cugino, e lo battè coll’inganno[561]. Più avventurato invece fu l’Infante nella sua candidatura a Roma, dove i suoi dobloni gli schiusero il Campidoglio. Su di lui il Capocci capitano del popolo indirisse l’elezione, ed i Romani accolsero di grand’animo a senatore un Principe castigliano, illustre per gloria guerriera e per ricchezza, da cui si aspettavano valorosa difesa contro l’arroganza della nobiltà e contro le pretensioni del Pontefice. La nobiltà, la più parte dei Cardinali, il Papa stesso contrariarono l’elezione; ma indarno, chè a Roma l’opinion publica era in generale ridivenuta ghibellina, non sì tosto che Carlo d’Angiò s’aveva assiso sul trono di Sicilia. L’Infante venne di Viterbo nel Luglio dell’anno 1267 per mettersi nella signoria della Città; e così (stranezza di caso!) due fratelli furono in pari tempo, l’uno re eletto, l’altro senatore dei Romani[562]. Il reggimento civico di don Arrigo conseguì prestamente un’importanza che non fu dammeno di quella che aveva avuto il governo del predecessore suo Carlo d’Angiò. Ed invero era appena l’Infante entrato nel suo officio, che incominciò a imbronciarsi col Papa: volle assoggettare al Campidoglio tutta intera la Campagna, privare il clero della sua giurisdizione, umiliare la nobiltà. Protestò il Papa, ma il Senatore non desistette dall’opera intrapresa[563]. Il popolo stimava il Principe, e questi sulle prime si mostrò imparziale verso Guelfi e verso Ghibellini; però il suo odio ardentissimo contro di Carlo che lo aveva gravemente offeso, ed avvenimenti inaspettati in breve lo indussero a dichiarare aperta guerra contro il partito ecclesiastico. Gli aderenti di Manfredi e della casa di Svevia si raccolsero in Toscana. In questo paese era sbocciata la novella semenza velenosa di quelle due vecchie fazioni, la cui lotta irreconciliabile impresse nella storia d’Italia i caratteri eroici di una feroce e grande passione, per modo che sotto le loro forme e le loro insegne gl’Italiani combatterono ancor dopo che fu sopita la grande guerra fra Chiesa e Impero. Alla fantasia di quell’età, la furibonda contesa delle due parti parve essere opera tenebrosa di due demonî nominati l’uno _Guelfa_, l’altro _Gebellia_; e per verità furono questi le furie anguicrinite del medio evo. Non fu all’età di Manfredi che comparissero per la prima volta; l’origine loro è più antica, ma il loro impulso selvaggio assunse quella spaventosa natura di lotta di fazioni massimamente dopo che fu caduta la signoria degli Svevi: e per tal guisa ne andarono scisse in due parti ostili le province e le città d’Italia[564]. Pisa e Siena, Poggibonsi e San Miniato al Tedesco, anche dopo la fine di Manfredi, s’erano serbate tutte per gli Hohenstaufen ossia di fede ghibellina. Il conte Guido Novello, che preso di sgomento aveva abbandonato Firenze, radunò in Prato e in altre castella mercenarî tedeschi ed amici suoi intorno allo stendardo di Svevia. Dei capitani di Manfredi alcuni avevano potuto scampare dal campo di battaglia di Benevento o dalle prigioni pugliesi; così era stato dei fratelli Galvano e Federico Lancia, di Corrado di Antiochia nipote dell’imperatore Federico e genero di Galvano, di Corrado e di Marino Capece nobili napoletani, e di Corrado Trincia. Il regno siculo gemeva sotto il giogo del suo nuovo padrone: dissanguato dalle imposte; calpestato da francesi percettori dei tributi, da giudici e da balivi; ingannato dal despotismo di Carlo in tutte le speranze di diritti e di franchigie, esso si trovava in condizioni tali che a petto di esse il governo di Manfredi pareva essere stato l’età dell’oro: il popolo che tradito lo aveva, si risovvenne adesso piangendo della sua mansuetudine, e con vano lamento lo invocò. Fino i Guelfi di quel tempo hanno descritto con orrore qual fosse la signoria del primo Angioino; e Clemente IV in alcune celebri lettere, sotto forma di ammonimenti paterni e di consigli benevoli, ha dipinto di lui maestrevolmente un ritratto che è quello di un odioso tiranno[565]. Esuli pugliesi fuggirono in Toscana e narrarono che il reame era pronto a ribellarsi. I partigiani di Manfredi ne vedevano i figli languire in catene, e incapaci di difendere i loro diritti ereditarî; perciò volsero i loro desiderî a Corradino ultimo erede legittimo di Sicilia, che un dì i Guelfi avevano invitato a scendere in Italia contro l’usurpatore Manfredi. Il figlio di Corrado IV, nato ai 25 Maggio 1252, aveva quattordici anni quando lo zio suo cadeva ed un conquistatore si levava su quel trono, che per diritto delle genti e per giure ereditario avrebbe dovuto essere proprietà sua incontestabile. Corradino era sotto la tutela di suo zio Luigi di Baviera, uomo rozzo, e di sua madre Elisabetta sorella di quel Duca, la quale nell’anno 1259 aveva sposato in seconde nozze il conte Mainardo di Gorizia. Per un istante la corona imperiale si era liberata sul capo di Corradino, ma il Papa, che non aveva deciso la controversia fra Alfonso e Riccardo appunto per far sì che Germania si estenuasse nelle lotte di parte e che Italia restasse senza imperatore, aveva proibito l’elezione dell’ultimo rampollo legittimo della «velenosa» progenie degli Svevi. E Corradino, cui non era rimasto che l’inane titolo di re di Gerusalemme e l’assottigliato suo ducato di Svevia, era venuto crescendo in età sulle romantiche rive del lago di Costanza, nutrendo il suo spirito di canti dei poeti del suo paese, e di imagini seducenti di eroismi, di opere grandi e della caduta sua casa. La storia politica registra poche sventure così commoventi come fu la sorte di quel giovinetto, che la potenza di tragici avvenimenti e un destino ereditato dai suoi padri trassero fuori della terra natale e di una vita d’idillio per condurlo in Italia e sacrificarlo, ultimo della sua schiatta d’eroi, sulle tombe degli avi. Legati ghibellini di signori e di città, di Pisa, di Verona, di Pavia, di Siena, di Luceria e di Palermo andarono nell’anno 1266 a Costanza, ad Augusta e a Landshut; l’anno dopo li seguitarono i fratelli Lancia ed i Capece per incoraggiare al volo «l’aquila appena pennuta». Secondo la bella similitudine del guelfo Malaspina furono pari a quei messaggieri i quali al re venturo aveano recato oro, incenso e mirra[566]: e gli promisero l’aiuto d’Italia se avesse voluto spiegare nuovamente sulle Alpi la bandiera dell’Impero, e venire a liberare da esosa tirannide la terra de’ suoi padri gloriosi. Come il nipote del gran Federico vide quegli uomini italiani fargli omaggio genuflessi a’ suoi piedi, come ne udì i discorsi meravigliosi, e ne toccò i ricchi doni pegno di loro promesse, il suo animo si deliziò di fantastiche contentezze. Voci di sirene lo adescavano ad andare nella bella e fatal terra, paradiso storico, desiderio dei Tedeschi, dove i suoi padri illustri sembravano chiamarlo dai loro sepolcri invendicati. Sua madre si oppose, ma i suoi zii e i suoi amici acconsentirono. E fama si sparse di qua dalle Alpi che il giovane figlio di Corrado IV armava un esercito per iscendere in Italia, per balzare del trono Carlo tiranno e per restaurare la signoria sveva. CAPITOLO TERZO. § 1. I Ghibellini apparecchiano la spedizione di Corradino. — Carlo, capo della federazione guelfa, va a Firenze. — Sollevazione di Sicilia e delle Puglie. — Don Arrigo sposa la causa dei Ghibellini. — Guido di Montefeltro, prosenatore. — Corradino scende in Italia. — Galvano Lancia a Roma. — Il senatore s’impadronisce dei capi de’ Guelfi. — Lega di Roma con Pisa, con Siena e coi Ghibellini di Toscana. «Non faccio gran caso», così scriveva il Pontefice nell’Ottobre dell’anno 1266, «non faccio gran caso dei messaggi che i Ghibellini mandano al fanciullo Corradino, loro idolo: so benissimo in che acque ei si trovi: lo stato suo è così deplorevole che nulla ei può fare per sè e per i suoi partigiani»[567]. Nondimeno nella primavera dell’anno 1267, ecco farsi più aperti i discorsi, più minacciosa l’attitudine dei Ghibellini in Toscana. E ai 10 di Aprile, Clemente IV scrive ai Fiorentini: «Della covata del dragone è nato un basilisco velenoso che ormai appesta Toscana del suo alito; a città e a nobiluomini esso invia una razza di vipere, fabbri di malanno, complici de’ suoi disegni, traditori nostri e del vacante Impero e dell’illustre re Carlo: con sottili arti bugiarde egli si azzima di orpello, e si sbraccia a sviare dal sentiero della verità gli uni con blandizie, gli altri coll’esca dell’oro. Questi è il temerario fanciullo Corradino, nipote di Federico che fu un tempo imperatore dei Romani, per giusta sentenza di Dio e del suo Vicario, scomunicato: suoi strumenti sono gli scellerati uomini Guido Novello, Corrado Trincia e Corrado Capece con altri molti, i quali vorrebbero alzare questo osceno idolo in Toscana, e in secreto e in palese ingaggiano milizie tedesche per conchiudere leghe e per macchinare cospirazioni»[568]. Ed invero i Ghibellini spiegavano una grande attività: Corrado Capece, reduce di Svevia, veniva a Pisa addirittura facendola da vicario di Corradino, e in nome di lui, come di re di Sicilia, promulgava scritture. Pisa e Siena si mostravano volonterose di secondare con tutte le loro forze l’audace impresa; i congiurati delle Puglie e di Sicilia eran lesti; i Romani parevano assolutamente favorevoli. Ogni qual volta il pericolo ingrossava sul serio il Papa e Carlo si mettevano prestamente d’accordo affine di opporvi un argine. Per conseguenza alcune soldatesche pugliesi sotto la capitananza di Guido di Montfort entrarono senz’altro in Toscana, ed occuparono Firenze dove i Guelfi le avevano invitate ad andare. Sulla fine poi di Aprile Carlo capitò in persona a Viterbo, dove ebbe lunghe e importanti conferenze col Papa, indi tenne dietro alle sue milizie e venne a Firenze[569]. Pistoia, Prato e Lucca gli affidarono tosto per sei anni la signoria: e sebbene questo grande aumento della sua potenza fosse al Papa incresciosissima cosa, tuttavia ei dovette farvi buon viso; e (tanto per lenire con un titolo l’invasione contraria a diritto che si faceva di Toscana, terra imperiale) Clemente nominò colà il Re a _paciarius_, ossia restauratore della pace, quasi che a lui nella vacanza dell’Impero ne avesse spettato il diritto[570]. I Ghibellini si difesero con buona fortuna contro le armi di Carlo dentro di Poggibonsi e di altre castella toscane, e frattanto la crescente ribellione di Sicilia e delle Puglie rianimò il loro coraggio. Corrado Capece sopra una nave pisana era corso a Tunisi, e aveva persuaso l’ivi rimasto Federico di Castiglia, fratello del senatore Arrigo, a tentare insieme con lui un attacco in Sicilia. Così infatti avvenne, e quei due arditi uomini, con qualche centinaio di compagni, sbarcarono felicemente ai primi del Settembre 1267 sulla costiera sicula, presso a Sciacca. Al loro comparire la maggior parte dell’isola insorse, e gridò re Corradino. La rivoluzione passò lo stretto e mise in fiamme le Puglie; e i Saraceni di Luceria, che fino dai 2 Febbraio 1267 avevano alzato il vessillo svevo, stettero attendendo con impazienza il figliuolo di Federico. Per tal guisa il piano dei Ghibellini maestrevolmente concepito e prosperamente posto in essere impedì a Carlo di recarsi in Lombardia e di tagliarvi la strada a Corradino. Il Re di Sicilia era in gravi cure, poichè Roma (dove poco tempo prima era stato egli senatore) trovavasi adesso in potere del cugino Arrigo, suo acerrimo nemico, il quale a quest’ora aveva apertamente abbracciato la causa dei Ghibellini[571]. Per Corradino che s’avanzava il Campidoglio poteva servire di base ad una spedizione contro Sicilia, al modo istesso che se n’era giovato Carlo ai danni di Manfredi. Il Re consigliò pertanto al Pontefice che con sue arti vi sollevasse turbolenze per far precipitare Arrigo di Castiglia; ma Clemente non trovò ascolto in Roma a così fatto disegno, e n’ebbe a conoscere che tutti i partiti temevano il possente senatore «come la folgore»[572]. Ed invero don Arrigo vi governava con energia e con abilità grandi, coadiuvato dal vicario che, secondo l’esempio di Carlo, ei s’era posto a fianco in Campidoglio: e quegli era Guido di Montefeltro, signore di Urbino, ghibellino zelantissimo anch’egli come i suoi padri, uomo illustre, che fra poco doveva empiere Italia del suo nome e ottener fama di massimo capitano dei suoi tempi[573]. Le milizie civiche occupavano molte castella delle terre romane; nel mese di Agosto Arrigo s’impadroniva dell’importante rocca di Castro posta sulle frontiere del reame; a Corneto cercava di guadagnarsi influenza sul mare, e nel mese di Settembre prendeva la città di Sutri nella Tuscia romana, di dove poteva così porger la mano ai Ghibellini toscani. Invano si adoperò il Papa per riconciliare il senatore con Carlo; e parimenti inefficaci tornarono le sue esortazioni ai baroni del Patrimonio, cui inculcava che rimanessero fedeli alla Chiesa[574]. Ai primi del mese di Ottobre si sparse per Roma la voce che Corradino fosse entrato in Italia. Ed era vero. Il giovine Principe aveva venduto i suoi possedimenti famigliari; fattone denaro, aveva raccolto a fatica un esercito, e per la via del Tirolo intrapreso la sua marcia. La sua temeraria spedizione fu il rovescio di quello che aveva fatto il grande avo di lui all’incominciamento della sua splendida vita. Chè un tempo Federico, giovanissimo, era partito di Sicilia per andare a strappare di capo ad un Imperatore guelfo la corona dei suoi avi; e adesso il nipote suo partiva di Germania per venire in Sicilia a togliere ad un usurpatore la corona italica di Federico. Alle braccia di una moglie che lo ammoniva del pericolo s’era tolto Federico; alle braccia di una madre profetante sventure or si toglieva Corradino: ma a quello la Chiesa aveva prestato il suo appoggio; a questo invece le Bolle del Pontefice divietavano l’ingresso in Italia e gli negavano qualsiasi diritto all’eredità del suo avo. Corradino partì di Baviera nel mese di Settembre dell’anno 1267: lo accompagnavano il duca Luigi suo zio, Mainardo di Tirolo suo patrigno, Rodolfo di Asburgo, e Federico figlio di Ermanno di Baden, ultimo dei Babenberg che pretendesse alla duchea di Austria: giovinetto orfano anche quest’ultimo, la pari sventura e la tenera amicizia ne lo facevano il fratello d’armi di Corradino. Ai 20 di Ottobre, il nipote di Federico II con tremila cavalli e con milizie di fanteria entrò nella ghibellina Verona, dove quattordici anni prima Ezzelino e Uberto Palavicini avevano accolto suo padre Corrado IV. Due giorni innanzi, ai 18 di Ottobre, Galvano Lancia zio di Manfredi era venuto a Roma colle bandiere degli Svevi, recandovi un’ambasciata di Corradino e intendendo conchiudere un’alleanza colla città. I Ghibellini ricevettero con giubilo grande quel rappresentante dell’Impero degli Hohenstaufen; il senatore lo salutò con publiche manifestazioni di onore, lo albergò in Laterano, e in una solenne tornata nel Campidoglio ricevette il messaggio di Corradino. Quando il Papa seppe di tutto ciò, andò sulle furie. «Udii», così egli scrisse ai 21 di Ottobre al clero romano, «udii cosa che mi ha riempiuto di meraviglia e di orrore: che Galvano Lancia, uom dannato, un tempo persecutore malvagissimo della Chiesa, entrò in Roma il giorno di san Luca; che a vitupero del Pontefice osò spiegare le bandiere di Corradino della velenosa stirpe di Federico, e con audacissima pompa pose stanza in Laterano, la cui soglia appena son degni di varcare gli uomini giusti». Per conseguenza, comandava che Galvano fosse citato innanzi il tribunale della Chiesa[575]; ma, a dispetto del Papa, il legato di Corradino s’ebbe ogni maniera di omaggi: e fastosamente lo si invitò ad assistere a’ publici giuochi che si diedero a Monte Testaccio con magnificenza insolita[576]. Volle il senatore torsi dai piedi ogni sorta di ostacolo ai suoi piani, laonde deliberò di sbarazzarsi d’un sol colpo di tutti coloro che a Roma parteggiavano coi Guelfi. Tali erano Napoleone, Matteo e Rainaldo Orsini, Giovanni Savelli, _Riccardus Petri Anibaldi_, Angelo Malabranca, _Petrus Stephani_, per gran parte fratelli o nipoti di cardinali. Era mezzo il Novembre, ed egli invitò quei signori a consiglio in Campidoglio; comparsi appena, li fe’ arrestare e por sotto chiave. Napoleone e Matteo furono tradotti nel castello Saracinesco; Giovanni Savelli, già senatore, uomo onesto e generoso, diede in ostaggio suo figlio Luca e ottenne libertà; il solo Rainaldo Orsini, non venuto in Campidoglio, potè fuggire della Città. I Guelfi ne furono atterriti; molti si ricoverarono nelle loro castella, ma Roma stette cheta e obbediente al senatore[577]. Protestò il Papa; raccolse i prigionieri, i cardinali, i loro parenti e i loro beni sotto la protezione della Chiesa; ed al senatore ed al Comune, ma con prudenza e con linguaggio temperato, chiese soddisfazione[578]. Frattanto don Arrigo discacciava anche le famiglie di que’ maggiorenti, ne faceva in parte smantellare le case, e abbertescava il Vaticano dove poneva un presidio tedesco. In Campidoglio si proclamò publicamente l’alleanza della Città con Corradino[579], e il senatore invitollo a venire a Roma. Don Arrigo, che non era soltanto prode guerriero, ma coltivava eziandio la vaga scienza di trovatore, gli indirizzò alcuni versi di stile robusto; e può darsi che in quei giorni, in mezzo allo strepito delle armi ghibelline, ei dettasse la canzone che ci si conserva ancora. In essa ei dà sfogo al suo odio contro Carlo, predone dei suoi beni; inneggia alla speranza che cada tronco il giglio francese; incuora Corradino a tor possesso del bel giardino di Sicilia, e ad impadronirsi con opera ardita e romana della corona imperiale[580]. A Roma eran venuti legati di Pisa, di Siena e della federazione ghibellina di Toscana per stipularvi un formale patto di alleanza colla Città. Addì 18 Novembre si congregarono nella chiesa di Araceli il maggiore ed il minor Consiglio, i Consoli dei mercanti ed i Priori delle maestranze: Guido di Montefeltro prosenatore presiedette l’assemblea. E Jacopo cancelliere della Città fu eletto a sindaco de’ Romani, e gli furono date le piene facoltà perchè conchiudesse il trattato coi Procuratori toscani[581]. In questo istesso tempo, il Papa scagliava l’anatema contro Corradino, contro Pisa, contro Siena ed i Ghibellini toscani, e nel dì 26 di Novembre mandavane la sentenza al clero romano affinchè la publicasse. Tuttavolta non osò di infliggere a Roma l’interdetto, nè al Senatore la scomunica: «per quanto so e posso», così egli scrisse ai 23 di Novembre, «voglio evitare la guerra co’ Romani; però temo che a me ed al Re di Sicilia non resterà in ultima altro partito che questo». Addì 1 Dicembre, nel palazzo dei Quattro Coronati, dove allora dimorava il senatore, fu conchiusa un’alleanza offensiva e difensiva fra Roma, Pisa, Siena e il partito ghibellino di Toscana. Questo trattato, in cui fu data guarentigia dei diritti di Corradino, ebbe per iscopo espresso l’annientamento di Carlo e della sua podestà in Toscana. Dappoichè quelle città guelfe lo avevano eletto «signore» per sei anni, ed il Papa lo aveva nominato principe paciere, i Ghibellini gli contrapposero don Arrigo di Castiglia che crearono per cinque anni capitano generale della loro confederazione. Obligaronsi a stipendiargli una scorta di duecento Spagnuoli a cavallo, ed il senatore promise di porre duemila uomini al servizio della lega ghibellina[582]. Nel frattempo i capi de’ Guelfi romani erano tenuti in carcere oppure andavano esuli; il solo Rainaldo Orsini s’era ricoverato con molti amici a Marino sui monti Latini. Ivi il senatore lo assediò con milizie, ma poichè non ebbe prospero risultato nell’assedio (la rocca era forte e ben difesa), sbuffò di collera, e tutti gli uomini sospetti, laici fossero o cherici, provarono gli effetti della sua stizza. Gli facevan duopo denari per armarsi a pro di Corradino, ed egli violentemente diè di mano ai _Deposita_ dei conventi romani, dove, secondo una costumanza antichissima, non soltanto Romani ma anche genti di fuori solevano deporre in custodia le loro cose preziose. S’impadronì del tesoro di molte chiese; ne rapì le vestimenta e gli arredi, e con questi espedienti fece su un buon gruzzolo. Come poi si sparse fama che don Arrigo volesse entrare a mano armata nelle Puglie, il Papa con fervidissima instanza richiese Carlo che tornasse a casa sua, e pensò anch’egli di partire da Viterbo e di andare nell’Umbria[583]. Di suo moto proprio espresse il desiderio che Carlo potesse tornare ad essere senatore di Roma; ed anzi, in previsione di ciò, volle scioglierlo dall’antico giuramento. Indi con grande acerbità scrisse a don Arrigo, si lagnò delle accoglienze fatte a Galvano, della lega conchiusa coi Ghibellini di Toscana, delle violenze esercitate contro i maggiorenti romani, e minacciò le più gravi pene ecclesiastiche[584]. § 2. Male condizioni di Corradino nell’Italia settentrionale. — Si giunge a Pavia. — Carlo si reca dal Pontefice a Viterbo. — Bolla di scomunica. — Accoglienze che Pisa fa a Corradino. — Fallisce un tentativo di Carlo contro Roma. — Prima vittoria di Corradino. — Ei muove a Roma. — V’è ricevuto festosamente. — I capi della parte ghibellina. — Corradino parte di Roma. — Battaglia di Tagliacozzo. — Vittoria e sconfitta di Corradino. A Verona frattanto Corradino si dava gran faccenda per cercar modo di mantenere il suo esercito, di conchiudere alleanze colle città, di sgombrarsi la via di Toscana. Era tanto povero che più neanche Carlo era stato. Una parte delle sue soldatesche, poichè non le si pagava dello stipendio, lo aveva disertato; suo zio Luigi, un egoista, e suo patrigno Mainardo, cui era debitore di grossa moneta per la quale aveva dovuto dargli in ipoteca i suoi beni ereditarî, abbandonarono il giovinetto al suo destino, e se ne tornarono nel Gennaio 1268 ad Alemagna. Il valore con cui Corradino superò tante difficoltà dimostra che egli era degno de’ suoi antenati: e contro ogni aspettazione potè continuar la sua marcia nel bel mezzo del paese nemico, felicemente sì, come tempo prima era riuscito all’esercito di Carlo di traversare Italia. La sua impresa parve in tutto essere la ripetizione di quella dell’Angioino, il quale (vedi ironia della sorte!) fu costretto a far la parte di Manfredi. La federazione dei Guelfi di Lombardia non oppose impedimento a Corradino, che giunse così a Pavia addì 20 Gennaio del 1268: colà, perplesso come innanzi, rimase fino ai 22 del mese di Marzo. Carlo bruciava d’impazienza di muovergli incontro: dopo un lungo assedio aveva ridotto Poggibonsi, rocca maggiore dei Ghibellini, ad arrendersi, e con aspra pressura aveva costretto eziandio Pisa alla pace: se ora ei fosse partito e se avesse obligato Corradino ad accettare una battaglia campale prima che toccasse Roma, la guerra si sarebbe decisa sul Po. Ma il Papa, cui angustiava la paura di perdere Sicilia (tanto più adesso che la rivoluzione imbaldanziva nelle Calabrie, nelle Puglie e negli Abruzzi), scongiurò Carlo che tornasse nel suo reame: ed invero se questi perduto lo avesse, non poteva egli certo sperare che la Chiesa avrebbe rifatto per conto suo quell’immane lavoro di Sisifo; chè anzi, profugo, lo avrebbe abbandonato alla sua sorte, ond’ei sarebbe stato costretto di ritirarsi in Provenza a masticarvi la sua vergogna. L’Angioino vedeva dietro di sè il suo regno ardere in fiamme; perciò, dopo di aver lasciato in Toscana con alquante soldatesche il maresciallo Guglielmo de Berselve, riprese la via del regno, ed ai 4 di Aprile ei fu a Viterbo dal Pontefice[585]. Di là questi il giorno dopo scagliò una seconda volta la scomunica contro Corradino e Luigi di Baviera, contro il Conte del Tirolo e tutti i capi dei Ghibellini: e comprese nell’anatema le province e le città che avevano fatto accoglienza al nemico o che la facessero. Contro Pisa, Siena, Verona e Pavia pronunciò l’interdetto; scomunicò Arrigo senatore, Guido da Montefeltro, i magistrati del Campidoglio, tutti que’ Romani che avevano ricevuto messaggi di Corradino; minacciò d’interdetto la Città, sciolse i Romani del giuramento prestato al loro senatore, e die’ facoltà a Carlo di riprendersi per dieci anni il reggimento urbano, se quell’altro, entro il termine di un mese, non fosse venuto ad obbedienza[586]. Intanto che da Viterbo si bandivano questi anatemi, Pisa risonava di migliaia di voci giubilanti: in quel porto entrava il giovine nipote di Federico II sopra navi della Republica e con cinquecento cavalieri. Corradino era partito di Pavia, e passando per le terre del Margravio del Carretto sposo di una figliuola naturale di Federico, era capitato a Vado, paese sul mare vicino Savona: e lì si era imbarcato ai 29 di Marzo. Il comando delle sue soldatesche aveva affidato a Federico di Baden, e questi si sgombrò felicemente il sentiero pei monti di Pontremoli, ad onta che i Guelfi ne difendessero i passi, e per la Lunigiana, sui primi del Maggio, le condusse a Pisa. Dalla Republica il giovine pretendente ricevette il primo omaggio solenne, e vi trovò una flotta pronta a far vela sia per Roma, sia per le costiere dell’Italia meridionale. Carlo, che non poteva andare a cercare a Pisa il suo avversario, nè impedirgli di progredire nella sua marcia (da altra parte non gli era chiaro qual fosse il disegno di Corradino) decise adesso di tornarsene nel regno, per porre a partito quei ribelli, segnatamente i Saraceni di Luceria; deliberò cioè di aspettare l’attacco del nemico di piè fermo nel suo paese, a somiglianza di ciò che Manfredi un tempo avea fatto. Tuttavia da Viterbo volle provare se gli riusciva a bene un colpo su di Roma; ed infatti una parte delle sue milizie in compagnia di alcuni Guelfi fuorusciti (fra loro furono il conte Anguillara e _Matheus Rubeus_ degli Orsini) penetrò nella Città; ma il senatore battendoli li discacciò, per modo che Carlo trovò prudente di lasciarne star Roma pe’ fatti suoi[587]. Addì 30 di Aprile partì di Viterbo dopo che il Papa lo ebbe nominato vicario imperiale in Toscana: e il conferimento di questa dignità e la rinnovazione del suo officio senatorio furono concessioni di rilevanza grande, che a lui nel tempo avvenire erano destinate a profittare con molto frutto[588]. Corradino trovò adesso a Pisa ed a Siena un appoggio vigoroso[589]: la vittoria di Ponte a Valle, onde le sue milizie ai 25 di Giugno fecero prigioniero il maresciallo di Carlo, rianimò le sue speranze: e ambasciatori del Campidoglio venivano a invitarlo che andasse a Roma dove Galvano lo aspettava; e gli aiuti del senatore gli promettevano un aumento di forze[590]. Lo Stato ecclesiastico bolliva in gran fermento; Fermo e le Marche erano in aperta rivoluzione: ancora una vittoria decisiva, e la parte maggiore d’Italia si sarebbe dichiarata per Corradino. Dopochè una flotta pisana ebbe fatto vela per le Calabrie sotto la capitananza di Federico Lancia, anche Corradino partì a mezzo il Luglio. Sgombra era la via di Roma. Clemente IV aveva fatto venire a Viterbo alcune milizie chiamandole di Perugia e di Assisi, ma soltanto per sua difesa, e là aspettò che l’ultimo degli Hohenstaufen passasse oltre[591]. Indarno il Pontefice aveva ammonito i Romani più influenti che non abbandonassero la Chiesa; le sue lettere, che a questo momento si vanno facendo sempre più agitate, svelano per la prima volta ch’egli era conturbato da gravi cure. Però neppur l’animo di questo prete si lasciò vincere dalla paura. «Passerà come fumo», diss’egli di Corradino; e lo paragonò ad un agnello che i Ghibellini conducevano al macello. E dalle mura di Viterbo ei potè vedere co’ suoi stessi occhi le ordinanze dei soldati che ai 22 di Luglio attraversarono la pianura vicino Toscanella, senza pur minacciarlo. Per la via Cassia Corradino procedette lietamente verso Roma passando da Vetralla, da Sutri, da Monterosi e dall’antica Vejo: lo seguitavano cinquemila cavalieri in ottimo arnese; con sè aveva Federico di Baden, il conte Gerardo Donoratico di Pisa, Corrado di Antiochia, molti dei maggiorenti ghibellini d’Italia. Dall’altezza di monte Mario lo sguardo inebriato del giovinetto discorse per l’ampia Campagna da Roma: da quel luogo infatti essa si spalanca severa e solenne, incorniciata da’ monti di un azzurro porporino; la traversa il magnifico Tevere che passa da ponte Milvio vicino a colline di tufo coperte di ruderi; e la volta azzurrina del cielo pare posarsi festosa sulla turrita Roma. Sopra le prime alture della Sabina l’occhio discerne senza fatica le bianche linee delle case di Tivoli. Là (dicevano a Corradino), era stato il teatro delle imprese di Federico e di Manfredi; e gli additavano le alte montagne di Subiaco che fanno corona ai confini del Napoletano ed al lago di Fucino, dove il suo destino crudele stava aspettandolo nella pianura di Tagliacozzo. In distanza, annebbiata dai vapori, gli mostravano l’antica Preneste: cinque settimane ancora, ed egli si sarebbe trovato in quella rocca ciclopica, coperto di catene! E dove fra’ monti Albani e gli Apennini si apre un’ampia vallata, gli segnavano le campagne del Lazio, e gli narravano che di quella gola passava la strada donde Carlo d’Angiò era sceso al Liri. Alla mente esaltata di Corradino sarà paruto che in lunga comitiva lo venissero ad incontrare le ombre dei grandi Imperatori e lo salutassero Cesare: e lo commovevano ad entusiasmo, come in antico il secondo ed il terzo Ottone, il maestoso aspetto della Città e la vista magnifica del popolo romano che salutandolo plaudente copriva la pendice di monte Mario da ponte Molle fino alla via Trionfale. Il senatore gli avea apparecchiato un accoglimento degno di imperatore. Roma (lo confessa il guelfo Malaspina) era partigiana dell’Impero per indole[592]: ed invero sebbene spesse volte ed ostinatamente i Romani avessero combattuto gli Imperatori germanici, tuttavolta l’idea imperiale esercitava sempre un fascino potente su di essi; laonde accolsero con veraci onoranze il nipote del grande Federico, come legittimo rappresentante dell’Impero. Tutti i Romani capaci alle armi lo aspettavano vestiti di belle armature, cogli elmi inghirlandati di fiori, e disposti a giuochi guerrieri nel campo di Nerone; il popolo agitava palme e rami d’ulivo, e cantava inni di letizia. Allorquando Corradino, ai 24 di Luglio, tenne la sua entrata per il ponte sant’Angelo, ei trovò Roma mutata in un teatro di festoso trionfo. Per un breve istante il giovinetto romantico si sentì sollevato all’apogeo della umana grandezza. Le vie che mettevano al Campidoglio erano gremite di gente; corde eran tese dall’una casa all’altra, e da quelle secondo il costume medioevale pendevano a drappelloni tappeti, ricche vestimenta, arredi d’oro, e d’ogni maniera ornamenti preziosi: e cori di donne romane ballavano danze nazionali al suono di cetre e di timballi[593]. Il guelfo Malaspina confessa che il ricevimento di Carlo era stato molto al di sotto delle festività con cui si salutò Corradino: era Roma la ghibellina che lo onorava spontanea come portava la sua inclinazione[594]. Si condusse l’ultimo Hohenstaufen in Campidoglio e lo si gridò imperatore. I capi dei Ghibellini italiani e i fuorusciti delle Puglie circondarono il giovine Principe, e tutti gli si strinsero addosso per raccomandarglisi, nell’intento di averne più tardi dei feudi. Financo nobiluomini romani che da Carlo o dal Papa avevano ottenuto amnistia, tornarono a mostrarsi ghibellini zelanti. Pietro di Vico, uomo senza fermo carattere, a vicenda partigiano di Manfredi e di Carlo, comparve in Campidoglio a prestarvi omaggio. Jacopo Napoleone degli Orsini offerse i suoi leali servigî; il giovine Riccardo ed alcuni altri Anibaldi, il conte Alcheruccio di santo Eustachio, Stefano dei Normanni, Giovanni Arlotti, la famiglia dei Surdi, ghibellini fedeli al tempo di Manfredi, contribuirono denaro e armi, in quello che il senatore sollecitava fervidamente gli ultimi preparativi della spedizione. Altri degli Orsini e degli Anibaldi, e tutta la casa dei Savelli duravano invece dalla parte di Carlo, mentre i Frangipani, i Colonna, i Conti in attitudine neutrale attendevano chiusi nelle loro castella l’esito degli avvenimenti. Uno strano cambiamento delle cose faceva sì che, due soli anni dopo dell’impresa di Carlo, Roma tornasse ad essere base ad una spedizione di conquista contro le Puglie; e la mutazione degli eventi riduceva adesso in tutto e per tutto quell’usurpatore nelle condizioni in cui s’era trovato Manfredi, allorchè dietro al Liri aveva aspettato l’invasione nemica. Le linee di difesa da Ceperano a Capua erano parimente forti di allora, ed anche meglio guardate; e Carlo, che aveva levato l’assedio di Luceria, trovavasi col nerbo delle sue forze presso a Sora in una posizione che gli rendeva possibile di muovere rapidamente incontro al suo avversario, fosse egli venuto dalla via Valeria oppure da quella Latina. Un consiglio di guerra tenuto in Roma decise che per la Valeria si dovesse penetrare negli Abruzzi onde evitare il passo di Ceperano: volevasi tirar dritto fino a Sulmona, di là muovere nelle Puglie, occupare Luceria, e, indi, dar addosso con tutte le forze al nemico che si credeva postato ancor là. Il piano era eccellente. Ai 18 di Agosto dell’anno 1268 Corradino partì di Roma, dove Guido da Montefeltro rimase come vicario del senatore[595]. Accompagnavanlo don Arrigo con qualche centinaio di Spagnuoli, Federico di Baden, Galvano, Corrado di Antiochia, ed altri maggiorenti. L’esercito ben armato, forte di circa diecimila uomini, era animato da coraggio e di buon umore. Il popolo romano seguì quelli che partivano per un buon tratto di via fuor della porta di san Lorenzo; e tutta la milizia civica avrebbe voluto muovere anch’essa alla guerra, se Corradino dopo due giornate di cammino non ne avesse congedata la massima parte: con lui rimasero soltanto i capi dei Ghibellini col fiore delle lor genti, Alcheruccio di sant’Eustachio, Stefano Alberti, il vecchio Giovanni Caffarelli, il giovane Napoleone figlio di Jacopo Orsini, Riccardello Anibaldi, Pietro Arlotti e Pietro di Vico. Passato l’Anio, e più sopra Tivoli, si venne a Vicovaro, dove gli Orsini di parte ghibellina albergarono Corradino, e si toccò Saracinesco dove la figlia di Galvano, ch’era moglie di Corrado di Antiochia, salutò il suo regale cugino. Infatti quel castello piantato sopra una roccia (nel secolo decimo era stato il nido di una ladronaia saracena) apparteneva a Corrado, perciocchè a suo padre Federico di Antiochia lo avesse recato in dote Margherita nobile donna romana. Ed ivi erano ancora custoditi i due prigionieri Orsini, circostanza questa cui Corrado poco tempo dopo andò debitore di sua salvezza. Vicino Riofreddo l’esercito varcò la selvaggia terra del confine, penetrò senza ostacoli pei distretti di Carsoli negli Abruzzi, e scese nella valle del Salto. Di là si spalanca allo sguardo del viaggiatore il grandioso paese dei Marsi, con montagne gigantesche, biancheggianti di neve, ai cui piedi si stende pomposamente il lago di Fucino colle sue acque tinte di un azzurro cupo. Tutto all’intorno stanno le città de’ Marsi, Avezzano, Tagliacozzo, Celano, Antina ed Alba, luogo maggiore della contea de’ Marsi, di cui allora Corrado di Antiochia portava ancora il titolo, ereditato dal padre[596]. Vie parecchie attraversano il paese, e per valichi montani conducono dalla parte di ovest a Roma, da sud a Sora, da nord ad Aquila ed a Spoleto, da est a Sulmona patria di Ovidio. Come Corradino si fu avanzato verso Tagliacozzo, con meraviglia scoperse che il suo nemico era anche giunto al lago Fucino e si appressava ad Alba: questo ei non s’aspettava. Ed invero Carlo a gran passi era venuto di Sora per tagliare la strada di Sulmona al suo avversario, per cacciarlo indietro oppure costringerlo ad accettar battaglia: e allorquando con tremila stanchi cavalli e con genti di fanteria ai 22 di Agosto pose campo sui colli di Magliano, a due miglia da Alba, ei potè di quel luogo scorgere Corradino. Là pertanto conveniva combattere quella battaglia che avrebbe deciso le sorti dei due rivali. I campi nemici erano divisi dal Salto: l’uno era collocato nella pianura Palentina vicino Alba, l’altro presso dell’ora distrutto Castel Ponte in prossimità di Scurgola; e così stettero una notte[597]. L’esercito di Corradino al mattino seguente si dispose in due ordinanze; la prima sotto il comando del senatore, del conte Galvano e di Gerardo Donoratico di Pisa, capo dei Ghibellini toscani; la seconda, composta per la maggior parte di cavalleria tedesca, sotto la capitananza dei due giovani Corradino e Federico. Le battaglie del nemico erano guidate dai suoi migliori generali: tali erano Jacopo Cantelmi, il maresciallo Enrico de Cousance, Giovanni di Clary, Guglielmo l’Estendart, Guido di Villehardouin principe di Acaia, Guido di Montfort e il Re in persona[598]. Erardo di Valery, rinomato guerriero tornato di fresco dall’Oriente, gli aveva dato consiglio che tenesse un terzo corpo nascosto, in riserva; e sebbene un comandante così esperto com’era Carlo di Angiò appena abbisognasse del suggerimento del Valery per tenere in serbo milizie che in caso di bisogno decidessero dell’esito della pugna, tuttavia ei si servì con buon giovamento dell’accortezza di quel capitano valente. Oltre ai Guelfi lombardi e toscani, servivano nell’esercito di Carlo eziandio alcuni Romani; _Bartholomaeus Rubeus_ degli Orsini, il margravio Anibaldo, i due Savelli Giovanni e Pandolfo ed altri nobiluomini: per tal modo Romani di un sangue e di una stirpe stavano, da nemici, gli uni contro gli altri armati. Nel mattino dei 23 Agosto Arrigo di Castiglia per il primo passò il fiume, girò il fianco dei Provenzali presso al ponte, e aperse con impeto la pugna. Quando le schiere di Corradino ebbero varcato il Salto, e si furono scagliate con foga bollente sugli odiati nemici, parvero essere le furie vendicatrici di Benevento. Non v’ebbe tradimento che macchiasse l’onore delle armi dei combattenti. L’urto irresistibile dei Ghibellini sbaragliò le ordinanze nemiche; la prima linea dei Provenzali fu sconquassata; la seconda, composta della cavalleria francese, fu rotta. Allorchè il maresciallo di Cousance che vestiva l’armatura di Carlo, cadde di cavallo col vessillo che impugnava, e d’un subito fu ucciso, s’alzò un grido tonante che plaudiva alla vittoria ed alla morte dell’usurpatore. Le milizie francesi si diedero a fuga scompigliata, e dietro loro a inseguirle Arrigo di Castiglia che fu l’eroe della giornata. Tedeschi e Toscani si gettarono sul campo nemico a saccheggiarlo, e le file si sciolsero sul terreno dove il giovinetto Corrado inebriato teneva in mano la palma della vittoria. Al mattino la fortuna alto lo levò come imperatore; a sera vituperosamente lo precipitò all’imo della sventura, abbandonato e senza nome. Carlo che stavasi appiattato sopra un colle, mirò la fuga del suo esercito; e la perdita della battaglia per lui significava la caduta inevitabile del suo trono. Il Cronista guelfo descrive il Re che si scioglie in lacrime, che invoca la Madonna e i Santi, in quello che il Valery si studia di rattenerlo, e finalmente lo ammonisce esser tempo di muovere fuor dell’agguato, alla riscossa. E tosto ottocento cavalieri scendono e si gittano di repente sul campo dove non isventola più alcuna bandiera francese. Quelle fresche milizie irrompono colle lance in resta, e bastano i loro squadroni serrati a disperdere le soldatesche di Corradino sparpagliate al saccheggio, e ne fanno macello, e le cacciano in fuga, mentre i Francesi sviati tornano a raccozzarsi. Le battaglie a quel tempo si combattevano senza disciplina, in modo ben diverso dalle regole nostre di guerra. E questo rese possibile che Carlo prendesse la rivincita. Non isquillo di tromba potè più rattenere i fuggenti, nè alcun capitano ristabilir più un ordine di battaglia. Fuggiron tutti, e orribile fu la disfatta. La mancanza di una riserva fece perdere a Corradino la battaglia dianzi splendidamente vinta; forse causa della sconfitta fu anche il soverchio bollore degli Spagnuoli di Arrigo che inseguendo il nemico battuto s’erano allontanati di troppo[599]. E allorchè l’Infante dal suo inseguimento torna sul terreno dove aveva pur dianzi lasciato vincitore Corradino, ei vede schierate sulla fronte del campo milizie: verso di esse corre giubilante per andarvisi a unire con saluti e con festa, quando, oh stupore!, ode udirsi gridar contro: «Montjoie! Montjoie!», e discerne l’impresa dei gigli. Scagliasi egli eroicamente sul nemico; due volte cerca di sbaragliarlo, ma inutile: non giova contro il fato dar di cozzo[600]. Come fu scesa la notte sul campo di Tagliacozzo, anche stavolta Carlo sempre cupo sedette nella sua tenda, e dettò al Papa una relazione della vittoria riportata: tranne che la mutazione di alcuni nomi, fu un’esatta ripetizione della lettera che in addietro aveva scritto dal campo di Benevento. «Il messaggio di pace lungamente desiderato da tutti i fedeli del mondo, mando a Voi, Padre Santo, olezzante come incenso: e, Padre, pregovi; sorgete e cibatevi della cacciagione del figliuol Vostro... Uccidemmo tanta moltitudine di nemici che la sconfitta di Benevento in paragone par cosa da nulla. Se Corradino e il senatore Arrigo sien morti o fuggiti dir con precisione non sappiamo, massime dacchè scriviam questa lettera immediatamente dopo della battaglia. Certo è che il cavallo cui il senatore montava, fu preso mentre fuggiva senza cavaliere. La Chiesa, madre nostra, giubili e lodi l’Onnipossente che le concesse una tanta vittoria col braccio del suo campione: avvegnaddio or paia che il Signore abbia posto termine a tutte le sue necessità, e l’abbia liberata dal furore de’ suoi persecutori. Dato dal campo Palentino, addì 23 Agosto, indizione undecima, nell’anno quarto». E questo fu l’orrido linguaggio onde usò il feroce carnefice di quella notte di san Bartolomeo, che al Papa con bigotta ipocrisia offerse le sue vittime come vivanda saporita di selvaggina presa in caccia[601]. La duplice vittoria che a sì breve distanza di tempo conseguiva quello stesso despota Carlo, la prima volta contro Manfredi, la seconda volta contro Corradino, rivolta il senso morale: e in verità fu nuovamente il male che trionfò del bene, l’ingiustizia che la vinse sul diritto. Sul campo della battaglia di Tagliacozzo, combattuta in quegli ardenti calori dell’estate, si gettò una sorte che forse fu la più ingiusta di quante mai guerriero abbia tratto dall’urna delle battaglie. Se guarentigie della vittoria sieno il diritto e la giustizia, il valore e la fedeltà, l’eroismo e la giovinezza generosa, certo che Corradino doveva vincere: eppure il destino inesorabile diè il trionfo in mano di Carlo. L’odio del vincitore potè satollarsi alla vista delle migliaja di uccisi che coprivano il campo, ma la sua crudeltà volle di più. A molti Romani prigionieri fece, egli antico senatore della loro Città, troncare i piedi; e avendogli taluno significato che la vista dei mutilati gli avrebbe procacciato soverchio odio, comandò che si serrassero tutti in una casa e vi si desse fuoco. Di nobili romani giacquero morti Stefano degli Alberti, il prode Alcheruccio di Sant’Eustachio e il vecchio Caffarelli. Pietro di Vico mortalmente ferito potè trascinarci a Roma, e di là ricoverarsi nel suo castello, dove morì nel Dicembre: uomo senza fede, fu uno degli stipiti della famiglia dei Vico, fieri Ghibellini, in cui durò per titolo ereditario la prefettura urbana fino all’anno 1435[602]. § 3. Dal campo di battaglia Corradino fugge a Roma. — Vi fa breve dimora. — Fugge; è fatto prigioniero, e consegnato al nemico in Astura. — I prigionieri nel castello di Palestrina. — Galvano Lancia condotto al supplizio. — Carlo diventa senatore una seconda volta. — Sorti di Corrado di Antiochia e di don Arrigo. — Fine di Corradino. — Clemente IV muore (1248). Un colpo come di fulmine a ciel sereno ebbe rotto l’incanto dei sogni audaci in cui lo sventurato si cullava; innanzi a’ suoi piedi si spalancava un abisso di ruina. Fuggì dal campo di battaglia con cinquecento cavalieri: e con lui furono Federico di Baden suo fratello d’armi, il conte Gerardo di Pisa, Galvano Lancia, il figlio di questo ed altri nobiluomini. Dapprima ei volse i suoi passi a Castelvecchio vicino Tagliacozzo, dove (almen pare), sperando di raccogliere soldati sbandati, un tratto posò. Indi per la via Valeria procedette innanzi a Vicovaro. Fuggitivo rifece la stessa strada che pochi giorni innanzi aveva percorsa alla testa di un esercito, fidente nella vittoria; e così mosse precipitosamente verso Roma[603]. Ivi non si sapeva che cosa fosse avvenuto del senatore Arrigo; ma Guido di Montefeltro imperava pur sempre nella Città da vicario suo, e Corradino credeva trovarvi riparo, e ricavare dall’alleanza con Pisa nuovi modi di continuar la guerra. A Roma giunse un giorno di martedì, ai 28 di Agosto. Che altre accoglienze vi aveva avuto la prima volta! Quale ritorno! Veniva adesso di soppiatto, quasi fuor di senno[604]! La nuova della sua disfatta era capitata a Roma rapidamente; i Ghibellini n’erano stati atterriti; i Guelfi ne avevan fatto allegrezze grandi. Dal campo erano corsi giubilanti alcuni fuorusciti romani che avevano combattuto sotto il vessillo di Carlo; Giovanni e Pandolfo Savelli, _Bertholdus Rubeus_ ed altri signori. L’esaltamento degli animi era al colmo. Guido di Montefeltro teneva il Campidoglio per conto di Arrigo, ma ricusò di dare ricetto al fuggitivo, laonde Corradino dovette cercare ricovero presso altri Ghibellini che s’erano chiusi nelle loro torri dentro della Città: ed infatti qui possedevano il Colosseo, l’isola Tiberina nuovamente fortificata da Pietro di Vico, il Vaticano abbertescato, i palazzi di Stefano Alberti, ed una rocca appellata _Arpacata_, che tempo innanzi Jacopo Napoleone aveva edificato nel Campo di Fiore sulle rovine del teatro di Pompeo[605]. Ma poichè ogni dì più nella Città venivano ingrossando i Guelfi, gli amici di Corradino avvisarono che ivi ei non poteva più a lungo dimorare, e consigliarono di fuggire. Gli sciagurati (non rimase che il solo conte Gerardo Donoratico in gran secreto, e presto cadde in mano del nemico), gli sciagurati partirono un venerdì, ai 31 di Agosto, accompagnati da una piccola comitiva, e andarono al castello Saracinesco, che era tenuto dalla figlia di Galvano[606]. Erano incerti di quel che dovessero fare; sulle prime volevano gettarsi nelle Puglie, ma poi deliberavano di guadagnare la più prossima marina. Quella schiera assottigliata fuggì per la Campagna, traversò la via Appia, si mise per le Maremme più sotto di Velletri, e giunse al mare vicino Astura. Astura, dove in antico Cicerone ebbe una villa, posa isolata sopra ruderi di palazzi romani che un tempo sorsero sulla riva del mare: fin presso alle dune sabbiose del lido non v’ha che territorio incolto e selvatico, coperto di fitte boscaglie, intersecato di paludi e di laghi donde esalano miasmi febbrili, e da cui lentamente scendono al mare alcuni fiumicelli. Tratto tratto, lungo la spiaggia in quella solitudine sepolcrale s’elevano oscure torri; e dal mare a non grande distanza sorge, incantevole vista! il capo di Circe colla rocca Circea. La duna forma un porto di pescatori dove sbocca il fiume Stura. Nei primi tempi del medio evo il castello era stato proprietà del convento di santo Alessio sull’Aventino, indi era diventato un feudo, primamente dei Conti di Tusculo, adesso dei Frangipani. Di Astura oggidì non rimane che il castello, prominente con una torre sopra il mare, ma a’ tempi di Corradino era un _castrum_ con parecchie chiese, e circondato di solide mura[607]. I fuggiaschi si misero in un battello sperando di giungere all’amica Pisa. Ma Giovanni Frangipane signore del castello, avuto annuncio che alcuni cavalieri di nobile aspetto e di foggia straniera, probabilmente fuggenti dal campo di Tagliacozzo, s’erano posti in mare, cacciò sulle loro tracce dei rapidi vogatori: forse lo fece di suo proprio impulso, forse perchè erano state publicate lettere del Papa e di Carlo con ordine di catturare i fuggitivi. Arrestatigli sul mare, li ricondusse nel castello di Astura: e in suo potere vennero Corradino, Federico di Baden, i due conti Galvano, il giovine Napoleone Orsini, Riccardello Anibaldi e parecchi altri cavalieri tedeschi e italiani[608]. Quando Corradino si die’ a conoscere al Frangipane n’ebbe un’ingannevole speranza, perciocchè confusamente ricordasse che la famiglia di quel signore un dì avea parteggiato per l’Impero, e dall’avo suo aveva ricevuto di ricchi donativi: ei non sapeva il meschino che quei Frangipani s’erano inimicati con Manfredi per cagione di Taranto, e che da lungo tempo avevano sposato la causa del Pontefice. Paura e avarizia persuasero il signore di Astura a impadronirsi di quella preda preziosa in cui ravvisava nientemeno che il pretendente della corona di Sicilia. E s’aggiunse il fatto che Roberto di Lavena, ammiraglio di Carlo, poco tempo prima battuto dai Pisani vicino Messina, si trovasse con navi provenzali in quelle acque; perlochè, come ebbe udito dell’avvenimento di Astura, sbarcò, e in nome del Re di Sicilia chiese che gli si consegnasse Corradino. Resistette il Frangipane per tenere alto il prezzo della fatta preda, e condusse i prigionieri in un vicino castello, ancor più munito, che forse fu quello di San Pietro in Formis, vicino Nettuno[609]: e di lì a poco sopravenuto anche il cardinale Giordano di Terracina, rettore della Campania e della Maritima, con milizie, da parte propria in nome del Papa chiese che gli si dessero in mano i prigionieri come scomunicati dalla Chiesa e malfattori pigliati sul suo territorio. Sventura di Corradino fu che non venisse in balia dei Pontificî, chè almeno avrebbe avuto salva la vita. Non preghiere, nè promesse, non l’innocenza, nè la giovinezza e la leggiadria del prigioniero commossero il cuore del Frangipane: ma se paura della collera di Carlo potè ragionevolmente trattenerlo di mettere in libertà il nobile fuggitivo, nulla v’ha che scusi il suo rifiuto di consegnarlo al cardinale Giordano. Sotto pretesto delle strette cui lo mettevano i marinari di Carlo che lo assediavano, l’esoso pirata diè i prigionieri in potere delle masnade di quel crudele[610]: incatenati, furono trascinati attraverso la Maremma, consegnati a Carlo in Genazzano, e chiusi nel castello di San Pietro, più in su di Palestrina. Quel castello piantato sopra sterili rocce, era proprietà di Giovanni Colonna, ma occupato da armigeri napoletani[611]; chè infatti Carlo dal campo di battaglia era venuto per le montagne a Subiaco, indi scendendo, aveva preso per la via Prenestina: e il suo quartier generale era posto a Genazzano, feudo dei Colonna, i quali allora, come i Conti e i Frangipani, per paura e per intento politico, si mostravano di spiriti guelfi. Da Genazzano a Palestrina non v’hanno che due ore scarse di cammino; e a Palestrina si raccoglievano i prigionieri, e vi conducevano anche il senatore Arrigo, il quale, fuggendo dal campo di battaglia, era stato preso da un cavaliere di nome Sinibaldo Aquilone: vi venivano tratti eziandio Corrado di Antiochia, e molti nobiluomini romani e Ghibellini italiani[612]. Il castello di san Pietro, rocca antichissima del Lazio, è oggi caduto; non ne rimangono che delle pietre ciclopiche coperte di musco; e l’edera si abbarbica intorno a quelle ruine, donde l’occhio dell’osservatore vien giù scorrendo su un panorama bellissimo di terra e di mare. Ivi Corradino stette molti giorni incatenato coi suoi compagni. Fra tutti i prigionieri quello che Carlo odiava di più era il conte Galvano, il quale in entrambi i campi di battaglia aveva pugnato contro di lui, e come generale di Manfredi e come promotore zelantissimo dell’impresa di Corradino: e narrasi che a Palestrina, od altrimenti nel suo quartier generale di Genazzano, lo mandasse al supplizio publicamente con altri baroni di Puglia, dopo che gli aveva fatto scannare fra le braccia il figliuol suo Galiotto. In questo modo morì nella prima metà di Settembre del 1268 lo zio di Manfredi, fratello della leggiadra Bianca: fu uomo prudente e di valore cavalleresco, la cui vita di varia fortuna stette sempre associata a quella degli Hohenstaufen nella grandezza e nella fine[613]. Gli altri prigionieri Carlo lasciò a Palestrina, ed ei mosse a gran passi a Roma. Qui, subito dopo la sua vittoria di Tagliacozzo, era stato eletto senatore a vita; ed egli aveva lietamente accettato la podestà urbana, e mandato nuovamente a Roma da suo vicario Jacopo Cantelmi, cui Guido da Montefeltro tosto consegnò il Campidoglio per una somma di quattromila fiorini d’oro. Il Papa già dapprima aveva sciolto Carlo della rinuncia da lui data con giuramento dell’autorità senatoria, ed or lo confermò nell’officio per dieci anni. L’Angioino pertanto ai 16 di Settembre prese una seconda volta il possesso della sua dignità in Campidoglio, e da allora in poi all’altro suo titolo aggiunse officialmente quello di «Senatore dell’illustre Città»[614]. Ai Romani che parteggiavano per lui ed a quelli che avevano combattuto nelle sue file sul campo Palentino die’ ricompense di beni e di feudi; e così anche Giovanni Frangipane fu regalato riccamente[615]. Dopochè Carlo ebbe insediato in Campidoglio i suoi ministri ed annunciato ai Guelfi le sue vittorie, tornossene, sull’incominciamento dell’Ottobre, a Palestrina per condurre i prigionieri a Napoli ed ivi mandarli al supplizio[616]. Di tutti loro il solo Corrado di Antiochia ottenne libertà; trasse in salvo la vita per la fortunata combinazione che sua moglie teneva ancora in ostaggio a Saracinesco i due Orsini, Napoleone e Matteo, fratelli del potente cardinale Giovanni Caetano, che più tardi fu papa Nicolò III. Si fece il cambio di Corrado con quei prelati, ed egli diventò lo stipite della famiglia latina dei Conti di Antiochia, la quale nei secoli decimoterzo e decimoquarto risiedette nelle castella di Anticoli e di Piglio sul Serrone, e, come si vede dalla storia di Roma, fu sempre (finchè si spense) di parte ghibellina e nemica dei Papi[617]. Se l’infante Arrigo scampò a morte, ne andò debitore alla ragione della parentela, ed al rispetto che Carlo dovette portare alla casa regale di Castiglia. Oscuro è quando abbia finito di vivere, ma fino all’ora della sua morte l’antico senatore sofferse il destino di re Enzo, prima nel carcere di Canosa, indi a Santa Maria del Monte nelle Puglie, dove può darsi che gli risonassero all’orecchio i lamenti dei tre figliuoli di Manfredi. Indarno pregarono i Re di Castiglia e di Aragona perchè fosse riposto in libertà; indarno poeti reclamarono con fieri carmi: il rimpianto di don Arrigo e le lodi della sua prodezza cavalleresca vivono ancora nei versi dei trovatori, nelle canzoni di Giraud de Calason e di Paulet di Marsiglia[618]. La testa dell’ultimo Hohenstaufen cadde a Napoli ai 29 Ottobre dell’anno 1268. Carlo corse a dar morte allo sventurato, dopo che l’ebbe sottratto al dominio della Chiesa. Volle ucciderlo, perchè se anche lo avesse tenuto in catene nel più profondo di un carcere, a turbare i suoi sonni avrebbe bastato il saperlo vivo. La sentenza concorde dei contemporanei e dei posteri ha marchiato d’infamia il supplizio di Corradino e dei suoi generosi amici, e lo giudicò opera iniqua di un pavido tiranno: nè corse molto tempo che la storia ne fece vendetta. Non v’ha ragionamento di sofista che possa nettare Carlo assassino da quella macchia di sangue. Alcuni accusarono Clemente IV di complicità: certo è ch’ei lasciò andar le cose per la loro china, e su di lui s’aggrava giusto rimprovero che non si facesse consegnare Corradino, come quello che era stato colpito dell’anatema della Chiesa, ed arrestato sul suo territorio da vassalli pontificî: è poi biasimevole che per lo meno non si affrettasse a trattenere la scure del carnefice, quando pur doveva prevedere a che fine di sangue sarebbe riuscita quella tragedia, egli che troppo bene conosceva l’animo scellerato di Carlo. Il Pontefice approvò la morte dell’ultimo nipote di Federico II, poichè essa poneva termine una volta per sempre alle pretese della casa sveva. Se dalla bocca di Clemente IV fosse uscito un grido di sdegno od almeno una voce umana di compianto della sorte troppo crudele di Corradino, il cui diritto era chiaro come luce di sole innanzi a Dio ed agli uomini, questo solo avrebbe ornato di pregio la memoria di un Pontefice, cui la fortuna concesse di abbattere nella radice la grande famiglia degli Hohenstaufen. Ed egli tacque; e giusto sia il giudicio che cade su di lui. Ai 29 di Ottobre fu troncata la testa di Corradino; ai 29 di Novembre morì Clemente IV a Viterbo, come se la potenza del vindice destino non concedesse a questo prete di vivere di più. La commovente ombra dell’innocente nipote di Federico sarà apparsa al letto di morte del Papa a turbargli i momenti dell’agonia: avrà veduto il giovinetto quale parve sul patibolo di Napoli sollevare le mani al cielo, e poi prostrarsi orando per ricevere il colpo fatale[619]. E Clemente morì eziandio sgomentato in pensando al vincitore brutale, or fatto strapotente. Se, come prete, lo avrà confortato la coscienza di avere spazzato via dal mondo una famiglia ch’era nemica mortale del Papato, lo avrà pur addolorato l’idea che il vero profitto di quella vittoria fosse caduto nelle mani di un tiranno, il quale era re di Sicilia, senatore di Roma, vicario di Tuscia, protettore di tutte le città guelfe, e presto (così potevasi prevedere) sarebbe forse diventato dominatore d’Italia e oppressore della Chiesa. Dopo una vita breve e splendida, da parere piuttosto romanzo che storia, Corradino pose termine alla serie degli eroi Hohenstaufen, ed eziandio alla lunga e vigorosa guerra che essi sostennero contro il Papato per il possedimento d’Italia. Dura e immeritata fu la sorte di quel giovinetto generoso; ma la sentenza della storia aveva deciso che il destino era maturo: Germania non doveva più dominar su l’Italia; l’antico Impero degli Ottoni e dei Franchi non poteva essere più restaurato. Se il nipote di Federico II avesse vinto Carlo d’Angiò, anch’egli avrebbe rinnovato ordini di cose e guerre che nelle tendenze dei popoli non avrebbero più trovato ragione di essere. Della sua caduta tutta Alemagna sentì vivissimo dolore; ma nessun principe, nessun popolo sorse a vendicarlo[620]. Spenta era la dinastia sveva, e Corradino finì vittima estrema del principio di legittimità. Le grandi famiglie rappresentano il sistema di certe età: con queste cadono, e non v’ha podestà alcuna sacerdotale o politica che possa rinnovare una legittimità storicamente decrepita. Nè vi fu mai famiglia più grande degli Hohenstaufen che rappresentasse un più grande ordinamento. Nella loro dominazione, che durò più di cent’anni, il conflitto di principî in cui s’affaticò il medio evo ebbe trovato il suo maggiore svolgimento e i suoi campioni più poderosi. La guerra dei due sistemi, della Chiesa e dello Stato, che si demolirono a vicenda per sgombrare una via nuova di libertà al progresso dello spirito umano, compose il fastigio del medio evo; e sopra di esso posa Corradino, irradiato dell’aureola della sua tragica morte. La grande dinastia degli Svevi fu vinta, ma non per questo la lotta finì: assunse forme nuove, e sempre suscitò nuovi combattenti, ognora mirando a liberare la gente umana dalla prepotenza del sacerdozio. Però convien dire che senza le geste di quella stirpe d’eroi libertà non avrebbesi potuto ottenere[621]. CAPITOLO QUARTO. § 1. Carlo, coi suoi prosenatori, governa a lungo e con energia in Roma. — Monete di lui. — Statua a suo onore. — Torna a Roma nel 1271. — I cardinali, radunati a Viterbo, non sanno chi eleggere papa. — Guido di Montfort uccide Enrico principe inglese. — Elezione di Gregorio X. — Elezione di Rodolfo d’Asburgo. — Fine dell’interregno. Dopo che Carlo ebbe soffocato nel sangue la ribellione del suo reame, non vi fu in Italia principe più potente di lui; ed egli potè adesso accarezzare il pensiero (già da lunghissimo tempo ne aveva concepito l’idea) di sottoporre tutta la penisola al suo scettro, e di conquistare nientemeno che l’Impero greco. Però sul trono di Federico II non sedeva altr’uomo che un conquistatore odiato. Carlo d’Angiò non ebbe sapienza di governante, non mente di legislatore; in eredità di quei paesi lasciò soltanto la maledizione della sua tirannide e di un lungo despotismo feudale. I disegni della sua ambizione fallirono come quelli degli Hohenstaufen, perchè gli sventarono l’arte politica dei Pontefici, gli intenti partigiani d’Italia e il sentimento nazionale latino che ora insorse contro la gallica dominazione straniera. Per dieci anni Carlo governò Roma da senatore, con vicarî, maggiorenti della sua corte, che per un tempo indeterminato ei mandava in Campidoglio, facendoveli accompagnare da giudici e da altri officiali, conforme a quello che imponevano gli Statuti della Città. La mano energica di un padrone non fece che bene; si ristabilì il rispetto alla legge, e nel termine di un anno furono mandati al supplizio dugento ladri[622]. In tutto quel tempo le monete di Roma si fregiarono col nome di Carlo[623]: esse ed una statua sono i soli monumenti che durino a memoria del suo officio, il più lungo che senatore abbia mai tenuto. Nella sala del Palazzo senatorio in Campidoglio vedesi ancora una figura di marmo che rappresenta un Re del medio evo, coronato, seduto sopra uno scanno ornato di teste di leone, con in mano lo scettro, vestito di manto a foggia romana: la testa è grande e robusta; la faccia rigida, severa; il naso grosso; le fattezze non brutte, ma dure. Quella figura è la statua di Carlo d’Angiò, e ad onor suo la innalzarono i Romani, probabilmente subito dopo che egli ebbe vinto Corradino[624]. Carlo tornò a Roma nel Marzo dell’anno 1271. Accompagnavalo Filippo suo nipote, diventato a quest’ora re di Francia, poichè il celebre padre suo, Luigi il Santo, era morto in crociata, innanzi a Tunisi. E Carlo entrò in Campidoglio dove Bertrando del Balzo, prode cavaliere, amministrava il Senato in vece sua. I Ghibellini romani, che per qualche tratto di tempo avevano continuato una guerra alla spicciolata sotto gli ordini di Angelo Capocci e avevano combattuto i prosenatori del Re, erano adesso senza lena e tenuti in freno. Jacopo Cantelmi aveva lasciato in balia dei Guelfi le fortezze dei loro nemici affinchè le distruggessero; e in tal maniera furono demolite l’_Arpacata_ nel Campo di Fiore, e le torri di Pietro di Vico in Transtevere. Carlo reputò acconcio di dare l’amnistia a parecchi dei maggiori partigiani di Corradino, e insieme promulgò decreto che i Guelfi romani fossero ristorati de’ danni sofferti al tempo di Arrigo senatore[625]. Gravissimi affari lo chiamavano a Viterbo; nè tanto vi andava perchè fossero ancora pericolose le reliquie sparte de’ Ghibellini toscani, quanto, e più, per ragione della elezione del nuovo Pontefice. Infatti, morto Clemente IV, i cardinali congregati in quella città non erano giunti a mettersi d’accordo; all’ascendente dei prelati devoti a Carlo opponevano contrappeso i cardinali che sentivano dignità patriottica; tutti poi comprendevano la grandezza del loro dovere, che era di creare un Papa quale all’età nuova si conveniva. Erano diecisette e non più. Undici di loro chiedevano un Papa italiano, per via del quale si potesse restaurare l’Impero che pur sempre vacava; i rimanenti volevano che si eleggesse un francese: e le loro radunanze si tennero in mezzo a costante tumulto dei Viterbesi, i quali giunsero a scoperchiare il tetto del palazzo arcivescovile, per costringere gli elettori ivi raccolti a venire finalmente ad una decisione[626]. Da quasi tre anni durava la vedovanza della santa Sede nel tempo medesimo che vacante era anche l’Impero; e ciò dimostrava in che profondo esaurimento di forze giacesse il Papato, infermato in mezzo a tanto conturbamento storico. E adesso Carlo andava a Viterbo per affrettare l’elezione, o piuttosto per dirigerla a suo talento. Tuttavia sui cardinali egli fece impressione non grave; piuttosto gli scosse un delitto che sotto ai loro occhi si compiè, e parve punire la Chiesa perciocchè fosse priva di capo. Reduce di Tunisi, era venuto a Viterbo insieme con Carlo il giovine Enrico, figliuolo di Riccardo di Cornovaglia. Or nella città trovavasi eziandio Guido di Montfort, vicario di Carlo in Toscana[627]; e la vista del Principe inglese poneva tal vertigine indosso a quel feroce soldato che metter mano nel sangue gli parve poco: lo frugava smania di vendicarsi della regal casa d’Inghilterra per cui mano un dì il suo gran padre, Simone di Leicester e di Montfort, era stato ucciso in battaglia, e, dopo morto, vituperevolmente profanato nel corpo. Egli dunque colse l’innocente Enrico presso l’altare di una chiesa, lo pugnalò, e, trascinato il cadavere per le chiome, lo scagliò sulla gradinata del tempio[628]. L’atroce misfatto commesso alla presenza dei cardinali, del Re di Sicilia, di quello di Francia, andò impunito, e l’omicida si ricoverò a Soana presso il suocero suo, ch’era il conte Rosso della casa Aldobrandi. L’inquisizione che più tardi si istituì fu mite e benigna, avvegnaddio Guido di Montfort fosse uno dei maggiori capitani di Carlo, e lo avesse servito meglio di ogni altro a demolire il trono degli Hohenstaufen, per modo che il conquistatore avevalo rimeritato con bellissimi feudi nel reame, dandogli la investitura ereditaria delle contee di Nola, di Cicala, di Forino, di Atropaldo e di Monforte[629]. Del resto vien detto che Guido fosse uomo di alto sentire, di ingegno eletto e financo di grande onestà; ed è pur vero che cotali doti dell’animo potessero accoppiarsi alla indomabile ferocia di passioni che fu propria degli uomini del medio evo. Un delitto come il suo a quel tempo non pareva così orrendo come oggi sarebbe; uccidere per vendetta non si teneva allora per cosa disonorevole; gli uomini di quell’età sapevano odiare a morte, e potevano altresì perdonare a chi uccideva. E dodici anni dopo quell’omicidio, che oggidì porrebbe il suo autore al bando della società civile, fosse anche un Re, un Pontefice tornava a chiamare quell’istesso Guido di Monfort con nome di figliuolo dilettissimo, e lo creava generale ai servizî della Chiesa[630]. Forse quel delitto giovò a svegliare i cardinali dal loro letargo; ed infatti, addì 1 Settembre 1271, vinti dall’eloquenza del grande francescano Bonaventura, affidarono a sei elettori tratti dal loro grembo il mandato di nominare il Papa. Con gran dispetto di Carlo da quel compromesso uscì un Pontefice italiano, e fu Tedaldo della casa Visconti di Piacenza, figliuolo di Uberto e nipote di Ottone Visconti arcivescovo di Milano: uomo di animo posato e generoso, era esperto nelle faccende temporali della Chiesa, ma non erudito. L’elezione di un prete che non s’era segnalato per meriti publici, che non era cardinale, nemmen vescovo, ma semplice arcidiacono di Liegi, e per di più si trovava allora in Oriente, fa credere che i cardinali conoscessero l’animo franco e independente di Tedaldo, od altrimenti che nella loro perplessità, non sapendo che fare, dessero il loro voto ad un uomo di poco rilievo. Messaggeri recanti il decreto di nomina partirono tosto in gran premura, e, traghettato il mare, andarono ad Accona in Siria, dove l’eletto trovavasi presso l’inglese Edoardo che ivi combatteva in crociata: e l’arcidiacono di Liegi credette cader dalle nuvole allorchè intese quali splendide sorti gli fossero serbate in Occidente. Addì 1 Gennaio 1272 sbarcò nel porto di Brindisi. A Benevento lo ricevette Carlo con grandissimi onori e gli fe’ accompagnatura; al ponte del Liri vicino Ceperano trovò una solenne ambasciata dei Romani venuta a salutarlo, ma egli non accettò il suo invito di andare a Roma, e senza trattenersi corse a Viterbo, donde soltanto più tardi mosse alla Città. Ai 13 di Marzo vi fece la sua entrata solenne, condotto da Carlo re; e questo fu uno spettacolo nuovo pei Romani, giacchè due Pontefici antecessori di Tedaldo erano saliti alla cattedra santa e di quella caduti nel sepolcro senza che avessero mai posto piede in Roma, nè orato presso alla tomba dell’Apostolo. Adesso invece un Pontefice italiano riconduceva il Papato nella sua residenza: ai 27 di Marzo Tedaldo Visconti era consecrato in san Pietro, e saliva alla santa Sede con nome di Gregorio X[631]. Il novello Papa raccoglieva dai suoi predecessori un’eredità che non era più avviluppata; più fortunato di loro trovò uno stato nuovo in un mondo nuovo. Dopo Papi che avevano combattuto guerre omicide e scagliato anatemi innumerevoli contro i Re ed i popoli, un prete poteva adesso salir nuovamente i gradini dell’altar maggiore, e colla mano monda e pura benedire il mondo. Gregorio X aveva la coscienza di una grande missione da compiere, e infatti le opere di quell’uomo generoso, per quanto egli potè fare, furono di conciliatore e di principe di pace. Già finita era la lotta coll’Impero; morti ne erano i combattenti, e l’ultimo figliuolo di Federico II, il re Enzo tanto degno di compianto, trapassava anch’egli proprio adesso, ai 14 Marzo 1272, nel suo carcere di Bologna, un giorno dopo l’entrata del nuovo Pontefice in Roma: obliato l’avevano i suoi partigiani ed il mondo, e innanzi al suo spirito desolato di solitudine eterna erano passate una dopo dell’altra le ombre di tutti i re Hohenstaufen, cui egli, il sepolto vivo, era stato condannato a sopravvivere[632]. E in breve tempo morivano eziandio parecchi monarchi che avevano primeggiato nell’età poc’anzi trascorsa: Luigi il Santo, Riccardo di Cornovaglia, Enrico III di Inghilterra si dileguavano dal teatro della storia. Nuovi Re salivano sui loro troni; e un novello ordine di cose si assestava nel mondo, fatto meno ideale e più temperato. Allorchè pertanto Gregorio X prese le redini del Papato, trovò che conseguita era la meta cui avevano inteso i suoi predecessori; restaurato lo Stato della Chiesa, Sicilia ridivenuta feudo pontificio sotto una nuova dinastia, vinto il principio di cui erano stati antesignani gli Hohenstaufen: la dottrina fondamentale del Papato, la dominazione universale e giudiziaria della Chiesa, pareva essere il frutto maturo della grande vittoria ottenuta. Ma la cima vertiginosa cui i principî di Innocenzo III e dei suoi successori avevano sollevato il Papato eccedeva la natura delle cose umane; era opera artificiale e perciò non durevole. Gregorio X al principio del suo pontificato si vide solo; il suo occhio non s’imbatteva che nella faccia impassibile di Carlo d’Angiò, uomo duro ed avaro, di lui che si teneva dietro alla cattedra pontificia non da vassallo servizievole, ma da patrizio e da protettore molesto. Delle due podestà, su cui aveva posato il mondo cristiano, impero visibile di Dio, una giaceva distratta; or dunque conveniva riempiere il vuoto profondo che si trovava nell’ordine cosmico; occorreva ricomporre l’Impero, perocchè senza di esso la Chiesa si sentisse male in gamba e priva di valore pratico. Soltanto un Imperatore, giusta i concetti di quell’età, avrebbe potuto dare una forma novella ad Italia, e per via di un Concordato solenne prestar garanzia di diritto publico al nuovo ordinamento di cose, al nuovo Stato ecclesiastico. Toccava perciò ai Papi di riconciliarsi con Alemagna che avevano tanto offesa, di far pace col partito dei Ghibellini e col mondo politico tutto quanto, restaurando quell’antico e sacro Impero per cui la Chiesa sempre nutriva simpatia incancellabile. Fallì il tentativo di voler dare la corona degli Svevi a qualche principe forestiero: vi si opposero i diritti legittimi di Alemagna e il sentimento nazionale che in essa tornava a destarsi. Per verità Alfonso di Castiglia (morto Riccardo ai 2 Aprile 1272), aveva sperato di conseguire la corona dell’Impero e ne avea fatto domanda al Pontefice, ma Gregorio X respinse le sue pretensioni come quelle che mancavano di titolo[633]. Lo Spagnuolo, che non aveva posto mai piede in Germania, non vi aveva nemmanco partigiani; i Principi non si curarono di lui punto nè poco; e dopo lunghe titubanze, sotto la presidenza di Guarniero vescovo di Magonza, elessero a re dei Romani il conte Rodolfo di Asburgo: questo avvenne a Francoforte nel dì 29 Settembre del 1273. Concordi furono tutti, eccetto Ottocaro re di Boemia che vi protestò contro; e l’elezione procedette monda di qualsiasi macchia, e scevra di broglio e di corruzione, giacchè Rodolfo non s’era mai adoperato per ottener la corona, nè aveva mai fino ad essa spinto il desiderio neppure nei suoi sogni più audaci di ambizione[634]. Dopo ventidue tristissimi anni di interregno, l’Impero tornò ad avere finalmente un capo da tutti riverito. Rodolfo di Asburgo tiene grandissimo luogo nella storia, come principe che restaurò l’Impero e ristabilì l’ordine in Germania orribilmente dilaniata: uomo della pace e del diritto egli splende quale fondatore di una dinastia celebre e di lunga durata. Nella sua giovinezza decorosa di imprese cavalleresche (era nato nel 1 Maggio del 1218, e Federico II lo aveva tenuto al fonte battesimale) aveva combattuto sotto le bandiere degli Svevi, e s’era segnalato nelle battaglie del grande Imperatore e di Corrado IV, ma, per sua buona fortuna, non aveva emerso troppo fra’ primi. Fin adesso per sue convinzioni personali aveva abbracciato le dottrine degli Hohenstaufen; nondimeno, or che saliva al trono dei Tedeschi e dei Romani, tosto vi rinunciava. Uomo nuovo, senza antenati, imperatore sì ma non di diritto ereditario, creatura dell’elezione de’ principi e del favore dei vescovi, in condizioni di cose affatto nuove, somigliò in tutto al novello Papa. La sua missione s’accordava colle sue vere virtù; e di lui, che aveva animo sodo, temperato, senza genio, fece un principe buono e fortunato. Egli significò a Gregorio X la sua elezione in una lettera nella quale si riflettono chiaramente le mutate condizioni delle cose. Forse che un Re della casa di Svevia avrebbe scritto ad un Pontefice, nel modo onde Rodolfo di Asburgo gli scrisse? «In Voi», dicea, «fermamente ripongo la mia speranza, e perciò mi prostro ai piedi della Santità Vostra, supplicando che vogliate con benevola grazia assistermi nell’officio che ho assunto, e benignamente concedermi il diadema imperiale»[635]. Così si abdicavano a favore del Papa le pretese, le dottrine, i diritti dell’antico Impero germanico. Ai 24 di Ottobre Rodolfo di Asburgo fu coronato ad Aquisgrana. Se alla fantasia degli uomini di quella età la lunga vacanza dell’Impero sarà paruta eguale ad un’orrenda tenebra morale, ei dovrà pur esser loro sembrato che questa si dissipasse dal mondo adesso che Rodolfo si sedeva sul trono degli Imperatori: e poco prima sulla cattedra pontificia si era nuovamente assiso un Papa, laonde i due lumi dell’universo, sole e luna, tornavano a muoversi splendenti nelle loro orbite. E con tale paragone l’arcivescovo di Colonia dettava il proemio della sua lettera al Papa per riferirgli della coronazione dell’Asburghese, di cui lodava i sentimenti profondamente cattolici e le regali virtù, e per chiedere che a tempo acconcio fosse riconosciuto e consecrato imperatore[636]. Nè Rodolfo poteva dubitare che ciò non gli si concedesse, poichè infatti Gregorio X si adoperava sinceramente alla consolidazione dell’impero di un nuovo principe che agli occhi della Chiesa era mondo di ogni sospetto, e pareva adatto a restaurare la pace. Nel tempo istesso la sua esaltazione doveva porre l’argine bramato alle ambiziose mire di Carlo di Napoli: ed invero Gregorio X fu il primo Pontefice che frenasse la soverchia potenza di quel Re vassallo; e fecelo con calma, senza violenze. § 2. Gregorio X va a Lione. — Guelfi e Ghibellini a Firenze. — Concilio di Lione. — Gregorio X promulga la legge del Conclave. — Rodolfo concede un diploma a favore della Chiesa. — Idea di Gregorio X sui rapporti fra la Chiesa e l’Impero. — Privilegî di Losanna. — Gregorio X a Firenze. — Muore. — Innocenzo V. — Adriano V. — Giovanni XXI. Un Concilio raccolto a Lione aveva messo il mondo in fiamme e deciso della caduta dell’Impero; era destino che un altro Concilio congregato a Lione ridonasse al mondo la pace, all’Impero il suo capo, e riunisse la Cristianità nell’impresa di una grande Crociata. Gregorio X bandì un’assemblea generale della Chiesa. Invasato ancora delle fantasie del medio evo, quel Papa eccellente credeva che fosse compito di Europa liberar Gerusalemme, laonde dedicò la sua attività all’Oriente, di dove era venuto per salire alla santa Sede. Non vedeva di meglio che una Crociata, e, come un dì Onorio III, il suo animo ne era pieno. Quel disegno pertanto fu lo scopo essenziale del Concilio di Lione. Da Orvieto (dove ormai nell’estate del 1272, partito di Roma, aveva posto residenza) Gregorio mosse nella primavera del 1273 alla volta di Lione, accompagnato da Carlo senatore e re[637]. Ai 18 di Giugno entrò a Firenze andandovi come paciere, chè sua cura incessante fu (e non vi riuscì) di riconciliare in tutta Italia Guelfi con Ghibellini. La furia dei partiti fu per due secoli feroce infermità, virile espressione di forza, genio creatore di vita; e la loro indole è tanto spaventosa e grande, che la civiltà fatta sempre più mite di costume non giunge a comprenderla rettamente. Quella fiera passione, divenuta cosa ereditaria, vera religione politica, dilaniava e accendeva di entusiasmo tutte le città della Liguria, della Lombardia, di Toscana, delle Marche. E non appena che Gregorio X aveva celebrato a Firenze un publico atto di concordia, l’incendio scoppiava con nuova gagliardia, ond’egli partiva con gran collera da quella città di Guelfi e di Ghibellini, tenendo la Bolla della sua scomunica in mano. Proseguì il suo viaggio per Reggio, Milano e Piemonte, e nel mese di Novembre giunse a Lione. Il grande Concilio si aperse addì 7 Maggio dell’anno 1274, e durò fino ai 17 di Luglio. Gregorio ebbe il contento di udirvi la Chiesa greca professare la sua unione con Roma; e questa fu conversione di cui andò debitore all’eloquenza di san Bonaventura, cardinale di Albano, il quale morì ancor prima che il Concilio terminasse. Da allora in poi gli Imperatori di Bisanzio ripeterono quel vano giuoco ogni qualvolta ebbero bisogno dell’aiuto dell’Occidente; e lo scopo cui l’astuto Paleologo intese (e l’ottenne) colla proposta unione, si fu che l’Occidente lo riconoscesse per imperatore. Così Carlo di Angiò, rodendosi del dispetto, vide il Papa accortamente impedirgli che ponesse in essere i suoi progetti ambiziosi rivolti alla conquista di Grecia. Un celebre Decreto promulgato a Lione stabilì per la prima volta la forma solenne che avrebbesi dovuto tenere nei Conclavi per l’elezione pontificia. Ecco il modo onde si ordinava la cosa. Morto il Pontefice, i Cardinali che si trovavano nella città dove quegli era trapassato, non potevano aspettare l’arrivo dei loro confratelli assenti, più a lungo di dieci giorni: trascorso questo termine dovevano raccogliersi nelle case del defunto, accompagnato ciascuno da un solo famiglio, ed abitare tutti in comune una stanza di cui si murerebbero le porte di entrata e di uscita, eccettuata una finestra per introdurre cibo e bevanda. Se il Papa non fosse eletto di lì a tre giorni, comandavasi che nei cinque dì successivi i Cardinali non ricevessero più di una vivanda a pranzo ed una a cena, e che finalmente si dovessero porre a vino, pane ed acqua. Sotto pena di scomunica si proibiva ogni rapporto con quei di fuori. Ai reggitori temporali della città in cui avveniva l’elezione, si dava l’incarico di chiudere a chiave i Cardinali e di sopravvegliare il Conclave; ma con solenne giuramento, da prestarsi innanzi al clero ed al parlamento del popolo, quei magistrati dovevansi obligare di adempiere coscienziosamente al loro importante officio, sotto pena che in caso di mala fede l’interdetto sarebbe pronunciato sovra di essi e dell’intiera città. Se, come afferma la Chiesa, l’elezione pontificia avviene per ispirazione celeste, la fame e la sete paiono affè mezzi assai strani per far che lo Spirito Santo discenda in petto di Cardinali discordi e cadenti di digiuno! Gente incredula potrebbe stupire che il sommo sacerdote della religione dovesse eleggersi da pochi vecchi disputanti, chiusi a muro in una stanza senz’aria e senza luce! E intanto i magistrati della città a vegliar dì e notte agli usci, e il popolo in fermento a circondare il palazzo aspettando il momento che il muro cadesse, ed a prostrarsi poi ginocchioni innanzi ad uno sconosciuto, il quale, alzando la mano in atto di benedire, uscisse del Conclave con occhi molli di pianto oppure raggiante di gioia! La culla del Papa era un carcere, e, di un solo passo, da quello saliva al trono del mondo. La forma elettiva del capo supremo della religione, tanto disforme da ogni altro modo usato ad eleggere i principi, è cosa meravigliosa come tutto l’ordinamento della Chiesa medioevale: in che strana guisa (si noti) l’elezione pontificia si era mutata nel corso dei tempi! La celebre Costituzione di Gregorio X fu la conseguenza della disputa che aveva preceduto la sua elezione, ed aveva durato tre anni. Ma la rigidezza di forma del Conclave parve cosa insopportabile, e spesso veramente lo fu; e soltanto con repugnanza i Cardinali si sottomisero ad una legge che li poteva dare in balia ai trattamenti brutali di tiranni e di magistrati cittadini. Uno dei più prossimi successori di Gregorio abrogò il decreto, ma fu di lì a poco rinnovato, ed oggidì ancora nell’essenza perdura. Il Conclave ha per iscopo di guarentire la libertà dell’elezione, e di affrettarla eziandio con fisica coazione: ma la storia delle elezioni pontificie può insegnare se anche le più grosse muraglie dei Conclavi sieno state sufficienti a tor l’adito all’influenza del mondo esteriore ed a resistere all’astuzia, alla corruzione, alla paura, all’odio, ai favori partigiani, all’egoismo ed alle altre passioni che sogliono penetrare senza impedimento attraverso i muri per quanto sieno fitti, sì come la pioggia d’oro del mito seppe farsi strada nella torre di Danae[638]. Innanzi al Concilio comparvero messi del Re di Castiglia, e furono rimandati; vennero ambasciatori di Rodolfo di Asburgo, e furono accolti con grandi onoranze. Il Cancelliere di questo ultimo, in suo nome confermò alla Chiesa i Diplomi degli antichi Imperatori, massime i documenti promulgati da Ottone IV e da Federico II; e fu dichiarato che il nuovo Imperatore presterebbe ad essi solenne riconoscimento secondo il loro integrale tenore. Rodolfo confermò lo Stato ecclesiastico; rinunciò agli antichi diritti imperatorî, ad ogni dignità ed a qualsiasi potere sulle terre di san Pietro e su Roma; spogliò qualunque pretesa su Sicilia; dimise ogni astio contro di Carlo, e protestò di essere pronto a riconoscerlo per re e vassallo pontificio in quel paese da tenersi sempre separato dall’Impero. A tutti gli amici della Chiesa concesse indulto; lo stesso ai nemici di Federico II e de’ suoi eredi; dichiarò che era disposto a consecrar tutte queste concessioni con giuramento quando e dove Gregorio fosse per chiederlo, e s’impegnò di obligare anche i principi di Germania a fare altrettanto. Questo infatti desiderava il Pontefice, che tutto l’Impero confermasse la incontrastabile validità dei privilegî di Ottone e di Federico; così voleva per sempre impedire che l’arbitrio di qualche Imperatore potesse spingere lo Stato ecclesiastico al precipizio. Rodolfo abbisognava del Papa, il quale poteva armare contro di lui forti nemici, com’erano Ottocaro di Boemia e Carlo di Sicilia, onde, senza prendersi alcun riguardo dell’Impero, acconsentì alla richiesta del Pontefice: ed egli era ben remoto dalle idee e dagli errori dei suoi predecessori, che s’erano scavata la fossa perchè avevano voluto rialzare a dogma dell’Impero quegli antichi diritti imperiali cui essi per patto avevano rinunciato. Per conseguenza Gregorio X riconobbe l’Asburghese a re dei Romani[639], e più viva impazienza mostrava egli di coronarlo a imperatore, di quello che Rodolfo fosse propenso a intraprendere un viaggio a Roma. Il Pontefice, al colmo della contentezza, rammemorò allora la benefica associazione delle due podestà, Chiesa e Stato, fratello e sorella che s’avevan potuto combattere, ma che un legame arcano e simpatico teneva insieme avvinti: nè egli parlava più colle mistiche comparazioni del sole e della luna, bensì da uomo pratico confessava che la Chiesa era la massima autorità nelle cose spirituali, sì come l’Impero lo era nelle cose temporali. «Il loro officio», diceva, «è d’indole differente, ma lo stesso scopo finale le avvince indissolubilmente. Che la loro unità sia necessaria lo dimostra il male che deriva se l’una manca all’altro. Allorchè vedova è la cattedra santa manca all’Impero il ministro del bene; quando vaca il trono dell’Imperatore la Chiesa è abbandonata senza protezione in balia de’ suoi persecutori. A Imperatori ed a Re corre obligo di difendere le libertà e i diritti della Chiesa, e di non torle i suoi beni temporali: quanto poi ai reggitori della Chiesa, essi hanno debito di serbare ai principi la completa interezza della loro podestà»[640]. Dopo le declamazioni pompose di un Gregorio IX e di un Innocenzo IV, i quali nei Papi avevano voluto vedere soltanto i dominatori del mondo, nei Re le creature della loro investitura, è cosa assai confortevole udire adesso la voce calma della ragione in bocca di Gregorio X. Per verità il Papato aveva ottenuto l’adempimento di tutte le sue brame. Non soltanto il debole Imperatore, ma eziandio tutti i principi elettori di Alemagna prestavano adesso reverenza alle dottrine di Innocenzo III, poichè senza più starsi in forse protestavano che l’Imperatore riceveva l’investitura della sua podestà dal Papa, al cui servigio ei doveva porre la sua spada temporale[641]. Gregorio X pertanto conchiuse pace con un Impero che impero più non era; ma per buona ventura, anche ad onta che il pensiero del Papa trionfasse, la idea sacerdotale che egli espresse della associazione pacifica delle due podestà rimase soltanto un sogno dogmatico, che la coscienza dei popoli e degli Stati diventando ognor più libera e forte fe’ svanire. Il Pontefice partì di Lione nel Giugno dell’anno 1275 per tornarsene in patria, e incontratosi a Beaucaire col Re di Castiglia, là, dopo lungo dibattito, Alfonso rinunciò alle sue pretese. Gregorio trovossi indi a Losanna con Rodolfo, e il Re dei Romani ai 20 ed ai 21 di Ottobre rinnovò le sue promesse di Lione: nel tempo medesimo furono stabilite le nozze di sua figlia Clemenza con Carlo Martello, nipote di Carlo di Angiò[642]. La pace coll’Impero dovevasi conchiudere con atti solenni, a Roma, prima della coronazione; e quanto a questa fu fermato che si sarebbe celebrata addì 2 Febbraio del 1276. I Diplomi di Rodolfo non fecero che ripetere ossia confermare il tenore di quelli promulgati già da Ottone IV e da Federico II: se la loro conferma fosse stata il solo frutto delle lotte atroci che avevano durato un buon mezzo secolo, non vi sarebbero parole bastevoli a deplorare la debolezza ovverossia la stoltezza della gente umana: ma i risultamenti della lotta degli Hohenstaufen furono pari a quelli della contesa delle investiture; furono bene altri e assai maggiori e di valore più intellettuale di ciò che stesse scritto sulle pergamene. Gregorio X tornò dunque con animo lieto in Italia, dove, restauratore vero dell’Impero, sperava di incoronarne fra breve il principe. Addì 18 Dicembre giunse presso a Firenze. Questa città era colpita dell’interdetto, ed il Papa non avrebbe potuto toccarne il suolo; però siccome l’Arno era grosso e non si poteva guadare, egli si vide costretto di assolvere la città per tanto tempo quanto vi fece dimora. Partendo benedisse al popolo accorrente sul suo passaggio, e splendido come il sole traversò la città, ma tosto che fu uscito della sua porta, alzò di bel nuovo la mano in atto di maledire, e ripiombò nella tenebra i Fiorentini: scenata stravagante, di conio propriamente medioevale! Arrivato ad Arezzo, il Papa infermò, e per sciagura della santa Sede vi morì ai 10 di Gennaio dell’anno 1276. Il pontificato di Gregorio X, uom generoso, fu breve, felice e fecondo; ed ei può chiamarsi il Tito della sua età. Sebbene non avesse potuto conchiudere completamente un concordato coll’Impero, tuttavia ne ebbe posto le pratiche basi; l’attività di un uomo onesto ebbe per ricompensa un onesto risultamento. Ogni uomo lamentò la perdita dell’eccellente Pontefice, egregio fra i migliori; non così, e fu solo, il malevolo re Carlo. Egli s’adoperò a far eleggere un papa a lui benigno, e in parte giunse al suo scopo, sebbene i tre successori di Gregorio X, persone dappoco, morissero rapidamente un dopo l’altro. Ai 21 Gennaio 1276 fu eletto in Arezzo uno di nascita francese, Pietro di Tarantasia in Savoia, che era stato arcivescovo di Lione, e adesso trovavasi da cardinale arcivescovo di Ostia, alla qual sede era stato nominato nel 1275: fu il primo domenicano che diventasse papa. Ed egli andò frettolosamente a Roma, dove ai 23 di Febbraio fu consecrato con nome di Innocenzo V. Servitore devoto di Carlo, confermò subito il Re nell’officio senatorio e perfino nel vicariato imperiale di Toscana, cosa onde Rodolfo di Asburgo si offese. L’opera pacifica, cui Gregorio IX aveva dato mano così avventuratamente, minacciava di correr pericolo. Si temè infatti che Rodolfo venisse a Roma e rompesse guerra con Carlo, avvegnaddio il Re dei Romani desse a conoscere il suo gravissimo malcontento, e ormai i suoi plenipotenziarî in nome dell’Impero s’avessero fatto prestare giuramento di omaggio dalla Romagna. Il novello Pontefice lo richiese con grande instanza che si tenesse lontano dai confini d’Italia fino a tanto che non avesse adempiuto agli oblighi assunti, e segnatamente finchè non avesse dato in potere della Chiesa la Romagna[643]. Questa provincia già conceduta alla santa Sede, ma non ancora consegnatale, aveva sempre appartenuto all’Impero dal tempo degli Ottoni in poi: ora anche Rodolfo di Asburgo intendeva tuttavia serbare integri i diritti imperiali, non tanto nell’idea di tenerli per sè, quanto per averne in mano un’arma con cui potesse minacciare il Papa; ed in vero anche questi continuava a governare la Toscana per via di Carlo, arrogandosi così i diritti imperiali. Ma frattanto Innocenzo V morì in Roma ai 22 di Giugno. Poichè allora Carlo trovavasi nella Città, l’officio senatorio gli dava il diritto di sopravvegliare il Conclave, ed eziandio il modo di esercitare sopra di esso la sua influenza. Non usò riguardi, chiuse i Cardinali con durezza in Laterano, e fece murare le finestre della loro camera così strettamente, che a mala pena vi avrebbe potuto entrar dentro un uccello. Otto giorni stettero i Cardinali francesi disputando cogli italiani, indi ai contendenti non fu dato altro cibo che pane, vino ed acqua; però i partigiani di Carlo ebbero ogni ben di Dio, e financo tennero corrispondenze illegali col Re[644]. Queste asprezze e queste inonestà irritarono gli Italiani, massime Giovanni Gaetano Orsini loro capo, il quale non perdonò mai a Carlo ciò che del Conclave aveva fatto. Dopo lungo piatire, alla fine fu eletto un italiano, Ottobono de Fiesco, vecchio cardinale diacono di sant’Adriano, e fu acclamato pontefice ai 12 di Luglio con nome di Adriano V. Tuttavia il nipote di Innocenzo IV, il quale faceva rivivere un passato cui non si avrebbe potuto far più ritorno, morì di lì a trentanove giorni senza pur avere ricevuto il presbiterato: trapassò a Viterbo, addì 17 Agosto 1276. Eletto appena, aveva abolito la legge del Conclave promulgata da Gregorio X; forse aveva voluto vendicarsi del tormento sofferto durante la clausura; forse aveva capito che era impossibile di dare rigido eseguimento alle forme che si avevano stabilite. Per la seconda volta le speranze di Carlo soffersero una delusione; chè anche adesso la novella elezione non cadde su di