*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 79029 *** KENILWORTH DI WALTER SCOTT VOLGARIZZATO DAL Professore Gaetano Barbieri. »E beltade e virtù, congiunte al paro »L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro; »Tremi chi nanti a noi con felli accenti »L’augusto nome lacerar s’attenti IL CRITICO. TOMO PRIMO. NAPOLI, Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH. 1825. RAGGUAGLIO STORICO SUL CASTELLO DI KENILWORTH POSTO NELLA CONTEA DI WARWICK, E SULLA PERSONA DEL CONTE DI LEICESTER TOLTO DALLA NOTIZIA CHE HA PUBBLICATA A TALE PROPOSITO IN LONDRA GIOVANNI NIGHTINGALE. Se le mura degli abitati avessero la virtù della parola, oh quanti fatti nascosti ci svelerebbero! Oh quanti punti di storia tuttavia controversi ne rimarrebbero schiariti! Ma oimè! Qual serie di casi cordogliosi ad un tempo e nefandi porrebbero esse in aperto! Egli è pertanto ufizio del fedele storico, e del paziente antiquario il prestar voce agli avanzi lor rovinosi, e trar di mezzo ai rottami di un castello e di una gotica chiesa cattedrale le rimembranze de’ secoli andati, e la dipintura de’ pensamenti, e delle costumanze de’ nostri maggiori. La città di Kenilworth, situata cinque miglia lontano da Warwick, giace in altrettanta distanza da Leamington e da Coventry. Fertili e pittoreschi ne appaiono i dintorni. Ma ciò che trae il viaggiatore a vederli è un antico castello, ove sir Walter Scott introduce i suoi leggitori. Fin d’allora che comparvero fra queste contrade i Normanni conquistatori, venne Kenilworth divisa in due parti, l’una delle quali toccò ad Alberto Clerico, l’altra a Riccardo le Forestier. Regnava il primo Enrico in que’ giorni ne’ quali Goffredo di Clinton fondò e il castello che siamo or per descrivere, ed un monastero abitato da monaci agostiniani, fabbrica di cui a’ dì nostri pochi vestigi appena rimangono. Goffredo di Clinton, comunque uscito d’oscura famiglia, per suo sapere pervenne alle primarie dignità dello Stato, onde gli fu agevole il fornire di ricchi assegnamenti il predetto monastero. Allorchè l’insaziabile Enrico VIII venne nel divisamento di estirpare tutti i frati che trovavansi sotto il suo dominio, prendendone empiamente pretesto dagli abusi, che aveano corrotta la purezza delle primitive istituzioni, il monastero di Kenilworth fu valutato 533 lire sterline, e venduto siccome proprietà della Chiesa. Dispersi andarono i religiosi che lo abitavano, chiuse le porte di esso allo straniero e al viandante; e l’indigente e la vedova e l’orfanello si videro defraudati degli onesti soccorsi onde verso di lor largheggiavano gli antichi possessori di quel convento. Se, come sul monastero, avesse potuto Enrico usare il suo dispotismo sul castello di Kenilworth, esso diveniva certamente retaggio di un qualche favorito di questo monarca; ma ben più ardua cosa era lo scacciare dal suo dominio un sol proprietario secolare, che lo sperdere un centinaio di pacifici religiosi. È da sapersi, che il predetto castello non rimase lungo tempo dopo la sua fondazione alla famiglia dei Clinton, divenuto un quartiere di guardia reale fin sotto il regno di Enrico II. Si crederà facilmente, che in que’ tempi, contrassegnati dalle turbolenze delle fazioni e delle guerre feudali, i castelli dei baroni non solamente erano utili a questi per offerire un rifugio ai loro vassalli, ma anche perchè fruttavano una rendita a chi li possedeva. Di fatto il seriffo di Kenilworth calcolava fra le sue entrate i tributi pagatigli da coloro che gli chiedevano ospitalità. Sotto i regni di Giovanni e di Enrico III, grosse somme furono spese per convertire Kenilworth in una fortezza, a quei dì ragguardevole. Il secondo di tai sovrani presentò di questo castello Simone di Montfort, ed Eleonora, moglie di esso, ma la forza di simile donativo non doveva estendersi oltre il termine del viver loro. Allorachè il conte impugnò l’armi contro del proprio sovrano, diede a sir John Gifford il comando dello stesso castello, ch’egli avrebbe dovuto riguardare siccome pegno della regale munificenza verso di lui, ed invece divenne per qualche tempo l’asilo de’ nobili che ribellarono. Dopo la disfatta e la morte del conte di Leicester accaduta ad Evesham, Simone di Montfort, figliuolo del defunto, si sostenne in aperta ribellione entro di questa fortezza, ove il raggiunsero quei suoi partigiani, che poterono sottrarsi al cattivo esito della battaglia. Di lì Simone facea frequenti sortite, non ristandosi dal tribolare con ogni maniera di militari vessazioni le adiacenti campagne. Ma queste scene di violenza interruppe il re, che, condottiero di un esercito, venne a mettere l’assedio dinanzi a Kenilworth. Simone, in cui non iscemò l’arroganza sintantochè si conobbe il più forte, diede allora prove di una pusillanimità, eguale alla ferocia in pria dimostrata, rifuggendosi segretamente in Francia, e lasciando il castello alla custodia di Enrico di Hustings, da lui nominatone governatore. Il Re non ignorando quanta forza avesse per resistere quella rocca, e sollecito d’altra parte di risparmiare un inutile spargimento di sangue, mentre intimò agli assediati la resa, offerse loro condizioni le più vantaggiose. Ma costoro, non contenti di farsi beffe della sovrana clemenza, rimandarono dopo averlo insultato, e fatto scempio delle sue membra, il regio parlamentario. Allora ebbe principio l’assedio, e quel presidio si difese con gran coraggio. Quel castello era munito di macchine guerresche, diverse delle quali lanciavano enormi massi, come se ne vedono alcuni in mezzo alle rovine, che durano tuttavia. Sei mesi vennero consumati da Enrico in dare inutili assalti, ma la fame e le infermità, potentissimi soccorritori degli eserciti assedianti, manomisero in guisa orribile quel presidio. Benchè a tanto stremo lo sapesse ridotto il re, pure gli offerse ancora onorevole capitolazione, accettata la quale entrò nella rocca. Egli ne fece immantinente dono al minore dei suoi figli, Edmondo, creandolo conte di Leicester e di Lancastre. Nel settimo anno del regno di Eduardo III, Kenilworth fu teatro di un grandioso torneo, ove si segnalarono cento cavalieri, che erano per la maggior parte stranieri d’alto nome, venuti in Inghilterra per accrescerne in sì fatte giostre la gloria. Vi assistette egual numero di matrone, e la storia, per far prova della pompa di vestire da esse sfoggiata, ne racconta che portavano manti di seta. Dopo il bando, cui soggiacque Tommaso, conte di Leicester, figlio del conte Edmondo, il castello tornò ad essere proprietà della corona, ed Eduardo II lo scelse siccome asilo ne’ primi rischi fra’ quali trovossi avvolto. Ma esposto di poi a disastri novelli, la cattiva stella di questo monarca portò che questa rocca medesima fosse il luogo di sua prigionia, ove il condusse Enrico, conte di Lancastre, ed ove udì annunciarsi il decreto del Parlamento, tenutosi a Westminster, che lo privava del trono. Sotto il regno di Eduardo III, il castello di Kenilworth divenne retaggio nuziale di Giovanni di Gaunt, fattosi sposo a Bianca, figlia di Enrico, conte di Lincoln e duca di Lancastre. Sino a questo momento, tutti coloro che godettero le fabbriche di tanto vasto edifizio, non aveano pensato che alla propria sicurezza, lontana troppo essendo dalle loro menti qualunque idea d’eleganza. Ma il regno di Eduardo III contrassegnò l’epoca di un assoluto cambiamento nelle costumanze della nazione; e fu in quel tempo, che per la prima volta i riguardi di agiatezza e lusso vennero consultati nell’architettura dell’Inghilterra. Giovanni di Gaunt ampliò considerabilmente il castello di Kenilworth, onde gran parte delle attuali rovine derivano dalle fabbriche, che la munificenza di questo personaggio innalzò. Un’altra volta ancora tornò Kenilworth ai dominii della corona, per essere figlio del duca di Lancastre il re Enrico IV, e ne venne smembrato allora soltanto che Elisabetta lo diede in dono a Roberto Dudley conte di Leicester, che spese 63,000 lire sterline per ampliarlo ed abbellirlo; laonde Kenilworth divenne bentosto uno fra i più splendidi castelli di tutto il regno. I _piaceri principeschi_ di Kenilworth venivano riguardati siccome la _quintessenza_ delle delizie cortigianesche. Sono quindi insino a noi pervenute lunghissime e sfarzose descrizioni delle feste che ivi si celebrarono. Tutto quanto vi fu sfoggiato in magnificenza e profusione, potrebbe ancora far maraviglia a’ dì nostri; ma il buon gusto era tuttavia nell’infanzia; laonde nulla presentavano que’ passatempi da cui non traspirassero noiosa uniformità, grottesche e grossolane combinazioni, e la pesante ed incomoda pedanteria d’un secolo semibarbaro. Allorchè nel dì 9 di luglio del 1595, la regina Elisabetta venne ricevuta a Kenilworth, un ponte lungo 70 piedi fu costrutto per traverso ad una valle, che guidava sino alla gran porta del castello. Ogni pilastro di questo ponte andava guernito di offerte fatte alle sette divinità della Grecia; offerte che stavansi in gabbie piene d’uccelli, in frutta, biade, pesci, e grappoli d’uva, in musicali strumenti d’ogni specie, ed in armi ordinate a foggia di trofei. Un poeta che trovavasi alla testa del ponte, parlando in versi latini, dava spiegazione di tutti questi emblemi alla Regina. La _donna del Lago_, rimasta invisibile, fin da quando disparve il famoso principe Arturo, s’avvicinava sopra un’isola galleggiante per recitare poesie carezzevoli alla Sovrana. Videsi parimente Arione sopra un delfino lungo 24 piedi, e che portava un’intera orchestra nel ventre. Una sibilla, un selvaggio, ed un eco, collocatisi nel parco arringavano Elisabetta nel medesimo stile. E musica e danze profanarono quel giorno che cadeva in domenica. Ricchissimi razzi d’artifizio vennero tratti e dalla terra e dal mare. Fu pure rappresentata una scena teatrale, ed un battelliere italiano si segnalò per giuochi di destrezza. Nè mancarono, un combattimento di trenta orsi contro una truppa di cani, e tre cacce di cervi, ed una rappresentazione di nozze villerecce. Finalmente si diede agli abitanti di Coventry la permissione di offerire lo spettacolo d’una finta pugna, instituita a rammemorare in ciascun anno una famosa vittoria riportata contra i Danesi. Una tal festa, che costò al conte di Leicester la somma di 19,000 lire sterline, spesa smisurata in que’ tempi, e che non si avrebbe per leggiera ai dì nostri; una tal festa, che durò circa tre settimane, ben meritava quelle replicate menzioni che di fatto ce ne hanno tramandate gli annali dell’Inghilterra. Sir Walter Scott commemora la descrizione che ne ha lasciata lo storico Laneham, il cui racconto presenta originalità e vezzo incredibili. Le poche cose che qui ne abbiamo raccolte sono prese da miss Aikin; l’opera della quale sulla corte d’Elisabetta racchiude tutto ciò, che, fra le cose pubblicate intorno agli annali di questa sovrana, può maggiormente eccitare la curiosità. Oltre al vino, e agli altri liquori, consumati in tale occasione a Kenilworth, furono pure bevute trecento venti botti di birra. Nel durare della predetta festa vennero conferiti gli onori della cavalleria a sir Tommaso Cecil, figlio ed erede del gran Tesoriere, a Sir Enrico Cobham, a sir Francis Stanhope, e a sir Tommaso Tresham. Ma la più strana fra le particolarità, che a tal proposito ne vengono raccontate, è il risanamento di nove persone infette della pericolosa infermità detta _morbo del Re_ (scrofole). La Regina per dare un compenso alla leale affezione dimostratale dagli abitanti di Kenilworth, ed alla magnificenza con cui il loro signore la ricettò, concedette ai medesimi un mercato ebdomadario ed una fiera annuale. Il conte di Leicester, privo di discendenza legittima, legò in usufrutto il castello ed i suoi dominii al proprio fratello Ambrogio, conte di Warwick, a condizione che dopo la morte dell’usufruttuario divenissero retaggio di sir Roberto Dudley, figlio naturale del testatore, il quale finchè visse non giudicò a proposito riconoscere questo Roberto siccome figlio legittimo, e lo qualificò sempre col titolo di bastardo. La storia del conte di Leicester non è certamente fra le men meritevoli di destar attenzione. Comunque sarebbe assai difficile impresa il far tacere i gravi sospetti di colpe che ne oscurarono la memoria, pure è gran vezzo il risapere le cose d’un uomo, il quale, finchè visse fu presso questa celebre figlia d’Enrico VIII in tanto favore, che ognuno credè da un istante all’altro vedernelo sposo. Il fratello di lui, Ambrogio, che abbiam di già nominato, ottenne l’ambìto titolo di _buon conte di Warwick_; ma non si potrebbe assicurare che tal predicato non gli fosse stato attribuito in odio del fratello, cui si volea generalmente dovuto l’altro di _cattivo conte di Leicester_. Il popolo era solito contraddistinguere quest’ultimo col nome di _cuor della Corte_. L’autore del romanzo di Kenilworth, cui piacque modificare i vizii del Leicester, ebbe l’arte di far ricadere sopra Varney, favorito del medesimo, pressochè tutta l’odiosità de’ torti, onde venne accagionato l’altro, inverso una donna, certamente degna di più virtuoso marito. Nato nel volgere del 1532 il conte di Leicester, ebbe per padre Giovanni, duca di Northumberland. Ammesso di buon’ora al servigio del re Eduardo, ed entratone tosto in favore, la troppo giovanezza non gli fu ostacolo ad essere creato cavaliere. Nel giugno del 1550, si sposò ad Amy, figliuola di sir Ugo Robsart, maritaggio che il Re volle onorare di sua presenza. Rapido fu poi il suo avanzarsi nella carriera dei servigi di corte. Nei primi anni del regno di Maria, partecipò a tutti i disastri, che percossero gli altri individui della famiglia, alla quale apparteneva, e al pari d’essi fu imprigionato, giudicato e condannato; ma gli venne fatta grazia quanto alla pena di morte; poi nel 1554 ottenne la sua libertà. Pervenuta alla corona Elisabetta, non solamente gli furono restituiti gli antichi titoli, ma godè ben tosto degli onori di primo favorito alla Corte. Prescelto alla carica di grande Scudiere, e nominato cavaliere della Giarrettiera, ebbe adito nel consiglio privato, nè fuvvi grazia di cui la regina non lo colmasse. Allorchè accompagnò nel viaggio di Cambridge questa sovrana, ognuno gareggiò nel dimostrargli i maggiori riguardi. Venne alloggiato nel collegio della Trinità. Niuno osava chiedere favori senza volgersi a lui. A sua istanza Elisabetta si valse del latino idioma nell’arringare quella Università. Trovò nondimeno alla Corte un possente oppositore in Tommaso, conte di Sussex, che sollecito di combattere tutti gli avvisi che venivano dal Leicester, si manifestò caldissimo partigiano dell’arciduca Carlo d’Austria, molto insistendo presso l’Inglese regina, affinchè condiscendesse alle nozze, cui questo principe fervorosamente agognava. E le opposizioni fra i due Lordi andaron tant’oltre, che scoppiata fra essi aperta rottura, la Regina giudicò ben fatto interporsi per costringerli ad una reconciliazione. Tale avvenimento non menomò in conto alcuno il credito di cui godeva il Leicester, continuo nel chiedere, e nell’ottenere, nuove munificenze, e nuove cariche per sè e pe’ suoi aderenti. Elisabetta, che voleva adombrare agli occhi del pubblico il vero motivo di tanti favori cumulati sopra d’un suddito, cercò loro un pretesto col proporre il conte di Leicester, siccome sposo a Maria Stuarda di Scozia, e col promettere a questa principessa, così per essa come pei sudditi di lei, quanti vantaggi avrebbe essa potuto desiderare in guiderdone di prestata condiscendenza. Si ebbero per sospette tali offerte dell’Inglese sovrana, ed i più antiveggenti fra i politici credettero ravvisare, che se la Scozzese le avesse accettate, il consenso da questa dato a tai nozze non avrebbe avuto altro effetto se non se di autorizzare un divisamento già concetto dall’altra, di fare cioè proprio sposo, anzichè di Maria, il conte di Leicester. Il modo del rifiuto opposto dalla donna di Scozia fu a questa altrettanto funesto, quanto apportarono danno alla contessa di Leicester le ambiziose speranze che invasero il consorte di lei, vista la possibilità di stringere nuziali nodi con una regina. Di questo maritale orgoglio fu vittima, a quanto narrasi, la sfortunata Amy Robsart, tolta di vita nel settembre del 1560. Certamente l’istante del costei morire favoreggiò i sospetti a tal proposito insorti nel pubblico, perchè era di tutta necessità, che il Leicester fosse vedovo a fine di deliberare in quell’istante, in cui sembrò che l’Inghilterra avesse poste a sua scelta le nozze con una fra due regine, entrambe giovani e prive di marito. Il Cambden sostiene che la contessa si precipitò dall’alto di un tetto. Tal morte destò, nè altrimenti potea, la pubblica compassione, eccitando le più sinistre voci a disonor del Leicester. Lo storico Aubrey nonostante narra in diverso modo sì fatta avventura, e credo ci sapran grado i leggitori se qui trascriviamo il racconto, siccome nel porse l’Aubrey, tanto più che questa Amy Robsart è la vera eroina del romanzo di Kenilworth, e che il movere a favor d’essa la più viva sollecitudine sembrò lo scopo primario di chi ’l compose. «Roberto Dudley, sì scrive l’Aubrey, vivea in sì fatta intrinsichezza colla regina Elisabetta, che ognuno si aspettava ne diverrebbe marito qualora vedovo rimanesse. A togliere pertanto tutti gli ostacoli che lui rimovevano dal trono, il Leicester ottenne con istanze carezzevoli dalla moglie, ch’ella scegliesse per suo fermo domicilio Cumnor, paese situato nella contea di Berk, e divenuto di poi teatro della morte tragica di questa donna. La casa di Antonio Foster fu l’ospizio assegnato alla Contessa. Riccardo Varney, confidente, e vile complice della perfidia del conte, ebbe da costui l’ordine di sperimentare sulle prime il veleno, e ove tal metodo non fosse ben tornato a scellerata meta, di adoprarne qualunque altro più opportuno a liberarsi di questa infelice.» »Di fatto essendo andata fallita la via dell’avvelenamento, il Foster e il Varney deliberarono con più violento modo adempire l’esecranda commissione, di cui s’erano incaricati.» »Il primo di costoro mandò tutti i servi alla fiera d’Abingdon, villaggio situato tre miglia oltre Cumnor, ed egli e Riccardo Varney rimasero soli presso della infelice Contessa nel giorno in cui ella morì.» »Questi due scellerati dopo averla, non risparmiando crudeli atti, strozzata, la precipitarono dall’alto di uno scalone, fatta indi divulgare la voce, che a solo caso doveva attribuirsi sì grave disastro. Ma nel darle sepoltura si affrettarono tanto, onde lo stesso Conte dovesse riprovare siccome imprudente almeno la condotta che tennero.» »Sir Ugo Robsart accorse sollecitamente a Cumnor, e ordinato si disotterrasse la figlia, domandò una legale disamina, a fine di chiarire i sospetti, che d’ogni banda si sollevavano contra il Leicester, ed i costui satelliti. Ma fu opinion generale che il Conte trovasse modi per costringere il padre al silenzio. Certamente, lo stesso Conte non ebbe misura nell’ostentare il più intenso dolore, e volle che il cadavere di questa moglie virtuosa venisse in gran pompa sepolto nel tempio di S. Maria d’Oxford.» »Fu cosa degna d’osservazione, continua lo stesso Aubrey, che il dottore Babington, cappellano del conte, il quale pronunziò l’elogio funebre della contessa, per due o tre volte mostrò sbagliarsi nel raccomandare alle preci degli assistenti _questa virtuosa matrona trucidata sì crudelmente_, anzichè valersi di frasi atte a far compredere che accidentale ne fosse stata la morte[1].» Nel settembre del 1564, Elisabetta creò Roberto Dudley barone di Denbig, e il dì appresso conte di Leicester, delle quali dignità prese egli possesso con istraordinaria pompa e splendore. Non terminò l’anno che venne nominato cancelliere di Oxford. Il grande credito che questi godeva alla corte d’Elisabetta non risonava per Inghilterra solamente, ma in tutta l’Europa; laonde Carlo IX lo presentò del cordone di S. Michele; ordine in allora il più reputato fra quelli che dalla Francese corte si conferivano. Giusta un’opinione assai generale, nel 1572 il conte di Leicester si fece sposo con lady Douglas, baronessa di Sheffield. Tali nozze vennero tenute con tanta segretezza, che la Regina le ignorò. Molti racconti sono stati fatti intorno questa sposa, non più felice dell’altra. Congiunta in legittimo maritaggio al Leicester, non le fu mai conceduto il farsi riconoscere siccome moglie. Niuna via lasciò intentata il conte onde rimoverla da sì fatta pretensione, e quando costui non ne vide altra più spedita, usò del veleno perchè la cosa stesse involta nelle tenebre del segreto. Nel 1576, morì Walter, conte d’Essex, avvenimento che coprì d’altri obbrobriosi sospetti lord Leicester, soprattutto, allorchè due anni dopo si fecero note al pubblico le nozze da lui contratte colla contessa d’Essex. Perchè nel 1578, il duca d’Angiò essendosi posto fra i pretendenti alla mano di Elisabetta, il ministro di questo principe a Londra, che vedea nel conte di Leicester il più forte fra gli ostacoli opposti ai voti dell’augusto suo commettente, fece pervenire ad Elisabetta la notizia de’ nodi in cui si era stretto questo favorito della medesima. Ella ne venne in molto furore, comandando al Conte di non uscire dal castello di Greenvick, e stava per inviarlo alla torre di Londra, ma la rimosse da tal consiglio il conte di Sussex. Il lord Leicester essendo pervenuto all’apice del potere, tutte le vie di perderlo furono poste in opera, nè quella si omise del certo di mettere in evidenza la perversità del suo animo. Nell’anno 1584, comparve contr’esso un invelenito libello, che portava per titolo _Repubblica del Leicester_. Erane scopo il dimostrare rovesciata per opera di costui l’inglese costituzione, e avere a poco a poco preso radici una nuova instituzion di governo, che non potea con miglior nome qualificarsi quanto con quello di _Repubblica del Leicester_. Per invigorire vie maggiormente sì fatte accuse, venia rappresentato il Conte, in cose di religione siccome un ateo, e in quanto spettava agli affari dello Stato, qual segreto traditore della Regina, oppressore del popolo, nemico inveterato della nobiltà, e vero mostro di natura, fattosi abbominevole egualmente per ambizione, atti crudeli, e sregolatezze. La Regina credè della sua medesima dignità il sostenere in credito il favorito da lei prescelto, e l’attenuare quanto poteasi l’impressione che un simile libello aveva fatta nel Popolo. Con lettere pertanto indiritte al suo Consiglio privato, ella pronunziò, che tutte le cose asserite ad aggravio del Conte non erano men false agli occhi di lei, regina, di quanto il fossero nella mente di coloro stessi che osarono divulgarle. Nel 1585, i Paesi Bassi protestanti essendo venuti a difficili e pericolose circostanze, chiesero la regina Elisabetta, affinchè desse loro un capo ragguardevole, ed idoneo a regolare i politici interessi di quelle provincie; nè la Regina esitò nell’inviare ad essi il Leicester. Cotal prova di sovrana confidenza il trasse in vie maggiore alterigia. Ma non gli durò oltre un anno sì fatto incarico, poichè tenne tale condotta da dispiacere alla stessa Elisabetta gelosissima de’ propri diritti, e la quale mal comportando che questo suddito intendesse a farsi independente, lo richiamò. Ciò nonostante si vide ben accolto all’atto del suo ritorno, tanto più che in quel momento la regina Inglese abbisognava di chi le desse consigli sul modo di sciogliersi di Maria Stuarda senza scapitare nel proprio credito. Il Conte volle persuaderle la via di un avvelenamento, ma trovatasi questa impraticabile, ella poi si attenne all’altra deliberazione, per cui l’Europa contemplò lo spettacolo di una Regina perita sopra infame palco per sentenza d’una sorella. Nel 1588, apportarono grave agitazione al popolo Inglese i preparamenti di guerra che si facevano dal re di Spagna. Ma con Elisabetta collegatesi le tempeste, i lidi dell’Inghilterra si allegrarono in mirar galleggianti all’intorno di sè i dispersi avanzi dell’_armada_ tanto famosa. Il Leicester si conservò in considerazione sino all’istante della sua morte, che accadde ai 4 di settembre del 1588 in una sua casa posta a Combury, nella contea di Oxford. Trasportate a Warwick le ceneri di un tal personaggio, vi furono sepolte colla più grande magnificenza. V’ha chi ne attribuisce la morte ad un veleno, che era stato preparato per un altro, ed inghiottito da Leicester medesimo. Il figlio del Conte, Roberto Dudley, gli venne, nel 1573, da lady Douglas Sheffield. Il nascere di questo fanciullo fu celato con grande cura; cautela che rendevano opportuna parimente, e la necessità di non far conoscere ad Elisabetta i legami, in cui vivea colla predetta lady il Leicester, e l’altro pur di nasconderli alla contessa di Essex, se regge l’opinione che in quel tempo l’avesse egli fatta di già sua consorte. Alla morte del padre, il giovane Roberto ne fu riconosciuto erede, senza potere però, come dicemmo, goderne i beni finchè viveva Ambrogio, zio del medesimo. Proclive per naturale inclinazione d’ingegno alle grandi imprese della navigazione, fece, nel 1594 un viaggio all’oceano del Sud. Peregrinando di poi nei paesi stranieri, assunse il nome di conte di Warwick, e avendo ricusato di abbandonarlo, vennero confiscati i suoi beni, e fu costretto ad una vita raminga e di fuggitivo. Accolto onorevolmente alla corte di Firenze, e dal pontefice Urbano VIII, morì nel 1639 soggiornando al castello di Cabello, assegnatogli per risedervi dal gran duca di Toscana. Questo sir Roberto Dudley, non solamente dai principi, ma dai dotti ancora, fu avuto in grande onore; poichè gli diedero cospicua sede fra gli scienziati del secolo le cognizioni ch’ei possedea nella chimica, nella medicina, e nelle matematiche. Molte opere egli scrisse, che si apprezzano tuttavia. La proprietà del castello di Kenilworth passò nel principe Enrico, il quale comunque si tenesse assai caro un tanto delizioso possedimento, nol credeva abbastanza assicurato dal titolo di una confiscazione ingiustamente decretata contro sir Roberto. Laonde fece proporre a questo di cedergli qualunque ragione sul predetto castello offerendogli per tal cessione un compenso di 14,500 lire sterline. L’altro, che non vedea migliore speranza di entrare a possesso di quanto per diritto gli perveniva, accettò il partito, onde l’accomunato si stipulò. Non quindi il Dudley potè toccare il pattuito danaro; perchè essendo morto poco dopo il principe Enrico, s’impadronì di Kenilworth il principe Carlo, che non si prese veruna sollecitudine di pagare i debiti del fratello. Allor quando Carlo ascese al trono, fece dono di Kenilworth a Carey, conte di Monmouth. Ma non tardata di poi a scoppiare la guerra civile, i guasti che ne furono conseguenza percossero soprattutto quest’edifizio, ed i soldati Puritani di Cromwell estinsero perfin la memoria del suo antico splendore. Smantellatene le torri, atterrate le sue muraglie, disseccati i laghi che il circondavano, e devastati e lasciati ai rovi i giardini ed i parchi che lo abbellivano, quel delizioso soggiorno non offrì in breve che un mucchio di rovine, quale si scorge tuttora, e da cui non è risorto giammai. Nei giorni della restaurazione, Carlo II concedè l’investitura di tali resti di diroccamento alla figlia del conte di Monmouth, e dopo di lei a Lawrence, visconte di Hyde, creato barone di Kenilworth, e conte di Rochester, retaggio che i discendenti di questo trasmisero al conte di Clarendon. Non taceremo a tale proposito, che il lord Clarendon si è data grande sollecitudine, onde sottrar questi avanzi a guasti maggiori. Ma ciò non toglie che questo castello, il quale comprendendo un recinto di sette _acri_ fu soggiorno d’ogni eleganza, e grande argomento d’orgoglio a chi lo possedè, non sia presentemente ridotto ad un cumulo di rottami. Rimangono, egli è vero, alcuni appartamenti per metà diroccati, alcuni portici, alcune muraglie, e avanzi di merli, di scaloni, di finestre, la più parte de’ quali presentano tuttavia le vestigia de’ più vaghi ornamenti architettonici; ma il sovvertimento e la confusione di questi rimasugli sono sì grandi, che mal da essi può giudicarsi l’antico splendore di una fabbrica di cui fu sì alta un giorno la rinomanza. Chiunque si fa a contemplar questi luoghi, sente l’anima assorta in soave malinconia, e l’incanto loro il richiama alla ricordanza delle trascorse età, nel tempo che la sua immaginazione si compiace in rialzare questo monumento della Inglese monarchia, sotto le cui volte posò la regina più celebre dell’Inghilterra. La principale porta di questo castello, che fu fabbricata dallo stesso conte di Leicester, convertita ora in abitazione, è il soggiorno ordinario di William Boddington, affittuale del luogo, e persona di molti pregi fornita. E questa fa parte di tali rovine, ove si può abitar tuttavia, ed è parimente quanto avvi di più conservato. In uno degli appartamenti terreni vedesi un cammino, non privo di singolarità. La porzione superiore di esso è di legno intagliato, la inferiore che è di alabastro, presenta incise, la data del 1571, e le lettere R. L. (_Roberto Leicester_) iniziali del nome di questo favorito di Elisabetta. La _torre di Cesare_ è la parte più antica e più affortificata di esso castello. Le mura della medesima hanno una grossezza di sedici piedi, e a quanto credesi, sì fatta torre è tutto ciò che rimane ancora dell’antica rocca fabbricata in origine da Goffredo di Clinton. La grande sala gotica ha ottantasei piedi di lunghezza, e quarantaquattro di larghezza. Fu altra volta un sontuoso appartamento, cui davano luce molte finestre d’elegantissima costruzione, oggidì tappezzate di edera. Alle feste che vi furono un tempo celebrate, ai romorosi clamori di gioia onde echeggiarono di già queste volte, è succeduto un assoluto silenzio, talor soltanto interrotto dallo stridor discorde de’ corvi, e dal gracchiare delle cornacchie e degli altri augelli amici delle macerie. Cotesta sala fa parte di quegli edifizi, che innalzati dal conte di Leicester, portarono propriamente il suo nome. Gli sfasciumi di essi, sparsi qua e là, si nascondono sotto la verzura dell’edere, e il soffiar de’ venti aquilonari, che agitano l’erbe crescenti su que’ merli abbandonati, inspira agli animi mestizia e venerazione ad un tempo. Gli _edifizi del conte di Leicester_, così detti dal loro fondatore, benchè fossero gli ultimi ad essere fabbricati, pur li diresti la parte più antica di queste ruine, e ciò per la natura delle pietre adoperate a tal costruzione. Nuovi diroccamenti ogni dì ad essi sovrastano. E tempo ed elementi, unitamente congiurarono contro il castello di Kenilworth. Nel 1817, una gran parte di facciata occidentale della _torre di Cesare_ diroccò improvvisamente, e nel settembre del successivo anno, tutto l’angolo verso tramontana si distaccò con orrendo fracasso dal rimanente dell’edifizio. Nella quale occasione, alcune signore trasferitesi colà per rilevare i disegni di quelle maestose rovine, si sottrassero quasi miracolosamente alla morte. «Questo castello (in tal guisa si esprime il Brewer, che alle cognizioni di antiquario e topografo unisce l’immaginazione di un autor di romanzi) questo castello, che ne’ giorni del suo splendore formò il migliore ornamento di Kenilworth, comunica parimente una malinconica maestà ai paesi circonvicini, tanta è la sublimità, che gli stessi rottami presentano.» E per vero dire, sì fatti rottami hanno di che commovere il viaggiatore trattosi a contemplarli, perchè oltre al presentargli le più pittoresche prospettive del più bello fra gli edifizi, che noverò l’Inghilterra, gli rammentano importantissimi punti della storia di questa nazione. Il castello adunque di Kenilworth gode celebrità incominciando dal secolo di Enrico I, soprannominato _Beauclerc_, ovvero il _Dotto_, e venendo sino alla nostra età; celebrità dovutagli, sia che ci portiamo a contemplare le immense moli innalzate dal Clinton, coperte oggidì dalla ruggine de’ secoli e quasi interamente diroccate, sia che la nostra mente si arresti a rimembrar quelle pompe, che il rendettero un giorno teatro alle prodigalità dell’ambizioso Leicester. Sotto entrambi gli aspetti, esso verrà sempre riguardato siccome obbietto prezioso al topografo e all’antiquario, e qual fonte fecondissima d’immagini all’istorico, al poeta ed al romanziere. Dobbiamo pertanto saper grado all’autore del Romanzo di Kenilworth, il quale seppe con tanta maestria sposare la favola all’istoria, che tal suo lavoro non solamente assicura diletti a coloro, cui le lettere leggiere offrono vezzo, ma riconcilia l’uomo dedito a più gravi studii con un genere di componimenti, che la letteratura antica non ebbe. _Fine del ragguaglio storico._ KENILWORTH. CAPITOLO PRIMO. »Il mio mestiere È far l’ostiere; E la natura Di quel terreno, Che presi in cura, Conosco appieno, »De’ miei fratelli Entro i cervelli Lor varie voglie Legger, lor gioia, Talor le doglie! Talor la noia; »Questo è il sapere Del mio mestiere. Ma mentre il fondo Metto in lavoro, Veder giocondo Piacemi il coro »Degli operai. Non voglio guai. In mezzo ai canti Sol dei cultori La terra ammanti I suoi tesori. _La Nuova Osteria._ È privilegio de’ romanzieri l’aprire in un’osteria i racconti che imprendono; e nelle osterie di fatto si trovano a lor volta tutti i viaggiatori, ed è in questi luoghi ove regna maggior libertà, e ove l’indole di ciascuno è meno impacciata da riguardi nel darsi a conoscere. E tal modo d’incominciare i romanzi soprattutto merita preferenza, allorchè l’epoca delle cose da narrarsi rimonta agli antichi tempi, nei quali coloro, che in un’osteria convenivano, erano, in tal qual modo, non solamente gli ospiti, ma i commensali dell’ostiere per tutto il tempo che si rimanevan con lui. Questo padrone d’albergo era per l’ordinario uomo di buona fisonomia, assai gioviale, e che arrogavasi il privilegio di dir con franchezza la sua opinione. Facilmente alla presenza di lui si svelavano le varietà d’indole fra le persone della brigata; perchè ben di rado avveniva, che dopo aver vôtato un fiasco di sei boccali, ognuno de’ circostanti non abbandonasse tutto umano rispetto, e gli uni cogli altri e coll’ostiere, non si comunicassero le mutue idee usando la confidenza propria di chi si conosce da lungo tempo. Nel diciottesimo anno del regno di Elisabetta, il villaggio di Cumnor, situato tre o quattro miglia lontano da Oxford, possedeva un’osteria eccellente sì, che di tali osterie a’ dì nostri non se ne vedono più. La conduceva, o a dir meglio la governava, Giles Gosling, uomo gioviale, la cui faccia era di bevitore anzichè no, giunto ad età che oltrepassava di qualche cosa i cinquant’anni, non uso a scorticare troppo i suoi avventori, esatto nei pagamenti, pronto allo scherzo, e che aveva una cantina fornita a tutto punto, ed una figlia assai bella. Venendo fin dai tempi di quel vecchio Enrico, podestà di Southwark, non vi era mai stato ostiere, che pari a Giles Gosling, possedesse l’ingegno di piacere agli ospiti, qualunque ne fosse la condizione, onde sì grande ne era divenuta la fama, che il dire di essere stato a Cumnor senza reficiarsi all’_Orso nero_, era un confessarsi viaggiatore privo di gusto e d’intelligenza, e degno di riso, quanto il sarebbe stato un contadino che fosse tornato da Londra senza veder la Regina. Gli abitanti di Cumnor superbivano di Giles Gosling, siccom’egli andava fastoso della sua osteria, della sua figlia e di se medesimo. Nella corte adunque dell’osteria, condotta da quest’uomo sì rispettabile, al tramontare di un certo giorno si fermò un viaggiatore, che dall’infiacchimento del suo cavallo dovea dirsi venisse da lungo viaggio. Mentre il cavaliere dava a custodire questa bestia al mozzo di stalla, gli fece tali interrogazioni, che furono poi cagione del seguente dialogo tra i famigli dell’_Orso nero_. «Olà. Eh! John Tapster». «Che c’è, Will Holster?» rispose il cantiniere, il quale con una camiciuola sbottonata, in brache di tela, e cingendo un grembiule verde si fece vedere da un uscio