The Project Gutenberg eBook of Gloria e sventura - Canti repubblicani This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Gloria e sventura - Canti repubblicani Author: Giuseppe Ricciardi Release date: August 12, 2026 [eBook #79353] Language: Italian Original publication: Paris: Lacombe, 1839 Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79353 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLORIA E SVENTURA - CANTI REPUBBLICANI *** GLORIA E SVENTURA CANTI REPUBBLICANI DI _Giuseppe Ricciardi._ PARIGI, DAI TORCHI DELLA SIGNORA LACOMBE, Strada d’Enghien, 12. 1839. Che s’aspetti non so, nè che s’agogni Italia, che suoi guai non par che senta. Vecchia ozïosa e lenta Dormirà sempre, e non fia chi la svegli? _Petrarca_. Considerate la vostra semenza! _Dante_. Scrivo perchè non mi è dato di _fare_. _Alfieri_. _Quando mai la nazione italiana videsi moralmente prostrata come oggidì? apriamo le storie dal duedecimo secolo fino a tutto il decimottavo. Troveremo essersi mostra dagl’Italiani in tutto quel tempo una grande insofferenza della servitù, ma quel che più vale, una maravigliosa energia contro la dominazione straniera. E c’imbattiamo dapprima nella lega Lombarda[1], di cui non fu mai spettacolo più magnifico, e nel terzodecimo secolo i Parmigiani ponevano in fuga Federico IIº con tutto il suo esercito[2], e la Sicilia sterminava i Francesi[3]. Il quartodecimo secolo vide la cacciata del duca di Atene[4] e Cola da Rienzo[5], e il decimoquinto Stefano Porcari a Roma[6], Girolamo Olgiati a Milano[7], e Niccolò Capponi a Firenze[8]. Quattro gran fatti risplendono poi nel decimosesto, l’assedio di Firenze, e tutto che risguarda Francesco Ferrucci[9], la congiura di Burlamachi a Lucca[10], la sollevazione di Napoli contro il Toledo, a cagione del sant’Uffizio[11], e la cacciata degli Spagnuoli da Siena, seguita indi a poco dalla gloriosa caduta di quella forte Repubblica[12]. Quanto al secolo decimosettimo basterà ricordare le rivoluzioni condotte da Giuseppe d’Alessio e da Masaniello, a Palermo ed a Napoli[13]. Un battiloro ed un pescivendolo valsero a scuotere il giogo della potentissima Spagna, ed avrebbero purgato al tutto il mezzogiorno d’Italia da quella peste, se i nobili fossero stati col popolo. In sui principii del secolo decimottavo Torino assediata si difendeva con immenso valore contro l’armi francesi[14], e quarant’anni dopo Genova discacciava dalle sue mura gli Austriaci[15], fatto sublime che dovrebbe valere sol esso a dimostrare agl’Italiani, che chi vuol veramente può quel che vuole. Aggiungi la resistenza dei Corsi contro la Francia, duce Paoli[16], e quella della plebe napoletana nel 1799 contro le schiere di Championnet, resistenza unica al mondo, e la quale degnamente chiudeva il secolo scorso. Quai glorie scorgiamo in questi ultimi quarant’anni, che ne paiano degne di venir contrapposte a quelle delle quali ho cennato? Negl’Italiani, bisogna pur dirlo, è scemato il vigore, in quel tratto medesimo che la lor mente s’è ita aprendo più sempre, tanto che la rivoluzione morale è già fatta nella penisola, dove niun partigiano oramai s’hanno i governi che la torturano, e tutti desiderano veder migliorate le condizioni politiche della patria comune. Ma il difetto di vigore che ho detto, derivante principalmente dal difetto di fede in noi stessi, sta potentissimo ostacolo al gran fatto dell’insurrezione, e fa sì che dai più si guardi fisamente nello straniero, e massime nella Francia, senza la cui mercè molti pur troppo non credono possa la nazione italiana redimersi dalla sua schiavitù. E questo difetto di fede in noi stessi, e questa fiducia negli stranieri bisogna appunto combattere con tutte le forze, e agli scrittori segnatamente incombe un tal obligo, e a’ poeti in ispecie, la cui arte è vanissima, se a nobile ed alto scopo non mira. D’una sola poesia abbisogna l’Italia, d’una poesia che la commova all’azione. Io volli celebrando il passato infiammare i presenti, massime la crescente generazione, in cui sola confido; ma innanzi ogni cosa ebbi in animo di levar su una bandiera intorno alla quale dovrebbe raccogliersi chiunque ha nel cuore la libertà della patria. Io vo’ dire della bandiera repubblicana, la sola a mio senno che l’Italia possa e debba innalzare. In qual paese al mondo il principato è più esoso di quel che è fra noi? Quale straniero invasore fu mai più profondamente odiato di quel ch’è odiato l’Austriaco? E quando la nostra rivoluzione avrà luogo, per quale altro fine sarà ella operata, se non per iscuotere il giogo de’ tirannelli italiani, e purgar la penisola dell’armi tedesche? O veramente spargeremo il sangue nostro (e in gran copia ed a lungo bisognerà spargerlo) per gridar re d’Italia Carlo Alberto, o il duca di Modena, o Ferdinando Borbone, od il Papa? O farem luogo ad una nuova dinastia? O finalmente inviteremo qualche altra nazion forestiera a farsi padrona di noi? Or se nessuno di questi fatti è mai possibile che si verifichi, qual altro governo fuori del repubblicano potrà venir stabilito? Qui molti grideranno: e l’Europa tutta non istarà contro di noi? Risponderò a questo grido dei timidi: ma l’Europa non cammina ancor ella verso il governo repubblicano? E di quale Europa oltreacciò si vuol favellare? Dell’Europa dei re, ovvero di quella dei popoli? Siamo per buona ventura in un tempo che i re non possono tutto che vogliono, per la ragion semplicissima che le voglie dei popoli non s’accordano troppo con quelle dei re. Da ultimo il dire rivoluzione vuol dire energia, ed energia somma, e quando l’Italia sarà per mostrarne quanta n’è d’uopo, le altre nazioni, comechè rette da governi ostili alla causa nostra, non oseran molestarla. Ma di queste cose sarà discorso ampiamente in un libro._ _Di Parigi, a’ 15 luglio del 1839._ SICILIA Niun popolo al mondo fu più civile, più glorioso, più prospero del popolo di Sicilia, nessuno oggidì vive in più profonda miseria. Chi non sa degli ultimi fatti del 1837, anno in cui la Sicilia tentò vanamente di scuotere l’insopportevole giogo? Il morbo asiatico che aveva mietuto trentamila vite a Palermo e settemila a Catania, incrudeliva ancor fieramente in molte parti dell’isola, quando a quell’ire del cielo si aggiunse la rabbia degli uomini. Circa centocinquanta teste ponevansi a prezzo, e le corti marziali condannavano a morte cinquantotto persone, delle quali otto a Catania, dodici a Siracusa, diciassette a Misilmeri, nove a Floridia, otto a Marineo e quattro a Canicattì. Molti fra i moschettati aveano commesso gravi delitti, ma venti circa soggiacquero all’estremo supplizio per accuse interamente politiche. Un Delcarretto, noto per altre geste di simil natura, presedeva alle stragi di Catania. Ei volle che le otto vittime di quella città (condannate tutte per cagioni politiche) fossero passate per le armi al suono della banda militare, e la sera stessa diè un ballo nel palazzo della comune. Fra i diciassette che perirono a Misilmeri si annoverò un giovinetto di anni quattordici; fra i condannati alla pena dei ferri una donna colpevole solo di avere suonato a stormo in un villaggio. I posteri crederan favolose le atrocità per me ricordate, eppure ebbero luogo in Europa, e nel civilissimo anno 1837! Ma la Sicilia era stata bagnata di sangue non una volta prima del 1837, chè nel 1823, mentre le truppe austriache stanziavano nella città di Palermo, s’ordì una congiura per la quale doveasi procedere al totale sterminio dei forestieri. Scoperta la trama, tredici fra i congiurati furono messi a morte, e altri assai andarono profughi in terra straniera, o languirono lungamente nelle segrete. Nel 1831 un’altra cospirazione andò a male, ed undici altre persone furono archibugiate in Palermo. Con auspicii sì fatti cominciava il faustissimo regno di Ferdinando II. Molto mi duole di non potere qui registrare i nomi dei numerosi martiri che la Sicilia diè per sua rata alla libertà d’Italia dal 1823 al 1837; ma un giorno per certo e’ saran fatti palesi all’universale ed inscritti nel marmo. E tanto sangue dovrà pure fruttar libertà all’infelice Sicilia, la quale per essere la più malmenata fra le province italiane e la più lontana ad un tempo dall’Austria, nemica naturale d’ogni nostro bene, sarà prima ad insorgere e a dar segno all’Italia della lotta fatale che dovrà liberarla. Oltre di che la Sicilia non può avere obliato la sua gloria antichissima, le sue secolari franchigie, ella che fino dall’undecimo secolo ebbe istituzioni di cui la rimanente Europa era priva. Vo’ dire della Costituzione che dierono alla Sicilia i Normanni, que’ Normanni medesimi che ogni franchigia soppressero in Inghilterra; costituzione larghissima per quei tempi, vie maggiormente allargata di poi da Federico II di Svevia, e rifatta nel 1812 dall’aristocrazia siciliana, che unanimemente abolì in una notte tutti gli abusi feudali. Questa Costituzione fu spenta con un tratto di penna da re Ferdinando I nel 1816. E’ s’era appoggiato a’ Siciliani ne’ tempi sinistri per la stirpe Borbonica, i loro uomini e il loro danaro avea adoperati contro i suoi proprii nemici, ed avea però grandemente blandito la Sicilia. Finito il bisogno, le tolse non solo la Costituzione del 1812, ma quella bensì dai Normanni conceduta, dagli Svevi aumentata, e che i Francesi, gli Aragonesi, e quanti altri stranieri avevano signoreggiato quell’isola, avean rispettata. Ma così a’ Siciliani, come agl’italiani tutti è serbato, quando che sia, qualche cosa di meglio della Costituzione Normanna e di quella del 1812. Solo vorrebbesi che gli abitanti della Sicilia si mostrassero un po’ meno Siciliani, e un po’ più Italiani, e ismettessero al tutto la matta avversione che nudrono verso i loro fratelli del Reame di Napoli, e vivessero in migliore concordia fra loro medesimi, nè più fra Palermo e Messina, fra Catania ed Aci-Reale, fra Siracusa e Noto altra gara sorgesse di questa, del liberare la patria comune dal comune avversario. CANTO PER GL’ITALIANI DI SICILIA. Quando fulgea la sicula Terra d’immenso lume, Del Campidoglio l’aquile Avean mal ferme al vol Le giovinette piume, E non ardian nel sol Fissar lo sguardo. Cento sorgean marmoree Di popolo frequenti Vaste città..... sparirono, E il soffio d’aquilon, E dell’onde frementi Sul mesto lido il suon Solo interrompe L’alto silenzio..... ahi miseri! Della grandezza avita Sulle ruine il barbaro D’ogni parte affrettò, E noi molle, invilita Progenie soggiogò Senza fatica. A che ne giova il limpido Cielo, e il terren cui tanta Beltade ingemmo, e l’aëre Puro, e il tuo vivo ardor, O sol che d’ogni pianta, Ogni frutto, ogni fior Ne fai larghezza? Lassi! a che pro se in lacrime Viviam, da che languente È in noi la vampa indomita Dell’antica virtù?... Pur si levò repente Dall’empia servitù Sicilia un giorno, E l’abborrito, estraneo Signor la polve morse. — Al rintoccar funereo D’una squilla fatal D’ogni Siculo corse Sul vindice pugnal Cupido il braccio..... Ma se vi corse, o Procida, Fu tua mercè. Tu piena Del gran disegno l’anima, L’ire de’ venti e il mar Sfidavi, e in ogni vena Correvi a suscitar L’odio di Francia. E come il viso argenteo Di vaga stella ardente Conforto è in mezzo ai turbini Allo stanco nocchier, La tua lena cadente Un fulgido pensier Già rinfrancando. Cinta di ferro, libera Per opra tua la cara Sicilia a te pingensi Nel magnanimo cor, E in ogni secol chiara Del sicano furor L’inclita fama. Deh sorga per Italia Un uom che l’assomigli, E il serto iniquo infrangere Si vegga ai re crudel, E i turpi infami artigli Al bicipite augel Che a predar venne I dilettosi italici Campi dall’Istro odiato!... Salve, o stranier, che Italia Ti rechi ad ammirar. Ma a chi v’irrompe armato Un glorioso acciar Squarci le membra! Oh dell’alta giustizia Dia questa terra il segno, E le tremende folgori Che fero accender suol Di Mongibel lo sdegno In ogn’italo suol La sacra fiamma Avventino!...... ma rapida Già discorre per tutto, E il Vesèvo rispondere S’ode dell’Etna al tuon, E dell’adrïaco flutto E del Tirreno il suon Più e più s’accresce. E quinci del Romuleo Fiume e dell’Arno l’onda Tutta ribolle e gonfiasi, E quindi l’Eridàn In sulla doppia sponda Va infuriando, e invan L’ira non spende. REAME DI NAPOLI. Fra i popoli tutti della tanto calunniata Italia quello del reame di Napoli è stato ed è forse il più calunniato. E per certo a chiunque si fa a guardar leggermente nelle sue glorie sembra dover giudicare soprammodo incostante e debole in guerra una gente, la quale sì spesso mutò padroni, e a presso che tutti, nell’ora in che vennero a conquistarla, resistè fiaccamente. Ma chi vorrà penetrare un po’ addentro in quei fatti scorgerà di leggieri le cagioni dell’incostanza e del fiacco resistere. E’ vedrà che i Napoletani, malmenati sempre da chi li reggeva, tentarono di migliorare la loro fortuna col mutar signoria, e sempre ingannati nelle loro speranze, perderono quasi ogni fede nell’avvenire, e un profondo scoraggiamento succedette all’antica energia. Ciò nulla ostante di quanti bei fatti e’ vanno a giusta ragione superbi? E quale nazione respinse mai con altrettanto vigore il tribunale dell’Inquisizione? E quale al mondo può vantare una rivoluzione simile a quella del 1647? Ma accostiamoci a’ nostri tempi. Re Ferdinando IV, codardo sempre nei pericoli, erasi fuggito in Sicilia, dopo aver consentito agl’Inglesi l’incendio di sei vascelli della flotta napoletana. Una povera plebe, quasi affatto sfornita di artiglierie e di munizioni, e senza capi, nè ordine alcuno, fè contro i Francesi quello che il vile suo principe non avea osato tentare. Circa tremila fra quei generosi perirono difendendo la patria contro lo straniero invasore. Queste cose avvenivano nel gennaio del 1799. E quando le armi di Francia abbandonarono il Regno, e le brutte masnade del cardinal Ruffo trassero a furia sulla misera Napoli, di maraviglioso valore fè mostra la piccola schiera di repubblicani preposta a guardia della città. Contrastò lungamente le mura di Napoli al Ruffo, e questo penetratovi alfine, dal castello di S. Erasmo, dov’erasi ritratta, non si rimase dall’operare contro le di lui bande molte belle fazioni. Ma fra tutti que’ fatti risplende l’eroica fine di Antonio Toscano, nativo di Calabria, il