un Francese. Le parti in cui erano divisi i Cardinali combatterono a longo con veemenza, in mezzo a tumulto continuo dei cittadini di Viterbo, i quali, non badando al decreto del testè morto Pontefice, serrarono gli elettori in conclave rigorosissimo. Finalmente, per l’ascendente del potentissimo Gaetano Orsini, ai 17 Settembre, fu eletto il Cardinal vescovo di Ostia: si appellò Giovanni XXI. _Petrus Hispanus_ o _Juliani_, arcivescovo di Braga, portoghese di nascita, era figlio di un medico: ed egli stesso era cultore della scienza paterna, erudito negli studî filosofici, segnatamente in quello di Aristotele, e autore di opere di medicina e di scolastica. Gregorio X aveva appreso a stimarlo nell’occasione del Concilio di Lione, e, nominatolo vescovo di Tuscolo, lo aveva condotto con sè in Italia. Alcuni Cronisti ignoranti parlano di Giovanni XXI come di un mago; gli danno in pari tempo dell’erudito e dell’ignorante; lo chiamano un pazzo sapiente assiso sulla cattedra santa, uomo senza dignità, amante delle scienze e odiatore dei frati[645]. Si era nel secolo decimoterzo, ma la plebe meravigliava di un Papa dotto nella astrologia e nelle scienze naturali, e lo guardava colla istessa temenza superstiziosa con cui nel secolo decimo aveva mirato Silvestro II. Dei goffi frati stizziti dipinsero di Giovanni XXI un ritratto a colori schifosi: sospetta era la sua erudizione non rivolta alle scienze che allora reputavansi canoniche, ma a studî tali che erano banditi dai chiostri: e il suo bellissimo costume di trattare liberalmente anche colla più minuta gente, massime la sua famigliarità senza sussiego coi dotti, gli procacciò invidia e dileggio. Nondimeno, qual Papa sarebbe stato Giovanni ei non ebbe tempo di far conoscere al mondo; chè, ormai ai 16 Maggio 1277 morì a Viterbo, dove aveva posto residenza. Anche il modo strano di sua morte contribuì ad aumentare l’opinione fanciullesca che fosse un negromante; crollò il tetto di una stanza che egli s’era fatto fabbricare nel suo palazzo a Viterbo, e Giovanni XXI rimase sepolto sotto quelle ruine[646]. § 3. Vacanza della santa Sede. — Nicolò III. — Un Orsini papa. — Conferma giuridica dello Stato della Chiesa. — La Romagna viene ceduta al Pontefice. — Bertoldo Orsini, primo conte pontificio della Romagna. — Carlo si dimette dall’officio di vicario della Toscana e da quello di senatore. — Costituzione di Nicolò III sull’investitura del Senato. — _Matheus Rubeus_ Orsini, senatore. — Giovanni Colonna e Pandolfo Savelli, senatori. — Nepotismo. — Nicolò III muore nel 1280. Per sei mesi la santa Sede rimase novellamente vacante, e i Cardinali residendo in questo periodo a Viterbo, di là amministrarono le cose della Chiesa[647]. Carlo, bramoso di elevare al soglio un Papa del suo partito, pose impedimenti all’elezione, senza però giungere a capo di ciò cui mirava, avvegnaddio i Latini nel Conclave facessero opposizione ai Francesi con fortuna sempre migliore. Come gli impazienti cittadini di Viterbo ebbero chiuso gli elettori dentro del loro palazzo comunale, fu (ai 25 di Novembre) acclamato il potentissimo dei Cardinali, Giovanni Gaetano Orsini, che assunse nome di Nicolò III. Questo orgoglioso figliuolo di _Matheus Rubeus_, il celebre senatore del tempo di Federico II, non aveva le tendenze religiose del padre, ma ereditava la fiamma della sua grande energia d’animo. Sotto Innocenzo IV era stato eletto cardinale di san Nicolò in Carcere, protettore dell’ordine dei Minoriti, inquisitore generale; aveva servito otto Pontefici, preso parte a sette elezioni di Papi; era stato lui che aveva levato alla cattedra santa Giovanni XXI, e che lo aveva anche dominato. Dotto nelle scienze, esperto in tutte le faccende del mondo, era il capo dichiarato del Collegio cardinalizio, e per intelletto politico a tutti sovrastava[648]. Dalla fine del secolo precedente in poi la sua illustre famiglia romana aveva tenuto i più alti officî nella Chiesa e nella magistratura; e questo valse al Cardinale un sentire degno di principe, ma altresì, quando fu papa, lo traviò facendone un favoreggiatore sfacciato di nepotismo. Fu un vero ottimate romano, d’animo vigoroso e di grandezza regia; senza riguardo di checchessia si diede ad ammassare tesori; nutrì sentimenti affatto mondani; fu della sua città natale amantissimo, non senza affetto per la sua nazione, degli stranieri che la offendevano odiatore. Se invece di Clemente IV foss’egli seduto sulla cattedra di san Pietro, la casa di Angiò non avrebbe certamente posto piede in Italia. Giovanni Gaetano Orsini fu, dopo Onorio III, il primo uomo romano che si sedesse sulla cattedra santa: e vi ascese con nome di Nicolò III ai 26 Dicembre 1277, nel qual giorno fu in Roma consecrato. La fausta conchiusione del concordato con Rodolfo di Asburgo e la rivendicazione dei diritti della Chiesa sovra il Senato romano resero assai notevole il suo pontificato. I suoi predecessori nei loro reggimenti fuggevoli non avevano potuto venire ad un trattato definitivo col nuovo capo dell’Impero. Rodolfo parecchie volte aveva espresso l’intendimento di scendere in Italia, ma i Pontefici lo avevano ripetutamente ammonito di non farlo. Infatti non è esatto quel che si dice, che il primo Asburghese abbia di sua spontanea volontà rinunciato di venire a Roma e di prendersi la corona imperiale; chè anzi soventi volte e con grande istanza ei la chiese, appunto perchè la dignità imperiale gli pareva essere necessaria a dar buon fondamento alla sua dinastia. Le concessioni che ei fece a Nicolò III furono altrettanti patti imposti alla sua coronazione imperiale; e soltanto le condizioni interiori di Germania e il rapido mutamento dei Pontefici gli impedirono, come in antico a Corrado III, di venire a Roma. Nè l’opportunità gli sarebbe mancata, chè financo città italiane straziate dalle fazioni lo invocarono affinchè discendesse e le salvasse; e Dante il gran ghibellino non perdona a lui, nè al suo figlio Alberto che abbiano diserto il giardin dello Imperio e la vedova Roma. Gli è appunto di ciò che Germania deve essere invece riconoscente alla casa di Asburgo[649]. Nicolò III volle ordinare lo Stato della Chiesa sopra solide fondamenta di diritto publico; questo fu il suo massimo intento. Chiese a Rodolfo che si rinnovassero i trattati di Losanna e con esattezza scrupolosa si stabilisse in un documento tutta l’estensione che aver doveva il territorio ecclesiastico, specificandone città per città, parimenti come s’era usato registrare in più vecchi Diplomi. Seguendo le più ampie dimensioni delle donazioni antiche, questo documento doveva compilarsi a garanzia dell’avvenire. Ai 19 di Gennaio 1278, da Vienna, Rodolfo die’ mandato a Corrado frate minore di rinnovare i privilegî di Losanna; e il legato ne sottoscrisse l’atto relativo, a Roma, addì 4 di Maggio[650]. Affine di raffermare per iscrittura i diritti cui la Chiesa pretendeva sopra la Romagna e la Pentapoli si trassero fuori dall’archivio pontificio le vecchie pergamene: per verità non si potè esibire la prima e celeberrima di tutte le carte di donazione, ma se ne incominciò la serie col cosiddetto _Privilegium_ di Lodovico il Pio, e si venne indi ai Diplomi di Ottone I e di Enrico II. Il Pontefice mandò in Alemagna la copia dei passi corrispondenti di quelle scritture, e Rodolfo tenne per genuini cotai Diplomi imperiali, senza nemmanco istituire intorno ad essi un esame critico. Il più antico donativo di terre che avessero ricevuto i Pontefici era stato quello dell’Esarcato e della Pentapoli, regalo di Pipino; ma i loro diritti su quelle province i Papi non avevano mai ridotto in essere, perciocchè dagli Ottoni in poi l’Impero le avesse tenute per sè, senza che Pontefice qualsiasi ne avesse contrariamente menato reclamo. Anche Rodolfo fu restio a rinunciare a terre che egli medesimo appellava «orto dell’Impero»; ma dovette chinare il capo avanti la volontà risoluta di Nicolò III, che soltanto a questo patto gli offerse la cessione dei diritti imperiali sulla Toscana che Carlo da vicario governava. Così fu con grande abilità che i Papi si servirono tanto di Rodolfo quanto di Carlo, per tenerli l’un l’altro in freno. Ed ai 29 di Maggio Rodolfo incaricò il suo ambasciatore Goffredo di annullare gli atti del suo cancelliere, che in nome dell’Imperatore aveva chiesto giuramento di fedeltà dalla Romagna: ai 30 di Giugno 1278, in Viterbo, il legato tedesco consegnò al Papa il documento che conteneva la cessione delle dette terre[651]. Colle sue carte in regola, or s’affrettò Nicolò III a prender possesso della Romagna, per arricchirne principescamente la sua famiglia. I suoi messaggi ammonirono città e signori di fare omaggio alla Chiesa; i più obbedirono, alcuni ricusarono. Baroni di famiglie dinastiche, uomini d’ingegno e di valore, parecchi dei quali sopra un teatro maggiore avrebbero operato geste gloriose, erano (dopo l’età degli Hohenstaufen) sorti in Romagna e nelle Marche, quali di parte guelfa, quali di fazione ghibellina; s’erano impadroniti del reggimento nelle Republiche lacerate dalla discordia, e avevano fondato signorie più o meno durevoli, le quali combatterono per tre secoli contro il potere del Papa con maggior vigore di quello che le democrazie potessero fare. Per distinguerli dai magistrati republicani, a quei signori si die’ nome di tiranni (_tyrampni_); e furonlo nel significato proprio che si diede ai tiranni di città dell’antico tempo; furono cioè principi contenuti entro certi limiti dal Comune, ossiano podestà simili a regoli. Alla Chiesa si sottomisero i Malatesta del Verruccio a Rimini, i Polentani a Ravenna, e Guido di Montefeltro, il quale dopo di essere stato prosenatore di Arrigo di Castiglia a Roma, coll’astuzia e coll’audacia di lì a breve era diventato il tiranno di quasi tutta Romagna, ed era stato scomunicato dal Papa: fino la potente Bologna, straziata dalle fazioni dei Lambertazzi e dei Geremei, riverì per la prima volta la sovranità della Chiesa sopra di sè e del suo distretto urbano. Quella celebre città, «madre feconda di uomini grandi nella scienza, chiari per valore politico, per dignità, per virtù, fonte sempre viva del sapere», fu da ora in poi tenuta da’ Pontefici in conto di gemma preziosissima della loro corona temporale[652]. Come al tempo de’ Carolingi, il Papa tornò a mandare suoi governatori in quelle terre: a legato ecclesiastico vi nominò il nipote suo Latino Malabranca, cardinale vescovo di Ostia; e creò il figlio di suo fratello, Bertoldo Orsini, a conte di Romagna (e fu il primo) per la santa Sede[653]. E per dar loro autorità di nerbo efficace levò a suo stipendio milizie napoletane sotto il comando di Guglielmo l’Estendart, imperocchè Carlo si fosse obligato da vassallo della Chiesa a prestarne[654]. In tal guisa la Romagna venne di ragione giuridica in mano dei Pontefici. Custodirono essi quella perla con cura gelosa; ma gli indomiti Romagnuoli non si lasciarono porre il bavaglio della servitù nemmanco nel corso di secoli; le città serbarono gloriosamente le loro franchigie, e la Chiesa non vi potè mantenere altro rapporto che di protettorato: la storia della Romagna sotto lo scettro pontificio è un eterno stato di sollevazione, un eterno alternarsi di tirannidi e di democrazie. Conseguenza del trattato conchiuso con Rodolfo si fu l’indebolimento della potenza di Carlo. Dicesi che il Re nutrisse un odio personale contro Nicolò III, e che questi con pari acerbità riodiasse Carlo; ed invero il Papa era stato profondamente offeso per il rifiuto che l’altro gli aveva dato di sposare una sua nipote con un nipote di lui. Comunque si sia, certo è che un uomo d’animo independente come il suo, doveva porre un fine alla troppo grande influenza del Re. Gli tolse il vicariato imperiale in Toscana, perciocchè Rodolfo così richiedesse in ristoro di quanto egli perdeva in Romagna[655]; ed eziandio lo costrinse a dimettersi dall’officio di senatore, giacchè Clemente IV avevagli concesso l’autorità senatoria nel 1268 per dieci anni, e il termine spirava col giorno 16 Dicembre del 1278. Per discutere appunto di questi importantissimi argomenti Carlo era venuto a Roma, e vi si era soffermato dal principio del Maggio fino ai 15 di Giugno, trattando con Nicolò e coi Romani[656]: fu però giuocoforza che ei si acconciasse alla volontà del Papa, laonde si dichiarò pronto a deporre la sua carica urbana. Quanto a Nicolò, nel Giugno andò a Viterbo, e di là mandò a Roma i cardinali Latino e Jacopo Colonna col mandato di ordinare i rapporti della santa Sede col Senato; e intanto gli impiegati di Carlo rimasero ancora in officio fino al mese di Settembre[657]. Il Pontefice dichiarò espressamente per mezzo dei suoi plenipotenziarî di non pretendere all’elezione del Senato, nè di volersene arrogare un diritto, perciocchè questa ingerenza avrebbe potuto porre a pericolo sè e la Chiesa. Per conseguenza confermò il diritto elettivo dei Romani[658], il quale d’altronde avrebbe perduto ogni importanza se il Senato fosse tornato in quella dipendenza di investitura che stabilita aveva Innocenzo III. Nè al potentissimo Orsini fu difficile di ripristinare questo stato di cose. Egli amava Roma, laonde con sentimento patriottico magnificò questa sua città natale, e per ispazzar via la influenza francese, nel mese di Marzo 1278, fece cardinali tre Romani della più eletta nobiltà, che furono Latino Frangipani Malabranca, Jacopo Colonna e il suo stesso fratello Girolamo Orsini. E il suo amor patrio gli valse financo il favore del partito ghibellino, laddove Carlo non era accetto nemmanco a’ Guelfi, dei quali gli stessi Pontefici cercavano adesso di frenare la potenza. Poichè dunque Nicolò ebbe tolto al Re l’autorità senatoria, volle egli mercè di una legge impedire che questo importantissimo officio fosse mai più per capitare nelle mani di Principi stranieri; e in questo intento, ai 18 Luglio del 1278, promulgò una Costituzione che segna un’epoca vera. In essa ei fa derivare il diritto dei Pontefici su di Roma da Costantino, che loro avrebbe ceduto la signoria della Città affinchè il Papato potesse essere independente[659]. I Cardinali, vi dice Nicolò, devono liberamente dar consigli al Pontefice; i giudizî poi di questo non devono mai essere oscillanti, nè la decisione dei Cardinali deviare per timori mondani dai termini di verità; la elezione del Papa e la nomina dei Cardinali devono avvenire senza costringimenti[660]. E vi rammenta tutti i malanni che agli ultimi tempi degli Hohenstaufen aveva cagionato la podestà senatoria caduta in balìa di signori stranieri: distruzione delle mura, ruine che avevano rimutato la faccia della città, saccheggio dei patrimonî privati e delle chiese, vergognose incostanze di propositi; esempio per tutte le accoglienze fatte a Corradino. Nicolò pertanto diceva che volea restituire independenza completa alla Chiesa, pace e benessere alla città di Roma; e dichiarava per conseguenza di promulgare d’accordo col suo Collegio la legge, che da allora in poi nessun imperatore, re, principe, margravio, duca, conte o barone, nè qualsiasi nobiluomo potente di loro parentela potesse diventare senatore, capitano del popolo, patrizio o rettore od officiale della Città, nè a tempo, nè a vita; che nessuno per più di un anno potesse venirvi nominato senza licenza del Pontefice, sotto pena della scomunica dell’eletto e degli elettori. Per lo contrario, dichiarava non essere tolta capacità di reggere l’officio senatorio per un anno o meno ai cittadini di Roma, quand’anche fossero parenti di uomini ineleggibili, e sebbene fuori della Città avessero grado di conti e di baroni, ma fossero di potenza mediocre[661]. Questa legge favorevole, che andava a’ versi de’ Romani, era destinata a ristorarli della perdita di grandi diritti che il parlamento romano aveva di già ceduti al Pontefice. Può darsi che a molti paresse ispirata a sensi patriottici, ma essa celava un pericolo durevole, avvegnaddio l’Editto di Nicolò III fosse pungolo all’ambizione delle grandi case patrizie, che adesso salivano a potenza nuova. Da quest’ora in poi gli Orsini, i Colonna, gli Anibaldi, i Savelli intesero alla podestà senatoria; e al paro di altre famiglie in altre città, fecero ogni lor possa per diventare i tiranni di Roma. Soltanto i rapporti durevoli in cui la Città si trovò col Papato, e la divisione dei nobili in fazioni, che fra loro si tennero in equilibrio, impedirono che l’una oppur l’altra famiglia si impadronisse del dominio ereditario di Roma, come era avvenuto ai tempi de’ conti Tusculani. La nobiltà che dominava nel parlamento popolare aveva di buon grado aderito alle domande di Nicolò III, e aveva a lui attribuito la podestà urbana finchè fosse vissuto; nè già come a papa, ma come all’Orsini nobile romano: ed invero neppur egli ebbe osato di chieder tanto fin da riunire per sempre l’officio senatorio colla dignità pontificia, e non si appellò mai senatore, quantunque Roma gli avesse concesso facoltà di ordinare a piacer suo il reggimento cittadino e di eleggere i senatori[662]. Anche dopo di lui, parecchi Pontefici furono dal popolo creati senatori, non come papi ma con officio propriamente personale: e poichè essi solevano accettare la elezione pur di regola dichiarando di voler conservare immuni i diritti del Pontificato, e poichè diventavano i primi officiali della Città, ne derivò una condizione di essere che nella loro persona di papi stava di mezzo fra la sovranità ed un officio feudale che loro conferiva la Republica. Carlo con gran dispetto depose la sua dignità di senatore nelle mani de’ Romani. In una lettera dei 30 Agosto, indiritta a Giovanni _de Fossames_ suo vicario, e ad Ugo _de Bisuntio_ suo cameriere in Roma, comandò che nel termine prefisso si consegnassero ai mandatarî del popolo romano, e non già a quelli del Pontefice, la rocca di Rispampano, tutte le castella e le torri dentro della Città e fuori, e i prigionieri custoditi in Campidoglio[663]. La rinuncia formale di Carlo fu data indi in sul cominciamento del mese di Settembre; e Nicolò III, consentendo i Romani, elesse tosto a senatore per un anno il suo proprio fratello _Matheus Rubeus_ Orsini[664]. Nell’Ottobre del 1279 ebbe questi per successori nel senato Giovanni Colonna e Pandolfo Savelli[665]. Della perdita della sua podestà Carlo potè reputarsi compensato per ragion della pace che il Papa nell’anno 1280 gli fece conchiudere con Rodolfo di Asburgo: infatti il Re dei Romani riconobbe il Re di Sicilia; Carlo novellamente protestò che non offenderebbe mai i diritti dell’_Imperium_, e ricevette la Provenza e Forcalquier in feudo imperiale[666]. All’accortezza di Nicolò III era pertanto riuscito di condurre in questo modo a termine un’opera rilevantissima: aveva conchiuso pace coll’Imperatore, ottenuto la conferma giuridica dello Stato ecclesiastico sovrano, ristretto la potenza di Carlo, soggiogato il Campidoglio. Di una serie lunga di Papi ei tornò ad essere il primo che giungesse a possedere pacificamente e in tutta la sua ampiezza lo Stato temporale della santa Sede. Papa Orsini ebbe tempra di monarca, e servì di esemplare a molti successori suoi, i quali sotto il manto pontificio furono nè più nè meno di principi secolari imperanti sopra bellissime province d’Italia. Ormai con Nicolò III la grandezza ideale del Papato si rimpicciolisce in una cerchia angusta di politica nazionale. Dopo Innocenzo III fu egli il primo Papa che imprendesse a fondare principati a’ suoi nipoti; e veramente fecelo a spese dello Stato ecclesiastico, chè da lui ha origine quella piaga della Chiesa che in tempi più tardi fu il nepotismo. Questo e la sua avarizia lo esposero ad amare censure, ond’è che Dante gli compose una nicchia nel suo Inferno. Nicolò infatti edificò una Sionne ai suoi consanguinei[667]. Se egli avesse potuto condurre a fine il suo disegno, componendo in Italia tre reami, di Sicilia, di Lombardia, di Toscana, oltre allo Stato ecclesiastico, certo è che negli ultimi due avrebbe fatto re i suoi nipoti[668]. Cotali disegni intemperanti potevano concepire i Papi adesso che ruinata era la podestà imperiale! Nicolò, da vero ottimate romano, amava la magnificenza ed il lusso; nè egli stette in forse di provvederne alle spese col patrimonio della Chiesa e della Cristianità. Con grande spreco di moneta riedificò le residenze del Laterano e del Vaticano, e presso a Viterbo, dove allora dimoravano i Pontefici, a Surianum, si costruì una bella villa, dopo di aver tolto contro ogni diritto quel castello ad alcuni nobiluomini romani e di averlo dato a suo fratello Orso[669]. Ed egli morì anzi a Soriano, colto di apoplessia, ai 22 Agosto dell’anno 1281: il suo memorando reggimento ebbe durato tre anni non appieno compiuti. § 4. Pietro Conti e Gentile Orsini, senatori. — Tumultuosa elezione pontificia a Viterbo. — Gli Anibaldi e gli Orsini. — Martino IV. — Conferisce a Carlo l’officio senatorio. — Martino è dominato da Carlo. — Rivoluzione di Sicilia. — I Vespri. — Rivoluzione a Roma. — È discacciato il prosenatore francese. — _Johannes Cinthii_ Malabranca, capitano del popolo. — Il Papa cede. — Anibaldo Anibaldi e Pandolfo Savelli, senatori. — Muoiono Carlo I e Martino IV. La morte di Nicolò III die’ il segnale di turbolenze nuove a Roma: gli Anibaldi si levarono contro gli Orsini tracotanti, ed il popolo si mise dalla parte dei primi. Furono discacciati quelli che fino allora avevano tenuto il Senato, e vi furono insediati due altri, Pietro Conti della fazione degli Anibaldi e Gentile Orsini figlio di Bertoldo che parteggiava per i loro avversarî. Con un reggimento diviso s’intese a conciliare le pretese dei due partiti[670]. Frattanto l’elezione pontificia avveniva con maggiori tumulti che mai. Nel Conclave raccolto a Viterbo la fazione di Carlo veniva a contesa col partito latino del Papa defunto; ed a Viterbo era capitato Carlo in persona, per far eleggere uno che lo ristorasse di quanto aveva perduto. Già Riccardo Anibaldi, d’accordo col Re, aveva cacciato Orso Orsini dall’officio di podestà, e s’era presa la vigilanza del Conclave: condotti da lui, i cittadini di Viterbo assaltarono il palazzo vescovile dove s’erano adunati gli elettori, s’impadronirono di due Cardinali di casa Orsini, _Matheus Rubeus_ e Giordano, e con maltrattamenti li chiusero in una stanza separata. Ciò avvenuto, gli altri Cardinali acclamarono, addì 22 Febbraio 1281, il Pontefice nuovo[671]; e questi fu il francese Simone. Cardinale di santa Cecilia sotto di Urbano IV, aveva sostenuto officio di legato in Francia, e per lunghi anni aveva negoziato con Carlo per la conquista di Sicilia: uomo di animo calmo e tranquillo, operoso, disinteressato, fu però tale che, papa, non die’ prova di genio. Ebbe repugnanza ad accettare l’elezione, e non ci volle meno che la violenza per costringerlo a vestire gli abiti pontificali. Salì alla santa Sede con nome di Martino IV, e si die’ anima e corpo in braccio al suo amico Carlo; così, causa la sua debolezza, caddero nuovamente infranti i limiti che il suo vigoroso antecessore aveva imposto a quel vassallo. Martino IV volle por fine ai torbidi che continuavano ad agitar Roma, e mandò al popolo romano due Cardinali perchè si facessero mediatori di pace[672]. Avrebbe bramato di tener dietro a loro per farsi coronare in san Pietro, ma non potè farlo perchè i Romani arditamente rifiutarono di riceverlo: quindi fu che il nuovo Papa andò ad Orvieto, dopo di avere scagliato la scomunica contro di Viterbo in punizione delle violenze esercitate al tempo dell’elezione. Del resto i suoi legati in breve ora ottennero ciò che il Pontefice bramava, ed egli concesse quel che Carlo desiderava da lui, e cioè restaurò la podestà senatoria del Re. Vero è che vi si opponeva la Costituzione che Nicolò III di recente aveva promulgato; ma che? Martino IV possedeva autorità di legare e di sciogliere, ed egli con grande spigliatezza abolì l’Editto del suo predecessore; e i Romani discordi sempre e già avvezzi a servire a principi possenti, non ebbero forza d’impedirlo. Si venne a una transazione: Pietro Conti e Gentile Orsini, fino a quel momento senatori, furono dal parlamento del popolo nominati elettori; ed eglino, ai 10 di Marzo 1281, conferirono piena podestà senatoria a Martino IV non come a papa, ma come alla persona di lui; e ve lo elessero a vita con facoltà di creare un suo vicario[673]. Ambasciatori del popolo romano andarono ad Orvieto dal Pontefice, e ginocchioni gli porsero la pergamena che conteneva la sua nomina a senatore: parve che egli ne facesse poco caso; si atteggiò come uomo che non sa se debba accettare o no un incomodo donativo; alla fine con gran sussiego degnossi dir di sì[674]. Tanto per salvare le forme mandò dapprima in Campidoglio un suo vicario, Pietro de Lavena; ma presto dichiarò che il vero paciere della Città non poteva essere altri che re Carlo, e a lui affidò il Senato, addì 29 Aprile 1281, per tanto tempo quant’egli, il Papa, avrebbe vivuto[675]. Il Re, con un risolino sardonico, riprese possesso di quella stessa dignità che Nicolò III poco prima gli aveva tolta per sempre; e dopo un così breve intervallo di tempo tornarono Francesi, suoi prosenatori, a governare in Campidoglio[676]. I Vicarî di Carlo (ei vi elesse i migliori suoi cavalieri e consiglieri) vi fecero comparsa con tutta la pompa della podestà senatoria, vestiti principescamente di abiti colore scarlatto, soppannati di pelliccia: di stipendio ricevevano un’oncia d’oro al giorno; con sè avevano un cavaliere che faceva da camerlengo o luogotenente, un altro da maresciallo con quaranta uomini a cavallo, otto giudici capitolini, dodici notai, araldi, uscieri, trombetti, un medico, un cappellano, da trenta a cinquanta vigili delle torri, un guardiano del leone che si teneva per simbolo in Campidoglio ov’era custodito in una gabbia, ed altri officiali. Mandavano castellani nelle terre appartenenti al demanio della Città, come erano Barbarano, Vitorclano, Monticello, Rispampano, Civitavecchia, e a Tivoli nominavano il conte[677]. Ben presto la potenza di Carlo, e con essa il partito guelfo si rifecero più vigorosi che mai in tutta Italia. Carlo tornava ad essere il patrizio riverito della Chiesa. Avendo, come vassallo, obligo feudale di somministrar milizie al Papa, lo serviva di buon animo colle sue armi nello Stato ecclesiastico, anche per poter cavarne diritto di protettore; e Martino IV gli si dava tutto quanto in balia, per modo che a governatori dei patrimonî poneva il più delle volte consiglieri regî. In mano dei Francesi venivano gli officî maggiori; dappertutto, da Sicilia al Po, Francesi tenevano il reggimento delle cose; e così minacciava ruina alle franchigie delle città che Pontefici accorti avevano accarezzate. Giovanni de Appia, capitano di Carlo, fu perfino nominato conte della Romagna, perlochè i Ghibellini irritati, condotti da Guido di Montefeltro ed uniti ai Lambertazzi cacciati di Bologna, rialzarono arditamente il capo[678]: ed in quella provincia era da legato nelle faccende ecclesiastiche il provenzale Guglielmo Durante, celeberrimo giureconsulto di quel tempo. Nella Marca, a Spoleto, fino in Toscana e nella Campania erano poste a presidio soldatesche siciliane, e vi comandavano cortigiani regî al servigio del Pontefice, cui Carlo in persona vigilava ad Orvieto con occhi d’Argo. Ma un grande avvenimento distrusse di repente la potenza nuova di questo Re e l’opera laboriosa dei Papi francesi. Dopo il breve sogno di una sicurezza comprata a forza di penose fatiche, la Curia fu ridestata da nuove angustie, di cui origine eterna era pur sempre Sicilia. Lo sfacciato mal governo fe’ sì che al 31 Marzo 1282 l’isola si sollevasse con eroico valore contro Carlo d’Angiò. I Vespri siciliani di magnifica memoria contengono la sentenza efficace che una volta per tutte la storia pronunciò contro la signoria e la tirannide degli stranieri; e furono eziandio la prima restaurazione che il popolo ottenesse de’ suoi diritti a fronte di pretensioni dinastiche e di trattati diplomatici. I Siciliani trucidarono quanti Francesi trovavansi nell’isola, abbatterono il giogo di Carlo e invocarono la protezione della Chiesa. Martino trepidante rigettò le loro domande, e allora quella eroica nazione diede eziandio il primo esempio trionfante di un paese che spezzasse i vincoli feudali della Chiesa e tenesse in non cale le scomuniche del Papa. Sulla fine del mese di Agosto, re Pietro di Aragona sbarcò vicin Trapani, e in mezzo alle acclamazioni delle moltitudini giubilanti entrò a Palermo, dove dalle mani del popolo ricevette la corona di Sicilia. Il genero di Manfredi, lo sposo di Costanza, veniva da erede e da rappresentante dei diritti degli Hohenstaufen; e così la casa di Svevia per la terza volta ricomparve nella storia, mutata in una stirpe regale spagnuola[679]. Il despota Carlo, tutto smarrito, era corso da Orvieto nel suo regno, ma non per altro che per sofferire delle disfatte vergognose. La rivoluzione vittoriosa trovò tosto un’eco nelle Republiche d’Italia; i Ghibellini rincorati presero le armi; si sollevarono fino le città dello Stato ecclesiastico offese in parecchi modi nei loro diritti, e Perugia disertò dal Papa[680]. Dopo il bagno di sangue di Palermo n’ebbe uno anche Forlì; addì 1 Maggio 1282 duemila Francesi condotti da Giovanni de Appia vi furono per le astuzie del Montefeltro tratti in un’imboscata, e tagliati a pezzi. Anche in Roma il popolo tumultuò. Infatti gli Orsini, acerbi nemici di Carlo, s’agitavano per recuperare il potere perduto; e, cacciati da Riccardo Anibaldi e dal Prosenatore francese, si gettavano dentro di Palestrina e lì tenevano resistenza. Fra i Romani s’andava risvegliando l’amore di libertà, or che vedevano vacillante la dominazione di Carlo e scosso il partito guelfo in tutta Italia. Non vollero più obbedire al Re lor senatore, nè al Papa che pien di paura s’era ricoverato nella munita Montefiascone, in quello che essi imprendevano una spedizione di guerra contro Corneto[681]. A nulla valsero le preghiere di Martino; e perfino una carestia che infierì nell’autunno dell’anno 1283, e ch’ei cercò di lenire per mezzo di pronti soccorsi, non fece che accrescere il mal animo del popolo. Agenti aragonesi andavano spargendo oro, e adescavano vecchi Ghibellini a uscire dei loro nascondigli. Corrado di Antiochia, il solo che restasse della orrenda giornata di Tagliacozzo e che fosse sfuggito alla mannaia del carnefice ed al carcere, ricomparve, raccolse gente a Saracinesco, e, per la via Valeria a lui troppo ben nota e per Celle, tentò di penetrare in quel territorio degli Abruzzi dove fatalmente era avvenuta la distruzione della sua casa. Ei voleva riconquistarsi la contea di Alba; ma il tentativo fallì, poichè il Rettore pontificio della Campagna e Stefano Colonna da Genazzano ruppero le sue milizie. Nondimeno l’anno dopo il vecchio Ghibellino entrò negli Abruzzi e vi occupò parecchie castella, per modo che il Papa dovette mandar contro di lui Giovanni de Appia, intanto che anche nel Lazio andavano scoppiando sollevazioni[682]. Nel frattempo gli Orsini prendevano in Roma il sopravvento. Ai 22 Gennaio 1284 fu pigliato d’assalto il Campidoglio, massacrato il presidio francese, e messo in carcere il prosenatore Goffredo di Dragona: si promulgò che era caduta la podestà senatoria di Carlo e si compose un reggimento popolare. Tutto questo in Roma fu la conseguenza dei Vespri siciliani. Si nominò allora un nobiluomo, parente degli Orsini, a capitano della Città, a _defensor_ ossia tribuno della Republica, ed ei fu _Johannes Cinthii_ Malabranca fratello del celebre cardinale Latino[683]. Allorchè Martino IV udì in Orvieto di questa rivoluzione, si dolse della lesione de’ suoi diritti, volle guarentirsene, ma cedette. Confermò _Johannes Cinthii_ a capitano della Città, però soltanto in qualità di prefetto «di provvisione» e per sei mesi; accettò il consiglio dei Priori eletto dalle gilde degli artigiani, e acconsentì che i Romani eleggessero un Prosenatore, il quale insieme col Capitano governasse in Campidoglio[684]. L’accorta arrendevolezza sedò tutto il commovimento; Riccardo Anibaldi, che un tempo nei Conclave di Viterbo aveva maltrattato gli Orsini, fece sottomissione, e per comando del Pontefice andò di casa sua fino al palazzo del cardinale Matteo, a piè scalzi, con una corda al collo, e gli chiese perdonanza[685]. Così avvenne una riconciliazione publica dei partiti: fu riconosciuto che cessato era il vicariato di Carlo, e il popolo romano accolse di buona voglia due governanti pontificî con podestà senatoria, Anibaldo figlio di Pietro Anibaldi e il valoroso Pandolfo Savelli. In tal guisa si fece ritorno al sistema nazionale stabilito da Nicolò III[686]. L’anno dopo, che fu il 1285, vide morire Carlo e Martino IV. Il Re passò da questa vita ai 7 di Gennaio, a Foggia, accasciato di dolore per la perdita di Sicilia. La sua punizione fu acerba. Il regno che aveva conquistato in mezzo a torrenti di sangue, ei lasciò in gravissima tempesta di guerra e di ribellione, tal quale era stato allorchè v’era entrato la prima volta. Un soffio di vento rovesciò i suoi piani ambiziosi; l’erede e il vendicatore degli Hohenstaufen era penetrato da vittorioso nella sua terra e s’avea posto in capo la corona di Manfredi: e già l’Angioino temeva che subito dopo la sua morte sarebbe ito perduto anche il trono di Napoli, avvegnaddio Carlo II, suo figlio ed erede, fosse prigioniero di guerra, in mano di Pietro di Aragona. Poco appresso morì anche Martino IV, addì 28 Marzo 1285, a Perugia, che s’era di bel nuovo assoggettata alla Chiesa[687]. Quantunque gli fosse riuscito di ridurre ad obbedienza la Romagna e parecchie città (e in ciò lo avevano ajutato re Filippo di Francia e Guido di Montfort, che il Papa aveva graziato per farsene una lancia spezzata contro il ghibellino Guido di Montefeltro), nondimeno lasciava tutta Italia in fiamme[688]. I Ghibellini, da lui scomunicati innumerevoli volte, non per questo erano stati domi; e Pietro di Aragona irrideva alle sue Bolle di anatema che gli proibivano di portare la corona di Sicilia. Il genero di Manfredi la tenne dalla volontà del popolo. Dopo che paesi e nazioni per lungo tempo erano stati venduti, donati, trafficati da Papi e da Principi, si levava finalmente la volontà del popolo come potenza che dà ai re l’autorità di comando. Una cotale ribellione contro i principî della podestà dinastica doveva per uno stupendo destino incogliere quel Papa medesimo, che un dì, legato pontificio, aveva dato origine all’usurpazione di Carlo. E le armi delle scomuniche, ormai spuntate dal lungo uso, nulla poterono contro il giusto giudicio che la storia pronunciò sui due complici di quella stessa iniquità, su Carlo di Angiò e su Martino IV. CAPITOLO QUINTO. § 1. Onorio IV. — Pandolfo Savelli, senatore. — Relazioni con Sicilia e coll’Impero. — La santa Sede rimane vacante per un anno. — Nicolò IV. — Carlo II è coronato a Rieti. — I Colonna. — Il cardinale Jacopo Colonna. — Giovanni Colonna e i suoi figliuoli, Pietro cardinale e Stefano conte. — Ribellione di Romagna. — Gli Orsini avversano i Colonna. — Bertoldo Orsini, senatore. — Giovanni Colonna, senatore (1289). — Viterbo soggetto al Campidoglio. — Pandolfo Savelli, senatore (1291). — Stefano Colonna e _Matheus Raynaldi_ Orsini, senatori (1292). — Nicolò IV muore (1292). La liberazione della Chiesa dal lungo protettorato di Carlo ebbe per conseguenza il pronto esaltamento di un Romano alla santa Sede: l’illustre e vecchio cardinale di santa Maria in Cosmedin, Jacopo Savelli, fu eletto pontefice a Perugia, addì 2 Aprile 1285; ed egli andò tosto a Roma, e vi fu consecrato ai 15 di Maggio. Si appellò Onorio IV, e questo nome assunse ad onore del primo Papa che era uscito della sua famiglia ormai fatta potente. Era figliuolo del senatore Luca Savelli e di Giovanna Aldobrandesca dei conti di santa Fiora: dei suoi fratelli che un dì avevano combattuto a Tagliacozzo sotto le bandiere di Carlo, Giovanni era già morto, e Pandolfo trovavasi tuttavia a questo tempo da senatore di Roma insieme con Anibaldo[689]. Appena che adesso Onorio IV fu eletto papa, i Romani anche a lui conferirono la podestà senatoria a vita; dopo di che egli confermò Pandolfo nell’officio del Senato[690]. Singolar cosa è veder questi due fratelli governare la città, l’uno da papa nel suo palazzo di santa Sabina sull’Aventino, l’altro da senatore in Campidoglio, tutti e due travagliati di mal di gotta e incapaci di muoversi. Invero Onorio IV era così attratto di mani e di piedi che non poteva nè star ritto, nè camminare; e quando celebrava la messa al maggior altare, per elevar l’ostia gli conveniva ajutarsi con un congegno meccanico: nè Pandolfo era manco di lui tormentato dalla podagra, e gli bisognava farsi portare adagiato sopra una scranna. Nondimeno quei due eccellenti uomini accoglievano uno spirito gagliardo in corpo infermo, e per prudenza e per energia erano di pregio degnissimi. Pandolfo, serio, severo come un Catone, appoggiato alle sue grucce tenne in Campidoglio un reggimento così valoroso che Roma godette di pace perfetta: le strade divennero sicure, chè i malandrini furono mandati alle forche, e la nobiltà feroce non osò mai di tumultuare. Il senatore Savelli resse la Città da vicario del fratello suo, quanto ne fu lungo il pontificato[691]. Breve fu il governo di Onorio IV; e tutto ei lo occupò attendendo a rimettere pace nello Stato ecclesiastico e ad ordinare le cose di Sicilia. Sciolse Viterbo dall’interdetto con cui Martino IV aveva punito le violenze esercitate nella sua elezione; ma la città dovette demolire le sue mura, perdette la sua giurisdizione, e il suo rettorato venne in mano del Papa. E ad Onorio toccò la buona ventura di restituire la tranquillità nella Romagna, dopochè il grande guerriero di Montefeltro ebbe abbassato le armi e se ne fu andato in esilio: nell’anno 1286 Onorio vi nominò da conte un suo cugino, il proconsole Pietro Stefaneschi. Più gravi cure gli cagionò Napoli, il qual reame, durante la prigionia di Carlo II, era amministrato da Roberto di Artois e da Gerardo legato pontificio. Sicilia pareva perduta; morto re Pietro agli 11 Novembre 1285, la signoria ne era passata al suo secondo figliuolo don Giacomo, e questi, presente sua madre Costanza, veniva coronato a Palermo, senza che si desse bada alle Bolle di scomunica del Pontefice. Il grande ammiraglio Rogero de Loria trionfava, dappertutto vittorioso, sul mare; perfino una flotta siciliana condotta da Bernardo de Sarriano approdava addì 4 Settembre 1286 sulla costa romana, ed ivi, a vendetta di Corradino, ne andava incendiata Astura e cadeva ucciso il figlio del traditore Frangipane[692]. Con Rodolfo di Asburgo stette Onorio IV in rapporti amichevoli; la coronazione imperiale che il Re dei Romani ripetutamente chiedeva, fu stabilita ai 2 di Febbraio dell’anno 1287; però era destino che mai la corona di Carlo magno non dovesse porsi in capo al primo degli Asburghesi. Infatti, ai 3 di Aprile 1287, morì Onorio IV nelle sue case dell’Aventino, avvegnachè su quel colle egli avesse edificato un palazzo di sua residenza, e solamente nella stagione estiva dimorasse a Tivoli, probabilmente per usare dei bagni solforosi delle _Aquae Albulae_. Lasciò la sua famiglia ricca e ragguardevole; ed invero, dal suo testamento, che da cardinale compilò e da papa confermò, si pare che i Savelli fin d’allora erano signori potenti nei monti Latini ed eziandio nel territorio di Civita Castellana. Dentro di Roma possedevano un palazzo e una rocca sull’Aventino, un palazzo e torri nella regione Parione, dove anche oggidì tiene di loro ricordanza il «vicolo de’ Savelli»: più tardi nei ruderi del teatro di Marcello costruirono quel grande palazzo che adesso si appella degli Orsini[693]. I Cardinali tennero il loro Conclave nelle case del Papa defunto, ma non poterono intendersi sull’elezione; e la loro discordia fu tanta che la santa Sede rimase vacante per quasi un anno. Sopravvenne la calda stagione, allor che la malaria suole essere mortifera sull’Aventino: sei Cardinali morirono di una febbre pestilenziale che desolava tutta Roma; gli altri cercarono salute nella fuga. Il solo Vescovo di Preneste rimase, e nelle deserte stanze della santa Sabina, sprezzando la morte, sostenne impavidamente la solitudine e i miasmi febbrili. N’ebbe in premio la tiara, perocchè i Cardinali tornati a inverno sull’Aventino, lo eleggessero papa: ciò peraltro non avvenne prima dei 22 Febbraio 1288. Girolamo di Ascoli, uomo di povera origine, frate dei Minori, indi generale dell’ordine, s’era segnalato al tempo di Gregorio X come legato in Oriente; eletto patriarca di Bisanzio da Nicolò III, era stato più tardi elevato al vescovado di Preneste. Con nome di Nicolò IV salì alla santa Sede, e fu il primo francescano che diventasse papa: monaco pio, non seppe che cosa fosse egoismo, e si adoperò indefessamente per pacificare il mondo, per imprendere una crociata, per esterminare la eresia. A lui per la durata della sua vita i Romani conferirono l’officio senatorio. E la nomina dei Papi a podestà divenne frequente anche in altre città[694], chè eglino cercavano di farsi eleggere a quella magistratura, e nominavano indi loro vicarî che ne esercitassero le funzioni. Il rapporto de’ Pontefici coi Comuni dello Stato ecclesiastico non fu altro mai che di supremi signori feudali con vassalli i quali avevano con esso loro conchiuso dei trattati. Le città riverivano l’autorità pontificia, somministravano milizie, pagavano imposte fondiarie, in certi casi si sottomettevano al tribunale dei legati provinciali, ma conservavano i loro Statuti, la loro giurisdizione, l’amministrazione e l’autonomia loro proprie. Ogni città continuò ad essere republica con suoi diritti, con consuetudini e con privilegî speciali. Un siffatto spirito municipale pieno d’energia impedì che i Pontefici diventassero veri signori del territorio; ed eglino dovettero quello spirito rispettare anche per tenere mercè di esso infrenata la nobiltà. Però accortamente profittarono della inuguaglianza e della gelosia dei Comuni affine di indebolirli colla divisione. All’uno toglievano il diritto di eleggersi i Podestà, ad un altro lo concedevano per un annuo tributo[695]. Divietavano le confederazioni politiche delle città, ma spesso l’una per via dell’altra domavano. Ora mostravansi di idee monarchiche, ed ora di idee republicane; il loro reggimento era debole e mite, spesse volte patriarcale, vacillante sempre: l’incapacità di fondare un diritto politico universale, le imprudenti ostilità che alcuni legati movevano contro gli ordinamenti comunali senza che però avessero in mano forza materiale bastevole per combatterli efficacemente, finalmente i rapidi mutamenti che avvenivano sul trono pontificio, di cui non si dava successione ereditaria, tutto ciò andò educando quelle strane condizioni di unione semplicemente meccanica e di ripetuto decadimento che furono sempre proprie dello Stato ecclesiastico. Roma stette tranquilla durante il primo anno del governo di Nicolò IV, finchè una lotta di partiti nella primavera dell’anno 1289 discacciò il Pontefice e lo costrinse ad andarne a Rieti, dove già aveva passato l’estate precedente[696]. Ivi ei coronò Carlo II a re di Sicilia. Il debole figliuolo di Carlo d’Angiò nel Novembre 1288 era stato liberato dalla prigionia spagnuola mercè i buoni officî di Edoardo d’Inghilterra e del Papa: venne adesso a Rieti, e ai 29 di Maggio si celebrò la sua coronazione. In un documento professò anch’egli, come suo padre, di essere vassallo della Chiesa per la grazia di lei, giurò patto feudale, e promise che non assumerebbe mai a Roma o nello Stato ecclesiastico l’officio di senatore o di podestà[697]. Può darsi che un partito favoreggiatore degli Aragonesi mirasse di malo animo la coronazione di Carlo II; tuttavia le turbolenze di Roma ebbero maggior radice nella gelosia che le nobili famiglie nutrivano le une contro le altre. Da cinquant’anni a questa parte la casa guelfa dei Savelli e gli Orsini, congiunti con quella di parentela, erano stati i più potenti dell’aristocrazia romana, e avevano messo in ombra gli Anibaldi altra volta dominatori. Anche il nuovo Pontefice era stato amico degli Orsini, chè Nicolò III lo aveva eletto cardinale, ed ei per riconoscenza ne aveva preso il nome; peraltro non andava molto che si gettava in braccio ai Ghibellini e si dava tutto alla famiglia Colonna. Questa celebre casa aveva espiato la fede ghibellina dimostrata al tempo di Federico II (allora che il cardinale Giovanni e Odone suo nipote si erano armati contro la Chiesa) con avvilimento sofferto durante il periodo di restaurazione della signoria pontificia: fu solamente sulla fine del secolo decimoterzo che di nuovo emerse come potentissima delle famiglie di Roma, per poi prendere il primo luogo nella Città e tenerlo per secoli. Era stato Nicolò III il primo che restituisse il favore ai Colonna onde indebolire gli Anibaldi, ed aveva insignito Jacopo figlio di Odone del cardinalato: adesso poi Nicolò IV dava nuovo splendore e importanza vera al loro casato. Da vescovo di Palestrina aveva tenuto con essi corrispondenza amichevolissima; forse al loro ascendente andava debitore della tiara, e da papa li colmava di onori come la sua gratitudine gli consigliava. A rettore della marca di Ancona creò il fratello del cardinale Jacopo, quel Giovanni Colonna che già era stato senatore nell’anno 1280; dei figli di Giovanni elesse uno, Pietro, a cardinale di santo Eustachio; l’altro, Stefano, a conte di Romagna[698]. Da allora in poi questo Proconsole romano fu uno dei maggiori uomini della sua famiglia; più tardi diventò protettore ed amico del Petrarca, e celebre per la tragica sorte della sua casa al tempo di Cola di Rienzo. Stefano era allora nel bel fiore della età, d’animo caldo, impetuoso; e da conte di Romagna irritò nobili e città di quella provincia, offendendo gli Statuti dei Comuni. Ciò ebbe per conseguenza che nel Novembre 1290 i figli di Guido di Polenta lo assalissero a Ravenna e vergognosamente lo imprigionassero con tutta la sua corte[699]. Rimini, Ravenna, altre città si ribellarono, ed allora il Papa mandò da rettore della Romagna Ildebrando de Romena vescovo di Arezzo, acciocchè pacificasse la ribellione e liberasse Stefano dal carcere[700]. Alla rivoluzione aveva avuto parte anche un Orsini: fu Orsello di Campo di Fiore, figlio di Matteo, allora podestà di Rimini. Gli Orsini miravano con gelosia la crescente potenza dei Colonna, massime dacchè questi signori li tenevano esclusi dal senato romano. Ed invero dopo che Pandolfo Savelli aveva deposto il suo officio (locchè probabilmente avvenne tosto dopo l’esaltamento del nuovo Papa), Nicolò IV, ancor favorevole agli Orsini, aveva nominato senatori primieramente Orso, indi Bertoldo, già primo conte di Romagna[701]. Sennonchè nell’anno 1290 riuscì fatto ai Colonna di togliere ai loro emuli il favore del Pontefice; e dopo che furono usciti di carica Nicolò de Comite e Luca Savelli, senatore diventò Giovanni, padre di Pietro cardinale, di Stefano conte e di quattro altri gagliardi figliuoli[702]. Il potente Colonnese, vero principe della Campagna, amicissimo di Carlo II di Napoli, venne a Roma spiegando una magnificenza insolita. Nientemeno che il popolo lo trasse trionfalmente in cocchio sul Campidoglio, e lo acclamò Cesare, per muover poi in campo contro Viterbo e contro altre città. Il corteo fu tanto pomposo che non s’aveva mai più visto l’eguale: e le reminiscenze dell’antichità revocate in usanza dimostrarono quali sentimenti fantastici e quali entusiastiche idee omai venissero prendendo voga fra i Romani[703]. Nicolò IV dimorò il più del suo tempo nella Sabina, nell’Umbria oppure a Viterbo: in verità egli non possedeva autorità alcuna nella città, e, senza potervisi opporre, dovette lasciare che i Romani intraprendessero una guerra furibonda e devastatrice contro Viterbo, che più tardi condusse ad una pace di cui si fece egli mediatore. Giovanni Colonna, che era pur sempre senatore unico e signore di Roma, la conchiuse, addì 3 Maggio 1291, nel nome del popolo romano in Campidoglio, dove i legati dei Viterbesi alla presenza dei _Syndici_ di Perugia, di Narni, di Terni, di Rieti, di Anagni, di Orvieto, di Spoleto, della città di Roma, rinnovarono il loro giuramento di vassallaggio e si obligarono a dar ristoro di grandissimi danni. Questo solenne atto politico dimostra che la Republica del Campidoglio sotto il governo del valoroso Giovanni Colonna fu una potenza così pienamente sovrana, come era stata al tempo di Brancaleone[704]. Ma intanto la signoria dei Colonna provocava una veemente opposizione fra i nobili. Si diceva ogni male del Papa, poichè tutto s’era dato in balia di una sola famiglia; con satire lo si dileggiava; lo si rappresentava ficcato entro di una colonna (che era lo stemma di quella famiglia) in modo che di lui non ispuntava fuori che la testa mitrata, mentre due altre colonne (colle quali volevasi simboleggiare i due cardinali Colonna) s’alzavano da un lato e dall’altro[705]. Alla fine gli Orsini chiesero che del senato s’investisse eziandio qualcuno di loro parte: così avvenne; chè dapprima, nell’anno 1291, tornò senatore Pandolfo Savelli, e, l’anno dopo, Stefano Colonna antico conte di Romagna e _Matheus Raynaldi_ Orsini si divisero l’autorità senatoria[706]. In questo mezzo, ai 4 Aprile dell’anno 1292, morì Nicolò IV nel palazzo prossimo alla santa Maria Maggiore, che egli con grande splendidezza s’aveva edificato. E poco innanzi di lui, ai 15 Luglio del 1291, era sceso nella tomba Rodolfo di Asburgo senza aver avuto la corona imperiale: in pari tempo la perdita di Accon, ultimo possedimento cristiano in Siria, ai 18 di Maggio, poneva termine al gran dramma mondiale delle Crociate. Queste spedizioni guerresche di Europa che ebbero durato un duecento anni e furono simili alle guerre che in Oriente combattè l’antica Roma, avevano servito nel gran meccanismo del Papato da leva poderosa della sua signoria universale. La fine della gran lotta fra Chiesa e Impero e la cessazione delle Crociate rimpicciolirono da allora in poi l’orizzonte del Pontificato. Dal suo gigantesco edificio ruzzolò pietra dopo pietra; il mondo gli scivolò fuor della sua signoria, e lo scettro di Innocenzo III cominciò a cadere dalle mani stanche dei Papi. § 2. Le fazioni degli Orsini e dei Colonna si contrastano l’elezione pontificia. — Anarchia in Roma. — Agapito Colonna e un Orsini, senatori (1293). — Pietro Stefaneschi e Odone di Sant’Eustachio, senatori. — Conclave raccolto a Perugia. — Pietro del Murrone è eletto papa. — Vita e ritratto di quel solitario. — Sua strana entrata in Aquila, dov’è consecrato con nome di Celestino V (1294). — Re Carlo II ne diventa padrone. — Celestino V a Napoli. — Abdica. I cardinali elettori, dodici di numero, due francesi, quattro italiani, sei romani, erano divisi nelle fazioni degli Orsini e dei Colonna: dei primi era capo il cardinale _Matheus Rubeus_; i secondi stavano sotto la capitananza del cardinale Jacopo[707]. Invano il decano, Latino di Ostia, li congregò prima a santa Maria Maggiore, poi sull’Aventino, indi in santa Maria sopra Minerva; non si potè venire a capo dell’elezione pontificia. E quando incominciò a farsi sentire il caldo estivo i cardinali non romani se ne andarono a Rieti, i romani rimasero, e il cardinale Benedetto Gaetani che era infermo si recò ad Anagni sua patria. Nel Settembre tornarono a Roma tutti, ma la disputa per l’elezione si prolungò fino all’anno 1293; ed allora, dopo una nuova dispersione, temendo di uno scisma, convennero di congregarsi ai 18 di Ottobre a Perugia. Alle contese partigiane dei cardinali teneva bordone la più rotta anarchia della Città, dove si lottava per l’elezione del senatore, si combatteva per le vie, si demolivano palazzi, si assassinavano pellegrini, si saccheggiavano chiese. Il nepotismo di alcuni Papi vi aveva chiamato in vita le fazioni dei Colonna e degli Orsini, nelle quali incominciavano a trasformarsi i partiti guelfo e ghibellino; e le loro lotte per conseguire l’autorità cittadina formano i profili caratteristici della storia domestica di Roma. Intorno alla Pasqua del 1293, a nuovi senatori furono eletti Agapito Colonna ed un Orsini, ma la presta morte di quest’ultimo fu causa di novelle discordie. Per sei mesi il Campidoglio rimase senza senatore, il Laterano senza papa; intollerabili crebbero la confusione e il disordine, fino a che nell’Ottobre riuscì fatto ai migliori cittadini di ricomporre la pace. A senatori si elessero due uomini neutrali, Pietro della casa dei Stefaneschi di Transtevere (vecchio severo e moderato che era stato rettore della Romagna ed altra volta senatore) e Odone giovane romano della famiglia dei sant’Eustachio[708]. Intorno all’istesso tempo si congregarono i cardinali a Perugia; però anche l’inverno passò senza miglior risultamento di prima, nè fece alcun effetto nemmanco la visita di Carlo II, che andò ivi ad incontrare il suo giovine figliuolo Carlo Martello, re titolare e pretendente di Ungheria[709]. Rabbiose gelosie di partito distolsero i cardinali di riunire i loro voti sopra un uomo del loro collegio, e la conseguenza fu che finalmente venissero ad un’elezione che la più sventurata non s’avrebbe potuto dare. Essendosi per caso tenuta menzione di visioni d’un pio eremita, il cardinale Latino, che conosceva personalmente e venerava quel santo, ne trasse occasione per proporlo a pontefice. Avrebbe potuto parere uno scherzo, ma invece si aderì a lui con serietà, e i cardinali indecisi, aggrappandosi ad una pagliuca, elessero concordi quel solitario: ciò avvenne ai 5 di Luglio. Fu compilato il decreto di elezione; e tre vescovi partirono per recarlo al santo nella sua solitudine. La stravagante persona dell’anacoreta Pietro che discende dal monte Murrone con in capo la tiara di Innocenzo III, ci riconduce nel buio leggendario di secoli antichi, ai tempi di santo Nilo e di Romualdo. Per verità negli annali della Chiesa il suo pontificato somiglia ad una pagina del calendario de’ santi o ad una poesia, con cui il medio evo prende commiato dalla storia. Pietro era il minore degli undici figli di un contadino, nato a Molise negli Abruzzi: giovine s’era fatto benedettino, e, come lo sospingeva il suo genio mistico, s’era ridotto in solitudine nel romitaggio dell’inaccessibile monte Murrone vicino Sulmona. Ivi aveva fondato un convento dedicato allo Spirito Santo, e aveva istituito un ordine di rigide discipline, che più tardi ebbe da lui il nome di frati celestini, e assunse quell’indirizzo fanatico e pericoloso alla Chiesa mondana, che i Francescani severi ossiano spirituali avevano educato colla loro dottrina della povertà evangelica[710]. La rinomanza della sua santità si sparse per tutto il mondo. A Lione egli si presentò a Gregorio X e chiese che confermasse il suo ordine: e per fermo l’anacoreta doveva essere uomo non comune, se alla presenza del Papa, come afferma il suo Biografo, seppe sospendere in aria la sua cocolla gittandola ad uncino di un raggio di sole[711]. Ei viveva sopra il monte Murrone, occupato in estatici esercizî di penitenza, allorchè gli capitò fra capo e collo la elezione pontificia: nè pare che i genî del suo deserto gli avessero dato annuncio di avvenimento così meraviglioso. I messaggieri sfiatati dalla lunga salita si arrampicarono pei greppi di quel monte calcareo, praticabili soltanto ai caprai, e cercarono il taumaturgo che da una oscura caverna eglino dovevano trasportare sopra il trono splendidissimo del mondo. Con quelli s’era unito anche il cardinale Pietro Colonna, e nel tempo medesimo la fama di un fatto così straordinario vi aveva chiamato innumerevoli turbe di uomini del vicinato e di terre lontane. Jacopo Stefaneschi, figlio del senatore che trovavasi allora in officio, descrisse con versi vivaci e da uomo che ne fu testimonio oculare quella strambissima scenata. Allorchè gli ambasciatori giunsero al luogo ricercato, videro una rozza capanna di solitario con una finestretta chiusa da un graticcio; e scorsero un uomo con barba incolta, dalla faccia pallida e scarna, dagli occhi lustri e arrossati per piangere, coperto di una tonaca villosa, che guardava timidamente i vegnenti. Scopersero eglino reverentemente il capo e si prostrarono ginocchioni, e l’anacoreta stupefatto, umilmente rispose al saluto facendo altrettanto[712]. Ma come udì il messaggio, può darsi che ei si credesse in balia di una delle sue solite allucinazioni vedendo quei signori forestieri che venivano dalla remota Perugia con in mano una pergamena suggellata per nunciargli che era eletto papa. Si narra che il povero solitario abbia tentato di fuggire, e che soltanto alle ardenti preghiere che gli vennero fatte, massime dai frati del suo ordine, accondiscendesse ad accettare il decreto di elezione. È cosa probabile; tuttavolta i versi del suo Biografo fra la dichiarazione del messaggio e l’ardito acconsentimento del santo non pongono altro intervallo che quello breve di una sua orazione[713]. La risoluzione di un eremita invecchiato in solitudini montane, di torsi insieme colla corona pontificia il peso del mondo sugli omeri, cui appena appena avrebbe potuto reggere qualche uomo di ingegno grande e pratico della vita, è per verità cosa meravigliosa. Se anche sia stata la vanità che abbia fatto cadere il cilicio del penitente e il ruvido saio del santo, può darsi pure che a quel fatale acconsentimento l’anacoreta del Murrone sia stato indotto dal sentimento del dovere, dall’umiltà ai creduti voleri del cielo, da ingenuità fanciullesca. Oltracciò lo sospinsero in quella via i frati della sua regola, perciocchè quei discepoli del santo Spirito imaginassero a loro gran delizia che colla elezione del loro capo supremo s’avverasse quell’impero profetico che il grande abate Gioacchino de Flore aveva vaticinato. Popolo innumerevole, preti, baroni, re Carlo e suo figlio accorsero per onorare il nuovo eletto; e il selvaggio monte Murrone fu teatro della scena più singolare che la storia abbia mai registrato. Mossero tutti alla città di Aquila; e il Papa eremita vestito della sua povera tonaca venne a cavalcioni d’un asinello, che due re con sollecita cura e con venerazione reggevano per le briglie: precedevanli schiere di splendidi cavalieri e cori di preti salmodianti; li seguivano turbe di uomini di mille aspetti, e intanto altri si inginocchiavano devotamente lungo la via[714]. Alla vista del corteo fastosamente umile di un Pontefice che veniva seduto sopra un somarello, ma cui servivano due re, furono parecchi a sentenziare che quell’imitazione dell’entrata di Cristo in Gerusalemme o era una vanità, o non s’acconciava più alla pratica grandezza del pontificato. Tosto re Carlo s’impadronì del neo eletto, nè più si lasciò scappare di mano quel fantoccio papa nativo del suo paese[715]. I cardinali avevano invitato Pietro acciocchè andasse a Perugia; invece, poichè così ordinava Carlo, ei chiamò loro ad Aquila. Vennero contra genio; l’orgoglioso Benedetto Gaetani fu l’ultimo, e, sdegnato di ciò che vedeva, cercò di assicurarsi l’ascendente sulla Curia. In quello il cardinale Latino moriva a Perugia, ma se fu per lui buona ventura che non vedesse davvicino la creatura della sua elezione, la morte sua fu invece per Pietro una vera disgrazia[716]. I cardinali, signori dediti alla vita del bel mondo, eruditi, eleganti, mirarono con istupore il novello Papa, che loro venne incontro con un piglio da timido boscaiuolo, debole, senza facondia di parola, senza garbo nè dignità. Poteva forse questo semplicetto anacoreta essere successore di Papi che avevano saputo maestosamente far da padroni di principi e di nazioni? In una chiesa posta fuor delle mura di Aquila Pietro fu consecrato addì 24 Agosto 1294, con nome di Celestino V: un testimonio oculare racconta che vi si accalcassero un dugentomila persone. Indi il Papa tenne la sua entrata in quella città, ma non più a cavallo di un asino, bensì sopra un bianco palafreno ornato riccamente e con magnificenza grandissima[717]. Servitore devoto di Carlo, creò subito dei nuovi cardinali, candidati del Re, e rinnovò eziandio la Costituzione di Gregorio X intorno al Conclave. Di lui s’impossessarono dei furbi cortigiani, e chiesero che sottoscrivesse e munisse del suo sigillo tutto quello che essi volevano: ora il santo non sapeva dir di no a chicchessia; tutto ciò che gli domandavano concedeva a larghe mani; e le sue azioni, che erano quelle di uomo allo stato di natura, parvero opere da folle e biasimevoli[718]. Invece di andare a Roma, sì come chiedevano i cardinali, obbedì al Re, e mosse a Napoli[719], seguendolo la Curia con gran malcontento e brontolando. E anch’egli si trovava in grande afflizione e in difficoltà inenarrabili. Dopo ch’ebbe affidato la cura degli affari a tre cardinali, nella stagione dell’avvento si ascose nel castello che il Re s’aveva nuovamente edificato a Napoli, e dove gli si apprestò una cella: ritiratosi entro di quella vi riandò colla mente i silenzî della sua grotta, e sognò degli spiriti che popolavano la solitudine di monte Murrone. E là, dice il suo Biografo, l’infelice parve somigliare al fagiano selvatico che nasconde la testa credendo celarsi tutto quanto alla vista dei cacciatori, laddove questi gli strisciano vicino, e non hanno che a stendere la mano per pigliarlo[720]. Per uomini di ogni maniera nulla v’ha di più intollerabile quanto un posto cui repugna l’indole loro, cui le loro forze non bastano: Celestino V ne è l’esempio più spiccato. Fame, sete ed ogni sorte di privazioni penose erano cosa gradita e occupazione di ogni giorno per un santo che s’era assuefatto a vivere chiuso in una grotta, e a dialogare colle stelle scintillanti, cogli alberi dalle fronde stormenti, cogli uragani, cogli spiriti della notte ovvero della sua fantasia. Ed ora invece di repente ei si trovava collocato sul trono eccelso della terra, circondato da principi e da maggiorenti, premuto da cento uomini astuti, chiamato a reggere il mondo e a muoversi in un labirinto di artificî, egli che non sarebbe pure stato capace di attendere ai più meschini negozî da notaio. Degna di compassione fu la parte che Celestino V sostenne, ma più che colpevole fu la imprudenza dei suoi elettori, tentatori di un santo. In tempi religiosi, quando un semplice fraticello poteva adempiere all’officio di supremo sacerdote, Celestino V avrebbe potuto essere un buon pastore di anime; per lo contrario sul trono di Innocenzo III egli parve un’assurda sconciatura. Aveva ormai sentito desiderio di abdicare, e adesso a Napoli risolse di farlo. Viene detto che l’ambizioso cardinale Gaetani nel silenzio della notte e mercè un portavoce, simulando che le parole venissero dal cielo, lo ammonisse di rinunciare al Papato; e si afferma che questo giuoco inducesse quell’anima angustiata ad un passo, di cui non si teneva memoria eguale negli annali della Chiesa. Può darsi che questo racconto (fin da allora si diffuse) sia privo di fondamento; i contemporanei non ne parlano, ma dichiarano che parecchi cardinali chiedessero che abdicasse. E senza dubbio re Carlo vi aveva dato il suo beneplacito e accondisceso che si levasse a pontefice il cardinale Gaetani: sembra infatti che durante il viaggio da Aquila a Napoli si togliesse la ruggine che v’era stata fra loro, e che egli si ravvicinasse a quell’orgoglioso prelato[721]. Quando s’ebbe contezza della risoluzione del Papa, Napoli ne fu tutta agitata; gente innumerevole si accalcò, e il popolo messo a fanatismo dai frati dell’ordine di Celestino assediò il palazzo con grida e con clamori, chiedendo che quegli continuasse nel papato. Rispose Celestino in modo ambiguo, ma ai 13 di Dicembre 1294, dopo la lettura di una Bolla che dichiarava esser valida la abdicazione di un Papa allorchè importanti motivi ve lo persuadano, ei protestò in publico Concistoro di volersi dimettere dalla sua dignità cui si sentiva incapace di sostenere: confessione onorevole che non lui condannò, sibbene l’intelletto dei suoi elettori. E allora, deposta con gioia la porpora, Celestino V ricomparve innanzi l’assemblea commossa, in aspetto dell’uomo della natura, nelle sue rustiche vesti, da quello che era veramente, un penitente ed un santo venerabile[722]. Un destino meraviglioso aveva strappato Pietro del Murrone alla sua solitudine; per un istante lo collocò sulla cima eccelsa del mondo, indi da questa tornò a strapparlo e lo precipitò in basso. Il sogno di cinque mesi pieni di splendori e di tormenti a lui saranno parsi la più atroce di quelle visioni di tentazioni e di diavoli che sogliono avere gli eremiti; e la sua abdicazione fu certo la migliore e massima di tutte le abnegazioni che possa imporsi l’uomo penitente. La storia dei Re registra memoria di alcuni principi che stanchi del mondo deposero la corona per attendere alla cultura dei fiori come Diocleziano, o, come Carlo V, per meditare in solitudine tranquilla ai dì corsi della loro vita; e alla loro abnegazione si pagò ogni volta tributo di ammirazione: la storia dei Pontefici invece non tiene nota che di una sola abdicazione volontaria, quella di Celestino V; ed essa ai suoi tempi provocò i più contrarî giudizî degli uomini, e suscitò la controversia pericolosa se un Papa, come quegli che è messo in trono da Dio, possa o no abdicare. Dante con sentenza severa nei suoi notissimi versi biasimò il comportamento di Celestino, e dichiarò che per viltà tradisse la Chiesa; per lo contrario il Petrarca, che scrisse un libro in onore della vita solitaria, gliene tributò lode, dicendo che la sua azione fu di umiltà inimitabile. Ma noi reputiamo eroismo non essere l’opera di un uomo che abdica ad una dignità, la quale, quantunque splendidissima, gli gravi le spalle come soma intollerabile[723]. § 3. Benedetto Gaetani, papa. — Va a Roma. — Fuga dell’ex-Pontefice. — Magnifica coronazione di Bonifacio VIII. — Fine di Celestino V. — Sicilia. — Jacopo di Aragona si sottomette alla Chiesa. — Costanza a Roma. — Feste nuziali. — I Siciliani continuano la guerra sotto re Federico. — Bonifacio VIII investe Jacopo di Sardegna e di Corsica. — _Hugolinus de Rubeis_, senatore. — Pandolfo Savelli, senatore (1297). — La casa dei Gaetani. — Loffredo conte di Caserta. — Francesco cardinale. — Pietro Gaetani, conte palatino lateranense. L’ambizioso cardinale Gaetani aveva con grande zelo promossa l’abdicazione di Celestino, perciocchè un uomo come lui mal potesse sofferire la continuazione di un cosiffatto pontificato. Se legittimi sieno stati gli espedienti che egli usò in questo intento, non si deve che lodarnelo di aver fatto discendere un uomo inetto dalla cattedra santa, per salvare il Papato da una confusione infinita. E a lui toccò la tiara, poichè fu eletto ai 24 Dicembre del 1294, col consentimento di Carlo, a maggioranza di voti. Nessun contrapposto poteva esser maggiore di quello che v’ebbe tra lui ed il suo predecessore. I frati dello Spirito Santo avevano fatto il tentativo di sollevare sul trono pontificio un apostolo della povertà, un uomo della foggia di san Francesco, e avevano sperato di dare inizio con lui sulla terra ad un’êra nuova del regno di Dio. Ma in mezzo al mondo pratico cotale idea s’era mostrata per quella chimera che veramente era; e dopo quell’episodio romantico, o, per chiamarlo meglio, quell’avvilimento in cui il taumaturgo ebbe gettata la Chiesa, or saliva al trono pontificio Bonifacio VIII, cardinale esperto del mondo, giureconsulto erudito, animo regio: ed egli doveva da parte sua dare prova che per la Chiesa era cosa parimenti pericolosa avere un capo politico senza virtù di santo, quanto avere per papa un santo senza ingegno di governante. Benedetto, figlio di Goffredo e nipote di Alessandro IV per parte di madre discendeva da un’antica famiglia della Campagna, dai Gaetani cavalieri residenti in Anagni. Prima di lui della sua famiglia non si tiene nota nelle storie di Roma, a meno che non si voglia dire che vi abbia appartenuto Gelasio II; però il nome dei Gaetani era conosciuto assai prima di quest’età, e lo avevano portato alcuni cardinali, oltre ad uomini di casa Orsini. Che i Gaetani derivassero dai vecchi Duchi di Gaeta non può provarsi; ma pur può essere che questa casa sia stata di origine longobarda, come già lo dimostra il nome in essa frequente di Luitfredo o Loffredo od anche di Roffredo[724]. E quel casato era ragguardevole, sebbene allora non fosse potente, ancor prima che Bonifacio VIII diventasse papa; ed alcuni dei suoi si erano illustrati da cavalieri in guerra, o da podestà nel governo di città[725]. Benedetto aveva incominciato con essere notaio apostolico sotto di Nicolò III; ebbe da Martino IV il cappello cardinalizio, e parecchie volte sostenne con molto onore officî di legato. Era eloquente nel dire, conoscitore profondo delle leggi civili e delle canoniche, diplomatico di grande ingegno; ed aveva aspetto dignitoso e imponente, congiunto a bellissime forme della persona: però queste doti del suo animo gli inspiravano non umiltà, ma alterigia; in vece di tolleranza, disprezzo degli uomini[726]. Divenuto papa, volle tosto liberare la santa Sede dalle influenze di ogni fatta che negli ultimi tempi ne avevano angustiata la libertà. Fallì pertanto la speranza che aveva nutrito Carlo di trattenere a Napoli il Papato. Di Bonifacio VIII dapprima non era stato amico; ma l’uno aveva mestieri dell’altro: il Re abbisognava del Papa per riguardo a Sicilia, il Papa abbisognava del Re per difendersi da’ suoi invidiosi. Il debole Celestino V non aveva saputo condurre a termine le trattative avviate perchè Jacopo di Aragona rinunciasse a Sicilia; invece Bonifacio VIII prometteva a Carlo di ridonare Sicilia alla casa di Angiò. Furono d’accordo; e gli avvenimenti che succedettero di lì a breve dimostrarono che eglino adempierono coscienziosamente alle vicendevoli promesse. E Carlo per prima cosa sacrificò Celestino V alla quiete del nuovo Pontificato, acconsentendo che si ponesse sotto buona custodia: infatti Bonifacio aveva ragioni di temenza a lasciar che andasse libero girovagando un Santo che pur testè era stato papa, la cui abdicazione era variamente giudicata, che poteva nelle mani di suoi nemici diventar facilmente uno strumento pericoloso. Per conseguenza, col beneplacito del Re, Bonifacio mandò sotto vigilanza l’ex-Papa a Roma; ed essendo il Santo fuggito, Carlo in gran fretta gli mandò dietro genti che lo pigliassero: così frattanto s’imprese il viaggio alla volta di Roma. Il nuovo Pontefice, accompagnato da Carlo, lasciò Napoli sui primi di Gennaio dell’anno 1295[727]. Erano appena giunti a Capua, quando si sparse per Napoli la fama che Bonifacio VIII fosse repentinamente morto. Bastò tal voce per destare una gioia sfrenata; i Napoletani misero in feste e in baldoria la loro città, e tale fu l’augurio che tenne dietro al successore di Celestino mentre egli continuava il suo cammino per Roma[728]. Traversando la Campania andò primamente ad Anagni sua patria che lo accolse con compiacimento orgoglioso, avvegnachè con lui essa contasse tre celebri Papi che in un solo secolo erano usciti dal suo popolo. E là vennero legati romani a salutarvi Bonifacio, e lo investirono dell’autorità senatoria, perlochè egli, appena arrivato a Roma, vi pose da senatore _Hugolinus de Rubeis_, parmense[729]. Con insolita pompa si celebrarono le accoglienze, l’entrata e la festa della coronazione, che avvenne ai 23 di Gennaio 1295 nel san Pietro. Il Papato, che di recente nell’anacoreta Pietro aveva vestito un manto di apostolica povertà, umile tanto da aver quasi l’aspetto di eresia valdese, si ornò adesso (e fecelo di proposito deliberato) colla splendida maestà e colla magnificenza mondana di trionfatore. I nobiluomini romani, gli Orsini, i Colonna, i Savelli, i Conti, gli Anibaldi spiegarono uno sfarzo cavalleresco; i baroni e i podestà dello Stato ecclesiastico, la comitiva numerosa del Re di Napoli crebbero ancor più il lustro alle ceremonie: e nella grande processione festiva onde il Pontefice mosse a prender possesso del Laterano, passando sotto gli archi di onore e lungo le vie addobbate a festa, presero parte i magistrati ed il Prefetto urbano, ridotto adesso ombra vana senza potenza[730]. Bonifacio VIII cavalcava una chinea bianca come neve, coperta di una gualdrappa di penne cipriotte; teneva in capo la corona di Silvestro, e vestiva i solenni abiti pontificali. Ai suoi fianchi in vestimenta di colore scarlatto movevano due Re vassalli, Carlo e Carlo Martello, reggendo le briglie del cavallo. E non erano scorsi pur sei mesi che questi medesimi Re avevano fatto comitiva ad un Pontefice, che in abito da eremita era andato cavalcando un asinello: e adesso potevano dire a sè stessi che allora quell’uguale officio gli aveva meno umiliati. L’ombra del povero spirituale, il quale ripudiava tutte le pompe del mondo, spegneva la sete con acqua di fonte e saziava la fame colle frutta della foresta, sarà apparsa davanti a Bonifacio VIII ed ai due Re, e avrà alzato la mano in atto di ammonimento allorquando alla solenne mensa tenuta in Laterano questi ultimi ebbero l’onore di imbandirgli la tavola dei primi piatti, per poi andare a prendersi il loro umile posto alle tavole dei cardinali, dove in mezzo a squisiti camangiari, vini preziosi scintillavano nei «nappi di Bacco»[731]. Intanto che Bonifacio VIII celebrava con tanta festa la sua coronazione, Celestino andava errando pei boschi delle Puglie affine di scampare a’ suoi persecutori. Una volta fuggito, simile ad un colombo selvatico, era corso lietamente alla sua diletta solitudine di Sulmona, sperando di potervi continuare la sua prima vita. Ma un Papa che aveva abdicato non aveva più diritto alla libertà: colla dichiarazione di rinuncia Celestino V aveva sottoscritto eziandio la sua sentenza di morte. Allorchè le genti che gli davano la caccia furono venute sul Murrone, fugginne l’ex-Papa; con un suo seguace andò e andò, finchè dopo alcune settimane di faticoso cammino giunse al mare. Presso alla costa pugliese montò in una barca sperando di toccar la Dalmazia ed ivi nascondersi in qualche luogo selvaggio; ma il mare risospinse il santo alla riva; gli abitatori di Viesta lo riconobbero per chi era, e con grande ossequio lo salutarono come facitor di miracoli. Suoi aderenti lo circondarono e lo esortarono a tornar papa, ma l’umilissimo anacoreta fece che il Podestà della terra senza resistere lo desse in mano di chi lo cercava: pertanto nel mese di Maggio Guglielmo l’Estendart, contestabile del Re, lo tradusse alle frontiere dello Stato ecclesiastico[732]. Lieto di avere in mano il suo pericoloso predecessore, Bonifacio lo fe’ dapprima custodire nel suo palazzo di Anagni: ed al buon eremita si diè ad intendere che dovere di religione gli comandava di rinunciare alla libertà, all’istesso modo che abdicato aveva alla tiara. Lo adularono, lo colmarono di carezze, e finalmente per maggior sicurezza lo trassero a Castel Fumone. Questa tetra rocca (piantata sopra uno scosceso monte foggiato a cono che s’alza vicino ad Alatri) aveva servito fino da’ tempi antichi da prigione di Stato, e nelle sue torri aveva finito più d’un ribelle e financo un Pontefice. Viene detto che Celestino V sia stato tenuto colà sotto vigilanza cortese; ma altri narra che il suo carcere fosse più angusto della sua angustissima cella di monte Murrone. Di lì a breve morì[733]. Il suo destino fece ch’ei paresse un martire, Bonifacio un assassino: i monaci celestini irritati diffusero i più tetri racconti; s’inventò e perfino si mostrò come reliquia un chiodo che (dicevasi) per comando del Papa avrebbesi confitto nel capo del prigioniero innocente. La morte di Celestino consolidò il trono di Bonifacio VIII. Se anche quella morte non fe’ tacere le voci che accusavano quest’ultimo di esservi asceso contro diritto, tuttavolta essa tolse ai nemici suoi il rappresentante vivo della loro opinione. Ciò che più davvicino stava a cuore al Papa si era di riconquistare la Sicilia a favore degli Angioini, e per conseguenza della Chiesa: conveniva per l’onore della santa Sede che si cancellasse lo smacco doloroso della perdita di quel paese. A questo avevano inteso anche i suoi predecessori. Ed infatti allorchè, morto (ai 18 Giugno 1291) il giovane Alfonso, era salito sul trono di Aragona il suo secondo fratello Jacopo, Nicolò IV aveva avviato negoziati di pace fra lui e Carlo II; e Jacopo premuto da Francia (poichè Martino IV aveva osato di dare Aragona a Carlo di Valois in feudo pontificio), aveva altresì accondisceso a cedere Sicilia. Però i Siciliani non vollero più che Papi e Re facessero mercato di loro; opposero diniego, e nel giovine Federico, fratello di Jacopo e nipote di Manfredi, trovarono il loro capo nazionale. Per motivi di politica Jacopo rinnegò il suo passato glorioso; conchiuse pace colla Chiesa e con Carlo, e nell’anno 1295 rinunciò alla signoria dell’isola. In un abboccamento ch’ebbero insieme a Velletri Bonifacio aveva tentato di indurre Federico a consentirvi anch’egli: dapprincipio il giovine principe, adescato colla prospettiva di essere fatto senatore di Roma e di ottenere poi in isposa Caterina di Courtenay, tentennò poco virilmente, ma più tardi tornato a casa sua ritrattò ogni promessa, e addì 25 Marzo 1296 prese la corona dell’isola a Palermo, re eletto dal popolo. Così naufragò la speranza del Pontefice; Sicilia conservò la sua independenza anche dopo la deserzione di Giovanni da Procida e del celebre ammiraglio Rogero de Loria, e la mantenne eziandio contro le armi di Jacopo, cui i trattati costrinsero ad impugnarle contro il fratello. Jacopo venne a Roma sulla fine del Marzo dell’anno 1297. Sua madre Costanza, donna pia che ardentemente bramava la pace colla Chiesa, accondiscese ai suoi desiderî e venne con lui di Sicilia, abbandonando così l’altro suo figlio Federico. Singolari circostanze di cose indussero quella figlia di Manfredi a recarsi a Roma, dove fu accolta con molte allegrezze e sciolta dalla scomunica che avvinceva la sua famiglia. Ed ella condusse con sè la sua figliuola Violante per unirla in matrimonio, conformemente al trattato, con Roberto di Calabria figlio di Carlo II. Gli eredi dei tanto odiatisi Hohenstaufen ed Angioini, dei Guelfi e dei Ghibellini, di Manfredi e di Carlo I; gli uomini dei Vespri siciliani convennero assieme in Roma, ma per celebrarvi una festa di pace durevole. Allorchè Bonifacio papa (e questo fu il più bel momento di sua vita) pose la mano di Violante in quella di Roberto, può darsi che la mente d’ogni uomo corresse al pensiero delle orrende giornate di Benevento e di Tagliacozzo, sulle cui tombe quei due giovani belli e prosperi, la nipote di Manfredi e il nipote di Carlo d’Angiò, parevano piantare la palma di pace[734]. Il solo don Federico non prese parte a questa riconciliazione. Costanza soggiornò ancora un tratto di tempo a Roma con Giovanni da Procida; e di là con gran dolore mirò alla guerra fratricida de’ suoi due figliuoli, che il Papa, a vitupero della religione di Cristo, promoveva e con gran calore attizzava. Ed il suo cuore sanguinava eziandio pensando alla sorte dei figli di Manfredi, fratelli suoi. Banditi dalla società civile, quegli sventurati continuavano sempre a languire nel carcere di Santa Maria del Monte. Se anche Costanza avrà chiesto che fossero posti in libertà, ella non ottenne ascolto; i veri eredi di Manfredi, i legittimi signori di Sicilia rimasero vittime della ragione politica di casa di Angiò e di quella di Aragona[735]. Del rimanente la fortuna concesse a Costanza quello che negò al padre di lei; ella fu sposa di un Re grande, liberatore di Sicilia; vide tre figliuoli coronati re; e finalmente, riconciliata colla Chiesa, occupata in esercizî di religione come un tempo Agnese madre di Enrico IV, la nobile figliuola di Manfredi morì nell’anno 1302 a Barcellona[736]. Finite le feste di Roma, i Re ne partirono per apprestarsi alla guerra contro Federico, di cui Bonifacio provvide le spese col patrimonio della Chiesa e colle decime. Ma i Siciliani non badarono alle sue scomuniche. L’uso eccessivo aveva logorato quelle armi spirituali che nel più buio periodo del medio evo erano state più micidiali della polvere da cannone. Nel secolo decimoterzo non fuvvi uomo per poco eminente, non città, non nazione che per motivi politici non ricevesse una gragnuola di scomuniche; e gli anatemi erano leggermente scagliati e con pari levità revocati, ogni qual volta il farlo profittasse. Però ormai Bonifacio VIII dovette capire che quelle folgori non erano più efficaci. Della sua sconfitta in Sicilia lo consolò, ma a mala pena, un nuovo regno vassallo della Chiesa. Egli aveva nominato Jacopo di Aragona a gonfaloniere, ad ammiraglio e a capitano generale della Chiesa, e lo aveva armato alla guerra contro il fratello; laonde addì 4 Aprile 1297, in ricompensa antecipata, gli diè le isole di Sardegna e di Corsica dove il Pontefice non possedeva neppure un palmo di terra[737]. Pisa, che un tempo era stata signora di quelle isole, s’era indebolita dopo la sventura toccata alla Meloria, e incominciava a decadere; perciò non vi oppose impedimento, ed anzi quella Republica, già tanto potente ed illustre amica degli Imperatori, elesse Bonifacio VIII a suo rettore per averne l’aiuto. Bonifacio VIII seppe usare con esito fortunato di quella politica onde notammo che i Papi cercavano farsi investire dalle città delle loro magistrature. Infatti poco a poco parecchi Comuni lo elessero a podestà. Circostanze repentine li costringevano a riparare sotto il patrocinio della Chiesa affidando personalmente al Papa il loro reggimento. Vero è che ponevano delle guarentie ai loro Statuti, per guisa che il vicario del Pontefice allorchè entrava nella terra, prima ancora che smontasse di cavallo, doveva giurare sull’Evangelio di rispettarli; tuttavia l’autorità ceduta ai Papi anche di tratto passeggiero affievolì la loro autonomia republicana[738]. Anche Roma accolse chetamente i senatori che Bonifacio vi pose in carica; e così nel Marzo dell’anno 1297 egli fece novellamente senatore per un anno il celebre Pandolfo Savelli[739]. Quanto alla sua propria famiglia, dei Gaetani, la sollevò ai più alti onori ecclesiastici e municipali. Tosto dopo la sua consecrazione il fratel suo Loffredo fu nominato conte di Caserta da re Carlo che era presente in Roma[740]. Dei figli poi di Loffredo, il Pontefice nominò l’uno, Francesco, a cardinale di santa Maria in Cosmedin e l’altro, Pietro, elesse conte palatino lateranense e rettore del patrimonio di Toscana. Di lì a poco questo fortunato nipote diventò erede di suo padre, conte di Caserta, fondatore di un patrimonio principesco che abbracciò le due pendici dei monti Volsci: ed egli fu stipite delle due maggiori linee di sua casa, chè infatti dai suoi figliuoli, Benedetto conte palatino romano, e Loffredo conte di Fundi e di Traetto, la famiglia si venne propagando per modo che dura ancora ai dì nostri[741]. Così per virtù della Chiesa una nuova dinastia fiorì nella Campagna alla stessa guisa di ciò che avvenne dei Conti a’ tempi di Innocenzo III: e la nobiltà di Roma s’accrebbe di un casato di prodi, ambiziosi e ricchi ottimati che minacciò di eclissare stirpi patrizie più antiche. Fra quelle famiglie nobili nessuna allora era più vecchia d’origine e più potente della casa dei Colonna; e con loro Bonifacio VIII entrò in breve in una contesa che ebbe grandissima influenza sui suoi destini, e che associata con relazioni di cose molto maggiori contribuì alla presta caduta di lui. § 4. Dissidio famigliare di casa Colonna. — Jacopo e Pietro cardinali s’inimicano Bonifacio VIII. — Opposizione contro il Papa. — I due cardinali sono deposti. — Fra Jacopone da Todi. — Manifesto contro il Pontefice. — I Colonna sono scomunicati. — Pandolfo Savelli cerca di intromettersi paciere. — Crociata contro i Colonna. — Assedio di Palestrina. — I Colonna si sottomettono in Rieti. — Il Papa distrugge Palestrina. — I Colonna fuggono e sono banditi. — Sciarra e Stefano in esilio. Discordie domestiche sorsero in questo tempo a dividere la numerosa casa dei Colonnesi[742]. Ai 28 Aprile 1292, per contratto fra loro stipulato, i figli di Odone avevano conferito al cardinale Jacopo loro fratello maggiore la amministrazione del patrimonio famigliare, di cui Palestrina era centro. Alla linea più giovane, di Genazzano, composta dei figliuoli di Giovanni senatore, fratello di Jacopo (e fra loro erano Pietro cardinale e Stefano conte), spettava una parte di quei possedimenti; ma poichè Jacopo troppo li favoriva, Odone, Matteo e Landolfo, fratelli suoi, rimproverarono a lui che tutto profondesse a quei nipoti. Nella disputa fu involto il Pontefice: ammonì egli Jacopo ripetute volte affinchè ai suoi fratelli desse quello che per diritto loro toccava; nondimeno i due cardinali, zio e nipote, ricusarono di farlo, anzi nessuno dei due si lasciò veder più in Laterano[743]. Nella Curia tenevano essi il primo luogo; principi romani di nobiltà antichissima erano uomini superbi ed arroganti. Videro con acerba contrarietà che il Pontefice assumeva aria di padronanza; ed avevano parecchie ragioni di tenergli il broncio, massime dappoichè Bonifacio pareva risoluto a voler domare l’alterigia dell’aristocrazia romana. Nei Colonna si ridestavano tendenze ghibelline; e, ad onta della loro vecchia unione con Carlo II di Napoli, ricevevano messaggi di Federico di Sicilia, il quale cercava di dar nuovo risveglio alla fazione romana che aveva parteggiato per gli Hohenstaufen. Ad afforzare il partito politico si aggiungeva eziandio una contesa ecclesiastica, perciocchè i due cardinali manifestamente non si accordassero coll’indirizzo che il Papato aveva preso a fronte della Chiesa e degli Stati, e che presto o tardi lo avrebbe dovuto trarre in perniciosissime lotte colle monarchie. Già al tempo di Gregorio IX un cardinale Colonna era stato nemico risoluto di quell’indirizzo; per di più adesso la morte di Celestino V non aveva fatto cessare la credenza che Bonifacio VIII fosse illegittimo papa: e gli appassionati sostenitori di quell’opinione erano massimamente i frati dell’ordine di Celestino, i quali non sapevano darsi pace della caduta del loro idolo. E tanto più se ne infervoravano, poichè Bonifacio abrogava gli atti che il suo predecessore aveva promulgato a loro favore: pareva a quegli spirituali che egli fosse un simoniaco, un usurpatore, incarnazione della Chiesa mondana, che essi condannavano e pretendevano riformare colle loro generose utopie del regno dello Spirito Santo. Il partito dell’opposizione si schierò intorno ai cardinali Colonna ed ai loro parenti Stefano e Sciarra. Erano notorie le loro intelligenze con Sicilia; e Bonifacio si pose in guardia, giacchè lo ammoniva l’esempio di ciò ch’era avvenuto all’età di Federico II, quando dalla Chiesa avevano disertato il cardinale Giovanni e suo nipote Odone, padre del vivente cardinale Jacopo. Richiese pertanto che presidî pontificî si accogliessero a Palestrina e in altre castella dei Colonna, ma questi, per motivi facili a comprendersi, rifiutarono. E poichè adesso sempre più caldi facevansi i discorsi scismatici onde si tacciava di illegittimità il suo pontificato; e poichè si accusava Pietro Colonna d’essere il massimo autore di quelle voci, Bonifacio, ai 4 Maggio 1297, invitò il cardinale a dichiarare esplicitamente se lo reputava pontefice o no. Pietro si scansò dall’obbedire, e con suo zio andò a Palestrina. Bonifacio diè in furie; ai 10 di Maggio, congregato un Concistoro nel san Pietro, senza più depose i due cardinali della loro dignità, e come motivi della sentenza addusse la loro antica ribellione quando avevano fatto lega con Jacopo di Aragona, la loro ribellione attuale e l’associazione con Federico, il rifiuto di accogliere milizie pontificie, la ingiustizia tirannica usata ai fratelli di Jacopo. Fu questa opera precipitosa dettata dalla collera; e se dimostra la grande energia di Bonifacio e il suo disprezzo di ogni riguardo umano, essa dà prova eziandio della veemenza smodata della sua indole. Forse che erano delitti tanto gravi da meritare una punizione così severa? La deposizione di cardinali era cosa da lungo tempo non più avvenuta, ed agli occhi di molti potè parere non giustificata da quei motivi, avvegnaddio i due principi della Chiesa non si trovassero per guisa alcuna in aperta rivolta contro il loro capo[744]. I Colonna accettarono la disfida con orgoglio di patrizî che avevano la consapevolezza della loro potenza principesca. In quello stesso giorno dei 10 Maggio tennero consiglio di famiglia a Longhezza, castello pertinente all’Abazia di san Paolo e situato sulle sponde dell’Anio, là dove in antico era sorta _Collatia_. Con loro convennero dei giurisperiti, alcuni prelati francesi e due frati minori che furono fra Diodato e fra Jacopone da Todi; entrambi questi ultimi, partigiani zelanti di Celestino V, colla sua approvazione avevano fondato sul monte colonnese di Palestrina una congregazione di eremiti celestini, che Bonifacio aveva indi privata di qualunque privilegio. Fra Jacopone era uomo d’indole non comune; esaltato dallo spirito di san Francesco, mistico melanconico, apostolo appassionato della imitazione di Cristo, era poeta entusiasta che possedeva bastante ingegno per scrivere in lingua volgare satire pungentissime contro il Papa e per dettare in latino il celebre inno dello _Stabat Mater_[745]. In un manifesto compilato a Longhezza, il cui colorito fosco e scolastico pare che riveli lo stile di fra Jacopone, i due cardinali protestarono che non riconoscevano Bonifacio VIII per papa, poichè Celestino V non avrebbe potuto abdicare, e dacchè per di più la sua rinuncia era stata conseguenza di artificî insidiosi. Si appellarono ad un Concilio da congregarsi; ed un tale appello, di cui per primo aveva fatto uso Federico II, fu di grandissima importanza, perocchè adesso fossero dei cardinali ad invocarlo. Così minacciavasi infatti di levare al di sopra della gerarchia pontificia una nuova autorità che potesse farsi giudice di lei; e, se per allora quella voce non si insinuò nel popolo, fu però tale che non la si potè più ridurre a silenzio. I Colonnesi fecero appiccare il loro manifesto pei canti di Roma, e lo fecero perfino deporre sull’altare del san Pietro[746]. Quando Bonifacio aveva costretto Celestino V a finire i suoi giorni in un carcere, egli aveva giustamente preveduto la possibilità di uno scisma. Se il suo antecessore fosse ancor vissuto, ei sarebbe stato adesso un’arma formidabile in mano dei suoi nemici. Ma Celestino era morto, e Bonifacio poteva senza fatica metter in evidenza il lato debole che i suoi avversarî da sè stessi discoprivano. Quei cardinali erano pure stati de’ suoi elettori, avevano assistito in Roma alla sua coronazione, lui a Zagarolo avevano solennemente riconosciuto per pontefice. Or come andava che soltanto a questo momento professassero un’opinione che li poneva in contraddizione palese con sè medesimi? La collera di Bonifacio scoppiò in gran fiamme: ai 23 di Maggio promulgò una seconda Bolla per ischiacciare quelli che or s’eran chiariti apertamente ribelli. Come scismatici scomunicò i due cardinali e tutti i figliuoli del senatore Giovanni insieme coi loro discendenti; li proclamò infami, decaduti dai loro beni, e minacciò di anatema tutte le terre che loro avessero dato ricetto[747]. Tuttavolta Bonifacio non riposava sopra un letto di rose; la deposizione dei Cardinali aveva offeso tutto il sacro Collegio, laonde gli conveniva, e presto, calmarlo: e in questo intento publicò una Costituzione, in cui accresceva d’assai la dignità dei cardinali, pronunciava pene severe contro chi li maltrattasse, e stabiliva che d’allora in poi, pari a’ re, si vestissero di porpora[748]. Ciò fatto, andò a Orvieto, in quello che i suoi nemici si armavano a difesa nelle loro castella. Risoluto di voler soffocare colle armi lo scisma nel suo