aperto per metà, che pareva conducesse alla cantina. «Questo viaggiatore domanda, se hai buona _ala_ (_una certa qualità di birra_).» «Se ho buon’_ala_! E chi è che possa dubitarne? Non siamo distanti che quattro miglia da Oxford; se la mia _ala_ non contentasse gli studenti, mi spezzerebbero la testa coi boccali.» «È questa che voi chiamate la logica di Oxford?» disse lo straniero innoltrandosi verso la porta dell’osteria. Allora Giles Gosling gli si presentò innanzi in persona così dicendo: «Quando poi parlate di logica, ascoltate quest’argomentazione: »Mentre ben mangia il destriero, »Vuolsi vino al cavaliero.» «_Amen_, e ben volentieri, soggiunse l’altro. Sturatemi dunque un fiasco del canarie miglior che v’abbiate ed aiutatemi a vôtarlo.» «Ah! voi non siete ancora che in minore, sig. viaggiatore, se avete bisogno che l’ostiere vi aiuti per mandar giù un sorso di vino. Ne aveste almeno ordinato un _gallone_! Allora, potreste anche chiedere questo aiuto e passar tuttavia per un uomo che sa vivere co’ suoi simili.» «Non v’inquietate, mio ostiere; farò il mio debito al pari di tutt’altro, che si trovi non più lontano di quattro miglia da Oxford. Non vengo, credetelo, dai campi di Marte per voler perdere la mia riputazione in mezzo ai seguaci di Minerva.» Mentre in tal guisa si parlavano l’ostiere e l’ospite, il primo con viso che esprimeva la gioia al ricettar l’altro, il fece entrare nella sala terrena; ove già molti stavano uniti in diverse brigate. Quali d’essi beveano, quali giocavano alle carte, alcuni parlavano d’interessi, ed altri, costretti dai propri affari ad alzarsi alla domane di buon mattino, finivano di cenare, ed ordinavano al garzone dell’osteria che allestisse loro le stanze. Il forestiere nell’entrare in quella sala non eccitò verso di sè maggior attenzione di quella che in tai luoghi ognuno, senza però farsene un gran pensiero, suol dare all’ultimo arrivato. Da un tal genere di esame egli apparve ai circostanti uno di quegli uomini, che comunque regolarmente costrutti, e di forme esterne, le quali nulla presentano di spiacevole, nondimeno non hanno nella fisonomia nessuna di quelle particolarità che concilian favore; laonde sia per difetto dei loro lineamenti, sia per suono di voce, o per isgradevoli andamento e modi, inspirano tal quale ripugnanza a rimanere con essi in società. Scorgevasi in costui molto ardimento, scevro però di franchezza, e sembrava annunziasse a prima giunta grandi pretensioni a riguardi, ed a modi verso lui compiacenti, come chi teme andarne privo se non fa valere ben presto i propri diritti ad ottenerne. Lo copriva un pastrano, che laddove aprivasi alquanto, lasciava vedere una bella camiciuola gallonata, e un centurino di bufalo, da cui pendevano una sciabola e due pistole. «Voi non viaggiate senza cautelarvi, o signore» disse Giles Gosling, che diede un’occhiata a quell’armi nel tempo che metteva in tavola il vino chiesto dall’ospite. «Sì, mio caro albergatore, ho ravvisato quanto giovi essere provveduto d’armi negl’istanti del pericolo, nè ho poi voluto imitare i vostri magnati d’oggidì, che congedano la gente del loro seguito quando credono non averne più di bisogno.» «Per bacco! scommetto venite dai Paesi Bassi, ch’è il paese ove nacquero la picca e l’archibuso.» «Sì certamente, che ho viaggiato in lungo ed in largo, e vicino e lontano, mio caro amico. Ma intanto ch’io bevo un bicchiere di questo vino alla vostra salute, empitene un altro, e vôtatelo alla salute mia. Se non sarà buono in grado superlativo, non dovrete almeno che incolparne voi stesso.» «Se non sarà buono in grado superlativo! (risoggiunse con qualche enfasi il nostro Gosling, e nel tempo stesso vôtò la sua tazza facendo passare la propria lingua per tutta l’estensione delle labbra con quell’aria di soddisfazione che son soliti a dimostrare gli abili assaggiatori di vino). Non so bene che cosa v’intendiate con questo vostro _superlativo_. Posso però accertarvi, che di tal vino non berreste alle _tre Cicogne_, e se lo trovate migliore, ardisco di dire, alle Canarie, sto a patto di non toccar, finchè vivo, nè monete, nè fiaschi. Mettete, mettete il bicchiere fra i vostri occhi e la luce, e vedrete saltellar gli atomi per entro a questo liquore dorato, siccome in mezzo ad un raggio di sole. Ma è così. Vorrei piuttosto somministrar vino a dieci contadini, che ad un sol viaggiatore. Spero bene che _Vostro Onore_[2] non si terrà offeso da questo mio modo di dire.» «Non vi nego che il vostro vino è robusto e di buona lega, ma per aver vino eccellente, amico mio, conviene berlo nel luogo medesimo, dove cresce la vigna. Questo, che a giudizio vostro è un vino squisito, si avrebbe in conto di mezzo vino al porto di S. Maria. Caro albergatore, vi è d’uopo viaggiare, se volete farvi profondamente iniziato nei misteri dei fiaschi e delle botti.» «Davvero, mio signore, se il frutto de’ miei viaggi dovesse essere il trovarmi poi mal contento delle cose che posso avere in mia patria, stimerei il viaggiare una speculazione da matto. Ma v’assicuro, trovarsi parecchi uomini, i quali non assottigliano tanto le cose, ma che sanno annasare il buon vino, benchè non abbiano mai abbandonate le nebbie di questa vecchia Inghilterra, e la Dio mercè, non si sieno mai tolti da canto del loro focolare.» «Oibò, mio caro ostiere, questo pensare è limitato e triviale, e fo sicurtà che in ciò non s’accordano con voi tutti gl’Inglesi. Scommetto io, che fra i vostri, avvezzi a darsi più bel tempo, ve n’ha parecchi i quali han viaggiato alla Virginia, o almeno fatta una scorsa ne’ Paesi Bassi. Orsù. Recapitolate bene le cose nella vostra memoria. Non avete voi in paese straniero qualche amico, di cui vi piacesse saper le notizie?» «No in fede mia. Non ve n’è un solo fin d’allor quando quello spensierato di Robin di Drysand-ford si fece accoppare all’assedio di Briel. Il diavolo si porti la colubrina, d’onde venne la palla che lo spedì! Non ho mai conosciuto il miglior compagnone nel vôtare la sua tazza a mezza notte sonata. Ma egli è morto, se n’è andato, e dopo lui non conosco nè soldato, nè viaggiatore, pel quale io dessi una buccia di mela.» «Corpo di bacco! Voi me le dite strane. Nel tempo che tanti bravi Inglesi dimorano in paesi stranieri, voi che mi parete persona di vaglia, non avete, nè un parente, nè un amico fra questi?» «Oh! se mi parlate di parenti, ho bensì una mala semenza di nipote, che lasciò l’Inghilterra nell’ultim’anno del regno di Maria, ma egli è uno di quegli sfaccendati, ch’è meglio il perderlo del trovarlo.» «Non dite così, amico, ammeno che non aveste saputa qualche sua scappata da poco in qua. Quanti pulledri che pareano indomabili divennero poscia nobili corridori! Come lo chiamate voi?» «Michele Lambourne. Il figlio di una mia sorella. Vi giuro che non mi va niente a sangue il ricordarmi nè d’un tal nome, nè d’un tal parentado.» «Michele Lambourne! (sclamò lo straniero che finse essere colpito da sì fatto nome) Sarebb’egli mai quel prode cavaliere di questo casato, il quale si comportò con tanto valore all’assedio di Venloo, che il conte Maurizio gli fece sin ringraziamenti alla presenza di tutto l’esercito? Lo dicevano Inglese, nè di natali molto cospicui.» «Bene; ma non può essere mio nipote, disse Gosling. Costui non avea coraggio più che una gallina, se però non veniva occasione di far del male.» «La guerra fa nascere il coraggio» disse l’altro. «Ed io credo gli avrebbe fatto perdere quel poco che gli rimaneva.» «Il Michele Lambourne, da me conosciuto, era un giovinotto ben complesso, cui piacea vestire in tutta eleganza, e possedeva vista di falcone nell’adocchiare una bella ragazza.» «E il mio Michele rassembrava un cane, che avesse un sonaglio alla coda, e portava un abito composto di stracci, ognun de’ quali parea si congedasse dall’altro.» «Oh! ma il giorno dopo di una battaglia non v’è scarsezza di buoni vestiti.» «Io credo piuttosto che il nostro Michele ne avrebbe giuntato uno nella bottega d’un rigattiere, nel punto che questi gli tenea volte le spalle. Quanto all’occhio di falcone, per cui lo encomiate, v’assicuro che non lo stogliea mai dai miei cucchiai d’argento. Fu mia ventura che non rimanesse in questa casa più di tre mesi. Egli avea cura della cantina, e ne sia lode ai suoi stravizzi ed ai suoi errori di calcolo, fra il vino che m’ha bevuto e quello che ha mandato a male, se rimaneva tre altri mesi, avrei potuto metter giù l’insegna, chiudere l’osteria, e dare in custodia al diavolo la chiave del mio magazzino.» «E ad onta di tutto ciò, caro ostiere, se vi venissero a dire che il povero Michele Lambourne rimase morto comandando il suo reggimento, e mentre assaliva un fortino presso Mastricht, ne sareste assai contristato.» «Contristato! Non mi si potrebbe arrecare più grata novella. Sarei sicuro almeno che non finì sulla forca. Di grazia, non ne parliamo più. Io temo bene che la sua morte non sia mai per far onore alla nostra famiglia. Basta, se accadesse altrimenti (e in questo versava un bicchier di Canarie) lo dico di buon cuore, Iddio gli dia pace!» «Adagio, adagio, sig. albergatore. Non abbiate questi timori. Il vostro nipote vi farà onore, e soprattutto, se è quel Michele che ho conosciuto, e che amo, direi quasi.... sì in fede mia, al pari di me medesimo. Non potreste voi indicarmi qualche contrassegno onde verificare, se i due Micheli, di cui parliamo, fossero mai una stessa persona?» «No, per quanto mi ricordo.... Aspettate. Il mio Michele porta sulla spalla sinistra l’impronta d’un ferro rovente appostagli in premio d’essersi appropriato una tazza d’argento che apparteneva ad una buona donna di nome Snort d’Hogsditch.» «Oh! questa volta voi ne mentite, come un mariuolo, o mio zio (disse lo straniero, che in quel punto medesimo sbottonò la camiciuola, e abbassò tanta camicia quanta bastava a farne vedere ignuda la spalla). Per Dio! questa mia pelle è sana ed intatta non meno della vostra.» «Che ascolto? Michele! (sclamò l’ostiere). Il saresti tu veramente? Oh! sì. Io dovea persuadermene, perchè non conosco persona al mondo, la quale potesse affannarsi per te la metà di quello che tu facevi. Però, ascoltami, Michele. Se la tua pelle è sana ed intatta come ten vanti, è forza dire che il carnefice, mosso a pietà della tua giovinezza, ti abbia toccato con un ferro freddo.» «Via, via, caro zio. Tronchiamo le barzellette. Esse verranno all’uopo per far passare i fumi della vostra birra alterata. Vediamo piuttosto quale accoglienza sappiate fare ad un nipote che ha girato il mondo per diciott’anni, che vide nascere il sole di là dove tramonta, e che ha viaggiato tanto finchè l’occidente si trasformasse in oriente.» «A quanto mi sembra, o Michele, tu hai riportata con te una delle prerogative dei viaggiatori, nè veramente ti abbisognava un sì lungo pellegrinaggio per acquistarla. Ben mi ricordo che fra tuoi insigni pregi era quello di non ne dire mai una di vere.» «Vedete, o signori, un miscredente più d’un pagano (disse Michele Lambourne, volgendosi alla brigata, che non perdè alcuna parte di questo stravagante riconoscimento fra zio e nipote, ed in mezzo alla quale si trovavano alcuni, cui note erano le alte geste della costui giovinezza). Questo è quanto a Cumnor chiamasi in proprii termini _macellare il vitello grasso_. Ma sappiatelo, mio caro zio, che non esco ora del guscio, e che non vengo da fare il guardiano di porci. Poco mi rileva, se bene o mal mi accogliete. Ho con me quanto basta onde farmi ben ricevere per ogni dove.» E in ciò dire, levò di tasca una borsa assai piena di monete d’oro per fare spalancar gli occhi a tutti quelli della comitiva. Alcuni d’essi crollavano il capo, e bisbigliavano fra di loro. Ma due o tre, meno scrupolosi, incominciarono a riconoscerlo siccome concittadino, e lor compagno di scuola. Nel medesimo tempo alcuni altri personaggi più gravi si alzarono, ed uscendo di quell’albergo l’un all’altro si dissero, che se Giles Gosling volea che il suo negozio continuasse a prosperare doveva liberarsi il più presto possibile di questo spregevole nipote. E lo stesso Gosling si comportò in guisa da far conoscere com’egli fosse parimente di sì fatto avviso; e si dee rendergli tal giustizia: la vista dell’oro portò nell’animo di questo galantuomo minor impressione, che non ne produce per solito nelle persone dedite al mestiere da lui professato. «Michele, nipote mio, gli disse, metti via il tuo danaro. Il figlio di una mia sorella non dee pagar nulla per cenare, o dormire una notte in questa casa. Dico una notte, perchè m’immagino non avrai molta ansietà di rimanerti più lungo tempo in un luogo, ove sì poco favorevolmente sei conosciuto.» «In quanto a questo, mio caro zio, rispose il viaggiatore, non consulterò che la mia inclinazione e la natura dei miei affari. Intanto bramo pagar da cena a questi miei stimabili concittadini, che non portano la fierezza sino a ricordarsi di quel che fu Michele Lambourne. Se voi volete fornir la cena in cambio del mio danaro, ciò sia. Altrimenti due soli minuti di cammino ne disgiungono dall’osteria della _Lepre_, ove questi miei buoni colleghi non faranno difficoltò d’accompagnarmi.» «No, no, Michele, gli disse lo zio, poichè diciotto anni ti sono passati sopra la testa, vorrei sperare che qualche poco almeno te l’avessero addirizzata: onde non permetterò che tu abbandoni la mia casa a quest’ora. Anzi ti verrà dato tutto ciò che onestamente potrai domandare. Soltanto mi punge la curiosità di sapere, se questa borsa, che sfoggiasti or ora sia guadagnata con altrettanta legittimità, quanto mi sembra riboccante di danaro.» «Nol dissi, o miei vicini, ch’egli è un miscredente? (soggiunse il Lambourne, voltosi novellamente all’uditorio). È ben cosa stravagante che uno zio, venuto nell’età, voglia disotterrare quelle leggerezze di un nipote, che hanno già sulle spalle vent’anni. Per quanto spetta a quest’oro, o signori, dovete sapere che fui nel paese ove nasce, ed ove non si ha che l’incomodo di raccoglierlo. Io vengo, amici, dal Nuovo Mondo, ed appunto dalla terra di Eldorado. Ivi i fanciulli giocando alla fossetta non hanno d’altre pallottole che i diamanti; ivi le contadine portano collane di rubini; in somma in questo paese le case van coperte di tegole d’oro, e le strade son lastricate d’argento.» «In fede mia, amico Michele (sclamò Lorenzo Goldthred, uomo che primeggiava fra i merciai d’Abingdon) un tal paese sarebbe eccellente per trafficarvi. Ditemi un poco, quanto si ritrarrebbe dallo spacciare le tele, i nastri, le seterie, in una contrada ove l’oro è a sì buon mercato?» «Un profitto incalcolabile, rispose il Lambourne, soprattutto se un mercante, fresco negli anni e disinvolto, vi porta il suo fardello egli stesso. Oh! come son gaie le donne di quei beati luoghi, ed essendo alquanto arse dal sole, prendono fuoco com’esca appena vedono una carnagione appetitosa qual tu la presenti, e capelli siccome i tuoi che inclinino un poco al rossiccio.» «Vorrei bene far colà il mio commercio», disse tosto, spalancando due grandi occhi, il merciaio. «Nulla di più facile quando tu il voglia, disse Michele, e semprechè tu sia ancora quel risoluto campione, che mi prestava un dì il braccio nel portar via le mele dal giardino dell’abbazia. Basta a ciò un processo chimico semplicissimo, con cui tu trasmuti la tua casa e i tuoi poderi in bel danaro sonante, e questo di poi in un gran bastimento, guernito di vele, d’ancore, di cordami, e d’ogni suo attrezzo. Allora tu raccogli tutte le tue mercanzie in fondo di stiva, metti a bordo cinquanta robusti vagabondi, io assumo il comando della spedizione, sciogliamo le vele, e, voga, voga galera! eccoci avviati verso il Nuovo Mondo.» «Nipote mio, si mise allora di mezzo l’ostiere, tu gl’insegni il segreto per trasmutare, valendomi del tuo stesso vocabolo, le sue lire in soldi, e le sue tele in altrettanti spaghi. Ascoltate il parere di un matto, mio caro Goldthred. Non vi fidate al mare, che divora ogni cosa. Le carte e le donne, di cui vi dilettate la vostra parte, facciano pure il loro peggio; le balle di mercanzia, lasciate da vostro padre, dureranno un anno o due prima che si compiano i vostri dì all’ospitale; ma il mare ha un appetito insaziabile, ed in una mattina, vi divora tutte le ricchezze di Lombard Street[3], colla prestezza che io manderei giù un uovo affrittellato, o un bicchiere di vino. In quanto poi all’Eldorado di Michele, voglio che non mi crediate più nulla in vita mia, se non trovò quel danaro nelle tasche di un qualche papero della vostra specie. Oh! per questo, non ti turare il naso a furia di tabacco, o Michele; mettiti a sedere, e sei il ben venuto. Ecco la cena, che arriva. Invito tutti quelli che vorranno parteciparne, ad onore d’un nipote che dà tante belle speranze di sè, e confidandomi sia qualche cosa di men cattivo, che quando partì. In coscienza, nipote mio, hai le sembianze della mia povera sorella più di quanto nessun figlio abbia mai somigliato alla madre.» «Non si somiglia tanto al vecchio Benedetto Lambourne, marito di essa, disse il merciaio. Ti ricordi, Michele, che cosa rispondesti al tuo maestro di scuola allorquando stava per batterti, perchè avevi fatto cadere le stampelle, su di cui era solito appoggiarsi tuo padre? _Mio padre! mio padre! stimo il fanciullo che conosce suo padre_. Il dottor Brincham, me ne ricordo come se fosse adesso, rise tanto di cuore, che gli vennero finalmente le lagrime agli occhi, e queste lagrime del riso risparmiarono a te quelle del dolore.» «Le vivacità di quei giorni, disse il Lambourne, erano un ritrarmi in addietro per tentar più bel salto. Di fatto vi sono riuscito. E come sta quel degno pedagogo?» «Eh! quant’è mai che è morto!» soggiunse l’ostiere. «Morto sicuramente, ripetè il Cherico della parrocchia; gli stava io al capezzale quando morì, e morì qual visse. _Mori, morior, mortuus sum_, tali furono le sue estreme parole, ed appena ebbe forza d’aggiunger quest’altre: _Ecco ch’io ho coniugato il mio ultimo verbo_.» «Ebbene, Dio l’abbia in pace, risoggiunse Michele, a me non deve nulla.» «No in fede mia, soggiunse il merciaio. Mi ricordo avergli udito dir tante volte che in ogni colpo di staffile di cui ti regalava, era altrettanta fatica risparmiata al maestro di giustizia.» «E si sarebbe detto che non voleva lasciargli nulla da fare, disse il Cherico. Pure non fu un benefizio semplice che ottennero nè il nostro amico (accennando Michele), nè il suo collega Goodman Thong.» Sembrò a tai detti che scappasse la pazienza al Lambourne. Laonde prese il suo cappello che stava sopra la tavola, se lo adattò fino al sopracciglio in tal guisa, che l’ombra di una larga ala estendendosi su i suoi lineamenti e su quegli occhi, i quali non promettevano nulla di buono, ei compose il volto alla sinistra fisonomia di uno spadaccino spagnuolo. «_Voto a Dios_, signori, disse allor seriamente. Qualche libertà è permessa fra amici, ma ho già tollerato abbastanza, che voi e questo mio degno congiunto, vi spassiate su qualche inconsideratezza della mia gioventù. Pensate ora che porto sciabola e pugnale, e che ho la mano agile per valermene all’uopo. Dopo d’avere militato nella Spagna, sono divenuto anche più dilicato nelle cose che riguardano l’onore, e mi spiacerebbe se il dir vostro poco guardingo mi traesse a qualche estremità.» «E che fareste voi?» prese a domandare il Cherico. «Sì. Che fareste voi?» soggiunse parimente il merciaio, portandosi all’altro lato della tavola. «Quanto a voi, sig. Cherico, vi taglierei il gorgozzuolo, cosa da sofferirne ritardo le cadenze che siete solito a stonar la domenica nella chiesa. E voi, signor mercante di tele, nastri e seterie, vi bastonerei con tanta enfasi, da potervi stivare, senza che aveste voglia di movervi, entro una delle vostre balle.» «Tronchiamo, tronchiamo (disse l’ostiere, che giudicò ben fatto l’interrompere questo diverbio). Astenetevi dal far romori in mia casa. Nipote, non conviene essere sì pronto ad offendersi; e voi, signori miei, dovreste pensare, che comunque vi troviate in un’osteria, in questo momento siete i convitati dell’ostiere, e ogni ragione di decenza vuole che risparmiate l’onore di sua famiglia. — Che Diavolo! Tutto questo fracasso fa girare la testa anche a me, ed ora in grazia vostra mi dimenticava l’ospite taciturno, chè non so dargli altro nome. Sono due giorni che è qui, e non ha aperto bocca se non se per chiedere quanto gli abbisogna, e l’importo delle cose avute. Guardate! non mi dà maggiore fastidio che se fosse un contadino, e paga siccome un principe di sangue reale. Quando gli si dà il conto non osserva mai che la somma, nè dice finor di partire, nè so quando partirà. È un vero gioiello. Ed io, cane degno di tutti i capestri, lo lascio là in un canto, come una pecora rognosa, senza neanco usargli la civiltà d’invitarlo a cenare, o a bere una tazza di vino in nostra compagnia. Non mi tratterebbe peggio di quel che merito, se andasse in dirittura alla _Lepre_ prima che la notte divenga più alta.» Detto ciò, accomodò con grazia un tovagliolo sul sinistro braccio, poi, tenendo colla destra mano il più bel fiasco d’argento che avesse, e cavatosi per un istante il suo berrettone di velluto, mosse verso l’individuo solitario, di cui avea fatta parola, e sul quale gli sguardi dell’intera brigata furono tosto rivolti. Era questi un uomo di età fra i venticinque e i trent’anni, di statura al disopra della mediocre, vestito semplicemente, ma con decenza, e che univa a scioltezza una cert’aria di dignità, per cui sarebbesi detto che il modo in lui del vestire fosse al disotto di quanto al suo grado addiceasi. Egli sembrava meditabondo e guardingo. Bruni ne erano i capelli, e i suoi occhi nerissimi mostravano un brio non comune, tutte le volte che qualche istantanea occasione di commoverne l’animo si presentava. Fuori però di tal circostanza, e gli occhi e gli altri lineamenti del volto non annunziavano in lui che un uomo circospetto e tranquillo. I curiosi di questo picciolo paese non si ristettero da indagini per discoprirne, come meglio poteano, il nome e l’indole, e quali affari lo avessero condotto a Cumnor, ma niuna cosa giunsero a penetrare che appagasse tal loro curiosità. Giles Gosling, ch’era il primasso del villaggio, ardente partigiano della regina Elisabetta e della religion protestante, sospettò sulle prime questo suo ospite d’essere un gesuita, od uno di quei tanti preti che venivan mandati da Roma e dalla Spagna, e che facean poi tristo fine sulle forche dell’Inghilterra; ma non fu possibile che tale opinione gli durasse in verso di un ospite, il quale oltre a dargli sì poco fastidio, pagava il suo conto colla massima regolarità, e mostrava voler soggiornar qualche tempo all’_Orso nero_. Onde tai discorsi favorevoli al suo forestiere andava egli accozzando tra sè: «Tutti i papisti sono uniti fra loro come le cinque dita di una mano. Se il mio albergato fosse un papista sarebbe già ito a cercarsi alloggiamento, o presso il ricco scudiere che sta a Belseley, o a Wooton in casa del vecchio cavaliere, o che so io? in qualcuna delle caverne romane, che a costoro non mancano. Avrebb’egli mai cercato una pubblica osteria, in figura di galantuomo e di buon cristiano? E poi, penso, che l’altr’ieri, venerdì, mangiò manzo condito colle carote, benchè la tavola fosse anche imbandita di anguille poste alla graticola, e delle migliori che vengano pescate nell’Isis.» L’onesto Giles Gosling, già convintosi coi precedenti ragionamenti, che il suo ospite non era cattolico, gli si presentò adunque con tutta l’immaginabile cortesia, e lo pregò gli compartisse l’onore di bere un bicchiere di fresco vino e di partecipare ad una ricreazione intesa a festeggiare l’arrivo d’un nipote, e la riforma, se pure era vero, che questi avea fatta nei suoi costumi. Lo straniero sulle prime, fece colla testa il segno di chi ricusa, ma l’ostiere insistette, valendosi d’argomenti sull’onore della propria casa; ed anche su i sospetti che l’ospite avrebbe destati negli abitanti di Cumnor col mostrarsi d’umore sì poco socievole. «In fine poi, continuava Gosling, è del mio decoro medesimo, che chiunque alloggia in questo albergo stia di buon umore. Perchè vi sono in Cumnor certe male lingue.... Già qual è il paese che ne sia senza? E v’assicuro, qui si guardano per traverso quelle persone, che per coprire il loro accigliamento, fanno discendere a mezzo volto il cappello, come se fossero sospirosi dei tempi andati, ed incapaci di sentire il ben presente, di cui godiamo, grazie al cielo, sotto il governo della buona regina Elisabetta, che Dio ci benedica e conservi.» «Che dite, ostiere mio? rispose lo straniero. Un uomo dunque dovrà parere sospetto, perchè s’abbandona ai suoi pensieri, sotto l’ombra del suo cappello? Per altro, voi che siete stato a questo mondo doppio tempo di me, dovreste sapere esservi certe idee, che alloggiano con noi a nostro malgrado, e contro le quali non vale il dire: _scacciamole e stiamo allegri_.» «Per bacco! Se avete tali idee che vi travagliano lo spirito, sicchè nemmeno i buoni Inglesi sian capaci di snidarle d’attorno a voi, faremo venire da Oxford qualche allievo del buon padre Bacone, affinchè provi a scongiurarle a furia di logica e di lingua ebraica. Perchè non cercate piuttosto di annegarle entro un mare di scelto vin di Canarie? Scusate, o signore, la mia libertà, ma son vecchio ostiere, e bisogna che parli franco, e come la sento. Questo umor malinconico vi sta male; e non s’accorda niente co’ vostri ben lustrati stivali, con quel cappello di castoro fino, con quell’abito di buon panno, e colla borsa ben fornita che avete ai vostri comandi. Mandate al diavolo questa malinconia, e vada a stanziare presso coloro, che hanno le gambe piene di paglia, costretti a coprir la testa con un cappellaccio di borra, il corpo con un giustacuore grattugiato, e la cui saccoccia non manda mai quel grato suono che ha forza di scacciare il demonio della tristezza. Allegria, signore, allegria! o in nome di questo buon liquore, noi vi proibiremo l’aria dolce che spira attorno ad una gioiosa brigata, per confinarvi ad assorbire le nebbie della malinconia nei paesi del malanno. Mirate là una banda di gente compagnevole che si diverte. Non increspate il sopracciglio in vederli, che mi parreste il diavolo quando guardava Lincoln.» «Avete ragione, mio buon albergatore (disse l’ospite, componendosi ad un sorriso, che a malgrado della mestizia ond’era compreso, dava a divedere tutta l’amabilità della sua fisonomia), avete ragione. Coloro, il cui animo si trova nello stato al quale soggiace il mio, non debbono colla propria mestizia funestare la gioia di quelli che son più felici. Mi metterò di tutta buona voglia insieme ai vostri convitati, piuttosto che farmi credere un perturbatore degli altrui contenti.» Detto ciò, alzossi per raggiugnere la comitiva, che incoraggiata dai precetti e dall’esempio di Michele Lambourne, e composta per la maggior parte d’uomini inclinati a profittar d’un buon pasto alle spalle dell’oste, aveva già molto bene oltrepassati i limiti della temperanza. La qual cosa apparve meglio dal tuono, onde Michele chiedea notizia degli antichi suoi colleghi, e dagli scrosci di risa, che si accompagnavano a ciascuna risposta. E la natura men che decente di questa loro allegria giunse a tanto, che ne rimase scandalezzato lo stesso Gosling, tanto più che, senza saperne il perchè, ei si sentiva compreso d’un certo rispetto verso il suo ospite sconosciuto. Postosi pertanto a qualche distanza dalla tavola, intorno a cui eran seduti questi tavernieri tanto leggiadri incominciò coll’ospite istesso una specie d’apologia sulle licenze di dire che si prendevano. «Ad udirli, voi credereste non esserne un d’essi che non sia stato abituato al bel mestiere di chi intima ai viandanti: _o la borsa o la vita_. Eppure, ve ne potrete accorger domani; son tutti artigiani laboriosi, e mercanti onesti, non però più di tutti gli altri, che vi sottraggono il pollice nel misurare un’_auna_ di panno, o che stando dal loro fondaco pagano le cambiali in _corone_ alquanto calanti. Per esempio quell’uomo là che col cappello di traverso copre una capigliatura arricciata, e simile al pelo d’un can barbone, tutto spettorato, coll’abito che si licenzia da lui, direste a vederlo che è il modello perfetto d’un malvivente. Ebbene! È un merciaio d’Abingdon; e se andate domani alla sua bottega, lo trovate dalla testa ai piedi ben messo, sì che il giudichereste un lord Maire. E adesso parla di scalare l’altezza di una soffitta, e di forzare i cancelli d’un parco, con tale disinvoltura, che il giudichereste avvezzo a passar la sua notte sulla strada maestra per cui si va da Hounslow a Londra. In vece egli dorme sempre tranquillamente, sopra un letto bene spiumacciato, colla sua candela da una banda, e la sacra bibbia dall’altra per tener lontani i demoni.» «Di grazia, ostiere, (disse lo sconosciuto) il nipote vostro, Michele Lambourne, che è il re di questa festa, ha egli pure la smania di farsi credere uno schiamazzatore?» «Voi mi serrate gli abiti un po’ troppo alla vita, caro signore. Mio nipote è mio nipote, e benchè egli sia stato un vero cane in tempo di sua gioventù, può essersi corretto, come han fatto tant’altri, non è vero? Anzi se mai aveste dato ascolto alle cose che poc’anzi dissi di lui, non dovete poi prenderle per parole d’evangelio. Io avea conosciuto il malandrino, benchè non dessi a divederlo, e volli un poco mortificare la sua vanità. — Oh! bramerei sapere ora sotto qual nome debbo presentare a questa brigata il mio rispettabile ospite.» «Sotto quello di Tressiliano, se così vi piace.» «Tressiliano! un nome che mi sona bene all’orecchio, e che viene, cred’io, da Cornovaglia. Già vi sarà noto il proverbio: »Se porti _Pol, Pen, Tre_, del nome tuo alla festa, »Che sei di Cornovaglia, la cosa è manifesta». Noi diremo dunque, signor Tressiliano di Cornovaglia?» «Non dite, vi prego, più di quello che ho detto io, e sarete certo di non errare, signor ostiere. Si può portare un nome preceduto da qualcuna di queste tre rispettabilissime sillabe, ed essere nato ben lontano dal monte S. Michele.» Il nostro Giles Gosling allora non ispinse più oltre la curiosità, e sotto il nome di signor Tressiliano presentò lo straniero al nipote ed a’ suoi amici, i quali dopo aver bevuto alla salute del nuovo convitato, continuarono negl’intertenimenti che questo cerimoniale aveva interrotti. CAPITOLO II. »Del giovin Lancilotto »Parli tu forse? (_Il mercante di Venezia_). Dopo breve pausa, il merciaio Goldthred, così pregato dall’ostiere, cui tutta la gioviale brigata fece eco, presentò i convitati d’alcune strofette. Di quanti battono Augelli i vanni, Re, a mio giudizio, È il barbagianni. Vengan le tenebre, Ei non s’arresta. Fuor della nicchia Mette la testa. Ricchezze annunzia Suo canto strano A chi alla cintola Non tien la mano. Dunque ripetasi: Viva mill’anni. Re degli aligeri, Il barbagianni! S’anco il sol languidi Vibra i suoi strali, Mostrar non degnasi Esso ai mortali. Sol quando annottasi, Co’ l’ali stese Egli incoraggia Le belle imprese. Finchè tracannansi Nappi spumanti, Sua virtù esimia Per noi si canti. Per noi ripetasi: Viva mill’anni. Re degli aligeri, Il barbagianni! «Così va bene (sclamò Michele, tosto che il merciaio ebbe terminato di cantare); che ne dite amici? Questa almeno è una canzone che s’intende; e vedo che non si è perduto fra noi il buon gusto. Ma che rosario mi avete sfilato di tutti gli antichi miei colleghi! Non ve n’è uno a cui non si unisca qualche storia di mal augurio. Sicchè dunque Will di Wallingford ci diede la buona notte?» «Certamente, soggiunse uno di quelli, egli rimase morto, come un grasso daino, d’un colpo di balestra, che nel parco di Donnington gli venne tratto da Thatcham, il vecchio boscaino del Duca.» «Egli amò sempre la caccia, disse Michele, nè quindi gli piacque meno il fiaschetto. È questa una ragione di più per vôtare una tazza in onore della sua memoria. Andiamo, amici. All’armi.» Fatto in tal guisa, col bicchiere alla mano, un omaggio al defunto, il Lambourne domandò che cosa fosse accaduto del Partins di Padwoorth. «Partito; e sono dieci anni ch’egli intraprese il suo viaggio. Il castello d’Oxford lo vide andarsene, e Goodman Thong fece i convenevoli della partenza, alla quale non è occorso altro apparecchio che una corda del valore di dieci soldi.» «Che? Il povero Partins è morto in piena aria, fra cielo e terra! Ecco le conseguenze di amar troppo l’andar a diporto a chiaro di luna! Presto, miei colleghi, si beva anche alla sua memoria. Egli era un buon compagnone, gioviale quanto la luna piena. «E quali notizie mi darete voi di.... di Hal.... di quell’Hal, che portava sempre una lunga piuma, e che abitava in vicinanza di Yattenden?..... Non posso ricordarmi il suo nome.» «Chi! Hal Hempseed? dimandò il merciaio. Voi dovete ricordarvi, che egli si dava il tuono d’uomo d’alto affare, e che voleva frammettersi nelle cose di stato. Si volle impicciare in quelle del duca di Norfolk, e sono due, o tre anni, ha dovuto fuggire con un ordine d’arresto alle calcagna. Da quel tempo non se n’è più intesa notizia.» «Dopo tutte queste disgrazie, che mi avete raccontate, io non ardisco nemmeno pronunziare il nome di Tony Foster. In mezzo ad una tal pioggia di corde, di balestre, d’ordini d’arresto, sarebbe un miracolo s’egli fosse rimasto asciutto.» «Di qual Tony Foster intendi parlare?» chiese allora l’ostiere. «Per bacco! di quello al quale fu posto il soprannome di Tony _Brucia-cataste_, fin da quando portò il fuoco, onde accendere il rogo, su di cui perirono Latimer e Ridley. Nè senza di lui si compiea la faccenda, perchè il vento avendo smorzata la torcia nera di Goodman Thong, nessuno voleva, nè per amore nè per danaro, portargli il fuoco da riaccenderla.» «Questo Tony Foster vive tuttavia ed è un gran signore. Ma nipote mio, che non ti venisse la tentazione di chiamarlo _Brucia-cataste_, te ne avverto per tuo bene, ammeno che tu non volessi far conoscenza colla lama della sua spada.» «E che? Si vergognerebbe ora di sì fatto nome? Mi ricordo, che se ne gloriava, allor quando diceva che il vedere arrostire un eretico o un bue era per lui la medesima cosa.» «Sicuramente, nipote mio, ma il dir ciò, avea buon garbo ai tempi della regina Maria, allorchè il padre di questo Tony era intendente dell’abbazia d’Abingdon. Le cose cambiarono, e dopo di questi avvenimenti sposò una purissima _precisiana_[4] ed è te lo giuro buon calvinista quanto potrebb’esserlo Calvino in persona.» «Vedere che tuono di sufficienza egli ha preso! soggiunse il merciaio. Porta ora la testa alta, e disprezza gli antichi colleghi.» «È questa una gran prova ch’egli ha fatto fortuna, riprese a dire il Lambourne. L’uomo giunto una volta ad avere danaro in proprietà non si trova volentieri in vicinanza di quelli il cui tesoro sta nelle tasche degli altri.» «Se ha fatto fortuna! Ti ricordi tu di Cumnor-Place, antico palazzo di città, a poca distanza dal cimiterio?» «Sì: e perchè tu veda, s’io me ne ricordo ho rubato ivi per tre volte tutte le frutta del verziere. Ma che importa ciò? Era ivi l’ordinaria residenza dell’abbate tutte le volte che in Abingdon dominava un qualche morbo epidemico.» «Va benissimo, disse l’ostiere; e adesso è divenuto soggiorno di Tony Foster in conseguenza di cessione fattagliene da un gran signore, al quale la corona diede in feudo tutti i beni dell’Abbazia. Ei vi ha creato il suo castello, e guarda dall’alto al basso i poveri abitanti di Cumnor, come se fosse già un cavalier-baronetto.» «Non bisogna però attribuire affatto ad orgoglio tal sua condotta, disse il merciaio. Si mischia in questo affare una bella signora, che Tony non vorrebbe vista nè meno dalla luce del giorno.» «Come sta la cosa? (interruppe allor Tressiliano, che per la prima volta prese parte a sì fatti intertenimenti). Non fu detto da qualcuno di voi, che il Foster, si è fatto sposo ad una _precisiana_?» «Sì certo, e ad una _precisiana, rigorista_ quanto il sia chi non mangiò mai carne in quaresima. Tony ed essa, a quanto raccontasi, viveano come cani e gatti fra loro. Ma presentemente ell’è morta, e Dio l’abbia in pace. Non è rimasta a Tony che una figliuoletta, onde si giudica, egli sposerà questa incognita, che move tanto romore.» «E perchè?... (domandò Tressiliano) intendo chiedere perchè move tanto romore?» «Perchè si dice, rispose Gosling, che è bella al pari d’un angelo, perchè nessuno sa donde venga, e perchè si vorrebbe capire il motivo di tenerla così custodita, e rinchiusa fra quattro mura. Per me non so com’ella sia fatta. Voi signor Goldthred, dovete averla veduta.» «Sì, mio vecchio. La vidi un giorno che cavalcando me ne veniva da Abingdon a questo vostro paese, e la vidi passando sotto il gran finestrone della vecchia casa, che porta dipinta nei vetri un’infinità di santi, e di storie. Quel dì io non avea presa la strada ordinaria, ed attraversai il parco. Dovete sapere che la porta non ne era chiusa fuorchè col saliscendi, e credei d’arrogarmi i privilegi del mio antico collega, prendendomi la libertà di venir per que’ viali. Così profittai dell’ombra degli alberi, chè facea, mi ricordo, gran caldo, e schivai la polvere, che mi diveniva tanto più molesta per aver messo in quel giorno la mia camiciuola, color di pesca, gallonata d’oro...» «E poteste sfoggiarla, (soggiunse Michele) il che certamente non vi dispiacque innanzi agli occhi di bella donna. Ah! scapestrato, scapestrato! Non rinunzierete voi mai alle antiche vostre abitudini?» «Oh! nol feci con questo fine, Michele, credetelo, (risoggiunse il merciaio pavoneggiandosi). Mi mosse sola curiosità, ed anche interno sentimento di compassione verso quella povera signora, condannata dalla mattina alla sera a non vedere se non se Tony Foster, che mette schifo e paura con quelle sue folte sopracciglia nere, con quella sua testa di bue, e con quelle storte sue gambe.» «E in vece gli avreste mostrato volentieri un pezzo d’uomo ben complesso, vestito in giustacuore di seta, una bella gamba attillata entro bello stivaletto di corduano, un volto rotondo, e pronto al sorriso anche senza averne occasione, che sembrasse dire: _Qual cosa vi abbisogna?