quale, anzicchè arrendersi all’inimico, strascinatosi moribondo nel sotterraneo del forte, la cui difesa gli era stata commessa, vi diè fuoco alle polveri, per modo che assalitori e assaliti saltarono in aria ad un punto. Dovrei pur ricordare l’assedio sì gloriosamente sostenuto dagli abitanti di Altamura, e prima di esso la presa d’Andria, al cui assalto fu veduto muover fra i capi Ettore Caraffa, conte di Ruvo, fratello del già padrone del feudo che da quella città nominavasi. E a questo proposito giustizia richiede che la nobiltà napoletana sia grandemente esaltata, siccome quella che non solo accettò, ma sostenne ed aiutò con tutta l’anima una rivoluzione che le toglieva pur tanto! Un Riario, due Pignatelli, un Serra, un Genzano, un Caraffa, un Caracciolo e molti altri patrizii perirono nel 1799 cogli uomini più intelligenti e più chiari della nazione, per aver voluto distruggere le violenze e gli abusi, che un nobile, Gaetano Filangieri, avea qualche anno prima della rivoluzione francese così fortemente oppugnati. Ma i primi tentativi rivoluzionarii ebbero luogo nel Reame di Napoli nel 1793, anno in cui una congiura fu ordita. Istruitone il governo, gli arresti e le persecuzioni politiche cominciarono, e nell’ottobre del 1794 tre giovani salirono sul patibolo, de Deo, Vitaliano e Galiani. Nel maggio dello stesso anno, un Tommaso Amato era stato condannato alla pena capitale come giacobino e sacrilego. Si seppe poi esser egli stato spinto dalla pazzia ai fatti pei quali fu condannato. Nel 1799 circa duemila persone furono messe a morte in tutto il reame, strage unica al mondo, non tanto pel numero, quanto per la qualità delle vittime. Mutato reggimento non infiacchiva nell’animo de’ Napoletani il desiderio di libertà. Nacque nel Reame di Napoli, come tutti sanno, quella tanto famosa Carboneria, che poi sì rapidamente si sparse in tutta quanta l’Italia, e tanto giovò alla causa nostra. E i primi martiri della nuova setta furono pure Napoletani. Un Capobianco fu moschettato in Calabria, nel 1809, e molt’altri in Abruzzo, nel 1814. Ma eccoci al 1820. La sorte de’ Napoletani in quei tempi era migliore d’assai di quella del rimanente d’Italia. Lo stato del reame era florido, per quanto poteasi sperare sotto un governo assoluto, la giustizia era amministrata appuntino, la più parte delle cariche era nelle mani de’ buoni, e l’avvenire del paese pareva ridente. Ciò non pertanto i Napoletani provando il bisogno d’istituzioni le quali rendessero certa quella loro prosperità, levaronsi unanimi al conquisto di una Costituzione. Nè mai si vide insurrezione più generosa, nè mai popolo alcuno seppe usare con tanta moderazione di una libertà così nobilmente acquistata. Ma chi spense sì presto quella rivoluzione? La sua stessa generosa natura. Fidò nei Borboni, e i Borboni tradironla, oltrecchè invece di diventare italiana, rimase municipale, errore sommo che l’Italia centrale ha sventuratamente imitato nel 1831. Ma le cagioni di quella dolorosa catastrofe son troppo note, perchè io m’abbia a ripeterle, e però dirò solo che ad onta di tutto quanto i nostri nemici operarono per annullare le forze del paese, e attutarne l’ardore, ai 7 marzo del 1821 poche migliaia di Napoletani, per la più parte milizie, tennero testa circa sette ore, nelle vicinanze di Rieti, a diciotto mila Tedeschi, fra i quali quattromila a cavallo. Questo fu il fatto; pure o s’ignora, o non vuolsi valutare dai più; pure sol’esso ha bastato a diffondere dei Napoletani uno sfavorevole grido, e a far dimenticare tutto il sangue da loro sparso in ogni tempo nelle fazioni di guerra. Da alcuni scrittori si fa ammontare a duecentomila il numero degli abitanti delle Due Sicilie periti per l’avara Spagna in terra straniera, nei due secoli infaustissimi in che quella parte d’Italia soggiacque al governo viceregnale. Sa ognuno della vittoria riportata dai Napoletani a Velletri sugli Austriaci, nel 1744, come pure de’ bei fatti d’arme dei quattro reggimenti di cavalleria napoletana, capitanati dal general Cutò nel 1796 e nel 1797 ne’ piani di Lombardia. Nei dieci anni in che il Regno fu sottoposto al dominio francese i Napoletani militarono in Ispagna, in Germania, dovunque si stesero l’aquile napoleoniche. Basterebbe il solo assedio di Danzica, durante il quale i soldati del Reame di Napoli si diportarono sì valorosamente, da meritare gli encomii di chi loda sì rado e sì scarsamente le cose nostre, vo’ dir dei Francesi, e segnatamente del general Rapp, nelle cui memorie si fa di quei prodi una molto bella menzione. Nel 1814 e nel 1815 le schiere di Napoli combatterono, prima contro i Francesi, poi contro gli Austriaci, a Carpi e ad Occhiobello coi primi, a Macerata coi secondi, e tuttocchè sempre in numero inferiore, fortemente pugnarono. Ma queste cose tutte, il ripeto, o sono state dimenticate affatto, o non son valutate quanto è mestieri da coloro medesimi i quali pur vogliono giudicar le nazioni dai fatti. L’esito finale della rivoluzione del 1821 è stato bastante a cancellare ogni più bella memoria dei Napoletani, e quel che più duole, non solo negli stranieri (chè delle loro opinioni, comechè torte, non mi darei grande affanno) ma negli stessi Italiani di qua dal Liri e dal Tronto, i quali, mi piange il cuore nel dirlo, non hanno tutta la fede che dovrebbero ne’ loro fratelli del Mezzogiorno, che pure sembrano destinati a levare il primo grido della insurrezione italiana. E i Napoletani meriterebbero la fiducia dei rimanenti Italiani, non solo pei fatti dei quali ho discorso, ma pel molto sangue da loro sparso per la libertà in questi ultimi cinquant’anni. Ho cennato di sopra dei principali martirii politici del Reame di Napoli dal 1798 fino al 1814. Giovi notare di volo quei che l’afflissero dalla caduta del governo costituzionale fino a’ dì nostri. Sui trenta uffiziali condannati all’estremo supplizio pel fatto di Monteforte, Ferdinando I non osò far mozzare il capo se non a due soli, Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Agli altri 28 la pena fu commutata in quella dell’ergastolo, prigionia di nuova foggia, che non ha nulla a invidiare a quella di Spielberg. Oltracciò moltissimi furono i moschettati, così a Napoli, come nelle province, pel solo fatto di essere stati colti in istrada con armi nascoste. Le carcerazioni furono poi innumerevoli, ed a migliaja gli sbandeggiati ed i profughi. Canosa, noto per infamia, comandò si frustassero sulla pubblica via due persone credute ree di carbonarismo, e commise tante e tali scelleratezze, che gli Austriaci medesimi ne arrossirono, e il loro generale in capo Frimont fè opera perchè ei fosse scacciato da Napoli. In quell’ora stessa il reame tutto era posto sossopra, il fiore dei magistrati destituito, l’esercito sciolto, ogni buona ed utile cosa annullata o corrotta. E questo avveniva per opera di quel Ferdinando che il 1º di ottobre del 1820 avea nella chiesa dello Spirito Santo solennemente giurato _in faccia a Dio ed agli uomini_ la costituzione spagnuola, e pubblicato quindi un indulto generale per tutto quanto fosse stato commesso contro la sua autorità. Ma il regno di Francesco I esser dovea più doloroso e più turpe di quello di Ferdinando. In quel miserando quinquennio (dal 1825 al 1830) le inquisizioni politiche furono soprammodo feroci, la corruttela in materia di governo giunse all’ultimo grado, la polizia, diventata signora assoluta, premiò i delatori, sparse la diffidenza fra gli amici e i congiunti, torturò nelle carceri, e videsi un De Mattheis, vera tigre sotto umane sembianze, torturare e ammazzare impunemente in Calabria. Ma il fatto più degno di venir ricordato si fu la cospirazione del 1828, la quale avea per iscopo il gridare nel Regno la Costituzione francese. Scoppiò nel Cilento. Nata con picciole forze, fu soffocata, ed al solito soffocata nel sangue. Mentre a Napoli perivano sul palco tre giovani egregi per nome Carola, Migliorati e De Mattia, Delcarretto, mandato coll’_alter ego_ nella provincia di Salerno, pubblicava una fallace amnistia, e tutti coloro che, prestatavi fede, si presentavano, faceva arrestare. In una sola notte circa trecento persone caddero nelle sue mani, e furono tradotte dal Cilento a Salerno a piedi e colle mani legate. Alcuni fra i prigionieri, vinti dalla stanchezza e da’ patimenti, caddero esanimi lungo la strada, e i loro cadaveri furono trovati la dimane per terra, nelle vicinanze di Prignano, paesello situato sulla via di Salerno. Furono: Bonifazio Oricchio di Vallo di Novo, padre di cinque figliuoli, Donato De Mattia, padre di famiglia ancor esso, ed Angelo Mazzarelli, vecchio uffiziale destituito nel 1821. Pietro Mazziotti morì nelle prigioni, dove era stato rinchiuso per vani sospetti. Furono passati per le armi a Salerno un canonico de Luca da Cella, un di lui nipote, guardiano dei cappuccini di Cammarota, il curato del villaggio di Abbatemarco (in Italia fino i preti ed i frati son liberali!) Domenico de Luca ed Angelo Lerro, amendue di Cosati, un vecchio di Masticelli, padre di sei figli, un Ricci di Pellaro, un patriota di Basilicata, il quale trovavasi in prigione da tre anni, Diodosio de Dominicis, ex-capitano delle milizie, ed altri due che non saprei nominare. Undici in tutto. Degli abitanti del villaggio di Bosco, dove la prima mossa ebbe luogo, venti furono fucilati, cinquantadue condannati ai ferri in vita, e il rimanente della popolazione disperso nelle comuni circonvicine. Un Alessandro Ricci fu ucciso dai gendarmi, e mille ducati furono premio agli uccisori. Michele Bertona, Emilio De Mattia e un Bianco di Montana perirono anch’essi, e un Carillo del villaggio di Perito fu archibugiato per avere portato del pane in campagna a’ suoi contadini. Delcarretto, seguitando in questa, come in molte altre cose, le gloriose tracce del generale Manhès, avea severamente inibito di recar viveri fuori dell’abitato, volendo almeno affamare coloro che non potea aver nelle mani. Nel numero immenso dei condannati ai ferri si annoverarono parecchie donne, e fra queste la moglie di Antonio Galotti il nome del quale s’udì suonare più volte sulla tribuna francese. Così il Galotti come la moglie trovansi in Francia al presente, il primo dopo avere sfuggito miracolosamente la morte, la seconda dopo essere stata orribilmente torturata nelle carceri di Salerno. Ma basti di queste nefandità, e solo si noti che il Delcarretto, in premio degli onorati servigi fu creato marchese, e innalzato al grado di maresciallo di campo. Ma e’ dovea rendere ben altri servigi alla corona di Napoli. Nel 1831 e’ fu assunto al ministero di polizia, e riuscì di grand’utile al governo in quell’anno sì pieno di rivolgimenti politici. Pure il suo zelo non impedì che nuove congiure si ordissero e nuovi moti scoppiassero nel 1832 e nel 1833. Alla congiura detta _del Monaco_, perchè ordita principalmente da un frate, ne seguitò un’altra tutta militare, tramata da dieci giovani, parte uffiziali, parte sotto uffiziali del secondo reggimento Cavalleggieri della guardia reale. Il frate e un Vitale furono condannati a morte per la prima cospirazione, un Rossaroll e un Ancillotti per la seconda; ma Ferdinando II commutò a tutti la pena di morte in quella dei ferri in perpetuo. Quanto a Rossaroll e ad Ancillotti, volle però che la grazia, vedi clemenza! fosse loro annunziata sul palco. D’altre varie cospirazioni ordinate in questi ultimi anni non mi è dato parlare per ragioni che ogni lettore intenderà di leggieri. Basti questo, che la polizia di Napoli non ha un momento di requie, e una trama sventata una nuova n’è ordita, ad onta di tutto che il governo fa patire a qualunque è arrestato come sospetto di mene politiche. Carnificine simili a quelle del 1828 dovea vedere il 1837. Ho parlato altrove degl’infelici moti della Sicilia e delle numerose sue vittime. Dirò qui solamente undici persone essere state archibugiate nelle Calabrie e otto in Abruzzo. Non mi è dato poter qui registrare se non i nomi dell’ultime. Eccoli: Antonio Caponetti, Francesco d’Angelo, Giuseppe d’Angelo, Giuseppe Toppeta, Ambrogio de Cesaris, Bernardo Brandizii, Emidio Antico, Paolo Mandricchio. Sono nomi di oscuri popolani, artieri per la più parte, i quali gridarono libertà, nulla sperando, nulla temendo, come il popolo suole, e morirono come gl’Italiani han saputo sempre morire, da Arnaldo da Brescia fino a Ciro Menotti. CANTO PER GL’ITALIANI DI NAPOLI. _Salve limpido ciel che le tirrene_ _Onde inzaffiri!