germe, raccolse milizie e ne affidò il supremo comando a Inghiramo di Bisanzo condottiere dei Fiorentini, ed a Landolfo Colonna, che, pur essendo fratello di Jacopo, era tratto da sete di vendetta a combattere contro i suoi parenti[749]. Il senatore Pandolfo cercò allora di scongiurare i malanni di una guerra civile; ed infatti in nome del Comune romano s’intromise paciere, e mandò messaggi prima a Palestrina, indi al Pontefice. Risposero i Colonna d’essere pronti a far soggezione, ma a tali patti che ne andasse salvo l’onor loro e che si restaurasse la potenza di lor famiglia; il Papa per lo contrario offerse perdono purchè si arrendessero a mercè e consegnassero le fortezze[750]. E poichè caddero a vuoto i negoziati, poichè furono a Palestrina ricevuti ambasciatori di Sicilia, Bonifacio, ai 18 Novembre, scagliò da Roma nuovamente la scomunica, e (addì 14 Dicembre) invocò «la universa Cristianità» a prender la croce contro i nemici di lui, e promulgò le solite indulgenze[751]. Per verità la potenza del Papa parve esser non grande se egli dovette ricorrere a una cosiffatta storpiatura delle crociate, e se, per combattere alcuni ottimati romani che possedevano una rete di castella nella Campagna, usò mezzi che un tempo erano stati rivolti solamente contro grandi Imperatori. La guerra del Pontefice contro due cardinali, guerra civile della Chiesa, fe’ noto al mondo il decadimento del Papato, fu nuncia di tempi peggiori, diminuì la venerazione di Re e di popoli verso il capo sapremo della religione. Tuttavolta non v’ebbe mai al mondo bandiera, qualunque sia stata, intorno cui non si abbiano raccolto uomini; chè ogni cosa serve a vessillo delle loro voglie o delle loro opinioni: e infatti anche questa crociata trovò dei campioni, perciocchè promettesse bottino ed espressamente sembrasse rivolta contro eretici, una volta che per tali si aveva proclamato i Colonna[752]. Fino città di Toscana e dell’Umbria fornirono combattenti, e la guerra santa contro le rocche dei Colonnesi potè essere condotta con efficacia. Ed eglino soccombettero perchè furon soli. Federico non mandò soccorsi; i Ghibellini nello Stato ecclesiastico non insorsero; nel Lazio si sollevò Giovanni di Ceccano della casa Anibaldi, ma senza compagni e perciò senza vigore[753]. I Romani, che un dì avevano tratto in trionfo sul suo cocchio il fratello del cardinale Jacopo, si tennero neutrali; i cittadini non sentirono che gioia dell’indebolimento di una famiglia aristocratica, ed i Savelli e gli Orsini profittarono dell’opportunità propizia per demolire la potenza dei loro avversarî, dei cui beni si fecero indi arricchire dal Papa. L’esercito crociato assediò tutte le castella dei Colonna di qua e di là del Tevere. La prima terra cui si die’ addosso, ormai nell’estate dell’anno 1297, fu Nepi[754]. Questa città, un tempo libera, apparteneva allora ai Colonna; guerre di parti, persecuzione di baroni, povertà la avevano ridotta a condizioni sì disperate che risolse di vendersi ad un qualche potente patrono: e per tal guisa il ricco cardinale Pietro, ai 3 Ottobre 1293, la aveva comperata all’incanto[755]. A dir vero Sciarra e Giovanni Colonna di san Vito vi opposero valorosa resistenza contro gli assedianti, ma loro mancò l’aiuto che i signori di Vico e di Anguillara avrebbero dovuto per patti conchiusi prestare; Nepi fu presa di assalto, e dipoi il Pontefice la diede in feudo agli Orsini[756]. L’esercito crociato in pari tempo invase i possedimenti famigliari dei Colonna nel Lazio: Zagarolo, Colonna, ed altre castella furono prese ed incendiate; i palazzi che la famiglia aveva in Roma furono ridotti cumulo di ruine[757]. La sola Palestrina, forte e fedele, resistette; e in quella terra, sede di loro famiglia, Agapito e Sciarra coi due cardinali si tennero difesi con prospero risultato. Due anni prima Guido di Montefeltro, sazio del mondo, aveva vestito la tonaca di francescano: ora si narra che Bonifacio lo traesse fuori del suo convento perchè il genio di quell’uomo scoprisse il modo di ridurre a partito la rocca ciclopica, inespugnabile; e viene detto che l’antico ghibellino, come vide la robustezza della terra, consigliasse al Papa di impadronirsene con astuzie e con promesse[758]. Palestrina fa ridotta a soggezione per via di un trattato. Vestiti a gramaglia con una corda al collo vennero i due cardinali, con Agapito e con Sciarra, a Rieti, e si gettarono a’ piedi del Pontefice: ciò avvenne nel Settembre dell’anno 1298. Bonifacio VIII sedente in trono, circondato dalla sua corte e coronato il capo, abbassò con piglio maestoso il suo sguardo su quegli uomini raumiliati, i quali or confessarono lui essere il papa[759]. Li graziò, stabili un termine entro il quale si doveva definire la controversia, e ordinò che fino a tempo tale stessero sotto sorveglianza, a Tivoli: Palestrina e tutte le castella dei Colonnesi furono tosto consegnate ai Pontificî. Immenso era l’odio che Bonifacio portava a ribelli che avevano osato di muovere attacco alla sua podestà spirituale; ei volle torre il modo di nuocere ad una famiglia che a Roma intendeva alla tirannide parimenti che i Visconti a Milano; e l’atroce punizione che senza por tempo in mezzo egli inflisse a Palestrina rese manifesto quali intenzioni avesse. Uno strano destino volle che per due volte, dopo un lungo intervallo di tempo, la furia dell’ira rovesciasse la sua coppa su quella celebre città sacra alla Fortuna. Silla, cui Preneste si era arresa a mercè, avevala fatta radere al suolo; mille quattrocento anni dopo di lui quella stessa Preneste si arrese ad un Papa, ed anche questi con ferocia di romano antico fe’ demolire la città: così una sorte fatale venne associando Bonifacio VIII con Silla allorquando il Pontefice die’ ordine al suo vicario in Roma di smantellare Palestrina. Se il Barbarossa, che cent’anni prima aveva distrutto Milano (terra per lui straniera), o se Attila, che in vetustissimi tempi aveva devastato Aquileja, parvero a buona ragione essere barbari, che nome non si dovrà dare ad un Papa, il quale nell’anno 1298 a sangue freddo smantellò una città posta fuor delle porte di Roma, residenza di uno fra i sette antichi vescovati della Chiesa romana? Palestrina era posta allora (e vi posa anche oggidì) a mezza costa di un monte coronato di olivi e di allori. Sulla sua cima, circondata di antichissime mura ciclopiche, s’ergeva la turrita rocca di san Pietro, dove un tempo Corradino era stato prigioniero, con molti palazzi e con molte case. Sotto del castello, disposta a scaglioni, veniva degradando la città circondata di solide mura, quale era stata edificata colle rovine del tempio che Silla aveva innalzato alla Fortuna. Molti vecchi palazzi v’eran là, ed ancora trovavansi avanzi ben conservati di quel tempio. Lo stesso palazzo maggiore dei Colonna in parte era antico, e se ne attribuiva l’origine a Giulio Cesare, ricavandosene la credenza dalla forma di un C che l’edificio fin da allora aveva, allo stesso modo che in eguale curva è costruito anche l’odierno. Attiguo ad esso trovavasi il bellissimo decoro della città, un tempio rotondo allora dedicato alla Vergine, e simile al Panteon di Roma: e posava sopra una scalea marmorea di cento gradini, tanto larga che comodamente la si poteva salire a cavallo[760]. Altri monumenti antichi, statue parecchie, bronzi molti che derivavano dalla inesauribile dovizia dell’età fiorente di Preneste, s’erano conservati sotto il patrocinio dei Colonna, i quali, amantissimi delle cose d’arte ed orgogliosi di possedere Palestrina, avevano raccolto nel loro palazzo tutte le magnificenze inventate dal lusso del loro tempo, i tesori dell’antichità e i documenti della loro casa. Tutto ciò in pochi giorni perì; la sola cattedrale di santo Agapito ne andò risparmiata; e fra le ruine fu aperto un solco coll’aratro e vi si sparse il sale, a somiglianza (così il Papa disse con calma terribile) di ciò che s’aveva fatto in antico dell’africana Cartagine[761]. In tal guisa parve che Bonifacio VIII si compiacesse di imitare la tempra dei Romani antichi od anzi la persona di Gehova quale lo dipinge nella fierezza della sua collera l’antico Testamento: nè il suo fulmine fu roba da teatro; esso veramente distrusse una delle antichissime città di Italia, che pari a Tusculo, perì nella forma antica che ancora conservava. Più tardi fu riedificata, ma miseramente. All’istesso modo che Silla aveva fondato una colonia militare nella pianura della distrutta città, così anche Bonifacio ordinò ai dolenti abitatori, di cui confiscò tutto il patrimonio privato, di por dimora in un luogo vicino. Ed eglino eressero capanne nella bassura dove oggidì è la Madonna dell’Aquila; e il Papa appellò quel luogo col nome di _Civitas Papalis_, e vi trasferì il vescovato cardinalizio di Palestrina. Nel Giugno dell’anno 1299 nominò Teodoro Ranieri, suo vicario a Roma, a vescovo della novella città, ai cui abitatori restituì i loro beni in feudo: però ormai nella primavera del 1300 da tiranno efferato rase nuovamente al suolo quel luogo pur mo edificato, ed allora gli abitanti ridotti in miseria emigrarono e si dispersero qua e là[762]. Ad onta di ciò non può dirsi che Bonifacio VIII sia stato nemico dei Comuni civici; fra’ suoi atti haccene parecchi che dimostrano aver egli coscienziosamente difeso i diritti delle città, e dato protezione magnanima a parecchi Comuni contro le aggressioni dei legati provinciali e degli officiali pontificî[763]. Alla distruzione barbarica ed alla perdita dei loro beni i Colonna alzarono grida di disperazione e di rabbia. Accusarono apertamente il Pontefice di spergiuro, protestarono che s’erano assoggettati per via di un trattato conchiuso colla mediazione dei Romani e del cardinale Boccamazi, e che per quello eglino avrebbero dovute bensì alzare la bandiera pontificia nelle loro castella, ma conservarne il possesso. Ancor nell’anno 1311, ad Avignone, il cardinale Francesco Gaetani contese la verità di queste proteste, affermando che la loro dedizione non era avvenuta per capitolazione, ma era stata incondizionata, e accettata dopo che avevano consegnato le loro castella. Peraltro fin da allora si giudicò in vario senso l’opera del Pontefice; la voce del popolo lo accusò di tradimento, e Dante die’ a cotale opinione un suggello che ancor dura. Questo per lo meno è certo che i Colonna furono tratti in inganno con lusinghe che loro si fecero concepire nel nome del Papa[764]: ed ora, poichè in vece di riavere i loro beni, ne videro le rovine spaventose, si sollevarono a nuova ribellione. Stavano in temenza perfino della vita. Dicevasi che s’aveva dato incarico a dei Gioanniti prezzolati di assassinare Stefano, il quale aveva parimenti fatto soggezione; pertanto egli e gli altri della sua casa si sottrassero al tribunale pontificio fuggendo, e Bonifacio allora novellamente gli scomunicò[765]. Li bandì, vietò a tutte le città e a tutti i paesi di dar loro ricetto, promulgò che i loro possedimenti erano beni reversi alla Chiesa, e di una gran parte ne investì nobiluomini romani, massime gli Orsini. In quella ruina fu travolto anche Giovanni Anibaldi di Ceccano; e l’infelice poeta fra Jacopone languì fino alla morte di Bonifacio VIII in un carcere oscuro di Palestrina, da cui invano supplicò con versi accalorati l’inesorabile Papa affinchè gli concedesse l’assoluzione[766]. I Colonna fuggirono chi d’una, chi d’altra parte; il fiero Sciarra, come anticamente Mario, andò errando per boscaglie e per paludi; e si narra che pirati lo prendessero presso la costa di Marsiglia e lo incatenassero da galeotto al remo, finchè il Re di Francia lo riscattò. I due Cardinali si nascosero in Etruria o in Umbria presso amici ghibellini. Stefano cercò un asilo in Sicilia, ma poichè non vi si sentiva sicuro, emigrò alle corti di Inghilterra e di Francia: uomo generoso, fuggente la collera intemperante del Papa cui il mondo non amava, venne accolto con onoranza dovunque andò: e nell’esilio fu il modello del vero fuoruscito romano, per modo che, adulandolo, il Petrarca lo paragonò a Scipione l’Africano. Nelle storie della Città torneremo a trovare questo celebre romano, e, vecchissimo, ai tempi di Cola tribuno, lo vedremo sedere presso alla tomba del suo sventurato nemico Bonifacio e presso i sepolcri dei suoi figliuoli[767]. CAPITOLO SESTO. § 1. A Roma si celebra il Giubileo secolare. — Riccardo Anibaldi del Colosseo e Gentile Orsini, senatori (1300). — Toscanella sotto il dominio del Campidoglio. — Dante e Giovanni Villani vengono a Roma pellegrini. Ancora di un altro trionfo godette Bonifacio VIII prima che fosse trascinato in lotte più gravi: egli diè inizio al secolo decimoquarto con una festività di pellegrinaggi che durò di famosa memoria. Nell’antica Roma i giubilei secolari si erano celebrati con giuochi magnifici; ma poi se n’era spenta la ricordanza, nè v’ha memoria che Roma cristiana solennizzasse la fine o il principio di un secolo con grandi feste ecclesiastiche. Duranti le Crociate gran moltitudine di gente non era più venuta in pellegrinaggio al san Pietro: messo termine ad esse, s’era ridestata l’antica brama dei popoli e gli aveva attirati alle tombe degli Apostoli; e per verità l’accortezza dei preti romani non aveva avuto piccola parte a tener sempre vivo quell’impulso religioso. Intorno al Natale dell’anno 1299 (e col Natale si chiudeva, secondo lo stile della Curia romana, l’annata) si cominciò a muovere al san Pietro in gran comitive di uomini della Città e delle campagne. Quand’ecco si sparge pel mondo una voce che promette indulgenze a chi pellegrinasse a Roma: questo bastò per sommoverlo tutto e per metterlo in moto. Bonifacio, che lietamente vedeva farsi sempre più numeroso il pellegrinaggio, vi diè forma e sanzione, e ai 22 Febbraio dell’anno 1300 promulgò la «Bolla di giubileo» che concedeva indulgenza plenaria a tutti coloro che durante l’anno avessero visitato le basiliche di san Pietro e di san Paolo. Imponevasi ai terrazzani di continuare la visita per trenta giorni, agli stranieri per quindici. Ne vennero esclusi soltanto i nemici della Chiesa, e per tali il Papa denotò Federico di Sicilia, i Colonna e i loro partigiani, e strana cosa! tutti i Cristiani che facessero traffico coi Saraceni. Pertanto Bonifacio si giovò del Giubileo per marchiare di publica infamia i suoi nemici, e per dichiararli esclusi dalle grazie del Cristianesimo[768]. L’accorrenza fu tanta che l’eguale non s’era mai data. Dì e notte Roma offriva lo spettacolo di torme di pellegrini entranti e uscenti da sembrare un esercito. Chi da un’eminenza della Città avesse mirato quella grande scena, guardando da tutti i versi, da nord, da est, da sud, da ovest, avrebbe visto tanta caterva di gente da parergli che fossero popoli interi migranti e vegnenti per le vie romane antiche: e se, disceso, si fosse mescolato in mezzo a quegli uomini avrebbe durato fatica a distinguere di che paesi fossero. Capitarono Italiani, Provenzali, Francesi, Ungheresi, Slavi, Tedeschi, Spagnuoli, fino Inglesi[769]. Italia diè libero passo ai pellegrini, e tenne tregua di Dio. Venivano quali vestiti del saio di pellegrini, quali secondo le fogge nazionali delle loro terre, quali a piedi, quali a cavallo, quali trascinando su carri gli sfiniti e gli infermi, e carichi del loro bagaglio: e vidersi vecchi centenarî guidati dai loro nipoti, e giovani che, simili ad Enea, portavano sulle spalle la madre od il padre[770]. La Campagna e la Città risonavano senza interruzione di canti che empievano l’aria di tetra mestizia. Quelle genti parlavano le favelle varie delle loro contrade, ma cantavano inni e litanie in una sola lingua, quella della Chiesa. Gli ansiosi intenti di tutti avevano un’unica meta. E quando in distanza scorgevano la fitta foresta delle torri di Roma santa, alzavano con entusiasmo di gioia il grido: «Roma! Roma!», come naviganti che dopo lungo viaggio scoprono terra. E si inginocchiavano a dire orazioni, indi s’alzavano con fervoroso grido: «san Pietro! san Paolo! fateci grazia!» Alle porte erano pronti a riceverli uomini dei loro paesi, appartenenti alle _Scholae_ dei forestieri, e ufficiali urbani di provvisione che loro additavano i luoghi dove avrebbero trovato albergo: ma prima ancora di prender riposo i pellegrini andavano al san Pietro, salivano a ginocchia la scalea del vestibolo, e poi si prostravano estatici innanzi alla tomba dell’Apostolo. Per un anno intiero Roma fa un campo brulicante di pellegrini, una vera babilonia per confusione di lingue. Si narra che ogni giorno i pellegrini che entravano e quelli che uscivano ammontassero a trentamila, e che ogni dì si trovassero nella Città duecentomila stranieri[771]. Così Roma dopo lungo tempo tornò ad essere, se non riempiuta, almeno bastevolmente animata di popolo. Un’ottima amministrazione provvedeva a mantenere l’ordine ed il buon mercato. L’annata era stata prospera di ricolti, e la Campagna e le province prossime mandarono vettovaglia in gran copia. Un Cronista che fu tra i pellegrini racconta così: «Pane, vino, carni, pesce ed avena trovavansi sul mercato in abbondanza e a prezzo mite; ma il fieno era assai caro e le osterie carissime, tanto che per un letto per me e per la stalla dei miei cavalli dovetti pagare un grosso tornese al giorno, senza contar l’avena ed il fieno. Quando partii di Roma la vigilia del santo Natale, vidi entrarvi una caterva tanto grande di pellegrini che nessuno avrebbe potuto contarli quanti fossero. Pretendono i Romani di avere in tutto numerato due milioni di persone fra uomini e donne. E spesso io vidi in quella folla taluno cadere ed essere schiacciato sotto i piedi della moltitudine, e soltanto a fatica più d’una volta scampai io stesso a quel malanno»[772]. Troppo angusta era la via che dalla Città per il ponte sant’Angelo menava al san Pietro; e perciò, forate le mura non lungi dall’antica _Meta Romuli_, si sgombrò una strada nuova lungo il fiume[773]. Il ponte era coperto di botteghe che lo dividevano in due in tutta la sua lunghezza, e per evitare disgrazie si provvide che quelli che andavano movessero per un fianco del ponte e quelli che tornavano seguissero l’altro lato[774]. Senza posar mai, processioni movevano al san Paolo fuor delle mura ed al san Pietro dove si faceva vedere il sudario della Veronica, reliquia ormai celeberrima. Ogni pellegrino deponeva sull’altare dell’Apostolo un’offerta, e il detto Cronista di Asti, come testimonio di veduta, afferma che presso all’altare del san Paolo dì e notte stavano due chierici che con rastrelli in mano raccoglievano pecunia senza fine[775]. La vista favolosa di preti, i quali ghignando rastrellavano denaro come se fosse stato fieno, diè occasione ad alcuni maliziosi Ghibellini di affermare che il Pontefice aveva bandito il Giubileo non per altro che per far denaro[776]. E di moneta, e molta, per certo Bonifacio abbisognava affine di continuar la sua guerra contro Sicilia, che oltre ogni calcolo riusciva costosa. Se i monaci di san Paolo, invece che quattrini di rame, avessero raspato fiorini d’oro, egli avrebbero per certo ammassato una richezza favolosa, ma i monti di denaro del san Paolo e del san Pietro per lo più, erano soltanto accumulati a forza di monetucce che deponevano in dono pellegrini di poco conto. E il cardinale Jacopo Stefaneschi lo avvisa espressamente, e deplora che i tempi fossero mutati, poichè adesso non v’erano che i poveri i quali facessero offerte, laddove i Re, dissimili dai tre Magi, non portavano più cosa alcuna in dono al Redentore. Tuttavia il ricavato del Giubileo (da cui il Papa potè levare alcune somme ed attribuirle alle due basiliche perchè facessero compre di terre) fu abbastanza ragguardevole. Se di consueto i doni che i pellegrini ad ogni anno recavano al san Pietro solevano ammontare a trentamila quattrocento fiorini d’oro, ei si può conchiudere quanto maggiore dovesse essere il guadagno toccato nell’anno del grande Giubileo[777]. «E dell’offerta fatta pei pellegrini», scrive il Cronista di Firenze, «molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e i Romani per le loro derrate furono tutti ricchi». Ed invero l’anno giubiliare fu per essi un anno d’oro. Perciò trattarono i pellegrini con cortesia, e nessun atto di violenza s’ebbe a deplorare. La caduta di casa Colonna aveva in Roma svegliato inimicizie al Pontefice, ed egli le seppe disarmare coll’immenso profitto procacciato ai Romani, i quali hanno sempre vivuto del denaro dei forestieri. Loro senatori a quel tempo erano Riccardo Anibaldi del Colosseo (da questa fortezza gli Anibaldi avevano ormai discacciati i Frangipani) e Gentile Orsini, i cui nomi oggidì ancora possono leggersi scritti in una lapide nel Campidoglio. Questi signori non mancarono, ad onta del pio entusiasmo del pellegrinaggio, di occuparsi a muover guerra nel vicinato; lasciarono che i pellegrini facessero il loro mestiere orando innanzi agli altari; quanto a loro marciarono colle bandiere di Roma contro Toscanella, e valorosamente resero soggetta questa città al Campidoglio[778]. Ei si può imaginare quanto commercio di reliquie, di amuleti e di imagini di Santi allora s’avrà fatto in Roma, e possiamo figurarci la copia di avanzi di cose antiche, di monete, di gemme, di anella, di sculture, di frammenti di marmo ed eziandio di manoscritti che i pellegrini avranno trasportato ai loro paesi. Quando avevano soddisfatto ai loro esercizî di religione quelle genti visitavano i monumenti antichi sbarrando tanto d’occhi per meraviglia; e la vecchia Roma, attraverso cui s’andavano aggirando col libro dei _Mirabilia_ alla mano, esercitava su di loro il suo fascino ammaliatore. Oltre alle ricordanze del vecchio tempo, a rendere animato quel teatro classico del mondo, nell’anno 1300 si univano le memorie di ciò che avevano fatto i Papi e gli Imperatori da Carlo magno in poi; e ogni animo sensibile al linguaggio della storia doveva esserne compreso più efficacemente che mai, giusto allora che schiere di pellegrini di tutti i paesi aggirantisi in quel maestoso mondo di ruine erano testimonî vivi dell’eterno nodo che avvinceva Roma all’universa gente umana. Ei si può appena dubitare che anche Dante non vedesse Roma a quei giorni, e che un raggio di quel sole non discendesse a vivificare la sua cantica immortale che incomincia colla settimana santa dell’anno 1300. E la vista della città capitale del mondo ispirò l’animo di un altro Fiorentino. «Trovandom’io», così scrive Giovanni Villani, «in quel benedetto pellegrinaggio nella santa città di Roma, veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leggendo le storie e gran fatti de’ Romani, scritte per Virgilio, Salustio, Lucano, Tito Livio, Valerio, Paolo Orosio e altri maestri d’Istorie, i quali così le piccole cose come le grandi delle geste o fatti de’ Romani scrissono ed eziandio delli strani dell’universo mondo per dar memoria ed esemplo a quelli che sono a venire, presi lo stile e forma da loro, tutto sì come discepolo non fossi degno, a tant’opera fare... E così mediante la grazia di Cristo nelli anni suoi 1300 tornato da Roma, cominciai a compilare questo libro, a reverenza di Dio e del beato Giovanni e a commendazione della città di Firenze»[779]. E frutto dell’entusiasmo del Villani si furono le sue Storie di Firenze, la più grande, la più semplice delle Croniche che Italia possieda nella sua lingua fanciulla e incantevole: e può darsi che molti altri uomini d’ingegno allora traessero da Roma concetti fecondi di creazione. Per Bonifacio il Giubileo fu una vittoria. L’accorrenza degli uomini a Roma gli dimostrò che la fede loro teneva tuttavia la Città in conto di arca santa dell’alleanza del mondo. Quella festa grandiosa di riconciliazione parve che riversasse sul passato del Pontefice un fiume di grazie; pareva che le brutte ricordanze di Celestino V, della guerra coi Colonna, e tutte le accuse dei suoi nemici si sopissero in obblio. In quei giorni Bonifacio potè gioire nella pienezza di una potenza quasi divina, che l’eguale forse nessun Papa aveva toccato prima di lui. Sedeva egli sopra il massimo trono dell’Occidente ornato delle spoglie dell’Impero; s’intitolava «vicario di Dio» in terra; era capo supremo del dogma del mondo; teneva in mano le chiavi della benedizione e della distruzione; e migliaia di genti di tutti i paesi più remoti vedeva venire innanzi al suo trono e prostrarsi nella polve come davanti ad un essere soprannaturale. Soltanto che non vide venire alcun Re. Fuor di Carlo Martello nessun monarca capitò a Roma a torvi penitente assoluzione de’ suoi peccati: e questo dimostrava che la fede, la quale un dì aveva vinto le battaglie di Alessandro III e di Innocenzo III, s’era spenta alle corti regie. Bonifacio VIII chiuse la memoranda festività nella vigilia di Natale dell’anno 1300[780]. Essa forma un’epoca nella storia del Papato e di Roma, perocchè a questo anno di Giubileo e di entusiasmo succedessero, rapido e terribile contrapposto, la fine tragica di quel Pontefice, la discesa del Papato dal suo fastigio, la ricaduta della città di Roma in ispaventosa solitudine. § 2. Federico vittorioso in Sicilia. — Bonifacio VIII chiama in Italia Carlo di Valois. — L’Impero. — Adolfo e Alberto. — Toscana. — I Bianchi e i Neri. — Dante in Vaticano. — Figura meschina di Carlo di Valois. — Pace di Calatabellota. — Contesa fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello. — Bolla _Clericis laicos_. — Una Bolla è arsa publicamente a Parigi. — Tutta Francia si volta contro il Papa. — Concilio del Novembre in Roma. — Il parlamento di Francia s’appella ad un Concilio generale. — Il Papa riconosce Alberto di Austria. — Avvilimento dell’Impero. Dopo il cominciamento del secolo decimoquarto la fortuna si volse contro Bonifacio VIII. Re Federico, nel quale era risorto un novello ma più fortunato Manfredi, si teneva padrone di Sicilia per valore suo proprio e a forza di sacrificî del popolo, combattendo contro un mezzo mondo di avversarî. Ma or volle il Papa fare ancora un grande sforzo per tentar di ristabilire nell’isola la signoria della Chiesa. Abbandonato da Jacopo di Aragona, malcontento della debolezza di Carlo II, cui prescriveva comandi come se foss’egli stato il padrone di Napoli, il Papa invocò in aiuto un secondo Angioino, il fratello di Filippo di Francia. Ancora una volta un Pontefice chiamava un Principe francese a immischiarsi nelle cose d’Italia; e l’ira di Dante, e la sentenza che egli pronunciò sopra Bonifacio VIII derivarono pertanto a buona ragione dalla venuta di quello straniero nella sua patria. Con grandi promesse il Papa allettò Carlo di Valois, conte di Angiò; in premio delle sue geste future onde doveva assoggettare la Sicilia ed i Ghibellini italiani sarebbe diventato senatore di Roma; e colla mano di Caterina di Courtenay, la quale un tempo aveva disdegnato il giovane Federico, egli avrebbe ereditato i diritti che la famiglia di lei pretendeva su Bisanzio. Venne il Conte con mercenarî e con cavalieri di ventura, e si recò dal Papa ad Anagni, dove convenne anche Carlo II coi suoi figliuoli. La spedizione si allestì, e Bonifacio (ai 3 Settembre del 1301) nominò il Valois a capitano generale dello Stato ecclesiastico ed a paciere di Toscana: per tal guisa si rinnovavano i tempi del primo Angioino[781]. Fu in conseguenza della vacanza dell’Impero giacente in debolezza profonda, che Bonifacio potè dare al Valois il vicariato di Toscana, terra imperiale che il Papa intendeva adesso di conquistare alla Chiesa. Ecco in brevi tratti quali erano le condizioni dell’Impero. Morto Rodolfo, s’aveva data la corona di Germania al conte Adolfo di Nassau, uomo senza potenza, sebbene di valore cavalleresco; al suo rivale Alberto d’Austria figliuolo di Rodolfo erano occorsi alcuni anni per indurre i Tedeschi a disertare dal suo avversario, ma finalmente questi, deposto dagli Stati dell’Impero, aveva perduto trono e vita nella battaglia di Gellnheim, che si era combattuta ai 2 di Luglio del 1298. Alberto salì al trono addì 24 Agosto dello stesso anno, ma Bonifacio (di cui non s’era chiesto il consentimento) ricusò di riconoscerlo per imperatore, tanto più che Alberto conchiudeva un’alleanza con Filippo di Francia. Lo tenne in conto di fellone e di regicida, lo citò perfino davanti al suo tribunale, e proibì ai principi dell’Impero di riverirlo per re dei Romani. E narrasi che ricevesse gli ambasciatori di Alemagna con pompa da teatro, seduto in trono, coronato il capo, tenendo una spada in mano, e che con voce tonante di collera gridasse loro: «Io, io sono l’imperatore!»[782] E forse può essere che egli desse a Carlo di Valois lusinga anche della corona romana, purchè se la meritasse servendo a’ suoi intenti. Il Valois non aveva alcuna di quelle qualità che al primo Angioino avevano valso l’acquisto di un reame. Ei fece in Italia una magra figura. Dapprima il Pontefice lo mandò in Toscana, dove era testè avvenuta una rivoluzione gravissima di conseguenze. Firenze la guelfa, allora fiorente di popolo e di ricchezza, s’era divisa nei partiti dei Donati e dei Cerchi, dei Bianchi e dei Neri, i primi dei quali erano Guelfi moderati che poi si tramutarono in Ghibellini. Bonifacio vi aveva spedito il cardinale Matteo di Aquasparta, ma questo legato, beffato dai Bianchi che erano allora al governo, aveva dovuto partire della città lanciandole l’interdetto. La mano energica di Dino Compagni e di Dante dettò di quelle lotte di Firenze un racconto che non morrà mai; e dalle turbolenze di una piccola republica, che altrimenti si sarebbero perdute come tratti sbiaditi nel gran mare della storia universale, sorse il massimo poema dell’età cristiana, gloria eterna del genio umano. È cosa attrattiva d’assai mirar Dante al cospetto di Bonifacio VIII, l’ingegno più vasto del medio evo innanzi all’ultimo degli orgogliosi Papi medioevali. Dante venne a Roma da legato dei Bianchi fiorentini per tener contrappeso ai Neri che erano alla corte pontificia; e da quel tempo (che fu l’anno 1301) in poi egli non rivide più la sua città natale, ma andò fino alla sua morte errando in esilio[783]. Non si nota in alcun luogo in che forma Dante entrasse in Vaticano, quali discorsi tenesse, quali sieno stati i suoi disinganni, i suoi giudicî sopra Bonifacio; ma il Poeta, giudice del morto regno, poco dopo cacciò il Pontefice superbo nel suo Inferno poetico: e quel luogo orrendo e fantastico di pene eterne, per la potenza del suo genio si tramutò in vero tribunale della storia. Egli incatenò l’anima di Bonifacio al carro trionfale della sua ira ghibellina, e nove volte lo trascinò attorno i gironi dell’Inferno, all’istesso modo che Achille trasse il morto Ettore intorno alle mura di Ilio[784]. Fallì la sollecitudine che i Bianchi si diedero per ridare unità alla loro patria e per tener remota l’ingerenza di uno straniero. I Neri rappresentarono al Papa che i loro avversarî lavoravano a profitto dei nemici suoi; e il Valois, incaricato da lui e chiamato da quei Neri, entrò in Firenze addì 1 Novembre 1301. Conseguenza di cotale intervenzione si fu che la magnifica città, di fiorente che era, cadde in ruina, e che traditorescamente ne furono banditi i Guelfi. Toscana si scisse nelle due fazioni; e così ne andò perduto il fermo appoggio che il Papato aveva ricavato fin a questo momento dai Guelfi di quel paese. Bonifacio per egoismo si fece favoreggiatore di un partito, ma presto se ne pentì. Il Valois si palesò a Firenze uomo inetto, la lasciò in grandissima confusione, e nella primavera dell’anno 1302 tornò a Roma. Nè qui gli fu conferita la dignità senatoria; andò a Napoli per porsi a capo della grande spedizione contro Sicilia che il Papa aveva allestito a spese della Chiesa, ma neanche là fu più fortunato. Re Federico in guerra minuta sterminò l’esercito nemico, e giunse a capo di conchiudere una pace insperata. Col trattato di Calatabellota (dei 31 Agosto 1302) ei fu riconosciuto per re di Sicilia sua vita durante; sposò Leonora figlia di Carlo II, e promise di lasciar l’isola dopo la sua morte agli eredi di lui: sennonchè questa promessa non fu confermata dal parlamento siculo, e neppure ebbe mai adempimento. Quanto a Bonifacio, egli mostrò sulle prime reluttanza di approvare quella pace in cui non s’aveva avuto riguardo a lui nè alla Chiesa; alla fine confermò Federico a re sotto condizione che riconoscesse di esser vassallo della Chiesa; peraltro quegli non pagò mai tributo alla Chiesa. Già indebolite erano le forze del Papa; una lotta maggiore che la dottrina della Chiesa romana lo costringeva ad imprendere, venne proprio adesso a scoppiare; e in questa contesa, breve sì ma d’importanza mondiale, Bonifacio VIII soccombette. Il monarca di Francia subentrò nella guerra contro la preponderanza ecclesiastica, nella quale gli Hohenstaufen non erano caduti che dopo di avere scosso le fondamenta del Papato. Questa nuova fase segnò una delle maggiori rivoluzioni nel mondo ecclesiastico e politico. In tutto il medio evo Francia era stata l’appoggio più fido del Papato; era dessa che aveva spinto gli Hohenstaufen al precipizio, e, invece dell’influenza tedesca su Italia e su Roma, v’aveva posto la sua propria. Allorquando i Papi ebbero levato la casa regale di Francia sopra un trono italiano facendone la protettrice della Chiesa, ne andarono puniti della loro debolezza, perciocchè sia legge sempre costante che i protettori si tramutino in conquistatori. Ed infatti con Carlo d’Angiò Francia andò poco a poco conquistando il Papato, fino a tanto che la santa Sede fu trapiantata sulle rive del Rodano, e per settant’anni ebbe Pontefici sempre francesi. Il cozzo della gerarchia romana contro la orgogliosa nazione di Francia fu reso inevitabile allorchè Bonifacio VIII in un tempo di civiltà progredita tentò di opporre la dottrina della podestà universale pontificia contro il protettorato francese. L’Impero germanico era soggiaciuto ai Papi, per la ragione che esso non riposava sopra basi pratiche; invece, la lotta del Re di Francia col Pontefice fu contesa pratica del diritto politico contro il giure canonico, e si combattè sul terreno di una monarchia nazionale difesa dagli Stati paesani. La lunga reazione dello spirito politico contro il diritto ecclesiastico europeo penetrò in tutte le attenenze civili ed economiche, e fu il massimo motore della storia del medio evo. Ed in ogni periodo di tempo essa comparve sotto forme e con nomi parecchi; prima s’appalesa lotta delle investiture e guerra degli Hohenstaufen, indi continua nella Riforma, prosegue colla rivoluzione francese, ed è ancora visibile nei modernissimi Concordati e nei contrasti dei giorni nostri[785]. Dominava allora in Francia Filippo il Bello, nipote di quel Luigi IX che lo stesso Bonifacio VIII nell’anno 1297 aveva canonizzato fra’ santi della Chiesa: fu principe d’ingegno, ma senza coscienza; ipocrita immorale e despota insaziabile; ma fu anche uno degli energici fondatori della monarchia francese. Un uomo così fatto era quel che ci voleva per combattere la superbia provocatrice di un Bonifacio VIII. Ingerenze che il Papa si prendeva nella guerra di Francia con Inghilterra (e nella quale sperava poterla fare da giudice), questioni di investiture e richieste di decime ecclesiastiche trassero Filippo in lotta contro la Curia romana. Nell’anno 1296 Bonifacio, a protezione massime della immunità delle chiese, aveva promulgato la Bolla _Clericis laicos_, con cui si vietava solennemente a tutte le persone e corporazioni ecclesiastiche di far doni o di pagare imposte a’ laici senza licenza del Papa. Questa Bolla pungeva più che ogni altro re Filippo, il quale per le sue guerre di Fiandra e d’Inghilterra abbisognava dei tributi del clero, e, nelle sue necessità di denaro, non vergognava di falsificare monete. Ei vi rispose proibendo che si cavasse denaro di Francia, e questa fu ferita non meno grave per Roma. Il Pontefice piegò, e questa sua arrendevolezza sedò per quel momento la burrasca; ma più forte essa eruppe nell’anno 1301. Ragione ne furono alcune controversie insorte per diritti possessorî di cose ecclesiastiche e temporali e per l’amministrazione di beneficî vacanti, cui il Re francese pretendeva come a regalie. Il legato pontificio fu incarcerato, e posto sotto inquisizione; un parlamento approvò l’opera violenta di Filippo, e allora Bonifacio (s’era ai 5 di Dicembre) indirizzò al clero ed al Re alcune Bolle che misero tutta Francia in commovimento. Vi rimproverava a Filippo di attentare contro i diritti della Chiesa, protestava che il Papa aveva ricevuta da Dio podestà assoluta sopra Re e reami, gli diceva che si togliesse del capo l’idea di non avere sopra di sè alcun superiore, lo ammoniva di allontanare da sè i suoi consiglieri malvagi, e invitava il clero francese a recarsi a Roma per il giorno 1 Novembre 1302, ad un Concilio o parlamento in cui si sarebbe giudicato del diritto o del torto del Re[786]. Se ne indignò acremente la corte francese; i giureconsulti, fra’ quali furono Pietro Flotte e Guglielmo di Nogaret, rinfocolarono le ire del Re con discorsi e forse anche con invenzioni di scritture pontificie che non avevano mai esistito; si andò vociando che Bonifacio pretendeva di tenere la libera Francia in conto di terra vassalla. Strappata la Bolla pontificia dalle mani del legato, publicamente la si abbruciò agli 11 Febbraio 1302 nella chiesa di Nostra Donna a Parigi, e se ne annunciò la distruzione da un araldo a suon di tromba. La prima fiamma che ardesse una Bolla pontificia segna un grande avvenimento storico. Il legato fu vituperevolmente cacciato; un editto regio, come ai giorni di Federico II, vietò ai preti di andare al Concilio; un parlamento dei tre Stati congregato dal Re in Nostra Donna, confermò nel giorno 10 di Aprile i suoi decreti; nobili e borghesi gli prestarono il loro appoggio, e i vescovi (la cui autorità s’era tramutata ormai in un rapporto di sudditanza verso il Re), volere o non volere, dovettero piegare al suo comando. Fu la prima volta che il clero di un paese disertasse il Pontefice e si ponesse dalla parte del Principe. Allorchè Bonifacio ricevette le lettere in cui la Chiesa gallicana confutava la sua pretesa che il Papa stesse sopra al Re anche nelle cose civili, e lo pregava di dispensarla dal viaggio a Roma, ei vi potè con grave suo sgomento capire che un abisso gli stava aperto dinanzi. Però ei non si poteva più ritirare dalla battaglia senza che la podestà pontificia moralmente non s’annientasse agli occhi del mondo; gli conveniva tentare di distruggere la monarchia francese che si andava raccogliendo a unità, all’istesso modo che i suoi antecessori avevano demolito l’Impero degli Hohenstaufen, che avevano preteso all’autorità assoluta[787]. Nel Concilio di Novembre, che si radunò in Laterano, e cui appena fu se vi assistette qualche raro prete francese, Bonifacio promulgò la Bolla _Unam sanctam_. In questa scrittura con audacissimo linguaggio egli raccoglieva insieme tutte le dottrine fondamentali che i suoi predecessori avevano bandito intorno alla podestà divina del Papato, e vi faceva tesoro di tutte le conquiste che i Papi avevano ottenuto in lungo corso di secoli fino a lui. «Dichiariamo», diceva, «essere alla eterna salute necessario che ogni creatura umana rimanga soggetta al Pontefice romano»: e con questo dogma ei coronava l’edificio torreggiante della gerarchia medioevale[788]. Però questa aperta proclamazione dell’autorità giudiziaria del Papa in bocca di Bonifacio VIII non fu che una parola impotente, quantunque la stessa idea si sia ripetuta nel periodo avignonese e abbia sollevato nelle scienze teologiche e giuridiche un lungo dibattito e investigazioni che non hanno avuto fine neppure ai nostri dì. Fallito un tentativo di accomodamento, ed avendo il Papa minacciato la scomunica, Filippo si pose a combattere il suo nemico giovandosi con accortezza degli Stati nazionali; ed il primo parlamento di Francia che veramente tal fosse balzò del suo fastigio il Papato dominatore del medio evo. Quell’assemblea si congregò nel Louvre ai 13 Giugno 1303; e là i più ragguardevoli ottimati si alzarono ad accusare il Pontefice. Le tacce che si rovesciarono sopra un vecchio più che ottantenne erano nella massima parte troppo assurde per essere dappiù che sfoghi di odio: però il fatto che un completo parlamento nazionale ponesse un Papa in istato di accusa e contro di lui s’appellasse ad un Concilio generale fu un avvenimento serio e gravido di conseguenze[789]. Pochi anni prima due cardinali avevano citato lo stesso pontefice Bonifacio innanzi un Concilio; questo or facevano i rappresentanti di una grande nazione eminentemente cattolica; e per tal guisa contro il principio della onnipotenza pontificia si evocava quella potenza cui un dì Federico II per la prima volta aveva fatto ricorso. Francia intera adesso con tutte le sue corporazioni ecclesiastiche e civili ripetè quell’appello. Bonifacio si vide calare sul capo una procella orrenda, ma non si smarrì di coraggio: nel suo accecamento ei si ingannò perchè credette la podestà pontificia più forte di quello che infatti fosse. Soltanto la sua caduta, soltanto la sconfitta del Papato, di cui i suoi immediati successori dovettero confessare la verità, ne chiarirono al mondo la fralezza. Il Papato soccombette, poichè non era stato capace, dopo caduto l’Impero, di raccogliere intorno a sè Italia e di condurre l’idea guelfa a compimento: i Pontefici avevano abbandonato la grande politica nazionale di Alessandro e di Innocenzo III; per demolire gli Hohenstaufen avevano chiamato in Italia dei principi stranieri, ma non avevano saputo metter fine ai contrasti dei Guelfi e dei Ghibellini. L’idea politica del Papato fu un’illusione, e nel suolo d’Italia non attecchì. A una gran parte degli Italiani il pensiero guelfo parve essere innovazione rivoluzionaria: essi d’altronde non avevano tenuto mai in estimazione il Papato, ed anche la religione non era stata per loro un vincolo nazionale, ma soltanto una credenza individuale. Tutti i partiti pertanto abbandonarono il Pontefice alla sua sorte e lasciarono che cadesse: tanto poco la sua potenza riposava sopra una idea nazionale! Già Bonifacio aveva cercato nell’Impero tedesco un appoggio contro di Francia; Alberto verso grandi promesse gli offerse i suoi servigî, e il Papa adesso fece la nuova scoperta che il fellone e il regicida era di punto in bianco divenuto degno della corona romana. Pertanto addì 30 Aprile 1303 lo riconobbe a re, ma lo fece con linguaggio orgoglioso trattandolo da supplichevole peccatore, accordandogli non giustizia ma pietà, e dandogli come soltanto per grazia la corona romana[790]. Lo sciolse da tutte le sue alleanze con re stranieri, e ne ottenne esplicita promessa di aiuto contro Filippo il Bello. I Diplomi di Nürnberg, dati ai 17 Luglio 1303, sono sciaguratissima prova della soggezione servile che l’autorità imperiale prestava al Papato. Il Re romano senza arrossirne confessava che soltanto il Pontefice era il datore della corona imperiale, che i Principi dell’Impero erano elettori dell’Imperatore in quanto solo che il Papa ne delegasse loro la facoltà, che tutto ciò che Imperatore ed Impero possedevano derivava dalla grazia del Pontefice. Alberto promise che non manderebbe nella terra imperiale d’Italia alcun vicario suo senza il consentimento della santa Sede, e financo si lasciò strappare il giuramento che non farebbe eleggere a re romano alcuno dei suoi figliuoli (nati di una sorella uterina di Corradino) senza il permesso del Pontefice. A così profondo avvilimento era scaduto l’Impero nella persona di Alberto il monocolo, dappoco figliuolo di Rodolfo! Il capo dell’Impero, successore degli Hohenstaufen, si professava vassallo del Papa proprio nel momento che il Re di Francia citava questo Papa medesimo a comparire innanzi un Concilio universale perciocchè protestato avesse che la autorità regia era suddita alla santa Sede. E la soggezione di Alberto fu un motivo di più perchè Bonifacio VIII si ingannasse delle forze che credeva di possedere[791]. § 3. Piano dei Francesi indiritto alla caduta del Papa. — Sciarra e il Nogaret vengono in Italia. — Congiura dei baroni latini. — Come si fosse fondata nel Lazio la potenza della famiglia Gaetani. — Catastrofe di Anagni. — Il Papa torna a Roma. — Sua condizione disperata in Vaticano. — Muore nel 1303. Quando gli Imperatori avevano voluto precipitare i Papi loro nemici erano scesi con un esercito e avevano rotto guerra aperta, come ad essi ne dava agio la qualità di re romani. Ma il Re di Francia non possedeva un cosiffatto titolo per muovere ad un’impresa contro un Pontefice; e perciò ricorse ad un inonesto spediente onde chiuder la bocca al suo avversario. L’aggressione che a mo’ di ladronaia si compiè contro Bonifacio VIII, nel cuore d’Italia, nell’istessa sua terra natale di Anagni; gli esecutori di essa, che furono i mercenarî di un despota straniero e baroni latini congiurati, tutto ciò die’ vita ad un avvenimento che l’uguale non aveva fin qui mai occorso nella storia dei Pontefici. Filippo aveva dato ricetto nella sua corte ai proscritti della famiglia Colonna; stuzzicarono essi la sua collera, ed egli si servì della loro smania di vendetta pei suoi intenti. Guglielmo Nogaret di Tolosa, dottore di leggi, altra volta professore a Mompellieri, adesso vice-cancelliere di Filippo e ministro devoto delle sue volontà, partì con Sciarra, e venne in Toscana, dove entrambi nel castello di Staggia vicino Siena architettarono e disposero il loro piano. Erano provvisti di cambiali sul banco fiorentino dei Peruzzi, nè lesinarono di denaro pur di ingaggiare soldati o di corrompere amici e nemici del Papa, in quello che il Nogaret si dava l’aria d’essere stato spedito in Italia per negoziare col Pontefice. L’oro francese fu la chiave che dischiuse le castella della Campagna romana[792], per guisa che quasi tutto il Lazio prese parte alla cospirazione. Il nepotismo del Papa che aveva creato suoi congiunti a conti, a cardinali, a vescovi, ricevette acerbissima punizione: e appunto nel Lazio era dove i Gaetani avevano fondata la loro novella signoria, non senza pregiudizio di anteriori possessori[793]. Ma qui è cosa rilevantissima per capir le ragioni della caduta di Bonifacio VIII, ed istruttiva per conoscere le condizioni del baronato di quell’età, esaminare un po’ davvicino il rapido e gigantesco accrescimento delle famiglie nepotesche, prendendone ad esempio una, quella dei Gaetani. Della disgrazia dei Colonna il Pontefice s’era giovato per fondare una grande potenza famigliare: e questo essenzialmente avvenne fra l’anno 1297 e quello 1303, e a spese del tesoro ecclesiastico. Per verità i pontefici Martino IV e Nicolò IV avevano vietato che beni della Campagna si vendessero a baroni potenti di Roma, volendo così porre un argine a ciò che la nobiltà del Lazio crescesse di forze; ora Bonifacio VIII per favorire Pietro suo nipote abolì quelle Costituzioni. Il germe della signoria dei Gaetani nel Lazio (la celebre famiglia ne possiede ancora le terre) fu Sermoneta posta sulle pendici de’ monti Volsci; indi vennero in loro mani Norma e Ninfa, beni che in tempo antichissimo un Imperatore bizantino aveva donato alla Chiesa[794]. Sermoneta, la antica Sulmona, di cui i Gaetani portano oggidì il titolo di duchi, aveva appartenuto agli Anibaldi; e questi ai 16 Giugno 1297 ne avevano venduto il castello con Bassano e con San Donato vicino Terracina a Pietro Gaetani per trentaquattromila fiorini d’oro[795]. Bonifacio, ai 2 Gennaio 1292, quand’era ancor cardinale, aveva comperato Norma da Giovanni Giordani per ventiseimila fiorini d’oro[796]. Quanto poi a Ninfa (questa terra un dì meravigliosamente bella, posta sul margine delle paludi Pontine, è oggi caduta e colle sue ruine ravvolte di edera e di fiori pare un luogo di leggenda), il conte Pietro la aveva acquistata all’incanto, addì 8 Settembre 1298, pagandola dugentomila fiorini d’oro, somma che allora passava per prodigiosa: in tal guisa la possessione famigliare dei Gaetani si rotondava con Sermoneta, con Norma e con Ninfa. Ninfa era, ed è ancora, il bellissimo e maggior possedimento di tutto il Lazio; dai monti Volsci per le paludi si stendeva con torri, con cascine, con laghi e con boscaglie fin presso alla marina, e il dominio si prolungava ancora di cento miglia in mare[797]. La Chiesa romana, i Colonna, i Frangipani, gli Anibaldi, molte altre persone, il Comune del luogo erano altrettanti comproprietari di Ninfa; però, fino dall’anno 1279 Loffredo e suo figlio Pietro Gaetani erano venuti poco a poco comperando i possedimenti dei privati[798]; e lo stesso Comune, agli 11 Febbraio 1298, conferiva a Pietro il _dominium_, in maniera ch’esso venne nel vassallaggio di un signore. Quando un solo barone era capace di spendere in denaro contante un dugentomila fiorini, corrispondenti a seicentotrentamila talleri (e questa somma secondo il ragguaglio del valore monetario oggi ammonterebbe per lo meno a cinque milioni di talleri), ei si può di leggieri giudicare che ricchezze immense, inconcepibili anzi, fin da allora si accumulassero nelle mani dei nipoti di Papi[799]. Bonifacio anche in nome della Chiesa confermò Ninfa nel possesso di suo nipote costituendone un feudo perpetuo della famiglia, ma coll’espresso divieto che fosse mai ceduto per nessun titolo ai banditi Colonna[800]. Pietro allora vi si edificò un castello magnifico con una torre gigantesca, che oggidì ancora, tutta coperta di edera e mezzo ruinosa, si specchia nella palude di Ninfa. Il nipote di Bonifacio era insaziabile di allargare i suoi possedimenti, e sul principio dell’anno 1301 comperò da Riccardo Anibaldi la torre «delle Milizie» in Roma e il castello di san Felice posto sul capo Circeo, avvegnaddio tanto quivi che ad Astura egli mirasse ad estendere la sua signoria lungo il mare fino a Terracina, e a diventar così principe della Maritima latina. L’antichissimo castello, appellato nel medio evo _Rocca Circegii_ e _Castrum sancti Felicis_ (come è chiamato anche oggidì), era di proprietà controversa ovvero divisa fra la Chiesa, la città di Terracina, i Frangipani ed altri signori. Innocenzo III aveva incamerato la rocca e ne aveva fatto un bene della Chiesa: più tardi essa era venuta in mano dei Templarî che possedevano il monastero del loro ordine a santa Maria sull’Aventino, ed eglino l’avevano ceduta mediante una permuta al cardinale Giordano Conti: finalmente della rocca Circea erano diventati padroni gli Anibaldi. E da loro il conte Pietro la comperò ai 23 Novembre 1301 per ventimila fiorini d’oro[801]. Giusto poi in questo medesimo tempo egli acquistò dai Frangipani mezza Astura per trentamila fiorini d’oro; però poco tempo dopo, nell’anno 1304, dovette spogliarsi di questa proprietà. Signore di una sì grande ampiezza di territorio nella Maritima, cercò adesso il potente Conte di far compre di castella anche dall’altra parte dei monti Volsci, nella Sabina e nella Campagna, ov’era Anagni culla di sua famiglia. Dal capitolo Lateranense, ai 15 Agosto 1299, ebbe Carpineto per il censo annuo di un solo fiorino d’oro; nello stesso anno dagli eredi di Rainaldo e di Beraldo fece acquisto della rocca di Trevi per ventimila fiorini d’oro; e da Adinolfo di Supino erede dell’antica casa di Galvano e di Corrado, ai 15 Dicembre 1299, comperò il castello di Sculcola, incerto il prezzo[802]. L’avventurato nipote per conseguenza, spendendo una somma che oggi forse giungerebbe ai dieci milioni di talleri, aveva in soli cinque anni fondato la sua immensa signoria nel Lazio: e durante la lotta coi Colonna e dopo la loro caduta (nella quale era stato travolto anche un ramo degli Anibaldi) il Papa aveva fatto che egli acquistasse quel dominio nell’intento di impedire, mercè la potenza di sua propria casa, i piani di vendetta della famiglia nemica. Con una Bolla dei 10 Febbraio 1303 confermò il bellissimo patrimonio baronale «a favore del diletto figliuolo Pietro Gaetani, nipote suo, conte di Caserta e _dominus_ «delle Milizie della Città». Con quella scrittura abrogò i già detti divieti di Martino e di Nicolò IV; compiacendosene vi numerò le terre che il nipote aveva fatto sue per via di donazioni e di permute, dichiarò che sarebbero sempre proprietà dei suoi successori, e gli concesse privilegio di acquistare ancora degli altri beni[803]. La baronia sorta così di repente abbracciava dunque tutto il Lazio inferiore, e si stendeva da capo Circeo fino a Ninfa, da Ceperano giù dai monti fino a Jenne ed a Subiaco. Non basta. Oltre al Liri e di là da Terracina la famiglia possedeva feudi nel territorio napoletano, perocchè ivi Pietro (come erede del padre suo) fosse conte di Caserta e di altre castella, e suo figlio Loffredo avesse la signoria dell’antichissima contea di Fondi. Infatti il Pontefice aveva sposato il giovine Loffredo con Margherita contessa palatina di Toscana, figlia del conte _Aldobrandinus Rubeus_ e vedova in prime nozze del celebre Guido di Montfort, indi in seconde di Orso Orsini. Più tardi però, nell’anno 1297, Bonifacio con astuto disegno aveva sciolto il matrimonio di Loffredo con quella femmina procace e irrequieta, e nel 1299 gli aveva dato in moglie Giovanna figlia di Riccardo di Aquila ed erede di Fundi: per tal guisa la contea era venuta in mano dei Gaetani[804]. Queste erano le condizioni e questa la potenza in cui trovavasi la famiglia Gaetani poco prima che avvenisse la catastrofe dell’anno 1303: ed or si comprenderà che acerbe ire covassero nel Lazio contro la casa nepotesca dei Gaetani. I baroni che ancor sedevano nelle loro castella, quegli altri che le avevano cedute a Pietro, i signori ghibellini di Sculcola, di Supino, di Morolo, di Collemezzo, di Trevi, di Ceccano, molti cavalieri di Ferentino, di Alatri, di Segni e di Veroli, abbracciarono di gran cuore il piano del Nogaret sperando che insieme col Papa andrebbero gambe all’aria anche i nipoti[805]. Fino nobiluomini e cittadini di Anagni, la cui città può darsi che temesse di cadere sotto il giogo baronale dei Gaetani, tradirono il Pontefice da cui avevano pur ricevuto molte beneficenze[806]. I figli di Matteo cavaliere, Nicolò e Adenolfo (l’uno era allora podestà, l’altro capitano di Anagni) furono i capi della congiura; e a loro si unì Giffredo Bussa maresciallo della corte pontificia[807]. Il tradimento s’insinuò fra i più prossimi del Papa: l’andava a chi più l’odiava o a chi lo temeva più; nessuna gratitudine gli si professava. Ed eziandio nel collegio cardinalizio aveva acri nemici, i quali, massime gli aderenti dei Colonna, desideravano la sua caduta; e Riccardo di Siena e Napoleone Orsini erano iniziati nella cospirazione. L’ultimo in ispecie ricoverò Sciarra suo cognato dentro di Marino, dove vuolsi che insieme con lui studiasse l’esecuzione del piano[808]. Rainaldo di Supino capitano di Ferentino, altri baroni della Campagna, il Nogaret e Sciarra raccolsero parecchie centinaia d’uomini a Sculcola. Il Papa trovavasi in Anagni, e il pericolo maggiore lo circondava là dov’ei credeva di essere più sicuro. Ai 15 Agosto, in publico concistoro, aveva prestato giuramento di purgazione, e già intendeva di pronunciare agli 8 di Settembre la scomunica e la deposizione di Filippo da quell’istesso duomo di Anagni donde Alessandro III un giorno aveva scagliato l’anatema contro del Barbarossa, e di dove Gregorio IX aveva scomunicato il secondo Federico[809]. Pertanto i congiurati s’affrettarono a turar la bocca a Bonifacio prima che ei vi promulgasse la Bolla. Nella notte dai 7 agli 8 Settembre sbucarono di Sculcola; sull’albeggiare entrarono in Anagni per una porta che loro si aperse, e spiegarono le bandiere di Francia gridando: «Papa Bonifacio muoia! Viva re Filippo!» E tosto Adenolfo colle milizie civiche si unì a loro, e il Nogaret proclamò al popolo d’essere venuto a citare il Pontefice perchè comparisse innanzi ad un Concilio. Il vecchio si svegliò di sussulto allo strepito d’armi e alle grida confuse che risonavano pel palazzo, le cui porte il prode conte Pietro con altri nipoti, con parenti e con vassalli teneva sbarrate. I nemici non giunsero al duomo (cui era attigua la residenza del Pontefice) se prima non ebbero preso d’assalto le case abbertescate di Pietro e di tre cardinali. I nipoti si difesero virilmente nel palazzo, e Bonifacio tentò con trattative di guadagnar tempo. Sciarra gli concesse un termine di nove ore perchè si adattasse a subire condizioni disonorevoli, fra le quali gli si imponeva anche di far soggezione al concilio e di provvedere alla immediata ristorazione di casa Colonna. Ma il Papa rifiutò, e allora si ripigliò l’assalto. Al palazzo s’appresero le fiamme, ardeva il duomo, si pugnava con accanimento e col furore della disperazione come intorno alle case di Priamo. Presto il vecchio Pontefice si vide abbandonato e solo; i suoi famigliari fuggirono o passarono dalla parte del nemico; i cardinali lo disertarono tutti ad eccezione di Nicolò Boccasini di Ostia e dello spagnuolo Pietro della Sabina. I suoi difensori furono sopraffatti; i suoi nipoti abbassarono le armi, e furono condotti prigionieri nella casa di Adenolfo. Soltanto al cardinale Francesco Gaetani ed al conte di Fundi riuscì di fuggire[810]. Allorquando il Nogaret e Sciarra, l’uno strumento dell’odio del suo Re, l’altro vendicatore della sua famiglia oltraggiata, passando sui cadaveri degli uccisi, fra i quali fu un vescovo, entrarono ferocemente nella stanza del Papa colle spade ignude, videro il vecchio vestito de’ suoi abiti pontificali, colla tiara in capo, sedente sol trono, e chino sopra una croce d’oro che colle chiavi teneva nelle sue mani tremanti. Voleva morire da papa[811]. La sua canizie e il suo silenzio maestoso disarmarono quegli uomini per un istante[812]; ma indi con voce tremenda chiesero ch’ei si condannasse all’avvilimento; gli dichiararono che lo avrebbero condotto in catene a Lione, dove sarebbe deposto; ed alla sua resistenza ed ai suoi discorsi risposero con vituperî, ch’ei sopportò con calma dignitosa. Il feroce Sciarra lo prese pel braccio, lo trascinò giù dall’altare e gli avrebbe conficcato la spada nel petto se a forza non ne fosse stato trattenuto[813]. Non si può descrivere quella scena di ferocia, di concitamento, di angoscia, di disperazione; però alla fine la moderazione la vinse sulla passione. Tenuto in istretta prigionia e custodito da Rainaldo di Supino, Bonifacio fu chiuso nel palazzo, intanto che armigeri e cittadini si misero a saccheggiare i suoi tesori creduti immensi, il bene della Chiesa e le case dei nipoti. La prospera riuscita di quell’aggressione (e’ pare un enigma) dimostra l’impotenza cui era ridotto il Pontefice nella istessa sua terra: la sua propria città lo lasciò in balia di una masnada che fuor del Nogaret e di un servo francese era composta tutta di Italiani. «Indegnissima Anagni!», sclamò un anno dopo l’imbelle successore di Bonifacio, «indegna! che lasciasti compiere un tanto misfatto! Su te non cada pioggia nè rugiada; cadano su altri monti, ma te non bagnino, poichè sotto gli occhi tuoi, e quantunque tu impedirlo potessi, cadde l’eroe e fu vinto il forte»[814]. Tre lunghi dì stette Bonifacio aspettando la sua sorte: e durante questo tempo per dolore o per sospetto rifiutò ogni specie di cibo, e impavido non curvò sotto le spade dei suoi nemici. Questi parevano non sapere che cosa dovessero fare, poichè il loro prigioniero, sprezzando eroicamente la morte, si rifiutava di cedere alle loro instanze. Alla novella dell’avvenimento gli amici dei Gaetani corsero all’armi nella Campagna, ed anche la città di Roma si mosse. Addì 10 di Settembre, che fu un lunedì, comparve in Anagni il cardinale Luca Fieschi, percorse le strade ed esortò il popolo già pentito a vendicare il delitto commesso contro il Papa. Gli risposero gridando: «Muoiano i traditori!»; e quell’istessa moltitudine che sì vergognosamente aveva abbandonato Bonifacio, die’ furiosamente l’assalto al palazzo dov’egli era prigioniero. I carcerati furono in breve ora liberati; Sciarra e il Nogaret fuggirono a Ferentino. Il Papa, cui si aveva dato assistenza troppo tarda, parlò dalla scalinata del palazzo al popolo supplicante venia; e in un momento di commozione magnanima ei perdonò a tutti coloro che lo avevano così audacemente maltrattato. Di lì a otto giorni lasciò la sua patria ingrata, scortato da armati, per condursi a Roma; e narrasi che per via i Colonna tentassero di aggredirlo, ma che fossero respinti[815]. Roma mandò aiuto; però se sia vero che quattrocento soli cavalieri venissero incontro a Bonifacio, questo può dimostrare quanto tiepida fosse la Città in suo favore: capitanavano quella schiera il cardinale Matteo e Jacopo Orsini, e forse meno venivano per assistere il Papa, quanto per impadronirsi di lui: ed infatti gli Orsini tenevano adesso in Roma il potere ed occupavano anche il Senato[816]. Allorchè Bonifacio dopo un viaggio di tre giorni giunse a Roma, il popolo lo accolse con segni di reverenza; lo condusse processionalmente al san Pietro, e il vecchio accasciato da tante sofferenze si gettò esausto di forze sul suo letto in Vaticano. La sua collera, il suo concitamento avevano qualche cosa da somigliare al delirio: vendicarsi era il suo pensiero fisso; voleva bandire un grande Concilio ed annientare re Filippo sì come Innocenzo IV un dì per via di un Concilio aveva demolito il trono di Federico II. Però, dacchè aveva sofferto tanto avvilimento, ei non era dappiù che un’ombra cui nessuno più temeva. Con crescente sospetto guardava quelli che lo circondavano; e se fu costretto a perdonare al cardinale Napoleone, che si additava come uno dei congiurati, basta questo a dimostrare che egli aveva perduto tutta la sua libertà. Gli Orsini or fatti tracotanti lo vigilavano con occhi d’Argo, cominciarono a dettargli la legge, tenevano il castel Sant’Angelo in loro mani, e il borgo vaticano riempievano di armigeri. O avranno temuto che l’esaltamento del Papa scoppiasse in eccessi, od erano così sconoscenti da far loro pro della sua disgrazia. Egli invocò Carlo di Napoli in aiuto, ed essi intercettarono le sue lettere. Ei chiese di recarsi in Laterano, nel cui quartiere erano potenti gli Anibaldi odiatori degli Orsini e poco amanti dei Colonna; ed essi si opposero a che uscisse del Vaticano. In breve, ei s’accorse d’essere prigioniero degli Orsini[817]. Oltre ogni misura orrendi furono i giorni che il povero vecchio visse in Vaticano. Fiero dolore dei maltrattamenti sofferti, coscienza della sua debolezza, diffidenza, paura, rabbia di vendetta, solitudine sconfortata di amici straziarono il suo animo appassionato. E in quelle ore tristissime non è difficile che al suo spirito conturbato comparisse, visione minacciosa! lo spettro di torre Fumone[818]. Cosa naturale fu che un uomo superbo, com’egli era, nella terribile reazione contro il suo stato, uscisse fuor di sè e desse in ismanie frenetiche. Si narra che si chiudesse nella sua camera rifiutando il nutrimento, e che dando in furie percotesse col capo nelle pareti: un dì lo trovarono steso morto sul suo letto[819]. I nemici di Bonifacio si compiacquero di descrivere coi più neri colori la sua fine, nondimeno avversarî più moderati ravvisarono nella sua tremenda ma giusta caduta la sentenza che Dio pronuncia sull’ambizione d’impero e sulla tracotanza dei potenti[820]. Un Istoriografo pontificio, che trovavasi a Roma quando Bonifacio morì, dice: «Trentacinque giorni dopo la sua prigionia passò da questa vita: era fuor di senno, e credeva che tutti quelli che gli venivano innanzi andassero per condurlo in carcere». Queste brevi e semplici parole sono più rette e più vere delle descrizioni drammatiche di altri narratori[821]. Un velo ricopre le ultime ore di Bonifacio VIII: morì a ottantasei anni, nel giorno 11 Ottobre dell’anno 1303, e fu sepolto in una cappella sotterranea del Vaticano che egli stesso si aveva edificato. Rare volte un Papa ebbe avuto come Bonifacio VIII tanti nemici e amici così pochi; rare volte fuvvene un altro intorno cui contemporanei e posteri abbiano disputato con altrettanta veemenza. Quantunque la passione partigiana abbia intinto del suo colore il giudizio che se ne pronunciò, tuttavolta nel complesso quest’è pur vero che Bonifacio VIII fu uomo fornito di grandissime qualità proprie di un despota. Virtù sacerdotale non ebbe; ebbe indole accalorata, irosa, violenta, senza fede nè coscienza; fu uomo inesorabile, avido di pompe e di ricchezze, pieno di ambizione, cupido di dominazione terrena. Contemporanei lo appellarono «peccatore magnanimo», nè più perfettamente lo si può dipingere[822]. Lo spirito che informava la sua età precipitò lui come già aveva precipitato Federico II. Intese ad uno scopo che era ormai divenuto utopia, e fu questa l’ultima volta che un Pontefice abbia concepito l’idea di una gerarchia dominatrice del mondo audacemente sì come ne avevano avuto pensiero Gregorio VII e Innocenzo III. Ma di questi Papi Bonifacio VIII non fu che una sgraziata reminiscenza; fu uomo che non compiè cosa alcuna di grande; e i suoi intendimenti alti e presuntuosi in vece di ammirazione non destano che un ironico sorriso. Alla cima del Pontificato ei non potè sostenersi. L’avvenimento di Anagni, per quanto angusta e piccola cosa sia stato in paragone alle battaglie anteriori della Chiesa contro l’Impero, fu tuttavia nella storia dei Papi un tale campo di battaglia quale Benevento e Tagliacozzo furono nella storia dell’Impero, dove con mezzi esigui ed in minori proporzioni s’ottenne il risultamento di cause elaborate con lunghissima preparazione. La tomba di Bonifacio VIII è il monumento sepolcrale del Papato medioevale che le potenze di quell’età seppellirono con lui. E oggidì ancora puossi vederla nelle grotte del Vaticano, dove la figura marmorea di questo Pontefice giace distesa sul suo sarcofago, con in capo la tiara cinta di duplice serto, con volto severo, di fattezze belle e di forme regie. § 4. Benedetto XI, papa. — Sue tristissime condizioni. — Abroga i decreti del suo predecessore. — Gentile Orsini e Luca Savelli, senatori. — I Colonna sono ristorati in signoria. — Benedetto XI istituisce un’inquisizione contro i colpevoli di Anagni, e muore nel 1304. — Si contende a lungo per l’elezione. — Vendetta e guerra dei Gaetani nella Campagna. — Clemente V, papa. — La santa Sede è tenuta in Francia. Presso alla bara di Bonifacio VIII si raccolsero i cardinali sgomentati: per quanto anche in vita lo avessero odiato, nondimeno erano gravemente impensieriti della ruina della podestà pontificia di cui quel morto era l’indice. La città di Roma era in armi; gli amici dei Colonna squadravano nuovamente in faccia gli Orsini con aria di provocazione; d’un sol tratto si mutavano le sorti dei partiti. Per la porta Maggiore entrarono Napoletani, avvegnaddio Carlo, appellatovi dagli ultimi avvenimenti, vi capitasse coi suoi due figli Roberto e Filippo e con soldatesche, precisamente il giorno in cui Bonifacio morì: fino Federico di Sicilia, udendo delle necessità del Papa, aveva mandato navi ad Ostia. Il Re di Napoli voleva sopravvegliare ossia dominare la novella elezione[823]. E infatti nel termine voluto dalla legge i Cardinali si unirono nel san Pietro, e là senza disputare, addì 22 Ottobre, elessero a papa un uomo moderato, il cardinale vescovo di Ostia. Salì egli alla cattedra santa nel giorno 1 di Novembre con nome di Benedetto XI. Il suo breve reggimento risveglia massima attrattiva, poichè esso è l’anello che congiunge l’età trascorsa col periodo avignonese. Vicino a Bonifacio VIII questo Pontefice parrebbe l’uomo della pace e della conciliazione, a somiglianza di ciò che fu Gregorio X accanto a Clemente IV, se il suo spirito dolce e melanconico avesse espresso la calma dell’uomo forte e non fosse stato l’effetto di pavida debolezza. Nicolò Boccasini, trivigiano di povera origine, da giovine era stato precettore nella casa di un nobiluomo veneziano; indi, fattosi domenicano, per scienza e per virtù era salito a grande stato nella Chiesa. Bonifacio VIII lo aveva nominato cardinale e vescovo di Ostia; e, fedele nell’adempimento del suo dovere, lo vedemmo nel palazzo di Anagni starsi a fianco del suo benefattore quando altri cardinali lo avevano abbandonato[824]. Che cosa doveva fare il Pontefice in condizioni così disperate? Doveva raccogliere fuor dalla mano gelata del suo predecessore le armi, e nuovamente combattere contro i suoi nemici vittoriosi? I popoli (lo avevano dimostrato Sicilia e Francia) sprezzavano ormai la spada spirituale; i fulmini del Laterano non incenerivano più[825]. L’aggressione di Anagni e la lieve commozione che essa aveva destata in Italia, ponevano in aperto una gravissima verità, ed era che tutte le fondamenta di guelfismo della podestà pontificia s’erano scrollate, e che essa aveva perduto il suo appoggio nel popolo italico. Il Papato che aveva potuto distruggere la signoria degl’Imperatori, s’aveva adesso inimicato Italia, e la sua base posava nell’arena. In verità dev’essere stata orrenda la desolata solitudine di Benedetto XI in quei giorni di disinganno! Di fronte al Re di Francia ei si vedeva privo di alleati ed inerme, chè l’Impero tedesco non possedeva più la forza e meno ancora la volontà di restaurare colle armi il Papato affralito. Per la prima volta un’intiera nazione in tutti i suoi ordini di persone s’era sollevata contro le esigenze di un Papa; e questa resistenza era invincibile. Benedetto XI, privo di potenza, monaco timido e senza grandi vedute, non potè altro fare che battere prontamente in ritirata; ed egli fu, e non già Bonifacio VIII, che confessò il Papato esser vinto dall’autorità civile: laonde, come una rocca presa d’assalto, capitolò. Che tempo fu quello! E come è bello ed attraente studio farvi colla mente un’escursione, ed ammirare ogni grandezza vera che in esso si contiene! Benedetto XI fu per verità costretto a operar qualche cosa onde punire il vitupero che la Chiesa aveva sofferto, ma fecelo senza efficacia e a reluttanza. Ai 6 di Novembre istituì un’inquisizione contro i ladri che avevano derubato il tesoro della Chiesa ad Anagni, e chiese che restituissero la preda: non si sa per altro che effetto ne ricavasse[826]. I Colonnesi, che in parte erano anche venuti trionfalmente nella Città, domandarono che si riparasse al torto loro fatto da Bonifacio VIII; il Papa cedette, e ai 23 Dicembre li sciolse, ad eccezione di Sciarra, dalla scomunica, li ristorò nei loro diritti e nei loro beni famigliari, concesse che tornassero dall’esilio, e ridiede loro Palestrina, ma sotto condizione che non riedificassero la città senza licenza del Papa. I cardinali Jacopo e Pietro, reduci dai loro nascondigli di Perugia e di Padova, instarono per la restituzione della loro dignità cardinalizia, e poichè il Papa rifiutò, invocarono di nuovo la protezione del Re di Francia[827]. Filippo per parte sua voleva che si abrogassero i decreti di Bonifacio VIII; nè ebbe grande fatica per ottenerlo, chè Benedetto si vide obligato a prevenirne il desiderio. Il Re, che pur negava di avere preso parte al delitto di Anagni, impose condizioni come vincitore al vinto. Invece che il Papa proseguisse il processo contro di lui, era egli che minacciava di continuarlo contro il morto Bonifacio; la voce della Francia chiedeva che si radunasse un Concilio e che si condannassero tutte le azioni di quel Pontefice: e Benedetto piegò il collo ad una manifesta disfatta, poichè, senza pure attendere la solenne ambasciata di Filippo, ritrattò la scomunica e tutte le sentenze che Bonifacio VIII aveva pronunciato contro la famiglia regia e contro tutta Francia. Le Bolle dei 13 Maggio 1304, onde cassò gli atti del suo predecessore per riconciliare quel paese colla Chiesa, furono sentenza di morte del Papato politico; mostrarono che esso si ritraeva dal suo posto di dominatore del mondo; segnarono il solstizio della sua storia medioevale[828]. Ed or pareva che una strana fatalità vendicasse Celestino V di Bonifacio VIII: poichè anche questi come l’altro era morto in carcere, e i suoi successori abolivano i suoi decreti, com’egli un dì aveva cancellato gli atti di Celestino. E Benedetto XI abrogò perfino le costituzioni che il suo predecessore aveva promulgato a protezione delle libertà cittadine; e in ciò ei si mostrò uomo tanto gretto, quanto Bonifacio era stato magnanimo e liberale[829]. I recentissimi avvenimenti avevano messo in gran combustione la Città; e Benedetto XI premuto dalle fazioni, stordito dalle grida dei Gaetani e dei Colonna, dominato dagli Orsini, non ebbe un momento solo di pace o di libertà. Appena che i Colonna furono restituiti nei loro diritti civili, pretesero ristoro dei sofferti danni e ne fecero richiesta al Campidoglio, dov’erano senatori Gentile Orsini e Luca Savelli[830]. Benedetto non temuto da chicchessia, temente di tutti, bramava trasportare la santa Sede in qualche luogo d’Italia dove potesse godere sicurezza; partì di Roma dopo le feste di Pasqua, e andò a Montefiascone, ad Orvieto, a Perugia. Soltanto allora che fu in questa città, capitale dell’Umbria guelfa, ei s’incorò a istituire un’inquisizione contro tutti coloro che con opera diretta o indiretta avevano preso parte all’aggressione di Anagni. Scomunicò il Nogaret, Rainaldo di Supino, Sciarra Colonna ed una moltitudine di altri, e li citò a comparire innanzi al suo tribunale[831]. Questo bastò a sollevare una tempesta fra i colpevoli, i quali credevano che il loro delitto fosse stato sepolto con Bonifacio VIII. Anche Filippo il Bello, cui la voce del mondo e l’aborrimento di Benedetto sveltamente o in silenzio denotavano come autore della caduta di quel Papa, fu tacitamente compreso nella Bolla. Ai 7 di Giugno Benedetto publicava quel decreto, ma sui primi di Luglio era anche morto. Narrasi che lo si avvelenasse in un piatto di fichi, però tale racconto certamente non è altro che una invenzione[832]. Combattuto dal dovere di salvare coll’arrendevolezza la Chiesa e quello di proteggerne in pari tempo l’onore, schiacciato sotto il peso della sua impotenza, Benedetto XI morì a Perugia. Fu l’ultimo papa italiano prima che ne succedesse una serie di Francesi: dietro al suo sepolcro sorge Avignone. I Cardinali si radunarono per l’elezione nel palazzo arcivescovile di Perugia. Nè mai fuvvene una di più difficile, chè vi si stette contendendo un buon anno. In due partiti si divideva il collegio; l’uno era quello dei patriotti italiani condotti da Matteo Orsini e da Francesco Gaetani nipote di Bonifacio VIII; l’altro francese guidato da Napoleone Orsini e da Nicolò di Prato. Napoleone segnatamente era allora uno degli uomini potentissimi della Chiesa e immensamente ricco: figlio di Rinaldo, nipote del celebre senatore _Matheus Rubeus_, cardinale fino dall’anno 1288, da grandissimo tempo aveva dato apertamente a conoscere le sue tendenze ghibelline, e si osava perfino bisbigliargli dietro le spalle che, d’accordo col francese cardinale Le Moine, avesse fatto mescere veleno allo sventurato Benedetto[833]. Nel fondo di quel conclave si levava re Filippo, desideroso di porre sulla cattedra di san Pietro un Pontefice che al voler suo assoggettasse il Papato: e intanto che a Perugia i cardinali questionavano fra sè, Roma e il Lazio erano pieni di guerre partigiane. I potenti nipoti di Bonifacio VIII con vassalli e con mercenarî catalani scorazzavano per la Campagna, movendo guerra contro i baroni che avevano contribuito alla caduta del loro zio[834]. In pari tempo i Colonna combattevano contro di loro e degli Orsini, perciocchè questa famiglia si fosse messa in possesso di parecchi dei loro beni: ripetutamente si presentarono querelandosi davanti il Senato; e questo decretò che ai Colonna dovessero restituirsi le proprietà, poichè la loro persecuzione era stata opera della gelosia, dell’odio e della malvagità di Bonifacio VIII: e il Senato annullò tutte le investiture che quel Papa aveva fatto di beni dei Colonnesi, e condannò Pietro Gaetani e i suoi figli a pagare centomila fiorini d’oro come ristoro di danni[835]. Ma i Gaetani si difesero da valorosi. Anche dopo la morte dello zio quella famiglia nepotesca durò potente come per lo innanzi: nella Città possedeva la torre «delle Milizie», e fuor della porta Appia il forte sepolcro di Cecilia Metella; i suoi vassalli vigilavano armati in diciannove castella nella Campagna e in molte rocche vicino Viterbo e nel _Patrimonium_; in Toscana aveva grandi feudi, e nel reame di Napoli le contee di Caserta e di Fundi con trentadue castella. Pertanto la guerra fra i Gaetani e i Colonna divampò ancora per lunghi anni, fino a che il re Roberto di Napoli compose fra loro la pace[836]. Frattanto a Perugia erano venuti a un compromesso per l’elezione pontificia: si stabilì che i Cardinali d’intendimenti italiani proponessero a candidati tre uomini d’oltralpe; la fazione francese nel termine di quaranta giorni avrebbe scelto uno di quelli per papa. Sulla lista elettiva furono scritti i nomi di tre Francesi, aperti aderenti di Bonifacio VIII e avversarî di Filippo: e allora il partito francese segretamente annunciò al Re che esso avrebbe eletto Bertrando de Got guascone, arcivescovo di Bordeaux, lasciando a lui, Filippo, di prendere le sue misure. Il Re non perdette tempo, fe’ venire a sè Bertrando, gli rese note le sue condizioni; e l’ambizioso prelato (Bonifacio VIII lo aveva fatto arcivescovo) v’acconsentì, e così preventivamente diventò schiavo di un despota, di cui pur fino a testè era stato avversario. Subito che s’ebbero così inteso, i cardinali lo gridarono pontefice a Perugia, addì 5 di Giugno[837]. Invece di andare egli subito a Roma, il nuovo eletto eccitò i cardinali a venire in Francia. Maravigliarono tutti ciò udendo, e Matteo Orsini, che aveva intelletto acuto ed era accortissimo uomo, con doloroso presagio vaticinò che la santa Sede or sarebbe rimasta per lungo tempo in Francia. Là, a Lione, nella chiesa di san Giusto, Bertrando de Got fu coronato papa con nome di Clemente V: e questo avvenne nel giorno 14 Novembre 1305, essendo presenti il Re di Francia, Carlo di Valois, Giovanni duca di Bretagna e molti ottimati francesi. La processione andò funestata da un avvenimento malaugurato e strano. Cavalcava il Papa per la via allorchè gli ruinò addosso una muraglia; cadde egli di sella, la sua corona ruzzolò nella polvere, e si perdette uno splendidissimo carbonchio, che ne era il più bell’ornamento. Dodici baroni della comitiva restarono uccisi, il Valois fu gravemente ferito e il duca di Bretagna morì delle ammaccature ricevute. Il popolo andò predicendo sventure e malvagità di tempi. Così s’erano avverati i più audaci sogni del monarca francese: un Papa, cui egli aveva dato la tiara, un francese, servo del suo volere regio, or trovavasi in Francia successore dell’oltraggiato Bonifacio VIII: non erano passati che due anni dalla morte di questo! Ed il Re se lo tenne strettamente avvinto; Clemente V non abbandonò più Francia; pose la sua residenza ora a Lione, ora a Bordeaux, e indi andossene ad Avignone, dove i Papi fecero lunga dimora, intanto che la città di Roma, priva d’imperatore e di pontefice, fra i ruderi della sua duplice grandezza piombava in miseria ognora più profonda. CAPITOLO SETTIMO. § 1. Stato della scienza nel secolo decimoterzo. — Papi e cardinali eruditi. — Roma manca di cultura. — Romani vanno a studio a Parigi ed a Bologna. — Roma non ha università. — Scuola del palazzo pontificio. — Innocenzo IV ordina che si fondi una scuola di leggi. — Le collezioni delle Decretali. — Nel secolo decimoterzo predomina lo studio del diritto. — Statuti comunali. — Carlo d’Angiò ordina che in Roma si fondi un’università. — Urbano IV. — San Tommaso d’Aquino. — San Bonaventura. — Romani da professori a Parigi. — Bonifacio VIII fondatore vero dell’università di Roma. Nel secolo decimoterzo la scienza trionfò della barbarie, e prese ormai forme poderose. Rade volte più che in quel tempo la gente umana ebbe sostenuto lotte così ferventi per conseguire beni eletti ed effettivi; rade volte l’ingegno umano ebbe come allora ad affaticarsi in un lavorio intellettuale parimenti serio ed efficace. Italia prendeva un indirizzo nuovo e risorgeva. In mezzo allo strepito delle armi ed alle grida delle fazioni, fra mutamenti politici quasi giornalieri, ad onta di scomuniche pontificie, giureconsulti, filosofi, poeti, artisti raccoglievano numerosi discepoli intorno a sè. E risultato dello studio e della cultura di quel secolo furono opere durevoli composte già durante esso o sul principio del secolo susseguente. Indici ne sono il Codice di Federico II, gli Statuti delle città, le collezioni delle Decretali dei Papi, le opere dei grandi giurisperiti Accursio, Ottofredo e Guglielmo Durante, la _Summa_ dello scolastico Tommaso d’Aquino, la _Cronica_ di Giovanni Villani, le opere di Cimabue e di Giotto, e soprattutto il grande poema di Dante che abbraccia tutto lo scibile, vero e gigantesco monumento del progresso dello spirito umano nel secolo decimoterzo. Un raggio di sì gran luce si riflette anche su Roma, quantunque questa città capitale del mondo, per ragioni che sono note, nulla affatto abbia creato. Dei dieciotto Papi che tennero la cattedra pontificia dall’anno 1198 al 1303, i più furono uomini eruditi; e non meno di essi furonlo i cardinali. I tempi erano progrediti coi bisogni politici; volevasi che sul trono pontificio sedessero non già dei santi, ma uomini di scienza, massime eruditi di legge, avvegnadio si credesse che la cognizione di questa fosse il primo requisito di un governante così sulla sedia di san Pietro che nei palazzi comunali. Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Urbano IV, Giovanni XXI, Nicolò IV e Bonifacio VIII colla loro scienza si sarebbero levati assai alto in qualunque luogo; perciò è cosa naturale che eglino esercitassero qualche influenza sulla cultura intellettuale della loro età. Innocenzo III incominciò la sua vita coltivando con indefessa opera le lettere, e ancor possediamo la sua piccola e notevole scrittura intitolata «Del disprezzo del mondo»; libro di mesti concetti che rivela non una mente filosofica ma un animo religioso, il quale vi paga il tributo all’indirizzo monastico del suo tempo, senza che per questo sia impedito più tardi all’autore di darsi al suo ambizioso talento di dominatore[838]. Roma per certo non fu la scaturigine cui Papi e cardinali attingessero la loro cultura: adesso come in antico la capitale della Cristianità per moto intellettuale stette addietro di minute città, e il popolo fu condannato a vivere fra le sue rovine in vergognosa ignoranza. Nemmanco nel secolo decimoterzo sorse là alcuna scuola erudita. I gentiluomini romani, i Conti, gli Orsini, i Colonna, gli Anibaldi, gli Stefaneschi mandavano i loro figliuoli a Parigi, dove studiavano scolastica e conseguivano i gradi accademici di _Magister_. Di Parigi solevano passare poi a Bologna, giacchè l’università di questa Republica (sulle cui torri vedevasi come stemma pomposamente scritta la parola _Libertas_) era la prima scuola giuridica di Europa. Da tutti i paesi vi accorrevano studenti (spesso giungevano ai diecimila) per udirvi gli insegnamenti di un Azzo, di un Accursio, di un Ottofredo, di un Dino. Nientemeno che i Papi mandavano a quell’illustre ateneo le collezioni delle loro Decretali e Federico II le sue leggi, per darvi diffusione nel mondo e per imprimervi l’autorevole suggello della scienza. Dopo il 1222 incominciò a splendere anche Padova; Napoli sorse nel 1224. Ed eziandio in altre città si istituirono università, quali con vita durevole, quali per poco tempo, a seconda che le rivoluzioni politiche, la gelosia o l’invidia costringevano i celebri maestri ad emigrare: meraviglioso spettacolo di quel moto democratico che la scienza assunse in Italia! Roma sola non aveva università. Forse che repugnasse ai Papi di fondarla, perchè loro paresse pericoloso l’esaltamento degli spiriti che avrebbe recato l’affluenza di una numerosa gioventù nella loro Città? Comunque si sia, certo è che con ragioni locali non si riesce peranco a spiegare bastevolmente quel fatto: non è che mancasse l’impulso di dottrina scientifica, perocchè Romani andassero in gran numero a studio nei paesi di fuori: non è che l’impianto di una scuola fosse impedito dai miasmi febbrili della Città, avvegnaddio a Roma, patria del mondo, solessero soggiornare moltissimi forestieri in tutto il tempo dell’anno, anche ad onta della malaria. Nella prima metà del secolo decimoterzo non si fa parola di scuole romane, nè di biblioteche: si tace financo dell’antica Lateranense, e non si trova più menzione di alcun bibliotecario, nemmanco di nome[839]. Innocenzo III protesse Parigi e Bologna, e largì loro privilegî, ma nella sua città natale non istabilì alcuna scuola. Solamente che nel Concilio dell’anno 1215 promulgò in termini generali la legge che se ne fondassero nelle Chiese cattedrali; e Onorio III comandò che i Capitoli mandassero dei giovani alle università. Quest’ultimo Pontefice, uomo dotto, depose un vescovo per la sola ragione che non aveva letto Donato; però la rinnovazione ch’ei diede alla scuola palatina pontificia per l’insegnamento della teologia scolastica, non basta a meritargli il titolo di promotore delle scienze in Roma[840]. Costava assai ai Romani e di denaro e di tempo l’andare a studio nei paesi di fuori, massime quando si trattava di erudirsi in insegnamenti elementari. La necessità di una scuola propria delle due leggi era tanto più sentita, quanto più la Curia romana ed i tribunali civici avevano bisogno di gente dotta in diritto. Alla fine Innocenzo IV (probabilmente anch’egli era stato da professore a Bologna) fu costretto di istituire una publica scuola giuridica, però la mise in accordo con quella del palazzo pontificio. Le accordò privilegî come di università e per tal guisa risorse nuovamente in Roma un meschino simulacro delle grandi scuole giuridiche di Ulpiano e di Papiniano[841]. Al solo studio del diritto si restrinse la cura dei Pontefici. Da Innocenzo III in poi la Curia romana aveva in sè riunita ogni specie di giurisdizione ecclesiastica ed aveva avocato a Roma la cognizione di tutte le cause per poco importanti che fossero: così essa diventò il tribunale giuridico universale del mondo cristiano. I tribunali pontificî decidevano innumerevoli liti, ne ricavavano grandissime entrate, e la corte suprema, la _Rota_, ormai nel secolo duodecimo era divenuta di celebrità europea. E adesso, poichè facevasi urgente il bisogno di ordinare in una collezione le Costituzioni dei Papi, ne derivò il Codice del giure ecclesiastico, opera celebre e di mala fama della romana giurisprudenza nel medio evo. Oltre al «Decreto» di Graziano (che fu la prima grande collezione di diritto canonico la quale si componesse nel secolo duodecimo) erano già compilate al tempo di Innocenzo III tre così dette raccolte di Decretali. Quel Pontefice ve ne aggiunse una quarta; Onorio III una quinta, e più tardi Gregorio IX fece riunire i cinque libri in un Codice completo, per cura di Raimondo di Pennafort, domenicano spagnuolo che egli chiamò a Roma. Gregorio publicò il suo Codice nell’anno 1234, e Bonifacio VIII nel 1298 vi aggiunse un sesto libro, alla cui redazione si servì del bolognese Dino da Mugello[842]. Pertanto la formazione del Codice fondamentale della Chiesa appartiene al tempo in cui questa era giunta all’apogeo della sua potenza. Mercè di esso il Papato pose una base incrollabile di autorità alla sua potenza monarchica, similmente di ciò che l’antica Roma imperiale aveva fatto mediante il Codice giustinianeo. Ancora una volta il mondo obbedì alle leggi romane. Invenzioni e falsità, che soltanto la critica moderna ha saputo smascherare, in quelle Decretali si mescolarono con leggi savie, e gettarono le fondamenta della signoria pontificia dominatrice di tutto e di tutti. Il diritto canonico diè tanto da fare al mondo quanto il Codice di Giustiniano. Ebbe gran numero di commentatori, e il suo studio diventò l’occupazione indefessa del clero, poichè esso dava il modo più sicuro di giungere al cardinalato ed alla istessa sedia pontificia. Volevasi che i legati ed i governatori della Chiesa fossero illustri giureconsulti: e il provenzale Guglielmo Durante, educato in Italia, professore di leggi a Bologna ed a Modena, celebre nel mondo come compilatore dello _Speculum_, andò debitore a quella scienza che Bonifacio VIII lo nominasse a conte di Romagna. La sola scienza giuridica era la predominante di quel tempo; massime corrispondeva al genio sodo degli Italiani. Dall’età romana in giù essa era stata il loro possedimento ereditario, e duranti le continue rivoluzioni faceva di bisogno giornaliero in tutte le attenenze politiche, ecclesiastiche e personali. Mercè il diritto romano imperiale, i Re tedeschi nel secolo duodecimo avevano dimostrato la legittimità del loro potere cesareo, e una moltitudine di giureconsulti ne aveva riempiuto la corte. Mercè il diritto ecclesiastico e le false Decretali, i Pontefici avevano dimostrato la universalità della loro potenza, e la loro Curia s’era anch’essa riempiuta di giureconsulti. Le lotte fra Chiesa e Impero erano state conflitti di legge opposta a legge. I migliori campioni di Federico II (il quale per via di un Codice liberò Sicilia dalla dominazione pontificia) furono i suoi eruditi giudici e cancellieri; e al Papa sembrò di aver riportato una grande vittoria allorchè il giurista Roffredo di Benevento ebbe abbandonato i servigî dell’Imperatore. La monarchia nazionale combattè contro il Papato colle armi dei legisti; i giureconsulti di Filippo il Bello gli servirono di strumento alla caduta di Bonifacio VIII, e l’autorità teocratica della Chiesa romana fu alla fine spinta all’esizio dal diritto civile. Intanto che Papi e Re raccoglievano e riformavano leggi, anche le Republiche davano opera all’istesso intento con grande alacrità. Gli scrivani del Comune copiavano in pergamena gli Editti dei Podestà e dei Pretori e li riunivano in registri: i protocollisti annotavano il tenore di ogni tornata del Consiglio, come fanno oggidì gli stenografi, sopra quaderni di carta bambagina che conservavansi con grandissima cura; gli _Statutarii_ ossiano riformatori delle leggi urbane raccoglievano insieme le deliberazioni del Comune e, composte in forma di libro, le depositavano nell’archivio del palazzo comunale. Ogni Republica possedeva il suo archivio, e spesso lo teneva con più sollecitudine di quella che allora ne mettessero Imperatori e Re a tenere ordinati i loro. E oggidì ancora le venerande reliquie di archivî italiani riempiono di ammirazione, poichè sono monumento del pratico reggimento e del genio politico di quelle magnifiche cittadinanze, in un’età nella quale il resto d’Europa non aveva saputo inventare cosa alcuna di simile. Gli antichissimi Statuti comunali appartengono al secolo duodecimo: così è di quelli di Pistoja, di Genova, e di Pisa; ma la formazione completa delle Costituzioni urbane comincia nella prima metà del secolo decimoterzo e si prolunga fino al secolo decimoquinto. Appena v’era un castello che non possedesse i suoi Statuti bellamente scritti in pergamena. Milano, Ferrara, Modena, Verona, altre città di Lombardia li compilavano nei primi trent’anni del secolo decimoterzo; Venezia li riformava nell’anno 1242; Bologna li publicava nel 1250. La paziente erudizione degli studiosi dei nostri giorni raccoglie, publica, illustra quei monumenti di cittadinanze libere e operose: ma sventuratamente essa non vi può aggiungere gli Statuti antichissimi di Roma, poichè questi nelle catastrofi di tempi posteriori perirono. Nell’odierno archivio capitolino il più antico Statuto originale scritto in pergamena non è che dell’anno 1469[843]. Tuttavolta, intorno all’anno 1265 la Città non possedeva alcuna scuola publica e permanente di diritto; meno ancora un’università: e il decreto di Innocenzo IV non si prendeva cura che della scuola palatina, la quale andava dietro ai Papi ovunque ponessero questi la loro residenza. Se così non fosse stato, Carlo d’Angiò non avrebbe cercato l’addentellato nell’ordinanza di quel Papa. Infatti il tiranno di Sicilia (chi se lo aspetterebbe?) compare vestito di forme umane, come fondatore di un’università (_studium generale_) in Roma: in segno di grato animo della sua nomina a senatore, dichiarò addì 14 Ottobre 1265 con un editto di avere stabilito che Roma, signora del mondo, si decorasse di uno «studio generale» delle due leggi e delle arti liberali, e gli impartì tutti i privilegî di università[844]. Pertanto la fondazione dell’Angioino non prese le mosse dal decreto di Innocenzo IV, giacchè essa doveva essere uno _Studium Urbis_, ma trovò favore di amichevoli cure da Urbano IV, uomo che fu zelatore della scienza, e, massime, fu il primo Papa che possedesse intelletto della filosofia pagana. Egli aveva nominato a suo cappellano l’allora celebre filosofo e matematico Campano di Novara, ne protesse gli studî ed accettò l’intitolazione delle sue opere astronomiche. Godeva di circondarsi di uomini eruditi, e trovava piacere ad udirne i ragionamenti[845]. Chiamò Tommaso di Aquino a Roma, e lo esortò a commentare le opere di Aristotele, che già dopo del secolo duodecimo si erano venute traducendo dal greco e dall’arabo, ed al cui studio il gran Federico II aveva impresso un potente impulso. Tommaso, nato dell’antica famiglia dei Conti longobardi di Aquino, era domenicano: educato a Parigi, era stato discepolo di Alberto Magno a Colonia, e più tardi, abbandonata la cattedra che teneva a Parigi, nell’anno 1261 veniva a Roma[846]. Quivi nella scuola palatina il grande Scolastico insegnò filosofia e morale fino all’anno 1269, ora a Roma, or nelle città in cui i Pontefici tennero corte. Dipoi per due anni fu ancora a Parigi, ma nell’anno 1271 tornato a Roma, non vi stette a lungo, perocchè Carlo I lo chiamasse a Napoli. Quell’uomo di genio morì peraltro nell’anno 1274 nel convento di Fossanova, mentre viaggiava per recarsi al Concilio di Lione: e poco dopo in questa città passava di vita anche il grande mistico Bonaventura di Bagnorea, orgoglio dei Minoriti di cui era generale, e celebrato commentatore del maestro di sentenze. Anch’egli per lungo tempo aveva insegnato a Parigi; e, come Alberto Magno di Colonia e come Tommaso, può darsi che di tratto passeggiero anch’egli abbia dato lezioni in Roma. In breve tempo Tommaso s’accorse che la Scolastica non era fatta per i Romani. Roma non fu mai la patria della filosofia; alle speculazioni astratte erano inadatti uomini come loro, di concetti giuridici e di spirito pratico: e la Scolastica non pose radice in Roma, allo stesso modo che in Italia occupò le menti soltanto alla sfuggita. I grandi uomini di genio speculativo che Italia produsse migrarono a Parigi: così nel secolo duodecimo era stato di Pietro Lombardo, così nel decimoterzo fu di Tommaso e di Bonaventura. Fino gli ingegni romani non trovavano terreno fecondo alla loro attività nella nativa città, e preferivano di andare ad insegnare in università straniere. Perlochè troviamo parecchi Romani da maestri massime nella università parigina, come fu appunto di Anibaldo degli Anibaldi (1257-1260), di Romano Orsini (1271), più tardi di Egidio Colonna, e, al tempo di Bonifacio VIII, di Jacopo Stefaneschi[847]. Nessun Pontefice trattenne quegli uomini a Roma; nessun Senatore li chiamò ad una cattedra nella loro Città; perciocchè, ripetiamo, qui una publica università non esistesse. Lo «Studio» ordinato da Carlo I, se anche veramente sia stato posto in essere, non diede mai segno di vita; e a nessun Pontefice dopo di Urbano IV (e sì che fra loro vi furono Romani parecchi, e ragguardevoli uomini) passò mai per il capo di dare un’università alla città capitale del mondo. Così la andò fino a Bonifacio VIII; chè primo di tutti questo erudito Papa fu il fondatore della università romana, che oggi si appella «della Sapienza». Ordinò egli la fondazione di uno «Studio generale» che comprendesse tutte le facoltà; e dal tenore della sua Bolla si pare che egli creò questo istituto nuovo di pianta. Ai dottori ed agli scolari concesse giurisdizione loro propria sotto rettori da loro eletti, gli esentò da imposte, e accordò ad essi tutti i privilegî di università. La fondazione di questo ateneo, che ebbe subito vita e che il Comune mantenne colle entrate di Tivoli e di Rispampano, adorna la memoria di quel Papa con gloria imperitura. Promulgò la Bolla di fondazione da Anagni, ai 6 di Giugno 1303, pochi mesi prima della sua caduta: e fu la miglior lettera con cui si accommiatasse da Roma[848]. § 2. Vengono in fiore gli studî di storia. — Primi Storici che scrivessero in volgare. — Roma non ha storiografi, nè annalisti. — L’archivio capitolino manca di documenti del medio evo. — Storiografi dei Papi e della Chiesa. — Saba Malaspina. — Giovanni Colonna. — Egidio Colonna. — Suo trattato «Del reggimento dei Principi». — L’_Oculus Pastoralis_. — Poeti. — Poesie dei Francescani. — Fra Jacopone. — La lingua volgare romana, e giudizio che Dante ne dà. — Il cardinale Jacopo Stefaneschi poeta e protettore di dotti. Accanto alla scienza giuridica prendeva adesso in Italia rilevantissimo svolgimento anche lo studio della storia. Esso levossi in fiore nel regno di Sicilia sotto la splendida dinastia degli Svevi; e in pari tempo lo si coltivò nell’Italia settentrionale e in quella di mezzo. Cronisti vennero scrivendo gli annali delle loro libere città, o di proprio intendimento o per incarico officiale. E Firenze diede i due primi scrittori di lingua toscana che storici veramente si possano chiamare, Dino Compagni e Giovanni Villani. Fra tanta copia di Storiografi stupisce per fermo il vedere che Roma anche durante il secolo decimosecondo non ne producesse pur uno. Meravigliando osserviamo che le migliori notizie della storia civica di Roma, anche nelle sue epoche più eminenti, ci sia forza attingerle da Cronisti inglesi. Delle cose dei Romani erano meglio informati Rogero Hoveden e Matteo Paris (e prima di loro Guglielmo di Malmesbury) che Cronisti italiani; e più di questi ne sapeva il francese Guglielmo di Nangis. Gli Inglesi trovavansi allora in vivissime relazioni con Roma, e possedevano uno spirito calmo, osservatore, studioso dei rapporti molteplici del mondo, laddove per lo contrario la Storiografia italiana portava impressi i caratteri della divisione politica della nazione, e perciò si restringeva ai limiti angusti di cronica di città. Al senato romano non venne mai in mente di commettere ad uno scrittore la compilazione di annali, sì come Genova fece; nè alcun Romano concepì il disegno di dettare la storia della sua patria come Giovanni Villani imprese a Firenze, e come altri cittadini amanti del loro paese fecero fin nei minori Comuni d’Italia. V’hanno ad ogni modo alcune ragioni che ci spiegano la causa per cui difettassero scrittori di annali romani. Questo compito era più astruso che la compilazione delle Croniche di ogni altra città, perocchè i rapporti storici di Roma col mondo vi dessero dimensioni troppo ampie. Da altra parte la Republica del Campidoglio non possedeva la robusta individualità, nè la libertà di altre città. Uno scrittore di storia civile a Roma non avrebbe potuto dettarla con giudizio independente senza venire alle pugna col Papato temporale; e perciò vedremo che gli inizî degli annali della città di Roma appartengono soltanto all’età in cui i Pontefici dimorarono in Avignone. Nel secolo decimoterzo non v’ha alcuna _Cronica_ cittadina di Roma, nè alla sua mancanza può più supplirsi bastevolmente con documenti dell’archivio comunale, perciocchè difettino anche questi. Mentre città mediocri dell’Umbria e del Patrimonio, come sono Viterbo e Todi, Perugia ed Orvieto, fin Narni, fin Terni, ebbero conservato de’ grandi avanzi di carte de’ loro tempi republicani; mentre nei loro archivî (sventuratamente sono in parte abbandonati e senza cure) si conservano Regesti scritti in pergamena a bei caratteri, e vi si trovano i protocolli delle tornate dei Consigli (_libri deliberationum_), l’archivio capitolino invece non conserva più documenti di cotale specie, onde un tempo era stato più ricco degli archivî di tutte quelle città. Soltanto in scarsissima parte la storia della città di Roma trova illustrazione nelle «Vite dei Pontefici» di quel tempo. Gli scrivani pontificî non potevano fare a meno di trattare dei casi urbani, ma lo facevano alla leggiera, dal punto di vista ecclesiastico e in senso decisamente ostile alle libertà. L’antico Libro dei Papi, di compilazione officiale (cui nel secolo decimosecondo continuarono Pietro Pisano, Pandolfo e Bosone cardinale), era rimasto parecchie volte interrotto, e negli ultimi tempi pieno di lacune. Con Innocenzo III incomincia, ma anche questa con interruzioni, un’altra serie vuoi di continuazione degli Annali pontificî, vuoi di Biografie staccate che stanno da sè, e sono attinte alla cancelleria officiale, i cui atti dall’anno 1198 fino ai dì nostri si sono conservati quasi completamente con nome di «Regesti dei Papi». A quella serie danno incominciamento «le Geste di Innocenzo III» dettate da un prete contemporaneo; l’autore innominato tratta con molta ampiezza delle attenenze del mondo, massime dell’Oriente e della Sicilia, ma non s’occupa di Germania: senza chiarezza e senza connessione parla della storia urbana di Roma, e bruscamente pone fine ancor prima della morte del Papa. Ad un contemporaneo appartiene eziandio la scrittura officiale della Vita di Gregorio IX; riboccante di odio fanatico contro Federico II, è dettata con istile da curiale, colorato di frasi bibliche. Molto più degna di nota è la Biografia di Innocenzo IV, scritta da Nicolò de Curbio suo cappellano che più tardi fu vescovo di Assisi. Il libro si collega alla Vita di Gregorio IX e merita gran lode, sebbene manchi di esattezza e non sia altro che un’apologia: ma il bell’ordine, il buon latino e lo stile scorrevole lo rendono una delle più attraenti opere di quella specie. Nessuno dei Papi del secolo decimoterzo, che vennero dopo di quell’Innocenzo, ebbe di eguali Biografi. I brevi cenni delle loro vite si trovano riuniti nelle Collezioni del secolo decimoquarto, cui attesero Bernardo Guidone domenicano e Amalrico Augerio priore degli Agostiniani. La storiografia dei Pontefici diventò compito esclusivo dei frati mendicanti, chè segnatamente i Domenicani ne furono scrittori operosi. Il boemo Martino di Troppavia, appellato _Martinus Polonus_, compose la sua _Cronica_ degli Imperatori e dei Papi, manuale inzeppato di assurde fole che pur diventò celeberrimo, e falsò e dominò la storia del Papato[849]. Ebbe a imitatori (e furono migliori di lui) il domenicano Tolomeo di Lucca, il quale compilò un’utile Storia Ecclesiastica dalla natività di Cristo fino all’anno 1312, e Bernardo Guidone che scrisse una notevole Storia dei Pontefici e degli Imperatori. Queste opere però appartengono al secolo venturo, e soprattutto non fanno parte della cultura cittadina di Roma[850]. Ad ogni modo la Città si onora di uno Storico nativo di essa, che fu Saba Malaspina, decano di Malta e scrivano di Martino IV: la sua opera ha sì color guelfo ma è pregevole per imparzialità, ed ha sparso molta luce storica sulla caduta degli Hohenstaufen e sulla rivoluzione angioina. La lingua ne è oscura e pesante, ma lo stile è robusto ed il concetto ha spirito di verità. Il Malaspina si prende pensiero anche delle cose civiche; talvolta lo fa con amoroso sentimento di patria; e quantunque egli fosse investito di una carica officiale, tuttavia possedeva abbastanza cuore per esprimere ammirazione del genio di Manfredi e cordoglio della sorte di Corradino. Questo solo Storico fiorisce come una pianta rara nel deserto letterario di Roma, ed ei fa vivamente deplorare che anche altri Romani non ci abbiano tramandato la storia politica del loro tempo[851]. Contemporaneo suo fu Giovanni Colonna, che siedette arcivescovo di Messina nell’anno 1255, e morì negli ultimi anni del secolo. Egli scrisse una _Cronica_ universale col meraviglioso titolo di _Mare historiarum_, compilazione che fa conoscere come per certo il suo autore fosse di intelletto mediocre[852]. Il suo parente Egidio Colonna, nato nel 1247, splende per lo contrario come uomo di indubitabile eccellenza nelle lettere: partigiano de’ Papi, discepolo di Tommaso d’Aquino, precettore di Filippo il Bello, vescovo di Bourges, celebratissimo maestro di scolastica e di teologia a Parigi, fu seguace del despotismo romano, professò le dottrine di Tommaso d’Aquino sulla onnipotenza del Papa, difese fervidamente Bonifacio VIII contro il Re di Francia[853]. Egidio fu il primo letterato celebre di quella casa Colonna, che nel secolo decimosesto ebbe la gloria di dar nascimento alla poetessa Vittoria. Lo si chiamò principe dei teologi, compose un numero grande di opere filosofiche e teologiche, e per Filippo di Francia scrisse il libro: «Del reggimento dei Principi», una delle più antiche scritture del genere «Dello specchio dei Principi», ma dove indarno cerchi scintilla di mente politica. Il Re francese s’avrà compiaciuto del suo maestro, ma abbiamo i nostri gran dubbî che egli abbia mai letto quella pedantesca scrittura[854]. Ed a riscontro di essa si può porre l’_Oculus pastoralis_, specchio dei reggitori republicani, il quale con semplici forme insegnava ai Podestà delle città italiane il miglior modo che dovevano seguire nell’arte di governare[855]. Per conseguenza i monumenti letterarî dei Romani nel secolo decimoterzo non son tali da segnare un’epoca. E la loro pigra indole non si commosse neppure del fuoco poetico che allora cominciava a scaldare la nazione italica, formandone uno dei più bei fenomeni che registri la storia della civiltà. Nell’Italia settentrionale poeti verseggiavano in provenzale; e Alberto Malaspina, Percivallo Doria e il celebre Sordello empievano il mondo romanesco dei loro nomi. In Sicilia la lingua volgare diventava la lingua poetica della corte sveva. A Bologna e in Toscana sorgevano poeti che cantavano di amore mondano ispirandosi a idee metafisiche: e ivi otteneva grandissimo luogo Guido Guinicelli, e Dante giovinetto vi poetava la sua canzone: «Amor che nella mente mi ragiona». Nell’Umbria, terra di grazie e di sentimento, sorgeva Francesco, il santo del popolo, pieno di quella poesia che sgorga da un cuore acceso dell’amore celeste. Se anche non sia stato poeta (a lui, ma non con assoluta sicurezza, si attribuisce l’inno «Altissimo, omnipotente, buon Signore», in cui tutte le creature magnificano il fattore del mondo), egli seppe tuttavia svegliare fra’ suoi discepoli il fervore della poesia. Ne derivò la lirica dei Francescani, sublime e accalorata di sentimento, ingenua e grave di espressione, tale che oggidì ancora mette ad entusiasmo gli animi romantici. Conviene confessare che quei trovatori monastici recarono in onoranza il volgare, e diedero all’arte un indirizzo popolare: però esso nella poesia italiana non si mantenne; in breve tempo fu soffocato dai latinismi e dalle ricercatezze, cosa che fino ai dì nostri continuò ad essere il peccato della poesia italiana. I Francescani poetarono anche in latino. Tommaso di Celano scrisse il _Dies Irae_, inno di tremenda sublimità, e Jacopone da Todi compose il celebre _Stabat Mater_, quadro grandioso del giudizio universale e della passione, che più tardi fu tema di celebri pittori[856]. Fra Jacopone poeta e demagogo, ispirato alla follia santa della povertà spirituale, si ribellò a Bonifacio VIII e lo punse con satire, allo stesso modo che dopo di lui fece Dante. Jacopone fu il maggior poeta della scuola francescana, ebbe genio veramente poetico, e vena di passione creatrice[857]. A Roma in questo tempo non troviamo alcun poeta che scrivesse versi d’amore. L’antico manoscritto che si conserva in Vaticano, e contiene poesie volgari dei primi secoli, non registra alcun nome di Romani accanto a quello di don Arrigo infante di Castiglia e senatore di Roma. La lingua popolare, che in Italia si compose così felicemente come «volgare illustre», non ebbe a Roma cultori. Là il latino continuò ad essere la lingua della Chiesa, del diritto, dei negozî civili; nè alcuna iscrizione in volgare si nota fra i molti epitaffi sepolcrali di quel tempo, i quali per lo più conservano ancora di proposito deliberato la forma già antiquata di versi leonini. I Romani tenevano in poco conto la lingua volgare, e Dante alla sua volta sprezzevolmente dava al dialetto della loro città nome di «triste linguaggio dei Romani», zotico e deforme come i loro costumi; e lo paragonava all’eloquio delle Marche e di Spoleto. Ma senza dubbio esagerava: forse che il volgare romano sarà stato veramente più rozzo di quello dei Bolognesi, che Dante (e pare strano) tenne in sì alta estimazione?[858] Però noi possediamo dei carmi latini di un Romano del tempo di Bonifacio VIII, del cardinale Jacopo Stefaneschi. Compiacendosi ei narra di avere apparato scienze liberali a Parigi e leggi a Bologna, e di avere studiato da sè Lucano e Virgilio per torseli a modello. Questa confessione può dimostrare che a quel tempo gli studî classici non erano coltivati in iscuole fiorenti; per lo manco non udiamo parlare che a Roma ne esistessero, laddove in Toscana e a Bologna il Buoncompagni e Brunetto Latini se ne acquistavano bella fama di maestri. Jacopo Stefaneschi in tre poemi cantò della vita e dei miracoli di Celestino V e della coronazione di Bonifacio VIII; di più dettò una scrittura sul giubileo dell’anno 1300 ed un trattato sul Ceremoniale della Chiesa romana. Le opere di lui sono documenti preziosi per la storia della sua età, della quale ei fu testimone oculare; però la sua musa manca di scioltezza ed è schiava di una pedanteria erudita. La sua lingua, anche negli scritti di prosa, pare un ammasso di geroglifici, ed è un tale viluppo di barbarismi che mette meraviglia e dev’essere tenuta in conto di bizzarria contro natura. Il Cardinale scrisse in Avignone, dove morì nell’anno 1343. Fu amico verace delle scienze, e nel medio evo tornò ad essere il primo mecenate di Roma, massime degli artisti, fra i quali pregiò e incoraggiò il genio di Giotto. Quel benemerito Romano fiorì sulla fine del secolo decimoterzo e sul principio di quello decimoquarto, ed ebbe una cultura sì svariata, da potersi dire che omai egli tocca il periodo del Petrarca in cui sorgono gli studî d’umanità[859]. § 3. Edificazione di chiese. — Il san Pietro e il Vaticano. — Il san Paolo. — Il Laterano. — La cappella _Sancta Sanctorum_. — Si pone termine alla fabbrica del san Lorenzo fuor delle mura. — La santa Sabina. — Ospitali. — Santo Spirito. — Il san Tommaso _in Formis_. — L’Ospitale attiguo al Laterano. — Il sant’Antonio abate. — Stile gotico in Roma. — Santa Maria sopra Minerva. — Casamari. — Fossanova. — Tabernacoli gotici nelle chiese romane. — Famiglia dei Cosmati. — Tombe del secolo decimoterzo. — Caratteri di scrittura degli epitaffi romani. Anche fra i Pontefici di questa età furonvi patroni delle arti: di essi annoveriamo Innocenzo III, Onorio III, Onorio IV, primi fra tutti il terzo e il quarto Nicolò, ed eziandio Bonifacio VIII. Nessun Papa fu più liberale di Innocenzo. Nel lungo catalogo de’ suoi doni votivi appena trovi mancare una sola chiesa di Roma: ed egli sopra ogni altra cosa pose mano alla restaurazione di tutte le romane basiliche[860]. Nel san Pietro ornò la tribuna di musaici, chè gli antichi erano periti colla vecchia basilica, ed altresì imprese a riparare l’atrio che era stato devastato dal Barbarossa: il lavoro ne fu compiuto da Onorio III e da Gregorio IX. Presso al palazzo vaticano Innocenzo continuò le fabbriche incominciate dai suoi antecessori, rizzò un edificio ancor più grande, e lo circondò di mura e di torri a custodia del suo ingresso[861]. Le turbolenze di Roma facevano del Laterano il teatro perpetuo di feroci battaglie di cittadini, laonde era pur necessario che i Papi si costruissero presso il san Pietro un’abitazione ben munita: e dall’incominciamento del secolo decimoterzo venendo in giù vi edificarono una loro residenza nella quale tennero tratto tratto dimora. Tornato di Lione, Innocenzo IV fece nuovi lavori nel palazzo vaticano, e dopo il 1278 ve li continuò il magnifico Nicolò III Orsini, chiamandone ad architetti fra Sisto e fra Ristori, che fece venire di Firenze a Roma. Sgombrò l’accesso al Vaticano, e vi piantò i suoi giardini che cinse di muro e di torri. In tal maniera si ridestava anche il senso del bello di natura, e per la prima volta dopo parecchi secoli Roma vide nuovamente porre le basi di un parco. Nicolò III fu il primo fondatore della residenza vaticana nella sua figura storica[862]. La basilica di san Paolo fu ripetutamente restaurata e resa adorna. Nella prima metà del secolo decimoterzo se ne fabbricò il magnifico chiostro, edificio bellissimo di quanti Roma possieda di quella specie. Vi ha delle somiglianze il cortile che è nel Laterano, e che fu composto nella stessa età; entrambi furono opera dei Cosmati romani[863]. La chiesa madre lateranense fu, subito dopo la traslazione del Papato ad Avignone, divorata da un incendio; per conseguenza non contiene che pochi monumenti del secolo decimoterzo. Nicolò III la aveva restaurata, e in quell’attiguo palazzo aveva costruito la cappella _Sancta Sanctorum_, architettura di uno dei Cosmati. Il lettore di queste Istorie ben sa che essa era la cappella domestica dei Pontefici, e che ivi si celebravano le più solenni funzioni, massime nelle feste di Pasqua. Vi si custodivano le più venerate reliquie, il ritratto del Salvatore «non fatto da mani d’uomo», e le teste dei principi degli Apostoli. Il leggiadro edificio di Nicolò III, rivestito di marmi nelle sue pareti interne, ornato di colonne torte, con frontoni di stile gotico, con mosaici e con pitture, esiste ancora oggidì, unico avanzo dell’antico palazzo lateranense[864]. Ed anche questo, consueta residenza dei Pontefici, per vecchiezza e per grande quantità delle sue parti era ito in decadimento, e già Gregorio IX lo aveva nuovamente edificato da capo a fondo, e fortificato[865]: dopo di lui anche Nicolò III continuò a lavorarvi. Tuttavolta i Papi non si accontentavano delle case vaticane e lateranensi; Onorio IV si costruì una residenza presso alla santa Sabina, e Nicolò IV un’altra vicino alla santa Maria Maggiore. Fino nella Campagna, a Monte Fiascone, a Terni, a Viterbo, a Soriano i Papi edificarono ville e palazzi, e questo crescente amore di pompe valse loro da parecchie parti aspro biasimo, perciocchè vi si scorgessero troppe tendenze mondane o soverchio nepotismo[866]. Degna di nota è la fabbrica cui Onorio III attese nel san Lorenzo: ne compose il portico, e congiunse assieme le due vecchie basiliche. Osservammo come sorgessero conventi di frati mendicanti, ma anche questi edificî furono ampliamenti di altri già esistenti, se si eccettui forse il monastero di santa Sabina che Domenico eresse, e dove parimenti si trova un cortile di stile romano[867]. La più meritevole opera che i Papi imprendessero, furono gli istituti di beneficenza. Il maggiore di tutti questi fu l’ospizio degli infermi e dei trovatelli di Santo Spirito cui Innocenzo III fondò, sia che una visione avuta in sogno (così vien detto) gliene ispirasse l’idea, sia che ve lo inducessero gli epigrammi dei Romani, i quali gli facevano censura di avere eretto la torre gigantesca dei Conti per le mire ambiziose della sua famiglia[868]. Egli costruì l’ospitale in vicinanza di santa Maria in Sassia, dove un tempo Ina re degli Anglosassoni aveva composto un ricovero di pellegrini (_schola Saxonum_). Quel bello istituto, nel 1204, Innocenzo III affidò al governo del provenzale Guido, che a Mompellieri aveva raccolto un ordine di Ospitalieri sotto il titolo dello Spirito Santo. L’antica casa degli Anglosassoni si trasformò nell’ospitale di Santo Spirito, e questo nome passò alla chiesa. La fondazione fu ampliata da Pontefici che vennero dopo, fu riccamente dotata, e ridotta a tale che la maggiore di quella specie non v’ha in tutto il mondo[869]. Alcuni anni prima era sorto l’ospitale di san Tommaso sul Celio, vicino l’arco di Dolabella: chiamossi in Formis dall’acquedotto che ivi era, e Innocenzo III lo affidò al nizzardo Giovanni de Mata il quale aveva composto l’ordine dei Trinitarî all’intento di riscattare gli schiavi cristiani. La piccola chiesa ora esiste in forma mutata dall’antica, e dell’ospitale non si conserva che l’avanzo della vecchia porta presso l’entrata della villa Mattei[870]. Un terzo ospitale nell’anno 1216 fondò il cardinale Giovanni Colonna presso al Laterano, dove tuttora dura. Il cardinale Pietro Capocci nel suo testamento ne eresse un quarto, quello di Sant’Antonio Abate in vicinanza della santa Maria Maggiore: gli infelici che infermavano del fuoco di Sant’Antonio vi trovavano cura dai frati di un ordine che s’era formato nella Francia meridionale. Però di quell’ospitale non esiste più che l’antica porta di marmo edificata in istile romano ad archi rotondi, ed è indice che un tempo dovette essere stato un edificio non piccolo[871]. Nel complesso, anche durante il secolo decimoterzo l’architettura ecclesiastica di Roma non ispiegò forme grandiose. Non si palesava il bisogno di nuovi edificî; le restaurazioni delle basiliche antiche per sè sole davano abbastanza a fare, e Roma non costruì più grandi chiese nell’età in cui, creazioni di un’êra nuova, sorgevano i duomi magnifici di Firenze, di Siena e di Orvieto. Nella seconda metà del secolo decimoterzo anche a Roma per certo s’iniziò lo stile gotico, e per la prima volta, come vedemmo, lo si adoperò nella cappella _Sancta Sanctorum_. Quello stile cavalleresco e mistico del settentrione fu adottato dai frati mendicanti, e adoperato ad Assisi nella chiesa ove ebbe sepoltura il loro Santo: la sua forma si modificò secondo il genio artistico degli Italiani; peraltro il gotico non trovò terreno favorevole a Roma terra di gusto severo e classico. Appena fu che se ne facesse uso in santa Maria sopra Minerva, la cui edificazione Nicolò III fece incominciare nell’anno 1280 per opera di fra Sisto e di fra Ristori, architetti di santa Maria Novella di Firenze[872]: e quella chiesa a mezzo gotica fu nel corso di lunghi secoli il solo edificio tutto nuovo e di qualche grandezza che sorgesse nella città capitale del mondo cristiano! Per lo contrario, già sul principio del secolo decimoterzo, nel Lazio si fabbricavano in bello stile gotico le chiese dei conventi di Casamari e di Fossanova[873]. Soltanto in alcuni tabernacoli posti sugli altari e in alcuni sepolcri, anche a Roma sulla fine di questo secolo predomina la forma gotica unita a decorazioni di musaico secondo la foggia romana. Le chiese della Città possedono ancora parecchie di quelle opere graziose che appartengono ai monumenti più attrattivi del medio evo romano. In parte sono lavori di maestri toscani, e tale è appunto il bel tabernacolo del san Paolo, che vuolsi composto nell’anno 1285 da Arnolfo di Cambio, celebre scolare di Nicola Pisano: in parte sono opera dei Cosmati, e tale è il tabernacolo della santa Maria in Cosmedin che il cardinale Francesco Gaetani fece comporre da Diodato[874]. Ormai fino dal secolo undecimo artefici romani eransi dati con molta attività ai lavori in marmo, e gran numero di opere fecero anche nell’Italia meridionale e in quella di mezzo. Si nominarono _Marmorarii_ ovvero _arte marmoris periti_; e questo appellativo è assai caratteristico per Roma[875]. Infatti la Città era tutta sparsa di ruderi preziosi di marmo; era una vera Carrara cui attingevano città straniere. Pertanto si venne ivi propriamente educando un’arte di decorare a musaico con pezzi di marmi, e del continuo vi dava impulso anche l’esemplare dei vecchi musaici di case e di templi. Da edificî antichi si staccavano lastre di marmo, e si segavano colonne magnifiche per trarne materiale di ornati, massime per formarne pavimenti di chiese, che si componevano con artistiche figure a pezzi di porfido, di serpentino, di giallo, di marmo bianco e nero. Si tappezzavano a musaico tabernacoli, amboni, altari, sepolcri, cattedre vescovili, candelabri, colonne, archi e cornici di chiostri. E cotali lavori (alcuni sono veramente leggiadri), specialmente i pavimenti delle chiese, durano accusatori del perpetuo saccheggio che davasi all’antica magnificenza di Roma, la cui dovizia di marmo ogni giorno soffriva violente trasformazioni senza che si esaurisse mai. Fra quegli artisti romani crebbe, dopo la fine del secolo duodecimo, una illustre famiglia di scalpellini, quella dei Cosmati, che ebbe per l’arte una rilevanza nazionale grandissima. La memoranda famiglia, che colla sua operosità abbracciò un secolo intiero fino al principio del decimoquarto, splende ancor più dappoichè Roma fu povera d’ingegni creatori; e quella gente fiorì in figliuoli e in nipoti dai nomi di Cosma, di Lorenzo, di Jacopo, di Luca, di Giovanni e di Diodato. Dalla Toscana i Cosmati sulla fine del secolo decimoterzo trassero lo stile gotico, e questo per via di loro produsse in Roma alcune vaghissime opere. Se anche i loro lavori non rivaleggiano colla scuola pisana, e sebbene eglino non abbiano conseguito la gloria di un Arnolfo, di un Cimabue, di un Giotto, tuttavolta ornarono Roma della sola scuola d’arte che possa dirsi originale perchè era intieramente romana. Con indefessa operosità riempierono Roma, il Lazio, l’Etruria ed eziandio l’Umbria di lavori graziosi in cui l’architettura si sposa alla scultura ed alla pittura in musaico, nei tabernacoli, negli amboni, in sepolcri, in portici e in chiostri. Ed i Cosmati sparvero di Roma in quel tempo medesimo nel quale il Papato (che aveva cominciato a proteggere l’arte) lasciò la Città per andarne ad Avignone: quegli artisti e l’opera loro si perdettero nel fitto buio dell’abbandono completo cui Roma fu condannata durante l’esilio avignonese[876]. Monumenti ragguardevoli d’arte e di storia sono in Roma i sepolcri, che per la più parte si composero soltanto gli ecclesiastici del maggior clero. Ancor durava la usanza di adoperare sarcofaghi antichi a tumulare i morti; però, venuta in fiore la scuola pisana, cominciarono a erigersi eziandio monumenti nuovi. Allorquando morì Innocenzo V, Carlo d’Angiò ordinò al suo cameriere che trovavasi a Roma di cercare un sarcofago di porfido entro cui deporre la salma di quel Papa; che se non si trovasse, comandava di far costruire una bell’urna sepolcrale[877]. Nessun monumento di uomini celebri della prima metà del secolo decimoterzo s’è in Roma conservato, ed è a deplorarsi la perdita di tante tombe, massime di quelle che erano in san Giovanni e nel san Pietro. Alla serie dei sepolcri che esistono ancora oggidì dà principio nel san Lorenzo la sepoltura del cardinale Guglielmo Fieschi morto nel 1256, quello per l’appunto che, andato nunzio in Puglia, fu rimandato così sconciamente da re Manfredi. Le sue ossa riposano in un antico sarcofago di marmo i cui bassi rilievi rappresentano una ceremonia nuziale romana. Che sorta di simbolo per la tomba di un cardinale! All’arte del medio evo non vi appartiene che il tabernacolo, di forme semplici, a linee rette, le cui pitture raffigurano Cristo sedente in trono con vicini Innocenzo IV e san Lorenzo, il Cardinale e santo Stefano. Epitaffi lunghi e di stile pomposo celebrano le lodi del morto. Vi tiene dietro la tomba del cardinale Riccardo Anibaldi, l’amico di Tommaso d’Aquino, il celebre condottiero dei Guelfi, il partigiano di Carlo d’Angiò. Il monumento, semplice e severo, s’innalza in Laterano nella navata a sinistra: è di età moderna come l’epitaffio, poichè fu rinnovato; però la figura di marmo è ancora l’originale. Il sepolcro desta una grande attrattiva, come quello che richiama alla mente la grande epoca degli Hohenstaufen e dell’interregno; chè infatti Riccardo visse da cardinale nell’intiero periodo che trascorse dai giorni di Gregorio IX fino a quelli di Gregorio X; morì a Lione nell’anno 1274. Un altro cardinale di quell’età, ma più giovane di lui, Anchero di Troyes, morto nel 1286, è sepolto in santa Prassede in un monumento bene conservato, il quale dimostra il notevolissimo progresso che aveva fatto la scultura romana; e certo è opera dei Cosmati. La figura del morto riposa sopra un letto ed è coperta di una coltrice di marmo a vaghi ricami, che scende rovescioni sopra alcune piccole colonne, i cui fondi sono a musaico[878]. In Araceli troviamo le arche della casa Savelli. Là questa nobile famiglia nella seconda metà del secolo decimoterzo si edificò una cappella, ornandola di pitture; ed oggidì ancora essa contiene due tombe; l’una della madre di Onorio IV dove sta sepolto anche questo Papa, e l’altra mausoleo dei senatori Savelli. La prima è un sarcofago, fattura degli artefici di quel tempo, decorato di musaici a fondo d’oro, con sopra un tabernacolo a linee rette. Su di esso evvi la statua in marmo di Onorio IV giacente, di volto bello e senza barba: fu Paolo III che per primo la tolse dal Vaticano e la collocò su quel sarcofago dove era già sepolta la madre di Onorio, Vana Aldobrandeschi[879]. Il secondo monumento in bizzarra guisa intreccia le antiche forme con quelle del medio evo; vi serve di base un’urna di marmo con basso rilievi bacchici che appartengono al tempo della decadenza dell’arte romana: sopra s’eleva un sarcofago a musaico con frontespizio gotico. Sul davanti sono disposti a tre riprese gli stemmi della famiglia, e vi sono incise senza ordine inscrizioni di età differenti. Infatti in quel monumento riposano parecchi dei Savelli: primo il senatore Luca, padre di Onorio IV, di Giovanni, di Pandolfo, i quali a lui eressero la tomba: indi il celebre senatore Pandolfo con Andrea sua figlia; poi Mabilia Savelli moglie di Agapito Colonna, ed altri famigliari ancora di età posteriori[880]. Nella Minerva ha sepoltura il cardinale Latino Malabranca per cui proposta fu eletto papa Celestino V; e gli tiene compagnia il cardinale Matteo Orsini. Il sarcofago ha la forma di un lettuccio di riposo, su cui dorme la figura del morto. Questa tomba ci riconduce all’età di Bonifacio VIII, cui appartengono le migliori opere della scuola dei Cosmati. Giusto allora infatti Giovanni, figlio di Cosma secondo, lavorava (sotto gli occhi di Giotto che trovavasi a Roma) intorno a parecchi sepolcri di composizione eccellente, e costruiva sarcofaghi coperti, di stile gotico con tabernacoli in musaico: i disegni ne rappresentano la Vergine con Santi che fanno dall’alto corona al morto il cui sonno due angeli di marmo proteggono: concetto di grazia così leggiadra, che l’eguale non si trova più ne’ tempi posteriori[881]. La più celebrata opera di Giovanni è il monumento di Guglielmo Durante nella Minerva, opera di sottile lavoro e di ottimo gusto[882]: e simile è la tomba del cardinale Gonsalvo di Albano, dell’anno 1299, in santa Maria Maggiore[883]. L’artista iscrisse il suo nome sopra una terza opera di quella stessa specie in santa Balbina; ed è il bellissimo monumento di Stefano della famiglia ghibellina dei Surdi, che fu cappellano di Bonifacio VIII[884]. Incerto è se la tomba di Bonifacio VIII, che trovasi nelle grotte del Vaticano, sia opera di Giovanni: là per fermo si vede il sarcofago del Pontefice colla sua statua di marmo; ma è opera di stile semplice e vigoroso, nè ha la eleganza graziosa delle altre di cui dicemmo. L’arte dei Cosmati s’accomiata colla tomba che fu eretta in Araceli a Matteo di Aquasparta, generale dei Francescani, trapassato nell’anno 1302: è un monumento che non porta più il nome di Giovanni, ed è senza iscrizione, ma appartiene alla scuola di quello artista[885]. Nello stesso anno moriva il cardinale Gerardo di Parma: il suo monumento è collocato in Laterano, nella navata a sinistra; ed è un sarcofago semplice con un’iscrizione lunga e di stile barbarico in versi leonini. Il coperchio dell’urna, su cui è disegnata soltanto la figura del morto, fu più tardi sospeso alla parete perchè si potesse scorgere l’imagine. Conviene dare un’occhiata anche alle lapidi tumulari che trovansi in sì gran numero nelle chiese romane; e paiono memorandi registri marmorei dei morti. Un tempo coprivano il suolo delle basiliche quasi che fossero un altro genere di musaico, ed ora poco a poco vanno sparendo. Dal secolo ottavo in poi si aveva costumato seppellire i morti nelle chiese; e il luogo ove era deposta la salma del trapassato, per lungo tempo andava denotando una lapide nel pavimento, con sopra scrittone il nome, la data della morte e il motto: «la sua anima riposi in pace». Più tardi si usò incidere sul marmo oltre all’iscrizione anche la figura di un cereo; indi, massime dopo il secolo decimoterzo, si costumò di raffigurarvi (a rilievo o a semplici contorni) anche la persona del defunto, in atto di dormiente sopra un guanciale, le braccia conserte al seno, e gli stemmi famigliari a destra e a manca presso al capo: nella cornice della lapide si scriveva l’epigrafe in latino. Gli antichissimi di questi monumenti andarono per la maggior parte distrutti; però se ne trovano ancora parecchi del secolo decimoterzo in Araceli, in santa Cecilia, nella santa Maria sopra Minerva, in santa Prassede, in santa Sabina, nel san Lorenzo in Panisperna ed in altre chiese. Talvolta le lapidi sono decorate di musaici; e la bellissima delle opere di questa specie è la lapide che nell’anno 1300 fu posta in santa Sabina a Munio de Zamora, generale dei Domenicani, ed è lavoro di mastro Jacopo de Turrita[886]. Questi monumenti, che nel secolo decimoquarto si fanno sempre più numerosi, sono eziandio notevoli perchè danno un’idea delle fogge di vestimento usate al loro tempo. Oltracciò essi dimostrano la progressiva trasformazione dei caratteri della scrittura. Diciamone poche parole. Nella prima metà del secolo decimoterzo in Roma si erano conservati ancora gli antichi caratteri epigrafici, ma sulla fine di quel periodo la loro forma si fa incerta, e si nota un arbitrio assoluto nel loro disegno, massime in quello delle lettere E, M, N, V. La linea retta già usata dai Romani comincia a cambiarsi in curva, e gli E e i C principiano a chiudersi con una virgola. Sul finire del secolo la scrittura diventa uncinata, e notevole per la forma nuova è la figura del T, il quale ha prolungate e assai curve le branche dell’asta traversale. Cotale forma pittoresca rende la scrittura varia, strana a vedersi e di natura monacale. E i caratteri, che in figura cosiffatta predominano in tutto il secolo decimoquarto e spariscono soltanto nel decimoquinto coll’età del rinascimento, sono quelli che vanno conosciuti sotto nome di gotici. Sebbene coi Goti essi abbiano a far tanto poco quanto nulla ha a farvi lo stile d’arte che da loro si appellò, tuttavolta si associano al gotico dell’arte, che sul finire del secolo decimoterzo prese tanto grande svolgimento anche in Italia. Nelle iscrizioni si confanno con esso così egregiamente come la scrittura arabica s’accorda coll’architettura moresca. Esprimono una trasformazione nel gusto estetico dell’umanità, e si accordano colla foggia del vestire che in questo tempo va perdendo di semplicità: essi stanno alla forma aristocratica dell’antica scrittura romana, come la chiesa gotica sta alla basilica, come la lingua volgare sta al latino[887]. § 4. Arti belle. — Scultura. — La statua di Carlo d’Angiò in Campidoglio. — Statue ad onore di Bonifacio VIII. — Pittura. — Affreschi. — Lavori di Giotto in Roma. — Viene in fiore la pittura di musaico. — Tribune decorate da Jacopo de Turrita. — La «Navicella», musaico di Giotto in Vaticano. Nel grembo della Chiesa si raccoglievano le arti belle, come foglie nel calice del fiore: dentro della Chiesa soltanto esse vennero a maturanza, e furono ministre al suo solo servigio. La pittura, che a preferenza d’ogni altra è l’arte appropriata a esprimere i concetti di cose sacre, doveva perciò fiorire più largamente della scultura la quale viveva di reminiscenze pagane. Nondimeno anche questa, durante il secolo decimoterzo, fece in Roma progressi, sebbene fosse tenuta dammeno dell’architettura ecclesiastica. Nei monumenti sepolcrali, nei tabernacoli, nelle porte, nei portici si ravvisa un più eletto gusto di forme, e, financo, lo studio degli antichi. In nessun luogo più numerose che in Roma erano le opere dei vecchi tempi, i loro sarcofaghi, le colonne, le statue; e si andava ridestando il senso di apprezzarle convenientemente. Già Clemente III, sul termine del secolo duodecimo, aveva fatto collocare innanzi al Laterano, come ornamento publico della piazza, l’antica statua equestre di Marco Aurelio: forse che gli artisti romani del secolo decimoterzo non avranno mirato con attento e studioso occhio le bellezze delle vecchie statue? Il genio del pisano Nicolò aveva qualche cosa del gusto antico, ed a Roma vennero artisti della sua scuola: ma qui nessuno dei Cosmati si levò a vera arte di scultore; e i capolavori dell’antichità, il Laocoonte, l’Apollo di Belvedere, il Gladiatore morente giacquero ancora profondati nei loro sepolcri, e vi rimasero fino a tanto che fosse sonata l’ora d’uscirne e di mostrarsi ad uomini capaci di pregiarne il valore. La composizione di statuette, cui diede sì grande impulso lo stile gotico, nelle opere dei Cosmati trovasi ancora in embrione; e presto in Roma la si abbandonò, come quella che repugnava al carattere delle basiliche. Nella Città nulla fu fatto che pur somigliasse ai bei rilievi dei pulpiti di Pisa, di Siena, di Pistoia; nulla si compose che potesse gareggiare colle sculture del duomo di Orvieto. Un’unica opera rivela che la scultura tornava ad avere coscienza della sua alleanza antica colla vita politica. Ed infatti l’erezione di una statua grande al naturale, che per ordine del senato si fece in Campidoglio a Carlo d’Angiò, segna un avvenimento nella storia dell’arte, perciocchè la scultura così per la prima volta si ponesse in Roma al servizio di altri che la Chiesa non fosse. Sull’antico Campidoglio un dì i Romani avevano rizzato tanti simulacri ad onore dei loro eroi e dei loro tiranni; ed ora che le membra infrante di quelle statue vi giacevano sparse qua e là in cumuli di ruine, i tardi nipoti una ne alzavano di fattura rozza e goffa ad un conquistatore venuto di Gallia, loro senatore, ed uomo tale che può dirsi il Nerone del medio evo. Fuor di Roma Federico II aveva fatto rivivere il costume antico; chè a Capua si vedevano le statue di lui e del suo cancelliere. E intorno a quell’istesso tempo in Milano si levava a Oldrado podestà una piccola statua equestre, che ancor si mira colà presso al Broletto; e Mantova scolpiva un busto al suo Virgilio; e nell’anno 1268 i Modenesi dedicavano una publica statua alla illustre e benefica dama Buonissima. Può darsi che alla statua dell’Angioino abbia servito di modello quella simile del gran Federico, oppure che il maestro si togliesse ad esemplare il simulacro sedente di Pietro in Vaticano, ovvero che egli si studiasse d’imitare la figura marmorea di qualche Imperatore antico, che solitaria fosse tuttavia durata fra i ruderi di qualche foro. Ad ogni modo re Carlo gli sedette innanzi affinchè ne ritraesse le fattezze, perciocchè la statua sia veramente cavata dal naturale. Monumento prezioso di Roma medioevale, lunghi secoli di barbarie la separano dalle statue di Posilippo e di Menandro, che si conservano nel museo vaticano, o da quella di Nerva che siede pari a un dio sul suo trono: tuttavolta essa ha forme energiche come l’età dei Ghibellini e dei Guelfi, e, ad onta di tutta la sua rozzezza, è piena d’espressione. Dalla fisonomia cupa e severa dell’assassino di Corradino lo scalpello di un artista egregio avrebbe a mala pena saputo cavare l’effigie di un tiranno, meglio di quello che vi riuscisse fatto alla mano mal destra di uno scultore del secolo decimoterzo: e questi invece, non ostante la mescolanza del vestimento tradizionale antico col ritratto storico, seppe riprodurre, senza falsarle, le sembianze caratteristiche di Carlo[888]. All’età di Bonifacio VIII si rinnovò il costume di rizzare statue ad uomini illustri; ed infatti parecchie città, massime quelle di cui fu podestà, ne dedicarono a quel Pontefice: così avvenne ad Orvieto, a Firenze, ad Anagni ed a Roma, in Vaticano, in Laterano; fin Bologna nell’anno 1301 una statua gli elevò innanzi al palazzo del Comune[889]. I suoi nemici ne colsero il destro per muover biasimo a Bonifacio VIII; ed invero nella scrittura accusatoria del Nogaret e di Plasiano è detto espressamente che ei si fece porre dei simulacri d’argento in alcune chiese per traviare il popolo e indurlo al culto degli idoli: prova eminente del barbaro concetto che allora si aveva in Francia di quel principio dell’arte[890]! Del resto le statue che si conservarono del celebre Pontefice dimostrano che il ritratto in marmo non aveva peranco assunto un fare spigliato e franco. La figura sedente che vedesi nella parete esterna del duomo di Anagni è così stranamente rozza e tozza che fa l’effetto di simulacro di un idolo. Più della scultura fiorì a Roma la pittura, poichè nelle vecchie basiliche essa serbava le sue tradizioni e serviva ad un principio che non venne mai meno. Del continuo la pittura di muro e il musaico si mantennero in uso, e quella, in ispecialità, ebbe un nuovo e notevole svolgimento sulla fine del secolo decimoterzo. Le antichissime pitture a fresco composte in questo secolo sono quelle in san Lorenzo, del tempo di Onorio III, il quale ordinò a nuovo la bella basilica dove coronò Pietro di Courtenay. Il Papa fe’ coprire l’atrio e l’interno della chiesa con affreschi; ma oggidì sono in parte spariti ed in parte furono restaurati con ritocchi così moderni che perdettero la loro originalità. Nelle composizioni si rivela un carattere grossolano; peraltro hanno tutta la vivacità dell’arte bambina, e in questo somigliano alle pitture della cappella di Silvestro nei Quattro Coronati[891]. Del rimanente quei lavori fanno testimonianza che sul principio del secolo decimoterzo si adoperò la pittura a fresco sopra pareti di grandi dimensioni; il quale uso con pari estensione d’arte e con eguale ampiezza di proporzioni si palesa soltanto nella chiesa del santo Speco a Subiaco. Coll’età di Giotto (che fu il grande creatore degli affreschi ciclici) quest’arte venne a magnifico fiore in Italia; lo dimostrano le pitture di Assisi, di Padova, di Firenze. Anche a Roma Giotto dipinse fra l’anno 1298 e il 1300. Sventuratamente perirono gli affreschi ch’ei condusse nel san Pietro e nella loggia del Laterano, donde Bonifacio VIII bandì l’anno giubiliare: e parimenti andarono perduti i lavori di Pietro Cavallini romano, che fu suo discepolo. Delle pitture «al fresco» di Giotto soltanto un frammento può vedersi in Laterano sopra un pilastro, dove lo si conserva difeso da una custodia di vetro: con fattezze fedeli come di ritratto rappresenta il Papa che da quella loggia annuncia il giubileo. Opere di gran rilevanza la pittura in musaico compose a Roma nel secolo decimoterzo; e durano ancora a decoro di alcune chiese. Quest’arte nazionale romana aveva prodotto lavori eccellenti fino al secolo sesto; indi era decaduta per ridestarsi a vita nuova nel secolo duodecimo. Nel decimoterzo vi diè un impulso potente la influenza della pittura toscana, senza però che ne ricevesse innovazioni essenziali il suo sacro concetto romano. Ed anzi l’arte romana del musaico a questa età risorge nel suo antico splendore cristiano sposandone l’idea al gusto antico. Anche qui i suoi lavori principiano con Onorio III, rozzi dapprima e impacciati, come vedesi nella cornice del portico di san Lorenzo, e nelle nicchie di santa Costanza in prossimità della santa Agnese (sono del tempo di Alessandro IV); ma poi vengono assumendo un fare sempre più spigliato. E già Onorio III incominciò il gran quadro della tribuna nel san Paolo, che Nicolò III, quand’era ancora abate di quel convento, ridusse a compimento. Perciò l’opera ha un duplice carattere di stile, ma ormai essa dà incominciamento alla seconda epoca della pittura romana, che, seguendo le orme di Cimabue e precorrendo Giotto, stupendamente fiorì sul termine del secolo decimoterzo: brevissimo fiore, perocchè indi la nuova barbarie che sopravvenne durante l’esilio avignonese, violentemente tagliasse a quell’arte la via del suo progresso organico, e la spegnesse. Sulla fine del secolo decimoterzo splendette in Roma una scuola di musaicisti, nella quale (come capo e maestro suo) ottenne rinomanza immortale Jacopo della Turrita insieme con Jacopo di Camerino socio o scolare di lui. Credesi che fossero entrambi frati minori. L’entusiasmo dei Francescani, che aveva fondato il primo tempio dell’alleanza delle arti italiane mercè la chiesa di Assisi ove fu sepolto il loro Santo, die’ in Italia un impulso vivificatore all’attività creatrice. Il Turrita, al tempo di Nicolò IV, compose nella tribuna del Laterano una serie di figure di Santi e di simboli cristiani; e sebbene ancora vi appaia confusione di stile, tuttavolta vi si spiega tanta abbondanza di concetti pittorici che Roma da secoli non aveva più visto l’eguale[892]. Tutto il quadro si aggruppa intorno alla croce scintillante di gemme che è posta sotto una mezza figura del Salvatore: quest’è di origine più antica, e spicca in campo d’oro; le figure poi sono disposte da una parte e dall’altra della croce. I due Santi moderni, Francesco ed Antonio, vi sono ormai collocati in mezzo agli Apostoli, quantunque, come a uomini nuovi si addice, sieno di minori dimensioni e in curvo atteggiamento di umiltà. La sua opera migliore il Turrita eseguì nella santa Maria Maggiore, la cui tribuna Nicolò IV e il cardinale Jacopo Colonna fecero ornare di musaici. Il soggetto principale, raccolto in un gran quadro di fondo azzurro cupo, è Maria coronata dal Redentore. Intorno aleggia una gloria di angeli oranti; dai due lati, nel cielo scintillante d’oro stanno vicini alla coronata (che leva le mani in atto modesto) Pietro e Paolo, i due Giovanni, Francesco e Antonio da Padova. Al campo d’oro fanno cornice floridi tralci di vite con suvvi posati augelli variopinti, e formano una decorazione grandiosa, ma che soffoca quasi il soggetto del quadro. Nicolò IV e il cardinale, che avevano commesso il lavoro, sono rappresentati genuflessi in dimensioni più minute; simbolo significativo che anche in altri quadri spesso si adoperò. Per lo contrario i novelli eroi della Chiesa, Francesco e Antonio, sono di proporzioni al naturale e di figura pari a quella degli Apostoli. Giova credere che l’artista abbia preso a esemplare antichi musaici, forse quelli di Palestrina, e che di là abbia tolto l’idea di dipingere in entrambi i suoi quadri barche ed amorini, cigni, animali in atto di bere, fiori, divinità fluviali. Il grandioso musaico adorna oggidì ancora la basilica della santa Maria Maggiore di tanto splendore di oro che sembra cosa non terrena e vi dà una magnificenza solenne. E quando il sole penetra attraverso le rosse cortine dei finestroni, par di vedere il cielo fiammeggiante in cui Dante ripose i suoi santi, Bernardo, Francesco, Domenico e Bonaventura: è uno spettacolo incantevole in cui la vivezza della luce ti scuote l’anima come la maestosa salmodia di un corale. Il Turrita completò la decorazione di quell’antico tempio di Maria; e infatti ai celebri musaici della navata maggiore (che appartengono all’epoca di Sisto III, e sono per ciò ispirati al gusto dell’arte antica) egli aggiunse come compimento il suo quadro della tribuna, opera bellissima di tutta la pittura romana di musaico. Fuor di quella stessa chiesa, nella grande loggia esterna, vedonsi gli altri musaici che i cardinali Jacopo e Pietro Colonna fecero eseguire da Filippo Rusuti verso la fine del secolo: Cristo siede in trono fra i Santi; e il soggetto si riferisce alla leggenda dell’edificazione della chiesa. I Colonna nutrivano molto affetto per la santa Maria Maggiore, in cui erano sepolti alcuni di loro casa. E in quello che la loro illustre famiglia era colpita dagli anatemi di Bonifacio VIII, il popolo mirava nella gloria di quel musaico la figura del maledetto cardinale Jacopo, inginocchiata a’ piedi dei Santi. Il suo formidabile nemico Bonifacio amava il lusso e le arti al pari di lui; e furono soltanto i negozî politici che gli impedirono di rendere immortale la sua memoria con monumenti di maggiore importanza. In Laterano edificò quella loggia donde durante l’anno del giubileo impartì la benedizione, e in Vaticano costruì la sua cappella sepolcrale, che poi perì. E nel Vaticano lavorò anche Giotto: il cardinale Jacopo Stefaneschi, che allogò opere a quel maestro in san Giorgio in Velabro (sua chiesa titolare), gli diè la commissione del musaico che va celebre sotto il nome di «Navicella», e che, dopo di avere un tempo adornato l’atrio del san Pietro, ora è infitto nel muro del vestibolo sopra la porta. Questo notevole quadro perdette lo splendore della sua originalità, causa restauri di tempi posteriori. Soltanto il disegno di Giotto rimane intatto; rappresenta la Chiesa sotto alla forma della barca di Pietro che naviga in mezzo alla burrasca, in quello che il principe degli Apostoli se ne va a Cristo camminando sulle onde di Galilea: e questo simbolo antico era acconcio e profetico della storia di Bonifacio VIII e della fine del secolo decimoterzo[893]. § 5. Aspetto generale di Roma nel secolo decimoterzo. — Le torri romane e le rocche della nobiltà. — La torre dei Conti e la torre «delle Milizie». — La rocca «Capo di Bove» lungo la via Appia. — Palazzo comunale in Campidoglio. L’età delle lotte partigiane, dell’esilio di Papi e di cittadini, della devastazione della Città non era la prospera a comporre od a conservare monumenti di architettura civile. Gli ottimati non costruivano che torri, i Papi edificavano ospitali e residenze, i senatori restauravano le mura civiche. Nel secolo decimoterzo appena è che troviamo notizia di edificazioni publiche della Città. Un silenzio profondo ricopre gli acquedotti, e soltanto una volta si nota che Gregorio IX fece spurgare le cloache e riparare il ponte di santa Maria. Roma cadeva in rovina. Non v’era più magistrato alcuno che sopravvegliasse ai monumenti; terremoti, inondazioni, guerre cittadine, costruzioni di torri dei nobili, restauri di chiese, bisogno di materiali di cui andavano in cerca i lavoratori di marmo, compere che ne facevano gli stranieri, tutto questo distrusse i monumenti; e i cumuli che ognor più alto si ammontichiavano seppellivano più e più sempre la vecchia Città. Nel suo mondo sotterraneo si sprofondavano, come per benefico incanto di magia, molti capolavori dell’arte. Sparvero essi dagli occhi degli uomini di quel tempo, che sopra i loro sepolcri combattevano lotte feroci e devastatrici, e soltanto in tempo più tardo risorsero come testimonî del passato. Ed oggidì ancora a Roma dormono sotterra molte statue; e noi stessi nell’estate dell’anno 1864 vedemmo di repente venire alla luce del dì, quasi illeso, il colosso di bronzo dell’Ercole che risorse dalle rovine del teatro di Pompeo dove da tanti secoli era giaciuto sepolto. Se avessimo una pianta in rilievo di ciò che era la città di Roma nel secolo decimoterzo, ne vedremmo uno stranissimo quadro. La città somigliava ad un grande campo cinto di mura coperte di musco, con colline e con valli, con terreni deserti e coltivati, da cui si sollevavano tratto tratto oscure torri o castella, basiliche e chiostri antichi che volgevano in rovina, monumenti colossali tutti ravvolti di edera, terme, acquedotti infranti, colonnami di templi, e colonne isolate e solitarie, e turriti archi di trionfo: e nel tempo stesso un labirinto di vie strette e lubriche, interrotte ora ad ora da ruderi, s’aggirava senza ordine fra le ruine; e il giallo Tevere passando sotto ponti a quadroni, mezzo cadenti, mestamente scorreva attraverso quel desolato deserto[894]. All’ingiro, intorno alle vecchie mura di Aureliano e dentro di esse trovavi tratti di terreno, or selvatici, ora coltivati a campo, simili per estensione a poderi: e anche là sorgevano da ogni banda monti di ruine. Per tutta la Città vedevi vigneti ed orti sparsi come altrettante oasi; e giungevano fin là dove oggidì è il maggior centro di Roma, presso il Panteon, vicino la Minerva, fino alla porta del Popolo. Il Campidoglio fino giù al Foro (sui cui avanzi s’ergevano negre torri) era sparso di vigne al pari del Palatino; le terme, il circo erano tutti coperti d’erba, e, tratto tratto, erano completamente impaludati. Ovunque guardavi, miravi sorgere tetre torri merlate, colossi in atto di sfida, costruite di monumenti degli antichi; e vedevi castella con merlature di forma originale, composte di marmi rubacchiati qua e là, di mattoni e di pezzi di peperino: ed erano le rocche e i palazzi dei patrizî guelfi e ghibellini, i quali sedevano smaniosi di battaglia sulle classiche colline e fra ruine, quasi che Roma non fosse città, ma un campo aperto a guerra di ogni dì. Allora non v’era in Roma nobile alcuno che non possedesse torri. E in documenti di quel tempo i possedimenti che Romani tenevano nella Città, si trovano talvolta denotati colla specificazione di «torri, palazzi, case e rovine»[895]. Le famiglie nobili dimoravano fra ruderi, in quartieri inaccessibili, che a capo della via si sbarravano con pesanti catene di ferro: lì entro avevano stanza coi loro parenti e coi loro famigli, e ne sbucavano ad ora ad ora con feroce strepito d’armi per combattere contro i loro nemici ereditarî. È prezzo dell’opera enumerare le maggiori di queste rocche di nobili: sulla loro fronte infatti stavano scritti i caratteri essenziali della vita sociale della Città nel secolo decimoterzo e in quello decimoquarto, duranti i quali l’aristocrazia s’aveva spartito il dominio di Roma. In Transtevere erano situate le torri dei Papa e dei Romani, dei Normanni e degli Stefaneschi; e più tardi vi si aggiunse la fortezza degli Anguillara[896]. Nell’isola Tiberina si elevavano le torri dei Frangipani, che sulla metà del secolo decimoterzo furono proprietà dei Prefetti di Vico: oggidì non ne rimane che una delle torri del ponte. Il quartiere vaticano, dove tutt’intorno al san Pietro stavano disposte piccole case di popolani, era posseduto (fin dalla metà di questo secolo) dagli Orsini, che tenevano altresì in loro signoria il castel Sant’Angelo; e fu per ciò che Nicolò III concepì il disegno di porre sua residenza in Vaticano affine di trovarsi nel quartiere in cui era potente la sua propria famiglia. Padroni del castel Sant’Angelo, gli Orsini dominavano l’ingresso così del Vaticano che della Città, dove, dall’altra parte del ponte, sedevano signori delle regioni Ponte e Parione. I loro palagi sorgevano sul Monte Giordano e sopra le ruine del teatro di Pompeo nel Campo di Fiore. Monte Giordano era formato di ruderi di antichi edificî in vicinanza del ponte Sant’Angelo, e, ancor nell’anno 1286, quando già vi dimoravano gli Orsini, s’appellava _Monte Johannis de Roncionibus_, per assumere poi di lì a pochissimo tempo il suo nome da quello di Giordano Orsini: e nell’anno 1334 lo si trova già ridotto a vera fortezza, circondato di mura[897]. L’altra rocca degli Orsini nel Campo di Fiore, chiamata _Arpacata_, era stata edificata coi ruderi giganteschi del teatro di Pompeo. Sparve quel castello, ma il luogo ove stette dev’essere quello dove oggidì è piantato il palazzo Pio. Così quella sola famiglia patrizia, oltre a case senza numero, possedeva da una parte e dall’altra del fiume tre fortezze delle maggiori, il castel Sant’Angelo, il Monte, l’_Arpacata_. In un’altra parte di quello stesso quartiere sedevano di già i Savelli, e precisamente là dove in vicinanza del palazzo della Cancelleria evvi oggidì ancora una via che si denomina «vicolo dei Savelli». Ma quella famiglia non potè colà venire in potenza, perchè la infrenavano gli Orsini. Lunghesso l’altra sponda del fiume, per i rioni Ponte, Parione, Regola, sant’Angelo, e fino al Campidoglio esistevano le torri di molte famiglie. I Massimi ormai dimoravano là dove oggidì s’eleva il loro bel palazzo; i Margani e gli Stazî s’avevano edificato una residenza nel circo Flaminio; i Bonfilî, gli Amateschi, i Capizucchi, i Boccapaduli, i Buccamaza abitavano nei quartieri vicini. Presso al teatro di Marcello siedevano ancora i Pierleoni; tuttavia la potenza di questa famiglia di papa Anacleto II, nel secolo decimoterzo era caduta sì in basso, che il suo nome appena si ritrova ancora nella storia della Città. La loro maggior rocca posta in quel teatro (nel medio evo fu chiamata «casa dei Pierleoni») venne nel secolo posteriore in mano dei Savelli. Il grande Campo di Marte colle sue molte ruine avrebbe offerto per vero dire ottima opportunità all’edificazione di castella, ma la sua positura non guarentiva sufficiente sicurezza. Quel quartiere era esposto alle piene del Tevere; era poco popolato, e per la più parte sparso di ortaglie: perciò soltanto di rado fu teatro delle lotte civiche accese dai Colonna. Infatti questa famiglia era padrona di tutta la deserta pianura che si stendeva dalla porta del Popolo fino al Quirinale, ossia di quella parte della Città che ai tempi di Trajano, di Adriano, degli Antonini era stata cotanto splendida di edificî sontuosi[898]. Le rocche maggiori dei Colonnesi nel Campo di Marte erano il Mausoleo di Augusto e il _Mons Acceptorii_, l’odierno Monte Citorio[899]. Nelle ruine dello _Stadium_ di Domiziano i Millini ed i Sanguigni avevano edificato le loro torri che esistono tuttavia; nel quartiere del Panteon trovavansi i muniti palazzi dei Sinibaldi e dei Crescenzî. Ma le più grandi fortezze dei patrizî erano poste in quei luoghi che propriamente avevano composto la vecchia Roma, sopra i colli che van giù degradando fino al Foro ed al circo Massimo. Ed invero ivi fu il vero teatro della storia urbana di Roma nel medio evo, dopo che il Comune popolare ebbe posto sua residenza in Campidoglio. Le colline deserte si ridestarono a vita nuova, e quantunque difettassero di acqua in parte si ripopolarono. Sul Celio e sul Palatino dominavano i Frangipani, in quello che gli Anibaldi dal quartiere Lateranense (dove avevano la loro sede maggiore) loro contrastavano ormai il possedimento del Colosseo. Questo anfiteatro, di cui una parte considerevole era caduta nel dì 1 Giugno 1231, abbattuta da un terremoto[900], il Septizonio sul Palatino, la _Turris Cartularia_, gli archi trionfali di Tito e di Costantino, il _Janus Quadrifrons_ e le torri prossime al circo Massimo, formavano la grande fortezza dei Frangipani, che spesse volte fu asilo dei Papi e stanza di loro elezioni. Quella cittadella, cui i più illustri monumenti di Roma antica facevano funzione di fortilizî, colle sue nere mura medioevali, coi suoi merli, colle sue torri, potevasi chiamare per certo la più originale rocca del mondo. Che strano aspetto dovette essere il suo! Il Palatino coi suoi palazzi imperiali era tutto in ruina, nè vi abitavano che monaci, e preti e gente minuta al servigio dei Frangipani[901]. Per lo contrario il Celio era più popolato di quello che sia oggidì; ed infatti nell’anno 1289 si fa cenno dell’antichissima via _Caput Africae_ che là era; indizio questo che il colle non era divenuto deserto, come si credette, per la devastazione datavi da Roberto Guiscardo[902]. Anche il quartiere circostante al Colosseo, che si stende fino al Laterano, era tuttavia mediocremente abitato. E per fermo nel Libro rituale di Cencio (là dove si parla dei doni che si distribuivano a quelli che edificavano gli archi di onore) per il tratto di via che si stende dalla _Turris Cartularia_ fino al san Nicolò prossimo al Colosseo, tiensi nota di ventitrè famiglie; e fra esse vengono citate le case dei Mancini, dei Rainucci, dei Bulgarelli, dei Crassi. Invece, tornava a spopolarsi il territorio che intercorre fra il Colosseo e il Laterano, e, a partire da san Clemente in avanti, non si fa pur menzione di una sola casa[903]. L’Aventino, che al tempo di Ottone III era stato ancora abitato e indi era divenuto deserto, venne in mano dei Savelli. Già da lungo tempo essi possedevano colà un palazzo presso alla santa Sabina; e troviamo che Onorio III ne donò una parte ai Domenicani affinchè si costruissero un loro convento. Onorio IV ridusse il palazzo a sua residenza, e circondollo con mura merlate e con torri: così è che si conservano ancora dei grandi avanzi di quella rocca dei Savelli costruita alla foggia che si appella «saracinesca». Ed essa continuò ad essere la sede maggiore della famiglia, la quale più tardi s’impadronì eziandio della _Marmorata_ e del teatro di Marcello. La _Marmorata_ teneva sempre il suo nome dai massi di marmo dell’antico _Emporium_, il quale a quest’ora era già tutto coperto di terra. Chiese parecchie ivi esistevano sotto il monte Aventino presso al fiume, e tutte, cosa mirabile, ricevevano il nome addiettivo _de Marmorata_[904]. Onorio IV aveva voluto ripopolare l’Aventino; invitò molti Romani ad edificarsi là delle case, e alla deserta collina infuse una nuova vita col porvi sua sede: tuttavolta il difetto di acqua fece sì che la colonia del Savelli non fiorisse[905]. Meglio popolate erano le pendici dell’Esquilino, perocchè ivi fossero alcune chiese visitate da gran frequenza di popolo, e, fra le altre, la santa Maria Maggiore in cui vicinanza Nicolò IV aveva fondato una residenza pontificia. Lo stesso era della costa del Quirinale e della Suburra ancor densamente abitata; non così invece la andava per il Viminale, che era tutto coperto di boschetti, di terreni deserti e di vigne. Le rovine delle terme di Diocleziano erano troppo lontane perchè invogliassero qualche nobile famiglia a edificarvi sue castella: lo stesso dicasi dei bagni giganteschi di Caracalla e del campo Pretorio[906]. Per lo contrario, alcune famiglie potenti tenevano in loro dominio le pendici del Quirinale, e si trinceravano segnatamente in vicinanza degli antichi _Fora_ imperiali. Nel secolo decimoterzo fu proprio quello il campo in cui le fazioni vennero alle mani. Infatti là sedevano i Pandolfi della Suburra, i Capocci che s’erano annidati nelle terme di Trajano, ed i Conti; e in pari tempo, nelle terme di Costantino sorgeva la quarta fortezza dei Colonna, l’antica sede dei conti Tusculani. Ed oggidì ancora su quelle pendici durano gli avanzi giganteschi di due torri di quella grande età: mentre perirono tutte le altre rocche di nobili, si conservarono la «torre dei Conti» e la «torre delle Milizie» con reliquie considerevoli, solide e indestruttibili sì come gli edificî dell’antica Roma, coi quali esse un tempo rivaleggiarono. La «torre dei Conti» è monumento dell’epoca in cui primeggiò per potenza la famiglia di Innocenzo III: l’ambizioso Riccardo Conti la eresse col denaro del Pontefice fratel suo nel foro antico di Nerva; e di quel luogo fu combattuta la libertà republicana di Roma[907]. Le rovine colossali dei _Fora_ di Augusto, di Nerva e di Cesare si prestavano acconciamente alle costruzioni di una fortezza, ed i Conti la eressero come una cittadella che al Campidoglio poteva essere formidabile del paro che le torri dei Frangipani. L’edificazione di quella rocca gigantesca, monumento che male si addiceva ad un Pontefice, avvenne sull’incominciamento del governo di Innocenzo III; e nulla v’ha che provi avere essa preesistito da secoli anteriori, e che i Conti non facessero altrochè ampliarla[908]. Compita che fu, essa s’alzò sopra Roma, tetra e grande come un edificio degno dei Faraoni. La sua base fu composta di macigni di tufo dei monti Albani, tratti da ruine antiche; le sue muraglie furono formate di pietre cotte. Di forma quadrangolare, sorgeva sulla base poderosa in tre ripiani che andavano assottigliandosi verso la cima, con sopra un guarnimento di merlature a tre punte: pareva che il suo vertice toccasse le nubi. La si tenne in conto di massima fra tutte le torri della Città, anzi la si estimò opera portentosa, quantunque non per bellezza di architettura, ma soltanto per grandezza colossale andasse lodata: e il Petrarca, che potè vederla prima che un terremoto la rovinasse, deplorò il suo guasto, esclamando che al mondo nulla v’era che la pareggiasse[909]. Per conseguenza non fuvvi edificio alcuno che le si potesse paragonare; neppure il celebre Trouillas del palazzo avignonese, che Giovanni XXII, simile a Nemrod spaventoso (così il Petrarca motteggiando lo chiama) fece colà fabbricare. Ed essa non crollò ad onta di tante burrasche che le passarono sopra; e il terremoto dell’anno 1348 non ne rovesciò che i piani superiori. Infatti Benozzo Gozzoli ancora nel decimoquinto secolo dipinse il frontone della sua porta d’ingresso; e solamente Urbano VIII la fece demolire riducendola a quegli avanzi che oggidì ancora si vedono[910]. Ebbe a sua gemella la «torre delle Milizie», che parve ancor più grandiosa a cagione della positura elevata su cui si costruì. Chi visita Roma ne meraviglia allorchè la vede da monte Pincio oppure dal convento di Araceli donde essa si mostra nella sua grandezza magnifica: bellissima delle ruine del medio evo, domina regalmente la Città, ed è testimone eloquente dell’età dei Guelfi e dei Ghibellini. Il popolo, o piuttosto la fantasia dei pellegrini, ideò che fosse il palazzo di Ottaviano; e più tardi si favoleggiò che l’abbominevole Nerone sonando la cetra avesse contemplato dai suoi merli l’incendio di Roma. E in Roma si manteneva ricordanza che in quei dintorni avessero esistito i giardini di Mecenate e la casa di Virgilio poeta e mago[911]. La torre s’innalza sulla pendice del Quirinale, sopra il foro di Trajano, là dove trovasi il noto luogo dei _Balnea Neapolis_ (Magna Napoli). Quel quartiere nel medio evo si appellava _Biberatice_, e la torre dava ad una via il nome di _Contrata Miliciarum_[912]. Quando si edificasse è incerto; il suo stile romano e l’opera di muratura simile a quella della torre de’ Conti palesano l’epoca di Innocenzo III o l’altra di Gregorio IX. Da una base larga e alta sorse quel colosso in forma quadrangolare, e fu congiunto ad un castello merlato in modo da formare una vera cittadella[913]. E poichè sul Quirinale (là dove la torre sta racchiusa entro il monastero di santa Caterina da Siena), ormai nel secolo duodecimo un luogo era appellato _Miliciae Tiberianae_, così ei pare che la torre sia stata costruita sopra un monumento antico, che forse fu una stazione militare de’ tempi imperiali[914]. Nella seconda metà del secolo decimoterzo appartenne agli Anibaldi, indi passò in mano dei Gaetani. E il possederla tenevasi di tanta importanza che i suoi signori ne trassero il titolo come se s’avesse trattato di una baronia: dopo che nel 1301 la ebbe comperata da Riccardo Anibaldi, Pietro nipote di Bonifacio VIII si appellò _Dominus Miliciarum Urbis_, e probabilmente ottenne il diritto di tener soldatesche in quella grande fortezza della Città[915]. Quelle due torri sono i monumenti commemorativi del medio evo, allo istesso modo che le colonne di Trajano e di Antonino furonlo di Roma imperiale: figure caratteristiche della Città, esprimono più chiaramente di tutte le storie l’energia indomita di questo secolo. Quando, a poca distanza di tempo l’una dall’altra, si eressero, è certo che dovettero presentare uno spettacolo imponente. Dominavano tutta Roma, e potevansi scorgere a qualche miglio di lontananza dalla Città, come oggidì accade della cupola di san Pietro. E quelle torri, di grandezza smisurata, danno la più spiccata idea dell’indole romana, la quale nel medio evo rimase eguale a ciò che era stata nell’antichità. I Romani non ebbero concetto elegante di forme, non seppero dar vita alle grandi moli come fecero invece i Toscani; a Roma non trovi che robustezza tetra e maestosa. I Romani si tolsero a modello le rovine dei loro antenati, e vollero creare dei colossi che rivaleggiassero con quelle; così le due torri si levarono su Roma con mura diritte e nude, vere opere ciclopiche del medio evo. La serie delle rocche di nobili onde parlammo raccoglie i nomi di tutte le grandi famiglie di Roma a quell’età; non vi manca che la più recente casa del secolo decimoterzo. I Gaetani possedevano palazzi nell’isola Tiberina e nel quartiere di santa Maria Maggiore, ma non avevano una rocca ereditata dai loro avi: sennonchè, intorno a quell’istesso tempo in cui diventarono padroni delle «Milizie», piantarono fuor di porta San Sebastiano, lungo la via Appia quella notevole fortezza che si appellò «Capo di Bove». Il castello trasse il nome dal sepolcro di Cecilia Metella, suo nocciolo e punto di mezzo, avvegnaddio il magnifico monumento di quella donna, che fu figliuola di Metello Cretense e sposa di Crasso, ancora nel più antico medio evo fosse chiamato «Capo di Bove» dai crani di cosiffatti animali che erano collocati sulla sua cornice[916]. Come i mausolei di Augusto e di Adriano, e come le tombe dei Plauti presso il ponte dell’Anio in Lucania, può darsi che anche il sepolcro di Cecilia già da tempo lunghissimo si fosse trasformato in torre baronale. L’abbandono in cui era caduta la via Appia fece sì che anche il monumento andasse dimenticato, finchè la guerra contro i Colonna porse opportunità a Bonifacio VIII di darlo al nipote suo. Il conte Pietro Gaetani vi edificò un castello per poter di là sopravvegliare i movimenti dei Colonnesi, caso mai che fossero venuti dalle loro rocche della Campagna per la via Latina oppure da quella Appia[917]. La fortezza fu poco tempo dopo ampliata dai Savelli e ricevette consistenza dalle prossime ruine del circo Massenzio; e i suoi avanzi, ed eziandio quelli dell’antico palazzo baronale e di un borgo murato che sorse ivi nel secolo decimoquarto, durano oggidì ancora unitamente ad una chiesa di stile gotico: ivi sopra scorgonsi tuttavia gli stemmi della casa Gaetani. Gli edificî furono costruiti di tufo di Albano; e il loro colore oscuro, e la meschina architettura medioevale oppongono il più grande contrapposto alla maestà del sepolcro antico di gialli quadroni travertini, sulla cui cornice furono infisse le pietre di tufo che servirono a tramutare il mausoleo in torre merlata. L’interno della tomba del resto non fu danneggiato; chè il sarcofago di Cecilia Metella vi rimase illeso, ad onta che cento volte vi passassero sopra tempeste di assedî. Fu soltanto Paolo III che fece di là trasportare l’urna nel palazzo Farnese, dove ancora è custodita. Ei si può di leggieri argomentare quali devastazioni commettessero gli edificatori di quella rocca dei Gaetani, danneggiando il circo di Massenzio e i monumenti della via Appia, per servirsi dei loro materiali. L’antica via sepolcrale, che già da secoli aveva sofferto saccheggi molti, nuovamente ebbe allora a soffrire una delle più malvage devastazioni[918]. In antiche tombe della Campagna dimoravano pastori e coloni, e per tutto l’agro romano (che componeva il distretto della Città), si elevavano torri senza numero, parte edificate di vecchi monumenti sepolcrali, di templi e di avanzi di ville, parte fabbricate a nuovo per protezione degli scarsi agricoltori. Ed ancora nella provincia romana trovansi molte tenute ossiano poderi che da torri medioevali traggono il nome[919]. Cinto e minacciato dalle rocche della nobiltà, sul Campidoglio sorgeva il palazzo comunale, sede della Republica: e là abitavano i senatori, quantunque sulla metà del secolo decimoterzo talora si noti come loro stanza il palazzo dei Quattro Coronati. Tutta volta anche quando Carlo di Angiò e l’Infante di Castiglia quivi tennero residenza, i loro prosenatori dimorarono in Campidoglio: e lo stesso fu degli altri senatori non principi. Nulla avanza oggidì che ci dia un’idea del modo onde nel medio evo fosse munita la rupe Tarpea, e ignota ci è la forma che abbia avuto il palazzo senatorio anche nel secolo decimoterzo. Ei pare che fosse fabbricato a nuovo circa nell’anno 1300, quando Gentile Orsini e Riccardo Anibaldi erano senatori[920]. Quindi abbiamo un’altra notizia di una sua fabbrica e cioè dell’anno 1390, allorquando Bonifacio IX rinnovò il palazzo senatorio sui ruderi del _Tabellarium_. Quantunque città italiane ormai incominciassero col principio del secolo decimoterzo a fondare le loro case comunali, per lo contrario l’edificazione del celeberrimo fra tutti i palazzi civici cadde soltanto tra la fine del secolo decimoterzo e il primo tempo del decimoquarto[921]. Nel piano della città di Roma del secolo decimoquarto il _Palatium Senatorum_ ha forma quadrangolare ed è guarnito di merlature con una torre fiancheggiante che tiene la fattura e la posizione medesima dell’odierna torre angolare: e anche questa certamente è assai antica. Il fatto poi che solenni atti politici all’età di Carlo di Angiò si compierono nel convento di Araceli, dimostra che allora il palazzo comunale non era abbastanza spazioso, laddove quel chiostro era capace assai, ed aveva positura più solida, ed eziandio serviva di abitazione al collegio dei giudici urbani. Il convento era l’antico _Palatium Octaviani_: fin dal 1250 aveva servito di residenza al generale dei Francescani, ed oggidì ancora si eleva sopra le erte pareti di tufo del Campidoglio, ed è uno dei più poderosi edificî del medio evo romano. Tuttavia nemmanco nella posteriore sua fabbrica (ed è probabile che per averne materiali si saccheggiasse barbaramente il Campidoglio) il palazzo senatorio non potè ornarsi della magnificenza che al tempo nuovo si sarebbe convenuta; come quello che si fondava sopra un monumento antico. Le Republiche dell’Umbria e di Toscana, come furono Perugia, Siena e Firenze, costruirono grandiose residenze ai loro Podestà ed ai Capitani del popolo: i loro palazzi comunali, che durano ancora e nella cui architettura lo stile gotico-romano raggiunse la sua maggior bellezza, appartengono ai monumenti più pregevoli del medio evo, e fanno testimonianza della potenza e della ricchezza delle città libere. Con esse Roma non potè gareggiare. Fin parecchie rocche di nobili nella Città erano più grandiose del palazzo comunale, stranamente decorato di trofei, di catene, di porte, di campane tolte a piccole terre conquistate, oppure di avanzi del carroccio milanese. Il palazzo senatorio fu cosa meravigliosa unicamente per questo che, a metà antico ed a metà medioevale, s’alzava sopra la collina tutta sparsa di ruderi: e il suo più superbo ornamento si era che posava sopra monumenti de’ vecchi Romani, circondato dalle rovine della magnificenza antica di quel Campidoglio che era stato il dominatore del mondo. FINE DEL VOLUME QUINTO INDICE DEL QUINTO VOLUME[922] LIBRO NONO. STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO DECIMOTERZO, DAL REGGIMENTO DI INNOCENZO III ALL’ANNO 1260. CAPITOLO PRIMO. — § 1. Il secolo decimoterzo. — L’Impero, la Chiesa, la cittadinanza, la città di Roma. — Elezione di Innocenzo III. — La famiglia dei Conti. — Largizioni di denaro che il Pontefice, appena eletto, fa ai Romani. — È consecrato e coronato. — Si descrive la processione solenne, quando il Papa muove al Laterano per torne possesso Facc. 3 § 2. Innocenzo III riduce il Prefetto di Roma ad essere un officiale pontificio. — Condizioni della Prefettura urbana. — I Prefetti della casa di Vico. — Condizioni del Senato. — Scotto Paparone, senatore. — Innocenzo III consegue il diritto di eleggere il Senato. — Formula giuratoria del Senatore. — Il Comune di Roma conserva la sua autonomia. — Primi Podestà romani nelle città fuor di Roma » 20 § 3. Innocenzo III restaura lo Stato della Chiesa. — Rinnovazione della feudalità germanica in Italia per opera di Enrico VI, e decadimento dei suoi principati feudali dopo la morte di lui. — Filippo di Svevia. duca di Toscana. — Markwaldo, duca di Ravenna. — Corrado, duca di Spoleto. — Lega di città tusche. — Restaurazione dei patrimonî della Chiesa. — La parte popolare si solleva in Roma. — Giovanni Capocci e Giovanni Pierleone _Rainerii_. — Roma combatte contro Viterbo a cagione di Vitorchiano. — Pandolfo della Suburra, senatore. — Viterbo fa soggezione al Campidoglio » 31 § 4. Nuove famiglie di nobili in Roma. — Gli Orsini. — Loro litigî per causa di eredità coi parenti di Innocenzo III. — Riccardo Conti e la casa di Poli. — Il patrimonio di Poli viene in mano di Riccardo. — Guerra nella Città. — Innocenzo III fugge ad Anagni (1203). — Lotta delle fazioni per ragione del Senato. — Innocenzo ritorna (1204). — Gregorio Pierleone Rainerii, senatore. — Dispute acerbe per la costituzione. — Indole di cotai guerre civili. — Innocenzo giunge ancora una volta a ottenere che l’elezione del Senato sia tenuta per cosa di diritto pontificio (1205) » 45 CAPITOLO SECONDO. — § 1. Condizioni di Sicilia. — Innocenzo III diventa il tutore di Federico. — Markwaldo. — Gualtiero di Brienne. — I Baroni germanici nel Lazio. — I Comuni del Lazio. — Riccardo Conti diventa conte di Sora. — Il Papa torna dal Lazio a Roma » 59 § 2. Innocenzo III nelle sue attenenze colla lotta della successione al trono di Alemagna. — Ottone della casa dei Guelfi e Filippo di Svevia. — Trattato di Neuss. — Lo Stato della Chiesa è riconosciuto nel diritto publico dell’Impero: estensione dello Stato. — Il partito di Filippo protesta contro le ingerenze del Papa nella elezione del Re. — Pietro di Aragona s’incorona a Roma » 75 § 3. La Germania si volta alla parte di Filippo. — Negoziati di lui col Papa. — Re Filippo è assassinato. — Ottone è riconosciuto per re in Germania. — Ottone IV viene a Roma: coronazione imperiale. — Combattimento nella Leonina » 88 § 4. Ottone IV la rompe col Papa. — Disinganno di Innocenzo. — L’Imperatore di guelfo si tramuta in ghibellino. — Ottone muove nelle Puglie. — Il Papa lo scomunica. — I Tedeschi chiamano al trono Federico di Sicilia. — Ottone IV se ne ritorna in Alemagna » 100 CAPITOLO TERZO. — § 1. Federico risolve di andare in Alemagna. — Viene a Roma. — È coronato ad Aquisgrana nel 1215. — Fa voto di intraprendere una Crociata. — Concilio Lateranense. — Innocenzo III muore. — Indole di lui. — Grandezza mondiale del Papato » 111 § 2. Operosità degli eretici. — Dottrina della povertà cristiana. — Fondazione degli ordini mendicanti. — San Francesco e san Domenico. — I primi conventi dei loro ordini in Roma. — Indole e influenza del monachismo mendicante. — La setta degli Spirituali » 121 § 3. Onorio III, papa. — La famiglia Savelli. — Pietro di Courtenay riceve a Roma (1217) la corona dell’Impero di Bisanzio. — Federico trae in lungo la Crociata. — Ottone IV muore nel 1218; Enrico di Sicilia è eletto a successore di Federico in Germania. — Torbidi in Roma al tempo di Parenzo senatore. — Federico II viene a Roma e vi si incorona (1220). — Costituzioni imperiali » 137 § 4. Federico II torna in Sicilia. — Onorio III possiede in pace lo Stato della Chiesa. — Un Conte imperiale governa la Romagna. — Torbidi a Spoleto. — Roma e Viterbo. — Moti democratici a Perugia. — Roma e Perugia. — Il Papa fugge di Roma. — Parenzo senatore. — Negoziati a cagione della Crociata parecchie volte protratta. — Angelo de Benincasa, senatore. — Atteggiamento ostile dei Lombardi contro l’Imperatore. — Broncio fra l’Imperatore e il Pontefice. — Federico la rompe con Giovanni di Brienne. — Onorio III muore (1227) » 148 CAPITOLO QUARTO. — § 1. Ugolino Conti è fatto papa con nome di Gregorio IX. — Esige che l’Imperatore parta per la Crociata. — Federico parte, ritorna ed è scomunicato (1227). — Manifesti dell’Imperatore e del Papa. — La fazione imperiale discaccia Gregorio IX di Roma. — Crociata contro l’Imperatore. — Il Papa invade le Puglie nel 1229. — Ritorna l’Imperatore; i Pontificî fuggono » 163 § 2. Inondazione del Tevere (1230). — I Romani chiamano Gregorio IX. — Pace conchiusa a San Germano (1230). — Primo supplizio di una torma di eretici in Roma. — Annibale, senatore, promulga un editto contro l’eresia. — Persecuzione degli eretici: Inquisizione » 176 § 3. Torbidi nuovi in Roma. — Giovanni di Poli, senatore (1232). — I Romani vogliono torre la Campagna al Pontefice. — L’Imperatore si fa mediatore di pace fra Roma e il Papa. «Vitorchiano fedele». — Nuova ribellione dei Romani. — Loro manifesto politico. — Si sollevano nell’anno 1234 col serio tentativo di farsi liberi » 187 § 4. Luca Savelli, senatore (1234). — I Romani affermano che il _Patrimonium_ di san Pietro è proprietà della Città. — Il Papa invoca l’aiuto della Cristianità contro di loro. — L’Imperatore gli viene in aiuto. — I Romani sono sconfitti vicino Viterbo. — Angelo Malabranca, senatore (1235). — Roma con un trattato si sottomette al reggimento pontificio » 197 CAPITOLO QUINTO. — § 1. Federico II in Germania e in Italia. — Ei risolve di romper guerra contro la federazione lombarda. — I Comuni ed il Papa. — Lega delle città umbre e toscane. — Quale idea si formasse il Papa del suo diritto di signoria sull’Italia e sul mondo. — Titolo di proconsole de’ Romani. — Pietro Frangipane. — _Johannes Poli e Johannes Cinthii_, senatori. — Torna il Papa nel 1237. — Battaglia di Cortenuova. — Il carroccio milanese a Roma. — _Johannes de Judice_, senatore » 207 § 2. Esorbitanze dell’Imperatore contro i Lombardi. — Il Papa lo scomunica e gli dichiara la guerra (1239). — Federico in gran collera scrive a’ Romani. — Suo manifesto ai Re. — Manifesto avverso del Pontefice. — Condizioni difficili di Federico II che combatte contro l’indirizzo del suo tempo. — Contraddizioni nella sua indole. — Impressione che le sue lettere fanno sul mondo. — La Curia romana è odiata per le sue estorsioni di denaro. — Come si ordinassero i partiti combattenti. — Federico muove guerra contro lo Stato ecclesiastico » 223 § 3. Le città dello Stato ecclesiastico si mettono dalla parte di Federico. — Questi pone il suo quartiere generale a Viterbo. — Condizioni disperate del Papa in Roma. — Per che ragione la Città si conservasse guelfa. — La grande processione di Gregorio IX commuove ad entusiasmo i Romani, i quali prendono la croce. — Ritirata di Federico II. — Armistizio. — Il Papa lo rompe. — Deserzione del cardinale Giovanni Colonna. — Gregorio IX bandisce un Concilio. — I preti prigionieri a Monte Cristo (1241). — I Tartari. — Negoziati di pace infruttuosi. — Un Anibaldi e Odone Colonna, senatori. — _Matheus Rubeus_ Orsini, senatore unico. — Federico blocca Roma. — Gregorio IX muore nel 1241 » 233 § 4. Federico II torna nel reame. — Elezione e presta morte di Celestino IV. — I Cardinali si sparpagliano. — La Chiesa rimane priva di capo. — Lega di Roma con Perugia e con Narni (1242). — I Romani muovono contro di Tivoli; Federico nuovamente contro di Roma. — Edificazione di _Flagellae_. — Federico torna sui monti latini. — I Saraceni distruggono Albano. — Condizioni dei monti Latini. — Albano. — Aricia. — La via Appia. — Nemi. — Civita Lavinia. — Genzano. — La casa dei Gandolfi. — Terre poste sul versante tusculano dei monti. — Grotta Ferrata. — Statue di bronzo ivi esistenti » 247 CAPITOLO SESTO. — § 1. Sinibaldo Fieschi è eletto papa con nome di Innocenzo IV (1243). — Trattative di pace. — Il Pontefice viene a Roma. — Viterbo si stacca dall’Imperatore, che è ricacciato da questa città. — Un Anibaldi e Napoleone Orsini, senatori. — Preliminari di pace in Roma. — L’Imperatore non vi acconsente. — Il Papa fugge a Genova (1244) » 261 § 2. Innocenzo raduna un Concilio a Lione (1245). — L’Imperatore è deposto. — Conseguenze di questa sentenza. — Federico esorta i Principi d’Europa ad unirsi con lui. — Manifesto del Papa. — Opinione publica in Europa. — Che cosa volesse l’Imperatore. — Innocenzo IV giura guerra a morte contro la stirpe degli Hohenstaufen » 275 § 3. Alcuni baroni di Sicilia congiurano contro l’Imperatore: la cospirazione è repressa. — Fortuna guerresca di Federico. — Ei s’impadronisce di Viterbo e di Firenze. — Condizioni di Roma. — Il Senatore scrive al Papa ammonendolo di ritornare. — Il Papa dà Taranto in feudo ai Frangipani. — L’Imperatore vuol muovere contro Lione. — Deserzione di Parma; sventura dell’Imperatore. — Enzo è fatto prigioniero dai Bolognesi. — Fine di Pier delle Vigne. — Federico II muore (1250). — La persona di lui nella storia » 289 § 4. I figli di Federico II. — Corrado IV. — Il Papa torna in Italia. — Condizioni di questo paese. — Manfredi vicario di Corrado. — Corrado viene in Italia e prende possesso del reame. — Innocenzo IV ne concede l’investitura prima a Carlo d’Angiò, indi ad un Principe inglese. — Il senatore Brancaleone lo costringe a porre nuovamente la sua residenza in Roma (1253). — Il principe Edmondo riceve Sicilia in feudo dal Papa. — Morte fatale di Corrado IV (1254) » 308 CAPITOLO SETTIMO. — § 1. Brancaleone, senatore di Roma (1252). — Qualche particolarità sull’officio senatorio e sull’ordinamento della Republica romana a questa età. — Opposizione dei baroni romani, ed opera energica del novello Senatore » 321 § 2. Innocenzo IV viene ad Anagni. — Tivoli si sottomette al Campidoglio. — Il Papa si arma per prendere possesso del reame di Sicilia. — Manfredi gli presta vassallaggio. — Innocenzo IV entra a Napoli. — Manfredi fugge. — Vince a Foggia. — Innocenzo IV muore (1254). — Alessandro IV viene a Roma » 338 § 3. Governo di Brancaleone a Roma. — Intendimenti delle corporazioni. — Loro attenenze in Roma. — Organamento della corporazione dei mercanti. — Fondazione del _Populus_. — Brancaleone, primo capitano del Popolo romano. — Sua caduta e sua prigionia nell’anno 1255. — Bologna colpita dell’interdetto. — Emanuele de Madio, senatore. — Brancaleone è liberato, e torna a Bologna » 350 § 4. Cade Emanuele de Madio (1257). — Il demagogo Matteo de Bealvere. — Brancaleone torna in officio di senatore. — Punizione inflitta ai nobili. — Distruggonsi le torri della nobiltà a Roma. — Brancaleone muore (1258). — Onorifica memoria di lui. — Sue monete. — Castellano degli Andalò, senatore. — Cade, ed è fatto prigioniero. — Napoleone Orsini e Riccardo Anibaldi, senatori. — Cade la casa dei Romano. — I flagellatori » 363 LIBRO DECIMO. STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA DALL’ANNO 1260 AL 1305. CAPITOLO PRIMO. — § 1. L’Impero tedesco. — Manfredi, re di Sicilia. — Sue relazioni col Papa in Italia. — Grande vittoria dei Ghibellini a Montaperti. — Firenze ed altre città prestano omaggio a Manfredi. — I Guelfi si volgono a Corradino in Germania. — Alessandro IV muore nel 1261. — Urbano IV, papa » 381 § 2. A Roma si lotta per la elezione del Senatore. — Giovanni Savelli e Anibaldo Anibaldi, senatori (1261). — I Guelfi fanno senatore Riccardo di Cornovaglia; i Ghibellini vi eleggono Manfredi. — Carlo di Angiò, candidato senatore. — Urbano IV offre a lui la Sicilia. — Trattative per ragione del Senato. — Il Gaucelin e il Cantelmi, primi prosenatori di Carlo. — I Guelfi e i Ghibellini si guerreggiano nella Tuscia romana. — Pietro di Vico. — Manfredi è deluso nelle sue mire su Roma. — Pietro di Vico è ricacciato della Città. — Urbano IV muore nel 1264 » 390 § 3. Clemente IV papa (1265). — Eccita Carlo alla conquista di Sicilia. — Apparati guerreschi di Manfredi. — Condizioni difficili dei Guelfi in Roma. — Carlo parte e sbarca felicemente: entra in Roma. — È costretto a sgombrare il palazzo Lateranense. — Prende possesso del Senato. — I legati del Papa lo investono di Sicilia » 407 CAPITOLO SECONDO. — § 1. Manfredi entra nelle terre romane. — Primo scontro dei due nemici. — Condizioni deplorevoli di Carlo in Roma. — L’esercito provenzale attraversa Italia ed entra in Roma. — Carlo, in san Pietro, è coronato re di Sicilia » 425 § 2. Carlo muove di Roma. — Supera trionfalmente la linea di difesa del Liri. — Battaglia di Benevento. — Caduta gloriosa di Manfredi. — Carlo spaccia corrieri al Papa. — Indole di Manfredi. — Ragioni della sua presta fine. — Sorti di Elena sua sposa e de’ suoi figli. — Carlo di Angiò entra in Napoli » 436 § 3. Carlo dimette l’officio di senatore. — Corrado Beltrami Monaldeschi e Luca Savelli, senatori (1266). — Governo democratico in Roma sotto di Angelo Capocci. — Don Arrigo di Castiglia, senatore (1267). — I Ghibellini si raccolgono in Toscana. — Loro legati vanno in Germania per invitare Corradino che venga a Roma. — Corradino si decide ad imprendere la spedizione » 455 CAPITOLO TERZO. — § 1. I Ghibellini apparecchiano la spedizione di Corradino. — Carlo, capo della federazione guelfa, va a Firenze. — Sollevazione di Sicilia e delle Puglie. — Don Arrigo sposa la causa dei Ghibellini. — Guido di Montefeltro, prosenatore. — Corradino scende in Italia. — Galvano Lancia a Roma. — Il Senatore s’impadronisce dei capi de’ Guelfi. — Lega di Roma con Pisa, con Siena e coi Ghibellini di Toscana » 467 § 2. Male condizioni di Corradino nell’Italia settentrionale. — Ei giunge a Pavia. — Carlo si reca dal Pontefice a Viterbo. — Bolla di scomunica. — Accoglienze che Pisa fa a Corradino. — Fallisce un tentativo di Carlo contro Roma. — Prima vittoria di Corradino. — Ei muove a Roma. — V’è ricevuto festosamente. — I capi della parte ghibellina. — Corradino parte di Roma. — Battaglia di Tagliacozzo. — Vittoria e sconfitta di Corradino » 480 § 3. Dal campo di battaglia Corradino fugge a Roma. — Vi fa breve dimora. — Fugge; è fatto prigioniero, e consegnato al nemico in Astura. — I prigionieri nel castello di Palestrina. — Galvano Lancia condotto al supplizio. — Carlo diventa senatore una seconda volta. — Sorti di Corrado di Antiochia e di don Arrigo. — Fine di Corradino. — Clemente IV muore (1248) » 497 CAPITOLO QUARTO. — § 1. Carlo, coi suoi prosenatori, governa a lungo e con energia in Roma. — Monete di lui. — Statua a suo onore. — Torna a Roma nel 1271. — I cardinali, radunati a Viterbo, non sanno chi eleggere papa. — Guido di Montfort uccide Enrico principe inglese. — Elezione di Gregorio X. — Elezione di Rodolfo d’Asburgo. — Fine dell’interregno » 515 § 2. Gregorio X va a Lione. — Guelfi e Ghibellini a Firenze. — Concilio di Lione. — Gregorio X promulga la legge del Conclave. — Rodolfo concede un diploma a favore della Chiesa. — Idea di Gregorio X sui rapporti fra la Chiesa e l’Impero. — Privilegî di Losanna. — Gregorio X a Firenze. — Muore. — Innocenzo V. — Adriano V. — Giovanni XXI » 528 § 3. Vacanza della santa Sede. — Nicolò III. — Un Orsini papa. — Conferma giuridica dello Stato della Chiesa. — La Romagna viene ceduta al Pontefice. — Bertoldo Orsini, primo conte pontificio della Romagna. — Carlo si dimette dall’officio di vicario della Toscana e da quello di senatore. — Costituzione di Nicolò III sull’investitura del Senato. — _Matheus Rubeus_ Orsini, senatore. — Giovanni Colonna e Pandolfo Savelli, senatori. — Nepotismo. — Nicolò III muore nel 1280 » 541 § 4. Pietro Conti e Gentile Orsini, senatori. — Tumultuosa elezione pontificia a Viterbo. — Gli Anibaldi e gli Orsini. — Martino IV. — Conferisce a Carlo l’officio senatorio. — Martino è dominato da Carlo. — Rivoluzione di Sicilia. — I Vespri. — Rivoluzione a Roma. — È discacciato il Prosenatore francese. — _Johannes Cinthii_ Malabranca, capitano del Popolo. — Il Papa cede. — Anibaldo Anibaldi e Pandolfo Savelli, senatori. — Muoiono Carlo I e Martino IV » 557 CAPITOLO QUINTO. — § 1. Onorio IV. — Pandolfo Savelli, senatore. Relazioni con Sicilia e coll’Impero. — La santa Sede rimane vacante per un anno. — Nicolò IV. — Carlo II è coronato a Rieti. — I Colonna. — Il cardinale Jacopo Colonna. — Giovanni Colonna e i suoi figliuoli, Pietro cardinale e Stefano conte. — Ribellione di Romagna. — Gli Orsini avversano i Colonna. — Bertoldo Orsini, senatore. — Giovanni Colonna, senatore (1289). — Viterbo soggetto al Campidoglio. — Pandolfo Savelli, senatore (1291). — Stefano Colonna e _Matheus Raynaldi_ Orsini, senatori (1292). — Nicolò IV muore (1292) » 571 § 2. Le fazioni degli Orsini e dei Colonna si contrastano l’elezione pontificia. — Anarchia in Roma. — Agapito Colonna e un Orsini, senatori (1293). — Pietro Stefaneschi e Odone di Sant’Eustachio, senatori. — Conclave raccolto a Perugia. — Pietro del Murrone è eletto papa. — Vita e ritratto di quel solitario. — Sua strana entrata in Aquila, dov’è consecrato con nome di Celestino V (1294). — Re Carlo II ne diventa padrone. — Celestino V a Napoli. — Abdica » 585 § 3. Benedetto Gaetani, papa. — Va a Roma. — Fuga dell’ex-Pontefice. — Magnifica coronazione di Bonifacio VIII. — Fine di Celestino V. — Sicilia. — Jacopo di Aragona si sottomette alla Chiesa. — Costanza a Roma. — Feste nuziali. — I Siciliani continuano la guerra sotto re Federico. — Bonifacio VIII investe Jacopo di Sardegna e di Corsica. — _Hugolinus de Rubeis_, senatore. — Pandolfo Savelli, senatore (1297). — La casa dei Gaetani. — Loffredo conte di Caserta. — Francesco cardinale. — Pietro Gaetani, conte palatino lateranense » 598 § 4. Dissidio famigliare di casa Colonna. — Jacopo e Pietro cardinali s’inimicano Bonifacio VIII. — Opposizione contro il Papa. — I due cardinali sono deposti. — Fra Jacopone da Todi. — Manifesto contro il Pontefice. — I Colonna sono scomunicati. — Pandolfo Savelli cerca di intromettersi paciere. — Crociata contro i Colonna. — Assedio di Palestrina. — I Colonna si sottomettono in Rieti. — Il Papa distrugge Palestrina. — I Colonna fuggono e sono banditi. — Sciarra e Stefano in esilio » 614 CAPITOLO SESTO. — § 1. A Roma si celebra il giubileo secolare. — Riccardo Anibaldi del Colosseo e Gentile Orsini, senatori (1300). — Toscanella sotto il dominio del Campidoglio. — Dante e Giovanni Villani vengono a Roma pellegrini » 633 § 2. Federico vittorioso in Sicilia. — Bonifacio VIII chiama in Italia Carlo di Valois. — L’Impero. — Adolfo e Alberto. — Toscana. — I Bianchi e i Neri. — Dante in Vaticano. — Figura meschina di Carlo di Valois. — Pace di Calatabellota. — Contesa fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello. — Bolla _Clericis laicos_. — Una Bolla è arsa publicamente a Parigi. — Tutta Francia si volta contro il Papa. — Concilio del Novembre in Roma. — Il parlamento di Francia s’appella ad un Concilio generale. — Il Papa riconosce Alberto di Austria. — Avvilimento dell’Impero » 643 § 3. Piano dei Francesi indiritto alla caduta del Papa. — Sciarra e il Nogaret vengono in Italia. — Congiura dei Baroni latini. — Come si fosse fondata nel Lazio la potenza della famiglia Gaetani. — Catastrofe di Anagni. — Il Papa torna a Roma. — Sua condizione disperata in Vaticano. — Muore nel 1303 » 656 § 4. Benedetto XI, papa. — Sue tristissime condizioni. — Abroga i decreti del suo predecessore. — Gentile Orsini e Luca Savelli, senatori. — I Colonna sono ristorati in signoria. — Benedetto XI istituisce un’inquisizione contro i colpevoli di Anagni e muore nel 1304. — Si contende a lungo per l’elezione. — Vendetta e guerra dei Gaetani nella Campagna. — Clemente V, papa. — La santa Sede è tenuta in Francia » 676 CAPITOLO SETTIMO. — § 1. Stato della scienza nel secolo decimoterzo. — Papi e Cardinali eruditi. — Roma manca di cultura. — Romani vanno a studio a Parigi e a Bologna. — Roma non ha università. — Scuola del palazzo pontificio. — Innocenzo IV ordina che si fondi una scuola di leggi. — Le collezioni delle Decretali. — Nel secolo decimoterzo predomina lo studio del diritto. — Statuti comunali. — Carlo d’Angiò ordina che in Roma si fondi un’università. — Urbano IV. — San Tommaso d’Aquino. — San Bonaventura. — Romani da professori a Parigi. — Bonifacio VIII fondator vero dell’università di Roma » 689 § 2. Vengono in fiore gli studî di storia. — Primi Storici che scrivessero in volgare. — Roma non ha storiografi, nè annalisti. — L’archivio capitolino manca di documenti del medio evo. — Storiografi dei Papi e della Chiesa. — Saba Malaspina. — Giovanni Colonna. — Egidio Colonna. — Suo trattato «Del reggimento dei Principi». — L’_Oculus Pastoralis_. — Poeti. — Poesie dei Francescani. — Fra Jacopone. — La lingua volgare romana, e giudizio che Dante ne dà. — Il cardinale Jacopo Stefaneschi, poeta e protettore di dotti » 702 § 3. Edificazione di chiese. — Il san Pietro e il Vaticano. — Il san Paolo. — Il Laterano. — La cappella _Sancta Sanctorum_. — Si pon termine alla fabbrica del san Lorenzo fuor delle mura. — La santa Sabina. — Ospitali. — Santo Spirito. — Il san Tommaso _in Formis_. — L’ospitale attiguo al Laterano. — Il sant’Antonio abate. — Stile gotico in Roma. — Santa Maria sopra Minerva. — Casamari. — Fossanova. — Tabernacoli gotici nelle chiese romane. — Famiglia dei Cosmati. — Tombe del secolo decimoterzo. — Caratteri di scrittura degli epitaffî romani » 712 § 4. Arti belle. — Scultura. — La statua di Carlo d’Angiò in Campidoglio. — Statue ad onore di Bonifacio VIII. — Pittura. — Affreschi. — Lavori di Giotto in Roma. — Viene in fiore la pittura in musaico. — Tribune decorate da Jacopo de Turrita. — La «Navicella», musaico di Giotto in Vaticano » 730 § 5. Aspetto generale di Roma nel secolo decimoterzo. — Le torri romane e le rocche della nobiltà. — La torre dei Conti e la torre «delle Milizie». — La rocca «Capo di Bove» lungo la via Appia. — Palazzo comunale in Campidoglio » 740 NOTE: [1] _Ex patre Trasmundo, de Comitibus Signiae_ (_Gesta Innoc. III_, c. I). CONTELORIUS, _Geneal. famil. Comitum_, Roma 1650. Manca di critica MARCO DIONIGI, _Geneal. di Casa Conti_, Parma 1663. Il RATTI, _Hist. della fam. Sforza_, II, contiene in alcuni capitoli delle buone notizie intorno ai Conti. Dal marchese CAMILLO TRASMONDI, _Compendio storico-genealogico della patricia fam. Trasmondi_, Roma 1832, derivano i cenni che senza critica ne raccolse l’HURTER. Io lessi atti, esaminai alberi genealogici e la detta scrittura nell’archivio del Campidoglio, ma mi passo di dire delle favolose ipotesi del TRASMONDI, e di quelle dell’HURTER, la cui opera erudita su di Innocenzo III contiene parecchi errori in fatto di storia della Città. Ei dice: «Non v’ebbe una contea della Campania»; eppure essa esisteva di già nel secolo decimo (Vol. III, pag. 437 di questa Storia.). L’opinione che prima del secolo decimoterzo non vi fossero Conti di Segni, è contraddetta dal fatto che AMATUS era _comes Signiae anno 977_ (Vol. III, pag. 557 in nota). La contea della Campania era, come la Sabina, governata da Consoli pontificî, da _Duces_ o da _Comites_. È eziandio errore di confondere la casa Conti coi Crescenzi. Quella fu di origine longobarda, e la sua grandezza derivò per primo da papa Innocenzo. Anche il CONTELORIO comincia coll’epoca di lui la serie dei Conti. [2] I _Gesta_ erroneamente scrivono _Scorta_ a vece di _Scotta_. Evvi un _Romanus de Scotto_ dell’a. 1109 (Vol. IV, pag. 377, nota 1); ed un senatore _Bobo Donnae Scottae_ dell’a. 1188 (ivi, pagina 707, nota 3). Il GRIMALDI, _Liber Canonicor. S. Vaticanae Basilicae_ (_Mscr. Vatican. 