_ un bel berrettone di velluto e sovr’esso svolazzante una piuma di Turchia, uno spillo d’argento dorato. Credetelo, amico merciaio, chi possede belle mercanzie, ama parimente sfoggiarle. Oh! andiamo signori, che i bicchieri non facciano festa. Io bevo alla salute dei lunghi speroni, dei corti stivaletti, dei giustacuori bene imbottiti, e delle teste sventate.» «Ben m’accorgo, o Michele, che di me siete geloso, soggiunse allora il Goldthred, ma se il caso mi favorì in quell’istante, non mi trattò meglio di quello che avrebbe fatto con voi o con qualunque altro.» «Viso di torta! sclamò il Lambourne, il cielo ti castighi della tua impudenza! Vorresti tu, mercantuccio a ritaglio, porti a confronto di un militare, d’un uomo della mia sorte?» «Garbato signore, disse Tressiliano, vi pregherei a non interrompere il nostro merciaio d’Abingdon. Il suo racconto mi alletta sì, che non mi moverei dall’udirlo se durasse fino alla mezzanotte.» «Voi mi onorate più che non merito, si fece a dire Goldthred; e poichè questa storia vi dà piacere, io la continuerò a malgrado de’ motteggi e de’ sarcasmi di questo valoroso militare, che ha guadagnato, cred’io, più botte che _corone_ nella guerra de’ Paesi Bassi. Vi dirò adunque, che passando al di sotto di quel finestrone, lasciai le redini sul collo al mio palafreno, e perchè ciò mi giovava, e per essere più sciolto nel guardarmi all’intorno. Non mi credete più mai, o signore, se non vi dico il vero asserendo, che non mi è capitato veder altrove donna così leggiadra, e credo bene averne passate in rassegna quant’altri può fare, e d’intendermi di tal mercanzia al pari di chiunque abbia in ciò fama d’esperto.» «Ve la ricordate sì da farmene la descrizione?» soggiunse Tressiliano. «Oh! v’assicuro, signore, ch’ella era abbigliata qual si conviene a femmina di riguardo. Ricca, e studiata se ne vedeva l’acconciatura, che una regina non avrebbe sdegnato l’andarne ornata. La sua veste, il corsaletto e le maniche erano di un raso color di zenzevero, che a mio parere sarà costato 30 scellini al braccio. Si lasciava vedere la fodera di zendado ondato, e il tutto guernito da due larghi galloni d’oro e d’argento. Il suo cappello poi, o signore... non si è mai veduta cosa più leggiadra in tutti i nostri dintorni; lo copriva un drappo di seta giallo, ricamato d’oro, e parimente ornato di frangia d’oro. Vi giuro, quel cappello, era sontuoso al di là di quanto io ve lo sapessi descrivere.» «Veramente non intesi chiedervi come ella fosse vestita (disse Tressiliano, che si mostrò fin sulle prime impazientito di tutte queste particolarità in cui si diffondeva il merciaio). Vorrei mi parlaste della sua carnagione, dei lineamenti del viso, del color dei capelli.» «Quanto alla carnagione nulla di sicuro vi saprei dire. Osservai però ch’ella tenea un ventaglio, guernito di manico d’avorio, e in bizzarra foggia damaschinato. Non so poi se ella fosse bionda ovvero bruna. Stavano le sue chiome entro d’una reticella di seta verde tessuta con oro....» «Si vede veramente essere un merciaio che parla, si fece di mezzo il Lambourne. Il Signore chiede ragguaglio intorno le fattezze di una donna, e costui gli parla dell’acconciatura ch’ella portava.» «Ti dico (replicò Goldthred, alquanto imbarazzato da tale osservazione) che ho avuto appena il tempo di guardarla. Io stava lì per augurarle il buon giorno, e volgerle un sorriso....» «Simile a quello d’una simia che trovi per terra una castagna» interruppe il Lambourne, ma il merciaio fè vista di non dargli retta e così continuò: «D’improvviso comparve Tony Foster, egli medesimo, con in mano un grosso bastone...» «Col quale, spero, vi avrà carezzate le spalle in premio della vostra sfacciataggine» non potè ristarsi dal dire l’ostiere. «Questo poi è più facile da dirsi che da mettersi in opera (disse in tuono di sdegno il merciaio). No, no, signor Tressiliano, non accadde nessuna cosa di tal natura. Certamente colui si avanzò contro di me rotando il suo bastone, e volgendomi alcune male parole, e domandandomi perchè non avea io tenuto la strada maestra, e cose simili. Mi prese allora tal bile che gli avrei fracassato il cranio col manico della frusta; ma mi rattenne la presenza di quella signora che temei tramortisse dalla paura.» «Va via, cuor di gallina, va via, soggiunse il Lambourne. Avvi prode cavaliere che mai pensasse alla paura d’una bella, quando occorse per liberarla affrontar giganti, draghi, od incantatori? Ma che parlo io d’incantatori e di draghi ad un uomo che si è lasciato cacciar via da una mosca? Tu perdesti una gran bella occasione di segnalarti.» «Ebbene, millantatore, cerca tu di trarne miglior profitto. Il castello incantato è poco lontano. Il drago e la bella sono ai tuoi comandi. Ardisci presentarti.» «Lo farei per un boccale di vino di Canarie. Ma aspetta. Ho bisogno di biancheria. Vuoi tu scommettere una pezza di tela d’Olanda contro questi cinque _angeli_ d’oro? e domani mattina vado a casa di Tony Foster, e lo costringo a presentarmi egli medesimo alla sua bella.» «Accetto la scommessa, e benchè tu non la ceda al diavolo nella sfrontatezza, sono sicuro di vincere. Il nostro ostiere custodirà le poste, e tanto ch’io vado a prendere la pezza di tela, metto nelle sue mani questi cinque _angeli_ d’oro.» «Io non tengo poste di sì fatte scommesse, disse subitamente l’ostiere. Nipote mio, bevi tranquillamente il tuo vino, e non cercar di tali avventure. Ti sto mallevadore, che Tony Foster ha bastante credito per ottenerti ricovero nel castello di Oxford, e farti decorare i polsi della mano di due smaniglie di ferro.» «Per Michele non sarebbe altro che rivedere un suo antico ospizio, e i suoi polsi sono avvezzi a questo genere di smaniglie, disse allora il merciaio. Ma non può più tornare addietro dalla sua scommessa, a meno che non confessi d’averla perduta.» «Per Dio! sclamò il Lambourne. Vi giuro che mi dà tanto fastidio la collera di Tony quanto un guscio di noce; e voglia egli, o non voglia, vedrò la sua principessa.» «Sarei volentieri con voi a metà nel rischio della scommessa, disse Tressiliano, semprechè mi permetteste accompagnarvi nella ricerca di quest’avventura.» «E qual pro ne trarreste?» gli domandò tosto il Lambourne. «Nessuno, o signore, fuorchè il piacere di ammirare la destrezza e il coraggio che voi porreste in sì fatta impresa. Sono un viaggiatore, per cui han vezzo le cose straordinarie, quanto pei cavalieri erranti n’ebbero le avventure.» «Se dunque vi diletta il veder prendere col rampone una trota, consento che siate spettatore di questa mia pesca. Intanto bevo al buon successo di tale impresa, e se vi è chi neghi farmi ragione, lo spaccio per un galuppo, e gli taglio senza complimento i garretti.» La tazza vôtata questa volta dal Lambourne era preceduta da tante altre, che la ragione gli vacillò finalmente. Laonde ben due o tre fiate imprecò giurando il merciaio, perchè questi sosteneva con molto senno di non poter far brindisi alla perdita della scommessa accettata. «Pretenderesti forse farla da logico con me? gridava Michele, tu, nella cui testa non è più cervello di quel che ne sia in una matassa di seta intricata. Sai tu dalla parte di Dio, che farò del tuo corpo 50 _aune_ di cordella?» E intanto che traeva la sciabola per mostrarsi uom di parola, due garzoni dell’osteria s’impadronirono di lui, poi lo condussero nella stanza assegnatagli, affinchè digerisse a tutto suo agio il vino bevuto. Tutti allora si levarono da tavola, e la brigata si sciolse, il che tornò a grande soddisfazione dell’ostiere, ma non altrettanto a quella de’ convitati, i quali aveano poca voglia di rinunziare al buon vino, che non costava danari, fintanto almeno che aveano forza di tenere in mano il bicchiere. Ciò nonostante costretti a ritirarsi, partirono finalmente, lasciando padroni del campo Tressiliano e l’albergatore. «In fede mia, disse il secondo, non intendo qual diletto trovino i gran signori nel dar feste e banchetti, e sostenere la parte d’ostieri senza avere poi il vantaggio di presentare il conto a ciascuno dei convitati. Fortunatamente, tal cosa mi accade di rado, e per san Giuliano, è sempre contro mio genio. Vedete! tutti questi corpi senz’anima, tutti questi fiaschi, che mio nipote, e i beoni suoi colleghi si tracannarono, doveano portarmi un bel profitto, ed ecco in vece una partita di scapito da portarsi ne’ miei registri. Assolutamente non mi par possibile il divertirsi in mezzo al romore, allo schiamazzo, alle querele e ai disordini che derivano dall’ubbriachezza, vedere atti, udir propositi dissoluti, e bestemmie, ogni volta che in tutto questo vi è perdita in vece di guadagno. Eppure quanti in questo bel trastullo hanno dissipati ricchissimi patrimonii, senza curarsi del danno che arrecavano agli ostieri. Perchè, chi diavolo vorrà venire a pagare il conto all’_Orso nero_, quando possa sedersi _gratis_ alla tavola d’un lord o d’un cavaliere?» Il modo stesso di tale declamazione contro l’ubbriachezza diè a divedere a Tressiliano, che il vino avea fatta qualche impressione sul cervello, comunque agguerrito, del rispettabile ostiere. Lo straniero che solo in quella brigata si era tenuto guardingo, volle adunque profittare della loquacità che il vino suole infondere, per iscavare dall’albergatore qualche miglior contezza intorno Tony Foster e la donna, che il merciaio avea veduto nell’abitazione di costui. Ma le indagini di Tressiliano non condussero per parte dell’ostiere che a nuove insulse declamazioni contro l’astuzia femminile, nelle quali il buon uomo chiamò in aiuto tutta la sapienza di Salomone per far valere la propria. Finalmente Gosling trasportò la sua attenzione verso i garzoni dell’osteria che stavano sparecchiando, diede loro diversi ordini e taroccò. Poi volendo unire l’esempio ai precetti, ruppe un piatto e una mezza dozzina di bicchieri nel mostrare ai famigli come si faceva a dovere il servizio alle _Tre Cicogne_, taverna in quei giorni la più rinomata di Londra. Il quale inconveniente lo richiamò sì bene alla ragione, che salito in fretta nella propria stanza, si pose in letto, ove dopo aver profondamente dormito, si svegliò tutt’altro uomo nel dì successivo. CAPITOLO III. »È vano il vostro predicar. Vo’ piena »Far la scommessa. Figlia fu del vino, »Voi dite. Un cavalier tiene, il mattino, »Quel che promise sbevazzando a cena. _La tavola del giuoco._ «Che cosa è di vostro nipote, mio buon ostiere?, disse Tressiliano nella mattina del successivo giorno, appena vide Giles Gosling discendere nel salone, ove si era cenato la sera innanzi. Come sta questo vostro nipote? Si mantien sempre fermo nella scommessa fatta?» «Vi dirò. Dopo aver girato due ore per visitare tutte le tane de’ suoi antichi colleghi, è rientrato adesso, ed ha fatta la sua colazione di uova fresche e moscato. Ma quanto alla scommessa, mio buon signore, vi consiglio da amico a non ve ne impicciare, come di nessun’altra cosa che venisse in testa d’imprendere a Michele. Ora pensate piuttosto a refocillare il vostro stomaco con un buon brodo caldo, e lasciate, che mio nipote e Goldthred si sbarazzino dalla loro scommessa come crederanno meglio.» «Se volete essere sincero, mio caro albergatore, voi non sapete come prenderla nel parlare di questo vostro nipote, che non potete nè biasimare, nè lodare, senza qualche rimorso di coscienza.» «È propriamente così, degnissimo signor Tressiliano. Certa affezione di natura mi dice all’orecchio: Giles, Giles, perchè pregiudicare la riputazione del figlio di tua sorella? perchè diffamare un nipote? perchè bruttar da te stesso il tuo nido, disonorare il proprio sangue? Ma viene poi da un’altra banda la giustizia e mi grida: Guarda quest’ospite rispettabile, che non ne è più capitato un simile all’_Orso nero_, un uomo il quale non ha mai avuto che dire sul conto: lo dico alla vostra presenza sig. Tressiliano, e non è nemmeno perchè abbiate avuto occasione di trovar da ridire.» Poi continuò a parlar con se stesso. «Un viaggiatore, che a quanto può giudicarsi, non sa per qual motivo sia venuto, nè quando partirà!... E voi che siete albergatore, che da trent’anni pagate le vostre tasse in Cumnor, presentemente primo costabile del borgo, permettereste che questa fenice dei forestieri, degli uomini, e dei viaggiatori, cadesse nelle reti d’un nipote sol conosciuto per uno sfaccendato, per un malvivente, che vi sta unicamente colle carte e coi dadi, e dottore in tutti sette i peccati mortali, se in queste facoltà si dessero le lauree, ed i gradi? No dalla parte del cielo! Sia, che chiudiate gli occhi finchè costui non tende le reti che per inviluppare un Goldthred! Ma quanto al vostro ospite! Siete in obbligo d’avvertirlo, di armarlo de’ vostri consigli, semprechè voglia ascoltarli. Voi suo fedele albergatore!....» «Vi son grato, onest’uomo, nè dimenticherò i vostri suggerimenti, ma in quanto spetta alla presente scommessa, debbo tenere la mia parola, poichè mi sono tanto innoltrato. Onde vi prego piuttosto a tale proposito volermi fornire qualche migliore contezza. Chi è questo Foster? Qual mestiere fa egli? Perchè custodisce con tanto mistero una donna?» «In vero, mio signore, non posso aggiugnere fuorchè poche cose a quelle che sapeste ieri. Egli fu un papista della regina Maria. Adesso è un protestante della regina Elisabetta. Già vassallo dell’Abbate di Abingdon, or è padrone di un bel possedimento che apparteneva all’Abbazia. In fine, egli era povero. Si trova ricco al dì d’oggi. Dicesi che nella vecchia casa abitata da costui si trovino appartamenti sì ben forniti, da potervi alloggiare la nostra regina, che Dio la protegga. Alcuni si danno a credere ch’egli abbia trovato un tesoro nel verziere, altri che si sia venduto al diavolo per far ricchezze. Molti poi sostengono aver egli rubata tutta l’argenteria della casa abbaziale, che, al dir di questi, nei tempi della riforma era stata nascosta nel palazzo di città. Comunque si stia la cosa, ha fatto fortuna, e Dio, la sua coscienza, e probabilmente anche il demonio sanno solamente il modo con cui l’abbia fatta. Il suo umore è intrattabile, ed ha rotta ogni corrispondenza cogli abitanti del paese, come chi ha qualche gran segreto da custodire, o pensandosi forse impastato d’una creta diversa da quella onde lo siamo noi. Se Michele persiste nel volere rinnovar conoscenza con lui vedo cosa infinitamente probabile che attaccheranno briga fra loro, ed è perciò, ottimo sig. Tressiliano, che vorrei distorvi dall’accompagnare in questa visita mio nipote.» Tressiliano lo accertò, che si sarebbe regolato colla massima circospezione; onde non dovere egli, l’ostiere, prendersi a tal proposito nessun affanno; ed aggiunse tutte quelle assicurazioni di cui largheggiano sempre coloro che sono risoluti ad eseguire alcuna cosa contro il suggerimento de’ loro amici. Intanto aveva accettato l’invito dell’albergatore, e terminava di far con lui colezione, che ottima l’avea loro fornita l’avvenente Cicily, la bellezza del banco. In quel mentre capitò ivi l’eroe della sera precedente, Michele Lambourne, che avea prima dato qualche sollecitudine ad acconciarsi, e dismesso il vestito da viaggio, altro ne avea preso foggiato all’ultima usanza, e mostrava non so quale ricercatezza in tutto il suo esterno. «Per bacco! diss’egli, mio caro zio, ci avete leggiadramente inaffiati la scorsa notte; ma trovo altrettanto arida questa mattina, e ve lo proverei volentieri col bicchiere alla mano. Oh! che vedo? Questa è Cicily, la mia vezzosa cugina. Mi ricordo avervi lasciata in fasce, e or vi trovo in corsaletto di velluto, e attillata quanto il possa essere avvenente giovinetta che vive sotto il sole dell’Inghilterra. Vedete in me un congiunto e un amico, amabilissima Cicily, ed accostatevi perchè io vi stringa al seno e vi benedica.» «Adagio, adagio; sig. nipote, (si frappose tosto Giles Gosling) non vi date tante cure per riguardo a Cicily, e lasciatela attendere alle sue faccende. Se vostra madre fu mia sorella, non ne viene di conseguenza che voi dobbiate essere cugino di Cicily.» «Oh bella! ma che? mio caro zio! M’avete preso per un cane di miscredente, capace di dimenticare i riguardi che debbo alla mia famiglia?» «Io non dico nessuna di queste cose, ma le cautele non sono mai cattive, e poi la penso così. Certamente alle dorature del tuo vestito si direbbe che hai cambiato pelle, ma la cambiano anche i serpenti in tempo di primavera, e tu non t’introdurrai nel mio Eden, perchè farò io la guardia ad Eva. Siine certo, Michele. Mi pare un sogno. A veder te in quell’aggiustamento, e paragonandoti col sig. Tressiliano, si è tentato a credere che tu sei il gentiluomo, ed egli il nipote dell’ostiere.» «Questo equivoco, mio caro zio, nol può fare che la gente del vostro villaggio, perchè non vede più in là. Sappiatelo, e poco monta se v’è chi m’ascolti, nel vero gentiluomo si trovano certe qualità che appartengono solo a lui, e che per quanto faccia, non arriva ad acquistare chi non nacque in quella condizione. Non saprei dire da che derivi. Ma certamente, benchè io sappia presentarmi con aria franca in una taverna, chiamare, strapazzandoli, i famigli, bere con disinvoltura, giurare senza riguardi, e buttare il mio danaro da una finestra al pari di qualunque gentiluomo che porti sproni dorati, e pennacchio bianco, il diavolo mi porti se son capace di farmi prendere per un d’essi, benchè a ciò mi sia studiato le cento volte. Il padrone dell’osteria mi mette sempre in fondo di tavola, mi serve per l’ultimo. Se domando da bere, il garzone risponde: _ho capito_, senza mostrarmi il minimo riguardo, o atto di rispetto. Ma che rileva? Non voglio ammazzarmi per questo. Ho quant’aria nobile mi basta per far testa a Tony Foster, e per oggi non mi bisogna meglio.» «Siete adunque fermo nel divisamento di render visita a questo vostro antico conoscente?» disse Tressiliano. «Fermissimo, rispose l’uom di ventura. Fatta una scommessa, è dovere il sostenerla sino alla fine; legge riconosciuta dall’universo. Ma signore, se la mia memoria non m’inganna, perchè confesso che ieri sera le diedi molta rugiada di vin di Canarie, voi dovete aver qualche parte nei pericoli di tale impresa!» «È giusto, rispose Tressiliano, io mi offersi, semprechè me ne aveste conceduta la permissione, di accompagnarvi nel far questa visita, ed ho già posta nelle mani del nostro degno albergatore metà della somma equivalente alla scommessa.» «Sì certo, disse Giles Gosling, ed in _nobili_ d’oro[5], che credo non sieno mai stati adoperati i più belli nel pagare un conto. Io auguro adunque ad entrambi il miglior successo possibile in questa impresa, giacchè vi veggo risoluti a tale visita. Ma fate a mio modo, bevete un’altra volta prima d’andarvene, perchè prevedo, che da Tony Foster avrete un ricevimento alquanto secco. Ascoltatemi però. Se mai vi trovaste in pericolo, invece di ricorrere all’armi, fatene avvertire me, Giles Gosling, primo costabile di Cumnor; perchè comunque sia fiero Tony, mi può bastar l’animo di metterlo al dovere.» Michele, da obbediente nipote, fece la volontà dello zio col bere un altro bicchier di vino, asserendo, che la sua mente non si trovava mai tanto lesta, come dopo avere di buon mattino inumidito il gorgozzuolo; indi partì insieme a Tressiliano per alla volta dell’abitazione di Tony. Il villaggio di Cumnor è deliziosamente situato sopra d’una collina. In mezzo ad un parco assai boscoso, trovavasi l’antico edifizio abitato allora da Tony Foster, edifizio le cui rovine si vedono forse ancora oggi giorno. Questo parco in allora riceveva ombra da smisurati alberi, e soprattutto da antichissime querce, che le loro braccia gigantesche stendevano fino al di sopra delle muraglie, da cui questa abitazione andava ricinta; laonde quello spartato luogo presentava un non so che di tetro e monastico. Vi si entrava per una porta di forma antica che s’apriva in due battitoi, costrutta di fitto legno di rovere, e la guernivano chiodi di grossa capocchia, onde l’avresti detta la porta d’una città. «Affè che non sarà sì facile il prendere la fortezza d’assalto (disse il Lambourne, ponendo mente alla costruzione di questa porta), ogni qualvolta l’umor sospettoso del nostro mariuolo gli desse fantasia di negarcene l’ingresso; la qual cosa è possibilissima, se la sciocca visita di quel mercante di carabattole gli ha messe pulci nel capo. Ma no (soggiunse tosto accorgendosi che la porta cedeva al primo impeto) vedete cosa di buon augurio, ed eccoci a quest’ora sul terreno proibito, senz’aver trovato peggior ostacolo fuorchè l’inerzia d’una pesante porta di rovere impernata sopra cardini rugginosi.» Trovaronsi allora in un viale ombreggiato da grandi alberi, simili a quelli di cui favelliamo. Altra volta lo fiancheggiavano, una per banda, due file leggiadramente ordinate di tassi, e di allori spinosi. Ma questi arbusti non rimondati dopo lunga serie di anni aveano fatta una folta boscaglia d’alberi nani, i cui rami malinconici e neri usurpavano terreno a quel viale che un giorno avevan protetto. Vi crescea l’erba per ogni dove, e in due o tre luoghi si vedeano cataste delle loro legna, fatte nell’istesso parco, e poste ivi a disseccarsi. Lo stesso viale era attraversato da altri viali, ma parimente ingombri di macchie, rovi, ed erbe cattive. Oltre a quel senso di molestia, che ne invade con tanta forza al vedere le più nobili opere dell’industria andare in scadimento per una sequela d’incurie, e le tracce della vita sociale scomparire a gradi a gradi sotto la prevalenza di una intemperante vegetazione, non più regolata dall’arte, l’immensa altezza delle querce, e la foltezza di questi sottoposti alberi diffondeano colà tal tetraggine anche allor quando il sole era più alto, che si comunicava in proporzione agli animi di chiunque stavasi a contemplare sì fatta scena. Lo stesso Lambourne non ne andò immune, benchè d’ordinario lo commovessero le cose che urtavano di fronte le sue passioni. «Questo bosco è nero quanto la gola d’un lupo», disse Tressiliano, innoltrandosi verso quel viale solitario, che parea la sede della mestizia. Di lì vedeasi la facciata dell’edifizio, costrutto altra volta dai frati. Centinate ne erano le finestre, e costrutte di mattoni le muraglie, cui si rampicavano l’edere e l’altr’erbe vaghe di tappezzar vecchie pareti. Sovrastavano alla fabbrica alti cammini. «Per altro, dicea Michele, non so dar torto al Foster, se avendo sposata la massima di non vedere nessuno, tiene la sua abitazione in tale stato da non invogliar le persone ad entrarvi. Ben v’assicuro, che s’egli fosse tuttavia il Foster da me conosciuto altra volta, da lungo tempo queste roveri sarebbero ite a starsene in qualche legnaia, ed i materiali della casa che vediamo avrebbero servito a fabbricarne altre, intanto che il nostro galantuomo avrebbe sfoggiato il prezzo ritrattone sopra un vecchio tappeto verde, in qualche tenebroso nascondiglio dei dintorni di White Friars.» «Era egli adunque tanto dissipatore?» soggiunse Tressiliano. «Non si mostrava nè più nè meno di quel che sono gli uomini della nostra fatta, nè santo, nè economo. Ma ciò che fortemente spiaceami in esso era il vederlo avverso ad ogni comunanza di godimenti. Sospirava, come suol dirsi, tutte le gocciole d’acqua, che non passavano pel suo molino. — Tracannava sempre da solo tal quantità di vino, che vi giuro non mi sarei preso assunto di finirla, nemmen col soccorso del beone più accreditato della contea di Berk. Tal circostanza, aggiunta a ciò ch’egli era per natura dedito alla superstizione, lo facea indegno di stare in brigata co’ suoi colleghi. E vedete di fatto come si è sepolto in una tana, che è quanto al giusto conviensi ad una volpe di tal natura.» «Ma poichè l’umore di questo che vi fu un giorno compagno si confà sì poco col vostro, potrei chiedervi, sig. Lambourne, d’onde viene in voi tanta vaghezza di rinnovellar con lui conoscenza?» «E potrei io domandarvi a mia volta dond’è in voi la vaghezza d’accompagnarmi in tal visita, sig. Tressiliano?» «Non vel dissi? la parte che presi alla scommessa, la curiosità.....» «Davvero! Ecco in qual modo, voi altri signori, usi a vantarvi di urbanità e ragionevolezza, vi levate d’impaccio nel rispondere a noi, che però sappiamo usar liberamente del nostro ingegno. Ma se alla vostra prima inchiesta avessi dato per risposta, ch’io non aveva altro motivo di visitare il mio antico collega Foster, se non se la curiosità, oh! scommetto che l’avreste detta una scappatoia, un ingegno del mio mestiere. Nonostante capisco bene, mi sarà d’uopo aver per buona la risposta che mi avete data.» «E perchè non potrebbe la semplice curiosità avermi indotto a far questa camminata in vostra compagnia?» «Servitevi, signore, servitevi; ma non credeste però di darmela ad intendere. Ho vissuto assai lungo tempo in mezzo a quelli che sanno sbarazzarsi in questo mondo, nè quindi è sì facile il darmi semola per farina. Voi siete gentiluomo, così per nascita come per educazione, e il vostro portamento stesso lo dà a divedere. Da questo si scorge pure che godete buona riputazione, cosa di cui si fece anche mallevadore mio zio. Or vi mettete in compagnia d’uno sfaccendato, tale almeno è il titolo di cui mi si fa onore, e ciò per andar a trovare un altro della stessa lega, a voi sconosciuto. Nè v’induce che sola curiosità! Eh! via. Se questa ragione da voi addotta, venisse pesata in una giusta bilancia, oh! per bacco, si troverebbe calante, e calante assai.» «Quand’anche non v’ingannaste in tal raziocinio, dovreste considerare, signor Lambourne, che non mi deste finora assai prove di confidenza onde eccitarne, o meritarne altrettanta per parte mia.» «Se dipende da ciò, i miei fini li vedete a fior d’acqua. Osservate (e in ciò dire trasse di saccoccia la borsa, che gettò in aria, lesto indi a raccoglierla colla mano, affinchè non toccasse terra)... Tanto che durerà questa borsa non mi mancheranno passatempi di morbino, ma, terminata che sia, mi farà d’uopo cercarne d’altro genere. Ora se la misteriosa signora di questa casa, questa bella invisibile di Tony _Brucia-cataste_ è un pezzo appetitoso, come la dipingono, non è fuor del probabile ch’essa mi aiuti a convertire in soldi di rame tutti questi _nobili_ d’oro. Ma se per altra parte è vera l’asserita ricchezza di Tony, quanto è fuor di dubbio la costui ribalderia, potrebbe anche accadere che queste due cose diventassero per me la pietra filosofale, onde cambiar nuovamente i miei soldi di rame in _nobili_ d’oro.» «Non posso negarvi che questo doppio divisamento è immaginato assai bene; ma non vedo troppo la via di mandarlo ad esecuzione.» «Nè io vi dico che ciò debba succedere piuttosto oggi o domani. Perchè non mi son già messo in mente di prendere nelle mie reti questo vecchio praticone, prima d’avergli preparato quel vischio che sarà più confacente a tal uopo. Ma conosco meglio sta mane le cose sue di quello che le vedessi ier sera, e saprò ben io far valere il poco che so per dargli a credere di saperne anche di più. Del rimanente, se non avessi sperato o diletto o profitto nel tentare questa avventura, credete pure, che non mi sarei cimentato, tanto più che non la vedo priva affatto di rischio. Ora vi siamo, e convien andarne al termine.» Nel dirsi queste cose, entrati erano in un gran verziere, che circondava da due bande la casa, se però potea più dirsi verziere un bosco d’alberi, che comunque da frutto, frutto non produceano pressochè di sorte alcuna, tanto ne crebbero i rami parassiti; e tanto l’industria umana gli avea abbandonati, che i tronchi loro andavano tutti ricoperti di musco. Quelli di tali alberi che prima erano stati piantati in ispalliera, avendo ripreso l’andamento primitivo del crescer loro, presentavano tai forme, che confondeano in grottesca guisa l’opera dell’arte e l’opera della natura. La maggior parte di questo terreno dianzi foggiato in aiuole ornate di fiori, mostravasi incolto, tranne pochi scompartimenti ove si faceano nascere legumi. Alcune statue che aveano abbellito il giardino ne’ giorni del suo splendore, vedeansi rovesciate dai loro piedistalli e messe in pezzi. Nè in migliore stato trovavasi una conserva, pria serbata alle piante più timorose del freddo, la cui fronte, adorna di bassi rilievi in pietra, rappresentava la vita e le geste di Sansone. Aveano già i due viandanti attraversato questo giardino della pigrizia, e giunti erano pochi passi lontano dalla porta della casa, allorchè il Lambourne terminava il suo discorso. La qual cosa fu di grande soddisfazione per Tressiliano, poichè lo tolse dall’imbarazzo di corrispondere con egual sincerità a quella che gli dimostrò il suo compagno nel confidargli senza ritegno quai mire lo avessero tratto in questo luogo. L’ardimentoso Lambourne diede alcune aspre picchiate alla porta, non senza far osservare al suo collega, che avea visto guernita di porte men sode più d’una prigione. Non fu se non se dopo aver picchiato parecchie volte, allorchè un servo di figura sgradevole si affacciò, per fare scoperta, a un buco quadro, tagliato nella porta medesima, e munito di spranghe di ferro, poi chiese ai venuti che si volessero. «Parlar tosto per affari importantissimi di stato, al sig. Foster» disse con sicuro tuono il Lambourne. «Temo che incontrerete qualche difficoltà all’atto di provare il vostro assunto» soggiunse Tressiliano con voce sommessa al compagno, nel tempo che il servo portava al suo padrone questo messaggio. «Che mi dite ora? (rispose l’altro). Niun soldato marcerebbe avanti, se stesse prima a meditare in qual modo farà la sua ritirata. La prima cosa è entrare. Indi tutte le cose si accomoderanno da sè.» Non tardò il servo a tornare, e tratti i grossi catenacci che fermavano quella porta, fece passare gli stranieri per una stretta in volta d’onde trovaronsi in una corte quadrata, cinta d’ogn’intorno di fabbriche. Poi aperta altra porta, che in fondo della corte stava rimpetto alla prima d’ingresso, gl’introdusse in una sala lastricata di pietre, e fornita di poche suppellettili, antiche e ridotte in cattivo stato. Le finestre della medesima guardando soltanto nella corte, l’altezza delle fabbriche non lasciava che i raggi del sole penetrassero in quel luogo. Aggiungasi che ogni battitoio di finestra essendo separato dall’altro col mezzo di scompartimenti di pietra, e i vetri carichi di dipinture, che rappresentavano diversi fatti della sacra storia, finestre di sì fatta costruzione, lunge dall’ammettere la luce in proporzione di lor grandezza, produceano che quella tenue ancora cui davano passaggio, fosse ingombra de’ colori tetri e malinconici dipinti su i loro vetri. Tressiliano e la sua guida ebbero tutto l’agio di contemplare tali particolarità, perchè il padrone di casa si fece aspettar qualche tempo. Comparve in fine, e benchè Tressiliano fosse preparato a vedere una figura spiacente e schifosa, la costui laidezza oltrepassava ancora tutto quanto immaginato egli aveva. Era il Foster uomo di mezzana statura, nerboruto a quanto scorgeasi, ma di fattezze sì poco diverse dalla difformità, che mettea nausea; alle quali grazie esterne aggiugneasi ancora ch’egli era mancino. In quei tempi davasi per solito molta cura all’acconciatura del capo. Ma i capelli di costui, anzichè essere o ben lisciati, o ordinati in anella, o ritti sulle loro radici, come se ne vedono i modelli in alcuni ritratti antichi, e come usano in circa i nostri cicisbei nel mentre ch’io scrivo, cadeano sconciamente fuori d’un fitto berrettone, intricati insieme, che parea non avessero mai visto pettine, e coprendo a grado dell’aria la fronte ed il collo del nostro uomo, la qual circostanza non faceva cattivo accompagnamento ad un aspetto sì tristo. I suoi occhi neri, nè per vero dire privi di vivacità, s’ascondeano sotto due foltissime sopracciglia, e per lo più guardavano verso terra, quasi, vergognosi del cattivo animo che davano a scorgere, volessero sottrarre la bruttezza di questo indizio ai circostanti. Nelle poche volte però, che per la necessità di vedere in volto gli altri, li sollevava, si leggeva in essi la forza di esprimere ardentissime passioni, e l’altra ad un tempo di simularle a talento. Tutti gli altri lineamenti erano irregolari, ma buttati là in modo da far sì che chi avea veduta una volta quella sì ladra fisonomia, non la dimenticasse più mai. E bastò a Tressiliano il trovarsi alla presenza di costui per confessare a se medesimo essere questo Foster l’ultimo fra gli uomini cui avesse dovuto fare una visita, che non era certamente nè aspettata, nè desiderata da chi la riceveva. Portava un giubbone con maniche di cuoio rosso, simile al vestito usato allora dai contadini più facoltosi degli altri, ed un cinturino parimente di cuoio, che sosteneva a mano diritta un pugnale, e a manca una scimitarra. Alzò gli occhi nell’atto di entrare, misurando d’un guardo rapido ed accorto le persone che il visitavano, poi gli abbassò, come se avesse dovuto numerare i passi che dovea fare per arrivare alla metà della sala; indi con voce bassa e contegnosa si fece a dire: «Vogliate spiegarmi, o signori, il motivo di vostra venuta». Parve che a Tressiliano principalmente fosse volta l’inchiesta, e che da questo solo aspettasse il Foster risposta, tanto era giusta l’osservazione del Lambourne, che la superiorità derivata da nascita e da educazione si fa scorgere per traverso al più semplice vestimento. Ma la risposta venne in vece da Michele, che prese nel darla i modi famigliari d’uomo francheggiato da ricordanza d’antica amicizia, e che punto non dubitasse della cordialità, con cui stava per essere accolto. «Mio caro amico, primo compagno di mia giovinezza, dilettissimo Tony Foster! (e così sclamando, lo prese quasi a costui malgrado per la mano, dimenandola con sì bel garbo che gliene comunicava lo scotimento a tutta la persona) come avete passata la vita vostra dopo tant’anni che non ci vediamo? Ma che? avete forse dimenticato