_ Maria Guacci Nobile. Di quant’orme straniere fu impresso Questo suol! Quante barbare genti Sui bei campi dall’Orsa a torrenti, Dall’Occaso, dall’Ostro piombar! Di lor povere terre cacciate Dalla fame, qui volser le piante. Pria del sangue di Roma fumante D’Alarico ne punse l’acciar. Dalle rive del Bosforo accorso, Franse il Greco le gotiche spade..... A che pro, se dell’alme contrade A far strazio il Lombardo chiamò? Ma sul presto navile temuto Ecco appare il ladron Saraceno, Il Normanno gli è sopra, e il Tirreno De’ corsali fa sgombro.... a che pro, Se la patria non sorge redenta, E lo Svevo succede al Normanno, E poi danno s’accumula a danno Dal Francese e dal cupido Ispan? Quanto sangue si bevve, quant’oro Quinci emunse l’Ibero esecrando!.... Va oggidì colle stragi scontando De’ nostr’avi lo scempio inuman. Pur le avare sue gioie sovente I nostr’avi col ferro turbaro..... Come i polsi all’iniquo tremaro, Quando all’armi quest’ampia città Diè di piglio e al feroce Toledo Tinse il volto di rabbia e di scorno! Ma chi fia che dimentichi il giorno In che surta a gridar libertà, Un gentil pescator le fu duce Contra un nembo d’estranei soldati? Senza acciar le migliaja d’armati Ruppe e all’aure spiegò trïonfal Del cavallo sfrenato l’insegna, Che fatidico simbol di guerra, Fia salute a quest’umile terra, Fia al borbonico seme fatal...., Empio seme! Di strage più lune Queste mure inondava — atterrita Mirò Napoli tronca la vita De’ suoi figli più nobili al fior. Presso il lido sanguigno a banchetto, Sulla poppa del vile Britanno, Delle vedove spose il tiranno, Delle madri insultava al dolor. Ma feral, minaccioso dall’acque D’una vittima il tronco sorgea, Ed un subito gelo mettea Nelle vene del perfido sir[17]. Libertà per cui mille animosi A quei dì sul Sebeto periro, Libertà nostro primo sospiro, Libertà per cui presti a morir Sempre siam fra i tormenti o sul palco, Ah rispondi a nostr’avide brame, E ne dona lo stipite infame Del borbonico giglio schiantar! Spunti alfine, deh spunti quell’alba, Ed a prova vedrassi se indegna Sia di noi del corsiero l’insegna, Se la destra abbiam lenta al pugnar! ROMA ED IL PAPA. Qual servitù è più vile ed ignominiosa di quella dello Stato Romano? Una casta, i cui interessi, i cui affetti sono, non che al tutto diversi, in opposizione diretta con quelli del resto della nazione, è signora assoluta, e qualunque di lei non fa parte è meno che servo. Questa è la mostruosità maggiore del reggimento papale; ma ve n’ha altre molte che lungo sarebbe il volere discorrere, e le quali fan sì che nessun governo al mondo sia più meritevole del nome di sgoverno sì felicemente coniato da Alfieri. Non legislazione compiuta, ordinata; non ordini giudiziarii fondati sui dettami del dritto; non limiti bene determinati fra le varie giurisdizioni, tutto in balia dell’arbitrio di gente ignorante o corrotta, un tale disordine in somma, un tal caos, da non potersi descrivere. Ma ciò risguarda soltanto i due milioni e mezzo di uomini sottoposti alla sede apostolica. Esaminiamo di volo la fatale influenza esercitata dal papato sulle cose d’Italia. Dal secolo di Carlomagno fino a Gregorio XVI i pontefici han chiamato perennemente gli stranieri sulla nostra misera patria. Questo immenso delitto dovrebbe bastare sol esso a farli esecrare dagl’Italiani. Sole due volte il papato stette colla nazione contro i forestieri, sotto Alessandro III, al tempo della Lega Lombarda, e sotto Giulio II. Ma quanto al primo si debba riflettere ch’egli non favorì le città libere d’Italia, perchè tenero della libertà loro, ma perchè minacciato egli stesso dall’ambizione dell’imperatore; e quanto a Giulio II, non dirò altro se non che quel medesimo che scrisse sulle sue bandiere il famoso motto: _Italia ab exteris liberanda_, avea poco innanzi grandemente contribuito alla lega di Cambrai, lega che avea per iscopo la ruina di Venezia, cioè del più antico e più forte fra gli stati italiani. Dopo queste cose e’ mi sembra superfluo il ricordare di Alessandro VI che chiamava i Francesi in Italia per allargare lo stato al figliuolo, e del settimo Clemente, che fiorentino di nascita, spingea parricida contro Firenze quegli stessi Tedeschi e Spagnuoli, dai quali Roma era stata messa a ferro ed a sacco. Ma a convalidare le mie parole basterebbero soli i recentissimi fatti della rivoluzione del 1831. Poche sollevazioni furono più giuste, e quasi nessuna più benignamente operata. Facea mestieri cacciarsi dal collo un giogo insoffribile, vendicar tanti secoli d’umiliazione, eppure non una stilla di sangue fu sparsa, eppure i sollevati non mirarono se non al conquisto di uno statuto politico, che s’affacesse un po’ meglio alla innoltrata lor civiltà. Il potere spirituale del papa non fu intaccato nemmeno in parole, e la casta della quale ho cennato, che pur tante colpe avrebbe dovuto espiare, non venne in guisa veruna offesa o insultata. Aggiungi che si seppe a Bologna dal nuovo governo che il cardinal Benvenuti, vescovo d’Osimo, cospirava pel papa contro la libertà nazionale, spendendo in accendere la guerra civile il potere che il suo ministero apprestavagli. Or bene, invece di essere punito a quel modo che usano i governi assoluti coi congiuranti per la libertà, fu sottratto al furore del popolo, e tradotto a Bologna, vi fu trattato con ogni riguardo, nè si pensò a giudicarlo. Vedremo in breve in che modo Gregorio XVI rispondesse a quella rara moderazione dei liberali. Il santo pastore non avendo modo da opprimere la rivoluzione, si fe’ a supplicare l’imperatore, e i Tedeschi chiamò sul suo gregge. Non istarò a ricordare i particolari di quella invasione, nè parlerò del valore dimostrato a Rimini dalla picciola mano di patrioti che combattette contro le schiere imperiali, nè della capitolazione d’Ancona così iniquamente violata dall’Austria e dal papa, nè dei novantasei liberali catturati da navi austriache nelle acque d’Ancona contro il diritto delle genti, nè di tutto che avvenne nelle legazioni durante i sei mesi che gl’imperiali ne stetter lontani. Solo dirò dei saccheggi e dei massacri di Cesena, di Forlì e di Ravenna, città nelle quali le truppe di sua Santità, comechè rette da un principe della chiesa, commisero i più atroci delitti, e noterò questo, che mentre Gregorio XVI d’una mano guidava gli Austriaci a soffocare ogni grido di libertà nello stato, dell’altra scomunicava tutti coloro che aveano partecipato alla rivoluzione. Ma a dimostrare la rara perfidia di papa Gregorio giovi quest’ultimo fatto. Ad istanza della Francia, della Gran Brettagna, della Prussia, dell’Austria e della Russia, e’ promise di concedere allo Stato istituzioni sì fatte, _da renderne certa la prosperità e la quiete_. Ma promise e non tenne, e lo Stato Romano ritrovasi in una condizione simile affatto a quella donde fece invano di uscire nel 1831, e dalla quale può trarlo soltanto una nuova rivoluzione.... Possa ella riuscire al tutto dissimile da quella del 1831! In quell’anno fatale si gridò libertà, ma si temette di far risuonare quel grido oltre i confini di certe province, il papa si bramò decaduto come principe, ma non si fe’ neppur cenno di atterrare il papato. Or finchè questo rimarrà in piedi sarà indarno che si speri salute all’Italia. Bisognerebbe che questa capital verità si radicasse profondamente negli animi, il papato doversi distruggere nelle sue fondamenta, siccome quello che al pari dell’Austria è nemico naturale, implacabile d’ogni libertà, d’ogni bene della nazione italiana. Una rivoluzione la quale non abbia per iscopo principalissimo questo che ho detto non farà verun frutto. So che alcuni vi sono dai quali sostienesi che non si debba toccare la _mala pianta_, che anzi più rigogliosa sarà per fiorire al lume della libertà nostra, e che il mondo non è stato mai così bisognoso, così assetato di religione, e massime di cattolicesimo, come oggidì; ma per somma ventura d’Italia e del mondo quei che pensano in questa guisa son pochi, e il senso religioso (nol chiamerò sentimento), il quale a mio senno dee risguardarsi come una delle molte debolezze inerenti all’umana natura, si va infievolendo più sempre. Ma il parlare di religione, e segnatamente di cattolicesimo, oggi è moda in certuni, come un tempo era moda il gridarsi spirito forte. Io che abborro da ogni specie di moda, e però rifuggo così dal dirmi cattolico, come dallo spacciarmi per ispirito forte, giudicando dai fatti che tuttodì vo osservando ho per fermo che le menti sempre più rischiarandosi, e nuovi sentimenti svolgendosi nei cuori, il senso religioso che ho detto scemerà tanto per quanto l’imperfezione della nostra natura può consentirlo. E questo scemare delle umane superstizioni farà sì che gl’Italiani potranno più facilmente, quando che sia, svellere dalla radice il papato, e aversi in tal guisa la gloria di compiere la santa opera alla quale i Tedeschi dettero inizio per man di Lutero. Solo allora la povera Roma sarà veduta risorgere dal fango in cui giace, Roma che il vano suo titolo di metropoli dell’orbe cattolico muterà in quello di _capo_ d’Italia, tanto più glorioso ed augusto. CANTO PER GL’ITALIANI DI ROMA. Vexilla regis prodeunt inferni. Dante. Ahi Costantin di quanto mal fu matre! Dante. Fiamma del ciel sulle tue trecce piova! Petrarca. Il papa è papa e re, Dessi abborrir per tre. Alfieri. Alcuna gente il sole Non vide mai più misera Di noi, chè umana prole Nessuna mai levò Grido maggior, nè in baratro Più vil precipitò. Invidïamo a quante Sono quaggiù più barbare Stirpi, e all’Arabo errante, E al bruno Egizïan, E a qual più servo popolo Nudre il lito affrican. Sul capo sanguinosa Pende lor la tirannide, Ma non imbelle, esosa Come noi strascinar Denno la vita, e cingono Un formidato acciar. D’ignoti rischi in traccia Il Beduin per l’arido Deserto avido caccia L’alipede corsier, E sol gl’incresce e l’agita Del riposo il pensier. Or dì, quai son tuoi studii, O gran donna del Tevere? E i generosi ludi Guerreschi ove n’andar? E chi su te, miserrima, Osa lo scettro alzar? Mostro fatal, cui diero Nascimento le tenebre De l’ignoranza, il fero, Lurido capo un dì Sul Tebro eresse e d’orrido Fetore il mondo empì. E sull’ausonia terra La feroce discordia, E la fraterna guerra Scelerato avventò, E di cento magnanimi Nel sangue gavazzò. Sacra è tua fama, o Arnaldo, Cui queste mura videro Imperturbato e caldo Di patria carità Sull’empio rogo ascendere Gridando libertà! Ed in eterno chiari Risuoneran fra gli uomini Di Rienzi e di Porcari Gl’incliti nomi, e allor Che racceso in ogni anima Fia l’antico valor, Nel glorïoso giorno Che a la città romulea Una gran luce intorno Di novo splenderà, E lei reina altissima De l’itale città Saluteran le genti, A quanti per la patria Volonterosi, ardenti Diero la vita invan Una bell’urna sorgere Vedrassi in Vatican. E fian disperse a’ venti Le pontificie ceneri, Nè più molli concenti Il maggior tempio udrà. Ma d’animose, fervide Parole echeggerà. Ed un’aura di guerra Fia che spiri vivifica Su la redenta terra, E nel forte armeggiar Sarà diletto ai giovani Le membra esercitar. Ed ecco dei timballi, E de le trombe il sonito, E dei fieri cavalli L’ardente scalpitar Ne l’ampie vie succedere De’ bronzi al rintoccar. Lieti quel dì degli avi Rïanderem le splendide Memorie, a noi sì gravi Nel presente dolor, Ch’aspri di ferro e liberi Riguarderemo in lor. SAN MARINO. La repubblica di San Marino in Italia è una delle più grandi anomalie che sieno mai state al mondo. La è come un insulto alla nazione italiana, quasicchè i suoi nemici l’avessero lasciata là dov’ell’è per aggiungere un nuovo supplizio ai tanti che le vanno infliggendo. Certo si è che non mai fu veduta una libertà così larga nel mezzo di una schiavitù più profonda. Meriterebbero pure alcuno studio le istituzioni di quella repubblichetta[18], istituzioni superiori di gran lunga a quelle della sua sorellina de’ Pirenei, vo’ dire della repubblica di Andorra, in cui l’elemento aristocratico soverchia di tanto il popolare, così sotto l’aspetto sociale, come sotto il politico. La repubblica del Titano sorse con molt’altre maggiori in secoli di barbarie, e sola è stata in ogni tempo rispettata dalla fortuna e dagli uomini. Possa ella esser simbolo della sorte avvenire d’Italia! Possa la nostra penisola goder tutta quanta in fatto d’istituzioni di quello onde gode la picciolissima San Marino, e giovare a ventuno milioni di uomini quello che giova oggidì a sole sette migliaja! CANTO PER GL’ITALIANI DI SAN MARINO. _O di gioja, o di pace unico asilo_ _In questa patria del perenne lutto,_ _Libera San Marino, io ti saluto!_ _Così fossi robusta, o poverella!_ _Come se’ lieta, chè in periglio vive_ _La mite agnella tra feroci lupi._ O Titan, da le tue cime, Dove stanza abbiam sublime, Nembi e turbini sfidiàm. Spunta il sole e noi sorgiam, E suoi rai sfolgoreggianti Salutiam con lieti canti. Poi moviam per varii calli, Soli o a torme, inver le valli, Colla zappa o colla marra, Mentre schiudesi la sbarra De l’ovile, e qua sul prato De le agnelle odi il belato, Là saltar su per le vette Vedi l’agili caprette, Ed errar le vacche e i tori Senza guardia di pastori. Il dì muoresi, la squilla Ne l’annunzia de la villa. Cessan l’opre e ognun s’affretta Verso l’umile casetta, Ve’ il sorriso ne consola De la cara famigliuola. Viene il babbo, i putti gridano A la mamma affaccendata.... Presto il desco, presto a tavola... E la mensa è apparecchiata; Frugal mensa a cui provvide Il modesto campicello, Frugal mensa a cui s’asside Spesso l’esul poverello. Ma più fitto il vel si stende De la notte, ed ecco placido Sui nostr’occhi il sonno scende, Dolce sonno cui non turbano Cupe larve, del rimorso A noi sendo ignoto il morso, Come ignoti ne son pure I sospetti e le paure.... Un pensiero ne molesta... Il pensier d’Italia mesta!... Lieti siam, ma ne circonda Una doglia sì profonda!... San Marino è come il monte Sovra il quale alza la fronte, Il Titan che queto resta Nel furor de la tempesta.... Sommo Iddio, che il primo, il massimo De’ tuoi doni a noi largisti, Sommo Iddio, deh fa che liberi Tutti gl’Itali sien visti!... Non son essi umana prole?... Perchè lor dinieghi il sole De la diva libertà?.... Ah sovr’essi di pietà Volgi un guardo, o in noi pur scenda La tua folgore tremenda! TOSCANA. Chi mai visitando oggidì la Toscana, senza saperne la storia, potrebbe credere esser quivi surto Giovanni de’ Medici dalle Bande Nere, e Savonarola, e Niccolò Capponi, e Francesco Ferrucci? Tanto è potente a snervare ed infemminire i popoli uno stato di servitù dolce e tranquillo... Il massimo male fu arrecato alla Toscana dall’infausta razza de’ Medici, che coll’incanto delle lettere e delle arti belle divertirono gli animi dai robusti pensieri e dai nobili fatti. Compirono l’infame opera i principi della casa di Lorena, massime il troppo vantato Leopoldo I, le cui riforme, comechè nulla procacciassero ai Toscani in fatto di libertà, fecero meno odioso appo loro il governo assoluto. Io non seguo la scuola di coloro che opinano la libertà non poter nascere se non dall’eccesso dei mali, chè i mali generano bensì disperazione, e questa sovente le rivoluzioni, ma talvolta pure spengono ogni nerbo nel popolo, e con esso ogni speranza di libertà. Credo però non esservi danno più grave per una nazione del cadere sotto un giogo leggiero, sotto un giogo ornato, per così dire, di fiori. A un sì fatto servaggio antipongo le mille volte quello de’ Modenesi, o de’ Siciliani, chè in cotestoro l’odio del principato è vivo ed ardente, e non così tosto potrà mutarsi in azione, gli sarà saldissimo appoggio l’energia delle moltitudini, addormentata bensì in quei paesi, ma non ispenta, siccome pur troppo è addivenuto in Toscana. CANTO PER GL’ITALIANI DI FIRENZE. _Or ti fa lieta, che tu hai ben onde,_ _Tu ricca, tu con pace, tu con senno._ Dante. _A egregie cose il forte animo accendono_ _L’urne dei forti, o Pindemonte, e bella_ _E santa fanno al peregrin la terra_ _Che le ricetta._ Foscolo. Fiorenza, a queste placide Ore tue sonnolente Antiponiam la torbida Tua libertà fremente Armi e battaglie, allor Che a Campaldin col brando In pugno il tuo cantor Gìa cavalcando Fra i primi, e allor che il perfido Gualtiero[19] alle tue mura Dava le spalle, a un subito Tuo minacciar — ma impura In sen ti germogliò Novella serpe intanto, Che giorni ti fruttò D’immenso pianto. La rea serpe medicea, Che di blandizie armata Ingannevol ne l’anime S’insinuò — fiaccata O Libertà, nei cor La tua virtù miravi — Pure d’un bel chiaror Folgoreggiavi Il dì che de l’intrepido Capponi in su l’ardente Lingua tuonavi, e il tumido Re di superba gente, Poichè il garrir fu van, Si dipartia veloce, Chè dei bronzi toscan Temea la voce. Ma succedette al gallico Più abbominoso sciame, E parricida un Italo La rabida sua fame, O Fiorenza, guidò Pe’ tuoi campi fiorenti, E ne le tue cacciò Mura innocenti. Indarno Michelagnolo Divin muniale, indarno I figli tuoi più nobili L’armi vestir, volarno A pugnare, a morir Ne l’agon sanguinoso, Ed il fulmineo ardir D’un glorïoso, Di Ferrucci magnanimo L’ardire a te fu scudo Contra il furor barbarico.... A Gavinana il crudo Oppressor trïonfò, Ma di feriti e morti Sur un monte spirò Quel re dei forti! Del suo sangue santissimo Nudrita, ahi più crescea L’infame serpe, e l’aëre Che al suon fremuto avea Di guerresca armonia, E di liberi accenti, Turpi lusinghe udia, Molli concenti. Esecrata in perpetuo Sia l’iniqua!... Per ella De le Muse e di Pallade Splendea bensì la bella Luce fra noi, ma i cor, Vinti al leggiadro incanto, Si fean d’ogni valor Vòti frattanto. Pur d’alcun lauro cingere N’era dato la fronte, O Fiorenza, e ogni popolo Di sapïenza fonte Ti salutava.... or dì, In che sorgi valente?.... Gretta hai l’alma oggidì, Le braccia hai lente. Unica tua dovizia Di Santa Croce i marmi Sono oramai.... deh possano A libertade, all’armi Destarti!... avida in lor Mira, ah mira sovente, E fia che un novo ardor T’empia la mente! LUCCA. La repubblichetta di Lucca starebbe ancor su, se i Francesi non avessero valicato le Alpi, i Francesi che sì poco bene e tanto male ne fecero, che sarebbe stata una vera benedizione per l’Italia se si fosser rimasi sempre a casa loro. Di repubblica fatta ducato, Lucca mutò spesso padroni, e venuta da ultimo nelle mani a’ Borboni, si ha oggidì la ventura di servire a tale che il denaro di lei si gode in terra tedesca, ed il quale, se la rivoluzione italiana tarderà un tantino, morta l’arciduchessa Maria Luigia, di duca di Lucca diventerà arciduca del Parmigiano, del Piacentino e del Guastallese. In quel mentre che i Lucchesi dal dominio borbonico passeran sotto quello della casa di Lorena, signora della Toscana, il Pontremolese di toscano si farà parmigiano, e il contado di Fivizzano, or toscano anch’esso, avrà la consolazione di cader sotto l’ugne del clementissimo Francesco IV duca di Modena. Queste cessioni di territorii e di uomini erano stipulate nel congresso di Vienna del 1815, congresso nel quale si fece dei popoli quel che si fa degli armenti. Ma la rivoluzione italiana sarà veduta operare quel che i Francesi non seppero nel 1830, cioè _lacerare col ferro quegl’iniqui trattati_. CANTO PER GL’ITALIANI DI LUCCA. Da l’Alpi a Mongibello, Dal Tirreno all’adrïaco Flutto, a ogni fren rubello, Su l’Arno, o su l’Eridano Non sorge una città, Non una breve terra, Ove non sian memorie Magnanime di guerra, Ove non bolla indomito L’amor di libertà. Anime ardenti e belle, Tue mura un dì racchiusero, O Lucca, oggi d’imbelle Popol ricetto e povera Schiava d’ignobil sir.... Di che vivida luce Splendea de’ tuoi manipoli La valentia, cui duce Di Castruccio miravasi Il formidato ardir! Ma de’ fratelli a danno Ei li guidava, e perfido Poscia insorgea tiranno De l’innocente patria..... Si taccia, o traditor, De le tue geste, e un canto, Lucca gentil, disciolgasi A un cittadin tuo santo, Che invendicata vittima Cadea del patrio amor. O Burlamachi, immensa Fu la tua gloria! — In umile Stato e’ nascea, ma intensa Brama d’onor ne l’anima Nudriva, e colla man Che a l’opere intendea Del poverello artefice L’alte storie volgea D’Italia, e de la misera Allo strazio inuman Si rodea fieramente, E mille volte cupido Col guardo de la mente Di queste mura esigue Varcava il limitar.... E un sublime disegno Nel concitato spirito Sorgeagli — da l’indegno Servaggio intera Italia A libertà chiamar!..... E matura è l’impresa, Ed un’età s’approssima Da sì gran tempo attesa, E già già il grido ascoltasi Di _guerra a lo stranier_!..... Vana speranza! un empio Tradia quel grande, e orribile Di lui faceasi scempio..... Ma non perciò negl’Itali Perirà il suo pensier. Come picciola fiamma Al furïar di Borea Più crepita e s’infiamma, Ed in un vasto incendio Tramutasi talor, Sì quel pensier non langue, Nè languirà per volgere Di fortuna, e dal sangue Sfolgoreggiante emergere Vedrassi e vincitor. PARMA. Miseranda cosa è il vedere a quai principi le varie province d’Italia soggiacciano. Il reame delle Due Sicilie, ricco di otto milioni di abitanti, è retto da tale cui va preposto il più infimo tra i lazzeroni. Lo Stato Romano obbedisce ad un frate camaldolese, il quale, tra l’altre virtù, ha per abito l’ubriacarsi ogni dì. La Toscana, detta beata, perchè dorme saporitissimamente, serve ad un mezzo imbecille, e del pari il Lucchese, e tre milioni e mezzo tra Sardi, Genovesi e Piemontesi hanno un vil traditore a lor re, e Modena un tirannello che chiamerei nuovo Ezzellino, se non fosse codardo, e Parma e Piacenza una donna, che fra i padroni d’Italia non isplende poco, sì per altezza d’ingegno, come per pubbliche e private virtù. Lo straniero intanto s’accampa nel Veneto e in Lombardia, lo straniero senza del quale i principi tutti di cui si fa motto sarebbero sprincipati in un attimo. Ma parliamo un tantino di S. M. l’arciduchessa Maria Luigia. L’augusto di lei genitore Francesco, per tutelarla vie meglio contro le mene dei liberali, e tenerla in maggior dipendenza, le inviò, a consigliere e ministro in apparenza, ma a custode, anzi signore in sostanza, il Virtemberghese Neipperg. Ella trovatolo grazioso lo tolse ad amante, e n’ebbe ben presto parecchi figliuoli, che i sudditi, com’era lor debito, dotarono poi largamente coi loro danari. E ciò basta per quello che spetta alle virtù private dell’arciduchessa, venendo alle pubbliche mi fa d’uopo toccare alquanto dei moti del Parmigiano del 1831. Le rivoluzioni di Bologna e di Modena aveano messo un gran fermento nel ducato di Parma, e una gran paura addosso al governo, che fatto prender le armi alla truppa, la fe’ serenare sulla piazza del palazzo arciducale e nei principali luoghi della città, e Parma tenne in istato d’assedio tre giorni. Ma la voglia d’insorgere era più forte di tutte le forze del governo, e la truppa non bene disposta in favor di quest’ultimo. E però la mossa fu fatta colla massima facilità. La sera de’ 13 febbraio 1831 una mano di giovani arditi, secondata dal popolo che traea d’ogni banda sulla piazza della quale ho accennato, strinse d’ogn’intorno i soldati, parte ne disarmò, parte ne strascinò seco, e i colori italiani sostituì immantinente agli arciducali. Secondo il solito delle nostre rivoluzioni, non si diede in eccessi di sorta alcuna. Maria Luigia non solo fu rispettata dai così detti _ribelli_, ma custodita da loro nel suo palazzo. Due giorni dopo avendo tentato fuggire, fu trattenuta, ma senza violenze, nè ingiurie. Un governo provvisorio fu istituito, e Maria Luigia avendolo richiesto di farla partire, questi assentì, e le diede a scorta una parte del reggimento arciducale, e buon numero di guardie nazionali. Questa fu la condotta dei Parmigiani coll’arciduchessa. Diversa molto fu quella dell’arciduchessa verso dei Parmigiani. Comechè avesse detto volersi recare a Vienna, rinunziando interamente al governo, prese la via di Piacenza, occupata dall’armi tedesche, e giuntavi appena dichiarò nullo tutto quanto era stato fatto dai 15 febbraio in poi, e si mise in aperta ribellione verso il nuovo governo. Questi ciò nonostante non la gridò mai decaduta dal trono, e il di lei palazzo, e tutto ch’era stimato appartenerle, restò inviolato durante il tempo che la rivoluzione durò, se pure si può chiamare rivoluzione quel ch’ebbe luogo a Parma dai 15 febbraio 1831 fino all’entrata dei Tedeschi. La solita funesta moderazione, la quale ha rovinato tutte le rivoluzioni italiane di questi ultimi tempi, rovinò anche quella del Parmigiano, ove pure fu tanta la buona disposizione del popolo, che in soli otto giorni diecimila individui si trovarono inscritti nelle milizie. La fatal debolezza del governo provvisorio fe’ sì che tanto entusiasmo andasse perduto. E il nuovo governo mostravasi timido e molle, in quel tratto che la fazione contraria tutti i modi adoperava a spegnere quella infelice rivoluzione, e fra gli altri quello del danaro che largamente spandea nel contado. E buona mano di Tedeschi iva a sorprendere di nottetempo la terra di Firenzuola, e assaltatala subitamente, dopo breve combattimento se ne insignoriva. Ventitrè patrioti furono fatti prigioni, e strascinati fino a Piacenza con tali maltrattamenti, che un cittadino per nome Modesti, il quale era stato malamente ferito durante l’assalto, spirò sulla strada. Questi fatti eran degno preludio alle persecuzioni, cui il governo arciducale fu visto procedere, non appena i Tedeschi lo ebber rimesso in arcioni. CANTO PER GL’ITALIANI DI PARMA. Sovra il Po scendea nimico Nugol d’armi e di corsier, E lo svevo Federico Era duce agli stranier. Crebbe intorno a’ patrii muri Una selva aspra d’acciar; Ma ferventi, ma securi I nostr’avi si levar. Tutti tutti a la difesa De la libera città Vanno a furia, nè sospesa La vittoria a lungo sta.... Contra l’oste assedïante Repentini un giorno uscir, La fiaccarono, e tremante Si fuggì lo stranio sir. Ove l’inclito valore N’andò mai di quell’età In che immenso ardea l’amore De la dolce libertà? Ogni gloria oimè! s’imbruna, Si dilegua ogni virtù Da la terra che fortuna Danna a lunga servitù. Dei Farnesi a noi l’invisa Turpe schiatta sovrastò — Colla man di sangue intrisa Un crudel ne flagellò[20]. Ma una subita congiura De l’orribile signor Su l’iniqua testa impura Un pugnal vendicator Brillar fea; ma non cessava Il durissimo servir.... Nè la sorte è a noi men prava, Chè n’è forza l’obbedir A una femmina tedesca, A una femmina che osò Coi nimici andarne in tresca De lo sposo che obliò. Ella in giolito la vita Trapassava, e in soglio sta, Mesta sol perchè fuggita Di sue guance è la beltà. Lui coglieva il giorno estremo Sovra scoglio ermo e lontan, E l’anelito supremo Si perdea ne l’Ocean. MODENA. La tirannide del duca di Modena debbe annoverarsi tra le mostruosità maggiori dell’Europa civile del presente secolo. Francesco IV ha dello scellerato e del matto ad un tempo, e alcuni pretendono che in gioventù il suo cervello desse alquanto di volta, e che a guarirlo del male i parenti lo facessero viaggiare. Certo si è che mentre ei tiene in sì picciolo conto l’umanità, mostrasi tocco dalla sorte de’ matti, e due manicomii v’ha nel ducato ch’ei favoreggia grandemente. Ma questa simpatia pei pazzerelli è vinta in esso di molto dalla passione dell’oro. Lungo sarebbe il dire de’ modi tutti più o meno ingegnosi da lui tenuti per insaccare danari. Rimarrò contento al ricordare il fatto della taglia posta, nel 1831, sugli Ebrei, cui fece sborsare franchi 600,000 in pena _dell’essersi mostrati lieti della rivoluzione_. Pure tai cose son nulla in confronto degli atti enormi commessi da Francesco IV dal 1821 sino a questi ultimi tempi, a fine di spegnere ogni seme di libertà nel ducato. Basterebbe il caso del sacerdote Andreoli, intervenuto nell’ottobre del 1822. Accusato di carbonarismo, fu fatto giudicare a Rubiera da un tribunale statario, il quale, comechè nominato dal duca, fu piuttosto mite nel pronunziare la pena. _Il duca lacerò la sentenza, e comandò che Andreoli avesse mozza la testa._ Si vuole che il giorno dell’esecuzione il tempo fosse bellissimo, ma che al momento del supplizio del martire il cielo s’annuvolasse subitamente, e indi a poco una tempesta scoppiasse. Fu maraviglioso l’effetto di quel mutamento istantaneo sulle menti del popolo di Rubiera, tanto che il nome di pochi santi è da lui venerato come quello del prete Andreoli[21]. Ma il 1831 e il 1833 doveano vedere altrettante, se non più crudeli tragedie. Da più tempo nell’Italia centrale preparavasi un moto rivoluzionario. Erano scopo dei congiuranti l’indipendenza e l’unità nazionale. Ciro Menotti, principal capo alle mene dei liberali, per vie meglio riuscir nell’intento, fe’ opera di trarre il Duca medesimo nella congiura, ponendogli innanzi agli occhi qual premio la corona d’Italia, ma certo in suo cuore che un Francesco IV avrebbe potuto servir di sgabello, e non d’altro, alla libertà della patria. Il tirannello, fidato in quelle speranze, cospirò contro l’Austria e i principi tutti d’Italia. È fama ch’egli e il Menotti si giurassero, checchè potesse avvenire, scambievolmenle salva la vita. Certo si è che nelle conventicole che spesso teneansi dai varii cospiratori, Menotti si oppose con estrema costanza all’uccisione del duca, anzi pronto sempre si dimostrò a difendere la di lui vita esponendo la propria. Vedrassi in breve il come Francesco IV tenesse dal lato suo la promessa. La rivoluzione del 1831 fu fatta nella certezza che il governo francese non avrebbe permesso all’Austria di opprimere i sollevati. E il duca rimase nella congiura finchè non seppe di Vienna che il ministero francese avrebbe tollerato la violazione del principio di _non intervento_, che avea promulgato poco innanzi egli stesso. L’avviso di Vienna giunse alcun giorno prima che la rivoluzione scoppiasse nel Bolognese. Il Duca allora troncata affatto ogni relazione coi liberali, s’apprestò invece a combatterli con tutte le forze. Ma non perciò i congiuranti si rimasero dallo spingere innanzi le cose, che anzi fermarono la messa per la notte dei 3 ai 4 febbraio 1831. Cento giovani doveano trovarsi in casa Menotti alle dodici in punto, e quivi armatisi e provvedutisi di munizioni, doveano dividersi in cinque squadre, delle quali