6437_, fol. 162) dice che gli Scotti dimorassero nella regione _Arenula_, presso a _S. Benedicti Scottorum_, oggidì _S. Trinitatis Peregrinorum_. La famiglia era in Roma assai numerosa di persone. [3] ROGERO HOVEDEN, _Annal._, p. 778. Innocenzo fece a questo tempo numerare i cittadini a seconda delle giurisdizioni delle chiese, ma sventuratamente quei registri statistici non giunsero fino a noi. Il CANCELLIERI, _del Tarantismo_, p. 19, reputa che allora la popolazione di Roma salisse a 35,000 anime: ma è cosa di cui non si può aver prova. [4] CANCELLIERI, _Storia de’ solenni possessi de’ sommi Pontefici_. L’antichissima descrizione di quelle consuetudini ch’è data nella _Vita Paschalis II_ (1099) contiene omai le forme dei Libri rituali dei secoli duodecimo e decimoterzo. Vedi gli _Ordines Romani_ nel MABILLON, _Mus. It._, II: il più esatto è l’_Ordo XIV_ del cardinale JACOPO STEFANESCHI, che descrisse eziandio in un poema la processione tenuta per la coronazione di Bonifacio VIII (_De coronatione Bonif. VIII_, MURATORI, III, 644). [5] _Regnum_ o _Phrygium_: trovasene il disegno nel GARAMPI, _del Sigillo della Garfagnana_, dove (p. 91) è data la descrizione della tiara di Bonifacio VIII. — Vuolsi che Nicolò I adoperasse una sola corona, che Bonifacio VIII ne cingesse due, e Urbano V usasse di un triplice serto, ma è cosa di cui non si può conseguire la prova. Il GARAMPI tien nota di quel passo di BENZONE, secondo cui Nicolò II (1059) avrebbe tenuto in capo due diademi. Oggidì nelle grandi festività vedonsi recare in giro quelle splendide tiare, ma nessuna di esse deriva dal medio evo. [6] _Accipe Tiaram, ut scias te esse Patrem Principum et Regum, Rectorem orbis, in terra Vicarium Salvatoris nostri Jesu Christi, cujus est honor et gloria in saecula saeculorum._ Vedi la nota del PAPEBROCH al testo di JACOPO cardinale (MURAT., III, 648). [7] _Senatores Urbis D. Papam debent adextrare_; e in cambio ne riscotevano dieci _Solidi_: _Ordo XII_ di CENCIO. Nel _Processus_ di Gregorio IX ne guidarono il cavallo il Senatore ed il Prefetto della Città. I Papi andavano a cavallo; Paolo IV pel primo si fe’ portare in lettiga. Quei magnifici cortei vedonsi in Roma or qua or là dipinti in quadri dei secoli decimosesto, decimosettimo e decimottavo. [8] _XII bandonarii cum XII vexillis rubeis._ Nell’_Ordo_ di BENEDETTO (della metà del secolo duodecimo): _milites draconarii, portantes XII vexilla quae bandora vocantur_; ed allora erano ancora milizie cavalleresche delle dodici regioni. Per lo contrario omai CENCIO spiega assolutamente che quei vessilliferi erano la _Schola_ dei _Bandonarii colosaei et cacabarii_ (MABILL., _Mus. It._, II, 199). Ma quella _Schola_ è menzionata accanto ai fabbri, ai lavoratori di lampade ed ai magnani in servizio del Papa, e per conseguenza appare essere stata una maestranza di operai che lavoravano di bandiere e di simili arnesi. Nel secolo decimosesto i dodici vessilliferi furono chiamati semplicemente _cursores_, ed erano corrieri pontificî, ossiano staffette. Così nella processione d’Innocenzo VIII, dell’a. 1484: _duodecim cursores Papae cum XII vexillis rubeis, bini et bini. — Duo praefecti navales_: lo STEFANESCHI li vide nel corteo di Bonifacio VIII; e compaiono eziandio nel secolo decimoquinto, in segno che il Papa ha il dominio anche del mare. [9] Archi di onore, per la prima volta menzionati nella _Vita Calixti II_, a. 1119, usavansi anche nella processione della seconda festa di Pasqua. L’_Ordo XII_ ne denota la positura da torri, da case e da chiese vicine, ma omai CENCIO osserva che molti nomi delle Stazioni fossero andati in disuso; e di già egli fa parola del palazzo Massimo (_domus Maximi_). Il testo che il MABILLON publicò dell’_Ordo_ di CENCIO ribocca di errori; così io riscontrai comparandolo coi mscr. fiorentini. Ad esempio, invece che _Arcus de Cairande_, io vi lessi _Arcus de Miranda_; invece di _salacia fragmina pannorum_, frase senza senso, lessi _palatia Frajapanorum_. Anche i nomi di chiese sono sfigurati. Desiderabile sarebbe una edizione corretta dell’_Ordo_. [10] Gli _Ordines_ più antichi danno alla torre il nome di _Turris Stephani Serpetri_; i posteriori la chiamano _de Campo_ (Campo di Fiore): è la torre _in Parione_, che nell’età di Gregorio VII aveva appartenuto a Stefano prefetto urbano, padre del mal famoso Cencio. Stette ancor lungamente con un orologio, finchè sparve allorchè si edificò il palazzo Pio sulle ruine del teatro di Pompeo. [11] _Et veniunt illuc Judaei cum Lege, facientes ei laudem, et offerunt ei Legem, ut adoret: et tunc Papa commendat Legem, et damnat observantiam Judaeorum sive intellectum, quia quem dicunt venturum Ecclesia docet et praedicat jam venisse dominum Jesum Christum: Ordo XIV._ E a tale proposito sono notevoli i versi del medesimo cardinale JACOPO (MURAT., III, 652): — _Judaea canens, quae caecula corde est_ _Occurrit vaesana Duci, Parione sub ipso_ — — — _Ignotus Judaea Deus, tibi cognitus olim;_ _Qui quondam populus, nunc hostis_ — A quest’occasione gli Ebrei contribuivano alle cucine pontificie una libbra di pepe e due di cannella: _Ordo XII_, p. 200. [12] Nella Vita di Gregorio IX: _et puerilis linguae garrulitas procacia fescennia cantabat_. Certo, a modo dei Romani antichi, vi avranno avuto in mezzo anche canzoni satiriche. [13] Innanzi al san Pietro; vicino alla torre _Stephani Petri_; in prossimità del _Palatium Centii Muscae in Punga_; presso al san Marco; presso a sant’Adriano. [14] Vedi il Vol. IV, a carte 751. San Clemente stava allora a destra del corteo, non, come oggi, a mancina. JACOPO STEFANESCHI dice: _Romulei qua Templa jacent, celsusque Colossus,_ _Quoque pius colitur Clemens, qui dexter eunti est._ — [15] _Ducitur a cardinalibus ad sedem lapideam, quae sedes dicitur Stercoraria — Ut vere dicere possit: suscitat de pulvere egenum, de stercore erigit pauperem: ut sedeat cum principibus et solium gloriae teneat: Ordo XII_. È la prima menzione che si faccia della _Stercoraria_ col suo nome. Anche Giulio II vi si assidette, e, per l’ultima volta, Leone X. Pio VI fece ripulire il sedile di porfido, e collocarlo nel museo Vaticano. Colà se ne vede anche un altro della stessa foggia. [16] _Argentum et aurum non est mihi; quod autem habeo, hoc tibi do: Ordo XIV_. Il detto era bello, ma assai spesso tornava ad ironia. [17] Nella _Vita Paschalis II_ dicesi ancora: _baltheo succingitur, cum septem ex eo pendentibus clavibus, septemque sigillis_. CANCELLIERI, p. 6. Oggi le sette chiavi si tramutarono in una d’oro ed in una d’argento, che vengono porte al Papa in una coppa. [18] Pagavasi ogni servigio, anche allora che nelle processioni dell’Avvento e di Pasqua il Papa moveva coronato. Tutte le _Scholae_ pontificie, officiali, chiese, conventi, giudici, scrivani, il Prefetto, i Senatori ricevevano un donativo. Tenui erano le somme, ma grande il numero di chi riceveva il presente. Tutti gli archi d’onore costavano libbre trentacinque. Gli Ebrei toccavano venti _Solidi_, più delle altre _Scholae_; i Senatori, ad Avvento ed a Pasqua, allorchè mezzi di loro pranzavano dal Papa, ricevevano un malechino a testa (altrettanto forse ogni giudice ed ogni avvocato): ad ogni festività in cui il Papa usciva coronato, avevano una botte di vino ed una di claretto, e un pranzo di quaranta coperti (_Ordo XII_). Il Prefetto della Città aveva un pranzo di quindici coperti, un barile (misura usitata ancora oggidì) di vino, ed uno di claretto. [19] Enrico VI aveva ridotto lo Stato della Chiesa a quegli istessi confini di Ducato romano cui fu ristretto negli ultimi tempi, e mantenuto dall’occupazione francese fino al 1870. [20] _Ad ligiam fidelitatem recepit — de praefectura eum publice investivit, qui usque ad id tempus juramento fidelitatis Imperatori fuerat obligatus: Gesta_, c. 8, ed _Ep._ I, 23. [21] _Ego Petrus Urbis praefectus juro, quod terram, quam mihi D. Papa procurandam commisit, fideliter procurabo ad honorem et profectum Ecclesiae:_ formula giuratoria nella _Ep._ 577, lib. I. _Epistolar. Innoc._ — Stando ai _Reg. Innoc. III_, I, _Ep._ 23, distinguesi quell’omaggio in due atti: primieramente si compie l’investitura dell’officio col simbolo del mantello, indi succedono il _ligium homagium_ e l’investitura col simbolo del calice: io credo che quest’ultimo atto costituisse l’infeudazione del territorio prefettizio. [22] Scrittura dell’antiquario SIGNORILIS (_Mscr. Vatican. 3536_). L’Autore dice di aver trovato il documento di cui diciamo sopra, _in principio Censuarii antiqui dicte urbis jam in novitatibus Romanis amissi_. [23] Quanto ampli fossero ancora nel secolo duodecimo i suoi privilegî si pare eziandio dalla consuetudine che al Prefetto perveniva il patrimonio di ogni uomo che morisse senza figli nella città Leonina. La abolì Calisto colla Bolla _dat. Albae VI Id. Julii A._ 1122 (nel MORETTO, _Ritus dandi Presbyterium_, Rom. 1741, App. III, 332). [24] Non altro che in questo modo puossi spiegare la durata della Prefettura nella casa di Vico. Del Prefetto a questo tempo si tien nota officiale soltanto nel _Patrimonium_ di Tuscia. Che antico fosse il patrimonio prefettizio tusco lo abbiamo di già veduto nel secolo duodecimo. Ancor nell’anno 1453 Calisto III sottopose alla giurisdizione del Prefetto una serie di città, ma solamente di Tuscia (CONTELORIO, _Del Prefetto_, n. 45). [25] _Praefectusque urbis, magnum sine viribus nomen_, scrive la _Vita Bonif. VIII_ (MURAT., III, 648), manifestamente rammemorando quel passo di BOEZIO (III, _Prosa IV_), ov’è detto: _praefectura magna olim potestas, nunc inane nomen est_. Cade in istrano errore il LEO, allorquando (_St. d’It._, II, 206) afferma che, dopo di Innocenzo III, il Prefetto eletto dal Papa avesse officio e titolo di Senatore. [26] _Ep._ II, 467. Il Papa lo appella _dilectum filium Petrum Praefectum urbis, virum nobilem et potentem_. [27] Nel secolo decimoterzo si trova del continuo questa formula: _Ego N. auctoritate Alme Urbis Praefecti Notarius_, oppure: _Ego N. Dei gratia Sacrae Romanae Praefecturae Judex et Scriniarius_. [28] CONTELORIUS, n. 18. Il disegno del suggello prefettizio è nel PIETRA SANCTA, _Tesserae Gentiliciae_, Roma 1638, p. 656, ed anche nel VETTORI, _il Fiorino d’oro_, p. 129. Il prefetto Giovanni v’è rappresentato assiso sopra un seggio decorato di teste di cane; nella mano destra tiene una spada, nella manca la rosa. La iscrizione dice: _Attinui Papae Munus Auream Rosam_; e nel contorno: _Joannes Dei Gr. Almae Urbis Praefectus Caesare Absente Pontificis Ductor_. Appartiene incirca all’anno 1340. Il Prefetto porta a stemma un’aquila bianca in campo porporino, e talvolta l’aquila ghermisce la rosa nell’artiglio: all’intorno sono disposti sei pani, in segno del tributo giornaliero che al Prefetto prestavano i fornai della Città. Egli riceveva altresì ogni giorno una misura di vino dai vinai, ed una testa di montone dai macellai. Roma non possiede monumenti di alcun Prefetto; bensì Viterbo conserva la tomba di _Petrus de Vico_ (m. 1268). Vedine i disegni nel BUSSI, p. 158 e 159. [29] Nella processione della coronazione: _comitantibus Praefecto et Senatore: Gesta_, c. 8. [30] _A tempore Benedicti Carissimi Senatum Urbis perdiderat, et idem B. — subtraxerat illi Maritimam et Sabiniam: Gesta_, c. 8. [31] Notizia di questo Senatore io traggo da un documento dei 27 Gennaio 1198, della santa Maria in Transtevere; _anno 1 D. Innoc. III PP. Ind. I in curia senatoris ante Eccl. b. M. in Campitolio. Et hoc factum est tempore Dni Scotti Paparonis Urbis Rome Senatoris_ (_Mscr. Vat. 8051_, fol. 33). Sul pavimento della chiesa di santa Maria Maggiore una tavola di marmo (copia moderna della originale) tiene incise le imagini di due cavalieri a cavallo coi nomi: SCOTUS PAPARONE JOHS PAPARONE FILI EI. La _Descrizione della Città_ (III, 2, p. 275) e il VALENTINI (_Illustrazione della Basil. Liberiana_, p. 3) traspongono erroneamente questi due Romani al tempo di Eugenio III. Entrambi nell’anno 1201 erano morti; lo significa un’iscrizione in san Pantaleo ai Monti: _A. D. MCCI Ind. V Mense Octb. D. XX... Ego Aldruda Infelix Christi Famula Uxor Quondam_ SCOTTI PAPARONIS _Roman. Consulis — Ob — Depositionem Animarum Praedicti Viri Et Filii Mei Johis Paparonis Ecclesiam Istam... Reintegrari Feci_. [32] _Et exclusis Justitiariis Senatoris, qui ei fidelitatem juraverat, suos Justitiarios ordinavit; electoque per Medianum suum alio Senatore tam infra urbem, quam extra, patrimonium recuperavit nuper amissum: Gesta_, c. 8. Ignoto è il nome del nuovo Senatore. [33] Nel Codice fiorentino di CENCIO la formula trovasi denotata col nome di Innocenzo; nell’_Ordo Roman. XII_ dello stesso CENCIO, col nome di Urbano; meglio sarebbe di Clemente III. [34] Il _Cod. D._ 8, 17 della Bibl. Angelica di Roma contiene la formula della nomina di un Podestà in una terra soggetta al Senato, ed è del secolo decimoquarto. [35] Il nome _Parentius_ compare in Roma per la prima volta nell’anno 1148 fra i Senatori. Intorno a Pietro Parenzo vedansi RAINALDO (ad a. 1199, n. 22), _gli Acta Sanctor._ (_ad 21 Maji_, p. 86), e la _Istoria antica latina del Martirio di S. Pietro di Parensio_, scritta da ANTON STEFANO CARTARI e publicata in Orvieto nell’anno 1662. In Orvieto predicò Pietro Lombardo _Manichaeorum Doctor_ che era ivi andato da Viterbo, città che allora formicolava di eretici (p. 7). Vedasi anche il GUALTERIO. _Cronaca inedita degli avvenimenti di Orvieto_, Torino 1846, I, 212. [36] _Utraque vero potestas sive primatus sedem in Italia meruit obtinere, quae dispositione divina super universas provincias obtinuit principatum. Et ideo — specialiter — Italiae paterna nos convenit sollicitudine providere_: ai Rettori della confederazione tusca, 30 Ottobre 1198, I, _Ep._ 401. [37] _Multi scandalizabantur — tamquam vellet Theotonicos in Italia confovere, qui crudeli tyrannide redegerant eos in gravissimam servitatem, in favorem libertatis declinans, non acceptavit oblata: Gesta_, c. 9, dove viene definita rettamente l’idea nazionale di quel tempo. [38] FATTESCHI, _Duchi di Spoleto_. Certo che anche più tardi, a intervalli di tempo, Ottone IV e Federico II elessero dei Duchi di Spoleto. [39] Bolla data da Todi, ai 2 Ottobre 1198. Innocenzo III fu il primo Papa che conseguì la signoria di Perugia, almeno di nome: così dice ANNIBALE MARIOTTI, _Memoria di Perugia_ (1806), I, 62. [40] Parimenti egli concesse anche a Radicofani la elezione dei consoli, purchè li confermasse il castellano pontificio: _Ep._ VIII, n. 211. — Nel 1201 confermò consolato, statuti e giurisdizione a Fano, a Jesi, a Pesaro: THEINER, _Cod. Dipl._, I, 43. Per lo contrario divietò che si ricevessero Podestà stranieri senza licenza sua: così in Sutri, _Ep._ IX, n. 201. Consoli allora v’erano anche nelle più piccole terre. [41] L’idea guelfa di una confederazione d’Italia continuò ad essere un sogno; ma se vi han creduto i Papi, non vi credettero i Guelfi. Per l’ultima volta nella storia l’idea si rinnovò nell’anno 1846 e alla pace di Villafranca nel 1859. [42] Il documento della confederazione, dato agli 11 Novembre 1197, è conservato nell’archivio di Siena, n. 59, e fu stampato parecchie volte. Alle città della Tuscia romana e della marca di Spoleto Innocenzo concesse di entrare nella confederazione: _Gesta_, c. 11. [43] _Gesta_, c. 14. Una Bolla di Gregorio IX, dei 22 Gennaio 1235, dà ancor più esattamente l’elenco di queste castellanie (_patrimonalia_) pontificie. Nella Campania: Fumone, Palliano, Serrone, Lariano. Nella Maritima: Aqua Putrida, Ostia, _Aritia, Nympha_, Juliano, Cora, Cisterna, Terracina. Nella Tuscia: Monte Fiascone, Orcla, Montalto, Radicofani, Priseno, Aquapendente, Bolsena. Nel Ducato di Spoleto: Cesi e Gualdo. Nel Vescovato di Spoleto: _Rocca Sacrati, Brusium Corinum, Rocca de Saxo_. Nel Vescovato di Narni: Narni, _Castrum Sci Gemini_, Stroncone, Miranda, Otricoli. Nella Sabina: _Rocca Antiqua, et totam Sabiniam cum omnibus castris et villis: Cod. Vat. Reg. 385_, fol. 104. [44] _Johannes Capoccius_ ebbe tre figli: _Petrus_ cardinale di san Giorgio in Velabro (m. ai 20 Maggio 1259), _Archius_ e _Jacobus_. Sua figlia _Johanella_ sposò Pandolfo Sabelli di Ariccia: _Storia della famiglia Capocci_ scritta da JOH. VINCENTIUS CAPOCCIUS (_Mscr. Vatican._, n. 7934). [45] _Sicut auceps deplumat avem omnibus pennis, pro eo, quod ipse Sabinam et Maritimam ad manum Ecclesiae revocaverat, et recuperaverat urbis Senatum: Gesta_, c. 134. [46] Fin dall’anno 1148 Viterbo era Comune con consoli _de communi populo_ e _de militia_, e con suoi decemviri (_capudece_): ORIOLI, _Florilegio Viterbese, Giorn. Arcadico_, T. 137, p. 255. Il Codice degli antichissimi Statuti di Viterbo data dal 1251; esso fu per la prima volta edito da IGNAZIO CIAMPI, _Cronache e Statuti della Città di Viterbo pubblicati ed illustrati_, Firenze 1872. [47] _Diffidati sunt a Romanis. Diffidare_, oggi «sfidare»; _reaffidare_ chiamavasi la dichiarazione ond’era tolto lo stato di guerra per patti d’accordo conchiusi. [48] Credesi che alla famiglia Suburra abbia appartenuto Anastasio IV: si nota che nipote di lui fosse Gregorio vescovo della Sabina (CIACONIUS, _Vita Honorii II et Anastasii IV_). Perdurava il nome famigliare desunto dall’antica via. Una iscrizione dell’anno 1270, nel vestibolo del Panteon, parla di un _Pandulphus de Sebura Archipresbyter Ecclesiae S. Mariae Rotundae_. L’HURTER scrive _Subuxa_ invece di _Suburra_; ed è uno svarione cagionato dall’errore di un manoscritto, che l’Autore avrebbe pur dovuto correggere. [49] _Chron._ SIGARDI, ad a. 1200: _Romani vero Bitervienses in forti brachio subjugarunt_. Ildebrandino era allora capo della famiglia palatina degli Aldobrandeschi, signori del Comitato del loro nome e di Santa Flora. Ai 31 di Luglio egli fece omaggio al Papa in Montefiascone, per ragione di Montalto (CENCIO, fol. 138), e addì 23 Maggio 1221, da Messina, Federico II confermò in possesso di lui la città di Grosseto (_Archivio delle Riformazioni di Siena_, n. 143). L’Archivio di Siena conserva dovizia di documenti riguardanti questa famiglia. [50] _Gesta_, c. 133. La lettera del Papa (V, 138), data dal Laterano ai 10 Gennaio 1203, dice: _Ad arcem Lariani, quae est fere prae ceteris Roccis Italiae spatiosa_. Erroneamente l’HURTER va cercando nella Capitanata la positura di quella terra: era essa una delle quattro rocche pontificie nel Lazio romano, presso l’Algido. Nel 1174, Raino _de Tusculano_ l’aveva data alla Chiesa permutandola con Norma (CENCIUS, fol. 114). [51] Rainero vescovo di Viterbo ne tiene ricordo in una lettera a Giovanni Colonna senatore: _D. Innocentius omnia capitula reformandae pacis inter Romanos et Viterbienses, in sua potestate posuit_ (_Giorn. Arcadico_, T. 137, p. 210). [52] Un documento a frammenti, che si custodisce nell’Archivio municipale di Viterbo, ne conserva gli articoli (ibid. p. 200): _Ego N. civis Viterbiensis ab hac hora in antea fidelis ero Senatui (et Populo Romano)... Guerram et pacem faciam ad mandatum eorum... Salva fidelitate Romani Pontificis et Ecclesiae Rom._ Un’altra formula di pace dell’anno 1281 parla espressamente di _vassallagium et fidelitatem senatui populoque Romano_. L’ORIOLI, il BUSSI, e la _Cronica di Viterbo_ (_Bibl. Angelica_, B. 7, 23) registrano la pace all’anno 1200. Nel 1207 podestà di Viterbo era _Johannes Guidonis de Papa dei gratia Consul Romanorum_ (_Giorn. Accad._, T. 136, p. 125). [53] Così la _Cronica_ (mscr.) sopraddetta: «la campana del comune... poserla nel Campidoglio e poserli nome la paterina di Viterbo». Viterbo formicolava di eretici. Intorno alle porte di bronzo ecc. vedansi i _Gesta_, c. 135. [54] Da Anagni scriveva a Guido, legato in Alemagna: _De urbe quoque scire vos volumus, quod eam per Dei gratiam ad beneplacitum nostrum habemus: Reg. Imp., Ep._ 56, sulla fine. [55] _Gesta_, c. 135. Nel cap. 136 vien detto: _Filii Ursi, quondam Coelestini P. nepotes, de bonis Ecclesiae Rom. ditati_. Egli concesse loro eziandio Vicovaro, Burdello e Cantalupo nel Sabinate. Fra gli Orsini continuò a durare il nome _Bobo_. Mirabile è la frequenza con cui appo loro si trova il nome di battesimo Napoleone (come fu dei milanesi Torre) e l’altro di Matteo. [56] Il GAMURRINI (_Famil. nob. Toscane et Umbre_, Firenze 1671, Tom. II), ad onta che contenga favole parecchie, ha un bel capitolo intorno agli Orsini. Egli tiene per proavo di questa famiglia un _Cajus Orsus Flavius_, intorno al 600 dell’êra cristiana. Vedansi presso di lui registrate le iscrizioni romane antiche che contengono il nome _Ursinus_. L’Antipapa di Damaso aveva nome _Ursicinus_ (a. 366). Nel 499 un _Firmilianus Ursinus_ sottoscrive a Ravenna un istromento gotico. Taccio delle leggende che fanno degli Orsini romani i fondatori della famiglia tedesca degli Orsi di Anhalt, e noterò più tardi quel che dice il Petrarca sull’origine tedesca dei grandi romani. Il MURATORI (_Ant._, III, 784) esclude l’antica derivazione degli Orsini, e modestamente li fa discendere da _Urso quodam nobili viro_. [57] Tutta la famiglia aveva nome di _filii Ursi_. Un Orso _de Baro_ compare omai nell’a. 998 (Vol. III, pag. 464, nota 1 di questa Storia); e di un _Constantinus Ursi_ dell’a. 1032 vien fatta menzione nel GARAMPI, _Mem. della B. Chiara_. Migliore della _Historia di Casa Orsina_ del SANSOVINO (1565) è la genealogia raccoltane dal LITTA, il quale (seguendo le orme del GAMURRINI e del MURATORI) fa cominciare la famiglia storica degli Orsini soltanto dalla fine del secolo duodecimo con Orso, bisavolo di Nicolò III (1277). Il suo albero genealogico concorda con un compendio che io rinvenni nell’archivio Conti-Ruspoli, e che brevemente registra le cinque linee della famiglia composte dei Pitiliano, dei Castel sant’Angelo, dei Bracciano, dei Monte Rotondo, dei Gravina. Lo stemma degli Orsini porta una rosa rossa, con fasce gialle e con tre bende rosse. Soltanto la linea dei Monte Rotondo portava sull’elmo anche un orso seduto, con un mazzo di rose nell’artiglio. [58] Nell’anno 1101 compare lo stipite dei _filii Johis Ocdolinae_ (Ottolina, nome di donna romana): vedi il Vol. IV, pag. 367, nota 1 di questa Storia. [59] Stando ai Regesti, Innocenzo III dimorò in Velletri per lo meno dai 14 di Settembre fino ai 6 di Ottobre. [60] Su di Odone figlio di Gregorio, e sui beni di cui fu investita nell’anno 1157 la casa Poli, vedasi il Vol. IV di questa Storia, pag. 641 in nota. La lettera di Innocenzo a Riccardo (VII, 133) data da Roma ai 9 Ottobre 1204 offre schiarimenti intorno alla lite: così vi concordano spesso parola per parola i _Gesta_ tratti da documenti. I Conti tennero per seicento anni il possesso di Poli, fino a che la loro famiglia si spense nell’anno 1808: indi la terra venne in mano degli Sforza Cesarini, e nel 1820 passò nei Torlonia. — Il NIBBY, _Analisi_, II, 569, erroneamente registra questi avvenimenti all’anno 1208. La _Ep._ VII, 133, dimostra che ai 9 Ottobre 1204 non era stata peranco data la carta d’investitura feudale a Riccardo. [61] I _Gesta_ non parlano di Riccardo, bensì ne discorre la lettera del Papa (VII, 133): _turrem tuam acriter expugnarent, ita quod eam, te vix tandem per fugam liberato, ceperunt; et adhuc quidam sub nomine Communitatis detinent occupatam_ (ancor nell’Ottobre 1204). L’HURTER prese uno svarione, non notando che nell’_Ep._ VII, 133, e nei _Gesta_ si parla dello stesso fatto. Non mi soffermo a dire dei suoi scusabili errori in ciò che concerne i luoghi della Città: egli trasporta i _Balnea Neapolis_ sul Celio. [62] _Gesta_, c. 135, 136: _Videns igitur D. Papa, quod furor erat in cursu, cessit. Chron. Foss. Nov._, ad a. 1203: _Nonas Maji indignatione Romanorum D. Papa venit Ferentinum._ Giusta i Regesti (nel BREQUIGNY), una Bolla è data ai 3 Maggio, da Palestrina. [63] Allora il _Circus_ aveva nome di _Castellum Aureum_. Ivi erano due conventi, quello _Domine Rose_ (oggidì santa Caterina dei Funari) e un altro _S. Laurentii Pallacini et in Clausura_. La Bolla di Celestino III dell’anno 1192 (nel _Bullar. Vatican._, I, 74), dice: _Castellum aureum cum parietibus altis et antiquis in circuitu positis_... [64] È certo che il ritorno del Papa avvenne intorno alla Pasqua del 1204; ad esso pertanto fece seguito l’elezione di _Gregorius Petri Leonis Rainerii_. Afferma il VITALE che Gregorio di Giovanni Leone di Rainerio era senatore nel 1203, e ne riporta dei decreti che trae dalla _Storia di Terracina_ del CONTATORE. Però non s’accordano le indizioni. Le _Storie del Senato_ appoggiate sui manoscritti del GIGLI, difettosi di critica, sono piene di lacune. Mancano documenti. — La famiglia _Rainerii_ compare in Roma di già nel 1164 con _Johes Petri Leonis de Rainerio_ (NERINI, p. 193). [65] _Gesta_, c. 139, c. 141. _Boni homines de Communi_, titolo adoperato in tutte le democrazie italiane. [66] _Petrus Anibaldi_ è da Innocenzo III chiamato _sororius_, cognato oppure figlio di sorella. Fu suo siniscalco, e più tardi rettore di Cori: _Ep._ XVI, 86. [67] _Gesta_, c. 139: _Fecerunt utrinque turres ligneas, ubi lapideas non habebant, aggeres et fossata, munientes thermas, et incastellantes ecclesias. — Erexerunt enim petrarias, et mangonellos, conduxerunt balistarios_. [68] _Ep._ VI, 206, e PANVINIO, _Storia_ (mscr.) _della famiglia Frangipani_. Il Papa scomunicò Terracina e la costrinse a prestare il giuramento feudale raccolto in quella lettera. Del resto la città trovavasi in rapporto di feudalità anche coi Frangipani. [69] _Gesta_, c. 139: _Prohibentibus Jacobo Fraiapane et relicta Naionis Frajapanis. Najone_ è volgare abbreviamento di un nome, od altrimenti legger devesi _Rainone_. In alcune carte (del 1207) compare _Jacoba uxor quondam Gratiani Frajapani_. [70] _Non consuevit urbs in aliqua contentione succumbere, quam contra Ecclesiam assumpsisset, neque justitia, sed potentia vincere consuevit. — Numquam tam turpem pacem audivi factam pro Urbe: Gesta_, c. 141. [71] Giovanni Pierleoni tornò a imbronciarsi col Papa. S’impadronì di beni in quel di Tusculo, e fu scomunicato. Morì nel 1204 o nel 1205, e gli fu concessa tomba cristiana soltanto dopo che i suoi eredi ebbero prestato al Pontefice il dovuto soddisfacimento. [72] _Et de communi omnium voluntate quatuor sunt electi, qui secundum praescriptam formam jurarunt, statimque dixerunt, quod ad summum Pontificem pertinebat, creare Senatum: Gesta_, c. 141. [73] Se si stia ad una Storia mscr. del Senato, ch’è posseduta da Don Vincenzo Colonna di Roma, primo senatore unico, giusta il novello sistema, fu Pandolfo: lo ammette anche il VITALE. Se la cosa sia esatta non so; improbabile non è. _Pandulphus de Suburra Romanorum Consul_ trovasi ancora per tre volte da podestà a Perugia, negli anni 1209, 1210, 1217 (dagli atti conservati in quell’Archivio). [74] RAINALDO erroneamente registra all’anno 1208 queste lotte della costituzione. Ecco la successione degli avvenimenti: fugge il Papa, nella primavera del 1203; si fa la nuova elezione del Senato nel Novembre 1203; ritorna il Papa innanzi al 1 Aprile 1204; allora subito avviene la novella elezione; _Gregorius Pierleone Rainerii_, senatore; questi rinuncia all’officio nel Novembre 1204; durante la sua epoca infierisce la guerra civile; si tenta di compor la pace nel Novembre 1204; sono eletti cinquantasei Senatori che durano fino all’Aprile 1205; subentra il Senatore unico. [75] Leggasi la lettera di UGO FALCANDO che serve di introduzione alla sua bella _Storia di Sicilia_: MURAT., VII, 251. [76] _Baliam regni D. Papae dimisit ab omnibus juramento firmandam, quoniam ad eum spectabat tamquam ad dominum principalem: Gesta_, c. 23. Il documento dell’investitura feudale, dei 19 Novembre 1198, è registrato nell’HUILLARD, _Historia diplomatica Friderici II_ (I, 16). [77] Gli scriveva sulla fine del Gennaio 1199, nella sua lettera di condoglianza: _Exultes in Domino — qui pro temporali spiritualem tibi patrem providit, et in matris obitu matrem Ecclesiam — deputavit, ut factus vir et in regni solio solidatus eam amplius venereris per quam te noveris exaltatum_. [78] Con Diepoldo erano uniti i suoi due fratelli Ottone e Sigfredo. La narrazione di tutti questi rapporti di cose è disposta in bell’ordine dall’ABEL, _Ottone IV imperatore e re Federico II_, Berlino, 1856. [79] La _Cronica di Fossa Nuova_ registra nell’anno 1198 una cotale scorreria, onde Diepoldo si spinse depredando fino a Ripi e a Torrice: _Et sedit ibi tres hebdomadas et depraedavit et vastavit — ipsa — castella_. [80] _Gesta_, c. 23. La lettera che il Papa indirisse ai Siciliani nell’Agosto 1199 è raccolta dall’HUILLARD, I, 32. Markwaldo ingannò Ottaviano cardinal vescovo di Ostia, zio di Odone _de Polo_ (UGHELLI, I, 67; CARDELLA, I, 171). Con lui erano i cardinali Guido e Ugolino, il quale ultimo, uomo di saldo animo, diventò più tardi Gregorio IX: e v’era anche il console Leone _De Monumento_. [81] Jacopo dei Conti, di Anagni, che nel 1202 fu giustiziere e capitano nella Campania e nelle Puglie, più tardi in ricompensa ebbe Ninfa come possedimento a vita. Il maresciallo s’era arricchito in Sicilia, e dava denari a prestito al Papa: _Ep._ XV, 114. [82] Sibilla e i suoi figli Guglielmo, Albina, Costanza e Mandonia erano stati esiliati in Alemagna dallo spergiuro Enrico VI. Filippo li ripose in libertà, quando Guglielmo era anche morto. Sibilla andò in Francia, dove Gualtiero sposò Albina: RAUMER, II, 613. [83] _Comitem G. de Brenna, qui velut gener Tancredi regis intrusi mortem nostram et sanguinem sitiebat, sub defensionis nostrae specie misit in regnum. Febr. 1246_: Federico ai Francesi (nell’HUILLARD, _Hist. dipl._, VI, 389). [84] _Duravit hoc Theutonicorum jugum gravissimum decem et septem annis: Chron. Fossae Novae. — Gesta_, c. 39. [85] _Gesta_, c. 124, 125. Ep. X, 131, 132. Bolla _Universis fidelibus per patrimonium B. Petri constitutis... dat. Viterbii IX Kal. Oct. Pont. N. a. X._ Nel dì stesso promulgò un severo editto contro gli eretici, e comandò che si inserisse negli Statuti comunali. [86] La morte di lui (a. 1104) è registrata nella _Cronica_ di Fossa Nuova: _Obiit Gregorius Comes Ceccani, 12 Kal. Oct. feria III_. È la prima volta che si faccia menzione di questa casa di conti. [87] Documento in CENCIO, fol. 123, di recente raccolto nel THEINER, _Cod. dipl._, I, n. 45. Giovanni, figlio di Landolfo e di Egidia, sposò nel 1189 Rogasinta figliuola di Pietro _de Celano_, conte de’ Marsi. Sua sorella Mabilia nel 1182 aveva tolto per marito il conte Jacopo di Tricarico (_Chron. Fossae Nov._). Zio di Giovanni fu Giordano cardinale di santa Pudenziana. Nell’archivio di casa Colonna esaminai molti documenti relativi alla famiglia di cui parliamo, ed eziandio l’importante testamento di Giovanni, dato ai 5 di Aprile 1224 (pergamena originale, scaffale XIII, n. 2). Giusta esso, Giovanni possedeva Ceccano, Arnaria, Patrica, _Cacumen_, Montacuto, _Julianum, S. Stephanum, Magentia_, Rocca Asprano, _Prosseum, Postertium, Carpinetum_, e diritti nel _Castrum Metellanici_, in Alatri, a Frosinone, a _Turrice_, a Ceperano, a Piperno, a _Setia_, a _Nympha_. Figli suoi furono Landolfo, Berardo, Tommasia e Adelasia. [88] CENCIUS, fol. 157: _Qualiter Gualganus de Sculcula recognovit castrum ipsum juris b. Petri esse, et habere illud in custodia;_ è un documento dei 13 Luglio 1158, il primo, per quel che io mi sappia, che parli di questa famiglia. — Nell’archivio Colonna sono parecchie carte dei secoli decimoterzo e decimoquarto; la più antica contiene il testamento di _Conradus de Sculgula fil. quond. dni Galgani_, del 1 Gennaio 1270 (Scaff. XIII, n. 3). Galgano figliuol suo ebbe tre figli; Corrado, Simone, e Goffredo cardinale di san Giorgio in Velabro: ibid, Scaff. XVII, n. 4, pergamena dei 28 Febbraio 1270. [89] _Collismedii_, rocca ruinata nel paese dei Volsci, dove tuttavia dura il nome della terra. È un fatto notevole che questi conquistatori germanici abbiano fino a tempi assai tardi durato in molte famiglie cavalleresche del Lazio. [90] Addì 21 Dicembre 1232, _Oddo de Columpna dominus Olibani_ vendette alla Chiesa la parte che a lui spettava del _Castrum Paliani_ e _Serronis_: CENCIUS, fol. 140. [91] Così vien detto: _Rocca et Castrum Paliani, Rocca et Castrum Serronis_; ed eziandio: _Arx et Castrum Fumonis_, dove sedeva un prevosto del Papa. _Castra_ erano _Nympha_, Tiberia, Norma, _Larianum_, Falbateria ed anche Frosinone: parlasi invece della _civitas Tusculana cum arce ejusdem civitatis_. In documenti del Lazio, a quel tempo, trovasi in uso la formula: _Quaecumque civitas, seu castrum vel Baro_. [92] Anagni e Velletri avevano loro Podestà; Ferentino: _Potestas, Consilium et Populus_ (THEINER, I, n. 195, a. 1241). Allorquando Gregorio XI, nel 1229, tolse Suessa sotto la protezione della Chiesa, dichiarò nella sua Bolla: _Concedimus vobis, ut in preficiendis vobis Rectoribus, et in contractibus venditionis... habeatis ad instar praedictarum civitatum Campanie libertatem_; e prima aveva detto: _sicut Anagniam et alias civitates_ (THEINER, I, n. 153). Nell’anno 1231, in Anagni, venne a lotta il ceto dei cavalieri contro quello dei cittadini, onde Gregorio ne promulgava la Bolla: _Dilectis filiis rectoribus, militibus et populo Anagninis_, data agli 11 Agosto 1231: ibid., n. 161. [93] Dopo della restaurazione operata da Innocenzo III le province della Chiesa s’aggrupparono così: _Campania et Maritima, Patrimonium B. Petri in Tuscia, Ducatus Spoletanus, Romandiola, Marchia Anconitana_. Talvolta per _Campania et Maritima_ trovasi ancora usato il concetto antico di _Comitatus Campaniae_. [94] Documento dato da Spira, agli 11 Ottobre 1215 (MURAT., _Antiq. Ital._, V, 663). Nel 1221 Federico II ritolse Sora al Conte, e lui financo cacciò in prigione. Nell’anno 1228 i Conti reclamarono presso Nicolò IV, ma inutilmente, affinchè loro restituisse ii bel feudo (RATTI, _Hist. della fam. Sforza_, II, 231). [95] Trasmundus = Claricia de Scotta | | Innocentius III | | Riccardus Dux Sorae | | Johannes de Polo, Comes Albae. | | Paulus, Romanor. Proconsul, 1238. | | Stephanus, Card. S. Adriani. Il contratto di divisione dei beni famigliari è dato ai 3 Maggio 1226 (CONTELORI, n. 4). Paolo n’ebbe Valmontone, Sacco, Plumbinaria ossia Fluminaria ecc.; Giovanni ne ricevette _Turrim Urbis_, Ponte Mammolo, Monte Fortino. — _Johannes comes_ (figlio di Paolo o nipote suo) coi beni di Valmontone, di Gabiniano, di Sacco, di Fluminaria formò un fidecommesso a favore di Adenolfo suo figlio e di suo nipote Giovanni. La carta degli 11 Agosto 1287 contiene la fondazione espressa di un maggiorasco, la prima (che io per lo meno mi conosca) di terre romane. La rinvenni nell’archivio della casa Conti-Ruspoli (Busta 27, 8). Eccone la formula: _Teneatur restituere... ille primogenitus... alteri primogenito suo masculo nato ex legitimo matrimonio in infinitum et in perpetuum, ita quod successive dicta castra et tota Terra praedicta et Baronagium semper applicentur et pervenient ad unum solum masculum haeredem primogenitum_ (_Actum in Castro Vallis Montonis in majori Palatio Curiae dicti Domini_). [96] _Ep._ XII, 5: _Nobili viro Riccardo germano nostro Sorano Comiti, dat. Lateran. VI Kal. Martii a. XII_; dov’è aggiunto il patto dei 6 Ottobre 1208. L’investitura del feudo fu data col simbolo del calice (_per cuppam deauratam_). Vedi anche CENCIUS, fol. 138, e il THEINER, I, 53. [97] _Chron. Andrense_, D’ACHERY, _Spicileg._, II, 843, donde si pare che a quel tempo il Senatore spontaneamente rinunciò all’ufficio: _Senatorem urbis, qui quasi ipso invito dominium tenuerat, sponte cessurum denuntiat_. [98] _Nunc autem Ecclesia per Dei gratiam in unitate consistit et imperium peccatis exigentibus est divisum_: Innocenzo nella risposta ai messaggi di Filippo (BALUZIUS, I, 693). [99] _Cum per se devotus existat Ecclesiae, ac descendat ex utraque parte de genere devotorum_: Innocenzo, _Reg. Imperii, Ep._ 29, 33. [100] Vedi il celebre documento intitolato: _Deliberatio Domini Papae Innoc. super facto imperii de tribus electis: Ep._ 29, in cui egli enumera tutte le persecuzioni che gli Hohenstaufen ebbero mosso contro la Chiesa. [101] _Quod non expedit ipsum imperium obtinere patet ex eo, quod per hoc regnum Siciliae uniretur imperio, et ex ipsa unione confunderetur Ecclesia: Reg. Imp._, 29. [102] Lettera 33, del 1 Marzo 1201. [103] Nel _Reg. Imp._ (_Ep._ 32 indiritta ad Ottone), Innocenzo III definisce l’Impero solamente come la _materialis gladii potestas_, a protezione della fede e ad estirpazione degli eretici. [104] Nella _Ep._ I, 401, ai _Rectores_ di Tuscia: _Sic regalis potestas ab auctoritate pontificali suae sortitur dignitatis splendorem_. Vedi eziandio il _Reg. Imp., Ep._ 32, ad Ottone. Nelle lettere pontificie e regie tornava a frase del tutto ingenua, il dire: _Cum Sacerdotium et Imperium duo sint luminaria (majus et minus) in Ecclesia firmamento, quibus mundus in spiritualibus et temporalibus veluti die ac nocte clarescat_. — Questa similitudine inventata già da Gregorio VII (VIII, _Ep._ 21), fu con fanciullesca fantasia ampliata dai frati. Vedi la _Homilia II_ di CESARIO HEISTERBACH (del 1220) monaco cistercense di Colonia, nel _Lib. XII Illustrium Miraculorum et Historiarum Mirabilium_ (Colonia 1091, p. 177 segg.): la Chiesa è il firmamento, sole il Papa, luna l’Imperatore; il giorno personifica il clero, la notte rappresenta il laicato; le stelle sono i Vescovi, gli Abati ecc. [105] Per ragione di cotali dottrine è di grande importanza la risposta data dal Papa ai messaggeri di Filippo (_Reg. Imp._, 18): _Hinc est, quod Dominus sacerdotes vocavit Deos, reges autem principes_. Inoltre le _Ep._ 30, 62. Più tardi nella contesa con Lodovico di Baviera la pretensione del Papa alla signoria universale fu tenuta in conto di canone. Noto qui anticipatamente tre aforismi di ALVARO PELAGIO, _De Planctu Ecclesiae: Papa potest privare imperatorem imperio et reges regno. — Qui non habet Papam pro capite nec Christum habet. — Christus rex temporalis, Papa ejus vicarius, habet in terris utramque potestatem_. Espressamente dice Innocenzo: — _Imperium noscatur ad eam (sedem Apost.) principaliter et finaliter pertinere_ (_Reg. Imp._, n. 29). — Nel _Reg. Imp._, 18, egli afferma essere statuito: _Sacerdotium per ordinationem divinam, regnum autem per extorsionem humanam_. I Pontefici non riconoscevano darsi reame alcuno per la grazia di Dio; e questa loro opinione filosofica sull’origine dei re, quantunque modificata, fu accolta da Federico nella notevole Introduzione alle Costituzioni di Melfi (a. 1231). I Principi, secondo quella, sarebbero stati creati dalla necessità umana della distinzione del mio e del tuo, che succedette alla comunione naturale dei beni: ma il loro istituto avrebbe dipeso benanco da disposizione divina. [106] _Reg. Imp., Ep._ 14; e indi più tardi, allorchè il Papa ebbe condannato Filippo: _Ep._ 61. La protesta di Innocenzo nell’_Ep._ 62. [107] ROGERO DI WENDOVER, _Cronica_ (ed. Coxe, Londra 1841, T. III, 142): _In Capitolio autem et per totam urbem declamatum est: Vivat et valeat imperator Otho_. [108] _Juramentum Ottonis, actum Nuxiae in Coloniensi diocesi a. 1201 VI Id. Junii: Reg. Imp., Ep._ 77; _Monum. Germ._, IV, 205. Si prendeva a fondamento il Diploma di Lodovico I, che dopo di Gregorio VII tenevasi per autentico. Però non ancora si parlava di Corsica e di Sardegna. [109] Tuttavia la Romagna restò nel dominio dell’Impero fino al 1278. Intorno a questi avvenimenti vedasi il FICKER, _Studî per servire alla Storia dell’Impero e della Chiesa in Italia_, II, 469 sgg. [110] _Reg. Imp._, 61, dove si afferma risolutamente il principio della separazione delle due podestà. Oltracciò nell’_Ep._ 62 la risposta del Papa a Bertoldo di Zähringen. Protestò anche Filippo Augusto di Francia, che già addì 29 Luglio 1198 si era collegato con Filippo di Svevia: _Ep._ 63. [111] Innocenzo ammonisce gli Anconetani (VII, 228), invocando il falso testamento di Enrico VI. Egli mandò a loro Cencio, cardinale non di san Lorenzo in Piscina (come pensa erroneamente l’HURTER), ma di san Lorenzo in Lucina. [112] _Reg. Imp., Ep._ 153: _Quidam enim civium Romanorum adversarii tui corrupti pecunia, gravem seditionem adversus nos commoverunt in urbe_... così il Papa nel 1208 scrive ad Ottone, accertandolo che egli non abbandonò la sua causa allorchè tutti lo disertarono ed eziandio insorsero i Romani. La rivolta è quella del 1204 e del 1205. [113] _Gesta_, c. 120: _Senatorem urbis_. Nè è già stile di curia, come opina l’HURTER, per significare la maggioranza dei Senatori; v’aveva allora un solo Senatore, Gregorio Pierleone _Rainerii_, ed era poco tempo prima che egli rinunciasse. Del Prefetto non si fa menzione. [114] _Gesta_, c. 121, dove è anche il documento dell’investitura feudale. Un re ammetteva ciò che Innocenzo voleva proclamare, il Papa essere signore supremo di tutti i Principi: _Cum corde credam et ore confitear, quod Rom. Pontifex qui est B. Petri successor, Vicarius sit illius per quem reges regnant et principes principantur, qui dominatur in regno hominum et cui voluerit dabit, ego Petrus — tibi — summe Pontifex — offero regnum meum_... [115] ZURITA, _Annales de Aragon_, ad a. 1204, p. 91: _deste censo y reconocimiento que el Rey hizo al Papa, buelto a su reyno mostraron los ricos hombres y cavalleros muy descontentamiento_. Pietro si imbarcò novellamente ad Ostia, toccò Corneto, e largì un privilegio di commercio a questa città: il documento è dato _Corneti mense Nov. A. D. 1204_ (Codice appellato _Margherita Cornetana_, fol. 89 t., nell’archivio di Corneto). Il Re cadde nel 1213 vicino a Castel Maurel, combattendo nella guerra degli Albigesi, quand’era mosso in aiuto di Raimondo di Tolosa cognato suo. [116] _Reg. Imp._, 136 (del Giugno 1206; BÖHMER, _Reg._, pag. 21). [117] Tomaso di Savoia e Azzo d’Este (BÖHMER, pag. 23). Nell’archivio comunale di Assisi si conserva un _Privilegium_, con cui Filippo concedeva libera elezione di Consoli a quel Comune; ed è dato da Ulma, addì 29 Luglio 1205. _Testes sunt: Heinricus marscalcus de Kalindin. Heinr. de Smalenecke. Fridericus dapifer de Walpurc. Wernher de boulande. Diedo de Rabenspurc. Dat. ap. Ulmam a. dnice Incarn. MCCV. Quarto Kl. Aug. Ind. VIII._ [118] Nell’archivio delle _Reformazioni di Siena_, n. 77, esiste un trattato conchiuso fra Filippo e Siena ai 23 Maggio 1208; ed è assai importante per far conoscere la reverenza che quegli si aveva in Italia (_XXIII die men. Maii feria VI A. ab Incarn. Dom. MCCVIII Ind. XI. Anno vero regni Serenissimi Rom. Reg. Philippi XI_). Tutti i cittadini del vescovado e del comitato, dell’età dai quindici ai settant’anni, vi giurano di essere fedeli al Re, e di restituirgli tutti i beni che l’Impero aveva posseduto alla morte di Enrico VI: _assignabunt ea in manus Dni Patriarche Aquilegensis et legatorum dominis Regis... Haec omnia supradicta Ego Wolfgerus dei gr. Aquil. Patriar. tocius Italie legatus nomine et vice D. Regis Philippi tibi Johanni Struozi senensium Potestati recipienti nomine universitatis Senensium — promitto... et de omnib. supradictis faciendis — osculum pacis tibi dedi una cum Henrico de Smalnecge et Eberhardo de Luottere. Actum in Sena_. Seguono i testimoni. _Ego Albertus Notarius praed. Patriar. his omnibus interfui etc._ — Filippo aveva mandato Wolfgero, il Burgravio di Magdeburgo e i due nobiluomini sopraddetti da suoi negoziatori a Roma. [119] Ne correva voce pel mondo; lo udì l’Abate di Ursperg, e Federico II nell’anno 1226 lo ripetè: _Hetruriam mihi adolescenti sublaturus per nuptias Philippum patruum delusit_ (_Hist. Dipl. Frid. II_, T. II, 933). — LA FARINA, _Studi_, I. 835; ABEL, 224, 380. — _Promissa Philippi_ (_M. Germ._, IV, 209, all’anno 1205), dove Filippo espressamente dichiara di voler dare la sua figliuola ad un nipote del Pontefice. [120] GUALTIERO DI VOGELWEIDE inveisce parecchie volte contro il Pontefice romano. [121] _Reg. Imp._, 153: _Quamvis nepos ipsius jam tibi adversarium se opponat_; mirabile divinazione! — Vedi le lettere del Papa ai Tedeschi in favore di Ottone (154-158 ecc.), e l’altra di Ottone (n. 160), in cui questi chiede di essere prestamente riconosciuto per re. [122] Soltanto nel dì 7 Agosto 1212 Ottone sposò la giovine Beatrice. La sventurata Principessa porse la mano al nemico della sua casa quand’egli era colpito di anatema, e morì quattro giorni dopo, agli 11 di Agosto. [123] Libertà di elezione capitolare dei preti. Diritto di appello a Roma. Rinuncia al _jus spolii_. Distruzione degli eretici. _Mon. Germ._, IV, 216. _Reg. Imp._, 189. Intorno a cotali rapporti vedasi il FICKER, _Studi per servire alla St. dell’Imp. e della Ch. in Italia_, II, n. 365, sgg. [124] BÖHMER, 41, 42. Tengo eziandio nota di due documenti dell’archivio di Siena, n. 83 e 84. Addì 3 Luglio 1209 i Sanesi protestano al Patriarca, legato di Ottone, che sarebbero fedeli all’Imperatore e che per conto di lui conserverebbero i beni di Enrico VI. Addì 4 Luglio 1209, il Patriarca nega la provvisoria conservazione dei beni. [125] _Dux Saxonie — Otto venit in Lombardiam cum magno exercitu, in cujus terribili adventu tremuit Italia, et nimio pavore concussa est: Monach. Padov. Chron. Estense_, MURATORI, XV, 301. — _Venit magno et inusitato exercitu_, dice la _Cronica di Fossa Nuova_. [126] GERARDO MAURISIO (MURAT., VIII, 20) ha un prezioso episodio, in cui descrive la conciliazione di questi tre grandi Capitani, pacificati da Ottone. — Salinguerra: _saliens in guerram_. Azzo fu il primo tiranno cittadino, poichè nel 1208 Ferrara (donde egli aveva scacciato quell’altro) diede a lui la signoria. Documenti nel MURAT., _Ant. Est._, I, 389, e il LA FARINA, _Studî_, I, 873. [127] Ratifica di Ottone, _datum in castris in monte Malo, 4 Non. Octbr. Ind. XIII_ (_Mon. Germ._, IV, 218; _Reg. Imp., Ep._ 192). Il _Chron. Slavor._ (LEIBNITZ, _Rer. Brunsw._, II, 743) nota il numero dell’esercito: seimila corazze, arcieri, e popolo infinito di vassalli. [128] Errano l’HURTER e il LA FARINA quando descrivono il cammino che tenne la comitiva della coronazione. Non è vero che Ottone percorresse coronato le vie della Città; e il banchetto fu servito in Laterano. Gli _Annales_ REINERI, ad a. 1209 (_Mon. Germ._, XVI, 602), parlano dell’occupazione del ponte Tiberino, _ne consecrationem ejus, sicut animo conceperant, Romani impedirent_. [129] _Contradicentibus pro maxima parte Romanis_: RIGORD, _De Gestis Philippi Augusti_, p. 51. La _Cronica di Brunswick_ scritta in rima (LEIBNITZ, _Rer. Brunsw._, III, 120 segg.) dice: «Per la qual cosa il Senato di Roma ed il Consiglio furono tutti d’accordo. E si stizzirono perciocchè ad essi non si fosse fatta parola che in quell’ora dovesse avvenire la consecrazione imperiale: ed era per questo il loro cuore gonfio d’ira». Mancano i documenti per potere stabilire chi fosse allora senatore. [130] _Ad — portam Romae_ (ponte Sant’Angelo), _et D. Papa ibi eum benedixit, licentiavit et rogavit eum, ut alio die adveniente recederet a territorio Romano: Chron. Fossae Novae._ [131] La più parte dei Cronisti cerca la causa del combattimento in questo, che Ottone rifiutò di largire ai Romani i soliti donativi (_propter quasdam expensas, quas ab Imperatore Romani ex debito petebant_, dice RIGORD: e parimenti FRANCISCUS PIPINUS, che copia dal primo; MUR., IX, 637): così l’inedito _Chron. Imp. et summor. Pontif._ (Cod. 5. Plut. XXI. nella Laurenziana di Firenze). Stando al MAURISIUS (_Hist. Eccelini_; MUR., VIII, 21), Ezzelino II superò tutti nella pugna. La _Cronica rimata di Brunswick_ dice che il Papa accompagnasse l’Imperatore per un paio di miglia; ma è un errore. Dopo la coronazione Ottone e Innocenzo non si rividero più. [132] _Sub periculo personae nostrae ad vos urbem intrare decrevimus. Attendat tamen sanctitas vestra quod magnum periculum in introitu in urbem toti Ecclesiae posset provenire: Reg. Imp., Ep._ 193. La risposta del Papa, data agli 11 Ottobre dal Laterano, è nell’_Ep._ 194: _de negotio vero terrae_; e trattasi fuor di ogni dubbio della «terra di donna _Mechtilde_», come la _Cronica rimata_ avvisa essere stato il primo oggetto della controversia. CESARIO HEISTERBACH (_Homil._, II, 173) notò, che dopo la concordia perfetta in cui s’era al tempo della coronazione, scoppiò la contesa _propter quaedam allodia_. [133] Ai 17 Ottobre trovossi vicino ad Isola Farnese (BÖHMER, n. 79). Ai 25 fu a Poggibonsi, dove emanò il Diploma faustissimo per Pisa, cui concesse la Corsica. Ai 29 fu a San Miniato. — Ai _Regesta_ del BÖHMER aggiungo io un _Privilegium_ per Siena (da San Miniato, ai 29 Ottobre; copia autenticata nell’arch. di Siena, n. 65, e _Kaleffo novo_, fol. 610), in cui esonera la città dal pagamento delle somme dovute al fisco dopo la morte di Enrico VI. — Aggiungo un altro Diploma originale per Siena (dato da Foligno ai 14 Decembre 1209), che comincia: _Gratiose liberalitatis_... Siena ne riceve libertà di elezione dei suoi Consoli sotto riserva dell’investitura imperiale, e verso tributo di settanta marchi d’argento che la città deve pagare nei quindici giorni successivi a Pasqua, in mano del Prevosto imperiale in San Miniato (_Kaleffo novo_, ibid.). — Cito anche un Privilegio dato al Vescovo di Chiusi, cui l’Imperatore cede quella città: _Acta sunt haec A... 1209 Ind. XIII. Dat. apud Fulgineum Id. Decbr._ Fra i testimonî è _Yzilinus de Tervisio_ (Arch. comunale di Orvieto, cassa 2). — Ai 24 Dicembre, da Terni, Ottone promulgò un Privilegio per la santa Maria ed il santo Anastasio in quella città. Il BÖHMER, seguendo l’UGHELLI, lo registra sotto la data del 1 Gennaio 1210; ma è un errore. L’istromento che io ricopiai nell’archivio comunale di Terni, dice: _Dat. Interamnes A. D. MCCVIIII. VIII Kals. Januarii Ind. XIII_. [134] _Paene totam Romaniam_, dice RIGORD: ma non è la Romagna, chè talvolta vien così denominata tutta la Tuscia romana. _Riccardi Comitis S. Bonifacii Vita_; MUR., VIII, 123. [135] La patente d’investitura feudale di Azzo (senza l’Esarcato di Ravenna) è data da Chiusi, ai 20 Gennaio 1210 (MURAT., _Ant. Est._, I, 392; LÜNIG, I, 1565). Già Innocenzo nell’anno 1208 aveva dato la Marca in feudo ad Azzo (MURAT., ibid., 391): dopo la morte di lui, avvenuta nel Novembre 1212, Innocenzo infeudò Aldebrandino (figlio di Azzo) di Ancona, di _Asculum_ ecc., per dugento libre di _provisini_ all’anno e coll’obligo di fornire alla Chiesa cento cavalieri, che dovevano servire un mese all’anno, _per totum ipsius Ecclesiae patrimonium a mare usque ad mare, et a Radicofano usque Ceperanum_. Questo notevole documento dei 10 Maggio 1213 è raccolto nel THEINER, I, n. 56. — Morto Aldebrandino nel 1215, signore delle Marche diventò il fratel suo Azzo VII. — Anche il feudo di Salinguerra fu confermato da Innocenzo, addì 7 Settembre 1215: ibid., I, n. 59. [136] Archiv. di Perugia, _Liber Summissionum_, Vol. †, fol. 102. I Perugini, col beneplacito di _Pandulphus de Subora_, loro podestà, giurano _quam defensionem facere promiserunt a civitate Perusii infra usque ad urbem Romanam_. Il Papa promette in cambio: _si venerit ad pacem cum Imperatore — civitatem Perusii ponet in pace cum Imp._ Egli promette di rispettare le consuetudini di Perugia e la libera elezione dei Consoli e dei Podestà. [137] Sclamò: _Poenitet me fecisse hominem!_ Importantissima lettera indiritta all’Arcivescovo di Ravenna, ai 4 Marzo 1210: _Ep._ XIII, n. 210. [138] Dice un moderno storico, l’ABEL, che la colpa di Ottone non fu di aver rotto il giuramento fatto al Papa, ma di averlo prestato. [139] HAHN, _Collect._, I, 209, n. X. In Inghilterra si difendeva il Guelfo senza riserva alcuna: ROGER DE WENDOWER, III, 232 e _Recueil des Hist. des Gaules_, XVIII, 164. [140] _Chron. Fossae Novae_, ad a. 1210. Pietro di Celano possedeva allora Capua, e Diepoldo teneva Salerno (RICCARDO DI SAN GERMANO, ad a. 1210). [141] L’anatema fu annunciato con tutta la sua solennità soltanto ai 31 Marzo 1211. [142] _Nulla facultas_ _Visendi Romamve datur, Dominive sepulcrum._ (WILH. BRITON. ARMOR. _Philippidos_, Lib. VIII, p. 199, nel DUCHESNE, V). [143] _Johannes Capotius, qui Ottoni favebat, ejus sermonem interrupit dicens: os tuum os dei est, sed opera tua, opera sunt diaboli_ (CAESAR. HEIST. _Miraculor._, I, 127). — Nei Regesti di Ottone il prefetto Pietro compare per la prima volta fra i cortigiani dell’Imperatore ai 30 Marzo 1210; per l’ultima volta lo si trova col figlio suo Giovanni, a Lodi, nel 22 Gennaio 1212. [144] _Ibique consilio et interventu D. Papae obtinuit, ut a civibus et Pop. Rom. Fridericus imperator collaudaretur, et de ipso factam electionem Papa confirmavit: Chron. Ursperg._, p. 239. Ei si vede che Ottone non aveva a Roma un gran partito. [145] Di già nel Febbraio, da Messina, promulgò alcuni documenti, nei quali confessò di essere vassallo della Chiesa per Sicilia, e confermò la libertà delle elezioni vescovili: BÖHMER, p. 68, 69. _Histor. Dipl. Fried._, I, 201, sq.: _Ne unquam beneficiorum vestrorum, quod, advertat Dominus, inveniamur ingrati, cum post divini muneris gratiam non solum terram, sed vitam per vestrum patrocinium nos fateamur habere_. Nell’Aprile, in Roma, concesse al Papa la successione nella contea di Fundi, quando fosse morto Riccardo conte: _Mon. Germ._, IV, 223; _Hist. Dipl._, I, 208 (senza annotazione del giorno). [146] Documento dato da Egra (_Mon. Germ._, IV, 224; _Hist. Dipl._, I, 269). Ivi il Papa è appellato _protector et benefactor noster_: il linguaggio ne è assai umile. L’estensione dello Stato ecclesiastico è significata colla formula ottoniana: _Ad hos pertinet tota terra que est a Radicofano usque Ceperanum, etc._ Vi venne fatto riferimento alla donazione di Lodovico. [147] _Mon. Germ._, IV, 228; _Hist. Dipl._, I, 469. [148] _Degradatus est Otto quond. Imp. et excommunicatus est ab omni concilio: Annal. Meltenses, Mon. Germ._, V, 159. [149] Il suo ritratto, che trovasi nell’HURTER, non è che una invenzione: di lui non ne esiste alcuno. Il suo Biografo dice: _Statura mediocris, et decorus aspectu, medius inter prodigalitatem et avaritiam — fortis et stabilis, magnanimus et astutus, fidei defensor, et haeresis expugnator, in justitia rigidus, sed in misericordia pius_ (?); _humilis in prosperis et patiens in adversis, naturae tamen aliquantulum indignantis, sed facile ignoscentis_ (_Gesta_, c. 1). [150] Cessione d’Inghilterra del 1208 e dei 15 Maggio 1213: DUMONT, I, n. 258 e n. 275; RYMER, fol. 111. Il Re giura, come avrebbe fatto un barone latino, l’_homagium ligium_. Quando i Baroni ebbero ottenuta la _Magna Charta_, Innocenzo scomunicò la giovine libertà degl’Inglesi, e fino dal nascere condannò la loro gloriosissima opera. Del resto cessò in breve il rapporto feudale. Delle tre promesse, _homage, fealty and yearly rent_, Giovanni prestò solamente la prima. Fedeltà giurarono soltanto egli ed il suo piccolo figlio Enrico. Il tributo di mille marchi sterlini fu ricusato da Edoardo III (_absolutely refused_, dice LINGARD, _History of England_, II, Appendix, p. 626). [151] Nel _Cod. Vat. 3535_ sono registrati in compendio gli atti di questa natura d’Innocenzo III e di altri Papi: sono tratti dai libri feudali della Chiesa. [152] _Sicut in arca foederis Domini cum tabulis testamenti virga continebatur et manna, sic in pectore S. Pontificis cum scientia legis divinae rigor destructionis et favor dulcedinis continetur_: lettera a re Giovanni, in cui si congratula seco lui della sua umile soggezione. Quest’è forse il più grandioso documento della potenza pontificia (RYMER, _Foedera_, I, fol. 116). [153] _Regula et vita istorum fratrum haec est, scil. vivere in obedientia et in castitate, et sine proprio, et D. nostri Jesu Christi doctrinam et vestigia sequi, qui docet: si vis perfectus esse, vade, et vende omnia, et da pauperibus, et habebis thesaurum in coelo; et veni, sequere me_ (MATH., 9, 21): Capitolo primo della regola del Minori, nel WADDING, _Annales Minorum_, I, 67. [154] _Bullar. Magn. Rom._, I, 93, Bolla dei 29 Novembre 1223. Le costituzioni dei Minori, del secolo decimoterzo, contengonsi nel _Cod. Palatin._, n. 571, dal fol. 1 al fol. 25. [155] Bolla _Lampas insignis_, data da Lione, ai 26 Giugno 1250. Ai Francescani fu concesso il convento in tutta la sua estensione, conformemente al _Privilegium_ di Anacleto. Il possesso effettivo essi ne ottennero nell’anno 1251 (CASIMIRO, _Storia di Araceli_, p. 16). [156] _Ex ipso Capitolii vertice dominatur pauperum primicerius, quam ex Tarpeia rupe Romanorum rexere Monarchas, ad plures utique nationes hujus sodalitii Rectoris pertransit auctoritas, quam antea Romanorum diffundebatur Imperium._ Così orgogliosamente dice il WADDING, annalista dell’ordine (ad a. 1251, n. 36). Francesco morì nell’anno 1226, nella _Portiuncula_, e fu canonizzato nell’anno 1228. Ne scrissero la vita Tomaso da Celano suo discepolo, e i tre compagni Leone, Angelo e Rufino; più tardi dettolla il celebre mistico Bonaventura (_Acta SS._, Oct, T. II, 545, segg). Una scrittura dilettevole a leggersi e insieme grave di pensamenti, ne compilò a’ nostri giorni CARLO HASE: _Francesco d’Assisi_, Lipsia 1856. [157] La Bolla è data da santa Sabina (_Bullar. Mag. Rom._, I, n. 91, e _Bullar. Ordinis Fratr. Praed._ p. 2). Narra la leggenda che Domenico e Francesco nell’anno 1215 s’incontrassero insieme a Roma; un sogno fece conoscere all’uno le fattezze dell’altro suo compagno. I due ordini s’inimicarono per gelosie; però oggidì ancora nelle loro festività, con funzioni religiose e con mense comuni celebrano la memoria dell’amicizia che unì i loro fondatori (LACORDAIRE, _Vie de S. Dominique_, c. VII). [158] La storia dei Domenicani scritta dal MAMMACHI (_Annal. Ord. Praed._, 1756) principia coll’anno 1170. Vedine il Tom. I, 567, sulla traslazione dell’ordine a santa Sabina, onde le Domenicane passarono a santo Sisto. La santa Maria sopra Minerva fu residenza del generalato dell’ordine sino allo scorcio del 1873; giacchè or furono soppressi anche i monasteri e i conventi nella santa Roma, cosa che pochi anni addietro nessuno avrebbe imaginato. [159] L’un fu tutto serafico in ardore, L’altro per sapienza in terra fue Di cherubica luce uno splendore. DANTE, _Paradiso_, c. XI, v. 37-39. [160] _Quando fratres vadunt per mundum, nihil portent per viam, nec sacculum, nec peram, nec panem, nec pecuniam, nec virgam_: Cap. XIV della regola dell’ordine. [161] Di questa terra fa parola per la prima volta ANASTASIO, _Vita Stephani_, V, n. 529: _S. Theodorus in Sabello_; indi, a. 1023: _Territorio Albanese in fundo et loco qui vocatur Sabello_ (GALLETTI, _Del prim._, n. 34). La famiglia era detta _de Sabello_ (cioè _dominus_). Il testamento di Onorio IV, a. 1285, parla dell’or distrutto _Castrum_ come di bene suo famigliare, situato in prossimità di Albano (RATTI, _Fam. Sforza_, II, 302). Anche il PANVINIO (_De gente Sabella_, Mscr. Bibl. Casanatense) incomincia la genealogia della famiglia soltanto con _Haimericus_, padre di Onorio. Il suo nome (Amalrich) accenna ad origine germanica. [162] Il cardinale STEFANESCHI, nel suo poema sulla coronazione di Bonifacio VIII (MUR., III, 648) celebra i Savelli dando loro il predicato di miti; raro pregio per baroni romani: _nec non Sabellis mitis_. Cotale lode si meritarono per opera dei due papi Onorio III e Onorio IV, e di Pandolfo senatore. [163] Vol. IV, pag. 735 di questa Storia. [164] Nessun documento dice quali uomini fossero a quel momento senatori. Al tempo del Concilio dell’anno 1215, senatore era _Pandulphus filius quondam Johannis Petri de Judice_, locchè finora passò inosservato (Istromento del 1217; MURAT., _Antiq. Ital._, II, 563). [165] _Chron. Fossae Novae_, ad a. 1217. [166] Prima lettera di minaccia data agli 11 Febbraio 1219; la seconda è del 1 Ottobre 1219: _Hist. Dipl._, I, 691. Il termine fu stabilito al giorno di san Benedetto, che cadeva ai 21 Marzo 1220; indi fu prorogato fino al 1 di Maggio. [167] _Motus puerorum mirabilis, tam de Romano quam Teutonico regno_: vedansi i _Mon. Germ._, XVI, e gli _Annali_ del RAINER, ad a. 1212. Il Cronista spiega che questo fenomeno morboso del medio evo derivasse _ex arte magica_. [168] THEINER, _Cod. Dipl._, I, 70. [169] Carta data da Hagenau, nel Settembre 1219: _Mon. Germ._, IV, 231. _Juramentum futuri Imperatoris_: ibid., p. 232. I principi confermarono il _Privilegium_ ai 23 Maggio 1220, da Francoforte: THEINER, I, n. 77. [170] RICC. DA SAN GERM., ad a. 1218: _Sed cum propter Romanorum molestias esse Romae non posset, coactus est Viterbium remeare_. L’anno è il 1219, come appare dai _Regesti_. Dopo i primi giorni del Luglio, lo si trova in Rieti; sul principio del Febbraio 1220, a Viterbo; ai 12 di Giugno ed ancora ai 4 di Settembre, ad Orvieto: sulla fine del Settembre, a Viterbo; nell’Ottobre 1220, a Roma. [171] RAINALDO, ad a. 1220 n. 5. [172] Nell’anno 1215, _Parentius Parentii_ fu podestà di Foligno; nel 1216, di Perugia (JACOBELLI, _Discorso di Foligno_, p. 59; e la _Hist. Fulginatis_, T. I _Rer. Ital. Script. Florent._, p. 849); negli anni 1203, 1209, 1218 lo si trova podestà di Orvieto (CIPRIANO MANENTE). La sua lettera senza data è registrata in RAINALDO, nel CURTIUS, nel VITALE, nei _Mon. Germ._, IV, 241: _Gloriosissimo D. F., dei gr. Regi in Roman. Imp. electo, semper Aug. et Regi Siciliae, Parentius eadem gr. Almae et Venerandae Urbis ill. Senator et Pop. universus Rom. salutem etc._ [173] Dal 1220 incomincia la _Series cronologica Almae Urbis Senatorum_, compilata nel 1736, e conservata nell’archivio del Campidoglio. Io la confrontai col mscr. di GIACINTO GIGLI, caporione della regione Campitelli, il quale in sulla metà del secolo decimosettimo tentò per il primo di illustrare i fasti del Senato medioevale. Il suo lavoro fu continuato da CARLO CARTARI e corretto dal MANDOSI (CRESCIMBENI, _Stato di S. M. in Cosmedin nel 1719_, c. 4, p. 134). Ne attinse lo ZABARELLA nell’_Aula Heroum_, e se ne giovò un Anonimo, la cui Storia mscr. del Senato comprende il periodo dal 908 al 1399. Quest’opera senza critica, appartenente un dì alla biblioteca Frangipani (e come tale sovente citata), è oggi posseduta dalla famiglia Colonna. [174] REINERI, _Annales_, ad a. 1220. SALIMBENE, _Chron._, p. 5. Il Papa scrive: _Cum inestimabili alacritate ac pace civium Romanorum solemnissima coronasse_ (a Pelagio di Albano, dei 15 Dicembre, _Hist. Diplom._, II, 82). Lo SCHMIDT, _Storia di Germania_, V, 240, dice egregiamente che i Romani, anche senza di ciò, tenevano in più estimazione un Re di Sicilia che un Imperatore tedesco. [175] Soltanto un litigio sorto fra gli ambasciatori di Pisa e quelli di Firenze per il donativo di un cane, degenerò in battaglia fra le loro comitive, e indi in guerra delle due città: VILLANI, VI, c. 2. [176] Di Roma, ai 22 Novembre 1220. _Mon. Germ._, IV, 243. Essenzialmente furono una _lex constitutiva de abrogatione omnium Statutorum et consuetudinum adversus ecclesias, clericos vel ecclesiasticam libertatem, et de abolitione omnium heresum et hereticorum diffidatione_: e, secondo i concetti del diritto canonico, l’una cosa s’accordava coll’altra. Pertanto l’articolo contro gli eretici (_Chataros, Patarenos, Leonistas, Speronistas, Amaldistas, Circumcisos_) è il più lungo di tutti, e ripetizione degli Editti di Ottone IV. Quello che ordinato aveva Innocenzo IV, che il precetto di perseguitare gli eretici s’inserisse in tutti gli Statuti comunali, diventò adesso legge imperiale. Ogni magistrato supremo era obligato a farne giuramento prima di entrare in officio. [177] Ancora ai 10 di Novembre egli aveva dato comando a’ suoi legati che ammonissero il Re di non unire Sicilia all’Impero (_in sedis apostolicae nec non posteritatis suas dispendium_, locchè in verità fu profetico ammonimento: _Mon. Germ._, IV, 242). Addì 11 Dicembre 1220 egli scrive a _Friderico Rom. Imp. semper Aug. et Regi Sicilie_ (WÜRDTWEIN, _Nova subsidia_, I, 45). Intorno a questi rapporti di cose vedasi ED. WINKELMANN, _St. di Federico II e dei suoi Imperi_, Berlino 1863, p. 146 sgg. [178] Il celebre suo Diploma per Pisa è dato _in monte Malo prope urbem VIII Kal. Dec._ Le dona tutti i diritti imperiali _a civitate Vecla usque ad portum Veneris_: FLAMINIO DEL BORGO, p. 42. Le geste storiche degli Imperatori tedeschi hanno consecrato la ricordanza di Monte Mario: da Carlo magno in poi ogni Imperatore piantò ivi il suo campo. Allora sopra il monte esisteva l’_Hospitale Sanctae Agathes de Monte Malo_, che Onorio III prese sotto la sua protezione: Bolla data dal Laterano, _XIV Kal. Maji anno I_ (_Mscr. Vatican. 8051_, p. 39). [179] Lettera degli 11 Dicembre 1220. Eppure per i trattati conchiusi con Ottone IV la terra da Radicofani a Ceperano apparteneva a coloro che dovevano prestare il _Foderum_: così anche pel patto di Hagenau, del 1219. [180] _Universo patrimonio B. Petri a ponte Ceperani usque Radicofanum possesso et disposito pacifico et quiete pro beneplacito nostre voluntatis_: lettera _Universis_... dei 18 Febbraio 1221, data dal Laterano (_Hist. Diplom._, II, 128). [181] Ma fu anche lo stesso dei Romani e degli Imperatori. A tutte le tre parti potrebbesi applicare la grandiosa imagine di DANTE, là dove descrive le anime che rotolano sassi: Percotevansi incontro, e poscia pur li Si rivolgea ciascun, voltando a retro, Gridando: perchè tieni? e’ perchè burli? _Inferno_, c. VII, v. 27-30. [182] TONNINI, _Storia di Rimini_ (Rimini 1862), secolo XIII, p. 31. Non trovasi che il Papa si dolesse della nomina del Conte, e ciò dimostra che egli riconosceva per validi i diritti imperiali. Sull’elezione di Goffredo (dei 13 Giugno 1221) vedasi la _Hist. Dipl._, II, 186 (dal FANTUZZI, IV, 338). Tempo prima v’era stato _Ugolinus de Juliano comes Romaniole_. [183] La lunga corrispondenza di lettere che vi è relativa trovasi in RAYNALD, ad ann. 1222. Intorno a Rainaldo ed a Bertoldo, duchi di Spoleto e figli di Corrado di Urslingen, vedasi lo STAELIN, _St. del Wirtemberg_, II, 586. [184] _Cronica di Viterbo_, ad a. 1225, _Cod. Biblioth. Angelicae_, B. 7, 23. Essa numera sessantamila abitanti, ma probabilmente vi comprende il distretto urbano. [185] Se si stia a quelle Croniche, i Romani comparvero innanzi a Viterbo nel 1221; indi nuovamente nel 1222. RICC. DA SAN GERM.: _Romani super Viterbium vadunt_. Passo in silenzio le particolarità di queste cose irrilevanti, che il BUSSI descrive nella sua _Storia di Viterbo_. [186] Nel THEINER, I, n. 127. Le fazioni (_pars_) sono quelle dei _milites_ e dei _populares_. Vennero soppresse le _societates, communitates seu fraternitates cedonum, pelliparionum, lanificum et aliorum artificum_. Però, ai 27 Novembre 1223, Onorio restituì ai mercanti la elezione dei rettori, financo colla facoltà: _pacis ineant federa_ (ibid., n. 128). Il Cardinale non abolì le maestranze, ma solamente le loro «compagnie» politiche. Anche nel Lazio lottavano fra loro _milites_ e _populus_: così in Anagni, dove il Papa, addì 11 Agosto 1231, si fe’ mediatore di pace (ibid., n. 161). Le contese durarono a Perugia anche sotto di Gregorio IX. [187] Nel 1232 soppresse tutte le corporazioni di artigiani nelle città vescovili di Germania: _Mon. Germ._, IV, 286. Nell’Ottobre del 1226 abolì i magistrati cittadini nella Provenza: ibid., 256. Sebbene ai Comuni di Sicilia desse una maggior larghezza rappresentativa, e per la prima volta (nell’anno 1240) chiamasse in parlamento i loro _sindici_, tuttavolta ei ne restrinse assolutamente l’attività. Alle città non lasciò alcuna giurisdizione: ai loro Consigli presiedeva sempre il _bajulus_ regio (GREGORIO, _Considerazioni sopra la storia di Sicilia_, III, c. 5). [188] Vedine il catalogo nel MARIOTTI, e meglio nella _Storia della città di Perugia_ di FRANCESCO BARTOLI (1843, Vol. I), che sventuratamente rimase incompiuta. Non prima del 1174 compare a Perugia il podestà. Il primo di romano fu _Stephanus Carzullus_; indi se ne trovano di questi nomi: Capocci, Papa, _Bobo, Gregorii, de Judice_, Pandolfo, _Parentii, Oddo_, Anibaldi ed altri. Ancor nell’anno 1289 si usa la formula: _Nobilis et potens miles Dom. Joannes... Dei et Rom. Populi gr. honorabilis Potestas Civitatis et Communis Perusii_, donde se ne argomenta un rapporto di dipendenza (PELLINI, _Hist. di Perugia_, p. 305). Così ancora nel 1292: _Magnif. et nob. vir Dom. Paulus Capoccini de Capoccis de Roma Proconsul per Senatum Populumque Roman. Potestas Perusii_ (MARIOTTI, I). [189] I primi Statuti (inediti) che si conservano nell’archivio di Perugia incominciano così: _Ad laudem — Dei — S. R. E., Summi Pont., suorumque fratrum Cardinalium, et Alme urbis et Communis et Populi Romani_. — Nell’anno 1214 un istromento dichiara che nel Comune di Perugia si potesse imporre validamente tributo soltanto in alcuni determinati casi, cioè _pro servitio Ecclesiae Rom., Populi Romani, Imperatoris vel nuntii sui_ (THEINER, I, n. 58). Cotale precetto fu nell’anno 1234 inciso sulla _Petra Justitiae_; e questa iscrizione esiste tuttavia, infitta nel muro, presso al duomo della città (BARTOLI, p. 361). — Ai 5 Agosto 1256 Perugia e Orvieto conchiusero una lega; e nella formula vien detto: _ad honorem matris nostrae Alme Urbis_ (Archivio di Perugia, _Lib. Sommiss._, C, fol. 21). Il BONAINI riconobbe giustamente che esisteva il vincolo di dipendenza (_Archiv. Storico_, XVI, p. I, p. XXXVIII, segg.): tuttavia era cosa più onorifica che pratica. [190] _Ad honorem matris nostrae Almae Urbis_: atto dei 28 Novembre 1286 (Arch. comunale di Todi, _Regist. Vetus_, fol. 200). — Addì 11 Agosto del 1230, Todi e Perugia conchiudono alleanza; dalle loro ostilità eccettuano espressamente _Dominum Papam, Imperatorem et Civitatem Almae urbis Romae_: ibid., fol. 23. Dopo del 1200 trovansi in Todi quasi sempre dei romani da podestà (_Catalogo dei Podestà di Todi_ di OTTAVIANO CICCOLINI). [191] _Cronica di Tours_, nel _Recueil_, XIII, 311: _Richardus Comes Soranus — aliique Romani contra nepotes Papae H. de die in diem — assaltibus dimicarent, H. Papa ab urbe egreditur_. — Con ipoteche e con compre Riccardo aveva reso proprietà sua l’isola Tiberina vicino ad Ostia, e la terza parte della sponda e dell’argine del fiume fino alla Marmorata: in prima quelle terre avevano appartenuto al vescovo di Ostia. Onorio le affrancò dalle mani di Riccardo, e le ridonò al detto vescovato (Documento inedito nel _Cod. Vatic. 