affatto l’amico, il fedele compagno, Michele Lambourne?» «Michele Lambourne! (replicò Foster levando sopra di lui gli occhi, che poi immantinente abbassò; indi senza cerimonie sciolse da quella dell’altro la propria mano); voi siete dunque Michele Lambourne?» «Sicuramente, come voi Tony Foster.» «E ciò pur sia (soggiunse Foster, aggrottando le ciglia). Qual cagione può condurre in questo luogo Michele Lambourne?» «_Voto a Dios_, sclamò Michele, io credea trovar qui migliore accoglienza di quella che, se non m’inganno, s’avrebbe voglia di farmi.» «E che? Mercanzia da forca, masserizia da galera, avventor del carnefice! puoi tu pensarti di ricevere buona accoglienza da chiunque non abbia sempre dinanzi gli occhi la spaventosa prospettiva di Tiburn?» «Tutte queste cose possono esser vere, e voglio anche supporle tali. Ma non toglierebbero mai ch’io non fossi la compagnia che si vuole a Tony _Brucia-cataste_, benchè ora, non so troppo bene per qual merito o titolo, si trovi egli padrone di Cumnor Place.» «Ascoltatemi, Lambourne, come giuocatore dovreste conoscere il calcolo delle probabilità. Calcolate quante ne stanno ora per voi che da questo finestrone io vi getti nella fossa sottoposta.» «C’è da scommettere venti contr’uno che non ne farete niente.» «E perchè di grazia?» chiese Foster coi denti serrati, e colle labbra convulse, com’uomo agitato da forte commozione interna. «Perchè, se vi piace vivere (rispose senza punto scomporsi il Lambourne), voi non ardirete toccarmi colla punta di un dito. Io sono più giovane e più vigoroso di voi, e il demonio della guerra mi ha infuso una doppia dose di coraggio, benchè io non sia invasato come voi dal demonio dell’astuzia, e benchè non vi rassomigli nel sapermi aprire strade sotterra per arrivare ai miei fini, e nel mettere, come suol dirsi in teatro, il tossico nelle pietanze, e il capestro sotto il guanciale di chi dorme.» Foster alzò una volta gli occhi sopra di Michele, poi fece due giri lungo la sala con passo fermo e tranquillo siccome quando v’entrò. Indi volgendosi d’improvviso e stendendo a questo la mano, sì gli disse: «Non conservare verun astio contro di me, buon Michele. Volli sperimentare se avevi mantenuta quell’antica, e lodevole franchezza, che gl’invidiosi e i maligni sogliono denominare sfrontatezza e impudenza.» «La chiamino come diavolo credono. È una qualità indispensabile per chi ama viver nel mondo. Corpo di mille diavoli! Sappi Tony, che il fardello di franchezza da me posseduto non era abbastanza considerabile per la natura del mio commercio, onde ho cresciuto il mio carico d’alcuni barili in tutti que’ porti ove ho toccato nel viaggio della vita; anzi per far luogo a questi, ho gettato sopra bordo quel poco di modestia e di scrupoli che mi rimanevano.» «Via, via! replicò il Foster. Quanto alla modestia e agli scrupoli, vi stavate già sulla zavorra nell’atto di salpare dall’Inghilterra. Ma chi è il vostro compagno, onesto Michele? Sarebb’egli un uom di Corinto[6]?» «Io vi presento, bravo Foster, il signor Tressiliano (così si affrettò il Lambourne a rispondere all’interrogazione dell’amico). Imparate a conoscerlo e a rispettarlo, perchè egli è un gentiluomo fornito d’ammirabili prerogative; e comunque il suo traffico non sia, almeno per quanto so, della natura del mio, egli onora ed ammira i prodi della nostra confraternita. E spero col tempo ne farà parte, perchè è cosa che non suol fallire. Presentemente non è che un neofito, un proselito, il quale cerca la compagnia de’ grandi maestri, come coloro che imparano ad armeggiare frequentano le sale di scherma per vedere come i più abili sanno maneggiare il passetto.» «Se i suoi pregi stanno in tale misura, onesto Michele, è d’uopo che tu passi con me in un altro appartamento, poichè ho da dirti alcune cose che non debbono andar più in là delle tue orecchie. Quanto a voi, signore, vi prego aspettarne qui, e di non uscire da questo luogo, perchè si trovano nella mia casa, persone, che la vista d’uno straniero potrebbe conturbare.» Tressiliano diede il suo assenso chinando il capo, e i due degni amici lo lasciarono nella sala, ove rimase solo ad aspettare che ritornassero. CAPITOLO IV. È un cattivo impegno servir due padroni. Ma questo malandrino vorrebbe servire ad un tempo il Cielo e l’Inferno, e mostrarsi riconoscente al primo del salario che si fa pagare dall’altro. _Monologo tolto da antica commedia._ La sala entro cui Foster condusse il rispettabile collega era più vasta assai di quella onde uscivano; e più dell’altra offeriva tracce di sofferto smantellamento. Le pareti all’intorno sostenevano un edifizio ad uso di biblioteca, costruito di rovere, e cogli scaffali dello stesso legno. Dell’immensa raccolta di libri ch’essi contennero, ne restava ancora una parte, ma tutti coperti di polvere, e laceri gli uni, privi gli altri de’ lor fibbiagli d’argento, e messi in disordine sulle scanzie, e siccome cose non meritevoli di veruna cura abbandonati al primo che volea impadronirsene. L’edifizio istesso pareva aver incontrato il disfavore dei saccheggiatori, che non contenti di distruggere una maggior parte de’ volumi, fracassarono le nicchie ove questi stavano, e ne tolsero molti scaffali, e tutte le cortine, delle quali tenean vece in quel tempo le tele di ragno. «Gli autori di queste opere, disse, dando un’occhiata intorno il Lambourne, non s’immaginavano certamente in che mani sarebbero andate a finire.» «Nè tampoco l’uso cui verrebbero riserbate, soggiunse il Foster. La mia cuciniera non si vale mai d’altro per pulire i candelieri, ed è con la loro carta che il mio servo accende il fuoco ogni giorno.» «Eh sì: ho veduto più d’una città, ove si avrebbero tuttavia in tanto pregio da non valersene mai in questa guisa.» «Lo credi tu? Dal primo all’ultimo non contengono che insulsaggini scritte da altrettanti papisti. Ella era la biblioteca di quel vecchio rimbambito dell’abbate di Abingdon. La diciannovesima parte di un sermone, composto da un predicatore della nuova dottrina, val meglio che tutto un carro di queste istorie pescate nel lezzo di Roma.» «Che ascolto? Ed è il sig. Tony _Brucia-cataste_ che tiene simile linguaggio?» «Uditemi, Michele (disse austerissimamente il Foster, che lanciò sull’altro uno sguardo d’indignazione), dimenticate questo soprannome, e l’occasione che lo fece nascere, se non vi piace che la nostra conoscenza, rinnovellata da poco in qua, muoia di morte improvvisa.» «Almeno spiegatemi una cosa, che non posso comprendere; perchè vi fu un tempo in cui vi davate vanto voi stesso di avere contribuito all’arrostimento di due vecchi vescovi eretici.» «Pur troppo, in que’ giorni mi gravarono i ceppi dell’iniquità, ed io era ingolfato nel mare della perdizione. Ma ho cambiato avviso dopo una chiamata che ebbi dal Signore per entrare nella sua casa. Il degnissimo predicatore Melchisedec Maultext paragonò a tal proposito la mia disgrazia a quella, cui soggiacque l’apostolo san Paolo, allor quando tenne da conto i vestiti di coloro, che si affaccendavano a lapidar santo Stefano. Egli impiegò tre successive domeniche a predicare su questo argomento, e senza nominarlo, citava l’esempio d’uno de’ suoi ragguardevoli uditori, ch’io sapeva essermi quel tale.» «Basta, Foster, basta. Tai vostri discorsi mi fanno venire la pelle d’oca, cosa che mi accade sempre, nè so il perchè, quando ascolto il diavolo parlare di santa scrittura. Ma come avete potuto licenziare l’antica vostra religione colla facilità che altri mette nel levarsi un guanto? voi che non vi stavate mai un mese dall’andarvi a confessare, benchè poi nell’uscire da quel tribunale di penitenza, non vi trovaste men pronto a commettere la più enorme ribalderia che vi fosse venuta al destro, pari in ciò ai ragazzi che per aver il bell’abito della festa non si astengono all’uopo di avvoltolarsi in mezzo al pantano. E non sentite nessun rimprovero dalla vostra coscienza?» «Lascia in disparte la coscienza. È questa una cosa intorno la quale non puoi ragionare, perchè non ne avesti mai in vita tua: ed entriamo piuttosto in materia. Dimmi in poche parole, qual affare credi avere con me, o quale speranza qui ti condusse?» «Quale speranza? quella certamente di star meglio, dicea la vecchia che si mettea lunga distesa sul ponte di Kingston. Osserva questa borsa: è quanto mi rimane di una somma tanto rispettabile, che ciascun galantuomo se la sarebbe augurata nelle sue tasche. Ti vedo ben collocato, e a quanto sembra spalleggiato meglio, perchè si sa che un gran signore ti ha preso a proteggere. Sì, Tony, si sa, perchè tu non puoi sguizzare entro la rete, senza darti a conoscere di mezzo ai buchi. Io poi ho pratica, che queste protezioni non si concedono gratuitamente; e tu la cambi del certo con servigi che vai prestando. Venni adunque per assisterti in questo mercato.» «Ma io non ho bisogno del tuo aiuto, Michele! la tua modestia almeno doveva farti ravvisare questo caso come possibile.» «Vale a dire, che tu vuoi fare ogni cosa da solo, per non partire con altri il salario. Ma bada bene. La troppa avidità nel voler mettere più grano che non ne cape in un sacco, fa rompere il sacco e il grano va alla malora. Poi osserva come si regola un accorto cacciatore. Prende con sè un bracco a fine di non perdere l’orme del cervo, ma non lascia a casa nè meno il cane da corsa, che è quanto vi vuole per raggiungere la bestia selvaggia. Il tuo protettore, senz’altro, ha bisogno di due persone, ed io posso essere all’uopo d’una di queste. Perchè è vero, che possedi profonda sagacia, che corri in dirittura alla tua meta, che la malignità della tua indole è ferma, instancabile oltre quanto a tal proposito io possa vantarmi: ma in compenso ti supero in audacia, in vivacità, in prontezza di eseguire, e in fertilità d’inventar espedienti. Disgiunti l’uno dall’altro, manca a ciascun di noi qualche cosa; uniti, chi vale a resisterci? Pondera bene quanto ti dico. Dunque!... Faremo noi insieme la nostra caccia?» «Questa tua proposta ha molto dello stravagante, o Michele, ed è un far più che da cane da presa il venire sino in casa mia a morsicarmi la polpa della gamba. Ma già, tu fosti sempre un cane mal educato.» «Accetta la mia offerta, e non avrai motivo, di dir così. — Infine, poi, fa come credi. Ma ti avverto, che se non mi vuoi soccorritore nelle tue imprese, m’avrai instancabile nell’intralciarle; perchè assolutamente ho bisogno di lavoro, e ne troverò adoperandomi o per te, o contro di te.» «Dunque poichè la tua cortesia è tanta, che mi lasci la scelta, ti accetterò piuttosto amico, che nemico. — Di fatto non t’inganni. Posso procurarti un protettore, che ha modi per giovare ad entrambi e ad un centinaio d’altri; e per vero dire tu hai quanto abbisogna per fartigli utile. Il servigio ch’egli chiede domanda ardimento e destrezza; e i protocolli dei tribunali fanno testimonianza in tuo favore. Egli ha d’uopo di gente che non si lasci arrestare dagli scrupoli; e nessuno ti fa il torto di credere nemmeno che tu abbi coscienza. — Per tener dietro a un cortigiano è necessaria la sapienza di non si dar a conoscere; e la tua fronte è impenetrabile come se un elmo di pelle di nibbio la ricoprisse. — Non vorrei in te altra riforma che in un certo punto.» «E qual è questo punto, mio buon Tony? Parla, e ti giuro pel guanciale dei sette dormienti, che cercherò gradirti in tutto e per tutto.» «Me ne dai adesso una bella pruova! Prima di tutto il modo de’ tuoi discorsi non quadra ai tempi in cui siamo. Tu gl’infilzi sempre con giuramenti che sanno di papismo. Poi il tuo portamento è troppo dissoluto, troppo mondano per mostrarti in mezzo alla comitiva di un gran signore, obbligato a mantenersi in una certa riputazione agli occhi del Pubblico. Ti fa mestieri l’assumere un contegno più grave e composto, portar vesti men licenziose, un collare senza pieghe e ben inamidato, brache più strette, un cappello con più larghe ale, non giurar mai che sulla tua fede e sulla tua coscienza, rinunziare a quest’aria di spadaccino; in somma non toccar mai l’impugnatura della tua sciabola che quando veramente è dovere di adoperarla.» «Per la luce del giorno! tu sei divenuto pazzo. Questo ritratto che mi fai, s’adatta a qualche famiglio d’una vecchia puritana, non mai ad uom bravo che si dia al servigio d’un cortigiano ambizioso. Per ben conformarmi al modello che mi dipingesti, non mi mancherebbe altro che tener la bibbia in luogo di pugnale al mio centurino, nè conservare in me altra apparenza di fortezza che quanta al più se ne pretende da chi accompagna qualche orgogliosa devota alla predica, se talvolta occorre farsele campione contro quegl’insolenti garzoni di bottega che le vogliono disputare la parte del muro. Non è così, cred’io, che deve mostrarsi il cortigiano d’un grande.» «Tu non sai dunque, Lambourne, che da quando partisti dall’Inghilterra, tutte le cose sono cambiate, e che tal uomo il quale in segreto corre alla sua meta con passo risoluto, e che nulla potrebbe rattenere, si studia poi in compagnia, di non prorompere mai in minacce, in giuramenti, in detti profani.» «Intendo. Si dee far commandita col diavolo, ma con patto di non pronunziare mai il suo nome. Ebbene. Mi sforzerò piuttosto a contraffarmi, che accattar brighe con questo nuovo mondo, che tu vuoi divenuto sì puntiglioso. Come si chiama adunque questo signore, sotto cui debbo far noviziato d’ipocrisia?» «Ah! ah! signor Michele, egli è con questo bel garbo, che vi siete accinto all’impresa di scoprire i fatti miei. E che sapete voi se l’uomo che vi ho descritto si trovi in questo mondo, o che piuttosto io non abbia voluto divertirmi a vostre spese?» «Tu divertirti a mie spese! Povero gonzo! (disse senza intimidire il Lambourne). Non sai tu, o testa sventata, che dietro al letamaio ove credesti nasconderti a tutto il mondo, mi bastano ventiquattr’ore per vedere tutte le cose tue chiaramente come a traverso all’osso di una lanterna da scuderia?» Finiva di dir ciò il Lambourne, quando un acuto grido interruppe questo intertenimento. «Per la santa croce d’Abingdon (sclamò il Foster, che preso da paura in tale momento, dimenticava d’essersi fatto protestante). Io sono un uomo rovinato, perduto.» Dette le quali cose, corse nell’appartamento d’onde il grido era uscito, e ove Michele lo accompagnò. Ma per ispiegare la cagione di un tal contrattempo ne è d’uopo risalire all’istante d’allora che il Foster condusse nella biblioteca il Lambourne. Tressiliano nel rimaner solo, lasciò sovra coloro che uscivano, un’occhiata di sprezzo, sprezzo di cui serbava parimente una gran parte per se medesimo per essere disceso a mettersi, anche per poco, in brigata con gente di tal natura. «Amy, donna crudele, diceva egli fra se stesso, son questi compagni, che la tua ingiustizia, la tua leggerezza, l’inconsiderata tua crudeltà m’hanno costretto a cercarmi! Io non avvezzo a sperar soccorso che da amici degni di me, i quali oggidì mi sprezzeranno altrettanto quanto io per amarti mi sono degradato agli sguardi di me medesimo! Ma non quindi io discontinuerò dal seguirti, o tu che fosti un giorno la meta del più puro, del più tenero affetto. E benchè tu non possa omai essermi che argomento di lagrime e di cordoglio, ti strapperò di mano all’autore del tuo precipizio. Ti salverò da te medesima, ti restituirò ai tuoi congiunti, al tuo Dio. Gli è vero che non vedrò più quel bell’astro brillar sulla sfera da cui scese egli stesso! Ma almeno....» Tai cose ragionava, allorchè un legger romore udito nell’appartamento lo distolse dal meditare. E voltosi verso la porta laterale, gli occhi suoi si scontrarono in una donna tanto leggiadra, quanto pomposamente vestita, ch’ei ravvisò per quella di cui era in traccia. La prima cosa ch’egli fece dopo tale scoperta fu nascondere il volto entro il collare dell’abito, onde aspettar così il momento migliore per darsi a conoscere. Ma la giovinetta (chè essa non contava oltre ai diciott’anni) mandò a vôto questo divisamento; perchè, tutta brio, il trasse per l’abito, e con gajezza gli disse: «Oh! amico del mio cuore! Dopo esservi fatto aspettare sì lungo tempo, avvisate forse di venire in una festa da maschere? Voi siete accusato di tradimento al tribunal dell’amore. Dovete comparirmi innanzi, e rispondere a viso scoperto. Udiamo che cosa sapete addurre in vostra discolpa. Siete reo, o siete innocente?» «Oimè! Amy....» disse Tressiliano con voce fioca e dolente, e in dir ciò lasciò vedere il suo volto. Il suono di questa voce, ed una presenza sì poco aspettata, posero termine alla gioia onde la giovinetta era compresa. Diè un passo addietro, fattasi pallida come la morte, e coprendosi il viso con ambo le mani. Lo scotimento fu troppo grave per Tressiliano, sicchè nel primo istante non gli lasciò forza ad articolare parola. Ma poi ricordandosi la necessità di afferrare un momento che forse non si sarebbe offerto altra volta, si disse, «Amy, non vi prenda timore alcuno». «E perchè dovrei temere? (rispose ella, togliendosi le mani dal volto, che il rossore ingombrava) e di che temere? Sol mi fa stupore, sig. Tressiliano, che vi presentiate in casa mia senza esservi nè invitato, nè desiderato.» «In casa vostra, Amy! rispose Tressiliano. È dunque un carcere il vostro soggiorno? e un carcere custodito dal più infame fra gli uomini, tranne quello che stipendia costui!» «Sono in casa mia, vi ripeto, e questa abitazione mi appartiene sintantochè mi piacerà soggiornarvi. Se mi diletta vivere in un ritiro, chi è che abbia diritto di opporsi a questa mia inclinazione?» «Vostro padre, o giovinetta; vostro padre tratto alla disperazione. Egli è che m’ha ingiunto cercarvi per ogni dove, confidandomi un’autorità, che gli è impossibile l’usare in persona. Leggete questa lettera, ch’egli scrisse, mentre benediva i patimenti cui soggiace il suo corpo, sol perchè gli facevano dimenticare per pochi istanti le angosce del cuore.» «I patimenti, cui soggiace il suo corpo! È dunque infermo mio padre?» «Infermo tanto, che è incerto, se la vostra presenza, comunque vi affrettiate, sarà valevole a restituirgli la salute. Un istante basta agli apparecchi della partenza, se consentite seguirmi.» «Tressiliano, non posso, non debbo, non oso abbandonar questa casa. — Ma tornate da mio padre, ditegli che otterrò la permissione di vederlo prima che 12 ore sieno trascorse. Accertatelo ch’io sto bene, ch’io sono felice, o che almeno il sarei, se potessi crederlo felice al pari di me. Ditegli che non tema di non vedermi, e di non vedermi in modo da dimenticare tutti gli affanni che gli ho cagionati. — La povera Amy si trova oggidì in un grado più sublime di quanto osi dir ella stessa. — Andate, virtuoso Tressiliano. Fui colpevole d’ingiustizia verso di voi; ma, credetelo, ho il potere di compensarvi per la ferita che vi apportai. Vi ho negato un cuore che non era fatto pel vostro, ma saprò in vece assicurarvi onori e fortune degne di voi.» «E Amy può parlarmi in tal guisa? Meritai sì poca stima da voi che or mi offeriate in compenso di rapita pace e tranquillità gli spregevoli trastulli d’una frivola ambizione? Ma della prima ferita che faceste al mio cuore non vi fo omai più rimprovero, nè qui sono che per giovarvi, e rendervi la libertà. Sì, la libertà. Vorreste invano celarmelo. Vi tengono qui prigioniera; perchè se fosse altrimenti, il vostro animo ben fatto (tale fu almeno una volta) vi farebbe sospirare di essere già a quest’ora al letto di vostro padre. Venite, figlia infelice, ed ogni colpa sarà dimenticata, perdonata. — Quanto a me, non temete per parte mia veruna importunità, veruna querela. Feci un sogno, ma già mi sono svegliato. Bensì, pensate a vostro padre... Affrettatevi finchè vive ancora. Venite: una soave parola, una lagrima di pentimento, cancelleranno da lui la rimembranza di tutto il passato.» «Non vi dissi già, Tressiliano, ch’era mio volere di condurmi ad esso? nè metterò a questo soave dovere maggior indugio di quel che m’è indispensabile per compierne altri parimente sacri. Ne chiamo in testimonio questo giorno che mi rischiara. Io sarò da mio padre appena ne avrò ottenuta la permissione.» «Che ascolto? (rispose impazientendosi Tressiliano) V’ha d’uopo di permissione per vedere un padre infermo, che giace forse sul letto della morte? E a chi la chiederete voi, tal permissione? Forse allo sciagurato, che sotto larva di amicizia, abusò di tutti i diritti della ospitalità per involare alle paterne braccia una figlia?» «Non parlate in tal guisa di lui, Tressiliano. L’uomo che ingiuriate ora, porta una sciabola ben arrotata quanto la vostra, e fors’anche meglio arrotata. Uomo vano! le azioni più gloriose che tu hai fatte in tempo di guerra o di pace, cedono tanto al confronto di quelle che lo illustrano, quanto il grado che tieni nel mondo è al di sotto della sfera sulla quale egli campeggia. — Lasciami, compi il messaggio, di cui t’incaricasti col padre mio. Desidero però che dovendomi far sapere altre cose, egli scelga un messaggiere a me più gradevole.» «Amy (rispose con tranquillità Tressiliano) questi oltraggi non hanno forza di movermi a sdegno. Ditemi solamente una parola, che possa far rilucere un raggio di consolazione all’animo del mio vecchio amico. — Quest’alto grado di colui che vantate cotanto, lo dividete voi seco? Ha egli il titolo e le prerogative d’uno sposo per decidere sulle vostre azioni?» «Basta così, sclamò ella. Voi vi prendete tal libertà, che non mi conviene il sofferirla. Avrei rossore di rispondere ad interrogazioni che offendono l’onor mio.» «Col negar di rispondere, Amy, mi dite più di quel che vi chiedo. Ma ascoltatemi, giovinetta infelice! Io vengo munito di tutta l’autorità d’un padre, e quindi vi comando ubbidire. Saprò sottrarvi alla schiavitù dell’obbrobrio e della colpa, anche a malgrado di voi medesima.» «Non mi minacciate una violenza, (sclamò la giovane, facendosi indietro alcun passo, e intimorita dal tuono risoluto dell’altro) non mi minacciate, Tressiliano. Ho modi di resistere alla forza.» «Ma spererei non aveste vaghezza di prevalervene a difesa di una sì trista causa. È impossibile, Amy, che liberamente e di pien vostro grado acconsentiate a vivere nel disonore e nella schiavitù. O qualche talismano vi rattiene, o voi siete il giuoco di perfidi artifizi, o finalmente vi credete legata da giuramenti, che vi si fecero pronunziare per forza. — Comunque sia, romperò io tutti gl’incanti con poche parole: Amy, in nome di vostro padre, di vostro padre condotto all’ultima disperazione, v’intimo seguirmi in questo medesimo istante.» Dette le quali cose, le si avvicinò stendendo il braccio, come per afferrarla, e fu allora che spaventata mandò il grido, onde giunsero in quella sala il Lambourne e il Foster. «Per satanasso! (esclamò entrando il secondo) che si fa qui?» Poi volgendosi alla giovane, le disse in tuono, nè di comando tutto, nè tutto di preghiera; «Signora, per qual combinazione vi trovate voi fuor de’ vostri confini? Sarà bene vi ritiriate. È cosa, in cui può stare la vita e la morte. — E voi, amico mio, chiunque vi siate, uscite di questa casa. Partite subito prima che la punta del mio pugnale abbia tempo di far conoscenza col vostro giustacuore. — Fuori la sciabola, Michele, liberane da questo sciagurato.» «No, sulla mia anima, disse il Lambourne. Egli è venuto qui in mia compagnia, e per una conseguenza de’ miei principii, non ha nulla da temere da me fintanto almeno che non ci torniamo a trovare. — Ma però ascoltatemi (soggiunse volgendosi a Tressiliano), caro amico di Cornovaglia, sparite, sfumatevi, levate il campo dalla parte di Dio....» «Taci, ente spregevole, gli disse fieramente Tressiliano. Vi saluto, o signora. Quel poco di spirito vitale, che rimane tuttavia al padre vostro, non so se reggerà alla notizia di cui sto per essergli apportatore.» Dopo queste parole si ritirò, in tanto che la giovinetta gli dicea con fioca voce: «Tressiliano, non commettete imprudenze, e guardatevi dal calunniarmi.» «Quest’è una bella faccenda, disse Foster. Milady, ritiratevi, ve ne prego nel vostro appartamento, e lasciateci meditare qual cosa torni meglio in tal circostanza. — Presto, ritiratevi.» «Signore, non vivo sotto i vostri comandi» ella rispose. «È vero, milady; ma però è necessario...... scusate la mia libertà, milady; ma.... viva Dio! non è momento da cerimonie, e fa d’uopo che torniate nel vostro appartamento. — Michele, se ti sta a cuore.... tu mi capisci. — Va dietro a quello sfrontato manigoldo, e fallo sloggiare. Intanto io persuaderò questa signora. — Presto, impugna la sciabola, e segui l’orme di colui.» «Lo seguirò, disse il Lambourne, e lo farò andar fuori delle nostre frontiere, ma quanto ad alzar la mano contro un uomo, con cui ho vôtato il bicchiere della mattina, nol farò mai. Opererei contro coscienza.» Dette tali cose, partì. Intanto Tressiliano, già uscito fuor della casa, prese quel primo viale, che credè conducesse alla porta d’onde entrò; ma lo stato di salvatichezza cui era ridotto il parco, le idee che tenevano agitato il suo animo, la stessa premura di sottrarsi da un luogo ove non era saggezza il rischiar nulla, gli fecero prendere un viale per un altro. Quindi invece di trovarsi nel cammino che metteva al villaggio, dopo molto aggirarsi, si vide dall’altra banda di quel possedimento, rimpetto ad una porticella fatta nel muro, d’onde si andava ne’ campi. Si fermò un istante; e poco per vero dire, gli rilevava da qual porta sarebbe uscito, purchè abbandonasse un soggiorno che non gli offeriva se non se amarissime ricordanze. Ma vi era probabilità che quella porticella fosse chiusa, e gli negasse un varco da quella parte. «Pur conviene farne la prova, pensò egli fra se medesimo. La sola via di salvare questa infelice giovinetta, questa giovinetta sempre cara al mio cuore, sta in ciò che il padre di lei faccia appellazione alle leggi violate del nostro paese. È dunque mestieri partecipargli senza indugio questa notizia, che oh! quanto deve trafiggergli l’anima.» Così intertenendosi co’ suoi pensieri, si avvicinò alla porticella, e mentre indagava se vi era modo d’aprirla, o se tornava meglio scalare il muro, udì dalla parte esterna il romore d’una chiave introdotta nella serratura. Tosto la porta si aprì, e mentre aggiravasi su i suoi cardini, Tressiliano vide innanzi a sè un uomo involto in grande ferrajuolo, coperto da un cappello tutto disteso cui soprastava un pennacchio. Questi si fermò pochi passi distante da Tressiliano. E fu un tempo medesimo, allorchè con esclamazione di risentimento e di stupore pronunziarono, il nome di Tressiliano quegli che entrava, il nome di Varney, l’altro che meditava l’uscita. «Che fate voi qui? (domandò aspramente il nuovo giunto, dopo avere lasciato trascorrere l’istante della prima sorpresa). Che fate voi qui, in questo luogo, ove non siete, nè atteso, nè desiderato?» «E che cosa vi fate voi? posso chiederlo egualmente, o Varney? (rispose Tressiliano). Venite qui forse per trionfare dell’innocenza che sagrificaste, siccome l’avoltoio od il corvo si pascono dell’agnello, cui prima strapparono gli occhi? o veniste piuttosto a ricevere dovuto castigo dalla mano d’un uomo d’onore? Sguaina quella sciabola, scellerato, e difenditi.» E già in ciò dire, Tressiliano avea snudata la sua; ma Varney non fece per allora altra cosa che metter la mano sulla impugnatura della propria. «Tu sei, gli disse, in errore, o Tressiliano, benchè le apparenze, il confesso, stiano contro di me. Ti protesto, con tutti que’ giuramenti che un sacerdote può suggerire, e che un uomo può fare, non esservi alcuna cosa che Amy Robsart abbia diritto di rimproverarmi. T’assicuro che mi spiacerebbe in tal circostanza sollevar la mano contro di te. Tu però non ignori che mi so battere.» «L’ho inteso dire, Varney, disse Tressiliano, pure in questo momento ne bramo un miglior mallevadore che non la tua stessa parola.» «L’avrai, rispose Varney, se questa lama, e quest’impugnatura non mi tradiscono». E nel punto medesimo trasse con la mano destra la sciabola, ed involgendo la manca nel suo mantello assalì Tressiliano con tal impeto, che pareva dovesse stare per l’assalitore il vantaggio. Ma questo vantaggio non gli durò lungo tempo, perchè ad un cuore arso dalla sete della vendetta, aggiugnea Tressiliano un braccio avvezzo a trattar l’armi, ed un occhio esperimentato a tutti gli stratagemmi della scherma. Laonde Varney trovandosi a sua volta incalzato d’appresso, risolvette di assalire da corpo a corpo il nemico, e fermo in tale disegno, avventurò ad una stoccata di Tressiliano quella parte del proprio corpo che il mantello copriva meglio; per cui prima che l’altro avesse sbarazzata la propria arme, gli si gettò addosso, e tenendogli vicinissima la punta, stava per trapassargli il petto. Ma l’avversario, esperto ad ogni genere di guardia, trasse presto coll’altra mano il pugnale, e colla lama di questo parò un colpo che avrebbe posto fine alla pugna. Nella qual difesa mostrò tal destrezza, per cui, se Giles Gosling fosse stato presente, si sarebbe confermato nella credenza che esternò, essere cioè Tressiliano nativo di Cornovaglia. Gli abitanti di questa contrada posseggono tanta perizia nell’armeggiare, che se tornassero in usanza i giuochi e le giostre dell’antichità, essi potrebbero disfidare il rimanente d’Europa. Varney dopo il suo mal avvisato tentativo fu rovesciato sì aspramente e sì all’impensata, che la sua sciabola andò alcuni passi distante da lui, e prima di potersi rialzare, vide sul proprio collo la punta dell’arme avversaria. «Dammi tosto modo di salvare la vittima del tuo tradimento, gridò in quell’atto Tressiliano, o preparati a congedarti dalla luce del giorno che ti rischiara.» Varney, troppo confuso, ed irritato per trovar parole a rispondergli, fece un nuovo sforzo a fine di rialzarsi; ma il suo nemico, sollevando la sciabola, stava per vibrargli il mortal colpo, allorchè si sentì rattenere il braccio da un uomo che gli stava alle spalle. E nel volgersi, vide Michele Lambourne condotto ivi dal fragore dell’armi, e giunto in tempo di salvar la vita a Varney. «Su via, compagno, disse a Tressiliano il Lambourne, sono già assai queste faccende per una giornata. Rimettete nel fodero la vostra squarcina, e partiamo. L’_Orso nero_ ci ulula da presso.» «Ritirati, vile insetto! (sclamò Tressiliano, dimenando il braccio per isciogliersi da costui). Ardisci tu metterti fra me e il mio nemico?» «Oh! vile insetto tu!, rispose il Lambourne. Ma un ferro mi darà ragione di questo oltraggio, dopochè un boccale di Canarie m’avrà fatto dimenticare il bicchiere che bevemmo insieme questa mattina. Per ora non facciamo scene. Alzate le gambe, andatevene, e sloggiate. Non vedete che siamo due contra uno?» E dicea vero; perchè Varney profittando dell’istante, raccolse la propria sciabola, onde Tressiliano ben vide che sarebbe stata follia il cimentarsi a tanto dispari combattimento. Cavò due _nobili_ d’oro dalla sua borsa, e gettandoli al Lambourne: «Tieni, disse, uomo spregevole, ecco il salario della tua mattinata. Non sarà mai detto che tu m’abbia servito gratuitamente qual guida. Addio, Varney, noi ci troveremo in qualch’altro luogo, ove non sia chi possa sottrarti alla mia vendetta.» Dette le quali cose, uscì del parco per la porticella ch’era rimasta aperta. Varney non mostrò avere nessuna voglia di molestare la ritirata al nemico; e forse nemmeno il potea, tanto lo stordì la sofferta caduta. Aggrottò solamente le ciglia nel vederlo discomparire; indi voltosi al Lambourne: «Brav’uomo, gli disse, sei tu un collega di Foster?» «Suo amico giurato, quanto lo è dell’impugnatura la lama.» «Tieni questa moneta d’oro, e segui quell’astuta volpe. Indagherai in qual tana va a rannicchiarsi, poi torna qui a ragguagliarmene. Ma soprattutto silenzio, e prudenza, se ti è cara la vita.» «Basta così. V’accorgerete, che non isceglieste un cattivo bracco, e vi darò contezza di tutte le cose.» «Fa dunque presto,» disse Varney, rimettendo entro il fodero la sua sciabola; poi voltando le spalle a Michele s’avviò verso la casa. Il Lambourne non si fermò che un istante onde raccogliere i due _nobili_ gettatigli con sì poca cerimonia da Tressiliano, e li mise nella sua borsa insieme all’oro venutogli dalla liberalità del Varney. «Vedete!, dicea fra se stesso Lambourne, io parlava ieri sera di Eldorado con quegl’imbecilli. Viva S. Antonio! Per un uomo della mia fatta, qual più bell’Eldorado della vecchia Inghilterra? I _nobili_ d’oro vi piovono dal Cielo; e la terra ne è coperta, come se fossero stille di rugiada: non vi vuole che l’incomodo di raccoglierle. Oh! se di tale preziosa manna non tocca a me la mia parte, sto a patto che la lama di questa sciabola si liquefaccia come la neve.» CAPITOLO V. Dell’ago pur, che la grand’Orsa addita Ai naviganti, va fornito; e polo Gli è cieco amor di se medesmo: i lini, Ch’arte maestra dispiegò, fa gonfi L’immonda piena degl’ingordi affetti. _L’Ingannatore, Tragedia._ Il Foster stava adunque disputando colla giovane signora, che opponeva soltanto disprezzo e sdegno alle preghiere reiterate da costui, ond’ella entrasse nel proprio appartamento, allorchè un fischio si fece udire alla porta della casa. «Eccoci ad una bella stretta, disse egli; questo è, cred’io il segnale di Milord che arriva. Qual cosa dirgli ora intorno all’accaduto? Il malanno sta sempre alle calcagna di quel maledetto Lambourne. Pare non sia scappato dalla forca che per portarmi disgrazia.» «Datevi pace, sig. Foster, disse la giovane, e pensate solamente ad aprire al vostro padrone.» «Milord, amato milord, diss’ella correndo frettolosa verso la porta. — Ah mio Dio! (sclamò indi in tuono fatto per additarne il dolore di vedersi defraudata nelle sue speranze); non è altri che Riccardo Varney.» «Sì, o signora (disse Varney, salutandola rispettosamente; saluto ch’ella gli restituì con un’aria mista d’indifferenza e di dispiacere), sì, non è che Riccardo Varney. Ma non dispiace il mattino veder dalla parte d’oriente una nube dorata; è questa la foriera del dio del giorno.» «Dunque verrà quest’oggi Milord?» soggiunse ella con una gioia, fra mezzo a cui scorgeasi l’agitazione di quell’animo. La stessa inchiesta fu ripetuta dal Foster. Varney rispose alla signora, ch’ella avrebbe ricevuta la visita di Milord in quel giorno medesimo, e stava per farle alcuni complimenti, quand’essa correndo verso la porta della sala, cominciò a gridare a tutta voce: «Giannina, Giannina, venite nel gabinetto della mia toletta.» Indi voltasi a Varney, gli richiese: «Milord vi ha egli dato nessun ordine da comunicarmi?» «Eccovi, o signora, una lettera, che egli v’invia, e con essa un pegno del suo affetto verso la persona, che è sovrana del suo cuore.» In ciò dire le consegnò parimente un plico accuratamente annodato da un filo di scarlatto. Fattasi con vivacità a scioglierne il gruppo, non vi riusciva. Onde si diede a gridare una seconda volta: «Giannina, Giannina, una forbice, un coltello, tutto è buono, purch’io possa sciogliere un tal gruppo, che tarda la mia felicità.» «Questo strumento non potrebb’essere all’uopo, o signora?» disse il Varney, presentandole un pugnaletto di prezioso lavoro, ch’ei portava alla cintura entro fodero di marrocchino. «No, mio signore (rispos’ella, in atto alquanto disdegnoso), l’acciaio del vostro pugnale non troncherà il mio nodo d’amore.» «Eh sì! ne ha troncato più d’uno di questi nodi» disse da se stesso il Foster, lanciando un’occhiata significante al Varney. In questo mentre il gruppo fu disfatto senz’altro soccorso che quello delle agili dita di Giannina, fanciulla avvenente, figlia di Foster, la quale avendo udito la voce della padrona, si era data tutta la premura di accorrere. Una collana di perle orientali stavasi entro quel plico. La giovane signora le rimise all’ancella, appena guardandole, e si affrettò a leggere, o piuttosto a divorare il contenuto del profumato biglietto, che accompagnava un tal dono. «Certamente, o signora, disse Giannina (contemplando con grande ammirazione questa collana) le fanciulle di Tiro non portavano di più belle gemme[7]. E