quattro sarebbero ite a occupare le quattro porte della città, e ad aprirle a quei del contado che si recavano ad aiutarli, in quell’ora medesima che la quinta si sarebbe inviata all’assalto del palazzo ducale. Francesco IV fu istrutto qualche ora prima del vicino pericolo, e però, mentre sole trentuno persone erano convenute in casa Menotti, questa fu cinta dai soldati del Duca, e intimato ai cospiratori di arrendersi. Ma i cospiratori risposero a suon d’archibugio, e circa tre ore si fe’ a schioppettate, gli uni combattendo dalla strada, gli altri dalle finestre, con parecchie morti dal lato della truppa. Verso le due dopo la mezza notte, il Duca avvedutosi che le archibugiate non facevano frutto, comandò si traesse il cannone contro i ribelli, mentre il degno suo consigliere Canosa gridava perchè si minasse la casa, ad onta che più di venti fra donne e fanciulli vi stesser rinchiusi. Il valore di pochi costretto alfine a piegare dinanzi alla forza de’ molti, e più di tutto al cannone, i congiurati si arresero, e scesi nella corte, subito invasa dai ducali, vi furono legati, e qualche ora dopo con ogni sorta d’oltraggi e strapazzi strascinati al palazzo ducale. Il buon Francesco non avea voluto niegare a sè stesso la gioia del veder sanguinanti e fra ceppi coloro che pochi momenti prima lo avean fatto tremare. Ciro Menotti era caduto prima degli altri nelle mani dei ducali, chè non iscorgendo alcuna via di salute pe’ suoi compagni, e volendo recarsi dal Duca a ogni costo, a fine di parlargli in lor pro, s’era gittato da una finestra in un viottolo che credea non guardato, e tosto leggermente ferito da alcuni dragoni quivi posti in agguato, era stato fatto prigione. Furono tutti chiusi in fortezza, dove languirono tutta notte, e il giorno seguente, senza che fosse porto loro alcun cibo. Le loro sentenze intanto venivano pronunziate, e a’ primi otto condannati a morte si apprestava il supplizio, allorchè giunta la nuova della rivoluzione di Bologna, il Duca fuggì, seco strascinando il solo Menotti, il cui capo destinava al patibolo, siccome quello che tali segreti chiudeva, da non poter rimanere sul busto. Fu un vero colpo di scena, chè i vinti mutaronsi in vincitori, in quel tratto appunto che irremisibilmente perduti credevansi. Modena rimasta donna di sè, non trascese in veruno eccesso, in veruna vendetta, ma il più maraviglioso fu questo, che tutto quanto era creduto del Duca fu rispettato, non uno de’ suoi pochissimi partigiani fu offeso, nè quasi alcun danaro della cassa ducale, ch’era pur quella della nazione, fu tocco dal governo provvisorio. Tutto che avvenne durante quella rivoluzione, e le altre due di Bologna e di Parma, dovrebbe bastare, e’ mi sembra, a far fede dell’alta civiltà della nazione italiana, della quale taluni stranieri van pure gridando non esser ella matura pel viver libero. Se si peccò dai governi e dai popoli de’ varii paesi che ho nominati fu in questo, che i primi non seppero uscire dai limiti che i governi rivoluzionarii debbono pur trapassare, e i secondi troppo docili si mostrarono a chi sì mollemente reggevali. L’entusiasmo del popolo nel Modenese, anzicchè venire aiutato con vigorosi provvedimenti, fu combattuto, e a chi chiedeva armi per battersi si rispose che bisognava star cheti. E però il solo fatto un po’ ardito fu quello di Novi, dove il capitano Morandi, ai 5 marzo, con alquanti giovani poco esperti nel maneggio delle armi s’azzuffò coi ducali di gran lunga più numerosi, ed otto fra contadini e borghesi essendosi ritratti sul campanile di quella terra, vi si difesero fortemente alcun tempo, quindi si arresero capitolando, ma venuti nelle mani de’ soldati del Duca, furono trucidati tutti ad un tratto contro ogni uso di guerra. Francesco IV, rimesso in sella dalle armi imperiali diede subito mano alle carcerazioni, indi al sangue. I più fra i compromessi, il cui numero sommava a qualche migliaio, erano lungi, ma rimanea da arrestare buon numero di liberali, e da impiccare Ciro Menotti e Vincenzo Borelli. La colpa di quest’ultimo consistea nell’avere firmato con altre settantuno persone l’atto di decadenza del Duca. Perirono entrambi ai 25 maggio del 1831. Altri ventinove cittadini furono condannati a morte in contumacia, nel 1837, e i loro beni, già sequestrati, venner divisi fra le loro famiglie. Nel 1833, un Giuseppe Ricci, cavaliere, patì l’estremo supplizio per una congiura della quale fu poscia chiarito innocente, chè si scoperse essere stata inventata dalla polizia. Indarno la moglie dell’infelice strinse le ginocchia del Duca, indarno rammentò a lui e alla duchessa servigi importanti resi loro dalla propria famiglia in tempi sinistri pel principato. La sola grazia che le fosse dato ottenere fu questa, che il Ricci, invece di salire sul palco, venisse passato per le armi! Gli stranieri cui cadran sotto gli occhi queste pagine, crederanno a stento i fatti summentovati, eppure son veri pur troppo, eppure non gli ho registrati tutti, chè ad accennarli solo sarebbe stato mestieri, non una breve notizia storica, ma un intero volume. E ho taciuto del fatto di Gaetano Punzoni, il quale fu tenuto in carcere durante nove anni, perchè sospettato di avere ucciso il direttore di polizia Resini, che tutti sapevano non essere stato morto da quello. Il Duca richiesto di quel che intendea si facesse del Punzoni, rispose: «_rimarrà in carcere, finchè non si trovi il vero reo._» La tirannide del Duca di Modena, ripetiamolo pure, è una solenne mostruosità nell’Europa del secolo decimonono. La è tale, che tutti coloro che possono vivere fuor dello stato, si sbandeggiano volontarii, e fra gl’Italiani che van ramingando di qua dalle Alpi, v’ha sopra ogni dieci uno o due Modenesi, quantunque la popolazione del ducato di Modena stia rispetto a quella d’Italia nella proporzione di 400,000 a ventuno milioni. E spesso t’imbatti in intere famiglie di esuli. Indicherò a chi vuol piangere un’umil casetta sita nei dintorni di Parigi, e propriamente nella strada _Saint-Louis aux Batignolles_, Nº 52. Io l’ho visitata più volte, e non mai senza lacrime, ma non potrò mai dimenticare quel che provai la prima volta che colà mi condussi. Vive in quella casa una numerosa famiglia, ma quel giorno tutti eran fuori, meno una donna fra i sessanta ed i settant’anni. Era tutta vestita di nero, e mi parve consunta, più che dall’età, dal dolore, uno di quei dolori che niuna lingua sa esprimere, nè cuore alcuno comprendere, se non di donna e di madre. Era la prima volta che quella misera s’offeriva a’ miei sguardi, eppur la conobbi al primo vederla, ed un sentimento che non può dirsi a parole mi strinse l’animo sì fattamente, che non seppi aprir bocca, quindi mi sentii spinto a prorompere in un pianto dirotto; ma feci forza a me stesso per non ricercar le ferite onde sapea tradito quel cuore, e colto un pretesto, tolsi commiato in gran fretta. In quella casa, o lettore, abitano il padre, il fratello ed il figlio di Ciro Menotti, e quella ch’io vidi era la madre del martire! AD ACHILLE MENOTTI. A TE FIGLIUOLO D’UN MARTIRE INTITOLO UN INNO NEL QUALE DEPLORANSI LE RECENTI SVENTURE DEGL’ITALIANI DI MODENA UN OBLIGO SACRO T’INCOMBE QUELLO DI VENDICARE TUO PADRE MA NON COL PUGNALE DEI FARLO NON GIÀ CHE L’USO DI ESSO SIA ILLECITO COI NOSTRI TIRANNI MA PERCHÈ COL PUGNALE SI SPEGNE IL TIRANNO E NON LA TIRANNIDE E A NOI QUESTA FA D’UOPO SCHIANTARE E A TE SI CONVIENE UNA PIÙ SUBLIME VENDETTA TU DEI INTENDERE O ACHILLE CON TUTTE LE POTENZE DELL’ANIMA ALLA GRAND’OPERA DELLA RIGENERAZIONE ITALIANA TU DEI VENDICARE TUO PADRE VENDICANDO LA PATRIA MA I MIEI CONFORTI SONO SOVERCHI CON TE CHÈ TI BASTA IL PENSARE DI CHE NOME TI FREGI HO VOLUTO SOL COGLIERE IL DESTRO DI PORGERTI UN PUBBLICO PEGNO DELLA MIA CALDA AMICIZIA POSSANO LE MIE PAROLE GIUGNERTI CARE E ADDOLCIRTI ALQUANTO LA PIAGA PROFONDA INSANABILE CHE PORTI FIN DALL’INFANZIA NEL CUORE! CANTO PER GL’ITALIANI DI MODENA. _E l’ira e la pietà mi sian la musa!_ Monti. Dolente è l’italica densa famiglia, Ma al duol che ne pange niun duolo somiglia, Chè un orrido mostro n’addenta, ne lania, Nel qual s’avvicendano empiezza ed insania, E che per più onta qui l’Istro inviò. Di tutte sue colpe chi dire potrebbe? Chi dire del sangue che il crudo si bebbe? N’è fissa ne l’animo l’ora funesta Ch’a un giusto a Rubiera fu tronca la testa.... Che lutto ogni core quel giorno occupò[22]! La fiamma del cielo le nubi squarciava, Pe’ campi de l’aere feroce mugghiava De’ tuoni la voce, sfidavansi a guerra Gli opposti aquiloni — commossa la terra Un cupo ululato mandare s’udì. Ma allor che del giusto l’estremo sospiro Ver l’etere mosse, le nubi s’apriro, A’ venti, a la folgore l’ira fu infranta, E un subito sol de la vittima santa Il sangue di splendida luce vestì. O santo, la terra leggiera ti sia!... Oh come godesti nel dì che la ria Tirannica belva mirasti fuggente, E in armi la patria levarsi fremente, E liberi canti giuliva intuonar! Ma come baleno che traccia non lascia Sparir quelle gioje — la tema e l’ambascia Reddian coll’iniquo tiranno esecrato — E tanto più il fero di sangue è assetato, Che l’ore rammenta che il fenno tremar. Magnanimo Ciro, da noi lacrimato Con doglia perenne fia l’empio tuo fato!... Qual Italo s’ebbe più fervido in petto Del sacro nativo terreno l’affetto?... Ei Procida novo correva ogni suol, Bramando che Italia dal fango sorgesse... Fu invan, chè la speme degl’Itali oppresse Fortuna, ed a lui che salvollo da l’ire Di giusta vendetta, l’orribile sire Fedifrago tolse la luce del sol! O nobile spirto, cogli empi delitto È l’esser pietoso!... ramingo ed afflitto Il fiore de’ nostri per terre lontane Or va bisognoso d’un misero pane, E preda noi siamo d’immenso dolor..... Ma in mezzo a la nostra profonda mestizia Balena un pensiero di tutta letizia — _Fia un dì che la piena de l’ira sia sciolta,_ _E fera terribile scenda una volta_ _Sul mostro che gridasi nostro signor!_ VENEZIA. Maladetta la servitù, di qualunque natura ella sia! Per essa il più antico, il più florido fra gli stati italiani miseramente perì. Venezia nata per mano di uomini i quali antiposero il lottare coi flutti al servir sotto i barbari, godette durante più secoli del governo popolare, quindi la democrazia fu oppressa dall’aristocrazia, e a questa succedette la più dolorosa fra le tirannidi, la tirannide forestiera. E il Bocconio, e Bajamonte Tiepolo tentarono invano di ricondurre il governo della lor patria alla sua origine. Soggiacquero entrambi, e con essi la libertà, e quindi ogni nerbo della repubblica. La chiusura del libro d’oro fu l’ultimo colpo. Il governo ristretto nelle mani di poche famiglie, divenne viemaggiormente geloso del proprio potere, e viepiù diffidente verso del popolo, cui cercò di ammollire per via dei piaceri. E però il giorno dell’estrema ruina lo chiamò indarno in suo aiuto, e quella Venezia medesima ch’erasi insignorita di Costantinopoli nel duedecimo secolo, e sì fortemente avea combattuto nella guerra di Chioggia nel decimoquarto, ed avea salvato l’Europa dai Turchi, fu misera preda, pria dei Francesi, poi degli Austriaci. Maladetta la servitù, qualunque natura ella sia! CANTO PER GL’ITALIANI DI VENEZIA. _E tu fuor delle palme ove l’ascondi_ _Leva la faccia per dolore attrita,_ _Vinegia, e siedi a signoria dell’acque._ _L’eccelse sponsalizie or rinnovella,_ _Come usasti al buon tempo, e a’ flutti avari_ _L’anel donando di molt’oro adorno,_ _Al truculento mar ti rimarita._ Mamiani. Vinegia, un dì lieta reina de l’onde, Or misera preda, fu raro e stupendo Il tuo nascimento! Su l’Itale sponde Degli Unni lo sciame calava tremendo, Allor che chiunque dal giogo abborria Qui trasse — «Ti leva» gridò Libertà, «Ti leva da l’acque, Vinegia!...» ed uscia Dal seno de l’acque la bella città. Fu gioja a’ nostr’avi tra l’ire de’ venti, Più presto che servi, la vita menar. Qual rovere salda fra i nembi furenti, La donna de l’Adria dal torbido mar Serena s’innalza, chè libera vive, E spinge animosa del fero lïon La bellica insegna ver tutte le rive Su pini che indarno disfida aquilon. Ve’ come l’aligera belva risplende Sul muri del vinto Bizanzio! Ve’ come Pe’ liti pagani temuto si stende D’un cieco vegliardo l’altissimo nome![23] Ve’ quanti guerrieri San Marco fan chiaro! E Zeno e Pisani che a Chioggia pugnar, E quei che il ricurvo barbarico acciaro In cento battaglie securi affrontar. Chi salve d’Europa le trepide genti Facea da la rabbia del crudo Ottoman? Polonia col ferro de l’aste lucenti, Vinegia fra i rischi de l’ampio Ocean. Quai fervide grazie, che lieta fortuna Fur premio ad entrambe de l’alto valor? Inghiotte Vinegia la nera laguna, Polonia diserta d’un empio il furor..... Vinegia ne l’acque onde surse ruina, Chè libera nata, poi schiava divenne Di pochi — a ogni bella virtù cittadina Gli stolti patrizii tarparo le penne..... Qual gente quaggiuso più attonito il mondo Mai fece, e di lume più vivo brillò? Ma in molti diletti, ma in ozio profondo Si giacque, e a lo strano suo brando affidò. Però quando l’ora de l’ultima pugna Scoccava, e la fiamma del gallico sdegno Scendea minaccevole, invano su l’ugna Del fiero lione fidava l’indegno Codardo senato — fu muto vessillo L’alato lione, niun’eco s’udì D’imbelli oricalchi ripeter lo squillo, La pallida tema sui volti apparì. È questa dei servi la misera sorte, Qualunque sia ’l giogo cui piegan la testa. In timido, in fiacco tramutasi il forte, Vien poi lo straniero, lo vince e calpesta... Fu vostra la colpa, o patrizii! — Per fio Gli splendidi averi dispersi n’andar, La pompa de’ lauti banchetti spario, Si veggiono i vasti palagi crollar. E crollino i vasti palagi superbi De’ vili patrizi!; ma immota su l’onde Deh l’alma reina de l’Adria si serbi Al lume di care speranze gioconde, E franca de’ ceppi coll’itale genti, All’aure si reggia di novo spiegar Le vele su tutte le patrie de’ venti, Rifattasi nobile sposa del mar! LOMBARDIA. Se chiedi del governo austriaco a’ forestieri che han visitato la Lombardia, ti rispondono che meno _alcuni rigori di polizia_ gli è uno de’ migliori che si conoscano. Ma i forestieri sono pessimi giudici delle cose nostre, e massime delle politiche, i forestieri che sogliono correre la penisola quasi di volo, e poco