6223, dat. Lateran. Non. Aprilis a. X_). [192] RICC. DA SAN GERM., 1225: _H. urbem exiens propter seditiones et bella, quae in ea fiunt sub Parentio Senatore, apud Tiburim se contulit_. Non si può da’ documenti stabilire la serie dei Senatori fino al 1225. Onorio fu a Tivoli nel dì 15 di Maggio (RAYNALD, ad a. 1225, n. 21). [193] Giovanni, fratello di Gualtiero di Brienne, fu uomo prode, di forza erculea, _ita ut alter Karolus Pipini filius crederetur_: SALIMBENE, _Chron._, p. 16. Lo sponsalizio con Giolanda si effettuò a Brindisi nel Novembre dell’anno 1225. [194] Documento nei _Mon. Germ._, IV, 255. [195] Avvenne probabilmente nel Novembre del 1225, quando soleva effettuarsi la novella elezione (RICC. DA SAN GERM., ad a. 1225). Andrea, fratello del Senatore, fuggì a Spoleto dove fiorì un ramo di questa famiglia, intanto che un altro ne continuò in Roma (OLIVIERI, _Del Senato_, p. 210). Ad ogni modo, dei _Parentii_ si trovano parecchie volte, ancora fino al 1286, da podestà a Siena, a Orvieto, a Foligno. [196] _Avitas et paternas prosequimur injurias, et productam jam ad alias regiones libertatis insidiose propaginem nitimur supplantare_: così disse Federico nel Giugno 1236 (_Hist. Dipl._, IV, 873). [197] Il bando (pronunciato nell’estate del 1226, da San Donnino) colpì Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna, Faenza (RICC. DA SAN GERM., ad a. 1226). Di parte imperiale erano Modena, Reggio, Parma, Cremona, Asti, Pavia, Lucca e Pisa. [198] Bolla ai popoli del corrispondente territorio della Chiesa, data ai 27 Gennaio 1227 (RAYNALD, n. 5). _Totum patrimonium quod habet R. E. a Radicofano usque Romam, excepta marchia Anconitana, ducatu Spoleti, Reate ac Sabinae, curae regimini et custodiae ipsius regis duximus committendum_: e segue la specificazione dei luoghi. Nelle lettere di Gregorio IX a Giovanni di Brienne gli si dà semplicemente il nome di _Rector patrimonii B. Petri in Tuscia_. [199] È accertato che avesse origine dai Conti, ma non che suo padre Tristano fosse fratello di Innocenzo III. Per fermo la sua età non può stabilirsi che da un passo di MATTIA PARIS, il quale dice che morì quasi centenario. [200] _Forma decorus, et venustus aspectu, perspicacis ingenii et fidelis memorie prerogativa dotatus, liberalium et utriusque juris peritia instructus, fluvius eloquentis Tuliane — relator fidei_: così la _Vita_ scritta da un suo contemporaneo (MUR., III, 575). Anche Federico II celebrò la sua eloquenza. [201] _Gregorius IX Papa, velut fulgor meridianus egreditur_: ibid. [202] Lettera data ai 23 Marzo dal Laterano: _Cod. Ottobon._, n. 1625, fol. 69. Dell’istessa data è la sua enciclica coll’invito al clero di promuovere la Crociata. [203] Dapprima la maestrevole giustificazione nella lettera data da Capua, al 6 Dicembre (_Hist. Dipl._, III, 37). Indi la celebre lettera all’Inghilterra (ibid. p. 49): _Ecce mores Romanorum, ecce laquei praelatorum, quibus universos ac singulos quaerunt illaqueare, nummos emungere, liberos subjugare, pacifico inquietare, in vestibus ovium cum sint intrinsecus lupi rapaces_. Sulla fine dice ai Re: _Tunc tua res agitur paries cum proximus ardet_. — Lo CHERRIER, _Lutte des Papes et des Empereurs_, II, 58, dice di questa lettera: _cette lettre remarquable, qui trois siècles avant Luther, fait déjà pressentir ce reformateur_... [204] RICC. DA SAN GERM., p. 1003. Erroneamente ALBERICO registra lo stesso fatto all’anno 1228: ma poichè entrambi dicono che il Papa trovavasi allora in Anagni, doveva correre l’anno 1227. — ALBERICO: _Fugitivi quidam a diversis ordinibus sibi associati Romae, dum Papa moraretur in Anagnia civitate sua falsum Papam — sibi praefecerunt, habentes quosdam nobiles furtive causa lucri sibi ad hoc adjutores_. [205] Giovanni, fondatore della casa Conti-Poli, s’ebbe Fundi in feudo. Nel 1230 Federico restituì quella terra a Rogero di Aquila, e a Giovanni diede Alba (RICC. DA SAN GERM., p. 1024). Altri partigiani di Federico, che il Papa scomunicò nell’Agosto 1229, furono _Egidius de Palombara, Petrus Gregorii Pagure_ e _Nicolaus de Arcione_ (_Hist. Dipl._ III, 157). La famiglia _de Arcionibus_ s’appellava così dagli archi di antichi acquedotti. Oggidì ancora la «Via in Arcione» denota un quartiere che dall’_Aqua Virgo_ ricevette il nome _in Arcionibus_. Nell’_Ager Romanus_ v’erano parecchie castella di quel nome: il maggiore esiste ancora presso la via Tiburtina. [206] _Chron. Ursperg._, p. 247. Il matrimonio di Odone Frangipane con Anna Comnena (a. 1170) aveva messo in gran lustro quella casa: Costanza imperatrice aveva concesso Taranto e Otranto al detto Odone; ma la infeudazione di Taranto che s’ebbe Gualtiero irritò i Frangipani. Onorio aveva cercato di riconciliarli, e protetto il giovine Enrico Frangipane contro i Terracinesi. Esagerata fu la lode onde il Papa disse: _invicta fides, et devotio indefessa, quem magnifici viri antiqui Frangipani a progenie in progeniem erga Rom. Eccl. habuerunt_ (Bolla da Roma, dei 7 Maggio 1218: RAYNALD, n. 31, e CONTATORE, p. 182). Eccone l’albero genealogico secondo il mscr. del Panvinio e giusta documenti contemporanei: Otto II di Terracina. | | Oddo III, investito di Taranto e di Otranto. | | Manuel. | | | | Petrus, cancelliere della Città. | | Cencius. | | Adeodatus. | | Jacobus. | | Henricus, erede di Taranto e di Otranto. | | Jacobus. [207] MATH. PARIS che attinge da ROGERO DE WENDOVER, p. 349: _Illum ejecerunt ex urbe_... — RICC. DA SAN GERM., p. 1004. — _Chron. Ursp.: fecerunt, ut a populo pelleretur turpiter extra civitatem_. Di già nell’Aprile il Papa fu a Rieti; e sul principio di Giugno ad Assisi e a Perugia, dove, ai 9 di Luglio, canonizzò Francesco a santo. Colà rimase fino alla primavera del 1230. [208] Quando più tardi Luigi IX intraprese la sua Crociata non vi fu più alcuno che pensasse di vendere i suoi beni per seguirlo; e il Re dovette stipendiare i crociati: CHERRIER, II, 376. [209] _Contra legem Christianam decrevit vos in gladio vincere_: TOMMASO DI ACERRA a Federico in Siria. — MATH. PARIS, p. 353. — Per sostenere la guerra contro l’Imperatore Stefano legato spremette ragguardevoli somme di denaro dall’Inghilterra sotto forma di decime ecclesiastiche: il Cronista inglese ne parla con grande irritazione. [210] Giolanda, seconda moglie dell’Imperatore, era di già morta nell’Aprile dell’anno 1228, dopo di aver dato alla luce Corrado. [211] Scrisse al popolo di Gaeta, cui largì grandi privilegî: _Cum igitur reducti sitis ad fidelitatem et dominium Rom. Eccl., ad quam non erat dubium vos spectare_ (Breve del 21 Giugno 1229, da Perugia: _Hist. Dipl._, III, 143). [212] Federico ottenne in Oriente una tregua di dieci anni e la cessione di Gerusalemme e di altre città. Però i Saraceni dovevano far la guardia al tempio, con diritto di potervi pregare. I prosperi successi dello scomunicato Federico in Oriente, la sua arrendevolezza a pacificarsi col Papa, le sue rapide vittorie, la sua moderazione, sono pagine splendide della storia di lui. Il MURATORI esclama: «Non so spiegarmi il contegno del Papa!» [213] _Nobiles quidem Romani ad Imp. apud Aquinum veniunt ex parte S. P. Q. R., cum quo moram per triduum facientes ad Urbem reversi sunt_: RICC. DA SAN GERM., p. 1016. [214] ALBERICUS, ad a. 1230: _Romae autem de inundatione Tyberis ultra 7 millia hominum dicuntur submersa fuisse_; ma certamente non è che un’esagerazione. La _Vita Gregorii_, p. 578, ne discorre diffusamente. Vedansi inoltre RICC. DA SAN GERM., p. 1017, e BONINCONTRIUS, _Histor. Sicula_, p. 307. Solevasi tener nota sopra tavole di marmo dell’altezza cui giungevano le acque nelle inondazioni. L’antichissima che ancora dura in Roma trovai infitta sul muro di un arco nella via dei Banchi di Santo Spirito. Dice: HVC TIBER ACCESSIT SET TVRBIDVS HINC CITO CESSIT A. D. MCCLXXV. IND. VI. M. NOVENB. DIE V. ECCLA VACANTE. [215] _Vita Gregorii_, p. 577: _Qui Cancellarium, et Pandulphum de Suburra Proconsules_ (notisi il novello titolo che qui per la prima volta compare), _et Legatos ad Perusium ad pedes S. Pontificis pro impetranda venia — destinarunt. — — In urbem cum gloria et inaestimanda laetitia populi exultantis intravit_. Errata è la cronologia della _Vita. — Ingenti cum gaudio est receptus_: RICC. DA SAN GERM. [216] Al tempo del senatore Giovanni Poli egli distribuì al popolo ventimila libbre; e la _Vita_ aggiunge: _Sanctius judicans vasa viventia, quam metalla servare_. [217] Alcuni anni ancora più tardi crearono a Viterbo un loro Papa: _Vita_, p. 581. Gregorio fece atterrare le loro case. [218] Nell’Ottobre del 1220 scriveva Onorio a Federico, che in Lombardia gli eretici prendevano il sopravvento, _quod apparet ex iniquis statutis, que plereque illius provincie civitates contra dei ecclesiam ediderunt, contra hereticos statuas — aliquid dignum regia majestate, ipsaque statuta — contra libertatem ecclesiasticam attemptata, generaliter casses_ (THEINER, I, n. 91). Vi fecero seguito gli Editti imperiali del tempo della coronazione. [219] _Vita Gregorii: Multos presbyteros, clericos et utriusque sexus laicos — damnavit_. — RICC. DA SAN GERM., p. 1026: _Eodem mense (Febr.) nonnulli Patarenorum in Urbe inventi sunt: quorum alii sunt igne cremati_. [220] BONINCONTRIUS, _Hist. Sicula_, p. 307: _Omnibus praeter Anibaldum et clerum pepercit — Romani Anibaldi supplicio indignati a Pontifice rebellarunt_. Ma ciò, come vedremo, non s’accorda cogli Editti del medesimo Senatore. Le notizie di quel Cronista devono usarsi con gran cautela: e parimenti arida e incolta è la _Vita_ di Gregorio, la quale del resto nota che il Senatore assistette come giudice a quel processo degli eretici, ma non lo appella per nome. [221] Nel 1227 trovasi un Annibale da siniscalco del Papa. Gregorio scrive al Comune di Siena (la quale aveva incendiato Grosseto) di ridonarle la sua grazia per intercessione del Senatore (malauguratamente non lo chiama per nome): _Quia nob. vir Senator nobiles viros Cancellarium urbis et Anibaldum Senescalcum nostrum propter hoc — ad nostram presentiam destinavit_ (Arch. di Siena, n. 210). Non è che un ghiribizzo il voler far derivare il nome Anibaldo da quello celebre di Annibale: la famiglia veniva di Germania. Nel Vol. III di questa Storia, a pag. 588, in nota, si trova menzione di un conte Anualdo (Anwald), e il nome di lui è la radice degli Anibaldi o Annibali romani. Alcuni documenti scrivono eziandio _Anialdus_. A Roma furonvi parecchie famiglie i cui nomi ebbero la terminazione in _bald_: così i Tebaldi, i Sinibaldi, gli Astaldi o Astalli (da Austuald, Ostwald). Evvi a Roma nel 916 un _dux_ Austoald (Vol. III di questa Istoria, a p. 332, in nota). La storia degli Anibaldi incomincia con _Petrus_, nipote di Innocenzo III per parte di sorella. Però nel _Chron. Sublacense_, all’anno 1090, si discorre di un Anibaldo Anibaldi, che possedeva Rocca Priora, Monte Porzio e Molaria (NERINI, p. 527). [222] L’Editto (spesse volte stampato) fu publicato per la prima volta dal RAYNALD, ad ann. 1281, n. XVI, ma imperfettamente. VITALE, p. 90. [223] Il mscr. degli Statuti (Arch. Capitolino), dell’anno 1469, dice dopo la professione di fede, nell’esordio: _Statuta quoque D. Anibaldi dudum Senatoris urbis approbantes statuimus quod heretici credentes et fautores eorum sint perpetuo diffidati et eorum bona publicata_. Lo stesso è anche negli Statuti di Roma dell’anno 1580 (stampati): subito dopo la professione di fede viene la «_diffidatio_» degli eretici, e forma il capitolo secondo; indi succede (capitolo terzo): _De Senatore eligendo_. [224] Il documento più antico che io mi conosca dell’Inquisizione romana, è dei 22 Gennaio 1266 (_Giorn. Arcadico_, T. 137, 261). Benvenuto da Orvieto, _Ordinis fratrum Minorum_, _Inquisitor heretice pravitatis_, condanna il romano _Petrus Petri Riccardi de Blancis_ per aver dato ricovero ad eretici. È scomunicato; e la sua famiglia, fino al terzo grado, proclamata infame. Le ossa della sua sposa Carema e di suo padre devono disseppellirsi e ardersi. Egli stesso è condannato a portare sulle spalle e in petto, come segno di vituperio, una croce rossa, lunga un piede e mezzo, e larga due palmi. Il vicario del Senatore (il quale era allora Carlo di Angiò) è incaricato di dar esecuzione alla sentenza _sub pena excommunicationis. Lecta et publicata fuit hec sententia per dictum fratrem Benevenutum Inquisitorem in Urbe, in scalis Capitolii_. Nell’anno 1301 Simone de Tarquinio _ord. minor._ era _Inquisitor heretice et scismatice pravitatis in Roma et Romana provincia_ (Arch. della casa Gaetani, XXXVII, n. 31). Perciò l’Inquisizione non era ancora venuta esclusivamente in mano dei Domenicani. [225] Nel palazzo della Ragione a Milano un’iscrizione assai caratteristica del 1233 dice del podestà Oldrado: _Qui solium struxit, catharos, ut debuit, uxit_ (GIULINI, IV, 348). Del resto i Papi per motivi politici chiusero gli occhi sulla Lombardia che formicolava di eretici. [226] _Inconsutilem tunicam Dei nostri dissuere conantur haeretici... Constitutiones Regni Siciliae apud Melfiam editae_, T. I, 63. Quando nel 1233 Federico castigò Messina della sua sollevazione, mandò al supplizio molti cittadini sotto pretesto di eresia: il Papa se ne lagnò (_Hist. Dipl._, IV, 444). [227] Lettera di Federico a Gregorio, da Taranto, ai 28 Febbraio 1231. Accettò perfino che la Inquisizione s’introducesse in Germania. È noto che Corrado di Marburgo, confessore di santa Elisabetta, si adoperò con gran fervore per piantare in Alemagna il tribunale degli eretici, ma il sano intelletto dei Tedeschi vi si ribellò, e il fanatico fu ucciso da alcuni uomini incolleriti. Il Pontefice non venne a capo di fondare l’Inquisizione in Germania (ALBERICUS TRIUM PONTIUM; LEIBNITZ, _Access. Histor._, II, 544). [228] Un istromento dei 3 Luglio 1233, in cui alcuni Romani rilasciano quietanza del danno loro recato dai Viterbesi, dice: _vocamus quietos D. Gregorium S. Pont, et Eccl. Rom. et D. Joannem Comitem Albae et Alme Urbis Senatorem: Cod. Vat. 6222_, fol. 92. [229] Oggidì ancora i colori nazionali della città di Roma, onde si fregiano i magistrati, sono rosso e oro; foggia antichissima. In tutto il medio evo furono anche i colori della Chiesa, e le bolle di piombo pontificie sono sempre appese a fili di seta, color rosso e oro. Solamente al principio del secolo decimonono i Papi assunsero il bianco e oro come colori officiali dello stemma della Chiesa. [230] RICC. DA SAN GERM., p. 1029: Montefortino (l’antica Artena) apparteneva fin d’allora ai Conti (NIBBY, _Analisi_). — Gregorio aveva passato la primavera e l’estate a Terni e a Rieti. Addì 12 Maggio 1232, mentr’era a Terni, raccolse questa città sotto la sua protezione. La Bolla originale si conserva in quell’Archivio comunale, che è ricchissimo, ma sventuratamente abbandonato in gran disordine. [231] La formula giuratoria del Podestà di parecchie città trovasi in CENCIO, fol. 160. Io cito sempre dal _Codex Riccardianus_ di Firenze. [232] Del suo pagò milletrecento libbre onde Otricoli andava debitore a Narni; per conseguenza tutti i beni di Otricoli furono dichiarati proprietà della Chiesa, con facoltà al Papa _palatium turrem ac munitionem facere ad opus Rom. Eccl._ (istrom. dei 13 Luglio 1234, in CENCIO, fol. 184). Il modo solito onde la Chiesa s’impadroniva di terre, era con pagarne i debiti. Così, addì 9 Dicembre 1224, Civitavecchia per l’istessa ragione cedette alla Chiesa il _plenum dominium intus et extra_: ibid., fol. 139. [233] _Vita_ di Gregorio IX, p. 579. _Instrumentum refutationis de castro Fumone_, a. 1223, in CENCIO, fol. 155. Il contratto di acquisto di Paliano e di Serrone, dei 21 Dicembre 1232, è registrato ivi, fol. 160, segg.: _Ego Oddo de Columpna domin. Olibani_ (Olevano) — _vendo — tibi — ad opus et nomen Domini Gregorii — et Rom. Eccl. in perpetuum totam et integram partem meam Rocce et Castri Paliani et Rocce ac Castri Serronis cum omni jure et jurisdictione et actione, dominio et honore et tam in terris quam in vineis, vassallis etc._, per il prezzo di quattrocento libbre di denari del Senato. La famiglia riebbe le terre vendute, ma in forma di _feudum_ della Chiesa, _et exinde ipsius dni Pape et Rom. Eccl. vassalli simus perpetuo et fideles, et ei prestemus homagium personale_. Vengono dopo altri contratti di acquisto di beni situati a Paliano ed a Serrone. Indi Gregorio con un suo Statuto definisce tutte le prestazioni che Serrone doveva contribuire alla prevostura (curia) pontificia: CENCIO, fol. 182. [234] RICC. DA SAN GERM., p. 1031. Addì 29 Aprile 1233 il Papa era ritornato in Laterano. [235] Celebre lettera di Federico a Riccardo di Cornovaglia, data da Treviso, ai 20 Aprile 1239: è raccolta da MATH. PARIS, ad a. 1239, e da PETRUS DE VINEIS, I, 21. [236] BUSSI, ad a. 1233, p. 122. Nell’atrio del palazzo dei Conservatori vedonsi due tavole di marmo; sull’una è rappresentata l’imagine di un castello colla scritta: «Vitorclana Fidele Del Popolo Romano»; sull’altra evvi l’imagine di un vestimento coll’iscrizione: _Vetustum Caputium In Vestibus Fidelium Capitolii Ne Mutanto. VII Idus Martii MDCXIII_. Gli Statuti di Vitorchiano (_Statuta et Leges Municipales Terrae Viturclani, auctor. Inclyti Senatus, P. Q. R. aedita et reformata, Romae 1614_) si conservano, nel loro originale, in Campidoglio: nel 1608 per l’ultima volta furono ricorretti, e nel 1614 stampati insieme cogli Statuti di Barbarano. — Vitorchiano, Barbarano, Cori fino a’ tempi modernissimi furono beni camerali della città di Roma: il loro Podestà fu sempre eletto _ex nobilibus et civibus Alme Urbis_. — Addì 3 Luglio 1233, il Papa ed il Senatore ristorano alcuni Romani del danno sofferto nella guerra di Viterbo, e perciò pagano duemilacinquecento libbre di Provisini. Testimonî sono: _Dom. Anibaldus, Petrus Johannis Ilperini, Petrus Manecti, Transmundus, Matheus Scriniarius, Petrus Bulgaminus, Bobo Joannis Bobonis_... (_Cod. Vat. 6223_, fol. 92; e MURAT., _Antiq. Ital._, I, 685; III, 231). [237] La _Cronica_ (mscr.) _di Viterbo_, di NICOLA DELLA TUCCIA (ad a. 1268), novera cencinquanta castella: senza dubbio è un’esagerazione. [238] Così era stato di Civitavecchia nell’anno 1224. Questa città, dal 1291 in poi, pagò un censo annuo di _50 librae Paparinorum_ (FRANGIPANE, _Stor. di Civitav._, p. 109). Se una libbra di quella specie avrà corrisposto a 12 paoli e mezzo, la somma non giungeva ancora ai cento talleri. Sembra che nella Sabina, a’ tempi di Innocenzo III, la rendita media di un castello fosse di sei libbre di Provisini (THEINER, I, 30). [239] In un documento del 3 Maggio 1291, dato dal Campidoglio, dicesi: _Praesentibus ambasciatoribus civitatum Peruscii, Urbis Veteris, Spoleti, Nargne, Reate, et Anagnie, aliarumque civitatum atque comitatum districtus urbis_ (_Giorn. Arcad._, T. 137, 201). [240] Dopo il secolo decimoterzo fu questo un segno di sudditanza. [241] La formula (che spesso trovasi usata nel secolo decimoterzo) della cessione di terre fatta a un qualche barone, dice così: _N... tradidit in perpetuum magnifico viro... totum Castrum — cum toto suo territorio, pertinentiis et districtu, et cum Roccha, fortellitia, domibus, terris cultis et incultis, Vassallis et juribus vassallorum, Dominio, Jurisdictione, Causarum cognitione, punitione maleficiorum, sanguinis et forfacture, mero et mixto imperio... et cum omnibus aliis quibuscunque rebus, bonis et juribus_... [242] _Praeterea comitatum tuum (quod inauditum est — ) metis novis et amplis — voluerunt sibi appropriare, et — intitulare novis suprascriptionibus._ MATH. PARIS, ad a. 1234, p. 279, chiama _metae_ quello che i Romani appellavano _termini. — Nec terminos in patrimonio b. Petri — poni faciatis_, scrive il Papa nell’istromento di pace dell’anno 1235. _Novi comitatus abusum_, dice eziandio la _Vita_ di Gregorio IX, p. 579. [243] _Usurpant sibi cives memorati, ex antiquo jure, quod Rom. Pont. non potest aliquem ex civibus excommunicare, vel urbem pro quolibet excessu supponere interdicto. Ad hoc dicit summ. Pont., quod minor est Deo, sed quolibet homine major, ergo major quolibet cive, vel etiam rege, vel Imperatore_: MATH. PARIS, p. 279. [244] I Senatori promulgavano editti come i pretori antichi. _Per ea tempora Pop. Rom. antiquo more usus est. Nam cum Senatus legem rogaret, Populus sciverat. Ex quo factum est, ut civitates finitimae Romanis parerent_: così BONINCONTRIUS, p. 308. [245] Addì 20 Maggio egli era ancora in Laterano (SAVIOLI, _Annales Bolog._, III, II, n. 600): al 26 di Giugno trovavasi a Rieti (RAYNALD, n. 49). [246] _Reg._ di Gregorio IX (VIII, n. 167). MATH. PARIS, p. 280. _Excommunicamus — Lucam dictum Senatorem, Parentium et Joannem de Cinthio vestararios et omnes illos consiliarios Urbis et justitiarios, quorum consilio, auxilio vel ministerio a Montalto obsides recepti sunt — et turris edificata — et juramenta de novo exacta — in prejudicium Eccl. Rom. tam in Campania et Maritima quam in Thuscia_ (HÖFLER nel PAPENCORDT, p. 296). Inoltre egli scomunicò _Paulum Petri Judicis, Petrum de Stephano Sanguineum, et Pandulphum Joannis Crassi_. La famiglia dei Sanguigni compare qui per la prima volta; una delle loro torri esiste oggidì ancora nel campo di Marte: vedasene PASQUALE ADINOLFI, _La torre dei Sanguigni_ (Roma 1868); ma il compilatore non conobbe il passo citato di sopra, laonde parla dei _Sanguinei_ a cominciare soltanto dal secolo decimoquarto. [247] Gregorio, da Perugia ai 5 Marzo 1235, sciolse Viterbo dal giuramento di vassallaggio che la città aveva prestato a’ Romani (BUSSI, _Append._, p. 404). Il Papa trovò ricovero a Perugia, ma questa città non gli somministrò milizie a danno dell’_Alma mater Roma. — Faliscorum mons_: da «monte dei Falischi» derivò in lingua volgare il nome di «monte dei Fiaschi (Montefiascone). — Gregorio donò privilegî a Velletri: BORGIA, p. 268. [248] _Annales Erphordenses_ (_Mon. Germ._, XVI): _A. D. 1235 dom. papa in Alemannia nunciis ab omnibus episcopis — milites ad subsidium ad Romanos impugnandos postulavit_. Sulle istanze che il Papa fece per aver soccorsi, vedasi il RAYNALD, a. 1234, n. 7. [249] GODEFRID. MONACH., ad a. 1234. — RICC. DA SAN GERM., p. 1034. — CONRAD. URSPERG., p. 357. — La _Vita: Reate concitus, nec invitatus, advenit_. Addì 3 Luglio, da Rieti, il Papa ammonisce i Lombardi acciocchè dieno passaggio alle milizie tedesche venienti in soccorso della Chiesa; e si giustifica _ita quod sedes Ap. sine confusione sua non poterat quin uteretur imperialis brachii ministerio evitare, dictus Imp. ad presentiam nostram accedens, ad Eccl. Rom. defensionem et patrimonii sue sponte se obtulit: Hist. Dipl._, IV, 472. In tanta dimestichezza dunque il Pontefice era venuto co’ Lombardi. [250] _Hostium vindicta postposita in capturam avium solicitabat Aquilas triumphales: Vita_, p. 580. — Nel mese di Settembre, in vicinanza di Montefiascone, promulgò un documento per Raimondo di Tolosa; ed in esso fece da testimonio anche il Prefetto di Roma: BÖHMER, p. 159. [251] MATH. PARIS, p. 280. Dopo di Innocenzo III i Papi nei loro negozî più importanti si servirono di gente forestiera. Milone, vescovo di Beauvais, nel 1231 era stato nominato (da Gregorio IX) a rettore di Spoleto e della Marca. [252] Se si stia a MATH. PARIS, i Romani sortirono della città nel dì 8 Ottobre. Egli ne esagera il numero a centomila; i caduti d’ambe le parti sarebbero ascesi a trentamila. [253] RICC. DA SAN GERM., p. 1034. [254] _Nos Angelus Malabranca dei gr. Almae Urbis ill. Senator, decreto et auctoritate Sacri Senatus, mandato quoque, et instanti acclamatione incliti Populi Romani ad sonum Campanae, et buccinarum publice, et plenissime in Campitolio congregati... actum per man. Romani scribe Senatus praecepto et mandatis Angeli Malabrancae Senatoris et Populi Romani publice in Capitolio Ann. 1235 Ind. VIII medio Aprilis die XII_: RAYNALD, ad a. 1235, n. 4, e gli Autori che scrissero del Senato. Più completamente ne riferiscono i detti Compendî dell’HÖFLER nel PAPENCORDT, e la _Storia_ (mscr.) _della famiglia Savelli_, scritta dal PANVINIO. Eziandio gli officiali del Senato giurarono la pace. I negoziati durarono parecchi dì; e furono tenuti anche nel santo Stefano sul Celio, dove fecero da testimonî _Matheus Rubens_ degli Orsini, _Petrus Saracenus de Andreoctis_, Ottaviano nipote suo, _Johannes Cinthii de Molaria_ ed altri. [255] Addì 15 Settembre 1235 il senatore Malabranca promulgò un Editto a protezione dei _Peregrini_ e dei _Romipetae_, dichiarando che sarebbero stati sempre soggetti al tribunale dei Canonici di san Pietro (VITALE, p. 98). — Gregorio or difese vigorosamente Viterbo contro a’ Romani che pretendevano da questa città il _vassallagium_; egli non ne accordò che la _fidelitas_: Bolla ai Viterbesi del 22 Luglio 1236, da Assisi (nel _Giornale Arcadico_, T. 137, 203). [256] _Italia hereditas mea est, et hoc notum est toti orbi: Hist. Dipl._ IV, 881 (Giugno 1236). [257] Ciò a seconda della sentenza pronunciata propriamente dal Papa: _Patrimonium b. Petri quod inter cetera imperii jura quae seculari principi tamquam defensori sacrosancta commisit Ecclesia, ditioni suae in signum universalis dominii reservavit: Hist. Dipl._, V, 777 (lettera di Gregorio nel Febb. 1240: _Attendite ad petram_). [258] Ai 5 Dic. 1236 il _Syndicus_ di Perugia giura innanzi ad Alatrino suddiacono di difendere per conto della Chiesa il _patrimonium b. Petri in Tuscia et ducatum Spoletanum. Acta in palatio communis Tudertini_ (Archiv. di Perugia, _Lib. Sommiss._ Vol. B, fol. 53). — Addì 19 Ott. 1237 Spoleto, Perugia, Todi, Gubbio e Foligno conchiudono una federazione guelfa (Arch. di Perugia, Contratti, T. I, AA. 1237). — Ai 3 Sett. 1287, da Viterbo, Gregorio IX concede alla città di Assisi il privilegio di libera elezione del Podestà e di altri officiali (Bolla nell’Arch. comun. di Assisi, Fascio. I, n. 3). [259] Lettera lunga e importante, data da Rieti, ai 23 Ottobre 1236 (_Hist. Dipl._, IV, 914), in risposta a quella di giustificazione scritta da Federico, ai 20 Settembre, da Mantova. [260] Al Senatore, al Senato ed al popolo di Roma: _Hist. Dipl._, IV, 901. [261] In occasione di alcune elezioni vescovili controverse, scriveva al Papa: _Cum a nobis tantummodo publica debeant officia postulari, in quem lege regia prodita Rom. Pop. auctoritatis et justitie publice contulit potestatem_ (dei 20 Sett. 1236; _Hist. Dipl._, IV, 912). Notevole in quest’ordine d’idee è altresì la sua lettera ai Siciliani, della fine dello stesso anno (ibid., p. 930). [262] Intorno al 1261 re Manfredi scriveva ai Romani una lettera in cui diceva che il diritto all’elezione degli Imperatori competeva a’ Romani _auctoritate sui Senatus, Proconsulum et Communis_ (FRANCIS. PIPIN.; MURAT., IX, 681). Vi si distingue: il Senatore e la sua curia, i Proconsoli e il Comune del popolo. Nulla però impedisce di credere che per proconsoli s’intendesse di denotare addirittura gli ottimati. Io non trovai in alcun luogo significati i Proconsoli come corporazione. [263] Crede il VALESIO (Memoria mscr., Arch. del Campidoglio, Credenza XIV, T. 42) che Innocenzo III avesse attribuito a sè stesso il consolato in Roma, e che a vicario suo avesse nominato, primo proconsole, Paolo Conti. È cosa di cui non si può dare dimostrazione; nè in alcun documento rilevai denotato un Proconsole di cotale specie come magistrato civico. Per la prima volta in un istromento del 1220 trovai cenno della novella dignità: _Roffredus Jannis Cencii dei gra. Romanor. proconsul ac Urbevetanor. potestas_ (Arch. di san Fortunato di Todi, _Registr. Vetus_, fol. 120). La _Vita_ di Gregorio IX attribuisce questo titolo per la prima volta a Pandolfo della Suburra ed a Pietro Frangipane, nel 1229. Ancora al 15 Marzo 1221 e nel 1224, quest’ultimo si appella soltanto console, e nel 1235 evvi Oddo Frangipane _dei gr. Romanor. Proconsul_ (_Cod. Vat. 8049_, p. 165). Nel 1230: _Andreas Roffredi Romanor. proconsul potestas Tuscanie_ (TURIOZZI, _Memor. di Tuscania_, p. 117). Nel 1238: _Paulus de Comite Romanor. proconsul_ (CONTELORIO, _Hist. famil. Comit._, n. 6). Nel 1239: _Nos Dom. Parentius Parentii dei gra. Rom. Pronconsul et Senarum potestas_ (Arch. di Siena, n. 373). Nel 1240 Federico scrive ai Romani: mandate a me _proconsules vestros_, acciocchè io dispensi loro eccelse dignità, _praesidiatus regionum, regnorum ac provinciarum_: PETR. DE VINEIS, III, 72. [264] _Cancellariam Turrim, illam Babel nullo priori fatigatam impulsu comminuit et potenter evertit_ (_Vita_, p. 581). [265] RICC. DA SAN GERM., p. 1038: _Romani plebei populi communitates — Johannem de Poli Senatorem urbis — Senatoriae dignitati cedere compulerunt, et Joannem de Centio substituerunt_... Trovasi questo nome nella famiglia del Frangipani; però leggo in alcuni documenti anche di _Johannes Cinthii Malabrance_ e di _Johes Cinta de Paparescis_. Sembra che il novello Senatore abbia allora posseduto la Molaria, il qual castello poco appresso compare in proprietà degli Anibaldi. Forse il Senatore avrà appartenuto a questa famiglia. [266] _Cum eodem Senatore incredibili malitia exeunte_, dice la _Vita_, p. 582. Se _malitia_ sia un errore di scrittura a vece di _militia_, è forza pur dire che mai non v’ebbe sproposito più a proposito di questo. — Gli _Annal. Stadenses_ (_Mon. Germ._ XVI, a. 1237): _Papa Romam rediit, et pacem inter Romanos fecit_. — RICC. DA SAN GERM., p. 1040: _M. octobris S. Papa — rediit ad urbem, ubi novi confutati sunt Senatores D. D. Joannes de Poli, et_...: qui sventuratamente s’interrompe il testo, ma la lacuna deve colmarsi col nome _Johes de Cinthio_. [267] _Dabat illis sigilla, ut qui ipsa referrent singulis hebdomadibus pecuniam acciperent ad victum; et saepissime talibus 15 libras per hebdomadam impendebat_ (specialmente ai nobili): _Vita Innocentii III_, p. 567. [268] _Romani vero eum — cum gaudio susceperunt, ne ex tunc, ut prius egredetur, sancientes. Senserunt enim se per absentiam suam jam decennalem_ (è un errore) _magnam pecuniam jacturam incurrisse_ (MATH. PARIS, ad ann. 1237). [269] Il disegno del _Carrocium_ di Cremona, vedilo nel PLATINA, _St. di Mantova_; MURATORI, XX, 660. Non pare che a Roma s’avesse uso del carroccio; per lo meno io non ne scoversi mai traccia. [270] _Urbs decus orbis ave victus tibi destinor ave_ _Currus ab Augusto Friderico Caesare justo._ _Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanum_ _Imperii vires proprias tibi tollere vires._ _Ergo Triumphorum potes urbs memor esse priorum,_ _Quos tibi mittebant Reges, qui bella gerebant._ (RICOBALDO, _Hist. Imp._; MUR., IX, 259; FRANCIS. PIPIN., ibid., p. 658). La lettera di Federico, del Genn. 1238, è registrata nella _Hist. Dipl._, V, 161. — Nel Dicembre 1237, PIER DELLE VIGNE scrive ai Principi tedeschi che Federico manda al popolo romano il carroccio. Stando agli _Ann. Placentini_ (_Mon. Germ._, XVIII, 478) gli avanzi del carroccio furono, nel Gennaio 1238, caricati sopra somieri e trasportati a Roma per la via di Pontremoli. Anche in Germania quelle spoglie destarono gran reverenza; e la _Cronica_ di EICKE DI REPGOW dice: «E presono il loro stendardo, carroccio detto, e mandarono il carroccio a Roma, e i Romani lo collocarono sul loro _Capitolium_» (_Bibl. della Soc. letter. di Stuttgart_, XLII, 487). [271] _Quod carocium cum apud Romam duxissent, dom. Papa usque ad mortem doluit: Ann. Placentini Gibelini_, come di sopra. Il Cronista dice eziandio _quod positum fuit in Capitolio per Cardinales_. [272] GALVAN. FLAMMA, _Manip. flor._, p. 673: _Rotas et asseres in unum conjunxit, et Romam misit, quod super columnas ad perpetuam rei memoriam erigi mandavit_. Il SALIMBENE, _Chronic._, p. 49, dice che i Romani abbruciassero il carroccio per far vitupero a Federico: ciò sicuramente avvenne, ma non allora. [273] _Cesaris Augusti Friderici Roma Secundi_ _Dona tene currum princeps in Urbe decus._ _Mediolani captus de strage triumphos_ _Cesaris ut referat inclita preda venit._ _Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem_ _Mictitur hunc urbis mittere jussit amor._ Questa iscrizione antica, un de’ pochi monumenti dell’Impero tedesco che trovinsi in Roma, fu scoverta in Campidoglio nell’anno 1727 (MUR., _Antiq. Ital._, II, 492). Fu infitta nel muro sopra la scala, al tempo di Benedetto XIV. [274] Fra essi la _Vita_ nomina _Bobacianus_ ed _Aegidius Boetii_: e, in una carta dei 2 Giugno, _Jacobus Girardi_ alla presenza di _Petrus Fragipane_ giura fede di vassallo all’Imperatore (_Hist. Dipl._, V, 209). [275] Un passo di MATH. PARIS (di cui tenne nota il CURTIUS, p. 318) suffragherebbe quest’opinione; ed io ve ne aggiungo un secondo, in cui il Cronista (ad a. 1240) dice: _Creatus enim erat unus Senator Romae auctoritate Imperiali, anno tertio precedenti_ (che era precisamente il 1238). Tuttavolta io non credo che allora fosse stabilito il numero di due; fu cosa passeggiera, e soltanto più tardi ne fu introdotta consuetudine, causa la divisione delle fazioni. I Registri Capitolini, all’anno 1238, notano _Johannes de Comitibus Proconsul Romanus et Johannes de Judice_. Per lo meno, dei 21 Agosto 1238, posso notare: _Dom. Oddo Petri Gregorii dei gr. Alme urbis Ill. Senator ac Perusinorum potestas_ (Arch. di Perugia, _Lib. Sommiss._, Vol. A, fol. 133). [276] La _Vita_ lo denota come _tunc Senator_, ma prima che il Papa tornasse; e quest’è certamente inesatto: la sua elezione dev’essere avvenuta nel mese di Novembre. La famiglia _de Judice_ apparteneva ai Papareschi, e compare in documenti molti. Giovanni _de Judice_ era stato podestà di Orvieto negli anni 1209, 1216, 1226; nel 1234 fu podestà di Firenze; nel 1240 diventollo di Perugia. [277] Il Biografo di Gregorio rivela tutt’a un tratto amore delle antichità: _Quorum_ (degli Imperiali) _solvit colligationes iniquas — et per devotum Johannis de Judice tunc Senatoris obsequium, turres hostium, et operosi marmoris tabulata Palatia, nobile vestigium prioris aetatis, in opprobrium ruine redegit_ (p. 582). Pare che qui effettivamente s’intenda parlare del Palatino de’ Frangipani. [278] La Bolla di scomunica è riferita da MATH. PARIS, ad a. 1239, p. 329. Una delle cause ne fu anche Sardegna; perocchè Federico vi avesse maritato suo figlio Enzo con Adelasia erede di Gallura, e ne lo avesse creato re. Vedansi il RAUMER, lo CHERRIER e lo SCHIRRMACHER, _Federico II imperatore_, Gottinga 1864, in tre vol. [279] _Fridericus... Senatori urbis et suis Conromanis salutem_... da Treviso, ai 20 Aprile (MATH. PARIS, p. 332). Mette disgusto la lingua già antiquata che s’usa in questa lettera; sono frasi che si ripetono di secolo in secolo. [280] _Levate in circulo oculos vestros... Hist. Dipl._, V, 295. [281] _Ascendit de mare bestia blasphemie plena nominibus_... dal Laterano, ai 20 Giugno 1239 (_Hist. Dipl._, V, 327). S’incolpa l’Imperatore della sua opinione _de tribus impostoribus_. — La risposta dell’Imperatore ai Cardinali è in PIER DELLE VIGNE, I, 31 e nell’_Hist. Dipl._, V, 348: ei vi espone la sua professione di fede cattolica. [282] La storia di Giovanni da Vicenza e del parlamento di pace raccolto a Verona (ai 29 Agosto 1233) presenta il più memorando quadro dell’indole di questo tempo. Vedansi la _Cronica_ di Antonius Godus, la _Vita Riccardi Comitis_, PARISIUS DE CERETA, GERARDUS MAURISIUS, il SALIMBENE, e la _Storia degli Eccelini_ scritta dal VERCI. Il SALIMBENE, che fu minorita, ha svelate con maliziosa compiacenza le vanità ciarlanatesche di Giovanni. Se si stia a PARISIUS (MURAT., VIII, 627) il grande paciero avrebbe fatto bruciare a Verona sessanta illustri cittadini. [283] MATH. PARIS, p. 512. Il Papa mandò per tutto il mondo frati mendicanti da percettori di tributi: per somme di denaro costoro sciolsero del loro voto i Crociati (p. 518). — _Absurdum videbatur etiam simplicibus, quam diversis muscipulis simplicem Dei populum substantia sua moliebatur Romana Curia privare, nihil petens nisi aurum et argentum_ (p. 524). — Molte satire furono scritte contro l’avarizia romana. Nel _Cod. Vat._ 4957, fol. 43, haccene una intitolata _de Pecunia_: _Pecunia Romanorum Imperatrix et totius mundi semper Augusta dilectis suis filiis et procuratoribus universis salutem et rore celi et terrae pinguedine habundare. Ego in altissimis habito... o vos omnes qui transitis per viam attendite si est honor sicut honor meus... michi Romana curia famulatur._ — Ancor più antica è la celebre poesia dei _Carmina Burana: Propter Sion non tacebo, sed ruinam Rome flebo_. I canti dei trovatori e dei poeti svevi sono zeppi di epigrammi contro l’ingordigia della Curia. [284] _Ha Deus! sustineret hec hodie si viveret Henricus senior rex Anglie? Et recolende memorie rex Riccardus et alii —?_ (_Hist. Dipl._, V, p. 468). Enrico III si giustificò _praesertim cum tributarius vel feudatarius Papae esse de jure comprobetur: et sic se excusando turpiter accusavit_, dice egregiamente MATH. PARIS, p. 524. Vedasi com’ei discorra (p. 517 e 518) sull’opinione publica di Francia, che sulle prime era assai favorevole all’Imperatore. E di Germania dice: _A nullis, vel a paucis meruit Papalis auctoritas exaudiri_. [285] _Comminatur aperte sanctum dare canibus, et venerandam Principis Apostolorum Basilicam in praesepe deducere jumentorum! — Qui etiam Ecclesiae Principem in illam immergere gloriatur egestatis injuriam, ut cinerem pro corona suscipiat, spicas pro pane vendicet et pro equorum candidata gloria cogatur quaerere subjugale... Vita_, p. 585. [286] In Agosto del 1239 sciolse la marca di Ancona e Spoleto dal loro giuramento alla Chiesa, e gli annesse all’Impero: _Hist. Dipl._, V, 376. [287] Nel Settembre Federico, in premio della sua fedeltà, elevò Viterbo ad _Aula Imperialis_: Docum. nel BUSSI, Append., p. 405. [288] _Hist. Dipl._, V, 762. Da Viterbo, nel Febbraio. [289] PETR. DE VIN., III, 72. _Ardens semper fuit cor nostrum_... (nel Febbraio, certamente da Viterbo). _Napoleo Johannis Gaetani_ era un Orsini. Infatti Giovanni, primogenito di Orso e fratello di Rainaldo, assunse nome di Gaetano dalla madre sua Gaetana Crescenzi. Sposò egli _Stephania Rubea_, e suoi figli furono Jacopo, Matteo e Napoleone (GAMMURRINI, _Famil. nobili Toscane_, II, 16). — Anche suggelli di Federico portano l’epigramma: _Roma caput mundi_: vedi l’imagine simbolica di Roma sopra una bolla d’oro del Diploma promulgato nel Settembre 1234 (frontispizio della _Hist. Dipl._, Tom. IV). [290] Durante la processione, addì 15 Agosto 1239, cadde la _Cartellaria_; e l’Imperatore comandò a Giovanni _magister_ di San Germano, che andasse a Roma per restaurarvi la torre: il Papa era ad Anagni (_Vita_, p. 586; _Hist. Dipl._, V, 451: ibid., a p. 455, trovasi l’assegnamento che Federico fece a Odone ed a Emanuele di rendite del reame: la carta è data ai 19 Ottobre, dal campo sotto di Milano). A Roma il Prefetto non ha parte più in alcuna cosa. Però ne fa menzione un istromento dei 22 Aprile 1237: _Joannes Urbis Alme Prefectus_ (_Cod. Vat. 6223_, fol. 93). Ed era lo stesso uomo che trovasi nell’anno 1230, ai 21 di Aprile (MURAT., _Antiq. It._, I, 686): era figlio di Pietro. [291] _Annales Placentini Gibellini_, _Mon. Germ._, XVIII, 483. [292] Federico parla di g_arsones quosdam et vetulas_ (lettera all’Inghilterra, del 16 Marzo, da Viterbo; MATH. PARIS, p. 521); per lo contrario il Papa discorre di moltitudine innumerevole (HAHN, _Collect. Mon. vet. et rec._, I, 346). Federico comandò che quei Crociati, per castigo, si marchiassero in fronte. [293] All’anno 1237, MATH. PARIS (p. 307) registra una lettera di Giovanni ai legati d’Inghilterra; ed è scritta con arte diplomatica: _voluimus reformare statum et saepe tentavimus, et ecce deformis destitutio subintravit. Incassum traduntur consilia, ubi voluntas non sistitur fraeno prudentiae_ — e più addietro: _nimis avide, vel potius inconsulte, se mater (ecclesia) immersit fluctibus_... MATH. PARIS narra (a p. 366) i motivi della rottura che sono riferiti di sopra. _Nec ego de caetero te habeo pro Cardinale_, disse il Papa; e il Cardinale: _Nec ego te pro Papa; et sic recessit — adversarius_. — Il primo Cardinale di casa Colonna, Giovanni vescovo della Sabina, morì nel 1216. [294] MATH. PARIS, p. 307. [295] _Gens immunda, gens abhominabilis, gens pessima, gens furoris_ — ritratto esagerato, come speriamo, dei Romani di quel tempo! Lo scrittore conchiudeva dicendo, che il Papa, il quale non sitiva che oro, aveva fatto appello al clero _ut sitis organa sonantia juxta deductionem et libitum organiste: Hist. Dipl._, V, 1077, dal BALUZIUS, _Miscell._, I, 458-468. [296] MATH. PARIS (p. 563) ha descritto con qualche malevolenza le loro sofferenze. _Turba praelatorum_, li chiama Federico sprezzantemente (PETR. DE VIN., I, c. 8.) Vedi la bella lettera del Papa a conforto dei cardinali prigionieri, nel RAYNALD, ad a. 1241, n. 71. [297] _Hist. Dipl._, V, 1139. _In castris ante Spoletum_, ai 20 di Giugno. È dato dall’istesso luogo, _Mense Junii_, un _Privilegium_ a favore di Spoleto: l’originale si conserva in quell’archiv. comunale, e fu stampato da ACHILLE SANSI, _Saggio di documenti storici tratti dall’archivio del comune di Spoleto_, Fuligno 1861, p. 5. [298] _In nom. D. Amen. Anno D. incarn. 1241, Ind. XIV medio (mense?) Martii die 4. Nos (Anibaldus) et O. de Columna... Senatores_... (HÖFLER nel PAPENCORDT, p. 297). Odone Colonna fu il primo senatore della sua casa; così lo registra all’anno 1241 anche un catalogo dei Senatori di questa famiglia, esistente nell’archiv. Colonna. [299] _Math. Russus per Gregorium P. Senator efficitur._ RICC. DI SAN GERM. ne dà la notizia nel Luglio, ma io ho buon motivo di tenere fermo il mese di Maggio. Intorno a questo Senatore, vedansi il GARAMPI (_Memor. della B. Chiara da Rimini_, p. 244), e l’albero genealogico nel LITTA. =Ursus= della casa di Bobone, nipote di Celestino III, sposato con Gaetana di Crescenzo. | | =Johannes Gaetani=, signore di Vicovaro, sposo a _Stephania Rubea_; testa nel 1232. | | =Matheus Rubeus=, senatore, signore di Marino, Monterotondo, Galera, castel Sant’Angelo vicin Tivoli ecc.: sposo a Perna Gaetani, ed ammogliato indi altre due volte; testa nel 1211. | | =Johannes Gaetani=, papa Nicolò III (1277) | | =Rainaldus=, stipite del ramo dei Monterotondo | | | | =Napoleo=, card. di S. Adriano († 1342) | | | | =Matheus=, senatore (1293 e 1310) | | =Mabilia=, sposa ad Angelo Malabranca | | | | =Latinus=, cardinal vescovo di Ostia († 1294) | | =Gentilis=. | | | | =Ursus=. | | | | =Matheus Rubeus=, card. di S. M. _in Porticu_, | | corona nel 1266 in Roma Carlo di Angiò | | († dopo il 1305). | | | | =Bertholdus=, primo conte di Romagna | | († intorno al 1319). | | =Card. Jordanus= († 1287) | | =Matheus=, senatore (1279), stipite del ramo | del Monte. | | =Napoleo=, senatore (1259). [300] _Apud Lagustam quam Joh. de Columna firmaverat_ —: RICC. DA SAN GERM., p. 1047. Il PETRINI, _Mem. di Palestrina_, p. 411, registra un documento dei 7 Febb. 1252, nel quale sono menzionate, come possedimenti dei Colonna nella Città, le _munitiones Augustae et Montis Acceptorii_. [301] Lettera a lui indiritta; certamente da Rieti, nel Luglio: _Hist. Dipl._, V, 1155. [302] MATH. PARIS, p. 574: _Fere centenarius... fuit calculosus, et valde senex, et caruit balneis, quibus solebat Viterbii confoveri_. Federico da Grotta Ferrata annunciò ai paesi esteri la morte del Papa, dicendo con frase del gusto di quella età: _Ut — vix ultoris Augusti metas excederet, qui Augustum excedere nitebatur_ (PETR. DE VIN., I, c. 11). La lettera è calma e dignitosa. [303] Della sua prigionia parlano gli _Annales Placentini Gibellini_, p. 485, e MATH. PARIS, p. 390. [304] Docum. nell’arch. di Perugia, _Lib. Sommiss._, Vol. C, fol. 31. Fu edito per la prima volta dal GARAMPI (_B. Chiara_, p. 244); indi dal NARDUCCI (_La Lega romana con Perugia e con Narni_, p. 48) che lo trasse dall’arch. comunale di Narni: più correttamente lo publicò GIOVANNI D’EBOLI nelle sue _Miscellanee Narnesi_. In quella carta si sottoscrivono (secondo la prima edizione) ottantasei _Consiliarii_ romani; giusta la seconda, ottantaquattro. Ne cito alcuni: _Homodeus de Trivio, Benedictus Tyneosus, D. Johannes Frajapanis, D. Anibaldus, Romanus Johis Judei, Romanus Johis Romani, Petrus Johis Guidonis, Petrus nepos Domini Petri Stephani, Petrus Johis Ylperini, Porcarius Jacobi Johis Grassi, Johannes Pauli Capudzunca_ (Capizucchi), _D. Oddo Petri Gregorii, Gregorius Surdus, Mathias D. Anibaldi, D. Angelus Malebrance, D. Comes Johes Poli, D. Transmundus Petri Anibaldi, Petrus Astalli, D. Bobo Johis Bobonis, Petrus Vulgaminus, Johes Capocie, Petrus Crescendi, Bartholomeus Cinthii de Crescentio, Petrus Papa, Petrus Magalotti, Petrus Malaspina_. Dei Colonna nessuno. Parecchi erano antichi senatori. Neppur uno si sottoscrive _Proconsul_; parecchi _Dominus_ (Don): perchè non saprei. [305] Vedasi la violenta lettera scrittane da Federico ai Romani (PETR. DE VIN., II, c. 8): _Vestra dissolvetur Babylon, Damascus deficiet, sufflatorium consumetur in igne_. Espressamente ei parla dei loro attacchi contro Tivoli. A torto l’HUILLARD registra questa lettera nel Dicembre 1243. [306] Il BÖHMER, _Regest._, p. 192, dimostra che Rodolfo conte di Asburgo trovavasi nel Maggio 1242 a Capua presso l’Imperatore: perciò ragionevolmente io ne conchiudo che anche un mese dopo ei fosse con lui ad Avezzano. [307] _Hist. Dipl._, VI, 95, lettera alla Francia, del Giugno 1243, dove sono narrati questi casi avvenuti nell’estate dell’anno prima: _Romanorum — sane populus hic dure cervicis..._ [308] _Civitatem nostram Flagelle ad flagellum hostium — fundari providimus_ (_Hist. Dipl._, VI, 51, degli ultimi di Maggio 1242, ai fedeli della _Terra Laboris_). — RICC. DA SAN GERM., p. 1048. — Il nome è modificazione volgare dell’antico di _Fregellae_. La nuova terra sparve assai prestamente. [309] Presso a poco nel Maggio del 1242. _Hist. Dipl._, VI, 44 (_Si super duce_); ed una seconda lettera circa del Luglio (_Ex fervore charitatis_), ibid., p. 59. Afferma l’Huillard che l’invettiva contro i Cardinali attribuita a Federico (_ad vos est hoc verbum, filii Efrem_), non sia sua; però tanto meno può essere genuina la lettera _Cum papalis_ che si attribuisce a Luigi di Francia. [310] MATH. PARIS, p. 599: egli esagera dichiarando che le chiese di Albano ammontassero a cencinquanta. [311] Voglion dire che Alba Longa sorgesse là dove or trovasi il convento di Palazzuolo. Questo compare per la prima volta al tempo di Gregorio IX con nome di _S. M. de Palatiolis_ (CASIMIRI, _Mem. stor. delle Chiese e dei Conventi Minori_, p. 299). [312] La Bolla data da Ferentino ai 24 Luglio 1217, dice: _Civitatem Albanensem cum burgo, thermis, monte qui dicitur Sol et Luna, Palatio..._ Nicolò III confermò la donazione ai 18 Dic. 1278 (RICCI, _Memor. di Albano_, p. 217). Dopo di Onorio IV Albano venne in mano dei Savelli. [313] La cessione dei Malebranca trovasi in una Bolla dei 20 Maggio 1223. Vedila nel LUCIDI, _Mem. Stor. di Aricia_, Roma 1796, p. 408. [314] Giusta l’_Itinerar. Antonini: Aricia, Tres Tabernae, Forum Appii, Terracina... Capua_. L’_Itiner. Hierosol._ enumera dall’altro verso _Capua... Mutatio ad Mediae, Mutatio Appi Foro, Mut. Sponsas, Civ. Aricia et Albana, Mutatio ad Nono, in Urbe Roma_. [315] Se ne fa menzione nell’anno 1249 (Bolla registrata dal CASIMIRO, p. 230 e dal NIBBY, _Analisi_, I, 73): _S. Maria de Palatiolis — super locum Albanensem seu in pede Montis Cavae_. — L’ultimo degli Stuardi, Enrico di York, cardinal vescovo di Frascati, distrusse gli avanzi del tempio di Giove nel 1783, allorquando restaurò il convento dei Passionisti che sorge colà nel luogo ove era posto il tempio della federazione latina. [316] _Massa Nemus_, menzionata per la prima volta da ANASTASIUS, _Vita Silvestri_, n. 46. Nel 1153 Anastasio IV diede Nemi al convento di _S. Anastasius ad Aquas Salvias_; Lucio III nel 1183 confermò la donazione: _In loco qui dicitur Nemo_ (LUCIDI, p. 313; RATTI, _St. di Genzano_, p. 94). [317] Nel tempo di Onorio III appartenne al convento di san Lorenzo fuori di Roma: contemporaneamente Ardea era proprietà del san Paolo (RATTI, p. 47). Stando al NIBBY, _Anal._, II, 173, il più antico documento che contenga il nome di _Civitas Labiniae_ data solamente dall’anno 1358 (NERINI, _Stor. di s. Alessio_, a. 526). [318] Addì 4 Genn. 1218, _Petrus et Nicolaus Candulphi filii quond. Angeli de Candulpho, et Rusticus fil. quond. Cencii de Candulpho_ rinunciano al ristoro de’ danni cui pretendevano per la guerra che s’era combattuta fra il popolo romano e la Chiesa al tempo di Alessandro III. Vi è altresì detto: _et de turri nostra de Gentiano nobis diruta_ (RATTI, p. 99). M’è noto un altro istromento dei 6 Ottobre 1244, in cui _Simon de Candulfis_ e Paolo fratel suo cedono _Toffellum_, vicino al _lacus Albani_, dandolo all’abate Benedetto di _S. M. de Palatiolis... Actum est hoc in castro Candulforum in palatio curie dicti Domini Simonis_ (pergam. Lateran. nell’arch. di Firenze, segnata _Roccettini de Fiesole_). I Gandolfi trovansi anche a Genova, famiglia signorile. — Se si stia all’UGHELLI, I, 266, i Savelli possedevano Castel Gandolfo fin dal 1282. A Roma abitavano dei Gandolfi: vedi l’epitaffio della _Domina Paula Filia Johis Gandulpi de Gandulphinis_, in Araceli, a. 1360 (è nel GALLETTI, _Inscript._, III, 407). [319] Mi passo dall’indagare se Rocca di Papa sia derivata da Fabia. Marino era un _castrum_ ormai nel 1249 (CASIMIRO, _Mem. delle Chiese_ ecc., p. 230). Fino al 1266 appartenne a Giovanni Frangipane _de Septemsoliis_, figlio di Graziano, che lo ebbe in feudo dal convento di san Saba in Roma, ed eziandio dall’Abazia di Grotta Ferrata. Quel Frangipane legò i suoi diritti a santo Saba, perlochè il cardinale Giovanni Gaetani (Nicolò III), come procuratore del convento, vendette Marino a suo nipote, cardinale _Matheus Rubeus Orsini_, per tredicimila libre: _Castrum Marini et Turris ipsius cum tenimento suo._ Ne si conserva la bella pergamena nell’arch. Gaetani, caps. 36, n. 39: il contratto si stipulò a Viterbo. — Ai 16 Dic. 1266 il cardinale Matteo vendette la metà di Marino a’ suoi zii Giordano, Rainaldo e Matteo, figli del celebre Senatore (origin., ibid., 48, n. 6): così gli Orsini vennero in possesso di Marino. Con questi documenti completo io l’articolo relativo che leggesi nell’_Analisi_ del NIBBY. [320] Bolla di Gregorio IX, data ai 2 Luglio 1233, dal Laterano (LUCIDI, _Aricia_, p. 423), dove si discorre del _Lacus Turni_. Questo esiste ancora oggidì vicino a Castel Romano, sulla via di Ardea (NERINI, p. 230). Di già ANASTASIO, _Vita Silvestri_, n. 30, dice che Costantino lo donò alla Chiesa di Albano. — _Duos sandalos, ad piscandum in Lacu Folianensi, medietatem totius Stagni Hostiensis cum piscatione ed aucupatione avium. — Piscariam ad capiendos sturiones in Flumine Tyberis secus Ripam Romeam_. [321] Nell’estate del 1242, come narra RICC. DA SAN GERM., p. 1048: _statuam hominis aeream, et vaccam aeream similiter_. Federico II fondò le prime collezioni di antichità. [322] _Perdidi bonum amicum, quia nullus Papa potest esse Gibellinus_: GALVANEUS FLAMMA, c. 276. Anche Innocenzo III, all’elezione di Ottone IV, avrebbe potuto esclamare: _nullus Imperator potest esse Guelfus_. [323] NICOL. DE CURBIO, _Vita Innocenc. IV_, c. 7: _XVII Kal. Nov. exiens de Anagnia, Romam ivit — cum tripudii gaudio est receptus XVII Kal. Dec._ È un errore di assumere il 15 Novembre come data del ritorno (così fa anche lo CHERRIER), il quale sarebbe pertanto avvenuto un mese dopo la partenza da Anagni. Di già ai 22 di Ottobre egli segna una lettera indiritta ai Viterbesi: _Lateran. XI Kal. Nov. Pont. n. a. I_ (_Cod. Palat._ 953, fol. 33 b). [324] Scena domestica descritta con molta vivacità da NICOLÒ DE CURBIO: _Romanorum quamplurimi mercatores — procaciter mutuum repetebant, aulam palatii et cameras — infestis clamoribus — onerosa multitudine replentes — ipsum oportebat in camera latitare_ (c. 7). Il Papa se la cavò a forza di _patientia, que optimum est genus vincendi_: così dice il suo Biografo da vero italiano. [325] Longhezza, lungo la via Tiburtina presso l’Anio, sui ruderi di _Collatia_, compare per la prima volta da _castellum quod vocatur Longezzae anno 1074_, in una Bolla di Gregorio VII: NIBBY, _Analisi_. [326] Mscr. di NICOLA DELLA TUCCIA, ad a. 1242-1243. Il Cronista si riferisce a Croniche più antiche di GOTIFREDO e di LANCILOTTO. Vedi la già mentovata edizione fattane da IGNAZIO CIAMPI. [327] Nel Settembre _Tineosus_ cavaliere viterbese annuncia a Federico il tradimento della città (_Hist. Dipl._, VI, 125, dove son registrate altre lettere degli assediati). PETR. DE VIN., II, 55. MATH. PARIS, p. 607. RICC. DA SAN GERM., ad a. 1243. NICOLÒ DE CURBIO, c. 8. Manifesto di Federico dell’anno 1244. Finalmente la particolareggiata relazione di un famigliare del cardinal Rainero, nel _Cod. Palat. 953_, fol. 56. [328] Lettera del Papa, da Anagni, ai 7 Ottobre, in RAYNALD, n. 26, a. 1243: ed ai Viterbesi, dal Laterano, ai 22 Ottobre, del _Cod. Palat. 953_, fol. 33, dove dice di avere scaldato il cuore dei Romani in soccorso di loro — _et ut hoc cum celeritate proveniat campana capitolii sine remissione pulsatur_. Diceva che dalla Campagna verrebbero aiuti. [329] La sua lettera di querimonia al Re, del Dicembre (PETR. DE VIN., II, c. 2) descrive il tradimento de’ Viterbesi e dei Romani; e nel manifesto del 1244 egli accusa anche il Papa di essersela intesa con loro. La _Cronica_ di NICOLA DELLA TUCCIA è piena di particolarità curiose. [330] Intorno ai lunghi negoziati posteriori all’Agosto del 1242 vedansi i _Mon. Germ._, IV, 341-354. — NICOLÒ DE CURBIO, c. 10. [331] Nella sua lettera dei 30 Aprile il Papa dice: _non post multos dies elegit resilire potius quam parere, adimplere quod sibi mandavimus, renuendo_. — MATH. PARIS, p. 427: _a forma jurata — resilivit_. Non fu mai rimproverato al Re di essere stato spergiuro. Del suo buon diritto giudicano con chiara moderazione il RAUMER e l’HUILLARD. Vedi anche lo SCHIRRMACHER, IV, 68. [332] Lettera monitoria scritta da un Cardinale a Federico (_Hist. Dipl._, VI, p. 184: e a pag. 186 v’è la lettera di Federico al Papa in cui respinge quell’accusa). Il cardinale Giovanni Colonna, potentissimo amico dell’Imperatore, morì a Roma nel 1244. _Obit vas superbiae et omnis contumeliae. — Qui inter omnes Cardinales in possessionibus saecularibus claruit potentissimus; unde efficacissimus discordiae inter Imp. et Papam geminator extitit_: MATH. PARIS, p. 614. [333] Egli annullò ai 16 di Aprile la concessione imperiale. Così suona il Breve ad Enrico Frangipane e ad Jacopo figliuol suo: _cum igitur — nuper apud Aquampendentem in presentia Principis constituti, eidem — timore perterriti, medietatem Collisei cum palatio esteriori sibi adiacenti... quae ab Eccl. Rom. tenetis in feudum, de facto cum de jure nequiveritis, duxeritis concedenda — — concessionem hujusmodi nullam esse penitus renunciantes... Hist. Dipl._, VI, 187. RAYNALD, ad a. 1244, n. 19. THEINER, _Cod. Dipl._, I, 207. [334] Nel Marzo del 1244 ad Aquapendente _Petrus alme urbis prefectus, comes Anguillariae_, come uomo di corte dell’Imperatore, sottoscrive un Diploma (_Hist. Dipl._, VI, 166). Pertanto morto era Giovanni suo predecessore, e ben anche fratello suo. Nel suo manifesto Federico si lagna così del Papa: _procuravit — qualiter terra quam tenemus — ante pacis adventum averteretur a nobis — recipiens prefectum et quosdam sequaces suos cum terris eorum, qui omni tempore imperii fuit, et dignitatem ab eo recepit, et de quo numquam questio fuit per Ecclesiam nobis relata_. [335] Di là, ai 21 Giugno, promulgò un _Privilegium_ pel convento di _S. Pancratio in comitatu Rosellano dioc. Grosseti_. Questa Bolla, sottoscritta da dodici Cardinali, tiensi custodita nell’archivio di Stato di Napoli (_Bullarium_, Vol. II). [336] NICOLÒ DE CURBIO, c. 13. Il Papa si lasciò addietro tutti: _per devia et abrupta montium, ac nemora tota nocte laborans. — Veterem induit Senebaldum, et leviter armatus equum ascendit velocissimum, manu non vacua_. Così MATH. PARIS, p. 431. [337] Il viaggio e le accoglienze sono con molta vaghezza descritti da NICOLÒ e dal _Continuatore degli Annali di Genova_. [338] PETR. DE VIN., I, c. 3. [339] _Ego Thadeus de Suessa... ad futurum Romanum Pontificem et ad universale concilium regum, principum et prelatorum, cum presens concilium universale non sit, pro parte domini imperatoris appello: Hist. Dipl._, VI, 318. — MATH. PARIS, p. 451: _sententiam — in pleno Concilio, non sine omnium audientium — stupore et horrore terribiliter fulguravit_. E questo Cronista, nella sua narrazione successiva alla morte di Gregorio IX, si palesa ostile contro di Federico. Documenti notevoli sono i pareri secreti dettati per il Collegio dei Cardinali, che sono raccolti nel libro di ALBERTO DI BEHAM, n. 4 e 5 (edito dall’HÖFLER); ivi trovansi registrate le lettere di doglianza di Federico e la difesa di Innocenzo IV. [340] _Sane redditus copiosi, quibus ex plurium depauperatione regnorum ditantur — ipsos faciunt insanire. — — Semper fuit nostre voluntatis intentio, clericos — ad illum statum reducere — quales fuerunt in ecclesia primitiva, apostolicam vitam ducentes... Hist. Dipl._, VI, 391, Febb. 1246. Vedasi anche la lettera di Federico (_Etsi caussae nostrae_) data da Torino, ai 31 Luglio 1245 (PETR. DE VIN., I, c. 3, e MATH. PARIS, p. 722). [341] _J. Christus — in Ap. Sede non solum pontificalem sed et regalem constituit monarchiam, b. Petro ejusque successoribus terreni simul ac celestis imperii commissis habenis._ I Papi credevano perfino di potersi fare giudici degli Angeli, secondo la sentenza di san Paolo: _An nescitis, quod angelos judicabimus_ (nella lettera medesima). — (_Romanorum princeps_) _Romano pontifici, a quo imperii honorem et diadema consequitur, fidelitatis et subjectionis vinculo se astringit_. Vedi l’HÖFLER, _Alberto di Beham_, n. 8. La lettera _Agni sponsa nobilis_ (HÖFLER, _Federico II_, p. 413), in cui Innocenzo cerca difendere la Chiesa dalla accusa delle sue ricchezze, è così ridondante di frasi che io non la reputo autentica. [342] Sono quelle stesse dottrine dell’ambizione fanatica del clero, che ancora oggidì i Gesuiti vanno predicando come dogmi canonici. [343] Dice il Papa: _Quum ad cetera regna suae subjicienda virtuti oculum ambitionis extendens, eam (sc. Ecclesiam) reperit obicem cujus interest materno affectu christianorum regum, tamquam spiritualium filiorum, jura protegere ipsorumque defendere libertates_. Nella sopraddetta lettera. [344] GUALTIERO DI VOGELWEIDE gli staffila in parecchi de’ suoi versi; ed una delle sue canzoni prelude alla celebre invettiva di DANTE: «Ahi Costantin, di quanto mal fu matre...» Ei dice dei preti: «Rammentate come una volta andavate lemosinando per Dio; sol per questo Costantino vi regalò di beni. Se ne avesse previsto le conseguenze per noi fatali, ei ci avrebbe pensato ben sopra, e ce le avrebbe risparmiate. Ma allora eravate ancor casti, non vanitosi, superbi.» (Canz. 10, ediz. del Simrock). [345] Eglino presentarono un loro gravame al Concilio di Lione (MANSI, XXIII, 639). E leggasi MATH. PARIS, che pone in bocca al Papa queste invereconde parole: _Vere hortus delitiarum est Anglia. Vere puteus inexhaustus est, et ubi multa abundant, — de multis multa possunt extorqueri_ (p. 473, edit. WATS). Dopo le Crociate, dice il LINGARD, _History of Engl._, II, 414, i Pontefici esigettero la decima dal clero; e in breve si foggiò la teoria che ogni guerra dei Papi era guerra religiosa. I frati mendicanti facevano da percettori dei tributi, tribolando chiese collegiate e conventi, e armati di quella formidabile formula _non obstante_, innanzi cui nessun diritto teneva. Vedi il MEINER, _Storia comparata_, II, 615. [346] _Ut sic jurisdictio nostra resuscitata respiret, et ipsi hactenus ex nostra depauperatione ditati — reducantur ad statum Ecclesiae primitivae_: MATH. PARIS, p. 719; e il Cronista nota l’accordanza di quelle dottrine colla lettera di Federico. Vedansi nella _Hist. Dipl._ (VI, 467) gli atti di cotal lega del Nov. 1246, che il Papa ben presto represse. Anche Enrico III si giovò dell’esempio, e limitò ad alcuni casi canonici il tribunale ecclesiastico pei laici (MATH. PARIS, p. 727, ad a. 1247). [347] Eccone la professione di fede: _Etsi nos nostrae catholicae fidei debito suggerente manifestissime fateamur collatam a Domino Sanctae Rom. Sedis Antistiti plenariam in omnibus potestatem, ut quod in terra ligaverit, sit ligatum in coelis, et quod solverit sit solutum: nusquam verumtamen legitur divina sibi vel humana lege concessum, quod transferre pro libito possit imperia_. (Nella lettera detta di sopra _Etsi caussae nre_, dei 31 Luglio 1245). [348] Di questi tentativi di riforma narra ALBERTUS STADENSIS, _Chron._, a. 1248. I predicatori degli eretici colla Scrittura alla mano dichiaravano che la podestà del Pontefice era usurpata, non fondata da Cristo. [349] _Absit ut in populo Christiano sceptrum regiminis ulterius maneat apud illum vel in vipeream ejus propaginem transferatur_ (HÖFLER, _Federico II_, p. 383). E in pari senso aveva detto ancor prima, nella lettera a quei di Strasburgo, del 28 Genn. 1247. [350] In sette anni Innocenzo IV spese duecentomila marchi in Italia e in Germania: così il suo Biografo, c. 29. [351] _In solita devotione Rom. Ecclesiae — persistatis, Fridericum Cesarem inimicum crucifixi more solito impugnantes_ (nel Maggio 1246, _Hist. Dipl._, VI, 431). Notisi l’ingenuità onde parlano gli Annali di un convento tedesco, che è quello di san Giorgio nella Selva Nera: _A. 1240. Tam juvenes quam senes crucesignati sunt contra Tartaros. A. 1246. Adulti signati sunt cruce contra Fridericum Imperatorem_ (_Mon. Germ._, XVIII). I denari raccolti per la liberazione di Gerusalemme furono devoluti officialmente dal Papa per la Crociata contro di Federico: Bolle nello CHERRIER, III, 520. [352] Sulla professione di fede vedasi l’_Hist. Dipl._, VI, 426. [353] Lettera _Ignominiosa vulgaris vestri nominis fama_, nel GOLDAST, _Const._, III, 394, e PETR. DE VIN., III, c. 18. Ancora al 4 Maggio 1244 Pandolfo da Fascianello era capitano generale in Toscana (archiv. di Siena, n. 393). Egli ed altri fuggirono, e il Papa li rimeritò di beni e di onori: CHERRIER, III, p. 179 e 514. [354] _Illustravit super vos faciem suam Deus, vestras a Pharaonis dominio subducendo personas — vos — de militibus tyranni improbi, facta pugiles domini Jesu Christi._ Lettera a Teobaldo Francesco ed ai congiurati (RAYNALD, ad a. 1246, n. 14); e l’altra ai Siciliani (dei 26 Aprile 1246, ibid., n. 11). Si accusò Federico di macchinar l’assassinio del Papa, ma egli con dignità respinse quella taccia. [355] Quanto ai Regesti di Federico, noto una lettera che non è registrata nell’HUILLARD: è indiritta ai Sanesi, _dat. Alifie XXVI Madii IV Ind. 1246_; e vi è detto che facciano venire al suo esercito, per combattere contro Perugia, le soldatesche requisite da Federico di Antiochia, figliuolo e vicario suo in Tuscia e nella Maritima (_Caleffo Vecchio_, fol. 250). [356] Il registro Capitolino nota: _A. 1246 Petrus de Frangipanibus; A. 1247 Bobo filius Johis Bobonis; A. 1247 Petrus Caffarus Prosenator; 1248 Petrus Anibaldi et Angelus Malabranca_: a qual titolo m’è ignoto. [357] _Sanct. patri... Senator... ceterum in vestra remotione clandestina, urbe repudiata, primo elegistis Januam, post Lugdunum — — ut sic Romana novo confusa obprobrio funditus desolata sedeat civitas expers papae — quasi vidua domina urbium._ La lettera appartiene all’anno 1246, come si pare dall’osservazione che la assenza del Pontefice durava omai quasi da un _biennium_. Nell’HÖFLER, dal Libro di ALBERTO DI BEHAM, n. 47. [358] L’investitura pontificia è data da Lione, ai 29 Maggio (1249). _Cum tibi — clar. mem. C. Rom. Imperatrix et Regina Sicilie una cum F. quondam Imperatore O. Frajapani avunculo cujus te successorem asseris suisque successoribus principatum Tarenti cum tota terra Itronti duxerit concedendum, prout in privilegio inde confecto plenius dicitur contineri, et idem F. predictis principatu et terra te ut dicitur spoliarit. Nos — restituimus_... HÖFLER, _Federico II_, p. 394. CHERRIER, II, 380. Ma il _Privilegium_ di Costanza non venne mai alla luce, nemmeno quando Innocenzo III aggiudicò Taranto stesso al Conte di Brienne. Dei 4 di Giugno 1249 è l’investitura di Arborea, che doveva parimenti trascinare i Frangipani in lotta cogli eredi della casa di Hohenstaufen: ibid., V, 391; ibid., p. 380. [359] Nella lettera di Gualtiero di Ocra al Re d’Inghilterra vien detto (Sett. 1246): _Imp. omnibus ordinatis et cum Romanis et Venetis jam bona pace firmata: Hist. Dipl._, VI, 437. Dopo che l’Imperatore fu deposto, i prelati mandarono a Roma una lunga lettera per ammonire la Città a non lasciarsi sedurre a ribellione. _Inclite almeque urbi Romane Cetus amicorum ejus et Christi fidelium congregatio... Corona sapientie timere deum... Cod. Vat. 7957_, fol. 24 a. [360] Il SALIMBENE ha descritto con vivissimi colori la presa di Vittoria (p. 80). [361] La lettera dei Bolognesi è nell’HUILLARD, _Hist. Dipl._, VI, 738. Loro podestà era Filippo Ugoni. Nell’archivio del Palazzo Nuovo di Bologna, dove vuolsi che Enzo abbia vissuto, esistono ancora degli ingialliti registri sui quali sono scritti i nomi dei prigionieri. Così sul rovescio di un foglio di pergamena: _de Palatio novo communis Bon: dns Hentius Rex sive henricus filius domini Friderici olim Imperatoris. — Relaxatus est: Dnus Marinus de Hebulo. dnus Comes Conradus. dnus Attolinus d’Landido. dnus baxius d’Doaria (sunt quinque)_ (Miscellan., n. 5, n. 36). [362] Nel Gennaio 1249 Pietro era ancora protonotario a Pavia, e nel Giugno 1249 Federico lo chiama traditore. Se si stia agli _Annal. Placentini_, lo fe’ imprigionare a Cremona e tradurre dapprima a Borgo di San Donnino; indi, nel Marzo 1249, a San Miniato, dove, acciecato, avrebbe finito di vivere (_suam vitam finivit_). Però sembra certo che egli si uccidesse a Pisa. Gli studî del DE BLASIIS (_Della Vita e delle opere di Pietro della Vigna_, Napoli 1861) e quelli dell’HUILLARD (_Vie et correspondance de Pierre de la Vigne_, Paris 1865) non seppero chiarir meglio l’argomento. Lo SCHIRRMACHER crede che Pietro fosse colpevole: IV, 294 e segg. [363] _Usque ad ultimum fati sui diem gloriosus, et per totum Orbem Terrarum admirabiliter vixit, et qui omnib. fuerat insuperabilis, solius mortis legi succubuit_: così NICOLÒ DE JAMSILLA ghibellino, _Hist. de reb. gest. Frider. II_ (MURAT., VIII, 496). [364] _Obiit — principum mundi maximus Fridericus stupor quoque mundi et immutator mirabilis, absolutus a sententia qua innodabatur, assumpto, ut dicitur, habitu Cisterciensium, et mirifice compunctus et humiliatus_: MATH. PARIS, p. 804. — Manfredi scrisse a Corrado che l’Imperatore (_in corde contrito velut fidei orthodoxae zelator_) avesse ordinato di ristorare la Chiesa di tutti i danni: _cecidit sol mundi, qui lucebat in gentibus_ (BALUZIUS, I, 476). Il suo testamento disponeva che alla Chiesa (_matri nostrae_) dovessero restituirsi tutti i suoi diritti, ma _salvo in omnibus et per omnia jure et honore Imperii... et ipsa restituat jura Imperii: Chron._ FRAN. PIPINI, lib. II, c. 41. Il testamento è registrato nei _Mon. Germ._, IV, 357. [365] Federico II di Prussia, filosofo, poeta, libero pensatore, statista espertissimo, monarca in tutta la estensione della parola, ha fattezze tanto somiglianti col suo grande omonimo che se ne direbbe il moderno ritratto. [366] Parecchie volte in Alemagna e in Italia fu confutata l’asserzione dell’HUILLARD, che attribuisce a Federico un cotale disegno e il progetto di creare Pier delle Vigne a pontefice, ossia a suo vicario nelle cose di Chiesa. Il benemerito erudito francese ribadisce la sua opinione ancor nuovamente nella monografia intitolata: _Vie et correspondance de Pierre de la Vigne_, Paris 1865. Sennonchè, neppure in questa scrittura ei riesce a convincere. [367] Federico non rinnegò il Papato, e tenne anzi eguale idea di Filippo di Francia, che estimò avventurato Saladino, poichè non aveva seccaggini di Papi. Così anch’egli scrisse nell’anno 1247 a suo genero Vatazes: _o felix Asia, o felices orientalium potestates quae — adinventiones pontificum non verentur: Hist. Dipl._, VI, 686. [368] _Ad honorem divinum in melius reformemus._ HÖFLER, _Federico II_, p. 424. Il concetto _reformare_ e _reformatio_ (mutar rapporti per via di leggi) era allora assai usitato, massime in tutte le Republiche. [369] Verso la fine del 1246 scrisse a re Luigi: _Nos etenim — firma concepimus voluntate temporalia jura et dignitates nostras inviolabiliter conservare, et nihilominus S. Rom. Eccl. ad honorem dei et catholice fidei in spiritualibus revereri. — Quod si ad id votis equalibus — intendamus, communem causam nostram et omnium principum adeo favorabilem faciemus, quod in nullo jura nostra diminui poterunt sed augeri: Hist. Dipl._, VI, 473. Passo notevole, che espone apertamente il tentativo di riforma del grande Imperatore, conformemente al suo ragionevole principio. [370] _Laetantur coeli et exultet terra_... Ai Siciliani, da Lione, ai 25 Genn. 1251 (RAYNALD, n. 111). Si compari col nobile linguaggio adoperato da Federico quando annunciò ai Re la morte di Gregorio IX: _de cujus morte multa compassione conducimur, et licet digno contra eum odio moveremur_ (_Hist. Dipl._, V, 1166). [371] Il figlio maggiore, Enrico il ribelle, morì in carcere a _Martoranum_, nel 1242: il terzo, Giordano nato di Isabella, era morto bambino a Ravenna nel 1236. Vedi l’albero genealogico nel RAUMER. [372] Addì 17 Aprile 1251 da Lione re Guglielmo diede un privilegio per Perugia, cui confermò Castiglione Chiusino. Nel dì stesso ratificò i diritti di Perugia su Città della Plebe (arch. di Perugia, B. B. Carte, Saec. XIV, Append. n. 2). [373] Se anche non sia vera la sconcezza che MATTEO PARIS pone in bocca di Ugo cardinale, come addio che questi rivolge a Lione, tuttavia il passo che la riferisce è indizio dei costumi di allora. _Amici, magnam fecimus postquam in hanc urbem venimus, utilitatem et eleemosynam. Quando enim primo huc venimus, tria vel quatuor postribula invenimus. Sed nunc recedentes unum solum relinquimus; verum ipsum durat continuatum ab orientali porta civitatis usque ad occidentalem_ (p. 809). [374] _Quod si Romam pervenerit, Romani exigerent pecuniam inaestimabilem ab ipso violenter_... MATH. PARIS, pagin. 809. — NICOLÒ DE CURBIO (c. 30) descrive esattamente tutto il viaggio del Pontefice. [375] Si noti fra quali condizioni di cose s’infeudassero i Frangipani. Solamente allora che Manfredi non aderì a quello che gli si chiedeva Innocenzo (addì 21 Genn. 1252, da Perugia) investì di Taranto nuovamente Enrico Frangipane. [376] Il CURTIUS riferisce due lettere, che afferma essere state scritte da Corrado ai Romani; però la seconda _Ardens semper_ appartiene a Federico II (PETR. DE VIN., III, 72); e così è certo anche della prima _Romanus honor_. Corrado del resto scrisse ai Romani; vedi la lettera _Plane scimus_ al Proconsole _almae Urbis_ (BALUZIUS, _Miscell._, I, 193). Io mi credo che fosse indiritta a Brancaleone senatore. Il concetto di _Proconsul_, di cui il Re non conosceva la portata, tiene qui vece di _Senator_. [377] Proposta del Pontefice a Carlo, dei 12 Giugno 1253, da Assisi: _Dum adversitates_ (RAYNALD, n. 2, 3, 4). — La offerta a Riccardo sembra essergli stata rivolta fino da quando il Papa trovavasi a Lione (LAPPENBERG e PAULI, _St. d’Inghilterra_, III, 694). Formalmente poi gli fu fatta ai 3 di Agosto 1252, da Perugia (RYMER, _Foedera_, fol. 284); indi ai 28 Genn. 1253 (fol. 288). La concessione ad Edmondo è dei 6 Marzo 1254 (fol. 297). La corona di Sicilia fu messa all’incanto di qua e di là, siccome ai dì nostri quella di Grecia. [378] Come Corrado III, anch’egli punì la Città facendone smantellare le mura, ma graziò i cittadini. Fece porre le briglie all’antico cavallo di bronzo ch’era collocato innanzi alla cattedrale, e sulla sua base incidere questi versi: _Hactenus effrenis domini nunc paret habenis._ _Rem domat hunc aequus Parthenopeus equum._ La testa del cavallo oggidì si vede negli «Studî.» [379] Era rimasto l’estate in Assisi, ed aveva consecrato la chiesa di san Francesco: NICOLÒ DE CURBIO, c. 33. [380] _Et cum venire distulisset, iterum vocabant eum Romani, ut prius sed solennius, et sub hac forma, ut scilicet tunc veniret, vel nunquam_: MATH. PARIS, p. 862. [381] _Papa igitur nolens volens, paratis clitellis Romam adiit, tremebundus. Ubi, ut decuit, susceptus est cum honore, sic jubente et volente Senatore_: MATH. PARIS, p. 862, 879. — NICOLÒ DE CURBIO, c. 34. [382] MATH. PARIS, p. 879. [383] _Papa — odio nondum extincto, quod olim in Federicum exercuit, in prolem et sanguinis sui reliquias saevire disposuit_: così giudica FERRETO VICENTINO (MUR., IX, 945). [384] Il documento di Alberto è dato da Windsor, ai 6 Marzo 1254 (RYMER, fol. 297). Addì 15 Maggio 1254 da Assisi Innocenzo scrisse al Re inglese ringraziandolo di avere accettato l’investitura, e lo pregò di mandare prontamente milizie in Sicilia (ibid., fol. 302). E vi si trova questa frase: _sed nepote tuo impie, ut asseritur, sublato de medio_. [385] Sul contegno d’Inghilterra e sulle arti di Innocenzo IV vedasi MATH. PARIS, p. 892. Una briga politica della Chiesa fu audacemente tramutata in cosa santissima di religione. E poi si stupivano che anime generose si dessero all’eresia! [386] _In triumforum suorum primordiis, acerbo mortis fato succubuit_: NIC. DE JAMSILLA; MURAT., VIII, 506. — _Homo pacificus et judex severus — de cujus obitu Teutonici, Apuli et Lombardi, preter illos qui erant de parte Ecclesie, dolore nimio sunt turbati_: HERM. ALTAHENSIS, nel BÖHMER, _Fontes_, II, 510. [387] PETRI CANTINELLI _Chron._, a. 1252 (MITTARELLI, _Accessiones_). MATH. PARIS, p. 860: _mense Aug. Romani elegerunt sibi novum Senatorem, civem Bonon., nomine Brancaleonem, virum justum et rigidum, jurisque peritum_. Vedansi il SAVIOLI, ad a. 1252 e la Dissertazione del LAZZARI, _La prigionia di Brancal. de Andalò_ (Bologna 1783). [388] _Romani — Brancaleonem — pro triennio in Senatum urbis elegerant, quia in Lombardia fuerat pro parte Friderici depositi, et junctus amicitia Ezelino tyranno haeretico — et etiam — Pelavicino_; NICOL. DE CURBIO, c. 34. [389] MATH. PARIS, p. 860. Il VESI, _Storia di Romagna_, III, 84, dice che gli ostaggi fossero trenta; il SAVIOLI li numera a cinque. Vedasi in quest’ultimo (_Annal. di Bol_., III, 2, 682) la lettera di Galeana moglie di Brancaleone, tratta da un mscr. esistente a Bologna: ivi però nol rinvenni più, sebbene per cercarmelo invano si sia adoperato anche l’erudito signor conte Giovanni Gozzadini. [390] Vedi la descrizione che dà il VILLANI (VI, c. 70) della vita di Firenze a quel tempo; e l’altra appena credibile che si contiene in RICOBALDO della stessa età di Federico II (MURAT., IX, 128). [391] Statuti mscr. di Roma nell’arch. Capitol., dell’anno 1469, lib. III, c. 1: _Senator Forensis habere debet — pro 6 mensibus 1500 Flor. auri de Camera_. Nel 1362 Roma si dolse che il Senatore forestiero costasse 2500 fiorini ad ogni sei mesi, laddove, tempo prima, i due Senatori nobili avevano recato solamente la spesa di 1500 fiorini: perciò il Papa ridusse lo stipendio a 1800 fiorini (THEINER, _Cod. Dipl._, I, n. 363). Intorno al 1350 il Rettore di Romagna costava quattro fiorini d’oro al giorno; il Podestà di Forlì, quello di Faenza, e l’altro di Cesena sessanta fiorini al mese; il Podestà di Bologna nel 1250 aveva lo stipendio o _feudum_ di duemila lire bolognesi all’anno (_Stat. Comun. Bonon._, p. 23. A. 1250, ed. Frati., Bol. 1863). Quantunque riesca difficile il ragguaglio del valore monetario nel medio evo, si può tuttavia stabilire che il buon fiorino d’oro (battuto a Firenze fin dal 1252), del peso di 24 caratti e 72 grani, corrispondesse a paoli 21, 1 bajocco e 4 quattrini, ossia a un ducato (zecchino). — Fiorini d’oro 96 facevano una libbra d’oro; 64 un marco. — Fiorino 1 = 1 lira, ossia 244 denari di provisini, ossiano 120 grani napolitani. — In media 1 fiorino = 26 _Solidi provenienses_. — _Libra proven._ 1 = 2 scudi e 50 bajocchi. Vedi il VETTORI, il _Fiorino d’oro antico illustrato_, e il GARAMPI, _Saggi di osservazioni sul valore delle antiche monete pontificie_. Le sue osservazioni corrispondono colla _Valuta_ che trovasi posta in appendice al Codice fiorentino di CENCIO. [392] Il _Collateralis_ di Brancaleone fu Federigo di Pascipoveri (Nota H, agli _Ann._ del SAVIOLI, a. 1252). [393] Gli Statuti del 1471 danno al Senatore: _6 judices forenses, 4 notarios maleficiorum et 1 notarium marescallorum, 4 socios, 8 familiares domicellos... 20 equos armigeros, et beroerios 20_ (_beroeri_, dal francese antico _berruier_, arciero: così il DIEZ, _Vocab. etim. della lingua romana_. Che ne sia venuta la voce birri o sbirri?). Secondo lo Statuto di Bologna (1250), il Podestà doveva avere con sè tre buoni giudici e due buoni notai. [394] Tutti questi impiegati sono denotati come _officiales Capitolii_. Giurarono anch’essi la pace del 1235; così fecero i _vestararii, judices Palatii, Justitiarii, Scriniarii et Assectatores, et generaliter officiales omnes quocumque nomine censebantur_. In alcuni atti son nominati or uno, or due _Vestararii urbis_: nella pace del 1241 si trovano _4 Scriniarii_ e _6 Assectatores_. Solita formula notarile apposta nello Statuto dei mercanti romani, è questa: _De mandato D. Senatoris et ejus assectamenti_. [395] _De juramento Senatoris_... Statuti del 1471, III, n. 9. Antica è la formula di giuramento indiretto che ivi contiensi; manca il giuramento diretto al Comune. Ci si conserva la lunga formula giuratoria del Podestà di Bologna, giusto del tempo di Brancaleone (FRATI, _Statuti di Bologna_). Simile a quella era la romana. [396] Giusta vecchi patti, la zecca era posseduta dal Papa, perlochè Innocenzo III dice: _monetam nostram, quae vulgo dicitur de Senatu_ (_Reg._, Ann. XI, ep. 135). Addì 26 Dic. 1282 Martino IV biasima il Prosenatore perchè batte moneta: _quae in civitate praefata cudi non POSSUNT, nec debent absque licentia Sedis Apost. speciali_ (Theiner, I, n. 414). Non esiste alcuna moneta pontificia dell’intervallo che corse fra Pasquale II e Benedetto XI: quella lacuna riempiono le monete del Senato. [397] La foggia del Senatore nel secolo decimoterzo è rappresentata sopra monete, ov’egli compare inginocchiato, mentre san Pietro gli porge la bandiera feudale (VITALE, Tab. I. n. 5 e n. 22). L’idea ne era tratta da quel musaico Lateranense, in cui Carlo magno in pari guisa riceve il vessillo. Con simile positura alcune monete veneziane dei secoli decimoterzo e decimoquarto rappresentano il Doge genuflesso, cui san Marco consegna la bandiera (MUR., _Antiq._, II, 652). Un musaico di Araceli, oggi nel palazzo Colonna, rappresenta il senatore Giovanni Colonna (intorno al 1280); ha manto violetto, berretto anch’esso violetto contornato di ermellino, stivali di eguale colore (Nel LITTA, art. Colonna, sulla fine). Nel NERINI (p. 261) evvi la copia di un disegno del cenotafio che il senatore Pandolfo Savelli eresse ad Onorio IV in santa Sabina. [398] Lo stesso era per tutte le città. _Ego vel mei de mea familia non intrabo domum alicuius in civitate, nisi pro prosequendo fures vel falsarios vel malefactores — vel causa emendi aliqua necessaria._ — Così a Bologna (Statuto del 1250). Vedansi anche gli Statuti di Modena, _Diss._ 46 del MURATORI, sull’officio dei Podestà. [399] _Quod Senator stet ad scindicatum_: Statuto del 1471, III, n. 34. [400] Nell’archivio di Firenze conservansi attestati di lode di ex-Senatori del secolo decimoquarto: nell’archivio di Bologna conservansi le patenti di cittadinanza date dai Conservatori, ai 15 Aprile 1493, all’ex-senatore _Ambrosius Mirabilia_ di Milano. [401] Nel secolo decimoterzo trovasi spesso adoperata la formula: _In nom. Domini — more Romano Generale et speciale consilium communis Romae factum fuit in Ecclesia S. Marie de Capitolio per vocem praeconum et sonum Campanae de hominib. ipsorum consiliorum more solito congregatum_. Oppure quest’altra: _congregato magnifico populo Romano in scalis et platea ante palatium Campitolii de mandato magnificorum virorum dominorum... dei gratia Alme Urbis Senatorum ad sonum campane et vocem praeconum, ad parlamentum ut moris est_. Simile formula si usava per ogni altra città, e per ogni Comune popolare, per quanto piccoli fossero. — I decreti (_Reformationes_) erano inseriti nei _Libri Reformationum_. Sventuratamente cotai libri romani andarono perduti senza lasciar traccia di sè. [402] In tutte le democrazie furonvi un _consilium generale_ ed uno _speciale_, cui più tardi si aggiunsero i Priori delle corporazioni. Così in un documento del tempo di Brancaleone, a. 1258, vien detto: _per reformationem consilii specialis et generalis Alme Urbis_ (archiv. comun. di Terni, n. 160). E così propriamente in documenti della città di Todi: _congregato — consilio speciali et generali_. Il Consiglio generale non era il parlamento universale del popolo, ma una giunta di parecchie centinaia di uomini tolti per ogni quartiere della Città, ovvero in altre terre per ognuna delle _portae_. Il _Consilium speciale_ somiglia al Consiglio secreto della «Credenza», nelle città settentrionali d’Italia. [403] Causa la mancanza di atti la costituzione civica di Roma anche in questo periodo rimane buia; conosco meglio la costituzione di Todi e di Terni (non occorre dire di quelle di Bologna, di Firenze, di Siena e di Perugia) che quella di Roma. Ma in fondo vigeva uno stesso sistema in tutte le città. [404] Più tardi, lo Statuto romano del 1580 (lib. III, c. 59) tiene nota di queste stesse famiglie, come di quei baroni che, conformemente ai vecchi Statuti, dovevano giurare innanzi al Senatore di non ricettare alcun fuoruscito nè alcun uomo infame. [405] Nel CONTATORE, _St. di Terracina_, p. 59, ed è conservata in quell’archivio. Lettera del Papa a Brancaleone, dei 7 Maggio 1253, da Assisi. Altre lettere sono indiritte ad Anagni, Terracina, Alatri, Veroli, Velletri, Segni, Piperno, Cora, Sezza, Ninfa, a tutti i baroni del Lazio, specialmente a Landolfo e a Beraldo di Ceccano, a Bartolomeo di Supino, a Berardo di Piglio, a Corrado di Sculcula, ai _Domini_ di Sermoneta, di Pofi e di Ceperano: ibid. [406] _Negotium Ecclesiae recommendavit Romanis humiliter ac devote_: NICOL. DE CURBIO, c. 38. Vale a dire che il Papa faceva istanza per avere ajuto di denaro e di soldatesca. [407] MATH. PARIS, p. 862, registra troppo presto l’avvenimento di quella soggezione, all’anno 1253. Ancora ai 10 Maggio 1254 Brancaleone scrive una lettera dal campo innanzi Tivoli: _Brancaleonus de Andalo dei gr. Almae Urbis Senator Illustris et Romani Populi Capitaneus... Acta — in castris Romanorum super Tybur in papilione Domini Senatoris predicti sub nat. Dom. 1254 Ind. XII die X intrante Majo_ (VITALE, pagina 122). Parimenti NICOL. DE CURBIO (c. 37) narra della spedizione dei Romani contro _Tibur infra octavam resurrectionis Dominicae_ (1254), e della mediazione del Papa che succedette a quella. La pace definitiva fu conchiusa soltanto nel 1259. [408] _Vita Innoc._, c. 40. [409] RAYNALD, n. 48; dato da Anagni, ai 2 Sett. [410] Bolla _Clemens semper_, da Anagni, ai 27 Sett.; nel RAYNALD, n. 57; nel TUTINI, _De’ Contestabili_, p. 58 e 60. Eppure questo istesso Papa aveva già investito di Taranto i Frangipani! Che iniquo giuoco ei si faceva de’ trattati! [411] Domenica 11 Ottobre. Vedi l’_Itinerarium_ del Papa nel DE LUYNES, _Commentaire sur les Diurnali di Messer Matteo di Giovenazzo_, nota al § 55. Però posteriormente fu dimostrato che questi Diurnali furono un’invenzione bell’e buona. [412] GREGORIO, _Considerazioni_, III, c. V, p. 105. [413] Tutti questi avvenimenti sono narrati esattamente e con forma attrattiva da NICOLÒ DE JAMBILLA (MURAT., VIII). [414] _Sulla casa di Pietro della Vigna in Napoli_, ricerche di BARTOLOMEO CAPASSO, in appendice alla _Storia di Pier della Vigna_ del DE BLASIIS. [415] NIC. DE CURBIO, c. 43. La tomba di Innocenzo IV, dell’anno 1318, vedesi nella cattedrale di Napoli, con un’iscrizione che contiene questo verso degno del fanatico che lo dettò: _stravit inimicum Christi colubrum Fridericum_. [416] _Quid plangitis, miseri? nonne vos omnes divites relinquo? quid amplius exigitis?_ (MATH. PARIS, p. 897). Stando al MONACH. PATAV. (p. 689), sclamò morendo: _Domine, propter iniquitatem meam corripuisti hominem_. [417] MATH. PARIS, p. 897. E l’HURTER (_Innocenzo III_, Vol. III, 139) dice: «Innocenzo IV fu il primo che avvilì l’eccellenza del suo officio, riducendolo bottega di bassi traffici di moneta.» [418] _Non enim qui annales historias revolventes legimus, nunquam invenimus aliquor. tam intensum odium, vel tam inexorabile, sicuti inter Domin. Papam et Fredericum_: MATH. PARIS, p. 747. [419] SALIMBENE, p. 232, e MATH. PARIS, p. 897, che vi aggiunge il non adulatorio predicato di _simplex_. — JOH. IPERIUS, _Chron. S. Bertini_ (MARTENE, _Thesaur. nov._, II, 732) lo appella _vir placidus, sanguineus, carnosus, humilis, jocundus, risibilis_ etc. [420] SABA MALASPINA, c. 5: _oriundus de quodam castro quod Genna dicitur_. Jenna o Genna era un feudo dei Conti. Ai 21 Nov. 1257 Alessandro IV investì Rainaldo de Genna, nipote suo, del prossimo _castrum de Trebis_ (Trevi): vedasi il THEINER (_Cod. Dipl._, I, n. 258) dove convien leggersi Genna a vece di Genua. Il PAPEBROCH pone il giorno dell’elezione ai 24 Dicembre, ma il MANSI a ragione si attiene alla data di NICOL. DE CURBIO. Nota al RAYNALD, I, ad a. 1254. [421] La Bolla d’investitura è nel DUMONT, I, 394, e nel RYMER, fol. 316. Le altre lettere a fol. 320. [422] Un documento dei 9 Maggio 1255 (nel LAZZARI, _Dissertazione intorno la prigionia_... Doc. n. 4, e nel VITALE, n. 120) prova che il popolo gli aveva dato facoltà di muover contro Odone de’ Colonna (_rebellem urbis_). Il parlamento era stato inquietato a sassate: PETRINI, _Memor. Prenestine_, monum. XIX. [423] Così tolse al Cardinal vescovo di Ostia tutto il territorio che si stende dal mare fino alla Marmorata. Più tardi Clemente IV eccitò il senatore Carlo di Angiò a portarnelo via ai Romani. _Quondam Brancaleone — tunc Senator urbis ripam Ostiensem maris et fluminis a foce maris usque ripam Romanam — Ostiensi Ecclesiae — concessas — per violenciam spoliavit_... (senza data: dai _Dictamina_ BERARDI DE NAPOLI, _Cod. Vat. 3977_). [424] Doc. nel THEINER, I, n. 127, dove Onorio III conferma i decreti del legato Giovanni Colonna contro le _societates, communitates seu fraternitates cedonum, pellipariorum, lanificum, et aliorum artificum_. Più oltre è detto: _Bailivi, Consules, Rectores vel Priores fraternitatum, societatum, familiarum seu quarumlibet artium_... [425] SAVIGNY, III, p. 118, 120 segg.; HEGEL, II, c. VI. A Bologna continuava a durare il Comune popolare cogli Anziani delle maestranze (_Anciani populi Bononiensis_), a lato de’ quali furono sempre gente d’importanza i _consules mercandarie et cambii_. Docum. dell’anno 1271, nel THEINER, I, n. 318, dove trovansi sedici Anziani e sei Consoli dei mercanti. [426] L’_Ordo_ di CENCIO enumera le «_Scholae_ della Città», che ricevevano donativi di denaro in giorni di festa: fra quelle, haccene alcune che non erano di operai del palazzo pontificio, ma solamente di genti che lavoravano per conto della Chiesa. _Hoc est presbyterium scholarum urbis... Adextratores_ (palafrenieri); _Ostiarii_ (portinai); _Mappularii_ e _Cubicularii_ (camerieri); _Majorentes_ ossiano _Stimulati_ (uomini che con bastoni tenevano sgombra la via); _Vastararii_ (si spiega così: _faciunt candelas de vinetis vivis, papyrum pro candelis aptantes_); _Fiolarii_ (lavoratori di lampade); _Ferrarii, Calderarii... Bandonarii Colosaei et Cacabarii_ (significa in questo luogo una maestranza di lavoratori di nastri e di bandiere, che dimoravano presso al Colosseo e nella via _Cacaberis_): MABILLON, _Mus. Ital._, II, 195. [427] Ai 18 Nov. 1267 si riunirono in Campidoglio il _generale et speciale consilium... et convenientibus ad dictum consilium consulibus mercatorum et capitibus artium Urbis Rome_... (archiv. di Siena, n. 869): di ciò diremo più sotto. In qualche _Cronica_ fiorentina i _capita artium_ sono appellati «le capitudini». Diggià nell’anno 1263, trovasi a Toscanella vicin Viterbo un _capitaneus populi et rectorum artium et societatum civitatis Tuscanae_: TURIOZZI, Doc. n. X. [428] Lo ricavo dagli Statuti inediti dei mercanti romani, di cui la parte più antica data dall’anno 1317: _Item cum reformatum, stabilitum et declaratum fuit per consules Bobactariorum et mercatorum urbis et XXVI bonos viros electos per Rom. Pop. ad reformationem urbis et artium urbis, quod XIII artes erunt in urbe. Inter quas esset una ars mercatores, lanajoli, Bammacarii, mercerii, accimatores et cannapaciaroli prout in libro camere Urbis plenius continetur et apparet_. Gli Statuti dei _Bobacterii_ furono sottoposti a revisione nel 1407 e per la prima volta stampati nel 1526 (_Statuta nobilis artis Bobacteriorum Urbis_, Romae 1526). Va da sè che erano molto più antichi. Anche questa ragguardevole corporazione, che piena d’orgoglio si rammentava di Cincinnato, aveva quattro Consoli, quattro _Defensores_, un _Camerarius_ e tredici _Consiliarii_. [429] Nel loro Statuto (§ _De ratione facienda per consules_), è detto: _consules teneantur — facere rationem de omnibus — per instrumentum — — — et non aliter de aliis questionibus praeteritis ante tempus, quo mercatantia se choadunavit, scil. A. D. MCCLV_. — Se già nel 1229 Civita Castellana possedeva i suoi _consules mercatorum_ (THEINER, I, n. 252), per certo gli aveva anche Roma. [430] Negli Statuti detti di sopra: _Item ordinamus, quod — fiant quatuor Consules, qui sint mercatores — scil. duo de tagliarolis_ (venditori di merci a minuto), _et duo alii boni mercatores qui faciant mercatantiam pannorum, et XII consiliarii viri de tagliarolis et IV de franciatolis_ (frangiai). Il Console riceveva ad ogni anno 5 lire di _provisini_, 2 libbre di pepe, 2 once di zafferano (_zaffaraminis_). Indi v’avevano notai, _scriniarii_ (officiali d’archivio), _camerarii, sensales_ (nel senso degli Statuti non significavano mezzani d’affari ma cassieri, onde è giusta la spiegazione che ne dà il DIEZ da _censualis_: il sostantivo è _sensaria_), _judices mercatantie_. Tutti gli officiali erano soggetti a sindacato. I falliti appellavansi _falluti_ (vedi l’art. _de fallutis et conmictentibus fraudem creditoribus_). La misura dei panni era fin d’allora la «canna» romana (art. _de canna manca et moneta falsa_). [431] _Congregati et convocati_ (vien detto spesse volte negli Statuti) _in eccl. B. Salvatoris in Pensilis_: chiesa che cadde. Nel 1377 il senatore Gomez de Albornoz confermò gli Statuti con quest’aggiunta: _mandantes, quod dicte artis Consules praesentes et futuri debeant a turre pedis mercati supra versus palatium Capitolii et non alibi diebus juridicis horisque earum dum jus redditur in curia capitolii, ad reddendum jura inter homines dicte artis et de rebus spectantibus ad dictam artem — personaliter residere_. [432] La conferma che veniva scritta volta per volta dallo _Scriba Senatus_, dicevasi _confirmatio_. Nel Libro delle corporazioni la prima _confirmatio_ è data del 1296: indi si succedono in sì gran numero che mercè di esse potrebbonsi comporre abbastanza per bene i fasti del Senato. Quel venerando Codice di cento quaranta pagine di pergamena racchiude perciò una serie di formule contemporanee, importanti per la cronologia. Fra le altre evvi anche la _confirmatio_ scritta con assai bella mano da Cola di Rienzo, in qualità di _scriba_ del Senato. Sarebbe desiderabile che il Codice venisse publicato per le stampe. Gli officiali dell’archivio della mercatura mi concessero con pregevole liberalità di profittarne. [433] Ricompongo così il proemio del Codice: _In nom. D. Amen. Ad honorem, laudem et reverentiam Dni nri Salvatoris J. Ch. et B. Marie matris ejus semper Virg. ac B. Apolor. P. et P. et omnium sanctor. et sanctar. ejus et ad honor. et reverent. adque bonum statum magnifici nob. et pot. viri Dni Raynaldi da lecto dei gra. Alme Urbis Regius in urbe Vicarius nec non ad augmentum honorem et bon. ac pacif. statum totius universitatis mercatante urbis. Nos Angelus Blasii et Andreas Rubens, Rogerius Romanuccii et Jacobus Catellini Consules mercatancie Urbis et Litollus Jacobi Litolli, Franciscus Musciani, Nicolaus S. Angeli, Petrus Infantis et Angelus Rogerii, Statutarii mercatantie urbis, et Petrus Cinthii de Thomaiis et Nicolaus Singiorilis Consiliarii merc. urb., congregati et convocati in eccl. B. Salvatoris in Pensilis de Urbe ad vocem mandatoriorum ut moris est hoc statutum et subscripta capitula in eo scripta et contenta facimus et compilamus sub anno Dom. Millo CCC decimo septimo Ind. XIV mense Julii die XVI Pontificatus D. Johis PP. XXII tempore Vicariatus praedicti magnifici nob. et pot. viri D. Raynaldi da lecto dei gr. alm. Urb. Regius in Urbe Vicarius_. Vengono dopo le formule giuratorie degli officiali; indi i singoli _Capitula_ concernenti l’_ars_. [434] § _de moneta facienda:... consules teneantur — requirere dom. senatores — quod fieri faciant in urbe bonam et legalem monetam de argento grossam et provisinum seu denarium minutum, super quo dicti dom. senatores — habeant consilium cum camerario mercatantiae._ [435] Quando RICC. DA SAN GERM., ad a. 1237, dice che le _Romani plebei communitates_ costrinsero il senatore Giovanni de Poli a uscire d’officio, di che altro intende parlare se non delle corporazioni d’operai? [436] VILLANI, VI, c. 39: «come in Firenze si fece il primo popolo.» Il BONAINI dimostra che già ai 7 Maggio 1250 eravi a Perugia un _Capitaneus Populi_ con degli Anziani (_Archiv. Stor._, XVI, I, p. XLIII). A Genova nel 1256 si elevò un _Capitaneus Populi_. Nel 1258 trovo a Terni il primo _Cap. Pop._, di nome _Lupicinus_; nel 1254 Bonifacio Castellano di Bologna è primo _Cap. Pop._ a Todi. — Il MURAT., _Antiq. Ital._, IV, 666, paragona egregiamente quest’officio al _Tribunus Populi_ degli antichi. [437] _B. de Andato dei gr. Almae Urbis Senator Ill. et Romani Populi Capitaneus_ (nel già notato documento dei 10 Maggio 1254). La precisione di linguaggio che durante il medio evo si metteva nell’uso di tali concetti officiali, esclude che qui _Capitaneus_ significhi in genere condottiero di eserciti. [438] G. DI NANGIS, _Gesta Ludovici IX_ (DUCHESNE, V, 361), ad a. 1255: _Branchaleon — de consilio quorundam Cardinalium et — Nobilium — obsessus fuit in Capitolio. Et dum se dedisset, populus posuit eum in custodia apud Septemsolis — tandem traditus nobilibus in quodam castro S. Pauli quod dicitur Passavant, fuit incarceratus et male tractatus. Passavant_ non può altro essere che Passarani. [439] MATH. DE GRIFFONIBUS (MUR., XVIII, 114). Il LAZZARI ed il SAVIOLI (ad a. 1255) hanno corretto MATH. PARIS, là dove erroneamente narra della caduta di Brancaleone all’anno 1256. Nell’archivio di Bologna (Miscell., n. IV) vid’io una notizia dell’anno 1255, scorrettamente letta dal SAVIOLI (III, I, 289, nota D), in cui è detto: _die sabati XIII mens. Nov.. scriptum per potestatem massario communis Bononie D. Uguitioni de Arientis et D. Auliverio de Axinellis et D. Nerio Rainerio et D. Henrigipto de la Fratta et D. Vinasar. notar. et D. Gerardo de la Stalla Ambaxatoribus Cois Bonon. ituris pro facto Senatoris Rom., libr. CCXVI bon._ Ciò dimostra che Brancaleone fu balzato d’officio sui primi di Novembre 1255. [440] GALVAN. FLAMMA, c. 290, a. 1256: _Interim. Martinus de la Turre Senator Rom. efficitur — tamen — renuntiavit. Tunc Emanuel Potestas — Senator Rom. efficitur in malum suum, quia per Pop. Rom. mactatus fuit_. Già nel 1243 Emanuele _de Madiis_ era podestà di Genova, _vir nobilis et probus civis Brixiae_ (_Continuazione_ del CAFFARO, ad a. 1243). Entrò in officio al più tardi nella primavera del 1256 (OTTAVIO ROSSI, _Teatro di elogi historici di Bresciani illustri_, p. 87). [441] Il SAVIOLI (III, II, n. 699, 700) registra la lettera di doglianza che gli ostaggi romani indirissero a Roma, e la risposta dei Romani. Tuttavia queste scritture mi paiono di fede assai dubbia. [442] Doc. dei 25 Settembre 1256, da Firenze, nel LAZZARI, n. 1: ... _Actum in civitate florentie in S. Johanne praesentibus Dom. Alamanno de Turre potestate florentie etc._ [443] Riferisco a questi fatti una lettera che alcuni mercanti sanesi, da Roma, indirizzano a Rufino de Mandello, podestà di Siena, e dove parlano di un combattimento avvenuto ai 20 di Aprile (del 1256 come pongo io). _Prelium fuit in Urbe — crudelissimum inter nobiles — et Popul. Rom. — inceptum per Anibaldenses in Capitolio ad pedem turris Johis Bovis_: il popolo assalta il Campidoglio _in quo erant Senator et Capitaneus_; sono prese le torri di Giovanni Poli (Torre dei Conti), dell’Anibaldi e di Angelo Malabranca; cade ucciso _Annibaldus de Anibaldeschis_. GAETANO MILANESI (nel _Giorn. Storico degli Archivî Toscani_, a. 1858, II, 188) cerca, ma a torto, di scoprire in quella lettera la notizia che Brancaleone venisse carcerato tre volte. Una sola volta fu fatto prigioniero. Che la lettera poi sia dell’anno 1256 si rileva da atti esistenti nell’archivio di Siena, giusta i quali _Rufinus Rubacontis de Mandello_ appare essere stato podestà di Siena durante quell’anno 1256. [444] MATH. PARIS, ad a. 1258 (cronologia errata): _Confederatis igitur popularibus de consilio cujusdam Anglici, concivis eorum magistri pistorum in urbe, Mathei dicti de Bealvere, facto impetu veementi... — Papa — se subito contulit Viterbium_. I _Regesti_ di Alessandro IV dimostrano che ai 12 Marzo 1257 egli era in Laterano; ai 29 di Maggio a Viterbo. [445] PIER CANTINELLI p. 236, ad a. 1257: _Eo vero anno reelectus fuit Dom. Brancal_... — G. DE NANGIS, a. 1257. — _Gesta Ludovici IX_ dello stesso Autore (DUCHESNE. V, 370). — Il PARIS falla nel tempo, ed erra nel credere che il popolo sotto la capitananza di quel fornaio abbia liberato Brancaleone. Ei sa che fu imprigionato una sol volta, ma per isbaglio ne parla ripetutamente in due anni diversi: da ciò venne che il LAZZARI, il VITALE ed altri formaronsi il criterio che fosse carcerato due ed anzi tre volte. Brancaleone stette a Bologna fino a tanto che la rivoluzione lo ebbe richiamato a Roma. Per vero dire il doc. n. 2 registrato dal LAZZARI non prova che ai 9 di Maggio ei fosse a Roma; però si deve accogliere per vero che prima dei 30 Maggio 1257 ei fosse colà ritornato. [446] MATH. PARIS, p. 959: _Et misertus Senator adquievit precibus humiliati (sc. Papae): vix autem compescuit furorem_. [447] Il numero di trecento torri per i palazzi famigliari di Roma è forse piuttosto esiguo che grande, giacchè anche Viterbo ne contava centonovantasette: BUSSI, p. 131. [448] _Dirui fecit — nobilium turres circiter centum et quadraginta_: MATH. PARIS, p. 975 (a. 1258). Meglio ne racconta GUGLIELMO DE NANGIS, ad a. 1257: _Turres urbis dejiciens, praeter turrim Napoleonis Comitis_ (un Orsini). Nel 1248 i Ghibellini a Firenze abbatterono trentasei palazzi e torri dei Guelfi, fra le quali eranvene di alte centotrenta braccia. Si scavava intorno alle fondamenta dell’edifizio, lo si puntellava con legname, indi si appiccava a questo il fuoco, e così la torre cadeva (VILLANI, VI, c. 33). — Ancora nel secolo decimoquarto a Roma era opinione generale che Brancaleone avesse distrutto l’antico tempio di Quirino. Vedi la _Polistoria_ JOHANNIS CABALLINI DE CERRONIBUS _de urbe ap. sedis scriptoris de virtutibus et dotibus Romanorum_, nel _Codex Urbis Romae Topographicus_ di C. L. URLICHS, Wirceburgi 1871, p. 144. [449] Ecco la formula usata nel secolo decimoterzo: _Domum quoque ipsius (heretici) — judicamus funditus diruendam, ut sit de cetero receptaculum sordium, quod multis temporibus fuit latibulum perfidorum_. Primi furono i Visconti di Milano ad ordinare che si risparmiassero le case dei banditi (GALVANO FLAMMA, p. 1041; e MURAT., _Diss._ 51). [450] MATH. PARIS (p. 975) dice _bederveros_: sono i _beroveri_ o _berverii_, propriamente armati alla leggiera, combattenti agli avamposti, e simili ai _ribaldi_, il cui nome s’usa anche per significare masnadieri. [451] _In obsidione Corneti infirmitate correptus, Romam se fecit deferri, et ibi vitam finivit_: G. DE NANGIS, ancora all’anno 1257. (_Gesta S. Ludov. IX_, p. 370). Ai 6 di Luglio Alessandro IV era ancora a Viterbo; ad Anagni andò solo dopo che fu morto Brancaleone. Da un documento che trovai nell’archivio comunale di Terni io posso se non altro dimostrare che Brancaleone viveva ancora nell’Aprile dell’anno 1258. Narni e Terni elessero ad arbitri lui e il popolo romano; i suoi legati pronunciarono il loro laudum addì 18 Aprile 1258, in _S. Trinitatis de castro Mirande_. Appellansi _Petrus Riccardi de Blancis et Jacobus D. Petri Johis de Ilperino Ambasciatores nobilis viri D. Brancoleonis Ill. Senatoris Urbis et commun. incliti Almi et Amplissimi Pop. Romani.. Datum A. Dni MCCLVIII tpre D. Alex. IV PP. Ind. I m. Aprelis die XVIII_ (pergam. n. 100, oltre ad altri atti concernenti questo stesso compromesso). [452] MATH. PARIS, p. 980. Non v’ha dubbio che più tardi il Papa fece distruggere cotali reliquie, mal sofferendo che accosto alle mitiche teste degli Apostoli il popolo venerasse la testa vera di un senatore. [453] BRANCALEO S. P. Q. R. — ROMA CAPUT MUNDI. Vedansi il VITALE e il FIORAVANTI. Similmente è delle posteriori monete senatorie che i senatori erano soliti fregiare dei loro stemmi. [454] MATH. PARIS, p. 980. [455] _In quodam castro Romae — se strenue defendit, ne a nobilitate sui nepotis — deviaret_: MATH. PARIS, p. 986. [456] Di entrambi i Senatori tiene discorso una lettera del Papa indiritta a Terracina, dei 18 Maggio 1259 (CONTATORI, p. 193): _nobiles viri Neapolionus Mathei Rubei, et Ricardus Petri de Anibaldo senatores urbis_... Per conseguenza la rivoluzione avvenne al più tardi nell’Aprile. [457] Docum. di lungo contesto (nell’arch. di Tivoli) dei 7 Agosto 1259, registrato nel VITALE, App., n. IV. — MICHELE GIUSTINIANI, _De’ Vescovi e de’ Governatori di Tivoli_ (Roma 1665) incomincia la serie dei _Comites romani_ di Tivoli solamente col 1375. — Vedi anche il VIOLA, _Tivoli_, p. 183. — Gli Statuti di Tivoli, compilati nell’a. 1305 e stampati nel 1522, dimostrano che si mantennero del continuo gli officî stabiliti in quel documento, quelli cioè di _Comes Tiburis_, di _Caput Militiae_ e di _Sedialis de Tibure_. Il _Caput Militiae_ non era un capitano di soldatesche, ma un _Syndicus_, tribuno del popolo, che sopravvegliava alla giustizia ed all’ordine di governo. Il suo officio durò a Tivoli fin sul principio del secolo decimonono, accanto a quello del _Viceregens_ (il _Comes_ antico): così mi narrava un vecchio patrizio. [458] In quell’occasione l’interdetto toccò anche all’università di Bologna. Il celebre Odofredo che vi insegnava allora diritto, scrive: _debemus regratiari Deo — quod hunc librum complevimus, et si tarde incepimus, tarde finivimus, propter interdictum hujus Civitatis, quae erat interdicta occasione obsidum, quos habebat Dom. Castellanus de Andalò_ (TIRABOSCHI, _St. della Letter._, IV, 50). [459] Il VERCI nella sua opera accurata, tesse ad Ezzelino un’apologia. — ROLANDINO parla di lui come si confà ad un vero republicano e spesso affascina il lettore. Dice: _quod esse debet exemplum cunctis, ut sit modis omnibus defendenda libertas usque ad mortem_ (lib. VII, c. 13). — La _Hist. Cortusior._ pone in bocca ad Alberico queste parole degne di un Tiberio o di un Attila: _mundo dati sumus, ut scelera ulciscamur_ (MURAT., XII, 769). [460] _Quod occasione Sedis Apostolicae ac Imperialis, sanguis Italicus funditur velut aqua_: MONACO DI PADOVA, ad a. 1258. [461] Vedansi il SALIMBENE, il MONACO DI PADOVA, JACOPO DE VORAGINE, ERMANNUS ALTAHENSIS, IL CAFFARO, RICCOBALDO, FRANCESCO PIPINO e GALVANO FIAMMA, il quale ultimo dice: _propter mortem Yzelini de Romano scuriati infiniti apparuerunt per totam Lombardiam_ (c. 296). Il Palavicini e Manfredi si opposero a quel pernicioso fenomeno morale, minacciando pene di morte. I Torre a Milano alzarono seicento patiboli, per modo che i flagellatori si ritirarono (MURAT., Antiq. It., VI, Diss. 75). Il Papa, temendo che ne sorgessero sette ereticali, vietò le processioni: cessarono nel Gennaio del 1261. [462] _Cronica di Bologna_ (MUR., XVIII, 271), a. 1260: «I Perugini andarono nudi per Perugia battendosi: poscia i Romani andarono similmente — allora liberarono i Romani tutti i prigioni — per l’amor di Dio, e lasciarono la famiglia di Messer Castellano di prigione; e Messer Castellano fuggì dalla città di Roma, temendo che non l’ammazzassero». [463] Libertà van cercando ch’è si cara, Come sa chi per lei vita rifiuta. DANTE, _Purgatorio_, c. I, v. 71-82. [464] Riccardo, eletto a Francoforte addì 13 Gennaio 1257, coronato ad Aquisgrana ai 17 Maggio, andò qualche volta in Germania: Alfonso il Saggio, eletto a Francoforte addì 1 Aprile 1257, non vi andò neppur una. Fu inconcludente la lite che discussero innanzi ai Papi. Gli atti sono registrati nel RAYNALD, ad a. 1263: vedansi segnatamente i n. 46 e 53, languida ricordanza della decisione data da Innocenzo III. [465] TUTINI, _De Contestab._, p. 63. [466] MATH. PARIS, p. 897. I Saraceni e i Tedeschi chiamavansi fra loro compari: _compatres, quo nomine Saraceni et Theutonici de principali exercitu se ad invicem vocare assueverant_ (NICOL. DE JAMSILLA; MUR., VIII, 562). [467] Ma questo non impedì loro ed agli Angioini di servirsene. «Sotto il vessillo della croce e i comandi di legati pontificî i Saraceni di Luceria, l’anno 1289, combatterono ancora nella guerra dei Vespri»: AMARI, II, c. 13. [468] Nei _Libri Deliberationum_ (arch. di Siena, vol. IX) si nota che Giordano fosse entrato in Siena addì 1 Dicembre. Ai 19 Genn. 1260 si sottoscrive: _Jordanus de Anglano dei et regia gra. Comes S. Severini, Regius in Tuscia Vicarius Generalis et Potestas Senarum... dat. Pistojae XVIII Jan. Ind. IV_ (ibid., _Kaleffo vecchio_, n. 623). — Recanati, Jesi e Cingoli si ribellarono contro Anibaldo Trasmundi rettore della Marca, e conchiusero una lega ai 20 Dicemb. 