l’iscrizione: _Per adornare ciò ch’è al di sopra d’ogni ornamento_. Oh! per verità! ognuna di queste perle vale uno Stato.» «E ogni parola di questa lettera vale l’intera collana, o mia fanciulla. Ma passiamo nel gabinetto della nostra _toletta_, mia cara amica, è d’uopo ch’io mi faccia bella. Milord arriva fra poco, e desidera, signor Varney, che io vi usi buona accoglienza. Oh! i suoi desiderii sono leggi per me. Questa sera siete invitato meco a cena nel mio appartamento, e voi pure, signor Foster. Date gli ordini, affinchè non si omettano i preparativi necessari a ricevere, come si conviene, Milord.» Dette le quali cose, uscì dell’appartamento. «Ella prende già i grandi modi, disse tosto il Varney, e ne ammette come per favore al suo cospetto. Ha ragione. La prudenza c’insegna a sperimentare anticipatamente la parte, che la fortuna può un giorno assegnarne su questa terra. Bisogna che la giovane aquila impari a guardare il sole prima di spiccare in maggior vicinanza di quest’astro il suo volo.» «Oh! se non si tratta, che di alzare la testa in alto, converrebbe esser ben ciechi a non accorgersi che questo uccello non abbassa più la sua cresta. È un falcone, vi giuro, che il mio fischio non verrà a richiamare. Se udiste, sig. Varney, con qual aria di sprezzo ella mi parla a quest’ora!» «Colpa tua! sciocco, imbecille, privo di fantasia come d’accorgimento, che fuor d’una brutale violenza non conosci altre vie di far fare una persona a tuo modo. Perchè, a renderle più aggradevole l’interno di questa casa, non adoperi la musica ed altri passatempi? E a toglierle ogni vaghezza d’uscirne, perchè non farle qualche racconto di spiriti? Il cimiterio tocca le muraglie del parco, e tu non hai nemmeno quanto senno basta a trarne fuori l’ombra d’un morto per tener a dovere le donne che soggiornano nella tua casa?» «Non dite così, sig. Varney. Niun’anima vivente mi fa timore, ma non voglio prendermi troppa dimestichezza coi morti miei confinanti. V’assicuro che non vi vuole poco coraggio ad abitare in tanta vicinanza di essi; e so che il degnissimo signor Holdforth, quegli che predica la sera nella chiesa di sant’Antolina, ebbe una bella paura l’ultima volta che venne a trovarmi.» «Taci subito, stolto superstizioso, e piuttosto, giacchè sei entrato nel proposito di coloro che ti vengono a far visita, dimmi, astuto malandrino, come è stata ch’io abbia incontrato Tressiliano nel parco?» «Tressiliano! Chi è questo Tressiliano? Io nol conosco nemmeno di nome.» «Che mi racconti tu, o sciagurato? Ignori dunque, che Tressiliano è quel certo cacciatore di Cornovaglia, cui il vecchio sir Ugo Robsart avea destinato quel caro augelletto di Amy? Tutto rabbia d’esserselo visto volar via, è venuto a tendergli reti fin qui. Conviene essere bene attenti, perchè costui crede gli sia stato fatto affronto, e non è uomo da berselo in santa pace. Per buona sorte egli non sospetta di Milord, nè crede aver da fare che con me solo. Ma in nome del diavolo! qual combinazione lo ha portato qui?» «Ah! Sarà forse l’uomo venuto con Michele Lambourne.» «E chi è poi questo Michele Lambourne? Per Dio! non ti manca che mettere un’insegna alla tua porta e invitare tutti i vagabondi, perchè entrino a vedere quelle cose che dovresti persino nascondere al sole e all’aria.» «Ecco in qual bel modo i cortigiani ringraziano pei servigi che loro si prestano! Signor Riccardo Varney, non siete voi quello, che m’incaricaste di trovarvi un uomo, bravo per adoperare la lama, e d’una coscienza che non tema la ruggine? Non doveva io darmi attorno per contentarvi? E la cosa non era tanto facile, perchè grazie al cielo, non fo conversazione con questa razza di gente. Ma il Cielo ha permesso, che questo ribaldo, il quale è, nè più nè meno, il briccone che si conviene ai vostri fini, si presenti qui per rientrare impudentemente nei diritti d’una conoscenza ch’ebbe meco in lontani tempi. Gli ho menate buone le sue pretensioni sol per fare a voi cosa accetta; e quindi mi sono abbassato fino ad intertenermi con lui. E questa adesso è la vostra riconoscenza?» «Ma se costui è un briccone che ti somiglia, ed al quale manca solo la vernice dell’ipocrisia, che copre la superficie della tua anima, simile a un dipresso ad un resto d’indoratura che sta sopra una vecchia arme irrugginita, come sta poi, che il pio, l’amoroso Tressiliano, sia venuto in sua compagnia?» «Non ne so niente io. Ma vennero insieme. Sì dalla parte del cielo! E se ho da dirvi la verità, questo Tressiliano, giacchè si chiama così, ha avuto un momento di colloquio coll’amabile nostra prigioniera, intanto che, tutto intento a servirvi, io discorrea con Lambourne nella sala della biblioteca.» «Oh! tristo senza cervello, che hai perduto te e me in un sol colpo! In tempo che Milord non è qui, tu il sai, ella ha sospirato, e non una volta sola, verso la casa paterna. Se a furia di sermoni Tressiliano l’ha ridotta all’idea di tornarvi, noi non valiamo più una scorza di fico.» «Non temete, sig. Varney, i sermoni di costui non farebbero nulla. Il solo aspetto di esso le fece mandar tal grido come se un aspide l’avesse punta.» «Tanto meglio, se così è. Ma dimmi, mio buon Foster, non potresti tu esaminare tua figlia per sapere i discorsi accaduti fra essi?» «Ve lo dico candidamente, sig. Varney, mia figlia non si frammetterà, nè poco nè assai, nelle nostre faccende; non voglio che ella si scaldi ad uno stesso fuoco con noi. Posso assistervi io, perchè mi riserbo poi a far penitenza, ma non voglio mettere in pericolo l’anima di mia figlia per servire le fantasie di Milord, o le vostre. Che cammini io fra gli agguati e i precipizi, pazienza! sono armato di discernimento, e saprò cavarmene a tempo; ma non voglio mettere in rischio il mio povero sangue.» «Stupido automa! Se nol vuoi tu, il voglio men io, che quella insulsa di tua figlia sia iniziata nei nostri segreti, e a me niente rileva ch’ella vada, o non vada a casa del diavolo sulle tracce del suo buon padre. Dissi unicamente, che puoi sapere da lei qualche cosa.» «Ah! tali indagini non ho mancato di farle a quest’ora, sig. Varney; ella sa dalla padrona, che il padre di questa è ammalato.» «Ammalato! Tale notizia è utile, nè mancherò di trarne partito. Ma converrebbe liberare il paese da questo Tressiliano. Per simile impresa non avrei avuto bisogno d’altro braccio, perchè odio costui come il veleno, e la sua sola presenza mi fa l’effetto d’un bicchier di cicuta. Anzi ho veduto un momento, che se andava bene egli avea terminato d’esserci molesto. Ma sdrucciolai con un piede, in verità, se quel tuo compagno non giugneva a tempo per trattenergli il braccio, a quest’ora sarei in istato di giudicare se tu ed io ci siam posti nella strada dell’Inferno o del Cielo.» «Considero che parlate di un tal rischio con tanta disinvoltura! Non si può negare che siete coraggioso, signor Varney. Per me, se non mi tenesse in piedi la speranza di vivere ancor molti anni, e d’aver tempo di lavorare alla grand’opera di mia salute col pentimento, non vi seguirei nel cammino che andate correndo.» «Tu vivrai quanto Matusalemme, o mio Foster; tu accumulerai più ricchezze che non fece Salomone, e sia pur anco che tu divenga più famoso per l’edificante tua penitenza di quanto il fosti per le tue bricconerie, e non è dir poco. Ma per ora convien pensare a guardarsi da Tressiliano. Intanto quella buona lana del tuo collega gli ha tenuto dietro. Medita bene, che ogni negligenza a tale proposito può compromettere la nostra fortuna.» «Lo so, lo so, rispose Foster, con aria malinconica. Ecco, che cosa vuol dire il collegarsi con un uomo, il quale non conosce nemmeno abbastanza la santa Scrittura per sapere che vuol data la lor mercede agli operai! Vedo che secondo il solito, non mi toccheranno se non se le fatiche e i pericoli.» «I pericoli! Ove sono questi grandi pericoli? Non è vero che il malandrino viene a girare attorno al tuo parco e alla tua casa? Tu lo prendi per un ladro. Nulla di più naturale. Adoperi contr’esso o il ferro freddo del tuo pugnale, o il piombo scaldato dalla polvere. Anche ciò è naturalissimo. Chi potrà darti torto? Perfino un bracco messo alla catena ha ragione di morder coloro che si accostano troppo al suo canile.» «Ottimamente! e commettendomi fatiche da cane, mi pagate al giusto come si pagano i cani. Voi, signor Varney, vi siete fatto una bella e buona proprietà dell’Abbazia d’Abingdon, ed io non ho che il povero usufrutto di questo piccolo dominio, usufrutto in oltre che durerà, quello che durerà, perchè rivocabile a vostro buon grado.» «Intendo benissimo. Tu vorresti che il tuo usufrutto si convertisse in proprietà. Questo ancor può succedere, Tony, se però lo saprai meritare. Ma non è ora di tener le mani alla cintola. Nè basta, per mostrarti degno di quanto desideri, il prestare una stanza o due di questo vecchio casamento ad uso d’uccelliera pel leggiadro animaletto che Milord vi ha racchiuso; ed è ancor poca cosa il serrare le tue porte e le tue finestre per impedirgli di volar via. Ricordati che la rendita depurata di questo fondo è valutata 79 lire, 5 scellini, e 5 _pence_ e mezzo, senza comprendervi le legna. Abbi coscienza un istante, e concedimi che ci vogliono grandi servigi, ben arcani servigi, e qualche cosa in somma più di quello che fai, per guadagnarti tal ricompensa. Intanto manda il tuo servo a levarmi gli stivali, e pensa a farmi dare da pranzo, ed un fiasco del tuo miglior vino; e dopo con serena fronte, con lieto animo, e leggiadro come un Adone, tornerò a vedere questo vezzoso augelletto.» Si separarono in quell’istante, e si rividero solamente al mezzogiorno, ora in cui era usanza di pranzare. Varney comparve vestito in leggiadro aggiustamento adatto alla costumanza di que’ tempi, ed anche il Foster avea data qualche cura ad allindarsi; cura però che non ebbe miglior effetto del farne spiccar maggiormente la laidezza della persona. Pure tal novità diede nell’occhio a Varney. Laonde terminata la mensa, ed allorchè i servi si furono ritirati, questi disse, squadrando l’altro dalla testa ai piedi. «Per bacco! Tony, come ti sei fatto bello! Sembri un cardellino. Non ti manca ora che zuffolare una giga. Ma no, no: quest’atto profano ti farebbe scacciare dalla congregazione de’ zelanti beccai, de’ puri tessitori, e dei santi fornari d’Abingdon, avvezzi a lasciar venir freddo il forno tanto che si scaldano le loro teste.» «Parlarvi il linguaggio della fede, signor Varney, sarebbe un far ragione alla parabola, un gettare le perle agli animali immondi. Adoprerò adunque con voi linguaggio adatto mondano, solo linguaggio che chi ordina tutte le cose vi ha dato facoltà di comprendere, e da cui imparaste a trar profitto non ordinario.» «Dì pure quello che ti piacerà, onestissimo Tony, perchè sia che, senza intenderti da te stesso, tu prenda per base de’ tuoi discorsi la fede, o intendendoti ottimamente, ne faccia tu l’applicazione che torna più comoda alle pratiche di tua vita, tali discorsi saranno sempre opportunissimi a far sentir meglio il gusto di questo alicante. Le ciance sono egregio stimolo ad assaporare il buon vino, al di sopra del caviale, delle lingue salate, e di tutt’i cibi fatti per istuzzicare il palato.» «Ebbene dunque. Compiacetevi dirmi, signor Varney, se vi pare che il Lord nostro padrone non sarebbe meglio servito, avendo la sua anticamera guernita di gente onesta, timorata di Dio, e che non pensasse ad altro, fuorchè ad eseguire gli ordini di chi comanda, ma posatamente e senza strepito e senza scandalo; o se più gli torni l’averla piena di tagliacantoni sullo stile d’un Tidesly, d’un Killigrew, di quello scellerato del Lambourne, che m’avete dato il disturbo di cercarvi, e di tant’altri bricconi, che portano il patibolo nella fisonomia e il delitto nelle lor mani, spavento di tutta la gente che ha voglia di far bene, e vera infamia della casa di Milord.» «Voi dovete sapere, onestissimo Tony, che chi va a caccia così d’uccellame come di quadrupedi, deve avere al proprio comando tanto cani quanto falconi. La strada che Milord corre, è ingombra di molti pericoli, e gli fa mestieri di gente d’ogni classe a lui affezionata, e della quale possa fidarsi. In una sì estesa bisogna adunque gli vogliono cortigiani, qual mi son io, capaci di fargli onore nell’accompagnarlo alla Corte, abili per dar di mano alla sciabola per ogni motto ch’altri pronunzi contro l’onor del Signore, e....» «Pronti, continuò Foster, a dir per lui due parole all’orecchio di bella donna, ogni volta ch’egli non se le può avvicinare.» «Gli abbisognano parimente (seguitò Varney, senza far mostra d’accorgersi di cotale interruzione) procuratori, che sappiano fare all’uopo da minatori, e addottrinati ora nel dar tal forma ai contratti, che vincolando gli altri, non mettano lui in angustia, ora nell’agevolargli le migliori vie di vantaggiare su i concedimenti de’ fondi ecclesiastici e delle grazie: gli abbisognano farmacisti, periti nell’apparecchiare un brodo o un cordiale: gli abbisognano spadaccini, risoluti ad affrontare il diavolo se venisse loro all’incontro, e per ultimo gli abbisognano, religiosissimo Foster, anime sante, innocenti, puritane, come la tua, le quali valgano nel compiere le opere di Satanasso, e nello sfidarne ad un tempo il potere.» «Non v’intendereste già dire, signor Varney, che il nostro padrone, l’uomo da me riguardato superiore a tutti i primati di questo regno nella nobiltà dei pensamenti, ricorra per innalzarsi a pratiche della natura di quelle che voi indicaste, e che non si possono mettere in opera senza l’offesa di Dio?» «Amico Foster, non prenderla con me in questo tuono, e guarda di non fare abbaglio. Io non mi metto in tuo potere, come forse il tuo scarso cervello te lo dà ad immaginare, se anche non mi prende dinanzi a te il fastidio di palliare gli strumenti, le molle, le viti, le leve, i rampiconi, di cui un grande non può far senza per sorger alto, e alto mantenersi nei tempi scabrosi. Non dicevi tu testè, che il nostro buon Lord supera tutti nella nobiltà dei pensamenti? Ebbene! Appunto perchè non permette cose ignobili a se medesimo, fia tanto maggior bisogno d’avere al suo salario uomini non tanto scrupolosi, ed i quali, non ignorando, che se cadesse il padrone, verrebbero trascinati nella sua rovina, sudino sangue e cimentino corpo ed anima per sostenerlo. Se ti dissi ciò è perchè non m’importa che egli lo sappia.» «Queste che voi pronunziate sono parole di vangelo, signor Varney. Il capo di una fazione non è altro che una barca in mezzo al mare, incapace di sollevarsi da se medesima se non la innalzano i flutti che la sostengono.» «Tu non sai che sciorinare metafore, o Tony, e il tuo abito di velluto ti trasformò in un oracolo. Vedo, converrà che ti mandiamo ad Oxford per assumervi i gradi di quella università. Ma finchè venga questo momento, raccontami se impiegasti a dovere le somme che ti mandammo da Londra. Hai tu fatto mettere all’ordine un appartamento che sia degno di Milord?» «Degno di Milord! sarebbe degno d’un re nel giorno delle sue nozze; e la nostra giovane ospite è venuta in tal boria che nol potrebbe di più, ve ne accerto, la regina di Saba.» «Tanto meglio! mio buon Foster. Ben abbiam di bisogno ch’ella sia contenta di noi. Da essa dipende la nostra sorte.» «Se ciò è, vedo che fabbrichiamo sulla sabbia. Supponendo ch’ella andando alla Corte partecipi al grado e all’autorità del marito, di qual occhio volete riguardi me, che sono in tal qual modo il suo carceriere, costretto a tenerla qui, le piaccia o non le piaccia, come un bruco in un albero di spalliera, quand’ella non si augura che d’essere una farfalla dorata, libera di spaziare a suo buon grado, e in lungo ed in largo, per tutto un giardino?» «Ti crucci, mal a proposito. Sarà mia cura il farle comprendere che quanto operasti ebbe a solo fine il buon servigio di Milord e di lei medesima. Lascia che abbandoni il guscio dell’uovo entro cui sta racchiusa, e dirà ella stessa, che noi facemmo sbucciare la magnificenza cui si vedrà sollevata.» «Badate, sig. Varney; perchè in questa faccenda, potreste aver fatt’i conti senza dell’oste. Ho veduto questa mattina che vi accolse con molto gelo, nè credo che siate voi più di me il suo prediletto.» «Tu t’inganni, Foster, è di gran lunga che tu t’inganni; ella tiene a me per tutti que’ legami che la possono vincolare ad un uomo, la cui mercè vide soddisfatti ad un tempo, il suo amore e la sua ambizione. Chi se non io, ha sottratto all’umile sorte che le si presentava l’ignorata Amy Robsart, figlia d’un vecchio rimbambito, d’un cavaliere privo di ricchezze, la futura sposa d’un pazzo, d’un entusiasta, di questo Edmondo Tressiliano? Chi se non io, fece brillare a’ suoi occhi la prospettiva del più ridente destino, ch’uom possa augurarsi nell’Inghilterra, e fors’anche in tutta l’Europa? Io, te l’ho pur detto altre volte, condussi i primi intertenimenti misteriosi di questi due amanti. Io vegliava attorno del bosco, intanto che Milord facea la sua caccia. Io solo accompagnai Amy nella fuga, e su di me solo ne rinversano la colpa i suoi congiunti; motivo onde se mi trovassi ne’ loro dintorni, mi converrebbe portar tutt’altro che una camicia di tela d’Olanda sulla mia pelle per non metterla in corrispondenza coll’acciaio di Spagna. Chi portava le lettere dell’uno all’altro? Chi teneva a bada Tressiliano ed il vecchio? Chi regolò tutti gli apparecchi della fuga? Io soltanto. Io fui in somma che trassi questa vezzosa pratellina dal campo ignoto in cui fioriva, per collocarla sul cimiero più ragguardevole dell’Inghilterra.» «Ottimamente, sig. Varney. Ma credete non s’accorga, che se dipendea soltanto dai vostri consigli, il fiore sarebbe stato attaccato molto debolmente al cimiero; e che il primo soffio del vento sempre variabile della passione, avrebbe fatto cader per terra la povera pratellina?» «Ella dee pur anche pensare (disse sorridendo Varney), che la fedeltà da me dovuta a Milord dovea tenermi lontano dal consigliargli a prima giunta un tal matrimonio; che però non mi stetti dal darne il parere, allorchè m’avvidi che non potea renderla paga altra cosa fuorchè.... dirò il sacramento, o il contratto di nozze, Foster?[8]» «Ma cova anche un altro rancore contro di voi, e ve lo dico perchè vi mettiate in riguardo finchè siete in tempo. Non le va troppo a genio questo nascondere il proprio splendere entro la lanterna d’un vecchio monastero. Brillar alla corte col titolo di contessa, questo è quanto ella desidera.» «E non le do torto. La cosa è naturalissima. Ma che ha di comune tal suo desiderio con me? Splenda essa dietro di un osso, o dietro d’un cristallo, come piacerà meglio a Milord; in tutto questo io non entro per nulla.» «Ella pensa in vece che teniate il timone del navilio, e che stia in voi il governarlo a vostro buon grado. In una parola dà tutta la colpa della ritiratezza in cui vive ai consigli segreti, che suggerite a Milord, e alla sollecitudine ch’io metto nell’adempire i vostri ordini, onde ama entrambi all’incirca, come qualunque galantuomo ama il giudice che lo condanna e l’altra persona che eseguisce la sentenza.» «Eppure le sarà d’uopo amarci un po’ più, quando le piaccia uscire di questo luogo. Se ho avute ragioni d’alto peso per consigliare, che fosse qui custodita per qualche tempo, potrei anche averne altre per dar pareri, che la traessero a brillare in tutto lo splendore cui tanto sospira; ma colla carica che occupo presso la persona di Milord, sarei ben pazzo a far ciò se costei mi fosse nemica. Tu devi, o Foster, al primo destro che n’hai, farle ben capire una tal verità, e a me poi lascia la cura di parlare in tuo favore, e metterti in buon aspetto presso di lei. _Fa per me, e farò per te_, è adagio ricevuto in tutto l’universo. È d’uopo ch’ella conosca i propri amici, ma che calcoli ad un tempo il potere in cui sono di divenirle nemico. Intanto falle guardia da presso, ma con tutto quel rispetto esterno, che può sperarsi dalla tua indole grossolana. Però divengono ora una providenza quest’aria rubesta, e questo umor burbero, di cui sei provvisto a dovizia, e devi ringraziar Dio d’un tal dono, utile persino agl’interessi di Milord; perchè quando è d’uopo venire ad atti di severità, sembrano piuttosto effetti della tua natural buona grazia. Ella ne incolpa questa sola, e non gli ordini segreti che hai ricevuti, e così risparmia di sospettare di Milord. Ma zitto. Alcuno picchia alla porta. Guarda alla finestra, e non permettere ch’entri nessuno. Non è giorno questo in cui abbiamo d’uopo d’interrompimenti.» «È Michele Lambourne, disse il Foster, dopo avere osservato chi fosse, quel medesimo di cui vi ebbi discorso prima del pranzo.» «Oh! entri, entri, disse il cortigiano. Ei ne apporterà sicuramente notizie di Tressiliano, e a noi rileva troppo il sapere ogni andamento di costui. Fallo entrare, ti dico; ma non condurlo qui. Io verrò poi a trovarti nella biblioteca.» Uscì il Foster, e il Varney colle braccia incrocicchiate sul petto, e assorto in profondissima meditazione si lasciò di tempo in tempo sfuggire alcune parole interrotte, che noi abbiamo raccozzate con qualche maggior ordine per renderne più intelligibile il monologo ai nostri leggitori. «Non è cosa che troppo vera (egli disse, arrestandosi d’improvviso, ed appoggiando la mano destra sulla tavola ove aveva pranzato). Questo antico scellerato ha scorta nel midollo la natura de’ timori onde sono compreso, nè mi trovò preparato a celarglieli. Costei non mi ama, e piacesse al Cielo che nemmen io l’avessi amata giammai. Ben lo vedo. Fui uno stolido a parlarle per me, quando ogni regola di prudenza m’insegnava a non essere che il fedele interprete di Milord. Questo momento fatale d’inconsideratezza mi ha posto a discrezione di Amy, e un uomo savio non si commette mai ad una donna, che, valga quanto sa valere, sarà sempre una copia della nostra madre comune Eva[9]. Dal momento che la mia politica cadde in sì goffo strabocco, non posso veder questa femmina, senza sentire in me una mescolanza di tema, di odio e di tenerezza ch’io non so se, standone in me la scelta, preferissi il perderla al piacere di possederla. Ma assolutamente non mi torna ch’ella esca di qui, finch’io non sappia come aggiusteremo le partite fra noi. L’interesse di Milord vuole che queste oscure nozze rimangano occulte. Tal pure è l’interesse mio, perchè se Milord cade, mi vedrò involto nella sua caduta. Per altra parte, sarei grandemente stolto se le dessi braccio a salire sullo scanno suo di parata, perchè sedutavi una volta, mi mettesse i piedi sul collo. È d’uopo che l’amore, o la tema le parlino in mio favore. Chi sa s’io non possa vendicarmi ancora nella più dolce guisa degli sprezzi ch’io ne soffersi? Sarebbe questo il capolavoro di un cortigiano. Ma perciò fa di mestieri.... sì ch’io possa venire ammesso alle confidenze di quella mente, ch’ella mi sveli un segreto, non fosse che il disegno di scoprire una nidata di fanelli, ed in allora... in allora, bella contessa, voi siete in potere di Varney.» Fece indi alcuni altri giri su e giù per la stanza, si versò una tazza di vino, la bevve, quasi ne traesse speranza di calmare l’agitazione in cui era il suo spirito. «Ora armiamci di fronte serena, e di cuore impenetrabile.» Uscì di poi dell’appartamento, e andò a trovare il Lambourne per ascoltarne il riferto, e munirlo di nuove istruzioni. CAPITOLO VI. »Su i prati, i campi e sulla zolla erbosa »Spargeva sue rugiade »La notte umida, ombrosa, »E donna allor delle stellate strade, »Da ogni veron dell’edifizio antico »Ribatter fea la luna il raggio amico. _Mickle._ Quattro sale che teneano il lato occidentale dell’antico edifizio detto _Cumnor Place_ erano state adorne con tal magnificenza che superava ogni descrizione; la qual cura di metterle in tanto splendore aveva preceduto d’alcuni giorni il tempo cui si riferisce l’incominciamento della nostra storia. E fu l’opera d’artefici mandati da Londra, che cambiò in appartamento degno veramente d’un re quel pezzo di fabbrica, parte dianzi più abbandonata e mal messa di quel vecchio convento. In tutto ciò venne adoperato tanto mistero che non solamente fu impedito agli operai l’uscire di quel luogo sintantochè non avessero compiuto il lavoro, ma questi, e s’introdussero di notte tempo, e di notte tempo partirono; nè si risparmiò cura onde nascondere alla curiosità indiscreta di que’ contadini i cambiamenti che si operavano nella casa di un lor confinante, già sì povero, or venuto in ricchezza. Senza tali cautele eglino si sarebbero dati del certo ad indagar le cagioni de’ cambiamenti medesimi. E si riuscì nel conservare il segreto quanto bastò, onde le poche cose che traspirarono non diedero luogo se non se a voci vaghe, le quali comunque passassero d’orecchio in orecchio, per l’incertezza con cui si divulgarono, non ottennero molta considerazione nè fede. Nella sera che venne dopo il giorno di cui parliamo, questi appartamenti, di nuovo, e sì pomposamente adorni, vennero illuminati per la prima volta, e con tanta profusione, che lo splendore mandato da essi sarebbesi scorto ad una lontananza di sei miglia all’intorno; ma imposte di rovere ben chiuse da spranghe e da catenacci, e grandi cortine, tutte di seta e di velluto, guernite con frange d’oro, non permettevano al più sottile raggio di luce che si diffondesse al di fuori. Questa parte di edifizio era composta, come dicemmo, di quattro principali sale, e ognuna di queste comunicava coll’altra. Vi si giugneva per un grande scalone che metteva alla porta di un’anticamera, simile per sua forma ad una galleria. L’Abbate avea spesse volte tenuto capitolo in tale stanza, le cui pareti erano ora intarsiate di legname peregrino d’un color bruno, tratto, diceasi, dall’Indie occidentali, che avea ricevuto a Londra bellissima pulitura, e d’una durezza, che ben molti de’ loro strumenti gli operai vi dovettero logorare. Il colore oscuro del legno ottenea spicco dal chiarore mandato dalle candele che stavano sopra ventole d’argento attaccate alle pareti, e da sei grandi quadri, che erano lavoro de’ primi dipintori del secolo, e fregiati di ricchissime cornici. Verso lo sfondo inferiore vedeasi una tavola di legno massiccio, fatta per quelli che voleano ricrearsi al giuoco del _Shovel-Board_[10], ch’era in grand’uso a quei giorni. Vedeasi dall’altro lato una ringhiera per collocarvi i sonatori ed i buffoni che venissero ivi chiamati per aggiugnere giocondità ad una serata. Da questa anticamera si passava alla sala della mensa. Era essa di mezzana grandezza, ma tanto sfarzosa, che per dovizia d’ornati potea far incanto all’occhio anche il più avvezzo a veder cose grandiose. Le muraglie, poco prima ignude e nere di fumo, miravasi parate di un velluto cilestro, ricamato d’argento; erano le sedie d’ebano, riccamente scolto, e guernite di cuscini somiglianti alla tappezzeria delle pareti. In vece di ventole d’argento, che sostenessero le candele, come nell’anticamera, il luogo veniva rischiarato da un’immensa lumiera, parimente d’argento. Il pavimento era coperto da un tappeto di Spagna, su di cui i fiori e le frutta vedeansi rassembrati con colori tanto naturali e brillanti, che si esitava a calcar col piede un’opera così preziosa. La tavola, costrutta di vecchia quercia d’Inghilterra, riceveva abbellimento dalla squisitezza dei panni di lino che vi stavano sovrapposti; ed una grande credenza portatile, da’ suoi aperti battitoi, mostrava scaffali carichi di vasellami di porcellana e d’argento. Nel mezzo della tavola sorgeva una saliera fabbricata in Italia, bellissimo lavoro d’argento, alto due piedi, che rappresentava il gigante Briareo, le cui cento mani offerivano ai convitati ogni spezie d’aromi, e tutto quanto potea aggiugnere grazia al sapore delle vivande. Di qui si andava alla grande sala, ornata di maestosa tappezzeria, in cui rappresentavasi la caduta di Fetonte; chè in allora i telai della Fiandra trattavano a preferenza argomenti classici. Fra gli altri sedili se ne distingueva uno da parata, che sorgea d’un gradino dal pavimento, e capace abbastanza perchè vi stessero sedute due persone. Sovrastava a questo un baldacchino, che al pari de’ cuscini, de’ paramenti, e fin del sottoposto tappeto era di velluto cremisino, ricamato a semi di perle. Fregiavano la sommità di esso baldacchino due corone, quali addiceansi al grado di Conte e di Contessa. Altri sedili poi non vi si vedevano fuorchè sgabelli coperti parimente di velluto, e cuscini ad uso moresco, ornati di rabeschi ricamati coll’ago. Trovavansi nell’appartamento, e strumenti di musica, e telai da ricamo, e altre cose onde in que’ tempi s’intertenevano le femmine distinte. La principale illuminazione di questa sala veniva da quattro grandi torce di cera vergine portate da altrettante statue che rappresentavano cavalieri Mori armati. Sosteneano questi colla sinistra mano uno scudo d’argento, che veniva ad essere collocato fra il petto del cavaliere e la torcia, e lustrato con tant’arte, che ripercoteva i raggi al pari di uno specchio di tersissimo cristallo. La stanza del riposo, ultima di questo magnifico appartamento, era decorata meno sfarzosamente, ma non con minore ricchezza delle altre. Due lampade d’argento, colme d’olio profumato, vi spargevano d’ogni intorno odor delizioso, e la luce lor tremebonda producea il gradevole effetto di un sereno crepuscolo di sera. Sì fitto era il panno de’ tappeti che la pedata anche più grossolana non potea svegliare chi stavasi a letto. Era questo letto di caluggine, e lo copriva una coltre d’oro e di seta. Di tela batista le lenzuola, le coperte serbavano la bianchezza degli agnelli, che fornirono a intesserle i loro velli. Le cortine erano di velluto turchino, trapuntato di seta cremisina, tagliate a festoni d’oro, e fregiate d’un ricamo che rappresentava gli amori di Cupido e di Psiche. Trovavasi sulla _toletta_ un magnifico specchio di Venezia, con cornice messa in filigrana d’argento, e a canto d’esso vedeasi una bella coppa d’oro, serbata a contenere la bevanda, ch’era allora costume di libare prima di mettersi al riposo. Un pugnaletto, ed un paio di pistole, ornati d’oro, stavano presso al capezzale del letto, armi che non si mancava di presentare agli ospiti di riguardo, piuttosto, com’è da credere, per una formalità, che per mettergli in sospetto di verun pericolo. Non dobbiamo qui tralasciare una circostanza che caratterizza i costumi di que’ tempi. Trovavasi nella grossezza delle muraglie un incavo, rischiarato da un cero, entro cui erano due cuscini riquadrati, coperti della stessa stoffa che le cortine del letto, e posti dinanzi ad un inginocchiatoio di ebano, scolpito nella parte più alta. Fu questo luogo, altra volta, l’oratorio dell’Abbate. N’era stato tolto in allora il Crocefisso, in cui vece vennero posti due libri di preci, riccamente legati e guerniti d’argento. Il sol mormorio de’ venti che agitavano i rami delle querce del parco, potea penetrare in questo asilo della quiete, tranquillo cotanto, che il Dio del sonno lo avrebbe invidiato. Contigui alla stanza da letto erano due gabinetti da _toletta_, non apparati con minor lusso delle sale dianzi descritte. La parte di edifizio cui tenea l’ala meridionale dava luogo alle cucine, agli ufici, e agli altri alloggiamenti necessarii alla comitiva del ricco e nobile signore, per comando del quale sì delizioso soggiorno fu apparecchiato. La divinità che n’era lo scopo, ben meritava le spese fatte in esso, e le fatiche adoperate nel condurlo a sì bel termine. Seduta nell’ultima delle descritte stanze, stavasi contemplando tai delizie create d’improvviso in suo onore, con occhio di compiacenza, e d’una vanità che era naturale quanto innocente. Perchè la sola cagione del mistero posto nel fornire sì ricco appartamento era il soggiorno che essa faceva a Cumnor Place. Si ebbero le più accurate diligenze, affinchè sino all’istante, or giunto per lei, di entrarne al possedimento, ella ignorasse che si fabbricava in quella parte dell’antico edifizio, e che non comparisse mai innanzi agli operai adoperati a tal fine. Pertanto non essendo ella mai stata nel ridetto luogo, ed entrando questa sera la prima volta in un appartamento cotanto diverso dal rimanente della fabbrica, credè per un istante trovarsi in un palazzo incantato. E vistasi in mezzo a tanta grandezza, si abbandonò a quella gioia vivace e libera, che ognun pensa dover nascere in una giovinetta avvezza a vivere nel ritiro della campagna, tratta d’improvviso ad uno splendore, cui non avrebbe mai osato aspirare, comunque strani ne fossero stati i desiderii; e fornita in oltre d’un cuore tenero e riconoscente, che ben comprende essere sì cari incanti l’opera dell’amore, mago il più possente di quanti se ne possano immaginare. La contessa Amy, tal si era il grado, cui l’avevano sollevata le sue nozze, segrete sì ma non mancanti di alcuna formalità, coll’uomo maggiore per dignità e più possente di quanti vivessero nell’Inghilterra, non potè starsi per qualche tempo dal correre d’una stanza all’altra, nè mai era sazia di contemplare le cose ognor nuove che le ferivano il guardo, tanto più lieta che nel trarne motivo di apprezzar vie più il delicato gusto del Lord impadronitosi dell’innocente suo cuore, vi leggeva le prove della tenerezza con cui era amata. «Quanto sono belle, sclamava, queste tappezzerie, e naturali queste dipinture! Com’è ricco il lavoro di questi argenti! Non direbbesi padrone di tutti i galeoni di Spagna colui che il fece eseguire? Ma Giannina! (ripeteva ella sovente alla figlia del Foster, che la seguiva con eguale curiosità, benchè più moderata nella sua gioia) come è più delizioso di tutto ciò il pensare, che tante maraviglie vennero qui attorno adunate per amor mio, e che ad una qualche ora di questa sera potrò starmi col creatore di tal novello Paradiso, e ringraziarlo, ben assai più che delle maraviglie contenute in esso, di quella tenerezza, che sola ve le collocò!» «Egli è il Signore, o Milady, rispose tosto la giovane Puritana, cui dovete dar grazie d’avervi conceduto uno sposo sì tenero e che fa tante cose per voi. Anch’io veramente mi sono studiata ad ornarvi quanto meglio sapessi. Ma se non la finite di correre così da una stanza all’altra, non terrà saldo una sola delle spille de’ vostri ricci, e la mia opera scomparirà, come al primo raggio di sole si dileguano i disegni, che la brina ha fatti su i vetri.» «Hai ragione, Giannina,» disse la giovane e bella contessa, uscendo dell’estasi in cui era assorta, e d’improvviso fermando il suo correre. Poi postasi innanzi ad uno di quegli specchi, de’ quali non avea mai veduto più grandi (nè forse i più belli si trovavano nell’appartamento della Regina) tornò a ripetere: «Hai ragione, Giannina», indi si abbandonò ad un moto di gioia, ben perdonabile alla sua età, in vedere che quello specchio riflettea forme presentatesi ben di rado alla lucida sua superficie. «Sembro piuttosto una venditrice di latte che una contessa con queste guance rosse e riscaldate, e con queste brune trecce che tu avevi aggiustate in tanta simmetria, e che ora vanno qua e là, come i tralci d’una vite che non sia mai stata potata. Gli ornamenti del collo non si reggono più, e mi scoprono il seno oltre quanto la decenza permette. Vieni, Giannina, è d’uopo ch’io m’accostumi alle molestie unite alla pompa. Entriamo nella gran sala, mia buona giovane, tu ricomporrai questi capelli in sommossa, e imprigionerai sotto la batista ed il pizzo questo mio seno che è troppo vivamente agitato.» Esse passarono adunque nella gran sala, ove la Contessa, negligentemente appoggiandosi sui cuscini, ora si abbandonava alle proprie meditazioni, ora udiva con diletto le ciance di questa giovane sua seguace. In tale atto ed espressione di fisonomia che tiene un grado di mezzo fra la distrazione e l’impazienza di chi aspetta, credo che per trovare lineamenti sì amabili e che significassero tanto, si sarebbero corsi invano i mari e le terre. La ghirlanda di brillanti, posta sopra capelli d’un bruno carico, splendea meno di quell’occhio nero adombrato da