sanno la nostra lingua, e però poco o nulla conversano colle varie classi della nazione. Oltreacciò e’ non possono sentir come noi rispetto a’ Tedeschi, per il che non è dato loro lo intendere che comunque il governo austriaco fosse umano, dolcissimo, ottimo in tutto, e noi nol vorremmo. Ma prescindendo da questa che chiamerò _incompatibilità di umori_ fra la razza alemanna e la nostra, mille buone ragioni s’hanno i Lombardi dell’abborrire che fanno dal giogo dell’Austria. Chi non sa dell’enormità delle imposte? Chi non sa de’ ventiquattro mila Italiani costretti a strascinare la vita sotto il bastone tedesco oltre l’Alpi? Chi non sa della natura del codice austriaco, segnatamente per quello che spetta al diritto penale? A chi non è nota la imperfezione degli ordini municipali del reame Lombardo-Veneto, dove essi ordini son pure alquanto larghi nella parte tedesca dell’impero? E non ho fatto parola delle inquisizioni politiche dal 1821 in poi, chè non potrei aggiugner gran fatto a quel che n’è stato detto in tanti libri, e massime nelle memorie di Pellico e Andryane. Ma l’amnistia? mi diranno taluni. L’amnistia, risponderò, oltre che fu una vera calamità in questo, che die’ a divedere come fosse malamente fondata l’opinione che avevasi del retto sentire d’alcuni, l’amnistia, dico, fu una perfida burla, perchè finora per essa non han riveduto la patria che i profughi; cioè coloro i quali per non essere stati mai giudicati, non erano da riputarsi colpevoli. E i condannati a morte pei tentativi del 1821, e coloro cui fu commutata l’agonia dello Spielberg nella deportazione in America, sono tuttora in esilio. Eppure i giornali francesi, eppure non pochi fra i liberali italiani (il che duole più assai) la clemenza di Metternich grandemente esaltarono, e a’ 6 settembre dell’anno scorso, vale a dire il giorno dell’incoronazione dell’imperatore, giorno che avrebbe dovuto considerarsi come luttuosissimo per la nazione, si fecero cose a Milano, che chiamerò matte, per non adoperare una più acerba parola. A quei che per rompere i ceppi non hanno altr’arma fuori dell’ugne non va rinfacciato il servaggio, massime quando inchinano il collo e non l’animo. Non così a chi mostrasi lieto del giogo. Ma per buona ventura quelle inettezze non si fecero dai più, ma da pochi, chè i più a Milano non solo, ma in tutta quanta l’Italia, hanno in odio sommo, profondo tutto che sa di tedesco. Gli è come dei Bavari in Grecia. Considerando da questo lato la cosa, antipongo il dominio austriaco a qualsivoglia altro, e soprattutto a quel dei Francesi, perocchè fra questa nazione e la nostra le differenze non son tanto grandi da torre alla prima il poter metter radici in Italia, dove l’Austriaca, ancorchè la sua usurpazione duri da sì lungo tempo, ha vivuto sempre fra noi a quel modo che oggi, cioè come straniera che teme e non ama in mezzo a gente inimica. A persuadersi di questo ch’io dico basta osservare in che guisa gli Austriaci sieno trattati dall’universale nelle città lombarde, e in ispecie a Milano, dove gli uffiziali non son ricevuti in quasi nessuna casa, e niun uomo del popolo se la fa coi soldati. Non potranno mai lodarsi abbastanza i Lombardi per questo loro procedere verso i Tedeschi. Così potessi lodarli del pari per quel che riguarda al vivere costumato e civile! E qui non parlo del popolo, che a Milano, come nel rimanente d’Italia, è sobrio e morigerato più che in ogni altro paese, ma del ceto bensì che dovrebbe dare al popolo ogni più nobile esempio. E’ direbbesi che la famosa satira del Parini non avesse fatto in Lombardia quasi alcun frutto, mentre la gioventù vive ancora nell’ozio e negli stravizzi, secondando in ciò involontaria le mire del governo, il quale vorrebbe vederla simile affatto a quella di Vienna, cioè rotta al mal costume, e dedita tutta ai piaceri. Altro vivere dimandano i tempi, e i giovani Lombardi, cui la natura fu larga d’ogni suo dono più caro, dovrebbero rinsavire una volta, e nell’espettazione di fortuna migliore per la lor patria, in alti e belli esercizii l’ingegno e le mani occupare. CANTO PER GLI ITALIANI DI LOMBARDIA. _Su Lombardi! ogni vostro comune_ _Ha una torre: ogni torre una squilla:_ _Suoni a stormo!_ Berchet. Turbo guerrier su l’insubri Zolle feconde un giorno Precipitò; ma celeri A pugnar d’ogn’intorno Da ville e da città Le nostre genti Uscian di carità Patria bollenti. In sul carroccio l’ITALA Spiegar sacra bandiera, Cui difendea dei giovani Più intrepidi la schiera Tutta bella d’acciar — Ma prima in campo Milano scintillar Faceane il lampo. Poi d’oste innumerevole Cinta, cadea, ma un monte Di nimici cadaveri Le fu letto, e la fronte Bentosto rïalzò Più maestosa, E l’armi ritrattò Più ardimentosa. Chè a lei la fratellevole Mano sovvenne, e il forte Volere, onde in un subito Mura bastite e porte Ebbe Alessandria, e il cor Pieno di rabbia Lo stranio imperador Mordea sue labbia. Ov’è l’ardor che l’animo Facea a’ Cremaschi baldo Così, che senza lacrime Dal contrastato spaldo Madri e spose mirar Fra ceppi strette Misero segno star Di lor saette? Di quel delitto il norico Regnatore inumano Un fio pagò terribile Sui campi di Legnano — Le sue squadre perir Nel cozzo acerbo, E rapido fuggir Dovè il superbo In atto supplichevole Ecco Vinegia il vede dianzi al roman pontefice. Ed un italo piede Del germano signor Preme la testa..... Oh qual surse dai cor Voce di festa!.... Ma lampo rapidissimo Fu quella gioia — fero Sempre e più sempre cupido L’odiato straniero Da l’Istro ahi ripiombò Su la fiorente Insubria, e l’avvinghiò Tenacemente! Quante fiate i fertili Piani infestò!... Ma scese Il fulmine d’un Italo[24], E dal gentil paese Sgombrò l’immondo augel Dal doppio rostro..... Però fine il crudel Servaggio nostro S’ebbe fors’ei?... sul nordico Suol, de l’ispano sole Sotto la vampa, esanime Cadea l’itala prole Pel Franco spregiator D’ogni altrui vanto, E peria senza onor D’inni o di pianto. Pur combatteasi — in ozio Non traëvam la vita, Gli audaci petti a’ giovani Un’assisa abborrita Sotto l’ungaro ciel Non costringea, Nè il tedesco flagel Li percotea! E non sorgeva lugubre Lontan lontan fra i geli Un castel solitario, Che lunghe ore crudeli Serba a qualunque in sen Più pura e ardente Del nativo terren La fiamma sente..... E in diletti femminei Vivremmo?... Ahi lacrimando, Fremendo, e al ciel le inutili Man neghittose alzando Viviam, finchè il dolor Ch’aspro ne invade Non si muti in furor Di libertade! SVIZZERA ITALIANA. Pochi paesi godono di maggior libertà di quella onde gode la repubblica del Ticino, ciò non pertanto in nessuno si scorgono minori i beati effetti del viver libero. I Ticinesi posseggono il suffragio universale, ma il frutto n’è questo, che circa quaranta preti sono scelti a deputati del gran consiglio. E’ s’hanno la libertà della stampa, ma i loro giornali sono i peggiori di Svizzera, e niun’opera un po’ rilevante vien fuori a Capolago, a Bellinzona, a Lugano. E’ s’hanno la libertà dell’insegnamento, ma poche scuole primarie o normali v’ha nel cantone, e quelle poche non sono frequentate gran fatto. Non mai in una parola fu vista una contradizione sì fatta fra le istituzioni e lo stato civile, morale e intellettuale di un popolo. Ma quel che più duole si è il vedere i partiti a’ quali s’appiglia per lo più nella dieta il deputato del Ticino. Basti questo, che i liberali della confederazione annoverano il cantone italiano fra i più mogi ed ingenerosi di Svizzera. Aggiungi che alquanti tra i Ticinesi, comechè repubblicani, non rifuggono dal vestire la turpe divisa del papa o del re di Napoli, partecipando in tal guisa a un’infamia da sì lungo tempo rinfacciata agli Svizzeri. Queste cose le dico con grave dolore, ma mi è paruto doverle dire, perchè cogl’Italiani non giovano solo i conforti, ma voglionsi ancor le rampogne. CANTO PER GL’ITALIANI DI SVIZZERA. De la terra che n’è patria Niun si nomina signor; Siam fratelli, e niuno insorgere Sui fratelli osa maggior. Su la piazza il denso popolo A comizio si raüna, E a’ miglior commette unanime Il guidar la sua fortuna. Sebben tutti un ferro impugnino Nullo offende a Libertà, Chè d’ognun l’affetto vigile De la Diva a guardia sta. Vive intenta ai ludi bellici La robusta gioventù, E disia che chiara splendere Possa in campo sua virtù. Ma passaro de l’Elvezia I bei giorni, e più non suona Il Lemano e l’Oberlandia De la tromba di Gransona. Ricca d’armi e d’oro povera Un dì Elvezia si mirò, E un delubro a la vittoria Di nimiche ossa innalzò. Or suoi figli le man libere Vanno offrendo agli empi re.... Sul Sebeto infami vendono, E sul Tevere la fè. Ed elvetica progenie Ne direm?.... Più lieta spene A noi ride, a noi cui d’italo Sangue fervono le vene. A noi suona de l’Eridano In sul labbro la favella. Le tue doglie e le tue glorie Nostre sono, o Italia bella. Dal tuo sonno assorgi, o misera, Ad un impeto gagliardo, E qual l’aquila precipite Da la cima del Gottardo Va su l’angue e lo dilania Coll’artiglio e lo divora, Noi veduta alfin risplendere La sì a lungo attesa aurora, In sui piani de l’Insubria Tutti a guerra scenderem, E l’acciar nei petti barbari Fino a l’elsa immergerem. PIEMONTE. Nei Piemontesi sta il nucleo del futuro esercito italico, chè oltre dell’essere mirabilmente atti alle armi fin dall’età più remote, hanno tali ordini militari, che in ora brevissima centomila e più uomini possono radunarsi e far testa al nemico. Aggiungi che all’infuori delle memorie del 1821 le tradizioni belliche del Piemonte sono gloriose, e quel che più vale, continuatamente gloriose. E il valore dei Subalpini è oggidì quel medesimo che fu visto durante il famoso assedio di Torino del 1706, e le guerre del secolo scorso, e le fazioni tutte sì bellamente sostenute sotto le aquile dell’impero francese. La casa di Savoja invece, che fu sì ricca di animi vigorosi ed arditi, è degenere affatto, tanto gli è vero che le famiglie dei principi possono decadere e corrompersi, non così i popoli, ne’ quali, se la natura li volle animosi davvero, ad onta di tutti i vizii, di tutte le profonde miserie inerenti alla schiavitù, la robusta e nobile tempra non cede. Qual differenza mai corre fra Emanuele Filiberto e Carlo Felice? Fra re Carlo Emanuele e re Carlo Alberto? Ma segnatamente fra quest’ultimo e i principi tutti della casa in discorso? Nessuno dei tirannelli d’Italia, neppure il duca di Modena, debbe riuscire più esoso all’universale, o, per meglio dire, schifoso di Carlo Alberto, e i più tristi fra i nostri carnefici sembrano onesti in confronto di questo sciaurato. Ma parlino i fatti. Niuno ignora la maschera di liberalismo onde Carlo Alberto vestiva la sua ambizione nel 1821, e come i liberali di Piemonte, ingannati a quelle apparenze, commettessero il gravissimo fallo di accostarsi a lui per insorgere, facendogli sperar come premio del suo cooperare a quei moti lo scettro di gran parte d’Italia. La sera del 6 marzo 1821 Carignano dava solennemente la sua approvazione al mutamento politico da doversi far nello stato; ma ventiquattr’ore appena erano scorse, quando annunziò non voler sapere più nulla della congiura. Debole al sommo, non dovea però rimanere gran fatto in questo proposito. Il domani i cospiratori avendolo richiesto con calde parole di mantenere la data fede, dopo molto dibattere die’ il suo consenso alla rivoluzione, cui per altro non volle promettere se non alcuni fra i moltissimi aiuti che nell’alto suo grado avrebbe potuto apprestarle. E fin qui, a volerlo giudicare benignamente, non si scorgono se non imbecillità e codardia. Ora comincia l’infamia. In quel tratto medesimo che nuovamente assentiva alle voglie dei liberali, e promettea secondarle, dava ordini sì fatti che la mossa rendevano quasi impossibile. Fortunatamente alcuni fra i congiuranti ciò seppero in tempo, e la mossa ebbe luogo ad onta di Carignano, se non che invece di cominciare a Torino, com’era stato prefisso, cominciò ad Alessandria ed a Pinerolo. Vittorio Emanuele avendo abdicato, Carignano fu nominato a reggente, e a’ 14 marzo 1821 giurò la costituzione spagnuola. Ma soli otto giorni ei tenne quel giuramento, perocchè nella notte de’ 21 ai 22 ei disertava colle guardie del corpo, l’artiglieria leggiera, i cavalli leggieri di Savoja e il reggimento di cavalleria Real Piemonte. Il generale tedesco Bubna, nel cui campo si presentò, lo accolse assai malamente, chè i traditori destano ira e ribrezzo fino in coloro che raccolgono il frutto del tradimento. Nuove umiliazioni lo aspettavano a Modena, dove re Carlo Felice, non sapendogli perdonare quell’aver fatto da liberale durante otto giorni, ricusò di vederlo. Carignano, tradita la causa della libertà, o, per parlare più rettamente, quella della propria ambizione, avrebbe potuto giovare almeno in questo al Piemonte, nell’evitar che gli Austriaci ne violassero il suolo. L’occasione a ciò era più che propizia. L’esercito piemontese era scisso in due campi, costituzionale l’uno, l’altro realista. Quest’ultimo stava a Novara, sotto il comando del general Latorre. Carignano, in cambio di andarne a’ Tedeschi, avrebbe potuto recarsi a Novara, diventar capo delle truppe quivi adunate, e con esse sopraffare le forze costituzionali d’alquanto minori, la qual cosa, ripeto, avrebbe risparmiato al Piemonte l’invasione straniera. Ma messosi nella via dell’infamia, Carlo Alberto volle correrla intera. A purgare il delitto di avere contribuito in così minima parte al moto rivoluzionario del 1821, Carignano fu mandato in Ispagna, dove molte centinaia di fuorusciti piemontesi combattevano e morivano per la libertà, capitanati dal valorosissimo Pacchiarotti. Tutti sanno del titolo conferito a Carlo Alberto di _granatiere del Trocadero_. È fama ch’ei si compiaccia grandemente nel parlare di quel generoso episodio della sua vita, e mostri con gioia le spalline di lana rossa che il duca d’_Angoulême_ di propria mano gli diede. Salito sul trono, aspettavasi ch’ei perdonasse a’ molti che avevano con esso lui congiurato nel 1821. Nuovi martirii di liberali vide invece il Piemonte[25]. Non farò cenno se non dei fatti avvenuti nella state del 1833. La Giovine Italia avea messo una gran paura addosso a tutti i governi italiani, ma specialmente a quello di Carlo