1258 (istrom. n. 44 nel BALDASSINI, _Mem. di Jesi_). Già fino dal 1258 vicario generale era colà Percivallo, e risiedeva a Jesi, di dove ai 7 Marzo 1259 promulgò un Privilegio per Gubbio, cui guarentì distretto e comitato, giurisdizione ed elezione del Podestà: _Parcival de Auria Marchie Ancon. ducatus Spoleti et Romaniol. regius vicarius generalis pop. et communi Agubii dni Regis fidelib.... Dat. Esii A. D. mill. ducentes. quinquages. nono. septimo martii II Ind. Regnante seren. D. N. Rege Manfredo dei gra. inclito rege Sicilie. Regni ejus A. I Feliciter Amen_ (docum. che io copiai nell’arch. comunale di Gubbio, _ex libro Privileg._, fol. 19). Anche Fermo fe’ omaggio a Manfredi. Perugia rimase guelfa. Agli 11 Genn. 1259 da Anagni Alessandro IV scrive a Perugia chiedendo soccorso contro Manfredi che invade Spoleto e le Marche (arch. di Perugia, _Bolle, Brevi_, Vol. II, n. 22). Ai 28 Dic. 1258 da Viterbo Alessandro aveva ceduto a Perugia la contea di Gubbio (arch. di Perugia, _Lib. Sommiss._, Vol. C. fol. 68). [469] Documenti nell’archivio di Siena: ai 15 Giugno 1256 lega fra Siena e Roma; l’istromento è registrato sotto il n. 646, ma non se ne trova l’orignale: — ai 4 Dic. 1256 Pietro de Neri, _syndicus_ di Roma, e Aldobrandino di Ugo, _syndicus_ di Siena, aboliscono le rappresaglie (_actum Rome apud Eccl. S. Mariae Monasterii de Rosa_, n. 661): — nel Maggio 1259 Manfredi prende Siena sotto il suo patrocinio (_dat. Luceriae per man. Gualterii de Ocra regnor. Jerim. et Sicil. Cancellarii A. D. Incarn 1259 M. Madii Ind. II; Kaleffo novo, Assunt._, f. 611): — ai 17 Maggio 1259 si dichiara a Siena che, pur giurando essa fedeltà a Manfredi, le si riserverebbero integre la libertà della Chiesa e la validità dei contratti (_actum in regno Apulie apud Noceram. In palatio memorati Illust. Regis ann. D. 1259 Ind. II die XVI Kal. Junii Coram Dno Comite Monfredo Malecta de Mineo Camerario Ill. Regis praefati, Dno Comite Bartholomeo Seneschalcho, Dno Goffredo de Chusença, Magro Johe de Procida, Dno Francescho Semplice et Magistro Petro de la prete_...) [470] Lettera dei Guelfi e risposta di Corradino: _Cod. Vatic. 4957_, fol. 83, 85. _Conradus II dei gr. Jerlm. et Sicilie Rex, dux Suevie devotis suis dilect. viris nobilib. Maynardo comiti de Panicho dei gr. potestati partis Guelvorum de Florentia et aliis Tusciae terris, et comiti Guidoni Guerrae ead gr. Tuscie palatino et universitati dicte partis gratiam suam cum affectu sincero... act. ap. Illuminestri an. D. 1261 VIII Id. Maji_. [471] Lega fra Firenze, Pisa, Siena, Pistoia, Volterra, San Miniato, Poggibonsi, Prato, Colle, San Gemignano contro Lucca e i Fiorentini guelfi, conchiusa a Siena addì 28 Marzo 1261: bella pergamena nell’archiv. di Siena, n. 739. La Bolla di scomunica data da Alessandro IV dal san Pietro, ai 18 Nov. 1260, è registrata nel _Cod. Vatic. 4957_, fol. 86. [472] Ai 4 Luglio 1261 i Cardinali, da Viterbo, scrivono a Perugia chiedendo ajuto contro Manfredi (arch. di Perugia, _Bolle_, Vol. II, n. 38: fu già stampata nell’_Arch. Stor._, XVI, p. II, p. 486). [473] Allorchè In Alemagna volevasi eleggere Corradino a re, lo vietò sotto pena di scomunica. Vedi la sua lettera ai Boemi, data da Viterbo, ai 3 Giugno 1262: _Nos considerantes, quoi in hoc pravo genere, patrum in filios cum sanguine derivata malitia, sicut carnis propagatione, sic imitatione operum nati genitoribus successerunt_ (RAYNALD, n. V). [474] Una lettera di Alessandro, da Anagni, ai 3 Aprile, A. VI (1261; nel CONTATORE, _Terracina_, p. 99), è indiritta _dil. filiis nobilib. viris Joanni de Sabello et Anibaldo Nepoti nostro, et consilio urbis_. Poichè il Papa gli appella entrambi _Senatores_, è indubitato che sedessero in quell’officio. [475] Manfredi protestò ai Romani _quod Rom. Ecclesia non habet se intromittere ad dandum cuique Imperii diadema, sed tamen urbs Roma maxima mundi caput hoc tantum habet conferre auctoritate sui Senatus, Proconsulum et Communis_: FRANCIS. PIPIN.; MUR., IX, 681. — Il RYMER, fol. 410, a. 1261, riferisce la lettera del cardinale Giovanni di Toledo al Re d’Inghilterra, dove scrive che aveva speso il suo patrimonio a guadagnare i voti per l’elezione senatoria di Riccardo. [476] Lettera di Urbano al reame di Aragona, da Viterbo, ai 26 Aprile 1262 (RAYNALD, n. 9). — Ai 13 Giugno 1262 Pietro confermò a Montpellier il suo contratto di matrimonio con Costanza (BÖHMER, n. 281). [477] _Vita Metrica Urbani IV_; MURAT. III, 2, p. 408. Di Manfredi dice il _Chron. Astense_ (MUR., XI, 157): _Senator creatus fuit, quo in officio per annum stetit_. E FERRETUS VICENTINUS, _Hist._, p. 947, dice perfino: _Senatorias curules biennio gubernavit_. [478] Urbano IV, da Orvieto, agli 11 Agosto 1263, scrive al notaio Alberto: _Intelleximus, quod illi boni homines, qui urbem ad praesens regere, ipsius statum reformare dicuntur, dilectum fil. nob. vir. Carolum — in Senatorem ipsius urbis vel Dominum elegerunt_ (MARTENE, _Thesaur. nov._, II, _Urbani Ep._, n. 12). [479] Raimondo Berengario IV morì ai 19 Agosto 1245, e Carlo sposò l’erede sua ai 19 Genn. 1246 (PAPON, _Histoire générale de Provence_, II, 524). [480] Il primo progetto della convenzione da farsi con Carlo fu steso in iscritto ad Orvieto, addì 17 Giugno 1263 (MARTENE, _Nov. Thes._, II, Ep. 7). Solamente nel Giugno 1265 Enrico III rinunciò completamente (RYMER, 457). La elezione di Carlo a senatore avvenne prima degli 11 Agosto 1263. Il SAINT PRIESt (II, App., p. 330) riporta dal _Livre du Trésor de Brunetto Latini_ una lettera dei Romani scritta in francese, nella quale si offre a Carlo l’officio senatorio per un anno, a cominciare dal 1 Novembre, con diecimila lire di stipendio. Per forma e per contenuto l’autenticità di quest’atto è sospetta. [481] Agli 11 di Agosto ei non sapeva se Carlo fosse stato eletto a vita, oppure per un solo anno. Vedasi la lettera detta di sopra, dove il Papa dice che Riccardo ancor prima era stato eletto dai Romani _vita sua_: così pertanto fu anche di Carlo, come si pare dalla _Ep. XV Urbani_, nel MARTENE. [482] _Nos, qui nullum principem preter Rom. Pontificem, si vel prosperitas arrideret, vel saltem levior urgeret calamitas, dominari vellemus in urbe: Ep. XXI_, da Orvieto, nell’Aprile 1264. — _Ne dum Scillam vitare cupimus, in Charybdis voraginem incidamus: Ep._ XV. [483] _Ep._ VII, da Orvieto, ai 17 Giugno 1263. [484] Lettera ad Alberto, degli 11 Agosto: _Ipse tibi — secrete corporale exhibeat juramentum... Nos enim tibi absolvendi eum nostra auctoritate a juramento, si quod Comuni — Urbis — de retinendo — regimine vita sua idem jam praestitit, vel eum forsan prestare contigerit, plenam — concedimus — facultatem_. Il Papa palliò con questi giuramenti il giuoco, tanto per usare un riguardo a Riccardo, la cui anteriore elezione a senatore vitalizio egli aveva parimenti impedito. [485] _Tertio promittet, quod in dimissione Senatus ad ordinationem Rom. Pont. Eccl. revertatur, cives scil. Romanos ad hoc, sicut melius, et honestius poterit, inducendo._ Queste formule contenute nelle _Ep._ XV e XXI (e spesso stampate), sono intitolate _diffinitio inter fratres de Senatu et Regno Sicilie_. [486] _Ep._ XV e XXI. Le istruzioni impongono al Cardinale _nec se nimis exhibeat facilem ad assensum, sed cum deliberatione morosa stet pro utilitate ecclesiae_. Vedi altresì le lettere di Urbano al Re di Francia ed a Carlo, dei 3 Maggio 1263 (THEINER, I, 300, 301). [487] Istruzioni dette di sopra, dei 25 Aprile 1264 (_Ep._ XXI). [488] _Populus urbis, quem ex hoc in illud exilis quandoque versat occasio, quique frequenter consuevit, illius modicae libertatis reliquias, quas in eum proscripta veterum transfudit auctoritas, prodigaliter ac impudice distrahere. — Provinciae comitem elegerunt in Dominum, et Senatorem urbis perpetuum vocarunt_: sono parole notevoli di SABA MALASPINA (MUR., VIII, 808). [489] Siccome è facile scambiare il cognome _Gautelin_ con quello _Gantelim_, potrebbe parere che si trattasse di una sola e medesima persona, se SABA non dicesse che il primo morì in breve, per guisa che fu mandato il Cantelmi. La _Descriptio Victor._ non sa di altri che del vicario Gaucelin. Addì 30 Settembre 1265 Carlo raccomanda al siniscalco di Provenza il suo famigliare _Gautelinus de Montegario_: di qui io traggo la prova dell’esistenza di quel nome (arch. di Stato di Napoli, _Reg._ 1280, C, n. 40, fol. 2, riferito dal DEL GIUDICE nel _Cod. Diplom. di Carlo I_, n. 18). Ai 30 Maggio 1264 Urbano dà al vicario nome di _Jacobus Gantelimus_ (THEINER, I, n. 304); parimenti ai 17 Luglio 1264 (_Ep._ LVI, nel MARTENE). Insieme con Carlo vennero di Provenza a Napoli i fratelli Jacopo e Bertrando Cantelmi. Jacopo nel 1269 fu investito di Sora (SUMMONTE, _St. di Napoli_, II, 249), indi di Popoli e di Bovino. Il figlio di lui ebbe nome Rustain. I discendenti di quella famiglia fiorirono lungo tempo, prima come conti di Bovino, indi, dopo il 1457, come duchi di Sora (PIETRO VINCENTI, _Hist. della fam. Cantelmi_, Nap. 1604). [490] Intorno a _Petrus de Vico_ vedasi la _Vita Metrica Urbani_; MUR., VIII. 405. Non è appellato prefetto, quantunque possa esserlo stato. Manfredi aveva eletto uno dei figli di Pietro a vescovo di Cosenza. [491] Da Anguillara trasse nome una famiglia, che nel secolo decimoquarto fece parte della casa degli Orsini. Prima menzione di quei Conti tiensi nel secolo undecimo: _Guido ill. comes fil. Belizonis qui appellatur de Anguillaria_, nell’ottavo anno di Benedetto VIII e settimo di Enrico III, affitta il diritto di pesca nel _lacus Sabatinus_ (arch. di santa Maria in Transtevere, _Mscr. Vatic. 8044_). L’archivio Capitolino conserva un quaderno in pergamena riguardante la famiglia Anguillara-Orsini. Il primo documento che vi è raccolto è un Privilegio di Enrico VI, dato a favore di _Leo de Anguillara_ cui investe di Sutri: _dat. Esine V Kal. Decbris 1186_; ma è apocrifo. Nel 1244, in un documento dato da Federico II, trovasi sottoscritto _Petrus alme urbis praefectus, comes de Anguillaria_ (_Hist. Dipl._, VI, I, 166). Probabilmente Pietro aveva usurpato il possesso della terra. In Transtevere dura ancora una torre di quella famiglia (CAMILLO MASSIMI, _Sulla torre Anguillara in Trastevere_, Roma 1847). [492] Lettera del Pontefice a Simone cardinale, _Ep._ LV, data da Orvieto, ai 19 Luglio 1264; e la _Ep._ LVI, dei 17 Luglio: _Romano Popolo de ipsius castri obsidione consueta inconstantia recedente_. Vedansi anche SABA MALASPINA e la _Vita Metrica_, p. 414. Il prosenatore stava a campo innanzi a Vico addì 30 Maggio, perocchè ivi Urbano indirizzi a lui una lettera di lode: _dilecto fil. nob. viro Jacobo Gantelimi Vicario in urbe dil. filii Caroli... dat. Orvieto, 3 Kal. Junii a. III_ (THEINER, I, n. 304). [493] Lettera del Papa a Luigi di Francia, da Orvieto, ai 3 Maggio 1264 (RAYNALD, n. 13). [494] Così ordinò il Pontefice (THEINER, I, n. 289 e 293). Ai 2 Marzo 1264 Urbano proibì ai Terracinesi di porsi allo stipendio di Manfredi sotto pena che le loro case sarebbero smantellate e confiscati i beni: lo stesso per tutti gli abitanti del Lazio (CONTATORE, _Terracina_, p. 73). [495] _Ep._ LVII, da Orvieto, ai 4 Sett. 1264: Manfredi avrebbe mandato per ucciderlo un apostata dell’ordine di san Giacomo e due assassini, _cum quinquaginta generibus venenorum_. Una farmacia completa! L’odio contro gli Hohenstaufen non cessò mai di attribuir loro i più assurdi disegni di assassinio. [496] _Quod cum tota domus Cardinalis ejusdem nomen Gebellinitatis ab antiquo sortita Regi (Manfredo) studeret placere_... SABA MALASPINA, p. 808. [497] SABA MALASPINA. p. 811. _Descriptio Victoriae_, nel DUCHESNE, V, 830. Durava pur sempre in uso il nome di _insula Lycaonia_, dato anticamente all’isola Tiberina. [498] Negli esordî del suo pontificato avvenne la caduta dell’Impero latino di Bisanzio, che Michele Paleologo di Nicea conquistò addì 25 Luglio 1261. [499] Le date nel PAPEBROCH. Ai 22 Febb. promulga la sua prima enciclica (RAYNALD, n. 3). Una lettera a Carlo, dei 5 Genn. 1265, in cui si sottoscrive ancora come cardinale, dimostra che fin da allora era designato papa (MARTENE, _Thesaur. Epist. Clement. IV_, I; e MANSI, in nota al RAYNALD, a. 1265, n. I). [500] Non permise a’ suoi parenti di venire a Roma: maritò la nipote con un cavaliere di poca fortuna, dotandola soltanto di trecento monete d’argento. Vedasi la bellissima lettera a’ suoi nipoti, nel RAYNALD, ad a. 1265, n. X. [501] Arch. di Siena: ai 14 Ag. 1264 Lucca elegge suoi _procuratores_ perchè giurino fedeltà a Manfredi ed al conte Guido (n. 794): — ai 22 Giugno 1265 Clemente IV esorta il vescovo di Arezzo affinchè promuova una lega guelfa contro Manfredi (_dat. Perusii X Kl. Julii A. I_; n. 814): — ai 2 Luglio 1265 i fuorusciti guelfi di Siena ed il vescovo di Arezzo, lor capitano, conchiudono la lega (_actum Perusii... A. 1265, Ind. VIII, die VI Non. Julii_; n. 814). [502] Nella lettera detta di sopra, scritta ancor prima che Clemente diventasse papa (MARTENE, II. _Ep._ I _Clem. IV_). [503] _Ep. XIII_, nel MARTENE. [504] _Illam eamdem liberationem — per eum consequeretur Ecclesia, quam per cl. mem. magnum Carolum Pipini filium, ejusdem progenitorem comitis_: così disse Urbano ai vescovi francesi scongiurandoli a pagar la decima. La _Descriptio victoriae obtentae per brachium Caroli_, scrittura triviale e pretesca (compilata da un Andrea cappellano ungherese, che la dedicò al Conte di Alençon fratello di Carlo), fa dell’Angioino un eroe della fede, e cinge la sua impresa di un’aureola di santità ecclesiastica. [505] Ai 20 di Maggio, un giorno prima che Carlo sbarcasse, scriveva il Pontefice da Perugia al legato della Marca di Ancona: _in crostino Ascensionis Domini cum 70 legnis — in portu Veneris visus fuerit — Nam sicut militia Petri de Vico et alia quae cum Anibaldensibus Sabiniam jam invaserat ad odorem adventus comitis recesserant, sic potes confidere, quod in Marchia nulla morabitur, cum Manfredus intra regnum suos colligat quantum potest: Ep. LXII_. [506] _Descriptio Victoriae_, come sopra; TUTINI, _De Contestabili_, p. 75. [507] _Ep._ LXVI, da Perugia, al 1 Giugno. _Descript. Vict._, p. 831. GUGL. DE NANGIS, _Gesta S. Ludov. IX_; nel DUCHESNE, V, 374. SABA MALASPINA, p. 815. [508] Vedasene il ritratto nel VILLANI, VII, c. 1. Tuttavia, indulgendo al costume, Carlo compose versi da trovatore. Ne sono raccolte due _Chansons_ nel S. PRIEST, Tom. I, App. [509] SABA MALASPINA, p. 815. Fu una danza di cavalieri armati, avanzo forse de’ balli pirrici. Ancora nel 1852 vid’io danzar così a Genova. [510] _Carolum — ad urbem venisse noveris pecunia carentem et equis_: così il Papa scrive a Simon cardinale, da Perugia, ai 3 Giugno; _Ep._ LXVIII. [511] — _in urbe, quae tot abundat domibus spatiosis, ad locum alium conferre te satage. Nec te dicas, de nostris domibus inhoneste dejectum, sed potius honestati tuae consultum_: da Perugia, ai 18 Giugno; _Ep._ LXXII. [512] Così credo non soltanto perchè più tardi vi tenne residenza Arrigo senatore, ma anche perchè Carlo, ai 14 Ottobre 1265, promulgò di là una sua scrittura (vi nomina a suo famigliare il notajo _Bonadies civis Romanus_): _Datum Rome apud sanctos quattuor_ (arch. di Stato di Napoli, Reg. 1280, C, n. 40, fol. 2; nel DEL GIUDICE, _Cod. Dipl. di Carlo I_, n. XXIII). [513] Il LELLI, _St. di Monreale_, II, 11, dimostra con documenti che Gaufredo arcivescovo di Beaumont fu testimone del possesso che Carlo prese del senato: «nel chiostro di dentro della chiesa di S. Maria di Campidoglio — Domenica a’ 21 die Giugno del 1265». [514] Da una parte evvi in mezzo un leone con sopra lo stemma dei tre gigli; all’intorno è scritto KAROLVS. S. P. Q. R. Dal rovescio è rappresentata Roma seduta, colla palla e colla palma; all’intorno la scritta: ROMA CAPVT MVNDI. La moneta fu battuta prima che Carlo diventasse re. Altre monete senatorie colla scrittura CAROLVS. REX. S. P. Q. R., oppure coll’altra CAROLVS REX SENATOR VRBIS, appartengono invece al tempo del suo secondo senato (VITALE, App., p. 511; FLORAVANTE e PAPON, _St. della Provenza_, II, 575). [515] Nel Genn. 1266 si fa menzione di Carlo _vicarius urbis_ (_Ep._ 215). Uno dei giudici che Carlo pose nella Città fu Bertrando milanese (_Ep._ 205). [516] A Corneto e ad altre città tusche vietò che eleggessero capitani dalla famiglia di quel Bertrando (_Ep._ 205, da Perugia, ai 29 Dic.). Al Vicario di Carlo proibì di porre da rettore di Castel Aspra un famigliare del Conte (_Ep._ 215, dei 7 Genn. 1266, ove trovasi il passo relativo ai rapporti fra’ Papi e i Senatori). [517] Senza dubbio è errata la data attribuitavi nel RAYNALD (_IV Kal. Junii_). Invece, a’ quei documenti s’acconcia l’altra del MARTENE (_IV Kal. Julii_, vigilia dei santi Pietro e Paolo). Lo stesso RAYNALD, al n. 21, registra la lettera del Pontefice (dei 5 Luglio) in cui felicita Carlo del suo titolo di re. Se l’atto fosse avvenuto ai 29 Maggio, la lettera sarebbe data del Giugno. [518] L’erronea opinione (la accoglie anche il RAUMER, IV, 514) che i Regesti di Carlo di proposito incomincino solamente coll’anno 1268, provenne dal disordine in cui trovansi i libri che li comprendono. I numeri degli anni che sono notati sul dosso dei volumi (erroneamente cominciano col 1268) non corrispondono ai documenti raccoltivi entro, i quali per la più parte sono sparsi qua e là senza progressione cronologica per tutti i quarantanove tomi. — GIUSEPPE DEL GIUDICE nel vol. I del suo _Codice Diplom. del regno di Carlo I e II_ (Napoli 1863) ha già stampate parecchie lettere di Carlo dell’anno 1265, date da Roma (tutte compilate per opera di Roberto De Baro _magne Regie Curie protonotarius_). Agli 8 Luglio 1265 è dato il primo Diploma che si conservi di Carlo re: è un Privilegio per Benevento (arch. di Benev., nel DEL GIUDICE, p. 27). Ai 15 Luglio 1265 Carlo nomina Odone e Andrea Brancaleone de Romania a capitani negli Abruzzi (_Reg. Carol. 1269_. A. n. 4. fol. 9: antichissimo dei Diplomi nella collezione dei Regesti). [519] _Ep._ 90. Clemente ne scrive al Rettore del _Patrimonium_, da Perugia, agli 11 di Luglio: in ricompensa Pietro è confermato a prefetto. [520] _Ep._ 96, da Perugia, ai 13 Luglio. _Ep._ 137, ibid., dei 25 di Agosto: _venit ad matricem — in regnum rediit festinanter, dimissa militia Vicovari_. Ai 10 Dic. 1265, da Roma, Carlo comanda che sia data una pensione a _Jacobus Rusticus de Audemario_, il quale, combattendo _in partibus Tiburtinis_, aveva perduto una mano (DEL GIUDICE, I, n. 28). [521] _Castrametatus in confinio territorii urbis apud Tallacocium. Mansit ibi cum toto exercitu suo circa duos menses_; indi andò ad Arsoli: ma è narrazione troppo inesatta (_Descriptio Victoriae_, p. 833). [522] Oggi si scoperse che il _Diarium_ di MATTEO DI GIOVENAZZO fu un’invenzione bell’e buona. Vedasi _Matteo di Giovenazzo, invenzione del sec. XVI_, scrittura di G. BERNHARDI, Berlino 1858. — Nei Regesti di Carlo non trovo alcuno scritto suo dai 15 di Luglio ai 30 Sett. 1265; pertanto non si può dimostrare che in quel periodo di tempo l’Angioino si trovasse a Roma. Solamente ai 30 di Settembre ei torna a scrivere da Roma (_Reg._ 1280 C., n. 40, fol. 2). [523] Bolla d’indulgenza: _De venenoso genere velut de radice colubri virulenta progenies Manfredus quondam princeps Tarantinus egressus — visus est quantum potuit paternam saevitiam superare... oportuit nos pro Ecclesiae defensione Athletam assumere: Ep._ 145, senza data. Al cardinale Simone vien data piena facoltà di assolvere _manum injectores in clericos — incendiarios — sacrilegos, sortilegos — clericos concubinarios — nec non presbyteros et religiosos quoslibet qui contra costitutionem Eccl. leges vel physicam audierint — dum tamen pro hujusmodi negotio recipiant signum crucis_. [524] _Ep._ 105: _licet numquam in negotio aliquo major perplexitas nobis occurrerit. — Ep._ 135, lettera di lamento al Re di Francia: _moveant igitur te viscera pietatis ad fratrem, moveant et ad matrem_... Le molte lettere di cosiffatto tenore mostrano in che deplorevoli condizioni si trovassero Carlo e il Pontefice. [525] _Et si non fiat, regem oportet vel fame deficere, vel aufugere: Ep._ 118 e 120. Il prestito avrebbe dovuto ammontare a centomila libbre di provisini, ma giusta l’_Ep._ 181 indiritta a Luigi, da Perugia, ai 17 Nov., si poterono procurare trentamila libbre soltanto. Ai 4 Ott. 1265, Carlo confessa che il debito coi mercanti, sull’ipoteca de’ beni ecclesiastici, era stato contratto per assisterlo nella conquista di Sicilia: _Reg._, 1280 C., n. 40, fol. 3; nel DEL GIUDICE, n. XX. Esistevano in Roma ricche case; e il Pontefice scrive a Carlo (_Ep._ 89): _in Urbe — sunt plures abundantes in saeculo multas divitias obtinentes_. [526] _Ep._ 165, da Perugia, ai 18 Ott. [527] _Ep._ 173, da Perugia, ai 30 Ott. [528] GUGL. DE NANGIS, p. 374. _Descriptio Victoriae_, p. 834. VILLANI, VII, c. 4. PAPON, III, 17. [529] Ai 9 Agosto 1265 si conchiude lega fra Carlo, Obizzo di Este, Luigi conte di Verona, e le città di Mantova e di Ferrara, contro Manfredi, il Palavicini e Boso: _Actum Rome in Palatio Capitolii_..., testimonî _Robertus de Lavena, Robertus de Baro, Riccardus Petri Anibaldi, Anibaldus Domini Trasimundi_ (VERCI, II, 88). [530] Dante vide lo spirito di Boso immerso nella ghiaccia del più profondo Inferno, piangervi il suo tradimento (_Inferno_, c. XXXII, v. 115-117): E piange qui l’argento de’ Franceschi: Io vidi, potrai dir, quel de Duera, Là dove i peccatori stanno freschi. I Cremonesi cacciarono della città la sua famiglia, e Boso morì in miseria. [531] _Ep._ 195, da Perugia, ai 20 Dic.: _Scias, fili, quod civitates et castra nobis possunt auferri, sed eripi nunquam poterit nostrae defensio libertatis, cum etiam si vinculis teneremur, non esset verbum Dei alligatum_. Dice il DE CESARE (p. 201) che Carlo, poco dopo che fu arrivato, visitò a Perugia il Pontefice, e che questi venne con lui a Roma. Errore. _In Papatu numquam Romam intravit_, dice HERM. ALTAHENSIS, _Annal._, p. 406. Anche VITO DURANUS (_Chron._, LEIBNITZ, _Accession._, I, 23) cade in fallo quando racconta che il Papa s’aggirò processionalmente per Roma accompagnato dall’imperatore Baldovino e da re Carlo. [532] SABA MALASPINA, p. 819. La data della coronazione trovasi in BERNARDUS GUIDONIS, p. 595. Gli atti e il giuramento di Carlo sono registrati nel RAYNALD, n. II. [533] _Jam in publicum prodiit fortis armatus, ad radicem posita est securis: Ep._ 266. Queste lettere, documenti preziosissimi, descrivono scena per scena quella commovente tragedia. [534] Egli scongiurò il Pontefice che lo aiutasse; e questi rispose: «Montagne e fiumi d’oro non ho. Le mie forze sono esauste; i mercanti ristucchi. Perchè mi tormenti senza posar mai? miracoli non ne posso fare; non posso cambiar creta e pietre in oro»: _Ep._ 225. [535] Carlo lasciò in Campidoglio, con officio di prosenatore, _Bonifacius Vicarius illustris Regis Sicilie in Urbe_: Così lo si appella in un processo di eretici, tenuto ai 22 Genn. 1266 (_Giorn. Arcadico_, T. 137, p. 264). [536] Riccardo Anibaldi possedeva Rocca di Papa, Campagnano, San Lorenzo, Montefrenello, Castel Gerusalemme, Monte Compatri, Fusinano (MARINI, _Archiatri Pontificî_, I, 33). [537] Oggidì la strada ferrata da Roma a Napoli corre precisamente lungo la via Latina ed il fiume Sacco. [538] Narra il VILLANI che Manfredi offrisse pace a Carlo, e che questi rispondesse: _Dites pour moi au Sultan de Nocère, aujourd’hui je mettrai lui en enfer, ou il mettra moi en paradis_. Ma non è che una leggenda, come tante altre che a quel tempo se ne foggiarono. [539] I Pugliesi abbandonarono tosto il ponte. «A Ceperan, dove fu bugiardo Ciascun Pugliese», dice DANTE (_Inferno_, c. XXVIII, v. 16-17), che è sempre bene informato. Il noto racconto del tradimento di Riccardo di Caserta pare essere una favola: come mai avrebbe potuto il conte Giordano dar nella rete tanto goffamente? Così D. FORGES DAVANZATI ne disse egregiamente nella sua _Dissert. sulla seconda moglie del re Manfredi_, Napoli 1791, p. 15. [540] _Ecce de quodam monte descendentes vidimus in quadam planicie pulcherrima Manfredum quondam principem eum toto exercitu suo et posse, aciebus paratis ad praelium mirabiliter ordinatis._ Così la relazione della battaglia, scritta dal cavaliere Ugo del Balzo (_Descriptio Vict._, p. 843). Ei dice che le genti di Manfredi erano forti di cinquemila cavalli e di diecimila arcieri saraceni. [541] I Cronisti, ciascuno alla sua maniera, pongono in bocca a Carlo ed a Manfredi i discorsi che i due avrebbero rivolto ai loro eserciti: quelli della _Descriptio_ sono roba pretesca; meglio degli altri SABA. Manfredi aveva dei Francesi la stessa opinione che anche oggi si professa in Germania; che formidabili fossero solamente al primo urto: _Gallici enim in primo instanti videntur audaces, sed nec sunt stabiles, nec habent durabilem animum neque fortem; immo sunt omnino plus quam credi valeat pavidi, quando inveniunt oppositionis resistentiam aliqualis_. [542] Nel testo del MARTENE (_Ep._ 236): _Jordanus et Bartholomaeus dictus simplex_; e così anche nella _Ep._ 240. Ma qui si scambiano due persone diverse. Ai 20 Giugno 1262 trovasi Bartolomeo di Asti (certamente un Lancia) da vicario generale di Manfredi nella Maremma (arch. di Siena, n. 758): per lo contrario, dopo l’Agosto 1262 e ancor nel Febb. 1264, vicario generale in Toscana fu _Franciscus Simplex_ (ibid., n. 760 sgg.), cui succedette il conte Guido Novello. [543] Questo dispaccio, uno dei più antichi bullettini di battaglia, che siano mai stati composti, è registrato completamente nella _Descript. Vict._, p. 845 e nel MARTENE, _Ep._ 236. Nella _Descript._ la lettera è data dei 26 Febbraio, e certamente in quella istessa notte Carlo spacciò il corriere. Dice il Papa (_Ep._ 238) di aver ricevuto la lettera ai _III Kalend. Martii_; ma questo è impossibile se si consideri la distanza da Perugia: invece di _III_ convien leggere _II_. [544] Ibid., p. 847. [545] Quest’è la toccante narrazione che ne dà il VILLANI; e con essa intieramente concorda SABA MALASPINA: «Tutti timorosamente dissono di sì! Quando venne il conte Giordano sì si diede delle mani nel volto piagnendo e gridando: omè, signor mio!» [546] «E fu sepolto lungo il fiume del Verde, a’ confini del regno e di Campania» (VILLANI, VII, 9). — E DANTE (_Purgatorio_, c. III, v. 131-132): Di fuor del regno, quasi lungo il Verde, Ove le trasmutò a lume spento. Quantunque il BOCCACCIO (GIANNONE, lib. XIX, c. 3) reputi il Verde essere un confluente del Tronto, il DE CESARI dichiara quel fiume essere il Liri; e il RICCI (_Studî intorno a Manfredi_, p. 24) crede che sia il Tolero, vicino Ceperano. Papa Pio II nei suoi _Commentarî_ (lib. XII, p. 312) dice: _Fluvium quod ambit insulam (sc. di Sora) Viridem vocant, aut Lyris hic est, aut in Lyrim cadit_. Chiunque vede il Liri presso a Ceperano ed a Sora s’incanta del bel color verde delle sue acque. [547] Per lor maledizion sì non si perde, Che non possa tornar l’eterno amore, Mentre che la speranza ha fior del verde. (_Purgatorio_, c. III, v. 133-135). Che anche DANTE credesse ai delitti di Manfredi sembra provarlo la esclamazione ch’egli pone in bocca della sua ombra: «orribil furon li peccati miei!» [548] RICOBALDO lo paragona a Tito; e il guelfo SABA lo chiama _generosus, benignus, virtuosus, magnanimus, gratiarum in se dotibus circumfultus_. — Il trovatore ADAM D’ARRAS ne ha sbozzato il ritratto in alcuni versi: _Biaus chevalier et preus,_ _Et sage fu Mainfrois._ _De toutes bonnes teches,_ _Entechiès et courtois,_ _En lui ne falloit riens,_ _Forsque seulement fois;_ _Mais cette faute est laide,_ _En contes et en Rois._ (Nel PAPON, _St. di Provenza_, III, 27). — La _Cronica_ tedesca di OTTOCARO (in rima) dice: «Gli battè in petto finchè visse cuor benigno; per dignità, per meriti illustri, per liberalità nessun savio o re gli fu pari» (PETZ, _Script. Rer. Austr._, III, 22). — Durevole monumento di Manfredi è la città di Manfredonia, che egli fondò vicino l’antico _Sipontum_. [549] «Bugiardo ciascun Pugliese» (DANTE). — _A suis sic proditus!... Regnicolarum imbecillis pusillanimitas_ (SABA MALASPINA). — I Pugliesi dicevansi regnicoli, come ancora oggidì. [550] SABA MALASPINA, p. 824. [551] _Et haec est retributio quam recepimus in principio: Ep._ 254. E nell’_Ep._ 262 a Carlo medesimo dei 12 Aprile. [552] I documenti sono raccolti in FORGES DAVANZATI (_Sulla seconda moglie_ ecc., p. 23, 30 e in appendice); in CAMILLO MINIERI RICCIO (_Alcuni studî storici intorno a Manfredi_, Napoli 1850, p. 118); nell’AMARI (_Vespro Sicil._, II, Doc. 29, 30); nel DEL GIUDICE (_Cod. Diplom._, vol. I, 124). Elena fu fatta penare di fame, e morì prima dei 18 Luglio 1271. I figli di Manfredi pel loro mantenimento non costavano più di cinquantaquattro grana al giorno! La inedia fisica, nella quale Carlo fe’ languire le sue vittime, condanna questo tiranno a infamia eterna. [553] Il nesso misterioso di questi avvenimenti ha una grandezza degna della storia degli Atridi. — Fra gli altri prigionieri di Carlo il conte Giordano di Anglano finì i suoi giorni in un carcere di Provenza. [554] Il primo Editto promulgato da Carlo dopo la morte di Manfredi (il primo almeno che ci sia conservato) è dato da Dordona, ai 14 Marzo 1266: ei comanda che si vigilino le coste, _ut Theotonici, Lombardi ac Thusci Gibellini, quum venerint in auxilium Manfredi jam interfecti, comprehendantur_ (_Syllab. Membranar. ad Regiae Siclae Archivium pertinentium_, vol. I). [555] _Ep._ 285, da Viterbo, ai 15 Maggio, A. II. Il Papa (ed è cosa abbastanza notevole) confessa _quod cum Rom. Pop. in possessione jam sit, et dudum fuerit ordinandi Senatum, a possessione hujusmodi quantum libet sit injusta, causa non cognita — dejicere non debebamus eumdem_. A seconda delle circostanze, ora si faceva di berretto ai diritti popolari, ed ora si disconoscevano. — Il Vicario di Carlo trovavasi in Roma ancora ai 12 di Maggio, e con buon esito tenne testa al Rettore della Campania, il quale aveva strappato giuramento di fedeltà ad alcune terre pertinenti alla Città: _Ep._ 282. [556] _Ecce Roma suae reddita libertati in sua conversa jam viscera nescit legem. Duo facti sunt senatores, praedones et fures intus et extra libere debacchantur. Angimur enim ab eisdem, praecipue propter debita: Ep._ 310, da Viterbo, ai 15 Giugno 1266, indiritta al cardinale Simone, cui scongiura: _de ore leonum nos libera rugentium_. — E nell’_Ep._ 339, allo stesso, dei 22 Luglio: _nos vero te et Rom. Eccl. liberare satagas a Romanis_. [557] _Hic jacet Dns Lucas de Sabello Pat. Dni Ppe Honorii Dni Johis et Dni Pandulfi qui obiit dum esset Senator urbis A. Dni MCCLXVI. Cujus Anima requiescat in Pace. Amen._ [558] La reazione nelle Calabrie e la lega con Pisa incominciarono ormai nell’estate e nell’autunno dell’anno 1266. Lo dimostra una lettera di Carlo, fino ad ora ignota, data da Napoli, ai 26 Ott. 1276, in cui il Re irritato rimprovera ai Pisani di avere permesso che Nicolò Malecta armasse a Pisa ed a Piombino alcune galere con genti tedesche, per andarsi a congiungere con Federico Lancia e con altri ribelli nelle Calabrie: e li rimbrotta di aver lasciato che si maltrattassero alcuni cavalieri provenzali a bordo di una nave. Ei minaccia di bandire dal suo regno tutti i Pisani (_Dat. Neap. XXVI Oct. X Ind. Regni nostri anno II: Reg._ 1278, A. numero 29, fol. 4). [559] _Sed dum quidam nob. civis Roman. Angelus Capucia — seditionem in Rom. Pop. suscitasset, per quam contra Urbis magnates Capitaneus populi, quibusdam bonis viris de qualibet regione binis electis secum adjunctis_:... SABA MALASPINA, p. 834. — _Ep._ 479 di Clemente IV al Capocci (_capitaneo urbis Romae_), da Viterbo, ai 9 di Luglio 1267. [560] RYMER, _Foedera_, I, I, 359, 388. [561] RAYNALD, ad a. 1267, n. 17. Il Pontefice affidò all’Infante il governo dell’Etruria: _Arces, quae in Etruria Ecclesiae Romanae erant, tutandas subscepit_. BONINCONTR., _Hist. Sicula_, p. 5. Dapprima cercò anch’egli di disfarsene: _Ep._ 467, dei 15 Maggio 1267. E Carlo voleva fino dal 1266 accomodarsi con lui per via di un matrimonio, onde nell’Ottobre di quell’anno negoziò con esso e coll’ex-imperatore Baldovino (arch. di Stato di Napoli, _Reg._, 1278 A, n. 29, fol. 4). Nel Maggio 1267 il Papa si proponeva di dare in moglie ad Arrigo una principessa aragonese. [562] Ai 9 di Luglio Angelo Capocci governava ancora da _capitaneus_ (_Ep._ 479): ai 15 di Maggio Arrigo trovavasi tuttavia alla corte di Viterbo (Ep. 467), e già ai 26 di Luglio Clemente IV scrive ad Arrigo come a senatore (_Ep._ 508). Stando alla _Descriptio Victoriae_, p. 849, sarebbe stato Carlo stesso che avrebbe procurato all’Infante l’officio di senatore: ma è un errore. [563] _Ep._ 514, da Viterbo, ai 30 di Luglio 1267: Il Pontefice scrive a tutte le terre nel Patrimonio e nella Sabina, che non prestino soggezione al senatore. Nell’_Ep._ 517, da Viterbo, al 13 Agosto 1257, egli si lagna del senatore appo Carlo. Nell’_Ep._ 523, da Viterbo, al 20 Agosto, scrive al Comune di Corneto che non obbedisca al senatore. [564] _Formae geminae mulierum super Tusciam — comparuerunt — pendentes ut nebula super terram — sed non vane hominum conjiciunt intellectus alteram — vocari posse Gebelliam, alteram vero Guelfam. Eae, ut ajunt, junctis brachiis invicem colluctantes_... E pure in quest’idea ampollosa di SABA MALASPINA si nasconde una imagine grandiosa, degna di Michelangelo o di Dante. I Cronisti danno le più strane spiegazioni di questi nomi di parti. JACOPO MALVECCI (_Chron._; MUR., XIV, 903) pone i Ghibellini in relazione nientemeno che coll’Etna (Mon Gibello), perocchè là eglino avrebbero avuto il loro oracolo. Anche PETRUS AGARIUS (MUR., XVI, 299) fa derivare le fazioni dai diavoli Gibel e Guelef. [565] _Ep._ 380, 471 e 504: _Onerosus ecclesiis et regnicolis universis, nec suis nec exteris gratiosus — nec visibilis — nec adibilis — nec affabilis — nec amabilis_. — I Pugliesi sclamarono: _O rex Manfrede, te virum non cognovimus, quem nunc mortuum deploramus; te lupum credebamus rapacem — sed praesentis respectu dominii — agnum mansuetum te fuisse cognovimus_; SABA, p. 832. [566] _In Alamaniam ad suscitandum catulum dormientem, et pullum aquilae, qui nondum aetate coeperat adulta pennescere, propere se convertunt. — Qui sibi tamquam Regi venturo aurum, thus offerebant et myrram_: ibid., p. 832, 833. [567] _Ep._ 392, da Viterbo, addì 16 Ott., al legato nella Marca. [568] _De radice colubri venenosus egressus regulus, suis jam inficit flatibus partes Tusciae... Ep._ 450, da Viterbo, ai 10 Aprile 1267. Tal forma parve ad un Pontefice che avesse il generoso nipote di Federico II! [569] E vi trattarono anche delle cose di Bisanzio. Al 27 Maggio 1267 Carlo conchiuse a Viterbo un trattato coll’ex-imperatore Baldovino, che gli cedette l’Acaja e la Morea. Filippo, figlio di Baldovino, avrebbe dovuto sposare Beatrice, figlia di Carlo; e questi promise soccorso di milizie per la conquista dell’Impero greco (Doc. nel DAVANZATI, nella citata _Dissert._, Mon. XIV). [570] _Paciarium generalem_... fin dai 10 di Aprile, nella _Ep._ 450 ai Fiorentini. _Pacis restaurator in Tuscia_ (_Ep._ 512, da Viterbo, ai 28 Luglio 1267). Pisa e Alfonso X protestarono. Agli 11 di Maggio il Pontefice scrive che Carlo per la via di Viterbo era andato a Firenze ed aveva assunto il rettorato delle città guelfe (_Ep._ 464). [571] Arrigo una volta sclamò; «Per lo cor Dio, o el mi matrà, o io il matrò» (VILLANI, VII, c. 10). Il suo odio ardente espresse in una canzone, di cui diremo più sotto: Mora per Dio chi ma trattato mortte, E chi tiene lo mio aquisto in sua Ballia Come giudeo... [572] _Quamvis — tui nuncii dixerint, quod parandum esset in Urbe dissidium, scias tamen nos adhuc nullum aditum invenisse. Pars enim non confidit de parte, et ambae timent Senatorem ut fulgur, nec juxta se potentiam magnam conspiciunt, per quam possent expedite juvari; quam etiamsi viderent, non essent ea contenti; nisi eisdem pecuniae puteus inexhauribilis pararetur: Ep._ 532, a Carlo, da Viterbo, addì 17 Sett. 1267. [573] In un documento dal Campidoglio, ai 18 Nov. 1267, è chiamato _Egregius vir Dom. Guido Comes de Monteferetro et Gazolo, Vicarius in urbe pro superillustri viro Domino Enrico... Senatore_ (arch. di Siena, n. 869). Io non credo che Guido entrasse in Roma per la prima volta ai 18 Ottobre insieme con Galvano Lancia: in nessun luogo si fa menzione di loro due uniti. [574] _Ep._ 518 a Carlo, da Viterbo, ai 13 Agosto 1267. — _Ep._ 523, ai Cornetani, dei 20 Agosto 1267. — _Ep._ 532, a Carlo, dei 17 Settembre, per causa di Sutri. — _Ep._ 534, a Pietro di Vico, del 21 Settembre. Anch’egli, come SABA MALASPINA, lo appella _Petrus Romani Proconsul_. [575] _Cod. Vatican. 6223_, fol. 149: _Rectoribus Romanensis Fraternitatis: De Vultu gloriosi Apost. Principis rubor injurie non sine ipsius gravi querela consurgit_... — Il RAYNALD, ad a. 1167, n. 18, riporta un passo di questa lettera, e incorre nel fallo di credere che la frase _de vultu gloriosi etc._ sia il titolo della _Fraternitas_. La _Romana Fraternitas_ era un assai ragguardevole collegio di parroci delle chiese di Roma. Più tardi ebbe la sopravveglianza della romana università, e, come molte altre corporazioni, tenne le sue tornate nel _S. Salvator in Pensilis_ presso il _Circus Flaminius_. Vedasi PETRO MORETTO, _Ritus dandi Presbyterium_ (Roma 1741, Append. n. 1). — La lettera di cui diciamo di sopra è data da Viterbo, ai _XII Kal. Nov. a. III_. Il Papa ne fu ancor più irritato, poichè tempo prima avea tolto a proteggere Galvano fuggito di Calabria, e per mezzo del vescovo di Terracina lo aveva assolto, sotto condizione che andasse a guerreggiare in Oriente. Gli atti se ne trovano nel sopraddetto _Cod Vatic._, fol. 148. Il decreto del vescovo di Terracina è dato nell’anno 1267, _Ind. X tempore D. Clementis IV PP. Pont, ejus a. II m. Febr. die V_. [576] Ancor nell’anno successivo lagnossi il Pontefice: _praefatum Galvanum ad eorum ludos, ut ipsis illuderet, venientem non solum pari, sed majori fastu — receperunt et munificentius honorarunt_: RAYNALD, ad ann. 1268, n. 21. [577] SABA, p. 834, 835: _ad instar piscium — uno tractu retium capiuntur_. — Questo avvenne prima dei 16 Nov. 1267, allorchè il Papa ne protestò: e non già innanzi ai 13 Nov., quando ancora scriveva amichevolmente al senatore (_Ep._ 554). _Ep._ 558, dei 20 Nov., a Carlo. — _Ep._ 559, dei 23 Nov., al cardinale di sant’Adriano. — _Ep._ 561, dei 26 Nov. — _Ep._ 563, dei 26 Nov. [578] _Ep._ 556, da Viterbo, ai 16 Nov. 1267, dove ormai di Arrigo dice: _Publicum Ecclesiae et — Caroli — hostem, ac manifestum ejusdem Corradini se fautorem exhibuit_. [579] La cosa accadde dopo dei 16 Nov., e non (come afferma lo CHERRIER. IV, 168, giusta i _Reg. Clem. IV_, lib. IV, n. 3, fol. 248) sul principio del Novembre. [580] Alto valore chagio visto impartte, Siati arimproccio lo male chai sofertto. Pemsati in core che te rimasso impartte, E come te chiuso ciò che tera apertto. Raquista in tutto lo podere ercolano. Nom prendere partte se puoi avere tutto. E membriti come facie malo frutto Chi male contiva terra chae a sua mano. Alto giardino di loco Ciciliano Tal giardinetto ta preso in condotto, Che tidra gioia di cio cavei gran lutto. A gran corona chiede da romano. La canzone è composta di cinque stanze e di una strofa finale. È compresa nel _Cod. Vat. 3793_, fol. 53 b; collezione celebre di romanze volgari dei secoli decimoterzo e decimoquarto. E in epigrafe tiene scritto: «Donnarigo». La si trova stampata in appendice nello CHERRIER. [581] Su di ciò hannovi due notevoli documenti nell’archiv. di Siena, n. 869: _In nom. dom. Am. Ann. a nativ. ejusd. 1267 die Veneris XVIII Novemb. Ind. XI more Romano generale et speciale consilium communis Rome factum fuit in Ecc. S. Marie de Capitolio per vocem preconum et sonum campane de hominibus ipsorum consiliorum more solito concregatum convocatis etiam convenientibus ad dictum consilium consulibus mercatorum et capitibus artium urbis Rome. In quo quidem consilio seu quibus Egregius vir Dom. Guido comes de Monteferetro et Gazolo vicarius in urbe pro superillustri viro D. Henr. filio qnd. D. Fernandi seren. Castelle regis Senatore ipsius urbis_... Il parlamento approva la lega con Siena, con Pisa e cogli altri Ghibellini di Toscana, e commette pienezza di facoltà ad un _Syndicus_ romano. _Actum Rome in Eccl. S. M. de Capitolio. Ibi vero D. Azo Guidonis Bovis prothojudex et consiliarius dcti D. Senatoris. D. Angelus Capucius. D. Rofredus de Purione. D. Crescentius leonis. Johes Judicis et alii plerique interfuerunt rogali testes. Et Ego Palmerius de monticello civis parmensis Imp. Auct. notarius... scripsi._ — Il n. 870, sotto l’istessa data, è un documento in cui _Jacobus cancellarius urbis_ è eletto _nuncius, procurator, actor et sindicus_ del popolo romano. [582] Arch. di Siena, n. 871; pergamena di grande formato e di bellissima scrittura. I _Syndici_ di Pisa, di Siena e della _pars Ghibellina de Tuscia_ (Pistoia, Prato, Poggibonsi, San Miniato ecc.) nominano _in Tuscia Capitaneum generalem Excelsum Magnif. et Illust. Vir. D Henrigum — nunc Alme Urbis Senatorem — per spatium quinque annorum_. Stabiliscono la garanzia dei loro proprî diritti, ma _salvis in omnib. predictis honoribus illustrix Regis Corradi_. Vien servata la lega fra Pisa e Venezia. _Actum Urbi in palatio SS. quactuor Coronatorum, ubi idem D. Capitaneus morabatur, presentibus D. Accone Judice Guidoni Bov. de Parma. D. Uguiccione Judice. D. Janni Mainerio. Magistro Vitagli de Averssa. Mariscopto notario. D. Marito de Florentia. D. Ormano de Pistorio. D. Ugolino Belmonti et de Uberto Judice de Senis sub A. D. Millesimo CCLXVII Ind. XI prima die Kal. Decembris secundum curssum Alme Urbis. Ego Usimbardus olim Boninsegne_... — In un secondo atto le città si obligano di difendere i proprî diritti, Arrigo e i suoi partigiani, _et ad domanium Imperii in Tuscia acquirendum et occupandum_... Arrigo si impegna di non tollerare che Carlo eserciti dominio alcuno in quelle città. _Actum ut supra._ — Un terzo istromento contiene il trattato fra esse e Roma per sicurtà di traffico, per protezione scambievole dei loro diritti e per abolizione delle rappresaglie. _Actum ut supra._ [583] BONINCONTRIUS, _Hist. Sic._, p. 5, dice che Arrigo veramente intraprese la spedizione, occupò Aversa, e negli Abruzzi giunse fino ad Aquila: ma poichè il Papa ne tace, la cosa non può essere vera. [584] _Ep._ 568, del 17 Dic., a Carlo: _Scias fili, quod si potes senatum Urbis acquirere ad tempus competens, tolerabimus. — Ep._ 569, dei 19 Dic., di minaccia ad Arrigo. Più energicamente gli scrive nell’_Ep._ 572, dei 28 Dic., e nell’_Ep._ 573, dei 30 Dic.; però ancor sempre colla soprascritta _dil. filio nob. viro... Senatori Urbis_. [585] Parecchie volte Clemente si duole che Carlo non torni nel regno: massime lo fa ai 25 Marzo (RAYNALD, n. III). Avrebbe bastato questa data a convincere lo CHERRIER (IV, 183) che Carlo ai 25 Marzo non era peranco venuto a Viterbo. Nell’_Ep._ 620, dei 12 Aprile, il Papa scrive: _Quarta feria ante festum pascalis hebdomadae regem laeti suscepimus_. La Pasqua del 1258 cadde agli 8 Aprile. [586] RAYNALD, ad ann. 1268, n. 4. _Cod. Vat. 4957_, fol. 98: _Actum in Palatio nostro Viterbiensi in die Cene Domini, Pontif. nri ann. quarto_. La Bolla di scomunica contro il senatore ed i Romani trovasi nel RAYNALD, n. 21. — Bolla da Viterbo, dei 3 Aprile (CHERRIER, IV, 531), _ut pacificum urbis statum habeat, et nobis ac nostris fratribus accessus pateat ad eamdem, quam nondum visitare potuimus_. [587] _Senator — cum Jacobo de Napoliono et Petro de Vico et Anibalibus et Pop. Romano prelium incipientes cum ipsis qui intraverant, ceperunt et interfecerunt ex ipsis circa M. milites_ (_Annales Placentini Gibellini_, p. 526). [588] _Ep._ 625, dei 17 Aprile. A questa nomina nel 1324 fe’ ricorso Giovanni XXII nella sua contesa con Luigi il Bavaro (MARTENE, _Thesaur. Anect._, II, 650). Le altre date nelle _Ep._ 620, 630. [589] Addì 14 Maggio ei fa quitanza a Siena di quattromiladuecento once d’oro (arch. di Siena, n. 674). Noti sono i suoi Diplomi dei 14 Giugno per Pisa (bel documento nell’arch. di Firenze) e dei 7 Luglio per Siena (in quell’arch., col suggello in cera conservato a mezzo: v’è scritto sopra CHVNRADVS DEI GR...: la figura è coronata e col globo). [590] Ai 27 Maggio 1268 il senatore fa quietanza a Siena di duemilacinquecento libbre di provisini: _Actum Rome in palatio D. Pape prope S. Petrum praesentibus D. Galvagno Lancea Fundorum ac Principatus comite. D. Jacobo Napoleonis. D. Pandulfo Tedalli. D. Aczone Guidonis Bovis. D. Marito Domini Sclacte uberti. Usimbardo notario. Et ego Johes Jacobi Interapne_ (arch. di Siena, n. 875). [591] Ai 15 Luglio scrive ad Assisi: _cum eveniat juxta not transitus Conradini infra diem Lunae vel diem Martis proximum, prout creditur consummandus... Ep._ 675. [592] _Priusquam tamen Urbem Conradinus introeat, ejusdem Urbis Populus, qui naturaliter Imperialis existit, adventus Conradini diem constituit celebrem et solemnem_: p. 842. [593] Vivacemente ne lo descrive SABA, p. 842: _vias medias desuper — caris vestibus, et pellis variis velaverunt, suspensis ad chordas strophaeis, flectis, dextrocheriis, periscelidibus, arbitris, grammatis, armillis, frisiis — bursis sericis, cultris tectis de piancavo samito, busso, et purpura_... Che l’entrata di Corradino avvenisse ai 24 Luglio lo dicono gli _Annales Placentini Ghibellini_, p. 528, che sono bene informati. [594] Però SABA paragona la Città ad una cortigiana: _Quae frequenter libertatis antiquae pudicitiam violanda, actu meretricali verisimiliter prostans adulterandam cuilibet venienti domino impudenter se exhibet_: p. 843. [595] Gli _Annal. Placentini_ rendono certa questa data: infatti Corradino rimase a Roma ventisei giorni, e tanti ne corsero dai 24 di Luglio ai 18 di Agosto. Anche il _Chron. Jordani_ (_Cod. Vat. 1960_, fol. 239) dice: _generali collecto exercitu XVIII die Aug. de urbe egredientes_. Fuor di dubbio Corradino dimorò in Laterano. [596] Sulla fine del 1267 Corradino lo aveva altresì eletto _princeps Abrutii_. Diploma in appendice al Tom. IV dello CHERRIER: _caro de carne nostra, sanguis de sanguine nostro et os de ossibus nostris_. Così Corrado vi appella il nipote illegittimo dell’avo suo. [597] Corradino si attendò vicino alla villa _Pontium_, a cento passi da Scurgola; Carlo vicino Alba. _Campus Palentinus_ od anche _Valentinus_, era detto da una chiesa dedicata a san Valentino. TOLOMEO DI LUCCA e BARTOLOMEO DE NEOCASTRO appellano la battaglia con nome di Tagliacozzo; gli _Ann. Placentini_ con quello di Alba. La relazione di Carlo è data _in campo Palentino_, e nel _Reg._ 1272 B., n. 14, fol. 214, egli scrive all’Abate di Casenove: _cum providerimus in loco ubi pugna Corradini facta extitit, videlicet prope Castrum Pontis monasterium de novo construi_. Il _Majus Chron. Lemovicense_ (_Recueil_, XXI, 772) ha questo verso: _plana Palentina servant ter milia quina_. DANTE (_Inferno_, c. XXVIII, v. 17-18) dà al campo della battaglia il nome che conservo io pure: e là da Tagliacozzo, Dove senz’arme vinse il vecchio Alardo. Peraltro l’ispezione della località mi convinse che la battaglia deve essere appellata da Scurgola. Per ciò che riguarda ai luoghi vedasi CAMILLO MINIERI RICCI, _Studî intorno a Manfredi_ ecc. [598] Migliore di tutte è la descrizione che ne dà GUGLIELMO NANGIS; meno buona quella di SABA MALASPINA; robustissima l’altra del VILLANI. Vedansi oltracciò la _Descriptio Vict._, il MONACHUS PATAVINUS, il SALIMBENE, BARTHOL. DE NEOCASTRO, RICOBALDO, il D’ESCLOT. [599] BERNARDO D’ESCLOT, _Cronaca Catalana_, c. 62. Così dice eziandio la _Cronica rimata_ di OTTOCARO (PETZ, III, 40): «Li Tedeschi si sparpagliarono; d’ogni intorno si allietarono di ruba e di guadagno.» [600] _Sed frustra intentatur aliquid invito numine superno_: bella sentenza degli antichi che il guelfo MALASPINA ripete (p. 845). [601] _Supplico, ut surgens pater et comedens de venatione filii sui, exsolvat gratias debitas altissimo._ Così scriveva un Re al sommo sacerdote della Cristianità: e queste frasi empiamente pie saran parute a Viterbo bibliche e belle (MARTENE, II, _Ep._ 690)! Il Papa ricevette il corriere ai 26 di Agosto (_Ep._ 693), e tosto scrisse al Comune di Rieti che ogni fuggitivo si arrestasse, per temenza che Corradino potesse scampare. Ai 24 di Agosto Carlo scrisse a Padova: _dat. in Campo Palentino prope Albam XXIV Aug. XI Ind._ (MUR., _Antiq._, IV, 1144). [602] SABA, p. 849. Della sua morte tiene nota nel Dic. 1288 il _Memoriale_ dei Podestà di Reggio. Vi è appellato _praefectus urbis_; e così lo chiama eziandio l’epitaffio dell’arca famigliare che è in santa Maria de Gradi a Viterbo (BUSSI, p. 159 e App. XXI e XXII; documenti concernenti l’assoluzione e il testamento di Pietro). Morendo comandò che il suo corpo si facesse in sette brani _in detestationem septem criminalium vitiorum... Actum Vici in Rocca in camera dicti Testatoris (A. 1268. Ind. XII, die VI mensis Decem.)_. Secondo i _Regesti_ di Carlo (1271 B, n. 10, fol. 159), lasciò due figli Pietro e Manfredi e la vedova sua Costanza. Manfredi (nel 1308 fu prefetto urbano) aveva per fermo ricevuto il suo nome di battesimo da re Manfredi. La casa dei Vico risale fino al secolo duodecimo, e (omai sul principio del decimoterzo) dall’officio della prefettura tenne il nome _de Praefectis_ od anche di _Praefectani_. Innocenzo IV nel 1248 scrive: _Praefecto urbis, Petro Bonifatii, Amatori quondam Gabrielis de Praefectis, dominis de Vico et aliis Praefectanis..._ (THEINEE, _Cod. Dipl_., I, n. 233). [603] Gli _Ann. Placent._ rischiarano di nuova luce la storia di Corradino: _Qui rex Conradus cum militibus qui secum erant ad castrum Vegium se reduxit — et tunc venit Vicoarium cum quingintis militibus — intravit Romam die Martis XXVIII mensis Augusti_ (p. 528). Anche il D’ESCLOT, c. 62, dice: «Corali con ben cinquecento cavalieri si salvò verso Roma». — _Vegium_ è forma volgare. Il CORSIGNANI, _Regia Marsicana_, I, 307, 315, dimostra che un Castelvecchio esisteva vicino Tagliacozzo. [604] _Latenter ingreditur, mente captus_: SABA MALASPINA, p. 850. [605] _Pars ecclesiae habebat tantum (montem) qui appellatur Guastum_ (che sia un corrotto invece di _Lausta, mons Augusti_?), _et pars contraria tenebat Colliseum, et Ysolam S. Petri, et castellum Jacobi Napoleoni, et castellum S. Angeli, et domum papalem, et domum Stephani Alberti_ (_Ann. Placentini_, p. 528). Queste preziose notizie sono confermate e illustrate da Saba, p. 864, là dove dice che Jacopo Napoleone, al tempo di Arrigo senatore, _quamdam fortericiam in Campodifiore construxerat, quae Arpagata — vocabatur — turres, quas Petrus Romani in capite pontium Judaeorum et trans Tyberim fecerat_. [606] Gli _Ann. Placentini_, che sono degni di fede ed esatti, dicono: _Et die Veneris — rex timens de forestatis Rome qui intraverant Romam, cum duce Austriae et comite Galvagno, et cum militibus qui secum aderant de Roma exiens, equitavit ad Castrum Saracenum quod uxor Conradi de Antiocia tenebat; et volendo ire in regnum cum duce Austriae, comite Galvagno et Alioto_ (Galeazzo) _ejus filio, Napoliono filio Jacobi de Napoliono, Rizardo de Anibalibus et parva Theutonicorum comitiva, in portu de Sture capti fuerunt per Joannem Frangipanem_. Corradino per certo s’era spogliato delle sue insegne. _Corradin se disguisa — et s’en vint à un chattel qui siet seur mer_... (_Croniche di san Dionigi, Recueil_, XXI, 122). [607] La terra e il fiume, che STRABONE chiama Στορας ποταμος, trassero il nome (così pensa il NIBBY nell’_Analisi_) dall’uccello astore che è il falcone selvaggio delle Maremme. Però Astura è un nome greco antico di città, e forse anche qui accenna ad un’immigrazione di Greci. Gli _Ann. Placent._, p. 529, sanno di una profezia sibillina, che diceva: _veniet filius aquilae, astur capiet illum_. — Anche nell’antichità Astura è notata come _portus e insula_. — Un Diploma di Onorio III, fra i possedimenti del convento di sant’Alessio, annovera: _totum quod vestro monasterio pertinet in Asturia et in insula Asturie cum piscationibus, venationibus, naufragiis_ (NERINI, p. 233). [608] Saba narra il modo onde furono presi; e parimenti, con qualche divario, il D’ESCLOT, c. 63. Nella maggior parte delle notizie (_Chron. Placent._, SABA, _Chron. Siciliae_ nel MARTENE, FRANC. PIPINUS) il traditore si appella Giovanni; ma BARTOLOM. DE NEOCASTRO lo chiama Jacopo, e dice che nell’anno 1286 il figlio di lui fu ucciso nell’assedio di Astura. Per verità di Astura stessa io trovo un istromento, dove ai 5 di Ottobre 1287 compare esserne stato signore un Jacopo (_auctoritate nobil. viror. dominor. dicti Castri scilicet Manuelis, Petri et Jacobi Frajapanis_... nell’arch. Gaetani di Roma, XXXIV, 51); tuttavia, secondo i _Regesti_ di Carlo, il traditore dev’essersi appellato Giovanni. Infatti nel 1289 viene nomato così un Frangipane, i cui servigi un tempo Carlo I aveva compensato con donativi di beni: però suo figlio vi è chiamato _Michael Frajapanis fil. quond. Johannis_ (_Regesti_ 1272 E, fol. 173) (a). (a) Nel mese di Gennaio 1874 il Demanio stava per vendere la torre di Astura, quando in favore di quel monumento memorabile per tanti casi si frappose l’illustre Autore di questa Storia, mettendolo con istanze premurose sotto la protezione del principe Umberto e del Minghetti presidente dei Ministri: ed essi per ora ne fecero inibire la vendita. (N. del T.) [609] SABA, p. 851: _ad quoddam castrum de prope forte transvexit_. Di vicino non v’è che il castel Nettuno, sul mare, ma senza porto; e San Pietro in Formis è situato fra terra, e perciò era più adatto a quella bisogna. SABA dice: _angitur ergo in castris et angustiatur obsidione nautarum_. Nessun Cronista del resto fa menzione di cotali particolarità. [610] Il _Chron. Imp._ (Laurenziana, Plut. XXI, 5) vuole aonestare il tradimento: _mandatum implevit, quamvis dolens hoc faceret, eo quod avus Conradini eum militem fecerat_. Basti sapere che egli, quantunque fosse vassallo del Papa, non consegnò Corradino al Cardinale, e più tardi ricevette ricompensa da Carlo. E il MONACO DI PADOVA dice chiaramente: _incidit in manus quorundam civium Romanorum, qui pro immensa pecuniae quantitate ipsum Regi — tradiderunt_ (p. 730). [611] SABA, p. 851. _Memoriale Pot. Reg._, p. 1127:... _deductus fuit ad Pellaestrinum in carceribus_. Gli _Ann. Placentini: ducti sunt in Prinistinum in fortia Johis de Collumpna_. Il SALIMBENE (p. 218): _ductus ad Palestrinam_. [612] Ai 14 di Settembre il Papa scrive di avere udito dal cardinale Giordano _quod — rex — Corradinum et ducem Austrie, Galvanum et Galiotum ejus filium cum Henrico quond. Senatore urbis et Conrado de Antiochia tenet carceri mancipatos; et jam rex ipse Penestram venerat_ (_Ep._ 695). Cronisti italiani e francesi narrano che Arrigo fosse preso a Monte Cassino oppure a San Salvatore vicino Rieti: però stando ai _Reg. Caroli I 1307 B_, p. 240 (or perduti) la cosa avvenne come si racconta nel testo; e così dichiara il DAVANZATI (_Dissert._, p. 18), che è degno di fede. [613] Lo CHERRIER, seguendo il SALIMBENE e il _Memor. Potest. Reg._, crede che Galvano fosse giustiziato a Roma; ma è un errore: gli _Annal. Placentini_ dicono che ciò avvenisse a Palestrina; il _Chron. Cavense_ (_Mon. Germ._, V, 194) a _Genazanum_ vicino Palestrina. Ai 12 di Settembre Carlo scrive al Re di Francia che prigionieri erano Galvano, i suoi due figli ecc., e pone la sua lettera (nel RYMER, p. 477) in data da Genazzano (_Guazani_). Poco dopo, da Roma, scrive alla città di Lucca: _Conradinum — Henricum — ac ducem Austrie, Galvanum Lancie, ejusque filium jam in capitali sententia condempnatos_. Questo _condempnatos_ io non posso riferire ad altri che a Galvano ed a suo figlio, nè credo significare che fosse stata già proferita sentenza anche contro Corradino, come reputa il MINIERI RICCI, secondo le notizie di RICOBALDO e del D’ESCLOT affermando (pag. 57 in nota) che Galvano fosse giustiziato più tardi a Napoli. Coll’esecuzione della sentenza di Galvano, Carlo fece intendere ai giudici quel che voleva che pronunciassero per riguardo anche a Corradino. [614] _In Senatorem urbis sumus assumpti_: così scrive ormai ai 12 di Settembre, al Re di Francia. — _Nos in Senatorem urbis sumus perpetuo ad vitam assumpti, manentes in urbe_, scrive a Lucca (Cod. della bibl. Angelica di Roma, D. 8, 17); lettera senza data, spacciata appena che fu giunto a Roma: e questo avvenne dopo il supplizio di Galvano... _quo facto idem Dom. Rex contulit se ad Urbem_ (_Chron. Cavense_). In una lettera del 1278 egli conta l’êra del suo officio senatorio decenne a incominciare dai 16 di Settembre; ma di ciò diremo più tardi. [615] Se si stia al VILLANI (VII, 29), il Frangipane n’ebbe in dono Pilosa, terra posta fra Napoli e Benevento; stando ai _Reg. Caroli I_, n. 1722, lit. E, fol. 173, n’ebbe _medietatem baronie Feniculi — propter grata servitia et accepta_. Su ciò vedasi BIAGIO ALDIMARI, _Historia della fam. Carafa_, Napoli 1691, II, 262. — Del Registro delle donazioni di Carlo I l’archivio di Napoli possiede soltanto il _Liber Donationum_ 1269, n. 7, il quale completa un compendio che si conserva in Vaticano (_Cod. Regin. 378_, fol. 302 segg.). Ne cito nomi de’ soli Romani: _Pandulfus Petri Pandulfi de Grassis de Urbe habet in donum Castrum Petrelle — Riccardus fil. quond. Petri Anibaldi de Roma... medietatem terrae Anglonae, quae fuit Burelli de Anglone_ (barone trucidato dai soldati di Manfredi) — _Adenulfus fil. Joannis Comitis Romanor. Proconsulis... castrum Limosani — Jacobus Cancellarius urbis, Cincius de Cancellario et Joannes de Cancellario... baronia quae dicitur Francisca_ (vicino Aversa) — _Gregorius fil. quond. Francisci de Piperno, qui Franciscus mortuus est in Campo Palentino contra Conradinum... Castrum Brocci — Petrus de Columna habet restitutionem castri Sambuci — Anibaldus de Transmundo de Roma... Montem Sanum_. [616] Lettera a Lucca: _compositis per dies aliquot urbis negotiis in regnum nostrum protinus prodituri ad cunctorum proditorum exterminium et ruinam_. Narra il SAINT PRIEST che Corradino fosse fatto vedere incatenato per Roma; ma è una favola come tanti altri errori di quell’Autore: io noto e passo. Ai 28 Sett. Carlo era ancora in Campidoglio, poichè ei vi nominava Notto Salimbeni di Siena a vicario di San Quirico e di Orgia: _actum Rome in Arce Capitolii a. D. 1268 men. Sept. XXVIII die ejusdem m. Ind. XII Regni vero nri a. IV Feliciter. Amen. Rat. per manum Roberti de Baro Regni Sicilie prothonotarii_ (archiv. di Siena, n. 877). Roberto fu il giudice o piuttosto l’assassino di Corradino. [617] Una figlia di Corrado era sposata con Ottaviano da Brunforte, che nel 1297 fu vicario di Bonifacio VIII a Todi: così rilevo dagli _Annali di Todi_ (mscr.) del PETTI. Un decreto di Roberto di Napoli, senatore di Roma, dato da Napoli ai 5 Marzo 1327, denota _Philippus de Antiochia_ come _S. R. Eccl. rebellis notorius_ e invasore della _Rocca de Canterano_ vicino Subiaco (arch. Gaetani, Cap. I, 74). Nel 1363 compare un _Manfredus de Antiochia_ nel testamento di _Jacob. fil. Francisci de Ursinis de Campofloris et de Vicovario_ (nell’ADINOLFI, _La Portica_, p. 262). Oltracciò un contratto dei 17 Ott. 1377 parla del _magnific. et potens vir Corradus de Antiochia comes dominus Castri Pilii Anagnin. dioces._ (arch. Colonna, XIV, 250). Ancora nell’anno 1407 un _Corradinus de Antiochia_ fu giustiziato a Roma come ribelle insieme con altri baroni. Vedasi con quanta religione questa famiglia conservasse gli antichi nomi della casa Hohenstaufen. Il registro delle Abbadesse del convento di san Silvestro in Capite a Roma (si conserva in quell’arch.) ricorda all’a. 1417 come abbadessa una Giovanna di Antiochia. Ed ancora nel 1484 trovo un _Conradinus de Antiochia civis Romanus da Notarius Reformator. studii Almae Urbis_ (nel RENAZZI, _Storia dell’Università di Roma_, I, 287). La famiglia possedeva un palazzo nella regione di santo Eustachio. Stando al CORSIGNANI, _Regia Marsicana_, I, 208, le arche della famiglia _ex stirpe regia Antiochena_ esistevano in Sambuci. Gli Antiochesi erano padroni di Anticoli, dove vuolsi che il loro casato declinato in povertà duri ancora sotto nome di Corradi. [618] _Que per valor et per noble coratge_ _Mantenia ’N Enricx l’onrat linhatge_ _De Colradi ab honrat vattalatge;_ _E ’l reys ’N Anfos, ab son noble barutage_ _Que a cor ric_ _Deu demandar tost son frair EN Enric._ (PAULET DE MARSEILLE, nel RAINOUARD, _Choix det Poésies originales des Trobadours_, vol. IV, p. 65, 72). Le _Croniche di san Dionigi_ (_Recueil_, t. XXI) narrano che Carlo facesse vedere per il paese Arrigo chiuso in una gabbia; ma son fole. Nel _Reg. Caroli_ 1269 B, fol. 120, è raccolta una lettera di Carlo a Jacopo di Aragona, dove il primo respinge la instanza con cui Jacopo gli aveva chiesto che liberasse Arrigo: _dat. in obsidione Luceriae XIII Julii XII Ind._ (1269): fu già stampata dal DAVANZATI e dal RICCI. Nel 1286, a sua preghiera, Onorio IV lo sciolse della scomunica (RAYNALD, n. 20). Si fa menzione di Arrigo prigioniero per l’ultima volta nel 1290: poi silenzio sepolcrale. [619] Ci si concederà di supporlo, se fuvvi chi credette al VILLANI là dove dice che Clemente IV ebbe una visione della vittoria di Tagliacozzo. L’AMARI, _Vespro Sicil._, I, c. 3, pensa che il Pontefice abbia voluto la morte di Corradino. Sulla sua morte, sul suo testamento ecc. si consultino le note opere, massime il JAGER, _St. di Corrado II_, Norimberga 1787. Pare che a Luceria sorgesse un falso Corradino: vedi la _Notice sur un Manuscript de l’abbaye des Dunes par M._ KERVYN DE LETTENHOVE nei _Mémoires de l’Académie de Bruxelles_, XXV, p. 16. Gli _Annali Placent._ dicono che fosse un figlio naturale di Corrado (p. 536). [620] _De cujus morte tota dolet Germania_: ELLENHARDI _Chron., M. Germ._, XVII, 122. _Conradinus iste pulcherrimus, ut Absalon, consilio papae ob invidiam Theutonici nominis — crudeliter decollatur: Ann. breves Wormatienses_, ibid., p. 76. [621] Sopravvissero agli Hohenstaufen molte cose: la cultura cui eglino ebbero dato potente impulso; la grande dottrina della separazione della podestà civile da quella ecclesiastica che eglino scrissero a impresa sulla loro bandiera (fu ed è ancora il vero principio ghibellino, intorno cui fino a questi nostri giorni si svolse la vita intiera d’Europa): l’idea finalmente della monarchia politica che strettamente si associa con quell’altra dottrina. [622] SABA, IV, c. 17. Ecco la serie dei prosenatori, secondo il VITALE: Jacopo Cantelmi, fino al 1269; _Petrus de Summaroso_, 1270; Bernardo _de Bautio_, 1271; Rogero di san Severino, conte de’ Marsi, 1272; Bernardo _de Baiano_, 1272-1274; Pandolfo _de Fasanella_, 1275; Guglielmo _de Barris_, 1276; Giovanni _de Fossames_, siniscalco di Vermandois, dal 1277 fino al Sett. 1278. — Per l’anno 1274, io aggiungo: _Nicolasus de Riso regius in urbe vicarius_ (istrom. nell’arch. di san Silvestro in Capite, _dat. A. 1274 Ind. II m. Aprilis die XIX_). — E per l’anno 1277: _Henricus de Caprosia_, nominato ai 12 Ottobre; dopo di lui, ai 18 Dic. 1277, fu eletto Giov. _de Fossames_ (_Reg. Caroli I_, 1278, D. n. 32, fol. 288, 291). — Pandolfo Fasanella è il noto ribelle contro di Federico II; prima di lui Carlo aveva mandato a Roma, da maresciallo Tommaso di Fasanella. Un epitaffio in Araceli dice: _Hic Jacet D. Thomasus D. Fasanella Olim Marescalcus Urbis Dni Regis Karoli Tempore Dni Comitis Rogerii D. Sco Severino Vicarii_ (CASIMIRO, p. 247, e FORCELLA, _Iscrizioni delle Chiese di Roma_, I, 117). [623] CAROLVS REX SENATOR VRBIS. Figura del leone con sopra un giglio. Dall’altro lato, Roma coronata colla scritta: ROMA. CAPVT. MVNDI. S. P. Q. R. [624] Sopra monete senatorie della fine del secolo decimoterzo havvi anche Roma seduta sopra un trono a bracciuoli, con ornati di teste di leone. [625] Cedendo alle instanze del cardinale Riccardo Anibaldi accordò amnistia a Riccardello suo nipote che s’era impadronito di Ariano di sotto all’Algido: SABA MALASPINA, p. 864. — Nel _Reg._ 1271, B. n. 10, fol. 159 segg., sono registrati alcuni decreti per ristoro de’ danni, e sono promulgati da Roma, dagli 11 ai 17 di Aprile. Agli 8 di Marzo 1271 Carlo spaccia alcune scritture da Roma; ai 17 Marzo da Viterbo. Sui primi di Aprile era tornato a Roma, dove si fermò fin verso ai 20 di quel mese. Ai 21 scrisse da Sculcola, e riprese la via per il campo di battaglia di Tagliacozzo, dove edificò un convento. [626] Lettera raccolta nel BUSSI, p. 411; e i Cardinali vi pongono questa data: _Viterbii in Palatio discooperto Episcopatus Viterbientis VII Id. Junii A. 1270 Ap. Sed. Vac._ [627] Guido fu vicario in Toscana dopo il 1270. — Ai 23 di Marzo 1270, da Capua, Carlo scrive al prosenatore Pietro de Sammaroso, che mandi Guido in Tuscia con quell’officio, e che nel suo passaggio per le terre romane lo ponga al securo dalle insidie di Angelo Capocci: _Reg. Caroli_, 1269, D. fol. 248. [628] L’assassinio avvenne poco tempo prima dei 13 Marzo 1271, poichè in quel giorno 13, da Viterbo, Carlo notifica a tutti gli officiali posti da Guido in Toscana, di avervi nominato a vicario generale Enrico conte di Vaudemont e di Ariano, _amoto exinde Guidone de Monteforti suis culpis exigentibus: Reg. Caroli I_, 1271, B. n. 10. [629] _Liber Donationum_, 1269, n. 7, fol. 93: arch. di Stato di Napoli. Carlo si accontentò di incamerare i feudi dell’uccisore. [630] _Dil. filio nob. viro Guidoni de Monteforti Capitaneo exercitus Rom. Ecclesiae_: così scrive Martino IV. Il Continuatore di MATH. PARIS dice pianamente: _occiditur in ultionem viriliter paternae mortis_ (p. 678, ed. Parigi 1644). BENVENUTO DA IMOLA, _Commentar._, p. 1050, lo chiama _vir alti cordis — magnae probitatis_. Solamente nel 1273, allorchè il principe Edoardo tornando dalla Crociata passò per Italia, il Papa scomunicò Guido e lo confinò in una fortezza. Il RAYNALD (a. 1273, n. 43) non si vergognò di lodare Guido e di portarlo a magnifico esempio, come quegli che chinò il capo alle censure ecclesiastiche: _Sprevitque generose corporis servitutem, ut animam e vinculis anathematis vindicaret. Qua in re praeclarum habet demissionis Christianae ac formidandarum ecclesiasticarum censurarum posteritas exemplum, a quo plures tutatis nostrae principes descrivere_. Vedi in che si faccia consistere la morale! Chi legge ed ha sentimento generoso ne sentirà nausea e sprezzo. E DANTE, che fu uomo giusto, vide l’anima di Guido allo Inferno: colui fesse in grembo a Dio Lo cor che ’n sul Tamigi ancor si cola. (_Inferno_, c. XII, v. 119, 120.) [631] La sua prima enciclica è data ai 29 di Marzo, da Roma. [632] Non aveva che quarantasette anni. Lo si seppellì con onori degni di re. Il suo epitaffio che leggesi a Bologna è di tempo moderno. [633] Lettera indiritta a lui, dei 16 Sett. 1272: nel RAYNALD, n. 33. [634] _Formidavimus conscendere tante speculam dignitatis, quodam nimirum attoniti tremore et stupore_: così scrive Rodolfo al Pontefice, nell’Ott. 1273 (_Mon. Germ._, IV, 383). [635] _In vobis anchora spei nostre totaliter collocata, sanctitatis vestre pedibus provolvimur, supplicando rogantes... Placeat vestre, quaesumus, sanctitati, nos imperialis fastigii diademate gratiosius insignire_; nella lettera detta di sopra. Vedi anche le altre umilmente scritte negli anni 1274 e 1275 (CENNI, _Monum._, II, 320 e 342). Rodolfo adoperò pel primo la formula _pedum oscula beatorum_, come facevano il Re vassallo di Sicilia, e il mendico Baldovino ex-imperatore. La formula di devozione usata anteriormente era soltanto quella di _filialem dilectionem et debitam in Christo reverentiam_. [636] Lettera di Engelberto, dei 24 Ott. 1273: _Mon. Germ._, IV, 393. [637] Da Orvieto, agli 11 Luglio 1272, promulga un Breve con cui affida il reggimento di Todi a suo nipote, _Vicecomes de Vicecomitibus_, rettore del _Patrimonium_ (archiv. di san Fortunato di Todi, _Reg. Vet._, fol. 68). Da Orvieto, ai 23 Luglio 1272, comandò a Rainero suo vicario in Roma di proteggere Terracina, Piperno, Sezza e Aquaputrida dalle intrusioni del prosenatore che ne aveva chiesto pagamento di imposte e missione di legati che assistessero ai giuochi (_certum comitivam ad Urbem transmitterent causa Ludi de Testacio vulgariter nuncupati, qui in dicta Urbe annis singulis exercetur_): pergam. con bolla di piombo, nell’archiv. Gaetani, XLV, n. 6. [638] La Costituzione di Gregorio X fu stampata nel _Ceremoniale continens ritus Electionis Rom. Pont. Gregorii P. XV jussu editum_ (Roma 1724, p. 6). Essa tiene dietro alle note Costituzioni di Nicolò II (a. 1059) e di Alessandro III (a. 1180): _Unum conclave, nullo intermedio pariete seu alio velamine, omnes habitent in communi; quod — claudatur undique_... [639] Gli atti del Concilio lionese dei 6 Giugno 1274 sono registrati nei _Mon. Germ._, IV, 394, e (con intercalati Diplomi di Federico II) nel THEINER, I, n. 330. — Lettere del Papa a Rodolfo ed a’ principi dell’Impero, ibid., n. 332. Ai 26 di Settembre, Gregorio X. riconobbe publicamente Rodolfo. Il Papa caldamente lo favoriva. [640] _Sacerdotium et Imperium non multo differre merito sapientia civilis asseruit, siquidem illa, tamquam maxima dona Dei a celesti collata clementia, principii conjungit idemptitas — alterum videlicet spiritualibus ministret, reliquum vero presit humanis — — — qui ecclesiastica tabernacula gerunt, summa esse cura solliciti, omni debent ope satagere, ut Reges ceterique catholici principes debite polleant integritate potentie, status sui plenitudine integrentur_... dato da Lione, ai 15 Febb. 1275 (THEINER, I, n. 336). Nella stessa lettera invita Rodolfo che venga a coronarsi nel dì 1 di Novembre. In quel medesimo giorno lo esorta affinchè nel Maggio mandi un esercito in Lombardia: ibid., n. 338, 339. [641] Eglino stessi chiamano il Papa _luminare majus_, e l’Imperatore _luminare minus — hic est qui materialem gladium ad ipsius nutum excutit et convertit_ (Conferma del Dipl. di Rodolfo nel Settembre del 1279: _Mon. Germ._, IV, 421). [642] Gli atti promulgati da Losanna _Ego Rodulphus_, e _Ab eo solo per quem reges regnant_, sono raccolti nei _Mon. Germ._ IV, 403. Rodolfo vi usa con molta deferenza della parola _Beneficia_, che al tempo del Barbarossa aveva sollevato tante tempeste. [643] Innocenzo V a Carlo, lettera data dal Laterano, ai 2 Marzo 1276. E l’altra lettera a Rodolfo, dei 17 di Marzo (THEINER, I, n. 349). [644] SABA MALASPINA, p. 871. [645] BERNH. GUIDONIS, p. 606; e quasi vi concorda il _Memoriale Potest. Reg._ p. 1141. Attingono entrambi da MARTINUS POLONUS, sempliciotto che dice: _Joannes Papa, magus, in omnibus disciplinis instructus, religiosis infestus, contemnens decreta concilii generalis_. Nel KÖHLER, _Notizia completa su papa Giovanni XXI_ (Gottinga 1760), trovasi detto delle opere che a questo Papa vennero attribuite. Avrebbe dovuto appellarsi Giovanni XX, ma allora credevasi ancora alla esistenza della papessa Giovanna, e perciò chiamossi Giovanni XXI (CIACCONIUS). [646] BERNHARDUS GUIDONIS, p. 606: _De cujus morte modicum Ecclesiae damnum fuit, quia licet scientia physicali et naturali multum esset repletus, tamen discretione et sensu naturali multum erat vacuus_. Vuolsi che Giovanni avesse la previsione del futuro, e che scorgesse la sua propria persona ridente in quella camera da lui edificata: certo che un’indole strana dovette essere la sua. Anch’egli ammonì Rodolfo di non venire in Italia, se prima non avesse consegnato la Romagna: THEINER, I, n. 353. E anch’egli confermò il decreto di Adriano V che abolì la legge del Conclave: RAYNALD ad a. 1276, n. 27. [647] Ai 27 Luglio 1277 scrissero a Rodolfo, pregandolo di non venire in Italia se prima non avesse dato adempimento ai trattati: RAYNALD, n. 48, e THEINER, I, n. 355. [648] _Argus et argutus in ecclesia Dei_: così, ancora da cardinale, lo chiama SABA MALASPINA, p. 872. Sua madre fu Perna Gaetani da cui trasse il suo nome. [649] Infondata è l’opinione di JOH. VICTORIENSIS, il quale dice che a Losanna Rodolfo ricusasse di venirsi a coronare, com’era stato invitato, _quia Romam vix aliquis priscorum venerit sine humani effusione sanguinis, nec coronam adeptus fuerit propter obsistentiam Romanorum_ (BÖHMER, _Fontes_, I, 307). — Leggasi la lettera di querimonia che i Pisani scrissero a Rodolfo nel 1274 (CENNI, _Mon._, II, 330): _Ecce provincia Thusciae — jacet in universitate schismatum lacerata bellis et plusquam civilibus laceratur — Guelfus persequitur Ghibellinum, filii fiunt exules_... [650] La ratifica data da Vienna, ai 14 Febb. 1279, e gli atti dei 19 Genn. e dei 4 Maggio 1278, sono registrati nel THEINER, I, n. 387. L’Archivista pontificio trasse dagli originali tutti i documenti che vi sono relativi, ed essi formano la parte più preziosa del primo volume del suo Codice diplomatico, dal n. 358 in giù. Rodolfo s’impegnava di promulgare un Diploma con bolla d’oro quando fosse coronato; e questo andò a monte. Invece i Principi dell’Impero, nel Sett. 1279, confermarono i suoi atti: _Mon. Germ._, IV, 421; THEINER, I, n. 393. [651] THEINER, I, n. 368, 388. [652] _Ipsa quidem civitas inter alias Ytalicas speciali prerogativa fecunda viros eminentis scientiae, viros alti consilii, viros prepollentes dignitatibus et virtutibus precellentes solet ab antiquo propagatione quasi naturali producere, ipsa veluti fons irriguus scientiarum dulcedinem scaturit_: questo elogio Nicolò III fece di Bologna (THEINER, I, n. 389). [653] Lettere del Papa alle città romagnuole e alcuni atti di dedizione di quelle trovansi registrati nel THEINER, I, n. 365 sgg. Al n. 374 havvi la nomina di _Bertoldus de Filiis Ursi a Rector totius prov. Romaniole, civitatis Bononiensis etc._, ed è data da Viterbo, ai 24 Sett. 1278. — Al n. 374 si dánno istruzioni ai legati ed al rettore sul modo con cui devano comportarsi. — Però Bologna con suoi _Syndici_ conservò solennemente tutti i diritti, i privilegî e le libertà spettanti alla città. Il documento dei 29 Luglio 1278, compilato a Viterbo, si custodisce nell’arch. di Bologna, _Reg. Nov._, f. 383, con altre ripetute proteste della città. Questi atti mancano nel _Codex Diplomaticus_ del THEINER. [654] Nel Sett 1278: THEINER, I, n. 375. [655] Carlo si spogliò dell’officio ai 24 Sett. 1278. Il suo ultimo vicario in Toscana fu Raimondo de _Poncellis_ (THEINER, I, 372). Ai 5 Genn. 1281 Rodolfo nominò due vicarî imperiali per la Toscana (BÖHMER, 104). [656] I Regesti di Carlo, che si conservano nell’arch. di Stato di Napoli (Vol. 31, 1278, D), contengono molte scritture indiritte agli officiali del Campidoglio, le quali sfuggirono all’attenzione del VITALE. La prima è data ai 2 Aprile 1278, _apud Turrim S. Herasmi prope Capuam_; indi Carlo scrive da Roma, dagli 8 di Maggio ai 15 di Giugno. Addì 18 Giugno tornando a casa sua, ei venne sul campo di battaglia di Scurgola (ovvero di Tagliacozzo). — Ed al Papa scrisse: _Et cum XVI die m. Septembris proximo futuri dictum decennium finiatur... regimen... dimittam. Dat. Rome apud S. Petrum A. 1278 die XXIV m. Maii VI Ind._ (_Cod. Vat. 3980, Ep._ 32, fol. 132 a: questo pregevolissimo Codice contiene i Regesti di Nicolò III). [657] Il mandato, dato da Viterbo, ai 27 Luglio 1278, è nel THEINER, I, n. 370: _Alme Urbis gesta magnifica resonant et acta testantur, quod ipsa Urbs dignitatum immensitate precellens est et dicitur caput orbis: ibique Deus omnipotens Ecclesiam suam fundari voluit et Romano titulo nominari_... Gli ultimi officiali di Carlo in Roma furono Giovanni _de Fossames_ siniscalco di Vermandois e prosenatore, Ugo di Besançon cameriere, e Rogero de Ars maresciallo (Dai Regesti conservati nell’arch. di Stato di Napoli). [658] Le istruzioni, che nel THEINER mancano, trovansi nel _Cod. Vat. 3980_, registrate come _Ep._ XV, da Viterbo, ai 3 Agosto 1278: _Non enim intendimus quod iidem nostri processus tales existant, quod ex eis posset convici vel adverti, quod de ipsa electione nos intromittere quoquomodo velimus, vel super hoc aliquod jus seu possessionem accipere vel — vendicare. Nam ob id possit tunc nos magnum scandalum populi formidari_. [659] _Quin magis ipsa Petri sedes in Romano jam proprio solio collocata libertate plena in suis agendis per omnia potiretur, nec ulli subesset homini, que ore divino cunctis dinoscitur esse prelata._ [660] _Fratres ipsos nullus saecularis potestatis metus exterreat, nullus temporalis furor absorbeat, nullus eis terror immineat — Romani Pontificis Vicarii Dei... electi et eorundem Cardinalium promotio in omni libertate procedant._ Le quante volte dal 1859 in giù non si ripeterono questi istessi argomenti, per sostenere la necessità che il dominio pontificio continuasse su di Roma! [661] Costit. _Fundamenta militantis ecclesiae_, da Viterbo ai _XV Kal. Aug. Pont. nri a. I_: per completo è stampata nel THEINER, I, n. 371. [662] In questo senso dicono le _Vitae_ del Papa: _A pop. Rom. in senatorem eligitur ad vitam_. Ed egli scrive ai Romani, da Viterbo, ai 24 Sett. 1279: _Nobis dispositionem vestri regiminis quoad vixerimus commisistis, volentes spiritualiter et temporaliter illius ducatu dirigi, quem ipse Deus Urbis patrem instituit sub imposito vobis jugo Apostol. servitutis_. Già il MURATORI ed il GARAMPI dimostrarono essere un errore la notizia del BONINCONTRIUS, VI, p. 30: _Qui solus officium senatoris Romae administravit_. [663] _Scriptum est Johi. de Fossames Senescallo, Viromandie Vicario, et Magistro Hugoni de Bisuntio camerario in urbe... Postulacioni vestre tam super castris et fortelitiis quam super captivis — in Capitolio respondentes fidelitati vestre precipimus quatenus recipientes roccam seu castrum Rispampani a Stephano de Tolona castellano dicti castri — tam — castrum praedictum quam cuncta alia castra et fortelicias urbis in urbe vel extra urbem posita quae sunt hactenus ratione Senatorie urbis pro parte nostre celsitudinis custodita, adveniente termino resignationis regiminis urbis quem vos scitis — — illi vel illis cui Populo Romano placuerit liberare debeatis et etiam assignare... Dat. apud Lacum pensilem penultimus Aug._ (_Reg. Caroli I_, 1278, D. n. 31). Non vi fece osservazione il VITALE, che a questo punto corre troppo celeremente. [664] _Papa posuit pro se senatorem in Urbe ad suam voluntatem unum suum parentem_ (_Annales Placentini Gibellini_, p. 571). Nelle Decretali della città di Todi notasi, omai al 1 Settembre 1278, _Matheus Rubeus_ come senatore. _A. 1278 Ind. VI m. Sept. die I... Hic est liber reformationum communis Tuderti factus — potestarie tempore Ill. et magnif. viri D. Matthei Rubei de filiis Ursi — Nic. P. III fratris alme Urbis Rome Senatoris et Tudertinorum Potestatis._ Ma giusta la lettera di Carlo (dei 30 Agosto) il Re, al 1 Settembre, non poteva avere di già deposto il suo officio; tuttavia Matteo sarà stato fin da allora designato senatore. Ancora ai 5 Sett. 1279 trovasi in carica _D. Matheus Rubeus de fil. Ursi Alme Urbis Senator Ill. et Dei gr. potestas Tudertinus_ (arch. di Todi, _Reg. vetus_, fol. 68). [665] Dal mscr. del PANVINIO, _de Gente Sabella_, il VITALE (p. 179) trae le lettere del Pontefice onde sono nominati a senatori Giov. Colonna e Pandolfo Savelli, per un anno, a cominciare dal 1 Ott. 1279: sono date da Viterbo, ai 24 Sett., a. II. Ed egli ne cava anche la nota formula del giuramento: _Ego N. Senator._ — La lettera del Papa alla città di Roma incomincia: _Infra Urbis moenia degit populus ingens et sublimis_. Qui per la prima volta i Pontefici parlano a Roma con fraseologia da imperatori. [666] _Mon. Germ._, IV, 423. [667] _Aedificavit enim Sion in sanguinibus_: SALIMBENE, _Chron._, p. 55. — _Nimis fuit amator suorum_: PTOL. LUCENSIS, XXIII, c. 31. — DANTE, (_Inferno_, c. XIX, v. 70-72) trova papa Orsini fra i Simoniaci, e gli fa dire: E veramente fui figliuol dell’orsa, Cupido sì per avanzar gli orsatti, Che su l’avere, e qui me misi in borsa. [668] PTOL. LUCENSIS, ibid, c. 31. [669] Con Viterbo aveva conchiuso un patto per il soggiorno della Curia. Promise il Comune (per ogni volta che quella vi avesse tenuto residenza) di lasciar libera azione ai giudici degli eretici, di allestire in modo conveniente il palazzo, di dar libera dimora ai Cardinali ed alla gente di corte, di porre in officio soltanto magistrati devoti alla Chiesa, di mantenere a buoni patti i curiali, di cacciare mezzani e meretrici: THEINER, I, n. 359, dei 20 Maggio 1278. — Per quel che riguarda Soriano, vedansi PTOL. LUCENSIS, c. 31 e FRANC. PIPINUS, p. 724. [670] _Vita Nicol. III_ (MURAT., III, I, p. 608). La istessa notizia con migliori lezioni trovasi registrata nella _Descriptio Victor._, p. 850 e nel Chron. GUILL. NANGIS, ad a. 1280. I due Senatori, _P. de Comite e G. Domini Bertoldi de Filiis Ursi_ compaiono in un documento dei 21 Nov. 1280, dalla S. M. in via Lata: è raccolto nel BRUGIOTTI, _Epitome Juris Viarum_, Roma 1664, p. 33, n. 48. [671] Intorno a questo avvenimento vedansi la lettera di Onorio IV, nel RAYNALD, 1281, n. 2, e il _Chron._ JORDANI nel MUR., _Antiq._, IV, 1012. [672] Vedansi le sue lettere ai Romani ed a Carlo nel MARTENE, _Vet. Mor._, II, 1280, 1284. [673] _Domino Martino pp. IV non ratione papatus vel pontificalis dignitatis, sed ratione sue persone, que de nobili prosapia traxit originem — plenarie commiserunt regimen Senatus Urbis ejusque territorii et districtus toto tempore vite sue, et — potestatem regendi — Urbem, ejusque — districtum per se, vel per alium seu alios, instituendi seu ponendi Senatorem, vel Senatores._ — Atto compilato in Campidoglio _die lune X Martii IX Ind._, inserito nella Bolla dei 29 Aprile: VITALE, _App._, p. 592 e THEINER, I, n. 395. [674] _Nosque nostris adjiciens laboribus, ut eorum discrimina vitarentur, electioni, translationi, commissionis et potestatis dationi predictis consensum praestitimus cum multa instantia postulatum_: Bolla dei 29 Aprile. [675] Nella sopraddetta Bolla di Martino a Carlo, _dat. apud Urbem veterem III Kal. Maji Pont. nri a. I_. [676] Come tali son noti Filippo de Lavena, Guglielmo L’Estendard, Goffredo de Dragona. Ai 13 Luglio 1282 il Lavena trovavasi a campo innanzi a Corneto, e a lui vennero ambasciatori di Perugia: docum. nel COPPI, _Dissert. della Pontif. Acad. Rom._, XV, 261. [677] Vedine il documento nel VITALE, in una lettera di Carlo al L’Estendard, p. 188. A carte 192 trovansi nominati i castellani urbani _castrorum Pespansan et Civitatis vetule_, ed il primo nome non è che un corrotto di Rispampano. I vigili delle torri appellavansi _Turrerii_. — In città parecchie, per esempio a Firenze, mantenevansi allora dei leoni a spese del municipio: _custodem Leonis unum_ (FERRANTE DELLA MARRA, _Discorsi delle famiglie ecc._, Napoli 1641, p. 147). [678] Il nome ora è scritto Epa, ora più rettamente Appia, com’è sempre nei _Regesti_ di Carlo. Nell’arch. di Bologna (Reg. Nov., fol. 377 e segg.) trovansi gli Editti che egli promulgò ai 13 Febbraio 1283, da Imola, per la Romagna: sono sei pagine di pergamena in folio grande. Contengono leggi severe sulle immunità delle chiese, sugli eretici, sui rei di tradimento. _Premisse constitutiones fuerunt promulgate in pleno et generali parlamento praelatorum, comitum, baronum, potestatum, ambaxatorum civitatum et locorum et nobilium provintie romagnole et pleno arengo congregato. In civitate Ymole in pallatio communis per magnif. et nob. virum Johem de Appia tocius provintie Romagnole civitatis bonon., comitatus bretenorii et pertinentiarum eorundem per S. R. E. comttem et generalem rectorem. Et praesentibus venerabil. patre D. fratre bonefatio archiep. Ravennat. D. Guillo Duranti Dni ppe vicario. Dno Guidone Epo Arimin. D. Synibaldo Epo Imolen. D. Malatesta de Verucio pot. Arimin... sub anno D. 1283 die 13 Febr. Ind. XI pont. Dni Martini PP. IV._ Così nel detto Libro di documenti. [679] Ed or Manfredi e Corradino furono vendicati. _In vero Nerone neronior, et crudelior Saracenis, innocentem agnum in tuo reclusum carcere mortis judicio subjecisti_... bella lettera di Pietro a Carlo, nel MARTENE, _Thesaur._, III, p. 32. _Auro ebrius alter Crassus_: così i Palermitani chiamano Carlo nella loro lettera a Martino IV (ibid., p. 36). [680] Quei cittadini ebbero perfino l’ardire di rappresentare lui ed i Cardinali con dei fantocci di paglia vestiti di porpora, e di abbruciarli in publico: primo esempio che nelle storie io trovi registrato di questa bizzarra foggia di giustizia popolare. [681] Martino IV predilesse Montefiascone, e da lui ebbe origine quella rocca e quella residenza pontificia: VILLANI, VI, c. 58. [682] Addì 15 Ott. 1284, da Perugia, il Pontefice scrive al Rettore della Campania: _Conrado de Antiochia — cum quibusdam perditionis filiis partes ipsius regni invadere per castrum Celle temere attentante, tu una cum dilecto filio viro Stephano de Genazano... eos... debellasti_: RAYNALD, n. 15. Ed ivi, a. 1285, n. 9, havvi una lettera del Papa ai cittadini di Andria. — Nella Campagna si ribellò Adinolfo. [683] Dell’assalto del Campidoglio parlano gli _Annales Placentini Gibellini_, p. 577; e la _Vita Martini_ (MUR., III, 609): _Johem Cinthi fratrem D. Latini, tunc Hostiens. Ep. in Capitaneum urbis et Reipublicae defensorem invocaverunt_. Il registro Capitolino scrive erroneamente _Johes Turcus Malabranca_. Trovo _Johannes Cinthii_ e la sua famiglia in un atto di compravendita (deriva dalla S. Maria in via Lata), dei 12 Marzo 1286, dove compare la _Domina Angela de Paparescis_ da _uxor nob. viri Dni. Johis Cinthii Malabrance_ (_Mscr. Vat. 8044_). Erra il VILLANI, VII, c. 54, allorchè alla famiglia del cardinale Latino dà nome di Brancaleoni anzi che di Malabranca. Per parte di sorella il Cardinale era nipote di Nicolò III, e suo padre era un Malabranca. Intorno a lui vedansi i QUETIF ed ECHARD, _Scriptores Ordinis Praedicator._, T. I, 436. [684] _Concedimus vobis vicarium, vel vicarios et camerarium — Joannes Cinthii sicut capitaneus super grassiae facto dumtaxat_ (così si ripristinò l’officio dei _praefectus annonae_). — _Tolerabimus — volentes — experimento probare, an expediat vobis in posterum, quod remaneant artium capita_: Martino ai Romani, da Orvieto, ai 30 Aprile 1284, nel RAYNALD, n. 17. [685] La narrazione di questi fatti trovasi in PTOL. LUCENSIS, _Hist. Eccl._, XXIV, c. I. [686] _Romani ad mandatum D. Papae reversi susceperunt vice D. Pape duos vicarios Senatoriae, vid. Hanibaldum Petri Hanibaldi, et Pandulfum de Sabello, sub quorum regimine quieti fuerunt_: _Vita Martini_, p. 610. [687] Vuolsi che morisse per l’ingordigia delle grasse anguille del lago di Bolsena. _Nutriri quidem faciebat eas in lacte et submergi in vino. Unde quidam huic rei alludere volens ait_: _Gaudeant anguillae, quod mortuus est homo ille,_ _Qui quasi morte reas excoriebat eas._ FRANC. PIPIN., p. 726. — BENVENUTO DA IMOLA nel suo _Commentario su Dante_, p. 1224 (riferendosi al passo: «e purga per digiuno le anguille di Bolsena»), dice: _Nec minus bene bibebat cum illis, quia anguilla vult notare in vino in ventre_. [688] Sulla nomina del Montfort vedasi la lettera del Papa, da Orvieto, ai _V Id. Maji a. III_, nel DUCHESNE, V, 886, ed altresì i _Gesta Philippi III per_ GUIL. DE NANGIS nel _Recueil._ XX, 524. Poco dopo il Montfort fu preso dall’ammiraglio siciliano, e morì in carcere. Sua figlia Anastasia aveva sposato Romanello Gentile Orsini; e per lei venne Nola in potere degli Orsini. La sua famosa madre Margherita ereditò Pitigliano e Soana dagli Aldobrandi; e questi possedimenti caddero anch’essi in mano degli Orsini. Ella aveva sposato la sua maggiore figliuola Tommasia, nata da Guido, con Pietro de Vico (figlio del noto nobiluomo di pari nome), prefetto della Città nel 1295; ed il matrimonio era avvenuto contro il volere di Guido. Tommasia, che non aveva peranco dieciott’anni, reclamò come primogenita il suo retaggio paterno contro Romanello Orsini (arch. di Stato di Napoli, _Reg. Caroli II_, 1294, C. 65, fol. 145 segg). [689] =Haymericus de Sabello.= | | =Honorius III.= | | Suo fratello forse chiamato =Lucas=. | | =Lucas=, senatore, † 1266, sposato a | Giovanna Aldobrandesca, sepolto in Araceli. | | | | =Honorius IV.= | | | | =Johannes=, podestà di Orvieto, | | † prima del 1279. | | | | | | =Lucas.