un sopracciglio bruno, sì regolare che l’avresti detto dipinto, e da lunghe ciglia dello stesso colore. Le corse fatte per le stanze; il contento della vanità soddisfatta, l’ardente desio di veder giungere il Conte, invermigliavano in deliziosa foggia quelle guance, che d’ordinario peccavano alcun poco di pallidezza. Bianca ne era la collana di perle quanto il latte, che, novello pegno dell’amor dello sposo, ella già portava al seno. Ma era un nulla questo candore a fronte di quel de’ suoi denti, che avrebbero fatto perder vezzo alla pelle, se la speranza e il contento non le avessero impresse le gradazioni del color della rosa. «Ebbene, Giannina, queste tue dita sì affaccendate non hanno ancora terminato il loro lavoro? chies’ella alla giovane ancella, che si dava grande sollecitudine di riparare i guasti occorsi nell’acconciatura della Contessa. Va bene, Giannina, va bene. Ora fa d’uopo ch’io veda tuo padre prima che giunga Milord. Voglio anche vedere il signor Riccardo Varney, che è in tanto favore presso il Conte. Eh! sì: non dipenderebbe da me che il farglielo perdere col rivelare certe cose a mio marito....» «Oh! fate bene ad astenervene, mia buona padrona, disse subito Giannina. Mettete questo Varney nelle mani del Signore, che sa punire i cattivi, quando lo giudica a proposito. E poi se mi credete, non entrate mai in disparere con Varney. Egli gode la confidenza del padrone, e chiunque lo ha contrariato ne’ suoi divisamenti, rare volte ha fatto fortuna.» «E come sapete tai cose, mia Giannina? Perchè dovrei io avere tutti questi riguardi con un uomo d’una condizione tanto inferiore, io che sono la moglie del suo padrone?» «Milady conosce meglio di me quello che ha da operare; ma ho udito più volte dir da mio padre, ch’egli vorrebbe incontrarsi in un lupo affamato, anzichè sconcertare a Riccardo Varney il minimo de’ suoi divisamenti. Mi ha in oltre raccomandato di non fare alcuna lega con essolui.» «Tuo padre ti ha parlato da savio uomo, Giannina, e ti posso guarentire che t’ha così consigliata per il tuo bene. È una sfortuna che i lineamenti, e i modi di Foster non s’accordino colle sue intenzioni, perchè potrebbero anche essere pure.» «Oh! non ne dubitate, Milady, che le intenzioni di mio padre non sieno rette. So che non è bello, ma non bisogna giudicare il cuor degli uomini dalla figura.» «Lo credo, mia buona fanciulla: e voglio crederlo, se non foss’altro, per amore di te. La sua fisonomia però è tale che non si può guardarlo senza provare un certo fremito. Io penso, che fin tua madre.... Non hai anche finito, mia cara, di torcermi i capelli con questo ferro?... Penso che tua madre tremasse sempre al suo aspetto.» «Se la cosa fosse stata così, mia signora, mia madre avea tai parenti, che avrebbero saputo sostenerla. Ma voi stessa, Milady, io vi ho veduto divenir rossa e tremare, quando Varney vi pose fra le mani quella lettera di Milord.» «Voi vi prendete libertà più del dovere, o Giannina (disse la Contessa, abbandonando il cuscino, su cui, appoggiato il capo alla spalla dell’ancella, si stava seduta: poi riprendendo tosto il tuono di bontà che le era famigliare) tu non sei pratica, le disse, che in certe occasioni si può tremare senza essere preso da verun timore. Per tuo padre, mi sforzerò d’avere di lui la migliore opinione possibile, se non per altro perchè gli sei figlia, mia cara fanciulla. Oimè (soggiunse di poi, e nel dire le seguenti cose, una nube di tristezza le coperse la fronte, e i suoi occhi si fecero gonfi di lagrime), io non posso non aprir l’orecchio agli accenti della pietà filiale, io che ho un padre non consapevole del mio destino, io che or ora ho saputo esser egli infermo e angoscioso sulla mia sorte! Ma lo rivedrò, e la notizia della fortuna cui ascesi, lo farà tornar giovane. Io gli restituirò la primiera gioia. — Ma intanto non è bene ch’io pianga (e nello stesso tempo si rasciugava gli occhi). Milord non dee trovarmi fredda alle bontà che mi usa; mal si starebbe ch’ei vedesse la sua creatura in istato di tristezza, allorchè dopo sì lunga lontananza viene ad allegrarne di sua presenza il ritiro. Componiamoci alla gioia, diletta Giannina; la notte non è lontana; ed avremo presto Milord. Chiamami tosto tuo padre, e Varney. Non ho nessun astio contro di loro, e benchè e l’uno e l’altro m’abbiano dato motivi di non esser contenta, sarà omai colpa d’essi soltanto, se mi costringessero a farne qualche querela a Milord. Vanne, Giannina, dì loro che qui gli aspetto.» La giovane Foster ubbidì alla sua padrona, e pochi minuti dopo, il Varney si mostrò nella gran sala con tutta quella disinvoltura, grazia e arditezza, di cui non è penuria in un cortigiano, che sappia ben avvolgersi entro manto d’urbanità, per nascondere il proprio animo, e disvelar meglio quello degli altri. Veniva dopo lui Tony Foster, la cui fisonomia malaugurosa e triviale si faceva appunto più scorgere pel goffo studio ch’egli metteva a non lasciar comprendere come vedesse di mal occhio, e con vera inquietudine che quella femmina, sulla quale avea fin allora usato d’autorità quasi dispotica, fosse adorna di tutti gli apparati della grandezza, e vedesse d’ogn’intorno a sè sì luminosi pegni dell’amor d’uno sposo. E fu una confessione del nudrito mal animo la sinistra riverenza fattale da costui, non diversa da quella ch’è solito praticare un reo giunto al cospetto del giudice, allorchè vuole ad un tempo darsegli per colpevole ed implorarne pietà. Il Varney, che per la sua prerogativa d’essere nobile, lo precedè entrando nell’appartamento, avea già in un istante recapitolato nella sua mente le cose da dirsi ad Amy, onde per tutti i riguardi potea meglio del Foster esporle con garbo e franchezza. Il saluto voltogli da Amy fu sì cortese da presagire a lui compiuta indulgenza su gli antichi falli; ed alzatasi e mossagli incontro, gli porse la mano così dicendogli: «Sig. Varney, voi mi portaste in questa mattina tai notizie, la cui sorpresa tanto mi fu deliziosa, ch’io temo perfino avermi dimenticato la raccomandazione fattami da Milord perchè ben vi accogliessi. Vi offro la mia mano qual pegno di riconciliazione.» «Non son degno di toccarla (rispose Varney, piegando a terra un ginocchio) in altra guisa che come il suddito tocca talvolta quella del suo sovrano.» E in ciò dire accostò alle proprie labbra quelle belle dita snodate, cariche di brillanti, e d’altri sontuosi ricordi dell’amore di Milord; indi alzatosi, con leggiadria fece alcun passo per condur lei verso il sedile di parata. «Scusatemi, sig. Varney, non mi sederò certamente in quel luogo, ammeno che non sia lo stesse Milord a condurmivi. Non mi vedo finora che una contessa in maschera, nè voglio attribuirmene le prerogative, prima di essere a ciò autorizzata da lui, che ha il potere di conferirmele.» «Io spero, Milady (cominciò allora Foster il suo discorso), che nell’eseguire gli ordini datimi da Milord vostro marito, non avrò incorso la vostra disgrazia. Col tenervi rinchiusa non feci, voi stessa lo vedete, che adempire il mio obbligo verso chi è padrone mio, ed anche di voi, perchè il Cielo, come lo dice la sacra Scrittura, diede al marito autorità e supremazia sopra la moglie. Son queste, o poco diverse da queste, le parole del testo.» «Sig. Foster, la soave sorpresa ch’io provai entrando in questi appartamenti fa le scuse della rigida severità, con cui me ne allontanaste, ond’io non li vedessi che ornati in tanto splendida foggia.» «Certamente, Milady, e si sono spese in ciò ben molte _corone_; ma poichè non conviene spenderne oltre i limiti di ciò che è indispensabile a compir tutto a dovere, vado intanto ad attendere io medesimo pei preparamenti che restano a farsi in questa casa; e finchè arrivi il vostro sposo, vi lascio col sig. Varney, che a quanto penso, dee dirvi alcune cose per parte del nobile lord. Giannina, vieni con me.» «No, sig. Foster, no. Giannina rimarrà meco. Basta si tenga all’estremità della sala, finchè il sig. Varney avrà da dirmi per parte di Milord cose, ch’ella non debba sapere.» Il Foster si ritirò salutando losco la Contessa, e lasciando sugli apparati della sala tal guardo, come di chi sospirasse le somme prodigalizzate per convertire in palazzo asiatico un corpo di edifizio, che avea sembianza d’un granaio in rovine. Partito lui, la sua figlia prese il telaio da ricamo, e si pose in fondo dell’appartamento, vicino alla porta della sala della mensa. Varney allora cercò con tutta umiltà lo sgabello che gli parve il più basso, e vi si pose vicino ad Amy, sedutasi un’altra volta sopra i cuscini; poi chinando gli occhi a terra, rimase tacito per qualche tempo in tale positura. «Io giudicava, sig. Varney (disse la Contessa, quando credè accorgersi ch’ei non avea voglia di assumere la parola), che doveste parlarmi per parte di Milord, o almeno così mi diedero a pensare le cose dette dal Foster. Perciò feci allontanare l’ancella. Qualora mi sia ingannata, la richiamerò presso di me. Ella non è per anche ben addestrata nel ricamo, ed ha bisogno di qualche occhiata che regoli il suo lavoro.» «Foster mi ha male inteso, o Milady, rispose Varney. Gli è bene del nobile vostro sposo, del rispettabile mio protettore, che desidero intertenervi; ma non per sua commissione.» «Sia che mi parliate di Milord, sia per parte di Milord, o signore, tale scopo d’intertenimento non può essermi che accetto. Ma affrettatevi, perchè ad ogni istante egli può esser qui.» «Vi parlerò adunque, signora, con egual brevità e franchezza, perchè l’argomento ha d’uopo d’entrambe le cose. Voi vedeste Tressiliano in quest’oggi?» «Sì, o signore. Quali conclusioni ne deducete perciò?» «Io! nessuna, Milady. Ma credete voi, che Milord accoglierà con eguale tranquillità d’animo tal notizia?» «Perchè no? A me sola portò molestia ed affanno la visita di Tressiliano, perchè ne seppi la malattia di mio padre.» «Di vostro padre, o signora? Convien dire che questa malattia sia stata ben subitanea, perchè il messaggere, da me speditogli, per ordine di Milord, trovò questo degno cavaliere, che montato sul suo palafreno, e animando con giovial volto i suoi cani, si dilettava, com’ha costume, alla caccia. Credo fermamente che Tressiliano abbia inventata questa notizia. Nè vi è ignoto del certo quali sieno in esso i motivi di disturbare le presenti vostre contentezze.» «Voi gli fate un’ingiustizia, sig. Varney (ripigliò a dire con vivacità la Contessa). Egli è l’uomo del mondo il più franco, il più veritiero, il più leale. Ed eccetto l’ottimo sposo mio, non conosco altro che nell’odiar la menzogna si possa paragonare a Tressiliano.» «Perdonatemi, o Milady, io non ebbi intenzione di rendermi ingiusto verso di Tressiliano, nè m’immaginai che vi sareste assunte con tanto calore le sue difese. Ma si può in alcune circostanze mascherare qualche poco, e ciò con fini onesti e legittimi, la verità. Ben comprendete, che se questa si dovesse dire apertamente ogni volta e in tutti i tempi, non si saprebbe come vivere in questo mondo.» «Voi avete la coscienza d’un cortigiano, sig. Varney, e forse un eccesso di sincerità non sarà mai quello che pregiudichi alle vostre fortune nel mondo, tal quale esso è. Per rispetto a Tressiliano, è altra cosa, e mi è forza rendergli giustizia, benchè io abbia avuti molti torti verso di lui, e nessuno meglio di voi può saperlo. La sua coscienza, credetelo, non fu fatta ad un medesimo stampo. Quel mondo di cui parlate, non gli presenta vezzi bastanti a distoglierlo dal cammino della verità e dell’onore, e se giungessi a vedere ch’ei macchiasse questa sua riputazione, crederei ancora possibile, che un animaletto nobile, com’è l’ermellino, andasse a metter cova comune col gatto salvatico. Può darsi al più, che Tressiliano, il quale ignora e le nozze da me contratte, e il nome del mio sposo, persuaso quindi di avere saldissime ragioni per tormi di qui, abbia esagerato il cattivo essere di mio padre; ed una tal persuasione è sì lusinghiera al mio cuore, che amo creder vere le notizie da voi datemi a tale proposito.» «Abbiatele indubitatamente per tali, o Milady. Non son qui agli occhi vostri per vantarmi campione smodato di questa virtù, che nomasi verità. Credo anzi che giovi talora il velarne un poco le forme, non fosse tante volte che per amor di decenza. Ma voi portate troppo svantaggiosa opinione d’un uomo, che il nobile vostro sposo onora del titolo d’amico, allorchè lo credete capace di venire spontaneo e senza necessità a spacciarvi una menzogna, che, trattandosi massimamente di cosa tanto congiunta colla vostra felicità, verrebbe tosto scoperta.» «So che Milord vi tiene in molto conto, sig. Varney, e che vi considera siccome un nocchiero fedele, e perito nel veleggiare que’ mari, sui quali ei si avventura con tanto ardimento e coraggio. Mentre però io giustifico Tressiliano, non voglio lasciarvi credere ch’io pensi male di voi. Ma sono un’abitatrice dei campi, lo sapete, ne ho tutta la schiettezza, e preferisco la verità a qualunque complimento foggiato anche nella miglior guisa. Forse cambiando ora di condizione, mi sarà d’uopo modificare alquanto le mie consuetudini: non è egli vero?» «Sì certo, o Milady (rispose sorridendo Varney), e benchè voi parliate ora da scherzo, non fareste tanto male ad applicare seriamente al presente vostro stato le cose da voi dette poc’anzi. Per esempio, una dama di corte, supponetela pure la più nobile, la più virtuosa, la più irreprensibile di quante circondano il trono della nostra regina.... Ah! una tal dama, se mi permettete farvene osservazione, si sarebbe astenuta dal dire la verità, o da ciò ch’ella credea verità, per tessere alla presenza di chi è servitore e confidente del suo sposo l’elogio di un amante licenziato.» «E perchè? (disse la Contessa, che il mal timore in udir tai propositi, traeva ad arrossire), perchè non dovrei io rendere giustizia al merito di Tressiliano innanzi ad un amico del mio sposo, e fosse pur anche innanzi a questo sposo medesimo, e alla presenza, se ne venisse l’uopo, di tutto il mondo?» «Se ciò è dunque, Milady questa sera, senza nessuna difficoltà, racconterà a Milord, che Tressiliano ha scoperto il luogo ov’ella sta ritirata, luogo che abbiamo avuto tanta cura di tenere a tutti celato; e gli racconterà inoltre, che ha avuto un intertenimento con questo antico adoratore.» «Certamente: sarà la prima cosa che mi farò a narrargli, e gli ripeterò fino all’ultima sillaba, e tutto ciò che Tressiliano mi disse, e tutto quello che gli risposi. Se nulla in tale rivelazione potesse condurmi ad arrossire, sarebbe che i rimproveri fattimi da Tressiliano, comunque men giusti di quanto ei sel credette, non erano affatto privi di fondamento. Per questa parte mi sarà penoso l’imprendere un tal racconto; ma non quindi io mi starò dal farlo.» «Milady si regolerà come le sarà meglio avviso. Io direi nondimeno nulla esservi che richieda una confessione così franca, e che meglio vi tornerebbe, o signora, risparmiare a voi stessa questo principio di rossore, questa pena che dite poter produrvi il racconto da voi divisato: risparmiereste ad un tempo motivi d’angustiarsi a Milord, e schivereste al sig. Tressiliano, il cui nome entrerebbe per qualche cosa nel vostro racconto, que’ rischi, che ne sarebbero la probabile conseguenza.» «L’ammettere per probabile la conseguenza, che credete scorgere (disse allora con fredda severità la Contessa), sarebbe un attribuire a Milord sensi indegni di lui, ed a’ quali il suo nobile animo non ha dato accesso giammai.» «Nulla è più lontano dalle mie idee (disse Varney, che si fece silenzioso per un istante, indi prese un tuono che imitava a maraviglia quello di una verace franchezza, e che sembrava affatto nuovo in tal uomo). Ebbene, o Milady: io vi farò toccar con mano che un cortigiano ha coraggio di dire la verità quando è d’uopo salvar l’interesse delle persone ch’egli rispetta ed onora; ed ha un tal coraggio senza pensare alle conseguenze anche men favorevoli che gliene possano derivare.» Tornò indi a tacere, quasi aspettando l’ordine, o almeno la permissione di continuare il suo dire; ma vedendo che perciò la Contessa non rompeva il silenzio, riprese ei la parola, abbassando la voce quasi per una cautela. «Osservatevi d’attorno, o Milady. Vedete le barriere che circondano questo ricinto; pensate al profondo mistero, con cui la più preziosa gemma che l’Inghilterra possedè vien sottratta a qualunque sguardo; per ultimo ponete mente al rigore, onde vi è limitato ogni mover di passo, sicchè non ne siete padrona che a grado d’un uomo intrattabile, dispettoso quanto lo è il Foster; meditate tutte queste particolarità; e fatevi a giudicare qual ne possa essere la cagione.» «Il genio di Milord, disse la Contessa. Il mio dovere m’insegna a non cercare altra cagione.» «Oh! il genio di Milord certamente: e questo genio deriva da un amore degno della persona che lo ha saputo inspirare. Ma chi possede un tesoro, e ne conosce il valore, in proporzione di tal conoscenza, desidera con più ardore di porlo in salvo dalle altrui depredazioni.» «Che vorreste dire con tutto ciò, signor Varney? Se non erro, i vostri discorsi intendono a farmi credere che Milord è geloso. Ove ciò fosse, conosco un potente rimedio contro la gelosia.» «Davvero, Milady?» «Oh! sì. Dirgli sempre la verità, aprirgli in ogni occasione il mio animo, confidargli fedelmente i miei pensieri, come se questo specchio li riflettesse, di modo che quando gli piacerà esaminare il mio cuore, non lo troverà diverso da quello che è.» «Non ho più nulla da dirvi, o Milady; e poichè non è in me ragione veruna onde affannarmi per Tressiliano, che mi toglierebbe, potendolo, di tutto buon grado la vita, mi rassegnerò a quanto avrà per accadergli dopo che avrete, a norma del vostro disegno, svelato francamente a Milord, ch’egli ebbe l’ardire di penetrare in questo luogo e parlarvi. Ora si spetta a voi che conoscete il vostro sposo, indubitatamente assai meglio di me, a giudicare s’egli è tale da sofferire impunito sì fatto affronto?» «Se veramente credessi, disse allor la Contessa, di farmi con questo apportatrice di sciagure a Tressiliano, io che gliene ho cagionate tante, potrei risolvermi al partito del silenzio. Ma a che gioverebbe ciò, se già lo hanno veduto e Foster ed un’altra persona? No, no, sig. Varney. Non me ne parlate più. Val meglio ch’io racconti tutto a Milord, e saprò ben io trovare scuse alla follia di Tressiliano in modo tale da rendergli piuttosto propenso che sfavorevole l’animo del mio sposo.» «La vostra accortezza, o Milady, è d’assai superiore alla mia. Per altra parte, potete far la prova del ghiaccio prima di comprometter voi stessa camminandovi sopra. Sul primo istante di nominar Tressiliano alla presenza di Milord, ben v’accorgerete quale impressione produca su di lui un tal nome. Quanto a Foster e a quel suo amico, essi non conoscono Tressiliano nè di persona, nè di fama, e mi dà l’animo di trovar loro una scusa ragionevole per giustificare la venuta d’un incognito in questa casa.» La Contessa meditò un momento: indi soggiunse: «Se è vero che Foster ignori essere Tressiliano lo straniero ch’ei vide, confesso mi spiacerebbe se colui sapesse una cosa che gli è affatto estranea. Si è già arrogato anche oltre l’uopo autorità su di me, nè mi curo d’averlo nè per giudice, nè per confidente de’ miei affari.» «E qual diritto avrebbe di fatto questo sgraziato bifolco a saper cose che riguardano voi, o Milady? Costui non conta nulla più del cane, che sta alla catena nel cortile. Anzi, se assolutamente la sua presenza vi dà disgusto, ho assai credito per farlo licenziare, e mettere in sua vece un siniscalco meno indegno di gradirvi.» «Basta così, sig. Varney. Se avrò di che querelarmi contra alcuno di quelli che Milord mi ha posti vicino, saprò io stessa volgermi a lui. Silenzio. Odo strepito di cavalli. È desso, è desso» sclamò alzandosi trasportata dalla gioia. «Non posso credere, ch’ei sia per anche giunto, disse Varney. Poi niuno strepito può penetrare per traverso a queste finestre chiuse con tanta attenzione.» «Non mi trattenete, sig. Varney; le mie orecchie vagliono meglio che le vostre. Son certa che è desso.» «Però, Milady (sclamò Varney col tuono d’uomo agitato, e ponendosi fra essa e la porta) spero che quanto vi dissi con mente di giovarvi, e mosso da un umile sentimento di dovere, non verrà rivolto a mio danno. Non vorrete, che gli avvisi d’un fedel servo contribuiscano a rovinarlo. Vi supplico....» «Vivete tranquillo; ma lasciate il lembo della mia veste. Voi osate troppo nel volermi rattenere. Vivete tranquillo, vi ripeto. Non penso a voi.» Nel momento medesimo apertasi la porta della gran sala, entrò un uomo maestoso al portamento, ed avvolto in ricco e lungo mantello di colore che traeva allo scuro. CAPITOLO VII. La Corte è un mare, di cui il cortigiano si crede il padrone. Diresti che i venti, il flusso e il riflusso, gli scogli e i turbini sono ai suoi comandi, che a sua voglia le navi giungono a salvamento o fanno naufragio. Ma egli è uno di que’ falsi arcobaleni che talvolta ci presentan le nubi, e forse poco durevole al pari di esse. _Detti d’antica Commedia._ La lotta sostenuta dalla Contessa contro l’insistenza del Varney, le avea inspirato nell’attimo sì fatto mal umore e tal confusione, che le si leggean sulla fronte. Ma questa nube si dissipò per dar luogo al comparirvi di purissima gioia, e d’ogni segno di tenera affezione, allorchè gettatasi fra le braccia di quel diletto ospite, e stringendolo al proprio seno, sclamò, tratta fuor di se stessa: «Finalmente!.... finalmente!.... eccoti giunto.» Varney, nell’atto istesso di vedere il Conte, rispettosamente si ritirò, e Giannina volea ritirarsi del pari; ma fattole segno dalla padrona di rimanere, si ridusse in fondo all’appartamento, stando attenta se qualche ordine le venisse dato. Intanto il Conte colmo d’accarezzamenti fattigli dalla sua sposa, li contraccambiò con tenerezza non meno affettuosa; e soltanto mostrò di resistere quand’ella si fece a levargli il mantello. «Oh! (sclamò la medesima sorridendo) voi non vi nasconderete sotto di esso più lungo tempo. È d’uopo ch’io veda se mi teneste la parola datami, se venne a visitarmi il Conte, o un privato, siccome è stato finora.» «Tu non dismentisci l’esser di donna, o mia Amy (disse il Conte dandosi per vinto in lotta cotanto soave). La seta, i pennacchi, le gemme, agli occhi del vostro sesso hanno maggior pregio dell’uomo che ne va adorno. Vi son molte lame, è vero, le quali traggono ogni valore dal ricco fodero che le copre.» «Cosa che mai non sarà detta di voi (rispose Amy, tanto che il mantello cadutole a’ piedi le scoperse il conte fregiato di vesti, quali un principe avrebbe credute assai sfarzose per presentarsi in esse alla corte). Voi rassembrate l’acciaio di buona tempera, che sdegna gli esterni ornamenti di cui è meritevole. Non vi deste a credere di essere in queste pompose vesti meglio amato da Amy, che ella non vi amò sotto il bruno pastrano ond’eravate coperto, quand’essa nella foresta di Devon vi diede il suo cuore.» «E tu pure (disse il Conte, conducendola con grazia congiunta a maestà verso il sedile di parata, che entrambi gli aspettava) tu pure, o mio amore, vesti un abito confacevole al tuo grado; e che nondimeno non può aggiugnere alcuna cosa a’ tuoi vezzi. Che ti sembra del buon gusto delle dame della nostra Corte?» «Non so dirtene nulla in questo momento (diss’ella, portando l’occhio ad un grande specchio che veniva ad essere rimpetto al Conte). Non posso pensare a me finchè vedo le tue sembianze riflettute da quello specchio. Sediti là (soggiunse avvicinandolo di più a quel sedile) sediti là siccome un ente cui deve ognuno ammirazione ed onore.» «Spero prenderai tu pure al mio fianco la sede che t’appartiene.» «No, no: voglio starmi a’ tuoi piedi assisa su questo sgabello per mirarti meglio in tutto il tuo splendore, e vedere la prima volta in qual modo i principi vanno vestiti.» Indi, mossa da una curiosità infantile che trovava scusa e nella sua giovane età, e nella vita ritirata, cui fu avvezza, e che meglio le si addicea, perchè inspirata da tenero amore di sposa, si fece ad esaminare e ad ammirare dal capo ai piedi il vestire dell’uomo, che formava il più bell’ornamento della corte di Elisabetta, di quella corte copiosa egualmente di giudiziosi ministri, come di amabili cortigiani. Tutto compreso d’affetto per l’avvenente sua sposa, il Conte gioiva dello stupore ch’essa dava a divedere; onde i nobili lineamenti di questo personaggio esprimevano passioni più soavi di quelle che per solito venivano manifestate dall’altera sua fronte, e da que’ neri occhi sfolgoreggianti e nunzii d’altissimo accorgimento. Più d’una volta ei sorrise dell’amabile ingenuità onde Amy gli movea interrogazioni su diverse parti del suo abbigliamento. «Questa lista ricamata, come voi la nominate, che cinge il mio ginocchio, gli diss’egli, è la giarrettiera d’Inghilterra, ornamento del quale i re vanno superbi. Vedete? è questa la stella che le appartiene. Questo è il diamante il _Giorgio_, gioiello dell’ordine. Vi sarà noto, cred’io, che il re Eduardo e la contessa di Salisbury....» «Oh! conosco tale istoria, soggiunse Amy, fattasi alquanto rossa, nè ignoro già che un legaccio di donna si è convertito nel più nobile emblema dell’Inglese cavalleria.» «Venni fregiato di quest’ordine congiuntamente a tre ragguardevolissimi cavalieri, che furono il duca di Norfolk, il marchese di Northampton, e il conte Butlan. Di noi quattro io era in dignità il men sublime. Ma che rileva? A chi brama raggiugnere la sommità d’una scala fa di mestieri incominciare dal più basso gradino.» «E questa collana di sì ricco lavoro, nel mezzo della quale sta sospeso un ciondolo, simigliante ad una pecora quanto alle forme? un tale emblema che cosa significa?» «Esso è l’ordine del Toson d’oro, già instituito dalla casa di Borgogna. Chiunque ne vada ornato, gode d’alte prerogative; onde il medesimo re di Spagna, erede dei dominii e degli onori che appartennero alla ridetta casa, non ha diritto a giudicare un cavaliere del Toson d’oro, tutte le volte che mancano l’assenso e il concorso del gran capitolo di un tal ordine.» «Questo è dunque un ordine che appartiene al crudele re della Spagna! Oh Dio!, Milord, non è forse per un Inglese far onta alla nobiltà del proprio cuore, l’accostarsi solamente a sì fatto emblema? Ricordatevi i tempi sfortunati della regina Maria, allora che quest’istesso Filippo regnava con essa su l’Inghilterra, que’ tempi, in cui si apprestarono orrendi roghi ai più ragguardevoli, ai migliori e più santi in fra i prelati Anglicani. E voi, detto il campione della religione Protestante, potete senza ribrezzo portar l’ordine di un tal sovrano, qual è il re di Spagna, inimico mortale del culto che professiamo?» «Tu non imparasti ancora, o mia vita, che noi cortigiani, ai quali è d’uopo veder gonfie le nostre vele dall’aura favorevole della reggia, non abbiamo l’arbitrio d’inalberar sempre lo stendardo che ne è più caro, o di sottrarci a nostro grado alla necessità di veleggiare sotto sgradita bandiera. Non mi ho per men Protestante, mel credi, perchè spinto da riguardi politici ho accettato l’onore che il re di Spagna mi compartì, decorandomi del primario ordine di sua cavalleria. Poi quest’ordine, volendo considerare al giusto le cose, appartiene alla Fiandra, e i d’Egmont, gli Orange, e molt’altri insigni personaggi superbiscono nel vederlo oscillare sul cuor d’un Inglese.» «Voi sapete quel che vi conviene, o Milord. E quest’altra collana, questo bell’ornamento in cui vien terminata, da qual paese derivano?» «Dal più misero di tutti. È questo l’ordine S. Andrea di Scozia, tornato in vigore per volere del defunto re Giacomo. Ne fui presentato allor quando credeasi, che la giovane vedova Maria regina di Scozia avrebbe gratamente accettata la mano di un barone di nostra patria; ma la corona di un libero barone, di un barone Inglese, è ben altra cosa che nol sarebbe stata una corona nuziale, venuta soltanto dal capriccio fantastico d’una femmina, che nacque a regnare sugli scogli e sulle paludi del nostro Settentrione.» La Contessa si fece taciturna, quasi dando a divedere, che questi ultimi accenti del Conte le aveano destato nell’animo alcune sgradevoli idee, e tal dispiacenza, e ciò che n’era cagione le crescea vezzo agli occhi del suo sposo, che tosto ripigliò la parola. «Ora, mio cuore, le vostre curiosità sono paghe. Voi vedeste il vostro vassallo sotto l’abito più sfarzoso, che gli fosse dato l’assumere, perchè le vesti di parata non si possono mettere che alla Corte, e in giorni di gran cerimonia.» «Ebbene, disse la Contessa, tu sai che un desiderio soddisfatto ne fa nascere un altro.» «E qual cosa puoi chiedermi, o delizia di quest’anima, ch’io non mi trovi propenso a concederti?» le chiese il Conte, fissando le pupille in tenera guisa sovr’essa. «Io desiderava in questo ignorato ritiro vedere cinto da tutto il suo splendore il mio sposo. Adesso, vorrei trovarmi in uno de’ suoi superbi palagi, e vedercelo entrare in bruno pastrano, tal quale si mostrò allor quando vinse il cuore dell’umile Amy Robsart.» «Non è difficile il far paga tal nuova brama. Domani ripiglierò il pastrano bruno.» «Ma potrò poscia venire con voi in uno de’ vostri castelli, e saziarmi in confrontare la magnificenza de’ luoghi ove soggiornate colla semplicità delle vostre vesti?» «Che ascolto, Amy? (disse il Conte, volgendo il guardo all’intorno), non vi sembrano adunque decorati con bastante splendidezza questi appartamenti? Io ordinai che fossero forniti in guisa degna di voi e di me. Forse io poteva essere secondato anche meglio. Ma ditemi; quali cambiamenti desiderate? È cosa di brevissimo tempo l’appagarvi.» «Voi volete prendervi giuoco di me, o Milord. La magnificenza di questo alloggiamento è al di sopra di tutto ciò che io possa e immaginarmi e meritare. Ma e quando verrà per la vostra sposa il momento di vedersi cinta da quello splendore, che non deriva, nè dal lavoro degli artefici intesi ad adornarne le stanze, nè dai ricchi drappi o dalle gemme, di cui piacque alla vostra generosità di fregiarla? da quello splendore congiunto al grado ch’ella dee tenere fra le matrone Inglesi, siccome sposa del più onorevole Conte di questo regno?» «Verrà un tal giorno, Amy; sì, mia vita! un tal giorno arriverà certamente, nè tu puoi desiderarlo con più ardore ch’io nol sospiri. Oh! quanto mi sarà cosa soave l’abbandonare le cure dello Stato, gli affanni, e le sollecitudini che non si dipartono mai da ambiziosi pensieri, per vivere in ritiro onorato i miei giorni, non avendo veri compagni od amici fuori di te! Ma diletta Amy! mi è impossibile per ora il godere questa gioia tanto compiuta, e qualche intertenimento alla sfuggita, questi momenti a me sì preziosi, son tutto quanto fin qui mi è lecito tributare alla donna più amabile e più amata fra tutte l’altre persone del suo sesso.» «Ma perchè è impossibile? (disse la Contessa col tuono il più adatto a persuadere). Perchè questa più perfetta unione, questa unione non interrotta, che voi mi accertate essere il miglior vostro voto, che tanto si accorda colle leggi del Cielo e degli uomini, perchè questa unione non può sull’istante verificarsi? Ah! se voi la bramaste una metà soltanto di quello che dite, qual motivo, qual persona potrebbe mettere argine ai desiderii d’un uomo ricco di credito e di possanza come lo siete?» Qualche offuscamento apparve allora in sulle ciglia del Conte. «Amy, le disse egli, voi ragionate sopra di cose che non potete comprendere. Costretti una volta a vivere alla Corte, noi siamo siccome il viaggiatore, cui tocchi inerpicarsi ad un monte di sabbia; nè quindi osiamo arrestarci in cammino, innanzi di trovare qualche punta di vivo sasso che ne offra una sicura fermata. Che se vogliamo prima del tempo far pausa, ne succede cader travolti dal nostro peso medesimo, e diveniamo scopo al pubblico riso. Io mi vedo, gli è vero, giunto a meta ben alta, ma non per anco salda abbastanza, onde abbandonarmi alle sole inclinazioni dell’animo mio. Il divulgare le nozze contratte con voi, sarebbe un fabbricare la mia rovina. Ma credetelo, perverrò ad un punto di sicurezza, e non ne è sì lontano l’istante. Allora adempirò tutto quanto il dovere prescrive, così per riguardo di voi come di me medesimo. Ma intanto, o mia cara, non vogliate intorbidare la pura gioia di cui n’è dato godere ad entrambi, col formar desiderii che per ora ci è impossibile l’appagare. Ditemi piuttosto, se nel luogo ove siete, ogni cosa vada a seconda delle vostre brame. Come si conduce Foster con voi? Voglio sperar vi usi tutto quel rispetto che vi è dovuto. Guai per esso s’io potessi accorgermi del contrario!» «Mi ricorda qualche volta con molto zelo la necessità del mistero (sospirando la Contessa rispose); ma poichè questo è un ricordarmi i vostri desiderii, mi trovo più propensa a sapergliene grado che a biasimarlo.» «Vi ho già spiegato i motivi, che rendono indispensabile una tale necessità. Confesso che trovo in Foster molta rustichezza; ma Varney mi si è fatto mallevadore della fedeltà, e dell’affezione ch’egli ha pei nostri interessi. Se nondimeno avete per la menoma cosa a dolervi dei modi che tiene nel prestarvi servigio, saprò punirnelo.» «Oh! è impossibile ch’io me ne lagni, sintantochè non farà che adempire con fedeltà i comandi venutigli da voi. Per altra parte, la figlia di lui, Giannina, mi è un’ottima compagna in questa solitudine. Io l’amo assai; e lo zelo del culto puritano che traspira da quanto fa e dice, aggiugne vezzo alla sua ingenuità.» «Me lo assicurate? una giovane che sa farvisi accetta non deve andar priva di ricompensa. Accostatevi, Giannina.» Giannina, la quale, come dicemmo, si era ritirata in qualche distanza per lasciar più libero l’intertenimento de’ due sposi, si trasse innanzi facendo una riverenza rispettosa; nè il Conte potè ristarsi dal sorridere sul chiaroscuro che presentavano in lei la semplicità delle vesti e il modesto contegno, e ad un tempo forme avvenenti, e due occhi neri, la cui vivacità contrastava collo studio ch’ella facea di comparir grave e posata. «Debbo ringraziarvi, mia bella fanciulla, le diss’egli, poichè la Contessa è soddisfatta de’ servigi che le prestate.» In ciò dire si tolse dal dito un anello, che non potea non essere di valore, e nel porgerlo a lei soggiunse. «Portatelo, siccome un pegno dell’affetto che vi acquistaste presso l’uno e l’altra di noi.» «Son molto contenta, o Milord (rispose Giannina con quell’aria sua di santità) se il poco che ho potuto fare è stato accetto ad una signora, cui nessuno può avvicinarsi senza desiderar di piacerle. Ma tutte noi, che apparteniamo alla congregazione del rispettabile sig. Holdforth, ci faremmo scrupolo, se simili alle giovani mondane, portassimo attorno alle nostre dita oro, od altri ornamenti; nè tampoco possiamo fregiare il collo di pietre preziose, come praticavano le fanciulle di Tiro e di Sidone.» «Ah! ah! voi tenete adunque alla grave confraternita dei _Precisiani_ e credo sincerissimamente che ne sia membro ancor vostro padre. Ciò fa ch’io vi ami sempre più l’uno e l’altro. Non mi è ignoto che si prega per me nelle vostre assemblee, e che mi siete affezionati. Poichè non vi è permesso portare sì fatti ornamenti, non mi opporrò alle massime che professate, e vedo poi ancora che potete far senza di questi, perchè le vostre dita snodate, e quel collo bianco al pari dei gigli, non ne hanno bisogno per ritrarne spicco maggiore. Accettate in vece tal cosa, che nè Papista, nè Protestante, nè Puritano, nè Precisiano hanno ricusata giammai.» Nel medesimo tempo le pose fra le mani cinque monete d’oro che portavano il conio di Filippo e della regina Maria. «Non accetterei neanco quest’oro, rispose la _Precisiana_, se non fosse in me la speranza di farne tal uso, che possa chiamare le benedizioni del Cielo su di voi, di Milady, e di me.» «Usatene poi a vostro grado, Giannina. A questo dovete pensar voi. Ma intanto fateci apparecchiare la cena.» «Ho detto ai sig. Varney e Foster di