Alberto. Leggi severissime furono bandite nel Napoletano, nel reame Lombardo Veneto e negli stati Sardi contro chiunque fosse stato chiarito proselite della nuova setta, e la solita pena di morte fra le ventiquattr’ore fu minacciata ai colpevoli. Il solo detenere una copia del giornale della Giovine Italia era riputato bastevole a provare la reità degli accusati. Numerosissime furono le carcenzioni nel Genovesato, in Piemonte, in Savoja, e si fece man bassa in ogni ceto, ma segnatamente fra i militari, nè andò guari che Genova, Alessandria e Ciamberì si videro intrise di sangue. A Genova furono moschettati Miglio, sergente de’ guastatori nel reggimento _Granatieri Guardie_, Biglia, sergente foriere nel medesimo corpo, e Gavotti già uffiziale, uomo di molta età, ammogliato e padre di sette figliuoli. Ogni modo erasi adoperato con quest’ultimo perchè parlasse; ma egli antipose un morire onorato ad un vivere infame. Miglio, già soldato nella guardia imperiale di Napoleone, volle provvedere per quanto potette all’infelice famiglia del suo compagno di morte. Avea messo in serbo una picciola somma durante i molti anni in che avea militato; e quei pochi danari e tutto che possedeva legò alla famiglia Gavotti. I soldati cui fu commesso l’ufficio di archibugiare i tre martiri, furono scelti con grandissima cura fra coloro che si sapea non avrebbero ricusato, le truppe in generale essendosi mostrate avverse oltre modo a quegli assassinii. Pochi giorni dopo Giacomo Ruffini, uomo noto e caro all’universale per ingegno e virtù, certo di essere condannato all’estremo supplizio, si uccise nelle prigioni della _Torre del Palazzo_. Ad Alessandria furono messi a morte cinque sergenti forieri, Marini, Costa, Ferrari, Menardi e Rigazzo, e il procuratore Vochieri. Marini era giovane colto e gentile, e sapea dettar versi di qualche eleganza. Vochieri avea moglie e una figlia. Un Galateri, governatore di Alessandria, volle che la vittima nell’andare al supplizio passasse dinanzi alla casa dove quelle povere donne se ne stavano più morte che vive. A Ciamberì il tenente Tolla, un de Gubernatis, un Tamboretti, ed un altro di cui ignoro il nome, furono pur moschettati. Nel febbraio del 1834 due altre morti si videro a cagione della spedizione di Savoja, impresa malaugurata oltre ogni dire, la quale comechè tentata con belle e generose intenzioni, mercè del suo risultamento finale è riuscita assai funesta all’Italia, in questo principalmente, che ha sfiduciato i più ardenti, e ha screditata la causa nostra fra gli stranieri, che nulla badando alle cagioni dei fatti, solo da questi son usi a giudicare di noi. Un Lombardo per nome Volonteri e un Francese per nome Borel, fatti prigioni sulla frontiera, furono indi a poco passati per le armi a Ciamberì. Volonteri fece per la famiglia di Borel il medesimo che Miglio avea fatto per quella di Gavotti, e ciò dopo avere tentato ogni via per salvare il compagno, affermando averlo egli solo indotto, anzi strascinato alla fazione per la quale venia sentenziato.... Miglio, Volonteri, e voi tutti i quali periste per la libertà, sia sul patibolo, sia pugnando per essa in terra straniera, i vostri nomi ora vanno per le bocche di pochi, ma un giorno il popolo d’Italia s’udrà pronunziarli con assai maggior riverenza che non fa de’ santi oggidì, che anzi i soli santi sarete dell’Italia futura!... E a te, o Santarosa, il più generoso fra loro, sorgerà una splendida pietra, rammentatrice perpetua delle tue chiare virtù e del tuo morire magnanimo!... Vorrei che nessuno Italiano ignorasse la lettera che quell’egregio scriveva di Londra a Vittorio Cousin, in data dei 21 ottobre del 1824, lettera in cui dichiarava con parole degne di eterna memoria la presa risoluzione di andarne a combattere e morire coi Greci. Non appena ebbe afferrato il desiderato lido di Grecia, si vestì all’Albanese, e militò da soldato durante circa sei mesi. Agli 8 maggio 1825 ei cadde a Sfacteria sotto il ferro egiziano. Avrebbe potuto, come tanti altri, imbarcarsi sul legno _il Marte_. Gli piacque invece di mettere a un certissimo rischio la vita, sol per raccendere coll’esempio il coraggio dei Greci. Cadde, e il suo corpo fu poscia indarno cercato sul campo dall’amico Collegno. I soldati d’Ibraimo ne avean fatto per certo il governo che i barbari sogliono dei corpi dei vinti. Santarosa non ha onor di sepolcro, mentre il vil Carignano sta in trono; ma chi non vorrà preferire la sorte dell’esule morto per la libertà ai rimorsi all’infamia del più vituperoso dei traditori? CANTO PER GL’ITALIANI DI PIEMONTE. _Esecrato, o Carignano,_ _Va il tuo nome in ogni gente!_ Berchet. D’animose fortissime schiere Sempre sempre brillaro le rive De la Dora, e le stranie bandiere Di nostr’armi temero il fulgor..... Quella luce oggi languida vive, Chè siam servi d’un vil traditor. Quinci surse quel fulmin di guerra Che le squadre dell’Istro guidò[26]..... Oh perchè, perchè a l’itala terra La sua mente, il suo braccio niegò?... Anzi, oh rabbia! di prence straniero A le voglie odïose obbedì, E d’Italia al nimico più fiero, Al nimico più odiato servì?... Pure un campo ad ogni opera ardita La fortuna schiudevane allor.... Or da imbelli viviamo la vita, E siam servi d’un vil traditor. Un gran nembo dal monte vicino Scese un dì su la bella Torino; Ma fu invan, chè a’ fulminei tormenti, A l’urtar de le galliche genti Ella salda rimase — ai perigli A vicenda correvan suoi figli, Nè sol’essa dei giovin gagliardi La bollente virtù, ma i vegliardi, Ma le donne, i fanciulli financo In sui muri traevano il fianco. S’udia ’l tuono dei bronzi frattanto, E la morte sua falce rotava, Pur non timide grida, non pianto Da la debile turba s’alzava — Duro giogo ne stava sui colli, Ma battaglia fremeva ogni cor — Or viviamo quai femmine molli, E siam servi d’un vil traditor. Immortale d’un umil soldato[27] Suonar debbe la fama — il perir Ei preferse al vedere l’amato Patrio nido a lo stranio servir. Lavorando sotterra egli gìa, Allorchè per incognita via Quivi irruppe di Franchi una schiera — Vincitor su Torino l’acciar Tien sospeso la gente straniera — Uno scampo rimane — appressar A le mine la fiamma — l’ardito Non un attimo solo indugiò — Uno scoppio tremendo fu udito — Ei s’uccise e la patria salvò..... Dove andò quell’età glorïosa D’opre eccelse e di bellico ardor? Or la vita viviam neghittosa, E siam servi d’un vil traditor. Sotto l’aquile franche a pugnar De la Dora i figliuoli n’andar Lunge lunge, e i temuti stendardi Trïonfaro per essi talor..... Pur su l’arpe del gallici bardi Non suonò di quel prodi il valor..... Non suonò, ma di splendida morte E’ morivan sul campo d’onor, Nè sapean com’è cruda la sorte Di chi serve ad un vil traditor. Gente siam cui la bellica tromba Lusinghiera a l’orecchio rimbomba, Chè in noi dorme l’antica virtute, Non ispenta n’è in core, e salute Sarà ella degl’Itali, quando Fia che i ceppi convertano in brando..... Primi primi agli scontri anelati Voleremo, e del sangue bagnati Del malvagio, del vil traditor Che nomarsi osa nostro signor. GENOVA. Bisognerebbe che gl’Italiani avessero sempre dinanzi agli occhi il gloriosissimo fatto del 1746. Una sola città, quasi inerme, discacciò ad un tratto sedici migliaia di soldati, che poche ore prima l’avean taglieggiata e oltraggiata come terra di schiavi. Nel 1821 Genova si comportò pure assai bellamente, chè mise in armi numerose milizie, e fece sapere agli Austriaci che non avrebbe dato loro l’ingresso, nè la bandiera costituzionale avrebbe abbassata, se prima tutti i proscritti piemontesi accorsi nelle sue mura per cercarvi un imbarco non avesse veduti salpare. E tenne molto fedelmente le fatte promesse. Nobilissimo atto di fratellanza fu quello, e solo basterebbe a combattere l’opinione di coloro che credono regnare odio fra le varie province d’Italia, e massimamente fra il Genovesato e il Piemonte. Ben so che i governi fann’opera di alimentare, e talor suscitare le matte gare municipali, e niun modo tramandano per render nemici fra loro quei che strettamente congiunti li farebber tremare, ma la buona natura italiana soverchierà i loro sforzi, e la comunanza del sangue farà sì che nel comune pericolo potentissimo sempre si svegli pur nei cuori men caldi l’amore della patria italiana. CANTO PER GL’ITALIANI DI GENOVA. Sovra l’agili navi ogni mar Discorriamo, e ne giova dei venti, E dei flutti i perigli affrontar, Chè tra l’ire degli Euri frementi, E tra l’onde sonanti oblïam De la patria il servaggio crudel. E gemendo le prore volgiam Ver l’amato ligustico ciel.... Non così gli avi nostri — festanti E’ reddivano, e cinti d’allor Sovra l’ampie galee trïonfanti, Del Tirreno, de l’Adria terror. Oh perchè contra italiche genti E’ rivolser le valide mani? Di Meloria, di Chioggia, o dolenti, Niquitose giornate, ove insani De’ fratelli ne’ petti l’acciar Con sacrilega rabbia cacciar!... Oh vergogna! oh dolore!... tremenda Fu però del delitto l’ammenda. Surse l’empia discordia fra lor, Forsennati gli rese il livor, E di sangue civil disïosi..... Maledetti gli Adorni e i Fregosi! De’ Visconti a la serpe crudele, Agli Sforza e’ dischiuser la via — A la vista d’incognite vele L’Oceàno frattanto stupia, E più lune sfidavale a guerra Ma fu indarno, e Colombo la terra Sospirata afferrava..... a che pro, Se la patria nei ceppi restò? Ma ben tosto al tuo gemito accorse Il gran Doria, ed a vita risorse La meschina. Il vil Carlo signor Il volea de la patria; ma libera Ei gridolla, e dai liguri cor Alto un inno di fervide grazie S’innalzò — Chiaro giorno fu quello, Ma splendeva di lume più bello Il gran dì che del popol la mano Fulminando scendea sul Germano — Un’angoscia profonda sui volti Dipingevasi, un gemito roco, Di procella forier, d’ogni loco Sollevavasi, a torme o disciolti, Baldanzosi gli odiati stranieri Brulicavan per gli erti sentieri, Gli uni carchi d’immenso tesoro, Gli altri intesi a rapirne coll’oro Le difese. — Gli arnesi di guerra Giù calavan dai muri — la terra Sotto il peso dei bronzi tremò, Poi si ruppe, e il più grave affondò, Di schiantarlo fer’opra, ma invano, Chieser quindi dei nostri la mano. Rifiutati, battendo e insultando A punirli apprestavansi, quando Un fanciullo una pietra ghermendo A le turbe: _la rompo?_ gridò, Trasse il colpo, ed un urlo tremendo A quel grido, a quell’atto s’alzò..... Una debile destra infantil Fu primiera lo strano a ferir. Libertà che in eccelso l’umil, E la tema converte in ardir, Avea messo in quel tenero cor Un insolito, immenso vigor..... Di San Giorgio la cara bandiera Dispiegata fu all’aure, e di spade, D’archibugi irta videsi intera Ad un tratto la bella cittade. Tutto in arme cangiossi e dai tetti Piovve giù come grandine fitta. Fino a l’elsa nei barbari petti Entrò il ligure ferro — sconfitta Si fuggiva de l’Istro la gente, E sanguigna, scornata, dolente Ricalcar l’era forza la via Che venir tempestosa l’udia. Così possa un dì l’Alpi varcar Incalzata da l’italo acciar!.... Finchè spunti quel dì, sui correnti Pini ogni onda solchiamo, e dei venti E dei flutti i perigli affrontiam, Chè tra l’acque sonanti, e il furor Dei nembosi aquiloni oblïam D’esser servi ad un vil traditor. SARDEGNA. Le tenebre del medio evo coprivano il mondo, allorquando una donna, la principessa Eleonora, _giudichessa_ d’Arborea, pubblicava in Sardegna, il giorno di Pasqua del 1395, un codice in 198 capitoli, detto _carta de logu_ (carta del luogo) nel quale l’applicazione della pena di morte si trova ristretta a pochi delitti, e assai buone massime di giurisprudenza contengonsi. Ma ciò ch’è più degno di nota si è questo, che per esso codice veniva fermato viemeglio il governo popolare già stabilito nell’isola. Dappertutto in Italia, e fino in Sardegna, paese riputato barbaro a quei giorni, esisteano franchigie politiche e municipali, dove in quest’era di civiltà sì vantata nessuna traccia di libertà più si scorge sulla terra italiana. Il codice del quale è parola dee riguardarsi come un vero tesoro di sapienza civile e politica, comparativamente ai tempi in che vide la luce. Abbracciava ogni cosa, il diritto civile, il criminale, l’ecclesiastico, e fino il rurale. La famosa _giudichessa_, il cui nome meriterebbe di essere più universalmente noto in Italia di quel che non è, oltre di aver fatto dono alla sua patria di un’intera legislazione, s’acquistò fama di grande e gloriosa per aver posto fine alle dissensioni civili dell’isola, e aver vinto gli Aragonesi[28]. Oscurissima vita vissero i Sardi dappoi, e poco o nulla oggidì si parla di loro nel mondo, tanto potevano sovra esso loro i funestissimi ordini feudali, solo da pochi anni interamente aboliti. CANTO PER GL’ITALIANI DI SARDEGNA. Perchè fra gl’Italici Quest’unico lido Sì picciolo grido Nel mondo levò? Dio forse a le tenebre Dannò questa terra? Pur d’armi e di guerra Talora echeggiò. Pur vide una splendida Etade — Una forte La pubblica sorte Con alti pensier Guidava, le betiche Falangi sperdea, E franchi ne fea Del giogo stranier. Nè solo belligera, Ma savia, ma giusta, Con mano robusta Mantenne e fermò Le care franchigie Del patrio soggiorno, Chè libera un giorno Sardegna s’alzò, Sardegna ch’or giacesi Sì inerte, sì muta, Ch’è immemor creduta Del prisco valor. Ma dove risplendere Potria la fortezza Che inutil ricchezza Ne siede nel cor? Ne s’apra una bellica Tenzone, e le genti Vedranno se lenti Siam l’armi a trattar! Qual vento che lacera I nugoli neri, D’Italia tra i feri Nimici volar Fia vista la subita Nostr’ira — Frattanto Ne’ ceppi, nel pianto N’è forza languir. Ma questo ne strazia Sovr’ogni dolore, Ch’a un vil traditore Dobbiamo servir. CORSICA. In tre province d’Italia stanno principalmente riposte le nostre somme speranze pel tempo in che dovremo lottare cogli stranieri. Vo’ dire della Calabria, del Piemonte e della Corsica, chè la causa italiana, più che d’ogni altro, di mani pronte e robuste avrà d’uopo a quei giorni. In Romagna, nel Bresciano e in talune altre parti del paese italiano troverem pure elementi guerreschi, ma in nessuna come nell’isola di Corsica, i cui abitanti _ab antiquo_ sono strenui, maneschi, avventati oltre ogni credere. Giovi sol rammentare le guerre sostenute contro Genova e contro la Francia. Così