= | | | | =Pandulphus=, senatore, † 1306, | | sepolto in Araceli. | | | | | | =Jacobus=, senatore. | | | | | | =Andrea=, femmina. | | | | =Mabilia=, sposa ad Agapito Colonna, | | sepolta in Araceli. | | =Thomas= card. di s. Sabina. (Dalla _Storia_ (mscr.) _dei Savelli_ compilata dal PANVINIO; dal RATTI, _Storia della famiglia Sforza_, t. II, e dalle iscrizioni delle tombe famigliari). [690] Ai 13 Febbraio 1285 si parla di _Pandulfus de Sabello et Anibaldus D. Transmundi Alme Urbis illustres Senatores_: documento esistente nell’importante archiv. comunale di Aspra nella Sabina. [691] Nel palazzo comunale di Todi, dove fu podestà nel 1267, esiste ancora una lunga iscrizione a onor suo: le fanno contorno gli stemmi dei Savelli: _Anxia civilis varia in discrimina belli,_ _Urbs ego clara Tuder ad te, Pandulphe Savelli,_ _Moribus et genere mihi dux, paterque, potestas,_ _Ex attavis ducibus romano sanguine natus_ _Genti nostrali pacem das_......... Fu stampata con qualche scorrezione nella _Storia di Todi_ del LEONI (p. 320), che sventuratamente rimase incompiuta. [692] BARTHOL. DE NEOCASTRO, c. 102, 103. Astura continuò ad esistere, ma il Comune si vendette a’ Frangipani. Ai 5 Ottobre 1287 fu stipulato il contratto di vendita del _Populus Castri Asturae congregatus per commune in platea dicti castri... auct. dnorum dci castri scil. Manuelis, Petri et Jacobi Frajapan. et Jannonis vicecomitis dci castri... actum in dco Castro Asture in logia seu statio Dominor. ante Eccliam S. Nicoli_ (arch. Gaetani, XXXIV, 51). — I Frangipani vendettero una metà di Astura a Pietro Gaetani per trentamila fiorini; e quest’ultimo, ai 7 Febb. 1304, la rivendette a _Petrus Landulfi Frajapane_. Eccone i confini: _ab uno lat. est mons Circegi_ (Capo di Circe). _Ab alio Lacus Soresci et Crapolace et lacus Foliani. Ab alio tenimentum Castri Concarum. Ab alio tenim. Castri S. Petri in Formis. Ab alio est ten. Castri Noctuni_ (ibid. n. XXXIV, 54). — Indi, ai 12 Febbraio 1304 la gente di Astura giura a Pietro Frangipane il _ligium homagium_, ed in prova di tradizione del possesso i procuratori gli mettono in mano della sabbia del mare (_de arena maris_). Il lungo registro dei giuranti dimostra che la terra era ancora assai popolosa, laddove oggidì è scomparsa senza lasciare traccia di sè. [693] Testamento dei 24 Febb. 1279, nel RATTI, _Fam. Sforza_, II, 302. Giusta quel documento, i Savelli possedevano Albano, _Castrum Savelli_, _Castrum Leonis_, Gandolfo, _castr. Fajole_, Rignano, Cersano, Turrita, _Palumbaria, castr. Scrofani, Mons Viridis_. Il testamento è ratificato addì 5 Luglio 1285 _in castro Palumbariae in Palacio Arcis ejusd. castri_. Di case e di torri nella Città si fa cenno nominatamente per quelle _in monte de Sasso, et in alio monte posito supra marmoratam_ (Aventino). Il MARTINELLI (_Roma ex ethnica sacra_, p. 83) reputa che il _Mons de Sasso_ sia monte Giordano: però io ne dubito assai. [694] Così fece Terracina con Nicolò IV (CONTATORE, p. 206); ed egli vi nominò a podestà Ottaviano de Brunforte, rettore della Campagna. Parimenti anche Ascoli conferì a quel Papa il rettorato a vita (THEINER, I, n. 47). [695] Esempî se ne hanno, al tempo di Nicolò IV, nel THEINER, I, n. 480 e segg., specialmente per le città della Marca. Certo che la giurisdizione del Podestà trovava delle limitazioni per ragione del foro ecclesiastico e dell’appello ai legati. In riconoscimento del diritto di eleggersi il Podestà, le città di media grandezza pagavano annualmente alla Chiesa dalle trenta alle centocinquanta lire ravennati (n. 482). Le imposte che si pagavano alla Chiesa erano tenui. La entrata di un anno (dal 1290 al 1291) che essa ricavò pel ducato di Spoleto ammontò a 7760 fiorini d’oro, 41 solidi e 4 denari: THEINER, I, p. 321. [696] _Annal. Colmar. major._ (_Mon. Germ._, XVII): _A. 1289: Papa Nicol. expellitur de Roma — Rome pars pape a Romanis ejicitur, et ex utraque parte plus quam quingenti numero perierunt._ [697] Il docum. ne è nel RAYNALD, ad a. 1289, n. 2. [698] Elesse a cardinale anche un Orsini (Napoleone), ma solo perchè era imparentato coi Colonna, e, dice il VILLANI (VII, c. 119), «per partire gli Orsini». [699] Stefano Colonna entrò ai 12 Dic. 1289 in Rimini, dove allora avvenne la tragedia di Francesca (HIERON. RUBEUS, _Vita Nicolai IV_, p. 90); nel Nov. 1290 fu fatto prigioniero, e soltanto ai 24 Genn. 1291 posto in libertà: TONNINI, _Rimini_, III, 155. — FRANC. PIPINI _Chron._, p. 733. — PETRI CANTINELLI, _Chron._, p. 282. — Gli _Ann. Caesenat._, MUR. XIV, p. 1107, pongono ai 13 Nov. il giorno della sua carcerazione. [700] La Bolla di nomina del Vescovo è promulgata da Orvieto, ai 22 Dic. 1290. Vi è detto: _Cum autem — nuper nob. vir Stephanus de Colompna cui regimen provintie Romaniole — duximus comitendum, hiis diebus ad civitatem Ravenne accedens, pro ipsius — statu ad pacem — reducendo ab Eustachio et Lamberto de Polenta — proditionaliter — captus fuerit et adhuc detineatur carceri mancipatus_ (arch. di Bologna, _Reg. Nov._, fol. 393). [701] Bertoldo era senatore nel Dic. 1288, ed ancora durava in officio nel Maggio 1289: lo si desume da pergamene esistenti nell’archiv. di Bologna (vol. in foglio grande, che contiene convenzioni conchiuse da Bologna con altre città, dall’anno 1226 venendo in giù). Nel docum. n. 32 (è un istromento stipulato a Roma nel palazzo dei Quattro Coronati) Bertoldo fa quietanza a Bologna per ristoro di danni; e vi si dice: _In nom. Dom. Am. Anno ej. 1289 Ind. II Pont. D. Nicolai PP. IV a. I die XII m. Febr. In presentia reverend. patris D. Benedicti S. Nicolai in Carcere Tulliano Diacon. Cardis, auditoris a D. PP. specialiter deputati, et arbitri in omnib. causis... quae olim vertebantur inter magnif. et nob. vir. D. Bertoldum de filiis Ursi Romanor. Procons. nunc alme Urbis senatorem_. Il _laudum_ del cardinale Benedetto (n. 52), che è dato ai 17 Dic. 1288, chiama fin da allora Bertoldo _nunc alme Urbis Sen._ Da ciò io stabilisco questa data senatoria. Ed ormai ai 14 Ott. 1288, in un doc. da Corneto (nel COPPI, _Diss. della Pontif. Acad. Rom._, XV, p. 267) si dice: _Domini Brectuldi et Dom. Riccardi de Militiis Senatoris Urbis._ — Ai 26 Sett. 1288 senatori erano _Ursus de filiis Ursi et Nicolaus de Comite_ (ibid.). [702] Nel Sett. 1290 ei lo era di certo, giusta la lettera del Papa data da Orvieto, ai 27 Sett. 1290: _dilecto fil. nob. vir. Joanni de Columna Senatori Urbis_ (nel CONTATORE, p. 207). Il proemio che dice _dudum tibi scripsimus_, dimostra che Giovanni era senatore da lungo tempo prima. Però al 1 Genn. 1290 facevano da senatori _Nicolaus de Comite_ e _Lucas de Sabello_ (nel COPPI, come sopra). [703] Notizia ne dà il solo _Chron. Parm._ (MUR., IX, 819): _Eo anno_ (1290) _Romani fecerunt D. Jacobum de Columna eor. Dominum et per Romam duxerunt eum super currum more Imperatorum, et vocabant eum Caesarem._ La _Cronica_ scambia Jacopo con Giovanni Colonna. Giovanni fu tenuto in grande onore da Carlo II, che ai 26 Marzo 1294 investì i suoi figli, Agapito, Stefano e Giovanni di feudi nel reame. Diè loro _Manopellum, Toccum, Casale Comitis etc._, e fecelo per l’amicizia in cui teneva il loro padre e il cardinale Jacopo loro zio. Vedine l’istromento dato da Perugia (archiv. Colonna, Armar. I, Fascic. I, n. 5). [704] Docum. tratto dall’arch. di Viterbo, e stampato dall’ORIOLI nel _Giorn. Arcad._, vol. 137, p. 201. I Viterbesi giurano _vassallagium et fidelitatem Senatori Populoque Romano_. [705] Il libello aveva per titolo _Initium malorum_: vedi FRANC. PIPIN., _Chron._, p. 727. [706] Il VITALE nota che, ai 29 Maggio 1291, Giovanni Colonna e Pandolfo compaiono in un istromento da san Lorenzo in Panisperna, ma non ne riporta il documento. Erra quello scrittore allorchè per riguardo a Pandolfo si riferisce agli Statuti dei mercanti: io ve ne trovai registrato il nome per la prima volta solamente ai 12 Giugno 1297. — All’anno 1292 la _Cronica Parmense_ (MUR., IX, 823) dice: _Duo Senatores facti fuerunt Romae, unus quorum fuit D. Stephanus de Columna, et alius quidam nepos D. Mathei Cardinalis_. — Ai 10 Maggio 1292, _Stephanus de Columnensibus, et Matheus D. Raynaldi de filiis Ursi_ sottoscrivono un istromento di pace per Corneto: _Codex Margarita Cornetana_, copia Vat. 7931, p. 174. [707] I sei romani furono: Latino Malabranca Orsini di Ostia, _Matheus Rubeus_ Orsini di S. M. _in Porticu_, Napoleone Orsini di S. Adriano, Jacopo Colonna di S. M. _in Via Lata_, Pietro Colonna di S. Eustachio, Giovanni Boccamazi di Tuscolo. I quattro italiani: Benedetto da Anagni, cardinale di san Martino; Gerardo Bianchi parmense, vescovo della Sabina; Matteo di Aquasparta da Todi, vescovo di Porto; Pietro Peregrossi milanese, cardinale di S. Marco. I due francesi: Ugo di S. Sabina, Giovanni Cholet di S. Cecilia. Di tedeschi nel Collegio cardinalizio non ve n’era pur uno; esso era divenuto privilegio dei romaneschi. [708] Il VITALE, per questa età, manca di ragione critica: unica fonte, e spesso pare un geroglifico, è la _Vita Coelestini V_ scritta in versi da JACOPO STEFANESCHI, figlio di Pietro senatore (MUR., III, 621). Una glossa dell’Autore dichiara che senatore fosse Agapito (p. 621, n. 33). Nel VITALE (che segue il GARAMPI, _Saggi di osserv. sul valore delle antiche monete pontificie_, App. n. 32) per l’anno 1293 figurano come senatori _Matheus Rainaldi_ Orsini e _Riccardus Tebaldi_. Dall’Ott. 1293 in poi furonlo quelli che nel testo nominammo. _Petrus Stefani_ era stato nel 1280 podestà di Firenze, quando il cardinale Latino vi pose pace fra Guelfi e Ghibellini (istromento dei 18 Genn. 1280, nel _Cod. Riccardian._, n. 1878, p. 349). Il suo nome completo è _Petrus Stephani Rainerii_: così egli appella sè stesso da senatore (quando ne tenne l’officio insieme con Odone _de S. Eustachio_) ai 12 Maggio 1294, in un docum., di cui trassi copia nell’arch. di Aspra. È la _reaffidatio_ che abitatori di quel Comune conchiudono coi due senatori. [709] Come la andasse a Roma in quel tempo cel fanno noto gli _Ann. di Colmar: circa pasca_ (1294) _quidam de progenie Ursina in Eccl. B. Petri peregrinos undecim occiderunt_ (_Mon. Germ._, XVII, 221). [710] Con un Diploma dei 31 Luglio 1294, dato da Aquila, Carlo II tolse sotto la sua protezione il _monasterium S. Spiritus de Murrono situm prope Sulmonam_ (_Reg. Caroli II_, 1293, 1294 A. n. 63, fol. 213). [711] _Et vir dei exutam cucullam ad solis radium in aere suspendit, non aliter quam suo imperio_: bella la fantasia del Biografo di quel Santo! (_Max. Bibl. Veterum Patrum_, volume XXV, 760). [712] _nudare caput, genibusque profusi_ _In facies cecidere suas: quibus hic viceversa_ _Procubuit terra._ (_Opus Metricum_, p. 629.) [713] Il PETRARCA narra che tentasse di fuggire (_Vita Solitaria_, II, c. 18); però JACOPO STEFANESCHI dice: _Post morulam Senior: Missis sermonibus, inquit_— — _Papatus accepto gradum._ I legati gli baciarono i calzari, _chiffonibus oscula figunt — villosis_: probabilmente saranno stati della foggia usata dai ciocciari odierni; sandali di pelle d’asino. [714] _Intumidus vilem Murro conscendit asellum,_ _Regum fraena manu dextra laevaque regente_ — (_Opus Metricum._) [715] Carlo partì di Perugia sulla fine del Marzo, e per Aquila andò a Napoli; ai 22 Luglio fu a Sulmona, e dai 28 di quel mese fino ai 6 Ott. dimorò ad Aquila (arch. regio di Napoli, _Reg. Caroli II_, 1294, B. n. 65). [716] Il celebre cardinale morì ai 10 Agosto 1294. La data ne è notata nella _Cronica_ (mscr.) di un Domenicano, che si custodisce nella bibl. Podiana a Perugia. Egli si aveva edificato un bel palagio a Roma, vicino san Michele (_Frisonum_) nel _Porticus_ del Vaticano, ridosso al _Palatiolus_ e ad una vecchia muraglia _qui fuisse dicitur de Palatio Neroniano_. Vedi la Bolla di Onorio IV, a. 1287, nel _Bullar. Vatican._, I, 209, e il frammento del testamento del Cardinale, p. 223. [717] _Fueruntque in sua coronatione plusquam CC millia hominum et ego interfui_: PTOL. LUCENSIS, _Hist. Eccl._, XXIV, c. 29. — CIRILLO, _Annali della città dell’Aquila_, Roma 1570, p. 14. [718] _Multa (fecit) ne dixerim inepta_... JACOPO STEFANESCHI, p. 616; e vedine il giudizio ch’ei ne dà nell’_Opus Metricum_, e l’altro di PTOL. LUC. (c. 33) che fu testimonio di veduta: _Cardinales mordaciter infestant, quod in periculum animae suae Papatum detinebat propter inconvenientiam et mala, quae sequebantur ex suo regimine_. [719] Ai 3 Sett., da Aquila, Carlo annuncia ai Napoletani che per il prossimo mese il Papa sarebbe giunto nella loro città; e vi manda Rostaino Cantelmi e Guido de Alamania acciocchè allestiscano l’occorrente: _Reg. Caroli II_, 1294; B. n. 65, fol. 9. Secondo gli stessi _Regesti_, Carlo partì di Aquila in compagnia del Papa ai 6 Ott., e andò a Sulmona: a Sulmona si fermò fino ai 12; ai 14 fu a Isernia; ai 18, a San Germano; ai 27 trovossi a Capua, ed agli 8 Nov. entrò in Napoli. [720] _Silvester ut ales_ _Cum caput abscondit gallus, lacrimabile visu,_ _Corpore se toto venantibus abdere credens,_ _Decipitur, capiturque manu._ (_Opus Metr._, c. XI.) [721] Ormai agli 11 Nov. 1294 lo appella amico suo fedelissimo: nella lettera da Capua in cui comanda al giudice Jacopo de Avellino di dare ascolto al ricorso sporto dal vicario del cardinale per turbamento di diritti su un bosco di sua proprietà: _venerabilis patris Domini Benedicti dei gr. tituli s. Martini in montibus Pbri Cardinalis, amici nostri carissimi: Reg. Caroli II_, 1294, B n. 65. [722] _Defectus, senium, mores, inculta loquela,_ _Non prudens animus, non mens experta, nec altum_ _Ingenium, trepidare monent in sede periclum._ (_Opus Metr._, c. XV). Eguali ragioni espone Celestino medesimo nella formula dell’abdicazione (RAYNALD, n. XX). [723] «Che fece per viltade il gran rifiuto»: nè è sostenibile l’opinione che DANTE vi intenda parlare di Esaù. Ed il PETRARCA, certamente alludendo a DANTE, dice: _Quod factum solitarii sauctique patris vilitati animi quisquis volet attribuat — ego in primis et sibi utile arbitror et mundo — Papatum vero, quo nihil est altius — quis ulla aetate — tam mirabili et excelso animo contempsit, quam Coelestinus iste?_ (_De vita solitaria_, II, sec. III, c. 18). [724] Una pergamena di Monte Cassino, in data dei 4 Agosto 1012, parla di _Roffredo Consul et Dux Campanie — habitator de civitate Berulana_ (Veroli). È possibile che egli sia stato un antenato della famiglia. Io devo alla liberalità del duca don Michele Gaetani di Sermoneta di avere potuto largamente profittare del ricco archivio della sua famiglia: e ne rilevai che Bonifacio VIII fu il vero fondatore della potenza di casa Gaetani. Il signor Carinci ha ordinato egregiamente quell’archivio: da esso e da altri archivî privati di Roma si trarrebbero le fonti della storia medioevale del Lazio, che assolutamente manca. [725] Gli Statuti di Benevento del 1230 sono sottoscritti dal rettore pontificio _Roffridus Uberti Anagninus_, che forse fu il padre di Bonifacio VIII (BORGIA, _St. di Benev._, II, 409). Nell’anno 1255 in un _Privilegium_ dato da _Johes Compater Ducatus Spoletani rector_ per Gubbio, si sottoscrivono come testimonî _Dno Trasmundo Zanchari, Dno Jacobo Gaitani militib. de anania_ (arch. Gubbio, _Liber Privilegior._, fol.7). Da atti dell’arch. di Todi, si rileva che ivi nel 1283 era podestà il _nobil. et potens miles Loffredus Gayetanus_ (fratello del Papa). Bonifacio era stato educato a Todi e n’era canonico, in quello che Pietro suo zio, figlio di Mattia Gaetano, dopo il 1252 n’era vescovo (_Annal. mscr. di Todi_, vol. V, compilati da LUCALBERTO PETTI, che sul principio del secolo decimosettimo fu benemerito conservatore dell’arch. secreto di quella città: sono custoditi colà, nell’archiv. di san Fortunato). Quegli stessi Annali dichiarano che un Mattia Gaetani di Anagni fu capitano di Manfredi. L’arch. possiede molti Brevi e Bolle di Bonifacio VIII che serbò grato animo alla città. [726] _Propter hanc causam factus est fastuosus et arrogans, ac omnium contemtivus_: così il contemporaneo PTOL. LUCENSIS, XXIV, c. 36. — JACOPO STEFANESCHI lo chiama _pastor conscius aevi_, e dice: _qui saecula, mores,_ _Pontifices, clerum, reges, proceresque, ducesque_ _Et Gallos, Anglosque procul, fraudesque, minasque,_ _Terrarumque plagas orbemque reviderat omnem._ [727] Dai _Reg. Caroli II_, 1294, C. 65, si deduce che il Re partì di Napoli ai 4 di Gennaio: ai 16 fu a San Germano; dai 22 di Gennaio ai 24 di Maggio segnò suoi atti da Roma. [728] Lettera notevole e finora ignota, scritta da Carlo a Rostaino Cantelmi, capitano di Napoli, _dat. 7 Jan. 1295 apud Turrim S. Herasmi prope Capuam... Nostre nuper auditui majestatis innotuit quod pridie in civitate nostra Neapolis stolidi cujusdam rumoris vulgaris — stultiloquium insurrexit, quod — Dn. Bonifacius div. prov. S. Pont. diem repente finiverat fatalitatis extremum, et quod ex hoc generalis in populo letitia creverat et exultatio insolenter jocunda psallebat..._ E comanda che i colpevoli siano puniti, poichè altrimenti gliene avrebbe potuto derivare danno e vergogna (arch. regio di Napoli, _Reg. Caroli II_, 1294, C. 65, fol. 159). [729] JACOPO STEFANESCHI, p. 644. Il _Chron. Parmense_ (ed. Barbieri, Parma 1858, p. 93) tiene nota ad a. 1295 del senato di _Hugolinus Rubeus_. Prima di lui senatore era stato _Thomas de S. Severino Comes Marsici, a. 1294_ (PAPENCORDT, p. 327, dalla _Margarita Cornetana_). — _Populus — dispositionem regiminis — Urbis ad vitam nostram nobis hactenus unanimi voluntate commisit_: così dice Bonifacio medesimo in un Breve dell’anno 1297 (THEINER, I, n. 516). [730] _Praefectusque urbis, magnum sine viribus nomen_, sclama JACOPO STEFANESCHI, che ha descritto in un poema la coronazione di Bonifacio VIII. Allora era prefetto Pietro di Vico; del senatore non si fa nota, perchè l’officio ancora vacava. [731] _Tunc lora tenebant_ — _Rex Siculus, Carolusque puer_— — — _Jure tamen: nam sceptra tenet vassallus ab ipso_ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Reticere juvat velamina muri_ _Et vestes, mensaeque situs, fulgentia Bacchi_ _Pocula, gemmatos calices, et fercula; quonam_ _Ordine servitum est; quemnam diademata Reges_ _Cum ferrent gessere modum._ — Se avessero visto queste pompe san Bernardo e san Francesco avrebbero sclamato: _in his successisti non S. Petro, sed Constantino_! [732] Ai 16 Maggio 1295, da Roma, scrive Carlo II al L’Estendard di aver mandato Radolfo patriarca di Gerusalemme, frate Guglielmo di Villaret e il cavaliere Luigi _de Moheriis pro conducendo fratre Petro de Murono a Vestis usque Capuam_: e gli comanda di recarvisi in persona, per condurre il fuggitivo a Capua (_Reg. Caroli II_, 1294, C. 65, Fol. 264). JACOPO STEFANESCHI parla di un _Regis sonorum edictum_, che parrebbe essere stato una specie di requisitoria. [733] Stando a PIETRO DE ALIACO (nel RAYNALD, ad a. 1295, n. XI ecc.) ei fu chiuso in un carcere angustissimo, _ut vir sanctus ubi habebat pedes, dum missam celebravit, ibi caput reclinaret dum dormiendo quiesceret_. Celestino V, morto ai 19 Maggio 1296, fu canonizzato nell’anno 1313 (DI PIETRO, _Memorie di Sulmona_, p. 198). [734] Presenti furono Giovanni da Procida e il Loria che avevano accompagnato Costanza a Roma; e a Roma Giovanni sparve. Di passaggio tengo qui nota del suo albero genealogico ricavato da un documento dei 23 Giugno 1314, compilato a Salerno, che riguarda una permuta di beni fra la Santa Maria in Ilice e Tomaso da Procida figlio di Giovanni. Vi è fatta menzione dei suoi antenati di antico sangue longobardo, e vi è detto: _Nob. vir D. Thomas de procida miles dom. Insule Procide, qui fuit filius Petri, filii Johis, filii Adenulfi, filii Petri, filii Aczonis Comitis_ (arch. Ludovisi Boncompagni di Roma, pergam. della rubrica _S. Maria in Elce_). [735] Solamente nell’anno 1298 Carlo II trovò che era cosa vituperevole far languire di fame i figli di Manfredi (_si ob alimentorum defectum — fame peribunt_: DEL GIUDICE, _Cod. Dipl._, I, p. 127). Allora, nel 1299, comandò che fossero loro levate le catene, che si vestissero e conducessero a Napoli (AMARI, _Vespro_, Doc. XXIX, XXX). Però furono destinati a nuova prigionia nel castel dell’Uovo: Federico ed Enzo morirono per primi; Enrico passò di vita che aveva quarantasette anni, nel 1309. Per lo contrario il Loria, dopo la sua vittoria navale di Napoli, aveva liberato Beatrice figlia di Manfredi: ed ella sposò Manfredi marchese di Saluzzo. [736] Il SURITA dimostra errare coloro i quali affermano che Costanza morisse in Roma (_Anales de Aragon_, V, c. 28). — Si ricordi il bel passo di DANTE, là dove l’ombra di Manfredi gli dice: Vadi a mia bella figlia, genitrice Dell’onor di Cicilia e di Aragona, (_Purgatorio_, c. III, v. 115, 116). [737] RAYNALD, ad a. 1297, n. 2 sgg. In un _Privilegium_ per Corneto, dei 24 Luglio 1298, _datum in Portu Corneti_, Jacopo stesso si appellò _S. R. E. Vexillarius, Amiratus et Capitaneus Generalis_. L’originale se ne trova nell’arch. secreto di Corneto, Casset. A, n. 5; una copia nella bibl. del conte Falzacappa di Corneto. [738] Addì 21 Gennaio 1295 Terracina nominò Bonifacio per suo podestà a vita (CONTATORE, p. 209). Orvieto, ai 7 Ottobre 1287, fece lo stesso, eleggendolo per sei mesi (THEINER, I, n. 509); Toscania, ai 6 Luglio 1297, a vita (n. 517); Todi, addì 31 Genn. 1297, per sei mesi (PETTI, _Annali_, V, p. 110); Velletri, ai 3 Ott. 1299, per sei mesi (n. 535); Corneto, addì 27 Febb. 1302, a vita (n. 544). Ed a Corneto trovasi un reggimento popolare, composto del _Rector Societatis Laboratorum_, del _consul mercatorum, del Rector societ. Calzorarorum_... in generale dei _rectores artium et societatum_. [739] Fu posto in officio a Roma, addì 13 Marzo 1297: THEINER, I, n. 516. Ai 12 Giugno 1297 confermò gli Statuti dei mercanti. Questo fu il suo ultimo senato; morì nel 1306, ed è sepolto in Araceli. Prima di lui, nel 1296, erano stati senatori Pietro di Stefano e Andrea Romano di Trastevere (Vitale, p. 204). Vedi di loro la iscrizione esistente in Campidoglio (nel FORCELLA, I, 25). [740] Pergamena nell’arch. Colonna (Privilegi, VI, A. n. 7) _Actum Rome presentib. viris nob. Petro Ruffo de Calabria Catanzarii, Ermingario de Sabrano Ariani, et Riccardo Fundorum Comitibus, Guillielmo Estandardo Regni Sicilie marescalco... A. D. 1295 die XX m. Febr. Ind. VIII Regnor. nror. a. XI feliciter Amen. Considerantes igitur grandia, grata, diuturna et accepta servitia, quae sanctiss. in Xpo patre et clem. Dom. nr. D. Bonifacius... ab olim dum in minori statu consisteret clare mem. Domino patri nostro et nobis... exhibuit, ac paterna beneficia, que post apicem apostolatus assumptum-exibet... Roffridum Gaetanum militem fratrem ipsius in omrificentiam decoremque perpetuum domus et generis domini nostri prefati dignitate Comitatus Caserte... providemus illustrandum._ — Caduto Corradino, ed insieme cogli Hohenstaufen caduta la famiglia antica di Riccardo di Caserta e di Corrado suo figlio, fu ad essa confiscata per fellonia la bella contea. Documento che andò perduto, ed era raccolto nel _Liber Donat. Caroli I_, A. 1269: trovasi registrato dal MINIERI RICCI nelle sue _Brevi notizie intorno all’arch. Angioino di Napoli_ (1862), p. 105. [741] =Loffredus Gaetani=, cavaliere di Anagni. | | =Benedictus=, papa Bonifacio VIII. | | =Loffredus=, primo conte di Caserta (1295). | | =Franciscus=, cardinale di S. M. in Cosmedin. | | =Petrus=, conte di Caserta, signore di Sermoneta, Norma, Ninfa, signore della torre «delle Milizie» nella Città ecc. | | =Franciscus=, cherico. | | =Loffredus=, primo conte di Fundi (1299), | sposato con Margherita Aldobrandini; | indi in seconde nozze con Giovanna figlia | di Riccardo di Aquila, | erede di Fundi e di Traetto. | | =Benedictus=, conte palatino. (Dall’arch. della famiglia Gaetani). [742] =Oddo Colonna= † intorno al 1257. | | =Jacobus=, card. (1278); testa ad Avignone (1318). | | =Johannes=, senatore † 1292. | | | | =Petrus=, card. (1288). | | | | =Agapitus=, † prima del 1318. | | | | =Stephanus=, conte di Romagna, senatore, (1292). | | | | =Jacobus=, chiamato Sciarra. | | | | =Johannes= de S. Vito. | | | | =Oddo=. | | =Oddo=. | | | | =Jordanus=. | | =Matheus=, _praepositus ecclesiae de S. Audomaro_. | | =Landulphus=. | | =Beata Margarita=, monaca (1277) † 1284. Il padre del cardinale Jacopo viene chiamato espressamente con nome di Odone nella Bolla dei 10 Maggio 1297; e questo riesce sorprendente poichè nel contratto dei 28 Aprile 1292 (PETRINI, p. 418) è appellato Giordano. Nell’archiv. Colonna (scaff. XVII, n. 8) vid’io quel contratto, ed anche là il nome è Giordano. Però io m’attengo alla Bolla autentica del Pontefice. [743] Il Tosti, _Storia di Bonif. VIII_, I, 200, crede che Jacopo fosse dalla parte del torto in questa lite: deciderne è impossibile perchè non conosciamo gli atti del processo. [744] Bolla nel RAYNALD, n. 27: _Praeteritorum temporum nefandis Columnensium actibus... Columnensium domus exasperans, amara domesticis, molesta vicinis, Romanorum reipublicae impugnatrix, S. R. E. rebellis, Urbis et patriae perturbatrix..._ documento di dettatura chiara e bella. — Mi passo di dire su quello che scrivono il VILLANI ed altri intorno alla causa della contesa. Non credo che Stefano derubasse il tesoro pontificio, perciocchè il Papa ne taccia. Il PETRINI (_Mem. Prenestine_) ha composto queste storie traendole da documenti, ma sventuratamente gli archiv. Gaetani e Colonna non possiedono alcun documento che abbia speciale importanza intorno a quella età. Quanto a me non potrò mai sdebitarmi abbastanza della gratitudine che professo al venerando don Vincenzo Colonna, che da anni mi tiene aperto il celebre archivio della sua famiglia, per lunghissimo tempo a tutti celato. [745] Il Tosti registra alcune di queste satire. [746] _L’Histoire du Different d’entre le Pape Bonif. VIII et Philippe le Bel, Preuves_, p. 34 sq.: _Respondemus — quod vos non credimus legitimum Papam esse — — — quod in renuntiatione ipsius (Coelestini) multae fraudes et doli, conditiones et intendimenta et machinamenta intromisse multipliciter... Propter quod petimus instanter et humiliter generale concilium congregari._ — I cardinali mandarono il loro goffo manifesto anche a Parigi, dove si aveva di già discusso acremente sull’abdicazione di Celestino. [747] Bolla _Lapis abscissus de monte sine manibus_: nel RAYNALD, n. 35. [748] BZOVIUS, _Annal._, ad a. 1297, n. IX. — Tosti, I, 215. — La Costituzione _Felicis recordationis_ è nella VI _Decretal._, libro V, tit. 9, c. 5. — Innocenzo IV, da Lione, aveva dato al cardinali il cappello rosso. [749] Lettera del Papa a Landolfo, da Orvieto, ai 4 Sett. 1297 (PETRINI, p. 419). [750] Lettera del Papa a Pandolfo, da Orvieto, ai 29 Settembre 1297: ibid. [751] La Bolla di scomunica, data da Roma, ai 18 Nov. 1297, è registrata nel RAYNALD, n. 41. La Bolla della crociata è raccolta nel PETRINI, p. 421. [752] L’Inquisitore n’ebbe gran faccenda per le mani. Nell’arch. Gaetani, XXXVII, n. 31, si conserva un istromento nel quale Alamannus de Balneoregio dell’ordine dei Minori, giudice degli eretici di Roma, agli 8 Sett. 1297, condannò alcuni cittadini come _adjutores et fautores scysmaticorum et rebellium Columpnensium_; e furono proscritti: _Exbandimus et exponimus Christi fidelibus capiendos_. L’inquisitore Simone _de Tarquinio_ vendette per mille fiorini d’oro a Pietro Gaetani le case di uno di quei condannati poste presso la torre «delle Milizie» (ai 13 Aprile 1301, ibid., n. 31). [753] Nell’antica famiglia dei Ceccano s’erano riuniti gli Anibaldi loro congiunti. Trovo nell’archivio Colonna che ultimo di quei vecchi conti fu Giovanni, figlio di Landolfo, ai 26 Marzo 1286. Indi nel 1291 subentrò _Anibaldus de Ceccano_, padre di Giovanni e stipite della seconda famiglia dei conti di Ceccano, che fu potente anche a Terracina e nella Maritima. [754] Nell’editto che pronunciò il tribunale degli eretici agli 8 Sett 1297, fra i condannati si trova un Mario _magister lignaminis_ che in servizio dei Colonna aveva fabbricato macchine a Nepi _ad exercitum Ecclesie per edificia impugnandum et ad machinas_... [755] Arch. Gaetani (XIII, n. 79), quaderno in pergamena, _Registr. Allibrati civitates Nepesine, A. 1293 temp. potestarie magn. vir. D. Pandulphi de Sabello Romanor. Procon._ Il parlamento di Nepi delibera _quod Dominium dicte civitatis alicui potenti vendatur — qui bona stabilia per eum empta singulis venditorib. in feudum concedat_. Ai 3 Ott. 1293 il cardinale Pietro Colonna compera Nepi per 25000 fiorini (80000 talleri). Il _Syndicus_ fa tradizione della città a Stefano Colonna, _procurator_ del cardinale _per vexillum et sigillum communis, per claves portarum et ipsas portas_; indi giura _vassallagium, homagium et fidelitatem_. In questo modo comuni liberi diventavano vassalli di baroni. — Un altro istromento compilato a Roma, ai 6 Agosto 1293, contiene un’alleanza fra i Colonna, Pietro e Manfredi di Vico e gli Anguillara, assistendovi il cardinal Benedetto (Bonifacio VIII). — In un terzo contratto dato da Roma nel palazzo di _Florentius Capocci_, del 13 Agosto 1293, Pietro cardinale vende metà di Nepi ai fratelli della casa Vico, ma si pattuisce che il cardinale debba conservarne il possesso finchè gli si abbia pagato il prezzo. — Noto che a Nepi v’erano un _consilium speciale et generale e Castaldiones_, capi della republica, che convocavano il parlamento. [756] PTOL. LUCENS., _Hist. Eccl._, p. 1219. — Stando a un documento raccolto nella _Histoire de Different._, p. 278, Sciarra nel 1297 cedette Nepi alla città di Roma; e questa, morto Benedetto XI, nell’anno 1305 ne chiese la consegna a _Ponzellus Orsini_ a’ termini del contratto. [757] Addì 9 Febb. 1298 il Papa richiese Rieti di aiuto _ad expugnationem castri Columpne_: Breve nell’arch. Gaetani, XXVI, n. 56, — _Oppidum Columna diu obsessum — subversum_: RICOBALDO, _Hist. Imp._, p. 144. [758] «Lunga promessa con l’attender corto», parole notissime di DANTE (_Inferno_, c. XXVII, v. 110), che furono forse la maggior origine del racconto. Vedi anche FR. PIPIN., _Chron._, p. 741. Il Tosti nega recisamente la cosa. [759] I Gaetani profittarono tosto a Rieti di queste circostanze di cose. Giusta una pergamena esistente nell’arch. Colonna (scaff. XVII, n. 12), addì 19 Sett. 1298, Agapito figlio di Giovanni Colonna cedette a _Petrus Gaytanus_ conte di Caserta, _titulo donationis_, tutti i suoi diritti su Ninfa. _Actum Reate praesentib. D. Rogerio Bussa, D. Johe de Sermineto, D. Giffredo Bussa_ (il quale più tardi tradì il Papa) _civib. Anagninis_. [760] Vedi il frammento del reclamo che, morto il Papa, i Colonna indirissero al Senato (Petrini, p. 429): _Palatium autem Caesaris edificatum ad modum unius C propter primam litteram nominis sui, et Templum palacio inherens opere sumptuosissimo et nobilissimo edificatum ad modum S. M. Rotunde de Urbe. — Muri antiquissimi opere Saracenico_ (vecchio edificio ciclopico a contrapposto delle costruzioni romane di mattoni). [761] _Ipsamque aratro subjici ad veteris instar Carthaginis Africanae, ac salem in ea etiam fecimus — seminari, ut nec rem, nec nomen, aut titulum habeat civitatis_: Bolla, da Anagni, ai 13 Giugno 1299; RAYNALD, n. VI; PETRINI, pagine 426, 428. [762] PETRINI. Fino a questo tempo, vescovo di Palestrina era stato il cardinale Beaulieu: lui morto nell’Agosto 1297, Bonifacio non gli aveva eletto alcun successore; e questo dimostra che fin da allora aveva stabilito il suo piano di vendetta. [763] Ai Podestà dei Comuni nel _Patrimonium Petri_ è concesso il _merum et mixtum imperium_, e si guarentisce protezione di parecchie maniere contro gli officiali pontificî: Bolla _Licet merum_, dei 20 Genn. 1299, arch. secr. di Corneto, Cassett. A, n. 6. — A difesa della marca di Ancona furono promulgati, ai 7 Sett. 1303, degli Statuti (THEINER, I, n. 571), e questi furono uno degli ultimi atti del Papa. Più tardi, ai 15 Genn. 1304, il bellissimo Editto fu abrogato da Benedetto XI (ibid., n. 577). — Bonifacio, a richiesta di Todi, sottrasse questa città al tribunale del Rettore del _Patrimonium_. Egli soppresse soltanto le confederazioni delle città: così la lega antica fra Perugia, Todi, Spoleto e Narni (Bolla dei 13 Dic. 1300, nell’arch. di san Fortunato di Todi). [764] BENVENUTO DA IMOLA, SANT’ANTONINO (III, 248), il VILLANI, BONINCONTRIUS, la _Cronica di Este_ (MUR., XV, 344) accusano addiritura il Papa di spergiuro. Il TOSTI imprese a spurgarnelo di questa taccia, ma non riuscì a darne dimostrazione. [765] Bolla _ad succidendos_, L, VI, _Decretal._, V, tit. III. [766] Vedi le satire XVII e XIX nella ediz. veneziana delle sue poesie. Jacopone coi Colonna ottenne l’assoluzione soltanto da Benedetto XI. Indi visse presso a Todi, dove in san Fortunato il suo epitaffio dice: _Ossa Beati Jacoponis de Benedictis, Tudertini, Fr. ordinis Minorum, qui stultus propter Christum, nova mundum arte delusit et coelum rapuit_. Però l’iscrizione data soltanto dall’anno 1596. [767] PETRARCHA, _De reb. famil._, II, Ep. 3, p. 592. Vedi anche il DE SADE, _Mémoires pour la vie de Petrarche_, I, 100. [768] Bolla _Antiquorum habet fida relatio_ (RAYNALD, A. 1300, n. IV). Clemente VI ordinò che il Giubileo si celebrasse ad ogni cinquant’anni; Gregorio XI accorciò il termine a trentatre; Paolo II a venticinque. Bolla _Nuper per alias_, da Roma, al 1 Marzo 1300 (Tosti, II, 283). [769] Il maggior numero di pellegrini vennero di Francia: Inghilterra, causa le guerre, ne diede pochi. Vedasi JACOPO STEFANESCHI, _De centesimo seu jubilaeo anno Liber_ (_Bibl. Max. Vet. Patr._, XXV, 936, 944). [770] _Annales Veteres Mutinensium_, p. 75. [771] VILLANI, VIII, c. 36. _Annales Colon. Majores_, p. 225. _Chron. Parmense_ (Parma 1858), p. 109: _Et singulis diebus videbatur quod iret unus exercitus generalis omnibus horis per stratam Claudiam intus et extra_. Il _Cronista d’Asti_ numera due milioni di pellegrini per tutto quell’anno. [772] _Chron. Astense_ del VENTURA (MUR., XI, 191). Se egli trovava che fosse troppo caro lo spendere per alloggio e per scuderia _tornesium unum grossum_ (che corrisponde a un terzo di franco) ei si può vedere quanto poco allora il vivere costasse. Dalla mancanza di fieno conchiude il Tosti, ma a torto, che la Campagna a quel tempo rendesse più grano che oggidì. Ancora adesso ha molti pascoli per greggi, ma fieno ne produce poco. [773] La barbarica scrittura di JACOPO STEFANESCHI dice: _Appositura facta in moenibus alta, qua peregrinantibus compendiosior pateret via inter monumentum Romuli ac vetustum portum._ Io leggo _vetustum pontem_, e per esso intendo gli avanzi del ponte di Nerone. Si forò presso il fiume il muro di fianco del castello, che aveva soltanto una porta. [774] Vi si riferisce DANTE là dove dice (_Inferno_, c. XVIII, v. 28-33): Come i Roman, per l’esercito molto, L’anno del Giubbileo su per lo ponte Hanno a passar la gente modo tolto: Che dall’un lato tutti hanno la fronte Verso ’l castello e vanno a santo Pietro, Dall’altra sponda vanno verso ’l Monte. Il «Monte» non può essere altro che Monte Giordano, ed io dirò più sotto che esso formava un quartiere circondato di mura a mo’ di castello. [775] _Die ac nocte duo Clerici stabant ad altare S. Pauli tenentes in eorum manibus rastellos rastellantes pecuniam infinitam._ [776] _Et quia multi contradicentes dictae indulgentiae dicentes ipsam factam fuisse acaptatoriam denariorum, ideo contradicentes excommunicavit: Chron._ abbreviata JOHIS DE CORNAZANO, nell’antedetta edizione delle _Croniche Parmensi_, p. 361. La stessa accusa ripete CHARLES CHAIS, _Lettres historiques et dogmatiques sur les Jubilées_ (La Haye 1751), scrittura leggiera di tempo di Voltaire. [777] PTOL. LUCENSIS, _Hist. Eccl._, p. 1220, dice: _singulis diebus ascendebat oblatio ad 1000 libras Perusinorum_. [778] _Mille trecentenis Domini currentibus annis_ _Papa Bonifacius octavus in orbe vigebat_ _Tunc Aniballensis Riccardus de Coliseo_ _Nec non Gentilis Ursina prole creatus_ _Ambo Senatores Romam cum pace regebant — _ — — — — — — _tu Toscanella fuisti_ _Ob dirum dampnata nefas, tibi demta potestas_ _Sumendi regimen est, at data juribus Urbis._ La città fu obligata a pagare un tributo di duemila rubbie di grano che corrispondono a mille libbre: e dovette mandare a Roma la sua campana e le imposte delle sue porte. _Octo ludentes Romanis mictere ludis._ La iscrizione trovasi oggidì nel palazzo dei Conservatori infissa nel muro, a capo della scala interna. [779] VILLANI, VIII, c. 36. [780] La Bolla è nel RAYNALD, n. IX. [781] I due Diplomi, da Anagni, ai 3 Settembre, a. VII, nel THEINER, I, n. 553, 554. [782] _Nonne possum Imperii jura tutari? Ego sum Imperator!_ FRANC. PIPIN., _Chron._, p. 739. [783] Mi riferisco al VILLANI ed alle Biografie di Dante, delle quali è eccellente quella di CESARE BALBO adatta ad ogni specie di lettori. [784] «In guisa che nel poema dantesco l’Ettore trascinato più volte intorno alle trojane mura pare sia appunto Bonifacio»: imagine calzante che io traggo dall’argutissimo don LUIGI TOSTI (II, 103). E lo faccio per rendere omaggio al suo ingegno, sebbene le sue opinioni su Bonifacio VIII sieno differenti dalle mie. [785] La enciclica ed il sillabo publicati agli 8 Dicembre 1864 ci hanno fatto risovvenire de’ tempi di Bonifacio VIII. [786] La Bolla _Ausculta, fili_ è nel DUPUY, _Hist. du Differ._, n. 48: quella al clero vi è registrata al n. 53. Nei _Regesti_ di Bonifacio VIII i documenti sono mutilati, poichè più tardi Filippo costrinse Clemente V a cancellare tutti i passi che erano avversi a lui: prova eloquentissima della schiavitù cui egli ebbe ridotto il Papato. [787] Il FLATHE, _St. dei precursori della Riforma_, Lipsia 1835, II, 27, tratteggia assai bene le attenenze di Bonifacio VIII con Francia. [788] _Subesse Rom. Pontifici omnem humanam creaturam declaramus, dicimus, et diffinimus omnino esse de necessitate salutis_: ultimo periodo della Bolla dei 18 Nov. 1302 (RAYNALD, n. 13). Eccone alcuni altri passi: _Oportet autem gladium esse sub gladio, et temporalem auctoritatem spirituali subjici potestati. — Spiritualis potestas terrenam potestatem instituere habet et judicare, si bona non fuerit_. — Queste dottrine, che non erano nuove, pronunciò Bonifacio fino dal 1300 nella sua lettera al Duca di Sassonia: _Apostolica sedes divinitus constituta super Reges et Regna — cui omnis anima quasi sublimiori preminencie debet esse subjecta, per quam principes imperant_. — (THEINER, I, p. 547). [789] Queste accuse si ripeterono anche nell’inquisizione dell’anno 1311. Oltre ad eresia, a tirannide ed a scostumatezza, il Papa fu tacciato eziandio di commercio col diavolo. I cardinali Colonna credevano che ei tenesse chiuso uno spiritello in un anello che aveva appartenuto a re Manfredi. Vedansene le requisitorie nelle _Preuves de l’histoire du Different_ etc., e il documento nell’HÖFLER, _Guardo retrospettivo su Bonifacio VIII_, p. 32. [790] _Misericordiam humiliter implorasti_: THEINER, I, n. 567. [791] Crede l’OLENSCHLAGER che questi documenti non abbiano potuto essere scritti da Tedeschi, poichè contengono dottrine troppo enormi (_Storia polit. commentata dell’Impero rom._, Francof. 1775, p. 12). Ecco la professione di fede dell’Imperatore: _recognoscens — quod Rom Imp. per Sed. Ap. de Grecis translatum est in persona magnif. Caroli in Germanos, et quod jus eligendi Rom. regem, in Imp. postmodum promovendum, certis principib. ecclesiasticis et secularib. est ab eadem sede concessum, a qua reges et imperatores, qui fuerunt et erunt pro tempore, recipiunt temporalis gladii potestatem ad vindictam malefactorum, laudem vero bonorum — profiteor..._ Vi tien dietro il formale giuramento feudale _non ero in consilio etc_. (_Mon. Germ._, IV, 483; THEINER, I, n. 570. — Al n. 569 si contiene il _Privilegium Alberti regis R. de tuendis regalib. B. Petri_, che manca nel _Monum. Germ._). [792] Ancora ai 29 Ott. 1312, da Parigi, Rainaldo di Supino fa quietanza di diecimila fiorini _de auxilio quod fecit pro executione captionis Bonifacii_ (_Preuves_, p. 608-611). [793] FERRETUS VICENTINUS, _Hist._, p. 996, rimprovera il Papa perciocchè violentemente si facesse vendere Anagni per darlo poi ai suoi nipoti. Però io lessi gran copia di documenti, i quali provano che sono stati i Gaetani a comperare le possessioni di Anagni. L’arch. di quella famiglia mi fe’ capace che la caduta di Bonifacio avvenne esclusivamente per opera dei baroni della Campagna. [794] _Nimphas et Normias_: Vol. II, pag. 296 di questa Istoria. [795] Furono _Anibaldus et Johes filii quond. Petri Transmundi de Anibaldis de Urbe._ Ai 7 Ott. 1299 il Papa confermò, da Anagni, la vendita (arch. Gaetani, VI, n. 20). Gli altri Anibaldi, _Riccardus de Militiis_ e suoi parenti vi diedero la ratifica ai 17 Dic. 1297 da Roma (ibid., XXXI, n. 30). [796] Arch. Gaetani, XLIV, n. 40: _Johes fil. quond. Jordani de Normis... vendidit — D. Benedicto — Cardinali... tres partes Rocce et totius Castri de Normis_. [797] Ancora nell’inquisizione di Avignone, dove gli accusatori regi rimproverarono al morto Papa di avere discacciato i baroni del Lazio dai loro possedimenti, fu detto: _Castrum tamen Nymphae, quod ditissimum castrum est et uberrimum in redditibus, quod ad jus D. Petri de Columpna pertinet — violenter — usque hodie contra Deum et justitiam detinetur per nepotes ipsius_ (_Hist. du Diff._, 343). [798] Lo provano documenti moltissimi dell’arch. Colonna, dove passarono pergamene in buon numero della famiglia Gaetani. [799] Docum. degli 11 Febb. 1298 (arch. Gaetani, XXV, 35): _actum in territorio Nimphe in loco ubi dicitur Foliano... usque ad centum millia intus mare_... La formula di tradizione del possesso fu: _ambulando, eundo et calcando pedibus_; ed al procuratore del barone furono posti in mano terra, rami d’albero, foglie, acqua dolce ed acqua di mare. — Il prezzo fu pagato in moneta contante. In un docum. degli 8 Sett. 1298 (ibid., XXVIII, 36), il _Syndicus_ di Ninfa fa quietanza di 200,000 fiorini pagatigli in denaro contante _sibi integre solutum et numeratum: actum in Palatio quondam Communis_; e ciò significa che Ninfa non era più Comune libero. Ho già notato che ai 19 Sett. 1298, da Rieti, Agapito Colonna cedette i suoi diritti su Ninfa. [800] _Non transferatis aliquo alienationis genere — in Jacobum de Columpna vel Petrum nepotem ejus olim S. R. E. Cardinales nunc depositos, vel filios quond. Johis de Columpna_: tratto caratteristico dell’odio di Bonifacio. — Bolla originale, data da Anagni, ai 2 Ott. 1300, sottoscritta da quattordici cardinali (archiv. Gaetani, e dal Reg. del Papa nel THEINER, I, n. 550). Dipoi i cardinali Matteo Orsini e Francesco Orsini posero il conte Pietro in possesso di Ninfa, ed egli in cambio cedette alla Chiesa alcuni palazzi in Orvieto (Laterano, 10 Ott 1300; arch. Gaetani, XXV, 39). [801] _Vita Innoc III_, p. 489: _Roccam Cicergii redemit a Rolando Guidoni de Leculo, cui Oddo et Robertus Frajapanis in feudum concesserunt_. — Ai 3 Maggio 1259 _Petrus Fernandi_ mastro dei Templarî in Italia, per mandato del _Magister generalis Thomas Berardi_, permutò il _locum Sci Felicis in monte Circego ad dictum ordinem pleno jure spectantem_, consentendovi il convento dell’ordine di _S. Maria de Aventino in urbe_: e lo diede a Giordano vicecancelliere della Chiesa, avendone in cambio il casale Piliocta (detto oggi Cicchignola lungo la via Ardeatina: NERINI, p. 229). Il docum. è aggiunto alla Bolla che Alessandro IV ne promulgò a conferma, da Anagni, ai 29 di Ottobre dell’anno 1259; ed è indiritto a Giordano, quello stesso che in Astura aveva chiesto che gli si consegnasse Corradino (arch. Gaetani, XXXVIII, 39). — L’atto dei 23 Nov. 1301, compilato in Laterano, ibid., XLVIII, 76. — Ai 28 Genn. 1302, il Papa conferma la comprita (THEINER, I, n. 5591). [802] Carpineto: Bolla del Papa, da Trevi, ai 4 Sett. 1299 (arch. Gaetani, CXVII, 15). — Trevi, cui erano aggiunte altre castella (ibid., XLIII, 24; XLV, 35). — Sculcola (ibid., XLVII, 16) e l’atto di vassallaggio del castello (4 Maggio 1300, ibid., XLVII, 14). Il popolo di Sculcola fa riserva delle sue consuetudini, «come al tempo di Corrado». — Ai 27 Febb. 1300 Pietro acquistò da parecchie monache del convento di santa Maria de Viano, eredi di Galvano e di Corrado, i loro diritti su Sculcola (arch. Colonna, XIII, scaff. V, n 3). [803] Bolla _Circumspecta sedis, dat. Lateran., IV Id. Febr. a. IX_ (arch. Gaetani, XXXVI, n. 43). _Cum itaque tu post inhibitiones hujusmodi in eisdem Campaniae ac Maritime partibus Castra Trebarum, Fellectini et Vallispetre, Gabiniani, Sculcule, Turris, Tribiliani, Pofarum, Carpini, Falvaterre, Collismedii, Carpineti, Sermineti, Bassani, S. Donati, Normarum, Nimphe, Sce Felicis et Asture... ac alia quamplurima bona, possessiones, dominia... in nonnullis civitatibus... de nostra conscientia acquisivisse noscaris._ — L’istromento di divisione dei beni famigliari di casa Gaetani (dei 24 Nov. 1317, in Anagni) fra Loffredo di Fundi, Benedetto e Francesco figli di Pietro, specifica ancora delle altre castella (ibid., XXXII, 24). [804] Il Papa tolse a Margherita tutti i feudi ecclesiastici; ed allora il convento _ad Aquas Salvias_ investì Benedetto conte palatino terzo figliuolo di Pietro, di parecchi beni alla donna prima infeudati, che furono Ansidonia, Porto d’Ercole, Monte Argentaro, Orbitello e Giglio: il censo annuo si stabilì in sole quindici libbre di provisini (archiv. Gaetani, XLVII, 39; dei 12 Marzo 1303). Un solo convento prossimo a Roma possedeva tutte quelle città di Toscana, isole e porti, e pretendeva di averli avuti in donazione da Carlo magno. — Fundi venne in mano di Loffredo Gaetani nell’Ott. 1299 (arch. Gaetani, XXXIX, 39). — Ai 3 Ott. 1298, da Rieti, Bonifacio VIII ordinò al vescovo della Sabina di sciogliere il matrimonio fra Loffredo e Margherita, la quale viveva in bigamia (ibid. XXVII, 2). Chi ponga mente a questi documenti ne rileverà quanta finezza di politica famigliare abbia avuto Bonifacio. [805] I capi dei congiurati furono Rainaldo di Supino, Tommaso di Morolo, Pietro Colonna di Olevano e di Genazzano, Goffredo di Ceccano, Massimo di Trevi, Giordano e i suoi figli Galvano e Pietro di Sculcola, un Giovanni Conti: e Clemente V nell’anno 1312 gli assolse tutti, chiamandoli fedeli di re Filippo e diletti figli suoi. I nomi se ne leggono negli atti dell’inquisizione, nella Bolla _Flagitiosum_ di Benedetto XI e in quella di Clemente V dei 20 Aprile 1312, data da Vienne: ed eziandio nel documento tratto dagli Statuti di Anagni e registrato da JOH. RUBEUS, _Bonif. VIII_, Roma 1651, p. 338. [806] Bonifacio VIII aveva eletto a vescovi e ad arcivescovi venti Anagnesi, amici e congiunti suoi: SANT’ANTONINO, III, 259. [807] Nell’anno 1263 Urbano IV chiama _Mathias de Anagnia_ con nome di _nepos felicis mem. C(oelestini) pape predecessoris nostri_ (THEINER, I, 285): dei suoi figli si parla ivi, n. 585. — Innocenzo IV, mentre trattava con Manfredi, abitava ad Anagni _in palatio Domini Mathiae_ (NICOL. DE CURBIO). Matteo era imparentato coi Conti, ma apparteneva alla casa _de Papa_. In un docum. dei 30 Marzo 1300 vien detto: _Nobiles viros Adinulphum et Nicolaum filios quond. Domini Mathie de Papa cives Anagninus_ (DE MAGISTRIS, _Storia di Anagni_, p. 148). — Bonifacio VIII, ancora quand’era cardinale, aveva comperato dalla famiglia Bussa i diritti che questa possedeva sopra _Castrum Silvamolle_ (arch. Gaetani). [808] FERRETUS VICENTINUS (p. 1002) rappresenta questo cardinale come il vero traditore del Papa. [809] Vedi il docum. pontificio _Super Petri solio_, che dovevasi leggere agli 8 di Settembre: _Histoire du Diff._, p. 181. [810] Vedi la relazione officiale del Nogaret, dei 7 Settembre 1304, nelle _Preuves de l’histoire_ ecc., p. 239, e la prima parte del racconto del WALSINGHAM (_Hist. du Diff._, p. 194): la seconda parte ne è inzeppata di favole e di esagerazioni. Lo stesso dicasi del KNIGHTON. [811] VILLANI, VIII, c. 64. FR. PIPIN. _Chron._, p. 40. _Istorie Pistolesi_; MUR., XI, 528. Non è verosimile la narrazione di FERRETUS VICENTINUS. [812] _Sed Papa nulli respondit_: nel WALSINGHAM. [813] Per certo è falso che il Nogaret lo schiaffeggiasse. La Bolla di Benedetto XI tace di maltrattamenti corporali, e il VILLANI, BENVENUTO DA IMOLA, FRANC. PIPINO espressamente lo negano. _Personam ejus non tetigi, nec tangi permisi_; così protesta il Nogaret, il quale, per quanto fosse bugiardo, qui non avrebbe potuto tanto sfrontatamente mentire. I più favolosi racconti si diffusero nei paesi di fuori; lo si può vedere da ciò che ne dicono il KNIGHTON e TOMMASO WALSINGHAM. [814] Bolla _Flagitiosum_, dei 7 Giugno 1304. Più tardi i cittadini o meglio i preti di Anagni attribuirono a quel delitto la rovina della loro città, e ancora nell’anno 1526 ne implorarono solenne indulto dal Papa. Vedi nel Tosti (II, 242) quello che ne racconta Leandro Alberti. [815] Vedi il _Chron. Parmense_ che è contemporaneo (MURAT., IX, 848). Il cardinale STEFANESCHI (_Opus Metric._, pagina 659), che fu testimonio di veduta, dice: — _rediens festinus in almam_ _Urbem, quippe sacram, miro circumdatus orbe,_ _Vallatusque armis. O mira potentia, tantis_ _Enodata malis! Numquam sic gloriosus armis,_ _Sic festus susceptus ea_....... [816] Negli ultimi anni del Pontefice, senatori furono quasi soli gli Orsini. Ai 2 Giugno 1302: _Jacobus D. Napoleonis et Matheus D. Rainaldi de filiis Ursi_ (vol. LXI, p. 115, delle _Deliberazioni_, arch. Siena). Il PAPENCORDT, p. 335, erroneamente si riferisce a quell’archivio per l’anno 1300, sulla fede del GIGLI e del VITALE: io invece ho copiato il documento propriamente a Siena. Anche le sue notizie per l’anno 1301 e le indicazioni dei cosiddetti vicarî del 1302, sono tolte soltanto dal registro capitolino, che è pieno zeppo di falli. La notizia dell’OLIVIERI che Stefano Colonna fosse senatore nel 1302 è tutta di suo capo. — Ai 19 Genn. 1303 _Guido de Pileo_, da senatore, conferma gli Statuti dei mercanti; ed egli parimenti compare ai 17 Aprile 1303 da _D. Pape nepos alme urbis Senator_ (_Cod. Vat. 7931_; doc. dalla santa Maria in via Lata). — Agli 11 Giugno 1303 (VITALE, p. 307, dallo stesso archivio) senatori erano Tebaldo di Matteo Orsini e Alessio di Giacomo di Bonaventura. E può darsi che fossero senatori quando avvenne la catastrofe di Anagni. [817] FERRETUS VICENTINUS descrive la fine del Papa con colori drammatici, ma esagera. [818] Nota è la profezia su Bonifacio VIII che si pose in bocca di Celestino V: _intrabit ut vulpis, regnabit ut leo, morietur ut canis_ (_Hist. Pistolesi_; MUR., XI, 528). [819] Scrittori contemporanei ne parlano nello stesso modo come se ne diffuse la leggenda: così il VILLANI, FR. PIPINO, FERRETUS (_diabolico correptus a spiritu caput muro saevus incussit_), _Chron. Estense_ (MUR., XV, 350), PAOLINO DI PIERO, p. 64, fin SANT’ANTONINO, III, 259. Questi Autori ed altri hanno fatto di Bonifacio VIII un re Lear. I Cronisti tedeschi non dicono che impazzisse. Che egli colle sue mani si dilacerasse le carni, è contraddetto dal fatto che il suo cadavere si trovò intatto allorchè lo si scoperse nell’anno 1605: vedine la relazione officiale nel RAYNALD, ad a. 1303, n. 44. Il suo volto spirava maestà anche in morte: _severitatem magis quam hilaritatem ostendebat_. [820] _Aurumque nimis sitiens aurum perdidit et thesaurum, ut ejus exemplo discant superiores Praelati non superbe dominari in Clero et Populo_ (BERNHARDUS GUIDONIS; MURAT., III, I, 672). — FERRETUS, p. 1019. [821] PTOL. LUCENSIS, _Hist. Eccl._, XXIV, c. 36, e meglio nel JORDANUS, _Cod. Vat._ 1960, fol. 261: _Decessit ex tremore cordis, et ab omni superveniente putabat capi, et ideo in eorum oculos et faciet manus injicere cupiebat._ Vedi anche il _Chron._ NICOL. TRIVETI, nel DACHERY, _Spicil._, III, 229. Senza esagerare, dice anche BERNHARDUS GUIDONIS (MURAT., III, I, p. 672): _In lecto doloris et amaritudinis positus, inter angustias spiritus, cum esset corde magnanimus obiit Romae V Idus Octobris._ Se si stia alla narrazione dello STEFANESCHI, che pur era presente in Vaticano, sarebbe morto dopo di essersi confessato. E i difensori della sua memoria ad Avignone dichiararono: _In morte confessus fuit coram octo Cardinalibus_ (_Preuves de l’hist._ ecc., p. 402). [822] _Magnanimus peccator_: BENVENUTO DA IMOLA (MUR., _Antiq._, I, 1089) toglie da altri quel concetto. E DANTE con odio sì ma con reverenza lo chiama «il gran Prete». — Vedasi il giudizio del VILLANI, VIII, c. 64. — Assai giustamente dice il MANSI: _ingentes animi dotes in pontificatum contulit, quamquam saeculari principatui potius, quam ecclesiastico potiores_ (Annot. al RAYNALD, a. 1303, p. 356). I giudizî dello SCHLOSSER, del NEANDER, del DRUMANN non sono scevri da esagerazione. [823] _In die mortis Papae Bonifacii venit Rex Carolus Romam cum 1500 militibus et VIII millibus peditum ad favorem Ecclesie_: PTOL. LUCENSIS; MUR., XI, 1224. Il numero dei soldati è certo un’esagerazione. Vedi anche FERRETUS, p. 1010. [824] Egli stesso, nella sua prima enciclica, parla della varia fortuna della sua povera vita. _Timor et tremor nos vehementer invadunt, dum infra mentis arcana revolvimus quod et quantas immutationes receperit hactenus status noster, qui ab olim ordinem fratrum Praedicatorum professi, putabamus abjecti esse in domo Domini — dat. Lateran., 1 Nov. 1303_ (RAYNALD, n. 47). [825] Il benedettino Tosti dice: «Temevasi non il martirio, ma il difetto delle spirituali armi spuntate dal disprezzo de’ popoli»: _Storia di Bonifacio VIII_, II, 205. [826] Bolla dei 6 Nov. 1303, nel THEINER, I, n. 573, ed una seconda del 7 Dic. 1303, nel RAYNALD, n. 57 e nel THEINER, I, n. 574. [827] RAYNALD, ad ann. 1304, n. 13. [828] La prima assoluzione fu data da Roma in tempo di Pasqua (MANSI al RAYNALD, a. 1304, p. 376); indi vi tennero dietro le Bolle di assoluzione promulgate da Perugia, ai 13 Maggio 1304, _Cum sicut accepimus_, e l’altra _Ad statum tuum_. E vi si trova il passo: _propter evitandum scandalum, praesertim ubi multitudo delinquit, severitati est aliquid detrahendum_. Benedetto addolcì anche il tenore della Bolla _Clericis laicos_. [829] Ho già avvertito che s’erano abrogati gli Statuti per la Marca: addì 1 Febb. 1304 Benedetto XI cassò anche i privilegî dati da Bonifacio per Spoleto (THEINER, I, n. 578). Con mente grettamente fratesca ei volle conservare i _jura Ecclesiae_ contro a’ Comuni, ma cedette alle monarchie con grande scapito della Chiesa. [830] PETRINI, p. 153, 429. Intorno ai due senatori dell’anno 1304 vedansi il VITALE e la lettera di Benedetto, data dal Laterano ai 16 Marzo 1304 (THEINER, I, n. 580), e indiritta a _Gentilis de Filiis Ursi Senator Urbis. — Lucas de Sabello_ vi è chiamato suo _Consenator_. [831] Bolla _Flagitiosum scelus_, da Perugia ai 7 Giugno 1304: RAYNALD, n. 13. [832] Con aperte parole lo dice FERRETUS, p. 1013. Al Papa ei dà cinquantasei anni. — VILLANI, VIII, 80. — Però gli _Annali di Perugia_ scrivono: «a’ dì 7 Luglio 1304 passò di questa vita di morte naturale» (_Archiv. Stor._, XVI, I, 60). [833] Suo padre Rinaldo fu fondatore del ramo Orsini-Monterotondo, che si spense nel secolo decimosettimo. Dall’arch. Gaetani trassi e copiai parecchi documenti provanti che questo celebre cardinale Napoleone con patrimonio regio acquistò città e castella, massime in Tuscia. Morì ai 23 Marzo 1342. Intorno a lui vedasi la Dissertazione XII nella _B. Chiara_ del GARAMPI. [834] _Conductis 300 stipendiariis Catalanis vindictam sumpserunt de inimicis Papae traditoribus, in regione Campaniae_: SANT’ANTONINO, III, 259. — «Domarono quasi tutta la campagna e terra di Roma»: VILLANI, VIII, c. 64; e dice che se Bonifacio avesse visto le prodezze de’ suoi nipoti, «di certo gli avrebbe fatti re o gran signori». — Un istrom. da Alatri, ai 26 Agosto 1304, contiene il trattato di una lega fra Landolfo di Ceccano, Adenolfo figlio di Mattia, Rainaldo di Supino e la città di Ferentino contro Anagni ed i Gaetani (dall’archiv. comunale di Alatri; ed è posseduto dal signor Carinci, bibliotecario dell’arch. Gaetani). [835] PETRINI, _Mon._, 32; e il decreto del popolo romano è raccolto nelle _Preuves_ ecc., p. 278-282. In esso è accordata la _reaffidatio_ ai Colonna, con severissimo biasimo della malvagità di Bonifacio VIII. In pari tempo il senato decretava che alla «Camera» pontificia si consegnasse Nepi, colla cui esca i Colonna se ne avevano guadagnato il favore. [836] Il docum., dato da Napoli ai 24 Marzo 1327, si custodisce nell’arch. Gaetani. Il Re, eletto arbitro, decide della pretesa onde i Colonna chiedevano un compenso di centomila fiorini d’oro; e stabilisce che i Gaetani (e precisamente Loffredo di Fundi, Benedetto conte Palatino e Francesco prelato) debbano pagare ai Colonna in termine di tre anni _quilibet pro eorum rata supradicto Stephano ac filiis et eredib. ejus tam clericis quem laicis... florenorum tria millia_. Anche i figliuoli di Mattia dovevansi restituire nel possesso di Anagni. [837] Quest’è il racconto che il VILLANI dà intorno all’elezione; e SANT’ANTONINO segue le sue tracce. È noto che si dubitò di cotale narrazione e di quanto vi è detto delle sei condizioni imposte da Filippo. Però è difficile che il VILLANI inventasse tutto questo di suo capo: dubbio non v’ha che v’entrasse la mano del Re. [838] _De contemptu mundi, sive de miseria conditionis humanae, libri tres_, Lugduni 1561. Questo trattato scrisse Innocenzo III mentre era ancora cardinale. _Ad deprimendam superbiam humanae conditionis utcunque descripsi._ Le miserie della umana natura vi sono dipinte al nudo, con una crudezza che fa nausea. Il latino è bello, chiaro lo stile. [839] Cardinali fondarono biblioteche private: così fece Matteo di Aquasparta la cui libreria passò alla città di Todi, dove in quell’archivio di san Fortunato ne vid’io ancora una parte, gettata alla rinfusa e sepolta sotto alla polvere. [840] _Schola sacri palatii_: da primo maestro ei vi chiamò Domenico. E anche più tardi continuò a mantenersi questa cattedra palatina: vedi GIOVANNI CARAFA, _De Gymnasio Romano et de ejus professoribus_, Roma 1751, p. 134. Il RENAZZI, _Storia dell’università degli studî di Roma_ (Roma 1803) dimostra che questo _Studium Curiae_ deve tenersi assolutamente distinto dallo _Studium Urbis_, che in seguito diventò l’università romana. [841] Bolla del Papa del 1243, nel CARAFA, p. 131. [842] SARTI, _De clariss. Archygymnasii Bonon. Prof._, pagina 256 e segg. [843] Per opinione di archivisti romani, l’archivio Capitolino andò distrutto nel sacco di Roma. Fui assicurato che all’antico archivio secreto di sant’Angelo vennero dal Campidoglio soltanto alcuni documenti di argomento economico. Il VITALE e il VENDETTINI, storiografi del senato, non dicono che nell’arch. vaticano si custodissero atti del Campidoglio; e sì che, se ve ne fossero stati, il VENDETTINI avrebbe avuto intiero agio di esaminarli. Il MORONI nel suo _Dizionario_ (art. Roma, p. 157) afferma che nell’arch. vaticano esista un codice degli Statuti di Roma, il quale appartiene all’epoca dal 1358 al 1398; ma egli non parla che sulla fede del GARAMPI, _Append. de’ docum. alle osservaz. sul valore delle antiche monete pontif._, p. 68. — La _Editio princeps_ degli Statuti romani fu fatta nel 1471. [844] _Generale in ipsa studium tam utriusque juris quam artium duximus statuendum. Universitatem vestram ad illud tamquam ad fontem et riguum, unde quilibet juxta votum poterit irrigari, leto animo invitantes ac concedentes tenore presentium scolaribus et magistris in veniendo, morando et redeundo securitatem plenariam, aliaque privilegia que a jure accedentibus ad generale studium conceduntur. Datum Rome per man. Roberti de Baro Magne Regie Curie nostre protonotarii._ Il documento (fino a’ tempi recenti restò ignoto) fu tratto dal _Reg._ 1280, C. fol. 3, n. 40, e per primo lo publicò il DEL GIUDICE, _Cod. Dipl._, n. XXIV. Esso aggiunge una nuova pagina alla storia dell’università romana. [845] _De pulvere, Pater, Philosophiam erigitis, que lugere solet in sue mendicitatis inopia, nostrorum Presulum auxiliis destituta_: così scrive il Campano al Papa (TIRABOSCHI, IV, 147). [846] _Tenuit studium Romae, quasi totam Philosophiam, sive Moralem, sive Naturalem exposuit_: PTOL. LUC., XXII, c. 24. [847] Anibaldo degli Anibaldi, cardinale sotto di Urbano IV, fu nipote del celebre Riccardo Anibaldi. Vedi i QUETIF ed ECHARD, _Scriptores Ordin. Praedicator._, I, 261, e PROSPERO MANDOSIO, _Bibl. Romana, seu Romanor. Scriptor. Centuriae_, Roma 1862, I, 283. Intorno a _Romanus de Romano Orsini_ vedi l’ECHARD, p. 263, 272. [848] _Ideoque ferventi non immerito desiderio ducimur, quod eadem Urbe quam divina bonitas tot gratiarum dotibus insignivit, Scientiarum etiam fiat foecunda muneribus — — — auctoritate apostolica duximus statuendum, quod in urbe predicta futuris temporibus generale vigeret studium in qualibet facultate_... Bolla _In supremae, Dat. Anagniae A. Inc. Dom. 1303 VIII Idus Junii, Pont. N. A. Nono_; ed è indiritta all’Abate di San Lorenzo, priore dei _Santa Sanctor._ ed arciprete di sant’Eustachio (_App. degli Statuti Gregoriani di Roma_, a. 1580). Il RENAZZI crede probabile che fin da allora l’università fosse situata in vicinanza di sant’Eustachio. A quel tempo lo stipendio di un professore, di regola, ammontava a cento fiorini d’oro. [849] La _Cronica_ di MARTINO giunge fino a Giovanni XXI (a. 1277). Di Nicolò III non dice che due parole. [850] _Bernardus Guidonis_, domenicano e inquisitore, morì nel 1331 da vescovo di Lodève. La sua opera intitolata _Flores cronicorum_ ossia _Cathalogus pontificum romanorum_ (_Cod. Vat. 2043_) finisce con Giovanni XXII. Fu edita da ANGELO MAI (_Spicil. Rom._, VI), ma soltanto nella parte che giunge fino a Gregorio VII; però della parte da Gregorio VII in giù si giovarono il MURATORI ed il BALUZIO. [851] Le sue _Res Siculae_ furono stampate incompletamente dal CARUSIO, dal MURATORI e dal BALUZIO, nella parte che corre dal 1250 al 1276: la continuazione, fino al 1285, fu edita dal GREGORIO nel Tom. II della _Bibl. Aragon._ — SABA, sulla fine della sua Storia, chiama sè stesso _de urbe_. Anche il FABRICIO (_Bibl. latina mediae et infim. aetatis_) giustamente dichiara che fu romano. La famiglia dei Malaspina trovasi menzionata in documenti romani. [852] _Mare historiarum, cod. vat. membran. 4963_; e ve ne hanno due codici a Parigi (OUDIN, _De scriptorib. eccl. antiquis_, III, 185). — Non è scevro di dubbî, per riguardo a Giovanni Colonna, l’albero genealogico del LITTA. QUETIF ed ECHARD, I, 418, affermano che fosse nipote del cardinale Giovanni vissuto al tempo di Federico II. — Scrisse anche _De viris illustribus_, frammento raccolto nel DE RUBEIS, _De gestis et scriptis S. Thomae Aquinatis_, Venezia 1750, p. 27 segg. [853] _De renunciatione Papae_, nell’ediz. delle opere di Egidio, fatta a Cordova nel 1706. Vedi l’_Ouvrage inédit de Gilles de Rome, en faveur de la papauté, extr. du Journal gén. de l’Instr. publique, par_ CHARLES JOURDAIN (Paris 1858). [854] _De regimine Principum_ (ediz. rom. del 1607 e nel t. II della _Bibl. Pontificia_ del ROCABERTI). Quest’opera di forma scolastica s’inspira alla Politica e all’Etica di Aristotele. Nel lib. III si contengono alcuni notevoli capitoli contro il comunismo di Platone. Egidio era partigiano della monarchia ereditaria, e sua dottrina fondamentale fu questa: _Optima est autem monarchia unius Regis, eo quod ibi perfectior unitas reservetur_ (p. 458). Sull’operosità di Egidio a Parigi vedasi il BULAEUS, _Historia universitatis parisiensis_, Parigi 1615, p. 671. Ed Egidio morì ad Avignone, nel 1316. [855] _Oculus pastoralis sive Libellus erudiens futurum Rectorem populorum, anonymo auctore conscriptus circa A. 1222_: MUR., _Antiq._, IV, 93. Questa scrittura, che certo fu opera di un cherico, è notevole soltanto per il principio cui s’inspira; chè del resto è cosa dappoco. [856] Lo _Stabat Mater_ senza ragione viene attribuito a Innocenzo III, il pontefice dai grandi concetti e dalla mente fredda. Nel convento di Monte Santo vicino Todi vid’io un mscr. della fine del secolo decimoterzo, che contiene le poesie di fra Jacopone: e fra quelle è compreso anche lo _Stabat Mater_, il quale invece manca nella ediz. veneziana del 1617. [857] Vedi l’OZANAM, _Les poëtes franciscains en Italie au XIII siècle_. [858] _Dicimus ergo Romanorum non vulgare sed potius tristiloquium italorum omnium esse turpissimum; nec mirum cum etiam morum, habituumque deformitate prae cunctis videantur foetere. Dicunt enim: Me sure, quinte dici_ (che significa: «mia sorella, che cosa dici»). _De vulgari Eloq._ I, c. XI. [859] Nell’arch. del duomo di san Pietro si conserva il mscr. della _Vita S. Georgii_, che quel Cardinale di san Giorgio in Velabro compilò, e Giotto ornò di miniature. — I suoi poemi sono raccolti nel MURAT., III, I, 641; la sua scrittura sul giubileo nella _Bibl. Max. Patr._ XXV, 930; il suo _Ceremoniale_ nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, 243. [860] Registro officiale nel _Cod. Vat. 7143_ e nel MAI, _Spicil._, VI, 300-312. Da cardinale, Innocenzo ebbe restaurato la chiesa dei santi Sergio e Bacco: vedi la iscrizione nel MARTINELLI, _Roma ex ethn._, p. 399. — Nel lib. II, _Ep._ 102, dei _Reg._ del Papa trovasi il _Privilegium_ ch’ei diede per quella chiesa; ed è notevole per la topografia del Campidoglio. Vi si legge: _Duo casalina juxta columnam perfectissimam_ (?) — _Hortum S. Sergii, sive post S. Sergium, et hortum inter columnas usque ad abscidam, et usque ad custodiam Mamortinam_. [861] _Fecit fieri domos istas de novo — palatium claudi muris et super portas erigi turres — Cod. Vat. 6091._ [862] FR. PIPINO, p. 723. Nel _Cod. Cencii_, ch’è a Firenze, trovansi molti documenti intorno a questa edificazione. Il Papa comperò dei fondi _extra portam auream in monte Geretulo_ per comporne il giardino. E quel luogo si denota anche così: _extra portam auream seu castri S. Angeli prope Ecclesiam S. M. Magdalene ad pedes montis Malis_. Un’iscrizione che, tolta dalla muraglia del giardino vaticano, fu nell’anno 1727 trasportata in Campidoglio, dice così: † A. D. MCCLXXVIII. SC[=IS]SIM. P[=A]T. D[=N]S. NICOLAVS. PP. III. FIERI. FECIT. PALATIA. ET. AVLAM. MAIORA. ET. CAPELLAM. ET. ALIAS. DOMOS. ANTIQVAS. AMPLIFICAVIT. PONT. SVI. A. PRIMO. ET. A. SEC. PONT. SVI. FIERI. FECIT. CIRCUITVM. MVROR. POMERII. HVIVS. FVIT. AVT P. D[=C]S. S. PONT. NATIONE. ROMANVS. EX. PATRE. D[=N]I. MATHEI. RVBEI. DOMO. VRSINORVM. [863] L’iscrizione in musaico, che è nel cortile del san Paolo, narra che vi diè principio l’abate Pietro II (1193-1208) e che lo compiè Giovanni V (1208-1241). Non così bello è il chiostro di Subiaco, edificato nel 1235 al tempo di Lando abate, come ne dice l’iscrizione che ivi è collocata: _Cosmas et Filii Lucas et Jacobus alter Romani cives in Marmoris arte periti hoc opus explerunt Abbatis tempore Landi_. [864] Dell’edificazione parlano PTOL. LUC., c. 30, e il MARANGONI, _Istoria dell’antich. oratorio di S. Lorenzo_, ROMA 1747. La iscrizione, che si legge sulla parete presso la porta, dice: _Magister Cosmatus fecit hoc opus_. [865] _In lateranensi palatio domos construxit altissimas et palatium nobile pauperum usibus deputatum: Vita_, MURAT., III, 577. Anche a Terni Gregorio IX costruì un palazzo pontificio. [866] _Nam quisque suas educet in altum_ _Aedes, et capitis Petri delubra relinquet,_ _Ac lateranenses aulas regalia dona_ _Despiciet, gaudens proprios habitare penates._ Così JACOPO STEFANESCHI dice di Nicolò IV nell’_Opus metricum_. [867] A Roma erano allora venti Abazie privilegiate: _Alexius et Bonifacius_ (Aventino); _Agatha_ (Suburra); _Basilius juxta palatium Trajani; Blasius inter Tyberim et pontem S. Petri; Caesarius in Palatio; Cosmas et Damianus_ (Transtevere); _Gregorius in Clivo Scauri; Laurentius in Panisperna; S. Maria in Aventino; S. M. in Capitolio; S. M. in Castro Aureo_ (circo Flaminio); _S. M. in Pallara_ (Palatino); _S. M. in Monasterio_ (vicino S. Pietro _ad vincula_); _Pancratius in Via Aurelia; Prisca et Aquila_ (Aventino); _Saba Cellae Novae_ (presso all’Aventino); _Sylvester inter duos hortos_ (od anche _in Capite_, vicino il Corso); _Thomas juxta formam Claudiam_ (Celio); _Trinitatis Scottorum_ (oggi «de’ Pellegrini»); _Valentini juxta pontem_ (_sc. Milvium_); JOH. DIACON., _Liber de Eccl. Lateranensi_ (MABILL., _Mus. It._, II, 574). [868] _Hospitale — fecisse dicitur, quia reprehensus fuerat de tanto fastidioso aedificio_: PTOL. LUC., p. 1276; RICOBALDO, p. 126. [869] _Gesta Innoc._, c. 143; e la Bolla nel lib. XI, ep. 104. — Sisto IV nel 1471 rifabbricò l’ospitale sontuosamente. Esso possiede un’entrata di 85000 scudi e riceve dallo Stato un sussidio di altri 36000. Annualmente v’entrano più di dodicimila infermi e più di duemila trovatelli. Vedansi il MORICHINI, _Istituz. di publica carità_, Roma 1835 e 1870, e il PIAZZA, _Opere pie di Roma_ (Roma 1698). [870] E si conserva con un musaico che rappresenta Cristo fra due schiavi liberati, coll’iscrizione: _Signum ordinis S. Trinitatis Et. Captivorum_. Sull’arco della porta è scritto: _Magistri Jacobus Cum Filio Suo Cosmato Fecit Ohc Opus_. Il chiostro fu abbandonato nel 1348. Il luogo è descritto in una Bolla di Onorio III del 1217 (_Bullar. Vatic._, I, 100), la quale concede in dono a quell’ordine una parte del Celio: _Montem cum formis et aliis aedificiis positum inter clausuram Clodei_ (Castello dell’_Aqua Claudia_) _et inter duas vias; unam videl. qua a praedicta Eccl. S. Thomae itur ad Coliseum, et aliam qua itur ad SS. Johem et Paulum_. [871] L’iscrizione della porta dice che i suoi esecutori testamentarî, Ottone di Tusculo e Giovanni Gaetani (Nicolò III), fabbricarono l’ospitale. Pietro morì nel 1259. [872] Fra Sisto morì in Roma nel Marzo 1289: _Commentarî alla Vita di Gaddo Gaddi_ del VASARI, I, 300, ediz. di Firenze. [873] Che ciò avvenisse ormai al tempo di Innocenzo III lo dimostra il Registro del suoi doni votivi: _Ecclesiae Fossenovae pro consumatone edificii ejusd. Ecclesie C. libras — Monasterio Casemarii pro fabrica ipsius 200 Unc. auri_. La prima pietra di questa magnifica chiesa fu gettata nel 1203. [874] La iscrizione posta sul tabernacolo del san Paolo, dice: _Anno Milleno Centum Bis Et Octuageno_ _Quinto, Summe Deus, Tibi Hic Abbas Bartholomeus_ _Fecit Opus Fieri, Sibi Tu Dignare Mereri._ E più sotto: _Hoc Opus Fecit Arnolfus Cum Socio Suo Petro._ Il disegno ne è dato nell’AGINCOURT, Tav. XXIII, e completamente nel MORESCHI, _Descrizione del tabernacolo di S. Paolo_, Roma 1840. Allo stesso Arnolfo si attribuisce anche il tabernacolo della chiesa di santa Cecilia. [875] Può darsi che alla loro corporazione appartenesse una chiesa nel campo di Marte che aveva nome _S. Andree de Marmorariis_: e forse ivi era il luogo delle loro officine. Quella chiesa è registrata nel catalogo delle chiese romane all’epoca avignonese; nel PAPENCORDT, _Stor. della città di Roma_, p. 54. [876] CARLO VITTE, nel _Giornale di arti_, 1825, n. 41 segg. — _Notizie epigrafiche degli artefici marmorarii romani dal X al XV secolo_... di CARLO PROMIS, Torino 1896. — GAYE, nel _Giornale di arti_, 1839. — Notevole è il portico del duomo di Civita Castellana, edificato da Lorenzo e da Cosma suo figlio nel 1210. Il nome Cosma, di origine greca, trovasi usitato a Ravenna sulla metà del secolo nono (MARINI, _Papiri_, n. 98, p. 153). [877] Lettera a Ugo di Besanzone: _Per Urbem inquiras — si aliqua conca porfidis vel alicujus alterius pulchri lapidis prout illi qui sunt in S. Johanne Laterani poterit inveniri — et in ea corpus — Pontificis reponi — facias — Et si — non poterit inveniri, volumus quod — fieri facias sepulturam consimilem illi Comitisse attrebatensis et etiam si poterit pulcheriorem_ — VITALE, p. 152. [878] Di sopra, nella parete, v’è questa iscrizione: _Qui Legis Ancherum Duro Sub Marmore Claudi_ _Si Nescis Audi Quem Nece Perdis Herum._ _Greca Parit Puerum, Laudunum Dat Sibi Clerum_ _Cardine Praxedis Titulatur Et Istius Edis_ _Defuit In Se Lis: Largus Fuit Atque Fidelis;_ _Demonis A Telis Serva Deus Hunc Cape Celis:_ _Anno Milleno Centum Bis Et Octuaceno_ _Sexto Decessit Hic Prima Luce Novembris._ Del 1287 è l’epitaffio del cardinale Glusiano conte di Milano, che a lui pose in Laterano il cardinale Jacopo Colonna: ADINOLFI, _Laterano e Via Maggiore_, Roma 1857, p. 26. [879] Sul davanti vedesi a due riprese lo stemma dei Savelli; leoni rossi con frammezzo un uccello sopra una rosa; più sotto fasce rosse e oro. Lo stemma del centro che porta leoni e aquile di color rosso, è quello di Vana. Vedi l’annotazione dell’OLDOIN alla _Vita Honorii IV_, nel CIACCONIO. — Onorio IV nel 1296 aveva eretto un cenotafio gotico a Pandolfo nella chiesa di sant’Alessio: vedine il disegno nel NERINI, p. 260; ed è certo opera dei Cosmati parimenti che i sepolcri in Araceli. [880] _Hic Jacet D[=n]s Pandulfus De Sabello Et D[=n]a Andrea Filia Ejus Qui Obierunt Anno D[=n]i MCCCVI In Vigil. Beati L(ucae). — Hic Jacet D[=n]s Lucas De Sabello Pater D[=n]i Papae Honorii D[=n]i Johis Et D[=n]i Pandulfi Qui Obiit Dum Esset Senator Urbis Anno D[=n]i MCCLXVI Cujus A[=i]a Requiescat In Pace. Amen_ (è la maggiore delle iscrizioni). [881] Nello stesso stile i Cosmati composero anche il sepolcro dei Prefetti di Vico in _S. Maria in Gradibus_ a Viterbo, la tomba di Clemente IV e il sepolcro della famiglia di Bonifacio VIII nel duomo di Anagni. [882] _Joh’s Filius Magistri Cosmatis Fec. Hoc. Opus._ Il musaico rappresenta la Madonna col putto, san Domenico, il vescovo Privato e Durante genuflesso. Sullo zoccolo è posta una pomposa iscrizione a bei caratteri. Il giorno in cui Stefano morì è segnato al 1 Novembre 1296. I CROWE e CAVALCASELLE (_New History of Painting in Italy_, I, 104) incorsero in errore, perciocchè credessero che l’anno della morte (_trecentis quatuor amotis annis_) corrisponda al 1304: pertanto pongono a quest’anno l’epoca del monumento, laddove allora Giovanni non lavorava più. Così pure deesi notare che il cardinale Matteo di Aquasparta non morì già nel 1304, ma nel 1302. [883] _Hoc O[=p]. Fe[=c]. Johes Magri Cosme Civis Romanus._ [884] _Joh. Filius Magistri Cosmati Fecit Hoc Opus._ L’epitaffio non fa che notare semplicemente il nome del morto: STEPHAN D. SVRD. DNI. PP. CAPELLAN. Qui manca il tabernacolo. [885] Il CARDELLA dice che la tomba manchevole d’iscrizione è di quel Cardinale. — Matteo, uomo eruditissimo, fu da legato di Bonifacio VIII in Romagna; del 1300 fu come tale a Firenze. Di lui fa cenno DANTE, _Parad._, XII, v. 124. [886] Ed ivi è la pietra sepolcrale della _Domina Ocilenda Uxor Dni Angeli De Manganella Et Filia Normanni De Monte Mario_, e l’altra di Perna Savelli dov’è disegnata una figura di donna incappucciata. Sul contorno è scritto: _Anno Dni Milo CCCXV Mense Januarii Die XXVIII Obiit Nobilissima Dna Dna Perna Uxor Quondam Dni Luce de Sabello Cujus Anima Requiescat in Pace. Amen._ Quest’iscrizione ci serva di esempio per tutte della stessa specie. In sant’Alessio evvi la pietra funeraria del canonico Pietro de Savello, morto nel 1287; ed è notevole per il disegno delle vestimenta sacerdotali. [887] Ancor più sorprendente è la forma che assunsero in Lombardia. A Roma i caratteri delle scritture non si snaturarono così intieramente, come avvenne nei paesi del settentrione. [888] Nell’anno 1481 la statua fu rialzata a nuovo per cura del senatore Matteo Toscano, con questa iscrizione, che oggidì non si trova più: _Ille ego praeclari tuleram qui sceptra Senatus,_ _Rex Siculis Carolus jura dedi populis._ _Obrutus heu jacui saxis fumoque, dederunt_ _Hunc tua conspicuum tempora Sixte locum._ _Hac me Matthaeus posuit Tuschanus in aula,_ _Et patriae et gentis gloria magna suae._ _Is dedit at populo post me bona jura Senatus_ _Insignis titulis, dotibus atque animi._ _Anno Domini MCCCCLXXXI. III Semestri._ [889] JOH. RUBEUS, _Vita Bonif._, p. 89. [890] _Hist. du Differ._, p. 331. [891] Le pitture delle pareti del vestibolo (AGINCOURT, tav. 99) per la maggior parte rappresentano soggetti tratti dalla vita di Stefano e da quella di Lorenzo. Vuolsi che alcuni si riferiscano alla coronazione di Pietro; però io non potei farmene ragione. Una figura di imperatore genuflesso innanzi al Papa, è cinta dell’aureola; e certo rappresenta Enrico II, di cui vi è dipinta una storia leggendaria. [892] Sopra il musaico della santa Maria Maggiore l’artefice scrive così il suo nome: _Jacobus Torriti Pictor Hoc Opus Mosaicen fecit_; e v’appone la data del 1295. Impossibile che ei fosse quel _Jacobus frater S. Francisci_ che nel 1225 compose i musaici della tribuna in san Giovanni a Firenze. Vedi il VASARI, I, _Commentarî alla Vita di Andrea Tafi_. [893] Circa questo musaico vedasi TORRIGIO, _Le sacre grotte_, p. 162. Costò duemiladuecento fiorini d’oro. I musaici di Giotto in san Giorgio perirono. Un altro Stefaneschi, _Bertoldus fil. Petri_ (forse fu il fratello del cardinale) fece sulla fine del secolo decimoterzo comporre il musaico che vedesi sopra la parete della tribuna nella chiesa di santa Maria in Transtevere. Rappresenta la Vergine (mezza figura) fra Pietro e Paolo, con genuflessa l’imagine del commettente dell’opera. [894] Cumuli di ruine opponevano inciampo al cammino delle processioni pontificie. _Sed propter parvitatem diei et difficultatem viae, fecit (Papa) stationem ad S. M. Majorem_: così l’_Ordo Rom._ (nel MABILLON, II, 126); e di questo passo tenne nota l’HOBHOUSE, _Historical Illustrations of the fourth Canto of Childe Harold_, p. 132. [895] _Magister Matthaeus Alperini — certam partem Turrium, Palatiorum, Domorum, ruinarum, possessionum et bonorum suorum in Urbe consistentium. Basilicae Principis Ap. — reliquit_: Bolla del 1278 (_Bullar. Vatican._, I, 125). [896] Una torre degli Anguillara esiste ancora presso la Lungaretta. Visti da ponte Cestio, il Transtevere e la sponda del fiume presentano un quadro meraviglioso. Frammezzo a case moderne, lungo il fiume sorge tratto tratto qualche vecchia torre baronale: e fu mirando Roma da quel ponte che mi balenò alla mente il pensiero di scrivere questa Storia della Città. [897] Addì 21 Ott. 1286, _Matheus Rubeus Orsini_ vende ai suoi nipoti il _Castrum Castellucia_ vicino Albano. Il documento è dato: _Rome in domib. in quib. tunc morabatur rev. pater D. Jordanus mis. div. S. Heustachii Diacon. Card. germanus frater praefati D. Mathei Rubei... vid. in Monte qui dicitur Johannis Roncionibus_ (arch. Gaetani, XLVIII, n. 11). Ed ivi esisteva anche la chiesa _S. Marie de Monte Johannis Ronzonis_ (catal. delle chiese rom. del tempo dell’esilio avignon., nel PAPENCORDT, p. 55). Ai 20 Maggio 1234 il cardinale Napoleone Orsini da Avignone manda ordini al suo vicario nelle terre romane; e vi è detto: _Item habet dictus D. Card. infra muros Montis domos suas principales, quas consuevit inhabitare quond. Matheus et Ursus nepos ejus, habet et ibidem alias parvas domos in diversis locis montis praedicti infra muros ipsius montis_ (ibid., n. 18). Il Monte (Giordano), di cui fa parola anche DANTE nel passo ove dice del giubileo romano, aveva allora l’aspetto di una vera fortezza. [898] La porta aveva ormai questo nome «del Popolo»: _Vineae_ — _extra portam Sce Marie de Populo_ (doc. dei 12 Genn. 1293; _Cod. Vat. 8050_, p. 79). [899] Un docum. dei 7 Febb. 1252 (nel PETRINI, _Mem. di Palestrina_) dice: _Fines ad Montem Acceptorium hii sunt: domus Romanucciorum et Synebaldorum, ab alio dom. Macellariorum, et dom. Cesarlinorum, ab alio sunt Zarlonum et Toderinorum_... Il nome (in MONFAUCON, _Diar. Ital._, p. 243, è detto anche _Mons Acceptabitis_) potrebbe spiegarsi da ciò che dice Fulvius: _Citatorius a citandis tribubus, acceptorius ab acceptandis suffragiis, septorium a proximis Septis_. Vedi CARLO FONTANA, _Discorso sopra l’antico Monte Citatorio_, Roma 1694, p. 1. La positura delle _Septa_ (vicino l’odierna piazza Colonna) conforterebbe l’opinione che il nome derivi da _Septorius_. [900] _Et tunc de Colliseo concussus lapis ingens eversus est_: RICC. DA SAN GERM., p. 1026. Nel Sett. 1255 v’ebbe un altro terremoto; per conseguenza nuove ruine (GUGL. NANGIS; DUCHESNE, V. p. 362). [901] Nel 1215 l’Abate di san Gregorio cede a _Paulo de Grisayco... duos cryptas — positas Rome in vocabulo Circli sub palacio majori nostri monasterii juris loco, qui dicitur vel dici solet porticus Materiani_: MITTARELLI, _Annal. Camald._, IV, n. CCIX. Pertanto la massima parte del Palatino apparteneva ancora a quel convento. [902] In un doc. degli 8 Dic. 1289 viene detto espressamente che questa via era abitata: _Domos de Viculo Capite Africe_ — _Ecclesia S. Stephani de Capite Africe_ (_mscr. Vatic. 8050_, p. 73). Oggidì non ne esiste più traccia. [903] _Ordo_ di CENCIUS, p. 190. Quantunque ei dica che parecchi _nomina trasacta sunt et termini sive signa mutata_, tuttavia quel quartiere era al tempo suo più popoloso che oggi non sia. [904] _Ecclesia S. Anastasii de Marmorata. — S. Salvatoris de Marmorata. — S. Anne de Marmorata. — S. Nicolai de Marmorata_ (catal. delle chiese rom. del tempo dell’esilio avignon.). [905] _Totusque ille mons renovatur in aedificiis_ (PTOL. LUCENS., XXIV, c. 13). — Vedi anche il PLATINA, _Vita Hon._ IV. [906] Presso le terme di Caracalla v’era un padule che copriva alcune parti del circo Massimo: _Ortum et Pantanum juxta Palatium Antonianum_ (Bolla di Onor. III del 1217; _Bullar. Vatic._, I, 100). [907] FULVIO, DONATO, il VISCONTI ed altri italiani concordano nel dire che si elevasse nel foro di Nerva. Il BUNSEN (_Descriz. della Città,_ III, 2, p. 146) afferma che sorgesse sopra il tempio di Venus Genitrix, ma non ne adduce ragioni convincenti. [908] PTOL. LUC. (MUR., XI, 1276). E nella _Hist. Eccl._, XXI, c. 16, dice di Innocenzo III: _Quod in urbe fecerat ad sui tuitionem, Turris Comitum_. — RICOBALDO (MUR., IX, 126) narra che la costruisse _sumptibus ecclesiae. — Opus tanto Pontifici inutile, non sine ipsius infamia constructum:_ BONINCONTR., p. 288. — BARTOLOM. DELLA PUGLIUOLA (MURATORI, XVIII, 248) dice che la erigesse nel 1203; e il FEA (_Sulle rovine_ ecc., p. 365) adduce i documenti che suffragano quella data. L’HURTER afferma, ma senza autorità, che Crescenzio (sul principio del secolo duodecimo) ricevesse da questa torre l’appellazione _de Turre Romanorum_; però il documento che ei dice aver tratto dal FATTESCHI non si ritrova presso di questo. Che Torre fosse un castello dei Crescenzî nella Sabina lo dimostra il GALLETTI nella sua scrittura intitolata _Gabio antica_. [909] Nel piano della Città medioevale (_Cod. Vat. 1960_) se ne vede tracciata la forma, ed è chiamata _Turris Comitum_. — BONINCONTRIUS: _Turrim mirae altitudinis — unde late prospectus ad Latium_. — RICOBALDO: _Turris mirabilis_. — PTOL. LUC., p. 1276: _Singularis quidem in orbe — cujus altitudo et latitudo omnem turrem trascendit_. — Chiamavasi la «torre della Città»; e così il testamento di Giovanni Conti dei 3 Maggio 1226 dice: _praecipio — reparari — domos Montis Balnei Neapolis, et domos et turrim Urbis_ (nel CONTATORE, _Geneal. Comitum_, p. 5, e nel VISCONTI, _Città e famiglie_, p. 753). — _Cecidit edificiorum veterum neglecta civibus, stupenda peregrinorum moles. Turris illa toto orbe unica quae Comitis dicebatur ingentibus ruinis laxata dissiluit_: PETRARCA, _ad Socratem, Rer. Famil._, XI, ep. 7. [910] VASARI, IV, 186. Ei dice, ma non prova (I, 243), che l’architetto ne fosse Marchione di Arezzo; e da lui attinse DONATO. Il VALESIO dedicò a quella torre una dissertazione nella _Lettera al barone Stosch_ (raccolta dal CALOGERA, T. 28). Sulle mura della torre evvi una iscrizione del tempo di _Petrus de Comite_ (1280). Eccola: _Haec domus est Petri valde devota Nicholae_ _Strenuus ille miles, fidus, fortissimus atque;_ _Cernite, qui vultis secus hanc transire Quirites:_ _Quam fortis intus, composita foris_ _Est unquam nullus vobis qui dicere possit._ Il CORVISIERI, nel suo scritto _Sull’Aqua Tocia_, p. 71, crede che questo Pietro Conte, senatore di Roma, fosse l’edificatore della torre: però in tal caso egli se n’avrebbe dato il vanto nell’iscrizione, invece di dire, come dice, che n’era il possessore. [911] Il VILLANI, VIII, c. 6, dice di Bonifacio VIII: «Comperò il castello delle milizie di Roma, che fu il palazzo d’Octaviano imperadore». In origine eravi un alto avanzo degli edifizî di Aureliano sul Quirinale, il quale si appellava «torre di Nerone», ed aveva anche nome di «La Mesa». [912] Il quartiere _Biberatice_ trovasi così chiamato fin dal più antico medio evo: spesso è corrotto nel nome di _Libantica_, e talvolta si scrive anche _Viperatica_. Questo forse potrebbe essere il giusto nome, e in tal caso deriverebbe da qualche antico simulacro di serpente. [913] In questa forma compaiono le «Milicie» nel piano topografico contenuto nel _Cod. Vat. 1960_. Nella nota Bolla di Luigi il Bavaro, che rappresenta il rilievo di Roma, le due torri non si vedono. [914] _Ascendens per montem circa militias Tiberianas_ (_Ordo XI_, MABILL., p. 143); ma convien meglio leggere _Trajanas_. Il BALUZIO, _Vita Innoc. III_, crede che la torre fosse edificata da _Petrus Alexii_; però DONATO la attribuisce a Gregorio IX. — Nel testamento dei 3 Maggio 1226, dove Giovanni Conti comanda che si restaurino le case poste sul _Mons balnei Neapolis_ e la _turrim urbis_, non si fa parola della torre «delle Milizie»: eppure così non sarebbe avvenuto se essa avesse allora appartenuto ai Conti. Forse non la era peranco edificata. — Nel 1271 ai 30 Sett., facendo il suo testamento, _Crescentius Leonis Johis_ vi appone per data: _in Urbe apud militiam praedicti testatoris_ (MITTARELLI, VI, n. 127): noto ciò per mostrare come paia che allora con nome di _militia_ si significassero le castella. [915] Nell’arch. Gaetani non trovai l’atto di acquisto. Pietro è chiamato «signore delle Milizie» soltanto nel 1301. Ai 13 Aprile, per il prezzo di mille fiorini, ei compra alcune case che avevano appartenuto ad un certo _Friderigotius_ condannato per eresia, e che erano poste in _Regione Biveratice in Contrada militiarum juxta domos Militiarum praedicti D. Petri_ (arch. Gaetani, 37 n. 31). — Ai 23 Nov. 1301 Riccardo Anibaldi è denotato così: _Quondam dictus de Militia_. E Pietro: _Dominus Casertanus, Dominus Militiarum, in Lobia juxta salam majorem_ (THEINER, I, 560). — I Gaetani affermarono d’esser padroni della torre anche a fronte di Enrico VII; e nel 1312 l’Imperatore dichiarò: _Domos seu palatia militiarum, que intelleximus spectare de jure ad D. Franciscum Gaetanum Card._ (THEINER, I, n. 628). — Ai 22 Agosto 1322 Pietro figlio di Benedetto Gaetani, conte Palatino, dispone nel suo testamento: _Item legamus... Bonifacio_ (suo figlio) _omnia jura nostra comitatus Alibrandesi et milicias urbis_ (arch. Colonna, XIII, scaff. V, n. XI). [916] In un docum., dato da Subiaco nel 953, Rosa figlia di Teofilatto vende _filum saline quod ponitur in Durdunaria in pedica, quae vocatur Capite bove_ (GALLETTI, _Del Prim._, p. 904): e qui per certo non si può intendere il Capo di Bove lungo la via Appia. Il Nibby erroneamente vi riferisce il nome _Ta canetricapita_ che è usato in un Dipl. dell’anno 850 (ibid., p. 187). Può darsi, come suppone il Marini, che quest’ultimo monumento fosse così appellato da un rilievo rappresentante Cerbero. [917] FERRET. VICENT. (MUR., IV, 1107) dice: _Capitis Bovis moenia quod oppidum Bonifacius VIII construi fecerat_. [918] Anche le ruine lungo la via Appia (sono appellate «Roma vecchia») dimostrano che ivi nel medio evo si posero munimenti di fortezza; e se ne giovarono per certo i Gaetani o i Savelli, i quali ultimi, dopo morto Bonifacio VIII, si misero in possesso di Capo di Bove. Nell’arch. Gaetani non mi fu dato di rinvenire alcun documento attinente all’edificazione della fortezza. Ma poichè al tempo di Enrico VII appartenne ai Savelli, e poco dopo capitò in mano dei Colonna, non potè per fermo essere costruito dai Gaetani che all’epoca di Bonifacio VIII. [919] Torraccio, Torricola, Torricella, Tor Bella Monaca, Tor de’ Cenci, Tor de’ Sordi, Tor del Vescovo, Torrimpietra, Tor Marancia. Torpagnotta, Tor Pignatarra, Torre Rossa, Tor Tre Teste, Tor vergata: NICOLAI, _Memorie sulle campagne e sull’annona di Roma_ (Roma 1803). [920] Fra le carte conservate nell’archiv. dell’Ospitale di Santo Spirito trovo una sentenza pronunciata dal senatore Guidone _de Pileo_ ai 17 Aprile 1303... _lata in palatio novo Capitolii_. [921] La prima menzione di edificî di questa specie se ne fa a Padova nel 1218. _Eo tempore incoeptum fuit Palatium magnum communis Paduae_ (MUR. _Ant._, IV, _Chron. Patavinum_). [922] Anche per questo Volume facciamo avvertenza che la versione fu riveduta dall’illustre Autore, il quale in pari tempo ritoccò il suo testo originale e vi introdusse notevoli aggiunte. (N. del T.) Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da una barra. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL MEDIO EVO, VOL. 5/8 *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge for an eBook, except by following the terms of the trademark license, including paying royalties for use of the Project Gutenberg trademark. 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Except for the limited right of replacement or refund set forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS’, WITH NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. 1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any provision of this agreement shall not void the remaining provisions. 1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance with this agreement, and any volunteers associated with the production, promotion and distribution of Project Gutenberg™ electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, that arise directly or indirectly from any of the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any Project Gutenberg work, and (c) any Defect you cause. Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg Project Gutenberg is synonymous with the free distribution of electronic works in formats readable by the widest variety of computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of life. Volunteers and financial support to provide volunteers with the assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg’s goals and ensuring that the Project Gutenberg collection will remain freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure and permanent future for Project Gutenberg and future generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit 501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state’s laws. The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza #516, Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact links and up to date contact information can be found at the Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread public support and donations to carry out its mission of increasing the number of public domain and licensed works that can be freely distributed in machine-readable form accessible by the widest array of equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status with the IRS. The Foundation is committed to complying with the laws regulating charities and charitable donations in all 50 states of the United States. Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up with these requirements. We do not solicit donations in locations where we have not received written confirmation of compliance. To SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state visit www.gutenberg.org/donate. While we cannot and do not solicit contributions from states where we have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition against accepting unsolicited donations from donors in such states who approach us with offers to donate. International donations are gratefully accepted, but we cannot make any statements concerning tax treatment of donations received from outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. Please check the Project Gutenberg web pages for current donation methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways including checks, online payments and credit card donations. To donate, please visit: www.gutenberg.org/donate. Section 5. General Information About Project Gutenberg electronic works Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg concept of a library of electronic works that could be freely shared with anyone. For forty years, he produced and distributed Project Gutenberg eBooks with only a loose network of volunteer support. Project Gutenberg eBooks are often created from several printed editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in the U.S. unless a copyright notice is included. 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