cenare con noi, o Milord (disse la Contessa, mentre Giannina usciva per eseguire gli ordini dati dal Conte), vi degnate approvarlo?» «Approvo tutto quello che fate, o mia Amy, ed anzi mi è caro, che abbiate conceduto questo contrassegno di distinzione a Varney, l’uomo più affezionato ch’io m’abbia, e che può dirsi l’anima de’ miei consigli segreti. Quanto a Foster, gl’incarichi che ora sostiene per me, gli danno un diritto ad una prova di mia amorevolezza.» «Presentemente, o Milord, ho... ho una grazia da chiedervi e... un segreto da confidarvi» disse esitando la Contessa. «Serbate queste cose per domani mattina, o mio amore, rispose il Conte. Odo aprire la porta della sala della mensa. E poichè feci con grande sollecitudine una lunghissima corsa, m’accorgo che non mi sarà inutile una tazza di vino.» E ciò dicendo condusse la moglie nel vicino appartamento, ove Varney e Foster li ricevettero a furia d’inchini, nei quali il primo mettea la leggiadria del cortigiano, l’altro la gravità _precisiana_. Il Conte contraccambiò tali omaggi con quell’aria distratta che appartiene ad uomo uso da lungo tempo a riceverne, la Contessa con que’ modi di ceremoniale, che ben disvelavano non essersi ella per anco fatta agli usi de’ grandi. Il banchetto apparecchiato per quella brigata conformavasi alla magnificenza degli appartamenti, entro di cui fu imbandito. Unicamente non comparve alcun famiglio, e la sola Giannina servì i quattro convitati. Nè per vero dire d’un maggior numero di servi era d’uopo perchè la mensa andava sì abbondantemente fornita di quanto poteva abbisognare a ciascuno, che le faccende della stessa Giannina non furono assai rilevanti. Il Conte e la sua sposa si assisero alla sommità della tavola, Varney e Foster al di qua della saliera, sede serbata sempre alle persone di grado inferiore. Foster, preso da soggezione per trovarsi in una compagnia cui sì poco era avvezzo, non aperse bocca in tutto il durar della mensa. Varney, cui non mancavano e finezza di sentire ed accorgimento, prese parte alla conversazione quanto facea di mestieri, per non lasciarla languire, senza però mostrar mai di voler prender l’arringo, laonde contribuì grandemente ad intertenere il buon umore del Conte. Nè certamente niuno meglio di Varney ottenne dalla natura tutte le qualità necessarie a sostenere la parte, cui lo chiamò la sua vocazione. Si univano in lui e moderazione e prudenza, e ad un tempo vivacità, spirito, ed immaginazione. E perfino la Contessa, comunque per più d’un motivo non propensa ad essergli amica, non potè ristarsi dal trovarne dilettevole la compagnia, nè mai inclinò maggiormente ad unire il proprio suffragio agli elogi, de’ quali largheggiava il Conte col suo favorito. Terminato il banchetto, i due sposi si ritrassero nel loro appartamento, ed il più profondo silenzio regnò nel castello per tutto il rimanente di quella notte. Alla domane di buon mattino, Varney compì presso il Conte gli ufici di gran ciamberlano, e di primo scudiere, benchè d’ordinario il secondo ufizio soltanto gli appartenesse nella casa di questo favorito della Regina, il quale teneva appo sè gentiluomini, usciti di buone famiglie, e ornati degli stessi gradi, che i primi nobili del regno assumevano nella casa reale. Ne’ doveri di tutte le ridette cariche era bene addottrinato il Varney, che disceso di famiglia antica sì, ma andata affatto in rovina, fu paggio del Conte sin d’allor quando incominciò questi a far la sua carriera. Statogli fedele ne’ momenti avversi, seppe rendersi utile al medesimo, allorchè marciò a gran passi nel cammino della fortuna. Per tal modo fondato il credito del Varney, e su i servigi prestati, e su quelli che continuava a prestare, divenne tal confidente, che quasi il padrone non ne potea più far di meno. «Datemi un abito più semplice, Varney (disse il Conte mentre stava per metter via la sua veste di camera ch’era di seta sparsa di fiori, e foderata d’ermellino), poi prendete in custodia queste catene,» e gli additò nel medesimo tempo i suoi diversi ordini che stavano sopra di una tavola. «Il loro peso, ier sera, ebbe a rompermi il collo. Son quasi deliberato di non me ne caricare più mai; non vedo in essi se non se altrettanti ceppi, che inventò l’accorta malignità per incatenar la stoltezza. Che ne dite, Varney?» «Per verità, Milord, io penso che le catene d’oro non somigliano in alcun modo alle altre catene, e le riguardo anzi più gradevoli in proporzione del loro peso.» «Eppure, te lo ripeto, o Varney, sono per metà risoluto ch’esse non m’incatenino per più lungo tempo alla Corte. Qual cosa mi possono omai fruttare novelli servigi? E qual favore mi rimane a sperare al di sopra del grado e della fortuna, che non mi possono più sfuggire? D’ond’è che cadde la testa del padre mio? Non da altro che dal non aver saputo por limite ai propri desiderii. Tu il sai che io medesimo ho corso gravi rischi; che più d’una volta mi sdrucciolò il piede sull’orlo del precipizio. Sì: credo giunto l’istante di non avventurarmi più al mare, e di sedermi finalmente con tranquillità sulla spiaggia.» «E ivi raccogliere conchiglie in compagnia di Cupido» aggiunse Varney. «Che v’intendete con ciò, Varney?» disse il Conte con tutta la vivacità mossa da un tale scherzo. «Non prendete collera col vostro servo, o Milord. Se la compagnia di una sposa ricca di sì rari pregi, è cagione che per più liberamente bearvi in essi, vogliate rinunziare a quanto finora fu prima meta de’ vostri desiderii, è vero che ne potranno andar danneggiati alcuni poveri gentiluomini, or lieti di starsi al vostro servigio; ma ciò non potrebbe essere applicato a Riccardo Varney. Egli, la mercè vostra, avrà sempre modo di mantenersi degno del distinto grado che gli concedeste nella vostra casa.» «Nondimeno, il tuono de’ vostri ultimi detti, non mostrò che foste contento nell’udire il mio divisamento di abbandonare un giuoco ruinoso, il quale però potrebbe, un dì o l’altro, perderne entrambi.» «Io, Milord! Per me non ho alcun motivo di trovare molesto un ritiro, in cui dovrei soggiornare presso di voi. Non sarebbe, ad ogni evento, Riccardo Varney che cadesse in disfavore di Sua Maestà, non egli che divenisse la favola della Corte, allorchè il più sublime edifizio che mai sia stato fondato sul favore d’un principe, rovinasse da cima a fondo, come uno di que’ castelli di carte da giuoco che i fanciulli sogliono fabbricare. Bramerei solamente, o Milord, che prima di prendere una risoluzione, dopo la quale non potreste tornare addietro, consultaste maturamente gl’interessi della vostra felicità e della vostra fama.» Tai cose furon dette da Varney con quella titubazione di chi teme dir troppo, onde soggiunse il Conte: «Parlate, Varney, continuate liberamente. Non vi dissi di avere presa una risoluzione assoluta, ed amo di bilanciare il pro ed il contro in tale discussione.» «Ebbene, Milord, supponiamo dunque la cosa fatta; nè si parli ora di real disfavore, di sarcasmi cortegianeschi, e nemmeno dei danni che portereste ai vostri partigiani. Ritirato in uno de’ vostri più lontani castelli, e a tanta distanza dalla Corte, non giungono sino a voi, nè il dispiacere di coloro che vi sono affezionati, nè la gioia di chi vi è nemico. Supponiamo in oltre che il vostro rivale, giunto allora al colmo della felicità, sia pago assai (la qual cosa è per lo meno incerta) nel vedere spogliato di rami l’albero, quel grand’albero che gli nascose il sole sì lungo tempo: supponiamo pure ch’ei non curi di atterrarlo, di sradicarlo. Ebbene, l’antico favorito della regina d’Inghilterra, che teneva il bastone del comando, che volgeva a suo grado i Parlamenti, ora non è nulla più di un gentiluomo di campagna, ridotto ai diletti di cacciare per le sue terre, di bere la birra insieme ai confinanti, e di passare in rassegna i propri vassalli allorchè gli aduna il seriffo.» «Varney!» disse il Conte aggrottando le ciglia. «Milord, il comando di parlare mi venne da voi. Vogliate permettermi che io termini il quadro che ho principiato.... Sussex dunque governa l’Inghilterra; viene a vacillare la salute della Regina, e l’ambizione del vostro nemico vede schiudersi dinanzi a sè una strada, qual mai non avrebbe osato immaginarsi. Queste notizie vi giungono mentre che state ad un canto del vostro fuoco. Allora incominciate a pensare alle vostre speranze cadute a vôto, all’inerzia cui vi condannaste da voi medesimo. E perchè tutto ciò? Perchè non vi bastò di contemplare una volta ogni quindici giorni gli occhi d’una sposa avvenente!» «Basta così, Varney. Io non vi ho detto infatti di voler abbracciare precipitosamente, e senza aver consultato come si debbe il pubblico interesse, una risoluzione, cui mi fa proclive l’amor del riposo e della domestica felicità. Vedrete, o Varney, che saprò trionfare di tal mia inclinazione; ma non credeste mosso da mire ambiziose un tal sagrifizio, bensì dalla necessità di mantenermi in un grado, d’onde potrò all’uopo essere utile all’Inghilterra. Ordinate i nostri cavalli. Metterò, come ho fatto altre volte, un abito da livrea, e il mio cavallo porterà la valigia. Oggi tu sarai il padrone, o Varney, non trascurare alcuna cautela necessaria a tenere addormentati i sospetti. Fra breve saremo a cavallo. Non mi occorre che un istante per congedarmi dalla Contessa; indi son pronto. Comando un crudel dovere al mio cuore, e ne trafiggo un altro che m’è più caro del mio, ma l’amor di patria vuole la preferenza su quello di sposo.» Dette tai cose con modo risoluto, e con accento ad un tempo malinconico, lasciò la stanza ove si era abbigliato. «È bene che tu sia partito (meditava fra se stesso Varney), perchè comunque avvezzo alle umane follie, io non poteva omai più ristarmi dal ridere della tua alla tua presenza. Stancati presto di questo nuovo trastullo, di questa creatura avvenente, degna figlia d’Eva che ti comanda; a me poco rileva. Ma ben mi spiacerebbe se ti stancassi del trastullo antico dell’ambizione; perchè, Milord! nel salire la montagna, voi vi traete addietro Riccardo Varney, che spera vantaggiare quando sarete in alto. Perciò se vi vedo andare a rilento, oh! non mancherò di adoperare e frusta e sperone sinchè io vi veda alla cima. Quanto a voi, mia garbata signora, che volete sostener seriamente la parte di Contessa, vi consiglio a non mi far nascere intoppi dietro la strada, o avremo conti antichi da aggiustare fra noi. Oggi tu sarai il padrone, o Varney, egli mi dicea. Affè ch’ei potrebbe aver parlato più vero di quanto egli medesimo lo pensasse. Vedete! quest’uomo, che al dir di tante persone sensate non la cede in profondità di mire politiche nè ad un Burleigh, nè ad un Walsingham, nè per sapienza militare al Sussex, si fa servo di uno de’ proprii servi, e tutto ciò per due neri occhi, per un bell’accordo di bianco e vermiglio che scorgasi sulle guance di una gentildonna di villaggio. Dove va a perdersi l’ambizione! Se però i vezzi di una donna possono in alcuna circostanza scusare i traviamenti delle teste umane, Milord non ebbe mai migliore scusa. Ebbene! lasciamo che le cose vadano come sanno andare. O egli avrà cura della propria grandezza, o l’avrò io della mia felicità; e circa quest’amabil Contessa, se ella non racconta di aver veduto Tressiliano: e credo già che non oserà raccontarlo, le sarà d’uopo il far causa comune con me; converrà che noi abbiamo insieme i nostri segreti, che ci sosteniamo l’un l’altro anche a malgrado di un’avversione, che costei non mi lascia ignorare. Corrasi alla scuderia. Milord, vado ad ordinare i vostri cavalli. Non è forse sì lontano il giorno che il mio scudiere andrà ad ordinare i miei.» Dopo fatte queste considerazioni uscì dell’appartamento. Intanto il Conte rientrava nella camera da letto per congedarsi in tutta fretta dall’amabil Contessa, ed osava egli appena avventurarsi ad udire ripetuta un’inchiesta, che il ricusar gl’increscea, ma che egli era ben lungi dal voler secondare dopo l’intertenimento avuto collo scudiere. Nell’udirlo giugnere, ella corse giù dal letto, avvolgendosi in una zimarra di seta bianca foderata di pelliccia, e collocando il gentil piede entro eleganti pianellette, chè non trovò ella il tempo di metter le calze; le sue lunghe chiome fugian di sotto della cuffia da notte, nè avea quindi altro adornamento, fuorchè i proprii vezzi, cui acquistò novello spicco perfino il dolore prodotto dall’annunzio onde il Conte l’amareggiò. «Addio, Amy, addio, mio amore (le disse il Conte, avendo appena forza di staccarsi da amplessi tanto soavi, e tornando addietro per più riprese onde stringerla fra le sue braccia). Il sole comincia ad alzarsi sull’orizzonte; non oso rimanermi più lungamente. Già dovrei essere dieci miglia lontano di qui.» In tal modo cercava egli abbreviare i momenti d’una sì dolorosa separazione. «Voi dunque non mi concederete quanto vi chiesi (con soave sorriso gli disse la Contessa). Ah! cavaliere sleale!... Eh! si udì mai che cortese cavaliere ricusasse inchiesta fattagli dalla sua donna che tenesse i piedi ignudi nelle proprie pianelle?» «Domandatemi tutto ciò che volete, o mia Amy, e vi appagherò. Ne eccettuo le cose che potrebbero perdere voi e me.» «Ebbene! non vi chiedo più di riconoscermi sul momento in quel grado, che mi farebbe invidia dell’Inghilterra, nel grado di moglie del più nobile, del più prode, del più universalmente amato fra i baroni Inglesi. Mi limito a pregarvi di poter dividere questo segreto col padre mio, e di metter così un termine al cordoglio che gli cagionai. Si dice ch’egli sia pericolosamente infermo.» «_Si dice?_ (ripetè il Conte con forza) chi ve lo ha detto? Varney non ha egli fatto sapere a vostro padre tutto ciò di che si poteva ragguagliarlo in tale momento, cioè di essere voi felice, ed in ottimo stato di salute? Non vi ha soggiunto di più, che trovò il rispettabile vecchio mentre si dava con ilarità al suo prediletto esercizio della caccia? Chi ha ardito far nascere idee contrarie nel vostro spirito?» «Nessuno, Milord, nessuno (rispose la Contessa, scoraggiata dal tuono onde il Conte le movea tali inchieste). Nondimeno, o Milord, bramerei molto accertarmi co’ miei occhi medesimi, che mio padre sta bene.» «Ciò è impossibile, Amy. Voi non potete in questo momento avere alcuna comunicazione, nè con vostro padre, nè colla sua casa. Sarebbe assai trista politica il mettere a parte di un tal segreto un numero maggiore di persone, oltre a quelle alle quali è indispensabile lo svelarlo. Poi... quel _Travaillon, Tressiliano_, poco importa del nome, non è egli continuamente in casa di vostro padre? Il vecchio cavaliere ha forse nulla di nascosto per lui?» «Mio padre, Milord, è conosciuto per un uomo prudente e rispettabile; e quanto a Tressiliano, potrei offerire per mallevadore di quanto asserisco quella corona di contessa, che porterò un giorno pubblicamente. Così potessimo noi perdonare a noi stessi l’ingiuria che gli arrecammo, com’egli è incapace di una bassa vendetta!» «Nondimeno non mi confiderei seco lui, Amy, non mi confiderei seco lui. Vorrei che il demonio si frammettesse nei nostri affari anzichè Tressiliano.» «E perchè, Milord? (gli chiese la Contessa, fatta tremante nel suo interno dal tuono di risolutezza adoperato dal Conte) perchè avete idea tanto sinistra di Tressiliano?» «Signora, rispose il Conte, la mia volontà dovrebb’essere per voi una ragion sufficiente. Ma se vi piace saperne di più, considerate le persone con cui Tressiliano sta in lega. Egli, amico, creatura di quel Radcliffe, di quel Sussex, contro il quale, non senza fatica, sostengo il campo che ci disputiamo nel godere il favore di una sospettosa padrona. S’egli ottiene sopra di me il vantaggio di sapere le nostre nozze prima ch’io abbia con accorti modi preparata la Regina ad udir tale segreto, sarebbe irrevocabile, eterna la mia disgrazia; nè forse si starebbe nelle perdute mie dignità. Chi sa fin dove divenissi vittima del risentimento d’Elisabetta, in cui è trasfusa in qualche parte la fiera indole d’Enrico suo padre?» «Ma perchè, Milord, portate voi opinione tanto ingiuriosa verso un uomo che conoscete sì poco? Tressiliano non vi è noto che a cagion mia, e son io ad accertarvi che per qualsivoglia motivo non tradirebbe il nostro segreto. Se per amor di voi io l’offesi, tanto più è mio obbligo il desiderare di vedervi giusto per suo riguardo. Se il parlarvi solo di lui vi eccita a tanto sdegno, che direste adunque s’io lo avessi veduto?» «Se l’aveste veduto! (ripetè il Conte con severo ciglio) sarebbe per voi buon consiglio il tener nascosto un tale congresso come le cose da non rivelarsi che in confessione. Io non bramo la perdizione di nessuno. Ma chiunque vorrà penetrare i miei segreti, badi bene a se stesso. Il cinghiale non soffre di vedere chi attraversi il sentiero che ha scelto.» «Com’egli divien terribile!» disse la Contessa a mezza voce, e impallidendo. «Che avete, mio amore? (le disse il Conte sostenendola fra le sue braccia). Tornate in letto. Voi lo lasciaste troppo di buon mattino. Vi resta a chiedermi qualch’altra cosa, che non comprometta la mia fortuna, la mia vita, il mio onore?» «Nulla, Milord, nulla (rispos’ella con fioca voce). So che io volea parlarvi sopra un altro argomento, ma il vostro sdegno me ne ha fatto dimenticare.» «Vi tornerà in mente allorchè ci rivedremo, o mia vita, (e in ciò dire l’abbracciò con tenerezza). Eccetto inchieste di tal natura, ch’io non possa e non osi concedere, non vi state dal confidarmi tutte le vostre brame, e ben farebbe mestieri che fossero al di sopra di quanto possono fornir l’Inghilterra e le sue pertinenze, perchè non le vedeste pienamente soddisfatte.» Pronunziate quest’ultime parole, partì. Giunto a piedi dello scalone, Varney gli diede un grande ferraiuolo da livrea, ed un larghissimo cappello, travestimento, sotto di cui diveniva impossibile il ravvisarlo. Stavano pronti in corte i cavalli così per lui come per Varney. Il Conte non era venuto la notte addietro che con due servi, iniziati sino ad un certo grado ne’ misteri del lor padrone, i quali cioè credeano che ivi lo conducesse una tresca con qualche bella, di cui ignoravano la condizione ed il nome. Ma questi servi erano nella stessa notte partiti. Tony Foster teneva egli stesso la briglia al palafreno del Conte, corsiero vigoroso al pari che agile, e intanto il servo del Foster presentava un cavallo di più bella apparenza e più riccamente bardamentato a Riccardo Varney, che dovea sostenere la parte di padrone lungo la strada. Ciò non di meno Varney, vedendo avvicinarsi il Conte, si fece innanzi per tenergli le redini del cavallo, e impedì a Foster l’incaricarsi di tale ufizio, ch’ei riguardava, senza dubbio, come una delle sue prerogative. Traspirò dalla fisonomia del Foster, che assai gl’increscea perdere questa occasione di far la corte al suo protettore. Ciò non ostante cedè il luogo a Varney senza osare di moverne alcuna lagnanza. Il Conte salì con mente distratta a cavallo, e dimenticando per un istante che la parte assuntasi l’obbligava a rimanere addietro al suo padrone posticcio, uscì della corte senza pensare a Varney, e mandò più d’un baciamano alla Contessa, che da una finestra, sventolando un fazzoletto, gl’inviava i suoi estremi saluti. Mentre ei passava sotto l’oscura volta che mettea fuor della Corte: «Ecco, diceva il Varney, ciò che si chiama fina politica. Il servitore che va avanti al suo padrone.» E profittò di questo momento per dire a Foster: «Tu mi fai il viso dell’arme, o Tony. Ma se ti ho privato d’un grazioso sguardo di Milord, in compenso l’ho indotto a lasciarti un premio de’ tuoi prestati servigi, che non ti sarà meno gradevole d’uno sguardo. Eccoti una borsa del migliore oro che le dita di un avaro abbiano contato giammai. Prendila (soggiunse, e a tal vista la fisonomia di Foster si fece più aperta), prendila, ed aggiungi quest’oro a quello che egli donò la scorsa notte a tua figlia.» «Come? Che mi dite voi? Egli ha fatto un dono di danari a Giannina?» «Certamente. Qual maraviglia? I servigi ch’ella presta alla Contessa, non vogliono forse la lor ricompensa?» «Essa non lo terrà e la obbligherò a restituirlo. Conosco troppo bene Milord, e so quanto lo alletti la novità. I suoi amori sono variabili come la luna.» «Impazzisci, o Foster? O entreresti nella vanità di credere che Milord possa essere preso da un capriccio per la tua figlia? Chi è mai che sogni a por mente a una lodola, finchè ode il canto dell’usignuolo?» «Sia lodola, sia usignuolo, tutto fa per l’uccellatore; e so ancora, sig. Varney, essere in voi molta maestria nello scuotere i rami tanto che gli uccelli gli corrano nelle reti. Mi porti il diavolo anzichè io desiderassi mai che metteste Giannina nel novero di tante povere fanciulle cadute ne’ vostri agguati! Voi ridete! ma vi ripeto che voglio almeno salvare un individuo di mia famiglia dagli artigli di Satanasso; e tenetelo ben per sicuro. Ella restituirà quest’oro.....» «Ovvero ella te lo darà in custodia, o mio Tony, il che torna allo stesso. Ma mi è d’uopo il parlarti di cosa più rilevante. Il nostro padrone parte di qui con intenzioni, che potrebbero sconcertar molto le nostre.» «Come sarebbe a dire? È egli stanco del suo trastullo, della sua nuova conquista? Non mi maraviglio. Ha speso per essa ciò che pagherebbe il riscatto di un re, e ora è pentito del suo contratto.» «Oh! quanto ti scosti, o Tony, dal vero! Egli è delirante più che nol sia stato mai per Amy, ed anzi vuole per lei abbandonare la Corte. Allora, addio speranze nostre, addio possedimenti, addio sicurezza. Ci vengono ritolti i beni di chiesa, e sarebbe gran ventura, se non ci facessero rigettare le rendite.» «Oh! sarebbe la nostra rovina (sclamò Foster, cui tal novella empiè di grinze la fronte), e tutto ciò per una donna! Lo compatirei se fosse per la salute dell’anima sua! Perchè anche a me talvolta viene l’idea di sbarazzarmi dal lezzo di questo mondo, e vivere come uno dei più poveri della nostra congregazione.» «Credo bene che finirai così, mio Tony. Ma ascolta: il diavolo non perderà nulla se anche ti condanni alla povertà. Onde tu non guadagneresti da nessun lato. Ma ora bada a quanto ti suggerisco, e puoi ancora conseguire la proprietà di Cumnor Place. Non far motto con nessuno della visita di Tressiliano. Su di ciò non aprir bocca, ammeno che non tel consigli io medesimo.» «E perchè di grazia?» domandò Foster in tuono di chi sospetta. «Ma sei bene una talpa, se non vedi che nello stato in cui or trovasi l’animo di Milord, una tale scoperta lo confermerebbe ne’ suoi novelli disegni. S’egli sapesse che questo fantasma comparve alla Contessa nel tempo ch’egli era lontano, non si fiderebbe più di nessuno, e vorrebb’esser egli medesimo il drago custode delle poma d’oro. E allora, Tony? Chi ha più bisogno dell’opera tua? Una parola basta a chi la sa intendere. Addio, Tony, mi è d’uopo seguirlo.» Pronunciate queste parole toccò dello sprone il cavallo, galoppando a tutta briglia per raggiungere il Conte.... «Possa tu romperti il collo, maledetto pagano (disse tra sè il Foster guardandogli dietro). Fa’ d’uopo nondimeno eseguire le sue istruzioni, perchè trattiamo tutt’e due la medesima causa. Quanto poi a Giannina... oh! ella metterà nelle mie mani le monete d’oro, e sia in una guisa, sia nell’altra, le impiegherò al servigio di Dio. Finchè ne trovi il modo, le custodirò a parte nel mio scrigno; altrimenti potrebbe uscirne un vapor contagioso, che si diffonderebbe sulla mia Giannina. Oh! questa fa di mestieri si conservi pura come uno spirito celeste, se non altro, acciò preghi Dio per suo padre. E ben ho bisogno delle sue orazioni, perchè sono ad assai brutto passo. Corrono sinistre voci sulla mia maniera di vivere. Son visto con freddezza dai confratelli della Congregazione. E quando il sig. Holdforth, nell’ultima sua predica, paragonava gl’ipocriti ad un sepolcro imbiancato, la cui cavità è piena d’ossa umane, pareva fissato sopra di me. Come sono severi questi puritani!... Ma penserò.... Prima d’aprire lo scrigno, andiamo a leggere per un’ora la Bibbia.» Intanto Varney avea raggiunto il Conte che lo aspettava alla porta del parco, d’onde uscì Tressiliano nel dì antecedente. «Voi perdete il tempo, o Varney, il Conte gli disse, e gl’istanti sono preziosi. Mi è d’uopo arrivare a Woodstock per mettere a basso quest’abito di maschera, e sino a quel punto, voi lo sapete, non viaggio senza pericolo.» «Non è che una corsa di due ore, o Milord. Mi sono trattenuto brevi momenti con Foster per eccitarlo a diligenze sempre maggiori, affinchè non traspiri il nostro segreto, ed anche per chiedergli il ricapito d’un uomo, che penso, o signore, di mettere al vostro servigio in vece del licenziato Trevors.» «E questi è tale che veramente mi convenga?» «A quanto sembra, promette assai. Ma se voi voleste continuare senza di me il vostro cammino, tornerei a Cumnor, per condurlo a Woodstock, prima che siate uscito del letto.» «Allora io dormo profondamente, il sapete. Basterà bene che facciate trottare il vostro cavallo all’uopo di essere colà quando mi alzo.» Pronunziate le quali parole dal Conte, Varney galoppò a briglia sciolta verso Cumnor, tenendo la strada maestra per non ripassare in vicinanza del parco. E sceso alla porta dell’_Orso nero_ chiese di parlare a Michele Lambourne. Questo rispettabile nipote dell’ostiere non fece aspettare il nuovo suo protettore, che anzi parea tenere l’orecchie tese, come se ne indovinasse il vicino arrivo. «Tu perdesti l’orme del compagno tuo Tressiliano, gli disse Varney, me lo annunzia quella tua fisonomia di furfante. È questa la destrezza di cui ti vantasti, impudente millantatore?» «Oh! per la morte, disse il Lambourne, sfido chi abbia meglio seguite le tracce di una volpe. Lo trovai che si riparò qui, in casa di mio zio, l’ho veduto cenare, l’ho veduto entrare nella propria stanza, in somma mi sono attaccato a lui come la sua ombra. Ma che volete? Prima del giorno egli era partito, senza che lo avesse visto nessuno, e nemmeno il mozzo di stalla.» «Sarei tentato a credere, che tu ti avvisi ingannarmi; ma se vengo a scoprirlo, sull’anima mia, te ne pentirai.» «Non v’è cane, comunque buono, cui non vada talora fallita la preda. Qual interesse aveva io di fare sparire costui? Domandatene conto a Giles Gosling mio zio, ai suoi garzoni, al mozzo di stalla, a Cicily, a tutta la casa, e vi convincerete, che nol perdei d’occhio un istante in tutta la sera. Che diavolo! Dopo averlo veduto entrare nella sua stanza, io non poteva collocarmivi a guisa d’un infermiere. Spero che in ciò almeno mi farete ragione.» Il Varney prese alcune informazioni dagli altri dell’osteria, e le trovò conformi a quanto in propria discolpa gli disse il Lambourne; e soprattutto ognuno fu concorde nell’accertare che Tressiliano era partito di notte tempo senza avvertire nessuno. «La giustizia però vuole che non si taccia una cosa, soggiunse l’ostiere; ed è che ha lasciato sulla tavola quanto corrispondeva all’importare del conto datogli, ed in oltre una mancia ai garzoni, la qual cosa pareva tanto meno essenziale, che non ha dato, come sembra, l’incomodo a nessuno di mettere la sella al suo cavallo.» Convintosi che il Lambourne non lo aveva ingannato, il Varney entrò nel proposito dei divisamenti fatti sopra di esso, incominciando dal mostrarsi ragguagliato dal Foster, ch’egli, Lambourne, non sarebbe stato avverso ad accettar servigio presso qualche signore. «Siete mai stato alla Corte?» gli chiese il Varney. «No, rispose l’altro, ma fin da quando aveva dieci anni, sognava una volta per settimana di esservi e di far ivi fortuna.» «Sarà colpa vostra se il vostro sogno non si verifica. Avete bisogno di danaro?» «Non ne ha mai troppo un galantuomo che ami passare giocondamente la vita.» «Questa risposta mi basta e la trovo assai onesta. Or ditemi: sapete voi le qualità che si vogliono da chi è al servigio d’un cortigiano?» «Credo: occhio aperto, bocca chiusa, mano pronta a tutto, acuto ingegno, e coscienza intrepida?» «E senza dubbio è gran tempo che la tua non patisce spaventi?» «Non mi ricordo che ne abbia mai conosciuti. Nella mia prima giovinezza parea qualche volta ch’ella volesse alzare la voce, ma il tumulto della guerra la mise al dovere, e l’annegai del tutto nell’onde del mare Atlantico.» «Tu hai dunque servito nell’Indie?» «Orientali e occidentali, per terra e per mare. Ho servito il Portogallo e la Spagna, l’Olanda e la Francia, e per mio proprio conto, ho fatto la guerra con una banda di brave persone che veleggiavano sopra di un brigantino, e che al di là della linea non erano in pace con nessuno.» «Va bene. Tu puoi renderti utile a Milord ed a me. Ma bada ve’! perchè son pratico del mondo. Ti comprometti tu di servire con fedeltà?» «Se non foste pratico del mondo, dovrei rispondervi di sì senza esitare, e giurarlo sulla mia vita e sul mio onore; ma poichè vedo che l’_Onor vostro_ desidera una risposta dettata piuttosto dalla verità che dalla politica, vi risponderò che posso esservi fedele fino a’ piedi d’un patibolo, e fino al nodo corsoio di quella tal cordicella..... quando però io sia ben trattato, e ben pagato. Se no, no.» «E a tutte l’altre tue virtù (disse con ironico tuono il Varney) tu aggiugnerai sicuramente la felice prerogativa di saper comparire all’uopo uom religioso ed austero?» «Non mi costerebbe nulla il lasciarvelo credere, ma per rispondervi francamente devo dirvi di no. Se vi abbisogna un ipocrita, volgetevi a Tony Foster, che fin dalla sua giovinezza è tormentato dalle visite di certi scrupoli coi quali poi viene a patti; laonde in sostanza, il diavolo non vi perde nulla. Oh no, io non sono di questo temperamento.» «Ebbene! Se non hai ipocrisia, sei tu provveduto d’un buon cavallo?» «Oh buono! Vel guarentisco, un cavallo, che supera le siepi ed i fossi come il miglior cavallo di milord Duca. Una volta ch’io feci una piccola corsa a Shooters-Hill, mi accadde sulla strada maestra di dire alcune parole ad un fittaiuolo fornito meglio di saccoccia che di cervello. Ma il mio cavallo mi trasse di affare in pochi minuti, ad onta di tutti quelli che m’inseguivano.» «Ebbene, monta in sella, e seguimi, lascia pur qui tutto il tuo fardello, e ti farò aver servigio presso un tale, che se tu non fai fortuna, non sarà colpa della sorte, ma tua solamente.» «Va a maraviglia. Eccomi di tutto cuore. In un istante son lesto. Olà. Eh! la sella al mio cavallo. Spicciati. Cicily! Amabile Cicily, vieni a farmi i tuoi congedi, ti voglio donare la metà della mia borsa per consolarti della mia lontananza.» «Giur’al cielo (sclamò Giles Gosling che avea uditi tutti questi apparecchi di partenza), Cicily non sa che farsi de’ tuoi donativi. Buon viaggio, e possa tu trovar la grazia di Dio in qualche parte, benchè a dir vero credo che non germogli nel paese dove tu vai.» «Fa dunque ch’io veda la tua Cicily, caro ostiere, si vuole che sia una bellezza» disse Varney. «Una bellezza arsa dal sole, capace di resistere al vento ed alla pioggia, ma che non ha nulla per piacere a’ zerbinotti della vostra sorte, o signore. Ella non si muove dalla sua stanza, nè si espone agli sguardi dei cortigiani.» «Alla buon’ora, amico mio. La pace sia dunque con lei. Ma i nostri cavalli impazientiscono. Vi diamo il buon giorno.» «Mio nipote viene dunque con voi, o signore?» «Tale è la sua mente» rispose Varney. «Fai bene, o Michele, riprese Gosling, fai ottimamente. Tu hai un buon cavallo. Ora non ti resta che a guardarti dallo sforzino. O se di tutti i modi che vi sono per terminare i tuoi giorni, ti si confà meglio la corda, come mi par verisimile al partito che prendi, fammi un piacere; scegliti una forca il più lontano che puoi da Cumnor.» Senza prendersi molta molestia per questi congedi di mal augurio, Varney e Lambourne montarono a cavallo, e corsero con tanta rapidità, che non poterono ricominciare il loro intertenimento, se non se all’atto di salire una montagna alquanto scoscesa. «Tu acconsenti adunque, gli disse Varney, di entrare al servigio di un signor della Corte?» «Sì: semprechè vi piacciano i patti ch’io son per farvi.» «Udiamoli.» «S’io debbo aver gli occhi aperti sugl’interessi del mio padrone, è d’uopo ch’ei li chiuda su i miei difetti.» «Purchè non sieno di natura da pregiudicare al servigio.» «Siam d’accordo. Se fo buona caccia debbo avere almeno le ossa da rosicchiare.» «Nulla avvi di più ragionevole. Molti che valgono meglio di te, domandano la stessa cosa.» «Va bene. Rimane un altro punto da chiarire. Se entro in brighe colla giustizia, il mio padrone deve aiutarmi ad uscirne colle mani nette. Voi vedete che questo è un articolo importante.» «Anche ciò è giusto, ogni volta però che l’impaccio in cui tu possa trovarti abbia origine da servigio prestato al padrone.» «Quanto allo stipendio (continuò il Lambourne con aria d’indulgenza) non ne parlo neanco, perchè fo conto di vivere sui profitti.» «Non temere. Non ti mancheranno nè danari, nè modi di divertirti. Tu vai a stare in una casa, ove, come suol dirsi, l’oro esce fuori degli occhi.» «Tutto ciò è un incanto. Non mi rimane ora a sapere che il nome del mio padrone.» «Io mi chiamo Riccardo Varney.» «Ma intendo dire il nobile Lord, al cui servigio voi mi mettete.» «Sciagurato! Ti credi forse troppo gran signore onde arrossire di chiamarmi tuo padrone? Ti permetto d’essere impudente cogli altri. Ma bada bene che con me...» «Ne domando umilmente perdono al _vostro Onore_; ma vi ho veduto in tanta intrinsichezza con Tony Foster, col quale vivo in intrinsichezza ancor io...» «Vedo che non ti manca nulla per essere un furfante calzato e vestito. È vero che ho deliberato collocarti nella casa di un gran signore, ma da me solamente riceverai i comandi, nè ubbidirai altri che me. Io ne sono il primo scudiere, nè andrà guari che ti sarà noto il suo nome. Egli è un uomo che governa lo Stato, che porta tutto il peso dell’amministrazione sopra di sè.» «Poter del Cielo! è un eccellente talismano per disotterrare i tesori nascosti.» «Quando si sa farne uso prudente. Ma bada bene, perchè tu potresti invece chiamar sopra te un demonio capace di ridurti in polvere.» «Non dubitate. Mi terrò fra i limiti convenienti.» I due viaggiatori ripigliarono allora il galoppo, e giunsero di lì a non molto al reale parco di Woodstock. Questo antico dominio della Corona aveva aspetto ben diverso da quello che presentò allorquando vi soggiornava la bella Rosimonda, e quando fu nascondiglio ai proibiti amori di Enrico II; ed era ben anche diverso da quel che si mostra a’ nostri giorni, in cui Blenheim-House ne rimembra le vittorie del Marlborough, e invita i viaggiatori a contemplare i nobili sforzi dell’ingegno del Vanburgh, lacerato sintantochè visse da uomini che gli stavano di gran lunga al disotto. Woodstock sotto la regina Elisabetta non era che un vecchio castello rovinoso, nè da lungo tempo onorato della presenza dei sovrani; circostanza che contribuì grandemente ad impoverir quel villaggio, e che trasse quegli abitanti ad umiliare più d’una supplica alla Regina, onde volgesse sovra essi un suo benefico sguardo. E tale era l’apparente motivo per cui il Conte si era condotto a Woodstock. Il Varney e il Lambourne entrarono francamente nella corte del vecchio castello, che offeriva in quella mattina un aspetto animato, qual non s’era visto dopo volgere di due regni. Gli ufficiali della casa del Conte, i suoi servi da livrea, le guardie, andavano e venivano collo strepito caratteristico della lor professione. Udivansi gran nitrir di cavalli e grande abbaiare di cani; perchè il Conte incaricato di esaminare in qual essere trovavasi quella terra, e dovendo far credere di rimanervi quanto tempo fosse stato necessario a tal uopo, volle lo accompagnasse tutto il treno che gli facea di mestieri per gustare ivi il piacer della caccia. Diceasi che il parco di Woodstock fosse stato nell’Inghilterra il primo ricinto chiuso da mura ad uso di caccia; ed abbondava di daini, il cui riposo da lungo tempo non veniva turbato. Una grande folla d’abitanti, sperando che tale visita straordinaria produrrebbe i favorevoli effetti, cui