tutta Italia s’avesse tradizioni storiche simili a quelle di Corsica! Così tutta Italia serbasse il nerbo ch’è nel popolo di Corsica! Dico nel popolo, perchè solo è rimasto qual’era, alquanto feroce, gli è vero, ma forte, e quel che più giova, profondamente italiano. Coloro tutti che non son popolo han tolto assai del francese, e poco o nulla rivolgono gli occhi all’Italia. Per somma ventura e’ non sono in gran numero. Pure fan giudicar della Corsica diversamente da quel che si debbe perchè stando nelle lor mani quasi ogni dritto, pare a prima giunta doversi inferire lo spirito del paese da quel ch’essi dicono o fanno. Essi elettori, essi giurati, essi consiglieri municipali, col loro andare a versi del governo quasi che sempre fan credere della Corsica quel che non è. E certo vi sarebbe da pensarne assai malamente al solo vedere i due collegi elettorali di Bastia ed Ajaccio non saper scegliere a deputati se non Limperani ed il general Sebastiani. Ma la vera Corsica non sta negli ottimati o nei ricchi, nel popolo bensì, ed il popolo, ripetiamolo pure, è profondamente italiano, e darà a divederlo non così tosto il primo grido di libertà s’udrà suonare in Italia. CANTO PER GL’ITALIANI DI CORSICA. _Fu scintilla dell’italo sole_ _La grand’alma che il mondo abbagliò._ Rossetti. A noi madre è una terra ospital, E se altrui siam cortesi d’affetto, Volger d’anni o di sorti non val Sua memoria a sgombrarne dal petto. Ma chi offesa ne reca paventi Di nostr’ira la vampa! — il livor Nudriam fero ne l’anime ardenti, Come immenso nodriamo l’amor. Gente fervida siamo — di pace, E più ancor di servaggio siam schivi — Per le selve, sui monti ne piace Trar la vita, e pei ripidi clivi Gir seguendo la damma leggiera — Induriamo le membra così, E al modesto abituro la sera Ritorniamo ove il desco imbandì De le donne la provida mano... Forti donne! chi timido ha il cor, Fiacco il braccio, richiedele invano Del soave sorriso d’amor. Ma ad ogni uom che fu in Corsica nato Egli è incognito senso il timor, Ma a niun popolo giunge più grato De la bellica tromba il clangor. Ab antico n’è gioia il pugnar, Ed in campo, o gentil Libertade, Nostre valide mani rotar A tuo pro mille volte le spade... E perfino contr’itale genti!... Bene i Liguri il san, cui feral Suona ancora ne l’invide menti Di Sampiero la fama immortal. Ma non sempre avventammo ringhiosi L’armi nostre negl’itali petti — Contra i Franchi lottar glorïosi I nostr’avi — dai poveri tetti De le pievi montane suonando Come turbine denso calar, Ogni arnese mutarono in brando, Fer ministro di morte ogni acciar. D’un magnanimo spirto a la voce[29] Eran sorti, nè solo i gagliardi, Ma la placida mente in feroce S’era volta a le donne, a’ vegliardi, De l’altare a’ ministri pur essi — De la patria pel sacro terren Pugnar tutti, e se caddero oppressi, Lunga pezza il contesero almen. De lo strano a le voglie superbe Or n’è forza la fronte inchinar, Noi dall’ire sì subite e acerbe, Noi che l’armi sappiamo trattar, Noi ch’un giorno in comizio raccolti Giuramm’odio a qualunque signor!... Ahi soggiacque a la possa dei molti Dei magnanimi pochi il valor!... Ma la fiamma che in petto ne ferve Non a lungo fu muta, ed ardea Fra la gente medesma cui serve Queste piagge fortuna rendea. E sua luce si crebbe e allargossi, Che ben presto ogni suol rischiarò — Qual favilla da cenere alzossi E in incendio fatal si mutò. Sfolgorò da quest’umile terra La grand’alma di lui che signor De le genti, la pace e la guerra Tenne in pugno, de l’orbe terror... Che giovò?... Che giovò che l’immonda Plebe iniqua dei pallidi re Calpestasse, se Italia gioconda Ei redimer poteva e nol fe’? Maledetto! ma come ne l’ore Di vittoria, tra l’onda festiva De le attonite turbe, al dolore De la patria pensando non giva? Nè de l’egra il lamento l’ebbrezza De’ suoi dì trïonfali turbò?... Sciagurato!... de l’orrida empiezza Un fio lungo, terribil pagò!... Sciagurato! sua misera morte Non si pianga, ma questo piangiam, Che a servir lo straniero la sorte Ne condanna — ed il ferro che andiam Contro petti cognati stringendo, Per lo stranio si veggia affilar, E nel giorno de l’ira tremendo Su Franceschi e Germani piombar! NOTA. Mancano parecchi canti: uno pei Calabresi, un altro per la Romagna, un terzo pei Bolognesi. E l’Istria, e l’isola di Malta, e molte altre parti della terra italiana ho pure neglette, chè a voler dire d’ogni sventura e d’ogni gloria d’Italia sarebbe stato mestieri di un tono per ogni bicocca. Io m’ebbi in animo di aprire un aringo. Possano altri più valorosi di me riuscir pienamente in quello ch’io volli solo tentare! APPENDICE. Offro il seguente inno ai lettori siccome tenue saggio di un genere di poesia politica che potrebbe riuscire all’Italia di quell’utile del quale sono riuscite alla Francia le meravigliose canzoni di _Béranger_. INNO POPOLARE DETTATO PER L’INCORONAZIONE DELL’IMPERATOR FERDINANDO I AVVENUTA A MILANO AI 6 SETTEMBRE DEL 1838. L’assoluto dispotico governo È buono per la state e per l’inverno. CASTI. _Impon l’autorità_ _Che in grande ilarità_ _Sia tutta la città....._ _Che dico? la città! tutto lo stato....._ _Pure il prezzo del pan non è calato,_ _E più di quello che valea non vale_ _L’opera nostra, nè men caro è il sale..._ _Ma qui la polizia_ _Così prende a gridare:_ _Vilissima genia,_ _Vi par sia da parlare_ _Di tai bestialità_ _Nel dì che sua maestà_ _Imperiale, reale ed apostolica_ _D’olio solennemente ugner si fa,_ _E la più bella delle sue corone_ _Su la fronte augustissima si pone?_ _Oh viva viva l’incoronazione!_ _Credo la polizia dica benone,_ _Chè si tratta del fior de le corone,_ _Cioè di quella onde s’ornar persone_ _Di gran riputazione,_ _Un certo Carlomagno, un certo Ottone_ _Detto il grande, e fra gli altri un omaccione_ _Del qual fino i ragazzi han cognizione,_ _Vo’ dir Napoleone._ _Ora l’imperator nostro padrone_ _Proprio la stessa in capo oggi si pone!_ _Oh viva viva l’incoronazione!_ _E se vedeste che figura e’ fa_ _Con quel gran peso in testa,_ _E collo scettro in mano_ _Ed il globo e la spada e che so io....._ _Non v’è che dir, gli è questa_ _Un’alta, incontrastabil verità,_ _Che i re sono l’imagine di Dio....._ _Ma sopra tutti il nostro imperatore_ _In ogni cosa è simile al Signore,_ _Ch’egli è giusto, egli è buono, egli è possente,_ _E quel ch’è più, onnisciente,_ _Insomma un mostro tal di perfezione_ _Da meritar la nostra adorazione._ _Oh viva viva l’incoronazione!_ _Chiniam, chiniam la fronte umilemente,_ _Dinanzi a la sua sacra maestà,_ _Tanto più poi che a noi povera gente_ _Degnan l’esempio dar de l’umiltà_ _Molti principi egregi, verbigrazia_ _Don Gregorio, cioè sua Santità,_ _E il bellicoso re don Ferrantino,_ _E il dabbene Leopoldo di Toscana,_ _E la gentile, umana_ _Arciduchessa che d’un bimbo all’anno_ _Di far dono a lo stato era in usanza,_ _Per consolarsi de la vedovanza,_ _E il quondam carbonaro_ _Re Carlo Alberto, e l’ottimo duchino_ _Di Modena e di Lucca il principino._ _Tutti tutti in ginocchio, anzi carponi,_ _D’Italia i grandi e piccioli padroni_ _Stanno al cospetto de l’imperatore,_ _Nostro e loro dolcissimo signore._ _Vuol dunque la giustizia e la ragione,_ _Che tutta s’inginocchi la nazione._ _Oh viva viva l’incoronazione!_ _Ma v’è un’altra ragione_ _Che replica non ha._ _Non è sua Maestà_ _Il nostro padre tenero?_ _Almen la polizia così pretende,_ _Nè certo un granchio prende,_ _Poichè la sua real paternità_ _Cinta d’innumerevoli soldati_ _Sta in mezzo ai dolci suoi figliuoli amati._ _E’ sembra che la nostra fervidissima_ _Filial carità_ _Non basti a custodir sua Maestà,_ _La quale per maggior precauzione_ _Ha ricorso a la spada ed al cannone._ _Oh viva viva l’incoronazione!_ _Ne le nostre città,_ _Nei borghi e ne le ville_ _I patatucchi a mille_ _Di là da l’Alpi vengono, e sen va_ _La bella gioventù di Lombardia_ _In Galizia, in Boemia, in Ungheria_ _Colla coccarda gialla_ _E lo schioppo in ispalla...._ _Or dite, che vi pare_ _Di questa contradanza militare?_ _Mi par che in ciò risplendano,_ _Come in ogni altra cosa, la bontà_ _E la prudenza di sua maestà,_ _Imperocchè ella vuole_ _Che la tedesca intirizzita gente_ _Si scaldi al nostro sole,_ _Ed iscemino in noi la foga ardente_ _Il fresco de la nordica regione,_ _E il salutar regime del bastone._ _Oh viva viva l’incoronazione!_ _Un buon Tedesco mi dicea l’altr’ieri:_ _Di grazie un milione_ _Pioverà pioverà su la nazione._ _Ed io subito aggiunsi: per esempio_ _Qualcuna almen di tante_ _Gabelle scemerà....._ _Scemar? quegli interruppemi, birbante!_ _Ogni gravezza crescere,_ _Non iscemar dovrà,_ _Chè a voi sua Maestà_ _Vuol, ne la sua paterna degnazione,_ _Far le spese pagar de la funzione._ _Oh viva viva l’incoronazione!_ _Ma non più ciarle, e il nostro padre tenero_ _Amiam con cecità,_ _Il padre nostro ch’è perfetta imagine_ _De la divinità,_ _Il nostro amato padre ottimo massimo,_ _Che sol per nostro bene_ _Ci smunge o batte od in prigion sostiene,_ _Ed oggidì per giunta ecco si pone_ _In su la testa il fior de le corone,_ _La gran corona di Napoleone!_ _Oh viva viva l’incoronazione!_ IN MORTE DEGL’ITALIANI GUGLIELMO D’ACETO E CAMILLO BRUNETTI, I QUALI POSERO FINE DI PROPRIA MANO A’ LOR GIORNI. CANZONE. . . . . . _dal dolor comincia e nasce_ _L’italo canto!_ G. Leopardi. ALL’EMIGRAZIONE ITALIANA. O fratelli, o fratelli, e quando fia Che all’armi e non al pianto Mi sia dato chiamarvi? Ahi ben s’appose Chi de l’italo canto L’unica fonte ne la doglia vide!... Su su venite, e se non può l’amore De la patria comun di vincol santo Congiungerne, il dolore Deh! ne congiunga almen, quantunque volte Su alcun di nostra miseranda schiera Avvien che scenda la suprema sera. Di duo baldi garzon su l’immaturo Fato si pianga... Ahi lassi! avidamente Mille fiate la mente E’ cacciar nel futuro, E i dì bramaro de la pugna, e il sangue Per lo natio terreno Versar... vano disio!... cadere in guerra Non dovean già, nè de la patria in seno, Ma oscuri, ignoti, e in una strania terra! Una destra a bell’opre atta in sè stessi Vïolenta volgean..... Quanto valore Sortiano indarno da natura!... e o come Del duro esiglio si rodean ne l’ore Angosciose, ogni via chiusa veggendo Ai magnanimi affetti Che lor bollian nei generosi petti! Quel ch’e’ provar da noi vien che si provi... Oh se lo strano che ne spregia ed osa Gravar d’insulto le sventure nostre, Nel profondo de l’anima sdegnosa Leggere ne potesse! Oh quanta fora La sua pietà mirando Il fero cruccio cui ne danna il cielo! Strazio non è che agguagli L’empio strazio nefando Del sapersi germoglio D’inclita stirpe, e ne le vene ardenti Sentirsi una gran possa, Emula forse de la possa avita, E in ozio vile strascinar la vita! D’invidia degno è il pro’ guerrier che in campo Sotto i cari stendardi De la sua gente spira. Ei ne l’ebbrezza De la battaglia spira, e la sua fama Ne le canzon dei bardi Splendida suona. Così a noi la sorte Concedesse benigna una tal morte! Or quai son nostre glorie? Quai son le palme che la rea fortuna Mieter ne dia? Nessuna, Tranne la palma del martirio, è campo A l’itala virtute Son le carceri mute, Ed i lenti supplizii, ed il ferale Palco del sangue più gentil vermiglio, E maggior d’ogni male, L’amarissimo esiglio! Oh lui beato appieno infra i raminghi Figli d’Italia, che l’ospizio esoso De lo straniero disdegnando, e sola Una spene volgendo Ne la forte alma, di morir la spene Verso le piagge ellène Traëva e glorioso Combattendo cadea Sotto l’odrisie spade[30]! Mille nove sciaüre e’ non vedea E mille novi oltraggi De le infelici nostre alme contrade, Ed ora a lui la insofferibil vista De la italica inerzia il cor non frange, Nè su le tombe de’ fratelli e’ piange! _Tours, nell’aprile del 1838._ INDICE. Breve discorso proemiale pag. 3 Sicilia » 9 Canto per gl’Italiani di Sicilia » 13 Reame di Napoli » 17 Canto per gl’Italiani di Napoli » 29 Roma ed il papa » 33 Canto per gl’Italiani di Roma » 39 San Marino » 43 Canto per gl’Italiani di S. Marino » 45 Toscana » 49 Canto per gl’Italiani di Firenze » 51 Lucca » 55 Canto per gl’Italiani di Lucca » 57 Parma » 61 Canto per gl’Italiani di Parma » 65 Modena » 67 Epigrafe ad Achille Menotti » 77 Canto per gl’Italiani di Modena » 79 Venezia » 82 Canto per gl’Italiani di Venezia » 85 Lombardia » 89 Canto per gl’Italiani di Lombardia » 93 Svizzera italiana » 97 Canto per gl’Italiani di Svizzera » 99 Piemonte » 101 Canto per gl’Italiani di Piemonte » 109 Genova » 113 Canto per gl’Italiani di Genova » 115 Sardegna » 119 Canto per gl’Italiani di Sardegna » 121 Corsica » 123 Canto per gl’Italiani di Corsica » 125 Nota » 129 Inno popolare dettato per l’incoronazione dell’imperator Ferdinando I » 133 Canzone in morte di Guglielmo d’Aceto e Camillo Brunetti » 139 NOTE: [1] Dal 1154 al 1177. [2] 1248. [3] 1282. [4] 1343. [5] 1347. [6] 1453. [7] 1478. [8] 1494. [9] 1529-30. [10] 1546. [11] 1547. [12] 1552-55. [13] 1647. [14] 1706. [15] 1746. [16] 1769. [17] Si allude all’assassinio dell’ammiraglio Caracciolo. [18] _Vedi la Storia di San Marino di Melchiorre Delfico, e l’altra di Saint-Hyppolite._ [19] _Si allude alla cacciata del duca d’Atene._ [20] _Il duca Pier Luigi._ [21] _Nell’inno ho fatto che alla tempesta succedette il sereno, e quello perchè ho creduto doverne seguitare un effetto poetico molto maggiore._ [22] _Si vuol parlare dell’assassinio del prete Andreoli._ [23] _Enrico Dandolo._ [24] _Buonaparte._ [25] _Nel 1821 Laneri e Garelli, uffiziali, aveano espiato sul palco la colpa di avere voluto contribuire alla rigenerazione della lor patria._ [26] _Eugenio di Savoja._ [27] _Si allude all’eroico fatto di Pietro Micca._ [28] _Vedi la storia di Giuseppe Manno, e quella del francese Mimaut._ [29] _Pasquale Paoli._ [30] _Santarosa._ Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLORIA E SVENTURA - CANTI REPUBBLICANI *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge for an eBook, except by following the terms of the trademark license, including paying royalties for use of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for copies of this eBook, complying with the trademark license is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, performances and research. 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