sospiravano, si assembrarono nella corte, ove agognavan l’istante che si mostrasse ad essi il più sublime personaggio dell’Inghilterra. L’arrivo di Varney eccitò la loro attenzione, tanto più che si sparse subito la voce essere egli il primo scudiere del Conte, onde tutti solleciti di amicarsi il Varney, si levarono i cappelli, e si affollarono frettolosamente per tener briglia e staffa così al cavallo di lui, come a quello del suo compagno. «Allontanatevi, miei galantuomini, (disse loro con alterigia il Varney), nè impedite ai servi di fare il loro dovere.» I contadini afflitti di ciò, si ritiravano, allorchè il Lambourne, credendosi copiare i modi del primo scudiere, più duramente ancora li rispingeva: «Giù le mani o bifolchi, andate al diavolo. Pensate forse che non abbiam salariati per farci servire?» Consegnati i loro cavalli agli uomini da livrea, entrarono nel castello dandosi un tuono di superiorità, che la nascita ed una lunga consuetudine rendevano naturale nel Varney, e che il Lambourne si studiava d’imitare siccome vedemmo. Intanto i poveri abitanti di Woodstock si dicevano uno all’altro sotto voce: «Dio ci liberi presto da questi superbi. Se il padrone somiglia ai servi, il diavolo se li porti tutti, che non prenderà più di quanto gli si appartiene.» «Zitto, amici miei, soggiugnea il podestà, e morsicatevi piuttosto la lingua per non lasciarle dire sciocchezze. Col tempo chiariremo tutto. Nessuno verrà mai accolto a Woodstock con tanto giubilo quanto se ne dimostrava al veder giugnere l’antico re Enrico. Se per caso regalava non so quanti colpi di bacchetta ad un contadino, poco dopo gli gettava addosso un pugno di monete d’argento coniate colla sua effigie, e con tal espediente tutto veniva dimenticato.» «Dio abbia in pace l’anima sua! sclamaron que’ villici. Ma pur troppo dovrà correre molto tempo prima che la regina Elisabetta ci venga a distribuire colpi di bacchetta.» «Non si può anche sapere, mia buona gente; ma ci vuol pazienza, e per ora ne consoli la sicurezza di meritare tali favori da Sua Maestà.» Intanto Varney seguito dal suo nuovo accolito entrò nell’anticamera, ove persone di più alto affare che non quelli di cui la corte era ripiena, aspettavano l’istante di veder il Conte, non per anche uscito della sua stanza. Tutte corteggiavano, qual con maggiore, qual con minore considerazione il Varney, e proporzionatamente sempre al grado di ciascuna, o alla cosa che ivi conducea al levarsi del favorito. All’interrogazione generale: «Quando credete che comparirà Milord, sig. Varney?» questi rispondea in poche parole: «Non vedete la polvere che ho su gli stivali? Giungo ora da Oxford. Non so nulla.» Ma fattagli tale inchiesta da un personaggio più distinto, s’affrettò a rispondere: «Vado subito ad informarmene dal ciamberlano sir Thomas Copely.» Il ciamberlano, che si facea conoscere pel distintivo della chiave d’argento, disse che il Conte non aspettava se non se l’arrivo del sig. Varney per venire abbasso, ma volea prima parlargli da solo a solo. Varney allora salutando la brigata, ne prese congedo per entrare nell’appartamento del suo padrone. Vi fu per qualche istante un mormorio prodotto da tale aspettazione; ma questo fece luogo al più profondo silenzio allor quando si videro aprire entrambi i battitoi della porta, situata nel fondo dell’appartamento. E subito comparve il Conte preceduto dal Ciamberlano e dal Maggiordomo, e seguito da Riccardo Varney. I lineamenti di quello, nobili e maestosi, nulla aveano che si confondesse coll’audacia improntata su i volti degli altri del suo corteggio. Proporzionate erano del certo al grado di ciascheduno le gentilezze ch’ei dicea a questo e a quello; ma non vi fu chi potesse chiamarsi scontento dell’accoglienza ricevuta. Le domande ch’ei faceva sullo stato in cui si trovavano il castello e le sue pertinenze, l’enumerazione ch’ei tessea de’ vantaggi sperabili per il paese e per que’ dintorni dalla deliberazione in cui era la Regina di portarvisi a quando a quando, intendeano a far credere, ch’egli avesse già lette ponderatamente tutte le suppliche ìndirittegli da quelle genti, e che fosse in lui la massima propensione a secondarle. «Adesso il Signore lo benedica (dicea il podestà che ivi condusse una deputazione del villaggio, della quale era egli il presidente). Vedete come ha l’aria smunta; giurerei che ha trascorsa tutta la notte in leggere la nostra rimostranza. E il maestro Toughyarn, che ha impiegato sei mesi a metterla insieme, credea breve una settimana per ben intenderla! Or vedete che ventiquattr’ore sono bastate al Conte per cavarne la quintessenza.» Il Conte gli assicurò allora d’interporre i suoi buoni uffizi, onde persuadere la Regina ad onorare qualche volta della sua presenza il reale castello di Woodstock, e ciò affinchè gli abitanti di que’ dintorni non andassero privi de’ vantaggi, che avean goduti sotto i precedenti monarchi. Intanto gli era cosa gradevole il farsi interprete delle intenzioni della Sovrana favorevoli ad essi, e anzi di notificar loro, che Sua Maestà, premurosa d’incoraggiare e d’avvivare il commercio di Woodstock, avea risoluto d’instituirvi un mercato per le lane. Questa buona notizia produsse grandi dimostrazioni di giubilo, non solamente per parte de’ membri della Deputazione che si trovavano nell’appartamento, ma per parte ancora de’ contadini adunati nella corte, fra i quali la stessa notizia non tardò a divulgarsi. I magistrati presentarono al Conte, piegando il ginocchio, le libertà e franchigie di Woodstock, accompagnate da una borsa piena d’oro, ch’egli passò immantinente a Varney, e questi ne rimise una parte al Lambourne, siccome un saggio anticipato de’ profitti che gli avrebbe fruttato il novello servigio. Il Conte, e quelli del seguito, non tardarono a mettersi a cavallo per ritornare alla Corte. Udivansi d’ogni lato grida di allegrezza di tutti gli abitanti di Woodstock: _Viva la regina Elisabetta! Viva il nobile conte di Leicester!_ ripetevano tutti. Che anzi i modi cortesi adoperati dal Conte sparsero una vernice di popolarità per fino sugli altri del suo corteggio, l’alterigia de’ quali avea sulle prime portato discredito allo stesso loro padrone. Laonde le voci: _viva Milord, e tutti quelli che gli appartengono_ pervennero all’orecchio di Varney e di Lambourne, che seguivano il Conte, ordinati ciascuno secondo il lor grado. CAPITOLO VIII. Datemi i vostri consigli; saranno ascoltati, sig. Fenton, e posti anche in opera. _Le Commari di Windsor._ Diviene cosa indispensabile il risalire alle circostanze che accompagnarono, o a dir meglio produssero nell’osteria dell’_Orso nero_ la subitanea sparizione di Tressiliano. Dopo lo scontro avuto con Varney egli era tornato al _Carovanserai_ di Giles Gosling, ove chiese carta, penna e calamaio, ed annunziando che passerebbe tutta la giornata nel suo appartamento, vi si rinchiuse. Ricomparve nonostante la sera nella gran sala, ove Michele che, giusta l’obbligo assuntone, avea spiato ogni suo andamento, cercò di rinovar lega con essolui: «Spero che non avrete conservato rancore per l’affare di questa mattina.» Ma Tressiliano rispinse con fermezza, non però disgiunta da urbanità, tal genere di cortesia: «Sig. Lambourne, non dovreste essere scontento del modo onde vi ho compensato pel tempo, che vi ho tenuto in faccende. A traverso la maschera di rozza semplicità, sotto cui vi coprite, vedo che è in voi discernimento bastante ad intendermi allorchè vi dico con franchezza, che avendo io ottenuto quanto era unicamente mio scopo, dobbiamo per l’avvenire considerarci come stranieri l’uno per l’altro.» «_Voto a Dios_ (esclamò il Lambourne rilevandosi colla sinistra mano una basetta, e portando la destra all’impugnatura della sua sciabola), se credessi che fosse in voi disegno di farmi aggravio...» «Avreste bastante prudenza per sopportarlo, come è di vostro dovere in tutte le immaginabili combinazioni (gli rispose Tressiliano senza scomporsi). Voi conoscete assai bene qual distanza ne separi per non chiedere una spiegazione più ampia. Vi auguro la buona sera.» Voltegli indi le spalle, si pose a favellar coll’ostiere. Il Lambourne non ne potea più dalla voglia di fare il bravo, ma limitò la sua collera a bestemmiare fra i denti, cedendo a quella prevalenza, che un uomo distinto per nascita, e maggiore di meriti, possede sempre sopra enti spregevoli di tal natura. Si assise borbottando in un angolo della sala, datosi ad osservar di soppiatto, ma in modo non equivoco, i pensieri, non che i moti di Tressiliano; e l’idea che nacque in lui di vendicarsi a proprio conto era nudrita dalla speranza di soddisfare ad un tempo le brame del Varney. Giunse l’ora della cena, che quando fu terminata, Tressiliano si ritirò nel proprio appartamento, tutti gli altri facendo lo stesso. Era poco dacchè Tressiliano si era messo in letto senza poter prendere sonno, di cui teneano luogo le considerazioni nelle quali era immerso. D’improvviso ne fu interrotto il corso dal rumore che fece la sua porta aggirandosi su i proprii cardini, e da un debole raggio di luce, che si diffuse per tutta la stanza. D’un animo forte come l’acciaio, saltò giù del letto, ed afferrata la sciabola, stava per trarla dal fodero, allorchè udì questa voce; «Fermatevi, sig. Tressiliano, fermatevi. Son io, è il vostro albergatore Giles Gosling.» E nello stesso tempo girando la parte opaca della sua lanterna, che sino a quel punto avea mandato un languido chiarore, mostrò i proprii lineamenti e la solita gioviale fisonomia all’attonito Tressiliano. «Che vuol dir questo, sig. Gosling? Avete forse cenato bene come la scorsa notte? È uno sbaglio di stanza che fate? ovvero vi dareste a credere esser questo un luogo opportuno per venire a sfoggiare dopo mezzanotte le vostre facezie?» «Non mi sbaglio nè di luogo nè di tempo, sig. Tressiliano: conosco queste due cose al pari d’ogn’altro ostiere dell’Inghilterra. Ma primieramente ho osservato, che quel ribaldo di mio nipote, in tutta la sera non ha dipartito gli occhi da voi più di quanto lo faccia un gatto che dia la caccia ad un sorcio. In secondo luogo, voi avete attaccato briga, vi siete battuto, o con lui o con alcun altro, e temo vi arrivi qualche sinistro.» «Impazzite, mio caro ostiere? Vostro nipote, scusate, è al di sotto di chi può meritare il mio risentimento. Per altra parte, qual motivo v’induce a credere che io abbia attaccato briga con chicchesia?» «Oh! il colore delle vostre guance me ne disse assai quando tornaste, o signore. E questo è un indizio sicuro, quanto è certo che la congiunzione di Marte e di Saturno partorisce sfortuna. Aggiugnete, che le fibbie del vostro centurino andavano traverso. Poi avevate l’aria agitata, camminavate d’un passo frettoloso. In somma non era cosa in voi, da cui non comparisse, che la vostra mano aveva accarezzato pochi istanti prima l’impugnatura della vostra sciabola.» «Ebbene, amico, stando ancora che mi fossi trovato nella necessità di metter mano alla sciabola, è questo motivo bastante a lasciare da quest’ora un buon letto caldo per venire da me? Voi vedete che non mi è accaduta veruna disgrazia.» «No sin qui. Ma non è anche finita. Tony Foster è un uomo pericoloso, ed ha alla Corte potenti protettori, che lo han tratto d’impaccio più d’una volta. Quanto a mio nipote....... vi dissi già l’animo mio. E se due bricconi hanno rinovato lega, non vorrei che fosse a vostro costo, mio rispettabile ospite. Michele ha fatto una specie di processo col mozzo di stalla per sapere l’ora della vostra partenza, e la via che sarete per prendere. Mi piacerebbe dunque che pensaste, se avete detto o fatto nessuna cosa da mettervi in riguardo contro d’un tradimento.» «Voi siete un onest’uomo, Gosling (disse Tressiliano dopo avere meditato un istante), e quindi vi parlerò con franchezza. Se questi due malvagi han fatto cattivi disegni sopra di me, e non vi nego che sia ciò possibile, egli è perchè sono i commessi subalterni d’altro malvagio assai più potente di loro.» «Voi intendete dire del sig. Riccardo Varney, non è vero? Egli venne ieri a Cumnor-Place, e ad onta delle cautele che ha prese costui, v’è chi lo ha veduto e me lo ha raccontato.» «Sì, io parlava di lui, o mio ospite.» «Ebbene. Per l’amor del Cielo, signor Tressiliano, pigliate bene i vostri passi innanzi. Questo Varney è il protettore, il signore del Foster. L’usufrutto di Cumnor-Place e del parco che costui gode, lo tiene dal sig. Varney, il quale poi ha avuti dal suo padrone, Conte di Leicester, i beni dell’Abbazia d’Abingdon, che comprendono i fondi usufruttuali del Foster. Si dice che lo stesso Varney possa tutto sull’animo del Conte. Io stimo troppo questo ultimo signore per non persuadermi che egli si valga del suo favorito nel modo, come pretendono certe persone. Ma è sempre vero, che lo ama, ed è inoltre indubitabile che il Conte può altrettanto sulla mente della Regina, intendo nelle cose convenevoli e giuste. Ora vedete quali nemici vi siete tirati alle spalle.» «Su questo poi, la cosa è fatta. Non vedo un modo di rimediarvi.» «Per Bacco! è ben necessario che vi rimediate o d’una maniera o dell’altra. Riccardo Varney... appunto per questo predominio ch’egli ha sullo spirito del Conte, e attese le moleste pretensioni che per essere succeduto nei diritti dell’Abbazia, fa valere in questi luoghi.... si ardisce appena pronunziare il suo nome fra noi. Voi vedeste di fatto che ieri sera non se ne disse una parola, mentre poi niuno si ristava dal gridar croce addosso a Tony Foster; e nella mia osteria non v’era al certo una sola persona non convinta, che Tony Foster eseguisce unicamente gli ordini del Varney, e che per conto del secondo la bella signora misteriosa viene custodita in Cumnor-Place. Ma a tale proposito voi ne sapete più di me, e benchè le signore non portino sciabola, ne hanno fatto uscire più d’una dal suo fodero.» «Sì, onesto Gosling, intorno a questa infelice so molte particolarità, che non vi possono esser note. Anzi sento che ora abbisogno di suggerimenti, e ne prenderò volentieri da voi. Quindi vi narrerò per intero la storia che si riferisce ad un tale avvenimento, e tanto più volentieri il farò, che terminato il mio racconto, mi sarà d’uopo di raccomandarmi all’opera vostra.» «Io non sono che un povero albergatore, sig. Tressiliano, e poco quindi capace di dar consigli ad un pari vostro. Ma, quanto è sicuro che ho tenuto sempre la strada dell’onestà in questo mondo, e che ho dato a tutti buona misura non mi facendo pagare prezzo maggiore del ragionevole, altrettanto potete star certo che se non mi riuscisse d’aiutarvi, non tradirei per un regno le confidenze che mi farete. Parlatemi adunque a cuore aperto, come se raccontaste le cose a vostro padre, ed assicuratevi, che se ho anche un poco di curiosità, perchè la curiosità entra fra le virtù della mia professione, questa va sempre accompagnata da una dose ragionevole di prudenza.» «Non ne dubito punto, o Gosling, Tressiliano rispose (e intanto che il suo uditore preparavasi a dargli intera attenzione, meditò un istante donde incominciar doveva il racconto). Per rendermi adunque intelligibile, mi farà di mestieri il rimontare ad una data più antica. Voi avete senza dubbio udito far parola della battaglia di Stoke, e fors’anche di Sir Ruggiero Robsart, che valorosamente sostenne le parti di Enrico VII avo della Regina, e che mise in rotta, e il conte di Lincoln, e il lord Geraldin co’ suoi Irlandesi, ed i Fiamminghi che la duchessa di Borgogna aveva inviati in soccorso di Lambert Simnel.» «Mi ricordo di tutto ciò, disse Gosling. Nella mia sala se ne canterà dodici volte per settimana la ballata. Ed è in onore di Sir Ruggero Robsart di Devon, l’aria, che intuonano per le strade i nostri canterini: »Fior de’ prodi oppone il petto »Alla mischia orrenda e fiera, »Come sfida onde e bufera »Fermo scoglio in mezzo al mar». »Oh! sì; e mi ricordo ben anche di Martino Swart e de’ bravi Alemanni da lui condotti, di quei loro giustacuori tagliati a festoni, e di quelle loro stravaganti brache tutte increspate colle fettucce. V’è un’aria anche in onore di questo Martino, e dovrei ricordarmela. »Allestite, o soldati, i corsieri, »È Martin che vi chiama alla pugna. »La sua voce.....» «Se cantate così, caro ostiere, sveglierete tutti quei della casa, e avremo più uditori di quello ch’io non vorrei aver confidenti.» «Perdonatemi, sig. Tressiliano, io andava via colla mente. Ma quando una vecchia canzone torna in memoria a noi altri cavalieri dello spiede, par che a forza ci voglia uscire di bocca. Ora vi ascolto.» «Il mio avo grandemente affezionato alla casa di York, come lo erano molti fra gli abitanti di Cornovaglia, si mise dalla parte di questo Simnel, che assunse il titolo di conte di Warwick, perchè tutta questa contea stette a favore di Perkin Warbeck, che s’intitolava duca d’York. Il detto mio avo raggiunse gli stendardi di Simnel; ma dopo avere combattuto con prodigioso valore, fu fatto prigioniero nella giornata di Stoke, ove i capi di questo sfortunato esercito perirono per la maggior parte coll’armi alla mano. Il prode cavaliere cui questo mio antenato si arrendè, fu Sir Ruggero Robsart, che postolo al sicuro della regale vendetta, il rimandò libero senza riscatto; ma non potè sottrarlo agli altri effetti della sua prima imprudenza, alle grosse ammende cioè pronunziate contr’esso, espediente favorito di Enrico, che infievoliva per tal modo i proprii nemici. Il buon Robsart ciò nonostante fece quanto potè per alleviare l’infortunio dell’avo mio, e sì intrinseca divenne la loro amicizia, che mio padre fu allevato come fratello e compagno di Sir Ugo Robsart figlio unico di Sir Ruggero, nè inferiore al padre in indole generosa, benefica, ospitale, benchè nella sapienza militare nol pareggiasse.» «Ho inteso parlare, e ben più d’una volta di quest’ottimo Sir Robsart, disse l’ostiere. Il suo primo bracchiere, William Badger, servo, più di quanti mai ve ne sieno, affezionato al padrone, ne ha detto bene più di cento volte in mia casa. È un cavaliere che ama l’allegria, passionato ad usar atti d’ospitalità, ed avvezzo a tener tavola aperta più di quello che s’usa ai nostri giorni; perchè ora in soli galloni d’oro si mette sulle spalle d’un servo quanto basterebbe per regalare, tutto un anno, di manzo e birra una dozzina di galantuomini, ed anche per fornir loro il modo di andare una sera d’ogni settimana a ricrearsi alla taverna, a fine di non dimenticare i poveri ostieri.» «Quando dunque conoscete il Badger, mio caro Gosling, è certo che avete inteso a parlar molto di Sir Ugo Robsart; laonde mi limiterò a dirvi che ha spinto l’ospitalità, di cui lo lodate, al punto di vederne sconcertate le proprie sostanze. Ma ciò non sarebbe il massimo de’ mali, non avendo egli altra erede fuorchè una figlia. Ed è qui che comincio io a comparire nella tessitura di tale storia. Morto mio padre, son già parecchi anni, il buon Sir Ugo non avrebbe mai voluto che mi dipartissi da lui. E la passione della caccia, passione in me ardente quant’era in Sir Ugo, mi scemava il merito di secondare le brame di un uomo cui mi stringevano vincoli di gratitudine e di amicizia ereditaria. Pur talvolta io provava rimorso, perchè tale inclinazione m’impediva di darmi a studii che mi sarebbero stati assai più giovevoli. Ma questo istesso rimorso cessò affatto in me per ben altra cagione. La rara bellezza di Amy figlia di questo uomo rispettabile, cresceva in essa al pari dell’età, nè potea non fare impressione in un giovane che stava di continuo al suo fianco.» «E il padre non approvò il vostro amore. La cosa va co’ suoi piedi; e in tali circostanze è sempre l’uso così. Il sospiro che vi è sfuggito in questo istante prova che il padre della vostra Amy non si dipartì da tal uso.» «La cosa è affatto all’opposto. Il generoso sir Ugo approvò il mio amore, ma fu il cuor della figlia che ricusò di dividerlo. Ella mi concedè nondimeno la propria stima, permettendomi di sperare che a questa stima un sentimento più tenero sarebbe succeduto. Il nostro contratto di nozze fu stipulato e sottoscritto, perchè così volle il padre, ma venne differito ad un anno il celebrarle, tale essendo il desiderio che la giovane ne dimostrò. In questo intervallo, Riccardo Varney comparve in quelle vicinanze. Prevalendosi d’una lontana parentela, ch’egli avea con sir Ugo, gli fece frequenti visite, ed infine passava pressochè tutti i giorni in sua compagnia.» «Cattivo augurio per la casa ch’egli onorava di sua presenza!» disse Giles Gosling. «Ah! voi non dite che troppo vero, e non ne derivarono che disgrazie. Ed in un modo sì strano ch’io non so ancora unire insieme le successive combinazioni onde piombarono su d’una famiglia, infino a quel giorno tanto felice. Per qualche tempo, la giovane Amy sembrò accogliere le premure dimostratele dal Varney con quella indifferente urbanità, con cui generalmente si sogliono contraccambiare cortesie che non abbiano un serio scopo. Non andò guari che sembrò lo vedesse con rincrescimento e fino con ripugnanza. D’improvviso, strinsero insieme una lega di natura affatto straordinaria. Varney rinunziò ai modi di pretendente e di amante, che sulle prime aveva assunti presso di lei. Amy, in vece, non gli dimostrò più quella agghiacciata freddezza che aveva opposta per lo innanzi alle prime sue cortesie. Sembrò regnasse fra essi una segreta intelligenza fondata sulla confidenza scambievole. Ne fui oltremodo scontento, e sospettai perfino che avessero segreti convegni per intendersi l’un l’altro senza essere impacciati dalla presenza mia o del padre d’Amy. Nondimeno io credeva ancora il cuore di lei franco ed aperto, come lo annunziavano quegli angelici lineamenti; benchè una folla di circostanze offertesi dopo quel tempo alla mia memoria, avrebbero dovuto convincermi delle segrete loro corrispondenze. Ma che giova ora il descrivere particolarità? Il fatto parla da se medesimo. Ella scomparve dalla casa paterna, Varney se ne allontanò in quel medesimo giorno; e ieri ho trovata Amy Robsart nella casa del vilissimo Foster, ove ho veduto Varney, quando giugneva da una porta di dietro, avvolto in grande mantello.» «E questa è la cagione per cui vi siete cimentato? Mi pare, sig. Tressiliano, che prima di farvi campione di questa signora, avreste potuto informarvi s’ella lo desiderava, o lo meritava?» «E che? Non sapete voi che mio padre, e come tale io riguarderò sempre sir Ugo Robsart, stassi fra le domestiche mura immerso nel più disperato dolore, o cerca invano, dandosi alla caccia, ricreazione sua prediletta, di sbandir dal cuore una immagine che vi si presenta soltanto per lacerarlo? Poteva io sopportare l’idea di veder vivere questo padre nell’affanno, e la figlia sua nell’infamia? Io mi posi dunque in traccia di Amy, mosso da speranza d’indurla a tornare nel seno di sua famiglia. Trovai questa giovane sciagurata, e quando, o sarò riuscito nel concetto disegno, o ne avrò ravvisata l’impossibilità, la mia risoluzione è presa. I miei giorni si termineranno nell’isola della Virginia.» «Non vi abbandonate a sì violento partito, sig. Tressiliano, nè vogliate rinunziare alla patria vostra, perchè una donna è una donna, che cambia cioè amanti siccome nastri, senz’altro motivo che la sua fantasia. Ma prima di esaminare più addentro la cosa, permettetemi chiedervi come avete saputo sì bene mettervi sulla via di trovare il soggiorno di questa giovane signora, o per meglio dire il luogo ove si tiene nascosta?» «Non ignorava io che Varney aveva ottenuti i dominii dell’Abbazia d’Abingdon, e tal circostanza mi trasse a credere che Amy fosse in questi dintorni. Si raddoppiarono i miei sospetti, allorchè l’altro ieri intesi parlare d’una signora, che vivea sotto velo di tanto mistero a Cumnor-Place. La visita che feci colà con vostro nipote, mi provò poi quanto fossero essi fondati.» «E quali sono al presente i vostri divisamenti? Scusate la libertà ch’io mi prendo d’interrogarvi.» «È mia mente tornare in questo giorno medesimo alla casa del Foster, e procurarmi con Amy un intertenimento più concludente dell’ultimo. Sarà forza dire che quell’animo è cambiato sotto ogni aspetto, se non arrivo a farvi impressione.» «Con vostra buona grazia, sig. Tressiliano, voi non vi cimenterete, io spero, a tal passo. Se non vi ho male inteso, la giovane ricusò già d’ascoltarvi.» «Non è che troppo vero. Non posso negarlo.» «E in qual modo adunque sperate poter costringerla a far cosa contro la propria inclinazione, comunque disonorante ne sia la condotta e per conto di lei e per quello della sua famiglia? Quand’anche le foste padre, o fratello, la genìa fra le cui mani ell’è capitata, non esiterebbe un istante a chiudervi la porta in faccia. Ma essendo inoltre un amante da lei ributtato, correte di più rischio, che coloro vi facciano un mal partito. E allora a qual magistrato volete volgervi per ottenerne protezione ed assistenza? Perdonatemi la troppa franchezza, ma voi siete in procinto di gettarvi nell’acqua per afferrare un’ombra, nè potete uscirne che ben bagnato, se pure avete la fortuna di non annegarvi.» «Porterò querela al Leicester contro l’infamia del suo favorito. Il Conte cerca di farsi forte colla sponda dei severi e rigidi Puritani. Egli dunque non ardirebbe negarmi giustizia per un riguardo a se medesimo, quand’anche non fossero in lui i principii d’onore e di nobiltà, che gli vengono generalmente attribuiti. Poi, ad ogni evento, spingerò la mia appellazione al trono della stessa Regina.» «Quanto al Leicester, non mi maraviglierei se lo trovaste propenso a difendere il suo favorito, perchè Varney si vanta di poter tutto sopra di lui. Ma, dite bene; un’appellazione alla Regina li metterebbe e l’uno e l’altro alle cose ragionevoli, perchè Sua Maestà cammina stretto in questo genere di negozi, e a quel che in oltre si vocifera, perdonerebbe più volentieri a dodici cortigiani l’essere innamorati di lei, che ad un solo di questi il dar a comprendere che trova un’altra donna più bella. Fatevi dunque coraggio, ed anzi tenetevi solamente all’ultima idea. Portate a’ piedi del trono una supplica di sir Ugo colla descrizione dell’insulto, che vi è stato fatto, e il Conte, oh! lo vedrete, getterebbe piuttosto la sua testa nel Tamigi, che compromettersi a sostenere il favorito in cosa di tal natura. Ma per compir tutto questo, e poter sperar buon successo, è mestieri il mettersi all’opera seriamente. In vece di perdervi qui a tirar botte col primo scudiere del Leicester, o d’esporvi ai pugnali de’ suoi colleghi, correte subito nella contea di Devon, fate sottoscrivere una supplica a sir Ugo, e cercatevi amici che vi possano proteggere alla Corte.» «Il vostro raziocinio è giusto, o Gosling, e voglio ad esso uniformarmi. Partirò dimani allo schiarire del giorno.» «Fate meglio, sig. Tressiliano. Partite in questa notte medesima. Non ho mai desiderato tanto di veder giungere un viaggiatore al mio albergo, come ora desidero di vederne voi andar via. Mio nipote verrà, un dì o l’altro, appiccato. Lo sia, poichè questo è il suo destino; ma non vorrei che ciò gli accadesse per avere scannato uno tra’ miei più rispettabili ospiti. Il proverbio dice: È meglio viaggiar da solo la notte, che in pieno mezzogiorno a fianco d’un assassino. Partite, signore, partite tosto per la sicurezza di voi medesimo. Il vostro cavallo è lesto, perchè gli ho messo io briglia e sella; e qui è il vostro conto.» «Non ascende ad un _nobile_ (disse Tressiliano, mettendogli fra le mani una piastra d’oro). Piacciavi passare il restante alla gentile vostra figlia Cicily, e ai famigli dell’albergo.» «Essi faranno onore alla vostra generosità, mio signore, e voi ricevereste dalla propria bocca di mia figlia i suoi ringraziamenti, se non si opponesse a ciò l’ora che è.» «Non permettete, che i viaggiatori si prendano troppa libertà con vostra figlia, mio caro Gosling.» «Oh! avrò cura di starci attento. Ma, dopo quello che mi raccontaste, non mi fa maraviglia che da voi vengano avvertimenti di tal natura. Narratemi dunque. La bella signora, con qual occhio vi guardava ieri?» «Sembrava più indispettita che confusa, e temo assai ch’ella si trovi avvolta tuttavia nel delirio di una funesta illusione.» «Ma se ciò è, caro signore, perchè farvi il campione di una donna, che non si cura di voi? Perchè affrontare per essa il risentimento del favorito di un favorito? Ah! l’amore è il mostro più pericoloso, in cui possa scontrarsi un cavaliere che vada rintracciando avventure.» «Voi v’ingannate, Gosling, e vedo che non mi avete inteso. Io non desidero più, che Amy mi conceda un solo de’ suoi pensieri. Ch’io la veda un’altra volta fra le braccia del padre, e quanto mi rimane a fare in Europa, e forse su questa terra, è terminato del tutto.» «E non sarebbe migliore risoluzione bere un bicchier di vino, e dimenticare ogni malinconia? Ma capisco bene che venticinque anni e cinquanta non vedono questi affari coi medesimi occhi, soprattutto quando questi occhi si trovano lì sulla testa d’un giovane nobile, e qui sulla testa d’un vecchio ostiere. Io vi compiango, sig. Tressiliano..... Ma mi diceste, che potrei esservi utile! Non vedo ancora in qual cosa.» «Vel dico subito, Tressiliano rispose. Vorrei che steste coll’occhio aperto su quanto accade a Cumnor-Place; cosa che potete fare senza timore di dar sospetto a nessuno, attese le molte persone che frequentano il vostro albergo; poi, che me ne informaste per iscritto, valendovi di quel qualunque, che vi presenterà per parte mia quest’anello. Osservatelo attentamente per riconoscerlo, ed in allora vi pregherò conservarlo come una mia memoria.» «Io non bramo ricompensa di sorte alcuna, o signore, ma mi sembra sarebbe cattivo partito per un uomo posto, com’io, in una condizione dipendente affatto dal Pubblico, il frammettermi in un affare di tal natura, ed in cui non posso nemmen dire a mia giustificazione d’avere verun interesse.» «Verun interesse, dite? E che? non siete voi padre? Qual altro è lo scopo del servigio chiestovi che di far rientrare sul cammino della virtù una giovane traviata fra i sentieri del disonore e del vizio? Avvi in tutto il mondo interesse più rilevante?» «È per altro vero, e compiango con tutto il cuore questo vecchio rispettabile e sfortunato, che ha malmesso il suo patrimonio a furia di liberalità e facendo onore al suo paese, ed or si vede rapire barbaramente da uno sparviero, come Varney, una figlia, che dovea essere la sua consolazione. L’impresa cui vi accingete è veramente arrischievole, ma non importa. Imparerò ad urlare coi lupi, e vi assisterò nel nobile disegno di restituire la sua figlia ad un misero vecchio, finchè però non mi diate altra incumbenza che di farvi giungere con fedeltà le notizie di quanto saprò. Voi potete adunque far conto sulla mia persona. Ma voi dal canto vostro abbiate prudenza, ed anche riguardo per me, nel custodire gelosamente il mio segreto, perchè se venisse a sapersi, che l’ostiere dell’_Orso nero_ si prende brighe di questa natura, addio miei avventori. Varney avrebbe abbastanza credito presso i Magistrati per farmi atterrare l’insegna[11], e togliermi la patente, e rovinarmi in somma, incominciando dalla cantina, e andando fino al granaio.» «Non temete ch’io non usi circospezione, o Gosling, nè ch’io dimentichi mai quanta gratitudine è dovuta e ai servigi che siete per prestarmi, ed ai rischi cui potreste esporvi per me. Ricordatevi bene di quest’anello, nè vi fidate ad altri che a chi ne sarà apportatore, per farmi giugnere le notizie che avrete a trasmettermi. Ora profittando del savio vostro suggerimento, non penso più che ad andarmene.» «Seguitemi, sig. Tressiliano, e abbiate cura di marciare con tanta leggerezza, come se invece di camminare sopra un tavolato d’assi, foste coi piedi sulle uova. Rileva assai che nessuno sappia nè il come, nè quando siete partito.» Tostochè Tressiliano fu vestito, l’ostiere lo scortò colla sua lanterna sino ad un picciolo cortile contiguo ad una scuderia, che per solito non veniva posta in uso, che quando erano piene tutte l’altre. Il cavallo di Tressiliano stava lì, mercè alle cautele prese da Gosling, il quale dopo avere aiutato il cavaliere ad attaccare la valigia alla sella, aperse la porta di dietro, gli strinse la mano, e rinnovatagli la promessa d’istruirlo d’ogni cosa che accadrebbe a Cumnor-Place, gli lasciò intraprendere la sua solitaria peregrinazione. _Fine del primo volume._ A S. E. REVERENDISSIMA MONSIGNOR COLANGELO PRESIDENTE DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE ECC. REV. _Marotta_ e _Vanspandoch_ librai tipografi desiderano di ristampare la _Collezione de’ romanzi storici di Walter Scott_. All’oggetto la pregano di accordarne loro il permesso. R. MAROTTA e VANSPANDOCH. _A dì 19 dicembre 1824._ PRESIDENZA DELLA GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Il Regio Revisore signor D. Girolamo Parroco Pirozzi avrà la compiacenza di rivedere la soprascritta Collezione, e di osservare se vi sia cosa contro la Religione, ed i dritti della Sovranità. _Il deputato per la revisione de’ libri_ _Canonico_ FRANCESCO ROSSI. ECCELL. E REVER. SIGNORE Ho con attenzione osservata la _Collezione de’ romanzi storici di Walter Scott_. In essa niente si oppone alla Religione, od al Re (D. G.). Può quindi, previa licenza dell’E. V., darsi alla stampa; anche per fomentare il buon gusto delle amene lettere. Dalla parrocchia di S. Gio. in Corte li 24 dicembre 1824. _Il Regio Revisore_ GIROLAMO M.RE PIROZZI PARROCO. _Napoli 28 Dicembre 1824._ PRESIDENZA DELLA GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Veduta la dimanda de’ librai tipografi R. Marotta e Vanspandoch, con la quale chiedono di ristampare la _Collezione de’ romanzi storici di Walter Scott_; Veduto il favorevole rapporto del R.º Revisore D. Girolamo Parroco Pirozzi; Si permette che l’indicata Collezione si stampi, però non si pubblichi senza un secondo permesso, che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto uniforme la impressione all’originale approvato. _Il Presidente_ M. COLANGELO. _Pel Segretario Generale e Membro della Giunta_ _L’Aggiunto_ ANTONIO COPPOLA. NOTE: [1] Vedi le Antichità della contea di Berk scritte dall’_Ashmole_. [2] _Vostro Onore, Vostra Grazia_ sono predicati di rispetto, che si usano anche oggidì nell’Inghilterra, massimamente dagl’inferiori verso i superiori; come fra noi _Vostra Signoria, Vostra Eccellenza_ ec. [3] Contrada di Londra, abitata pressochè interamente da ricchi banchieri. [4] Nome di una setta di Calvinisti. [5] Una specie di moneta. [6] Denominazione, con cui i giocatori di vantaggio s’intendeano fra loro nell’indicare i giocatori novizzi, che faceano proprie vittime. [7] Se qualche leggitore facesse le maraviglie nell’udire parlare in tal guisa la figlia di Foster, rammenti che avea par madre una _Precisiana_, e doveva essere quindi grandemente istrutta nello studio della Sacra Scrittura. [8] Quest’ultima interrogazione è intesa a ferire i cambiamenti di religione fatti dal Foster. [9] Fu buon consiglio dell’autore Inglese l’avvertire, che questo colloquio è stato ordinato ad arte per comodo dei leggitori. Certamente, chi in passione parla da se medesimo non si perde in epigrammi. Astenendosi da sì fatte ricercatezze, porto avviso che si possano comporre monologhi, abbastanza conformi alla verità, ed intelligibili anche senza la premessa fatta dall’autore, premessa che piuttosto mette in voglia i leggitori di far tale inchiesta: _e chi gli raccontò i discorsi che tenea seco stesso Varney?_ [10] Giuoco simile assai al _trou-madama_, o più veramente alla piastrella. [11] Niuno nell’Inghilterra può vendere acqua-vite, vino, o birra, se non ne ottiene la patente dai magistrati del cantone; e tal patente debb’essere rinnovata ad ogn’anno. Ma questi magistrati usano molti arbitrii a tale proposito, onde son derivate assai vessazioni ed abusi. Vedi su di ciò una Memoria intorno la _Polizia_ di Londra, inserita in un volume del _Corrispondente_, e pubblicata a Parigi presso il Gide. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 79029 ***